Giovanni 7: Il Dio Velato

1) La Parola che rivela Dio

Arrivando al capitolo 7 del vangelo di Giovanni, “dopo queste cose” (v.1) riportate nel capitolo 6, ci vuole poco prima che ci accorgiamo di dover trattare una questione spinosa. Se, com’è necessario, teniamo sempre presente il prologo di Giovanni (1:1-18) mentre leggiamo questo capitolo, c’imbattiamo subito in una difficoltà. Se è vero che Gesù, la Parola di Dio, è venuto nel mondo per farci conoscere il Dio che nessuno ha mai visto, perché allora c’è così tanta confusione su chi è? Se la Parola è diventata carne per rivelare la gloria di Dio, perché la gente non riesce a vederla? Se Dio vuole che abbiamo idee chiare su chi è e qual è il suo proposito per noi, perché non ce le fa avere in modo che non rimanga più nessun dubbio? Questa domanda infatti è centrale in Giovanni 7. Notiamo quante volte, nonostante i tanti segni e discorsi di Gesù, c’è ancora tanta perplessità, e persino conflitto, sulla sua identità:

12 Vi era tra la folla un gran mormorio riguardo a lui. Alcuni dicevano: «È un uomo per bene!», altri dicevano: «No, anzi, svia la gente!» 13 Nessuno però parlava di lui apertamente, per paura dei Giudei.

15 Perciò i Giudei si meravigliavano e dicevano: «Come mai conosce le Scritture senza aver fatto studi?»

20 La gente rispose: «Tu hai un demonio! Chi cerca di ucciderti?»

25 Perciò alcuni di Gerusalemme dicevano: «Non è questi colui che cercano di uccidere? 26 Eppure, ecco, egli parla liberamente e non gli dicono nulla. Che i capi abbiano riconosciuto per davvero che egli è il Cristo? 27 Eppure, costui sappiamo di dov’è; ma quando il Cristo verrà, nessuno saprà di dove egli sia».

35 Perciò i Giudei dissero tra di loro: «Dove andrà dunque ché noi non lo troveremo? Andrà forse da quelli che sono dispersi tra i Greci, a insegnare ai Greci? 36 Che significano queste sue parole: “Voi mi cercherete e non mi troverete” e: “Dove io sarò, voi non potete venire”?»

40 Una parte dunque della gente, udite quelle parole, diceva: «Questi è davvero il profeta». 41 Altri dicevano: «Questi è il Cristo». Altri, invece, dicevano: «Ma è forse dalla Galilea che viene il Cristo? 42 La Scrittura non dice forse che il Cristo viene dalla discendenza di Davide e da Betlemme, il villaggio dove stava Davide?» 43 Vi fu dunque dissenso, tra la gente, a causa sua.

La domanda suscitata da questo capitolo non si limita solo ai Giudei all’epoca di Gesù; resta tuttora una domanda diffusa e pertinente. Quanto più facile, pensiamo, sarebbe testimoniare Gesù se Dio scrivesse nel cielo con le nuvole: “Io sono Dio! Credete in Gesù come vostro Signore e Salvatore!” Quanto più facile sarebbe parlare di lui se lui, come al battesimo di Gesù, desse conferma con la sua propria voce dicendo: “Questi sono i miei servi; ascoltateli!” E quanto più facile sarebbe credere se Dio si manifestasse in modo visibile e tangibile agli occhi di tutti. Sarebbe molto più difficile, se non impossibile, essere atei o agnostici nei suoi confronti, no? Perché invece sembra che Dio si veli, si nasconda, lasciando il mondo nelle tenebre di così tante religioni e filosofie false? Se Dio ha così tanto “amato il mondo che ha dato il suo unigenito Figlio affinché chiunque crede in lui non perisca ma abbia vita eterna” (3:16), perché non si rivela in modo che tutti non possano fare altro che credere?

Così infatti i fratelli di Gesù lo esortano a fare all’inizio di Giovanni 7:

Or la festa dei Giudei, detta delle Capanne, era vicina. [Questa festa, si ricordi, era una delle tre feste che gli ebrei erano obbligati a celebrare a Gerusalemme] 3 Perciò i suoi fratelli gli dissero: «Parti di qua e va’ in Giudea, affinché anche i tuoi discepoli vedano le opere che tu fai. Poiché nessuno agisce in segreto quando cerca di essere riconosciuto pubblicamente. Se tu fai queste cose, manifèstati al mondo».

A primo sguardo, i fratelli di Gesù (che, sì, sono i suoi veri fratelli, nati dopo di lui a Giuseppe e Maria dopo per vie naturali) sembrano essere motivati da buone intenzioni, ma Giovanni subito aggiunge il seguente commento:

Poiché neppure i suoi fratelli credevano in lui.

Qui vediamo perché è importante sapere (contrario all’insegnamento della Chiesa di Roma) che questi sono i veri fratelli di Gesù. Questi sono quelli che sono cresciuti insieme a Gesù, nella stessa famiglia, con gli stessi genitori, che dunque conoscono Gesù meglio di tutti gli altri. E se neppure loro credono in lui dopo tutto questo tempo, se pretendono che Gesù si manifesti in modo più chiaro e convincente prima di credere, allora che speranza c’è che qualcun altro crederà?

Per quanto inquietante, questa domanda lo diventa ancora di più nel caso di qualcuno che (a differenza dei fratelli di Gesù) sembra cercare il Signore con un sincero desiderio di credere ma non riesce a trovarlo, qualcuno che vuole sentire la sua voce ma sente solo il silenzio, qualcuno che chiede qualche piccolo segno della sua presenza ma non vede niente. Che facciamo nei confronti di chi echeggia le parole di Giobbe:

23:3 Oh, sapessi dove trovarlo! Potessi arrivare fino al suo trono! Esporrei la mia causa davanti a lui, riempirei d’argomenti la mia bocca. 5 Saprei quel che mi risponderebbe, capirei quello che avrebbe da dirmi…. Ma ecco, se vado a oriente, egli non c’è; se a occidente, non lo trovo; se a settentrione, quando vi opera, io non lo vedo; si nasconde egli a sud, io non lo scorgo.

Possiamo dunque formulare la difficoltà di Giovanni 7 con la seguente domanda: se in Gesù Dio è rivelato, perché invece rimane velato agli occhi di così tante persone? Una risposta, che è anche giusta, è che queste persone semplicemente non vogliono vedere, non vogliono capire, non vogliono credere. Come dice Giovanni 3:20:

Perché chiunque fa cose malvagie odia la luce e non viene alla luce, affinché le sue opere non siano scoperte.

Ma pur essendo giusta, questa risposta è solo parziale. Dobbiamo anche considerare che cosa ci insegna Giovanni 7.

2) La Parola che vela Dio

La risposta che troviamo in Giovanni 7 (in concomitanza con gli ultimi versetti del capitolo 6) è tutt’altro che confortante, almeno all’inizio. Innanzitutto, notiamo cosa dice il primo versetto:

1 Dopo queste cose, Gesù se ne andava per la Galilea, non volendo fare altrettanto in Giudea perché i Giudei cercavano di ucciderlo.

La prima frase: “Dopo queste cose” è molto importante perché collega ciò che segue nel capitolo 7 — in particolare la confusione, il dissenso e anche la rabbia violenta dei Giudei nei confronti di Gesù — con gli avvenimenti del capitolo 6. Quindi ci conviene ripassarli brevemente. Giovanni 6 apre con un altro dei segni miracolosi di Gesù, la moltiplicazione dei pani per la grande folla. Dopo, quando Gesù se ne va a un altro luogo e la folla lo segue, cercandolo “per farlo re” (v.15), Gesù risponde con un lungo discorso sulla vera natura del “pane che viene dal cielo” (v.32), l’unico pane che dà la vita eterna (v.27), il pane che è Gesù stesso (v.35). Il risultato è che molti si scandalizzano, “molti dei suoi discepoli, dopo aver udito, dissero: «Questo parlare è duro; chi può ascoltarlo?»” (v.60). Anziché accontentarli con un parlare più ‘orecchiabile’, Gesù gli rivolge altre parole dure e, di conseguenza, leggiamo che “da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui” (v.66). Sembra che Gesù stia provando deliberatamente a provocarli, a offenderli, a ridurre il numero dei suoi discepoli, proprio l’opposto dell’evangelizzazione!

Magari — potremmo pensare — si tratta solo di un caso eccezionale, o magari abbiamo solo noi capito male la sua intenzione. Certamente Gesù vuole attirare la gente a sé, non respingerla! Vuole farsi conoscere, non nascondersi! Ma quest’idea non sopravvive all’assalto del capitolo 7 quando Gesù, rispondendo all’appello dei suoi fratelli di manifestarsi pubblicamente alla festa a Gerusalemme, rifiuta completamente dicendo:

… «Il mio tempo non è ancora venuto; il vostro tempo, invece, è sempre pronto. Il mondo non può odiare voi; ma odia me, perché io testimonio di lui che le sue opere sono malvagie. Salite voi alla festa; io non salgo a questa festa, perché il mio tempo non è ancora compiuto». Dette queste cose, rimase in Galilea.

Ora, potremmo dedurre che Gesù rifiuti di andare a Gerusalemme perché lì i Giudei “cercavano di ucciderlo” (vs.1). È una spiegazione plausibile, ma non corretta. Se Gesù temesse la morte, non avrebbe fatto quel che leggiamo nel v.14:

14 Verso la metà della festa, Gesù salì al tempio e si mise a insegnare.

E ancora nei vv.37-38:

37 Nell’ultimo giorno, il giorno più solenne della festa, Gesù stando in piedi esclamò: «Se qualcuno ha sete, venga a me e beva. 38 Chi crede in me, come ha detto la Scrittura, fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno».

Facendo così, Gesù mette a rischio la sua vita, un fatto notato anche dalla gente nei vv.25-26. Quindi, il motivo principale per cui Gesù rifiuta di manifestarsi apertamente alla festa non può essere che abbia paura di morire. Gesù è pienamente consapevole che alcuni dei Giudei vogliono arrestarlo, ma è anche consapevole che nessuno gli metterà le mani addosso …

… perché l’ora sua non era ancora venuta. (v.30)

Quando Gesù dice che non salirà alla festa, vuol dire che non salirà con i suoi fratelli e nel modo in cui vogliono loro. Gesù ha ogni intenzione di andarci, confermato dal fatto che:

10 Ma quando i suoi fratelli furono saliti alla festa, allora vi salì anche lui; non palesemente, ma come di nascosto.

In netto contrasto con la pretesa dei suoi fratelli che lui si presenti a Gerusalemme come un VIP all’Ariston per il Festival di San Remo, Gesù ci va da solo, quasi in segreto, per evitare in tutti i modi di fare scalpore quando arriva.

Riassumiamo e consideriamo adesso gli straordinari fatti riferiti in questo capitolo: Gesù, venuto nel mondo per far conoscere Dio e il suo proposito, evita di farsi conoscere in modo chiaro e indubitabile proprio nel momento in cui ha l’occasione di farlo davanti al maggior numero possibile di persone. E se si chiede perché, non si può rispondere che Gesù fa questo involontariamente. Abbiamo visto che Gesù ha esplicitamente rifiutato la richiesta dei suoi fratelli di manifestarsi in modo eclatante e indiscutibile alla festa, che c’è andato piuttosto “come di nascosto”. E non si può rispondere nemmeno che Gesù lo fa per paura di morire; sa che l’ora sua non è ancora venuta.

Quindi, abbiamo una sola risposta che ci lascia sconvolti: Gesù vuole che la situazione descritta in Giovanni 7 sia così. Gesù non vuole chiarire ogni dubbio della gente. Gesù non vuole risolvere ogni dissenso. Gesù non vuole togliere ogni perplessità. Gesù non vuole presentarsi con prove talmente convincenti che tutti devono per forza riconoscere chi è. Diversamente, Gesù vuole rivelarsi ma solo in modo velato. Gesù vuole farsi conoscere ma solo in modo ‘difficilmente’ conoscibile. Se, come abbiamo imparato in Giovanni 5, il volere del Padre e del Figlio è un solo volere, dobbiamo concludere che quando Dio vuole rivelarsi, si rivela solo in modo velato. Quando Dio vuole farsi conoscere, si fa conoscere solo in modo ‘difficilmente’ conoscibile.

Perciò, per chi è familiare con il Gesù di Giovanni 7, non sarà sorprendente che Dio non fornisca prove innegabili della sua esistenza, che non dia segni visibili della sua presenza, che non si rivolga a noi con una voce udibile. È certamente capace di fare tutto ciò, e non bisogna escludere la possibilità che lo faccia in qualche caso raro, ma in Gesù scopriamo che in generale lui non lo fa perché non vuole farlo. Vuole invece rivelarsi in modo che rimanga allo stesso tempo velato a un gran numero di persone. Molti lo possono cercano, ma Dio non sempre vuole farsi trovare, come infatti Gesù dice nei vv.33-34:

33 Perciò Gesù disse: «Io sono ancora con voi per poco tempo, poi me ne vado a colui che mi ha mandato. 34 Voi mi cercherete e non mi troverete; e dove io sarò, voi non potete venire».

Questo è il Dio rivelato in Gesù. Siamo sgomenti?

3) La Parola che vela Dio per rivelarLo

A questo punto, è giusto chiedere: “ma perché?”. È giusto chiederlo, in primis perché il testo stesso c’invita a farlo, ma anche perché conoscere Dio è la cosa più importante della vita. Se la Parola è diventata carne per farci conoscere Dio, perché allora fa sì che quella conoscenza rimanga in gran parte inconoscibile? E come allora possiamo essere certi di conoscere Dio?

La risposta a queste domande la troviamo principalmente nei vv.14-24. La frase chiave si trova nel v.24 quando Gesù esorta i Giudei a:

24 Non giudicate secondo l’apparenza, ma giudicate secondo giustizia».

Cosa vuol dire? Chiaramente dobbiamo guardare i versetti precedenti. Cominciamo al v.21:

21 Gesù rispose loro: «Un’opera sola ho fatto, e tutti ve ne meravigliate. 22 Mosè vi ha dato la circoncisione (non che venga da Mosè, ma viene dai padri); e voi circoncidete l’uomo in giorno di sabato. 23 Se un uomo riceve la circoncisione di sabato affinché la legge di Mosè non sia violata, vi adirate voi contro di me perché in giorno di sabato ho guarito un uomo tutto intero?

Questa “opera sola” a cui Gesù si riferisce è quella narrata in Giovanni 5 quando ha guarito un paralitico, sempre a Gerusalemme (e quindi bene nota tra i Giudei), in giorno di sabato. I Giudei poi hanno condannato Gesù di aver trasgredito la legge del sabato e hanno anche cominciato a cercare di ucciderlo. Secondo Gesù, i Giudei hanno fatto così perché hanno giudicato “secondo l’apparenza” e non “secondo giustizia”. Per portare a galla la loro ipocrisia, Gesù cita l’esempio della circoncisione. Nella legge di Mosè, i bambini maschili andavano circoncisi l’ottavo giorno dopo la loro nascita (Levitico 12:3). Ma c’era un problema quando capitava che l’ottavo giorno era un sabato. Si creava un’apparente contraddizione. Per ubbidire alla legge della circoncisione, il bambino andava circonciso anche di sabato. Ma per ubbidire alla legge del sabato, il bambino non andava circonciso perché era un “lavoro”. Che fare allora? I Giudei risolvevano il dilemma cercando di intuire il vero “spirito” della legge, e concludevano che la circoncisione aveva precedenza sul sabato. Anche se, giudicando “secondo l’apparenza”, i Giudei violavano il sabato per circoncidere un bambino nell’ottavo giorno, essi si ritenevano giusti nel farlo perché giudicavano invece secondo la vera giustizia richiesta dalla legge.

Gesù parla dunque della capacità di discernere la verità che sulla superficie non è sempre subito apparente. Ciò che appare come un’infrazione della legge può essere invece l’adempimento della stessa quando il suo vero significato è compreso. Ecco perché Gesù sostiene che i Giudei sbagliavano nel condannarlo per aver guarito il paralitico in giorno di sabato: giudicavano solo secondo l’apparenza e non secondo la vera giustizia che la legge del sabato richiedeva. Non è la guarigione di un paralitico la massima espressione del riposo previsto dal sabato?

Ma notiamo che questo discorso di Gesù risponde all’accusa dei Giudei nel v.20:

20 La gente rispose: «Tu hai un demonio! Chi cerca di ucciderti?»

Vediamo qui che il conflitto più grande tra Gesù e i Giudei non riguarda questioni interpretative della legge mosaica, ma (come abbiamo visto ripetutamente in questo capitolo) l’identità di Gesù. È Gesù riempito da un demonio o dallo Spirito Santo? È Gesù il figlio del diavolo o il Figlio di Dio? Nell’accusare Gesù di avere un demonio, i Giudei giudicavano di nuovo “secondo l’apparenza”, ma questa volta in maniera molto più grave, quasi oltre il cosiddetto “punto del non ritorno”. Ma ricordiamoci: questo è il punto a cui Gesù costringe tutti ad arrivare, dove bisogna o condannarlo come il diavolo o cadere in ginocchio davanti a lui come il Signore.

Era proprio per spingere i Giudei a questo punto di decisione che Gesù gli ha detto nel v.19:

19 Mosè non vi ha forse dato la legge? Eppure nessuno di voi mette in pratica la legge! Perché cercate di uccidermi?»

Queste sono parole veramente provocatorie e offensive. Gesù sta nel tempio, nel cuore della fede giudaica, dove l’intero edificio e tutto il sistema esistono solo per adempiere la legge, dove i Giudei lì presenti impiegano tutte le loro forze e dedicano ogni aspetto della loro vita a questo unico scopo, di mettere in pratica tutta quanta la legge in ogni suo minimo dettaglio. E qui Gesù osa dire che nessuno di loro lo fa? Come si permette? Non è sorprendente che loro si arrabbiano e l’accusano di avere un demonio!

Questa però non è la prima volta che Gesù gli rivolge questa critica. Sempre nel capitolo 5, dopo la guarigione del paralitico, Gesù dichiara:

45 Non crediate che io sia colui che vi accuserà davanti al Padre; c’è chi vi accusa, ed è Mosè, nel quale avete riposto la vostra speranza. 46 Infatti, se credeste a Mosè, credereste anche a me; poiché egli ha scritto di me. 47 Ma se non credete ai suoi scritti, come crederete alle mie parole?

Questo ci aiuta a capire come mai Gesù può dire a questi Giudei devoti e zelanti che nonostante la loro scrupolosa osservanza della legge, non la mettono in pratica. Se avessero giudicato secondo giustizia, avrebbero capito che il vero scopo della legge di Mosè è di dare testimonianza di Gesù, e che l’unico modo dunque per mettere in pratica la legge è di credere in lui! Ma loro giudicavano secondo l’apparenza, e quindi potevano vedere Gesù solo come un demonio.

Abbiamo adesso una risposta parziale alla nostra domanda. Se la rivelazione di Dio rimane velata alla maggioranza, come possiamo essere certi di poterla apprendere? Bisogna penetrare nel profondo sotto la superficie. Bisogna discernere tra il vero e l’ovvio. Bisogna giudicare secondo giustizia e non secondo l’apparenza. In altre parole, bisogna guardare Gesù con gli occhi della fede. Ascoltiamo attentamente le parole di Gesù nei vv.16-18:

16 Gesù quindi rispose loro: «La mia dottrina [il termine tradotto “dottrina” significa semplicemente “insegnamento” in greco] non è mia, ma di colui che mi ha mandato. 17 Se uno vuole fare la volontà di lui, conoscerà se questa dottrina è da Dio o se io parlo di mio. 18 Chi parla di suo cerca la propria gloria; ma chi cerca la gloria di colui che l’ha mandato, è veritiero e non vi è ingiustizia in lui.

Gesù afferma ciò che il vangelo di Giovanni ha sempre sostenuto sin dal primo capitolo: Gesù è l’unica Parola per mezzo della quale Dio si rivela al mondo. L’insegnamento di Gesù non è di un maestro qualsiasi; è l’insegnamento che proviene da Dio stesso. Ma — e questo è il punto cruciale — solo chi “vuole fare la volontà” di Dio conoscerà questo insegnamento è da Dio. Cioè, solo chi crede già in lui, solo chi ha un cuore disposto a ubbidire alla sua sovrana volontà, solo chi ha rinunciato a qualsiasi presunzione di poter giudicare la sua parola e si lascia invece giudicare da essa, solo chi cerca non la propria gloria ma la gloria di Dio, solo questa persona sarà in grado di “giudicare secondo giustizia” e non “secondo l’apparenza”, e di poter conoscere Dio com’è rivelato in Gesù.

È chiaro in Giovanni 7 che non bisogna vedere per poter credere, ma bisogna credere per poter vedere! A questo punto nel vangelo, quanti segni hanno già visto i Giudei, compresa la guarigione del paralitico, eppure concludono che Gesù ha un demonio! La rivelazione di Dio rimane velata a tutti se non a quelli che la vedono con gli occhi della fede. La conoscenza di Dio, pur essendo completa in Gesù, è inconoscibile a tutti se non a quelli dal cuore umile e ubbidiente. La parola di Dio, pur essendo rivolta a tutti, è incomprensibile a tutti se non a quelli che abbandonano ogni forma di auto-giustificazione e si sottomettono senza riserve al suo giudizio.

Questo spiega perché Gesù rifiuta di fare un’apparenza strepitosa alla festa: avrebbe solo incoraggiato la gente a giudicare “secondo l’apparenza”. Questo spiega anche perché ancora oggi non esaudisce le nostre richieste (o più spesso alle nostre pretese!) di manifestarsi nei modi che noi esigiamo, secondo i criteri della fede che noi abbiamo stabilito, di darci le prove che ci permetterebbero di camminare per visione e non per fede. Se Dio sopraffacesse ogni dubbio o dissenso, se costringesse ogni ateo o agnostico di riconoscere la sua esistenza, se impiegasse la sua onnipotenza per distruggere ogni idolo, se gridasse ad alta voce in tutto il mondo, se mettesse segni nelle stelle e gettasse fuoco dal cielo, non lascerebbe spazio alla fede. Ma il Dio velato — il Dio rivelato in Gesù! — è il Dio che si può conoscere solo per fede.

Da che cosa si può riconoscere la fede che giudica secondo giustizia e distinguerla ogni altra forma di conoscenza che giudica secondo l’apparenza? Essa si accontenta di una sola cosa: la parola di Dio. Come Gesù ha detto nel capitolo 6:

63 È lo Spirito che vivifica; la carne non è di alcuna utilità; le parole che vi ho dette sono spirito e vita.

Qui Pietro è il modello della fede che vede ciò che rimane velato alla maggioranza che volta le spalle a Gesù:

67 Perciò Gesù disse ai dodici: «Non volete andarvene anche voi?» 68 Simon Pietro gli rispose: «Signore, da chi andremmo noi? Tu hai parole di vita eterna!»

Gesù ha le parole di vita eterna e nessun altro! Solo le sue parole — che ci sono state trasmesse nelle sacre Scritture — ci conferiscono spirito e vita! Altro non è di alcuna utilità! Senza la parola di Dio, nessun’altra rivelazione di Dio (per quanto miracolosa o tangibile) sarà mai sufficiente. Con la parola di Dio, nessun’altra rivelazione di Dio sarà mai necessaria.

Concludiamo tornando alla nostra domanda “perché”. Se la Parola è diventata carne per far conoscere Dio al mondo, perché fa sì che quella conoscenza rimanga inconoscibile a tutti se non a quelli che la ricevono con fede e ubbidienza? L’unica risposta che possiamo dare è quella accennata nella frase: “il mio tempo non è ancora venuto” (v.6). Sappiamo che il tempo a cui Gesù si riferisce è l’ora della sua morte sulla croce quando compirà la sua missione, la salvezza del mondo. Quell’ora sarà anche l’apice della rivelazione della gloria di Dio in lui (12:23-28). Ma chi potrebbe mai vedere la gloria di Dio nell’orrore della croce? Chi potrebbe comprendere l’amore di Dio nella violenza e nell’odio della croce? Chi potrebbe discernere la massima manifestazione della potenza di Dio nella totale debolezza di un uomo crocifisso? Non chi giudica secondo l’apparenza, ma solo chi guarda quell’uomo crocifisso con gli occhi della fede. E deve essere così! Solo in Cristo crocifisso Dio ha potuto salvare il mondo, e solo in Cristo crocifisso ha potuto rivelarsi al mondo, e quindi solo chi per fede vede il Cristo dietro il velo del crocifisso comprenderà questa salvezza e questa rivelazione.

Qui le parole di Paolo in 1 Corinzi 1:21-24 sono particolarmente adatte:

21 Poiché il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria sapienza, è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione. 22 I Giudei infatti chiedono miracoli e i Greci cercano sapienza, 23 ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo e per gli stranieri pazzia; 24 ma per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio.

Che Dio conceda a tutti la fede per conoscere Cristo nella predicazione del vangelo. Amen!

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