Esodo 3: Io Sono il Signore

3:1 Mosè pascolava il gregge di Ietro suo suocero, sacerdote di Madian, e, guidando il gregge oltre il deserto, giunse alla montagna di Dio, a Oreb. L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco, in mezzo a un pruno. Mosè guardò, ed ecco il pruno era tutto in fiamme, ma non si consumava. Mosè disse: «Ora voglio andare da quella parte a vedere questa grande visione e come mai il pruno non si consuma!» Il Signore vide che egli si era mosso per andare a vedere. Allora Dio lo chiamò di mezzo al pruno e disse: «Mosè! Mosè!» Ed egli rispose: «Eccomi». Dio disse: «Non ti avvicinare qua; togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo sacro». Poi aggiunse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe». Mosè allora si nascose la faccia, perché aveva paura di guardare Dio.

Il Signore disse: «Ho visto, ho visto l’afflizione del mio popolo che è in Egitto e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; infatti conosco i suoi affanni. Sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso, in un paese nel quale scorre il latte e il miele, nel luogo dove sono i Cananei, gli Ittiti, gli Amorei, i Ferezei, gli Ivvei e i Gebusei. E ora, ecco, le grida dei figli d’Israele sono giunte a me; e ho anche visto l’oppressione con cui gli Egiziani li fanno soffrire. 10 Or dunque va’; io ti mando dal faraone perché tu faccia uscire dall’Egitto il mio popolo, i figli d’Israele». 11 Mosè disse a Dio: «Chi sono io per andare dal faraone e far uscire dall’Egitto i figli d’Israele?» 12 E Dio disse: «Va’, perché io sarò con te. Questo sarà il segno che sono io che ti ho mandato: quando avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, voi servirete Dio su questo monte».

13 Mosè disse a Dio: «Ecco, quando sarò andato dai figli d’Israele e avrò detto loro: “Il Dio dei vostri padri mi ha mandato da voi”, se essi dicono: “Qual è il suo nome?” che cosa risponderò loro?» 14 Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono». Poi disse: «Dirai così ai figli d’Israele: “L’io sono mi ha mandato da voi”». 15 Dio disse ancora a Mosè: «Dirai così ai figli d’Israele: “Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe mi ha mandato da voi”. Tale è il mio nome in eterno; così sarò invocato di generazione in generazione.

16 Va’, raduna gli anziani d’Israele e di’ loro: “Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abraamo, d’Isacco e di Giacobbe mi è apparso, dicendo: ‘Certo, io vi ho visitati, ho visto quello che vi fanno in Egitto 17 e ho detto: Io vi farò uscire dall’Egitto, dove siete maltrattati, verso il paese dei Cananei, degli Ittiti, degli Amorei, dei Ferezei, degli Ivvei e dei Gebusei, in un paese nel quale scorre il latte e il miele’”. 18 Essi ubbidiranno alla tua voce e tu, con gli anziani d’Israele, andrai dal re d’Egitto e gli direte: “Il Signore, il Dio degli Ebrei, ci è venuto incontro; perciò lasciaci andare per tre giornate di cammino nel deserto, per offrire sacrifici al Signore, nostro Dio”. 19 Io so che il re d’Egitto non vi concederà di andare, se non forzato da una mano potente. 20 Io stenderò la mia mano e colpirò l’Egitto con tutti i miracoli che io farò in mezzo a esso; dopo questo, vi lascerà andare. 21 Farò sì che questo popolo trovi favore presso gli Egiziani e, quando ve ne andrete, non ve ne andrete a mani vuote; 22 ma ogni donna domanderà alla sua vicina e alla sua coinquilina degli oggetti d’argento, degli oggetti d’oro e dei vestiti. Voi li metterete addosso ai vostri figli e alle vostre figlie, e così spoglierete gli Egiziani».

1) La Rivelazione del Dio d’Israele

Il brano che consideriamo oggi è importantissimo per quanto riguarda la giusta comprensione di Dio, e così si è dimostrato lungo la storia. È qui in questo capitolo che, nel deserto e tramite una voce che parla in mezzo a un pruno ardente, Dio rivela il suo nome proprio. Questo nome, ritenuto impronunciabile dagli ebrei, è tradotto nelle nostre Bibbie dal termine SIGNORE, tutto maiuscolo. Questo nome è stato lo stimolo di innumerevoli studi e riflessioni, nonché congetture, speculazioni e fantasticherie sull’essere di Dio. Il nostro compito oggi non è di ripercorrere tutte queste idee e le filosofie derivanti da esse, ma (come sempre quando abbiamo a che fare con la Bibbia) di attenerci strettamente al testo biblico perché è esso che dà testimonianza autorevole della rivelazione di Dio attraverso questo nome.

A) Il contesto di Esodo 3

La prima cosa che notiamo è, contrario a qualsiasi discussione meramente teorica o filosofica, Dio si rivela per nome in un certo contesto, in un determinato luogo e in una specifica situazione. Qui Dio si rivolge a Mosè per chiamarlo come suo servo e mandarlo in Egitto come suo strumento di liberazione. Sappiamo che in questo momento storico, il popolo d’Israele è in schiavitù in Egitto. L’inizio del libro di Esodo spiega così:

1:6 Giuseppe morì, come morirono pure tutti i suoi fratelli e tutta quella generazione. I figli d’Israele furono fecondi, si moltiplicarono abbondantemente, divennero numerosi, molto potenti, e il paese ne fu ripieno.

Sorse sopra l’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe. Egli disse al suo popolo: «Ecco, il popolo dei figli d’Israele è più numeroso e più potente di noi. 10 Usiamo prudenza con esso, affinché non si moltiplichi e, in caso di guerra, non si unisca ai nostri nemici per combattere contro di noi e poi andarsene dal paese». 11 Stabilirono dunque sopra Israele dei sorveglianti ai lavori, per opprimerlo con le loro angherie. Israele costruì al faraone le città che servivano da magazzini, Pitom e Ramses.

12 Ma quanto più lo opprimevano, tanto più il popolo si moltiplicava e si estendeva; e gli Egiziani nutrirono avversione per i figli d’Israele. 13 Così essi obbligarono i figli d’Israele a lavorare duramente. 14 Amareggiarono la loro vita con una rigida schiavitù, adoperandoli nei lavori d’argilla e di mattoni e in ogni sorta di lavori nei campi. Imponevano loro tutti questi lavori con asprezza.

Nonostante l’ordine successivo del faraone di mettere a morte tutti i maschi nati agli ebrei, uno dei bambini ebraici, Mosè, viene salvato e cresce proprio nella casa del faraone finché non deve scappare dopo aver ucciso un egiziano che picchiava uno dei suoi fratelli. Si rifugia nel deserto dove rimane per quarant’anni, ed è lì che Dio lo incontra in Esodo 3, manifestandosi a lui e chiamandolo come strumento di liberazione d’Israele. Dio s’identifica come “il Dio di tuo padre, il Dio di Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe” (v.6), una frase che richiama non solo i patriarchi d’Israele ma anche le promesse fatte loro, promesse che diventano in questo contesto la ragione per cui Dio intende ora intervenire per porre fine alle afflizioni dei discendenti dei patriarchi, e adempiere il suo giuramento di benedirli e dargli “un paese buono e spazioso, in un paese nel quale scorre il latte e il miele” (v.8). Questo è affermato esplicitamente alla fine del capitolo 2 dove leggiamo:

23 Durante quel tempo, che fu lungo, il re d’Egitto morì. I figli d’Israele gemevano a causa della schiavitù e alzavano delle grida; e le grida che la schiavitù strappava loro salirono a Dio. 24 Dio udì i loro gemiti. Dio si ricordò del suo patto con Abraamo, con Isacco e con Giacobbe. 25 Dio vide i figli d’Israele e ne ebbe compassione.

B) La vocazione di Mosè

In Esodo 3, scopriamo che Dio ha scelto Mosè come suo strumento per compiere tutto ciò, e quando poi gli si manifesta nel deserto gli comanda: “ Or dunque va’; io ti mando dal faraone perché tu faccia uscire dall’Egitto il mio popolo, i figli d’Israele” (3:10). Mosè, da parte sua, è molto insicuro ed esita di accettare la sua vocazione, chiedendo a Dio “Chi sono io per andare dal faraone e far uscire dall’Egitto i figli d’Israele?” Il Signore risponde rassicurandolo che “io sarò con te” (v.12), garantendo che non sarà Mosè a farlo ma la potenza di Dio operando per mezzo di lui.

Mosè continua ponendo ancora un’altra domanda che, a questo punto nel dialogo, ha molto senso: “Ecco, quando sarò andato dai figli d’Israele e avrò detto loro: ‘Il Dio dei vostri padri mi ha mandato da voi’, se essi dicono: ‘Qual è il suo nome?’ che cosa risponderò loro?” (v.13). Questa domanda ha senso perché la promessa di Dio: “io sarò con te” è convincente solo nella misura in cui questo Dio è conosciuto. Mosè potrebbe pensare: “Va bene, il Dio d’Israele sarà con me, ma come posso sapere che egli sarà in grado di mantenere le sue promesse, che sarà capace di vincere la grandezza d’Egitto e il potere dei loro dèi? Se non lo è, e io torno in Egitto, mi ammazzeranno! Tantomeno riuscirò a convincere gli ebrei a fidarsi di lui!” Come sempre, ci si fida del Signore solo in quanto si conosce il Signore. È quindi a questo scopo — per farsi conoscere — che Dio risponde con le sue famose parole:

14 Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono». Poi disse: «Dirai così ai figli d’Israele: “L’io sono mi ha mandato da voi”». 15 Dio disse ancora a Mosè: «Dirai così ai figli d’Israele: “Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe mi ha mandato da voi”. Tale è il mio nome in eterno; così sarò invocato di generazione in generazione.

Approfondiamole adesso.

2) L’Io Sono 

Innanzitutto, ci aiuterà sapere qualcosa sulla lingua originale nella quale il libro di Esodo fu redatto, ovvero l’ebraico. Quello che non è immediatamente evidente a noi (a causa della traduzione italiana che stiamo leggendo) lo diventerà se siamo in grado di vederlo nell’ebraico. Possiamo vederlo facilmente, senza diventare esperti della lingua ebraica, se ne sappiamo un paio di caratteristiche importanti.

In primo luogo, le parole in ebraico derivano da una radice di tre lettere (specificamente tre consonanti) che portano il significato fondamentale. A queste tre lettere, poi, si aggiungono vocali, prefissi e suffissi per formare le diverse parti del discorso come verbi, sostantivi, aggettivi e avverbi. Per esempio, le seguenti tre lettere hanno il significato “essere”:

היה

Questa è la radice della dichiarazione di Dio in Esodo 3:14:

אהיה – אשר – אהיה

Io sono – colui che – Io sono

E quando Dio dice a Mosè: “Dirai così ai figli d’Israele: ‘L’Io Sono mi ha mandato da voi'”, la parola tradotta “Io sono” è in ebraico:

אהיה

Guardando la forma dei caratteri, non è difficile vedere che questa parola, un verbo, deriva dalla radice…

היה

…con l’aggiunta di un prefisso. Poi, quando nel v.15 Dio rivela il suo nome proprio, tradotto da “SIGNORE” tutto maiuscolo, la parola ebraica è:

יהוה

…a volte traslitterata così: YHWH.

Nonostante le differenze, si vede facilmente la somiglianza tra la parola “SIGNORE” e la sua radice “essere” in ebraico, una somiglianza che in traduzione resta impercettibile. Il punto è questo: ogni volta che il nome “SIGNORE” si ripete nelle Scritture, la sua forma grafica si ricorda sempre il collegamento con questo capitolo in Esodo, e in particolare con la dichiarazione di Dio: “Io sono colui che sono”. Per chi non legge il testo ebraico, è facile dimenticare questo collegamento, ma ai lettori ebraici esso rimane sempre palese.

Ma che cosa significa questa frase? Questo ci porta alla seconda caratteristica della lingua ebraica che dobbiamo sapere: il verbo “essere” (che abbiamo appena visto sopra) non ha una coniugazione al presente. In altre parole, la frase “io sono” (come appare nella traduzione di Esodo 3:14) non esiste in ebraico come tale. Mentre in italiano una comune domanda e risposta può essere: “Dove sei tu? Io sono a casa”, in ebraico si direbbe invece: “Dove tu? Io a casa”, perché “sei” e “sono” non esistono.

Questo crea ovviamente una difficoltà per comprendere Esodo 3:14. Se “io sono” non esiste in ebraico, che cosa dice realmente? È importante sapere che l’ebraico ha solo due tempi verbali: il perfetto e l’imperfetto. Il perfetto rappresenta un’azione o una condizione già compiuta, che non continua, e perciò viene di solito tradotto col tempo passato. Per esempio, Genesi 1:1 dice: “Nel principio Dio creò i cieli e la terra”. Il verbo tradotto “creò” è in ebraico coniugato al perfetto, perché la creazione dei cieli e la terra è un’azione che Dio ha finito di fare. Per questo, ha senso tradurlo col tempo passato: “creò”. L’imperfetto, invece, rappresenta un’azione o una condizione non compiuta, che si svolge ancora. Da non confondere con l’imperfetto italiano, l’imperfetto ebraico differisce in quanto comprende il presente, e soprattutto, il futuro. Per questo motivo, le traduzioni della Bibbia rendono in generale i verbi ebraici imperfetti appunto con il tempo futuro, come nel Salmo 9:1:

Io celebrerò il Signore con tutto il mio cuore, narrerò tutte le tue meraviglie.

Scopriamo l’importanza di questo discorso quando in Esodo 3:14 notiamo che il verbo “essere” è coniugato all’imperfetto:

אהיה

Questo significa che, come molto studiosi sostengono, Esodo 3:14 dovrebbe tradursi non: “Io sono colui che sono” ma: “Io sarò colui che sarò“. Forse sembra un cambiamento di poco conto, ma non lo è. Se lo parafrasiamo in un modo che tenta di rendere anche il dinamismo dell’ebraico (perché “essere” in ebraico ha una sfumatura più attiva del nostro verbo), possiamo tradurlo così: “Io sarò colui che mi dimostrerò di essere” oppure “colui che farò conoscere“. Se riflettiamo bene su questo, ci accorgeremo di essere lontani anni luce da “Io sono colui che sono”. Quest’ultimo tratta di un dio astratto e statico, che è, che esiste, e basta. È uno cerchio chiuso. Non ci dice nulla di chi è (in modo che possiamo conoscerlo personalmente e così fidarci di lui) ma soltanto che egli è, il mero fatto della sua esistenza. Se, quando chiedo a mio figlio “Perché ti piace questa canzone”, lui mi risponde: “mi piace perché mi piace”, questo non mi dice nulla di più. Sapevo già che gli piaceva. La risposta non è una spiegazione che mi aiuta a capire. È un cerchio chiuso.

Il secondo modo per intendere questa frase, invece, è attivo, vivace e rivelatore: “Io sono colui che mi dimostrerò di essere”. Questo implica azione da parte di Dio, comunicazione, relazione, e sempre più rivelazione di chi è. Dio non è solo l’essere divino che è, ma è colui che si rivela, e che si rivelerà ancora, sempre con l’intenzione di farsi conoscere affinché noi possiamo entrare in comunione con lui e fidarci di lui sempre di più. Questo è un invito a noi da parte di Dio di tenere gli occhi aperti per vedere come lui sta per rivelarsi.

Questo è perché, subito dopo che Dio fa conoscere a Mosè il suo nome, promette nel v.16:

Io vi farò uscire dall’Egitto, dove siete maltrattati, verso il paese dei Cananei, degli Ittiti, degli Amorei, dei Ferezei, degli Ivvei e dei Gebusei, in un paese nel quale scorre il latte e il miele.

Alla domanda di Mosè, Dio risponde in effetti: “Vuoi sapere chi sono? Ti farò vedere chi sono quando libererò il mio popolo dall’Egitto!” Questo è anche perché, dopo l’esodo, Dio si manifesta sul monte Sinai all’intero popolo d’Israele dicendo:

Io sono il Signore, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla casa di schiavitù. (Esodo 20:1)

Dopo l’esodo, Dio non si fa chiamare più solo “il SIGNORE Dio di Abraamo, di Isacco e di Giacobbe” ma anche “Dio che ha fatto uscire Israele dall’Egitto”! In altre parole, Dio non è il dio che semplicemente esiste. Dio è il Dio che si fa conoscere nell’esaudire le suppliche del suo popolo e nel salvarlo dalla schiavitù. Si conosce l’essere di Dio solo nell’operare di Dio.

3) Il Dio di Gesù Cristo

Come possiamo descrivere dunque il Dio che veniamo a conoscere nei termini “Io sarò colui che mi dimostrerò di essere”, e poi nel nome proprio, YHWH (SIGNORE), che ricorda sempre questa frase? Cerchiamo di riassumere i punti salienti.

A) Solo Dio fa conoscere Dio

Se badiamo bene alla frase “Io sarò colui che mi dimostrerò di essere”, il suo significato diventa subito chiaro: “Non potete voi venirmi a conoscere se io non mi faccio conoscere a voi.” “Io sarò colui che mi dimostrerò di essere” vuol dire “Io sono solo colui che io faccio conoscere a voi, cioè non colui che voi pensate che io sia”. Vale a dire: noi come esseri umani non siamo in grado di conoscere Dio tramite i nostri tentativi di conoscerlo. Si radunino tutte le menti più intelligenti e brillanti del mondo e della storia, tutti i filosofi e scienziati e pensatori e studiosi ed esperti, e combinando tutti i loro poteri mentali, non saranno comunque capaci di conoscere Dio neanche nel più minimo dettaglio. “Io sarò colui che mi dimostrerò di essere” è un giudizio contro ogni idea e ogni concezione di Dio che proviene non da Dio ma dall’uomo. Significa che per conoscere Dio veramente, dobbiamo prima rinunciare a tutto quello che di testa nostra pensiamo o crediamo di lui.

Per Mosè e gli ebrei in Egitto, questo era necessario perché le loro idee della divinità erano condizionate dalla mitologia egiziana. È altrettanto necessario per noi oggi, perché le nostre idee di Dio sono condizionate da tanti fattori come il materialismo, il secolarismo e la filosofia occidentale. Ma nonostante i particolari, le idee sul “divino” che hanno tutti gli esseri umani di qualsiasi luogo e di qualsiasi tempo sono condizionate dal peccato a causa del quale, secondo Romani 1, essi “soffocano la verità con l’ingiustizia” e “hanno mutato la gloria del Dio incorruttibile in immagini simili a quelle dell’uomo corruttibile” (vv.18, 23). Detto diversamente, quando l’uomo dice di conoscere “Dio”, non è in realtà Dio che conosce ma il suo opposto: conosce solo è un anti-dio, un’immagine che nella sua mente ha fatto nella sua propria somiglianza.

Ecco perché fallisce ogni obbiezione contro la fede biblica che si basa sul pensiero umano. “Se Dio esistesse, allora farebbe così”. “Se Dio ci amasse veramente, allora non farebbe così”. Quante volte la gente dice di non poter credere in Dio o in Gesù o nella Bibbia per qualche idea o ragione che proviene dalla loro testa! Tutto questo è diametralmente opposto al principio che solo Dio fa conoscere Dio. Di fronte a lui, non possiamo fare altro che tacere e ascoltare, confessando soltanto insieme a Giobbe: “Ecco, io sono troppo meschino; che ti potrei rispondere? Io mi metto la mano sulla bocca” (Giobbe 40:4).

A sostegno di questo principio è il pruno ardente. Un pruno “tutto in fiamme” ma che “non si consuma” non è uno spettacolo comune; anzi è proprio contro natura! È per questo motivo che Mosè s’incuriosisce e si avvicina per vedere: “Ora voglio andare da quella parte e vedere questa grande visione e come mai il pruno non si consuma!” (v.3). Se fosse stato un pruno normale, se fosse stato un fuoco qualsiasi, Mosè non ci avrebbe fatto caso. Ma è proprio lì, davanti al miracolo del pruno ardente, che Mosè si trova nella presenza del Signore. Solo così si viene a conoscere il Signore: non per vie naturali — contemplando il cosmo, filosofeggiando sulla natura della divinità, ragionando in base a ciò che si ritiene di aver senso — no. Si conosce il Signore solo per mezzo del miracolo della rivelazione, quando Dio fa irruzione in mezzo alle nostre vie naturali, quando Dio fa guerra contro tutte le nostre idee di lui e le distrugge, lasciando solo quello che lui ha da dire di se stesso nella sua parola.

B) Dio si fa conoscere solo in relazione al suo popolo

Il secondo punto importante è questo: Dio si fa conoscere solo in relazione al suo popolo. Questo è davvero sbalorditivo e stupendo. Quando Dio si presenta a Mosè, dice così: “Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe” (v.6). Dice di nuovo la stessa cosa legata alla rivelazione del suo nome nel v.15: “Dirai così ai figli d’Israele: ‘Il SIGNORE, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe mi ha mandato da voi'”. E dopo l’esodo, egli sarà “il SIGNORE, il Dio degli ebrei” (v.18).

Che meraviglia! Il SIGNORE, il Dio che è colui che sarà e che non ha bisogno di niente e di nessuno, si degna di far partecipare Abraamo, Isacco, Giacobbe e l’intero popolo d’Israele nella sua propria identità! Lui non è solo “il SIGNORE Dio”, ma “il SIGNORE Dio dei vostri padri…” Ecco perché il nome di Dio SIGNORE è indivisibilmente legato al giuramento con il quale si vincola al suo popolo: egli è certamente Dio senza di noi, ma nel suo grande amore ha deciso di non esserlo! Questo è una parte di quel “mi dimostrerò di essere”: nel coinvolgere il suo popolo nella sua identità, Dio si fa conoscere come il Dio di grazia infinita e amore incondizionato, che dà se stesso in pegno come garanzia delle sue promesse nei nostri confronti. Il nome SIGNORE rivela il Dio che cambia il suo nome, che inserisce il nome del suo popolo nella sua “cartà d’identità”, per far vedere quanto è grande il suo amore verso di esso e quanto è inscindibile la loro relazione. Il nome SIGNORE rivela il Dio che non vuole essere conosciuto solo come “Dio” e basta; vuole essere conosciuto come “Dio di Abraamo, di Isacco, di Giacobbe, di Mosè e degli ebrei”. Insomma, il nome SIGNORE non è un cerchio chiuso (Io sono colui che sono), ma l’identità del Dio che ama il suo popolo così tanto che vuole farsi conoscere solo in relazione con esso. Che privilegio diventare partecipi del nome di Dio!

C) Dio si fa conoscere pienamente in Gesù Cristo

Per il terzo e ultimo punto, torniamo alla nostra precedente osservazione che quando Dio dice: “Io sono colui che mi dimostrerò di essere”, questo anticipava come si sarebbe fatto conoscere liberando Israele dall’Egitto. Il SIGNORE, il nome di Dio, non è, come Esodo 3, un capitolo chiuso a cui non c’è niente da aggiungere. Il nome del SIGNORE significa che c’è molto ancora da vedere, che la piena rivelazione di Dio deve ancora arrivare.

Quando proseguiamo nella Bibbia, scopriamo che il Dio che si fa conoscere in relazione all’umanità: prima il Dio di Abraamo, di Isacco e di Giacobbe, e poi il Dio che liberò Israele dall’Egitto, poi si manifesta pienamente come il Dio di Gesù Cristo. Questo è l’obbiettivo, questa è la meta verso la quale la storia di Esodo ci porta. È in Gesù Cristo che finalmente vediamo pienamente chi è il SIGNORE, colui che si dimostra di essere. Solo Gesù può dire, come in Giovanni 14:9, “Chi ha visto me, ha visto il Padre”. Vedere Gesù, infatti, significa vedere Dio per tutto quello che è. Quando vediamo Gesù, non dobbiamo aver paura che nascosto dietro a lui c’è un altro dio, o una parte di Dio, che ci rimane inaccessibile e inconoscibile.

Così dice Giovanni 1:14:

E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre.

Contemplando la gloria di Gesù, la Parola di Dio, contempliamo la gloria di Dio stesso. Non un’ombra della gloria di Dio, né la gloria di un altro dio. Nel volto di Gesù noi contempliamo la gloria, e tutta la gloria di Dio il SIGNORE. Questo è perché nel Nuovo Testamento, Dio è più spesso identificato così: “Dio Padre del Signore Gesù Cristo”. La piena rivelazione di Dio.

Inoltre, bisogna aggiungere che Gesù è la perfetta rivelazione di Dio a noi solo perché egli è sia pienamente Dio sia pienamente uomo. Se non fosse pienamente Dio, non potrebbe farci conoscere tutta la gloria di Dio, perché come dice Giovanni 1:18:

Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere.

Ricordiamoci: solo Dio è in grado di far conoscere Dio. Ma dall’altra parte, se Gesù non fosse pienamente uomo, non potrebbe far conoscere Dio in un modo a noi umani comprensibile. Ecco perché la Parola di Dio, essendo egli stesso “l’unigenito Dio … nel seno del Padre”, “è diventata carne”: per poter abitare fra di noi e farci contemplare “la sua gloria … come di unigenito dal Padre”.

In vista di tutto questo, quanto di più dovremmo amare il SIGNORE che si è degnato di farsi conoscere in Cristo, facendoci diventare partecipi della sua identità! Quando di più dovremmo fidarci di lui, sapendo che in Cristo Dio ci ama con un amore incondizionato, che elargisce su di noi grazia su grazia su grazia dalla sua fonte infinita, e che non permetterà a nulla, nemmeno al male o al maligno o alla morte, di impedire il compimento di ogni sua promessa a nostro favore. Poiché in Cristo anche i nostri nomi sono inclusi nel nome di Dio (non solo il Dio di Abraamo, di Isacco e di Giacobbe ma anche, in Cristo il Dio di ognuno di noi!), Dio non può essere infedele a noi senza essere infedele a se stesso, tanto è forte e stretto il vincolo che ha stabilito.

Amen!

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