Osea 1-2: Il dono della delusione

1) Il profeta e la prostituta (Osea 1:1-2:1)

1:1 Parola del Signore rivolta a Osea, figlio di Beeri, al tempo di Uzzia, di Iotam, di Acaz, di Ezechia, re di Giuda, e al tempo di Geroboamo, figlio di Ioas, re d’Israele.

Il Signore cominciò a parlare a Osea e gli disse: «Va’, prenditi in moglie una prostituta e genera figli di prostituzione, perché il paese si prostituisce, abbandonando il Signore». Egli andò e prese Gomer, figlia di Diblaim; lei concepì e gli partorì un figlio. Il Signore gli disse: «Chiamalo Izreel, perché tra poco io punirò la casa di Ieu per il sangue versato a Izreel, e porrò fine al regno della casa d’Israele. Quel giorno avverrà che io spezzerò l’arco d’Israele nella valle di Izreel». Lei concepì di nuovo e partorì una figlia. Il Signore disse a Osea: «Chiamala Lo-Ruama, perché io non avrò più compassione della casa d’Israele in modo da perdonarla. Ma avrò compassione della casa di Giuda; li salverò mediante il Signore, il loro Dio. Non li salverò con l’arco, né con la spada, né con la guerra, né con cavalli, né con cavalieri». Quando lei ebbe divezzato Lo-Ruama, concepì e partorì un figlio. Il Signore disse a Osea: «Chiamalo Lo-Ammi, perché voi non siete mio popolo e io non sarò per voi.

10 «Tuttavia, il numero dei figli d’Israele sarà come la sabbia del mare, che non si può misurare né contare. Avverrà che invece di dir loro, come si diceva: “Voi non siete mio popolo”, sarà loro detto: “Siete figli del Dio vivente”. 11 I figli di Giuda e i figli d’Israele si raduneranno, si daranno un unico capo e marceranno fuori dal paese; perché sarà grande il giorno di Izreel. 2:1 «Dite ai vostri fratelli: “Ammi!” e alle vostre sorelle: “Ruama!”

Il profeta Osea, il primo dei cosiddetti “profeti minori”, è attivo nello stesso periodo di Isaia, la seconda metà del ottavo secolo a.C. Però, mentre Isaia profetizza principalmente nel regno di Giuda, al sud, Osea svolge il suo ministero nel regno d’Israele, al nord. Tra tutti i profeti, ciò che rende Osea particolarmente indimenticabile è il suo matrimonio con una prostituta chiamata Gomer. Forse più scioccante ancora è il fatto che sia stato Dio a ordinargli di sposarla! Ma il motivo diventa subito chiaro nel v.2:

Va’, prenditi in moglie una prostituta e genera figli di prostituzione, perché il paese si prostituisce, abbandonando il Signore.

Come tutti i profeti dell’epoca, Osea non deve solo annunciare il messaggio affidatogli dal Signore, ma deve anche diventare una parabola vivente di esso. Questo messaggio, che esamineremo in più dettaglio nel secondo capitolo, consiste fondamentalmente nella condanna della “prostituzione” spirituale d’Israele che aveva abbandonato il Signore per altri “amanti”, cioè gli dèi falsi e gli idoli delle nazioni circostanti.

Secondo il comandamento di Dio, Osea deve illustrare il suo messaggio non solo sposando una prostituta ma generando anche “figli di prostituzione”. Così nascono tre figli a cui Osea dà nomi — sempre seguendo l’ordine del Signore — i quali pronunciano la sentenza divina sul popolo. Il primo figlio che nasce si chiama Izreel, un nome che significa “Dio semina” e designa una grande valle particolarmente fertile nel nord d’Israele. Ma, come accennato nei vv.4-5, più che altro è sangue che i re d’Israele hanno seminato in quella valle. Sappiamo infatti dalla storia che la valle d’Izreel è uno dei posti che ha visto più guerre e violenza in tutto il mondo, fino ai nostri giorni. Per il sangue versato, Dio promette di punire la monarchia d’Israele e porre fine al suo regno, e il nome del primo figlio di Osea annuncia proprio questo.

Poi Gomer partorisce una figlia, e il Signore dice a Osea di chiamarla Lo-Ruama, un nome che significa “niente misericordia mostrata”, proprio perché nel giudicare il regno d’Israele non ne avrà compassione in modo da scongiurare la sua rovina totale. Il terzo e l’ultimo figlio che nasce a Osea è chiamato Lo-Ammi, un nome che vuol dire “non il mio popolo”, di nuovo perché Israele sarà trattato non più come il popolo eletto di Dio ma come una delle altre nazioni pagane che infatti Israele ha voluto imitare nell’idolatria.

Così scopriamo come non solo la voce di Osea ma tutta la sua vita diventa la portatrice della parola di Dio. La relazione tra Osea e Gomer monta un piccolo spettacolo che permette a Israele di vedere in forma concreta ed esplicita la sua infedeltà verso Dio, il suo vero Sposo. Poiché Osea è destinato a subire l’angoscia e la gelosia nell’osservare sua moglie vendere il proprio corpo ad altri uomini, così Israele si accorgerà dell’angoscia e della gelosia che Dio prova nei suoi confronti. E i figli nati dall’unione di Osea e Gomer testimoniano la condanna che Dio ha pronunciato sul suo popolo adultero e che presto porterà a compimento.

Tuttavia, come sempre, lo scopo finale di Dio nel giudicare Israele (che avviene nell’anno 722 a.C. durante l’invasione degli assiri) non è la sua distruzione ma la sua redenzione. Questo viene dichiarato alla fine del capitolo 1. Dio dice che i nomi dei figli di Osea cambieranno. Il figlio chiamato “Non il mio popolo” si chiamerà “il mio popolo”, perché Israele sarà di nuovo il popolo di Dio. La figlia chiamata “Niente misercordia mostrata” si chiamerà “misericordia mostrata” perché, dopo averlo giudicato, Dio avrà di nuovo compassione del suo popolo e lo riscatterà.

Ma prima che questa promessa si avveri, Osea deve far sapere a Israele tutto quanto il messaggio che Dio gli ha rivolto. Se nel primo capitolo vediamo come questo messaggio prende forma nella vita di Osea, nel secondo capitolo vediamo come questo messaggio viene predicato nelle parole di Osea, ed è qui che vogliamo concentrarci per il resto di questo studio. Così proseguiamo nella lettura.

2) La prostituzione d’Israele (Osea 2:1-5, 8)

«Contestate vostra madre, contestatela! perché lei non è più mia moglie e io non sono più suo marito! Tolga dalla sua faccia le sue prostituzioni e i suoi adultèri dal suo petto; altrimenti io la spoglierò nuda, la metterò com’era nel giorno che nacque, la renderò simile a un deserto, la ridurrò come una terra arida e la farò morire di sete. Non avrò pietà dei suoi figli, perché sono figli di prostituzione, perché la loro madre si è prostituita; colei che li ha concepiti ha fatto cose vergognose, poiché ha detto: “Seguirò i miei amanti, che mi danno il mio pane, la mia acqua, la mia lana, il mio lino, il mio olio e le mie bevande”…. Lei non si è resa conto che io le davo il grano, il vino, l’olio; io le prodigavo l’argento e l’oro, che essi hanno usato per Baal!

In questi versetti, Dio parla per mezzo di Osea a Israele come a una moglie prostituta e spiega in dettaglio la sua infedeltà. Impariamo qui due cose importanti. Prima, l’altro “amante” per cui Israele ha abbandonato il Signore e con cui si prostituisce è il dio Baal. All’epoca, Baal era una delle divinità più popolari, e questo per due motivi. In primo luogo, Baal era il dio della tempesta, della pioggia, e dunque della fertilità. La società israelita era in gran parte agricola e dipendeva dalla fertilità della terra. La siccità minacciava la sua sopravvivenza. Quindi, non è difficile capire perché gli israeliti erano facilmente indotti ad adottare il culto di Baal. Se si muore senza la pioggia, bisogna onorare il dio che la manda o la trattiene!

Ma c’è un altro motivo che rendeva il culto di Baal molto attraente: la pratica della prostituzione sacra. Per onorare Baal, il dio della fertilità, si andava al santuario locale e ci si accoppiava con le prostitute a lui consacrate. In questo modo, si credeva di poter stimolare Baal a rendere la terra fertile. Chiaramente, il culto di Baal era molto seducente anche per i piaceri carnali che coinvolgeva. Quindi, la metafora della prostituzione usata da Osea per rappresentare il peccato d’Israele non era solo una metafora. Prostituendosi spiritualmente con Baal, Israele si prostituiva letteralmente, commettendo atti sessuali abominevoli. La sua condizione morale rispecchiava la sua condizione spirituale.

Non dovremmo però pensare che la società israelita dell’ottavo secolo a.C. fosse per questo in degrado o rovina. Questa è la seconda cosa che impariamo qui. Se potessimo fare un viaggio nel tempo e visitare il regno d’Israele d’allora, vedremmo una società in genere prospera, ricca e benestante. Come scopriamo nei vv.5 e 8, abbondavano il grano, il vino, l’olio, la lana, il lino, l’argento e l’oro. Da ciò che Dio dice nel v.3 — che avrebbe reso Israele “simile a un deserto … come una terra arida” —possiamo dedurre che la terra era invece fertile e florida. Il fatto è che il Baalismo sembrava funzionare. Da quando gli israeliti avevano cominciato ad adorare Baal come suo dio, hanno goduto di una grande prosperità materiale. I campi producevano tanto grano, le vigne producevano tanto vino, gli olivi producevano tant’olio, e tutto ciò generava grandi guadagni economici per gli abitanti. Perché allora dovevano rinunciare a Baal se lui gli procurava ricchezza e felicità?

Questo merita un momento di riflessione. Servire il Signore è spesso difficile, ma servire Baal è facile. Seguire il Signore richiede rinunciare a noi stessi e portare la croce; seguire Baal promette di soddisfare tutti i nostri desideri con i piaceri del mondo. Il Signore pretende che camminiamo non per visione ma per fede nell’invisible; Baal si presenta ai nostri sensi in forma tangibile e immediata. In altre parole, guardando le apparenze, fidarsi del Signore sembra deludere mentre fidarsi di Baal sembra funzionare. Così si lamenta il salmista nel Salmo 73:3-5:

Poiché invidiavo i prepotenti, vedendo la prosperità dei malvagi. Poiché per loro non vi sono dolori, il loro corpo è sano e ben nutrito. Non sono tribolati come gli altri mortali, né sono colpiti come gli altri uomini.

Ma come il salmista si accorge alla fine del salmo, è solo apparentemente che il Baalismo — come l’idolatria in generale — funziona. È vero che rinunciare alla fede in Dio sembra procurarci dei benefici concreti e immediati. Tante persone che una volta credevano ma dopo decidono di lasciare la fede cristiana testimoniano di stare più sereni e contenti. Non sentono più un senso di colpa; non portano più il peso dell’ubbidienza. Non pensano di dover rendere conto a qualche giudice divino. Si ritengono liberi di vivere le loro vite come vogliono, di fare qualsiasi cosa che li rende felici e di non doversi occupare di come gli altri credono e si comportano. Ma come vediamo qui in Osea, questi “benefici” sono soltanto apparenze ingannevoli. Baal e tutti i nostri idoli sono contenti di farci star bene se stare bene ci allontana dal Signore. Come la trappola prende il topo non con il veleno ma con il formaggio, il peccato ci cattura non con il dolore ma con il piacere. È sempre pericoloso prendere decisioni di fede in base a ciò che ci fa star bene. Baal ci farà sempre star meglio (almeno all’inizio) se cerchiamo lui anziché il Signore. Questo è perché gli israeliti erano indotti a prostituirsi con gli idoli, ed è il motivo perché anche noi facciamo la stessa cosa oggi.

Dio, però, è troppo geloso da permettere che il suo popolo si prostituisca con altri amanti. In quello che segue, troviamo la sua risposta all’infedeltà di sua moglie.

3) La delusione della prostituzione (Osea 2:6-7, 9-13)

Perciò, ecco, io ti sbarrerò la via con delle spine; la circonderò di un muro, così che non troverà più i suoi sentieri. Correrà dietro ai suoi amanti, ma non li raggiungerà; li cercherà, ma non li troverà. Allora dirà: “Tornerò al mio primo marito, perché allora stavo meglio di adesso”….

9 Perciò io riprenderò il mio grano a suo tempo e il mio vino nella sua stagione; le strapperò la mia lana e il mio lino, che servivano a coprire la sua nudità. 10 Ora scoprirò la sua vergogna agli occhi dei suoi amanti, e nessuno la salverà dalla mia mano. 11 Farò cessare tutte le sue gioie, le sue feste, i suoi noviluni, i suoi sabati e tutte le sue solennità. 12 Devasterò le sue vigne e i suoi fichi, di cui diceva: “Sono il compenso che mi hanno dato i miei amanti”. Io li ridurrò in un bosco e li divoreranno gli animali della campagna. 13 La punirò a causa dei giorni dei Baal, quando bruciava loro incenso e, ornata dei suoi pendenti e dei suoi gioielli, seguiva i suoi amanti e dimenticava me», dice il Signore.

Come accennato nel v.3, il Signore promette di frustrare la prostituzione del suo popolo. Sbarrerà la via sulla quale Israele corre dietro ai suoi amanti. Farà in modo che “li cercherà ma non li troverà”. Nei vv.5-6, Israele attribuisce la sua prosperità e felicità a Baal, non rendendosi conto che ogni benedizione viene solo dal Signore. Perciò Dio dichiara che toglierà a Israele il grano e il vino, la lana e il lino, per fargli capire che tutto ciò è suo. Metterà fine alle “gioie” e alle “feste” d’Israele; devasterà le sue “vigne” e i suoi “fichi”, strapperà via i suoi “pendenti” e i suoi “gioielli”. In poche parole, Dio non permetterà più a Israele di trovare soddisfazione in Baal, ma solo delusione.

Ma non inganniamoci. Anche questo è il dono di Dio. Per quanto la soddisfazione, la felicità, e la prosperità siano i grandi doni di Dio, è altrettanto grande il suo dono della delusione. Secondo il v.7, è un dono rimanere delusi dai nostri altri amanti finché non diciamo: Tornerò al mio primo marito, perché allora stavo meglio di adesso”. È un dono, ad esempio, quando si rimane delusi al lavoro perché fallisce un progetto importante. È un dono quando mariti e mogli o fidanzati rimangono delusi perché uno viene ferito dall’amato. È un dono quando i genitori rimangono delusi dai propri figli che fanno scelte sbagliate, o quando i figli rimangono delusi dai genitori che sono assenti, o troppo severi o permissivi. È un dono quando un nuovo giocattolo, o un nuova macchina, o qualsiasi altro nuovo acquisto risulta difettoso. È un dono quando i vecchi sono privati delle loro capacità fisiche e quando i giovani sono privati dei loro sogni e prospettive per il futuro. È un dono quando una pandemia capovolge il mondo intero e mette in crisi tutti i nostri piani, e quando gli sforzi dei politici e dei medici di contrastarla non sono molto efficaci.

Non fraintendetemi. Non sto dicendo che queste cose siano di per sé buone o desiderabili. Il proposito più grande di Dio per noi (come vedremo nei versetti successivi) non è la maledizione ma la benedizione, non la tristezza ma la felicità, non la morte ma la vita. Tuttavia, Osea c’insegna che tutte le cose che ci fanno rimanere delusi sono doni di Dio in quanto ci fanno capire che Baal — in qualunque forma che egli prenda anche oggi — è un dio falso, che le sue promesse sono menzogne, e che correre tra le sue braccia è prostituzione che porta alla distruzione. La delusione è un dono di Dio quando ci fa imparare la lezione dell’Ecclesiaste (1:2, 14): 

Vanità delle vanità, tutto è vanità…. Io ho visto tutto ciò che si fa sotto il sole, ed ecco, tutto è vanità, è un correre dietro al vento.

Il messaggio dell’Ecclesiaste, come quello di Osea 2, può sembrare deprimente, ma in realtà è l’unico modo per trovare la vera gioia. Siamo così inclini ad abbandonare il Signore per altri amanti, le promesse del peccato sono così attraenti, il frutto proibito che ci fa morire ha un gusto così piacevole, che spesso Dio deve farci il dono della delusione prima che siamo capaci e disposti a ricevere il dono della vera soddisfazione che viene solo da lui, un tesoro che nulla, neanche la morte, può mai togliere. Per usare l’immagine di C.S. Lewis, Dio deve farci rimanere delusi dal fango nel quale siamo contenti di giocare per invogliarci ad andare con lui in vacanza al mare.

Sapere che la delusione in questo senso è un dono di Dio dovrebbe aiutarci molto nella vita. Quando le nostre aspettative vengono meno, quando le nostre prospettive per il futuro spariscono, quando i nostri sogni s’infrangono contro la dura realtà della vita, dobbiamo cogliere queste occasioni per rinnovare la nostra speranza unicamente in Dio. Quando “la tignola e la ruggine consumano”, quando “i ladri scassinano e rubano”, dobbiamo ricordarci l’ammonimento di Gesù di non farci “tesori sulla terra” ma “tesori in cielo” (Matteo 6:19-20), di cercare “prima il regno di Dio e la sua giustizia” (Matteo 6:33). Quando noi, stanchi e stufi delle infinite pressioni della quotidianità, ci chiediamo: “Che senso ha tutto questo?”, dobbiamo tornare alla risposta della parola di Dio: il senso che cerchiamo, solo Dio ce lo può dare, e lo avremo solo in quanto rimaniamo in comunione con lui. Come la soddisfazione della vita è il dono di Dio, così è anche la delusione, e dobbiamo accettare tutte e due con gratitudine e fiducia nel proposito di Dio per noi. Ciò che ci permette di accettare la delusione con gratitudine e fiducia è quello che segue nel resto di Osea 2.

4) La gioia del (ri)fidanzamento (Osea 2:14-23)

14 «Perciò, ecco, io l’attirerò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. 15 Di là le darò le sue vigne e la valle di Acor come porta di speranza; là mi risponderà come ai giorni della sua gioventù, come ai giorni che uscì dal paese d’Egitto. 16 Quel giorno avverrà», dice il Signore, «che tu mi chiamerai: “Marito mio!” e non mi chiamerai più: “Mio Baal!” 17 Io toglierò dalla sua bocca i nomi dei Baal, e il loro nome non sarà più pronunciato. 18 Quel giorno io farò per loro un patto con le bestie dei campi, con gli uccelli del cielo e con i rettili del suolo; spezzerò e allontanerò dal paese l’arco, la spada, la guerra, e li farò riposare al sicuro. 19 Io ti fidanzerò a me per l’eternità; ti fidanzerò a me in giustizia e in equità, in benevolenza e in compassioni. 20 Ti fidanzerò a me in fedeltà, e tu conoscerai il Signore. 21 Quel giorno avverrà che io ti risponderò», dice il Signore, «risponderò al cielo, ed esso risponderà alla terra; 22 la terra risponderà al grano, al vino, all’olio, e questi risponderanno a Izreel. 23 Io lo seminerò per me in questa terra, e avrò compassione di Lo-Ruama; e dirò a Lo-Ammi: “Tu sei mio popolo!” ed egli mi risponderà: “Mio Dio!”»

Come accennato prima, il dono della delusione non è eterno ma temporaneo; non è il più grande proposito di Dio per noi ma solo il passo penultimo verso il suo compimento. Come ampiamente dimostrato in questi versetti, Dio intende ritrovare sua moglie prostituta, ripulirla dalle sue impurità, riottenere i suoi affetti, e risposarla in fedeltà e giustizia per sempre. Dio la conduce nel deserto per parlare teneramente al suo cuore, per ricatturare l’amore “della sua gioventù”, quando liberò Israele da schiavitù e fece con esso un patto eterno. E ciò che Dio intende fare, lo compierà infallibilmente. Israele non chiamerà più Baal come “marito”, ma solo il Signore. Quando il Signore gli dirà: “Tu sei il mio popolo,” Israele risponderà: “Mio Dio”.

Questo, secondo Osea, sarà il risultato del dono della delusione che Dio darà al suo popolo, e questo dono non sarà invano. Come nessuna parola di Dio sarà inefficace, così nemmeno lo sarà la delusione che egli pone come limite a ogni piacere, a ogni progetto, a ogni prospettiva che abbiamo in questa vita. Imparate, Osea dice a Israele, che il senso di questa vita consiste proprio nel suo non avere senso, e quando permettete che il non-senso di questa vita vi faccia cercare Dio ad esclusione di ogni altro, sarete in grado di ricevere ogni dono di Dio, persino il dono della delusione, con gratitudine, fiduciosi che alla fine si vedrà che tutto ha avuto veramente un senso.

Ma se gli israeliti avevano motivo per avere fiducia nella promessa di Dio, noi ne abbiamo di più. La promessa di Dio di riscattare e risposare sua moglie prostituta, la vediamo già adempiuta in Gesù Cristo. Gesù è lo Sposo che secondo Efesini 5:25-27:

ha amato la chiesa e ha dato se stesso per lei, per santificarla dopo averla purificata lavandola con l’acqua della parola, per farla comparire davanti a sé, gloriosa, senza macchia, senza ruga o altri simili difetti, ma santa e irreprensibile.

Ma in Cristo non guardiamo solo indietro fidandoci di quello che ha fatto per noi sulla croce, ma anche avanti sperando in quello che farà nel futuro quando tornerà per manifestare il suo regno in tutto il mondo. Come anticipa il canto di Apocalisse 19:7-8:

Rallegriamoci ed esultiamo e diamo a lui la gloria, perché sono giunte le nozze dell’Agnello e la sua sposa si è preparata. Le è stato dato di vestirsi di lino fino, risplendente e puro; poiché il lino fino sono le opere giuste dei santi.

Nel frattempo, mentre aspettiamo la rivelazione di Gesù e il compimento delle promesse di Dio, se il lavoro ci delude, è per farci dipendere più dall’opera di Gesù al nostro posto. Se l’amore dei nostri familiari ci delude, è per farci apprezzare di più l’amore infallibile del nostro Padre celeste. Se il nostro corpo ci delude a causa di qualche debolezza, male o malattia, è per farci sperare di più nella risurrezione di Cristo che è la primizia di tutti quelli che muoiono in lui. Se i nostri tesori sulla terra ci deludono quando si rompono o si perdono, è per ricordarci dell’importanza di farci tesori in cielo. Qualsiasi delusione che sia, è un invito da parte di Dio di fissare il nostro sguardo sempre di più su Gesù, convinti che chiunque crede in lui non sarà mai veramente deluso (Romani 10:11). Amen.

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