Isaia 40:1-11: L’Avvento della consolazione

1) Introduzione a Isaia 40

Consolate, consolate il mio popolo”: così inizia la seconda e magnifica parte del libro profetico di Isaia. Queste parole introduttive ci fanno capire quale sarà il tema principale del resto del libro. Nei primi 39 capitoli, il messaggio del profeta era dominato dall’oscurità: il peccato del popolo d’Israele e Giuda, la condanna di Dio e lo spettro del suo giusto e tremendo giudizio. Come leggiamo nel 8:21-22.

[Questo popolo] andrà peregrinando per il paese, affranto e affamato; quando avrà fame, si irriterà e maledirà il suo re e il suo Dio. Volgerà lo sguardo in alto, lo volgerà verso terra, ed ecco, non vedrà che difficoltà, tenebre e oscurità piena d’angoscia; sarà sospinto in mezzo a fitte tenebre.

Però, a partire dal capitolo 40, il profeta porta un messaggio di grande consolazione: dopo le tenebre risplenderà la luce. Dopo il peccato ci sarà il perdono. Dopo l’angoscia ci sarà la gioia. Dopo il giudizio ci sarà la salvezza. Per questo motivo, la seconda parte d’Isaia è una porzione delle Scritture particolarmente adatta alla stagione dell’Avvento, come lo è anche a qualsiasi periodo di grande difficoltà, sofferenza, o paura, quando abbiamo bisogno di essere ricordati che dopo la notte spunterà l’alba.

Come Isaia, i profeti erano persone veramente strane. Abbiamo visto in studi precedenti che mentre tutti gli altri dicevano “luce!” i profeti dicevano “tenebre!”. Ma quando gli altri cominciavano a dire “tenebre!”, i profeti cominciavano a dire “luce!”. Le parole dei profeti erano quasi sempre in contraddizione con l’andazzo della società in cui vivevano. Ma non perché erano semplici negazionisti; non avevano nessun programma o scopo personale. Erano chiamati solo ad annunciare la parola di Dio al popolo, ed è perché la parola di Dio è quasi sempre in contraddizione con l’andazzo del mondo che lo era anche la parola dei profeti.

Adesso bisogna ambientare Isaia 40 nel suo contesto storico. Il suo messaggio è rivolto a un popolo che ha perso letteralmente tutto. Dopo l’ultima invasione babilonese nel 587 a.C., il regno di Giuda e la città di Gerusalemme sono rimasti in rovina. È stata una catastrofe a ogni livello: nazionale e personale, politico e religioso. I babilonesi hanno ucciso il re, distrutto il tempio, massacrato una gran parte della popolazione, e deportato quasi tutti gli altri in Babilonia. Solo un piccolissimo residuo dei più miseri rimane in Giuda con poche prospettive di poter sopravvivere. È un momento in cui non ci si può consolare dicendo: “non è la fine del mondo”, perché per loro era praticamente ciò! Geremia (4:23), infatti, descrive la distruzione di Giuda come la de-creazione del cosmo. Non è possibile dunque esagerare quanto è stato disastroso questo evento per il popolo di Giuda.

Ma proprio in mezzo all’angoscia arriva il messaggio del profeta Isaia: “consolate, consolate il mio popolo”. È quasi incredibile che in tali condizioni si possa trovare la consolazione, eppure è proprio questa che Dio vuole che sia annunciata al suo popolo. E se, dopo tutta questa sofferenza, era possibile ai superstiti esiliati essere consolati e, come dice nel v.31, acquistare nuove forze e alzarsi a volo come aquile, così è possibile anche a noi nonostante ogni nostra ansia o afflizione. Rinnovare la speranza che il Signore farà risplendere la luce in mezzo alle tenebre più fitte è il tema della seconda parte di Isaia, come lo è anche della stagione dell’Avvento.

Detto ciò, andiamo ora a leggere i primi 11 versetti di Isaia 40. Questa poesia si suddivide nettamente in quattro strofe che esamineremo una per una.

2) La possibilità della consolazione (40:1-2)

40:1 «Consolate, consolate il mio popolo», dice il vostro Dio. «Parlate al cuore di Gerusalemme e proclamatele che il tempo della sua schiavitù è compiuto; che il debito della sua iniquità è pagato, che essa ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati».

“Consolate…”, “parlate…”, “proclamate…”. A chi sono rivolti questi imperativi? Non lo sappiamo di preciso perché non viene specificato, come non verrà specificato neanche di chi sono le voci che gridano nei versetti successivi. L’effetto di quest’ambiguità è che viene sottolineata la provenienza divina del messaggio anziché il messaggero che lo porta. Questo è importante, perché talmente è inconcepibile a volte la possibilità di essere consolati che appare come un’impossibilità totale. Come il popolo di Giuda, le nostre sofferenze possono aggravarsi al punto tale da rendere inefficace qualsiasi rimedio. Possiamo diventare così acutamente consapevoli della nostra peccaminosità e della nostra colpevolezza davanti a Dio che il perdono sembra impensabile.

In tali momenti, l’unica cosa che conta è sapere che è Dio che dice “consolate il mio popolo”, che è Dio che dichiara la fine della nostra schiavitù, che è Dio che pronuncia la remissione dei debiti e il perdono dei nostri peccati. A dire il vero, non è solo in tali momenti che abbiamo bisogno di sapere che Dio, e soltanto Dio, è la fonte di ogni consolazione. È solo che di solito persistiamo nel cercare la consolazione altrove finché non ci viene tolto ogni altro possibile aiuto o appoggio. La realtà — vivamente illustrata dall’esilio dei giudei in Babilonia — è che la nostra condizione è così misera, il nostro peccato è così grave, e la nostra separazione da Dio è così abissale, che la possibilità di essere risanati, perdonati e riconciliati sta solo in un miracolo di grazia. Così impenetrabili sono le nostre tenebre che può squarciarle solo un nuovo atto di creazione da parte del Dio che nel principio chiamò all’esistenza la luce dal nulla.

La consolazione che Dio promette al popolo non è quindi un artificioso e banale “andrà tutto bene”, come si sente spesso in questo periodo di pandemia. No, la consolazione che Dio promette è, umanamente parlando, un’impossibilità. È una consolazione che si può avere anche in esilio, anche alla fine del mondo, perché non dipende dalle circostanze in cui ci si trova. Ma per questo non dipende — non può dipendere — da forze o capacità umane; può essere solo un miracolo della grazia di Dio. È un miracolo perché solo l’onnipotenza di Dio può compierlo, ed è un miracolo della grazia perché Dio non è obbligato a nessuno di compierlo. È una novità assoluta che solo Dio può creare in mezzo a tutte le vanità che girano sotto il sole. Questa consolazione — l’unica consolazione in grado di fasciare ogni ferita, di cancellare ogni rimpianto, di redimere ogni male — non possiamo realizzarla. Possiamo solo riceverla. Il dono di questa consolazione è esattamente ciò che Dio qui promette al suo popolo, e come riceverlo è il tema dei versetti successivi.

3) La preparazione alla consolazione (40:3-5)

La voce di uno grida: «Preparate nel deserto la via del Signore, appianate nei luoghi aridi una strada per il nostro Dio! Ogni valle sia colmata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; i luoghi scoscesi siano livellati, i luoghi accidentati diventino pianeggianti. Allora la gloria del Signore sarà rivelata e tutti, allo stesso tempo, la vedranno; perché la bocca del Signore l’ha detto».

La seconda strofa della poesia riporta l’annuncio della voce solitaria che grida: “preparate la via del Signore!” In altre parole: non potete realizzare la consolazione, ma potete (in realtà dovete!) prepararvi a riceverla. Questa preparazione consiste nell'”appianare” una via per il Signore “nel deserto”. Qui il riferimento è al deserto che si trova a est del territorio di Giuda. Questo è il deserto attraversato da Israele dopo l’esodo per prendere possesso della terra promessa, ed è lo stesso dove Giovanni il battista, non senza motivo, predicherà il suo messaggio di ravvedimento. È un deserto non sabbioso ma roccioso, pieno di “valli”, “monti” e “colli”, di “luoghi scoscesi” e “accidentati”, esattamente come descritto qui dal profeta. Oggi esiste una strada che va da Gerusalemme e che rende il transito attraverso il deserto abbastanza facile, ma all’epoca no. Il deserto era di percorribilità difficile, tanto difficile infatti che i babilonesi, pur provenendo da quella direzione, dovevano comunque aggirarlo, facendo una lunga deviazione e scendendo verso Giuda dal nord.

I superstiti della deportazione sono dunque chiamati a “preparare la via del Signore”. Ma come possono farlo, se è necessario che il deserto, che ha impedito il passaggio del grande e imponente esercito babilonese, sia prima appianato? Come può il debole residuo di Giuda colmare ogni valle e abbassare ogni monte? Come possiamo farlo noi? Chiaramente il linguaggio qui è simbolico, pur avendo un riferimento concreto alla geografia d’Israele. Le valli e i monti, i luoghi scoscesi e accidentati rappresentano tutto quello che c’è di sbagliato, di storto, di malato e di ingiusto nel mondo e nelle nostre vite. Chi è in grado di mettere a posto tutto ciò? Quale persona, o quale società in tutta la storia è mai riuscita a realizzare la perfezione sulla terra? Gli ostacoli sono troppo formidabili, il territorio è troppo selvaggio, i nostri dolori e i nostri peccati sono troppo gravi da permetterci di attraversare il deserto e trovare un’oasi della consolazione.

La risposta a questa domanda — che cosa spetta al popolo per preparare la via del Signore — si troverà solo nei versetti seguenti, perché qui il Signore evidenzia ancora che lui, e solo lui, può donarci la consolazione di cui abbiamo bisogno. Notiamo che qui è Dio, e solo Dio, che attraversa il deserto. Solo Dio è capace di colmare ogni valle, di abbassare ogni monte e di livellare i luoghi scoscesi. Solo lui può veramente preparare una via. E tutto questo mira a far sì che Dio e Dio solo sia glorificato, affinché “la gloria del Signore” sia “rivelata e tutti, allo stesso tempo”. Dio è più glorificato laddove finisce ogni possibilità umana, laddove fallisce ogni speranza senza un miracolo di nuova creazione, laddove si esaurisce ogni sorgente di consolazione all’infuori di quella divina. “Allora”, e solo allora, sarà rivelata la gloria di Dio in modo che tutti, che siano credenti o non, la vedranno e confesseranno che solo lui è il Signore.

Ma se torniamo alla domanda: quale preparazione spetta al popolo (e anche a noi!) in vista della venuta del Signore?

4) Il paradosso della consolazione (40:6-8)

Una voce dice: «Grida!» E si risponde: «Che griderò?» «Grida che ogni carne è come l’erba e che tutta la sua grazia è come il fiore del campo.  L’erba si secca, il fiore appassisce quando il soffio del Signore vi passa sopra; certo, il popolo è come l’erba. L’erba si secca, il fiore appassisce, ma la parola del nostro Dio dura per sempre».

La risposta (che troviamo nella terza strofa della poesia) è infatti un paradosso. Qui sentiamo di nuovo una voce che grida un messaggio che sembra tutt’altro che consolante. “Ogni carne è come l’erba” che “si secca”. Tutta la “grazia” dell’umanità (il termine ebraico tradotto “grazia” qui significa fedeltà, bontà, proprio il meglio di cui l’umanità è capace) è solo un “fiore del campo” che “appassisce” quando “il soffio del Signore” vi passa sopra. La parola qui tradotta “soffio” è interessante, perché significa non solo “soffio” ma anche “vento” oppure “spirito”. Di nuovo abbiamo a che fare con un riferimento sia concreto sia simbolico. Probabilmente il profeta si riferisce al vento secco e caldo che, nel mese di maggio, veniva dal deserto di Giuda ed poteva cambiare un paesaggio verde in marrone in solo 48 ore. Questo vento però diventa il simbolo dell’azione dello Spirito di Dio che, come dà la vita, è in grado anche di toglierla. E come il vento orientale poteva seccare tutto in poco tempo, così è l’esistenza dell’umanità nei confronti dell’eterno Dio.

Il fatto che l’immagine dell’erba seccata e del fiore appassito si ripeta più volte ci fa capire quanto è cruciale imparare la lezione: la vita umana è fragile e fugace. È vero che lo sappiamo tutti, ma di solito cerchiamo di dimenticarlo. Viviamo come se non fosse così. Ci occupiamo spesso di cose banali e trascuriamo quelle più importanti.  Diamo più importanza alle nostre opere che alle opere di Dio, a ciò che leggiamo nel giornale che a ciò che leggiamo nella Bibbia. Pianifichiamo giorni, settimane, mesi e anni come se ci fossero garanti, e ci arrabbiamo quando qualche imprevisto capovolge tutto, ricordandoci che tale certezza è solo un’illusione.

Ma lungi dall’essere il nemico della consolazione, questa verità è paradossalmente il suo servo. Dio vuole consolare il suo popolo angosciato, e per farlo gli ricorda che la sua esistenza è fugace come l’erba che si secca e fragile come il fiore che appassisce. Sembra strano? Ancora una volta vediamo la stranezza della parola profetica che annuncia la contraddizione della parola di Dio. Il fatto è che vivere come se la nostra vita non fosse fragile e fugace è frutto della nostra arroganza, del nostro desiderio innato di essere indipendenti da Dio, di elevarci al suo livello, di usurpare il suo trono, e di poter determinare il nostro destino come vogliamo. La parola di Dio ci scandalizza proprio perché distrugge la nostra presunzione di essere Dio e non umani, di essere autonomi come il Creatore e non dipendenti come le sue creature. Ma è proprio questa nostra presunzione che ci allontana da Dio, che ci estrania dalla fonte della nostra vita e così ci fa precipitare nelle tenebre della morte. Quindi, abbattere la presunzione umana di essere altro che erba secca fa parte della consolazione di Dio. Siamo noi il deserto secco e morto; siamo noi le valli da colmare, i monti da abbassare, i luoghi scoscesi da livellare. Solo così, saremo veramente preparati alla venuta del Signore e di ricevere la sua consolazione.

Quindi, in che modo dobbiamo noi prepararci alla venuta del Signore? Esattamente come Giovanni il battista ha predicato nel deserto in base a questa profezia: “ravvedetevi!” Nel contesto di Isaia 40, vediamo che il ravvedimento non è tanto un’opera che facciamo quanto il nostro abbandono all’opera di Dio per noi e in noi. Ravvedersi significa ammettere che solo Dio è Dio, e che noi non lo siamo. Ravvedersi significa aprirci a Dio affinché lui colmi le valli e abbassi i monti che sono dentro di noi. Ravvedersi significa lasciarci consolare da Dio e smettere di cercare la consolazione altrove.

Ma questo ovviamente non è l’unica cosa che la voce grida nella terza strofa. Sapere quanto siamo fragili e fugaci non basta se non ci porta alla conoscenza della fermezza e della forza della parola di Dio che, a differenza dell’erba che si secca e il fiore che appassisce, “dura per sempre”. Qualcuno che sta affogando in un fiume si aggrapperà tenacemente a una roccia e non la mollerà. Così noi, più teniamo presente quanto siamo fragili e fugaci, più ci aggrapperemo all’unica cosa durevole in questo mondo: la parola di Dio.

Gli esuli in Babilonia facevano fatica a mantenere fiducia nella promessa di Dio di poterli consolare. Era più facile immaginare che Dio li avesse dimenticati, o che fosse stato incapace di difenderli dai babilonesi. Se il Signore non li avesse potuto proteggere quando erano a casa, come avrebbe potuto liberarli dopo quando erano in terra straniera sotto il dominio di un popolo ostile? Il messaggio d’Isaia mirava a rinnovare la loro fiducia, ricordandogli che nei confronti della promessa della parola di Dio, ogni altra cosa — compresa la grande potenza di Babilonia — non era che erba secca. Non era che erba secca neanche gli esuli stessi, e dunque non potevano nemmeno loro impedire che Dio adempisse la sua promessa di consolarli. Ecco perché è buona notizia sapere che non siamo che erba secca: niente o nessuno — compresi noi stessi — è in grado di fermare l’adempimento della parola di Dio a nostro favore.

5) Il potere della consolazione (40:9-11)

Tu che porti la buona notizia a Sion, sali sopra un alto monte! Tu che porti la buona notizia a Gerusalemme, alza forte la voce! Alzala, non temere! Di’ alle città di Giuda: «Ecco il vostro Dio!» 10 Ecco, il Signore, Dio, viene con potenza, con il suo braccio egli domina. Ecco, il suo salario è con lui, la sua ricompensa lo precede. 11 Come un pastore, egli pascerà il suo gregge: raccoglierà gli agnelli in braccio, li porterà sul petto, condurrà le pecore che allattano.

Arrivando adesso all’ultima strofa della poesia, vediamo che il messaggio del profeta è definito proprio come “vangelo”, “la buona notizia”. Talmente buona è questa notizia, che va annunciata da sopra un alto monte in modo che il più grande numero di persone possa sentirla. Se ogni carne è solo erba secca mentre la parola di Dio dura per sempre, allora non bisogna temere di “alzare forte la voce” e gridarla a squarciagola! E qual è la buona notizia da annunciare in questo modo? “Ecco il vostro Dio!” Questa è il significato della consolazione promessa nel v.1: la venuta e la presenza di Dio stesso. Non possiamo essere veramente consolati — né ora nelle nostre afflizioni né nel futuro in un mondo ricreato — senza Dio. Dio stesso è la consolazione “che supera ogni intelligenza” e che “custodisce i nostri cuori” (Filippesi 4:7). Dio stesso è il contenuto della buona notizia, ed è questo concetto che viene sviluppato nei due versetti successivi.

Qui il profeta presenta due immagini contrastanti. Nel v.10, vediamo il Signore che “viene con potenza, con il suo braccio” con cui domina e porta “il suo salario” e “la sua ricompensa”. Questa è l’immagine di un guerriero che arriva dopo aver trionfato sui suoi nemici, portando il bottino della vittoria da condividere con suo popolo. Ciò che rende quest’immagine particolarmente forte è che questo guerriero divino viene (se teniamo presente il v.3) dal deserto dopo averlo attraversato. Ricordiamoci che i babilonesi, per invadere il regno di Giuda, non potevano arrivare direttamente dalla Babilonia perché in mezzo c’era un deserto invalicabile. Ma al Signore il deserto non presenta nessuna difficoltà. Il grande potere dell’esercito babilonese non è nulla davanti a lui, e sarà in un attimo da lui devastato.

Ma quest’immagine è giustapposta a un’altra che, mentre sembra discordante, è in realtà complementare. Nel v.11, il guerriero divino è raffigurato “come un pastore” che con tenerezza e affetto “raccoglierà gli agnelli in braccio”, li terrà vicino al suo “petto”, e persino i più piccoli e deboli tra di loro — “le pecore che allattano” — troveranno in lui riposo e sicurezza. Di solito, non si associa la tenerezza al guerriero, né il valore in guerra al pastore, ma Isaia sì, perché sono importanti queste associazioni per capire la consolazione di Dio. Chiaramente esiste una certa tensione: come può un guerriero coperto di sangue mostrare tenerezza, e come può un pastore con un agnello in braccio sconfiggere i più feroci e formidabili nemici?

Questa tensione trova la sua risoluzione in un unico nome: Gesù Cristo. Qui in Isaia 40 troviamo una visione che anticipa quella di Apocalisse 5 quando Giovanni vede Gesù come un leone che è anche un agnello, e un agnello che è anche un leone. Il leone è il predatore; l’agnello è la preda. Il leone è forte; l’agnello è debole. Il leone è invincibile in combattimento; l’agnello è l’animale immolato come sacrificio. E Gesù è entrambi allo stesso tempo. Sulla croce è morto in apparente sconfitta, ma proprio così ha trionfato sui nemici più forti: il male, il maligno e la morte. Poi il terzo giorno è risuscitato con potenza e con braccio alzato per dominare sulle nazioni, ma porta sempre le cicatrici della crocifissione nel suo corpo, segni del suo tenero amore per le sue pecore.

È Gesù il vero adempimento della promessa di Isaia 40. Egli è la nostra vera e sufficiente consolazione in ogni afflizione, perché è colui che è venuto, che viene e che verrà di nuovo come guerriero divino e tenero pastore, come il leone vittorioso e l’agnello immolato. Gesù è la promessa consolazione di Isaia 40, perché è di lui che ora si predica in tutta la terra la buona notizia: “Ecco il vostro Dio!” Gesù è la nostra consolazione perché lui è l’eterna Parola di Dio che si è fatta come erba secca affinché noi, l’erba secca, potessimo ricevere il dono della vita eterna. Gesù è la nostra consolazione perché è lui che ha attraversato quel deserto impossibile per venirci incontro, ed è lui che ha colmato ogni valle e abbassato ogni monte, raddrizzando ogni cosa storta e aggiustando ogni cosa rotta. Gesù è la nostra consolazione, perché è lui che ci ha riscattato dalla schiavitù, che ha pagato il debito della nostra iniquità, e che ha preso su di sé l’infinita separazione di Dio causata dai nostri peccati. Quindi, è nella misura in cui fissiamo lo sguardo su Gesù, in cui ci apriamo alla sua opera di trasformare il deserto delle nostre vite in un giardino come Eden, che riceveremo il dono della sua consolazione, il dono che è lui stesso. In comunione con Gesù mediante la sua parola, troveremo una consolazione per ogni dolore, una speranza per ogni difficolta, e un soccorso per ogni nostro bisogno nel momento opportuno.

Concludiamo con un’esortazione. La stagione dell’Avvento — che inizia oggi e che serve per prepararci alla venuta del Signore promessa in Isaia 40 — è un ottimo periodo per rinnovare il nostro impegno di leggere e meditare quotidianamente le Scritture. L’Avvento fa partire un nuovo anno liturgico, e insieme a quello un nuovo piano di lettura che ci accompagnerà fino al prossimo Avvento. Abbiamo visto oggi che niente è duraturo se non la parola di Dio, e l’unico modo in cui noi, come erba secca, possiamo ricevere la vita eterna è rimanere radicati in questo terreno, come un albero piantato vicino ai ruscelli d’acqua. Nel senso primario, questo ha a che fare con la nostra unione che Gesù Cristo. Ma nel senso secondario (ma non meno importante!), questo significa meditazione sulla parola di Dio scritta, come infatti indica il Salmo 1. Secondo lo stesso Gesù, le Scritture sono necessarie per sostenere la nostra vita quanto il pane (Matteo 4:4). Meditare tutti i giorni sulle Scritture è letteralmente una questione di vita e di morte.

Ecco perché abbiamo creato un piano di lettura che facilita questa meditazione quotidiana in porzioni gestibili. So che a volte è difficile trovare il tempo per farlo, ma in fondo è una questione di priorità. Tutti i giorni troviamo almeno dieci minuti per mangiare il pane fisico; perché allora non possiamo trovare almeno dieci minuti per mangiare il pane spirituale? Se veramente facciamo fatica a trovare un momento di tempo dedicato alla parola di Dio, forse ci conviene saltare un pasto per farlo, tanto è importante! Dico questo non per farvi sentire in colpa, ma per incoraggiarvi a fare ciò che occorre per ricevere la consolazione che Dio vuole darci. Se non meditiamo sulle Scritture ogni giorno, non dobbiamo rimanere sopresi quando sentiamo poco la consolazione e la presenza di Dio con noi. Non ha senso pregare: “dacci il nostro cibo quotidiano” se no lo riceviamo quando Dio ce lo offre! Come tanto enfatizzato in Isaia 40, è nella parola di Dio che incontriamo la sua presenza e riceviamo la sua consolazione, ed è dunque di vitale importanza che la ingeriamo quanto il nostro cibo.

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