Isaia 54.1-10: Esulta, O Sterile!

1) Vivere la redenzione (Isaia 54.1-4)

Negli ultimi studi su Isaia, abbiamo imparato che il messaggio dominante della seconda metà del libro (capitoli 40-66) è la consolazione del popolo di Dio, esiliato per la sua persistente ribellione nei confronti del Signore. Questo messaggio è semplice, ma a persone che hanno sofferto tanto quanto gli ebrei, una tale consolazione sembra del tutto impossibile. Il profeta dunque impiega tutte le sue capacità letterarie per suscitare e rafforzare la fiducia del popolo nel Signore, perché è solo il Signore che può fare l’impossibile. È inutile cercare la consolazione altrove, perché ogni altro è un idolo, e gli idoli ci lasciano sempre delusi. Solo Dio è in grado di realizzare le sue stupende promesse di riscattare e redimere il suo popolo da tutte le loro afflizioni.

Così Isaia c’insegna che non c’è niente di più pratico che meditare continuamente sulla grandezza di Dio e l’efficacia della sua parola, perché è proprio ciò che rinnova la nostra fiducia in Dio, ed è la nostra fiducia in Dio che determina il nostro modo di vivere. Non c’è nessuna rottura tra “teoria” e “pratica”, come se il nostro credere non fosse la fonte di tutto il nostro agire. Anzi, come Paolo afferma in 1 Timoteo 6.12, la vita cristiana è fondamentalmente “il buon combattimento della fede”. Se si perde la battaglia della fede, si perde tutto.

Per questo, nel capitolo 54 (e continuando anche nel 55) Isaia giunge a una sorta di crescendo musicale in cui esalta il Signore e la sua promessa di salvare nei termini poetici più belli ed emozionanti. Se il nemico dell’incredulità deve essere sopraffatto dalla fede nella parola di Dio, questa poesia è un’arma potente nella battaglia. Lasciamo ora che essa compia la sua intenzione in noi: cioè far risplendere la gloria del nostro Dio che disperde ogni oscurità e che ci permette di camminare senza paura nella sua luce.

A) Esulta, o sterile (54.1)

54:1 «Esulta, o sterile, tu che non partorivi! Da’ in grida di gioia e rallègrati, tu che non provavi doglie di parto! Poiché i figli dell’abbandonata saranno più numerosi dei figli di colei che ha marito», dice il Signore.

La prima parte di questa poesia, che suona come un canto, inizia con tre imperativi che chiamano il popolo di Dio — ancora nell’afflizione e nell’angoscia dell’esilio — di vivere la redenzione che il Signore compie per loro. Non sono obblighi gravosi come a volte si ritiene la legge divina. Sono piuttosto inviti a godere appieno della bontà che Dio desidera elargire. Ogni imperativo è seguito infatti dal suo motivo, come vediamo qui nel primo versetto: “esulta, o sterile!”

Questo comandamento è bello, ma strano. Oggi come oggi, una donna sterile spesso prova grande tristezza per la sua incapacità di concepire e partorire figli. In epoca biblica, la sterilità pesava ancora di più, perché comportava non solo la tristezza personale ma anche la vergogna sociale. In più, la donna del primo versetto non è solo sterile ma non ha neanche marito; è stata abbandonata. Quindi, anche se fosse in grado di fare figli, non potrebbe non avendo marito. All’epoca, era impensabile che una donna in queste condizioni potesse rallegrarsi, ma è proprio alla gioia che lei è chiamata qui. Come mai? Il motivo è detto chiaramente: perché i figli di questa donna, sterile e abbandonata, saranno più numerosi dei figli delle altre donne fertili e sposate. Per quanto sembra impossibile, questo è ciò che “dice il Signore”, e perciò è una cosa certa.

Conforme alla natura poetica di questo brano, possiamo capire che il linguaggio qui è simbolico. La donna sterile e abbandonata si riferisce al popolo d’Israele. È stato “abbandonato” dal Signore, suo marito, a causa delle sue ostinate infedeltà. Aveva tanto desiderato l’amore di altri amanti — cioè gli idoli e le vie pagane delle nazioni circostanti — ed è stato dunque dato in balia di quelle nazioni, prima Assiria e poi Babilonia. Ma Israele è anche “sterile”. Che cosa vuol dire?

Questo versetto non può che far venire in mente il caso eccezionale di Sara, moglie di Abraamo. Possiamo essere certi che qui è sottointeso un riferimento a lei grazie a quello che Isaia scrive nel 51.1-2:

Ascoltatemi, voi che perseguite la giustizia, che cercate il Signore! Considerate la roccia da cui foste tagliati, la buca della cava da cui foste cavati. Considerate Abraamo vostro padre e Sara che vi partorì; poiché io lo chiamai, quando egli era solo, lo benedissi e lo moltiplicai.

Qui il Signore ricorda agli ebrei che sono tutti discesi da Abraamo a Sara. Abraamo è il loro padre, e in un senso anche Sara li ha partoriti tutti. Perché è importante considerare questo? È perché Dio ha chiamato Abraamo “quando egli era solo”, cioè quando lui e sua moglie non avevano nessun figlio a causa della sterilità di Sara. Ciò nonostante, Dio ha promesso ad Abraamo una discendenza più numerosa delle stelle del cielo (Gen. 15.5), che da Sara sarebbero venuti re e nazioni (Gen. 17.16). Così è avvenuto, contro ogni possibilità umana, perché nulla è troppo difficile per il Signore (Gen. 18.14). Considerando il fatto che abbiano Abraamo per padre e Sara per madre, gli esuli si accorgeranno di essere essi stessi la prova che “nessuna parola di Dio rimarrà inefficace” (Luca 1.37). La loro esistenza è un miracolo, e non sarà meno fattibile il miracolo di salvezza che Dio compirà ancora a loro favore.

Tornando al 54.1, possiamo meglio capire come Israele è stato sterile. La promessa di Dio ad Abraamo e Sara non era solo che avrebbero avuto una numerosa discendenza, ma che per mezzo della loro discendenza sarebbero state benedette tutte le famiglie della terra (Gen. 12.3). Ma l’Israele fino al periodo dell’esilio era stato tutt’altro che una benedizione nel mondo. Aveva ripetutamente rinunciato alla sua vocazione di essere un popolo santo in mezzo alle nazioni pagane, una luce di giustizia nelle tenebre del peccato. Aveva preferito invece profanarsi e spegnere la propria luce per potersi unire alle tenebre. Per questo è rimasto esiliato, abbandonato senza luce nelle stesse tenebre che aveva desiderato. O, per tornare alla metafora del nostro testo, Israele è come una donna sterile, perché non ha partorito i figli di benedizione che Dio aveva in mente quando l’aveva sposata a Sinai.

Ma — e questa è la grande promessa di Isaia 54 — Dio compirà nello sterile Israele lo stesso miracolo che ha compiuto nel grembo di Sara (e che compirà poi nella sterile Elisabetta e la vergine Maria): i figli della donna sterile e abbandonata saranno più numerosi di colei che ha marito. Dio renderà fecondo il suo popolo, toglierà la sua vergogna e realizzerà la sua promessa di benedire tutta la terra per mezzo suo. Non permetterà che la sua parola rimanga inefficace. Per questo motivo, la sterile — il popolo afflitto e angosciato — può comunque esultare e prorompere in grida di grande gioia.

B) Allarga la tua tenda (54.2-3)

«Allarga il luogo della tua tenda, si spieghino i teli della tua abitazione, senza risparmio; allunga i tuoi cordami, rafforza i tuoi picchetti! Poiché ti spanderai a destra e a sinistra; la tua discendenza possederà le nazioni e popolerà le città deserte.

All’invito di esultare viene aggiunto un secondo imperativo correlato: “allarga il luogo della tua tenda!” Continua qui l’immagine del primo versetto. Bisogna tenere presente che Abraamo e Sara vivevano in Canaan come nomadi, in tende, senza dimora fissa. Nel Vicino Oriente antico, la responsabilità di occuparsi della tenda spettava alla donna, ed è quindi coerente con la metafora che sia ordinato alla donna del primo versetto di allargare la sua tenda, spiegando i suoi teli “senza risparmio”. Perché deve fare questo? Proprio perché Dio adempirà ciò che le ha promesso: nonostante la sua sterilità, porterà alla luce discendenti tanto numerosi che si spanderanno “a destra e a sinistra”, possederanno “le nazioni” e popoleranno “le città deserte”.

Al popolo d’Israele in esilio, questa promessa sarebbe stata davvero meravigliosa. Dopo essere stato ridotto a un piccolissimo residuo di superstiti, diventerà grande, più grande infatti di prima. I figli d’Israele torneranno ad abitare di nuovo nelle città rimaste deserte dopo le invasioni straniere, e non solo. Possederanno anche le nazioni, comprese quelle che hanno preso in possesso loro. Si spanderanno “a destra e a sinistra”, termini che in ebraico significano anche “a sud e a nord”. Per gli ebrei, queste direzioni indicavano invasori dall’estero: gli egiziani attaccavano dal sud, gli assiri e i babilonesi dal nord. Quindi, i figli d’Israele non vivranno più sotto la minaccia di queste nazioni, ma saranno loro a spandersi invece nei territori dei nemici. In anticipo di questo grande futuro, gli ebrei — sempre sotto il dominio di oppressori stranieri — devono, come i loro patriarchi nomadi in Canaan, allargare le loro tende oltre misura nella speranza che presto Dio le riempirà di discendenti innumerevoli. Devono, in altre parole, prepararsi al compimento di tutto ciò che promette la parola del Signore anche se non lo possono ancora vedere.

C) Non temere (54.4)

Non temere, perché tu non sarai più confusa; non avere vergogna, perché non dovrai più arrossire; ma dimenticherai la vergogna della tua giovinezza, non ricorderai più l’infamia della tua vedovanza.

Il terzo imperativo consegue dai primi due: convinti come Abraamo che Dio è in grado di far concepire un figlio nel grembo sterile, così gli ebrei devono “non temere”. Non devono temere niente o nessuno, perché non saranno mai più confusi né vergognati. Come una donna sterile, Israele si vergogna ora per il totale fallimento della sua santa vocazione, per la sua insensata ribellione, ma non sarà sempre così. Dimenticherà sia “la vergogna della tua giovinezza” (che probabilmente si riferisce alle sue prime infedeltà d’Israele commesse dopo l’esodo nel deserto) sia “l’infamia della tua vedovanza” (che si riferisce alle ultime trasgressioni che hanno portato alla distruzione di Giuda). Anche se la donna geme ancora nella sua sterilità — il popolo geme ancora in esilio — non deve temere, perché può già cominciare a vivere come se si fosse avverata la promessa di Dio, tanto è certa. Poiché nessuna parola di Dio rimarrà inefficace, il popolo può già cominciare a camminare nelle tenebre come se splendesse la luce; può già allargare le sue tende come se avesse figli per riempirle; può già esultare come se non avesse ancora un cuore spezzato.

2) Poiché il Signore (Isaia 54:5-10; 53.10-12)

E come se la parola di Dio non fosse già prova sufficiente che tutto questo avverrà, Isaia aggiunge una seconda parte a questa poesia per fornire altri due motivi per cui il popolo può iniziare adesso a vivere in speranza la redenzione promessa.

A) Il tuo Creatore è il tuo sposo (54.5)

Poiché il tuo Creatore è il tuo sposo; il suo nome è: il Signore degli eserciti. Il tuo Redentore è il Santo d’Israele, che sarà chiamato Dio di tutta la terra.

In primo luogo, lo sterile Israele può esultare perché il suo “sposo” e “redentore” è il Creatore, il Signore degli eserciti, il Santo d’Israele e il Dio di tutta la terra. Qui i concetti di “sposo” e “redentore” non sono due ma uno. Pensiamo per esempio alla storia di Rut, la vedova senza figli che viene “redenta” da un parente di sua suocera Naomi. Lui si chiama Boaz; si sposa con Rut e le dà un figlio che poi diventerà il nonno del re Davide! In questa storia, Boaz è lo sposo-redentore che interviene per salvare la famiglia di Naomi, che si carica di sofferenze non sue, che si adopera per assicurare una discendenza e un futuro alle vedove senza figli. Alla fine della storia, si scopre che è proprio a causa delle afflizioni di Naomi e Rut che, tramite Boaz, si giunge a una conclusione più bella e lieta di quanto sarebbe stato possibile in qualsiasi altro modo. Questa è l’opera dello sposo-redentore. In quanto sposo, egli fa sì che la donna senza marito e senza figli (che all’epoca significava non avere niente) abbia di che rallegrarsi, allargare la sua tenda, e non avere più timore o vergogna. In quanto redentore, egli fa sì che le sofferenze della sua sposa in realtà cooperino a realizzare un bellissimo fine che altrimenti non sarebbe stato realizzabile.

Con questa immagine, Isaia ricorda agli esuli che il loro sposo-redentore non è altro che il Creatore e Dio di tutta la terra. Se egli ha chiamato il cosmo all’esistenza da nulla, sarà forse incapace di redimerli, di far sì che tutte le loro afflizioni cooperino al loro bene? Se il loro sposo-redentore è il Dio di tutta la terra, possono smarrirsi troppo lontano dalla sua mano o scappare troppo lontano dalla sua presenza? Se il loro sposo-redentore è il Signore degli eserciti, potrà forse qualche potere, qualche nazione, o qualche idolo impedire che egli li liberi dal loro dominio? No di certo. Lo sposo-redentore che è tutto questo è senza dubbio in grado di compiere tutto il bene che ha progettato per il suo popolo.

B) L’amore mio non si allontanerà (54.6-10)

Poiché il Signore ti richiama come una donna abbandonata, il cui spirito è afflitto, come la sposa della giovinezza, che è stata ripudiata», dice il tuo Dio. «Per un breve istante io ti ho abbandonata, ma con immensa compassione io ti raccoglierò. In un eccesso d’ira ti ho per un momento nascosto la mia faccia, ma con un amore eterno io avrò pietà di te», dice il Signore, il tuo Redentore. «Avverrà per me come delle acque di Noè; poiché, come giurai che le acque di Noè non si sarebbero più sparse sopra la terra, così io giuro di non irritarmi più contro di te, di non minacciarti più. 10 Anche se i monti si allontanassero e i colli fossero rimossi, l’amore mio non si allontanerà da te, né il mio patto di pace sarà rimosso», dice il Signore, che ha pietà di te.

In secondo luogo, lo sterile Israele può esultare perché il Signore giura che “l’amore mio non si allontanerà da te”, che “con un amore eterno avrò pietà di te”. Israele è “come una donna abbandonata”, il suo spirito “è afflitto”, è stato ripudiato “come la sposa della giovinezza”, ma tutto questo durerà solo “per un breve istante”. Le espressioni qui come “ti ho abbandonata” e “ho … nascosto la mia faccia” non stanno a indicare che Dio ha mai smesso di amare il suo popolo. Lo sappiamo perché in tutto il Signore si riferisce a sé come “il tuo Dio” (v.6). Anche quando sembrava che egli si fosse assentato del tutto dalla loro esperienza, restava comunque il loro Dio. Queste espressioni riguardano infatti l’esperienza del popolo: la sensazione di essere abbandonati da Dio, di non sperimentare più la sua presenza, di sentirsi sopraffatti da “un eccesso d’ira”. Ma, come dice il Signore, queste esperienze, per quanto sconvolgenti, sono da considerarsi solo come “un breve istante” rispetto all’amore eterno e alla bontà infinita che gli mostrerà per sempre.

Come esempio, il Signore ricorda al popolo il tempo del diluvio quando, dopo aver versato la sua ira attraverso le acque del giudizio, ha giurato con un patto che non avrebbe mai più distrutto la terra in quel modo, e così è stato. Nello stesso modo, Dio dichiara: “io giuro di non irritarmi più contro di te, di non minacciarti più”. Tanto è certo questo giuramento che “anche se i monti si allontanassero e i colli fossero rimossi, l’amore mio non si allontanerà da te”. Tanto è costante l’amore di Dio che durerà più a lungo dell’intero universo. Tante è potente l’amore di Dio che vincerà qualsiasi tribolazione, qualsiasi catastrofe, e sì, anche qualsiasi pandemia.

Ma per quanto sia stupendo tutto questo, viene da chiedere: come può il Signore compierlo a favore di quelli che sono così ribelli, così infedeli, così sterili, così degni solo di essere ripudiati e abbandonati? Dio non ha già in passato stabilito un patto di amore con il suo popolo tramite Mosè? Non gli ha già fatto tante promesse di benedizione? Il problema non è l’efficacia della sua parola ma il nostro rifiuto di ascoltarla. Il problema non è la costanza del suo amore ma la nostra tendenza di prostituirci con altri amanti. Il problema non è la sua fedeltà verso di noi ma la nostra infedeltà verso di lui. Come dunque possiamo essere certi di ricevere tutto ciò che Dio promette?

C) Il mio servo renderà giusti i molti (Isaia 53:10-12)

53:10 Ma il Signore ha voluto stroncarlo con i patimenti. Dopo aver dato la sua vita in sacrificio per il peccato, egli vedrà una discendenza, prolungherà i suoi giorni, e l’opera del Signore prospererà nelle sue mani. 11 Dopo il tormento dell’anima sua vedrà la luce e sarà soddisfatto; per la sua conoscenza, il mio servo, il giusto, renderà giusti i molti, si caricherà egli stesso delle loro iniquità. 12 Perciò io gli darò in premio le moltitudini, egli dividerà il bottino con i molti, perché ha dato se stesso alla morte ed è stato contato fra i malfattori; perché egli ha portato i peccati di molti e ha interceduto per i colpevoli.

La risposta a queste domande, la più grande certezza che si può avere deriva da quello che ha immediatamente preceduto questo capitolo. Mi riferisco al bellissimo “Canto del Servo” nel capitolo 53 in cui troviamo una delle profezie più chiare e commoventi della persona e dell’opera di Gesù Cristo. In questa poesia, è il Servo del Signore, Gesù, che “si caricherà egli stesso delle loro iniquità”. Pur essendo degno di ogni lode e onore, egli “ha dato se stesso alla morte”. Pur essendo innocente e giusto, “è stato contato fra i malfattori”. Per quale motivo? “Perché ha portato i peccati di molti e ha interceduto per i colpevoli”.

Questa è la grande certezza che possiamo avere che ogni benedizione promessa da Dio sarà nostra, che l’afflizione di questa vita è solo “per un breve istante” rispetto alla gloria eterna che ci aspetta, che anche quando Dio sembra nasconderci la sua faccia, ci tiene sempre nelle sue mani onnipotenti. Gesù, “il giusto, renderà giusti i molti”. Sulla croce, Gesù è stato esiliato lontano dalla presenza di Dio affinché noi esuli potessimo tornare a casa. Sulla croce, Gesù è stato ripudiato come una moglie infedele affinché noi infedeli potessimo essere riconciliati con il nostro Sposo. Sulla croce, Gesù ha preso su di sé la nostra sterilità affinché noi sterili potessimo diventare fecondi e riprendere la santa vocazione alla quale siamo chiamati. Come sempre, troviamo che il nome di Gesù Cristo è la risposta a ogni domanda, la soluzione a ogni problema, e il rimedio a ogni male.

3) Conclusione

In questo studio, abbiamo visto il messaggio di Isaia agli esuli in Babilonia, a quelli che si contavano tra i discendenti miracolosi della sterile Sara. Ma per noi? Che significato ha la profezia di Isaia 54 oggi? In poche parole, il significato è lo stesso. Ovviamente, non siamo esuli in Babilonia; nemmeno siamo ebrei di nascita. Ma se siamo uniti per fede a Gesù, siamo veri figli di Abraamo, nati tali per un miracolo non meno grande di quello che Dio ha fatto nel grembo sterile di Sara. Questo infatti è previsto in Isaia: dello stesso Servo di Isaia 53 si dice nel 49.6:

È troppo poco che tu sia mio servo per rialzare le tribù di Giacobbe e per ricondurre gli scampati d’Israele; voglio fare di te la luce delle nazioni, lo strumento della mia salvezza fino alle estremità della terra.

Come figli di Abraamo in Gesù, resi giusti nel Giusto, possiamo rivendicare tutte queste promesse come nostre. È a noi che Dio per mezzo di Gesù ha giurato il suo amore eterno. È per noi che Dio in Gesù agisce come sposo-redentore. Ed è a noi che Dio chiede di vivere ora la redenzione che non possiamo ancora vedere con i nostri occhi. Siamo noi invitati a non temere perché Gesù ha espiato tutti i nostri peccati e ci ha tolto tutta la nostra vergogna. Siamo noi chiamati a esultare e rallegrarci, anche in mezzo alle lacrime, anche se i nostri corpi si sentono deboli e le nostre anime si sentono sterili. E infine (e con questo voglio concludere) siamo noi incaricati di “allargare le nostre tende”. Cosa vuol dire?

Interpreto questa frase come “compiere gesti stravaganti di testimonianza che senza l’intervento miracoloso di Dio sarebbero stupidi e insensati”. Allargare le tende quando si è sterili non ha senso, a meno che Dio non prometta di dare i figli per riempirle. Mi viene in mente l’esempio di Geremia che ha comprato un campo proprio quando i babilonesi stavano per impossessarsi di tutto il territorio, perché voleva testimoniare agli altri la certezza della promessa di Dio che “si compreranno ancora case, campi e vigne in questo paese” (Ger. 32.15). Mi viene in mente un altro gesto che gli ebrei fanno ancora oggi quando celebrano la Pasqua. Durante il pasto tradizionale, lasciano al tavolo un posto vuoto per il profeta Elia che, secondo la profezia di Malachia 4.5, deve venire “prima che venga il giorno del Signore”.

Non so esattamente quali gesti di testimonianza possiamo compiere, gesti che sembrano strani agli altri perché hanno senso solo se considerati alla luce della parola di Dio. Forse quando ricominciamo a riunirci insieme per fare il culto, possiamo sempre mettere delle sedie in più che, proprio perché resteranno vuote, testimonieranno la nostra fiducia che Dio “allargherà la tenda” della nostra comunità. Forse significa che, quando i nostri sforzi di testimoniare Gesù risultano “sterili” perché vengono ignorati o scherniti, continuiamo comunque a testimoniare con perseveranza, convinti che Dio un giorno porterà alla luce tanti figli nuovi per mezzo nostro. Forse significa che rinnoviamo il nostro impegno di pregare, anche se le nostre preghiere sembrano “sterili”, perché sappiamo che ciò che conta non è infine il nostro pregare ma il Dio che l’esaudisce. Forse significa semplicemente che ravviviamo la nostra ubbidienza alla volontà di Dio rivelata nelle Scritture, perché al mondo i comandamenti di Dio spesso sembrano stupidi. Queste sono solo delle possibilità, e dobbiamo tutti continuare a cercare altri modi in cui possiamo “allargare la tenda”, testimoniando così sia la nostra fiducia verso Dio sia la parola di Dio verso gli altri.

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