Giovanni 15:1-17: La Vite e i Tralci

1) Il commiato di Gesù: il contesto di Giovanni 15

1.1) Un brano “scatola”

Il brano su cui mediteremo oggi potrebbe essere quasi considerato uno dei più importanti alla fede cristiana (nonché uno dei miei preferiti!). Ora, dico “quasi” perché, come Paolo afferma in 2 Timoteo 3:16, “ogni scrittura è ispirata da Dio e utile”, e quindi non c’è in realtà un testo biblico superiore a un altro. Allo stesso tempo, ci sono dei brani che distillano tutto quanto il messaggio biblico in poche parole, tanto è vero che sono particolarmente utili a farci capire l’essenza della parola di Dio a farci vedere la visione d’insieme del proposito di Dio per noi, come l’immagine sulla scatola di un puzzle aiuta a mettere tutti i vari pezzi nel posto giusto. In Giovanni 15:1-17, troviamo uno di questi brani “scatola” che ci mostra un’immagine che raffigura l’intera vita cristiana in tutti i suoi aspetti. Potremmo quasi dire che se di tutta la Bibbia avessimo solo questo capitolo, ne avremmo comunque abbastanza per poter vivere bene la vita cristiana.

1.2) Il contesto di Giovanni 13-17

Ma prima di studiarlo, bisogna ambientarlo nel suo contesto nel vangelo di Giovanni. Questo discorso di Gesù fa parte del suo cosiddetto “commiato” in presenza dei suoi discepoli la sera prima della crocifissione. La narrazione del commiato inizia nel capitolo 13 quando Gesù celebra la cena pasquale insieme ai discepoli e si mette a lavargli i piedi. A differenza degli altri vangeli, Giovanni non riferisce la cena stessa e il famoso momento quando Gesù rompe il pane e benedice il calice come simboli del suo corpo e sangue. Come l’ultimo dei quattro evangelisti, Giovanni presume che siamo già familiari con uno o più dei racconti degli altri vangeli, e quindi vuole farci sapere ciò che non è stato ancora riportato. Nessuno può farlo meglio di Giovanni, essendo proprio quello menzionato nel v.23 del capitolo 13: “inclinato sul petto di Gesù, stava uno dei discepoli, quello che Gesù amava”. Essendo testimone oculare dell’ultima cena, Giovanni ritiene importante che sappiamo anche il discorso con cui Gesù lasciò i discepoli prima di andare alla croce. Il discorso vero e proprio inizia nel capitolo 14 e conclude nel capitolo 17 con la preghiera detta “sacerdotale” di Gesù in cui intercede per i discepoli — e per tutti i credenti dopo di loro — in vista della sua imminente partenza.

Per questo motivo, il tema del discorso è uno di conforto, come le parole iniziali di Gesù nel 14:1 indicano:

Il vostro cuore non sia turbato; credete in Dio, e credete anche in me!

È forte considerare che mentre è Gesù che tra poche ore dovrà subire il tormento della croce e l’angoscia del peso di tutti i peccati del mondo, è Gesù che dà conforto ai discepoli! Tanto è bello e meraviglioso, l’intero discorso sarebbe da esaminare oggi, ma è troppo lungo per uno solo studio.

1.3) Il “segreto” della vita cristiana

Quindi dobbiamo limitarci a una sola porzione, 15:1-17, che fornisce l’immagine centrale, quella della vite e dei tralci. Con questa semplice ma ricchissima figura, Gesù rivela il “segreto” della consolazione, di quella pace che secondo Paolo “supera ogni intelligenza” e custodisce i nostri cuori (Filippesi 4:7). Come Gesù dice nel 14:27:

Vi lascio pace; vi do la mia pace. Io non vi do come il mondo dà. Il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti.

In che modo differisce la pace di Gesù dalla pace del mondo? Mentre la pace del mondo va e viene a seconda delle circostanze della vita, il cuore custodito dalla pace di Gesù non si turba e non si sgomenta di fronte alle difficoltà più grandi e le sofferenze più terribili. Perché? È perché la pace che Gesù dà è la sua propria pace, la stessa pace che ha vinto la croce e la morte, ed è questa pace che egli promette ai suoi discepoli. Infatti, le ultime parole del discorso di Gesù prima della sua preghiera sono queste:

Vi ho detto queste cose, affinché abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazione; ma fatevi coraggio, io ho vinto il mondo. (16:33)

Gesù vuole che noi abbiamo la sua pace con cui ha vinto il mondo e tutte le sue tribolazioni affinché li vinciamo anche noi. Come possiamo averla? Ascoltando e mettendo in pratica “queste cose” che qui ha detto. Passiamo adesso al capitolo 15 dove scopriamo il “segreto” della pace cristiana che è, in realtà, il “segreto” di tutta la vita cristiana trionfante.

2) Gesù, la vera vite (Giovanni 15:1-3)

1 Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiuolo. Ogni tralcio che in me non dà frutto lo toglie via, e ogni tralcio che dà frutto lo pota affinché ne dia di più. Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunciata.

2.1) Lo sfondo biblico

Il discorso di Gesù sulla vite e i tralci incomincia con una semplice identificazione nel v.1: Gesù è la vite, e Dio Padre è il vignaiuolo. Notiamo che Gesù non si chiama solo “la vite” ma “la vera vite”. Perché? Ricordiamoci che l’immagine della vite era già in uso nelle Scritture per raffigurare il popolo d’Israele. Di particolare rilevanza è il “canto della vigna” in Isaia 5:1-2:

1 Io voglio cantare per il mio amico il cantico del mio amico per la sua vigna. Il mio amico aveva una vigna sopra una fertile collina. La dissodò, ne tolse via le pietre, vi piantò delle viti scelte, vi costruì in mezzo una torre e vi scavò uno strettoio per pigiare l’uva. Egli si aspettava che facesse uva, invece fece uva selvatica.

Ora, il significato di questa parabola dovrebbe essere abbastanza chiaro, ma nel caso non lo fosse, Isaia stesso ce ne fornisce l’interpretazione nel v.7:

Infatti la vigna del Signore degli eserciti è la casa d’Israele, e gli uomini di Giuda sono la sua piantagione prediletta. Egli si aspettava rettitudine, ed ecco spargimento di sangue; giustizia, ed ecco grida d’angoscia!

Impariamo qui che la vigna rappresenta il popolo d’Israele, piantato allo scopo di portare frutti di giustizia. Questo richiama la vocazione d’Abramo in Genesi 12:1-3, quando Dio l’ha chiamato per diventare il padre di un popolo benedetto che sarebbe stato poi una fonte di benedizione a tutti i popoli della terra. Questa benedizione — il rimedio alla maledizione del peccato e della morte — è raffigurata in Isaia 5 come l’uva che la vigna doveva produrre. Ma anziché l’uva buona di benedizione, la vigna d’Israele aveva prodotto solo “uva selvatica”, cioè frutti di maledizione: “spargimento di sangue” e “grida d’angoscia” a causa della sua ingiustizia. Ma non è che il piano di Dio abbia fallito, perché dopo il giudizio divino che avrebbe tagliato la vigna, Dio ha promesso (Isaia 11) che un ramo sarebbe spuntato dalle radici — dal lignaggio reale di Davide — e che finalmente avrebbe portato i frutti di benedizione promessi al mondo attraverso la discendenza di Abraamo.

2.2) Gesù e il suo popolo

Tornando a Giovanni 15, possiamo adesso capirne meglio il significato: Gesù è la “vera” vite in quanto lui è il rampollo spuntato dalle radici d’Israele che poi è diventato la vigna intera. Come la vera vite, Gesù non rimpiazza Israele, ma lo rappresenta e lo impersona, per compiere la sua vocazione, come dice in Matteo 5:17:

Io sono venuto non per abolire, ma per portare a compimento.

La vocazione dei molti è ora caricata su uno solo; l’esistenza e il destino di tutti sono ora concentrati in quest’uno. Gesù è “la vera vite” che porta il frutto desiderato da Dio che serve a rimediare a tutti i mali del mondo.

Ma come qualsiasi vite, Gesù non è senza i tralci. Anzi, è per mezzo dei suoi tralci che la vite porta frutto. Come dice nel v.2:

2 Ogni tralcio che in me non dà frutto lo toglie via, e ogni tralcio che dà frutto lo pota affinché ne dia di più.

Il primo accenno a chi sono questi tralci fruttiferi è nel v.3:

Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunciata.

In greco, i termini “pota” (v.2) e “puri” (v.3) condividono la stessa radice linguistica. Gesù dice che i suoi discepoli sono “puri” nel senso che sono stati “potati” dalla parola che gli ha annunciato, implicando ovviamente che essi sono i tralci che portano frutto.

2.3) Lo scopo dei tralci

Questo è un punto cruciale nel discorso, perché evidenzia il fatto che lo scopo dei tralci sia appunto quello di portare frutto! È senz’altro una grande benedizione — la più grande, in realtà — essere un tralcio unito alla vite che è Gesù. Ma non sono i tralci a beneficiare del frutto che portano! Lo scopo dell’unione tra la vite e i tralci è il frutto che serve ad altri, come lo era nella vocazione di Abramo e la parabola di Isaia. Gesù dice questo esplicitamente nel v.16:

16 Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi, e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto, e il vostro frutto rimanga…

Non potrebbe essere più chiaro. Tanto è importante, infatti, che ogni tralcio che non porta frutto, il vignaiuolo “lo toglie via” (v.2)! Il popolo che Dio sceglie e con cui stabilisce una relazione speciale esiste proprio per portare benedizione agli altri. Come questo popolo, è già riempito di benedizioni, come il tralcio è pieno della linfa della vite. Sono gli altri non uniti alla vite che hanno bisogno del frutto, e il tralcio che non porta frutto non serve a niente. Va tolto via, infatti, perché non consumi i preziosi nutrienti di cui gli altri tralci hanno bisogno per portare il loro frutto.

3) Noi siamo i tralci (Giovanni 15:4-6)

Dimorate in me, e io dimorerò in voi. Come il tralcio non può da sé dare frutto se non rimane nella vite, così neppure voi se non dimorate in me. Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me, e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete fare nulla. Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio, e si secca; questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano.

3.1) L’imperativo: dimorate

Con tutta questa enfasi sul frutto, è sorprendente che Gesù non prosegua dicendo: “allora, voi discepoli, portate frutto!” Il frutto è lo scopo, ma Gesù non comanda mai: “portate frutto”. Interessante, no? L’imperativo invece è diverso; non “portate frutto” ma “dimorate in me” con la corrispondente promessa “e io dimorerò in voi” (v.4). Il motivo di questo cambiamento di enfasi è chiaro:

Come il tralcio non può da sé dare frutto se non rimane nella vite, così neppure voi se non dimorate in me. (v.4)

Gesù sottolinea questo punto ancora nel v.5 dicendo:

…perché senza di me non potete fare nulla.

Inoltre, l’avvertimento del v.2 — cioè che verrà tolto ogni tralcio che non porta frutto — subisce la stessa trasformazione. Ora nel v.6 è il tralcio che non dimora nella vite che “è gettato via”. Questo indica la causa principale della mancanza di frutto: non perché il tralcio ne sia incapace o non si impegni abbastanza, ma perché non resta unito alla vite. Il tralcio non ha vita in sé; senza la vite “si secca” e muore, e alla fine è utile solo ad alimentare il fuoco.

Detto positivamente, il tralcio che porta frutto lo porta per un solo motivo: esso “dimora” nella vite. Così è con Gesù e i suoi discepoli:

Colui che dimora in me, e nel quale dimoro, porta molto frutto… (v.5)

Il frutto è il risultato, dimorare in Gesù ne è la causa. Ecco il semplice motivo per cui Gesù, pur ponendo accento sul frutto come l’obbiettivo, non comanda che il frutto sia portato. In realtà, è la vite a “pensare” al frutto; i tralci devono solo pensare a rimanere uniti alla vite. Finché sono uniti alla vite, il loro frutto ne è l’inevitabile conseguenza.

3.2) L’assenza del frutto

Sono convinto che una gran parte della frustrazione e dello scoraggiamento dei credenti riguardo ai pochi frutti che portano sia dovuta proprio a quest’errore: di focalizzarsi sul portare frutto anziché sul dimorare in Gesù. Siamo propensi a commettere quest’errore perché, in un senso, è più facile. I frutti sono visibili, concreti e dunque misurabili. Per questo motivo, crediamo che, concentrandoci sui frutti, possiamo valutare quanto siamo bravi come discepoli di Gesù.

Dimorare in Gesù, però, non è qualcosa che possiamo vedere, toccare o contare, e lo riteniamo meno utile allo scopo di rafforzare il nostro ego spirituale. Ma in base a questo scopo non c’è altro che orgoglio, quel primitivo desiderio umano di farsi qualcosa di grande e significativo indipendentemente dal suo Creatore. E cosa succede quando siamo più fissati sui frutti che su Gesù? Non riusciamo più a portare i frutti desiderati, perché abbiamo allentato la nostra presa sulla vite, e non siamo più pieni della sua linfa senza la quale non possiamo fare nulla. Ecco il paradosso: più siamo fissati sui frutti, meno li portiamo, perché meno siamo in comunione con la vera fonte di quei frutti.

3.3) La cosa più importante

Come ho accennato all’inizio di questo studio, scopriamo dunque che tutta la vita cristiana può essere riassunta in quest’unica frase di Gesù: “dimorate in me, e io dimorerò in voi”. Se ci occupiamo di questo e di questo soltanto, tutto il resto seguirà. Questo è solo un altro modo per dire ciò che Gesù ha insegnato in Matteo 6:33: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in più”. Ma qui in Giovanni 15 abbiamo un’immagine viva e memorabile che rende lampante qual è la cosa più importante nella vita cristiana: dimorare in Gesù come il tralcio dimora nella vite perché così si porterà il frutto che Dio il vignaiuolo desidera. E come qualcuno ha osservato, la cosa più importante è che la cosa più importante resti la cosa più importante!

4) Dimorare in Gesù (Giovanni 15:7-17)

Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, così sarete miei discepoli. Come il Padre mi ha amato, così anch’io ho amato voi; dimorate nel mio amore. 10 Se osservate i miei comandamenti, dimorerete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e dimoro nel suo amore. 11 Vi ho detto queste cose, affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia completa.

12 Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi. 13 Nessuno ha amore più grande di quello di dare la sua vita per i suoi amici. 14 Voi siete miei amici, se fate le cose che io vi comando. 15 Io non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo signore; ma vi ho chiamati amici, perché vi ho fatto conoscere tutte le cose che ho udite dal Padre mio. 16 Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi, e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto, e il vostro frutto rimanga; affinché tutto quello che chiederete al Padre, nel mio nome, egli ve lo dia. 17 Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.

4.1) Unione e comunione

Ma se è vero questo, e se dimorare in Gesù è la cosa più importante che dobbiamo sempre tenere come la cosa più importante nella nostra vita, come possiamo farlo? Com’è che dimoriamo in Gesù? Ora, la prima cosa da notare (che diventerà chiaro in quanto segue) è che Gesù parla qui non tanto della nostra unione con lui (intesa come il tralcio viene innestato alla vite) ma della nostra comunione con lui (intesa come il nostro continuo vivere in relazione con lui). Possiamo distinguere tra unione comunione in questo modo: non possiamo avere comunione con Gesù se non siamo uniti a lui; ma, una volta uniti, è possibile che non viviamo sempre in piena comunione con lui.

Possiamo vedere un parallelismo nel matrimonio. Da quando io e mia moglie ci siamo sposati, siamo sempre uniti in questo rapporto, indipendentemente da come ci sentiamo. L’unione del matrimonio è qualcosa di obbiettivo che non aumenta o diminuisce a seconda degli alti e bassi che attraversa. Ma la nostra comunione è soggettiva, e può rafforzarsi o indebolirsi a causa di tanti fattori. Periodi di separazione geografica, emotiva o comunicativa possono ridurre di molto la nostra comunione, anche se rimaniamo sempre uniti come marito e moglie. Ovviamente, la troppa mancanza o la totale assenza di comunione può portare all’annullamento dell’unione matrimoniale, ma il punto principale resta valido.

4.2) La descrizione della relazione vitale

Qui Gesù parla soprattutto della nostra comunione con lui. E poiché parla di comunione, parla di una relazione personale che non può essere ridotta a un manuale di istruzioni. Come in qualsiasi relazione personale, non esiste un set di azioni che, se viene eseguito con precisione, garantisce il risultato desiderato. Ma ci sono dei comportamenti che creano le condizioni favorevoli alla comunione, senza i quali non può esistere. Nei versetti che seguono nel discorso di Gesù, dal 7 al 17, troviamo i comportamenti e le condizioni che caratterizzano coloro che vivono in piena comunione con lui. Ripeto: Gesù non ci spiega, per così dire, il procedimento di una ricetta che assicura di sfornare una torta perfetta. Il testo stesso resiste a tentativi di schematizzarlo in questo modo. Descrive invece le caratteristiche, le abitudini, la “routine” se vogliamo, dei tralci che sono in relazione vitale con la vite e di conseguenza portano molto frutto. Purtroppo non abbiamo il tempo per poter approfondire i vari tratti di questa relazione. Quindi li evidenzierò nel testo e poi lascerò a voi il compito di fare ulteriori riflessioni al riguardo.

4.2.1) La parola e la preghiera

Il primo tratto dei tralci in comunione con la vite non dovrebbe sorprendere l’attento lettore di Giovanni:

Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto.

In Giovanni, Gesù è la Parola di Dio, e come tale le sue parole “sono Spirito e vita” (6:63). Se chiediamo: “che cosa rappresenta la linfa dalla quale nell’immagine della vite i tralci dipendono per portare frutto?” La risposta è questa: lo Spirito di Dio che (letteralmente!) dimora nei credenti e la vita eterna che egli gli conferisce. Come lo spirito dell’uomo è la forza vitale del suo corpo, così è lo Spirito di Dio la forza vitale di coloro che hanno la vita eterna. Paolo si servirà di quest’immagine in Galati 5:23 quando chiama le virtù cristiane “il frutto dello Spirito”. Come Gesù stesso indica altrove nel suo discorso (14:12-17; 16:7-15), è lo Spirito che Gesù, la vite, elargisce sui discepoli, i tralci, affinché essi portino frutto.

Se chiediamo inoltre, come opera lo Spirito di Gesù in noi affinché portiamo frutto? La risposta è chiara nel 16:13-14:

13 quando però sarà venuto lui, lo Spirito della verità, egli vi guiderà in tutta la verità, perché non parlerà di suo, ma dirà tutto quello che avrà udito, e vi annuncerà le cose a venire. 14 Egli mi glorificherà perché prenderà del mio e ve lo annuncerà.

Lo Spirito opera in noi nella misura in cui le parole di Gesù dimorano in noi. Come Gesù dichiara qui senza equivoci, lo Spirito non opera “di suo” ma solo in cooperazione con ciò che Gesù ha annunciato. Ecco perché nel v.7 di Giovanni 15 sono le parole di Gesù che vengono a occupare il suo posto. Notiamo la progressione:

Dimorate in me, e io dimorerò in voi

5 Colui che dimora in me, e nel quale io dimoro, porta molto frutto

Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi

Nei vv.4 e 5, è Gesù che dimora nei discepoli, ma poi nel v.7 sono le parole di Gesù che dimorano in loro. Allora, è Gesù o la sua parola che dimora in noi? La risposta è sì! Gesù dimora in noi, per mezzo del suo Spirito, in quanto le sue parole dimorano in noi. Nel suo discorso, Gesù ricorda più volte ai suoi discepoli che tra poco sarà tolto via dalla loro presenza (14:2-4, 12, 19, 28; 16:5-7). Ma non per questo sarà assente; anzi sarà più presente che mai! Prima della croce, Gesù è stato con i discepoli. Ma dopo, quando torna al Padre, sarà per mezzo dello Spirito nei discepoli. E questo avverrà nella misura in cui la sua parola (che abbiamo anche noi grazie a Giovanni e gli altri scrittori biblici!) dimora in noi. Questa è l’ennesima volta che vediamo quanto è indispensabile la Bibbia alla nostra vita. La parola di Dio deve essere per noi non solo un riferimento occasionale o un’occhiata quotidiana, ma la nostra constante dimora.

Vediamo ancora nel v.7 che inscindibile dalla parola è la preghiera: quando dimoriamo in Gesù (che facciamo in quanto facciamo sì che la parola dimori in noi), chiediamo al Padre quello che vogliamo nel nome di Gesù e così “sarà fatto”. Nel contesto, è chiaro che questa promessa vale solo si avverano prima la condizione: “se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi”. In altre parole, quando la parola di Gesù dimora in noi con il risultato che lo Spirito ci riempie della sua vita — compresi i suoi desideri — ciò che vorremo e chiederemo sarò ciò che Dio stesso vuole da noi: il frutto per cui ci ha innestato in Gesù. Quando il discepolo prega il Padre e gli chiede di adempire la volontà e le promesse rivelate nella sua parola, la risposta sarà sempre “sì”! La preghiera, dunque, è l’espressione esterna della parola che opera all’interno del credente. Se i credenti pregano poco, è probabile che dimori poco la parola in loro.

4.2.2) La gioia

Oltre alla parola che si manifesta nella preghiera, Gesù indica che anche la gioia è un segno della sua presenza in noi:

11 Vi ho detto queste cose, affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia completa.

Dobbiamo distinguere tra la gioia di cui parla Gesù e la felicità come il mondo la pensa. La gioia — che è proprio la gioia di Gesù stesso — non è opposta alla sofferenza o al pianto. Ricordiamo Gesù piangendo e fremendo davanti alla tomba di Lazzaro (11:33-35), e turbato di animo quando pensa all’ora della sua morte (12:27). La felicità del mondo viene cancellata dalla sofferenza, l’angoscia e la morte, ma la gioia di Gesù no. Non è facile sapere come è possibile gioire proprio nel momento in cui si piange, ma questo è il potere della gioia di Gesù in noi. E questa è la chiave: la gioia di Gesù in noi. Resta sempre valida l’immagine della vite e i tralci. Come non possiamo da noi stessi portare frutto, così non possiamo da noi stessi gioire in ogni circostanza, a meno che non dimoriamo in Gesù affinché la sua gioia si manifesti in noi. Ma se la parola di Gesù dimora in noi, Gesù promette che dimorerà in noi anche la sua gioia invincibile. Ecco la beatitudine del tralcio che dimora nella vite.

4.2.3) L’ubbidienza che si manifesta nell’amore

Dopo la parola, la preghiera e la gioia, ancora un’altra caratteristica viene messa in risalto da Gesù:

14 Voi siete miei amici, se fate le cose che io vi comando.

Questo “voi siete miei amici” equivale al “dimorate in me” di prima. Dobbiamo essere cauti di non interpretare questo “se” nel modo sbagliato. Non siamo gli amici di Gesù — ovvero dimoriamo in lui — a causa del nostro fare le cose che egli ci comanda, perché questo contraddice l’insegnamento di Gesù che senza di lui non possiamo fare nulla. La nostra ubbidienza è il risultato di essere amici di Gesù, come il frutto è il risultato del tralcio che dimora nella vite. Ma — e questo è il punto — il frutto dell’ubbidienza è il risultato del tralcio che dimora nella vite. Nessuno può dire di dimorare in Gesù, di essere suo amico, se non ubbidisce a quanto egli ha comandato! Se Gesù dimora in noi, farà sì che noi facciamo ciò che lui desidera!

E che cos’è che Gesù desidera? Quali sono le cose che ci ha comandato? Possiamo riassumerle tutte in una sola parola: amore.

12 Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi…. 17 Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.

Come nell’esempio di Gesù, questo amore non è teorico o astratto ma concreto e pratico:

13 Nessuno ha amore più grande di quello di dare la sua vita per i suoi amici.

L’amore che non passa da parole ai fatti non è amore, proprio come Dio ha mostrato il suo amore principalmente non nel dircelo ma nel mandare Gesù per morire per noi (Giovanni 3:16; Romani 5:8). Così deve essere l’amore dei discepoli di Gesù, gli uni per gli altri.

4.2.4) L’esempio di Gesù

Gesù stesso è infatti il nostro esempio di cosa vuol dire “dimorare in lui”. Al di là di tutti queste caratteristiche quali la parola, la preghiera, la gioia, l’ubbidienza e l’amore, Gesù presenta se stesso come esempio per eccellenza:

Come il Padre mi ha amato, così anch’io ho amato voi; dimorate nel mio amore. 10 Se osservate i miei comandamenti, dimorerete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e dimoro nel suo amore.

Come Gesù ha fatto nei confronti di suo Padre, così facciamo nei confronti di Gesù. Guardiamo come Gesù stesso ha dimorato nell’amore del Padre e ha fatto tutto ciò per cui era stato da lui mandato, e vediamo l’immagine perfetta di come anche noi dobbiamo dimorare nell’amore di Gesù e fare tutto ciò per cui siamo stati da lui mandati nel mondo. Alla fine, se è Gesù stesso che personalmente dimora in noi tramite lo Spirito, non sarà proprio la sua immagine a cui diventeremo sempre più conformi?

5) Considerazioni conclusive

Voglio concludere lo studio di oggi con tre brevi considerazioni che ritengo necessarie alla nostra comprensione di Giovanni 15.

5.1) Un avvertimento

La prima considerazione è un avvertimento: mentre l’assenza del frutto indica necessariamente l’assenza dell’unione del tralcio alla vite, la presenza del frutto non indica necessariamente la presenza della stessa. Dobbiamo tenere presente quelle terrificanti parole di Gesù in Matteo 7:21-23:

21 «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore!” entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. 22 Molti mi diranno in quel giorno: “Signore, Signore, non abbiamo noi profetizzato in nome tuo e in nome tuo cacciato demòni e fatto in nome tuo molte opere potenti?”  23 Allora dichiarerò loro: “Io non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, malfattori!”

Qui vediamo che è possibile manifestare nella vita ciò che sembra frutto vero, ma alla fine sarà rivelato falso. Secondo Gesù, ci saranno molti che nella vita avranno compiuto tante buone opere nel nome di Gesù ma senza essere mai uniti veramente a Gesù. Sarà solo alla fine, al giudizio finale, quando il frutto falso sarà rivelato tale, e perciò dobbiamo guardarci dal presumere che tutto quello che appare come frutto vero sia in realtà frutto vero. Di nuovo, la cosa più importante è l’unione con Gesù, che il tralcio dimori nella vite, perché solo così possiamo assicurarci di non ingannarci e che il frutto che portiamo è frutto vero.

5.2) Un’esortazione

La seconda considerazione è un’esortazione. Ricordiamoci delle parole iniziali del capitolo:

1 Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiuolo. Ogni tralcio che in me non dà frutto lo toglie via, e ogni tralcio che dà frutto lo pota affinché ne dia di più.

Qui Gesù ci fa sapere che non è solo il tralcio sterile che viene in qualche modo tagliato; anche il tralcio fruttifero viene potato “affinché ne dia di più”. Come sa bene qualsiasi vignaiuolo, le viti vanno potate ogni anno per rendere l’uva più buona. Senza la potatura che sopprime le parti invecchiate o malate della pianta, la qualità del frutto si deteriorerà. Per quanto violenta, la potatura è dunque parte normale e frequente dell’esistenza dei tralci ed è indispensabile alla loro vitalità.

Quindi, dobbiamo essere sempre preparati alla potatura del nostro Vignaiuolo divino. Quando Dio ci pota, è perché ci ama, perché vuole renderci sempre più vivi e fruttiferi. La potatura è un processo doloroso; Dio può toglierci parti della vita che noi riteniamo necessarie. Ma se ci affidiamo alla sua cura, convinti che lui è saggio da sapere meglio di noi cosa nella nostra vita va potato, potremo ubbidire all’esortazione di Ebrei 12:7,11:

7 Sopportate queste cose per la vostra correzione…. 11 È vero che qualunque correzione sul momento non sembra recare gioia, ma tristezza; in seguito tuttavia produce un frutto di pace e di giustizia in coloro che sono stati addestrati per mezzo di essa.

5.3) Un incoraggiamento

La terza e ultima considerazione è un incoraggiamento. È possibile sentire (o leggere) un messaggio così e concludere pensando che infine tutto dipenda da noi. Non so quante volte che io, dopo aver predicato il vangelo, evidenziando che Dio ha già fatto tutto in Gesù per salvarci, ho sentito qualcuno con sguardo ansioso dirmi qualcosa come: “Non so se ce la posso fare. È molto difficile!” Tanta è innata e impressa nella nostra natura l’idea che noi dobbiamo contribuire in qualche modo alla nostra salvezza che quasi non comprendiamo il vangelo anche quando viene spiegato nel modo più semplice. Lo stesso vale per quanto riguarda la vita cristiana. Tendiamo a fissare sugli imperativi del testo biblico a tal punto che dimentichiamo gli indicativi. In questo caso, è facile che ci focalizziamo sul fatto che noi dobbiamo dimorare in Cristo, che noi dobbiamo portare frutto perché non vogliamo essere i tralci gettati via e bruciati, e di conseguenza facciamo sì che Giovanni 15 abbia l’effetto contrario a quello che Gesù desidera! Ricordiamoci: Gesù ha detto queste cose affinché abbiamo in lui la pace non la paura, la gioia e non l’ansia. Quindi, finiamo ribadendo l’indicativo che sta alla base di ogni imperativo:

In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, così sarete miei discepoli…. 16 Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi, e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto, e il vostro frutto rimanga; affinché tutto quello che chiederete al Padre, nel mio nome, egli ve lo dia.

Dio vuole che noi dimoriamo in Gesù. Dio vuole che portiamo frutto. E ciò che Dio vuole è ciò che alla fine ottiene. La nostra pace deriva dalla conoscenza che, come Paolo dice in Romani 11:18:

…non sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te.

Se siamo stati innestati in Gesù come tralci nella vite, questa è stata l’opera non nostra ma quella del Vignaiuolo divino. In più, non è tanto la responsabilità dei tralci aggrapparsi alla vite quanto è la responsabilità della vite aggrapparsi ai tralci. Ricordiamoci: i tralci da sé non possono fare nulla, compreso rimanere uniti alla vite! E la vite che sostiene i tralci, che li fa portare frutto e che assicura che essi stiano vivi, sani e ben nutriti. Non dobbiamo pensare, dunque, che in fin dei conti dimorare in Gesù sia la parte, forse anche solo quell’1 per cento, che spetta noi mentre Dio fa il rimanente 99 per cento. Senza la vite non possiamo neanche fare quell’1 per cento. È Gesù la vite che non solo produce il frutto mediante i tralci ma che anche sostiene i tralci affinché dimorino in essa. Così possiamo riposarci nella pace che i tralci che Dio ha voluto innestare nella vite, sarà la sua fedele premura conservarci nella vite, farci crescere verso la maturità e farci portare il frutto che desidera.

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