1 Tessalonicesi: L’Azione della Parola di Dio

1) La Parola Con Potenza (1:1-10)

1:1 Paolo, Silvano e Timoteo alla chiesa dei Tessalonicesi che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: grazia a voi e pace [da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo]. 2 Noi ringraziamo sempre Dio per voi tutti, nominandovi nelle nostre preghiere, ricordandoci continuamente, davanti al nostro Dio e Padre, dell’opera della vostra fede, delle fatiche del vostro amore e della costanza della vostra speranza nel nostro Signore Gesù Cristo. Conosciamo, fratelli amati da Dio, la vostra elezione. Infatti il nostro vangelo non vi è stato annunciato soltanto con parole, ma anche con potenza, con lo Spirito Santo e con piena convinzione; infatti sapete come ci siamo comportati fra voi, per il vostro bene. Voi siete divenuti imitatori nostri e del Signore, avendo ricevuto la parola in mezzo a molte sofferenze, con la gioia che dà lo Spirito Santo, tanto da diventare un esempio per tutti i credenti della Macedonia e dell’Acaia. Infatti da voi la parola del Signore ha echeggiato non soltanto nella Macedonia e nell’Acaia, ma anzi la fama della fede che avete in Dio si è sparsa in ogni luogo, di modo che non abbiamo bisogno di parlarne; perché essi stessi raccontano quale sia stata la nostra venuta fra voi, e come vi siete convertiti dagli idoli a Dio per servire il Dio vivente e vero, 10 e per aspettare dai cieli il Figlio suo che egli ha risuscitato dai morti, cioè Gesù, che ci libera dall’ira imminente.

Fondamentale alla nostra fede è la Bibbia, l’unica testimonianza autorevole alla rivelazione di Dio all’umanità. La Bibbia, come sappiamo, è un libro, la parola di Dio scritta in parole umane. Questo fatto merita un po’ di riflessione. Perché questa testimonianza prende la forma di un libro? Perché Dio ha fatto sì che la sua parola fosse trasmessa a noi in questa modalità? O più basilare ancora: perché Dio si è rivelato a noi tramite la parola e non, per esempio, tramite una visione? La prima lettera di Paolo ai Tessalonicesi ci dà un’ottima opportunità per riflettere su questo tema, cioè, la centralità della parola alla nostra fede. I cristiani sono prima di tutto “un popolo del libro” perché, come Paolo afferma in 2 Timoteo 3:16-17:

16 Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, 17 perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona.

Solo della Scrittura è dichiarato questo, che è “ispirata da Dio”, e la Scrittura da sola è sufficiente affinché siamo completi e ben preparati per ogni opera buona.

La lettera di 1 Tessalonicesi, scritta da Paolo a una chiesa che aveva fondato nella città di Tessalonica (che esiste ancora oggi) in Grecia, non è un trattato specifico su quest’argomento, ma è pieno di riferimenti a esso. Quando Paolo lasciò la chiesa per fondarne altre altrove, essa era una comunità matura nella fede, ma dopo un po’ i suoi membri si resero conto di aver ancora bisogno del suo aiuto in certe questioni. Paolo, trovandosi lontano da Tessalonica, non poteva essere lì personalmente, e quindi gli scrisse questa lettera, sapendo che essa era in grado di supplire alla sua assenza nei confronti dei credenti tessalonicesi. In questo, vediamo la certezza che Paolo aveva nella parola scritta come strumento efficace dell’opera di Dio nella chiesa. Come spiega chiaramente nel 2:13:

2:13 Per questa ragione anche noi ringraziamo sempre Dio: perché quando riceveste da noi la parola della predicazione di Dio, voi l’accettaste non come parola di uomini, ma, quale essa è veramente, come parola di Dio, la quale opera efficacemente in voi che credete.

Per Paolo, la parola del vangelo, sia annunciata che scritta, “opera efficacemente” in noi che crediamo perché essa, pur provenendo da uomini come Paolo, non è solo la parola dell’uomo ma è veramente la parola di Dio. È questa certezza che vogliamo, e che dobbiamo, avere anche noi, perché se non siamo convinti dell’efficacia della Bibbia, avremo poca motivazione per darle retta. Se invece condividiamo la convinzione di Paolo, saremo sempre più spronati a leggerla, a studiarla, e a metterla in pratica.

La difficoltà che affrontiamo, però, è che viviamo in una cultura che sottovaluta la parola. Spesso si distingue tra “parole” e “fatti”, come se parole contassero meno dei fatti. Per quanto riguarda la parola scritta, è noto che in genere gli italiani non sono grandi lettori di libri. Più ancora, (e soprattutto quando si parla della Bibbia), la parola scritta è spesso considerata complessa, ambigua e difficile da capirsi. La Bibbia in particolare è un libro ritenuto inaccessibile alla persona normale, o anche poco attendibile perché deve essere interpretato. Quante volte ho sentito qualcuno ribattere: “Ma è solo la tua interpretazione!”, come se questo minasse l’autorevolezza delle Scritture! Ma tutto questo è sintomatico della poca fiducia che molti hanno nella parola scritta, e specialmente nella Bibbia, come mezzo efficace di comunicazione. Noi siamo purtroppo condizionati da questa mentalità, e influisce molto sul rapporto che abbiamo con il testo sacro.

Per questo motivo, è importante che riflettiamo bene su come la Bibbia stessa considera il tema della parola, e non possiamo fare meglio che studiarlo in 1 Tessalonicesi. Paolo comincia questa lettera ricordando ai tessalonicesi il vangelo che gli aveva annunciato “non soltanto con parole, ma anche con potenza, con lo Spirito Santo e con piena convinzione” (1:5). Indipendentemente da quello che possiamo pensare di altre parole, la parola del vangelo, Paolo insiste, è potentemente efficace quando viene annunciata perché è accompagnata dallo Spirito Santo che convince chi ascolta della sua verità. Così la parola del vangelo si distingue da altre parole umane nel senso che realizza lo scopo per cui viene comunicata. Il vangelo non è una parola che, come altre parole umane, può essere semplicemente ignorata. Non è una promessa che, come altre promesse umane viene meno. Ottiene l’ascolto quando viene dichiarato, e garantisce il compimento di ciò che prevede. Rimaniamo spesso delusi o ingannati dalle parole che altri dicono, ma questo non succede mai quando la parola del vangelo è trasmessa, perché lo Spirito Santo ne assicura l’efficacia.

Paolo ricorda inoltre ai tessalonicesi che la loro esperienza è testimone di tutto ciò. Sanno che quando il vangelo è stato da Paolo annunciato, la sua potenza si è dimostrata nel fatto che essi sono di conseguenza “divenuti imitatori … del Signore” (1:6). I tessalonicesi hanno “ricevuto la parola in mezzo a molte sofferenze” (1:6), e si sono “convertiti dagli idoli a Dio per servire il Dio vivente e vero” (1:9). Questa conversione — dalle tenebre alla luce, dalla falsità alla verità, dalla morte alla vita, dagli idoli a Gesù — era dovuta non all’eloquenza della predicazione di Paolo ma solo alla potenza della parola annunciata.

Nel 2:3-7, infatti, Paolo respinge esplicitamente ogni tentativo di far accettare il vangelo con strategie o trucchi umani:

3 Perché la nostra predicazione non proviene da finzione, né da motivi impuri, né è fatta con inganno; ma, come siamo stati approvati da Dio che ci ha stimati tali da poterci affidare il vangelo, parliamo in modo da piacere non agli uomini, ma a Dio che prova i nostri cuori. Difatti, non abbiamo mai usato un parlare lusinghevole, come ben sapete, né pretesti ispirati da cupidigia; Dio ne è testimone. E non abbiamo cercato gloria dagli uomini, né da voi, né da altri, sebbene, come apostoli di Cristo, avremmo potuto far valere la nostra autorità; invece, siamo stati mansueti in mezzo a voi, come una nutrice che cura teneramente i suoi bambini.

Paolo non spacciava il vangelo come un venditore di auto. Annunciava il vangelo con sincerità e semplicità, e le vite trasformate come risultato erano la prova dell’efficacia della parola stessa. Tale era la fiducia di Paolo nella potenza della parola che era capace di capovolgere il mondo con un mero sussurro. Il vangelo, in quanto parola di Dio, non è da separare dai “fatti” che sono più concreti. Per Paolo, la parola di Dio è il suo atto. Dio agisce parlando. E quando diamo ascolto alla parola di Dio, permettiamo allo Spirito Santo di entrare nelle nostre vite e di renderci conformi all’immagine di Gesù.

2) La Parola In Azione

A) Insegnare/Istruire (4:2-6, 13-17)

Il resto della lettera di 1 Tessalonicesi si legge quasi come un catalogo delle varie azioni che Dio intraprende nei nostri confronti quando apriamo le nostre orecchie alla sua parola. Consideriamo adesso le diverse opere che Dio compie in noi tramite la sua parola. Ne abbiamo già vista una: tramite la parola del vangelo, Dio ci libera dagli idoli che ci schiavizzano e ci converte a se stesso, l’unico vero Dio, affinché lo serviamo in gioia e in libertà. Ma c’è molto ancora. Attraverso la sua parola Dio ci istruisce e ci insegna la verità che ci rende saldi nella fede e capaci di discernere l’errore. Nel capitolo 4 troviamo due chiari esempi di questo. Nei vv.2-6 leggiamo:

4:Infatti sapete quali istruzioni vi abbiamo date nel nome del Signore Gesù. Perché questa è la volontà di Dio: che vi santifichiate, che vi asteniate dalla fornicazione, che ciascuno di voi sappia possedere il proprio corpo in santità e onore, senza abbandonarsi a passioni disordinate come fanno gli stranieri che non conoscono Dio; che nessuno opprima il fratello né lo sfrutti negli affari; perché il Signore è un vendicatore in tutte queste cose, come già vi abbiamo detto e dichiarato prima.

Qui vediamo come la parola di Dio ci insegna qual è la volontà di Dio per noi, la nostra santificazione. I tessalonicesi, una volta convertiti dagli idoli a servire l’unico vero Dio, dovevano poi imparare a “possedere il proprio corpo in santità e onore”. Questo non era né facile né automatico, perché erano circondati da persone che “non conoscevano” Dio e per cui “abbandonarsi a passioni disordinate” era del tutto normale. Loro invece dovevano vivere in modo totalmente controcorrente, e quindi dovevano essere istruiti in tutta la volontà di Dio per loro. Così anche noi che viviamo in una società che non conosce Dio e che reputa normali stili di vita contrari alla sua volontà, abbiamo altrettanto bisogno di essere istruiti in modo conforme alla santità. Come avviene questo? Qual è la scuola in cui siamo ammaestrati in tutta la volontà di Dio? È la parola di Dio scritta: “Infatti sapete quali istruzioni vi abbiamo date nel nome del Signore Gesù” (4:2).

Poi nei vv.13-17 del capitolo 4, troviamo un altro tipo di insegnamento importante:

4:13 Fratelli, non vogliamo che siate nell’ignoranza riguardo a quelli che dormono, affinché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. 14 Infatti, se crediamo che Gesù morì e risuscitò, crediamo pure che Dio, per mezzo di Gesù, ricondurrà con lui quelli che si sono addormentati. 15 Poiché questo vi diciamo mediante la parola del Signore: che noi viventi, i quali saremo rimasti fino alla venuta del Signore, non precederemo quelli che si sono addormentati; 16 perché il Signore stesso, con un ordine, con voce d’arcangelo e con la tromba di Dio, scenderà dal cielo, e prima risusciteranno i morti in Cristo; 17 poi noi viventi, che saremo rimasti, verremo rapiti insieme con loro, sulle nuvole, a incontrare il Signore nell’aria; e così saremo sempre con il Signore.

Qui vediamo come l’insegnamento della parola di Dio serve per liberarci dall’ignoranza. Evidentemente, i tessalonicesi erano ignoranti “riguardo a quelli che dormono” (cioè i morti) e di conseguenza erano “tristi come gli altri che non hanno speranza” (v.13). Per questo motivo Paolo gli insegna il ritorno di Gesù e la risurrezione. Sappiamo, Paolo dice, che la morte non è l’ultima parola per i credenti. Sono morti, sì, e forse moriremo anche noi se Gesù non torna prima, ma il fatto è che Gesù tornerà, e quando tornerà i morti risusciteranno e saranno riuniti con quelli che sono ancora vivi. Per i credenti è la vita, non la morte, che trionferà, e siamo certi che un giorno saremo tutti insieme nella presenza del Signore per sempre, senza paura, senza angoscia, e senza lacrime. Se non siamo ignoranti ma convinti di questo, non saremo tristi di fronte alla morte “come gli altri che non hanno speranza”. Saremo tristi, certo, ma la nostra tristezza sarà sempre temperata dalla speranza, e piangeremo sapendo che un giorno non piangeremo mai più. Questo è lo scopo dell’insegnamento della parola di Dio, ed è il motivo per cui Paolo, insieme agli altri autori ispirati, ci hanno regalato il tesoro delle sacre Scritture che ci liberano dall’ignoranza e ci riempiono di speranza.

B) Consolare (4:18; 5:9-11)

La seconda azione, legata alla prima, che Dio compie in noi tramite la sua parola è la consolazione. Dopo aver insegnato il ritorno di Cristo, Paolo conclude nel v.18:

4:18 Consolatevi dunque gli uni gli altri con queste parole.

Nello stesso modo, nei vv.9-11 del capitolo 5, Paolo ricorda che, nonostante il male che ci assalisce e il mondo che peggiora sempre di più, il nostro destino non è ira e distruzione ma salvezza e vita eterna che sarà nel giorno in cui Gesù si rivelerà dal cielo.

5:9 Dio infatti non ci ha destinati a ira, ma ad ottenere salvezza per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo, 10 il quale è morto per noi affinché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui. 11 Perciò, consolatevi a vicenda ed edificatevi gli uni gli altri, come d’altronde già fate.

È Dio che ci ha destinati alla salvezza, e sarà lui a portarla a compimento. Inoltre, anche prima del ritorno di Cristo, anche se lo vediamo, e persino in mezzo alla valle dell’ombra della morte, noi “viviamo insieme con” Gesù. Bramiamo il giorno quando la nostra fede cambierà in visione e lo vedremo faccia a faccia, ma nel frattempo noi godiamo di una comunione con lui che nessun dolore o difficoltà ci può togliere. Certo, tendiamo a dimenticare questo, specie quando siamo sopraffatti dalle prove della vita. Se non ci rivolgiamo alla parola, ci priviamo del più grande conforto che abbiamo. Ma quando diamo di nuovo ascolto alla parola di Dio, egli ci ricorda delle sue promesse infallibili, e troviamo una grande consolazione per le nostre anime.

C) Preannunciare/Preparare (3:1-4)

Mediante la sua parola, quindi, Dio ci salva, ci istruisce, ci conforta, ma vediamo anche che ci prepara per renderci saldi in anticipo delle varie difficoltà che possiamo attraverso nella vita.

3:1 Perciò, non potendo più resistere, preferimmo restare soli ad Atene; e mandammo Timoteo, nostro fratello e collaboratore di Dio nel vangelo di Cristo, per confermarvi e confortarvi nella vostra fede, affinché nessuno fosse scosso in mezzo a queste tribolazioni; infatti voi stessi sapete che a questo siamo destinati. Perché anche quando eravamo tra di voi, vi preannunciavamo che avremmo dovuto soffrire, come poi è avvenuto, e voi lo sapete.

Come Paolo fece nei confronti dei tessalonicesi, mandando a loro Timoteo “affinché nessuno fosse scosso in mezzo a queste tribolazioni”, così Dio fa attraverso le Scritture. Esse ci preannunciano che dovremo soffrire in modo che non saremo presi alla sprovvista quando capita. Nel capitolo 5, vv.4-8, la parola ci dice questo esplicitamente usando la metafora del “giorno” e della “notte”:

5:4 Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno abbia a sorprendervi come un ladro; perché voi tutti siete figli di luce e figli del giorno; noi non siamo della notte né delle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma vegliamo e siamo sobri; poiché quelli che dormono, dormono di notte, e quelli che si ubriacano, lo fanno di notte. Ma noi, che siamo del giorno, siamo sobri, avendo rivestito la corazza della fede e dell’amore e preso per elmo la speranza della salvezza.

I credenti, ammaestrati dalla parola, sanno cosa aspettarsi nel mondo, e non rimangono sorpresi quando “come un ladro” vengono le tribolazioni e le angosce. Non rimangono stupiti che il peccato umano sfocia in razzismo e omicidio, come è successo recentemente con la morte di George Floyd negli Stati Uniti. Non rimangono sorpresi neanche quando il mondo intero viene colpito da una pandemia come il COVID-19, perché la parola ha già preannunciato tutto ciò. Come “figli della luce” e “figli del giorno”, i credenti vegliano, sono sobri, e sanno discernere i segni della fine e del ritorno di Cristo. Mentre quelli del mondo “si ubriacano” e “dormono” così che l’arrivo del “ladro” li sconvolge, quelli che si sono rivestiti dell’armatura di Dio sono preparati a tutto, e sanno reagire nel modo giusto. Sono così non grazie alla loro intelligenza o capacità, ma perché tramite la sua parola Dio li ha preparati e li ha fortificati per poter stare forti e fermi in mezzo alla tempesta.

D) Esortare/Ammonire (2:10-12; 4:1, 9-12; 5:14-18)

A volte, però, abbiamo bisogno di essere esortati, ammoniti, e rimproverati. Così Dio fa anche questo nella sua parola. Per esempio, alla fine della lettera, nel 5:14-18, Paolo scrive:

5:14 Vi esortiamo, fratelli, ad ammonire i disordinati, a confortare gli scoraggiati, a sostenere i deboli, a essere pazienti con tutti. 15 Guardate che nessuno renda ad alcuno male per male; anzi cercate sempre il bene gli uni degli altri e quello di tutti. 16 Siate sempre gioiosi; 17 non cessate mai di pregare; 18 in ogni cosa rendete grazie, perché questa è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi.

A volte, quello che ci serve è un rimprovero paterno perché non stiamo facendo ciò che dovremmo fare. Se cadiamo nel peccato, se non dimostriamo l’amore e il perdono di Cristo rendendo invece male per male, se cessiamo di pregare, e non rendiamo grazie in ogni cosa ma piuttosto ci lamentiamo di tutto, abbiamo bisogno della correzione e della disciplina del nostro Padre celeste. E una volta disciplinati, dobbiamo essere incoraggiati a riprendere la giusta via e perseverare in essa. Anche questo Dio fa per mezzo della sua parola. Certo, la disciplina del Signore non è piacevole. A nessuno piace essere rimproverato o corretto, perché il nostro orgoglio vuole che abbiamo sempre ragione. Ma per quanto difficile e doloroso, anche la disciplina è un’opera necessaria che Dio compie nei nostri confronti. Se diamo costante ascolto alla sua parola, spesso possiamo evitare le drastiche misure che a volte Dio deve prendere per farci tornare a lui, perché sarà più difficile che ci allontaniamo da lui o che dimentichiamo le sue esortazioni. Quindi, vediamo per l’ennesima volta l’importanza di meditare sempre sulla parola di Dio, affinché lui possa correggerci prima che lasciamo la retta via

E) Benedire (3:12-13; 5:23-25)

L’ultima azione (almeno per quanto riguarda questo studio) che Dio compie in noi tramite la sua parola è la benedizione. La benedizione può assumere la forma di una preghiera, può essere pronunciata da qualcuno come Paolo, ma quando la leggiamo nelle Scritture possiamo essere certi che costituisce il desiderio di Dio per noi. Nella Bibbia, la benedizione è quella che Dio promette di adempiere nei nostri confronti, anche quando abbiamo poca fiducia che egli è in grado di farlo. Due passaggi in 1 Tessalonicesi sono particolarmente pertinenti al riguardo: 3:12-13 e 5:23-25:

3:12 e quanto a voi, il Signore vi faccia crescere e abbondare in amore gli uni verso gli altri e verso tutti, come anche noi abbondiamo verso di voi, 13 per rendere i vostri cuori saldi, irreprensibili in santità davanti a Dio nostro Padre, quando il nostro Signore Gesù [Cristo] verrà con tutti i suoi santi.

5:23 Or il Dio della pace vi santifichi egli stesso completamente; e l’intero essere vostro, lo spirito, l’anima e il corpo, sia conservato irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. 24 Fedele è colui che vi chiama, ed egli farà anche questo. 25 Fratelli, pregate per noi.

Sappiamo che spesso veniamo meno agli insegnamenti e alle esortazioni della Bibbia. A volte non ci sentiamo consolati dalle consolazioni delle Scritture. Altre volte siamo colti dormendo, come quando Gesù ha trovato i discepoli che si sono addormentati mentre lui pregava nel giardino dei Getsemani. Ci comportiamo meno come i “figli della luce” e più come quelli che si ubriacano di notte. Ma al di là di tutto questo, le benedizioni di Dio su di noi, come questi due esempi qui, sono le promesse che alla fine, sarà Dio a portare a compimento l’opera buona che ha cominciato in noi. Il nostro amore è spesso debole, ma Dio lo farà crescere e abbondare. I nostri cuori sono spesso vacillanti, ma Dio li renderà saldi. Siamo spesso macchiati dai nostri peccati, ma Dio ci santificherà completamente e ci presenterà irreprensibili davanti a se stesso. La nostra fede, come i nostri corpi e le nostre anime, sono vulnerabili agli attacchi del nemico e alle sofferenze della vita, ma Dio ci conserverà per la venuta del nostro Signore Gesù Cristo. Questa è la parola di Dio a noi, e quindi egli la compierà sicuramente. Quanto è prezioso dunque il tesoro che abbiamo nelle sacre Scritture che testimoniano questa parola! Non dovremmo mai trascurarle ma ascoltarle e meditarle giorno e notte, come dice nel Salmo 1. Nella misura in cui diamo ascolto alla parola di Dio scritta, egli farà tutto questo in noi, e molto di più!

Chiudo con Salmo 19:7-11, che riassume bene tutto quanto:

La legge del Signore è perfetta, essa ristora l’anima; la testimonianza del Signore è veritiera, rende saggio il semplice. I precetti del Signore sono giusti, rallegrano il cuore; il comandamento del Signore è limpido, illumina gli occhi. Il timore del Signore è puro, sussiste per sempre; i giudizi del Signore sono verità, tutti quanti sono giusti, 10 sono più desiderabili dell’oro, anzi, più di molto oro finissimo; sono più dolci del miele, anzi, di quello che stilla dai favi. 11 Anche il tuo servo è da essi ammaestrato; v’è gran ricompensa a osservarli.

2 Corinzi 1:1-11: La Consolazione di Cristo

1) Introduzione (2 Corinzi 1:1-2)

1 Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, e il fratello Timoteo, alla chiesa di Dio che è in Corinto, con tutti i santi che sono in tutta l’Acaia: grazia a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo.

La sofferenza. Poco ci piace parlarne. Ancora meno ci piace sperimentarla. Ma nella vita la sofferenza è inevitabile, e se non ci prepariamo prima che venga, ci troveremo senza la capacità di affrontarla. Un atleta non può aspettare il giorno della gara per iniziare ad allenarsi e pensare di vincere. Similmente non possiamo ritenerci in grado di reggere nel giorno della tempesta se prima non abbiamo costruito una solida base su cui stare. Ecco perché in Matteo 7:24-25 Gesù chiama “avveduto” l’uomo che:

ha costruito la sua casa sopra la roccia. La pioggia è caduta, sono venuti i torrenti, i venti hanno soffiato e hanno investito quella casa; ma essa non è caduta, perché era fondata sulla roccia.

È per aiutarci a costruire la casa della nostra vita sulla roccia che oggi meditiamo sul primo capitolo della seconda lettera di Paolo ai Corinzi, anche se, va riconosciuto subito, Paolo non scrive questa lettera come un trattato sulla sofferenza in generale. L’occasione di 2 Corinzi è ben più specifica. Come diventerà chiaro nel resto della lettera, Paolo scrive alla chiesa di Corinto (da lui fondata qualche anno prima) per difendere il suo apostolato da alcuni “sommi apostoli” (11:5) che cercano di minare la sua autorità e rovinare la sua reputazione tra i membri della chiesa. Paolo chiama questi “sommi apostoli” in senso ironico, perché lungi dall’essere veri apostoli di Cristo, si sono infiltrati nella chiesa predicandovi “un altro Gesù” (come Paolo dice in 11:4), portando un messaggio totalmente opposto al vangelo. La strategia di questi falsi apostoli è subdola ed efficace. Attaccano il messaggero, e, caduto lui, di conseguenza cade anche il suo messaggio. Quando dunque Paolo si difende in 2 Corinzi contro le accuse di questi falsi apostoli, non lo fa per non fare una brutta figura davanti ai corinzi. È invece per evitare che il vangelo di Cristo incorra nel biasimo e nel disonore.

Che c’entra quindi il tema della sofferenza? Evidentemente, i falsi apostoli sfruttavano le varie e molteplici sofferenze che Paolo subiva a causa del suo ministero per screditarlo agli occhi dei corinzi. Troviamo un esempio di quello che essi dicevano di lui nel 10:10:

Qualcuno dice infatti: «Le sue lettere sono severe e forti, ma la sua presenza fisica è debole e la sua parola è cosa da nulla»

In una cultura che, come quella dei corinzi, ammirava i leader forti, ricchi ed eloquenti, questa tattica risultava molto persuasiva. Se Paolo fosse veramente un apostolo, non dovrebbe essere così debole e sofferente. Certamente Dio non permetterebbe al suo grande apostolo di provare così tante afflizioni e dolori!

In 2 Corinzi, Paolo risponde ai suoi avversari stranamente affermando le loro critiche. Non cerca di nascondere le sue sofferenze; non tenta di farsi apparire più forte. Anzi, si vanta, in un certo senso, delle sue sofferenze e debolezze perché sono queste che paradossalmente danno conferma del suo apostolato. Il suo ragionamento è riassunto in 4:7:

Ma noi abbiamo questo tesoro in vasi di terra, affinché questa grande potenza sia attribuita a Dio e non a noi.

Per Paolo, la sofferenza è parte integrante del suo ministero, perché nessuno può confondere così la potenza del vangelo con le capacità dell’apostolo. In più, è incoerente predicare “Cristo crocifisso” senza seguirlo portando la propria croce. Paolo non è contento di solo predicare Cristo crocifisso; desidera rispecchiarlo nel proprio modo di vivere.

Detto questo, siamo adesso pronti per considerare il capitolo inziale di 2 Corinzi in cui Paolo introduce il tema della sofferenza. Ma forse ancora più importante è il tema della consolazione che è nostra in Cristo. Come Paolo insegna, è alla luce della consolazione di Cristo che le ombre delle nostre sofferenze perdono un po’ della loro oscurità. Qui non troviamo una risposta esauriente alla domanda: “perché soffriamo?”, ma la risposta che Paolo ci dà è sufficiente per consolarci nei momenti più difficili della vita. E quando ci aggrappiamo a questa consolazione, non saremo certo liberati dalle nostre sofferenze, ma saremo capaci di sopportarle, mantenendo ferma la nostra speranza in Cristo. In questi versetti, Paolo dà senso alle nostre sofferenze in questi tre modi: 1) siamo consolati per consolare, 2) siamo partecipi delle sofferenze di Cristo, e 3) impariamo a mettere fiducia nel Dio che risuscita i morti.

2) Consolati per Consolare (2 Corinzi 1:3-4)

Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra afflizione affinché, mediante la consolazione con la quale siamo noi stessi da Dio consolati, possiamo consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione;

Nel v.3, Paolo benedice “il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo” per il fatto che egli sia “il Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione”. Mentre è vero che Dio è sovrano su tutto — comprese le nostre sofferenze — la sua sovranità non è fredda o arbitraria come i concetti pagani della “sorte” o del “destino”. Questo è perché Paolo, innanzitutto, pone l’accento sulla misericordia e la consolazione di Dio. Se Dio nella sua sovranità permette che siamo afflitti, lo fa per poterci consolare. Non conosciamo Dio se non prima di tutto come “Padre misericordioso”, e come “Dio di ogni consolazione” non c’è afflizione che lui non sia in grado di consolare. A volte saremo afflitti “oltre le nostre forze” (v.8), ma possiamo essere certi che quando abbonderanno le nostre afflizioni, sovrabbonderanno le consolazioni di Dio. Se ci sentiamo travolti dalle sofferenze, dobbiamo ricordarci che quelle sofferenze saranno presto travolte dalle consolazioni del Signore.

Ma perché Dio desidera consolarci se questo richiede che prima soffriamo? Non sarebbe forse meglio sin dall’inizio non farci soffrire? Paolo risponde subito dicendo che è “affinché, mediante la consolazione con la quale siamo noi stessi da Dio consolati, possiamo consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione”. Come dirà nel 5:15-20, Paolo, insieme a tutti i seguaci di Cristo, “non vivono per se stessi ma per colui che è morto e risuscitato per loro”, facendo “da ambasciatori per Cristo”. Finché viviamo in questo mondo decaduto, la sofferenza sarà parte normale della vita, ed è dunque necessario che gli ambasciatori di Cristo siano in grado di consolare quelli che soffrono. Ma possiamo consolare altri nelle loro sofferenze se non siamo mai stati consolati nelle nostre? Non è certo piacevole, ma è indispensabile che l’ambasciatore di Cristo soffra e sia da Dio consolato in modo da poter poi consolare altri nelle loro sofferenze. Questo è perché Paolo in 2 Timoteo 2:10 dice:

Ecco perché sopporto ogni cosa per amore degli eletti, affinché anch’essi conseguano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna.

Quando anche noi siamo convinti che (per ripetere 5:15) “egli morì per tutti, affinché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro”, potremo anche noi dire la stessa cosa: sopportiamo ogni cosa per amore degli altri, come anche Cristo ha sopportato ogni cosa per amore nostro. Quindi, la prima parte della risposta di Paolo alla domanda: “perché soffriamo?” è questa: per essere consolati da Dio affinché “mediante la consolazione con la quale siamo noi stessi da Dio consolati, possiamo consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione”.

3) Partecipi delle Sofferenze (2 Corinzi 1:5-7)

perché, come abbondano in noi le sofferenze di Cristo, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione. Perciò se siamo afflitti, è per la vostra consolazione e salvezza; se siamo consolati, è per la vostra consolazione, la quale opera efficacemente nel farvi capaci di sopportare le stesse sofferenze che anche noi sopportiamo. La nostra speranza nei vostri riguardi è salda, sapendo che, come siete partecipi delle sofferenze, siete anche partecipi della consolazione.

Se poi chiediamo: “in che modo siamo consolati da Dio?”, Paolo risponde nei vv.5-7. Dio ci consola rassicurandoci che se soffriamo, è perché siamo “partecipi delle sofferenze di Cristo”. In quanto “abbondano in noi le sofferenze di Cristo”, così nella stessa misura “per mezzo di Cristo abbonda anche la nostra consolazione”. In altre parole, la consolazione che sperimentiamo in Cristo è in proporzione a quanto sperimentiamo le sofferenze di Cristo. Anche se forse non sembra all’inizio, sapere questo è una grande consolazione. Come abbiamo già detto, la sofferenza è parte normale della vita, e colpisce tutti indiscriminatamente. Questo non vuol dire ovviamente che nella vita non c’è altro che sofferenza, ma semplicemente che la sofferenza è inevitabile per tutti. Soffrono i ricchi e i poveri, i giovani e i vecchi, i grandi e i piccoli, i famosi e gli sconosciuti, e anche i credenti e i non credenti.

Ma c’è una differenza che distingue la sofferenza tra questi ultimi. Mentre per il non credente la sofferenza è solo quella: sofferenza, per il credente la sofferenza è molto di più: è una partecipazione nelle sofferenze di Cristo. Per il non credente, non c’è mai la certezza che la sofferenza abbia un senso, anche se lo si spera. Ma il credente non deve mai dubitarne perché, pur mancando altre risposte, sa che le sue sofferenze sono condivise con Cristo. Quindi, per il credente, tanto è possibile che le sue sofferenze non abbiano un senso quanto è possibile che le sofferenze di Cristo non abbiano avuto un senso. Non c’è sofferenza nella vita del credente che non sia una partecipazione nelle sofferenze di Cristo, e perciò non c’è sofferenza nella vita del credente che non abbia un senso. Forse questo senso non lo capiamo; forse non lo mai capiremo in questa vita. Ma possiamo essere certi che, come le sofferenze di Cristo sono state efficaci, così lo saranno le nostre allo scopo che Dio sta realizzando.

Ovvio: le nostre sofferenze non sono efficaci nello stesso senso in cui quelle di Cristo sono state efficaci. Le nostre sofferenze non salvano nessuno. Ma sappiamo comunque che nelle mani di colui che è il Salvatore, nulla sarà sprecato, e tutto si rivelerà un giorno di essere avvenuto per un motivo buono e bello. In Romani 8:28 Paolo lo dice così:

Or sappiamo che tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio, i quali sono chiamati secondo il suo disegno.

Io non so di voi, ma se devo soffrire, io voglio che le mie sofferenze siano una partecipazione in quelle di Cristo, così che non devo dubitare che abbiano un senso. Quando siamo convinti di questo, troviamo veramente una grande consolazione.

4) Dio che Risuscita i Morti (2 Corinzi 1:8-10)

Fratelli, non vogliamo che ignoriate, riguardo all’afflizione che ci colse in Asia, che siamo stati grandemente oppressi, oltre le nostre forze, tanto da farci disperare perfino della vita. Anzi, avevamo già noi stessi pronunciato la nostra sentenza di morte, affinché non mettessimo la nostra fiducia in noi stessi, ma in Dio, che risuscita i morti. 10 Egli ci ha liberati e ci libererà da un così gran pericolo di morte, e abbiamo la speranza che ci libererà ancora.

Però, se siamo onesti, dobbiamo ammettere che a volte dimentichiamo queste verità che ci consolano nell’afflizione. A volte il dolore è talmente forte che non riusciamo a pensare ad altro. A volte il male è talmente soffocante, talmente schiacciante che non siamo in grado nemmeno di respirare. In questi momenti, cosa dobbiamo fare? Paolo risponde nei vv.8-10, riconoscendo che è possibile essere “grandemente oppressi, oltre le nostre forze, tanto da farci disperare perfino della vita”. Paolo conosce benissimo la sofferenza che porta alla disperazione, avendo lui stesso vissuto una simile esperienza che qui racconta. Non sappiamo esattamente di quale afflizione Paolo parla qui, l’afflizione che lo “colse in Asia” e che lo fece pronunciare “la nostra sentenza di morte”, ma non importa. L’importante è la ragione per cui, secondo Paolo, Dio gli permise di attraverso ciò che il salmista chiama “la valle dell’ombra della morte”. Questa ragione vale tanto per noi quanto per lui: “affinché non mettessimo la nostra fiducia in noi stessi ma in Dio ch risuscita i morti”.

È troppo facile dire “mi fido di Dio” quando tutto va bene. È difficile dire “mi fido di Dio” quando tutto va male. Ma è un’altra cosa ancora dire “mi fido di Dio” quando soffriamo oltre le nostre forze da sopportarlo, quando è preferibile morire che vivere ancora un altro minuto, quando ci sentiamo abbandonati persino da Dio e, come Giobbe, malediciamo il giorno in cui siamo nati. Il fatto puro e semplice è che non impareremo mai di mettere tutta (veramente tutta!) la nostra fiducia in Dio come il Dio che risuscita i morti finché non ci sentiamo di essere sotto la sentenza di morte. Affinché impariamo a fidarci di Dio di risuscitarci dalla morte, dobbiamo essere portati al punto in cui ci disperiamo perfino della vita. Questo mi ricorda la storia di Abraamo quando Dio gli comandò di offrire suo figlio, Isacco, come sacrificio, e come Ebrei 11:17-19 spiega come Abraamo superò questa prova:

17 Per fede Abraamo, quando fu messo alla prova, offrì Isacco; egli, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito. 18 Eppure Dio gli aveva detto: «È in Isacco che ti sarà data una discendenza». 19 Abraamo era persuaso che Dio è potente da risuscitare anche i morti; e riebbe Isacco come per una specie di risurrezione.

Quando Abraamo salì sul monte con Isacco, non sapeva che Dio lo avrebbe fermato all’ultimo momento e avrebbe dato un montone al posto di suo figlio. Quando alzò il coltello, era convinto che l’avrebbe ucciso ma, come dice in Ebrei, era altrettanto convinto che Dio l’avrebbe risuscitato, avendo già promesso che sarebbe stato per mezzo di Isacco che Abraamo sarebbe diventato padre di una moltitudini di nazioni. Ma come dice Genesi 22:10-12, Abraamo doveva arrivare al punto in cui “stese la mano e prese il coltello per scannare suo figlio” per poter dimostrare se credeva veramente nella promesso di Dio o no. Solo allora l’angelo del Signore “chiamò dal cielo e disse:… Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli male! Ora so che tu temi Dio, poiché non mi hai rifiutato tuo figlio, l’unico tuo.”

Per quanto difficile e straziante è una tale prova, Paolo ci incoraggia nel v.10 dicendo che il risultato è la libertà e la speranza: “Egli ci ha liberati e ci libererà da un così gran pericolo di morte, e abbiamo la speranza che ci libererà ancora.” Quando soffriamo oltre le nostre forze tanto da farci disperare perfino della vita, ma quando in quelle circostanze sperimentiamo personalmente come Dio ci libera, d’allora in poi avremo sempre la speranza che “ci libererà ancora”. Questa speranza — che neanche il più “gran pericolo di morte” può abbattere o distruggere — è il frutto soltanto della sofferenza che fa disperare della vita. La fede che è pura come oro non esce se non dal fuoco. Senza piangere davanti alla tomba come gli amici di Lazzaro in Giovanni 11, non si può avere veramente la certezza che Gesù è “la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà” (Giovanni 11:25). Gesù stesso è il nostro esempio più chiaro: la vittoria della Pasqua ha seguito — e poteva solo seguire — la morte di Venerdì Santo. Prima di ogni corona c’è la croce, e questo è tanto vero per i seguaci di Gesù quanto lo era per il loro Maestro.

Per quanto riguarda la fede, non funziona il “per sentito dire”: bisogna vivere la potenza di Dio di risuscitare i morti per poterci credere veramente. Sono esperienze che non sceglieremmo mai, ma quando Dio nella sua sovrana bontà ce le fa attraversare, il risultato è sempre fede pura, speranza salda, amore profondo e un cuore grato.

5) Cooperate con la Preghiera (2 Corinzi 1:3, 11)

Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione,… 11 Cooperate anche voi con la preghiera, affinché per il favore divino che noi otterremo per mezzo della preghiera di molte persone siano rese grazie da molti per noi.

Abbiamo iniziato questo studio dicendo che è importante essere preparati alla sofferenza. Se non stiamo ora attraversando la valle dell’ombra della morte, possiamo essere certi che prima o poi lo faremo. Che cosa dobbiamo fare quindi per prepararci? Voglio farvi quattro consigli pratici in base a questo testo. Prima di tutto, dobbiamo meditare su e ricordarci spesso delle verità che Paolo insegna qui. Nel momento della sofferenza, è difficile pensare con chiarezza, e non abbiamo spesso la capacità mentale considerare grandi verità teologiche. Ecco perché è necessario (per tornare alla parabola che Gesù usa nel sermone sul monte) costruire la nostra casa sulla roccia prima che la colpisca la tempesta. Se prendiamo il tempo necessario per imparare e meditare sulle grandi verità del vangelo nei tempi di calma, avremo una base solida che ci permetterà di resistere quando nei tempi di tempesta.

Secondo, dobbiamo fare quello che Paolo ci esorta a fare nel v.11: “Cooperate anche voi con la preghiera…”. Come lo studio della Bibbia, così anche la preghiera deve essere il nostro “pane quotidiano” se vogliamo prepararci alla sofferenza. Notiamo che Paolo non dice qui che la preghiera serve solo quando si è oppressi oltre ogni forza. Anche i corinzi che non soffrono come Paolo, devono cooperare con lui nella preghiera, come se fossero nelle stesse condizioni. Come Paolo accenna nel v.6, i corinzi devono essere “capaci di sopportare le stesse sofferenze che anche noi sopportiamo”. La preghiera, come Gesù esemplifica nel giardino di Getsemani, è per “non entrare in tentazione” nell’ora della prova (Luca 22:40). È la preghiera che ci tiene collegati alla potenza di Dio e in comunione con l’amore di Dio che ci sostengono nei periodi difficili e dolorosi della vita.

Terzo, dobbiamo abituarci alla trasparenza con i nostri fratelli e le nostre sorelle in Cristo. In questo capitolo, come nel resto di 2 Corinzi, Paolo è totalmente trasparente nel parlare apertamente e francamente delle sue sofferenze sia fuori che dentro. Non cerca di nascondere nulla per farsi apparire più forte. Anzi, si vanta delle sue debolezze! Per Paolo, la sofferenza e la debolezza non sono cause di imbarazzo o di vergogna ma piuttosto occasioni per esaltare la potenza e la grazia di Dio. Se la consolazione di Dio viene in parte per mezzo di altri che sono stati consolati nelle loro afflizioni, ci priviamo di un grande aiuto che Dio ci ha dato se non siamo onesti con loro circa le difficoltà che stiamo vivendo. E siccome questa trasparenza non è naturale o automatica (spesso infatti è contraria a tutti i nostri istinti), bisogna coltivarla, e coltivarla prima che venga la prova.

Infine, dobbiamo concludere dove abbiamo cominciato all’inizio del brano, e seguire l’esempio di Paolo che sempre e in tutto loda e benedice il Signore: “Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione” (v.3). Lodare Dio nelle sofferenze è difficile, ma è importante e salutare. È la lode che ci porta in alto, al di sopra delle nostre sofferenze, e ci rida la giusta prospettiva su di esse. Nella sofferenza, tendiamo a vedere solo la valle e le sue ombre, dimenticando che in realtà quella valle è solo un tratto temporaneo lungo il nostro percorso. La lode invece ci ricorda di nuovo che quella valle non è la nostra meta finale, che un giorno Dio farà splendere ancora su di noi il sole della gioia, e che nella sua presenza ogni dolore e ogni tristezza fuggiranno via. Fu la lode che permise a Giobbe di superare le sue terribili afflizioni. In Giobbe 1:20-21 leggiamo:

20 Allora Giobbe si alzò, si stracciò il mantello, si rase il capo, si prostrò a terra e adorò dicendo: 21 «Nudo sono uscito dal grembo di mia madre e nudo tornerò in grembo alla terra; il Signore ha dato, il Signore ha tolto; sia benedetto il nome del Signore».

Possiamo essere certi che Giobbe reagì in questo modo perché aveva coltivato un’abitudine di lode nella sua vita molto tempo prima di questo momento. Così è importante che anche noi costruiamo adesso una “casa di lode” affinché, quando arriva la tempesta, potremmo continuare a cantare le lodi di Dio nonostante tutto.

Chiudo con la benedizione di Giuda 24-25 che mi sembra molto appropriata qui. Alla fine, se temiamo la sofferenza, e se ci chiediamo come avremo la forza per sopportarla quando viene, ricordiamoci che non siamo noi ma è Dio che ha promesso di fare questo:

A colui che può preservarvi da ogni caduta e farvi comparire irreprensibili e con gioia davanti alla sua gloria, al Dio unico, nostro Salvatore per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore, siano gloria, maestà, forza e potere prima di tutti i tempi, ora e per tutti i secoli. Amen.

Galati 5:1-25: Liberi in Cristo

1) Introduzione (Galati 5:1)

1 Cristo ci ha liberati perché fossimo liberi; state dunque saldi e non vi lasciate porre di nuovo sotto il giogo della schiavitù.

Tempo fa parlavo con un uomo che si ritiene un ateo convinto e che di solito non ha niente di positivo da dire sulla fede cristiana. Immaginate quindi la mia sorpresa quando mi ha raccontato di aver visitato un tempio valdese e di essere rimasto affascinato e persino attratto dalla scritta che aveva visto sopra l’ingresso dell’edificio: “Cristo è morto per renderci liberi”. Poi ha commentato: “Anche io potrei credere a questo!” Ora, non so esattamente come lui avesse capito questa frase, ma il suo commento ha almeno individuato un grande difetto nel modo in cui il messaggio cristiano viene spesso presentato e percepito. L’idea che “Cristo è morto per renderci liberi” contrastava il suo preconcetto del cristianesimo come un vincolo, una limitazione, e un fardello.

E lui non è l’unico. Per molti i termine “cristiano” significa tutt’altro che libertà. Anzi, spesso lo si interpreta come una forma di schiavitù. Questo è davvero triste, perché in realtà il messaggio cristiano, il vangelo di Gesù Cristo che costituisce il cuore della testimonianza biblica, è un messaggio di libertà. Gesù stesso lo disse chiaramente in Giovanni 8:36: “Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete veramente liberi.” Quanto è importante, dunque, che quelli che si reputano cristiani, seguaci di Cristo, comprendano e testimonino nelle loro parole e nei loro fatti che essere in Cristo vuol dire essere liberi! Quanto sarebbe bello se, invece di far venire in mente l’idea della schiavitù, la parola “cristiano” facesse venire in mente l’idea della libertà! Forse così la nostra fede sarebbe, per uno come il mio amico ateo, più attraente e convincente.

Questa libertà è il tema principale della lettera ai Galati scritta dall’apostolo Paolo. Paolo mandò questa lettera a un gruppo di chiese fondate da lui nella regione della Galazia (nell’odierna Turchia) che, come molti cristiani oggi, avevano dimenticato che era per renderci liberi che Cristo è venuto. In questa lettera troviamo un Paolo agitato e arrabbiato perché queste chiese, nel perdere di vista la loro libertà cristiana, rischiavano di vanificare il sacrificio di Gesù. Per questo Paolo qui, all’inizio del capitolo 5 di Galati, gli ricorda senza equivoci che “Cristo ci ha liberati perché fossimo liberi; state dunque saldi e non vi lasciate porre di nuovo sotto il giogo della schiavitù.” Questo versetto è infatti il punto principale del testo che stiamo considerando, e nel resto del capitolo, Paolo lo approfondisce, sottolineando tre elementi fondamentali della libertà che abbiamo in Cristo. Prima spiega cos’è questa libertà. Poi spiega perché questa libertà è quella vera a differenza della libertà che il mondo offre. Infine spiega come possiamo ricevere questa libertà e viverla quotidianamente.

2) Che Cos’è la Libertà Cristiana? (Galati 5:2-15)

Ecco, io, Paolo, vi dichiaro che se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà a nulla. Dichiaro di nuovo: ogni uomo che si fa circoncidere è obbligato a osservare tutta la legge. Voi che volete essere giustificati dalla legge siete separati da Cristo; siete scaduti dalla grazia. Poiché quanto a noi, è in spirito, per fede, che aspettiamo la speranza della giustizia. Infatti, in Cristo Gesù non ha valore né la circoncisione né l’incirconcisione; quello che vale è la fede che opera per mezzo dell’amore.

Voi correvate bene; chi vi ha fermati perché non ubbidiate alla verità? Una tale persuasione non viene da colui che vi chiama. Un po’ di lievito fa lievitare tutta la pasta. 10 Riguardo a voi, io ho questa fiducia nel Signore, che non la penserete diversamente; ma colui che vi turba ne subirà la condanna, chiunque egli sia. 11 Quanto a me, fratelli, se io predico ancora la circoncisione, perché sono ancora perseguitato? Lo scandalo della croce sarebbe allora tolto via. 12 Si facciano pure evirare quelli che vi turbano!

13 Perché, fratelli, voi siete stati chiamati a libertà; soltanto non fate della libertà un’occasione per vivere secondo la carne, ma per mezzo dell’amore servite gli uni agli altri; 14 poiché tutta la legge è adempiuta in quest’unica parola: «Ama il tuo prossimo come te stesso». 15 Ma se vi mordete e divorate gli uni gli altri, guardate di non essere consumati gli uni dagli altri.

Cominciamo con la prima domanda: che cos’è la libertà cristiana? Partiamo dall’esortazione di Paolo nel v.1: “state dunque saldi e non vi lasciate porre di nuovo sotto il giogo della schiavitù”. La prima cosa da dire, ovviamente, è che questa libertà consiste nel non tornare alla schiavitù dalla quale siamo stati liberati in Cristo. La natura di questa schiavitù è evidente nei vv.2-3: “Ecco, io, Paolo, vi dichiaro che se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà a nulla. Dichiaro di nuovo: ogni uomo che si fa circoncidere è obbligato a osservare tutta la legge.” Qui troviamo un accenno al pericolo che i galati affrontavano. Dopo che Paolo aveva fondato e poi lasciato le chiese dei galati, alcuni falsi insegnanti si sono insinuati nel loro mezzo e hanno insistito sull’obbligo della circoncisione. La stramaggioranza dei credenti nella Galazia era gentile (non ebraica) e quindi estranea alle tradizioni degli ebrei. Quando Paolo era venuto da loro, aveva predicato il vangelo di sola grazia — “l’uomo non è giustificato per le opere della legge, ma soltanto per mezzo della fede di Cristo Gesù” (2:16) — e si opponeva strenuamente a ogni tentativo di aggiungere altro.

Ma dopo di lui, questi falsi insegnamenti sostenevano che, mentre credere in Cristo era il necessario punto di partenza della salvezza, era altrettanto necessario osservare la legge ebraica per giungere alla perfezione. Il loro ragionamento sembrava del tutto logico: questi gentili sono pagani e non hanno la più minima idea di cosa significa la santità che Dio richiede. Se noi gli diciamo che sono giusti davanti a Dio solo grazie all’opera di Cristo, non avranno né la conoscenza né la motivazione per vivere una vita santa. Quindi, bisogna insegnargli di osservare la legge che Dio ha dato per santificare Israele, cominciando con la circoncisione che funge da segno del popolo santo.

Paolo risponde però chiamando l’obbligo di osservare la legge “schiavitù” e asserendo che cercare di “essere giustificati dalla legge” significa essere “separati da Cristo” e “scaduti dalla grazia” (v.5)! Proseguendo, Paolo li ricorda che in Cristo la circoncisione ha perso il suo valore come segno del popolo di Dio. “Infatti, in Cristo Gesù non ha valore né la circoncisione né l’incirconcisione; quello che vale è la fede che opera per mezzo dell’amore” (v.6). Siccome siamo giustificati soltanto grazie all’opera di Cristo e non alla nostra, non c’è niente che possiamo fare — come farci circoncidere o osservare la legge di Mosè — per farci accettare da Dio e farci diventare parte del suo popolo. L’unica cosa che contraddistingue il popolo di Dio è la fede in Cristo, cioè qualcosa che non dipende dall’etnia, dal sesso, dal livello sociale, o da competenze personali. La fede in Cristo è trasversale e supera ogni confine geografico e ogni distinzione umana per unirci tutti in lui. E poiché questa fede si manifesta nell’amore, ha il potere di creare veramente un nuovo popolo che vive in pace e armonia nonostante le differenze culturali, sociali e personali.

Questa dunque è la libertà dei cristiani: liberi dal fardello della legge e liberi dal giudizio che l’accompagna: prima ovviamente il giudizio di Dio, ma anche, e non meno importante, il giudizio degli altri. Se sappiamo che Dio in Cristo non ci condanna e non ci giudica ma ci accetta e ci ama come siamo — maschio o femmina, bianco o nero, giovane o vecchio, buono o cattivo, bello o brutto, ricco o povero — non importa il giudizio degli altri. Siamo stati approvati dal tribunale supremo dell’universo! Siamo stati accolti nelle braccia del Creatore del cosmo! Questo è perché Paolo passa in Romani 8 dall’affermare che “non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù” (v.1) all’esclamare: “se Dio è per noi chi sarà contro di noi?” (v.31). Quindi, essere liberi dalla legge di Dio è veramente la più grande libertà che ci sia, e vale la pena dunque lottare per conservarla come Paolo fa qui in Galati.

Nel v.13, Paolo aggiunge una precisazione importante: “Perché, fratelli, voi siete stati chiamati a libertà; soltanto non fate della libertà un’occasione per vivere secondo la carne, ma per mezzo dell’amore servite gli uni agli altri”. Come dico spesso, Cristo ci ha liberato non solo da qualcosa ma anche per qualcosa. Lungi dall’incoraggiare una vita peccaminosa e dissoluta, la libertà cristiana produce l’amore che, come Cristo, sacrifica se stesso per servire altri e cercare il loro bene. Questo è un altro motivo per cui il cristiano non è tenuto a osservare la legge. Una vita vissuta così, cioè una vita che rispecchia quella di Gesù, è una vita che adempie lo scopo fondamentale della legge senza guardare quella legge. Se ci focalizziamo solo su Cristo, vivendo come lui ha vissuto, noi di conseguenza compiremo la giustizia che la legge richiede. In questa prospettiva, la legge è totalmente superflua ed obsoleta come regola di vita, perché Cristo la adempie in noi in una sola cosa: l’amore.

3) Perché è la Libertà Cristiana Quella Vera? (Galati 5:16-23)

16 Io dico: camminate secondo lo Spirito e non adempirete affatto i desideri della carne. 17 Perché la carne ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; sono cose opposte tra di loro, in modo che non potete fare quello che vorreste. 18 Ma se siete guidati dallo Spirito, non siete sotto la legge.

19 Ora le opere della carne sono manifeste, e sono: fornicazione, impurità, dissolutezza, 20 idolatria, stregoneria, inimicizie, discordia, gelosia, ire, contese, divisioni, sètte, 21 invidie, ubriachezze, orge e altre simili cose; circa le quali, come vi ho già detto, vi preavviso: chi fa tali cose non erediterà il regno di Dio. 22 Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo; 23 contro queste cose non c’è legge.

“Ecco la fregatura”, qualcuno dirà però. “Paolo, tu stai parlando tanto della libertà dalla legge ma in realtà vuoi solo imporci un altro obbligo! Adesso stai dicendo che non dobbiamo usare la nostra libertà per vivere come vogliamo, ma che dobbiamo servire altri con amore! Ma se devo servire altri non posso fare quello che voglio. Questa non è libertà!” Questa possibile obbiezione ci porta al secondo elemento della libertà cristiana che Paolo evidenzia in Galati 5:16-23: il motivo per cui la libertà in Cristo è la vera libertà in confronto a ogni altra forma di libertà che il mondo possa immaginare. Perché è infatti la libertà cristiana quella vera?

La risposta di Paolo è succinta ma profonda: “Io dico: camminate secondo lo Spirito e non adempirete affatto i desideri della carne” (v.16). Cosa vuol dire? Paolo si spiega nel v.17: “Perché la carne ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; sono cose opposte tra di loro, in modo che non potete fare quello che vorreste.” In altre parole, la libertà è tutta una questione di desideri e l’opportunità e la capacità di soddisfarli. Ci sentiamo liberi (e questo dovrebbe essere ovvio a chiunque ha un minimo d’esperienza di vita umana) quando abbiamo sia l’opportunità sia la capacità di fare quello che vogliamo. Sottolineo “sia l’opportunità sia la capacità” perché la libertà richiede entrambe. Se ci manca o l’una o l’altra, non siamo veramente liberi. Se ho l’opportunità di fare quello che voglio ma non ne sono capace, non sono libero. D’altronde, se sono capace di fare quello che voglio ma non ne ho l’opportunità, non sono libero.

Faccio un esempio. Adesso siamo in quarantena a causa della pandemia COVID-19. Io vorrei uscire di casa e andare al bar per prendere un caffé. Sono libero di farlo? No, perché, anche se sono fisicamente capace di uscire di casa e andare al bar, mi manca l’opportunità perché tutti i bar sono chiusi e il governo ha decretato che devo restare a casa. Qualche settimana fa, però, prima che ci fossero la chiusura forzata dei bar e l’obbligo di stare a casa, non ero libero neanche allora di uscire di casa per prendere un caffé al bar. Non ovviamente perché mi mancava l’opportunità — i bar erano aperti e non ero obbligato a restare a casa. Ma la settimana prima del lockdown stavo male con parassiti intestinali, tanto male che non avevo le forze per uscire di casa! In quel caso avevo l’opportunità ma non la capacità, e dunque non ero libero di fare quello che volevo.

Deve essere chiaro dunque che per essere liberi dobbiamo avere sia l’opportunità sia la capacità di soddisfare i nostri desideri. Ma c’è un terzo fattore da considerare: i nostri desideri stessi. Tornando al esempio, mettiamo il caso che la quarantena non esista più e io stia bene. Così ho sia l’opportunità di andare al bar sia la capacità di andare al bar. Ma se non ne ho più voglia? Se mia moglie, stufa di essere chiusa in casa, mi costringe di accompagnarla al bar per prendere un caffé, sono libero? No, perché, pur avendo l’opportunità e la capacità di andarci, non ne ho più voglia, e quindi se ci vado, è perché devo andarci, non perché voglio andarci.

La libertà vera, dunque, richiede il perfetto allineamento dei nostri desideri con l’opportunità e la capacità di soddisfarli. Questo, afferma Paolo, è perché solo la libertà di Cristo ci rende veramente liberi. Senza Cristo, senza il suo Spirito che ci dona quando crediamo in lui, la ricerca della libertà ci lascia sempre frustrati perché troviamo sempre un’incoerenza tra i nostri desideri e l’opportunità e la capacità di soddisfarli. A volte manca l’opportunità: un uomo sposato vede un’altra donna con cui vorrebbe dormire, ma sua moglie è troppo vigilante e lo scoprirebbe subito. Altre volte manca la capacità: una donna invidia la bellezza delle modelle che vede in tv ma non sarà mai in grado (neanche con interventi chirurgici) di diventare esattamente come loro. Altre volte ancora manca il desiderio: io so che ti dovrei perdonare, ma mi hai ferito troppe volte e semplicemente non ti voglio perdonare. La mancanza del desiderio è spesso anche il motivo per cui tante persone apparentemente “brave” si sentono comunque intrappolate perché per essere brave devono sopprimere i loro desideri naturali. Si comportano educamente con i vicini di casa, sì, ma il loro istinto è di mandarli tutti a quel paese! Alla fine, anche se ci fosse la perfetta coincidenza tra desiderio, opportunità e capacità, il risultato sarebbe disastroso:

19 Ora le opere della carne sono manifeste, e sono: fornicazione, impurità, dissolutezza, 20 idolatria, stregoneria, inimicizie, discordia, gelosia, ire, contese, divisioni, sètte, 21 invidie, ubriachezze, orge e altre simili cose; circa le quali, come vi ho già detto, vi preavviso: chi fa tali cose non erediterà il regno di Dio.

Immaginate: se ognuno avesse l’opportunità e la capacità di seguire sempre ogni sua inclinazione o passione naturale, il mondo sarebbe letteralmente un inferno, diametralmente opposto al regno di Dio. È per questo infatti che Paolo dichiara che “chi fa tali cose non erediterà il regno di Dio”!

Qual è la soluzione? È possibile diventare veramente liberi? “Camminate secondo lo Spirito e non adempirete affatto i desideri della carne” (v.16). Solo quando camminiamo secondo lo Spirito, diventiamo veramente liberi, perché solo lo Spirito porta in armonia i nostri desideri con l’opportunità e la capacità di soddisfarli. Prima, lo Spirito cambia i nostri desideri naturali in quelli che cercano la santità di Dio. Come Paolo spiega nel v.17, “la carne ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; sono cose opposte tra di loro”. Se la carne desidera cose come “fornicazione, impurità,… discordia, gelosie, ire,… e altre simili cose”, lo Spirito invece desidera produrre in noi “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo” (v.22). Quando camminiamo secondo lo Spirito, troviamo che non desideriamo le cose di prima.

In più, lo Spirito ci rende capaci di soddisfare questi desideri. Troviamo che il bene che sappiamo di dover fare non è più un fardello ma un piacere. Scopriamo, per esempio, che la purezza sessuale, lungi dall’essere una camicia di forza è in realtà la via all’appagamento più grande. Infine, quando i nostri desideri sono quelli dello Spirito, troviamo di avere sempre l’opportunità di soddisfarli, perché, come Paolo dice dopo aver elencato i frutti dello Spirito, “contro queste cose non c’è legge”. Contro l’omicidio c’è legge, ma non contro l’amore! Contro il furto c’è legge, ma non contro la benevolenza! Contro la droga c’è legge, ma non contro l’autocontrollo! Questa è la libertà vera, di poter fare sempre quello che vogliamo perchè quello che vogliamo, quando è guidato e potenziato dallo Spirito, è quello che vuole Dio, e contro i desideri di Dio non c’è legge e dunque non manca mai l’opportunità di soddisfarli.

E sappiamo che, alla fine, i desideri dello Spirito non sono come i desideri della carne che portano alla morte, alla rovina e all’esclusione eterna dal regno di Dio. Portano invece alla vita eterna. Come Paolo afferma nel capitolo 6 vv.7-8:

Non vi ingannate, non ci si può beffare di Dio; perché quello che l’uomo avrà seminato, quello pure mieterà. Perché chi semina per la sua carne, mieterà corruzione dalla carne; ma chi semina per lo Spirito mieterà dallo Spirito vita eterna.

4) Come Possiamo Ricevere e Vivere la Libertà Cristiana? (Galati 5:24-25)

24 Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri. 25 Se viviamo per lo Spirito, camminiamo altresì per lo Spirito.

A questo punto, però, un dubbio ci potrebbe sorgere. È veramente possibile avere questo tipo di libertà? È bello parlare di avere sempre il desiderio, l’opportunità e la capacità di soddisfare i desideri di Dio, ma è possibile vivere una tale libertà in pratica? E se sì, come? La prima cosa da dire è che vivere questa libertà non è facile. Paolo qui è molto realistico: “la carne ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; sono cose opposte tra di loro, in modo che non potete fare quello che vorreste” (v.17). La vita cristiana è più paragonabile a un campo di battaglia che a una festa di vittoria. I galati stessi sono l’esempio numero uno. Poco tempo dopo essere stati liberati dal vangelo di Cristo predicato da Paolo, stavano per, come dice nel v.1, lasciarsi “porre di nuovo sotto il giogo della schiavitù”. Paolo scrisse questa lettera per esortarli a “stare saldi” nella loro libertà, implicando chiaramente che la libertà cristiana non è un’esperienza automatica dopo aver creduto in Gesù. Realisticamente parlando, la lotta del cristiano per stare saldo nella sua libertà in Cristo durerà per tutta la vita.

Ma detto tutto ciò, la vera libertà non è impossibile. Se ricevere e vivere la libertà cristiana fosse impossibile, la lettera di Galati sarebbe del tutto inutile. Ma Paolo la scrisse perché era fortemente convinto che i galati potevano stare saldi nella libertà di Cristo, che potevano veramente produrre i frutti dello Spirito contro i quali non c’è legge. E se era possibile per loro, è possibile anche per noi che abbiamo lo stesso Spirito, che crediamo nello stesso Gesù, e che leggiamo la stessa Scrittura.

La soluzione di Paolo si trova nei vv.24-25 ed è molto pratica. In primo luogo, Paolo ci ricorda che “quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri” (v.24). Si riferisce qui a quello che ha scritto nel 2:20:

Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me! La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede del Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me.

La prima cosa da fare qui è ricordarci sempre chi siamo in Cristo, se abbiamo veramente creduto in Cristo per essere salvati. Chiaramente, se qualcuno non ha mai creduto in Cristo, rinunciando a ogni tentativo di salvarsi da solo e ponendo fiducia in Cristo come unico Salvatore e Signore, non potrà mai vivere la libertà che solo Cristo può dare. Ma se abbiamo creduto in Cristo, Paolo dice che l’esperienza della libertà comincia nel ricordarci sempre (perché siamo sempre propensi a dimenticare) che credere in Cristo vuol dire essere crocifisso con lui. Credere in Cristo vuol dire essere uniti a lui in modo che quello che è suo diventa nostro: la sua morte diventa la nostra morte, e la sua vita diventa la nostra vita. Se siamo stati crocifissi con Cristo, significa che il nostro vecchio “io” — cioè quello tenuto schiavo dai desideri della carne — non esiste più. Come dice 2 Corinzi 5:17:

Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate: ecco, sono diventate nuove.

Questa è la realtà di tutti quelli che sono in Cristo, indipendentemente da cosa pensiamo o da come ci sentiamo. Spesso dimentichiamo di essere una nuova creatura in Cristo; spesso ci sentiamo tutt’altro che una nuova creatura in Cristo, ma questo non cambia per niente il fatto che siamo una nuova creatura in Cristo! La lotta per la libertà dunque inizia qui: devo sempre ricordarmi che sono stato crocifisso con Cristo e che è lui che ora vive in me. Devo smettere di ascoltare me stesso (cioè i dubbi e gli scoraggiamenti che mi assaliscono senza tregua) e invece predicare a me stesso la verità. Il momento in cui smetto di ricordarmi di chi sono in Cristo è il momento in cui mi lascio di nuovo porre sotto un giogo di schiavitù.

Poi in secondo luogo, Paolo torna nel v.25 alla sua esortazione di prima: “se viviamo per lo Spirito, camminiamo altresì per lo Spirito”. Vivere per lo Spirito, Camminare per lo Spirito. Cosa vuol dire? Vivere e camminare sono verbi di comunione: se vivo con qualcuno, se cammino con qualcuno, sono in comunione con quella persona. Si tratta dunque di una relazione personale con lo Spirito, una relazione che non può essere ridotta a una formula o a un meccanismo. Camminare per lo Spirito, come qualsiasi relazione personale, non è come un mobile acquistato ad Ikea: viene accompagnato da un manuale d’istruzioni che, seguito perfettamente, produce un risultato garantito. Quando ho conosciuto mia moglie, lei non mi ha dato un manuale che mi indicava esattamente cosa dovevo fare passo dopo passo se volevo sposarla. Dovevo scoprire cosa fare e come farlo solo passando tempo con lei, ascoltandola, parlandole, insomma in comunione personale.

È analoga la nostra relazione con lo Spirito. Lui agisce in noi, trasformando i nostri desideri in quelli di Dio e rendendoci capaci di adempierli nella misura in cui gli prestiamo il nostro tempo e la nostra attenzione. Dobbiamo ascoltarlo — la sua voce la sentiamo nelle Scritture — e dobbiamo parlare con lui (in realtà per mezzo di lui a Dio Padre), ciò che facciamo attraverso la preghiera. Poi, dobbiamo vivere con una dipendenza consapevole dalla sua guida e dal suo potere per fare passo dopo passo durante la giornata, durante la settimana, e poi mese dopo mese e anno dopo anno. Se dedichiamo il tempo necessario per coltivare la nostra relazione con lo Spirito, la nostra comunione crescerà e si fortificherà, e lui trasformerà i nostri desideri e renderci capaci di compierli.

Per riassumere: viviamo la libertà cristiana quando ci ricordiamo sempre che in Cristo siamo stati crocifissi ai desideri del peccato, e poi quando camminiamo giorno per giorno secondo lo Spirito, ascoltando la sua voce nelle Scritture, parlando con Dio per mezzo di lui nella preghiera, e vivendo con una consapevole dipendenza dalla sua guida. Questo è l’unico percorso che conduce alla vera libertà. Per alcuni, come per il mio amico ateo, questo percorso potrebbe sembrare solo come un altro vincolo o fardello. Ma per noi che abbiamo creduto in Cristo e abbiamo ricevuto il dono dello Spirito, è il percorso della vera libertà, il percorso che ci libera dai peccati e dai desideri che portano alla morte che ci riempie del desiderio di fare la volontà di Dio che solo porta alla vita eterna.

Colossesi 1:15-23: Affinché Abbia Il Primato

Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, e il fratello Timoteo ai santi e fedeli fratelli in Cristo che sono in Colosse: grazia a voi e pace da Dio, nostro Padre. Noi ringraziamo Dio, Padre del nostro Signore Gesù Cristo, pregando sempre per voi, perché abbiamo sentito parlare della vostra fede in Cristo Gesù e dell’amore che avete per tutti i santi, a causa della speranza che vi è riservata nei cieli, della quale avete già sentito parlare mediante la predicazione della verità del vangelo. Esso è in mezzo a voi, e nel mondo intero porta frutto e cresce, come avviene anche tra di voi dal giorno che ascoltaste e conosceste la grazia di Dio in verità, secondo quello che avete imparato da Epafra, il nostro caro compagno di servizio, che è fedele ministro di Cristo per voi. Egli ci ha anche fatto conoscere il vostro amore nello Spirito.

Perciò anche noi, dal giorno che abbiamo saputo questo, non cessiamo di pregare per voi e di domandare che siate ricolmi della profonda conoscenza della volontà di Dio con ogni sapienza e intelligenza spirituale, 10 perché camminiate in modo degno del Signore per piacergli in ogni cosa, portando frutto in ogni opera buona e crescendo nella conoscenza di Dio; 11 fortificati in ogni cosa dalla sua gloriosa potenza, per essere sempre pazienti e perseveranti; 12 ringraziando con gioia il Padre che vi ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce. 13 Dio ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasportati nel regno del suo amato Figlio. 14 In lui abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati.

Non ci stanchiamo mai di ribadire che Gesù Cristo deve essere l’inizio e la fine, il centro e il perimetro, la forma e il contenuto della nostra fede. Leggiamo la Bibbia correttamente solo se la leggiamo come testimonianza di Gesù. Conosciamo Dio solo se lo conosciamo in Gesù. Preghiamo Dio solo se lo preghiamo nel nome di Gesù. Siamo riconciliati con Dio solo se siamo uniti per fede a Gesù. Gesù solo è la via, la verità e la vita (Giov. 14:6): la via perché solo lui ci porta a Dio, la verità perché solo in lui possiamo essere certi di ciò che sappaimo, e la vita perché solo in lui abbiamo la speranza della risurrezione e la vita eterna.

Non c’è forse nessun altro scritto nella Bibbia che evidenzi l’unicità di Gesù come la lettera di Paolo ai Colossesi, redatta dall’apostolo per contrastare falsi insegnamenti nella chiesa di Colosse che cercavano di diminuire la sufficienza di Cristo e supplirne le mancanze con altre filosofie e tradizioni umane. Paolo ribatte con un “NO!” forte e inequivocabile. Colossesi 2:8-10 ci dice tutto:

Guardate che nessuno faccia di voi sua preda con la filosofia e con vani raggiri secondo la tradizione degli uomini e gli elementi del mondo e non secondo Cristo; perché in lui abita corporalmente tutta la pienezza della Deità; 10 e voi avete tutto pienamente in lui, che è il capo di ogni principato e di ogni potestà.

Nel primo capitolo, Paolo getta le fondamenta teologiche che reggono quest’affermazione. Nei vv.15-23, un passo breve ma insondabilmente profondo, Paolo spiega le ragioni per cui Cristo è tutto in tutti: è il proposito eterno di Dio che Cristo abbia il primato nella creazione, nella riconciliazione, e nella redenzione. Consideriamo ora ognuno di questi tre punti.

1) Il Primato Nella Creazione (1:15-17)

15 Egli è l’immagine del Dio invisibile, il primogenito di ogni creatura; 16 poiché in lui sono state create tutte le cose che sono nei cieli e sulla terra, le visibili e le invisibili: troni, signorie, principati, potestà; tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. 17 Egli è prima di ogni cosa e tutte le cose sussistono in lui.

Un grande teologo del secondo secolo d.C., Ireneo di Lione, parafrasò la prima parte del v.15 così: “il Padre è l’invisibile del Figlio, ma il Figlio è il visibile del Padre”. Ireneo scrisse queste parole nella sua opera intitolata “Contro Eresie” in cui, come indica il titolo, si oppose alle eresie che già in quell’epoca erano spuntate e minacciavano le verità fondamentali del vangelo. Nella storia della chiesa, le eresie più pericolose sembrano sorgere sempre intorno alla persona di Cristo, e in particolare riguardo alla sua relazione a Dio. Solitamente si tende a porre l’accento o sulla divinità di Gesù o sulla sua umanità talmente tanto che si nega effettivamente o l’una o l’altra. Si fa fatica a comprendere come Gesù può essere sia pienamente Dio che pienamente l’uomo, e perciò si trascura uno per ridurre la tensione percepita.

Come notò Ireneo, Colossesi 1:15 non dovrebbe lasciare nessun dubbio. Gesù è “l’immagine del Dio invisibile”, cioè “il visibile del Padre” che è “l’invisibile del Figlio”. Questo indica la piena uguaglianza del Figlio al Padre, perché se il Figlio non fosse uguale al Padre in ogni senso (tranne il fatto di non essere il Padre), come potrebbe essere il visible del Padre? Se è vero che, come Gesù stesso dichiara in Giovanni 14:9: “Chi ha visto me, ha visto il Padre”, Gesù deve essere uguale al Padre, altrimenti il Dio rivelato in Gesù non sarebbe veramente il Padre. Forse Gesù potrebbe rispecchiare il Padre in qualche modo come la luna rispecchia il sole, ma non diremmo mai che “chi vede la luna ha visto il sole”. Se nel Figlio vediamo il Padre in modo totale e completo così che non rimanga nessun aspetto di Dio nascosto o offuscato, Gesù deve essere uguale al Padre in totale e completo.

“Però,” qualcuno potrebbe replicare, “Paolo dice subito dopo che Gesù è ‘il primogenito di ogni creatura’. Quindi non può essere uguale al Padre, essendo lui stesso la prima creatura.” I testimoni di Geova, infatti, usano questo ragionamento. Colossesi 1:15 è una delle prime Scritture che tirano fuori quando tentano di convincerti che Gesù non è uguale al Padre. Come dunque rispondiamo? Al primo sguardo, potrebbe apparire proprio così.

Teniamo presenti due punti. In primo luogo, la primogenitura, per gli ebrei, aveva più a che fare con i diritti dell’eredità, e non dell’ordine della nascita. Basta pensare a Esau e Giacobbe. Benché nato dopo Esau, Giacobbe è diventato il “primogenito” in quanto ha ottenuto la primogenitura, il diritto di ereditare ciò che apparteneva a suo padre, Isacco.

In secondo luogo, è importante che lasciamo che Paolo si spieghi, senza imporgli il significato che vogliamo attribuire ai termini che usa. Paolo infatti si spiega subito nei vv.16-17. Gesù è “il primogenito di ogni creatura poiché in lui sono state create tutte le cose che sono nei cieli e sulla terra…. Egli è prima di ogni cosa.” Paolo non dice che in Cristo sono state create tutte le “altre” cose, come traduce la versione dei testimoni di Geova. No, Paolo asserisce che in Cristo sono state create “tutte le cose”, e poi che “egli è prima di ogni cosa”, non prima di ogni “altra” cosa. Ne consegue che non dobbiamo intendere la frase “il primogenito di ogni creatura” nel senso che Cristo si trova tra “tutte le cose” che sono state create, altrimenti vv.16-17 non avrebbero senso.

Come allora dobbiamo interpretare v.15? Bisogna ricordarci di chi Paolo parla: di Gesù Cristo. In altre parole, Paolo non parla del “Figlio di Dio” distinto dalla sua esistenza come Gesù, cioè distinto dalla “Parola che è diventata carne” (Giov. 1:14). Quando Paolo afferma che Gesù è “il primogenito di ogni creatura”, dobbiamo realizzare che è il Figlio incarnato di cui parla, il Gesù nato dalla vergine Maria e concepito dallo Spirito Santo, pienamente uomo e pienamente Dio.

Come un altro teologo importante nella storia, Atanasio di Alessandria, osservò contro gli ariani che nel quarto secolo d.C. negavano (come i testimoni di Geova) la piena divinità di Gesù, Gesù è il “primogenito di ogni creatura” non perché il Figlio sia stato creato, ma perché il Figlio-diventato-uomo costituisce sin dall’eternità il principio di tutte le vie e le opere di Dio. Ciò non significa che Gesù esiste sin dall’eternità nel suo stato incarnato, perché è diventato tale solo quando è nato da Maria. Che cosa vuol dire allora? Paolo ce lo dice alla fine del v.16: “tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui.” Non solo l’intero creato è venuto all’esistenza per mezzo di Gesù ma anche in vista di lui. In altre parole, anche se il Figlio di Dio non si è incarnato fino a tantissimo tempo dopo la creazione, Dio ha creato tutto affinché il Figlio potesse incarnarsi. Come un teologo contemporaneo ha detto, “Il mondo fu creato affinché Cristo potesse nascere.”

Se colleghiamo questa sbalorditiva verità con quella che “tutte le cose sussistono in lui”, arriviamo alla stupenda conclusione che l’universo e tutto ciò che è in esso esiste per Gesù. Ogni creatura, ogni animale, e ogni essere umano esiste per e in Gesù. Questo vale tanto per quelli che lo sanno quanto per quelli che non lo sanno. Il punto saliente è questo: Cristo deve avere il primato nel nostro pensare, parlare e vivere perché ha già il primato in tutto. Proprio come è scemo chi pensa di poter resistere alla forza della gravità e salta dal tetto di un grattacielo per volare come un uccello, così è scemo anche chi pensa di poter vivere senza Gesù, come anche egli ha avvertito in Giovanni 15:6: “Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio, e si secca; questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano.” Se Gesù ha il primato nella creazione, così deve avere il primato anche nella nostra vita.

2) Il Primato Nella Riconciliazione (1:18-20)

18 Egli è il capo del corpo, cioè della chiesa; egli che è il principio, il primogenito dai morti, affinché in ogni cosa abbia il primato. 19 Poiché al Padre piacque di far abitare in lui tutta la pienezza 20 e di riconciliare con sé tutte le cose per mezzo di lui, avendo fatto la pace mediante il sangue della sua croce; per mezzo di lui, dico, tanto le cose che sono sulla terra, quanto quelle che sono nei cieli.

C’è un secondo senso in cui Gesù ha il primato, cioè nella riconciliazione. È necessario che Paolo lo spieghi, perché qualcuno potrebbe riconoscere che Gesù ha avuto il primato nella creazione, ma che adesso il mondo appartiene alle forze spirituali del male, al peccato e alla morte. I falsi insegnamenti a Colosse erano nati per questo motivo: anche se Gesù è sufficiente per assicurare il nostro destino eterno, nel frattempo, mentre i credenti vengono assaliti da poteri malvagi, essi hanno bisogno di altri aiuti per esserne liberati.

Paolo dunque sottolinea che lo stesso Gesù nel quale e per il quale il mondo è stato creato è proprio colui che per mezzo del quale il mondo è stato riconciliato a Dio. In questi versetti, Paolo insiste che la portata della riconciliazione che Dio ha effettuato in Cristo sulla croce è uguale alla portata della creazione. In altre parole, dopo la croce, il male non ha più potere vero su qualche sfera della creazione dove Gesù non regna. In Cristo, tutte le cose che sono state create per mezzo di lui sono state anche riconciliate per mezzo di lui, “mediate il sangue della sua croce”. Paolo afferma senza equivoci: “tanto le cose che sono sulla terra quanto quelle che sono nei cieli”.

È vero che il mondo come lo percepiamo non appare riconciliato. Questa è infatti una “pietra d’inciampo” che per molti diventa un motivo per non credere al vangelo. Anche noi credenti, di fronte agli indicibili mali nel mondo, possiamo essere tentati di dubitare della portata universale della riconciliazione effettuata in Cristo. In tali casi, però, Paolo ci richiama al fatto della risurrezione, che Cristo è il “primogenito dei morti”. Certo, non vediamo il mondo riconciliato, risanato, e risuscitato come lo sarà un giorno, ma vediamo Cristo che è la “primizia” di quel che si rivelerà in futuro. Se Cristo è il “visibile” del Dio invisibile, è anche il “visibile” della riconciliazione di tutte le cose che è altrettanto invisibile, ora “nascosta con Cristo in Dio” (3:3). Camminare per fede e non per visione vuol dire che viviamo in questa nuova realtà anche se ci rimane celata nel tempo presente.

Come applicazione pratica, questa verità ci aiuta quando testimoniamo il vangelo ad altri. Dobbiamo parlare del vangelo come se fosse vero anche per quelli che non lo credono, perché è vero anche per quelli che non lo credono. Quando parliamo con qualcuno che non crede in Gesù, dobbiamo sempre tenere a mente che questa persona appartiene comunque a Cristo — prima perché esiste per mezzo di Cristo, ma secondo perché Cristo è morto per riconcilare anche lei a Dio. Lei può cercare di resistere e negare questa realtà, ma non la può negare. Un giorno anche le sue ginocchia piegheranno e la sua lingua confesserà che Gesù Cristo è il Signore.

3) Il Primato Nella Redenzione (1:21-23)

21 Anche voi, che un tempo eravate estranei e nemici a causa dei vostri pensieri e delle vostre opere malvagie, 22 ora egli vi ha riconciliati nel corpo della sua carne, per mezzo della sua morte, per farvi comparire davanti a sé santi, senza difetto e irreprensibili, 23 se appunto perseverate nella fede, fondati e saldi e senza lasciarvi smuovere dalla speranza del vangelo che avete ascoltato, il quale è stato predicato a ogni creatura sotto il cielo e di cui io, Paolo, sono diventato servitore.

Se questo è vero, non saranno tutti salvati alla fine? Paolo ci avverte dall’arrivare a questa conclusione. Siamo stati riconciliati in Cristo quando è morto, già prima che credessimo in lui, anche prima che nascessimo! Eppure, Paolo afferma anche che compariremo davanti a lui “santi, senza difetto e irreprensibili”, cioè pienamente redenti e santificati, “se appunto perseverate nella fede fondati e saldi e senza lasciarvi smuovere dalla speranza del vangelo che avete ascoltato”.

Sembra una contraddizione? Non lo è. La chiave è di prendere sul serio cià che Paolo dice nel v.22: “egli vi ha riconcilati nel corpo della sua carne”. Qui Paolo non usa la sua solita espressione “in Cristo” o “in lui” ma “nel corpo della sua carne”. La nostra riconciliazione è letteralmente in Cristo, non in noi stessi. È così che Paolo riesce ad affermare, da un lato, che in Cristo tutte le cose in cielo e sulla terra sono state riconciliate a Dio e, dall’altro, che quella riconciliazione si manifesterà solo in coloro che credono in lui e perseverano nella loro fede. Se la nostra riconciliazione è in Cristo, e in nessun altro o da nessun’altra parte, è solo uniti a lui che possiamo beneficiarne. E il legame per mezzo del quale siamo “uniti” a Cristo e il segno che beneficiamo della sua opera a nostro favore è la fede. Come la riconciliazione in Cristo si manifesterà in coloro che perseverano invece nel rifiutarla rimane un mistero, ma possiamo affermare che il loro rifiuto, anche se porta alla loro perdizione eterna, non diminuisce l’efficacia della rinconciliazione operata in Cristo anche a loro favore. Anzi, è paradossalmente perché l’opera di Cristo vale anche per gli increduli che rimarranno perduti: vorrebbero allontanarsi da Dio, ma Dio non li lascerà mai andare, e sarà proprio questo che li tormenterà come l’inferno.

In conclusione, facciamo bene a dare retta all’esortazione pratica che Paolo rivolge nel 2:6-7 in base a queste profonde verità:

Come dunque avete ricevuto Cristo Gesù, il Signore, così camminate in lui; radicati ed edificati in lui, saldi nella fede, come vi è stata insegnata, e abbondando nel ringraziamento.

Che Dio ci conceda la grazia di camminare e di crescere sempre di più in Cristo e di abbondare nel ringraziamente, e che ci usi in questo modo di testimoniare questa grazia agli altri che non la conoscono.

2 Timoteo 3:1-17: Tu Invece…

1) Tempi Difficili (3:1-9)

Or sappi questo: negli ultimi giorni verranno tempi difficili; perché gli uomini saranno egoisti, amanti del denaro, vanagloriosi, superbi, bestemmiatori, ribelli ai genitori, ingrati, irreligiosi, insensibili, sleali, calunniatori, intemperanti, spietati, senza amore per il bene, traditori, sconsiderati, orgogliosi, amanti del piacere anziché di Dio, aventi l’apparenza della pietà, mentre ne hanno rinnegato la potenza. Anche da costoro allontànati! Poiché nel numero di costoro ci sono quelli che si insinuano nelle case e circuiscono donnette cariche di peccati, agitate da varie passioni, le quali cercano sempre di imparare e non possono mai giungere alla conoscenza della verità. E come Iannè e Iambrè si opposero a Mosè, così anche costoro si oppongono alla verità: uomini dalla mente corrotta, che non hanno dato buona prova quanto alla fede. Ma non andranno più oltre, perché la loro stoltezza sarà manifesta a tutti, come fu quella di quegli uomini.

È sempre interessante sapere quali sono le ultime parole di una persona prima di morire. A volte mi chiedo anche io, che cosa dirò con i miei ultimi respiri? Che cosa vorrò lasciare come “ultimo testamento” e ricordo a coloro che mi sopravvivranno? Questa domanda interessa perché le ultime parole di una persona indicano (se ha la possibilità di rifletterci prima) ciò che ritiene più importante.

Leggendo la seconda lettera di Paolo a Timoteo, scopriamo le ultime parole — gli ultimi insegnamenti, le ultime esortazioni, gli ultimi incoraggiamenti — che il grande apostolo volle lasciare al suo carissimo discepolo e collaboratore. In questa breve lettera, sentiamo “l’ultimo testamento” di Paolo che rivela infatti ciò che ritiene più importante. Da quello che scrive nel 4:6, Paolo sa che il momento della sua morte è vicina —  “Quanto a me, io sto per essere offerto in libazione, e il tempo della mia partenza è giunto” — e vuole dunque incoraggiare Timoteo a portare avanti il ministero del vangelo che ha fedelmente compiuto. Per questioni di tempo, abbiamo selezionato il terzo capitolo di questa lettera che imparare l’essenza di quello che Paolo vuole trasmettere a Timoteo nel poco tempo che gli rimane.

Questo capitolo si divide in due parti. La prima parte tratta i “tempi difficili” che Paolo prevede venire “negli ultimi giorni”, e la seconda parte, dal v.10 in poi, descrive il modo controcorrente — “tu invece…” — in cui il cristiano deve vivere. Consideriamo adesso la prima parte. Paolo avverte Timoteo che verranno, come appena detto, “tempi difficili” “negli ultimi giorni”. Segue poi un elenco dei vari mali che caratterizzeranno questi tempi, alcuni che si spiegano da soli e altri che meritano qualche commento in più. Paolo dice che gli uomini saranno:

  1. egoisti,
  2. amanti del denaro: infatti, non c’è male che l’uomo non sia disposto di fare per procurarsi più soldi.
  3. vanagloriosi,
  4. superbi,
  5. bestemmiatori,
  6. ribelli ai genitori: Paolo non vuole che pensiamo che i tempi difficili siano tutta colpa di adulti, perché anche i bambini ribelli ai genitori ci contribuscono!
  7. ingrati: Ma è l’ingratitudine davvero da elencare qui come causa dei tempi difficili? Certamente, perché la gratitudine non lascia spazio al malcontento e dunque né all’avidità o all’invidia, attitudini che poi sfociano nell’ingiustizia e nel conflitto di ogni genere.
  8. irreligiosi,
  9. insensibili,
  10. sleali,
  11. calunniatori,
  12. intemperanti,
  13. spietati,
  14. senza amore per il bene,
  15. traditori,
  16. sconsiderati,
  17. orgogliosi,
  18. amanti del piacere anziché di Dio,
  19. aventi l’apparenza della pietà, mentre ne hanno rinnegato la potenza: Paolo non vuole che attribuiamo tutti i mali del mondo solo ai cosiddetti “cattivi”, ma anche a coloro che hanno solo l’apparenza della pietà. Da fuori, questi sembrano “bravi” e “buoni”, e in molti sensi lo sono. Ma come i farisei, la loro è una bontà senza Gesù, e perciò non è per niente bontà.
  20. quelli che si insinuano nelle case e circuiscono donnette cariche di peccati, agitate da varie passioni,
  21. cercano sempre di imparare e non possono mai giungere alla conoscenza della verità: si oppongono alla verità:
  22. Anche questo, se ci pensiamo bene, è sorprendente. Oggi come oggi, è nobile essere alla ricerca della verità, ma guai se si afferma di averla trovata! “Nessuno può sapere la verità” è considerato umile mentre “la verità è questa” è considerato arrogante. Paolo, però, non potrebbe essere meno d’accordo. Per lui, essere sempre e solo alla ricerca della verità senza mai giungerci vuol dire opporsi alla verità. Ricordiamoci: Non prendere una decisione per Gesù è prendere una decisione contro Gesù.
  23. uomini dalla mente corrotta, che non hanno dato buona prova quanto alla fede.

A mio avviso, una descrizione più accurata dei tempi in cui viviamo noi non può essere trovata. Se non sapessimo che Paolo scriveva queste parole sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, rimarremmo forse sconvolti dalle sue capacità preveggenti! Ma tra tutti i mali che Paolo menziona qui, non dobbiamo lasciarci sfuggire il punto fondamentale, ciò che Paolo ritiene la causa principale dei tempi difficili nei quali viviamo. Rammentiamo come Paolo inizia questo discorso: “Or sappi questo: negli ultimi giorni verranno tempi difficili; perché gli uomini saranno…” Tutto quello che segue approfondisce questa semplice dichiarazione. Che cosa ne consegue? Secondo Paolo, i tempi difficili nei quali viviamo, e di tutti i mali che affliggono, sono dovuti a noi: “perché gli uomini saranno…”. In altre parole, non possiamo accusare Dio di essere responsabile per il pasticcio di cui abbiamo fatto il mondo. Giacomo 1:13-15 lo dice in modo inequivocabile:

13 Nessuno, quando è tentato, dica: «Sono tentato da Dio», perché Dio non può essere tentato dal male, ed egli stesso non tenta nessuno; 14 invece ognuno è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce. 15 Poi la concupiscenza, quando ha concepito, partorisce il peccato; e il peccato, quando è compiuto, produce la morte.

Il mondo è pieno del male e della morte perché è pieno di esseri umani che, come Paolo asserisce nel v.8, sono “dalla mente corrotta”. Tutto qui.

2) Tu Invece … Prepàrati!

10 Tu invece hai seguito da vicino il mio insegnamento, la mia condotta, i miei propositi, la mia fede, la mia pazienza, il mio amore, la mia costanza, 11 le mie persecuzioni, le mie sofferenze, quello che mi accadde ad Antiochia, a Iconio e a Listra. Sai quali persecuzioni ho sopportato, e il Signore mi ha liberato da tutte. 12 Del resto, tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati. 13 Ma gli uomini malvagi e gli impostori andranno di male in peggio, ingannando gli altri ed essendo ingannati.

Questo discorso però non serve tanto per diagnosticare i problemi del mondo quanto per esortare il cristiano a vivere e a testimoniare fedelmente. Paolo non vuole che c’inganniamo circa la difficoltà di “vivere piamente in Cristo Gesù”, aspettandoci o pretendendo che Dio ci dia una vita tranquilla e serena, senza dolore o sofferenza. Non fraintendiamoci: in Cristo abbiamo una pace che, secondo Paolo in Filippesi 4:7, “supera ogni intelligenza” e che “custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù.” Ma ricordiamoci che Paolo scrisse queste parole mentre era imprigionato ingiustamente, solo per aver predicato il vangelo! La pace che è nostra in Cristo non è la promessa che Dio renderà le nostre circostanze migliori ma che renderà noi capaci di superare le circostanze peggiori!

Dunque, la prima esortazione di Paolo a Timoteo — e a tutti noi — è di essere preparati per soffrire per il nome di Cristo. Nel v.10 Paolo comincia: “Tu invece…”. Vale a dire: “mentre è vero che viviamo in tempi difficili, circondati da ogni tipo di male, tentati di rinunciare alla nostra confessione di fede e di lasciarci condurre dalla corrente di questo mondo, dobbiamo invece vivere totalmente controcorrente.” E il primo passo per vivere controcorrente è di prepararci alle difficoltà che ci spettano.

Per questo Paolo ricorda a Timoteo nei vv.10-11 il suo esempio personale di vita:

hai seguito da vicino il mio insegnamento, la mia condotta, i miei propositi, la mia fede, la mia pazienza, il mio amore, la mia costanza, le mie persecuzioni, le mie sofferenze, quello che mi accadde ad Antiochia, a Iconio e a Listra. Sai quali persecuzioni ho sopportato, e il Signore mi ha liberato da tutte.

Lungi dall’essere un’esibizione “virtuosistica”, la vita di Paolo esemplifica come dovrebbe essere la vita cristiana in generale. Come afferma nel v.12: “tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati”. Non potrebbe essere più chiaro di così. La vita cristiana normale, e non straordinaria, dovrebbe suscitare la persecuzione in qualche forma. Se non siamo mai perseguitati per la nostra fede, dobbiamo chiederci seriamente se stiamo veramente vivendo piamente in Cristo Gesù! Certo, questo non significa che saremo perseguitati fino al martirio (anche se non dovremmo mai escludere questa possibilità), ma in qualche forma e in qualche modo la persecuzione è caratteriza il cristiano che in mezzo ai tempi difficili descritti da Paolo prima vive piamente in Cristo Gesù.

Il resto della Bibbia dà ampia conferma di questo. La prima lettera di Pietra è altrettanto lampante (4:1-4, 12-16):

1 Poiché dunque Cristo ha sofferto nella carne, anche voi armatevi dello stesso pensiero, che, cioè, colui che ha sofferto nella carne rinuncia al peccato, 2 per consacrare il tempo che gli resta da vivere nella carne, non più alle passioni degli uomini, ma alla volontà di Dio. 3 Basta con il tempo trascorso a soddisfare la volontà dei pagani vivendo nelle dissolutezze, nelle passioni, nelle ubriachezze, nelle orge, nelle gozzoviglie, e nelle illecite pratiche idolatriche. 4 Per questo trovano strano che voi non corriate con loro agli stessi eccessi di dissolutezza e parlano male di voi….

12 Carissimi, non vi stupite per l’incendio che divampa in mezzo a voi per provarvi, come se vi accadesse qualcosa di strano. 13 Anzi, rallegratevi in quanto partecipate alle sofferenze di Cristo, perché anche al momento della rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare. 14 Se siete insultati per il nome di Cristo, beati voi! Perché lo Spirito di gloria, lo Spirito di Dio, riposa su di voi. 15 Nessuno di voi abbia a soffrire come omicida, o ladro, o malfattore, o perché si immischia nei fatti altrui; 16 ma se uno soffre come cristiano, non se ne vergogni, anzi glorifichi Dio, portando questo nome.

Se è vero che “gli uomini malvagi e gli impostori andranno di male in peggio, ingannando gli altri ed essendo ingannati” (2 Tim. 3:13), non dovremmo stupirci che “tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati”. Quindi, prepariamoci!

3) Tu Invece … Persevera!

14 Tu, invece, persevera nelle cose che hai imparate e di cui hai acquistato la certezza, sapendo da chi le hai imparate, 15 e che fin da bambino hai avuto conoscenza delle sacre Scritture, le quali possono darti la sapienza che conduce alla salvezza mediante la fede in Cristo Gesù. 16 Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, 17 perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona.

Come però ci prepariamo? Forse qualcuno si scoraggia o si spaventa già a sentire tutto questo! Non dovremmo perderci d’animo, perché Paolo non ci lascia senza un aiuto efficace e sufficiente a ogni nostro bisogno. La parola chiave qui è “persevera”. Come Timoteo, dobbiamo perseverare nelle cose (riferite all’insegnamento del vangelo) che abbiamo imparato e di cui abbiamo acquistato la certezza. Notiamo una grande differenza con coloro che “cercano sempre di imparare ma non giungono mai alla conoscenza della verità” (v.7). Possiamo — anzi dobbiamo! — essere certi della conoscenza che abbiamo di Gesù Cristo e del suo vangelo. Questa certezza deriva non da qualche capacità nostra di comprendere il vangelo, ma dal fatto che esso sia la parola di Dio. Sono da mettere in dubbio i nostri dubbi circa la parola di Dio anziché la parola stessa! Mentre ogni altra parola dipende dalla capacità di chi ascolta di capirla, la parola di Dio crea questa capacità in chi non ce l’ha. Siccome nessuna parola di Dio rimarrà inefficace, neanche la nostra incapacità di capirla può ostacolarne la comprensione.

Questo è ciò che vuol dire l’affermazione di Paolo — indispensabile alla nostra conoscenza di che cos’è la Bibbia — che “ogni Scrittura è ispirata da Dio” (v.16). La Bibbia differisce da ogni altro libro in questo: è tutta quanta ispirata (letteralmente “espirata”) da Dio. “Ogni Scrittura”, cioè ogni libro, ogni capitolo, ogni versetto, e persino ogni parola sono ispirati, “espirati”, enunciati dalla bocca di Dio. Sebbene scritti da uomini, lo Spirito di Dio ha fatto sì che scrissero esattamente ciò che desiderava. E lo stesso Spirito che ha ispirato ogni Scrittura è colui che ancora adesso parla a noi per mezzo di essa. Quando dunque leggiamo la Bibbia, è in realtà la voce del Dio vivente che ascoltiamo in qualunque momento o luogo in cui siamo.

Perciò, Paolo afferma ancora che ogni Scrittura è “utile”. Il Dio che ha ispirato ogni Scrittura e lo stesso Dio che garantirne la comprensione. Importante è la dichiarazione di Dio in Geremia 1:12: “Io vigilo sulla mia parola per mandarla a effetto”. Dio non parla per poi lasciare in dubbio la comprensione della sua parola. Dio vigila sulla sua parola per renderla sempre efficace e utile.

Ma utile a che scopo? Paolo lo dice chiaramente: “a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia”, e questo “perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona” (vv.16-17). Qui torniamo alla domanda di prima: come ci prepariamo in questi tempi difficili a vivere piamente in Cristo quando la sofferenza è inevitabile? È la parola di Dio che ascoltiamo in ogni Scrittura che ci fornisce tutto quello di cui abbiamo bisogno. Le Scritture ci insegnano tutto ciò che dobbiamo sapere, ci riprendono per le nostre mancanze, ci correggono per portarci sulla strada giusta, e ci educano alla giustizia affinché camminiamo sempre per essa. Paolo non dice che abbiamo bisogno di ulteriori mezzi o strumenti. Le Scritture sono efficaci e anche sufficienti per renderci completi e ben preparati per ogni opera buona. Da questo deriva la storica convinzione della Riforma protestante di “sola Scrittura“. Se ci dedichiamo all’ascolto e allo studio delle Scritture, Dio promette di renderci preparati e capaci di fare la sua volontà nonostante le difficoltà o le sofferenze che dovremo affrontare.

Attenzione però: le Scritture non operano in noi ex opere operato (per usare una frase della teologia romana), cioè semplicemente perché vengono lette. In altre parole, non diventiamo completi e preparati a ogni opera buona automaticamente quando ascoltiamo o leggiamo la Bibbia. Anche il diavolo conosce bene le Scritture (visto che le ha citate per tentare Gesù nel deserto); anzi le conosce meglio di noi! No, la Bibbia non è un talismano, un libro le cui pagine sono fisicamente impregnate di poteri magici. Come dice Paolo qui, sentiamo la parola di Dio nelle Scritture quando siamo attenti alla Parola di cui rendono testimonianza. Notiamo bene quello che Paolo dice: le Scritture “possono darti la sapienza che conduce alla salvezza mediante la fede in Cristo Gesù” (v.15). Le Scritture non ci danno la sapienza che conduce alla salvezza mediante le nostre opere. Le Scritture non sono principalmente una fonte di fatti storici, né un insieme di principi teologici, né un manuale di istruzioni per la vita. Contengono tutte queste cose, ma le Scritture esistono principalmente per testimoniare Cristo!

Se vogliamo ascoltare nella Bibbia la parola di Dio, se vogliamo che essa operi in noi efficacemente per renderci completi e ben preparati a ogni opera buona in questi tempi difficili, dobbiamo leggerla, studiarla, ascoltarla, e meditarla per quello che è: la testimonianza ispirata e autorevole di Gesù Cristo e la salvezza che si ha solo in lui. Ricordiamoci delle parole di Gesù in Giovanni 5:39 quando ha rimproverato i giudei per il loro modo sbagliato di leggere le Scritture:

Voi investigate le Scritture perché pensate di avere per mezzo di esse vita eterna, ed esse son quelle che rendono testimonianza di me.

Quindi, ancora una volta torniamo sempre a Cristo, la Parola di Dio che rende efficaci e utili tutte le parole ispirate nelle Scritture. È Cristo nelle Scritture che ci insegna, che ci riprende, che ci corregge, e che ci educa alla giustizia. È Cristo nelle Scritture che ci rende completi e preparati a ogni opera buona. È Cristo nelle Scritture che ci fortifica per vivere piamente in questi tempi difficili. Avendo questo grandissimo dono potente, facciamone tesoro, e diamoci costantemente all’ascolto, allo studio, e alla meditazione della sacre Scritture.

Galati 2: Crocifissi Con Cristo

1) Liberi in Cristo (1:11-2:10)

1:11 Vi dichiaro, fratelli, che il vangelo da me annunciato non è opera d’uomo; 12 perché io stesso non l’ho ricevuto né l’ho imparato da un uomo, ma l’ho ricevuto per rivelazione di Gesù Cristo. 13 Infatti voi avete udito quale sia stata la mia condotta nel passato, quando ero nel giudaismo; come perseguitavo a oltranza la chiesa di Dio, e la devastavo; 14 e mi distinguevo nel giudaismo più di molti coetanei tra i miei connazionali, perché ero estremamente zelante nelle tradizioni dei miei padri. 15 Ma Dio che m’aveva prescelto fin dal seno di mia madre e mi ha chiamato mediante la sua grazia, si compiacque 16 di rivelare in me il Figlio suo perché io lo annunciassi fra gli stranieri. Allora io non mi consigliai con nessun uomo, 17 né salii a Gerusalemme da quelli che erano stati apostoli prima di me, ma me ne andai subito in Arabia; quindi ritornai a Damasco. 18 Poi, dopo tre anni, salii a Gerusalemme per visitare Cefa e stetti da lui quindici giorni; 19 e non vidi nessun altro degli apostoli, ma solo Giacomo, il fratello del Signore. 20 Ora, riguardo a ciò che vi scrivo, ecco, vi dichiaro, davanti a Dio, che non mento. 21 Poi andai nelle regioni della Siria e della Cilicia; 22 ma ero sconosciuto personalmente alle chiese di Giudea, che sono in Cristo; 23 esse sentivano soltanto dire: «Colui che una volta ci perseguitava, ora predica la fede che nel passato cercava di distruggere». 24 E per causa mia glorificavano Dio.

2:1 Poi, trascorsi quattordici anni, salii di nuovo a Gerusalemme con Barnaba, prendendo con me anche Tito. Vi salii in seguito a una rivelazione, ed esposi loro il vangelo che annuncio fra gli stranieri; ma lo esposi privatamente a quelli che sono i più stimati, per il timore di correre o di aver corso invano. Ma neppure Tito, che era con me, ed era greco, fu costretto a farsi circoncidere. Anzi, proprio a causa di intrusi, falsi fratelli, infiltratisi di nascosto tra di noi per spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù, con l’intenzione di renderci schiavi, noi non abbiamo ceduto alle imposizioni di costoro neppure per un momento, affinché la verità del vangelo rimanesse salda tra di voi. Ma quelli che godono di particolare stima (quello che possono essere stati, a me non importa; Dio non ha riguardi personali), quelli, dico, che godono di maggiore stima non m’imposero nulla; anzi, quando videro che a me era stato affidato il vangelo per gli incirconcisi, come a Pietro per i circoncisi (perché colui che aveva operato in Pietro per farlo apostolo dei circoncisi aveva anche operato in me per farmi apostolo degli stranieri), riconoscendo la grazia che mi era stata accordata, Giacomo, Cefa e Giovanni, che sono reputati colonne, diedero a me e a Barnaba la mano destra in segno di comunione perché andassimo noi agli stranieri, ed essi ai circoncisi; 10 soltanto ci raccomandarono di ricordarci dei poveri, come ho sempre cercato di fare.

Parliamo molto dell’importanza di testimoniare il vangelo ai non credenti affinché credano e ottengano la vita eterna in Gesù Cristo, ed è giusto che lo facciamo. Non dobbiamo dimenticare, però, che il vangelo serve a noi credenti tanto quanto ai non credenti. Per conferma basta leggere la lettera dell’apostolo Paolo scritta alle chiese da lui fondate nella regione della Galazia (l’odierna Turchia). La lettera ai Galati si occupa principalmente del vangelo che Paolo dice qui di aver ricevuto e imparato non “da un uomo, ma l’ho ricevuto per rivelazione di Gesù Cristo” (1:12). Se i credenti, una volta confessata la fede in Cristo, non avessero più bisogno del vangelo, perché Paolo gli avrebbe mandato una lettera il cui argomento centrale è il vangelo? Paolo scrive con un tono urgente, proprio perché le chiese della Galazia rischiavano di perdere il vangelo con il quale Paolo le aveva fondate.

La situazione è questa: alcuni “intrusi” nelle chiese, che Paolo chiama “falsi fratelli”, si sono “infiltrati di nascosto tra di noi per spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù, con l’intenzione di renderci schiavi” (2:4). Questi che sono arrivati nelle chiese fondate da Paolo si reputano credenti (altrimenti non sarebbero neanche “falsi fratelli”) ma sono venuti proprio per sovvertire la loro libertà. Dal 2:3 scopriamo cosa vuol dire: “neppure Tito … fu costretto a farsi circoncidere”. La circoncisione, come sappiamo, era il simbolo del patto stabilito da Dio con il popolo d’Israele tramite Mosè. Di solito, la circoncisione era l’ultimo e più definitivo passo di uno che di nascita non era ebreo ma che voleva diventarlo e così identificarsi con il popolo eletto di Dio. La circoncisione non era, dunque, un atto a sé stante, ma obbligava il circonciso a osservare un aspetto del patto d’Israele, codificato nella legge mosaica. Ci si circoncideva solo con l’intenzione di rispettare tutta la legge ebraica, compresi i comandamenti quali non lavorare il sabato, non mangiare la carne di maiale, e così via.

Perciò, questi “intrusi” cercavano di convincere i credenti Galati (cioè non ebrei) che dovevano non solo credere in Gesù per ereditare la vita eterna ma anche farsi circoncidere e poi ubbidire alla legge mosaica. Ed è questo messaggio a cui Paolo si oppone che tanta veemenza, insistendo che un tale vangelo (che non è in realtà vangelo) ci priva della libertà che abbiamo in Cristo e ci rende schiavi. Paolo si preoccupa che i Galati diano retta all’insegnamento dei falsi fratelli e di conseguenza gli scrive questa lettera “affinché la verità del vangelo [rimanga] salda tra di voi” (2:5)

Nel secondo capitolo, Paolo esorta le chiese di non deviare dal vangelo e di salvaguardarlo con zelo e precisione. La sua esortazione s’impernia sui benefici che i credenti hanno nel vangelo, con l’implicito avvertimento che se si perde il vangelo, si perdono anche i suoi benefici. Secondo Paolo, credendo nel vangelo noi siamo 1) liberi in Cristo, 2) giustificati in Cristo e 3) crocifissi con Cristo. Ora consideriamo ognuno di questi punti.

Abbiamo già iniziato infatti a considerare il primo punto, cioè che in Cristo siamo liberi, liberi dal peso di dover osservare tutta quanta la legge di Dio per giustificarci davanti a lui. Ma dobbiamo ancora notare come Paolo costruisce la sua argomentazione. Evidentemente, i falsi fratelli cercavano di sovvertire il vangelo predicato da Paolo attaccando lui. In altre parole, tentavano di confutare il messaggio screditando il messaggero. La risposta di Paolo lascia intendere che dicevano più o meno questo: “Non dovete ascoltare Paolo che vi permette di non osservare la legge di Mosè, perché lui non è un vero apostolo. Chi è infatti Paolo? Fino a qualche anno fa ci perseguitava. Non faceva parte del circolo degli apostoli che Gesù ha personalmente scelto, gli apostoli come Pietro, Giacomo e Giovanni che l’hanno seguito dall’inizio e ora conducono la sua chiesa a Gerusalemme, dove appunto la chiesa è nata. Questo Paolo, invece, è praticamente apparso da nulla, e adesso pretende di poter contraddire l’insegnamento dei veri apostoli a Gerusalemme, inducendovi a cadere in una trappola pericolosa, cioè trascurare la legge che Dio ci ha dato per mezzo di Mosè. Dio ha sempre castigato coloro che avevano disubbidito a questa legge, e con voi non farà diversamente!”

Questo spiega perché Paolo si premura di far capire, attraverso la sua testimonianza personale, come “il vangelo da me annunciato non è opera d’uomo; perché io stesso non l’ho ricevuto né l’ho imparato da un uomo, ma l’ho ricevuto per rivelazione di Gesù Cristo” (1:11-12). Lungi dal predicare un messaggio sbagliato, Paolo predica il vangelo che ha ricevuto personalmente da Gesù stesso, proprio come ha ricevuto anche la sua vocazione apostolica. Inoltre, non contraddice l’insegnamento dei primi apostoli a Gerusalemme, poiché essi hanno riconosciuto sia lui sia la sua predicazione quali autentici e legittimi.

Tutto questo è importante per noi per almeno i seguenti due motivi. In primo luogo, la validità di una comunità cristiana o di un credente non deriva, come la chiesa romana pretenderebbe, dall’aderenza a una presunta successione visibile dai primi apostoli, e in particolare da Pietro. I falsi fratelli in Galati usavano un simile ragionamento: Paolo non è come noi che possiamo dimostrare il nostro legame con i primi apostoli. Ciò che convalida una comunità come chiesa o una persona come credente non è l’approvazione che viene dall’uomo ma quella che viene direttamente dalla parola di Gesù. Questo ci porta al secondo motivo per cui il discorso di Paolo ci è importante, ovvero, che storicamente la chiesa protestante-evangelica ha sempre posto l’accento principale sulla parola di Dio, sola Scrittura. Come possiamo sapere, come Paolo, che abbiamo l’approvazione che viene direttamente da Gesù? Ce lo dice la sua parola riportata nelle sacre Scritture. Forse Gesù non ci ha mai parlato in maniera udibile come a Paolo, ma la sua parola rivolta a noi nelle Scritture è altrettanto vera e valida. E questa parola è quella che Paolo adesso vuole annunciarci, appunto per ricordarci dell’approvazione (la giustificazione) che abbiamo in Cristo.

2) Giustificati In Cristo (2:11-16)

11 Ma quando Cefa venne ad Antiochia, gli resistei in faccia perché era da condannare. 12 Infatti, prima che fossero venuti alcuni da parte di Giacomo, egli mangiava con persone non giudaiche; ma quando quelli furono arrivati, cominciò a ritirarsi e a separarsi per timore dei circoncisi. 13 E anche gli altri Giudei si misero a simulare con lui; a tal punto che perfino Barnaba fu trascinato dalla loro ipocrisia. 14 Ma quando vidi che non camminavano rettamente secondo la verità del vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: «Se tu, che sei giudeo, vivi alla maniera degli stranieri e non dei Giudei, come mai costringi gli stranieri a vivere come i Giudei?» 15 Noi Giudei di nascita, non stranieri peccatori, 16 sappiamo che l’uomo non è giustificato per le opere della legge, ma soltanto per mezzo della fede in Cristo Gesù, e abbiamo anche noi creduto in Cristo Gesù per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della legge; perché dalle opere della legge nessuno sarà giustificato.

Il secondo beneficio che Paolo menziona come stimolo per conservare la verità del vangelo è la giustificazione in Cristo. Per illustrarne l’importanza, Paolo riporta una vicenda accaduta nella chiesa di Antiochia, ma una vicenda indubbiamente simile a quelle avvenute a causa dei falsi fratelli nella Galazia. Paolo racconta di essere stato ad Antiochia insieme a Cefa (Pietro) e altri membri della chiesa non ebraiche, e tutti mangiavano a tavola insieme. Ricordiamo che per gli ebrei, era stato vietato mangiare con i gentili, gli incirconcisi, sia perché mangiavano cibi impuri (come il maiale) sia perché essi stessi erando considerati impuri. La legge mosaica serviva, a suo tempo, come muro di separazione per conservare la purezza del popolo di Dio prima della venuta di Gesù. Ma dopo l’avvento di Gesù, quel muro non serviva più, e Paolo e Pietro giustamente mangiavano con tutti.

Ma è successo che alcuni credenti sono arrivati dalla chiesa di Gerusalemme (una chiesa quasi tutta ebraica e molto conservatrice), i quali si attenevano ancora fedelmente alla legge. Pietro, visti questi, si è ritirato dal tavolo, inducendo anche altri credenti ebraici e separarsi anche loro dal mangiare con i credenti gentili. Questo comportamento, insiste Paolo, è contrario al vangelo, effettivamente dividendo la chiesa in membri superiori e membri inferiori. Il motivo per cui Paolo dice di aver dovuto rimproverare Pietro è sempre per conservare la verità del vangelo. Pietro stesso avrebbe dovuto sapere che il vangelo esclude ogni tipo di favoritismo o razzismo.

Il rimprovero di Paolo consisteva in due aspetti. Prima mette in risalto l’ipocrisia di Pietro nel costringere gli stranieri “peccatori” (qui intesi non come peccatori generali ma come coloro che vivono senza la legge ebraica) a conformarsi alle tradizioni ebraiche quando lui stesso si è comportato poco prima come uno straniero, mangiando in modo non conforme a quella legge. Ma secondo, e più importante, Paolo mette in risalto l’incoerenza tra il comportamento di Pietro e il vangelo. Il versetto 16 è la chiave: siamo tutti giustificati — sia ebrei che gentili — nello stesso modo, non per le opere della legge ma solo per la fede di Gesù Cristo. Qui ricorro alla traduzione della Nuova Diodati che qui traduce la frase “la fede in Cristo Gesù” come “la fede di Cristo Gesù”. Non è in realtà la nostra fede che ci giustifica, ma la fede di Cristo al nostro posto. La nostra fede, benché necessaria, è solo il segno che siamo uniti a Cristo, il quale è solo la nostra giustizia e la nostra giustificazione.

Il ragionamento di Paolo è dunque il seguente: se Dio ci ha accettato non per ciò che facciamo ma solo per ciò che ha fatto Gesù per noi, chi siamo noi a imporre ad altri ulteriori requisiti prima di accettarli? Paolo dice in effetti a Pietro: “Tu sai che Dio ha pienamente accettato e accolto questi credenti gentili per lo stesso e unico motivo per cui ha accettato e accolto te: per la fede di Gesù. Chi sei tu dunque a costringerli a ubbidire alla legge ebraica affinché siano accettabili a te? Se Dio li ha invitati al suo tavolo solo per i meriti di Cristo, chi sei tu a invitarli al tuo tavolo solo se presentano anche dei meriti loro?”

Non dobbiamo lasciarci sfuggire il significato di questo. È possibile negare la verità del vangelo tanto con i fatti quanto con le parole. Perdiamo il vangelo se cambiamo il messaggio (come dire: Gesù più qualcos’altro); ma perdiamo il vangelo anche se ci comportiamo in modo incoerente con esso! Se facciamo favoritismi, se trattiamo alcuni credenti come se fossero inferiori ad altri, se evitiamo comunione con qualche membro della chiesa, non camminiamo rettamente secondo il vangelo. Da questo impariamo che il vangelo deve trasformare non solo il nostro pensare ma anche il nostro agire. Credere nel vangelo non vuol dire solo cambiare idea, ma cambiare stile di vita, rendendola conforme al Cristo che esso annuncia.

3) Crocifissi Con Cristo (2:17-21)

17 Ma se nel cercare di essere giustificati in Cristo, siamo anche noi trovati peccatori, vuol dire che Cristo è un servitore del peccato? No di certo! 18 Infatti, se riedifico quello che ho demolito, mi dimostro trasgressore. 19 Quanto a me, per mezzo della legge, sono morto alla legge affinché io viva per Dio. 20 Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me! La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me. 21 Io non annullo la grazia di Dio; perché se la giustizia si ottenesse per mezzo della legge, Cristo sarebbe dunque morto inutilmente.

Questo anticipa la conclusione di questo capitolo dove Paolo risponde all’eventuale obbiezione da parte dei falsi fratelli: “Se permettiamo ai gentili di non osservare la legge, loro, vivendo tra i pagani ed essendo ex-pagani essi stessi, non avranno nessuna guida per vivere rettamente. Se gli diciamo “Cristo e basta”, sfrutteranno la grazia come occasione per vivere in qualsiasi modo che vogliono.” Questa è infatti la domanda che Paolo prevede nel v.17: se siamo giusti davanti a Dio solo per l’opera di Cristo così che possiamo accantonare la legge, non diventa Cristo una scusa per peccare?

Paolo risponde con un “no” deciso e definitivo, e per due motivi. Primo, lui dice nei vv.18-19, la legge non è ciò che ci trasforma la vita. La legge (come spiegherà in più dettaglio nel cap. 3) è stata data come “un precettore per condurci a Cristo”, ma adesso che Cristo è venuto, la legge non serve più. Anzi, Paolo asserisce, se riedifichiamo la legge che in Cristo è stata abolita, diventiamo trasgressori della legge proprio nel tentare di rispettarla! Se la legge ci porta a Cristo, tornare alla legge dopo Cristo è un’infrazione della legge stessa. Inoltre, se potessimo mai diventare giusti attraverso le opere della legge, Cristo sarebbe morto inutilmente e la grazia sarebbe vana! L’orrenda crocifissione di Gesù sarebbe inutile e senza senso, avrebbe dovuto soltanto darci una mano per rispettare meglio la legge!

Il secondo motivo che Paolo spiega nel v.20 è il cuore del suo discorso e, a dire il vero, è il cuore del suo vangelo, della sua teologia, della sua missione e della sua vita. Se dovessimo trovare un solo versetto che riassume tutta l’esperienza cristiana, non potremmo trovarne uno migliore. Tutti i benefici della salvezza li abbiamo solo in Gesù, in quanto Gesù è anche in noi. E quando Gesù, per mezzo dello Spirito, viene a dimorare in noi, è tutto lui che ci viene a dimorare. In altre parole, non siamo giustificati in Cristo perché riceviamo da lui il dono della giustizia, siamo giustificati perché lui stesso è la nostra giustizia. Ma Gesù è anche molto di più; come dice Paolo in 1 Corinzi 1:30, è anche sapienza, santificazione e redenzione. Non possiamo avere Gesù come giustizia ma non come tutto il resto.

Questo è perché il vero credente non ha bisogno della legga ebraica e perché non vede la grazia come occasione di peccare. Lo stesso Gesù che è la nostra giustizia davanti a Dio è anche santificazione, per cui cominciamo a vivere una vita santa quando dimora in noi. Gesù è anche sapienza, per cui cominciamo ad agire con saggezza. Gesù è anche colui che è stato crocifisso per i peccati, e poi risuscitato a nuova vita. Perciò Paolo confessa: “Sono stato crocifisso con Cristo; non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me!” Questo vale per tutti coloro che credono veramente in Cristo per essere giustificati davanti a Dio. Siamo dichiarati “giusti”, anche pur rimanendo peccatori come siamo. Questo è il significato di essere giustificati senza le opere della legge. Ma lo stesso Cristo che ci giustifica senza le opere è colui che dimora in noi come la nostra nuova vita. Come Cristo è santo, così anche noi diventiamo santi. Come Cristo è irreprensibile, così anche noi diventiamo irreprensibili. Come Cristo è stato glorificato, così anche noi lo saremo quando torna.

Il vangelo che ci annuncia tutto questo è certamente degno di essere conservato con tutta la passione e precisione che abbiamo!

Romani 1:16-23; 3:9-20

1) La Rivelazione del Peccato Umano (3:9-20)

3:9 Che dire dunque? Noi siamo forse superiori? No, affatto! Perché abbiamo già dimostrato che tutti, Giudei e Greci, sono sottoposti al peccato, 10 com’è scritto: «Non c’è nessun giusto, neppure uno. 11 Non c’è nessuno che capisca, non c’è nessuno che cerchi Dio. 12 Tutti si sono sviati, tutti quanti si sono corrotti. Non c’è nessuno che pratichi la bontà, {no,} neppure uno». 13 «La loro gola è un sepolcro aperto; con le loro lingue hanno tramato frode». «Sotto le loro labbra c’è un veleno di serpenti». 14 «La loro bocca è piena di maledizione e di amarezza». 15 «I loro piedi sono veloci a spargere il sangue. 16 Rovina e calamità sono sul loro cammino 17 e non conoscono la via della pace». 18 «Non c’è timor di Dio davanti ai loro occhi». 19 Or noi sappiamo che tutto quel che la legge dice, lo dice a quelli che sono sotto la legge, affinché sia chiusa ogni bocca e tutto il mondo sia riconosciuto colpevole di fronte a Dio; 20 perché mediante le opere della legge nessuno sarà giustificato davanti a lui; infatti la legge dà la conoscenza del peccato.

La lettera di Paolo ai Romani è stata sempre considerata il suo “capolavoro”, non perché sia quella più ispirata, ma perché è quella più teologicamente densa ed esauriente. È stata la lettera che ha stimolato la conversione di Martin Lutero e la Riforma Protestante. È stata anche la lettera che ha liberato Karl Barth dall’ideologia liberale e l’ha fatto diventare il più cristo-centrico (e quindi il più importante!) teologo protestante del secolo scorso. Potremmo studiare solo questa lettera tutta la vita e mai arrivare a conoscerla fino in fondo.

Ma una peculiarità di questa lettera è la sua enfasi sul peccato, ovvero il potere e l’universalità del male sul genero umano. Secondo Paolo, “non c’è nessun giusto, neppure uno. Non c’è nessuno che capisca, non c’è nessuno che cerchi Dio. Tutti si sono sviati, tutti quanti si sono corrotti. Non c’è nessuno che pratichi la bontà, {no,} neppure uno.” I versetti successivi in vari modi affermano questo senza equivoci: tutti gli esseri umani, senza eccezione, dalla testa ai piedi, sono malati e corrotti dal peccato. Una volta, una tale enfasi non creava tanti problemi, perché tutti accettavano più o meno che il mondo era crudele e che questo era dovuto alla cattiveria umana. Oggi, invece, non piace l’idea che siamo peccatori, o almeno che siamo peccatori come li descrive Paolo in Romani. Ci piace pensare che ci siamo più evoluti, che gli sviluppi scientifici promettano un futuro sempre migliore, che in fondo siamo tutti buoni, e la nostra cattiveria non rappresenta la nostra vera natura. A coloro che la pensano così, la descrizione di Paolo della condizione umana può sembrare esagerata, pessimista, o primitiva. C’è qualcuno che si scandalizza, si offende, e se la prende con Paolo!

Prima di mandare Paolo in manicomio, consideriamo come è arrivato a questa conclusione. In primo luogo, notiamo come questi versetti consistono in citazioni bibliche. Questo ci fa capire che, in parte, Paolo non ha voluto basare le sue idee riguardanti la natura umana sulle sue osservazioni personali, ma sull’insegnamento delle sacre Scritture. Questo sarebbe già ragione sufficiente per adottare, per quanto potrebbe sembrare controintuitivo, la posizione di Paolo. Ma non possiamo fermarci solo qui, perché Paolo non si ferma qui. In realtà, la porzione di Romani che stiamo adesso leggendo costituisce la conclusione della prima parte della sua argomentazione. Paolo stesso ricorda ai lettori che “abbiamo già dimostrato che tutti, Giudei e Greci, sono sottoposti al peccato” (3:9). Prima di scrivere questa catena di citazioni bibliche, Paolo aveva già provato questa conclusione, della quale le citazioni bibliche servono come riassunto. In secondo luogo, dunque, dobbiamo guardare indietro per capire il ragionamento di Paolo. Così faremo, anche se questo approccio differisce dal solito, cioè quello di esporre i brani biblici in ordine. Questa volta, lo capiremo meglio tornando indietro.

2) La Rivelazione dell’Ira di Dio (1:18-23)

18 L’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ingiustizia degli uomini che soffocano la verità con l’ingiustizia; 19 poiché quel che si può conoscere di Dio è manifesto in loro, avendolo Dio manifestato loro; 20 infatti le sue qualità invisibili, la sua eterna potenza e divinità, si vedono chiaramente fin dalla creazione del mondo, essendo percepite per mezzo delle opere sue; perciò essi sono inescusabili, 21 perché, pur avendo conosciuto Dio, non lo hanno glorificato come Dio, né lo hanno ringraziato; ma si sono dati a vani ragionamenti e il loro cuore privo d’intelligenza si è ottenebrato. 22 Benché si dichiarino sapienti, sono diventati stolti, 23 e hanno mutato la gloria del Dio incorruttibile in immagini simili a quelle dell’uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili….

Qui al capitolo 1 e versetto 18, ci troviamo all’inizio dell’argomentazione di Paolo che giunge al culmine nei versetti che abbiamo appena letto. Se 3:9-20 ne costituiscono la conclusione, 1:18-23 ne costituiscono, per così dire, “l’arringa di apertura”. Nel v.18, leggiamo la frase cruciale: “L’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ingiustizia degli uomini che soffocano la verità con l’ingiustizia”. Questa è la frase chiave perché prima di parlare dell’empietà e dell’ingiustizia degli uomini (il motivo per cui Paolo concluderà nel capitolo 3 che tutti si sono corrotti, che non c’è nessuno buono), Paolo parla dell’ira di Dio che si rivela contro queste cose.

In primo luogo, questo vuol dire che la conclusione di Paolo riguardo alla condizione umana non è frutto di qualche sua osservazione o analisi, ma di rivelazione divina. È Dio che ci conosce meglio di noi stessi, perché lui ci ha creato, e scruta ogni cuore sulla faccia della terra. Le Scritture dicono che Dio sa già ogni nostra parola prima che la pronunciamo. Il paziente che si sente bene forse non crede all’inizio quando il dottore gli dice che ha una malattia terminale, ma farebbe bene a ascoltare più l’esperto che le sue percezioni personali. Nello stesso modo, quando Dio ci dice come siamo messi, e che siamo messi veramente male, faremmo bene a dargli retta anche se non ci sembra il caso!

In secondo luogo, Paolo asserisce che la vera condizione umana — corrotta e dannata — è rivelata specificamente dall’ira di Dio che si rivela contro di essa. Bisogna fare attenzione qui, perché non siamo abituati a ragionare in questa maniera. Di solito valutiamo se una determinata reazione è appropriata o meno in proporzione alla causa. Un esempio banale: comprendiamo se una persona urla arrabbiata quando le vengono rubati diecimila euro, ma diciamo che questa persona esagera se urla arrabbiata perché le vengono rubati solo dieci centesimi. Ecco un altro motivo di scandalo, pensiamo che Dio esageri nei nostri confronti quando ci giudica per l’empietà e l’ingiustizia. Ma Paolo capovolge questo ragionamento. Lui dice in effetti: “Non siamo noi a valutare se il giudizio di Dio sia proporzionale al nostro peccato, ma è Dio a farci capire la gravità del nostro peccato in proporzione al suo giudizio!”

In terzo luogo, Paolo è più specifico ancora. Non è chiaro nella traduzione che stiamo usando (la Nuova Riveduta), ma nella Nuova Diodati, il collegamento tra v.18 e quello che precede è esplicito: Perché l’ira di Dio si rivela dal cielo sopra ogni empietà e ingiustizia degli uomini, che soffocano la verità nell’ingiustizia”. La parola “perché” ci segnala che anche questo — cioè il fatto che l’ira di Dio si rivela contro il nostro peccato — è anche esso dovuto a un altro fattore ancora più basilare, e per capirlo dobbiamo andare più indietro e leggere vv.16-17.

2) La Rivelazione della Giustizia di Dio (1:16-17)

16 Infatti non mi vergogno del vangelo; perché esso è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo prima e poi del Greco; 17 poiché in esso la giustizia di Dio è rivelata da fede a fede, com’è scritto: «Il giusto per fede vivrà».

Questi versetti riassumono l’intera lettera ai Romani. Nonostante l’enfasi che Paolo mette sul peccato (perché senza la rivelazione di Dio non sappiamo bene cos’è), la sua enfasi principale è ben diversa. Per Paolo, diagnosticare la condizione corrotta dell’umanità non è un fine a se stesso, ma serve invece per mettere in rilievo la gloria e la potenza del vangelo di Gesù Cristo. Questo comprendiamo dal fatto che la rivelazione dell’ira di Dio contro il peccato umano viene sulla scia della rivelazione della giustizia di Dio nel vangelo, la giustizia che equivale alla “potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede”. Questo ragionamento potrebbe sembrare un po’ complesso, quindi cerchiamo di spiegarlo meglio.

Aiuterà se precisiamo ciò che Paolo non sta facendo. Non parte da una certa prospettiva sul genere umano — in questo caso negativa e pessimista — cercando poi di proporre Gesù Cristo come la soluzione. Il problema inerente a questo approccio è che non convincerà nessuno, compreso Paolo stesso! Nella sua lettera ai Filippesi (3:4b, 6b), Paolo spiega che prima di conoscere Cristo, aveva un’opinione molto positiva delle capacità umane:

Se qualcun altro pensa di aver motivo di confidarsi nella carne, io posso farlo molto di più; io … quanto alla giustizia che è nella legge, [ero] irreprensibile. 

Lungi dall’essere denigratorio verso le capacità umane, Paolo confidava molto “nella carne”, cioè in ciò che lui, e altri come lui, era in grado di fare, di diventare, di essere in base alle proprie forze. Quindi, Paolo stesso una volta sarebbe stato per niente convinto dalla mera asserzione che “non c’è nessun giusto, neppure uno”! Che cosa dunque gli ha fatto cambiare idea? Paolo prosegue in Filippesi 3 dicendo:

Ma ciò che per me era un guadagno, l’ho considerato come un danno, a causa di Cristo (3:7).

Ecco la differenza: a causa di Cristo! Prima di conoscere Cristo, Paolo si riteneva giusto e irreprensibile. Il suo incontro con Gesù, invece, l’ha smascherato per rivelare chi era veramente, come ogni pregio, ogni guadagno, ogni attributo di cui era fiero era in realtà solo un danno!

In Romani 1:16-18, la logica è identica. Paolo è giunto alla conclusione che l’intero genere umano, compreso ogni singolo individuo, è empio e ingiusto, corrotto dal peccato e esposto all’ira di Dio contro di esso, a causa della rivelazione della giustizia di Dio in Cristo, la rivelazione che è trasmessa e annunciata nella predicazione del vangelo. In termini più concreti, possiamo dire che è solo la croce di Cristo, la sua morte per i peccati del mondo, è capace di toglierci l’illusione che siamo “abbastanza bravi e buoni” e rivelarci come essere corrotti, impuri, e impotenti.

Come fa questo? Lo fa così: il giudizio divino versato su Gesù sulla croce, di cui le sue sofferenze atroci erano soltanto un povero riflesso, ha rivelato ciò che spettava a tutti noi. La croce ci fa capire che solo così Dio ci poteva salvare. Non ci poteva dare dei buoni consigli e nuovi comandamenti. Non ci poteva dare solo un buon esempio da seguire. No, Dio è dovuto diventare umano per sostituirsi al nostro posto, per assumere interamente la nostra umanità malata e moribonda per poterla guarire dall’interno. Il fatto che Dio stesso è dovuto morire e poi risuscitare al nostro posto rivela che solo l’intervento più radicale era sufficiente, che non eravamo solo persone difettose da migliorare, ma che eravamo persone morte che dovevano risuscitare!

Faccio un esempio banale. Recentemente parlavo con qualcuno che a un certo punto mi ha detto: “Ti perdono”. E io gli ho risposto: “Ma che dici? Che io sappia, non ti ho fatto del male!” Perché ho reagito così? Ho reagito così perché implicito nel perdono è il giudizio. Se questa persona non avesse giudicato una mia azione come sbagliata, non gli sarebbe venuta in mente l’idea di dovermi perdonare. Ma poiché gli avevo fatto un torto senza accorgermene, sono rimasto sconvolto dal suo “ti perdono”, ed è stato proprio quel “ti perdono” che mi ha fatto capire il torto che io, alla mia insaputa, gli avevo fatto.

Qui, secondo Paolo, è successo qualcosa di simile, ma smisuratamente più grande. Noi nasciamo, cresciamo, viviamo, e sappiamo che non siamo perfetti, certamente, ma non siamo neanche bestie! Rispetto ad altri, non abbiamo mai ucciso nessuno (figuramoci quelli che hanno perpetrato un genocidio!), non abbiamo mai violentato un bambino, non abbiamo mai…., e quindi, tutto sommato, siamo abbastanza a posto. Perciò, nei confronti di Dio (chiunque sia), non pensiamo di avere problemi particolari, perché tanto siamo in genere bravi, e sappiamo che  ci perdonerà quei piccoli sbagli che facciamo.

Ma quando per mezzo del vangelo siamo portati davanti alla croce di Cristo, dove Dio dice di sostituirsi al nostro posto, immedesimandosi nella nostra condizione, caricandosi dei nostri peccati, e subendo il giudizio a cui siamo destinati, ogni nostra presunzione svanisce. Come Paolo dice in Romani 3:19, la croce di Cristo chiude ogni bocca e rendere tutto il mondo colpevole davanti a Dio. Lo scrittore C.S. Lewis ha osservato una volta che se il vangelo è vero, la sua importanza è infinita, e non ci permette di adottare mezze misure nei suoi confronti. Se non riusciamo a capire questo, è perché non abbiamo ancora capito il vangelo, non abbiamo mai compreso il significato della croce di Cristo, non abbiamo mai dato ascolto veramente alla parola di Dio che ci rivela tutto questo.

Però, come abbiamo mezionato prima, tutto questo non è un fine a se stesso. Il collegamento tra vv.16-17 e v.18 ci insegna che l’ira di Dio, lungi dall’essere contrario a o incoerente con l’amore di Dio, è in realtà l’espressione dell’amore di Dio nei confronti del peccato umano. Se il peccato è, in fondo, l’umanità che grida “No!” al benevolo e amorevole proposito di Dio per essa, l’ira di Dio è il suo amore che risponde “No!” ancora più forte e decisivo. Se il peccato è l’umanità che rifiuta l’amore di Dio, l’ira di Dio è il suo amore che rifiuta di accettare il nostro rifiuto. Se il peccato è l’umanità che si suicida perché si scinde dall’unica fonte della sua vita, l’ira di Dio è il suo amore che risponde: “Vi amo troppo da abbandonarvi alla vostra auto-distruzione. Non accetto il fatto che le mie creature che amo, tanto da sacrificare me stesso, si allontanino da me e si buttino nell’abisso di un inferno che esse stesse hanno creato. Resisterò fino all’ultima goccia di sangue alla vostra resistenza. Vi cercherò, vi ritroverò, e vi riporterò a casa mia”.

Questo è il vangelo. Questa è la rivelazione della giustizia di Dio che si è manifestata in Gesù Cristo, nella sua morte come l’Agnello di Dio per togliere il peccato del mondo. Ed è alla luce della croce che ci vediamo per la prima volta come siamo veramente, e vedendoci in questa luce, vediamo quanto è grande l’amore di Dio per noi, quanto è stupenda la sua grazia verso di noi, quanto gli dobbiamo e com’è degno della nostra fiducia, ubbidienza e adorazione!

Ecco perché Paolo all’inizio del v.16 dichiara: “Infatti non mi vergogno del vangelo”. Il vangelo per molti è un motivo di vergogna. Molti cristiani si vergognano di parlare apertamente della loro fede in Gesù, avendo paura delle reazioni degli altri. Ma dinanzi a una così grande salvezza, un così grande amore, un così grande Dio, non siamo affatto noi che abbiamo ragione per vergognarci! In Cristo siamo dichiarati giusti davanti a Dio; in Cristo siamo eletti, santi, e amati figli suoi. E se Dio è per noi in questo modo, chi può essere contro di noi? E chi, comprendendo veramente l’amore di Dio rivelato in Cristo, non vorrebbe abbandonare ogni inibizione o intoppo o esitazione e proclamare: “Io sono di Cristo!”

1 Corinzi 11:17-34: La Cena del Signore

1) La Casa del Signore (11:17-22)

17 Nel darvi queste istruzioni non vi lodo, perché vi radunate non per il meglio, ma per il peggio. 18 Poiché, prima di tutto, sento che quando vi riunite in assemblea ci sono divisioni tra voi, e in parte lo credo; 19 infatti è necessario che ci siano tra voi anche delle divisioni, perché quelli che sono approvati siano riconosciuti tali in mezzo a voi. 20 Quando poi vi riunite insieme, quello che fate non è mangiare la cena del Signore; 21 poiché, al pasto comune, ciascuno prende prima la propria cena; e mentre uno ha fame, l’altro è ubriaco. 22 Non avete forse delle case per mangiare e bere? O disprezzate voi la chiesa di Dio e fate vergognare quelli che non hanno nulla? Che vi dirò? Devo lodarvi? In questo non vi lodo.

In questo capitolo, l’undicesimo della prima lettera di Paolo ai Corinzi, troviamo un brano che ci risulta familiare, dato che l’ascoltiamo ogni domenica. Perciò, ritengo che sia importante saperne il contesto e capirne il significato. Leggendo l’intera porzione, scopriamo che Paolo non scrive per dare istruzioni generali riguardanti ciò che chiama “la cena del Signore”, ma per affontare un problema specifico nella pratica dei Corinzi. Fondamentalmente, la loro pratica della cena del Signore aveva l’effetto di dividere la casa del Signore, cioè la comunità cristiana. Come vedremo tra poco, la cena del Signore dovrebbe invece unire i membri della chiesa in un unico corpo, non dividerli in tanti gruppetti diversi!

Poiché Paolo ha saputo che tra i cristiani a Corinto la cena del Signore era diventato occasione di divisione anziché unità, si mette a rimproverarli. E lo fa in modo molto enfatico, cominciando il suo discorso così: “Nel darvi queste istruzioni non vi lodo, perché vi radunate non per il meglio, ma per il peggio.” Quasi quasi, Paolo dice, sarebbe meglio se voi non vi radunaste, perché almeno così non ferireste il corpo di Cristo! Siccome Paolo affronta qui una questione specifica, dobbiamo approfondire di che cosa si tratta esattamente.

Guardiamo dunque il v.20: “Quando poi vi riunite insieme, quello che fate non è mangiare la cena del Signore…” Da questo impariamo due cose importanti. Prima, pare che la chiesa sotto la guida di Paolo facesse la cena del Signore ogni volta che si riuniva. Se non, non avrebbe senso ciò che dice, perché loro potrebbero rispondere, “Ma è certo che non facciamo la cena del Signore sempre quando ci riuniamo insieme!” In secondo luogo, impariamo che la chiesa a Corinto non faceva la cena del Signore, anche se pensava di farla. La chiesa praticava, per così dire, il “rito”, ma il modo in cui lo praticava lo privava del suo significato. Solo perché, dunque, si mangia il pane e si beve il vino pronunciando determinate parole non garantisce che sia la cena del Signore che si fa veramente! Non sono gli elementi esterni che la rendono ciò che è.

Ma impariamo di più andando avanti nel testo. Paolo si spiega meglio quando dice nel v. 21: poiché, al pasto comune, ciascuno prende prima la propria cena; e mentre uno ha fame, l’altro è ubriaco.” È importante tenere a mente che nelle chiese dell’epoca apostolica, la cena del Signore era esattamente quella: una cena! Non consisteva in un piccolo pezzo di pane e un biccherino di vino, ma di un “pasto comune”, ovvero “l’agape”, il pasto di amore fraterno. Tutto il pasto costituiva la cena del Signore, con il pane e il vino al centro come i simboli del corpo e del sangue di Gesù. Evidentemente, quando la chiesa si riuniva per ascoltare la parola di Cristo, per cantare, e per pregare, si condivideva anche un pasto, ma nel caso dei Corinzi questo pasto non era un momento di condivisione ma di divisione tra coloro che bevevano il vino fino a ubriacarsi e coloro che non avevano niente da mangiare. Come scopriamo nel v.22, la divisione emarginava quelli della chiesa che non avevano nulla, cioè i poveri.

Possiamo dunque ricostruire la situazione così. La chiesa, che si riuniva in casa, si doveva riunire in una casa con spazio sufficiente per ospitare tutti i membri. Solo i membri ricchi avrebbero avuto una casa adatta. Sappiamo dagli studi storici che nella tipica casa dell’epoca che aveva una certa grandezza, c’era una specie di anticamera che portava poi alla sala da pranzo. Mentre il padrone della casa mangiava lì insieme ai suoi familiari ed eventuali ospiti preferiti, i servi dovevano rimanere nell’anticamera pronti a servire gli altri, e potevano mangiare soltanto dopo quando le porzioni migliori erano state già consumate.

Questa usanza sembra essere stata mantenuta nella chiesa a Corinto, perché la situazione che Paolo descrive è proprio questa. Alcuni membri (probabilmente i ricchi) mangiavano nella sala da pranza, ma facevano star fuori i membri poveri, come se appartenessero a una classe sociale inferiore. Di conseguenza, i membri benestanti avrebbero mangiato la “cena del Signore” prima, e avrebbero lasciato o poco o niente ai membri meno abbienti. Nella cultura greco-romana, questa usanza mirava a salvaguardare le distinzioni sociali considerate allora indispensabili. Ma Paolo si arrabbia quando sente che questa usanza si è insinuata anche nella casa del Signore, dove invece ogni distinzione sociale ed economica dovrebbe essere superata in Cristo.

Nel capitolo precedente, al v.17, Paolo ha scritto: “Siccome vi è un unico pane, noi, che siamo molti, siamo un corpo unico, perché partecipiamo tutti a quell’unico pane.” Ma quell’unico pane che doveva simboleggiare l’unità della chiesa in Cristo era diventato un’occasione di divisione! Nel corpo di Cristo, Paolo scriverà nel capitolo successivo (v.23), “quelle parti del corpo che stimiamo essere le meno onorevoli, le circondiamo di maggior onore”. Nella comunità cristiana, Paolo dice, i membri che dalla società vengono disprezzati o emarginati devono essere quelli a essere più stimati e rispettati, mentre invece a Corinto, i membri ricchi facevano vergognare i membri poveri e così disprezzavano la chiesa. Non è difficile capire perché Paolo è così arrabbiato con loro e li rimprovera francamente.

2) La Cena del Signore (11:23-26)

A) La tradizione ricevuta (vv.23-25)

23 Poiché ho ricevuto dal Signore quello che vi ho anche trasmesso; cioè, che il Signore Gesù, nella notte in cui fu tradito, prese del pane 24 e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me». 25 Nello stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne berrete, in memoria di me.

La parola “poiché” all’inizio del v.23 indica che Paolo sta per precisare il motivo per cui la loro pratica della cena del Signore contraddiceva il significato e lo scopo di essa. I versetti successivi sono quelli che conosciamo, che leggiamo ogni domenica quando anche noi l’osserviamo. Qui servono a istruire la chiesa in come deve fare la cena. Innanzitutto, Paolo ricorda, la cena del Signore è una tradizione che lui stesso aveva ricevuto direttamente da Gesù e che poi ha trasmesso ai Corinzi. L’importanza di questo fatto viene sottolineata in quanto segue quando Paolo racconta ancora una volta il contenuto di questa tradizione, l’istituzione della santa cena che è avvenuta “nella notte in cui [Gesù] fu tradito”. Vale a dire, è stato Gesù stesso che, durante il pasto pasquale, ha trasformato i simboli della liberazione d’Israele dall’Egitto in simboli della liberazione che egli stava per compiere tra poche ore, la liberazione del mondo dal peccato e dalla morte.

B) Il significato spiegato (v.26)

26 Poiché ogni volta che mangiate questo pane e bevete da questo calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga».

Abbiamo già esaminato il significato di questo gesto quando abbiamo studiato il vangelo secondo Marco, quindi non abbiamo bisogno di ripeterlo adesso. Il punto saliente che vogliamo capire, invece, è il significato che Paolo poi attribuisce alla cena. Dopo aver ricapitolato la tradizione tramandata da Gesù agli apostoli, Paolo aggiunge questo commento che spiega il motivo principale per cui la chiesa deve continuare a osservarla regolarmente: “Poiché ogni volta che mangiate questo pane e bevete da questo calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga.”

Questa frase è solo apparentemente semplice, perché in essa Paolo parla di due tensioni di cui i due estremi devono essere sempre mantenuti in equilibrio. La prima tensione è tra la cena come ricordo e la cena come anticipo. Ogni volta che mangiamo questo pane e beviamo da questo calice, Paolo dice, annunciamo la morte del Signore (quindi ci ricordiamo del passato) finché egli venga (quindi anticipiamo il futuro). La cena ci ricorda che nel momento in cui Cristo sulla croce ha gridato “È compiuto!”, la nostra salvezza è stata veramente compiuta una volta per sempre. Ma la cena ci fa guardare anche verso il futuro, perché ora la nostra salvezza è, come Paolo dice in Colossesi 3, nascosta con Cristo in Dio nei luoghi celesti. La cena, dunque, ci rassicura che non dobbiamo aggiungere niente all’opera compiuta di Cristo a nostro favore, e allo stesso tempo ci ricorda che finché egli venga di nuovo, viviamo sempre sotto il segno della croce e che non dobbiamo lasciarci sorprendere dalle difficoltà e dalle afflizioni del tempo presente.

La seconda tensione di cui Paolo parla è quella tra la cena come presenza di Cristo e la cena come assenza di Cristo. La tradizione a cui ha appena fatto riferimento suggerisce che quando la chiesa si riunsisce attorno al tavolo, è infatti Gesù, per mezzo dello Spirito, che celebra la cena con noi, dandoci il pane e il vino in memoria del suo corpo spezzato e del suo sangue sparso. Quindi, in questo senso Gesù è presente con noi in questo momento — non fisicamente nel pane e nel vino — ma spiritualmente e non per questo in modo meno reale. Allo stesso tempo, è implicito nella frase “finché egli venga” che Gesù è anche in un senso assente. È qui tra di noi, ma non lo possiamo vedere con gli occhi, non lo possiamo sentire con le orecchie, non lo possiamo toccare con le mani. Questo è uno dei tanti motivi per cui la dottrina della transustaziazione è errata: vuole rendere Gesù visibile, udibile, toccabile, quando lui si è deliberatamente sottratto al mondo in questo senso. Mantenere l’equilibrio tra queste due tensioni — tra passato e futuro, tra presenza e assenza — è indispensabile per non solo capire ma anche praticare la cena del Signore.

3) Il Corpo del Signore (11:27-34)

27 Perciò, chiunque mangerà il pane o berrà dal calice del Signore indegnamente sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore. 28 Ora ciascuno esamini se stesso, e così mangi del pane e beva dal calice; 29 poiché chi mangia e beve indegnamente, mangia e beve un giudizio contro se stesso, se non discerne il corpo del Signore. 30 Per questo motivo molti fra voi sono infermi e malati, e parecchi muoiono. 3Ora, se esaminassimo noi stessi non saremmo giudicati; 32 ma quando siamo giudicati siamo corretti dal Signore, per non essere condannati con il mondo. 33 Dunque, fratelli miei, quando vi riunite per mangiare, aspettatevi gli uni gli altri. 34 Se qualcuno ha fame, mangi a casa, perché non vi riuniate per attirare su di voi un giudizio. Quanto alle altre cose, le regolerò quando verrò.

A)  Ciascuno esamini se stesso

Nel v.27, Paolo riprende il suo discorso di prima e cerca di correggere l’errore dei Corinzi. Come indicato dalla parola “perciò”, la correzione si basa sul significato della cena che Paolo ha appena evidenziato. Quale deve essere dunque l’atteggiamento e il comportamento dei Corinzi (e anche di noi!) per quanto riguarda la cena del Signore? Paolo li delucida in tre modi. Prima, Paolo sottolinea l’importanza che “ciascuno esamini se stesso” a proposito di come mangia il pane e beve il vino, per evitare di farlo “indegnamente”.

Ora questo versetto crea un po’ di confusione per alcuni. A volte si conclude da questo versetto che possiamo partecipare alla cena solo se ne siamo degni, avendo confessato tutti i nostri peccati e ubbidito pienamente al Signore. Ma quest’interpretazione non ha senso, perché se potessimo diventare degni della cena, non ne avremmo più bisogno, poiché la cena è per coloro che hanno sempre bisogno dell’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo. Se leggiamo il testo attentamente, invece, notiamo che non siamo noi che dobbiamo essere degni, ma deve essere degno il modo in cui partecipiamo. Paolo esorta, dunque, che noi esaminiamo noi stessi per sapere se la maniera della nostra partecipazione alla cena è degna di essa; vale a dire, che la nostra pratica sia coerente con il significato dell cena.

B) Discernere il corpo del Signore

In secondo luogo, Paolo precisa qual è il modo “degno” di partecipare alla cena: discernere il corpo del Signore (v.29). Cosa significa discernere il corpo del Signore nella cena? Come abbiamo già osservato, non significa discernere la presenza fisica del suo corpo letteralmente nel pane. Paolo chiarisce questa esortazione nei vv.33-34: “aspettatevi gli uni gli altri. Se qualcuno ha fame, mangi a casa…”. In altre parole, il corpo del Signore di cui Paolo parla è quello di cui parlerà nel capitolo successivo (12:12-13): Poiché, come il corpo è uno e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, benché siano molte, formano un solo corpo, così è anche di Cristo. Infatti noi tutti siamo stati battezzati in un unico Spirito per formare un unico corpo….” Il corpo da discernere nella cena siamo noi!

Ecco perché “discernere il corpo del Signore” equivale a “aspettarsi gli uni gli altri” e a “mangiare tutti a casa propria”. I membri ricchi che mangiavano la cena prima dei membri poveri, lasciandogli poco o niente cibo, non discernevano il corpo del Signore, cioè non tenevano conto di tutte le membra che lo costituiscono. Giudicavano aluni come membra inferiori in base alla loro classe sociale, e non discernevano che anche loro erano parte indispensabile del corpo intero. Discernere il corpo nella cena significa che mangiamo e beviamo non pensando che sia un atto condiviso privatamente tra il Signore e l’individuo ma un atto condiviso collettivamente tra il Signore e tutta la comunità. Un altro esempio del non discernere il corpo del Signore nella cena sarebbe, dunque, partecipare mentre serbiamo nel nostro cuore rancore o amarezza o rabbia nei confronti di un altro membro della comunità. Come la cena è un atto che ci unisce con il Signore, è altrettanto un atto che ci unisce gli uni agli altri. Ecco perché quando mangiamo il pane, lo facciamo insieme dicendo: “Siamo un unico pane”: un unico pane con il Signore e un unico pane con gli altri membri della comunità.

C) Giudicati per non essere condannati

Infine, Paolo conclude la sua esortazione che un avvertimento nel quale si nasconde una promessa. Da una parte, Paolo avverte che peccare contro un nostro fratello o una nostra sorella a proposito della cena comporta un giudizio che può essere anche pesante (alcuni dei Corinzi infatti sono morti per questo motivo!). Se pensiamo di poter onorare il Signore nella cena mentre stiamo discriminando o emarginando o disprezzando o calunniando (o qualsiasi altro tipo di male che uno può fare a un altro), Paolo dice in effetti: “Ravvedetevi perché se persistete nel fare questo, il Signore vi giudicherà!”

Dall’altra parte, però (e senza sminuire per niente la serietà dell’avvertimento di Paolo), questo giudizio non ha uno scopo punitivo (cioè ti punisco e basta!) ma redentivo (cioè ti giudico per il tuo bene, per farti smettere di danneggiare sia la chiesa sia te stesso!). Paolo non potrebbe essere più chiaro su questo punto: “quando siamo giudicati siamo corretti dal Signore, per non essere condannati con il mondo” (v.32). Qui il termine “giudizio” ha la sua accezione letterale, ovvero “rendere giusto”. Ecco perché Paolo afferma che il fine del giudizio è correzione. Quando il Signore ci riprende, lo fa per il nostro bene, come un buon padre riprende suo figlio perché gli vuole solo bene. 

Questo è simile a quello che ha scritto l’autore agli Ebrei (12:7-11):

Sopportate queste cose per la vostra correzione. Dio vi tratta come figli; infatti, qual è il figlio che il padre non corregga? Ma se siete esclusi da quella correzione di cui tutti hanno avuto la loro parte, allora siete bastardi e non figli. Inoltre abbiamo avuto per correttori i nostri padri secondo la carne e li abbiamo rispettati; non ci sottometteremo forse molto di più al Padre degli spiriti per avere la vita? 10 Essi infatti ci correggevano per pochi giorni come sembrava loro opportuno; ma egli lo fa per il nostro bene, affinché siamo partecipi della sua santità. 11 È vero che qualunque correzione sul momento non sembra recare gioia, ma tristezza; in seguito tuttavia produce un frutto di pace e di giustizia in coloro che sono stati addestrati per mezzo di essa.

Quanto è grande e dolce questa verità. Il Signore ci corregge, a volte in modi che sono pesanti, dolorosi, e severi. Ma lungi dal contraddire il suo amore per noi, la sua correzione ne è la prova più chiara. Il Signore ci ama esattamente come siamo, ma ci ama troppo da lasciarci stare esattamente come siamo. Lui ha promesso di renderci perfettamente conformi a Cristo, e non si arrenderà finché non ha compiuto quest’opera in noi.

È meglio, dunque, che esaminiamo noi stessi, non con una morbosa o incessante introspezione, ma per assicurarci di vivere in conformità con Cristo, non solo durante la cena del Signore ma in tutta la vita. Ma è confortante sapere che anche quando il Signore ci deve riprendere e correggere, lui lo fa non per rabbia o per condannarci (perché non c’è nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù!) ma per amore e per renderci giusti, santi, e irreprensibili. Per il cristiano, neanche la morte può distruggere questa speranza, poiché essa diventa solo l’ultimo passo da fare prima di entrare in un’eternità di gioia, gloria, e pace inimmaginabili. Grazie al nostro Salvatore Gesù Cristo, questa speranza è l’ancora della nostra anima, alleluia e amen!

Colossesi 3:1-17: Nascosti con Cristo in Dio

Sovente si parla della verità teologica come se fosse “teoria” che bisogna poi mettere in pratica. Per quanto riguarda le lettere di Paolo, questa tendenza spesso si manifesta nel dividerle in due parti: la prima parte “teologica” e la seconda parte “pratica”. L’implicazione di questa bifurcazione è che la parte teologica è poco practica, mentre invece la parte pratica è poco teologica. Detto diversamente, la teologia ha poco a che vedere con la vita “reale”,, mentre invece la vita “reale” ha poco a che vedere con la teologia.

Quando si tratta della pratica cristiana — la risposta alla domanda “come dovremmo allora vivere” — questa scissione porta a due conseguenze negative. Prima, la pratica cristiana diventa indistinguibile dalla morale comune. Si cominicia a parlare in termini generici di “amore” o di “rispetto” o di “compassione”, ma non c’è qui niente di particolarmente cristiano. Quello che Paolo evidenzia, però, è che l’etica cristiana (se possiamo veramente chiamarla “etica”) non consiste, come dice C.S. Lewis, nel fare persone migliori, ma nel fare persone nuove. I cristiani, dunque, non dovrebbero essere più bravi o più giusti degli altri, dovrebbero essere ricreati a immagine di Gesù Cristo.

La seconda conseguenza negativa è che anche se si parlasse di etica nel senso esplicitamente cristiano, scollegata dalla teologia del vangelo l’etica diventerebbe fondamentalmente un’opera nostra. Se dobbiamo trovare i modi giusti per “mettere in pratica” la verità dela vangelo, se diventare conformi a Cristo dipende in ultima analisi dalle nostre capacità e dei nostri sforzi, non troveremo mai dentro di noi la forza necessaria per farlo. Prima o poi, ci abbatteremo, perdendoci d’animo, pensando che ciò che Dio chiede a noi sia troppo difficile e che non saremo mai all’altezza delle sue aspettative.

È dunque indispensabile che il cristiano sappia chiaramente l’insegnamento di Paolo in questi versetti di Colossesi 3. In essi, Paolo ci pone davanti una visione dell’etica e della vita cristiana che non solo risulta fattibile ma anche irresistibilmente bella. Passo dopo passo, Paolo radica le virtù della vita cristiana nell’opera già compiuta da Gesù Cristo, ricordandoci che chi dobbiamo essere, lo siamo già in lui. In altre parole, Paolo ci incoraggio dicendo: “Diventate ciò che già siete!” Scopriamo qui che nella Bibbia, non esiste alcuna divisione tra teoria/teologia e pratica; piuttosto la teologia è pratica e la pratica è teologica.

1) Risuscitati con Cristo (3:1-4)

Se dunque siete stati risuscitati con Cristo, cercate le cose di lassù, dove Cristo è seduto alla destra di Dio. Aspirate alle cose di lassù, non a quelle che sono sulla terra; poiché voi moriste e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio. Quando Cristo, la vita vostra, sarà manifestato, allora anche voi sarete con lui manifestati in gloria.

Non possiamo sopravvalutare l’importanza di questi primi quattro versetti, poiché in essi Paolo getta le fondamenta per tutto quello che segue. Tutto parte dalla risurrezione: “se dunque siete stati risuscitati con Cristo…” Il “se” iniziale è critico, perché se non siamo stati risuscitati con Cristo, allora nulla di ciò che segue ci sarà né possibile né comprensibile. Dall’altro canto, se siamo stati risuscitati con Cristo, possiamo affermare che tutto ciò che segue è già vero di noi, ed è stato sempre vero di noi anche quando ne eravamo inconsapevoli! Paolo dice in effetti: “Voi che credete in Cristo Gesù, fate i conti con la vostra realtà in Cristo: non siete più schiavi del peccato, ma siete morti a esso e ora vivete in Cristo!”

Che cosa ne consegue? “Cercate” o “aspirate alle cose di lassù”, cioè lì “dove Cristo è seduto alla destra di Dio”, e non cercate o aspirate alle cose “che sono sulla terra”. Bisogna precisare il significato di queste frasi perché sono vulnerabili al malinteso. Paolo non vuole dire tipo: “non andate più al lavoro, non pulite la casa, non pagate l’affitto o le bollette, non andate al mare per le vacanze, ecc., ma invece leggete solo la Bibbia, pregate, o immaginatevi di stare tra le nuvole con gli angeli”. Questo è un po’ una caricatura, ma rende abbastanza chiara l’idea. Possiamo essere certi che Paolo non vuole dire una cosa del genere. Come lo sappiamo? Lo sappiamo perché se ne spiega il significato nei versetti successivi: “poiché voi moriste e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio.”

Mentre noi, per vari motivi, siamo propensi a pensare che Paolo metta in opposizione il fisico e lo spirituale, la materia e l’immateriale, qui scopriamo che mette in opposizione il vecchio e il nuovo, il passato e il futuro. “Quando Cristo, la vita vostra, sarà manifestato, allora anche voi sarete con lui manifestati in gloria.” È una questione di tempo, non di spazio! Paolo non dice: “Pensate alle cose di lassù, perché le cose fisiche sono irrilevanti alle cose spirituali” ma “Pensate alle cose di lassù perché Cristo un giorno sarà manifestato e allora si riveleranno anche la nostra vita e la nostra terra sante e incorruttibili, mentre tutto ciò che è peccaminoso e corruttibile scompariranno.”

Questo è un grande mistero, e anche non possiamo capirlo fino in fondo, è necessario che ce lo ricordiamo sempre. Il mondo come lo vediamo adesso — ingiusto, depravato, pericoloso, e senza senso — sarà al ritorno di Cristo trasformato, sarà giusto, glorioso, sicuro, e perfetto. Così anche noi, ora deboli, peccatori, malati, dolenti, al ritorno di Cristo saremo resi perfettamente conformi a lui, spiriti santificati, cuori purificati, corpi risuscitati e incorruttibile, anime gioiose.

E il grande mistero è questo: tutto questo è già avvenuto in Cristo stesso. Nella sua morte ha distrutto il potere del male, nella sua risurrezione ha vinto il potere della morte, e ora Gesù, seduto alla destra di Dio in cielo, sta regnando per portare a compimento il regno di Dio in tutta la terra. Il problema è che non vediamo questa realtà con i nostri occhi: vediamo ancora il male, subiamo ancora la morte, gemiamo sotto l’oppressione dei regni umani.

Ecco perché Paolo ci tiene molto a ricordarci che la vita che ora vediamo con i nostri occhi non è la nostra vera vita, perché essa è nascosta con Cristo in Dio. È nascosta, perché Cristo stesso è la nostra vera vita, e lui è in cielo presso il Padre. È ovvio, dunque, che la nostra vera vita, che la “realtà reale” del mondo, non è quella che vediamo con gli occhi, perché il regno di Dio, la nuova creazione, e la nostra vita risorta e vittoriosa sono lì in Cristo, aspettando solo di essere manifestati quando Cristo stesso sarà manifestato dal cielo.

2) Spogliati dell’Uomo Vecchio (3:5-11)

A) L’uomo vecchio (vv.5-9a)

Fate dunque morire ciò che in voi è terreno: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e la cupidigia che è idolatria. Per queste cose viene l’ira di Dio. E così camminaste un tempo anche voi, quando vivevate in esse. Ora invece deponete anche voi tutte queste cose: ira, collera, malignità, calunnia; e non vi escano di bocca parole oscene. Non mentite gli uni agli altri,…

Allora, Paolo dice questo perché solo in base a esso possiamo capire e cominciare a vivere la vita che è già nostra in Cristo. Sotto quest’ottica, l’etica cristiana non è la morale comune o l’educazione civile, ma la vita del futuro che penetra nel presente. È la perfezione e l’abbondanza del regno di Dio — quando e dove la volontà di Dio sarà fatta in terra come in cielo — che cominciamo già a manifestare prima che si manifestino pienamente al ritorno di Cristo. In poche parole, è Cristo stesso — colui che Paolo chiama “l’uomo nuovo”, ovvero l’essere umano vero — che vive in noi.

Ma prima di dettagliare i vari modi in cui Cristo manifesta la sua vita in noi, Paolo si mette a precisare le caratteristiche dell’uomo vecchio — chi eravamo prima come figli di Adamo — che è stato crocifisso e che deve rimanere tale. Quando Paolo esorta: “Non fate così…”, non sta legiferando comandi arbitrari; piuttosto sta descrivendo la vecchia umanità messa a morte sulla croce di Cristo e destinata a scomparire. L’uomo vecchio è caratterizzato da:

  • fornicazione: ogni specie di atti sessuali fuori dal matrimonio,
  • impurità: qualsiasi tipo di contaminazione morale,
  • passioni e desideri cattivi: passioni e desideri disordinati, cioè quelli rivolti a cose create anziché il Creatore,
  • la cupidigia (idolatria): una forma specifica di desideri cattivi, il desiderio di possedere ciò che non si ha invece di essere contenti di avere Dio (e dunque idolatria),
  • ira: la rabbia ingiusta,
  • collera: la rabbia incontrollata a tendente alla violenza,
  • malignità: la meschina invidia nei confronti di altre persone,
  • calunnia: la maldicenza che mira a distruggere la reputazione di qualcuno,
  • parole oscene: parole offensive o sporche,
  • menzogne: parole false.

Quest’elenco non è esauriente perché basta per farci capire il senso della frase “l’uomo vecchio”. Tutte queste opere e attitudini non dovrebbero caratterizzare i cristiani, i quali devono, come dice Paolo, deporle e farle morire.

B) Già morto in Cristo (vv.9b-11)

…perché vi siete spogliati dell’uomo vecchio con le sue opere 10 e vi siete rivestiti del nuovo, che si va rinnovando in conoscenza a immagine di colui che l’ha creato. 11 Qui non c’è Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti.

Per evitare eventuali fraintendimenti, Paolo ci ricorda del “perché” di tutto questo. Non sono mere proibizioni, non sono neanche proibizioni che ci risultano impossibile, perché noi ci siamo già spogliati dell’uomo vecchio con le sue sopraccitate opere e ci siamo già rivestiti del uomo nuovo che si va rinnovando in conoscenza a immagine di colui che l’ha creato. La nostra realtà attuale non è Adamo ma Cristo. In Cristo, le vecchie distinzioni, divisioni, e attitudini che caratterizzano persone di ogni razza o classe sociale sono state cancellate. Cristo ha santificato l’umanità che ha assunto nella sua incarnazione, vivendo una vita priva di ogni fornicazione, impurità, passione cattiva, cupidiga, ira, collera, malignità, calunnia, parola oscena, o menzogna.

In quanto noi siamo in Cristo e Cristo vive in noi, non possiamo vivere più in conformità all’uomo vecchio. Per Paolo, l’etica cristiana si basa non su quello che noi facciamo ma su quello che ci è stato fatto in Cristo. Se cadiamo in tentazione e manifestiamo le caratteristiche dell’uomo vecchio, è in gran parte perché abbiamo dimenticato chi siamo in Cristo.

3) Rivestiti dell’Uomo Nuovo (3:12-17)

A) Eletti, santi, e amati (v.12a)

12 Vestitevi, dunque, come eletti di Dio, santi e amati,…

Come succede sempre nella Bibbia, il “no” di Paolo è al servizio del suo “sì”. Lo scopo di queste proibizioni non è alla fine quello di reprimerci ma di liberarci per il bene. Paolo chiarisce questo punto subito all’inizio del v.12 che passa dal negativo al positivo. Siccome ci siamo già rivestiti dell’uomo nuovo che è Cristo, così vestiamoci di sentimenti di misericordia, di benevolenza, ecc.

Ma prima di elencare le caratteristiche dell’uomo nuovo, Paolo ci ricorda ancora una volta chi siamo in Cristo. Siamo “eletti di Dio”, un termine tratto dall’Antico Testamento che identifica il popolo consacrato a Dio per essere il suo “tesoro particolare … un regno di sacerdoti, una nazione santa” (Es. 19:5-6). Siamo eletti, Paolo ci ricorda, non perché siamo superiori o più desiderabili degli altri, ma soltanto perché siamo in Cristo che è l’unico vero eletto di Dio. Siamo inoltre “santi”, non per meriti nostri, non perché siamo riusciti ad arrivarci o perché abbiamo compiuto miracoli riconosciuti dal Vaticano, ma di nuovo perché siamo in Cristo, l’unico vero Santo. E siamo amati, non perché siamo bravi e belli, ma perché siamo nell’amato Figlio di Dio che si è sacrificato per noi. Paolo ci tiene a ricordarci di questo perché il nostro fare viene sempre dal nostro essere. In quanto sappiamo di essere eletti di Dio, santi, e amati, vivremo come eletti di Dio, santi, e amati.

B) L’uomo nuovo (vv.12b-17)

…di sentimenti di misericordia, di benevolenza, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza. 13 Sopportatevi gli uni gli altri e perdonatevi a vicenda, se uno ha di che dolersi di un altro. Come il Signore vi ha perdonati, così fate anche voi. 14 Al di sopra di tutte queste cose vestitevi dell’amore che è il vincolo della perfezione. 15 E la pace di Cristo, alla quale siete stati chiamati per essere un solo corpo, regni nei vostri cuori; e siate riconoscenti. 16 La parola di Cristo abiti in voi abbondantemente, ammaestrandovi ed esortandovi gli uni gli altri con ogni sapienza, cantando di cuore a Dio, sotto l’impulso della grazia, salmi, inni e cantici spirituali. 17 Qualunque cosa facciate, in parole o in opere, fate ogni cosa nel nome del Signore Gesù, ringraziando Dio Padre per mezzo di lui.

Come nella sua descrizione dell’uomo vecchio, Paolo fornisce un elenco non esauriente ma solo indicativo delle caratteristiche dell’uomo nuovo. Ma che elenco è questo! Come eletti, santi, e amati, dobbiamo vestirci di:

  • sentimenti di misericordia: come Gesù ha sempre mostrato misericordia e compassione nei confronti dei peccatori, non etichettandoli, emarginandoli, o evitandoli, ma amandoli col cuore,
  • benevolenza: come Gesù ha sempre dato ad altri con generosità senza rinfacciare o chiedere qualche ricompensa,
  • umiltà: come Gesù non ha cercato il proprio interesse ma quello degli altri,
  • mansuetudine: come Gesù non è venuto per essere servito ma per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per tutti,
  • pazienza: come Gesù ha sopportato l’ira, la malignità, la calunnia, le menzogne, e tante altre afflizioni dovute all’uomo vecchio,
  • perdono: come Gesù ha perdonato noi che una volta eravamo i suoi nemici e peccatori,
  • amore: come Gesù ci ha amato così tanto che è morto per noi, e ci ama ancora con un amore così forte che siamo perfettamente ed eternamente vincolati a lui,
  • pace: come Gesù ci ha riconciliato con Dio e gli uni con gli altri, facendoci diventare un unico corpo con lui,
  • riconoscenti: come Gesù ha sempre mostrato riconoscenza nei confronti di Dio Padre.

Come vediamo, ogni virtù che deve manifestarsi nella nostra vita è stata mostrata prima di tutto in Gesù stesso. Basta leggere i vangeli per scoprirlo. E siccome questo Gesù, che è lo stesso ieri, oggi, e domani, è colui che vive in noi e noi in lui, così anche le sue virtù non possono fare altro che manifestarsi in noi! Certo, dobbiamo sempre lottare contro l’uomo vecchio che stranamente vuole sempre scendere dalla croce, e quindi cadiamo sovente in tentazione. Non bisogna esagerare, pensando che dobbiamo o possiamo raggiungere la perfezione in questa vita. Ma più ci sottomettiamo a Cristo, più lui è libero di manifestare la sua vita in noi.

E non siamo da soli, perché Dio ci ha fatto diventare parte del corpo di Cristo. Nessuno di noi è in grado di crescere in Cristo da solo. Le varie virtù elencate da Paolo non possono manifestarsi se non in comunità. Non possiamo dimostrare misericordia, benevolenza, umiltà, perdono, ecc., se non siamo in comunione con altre persone! La comunità cristiana, la chiesa locale, è dunque indispensabile per la nostra crescita, sia perché possiamo dimostrare queste virtù solo nei confronti degli altri, sia perché sono gli altri a stimolarci a crescere sempre di più in Cristo.

Inoltre, la parola di Cristo che è lo strumento principale che egli usa per farci crescere in lui abita in noi abbondantemente solo nella misura in cui ci ammaestriamo e ci esortiamo gli uni gli altri, e questo, interessantemente, per mezzo di canti, salmi, inni, e cantici spirituali! Ogni membro della chiesa è un ministro di culto, un ministro della parola di Cristo che ha il privilegio di ammaestrare e di esortare gli altri, e poi a sua volta essere ammaestrato ed esortato dagli altri. E così, e soltanto così, che la parola di Cristo abiterà in noi dove compierà la sua opera perfetta.

Il fine di tutto questo, forse la caratteristica principale della chiesa in cui la parola di Cristo abita, delle persone nelle quali Gesù manifesta la sua vita, è che qualunque cosa facciamo, in parole o in opere, la facciamo nel nome del Signore Gesù, ringraziando Dio Padre per mezzo di lui. Se viviamo veramente così, il mondo lo noterà, perché è totalmente contrario al tipico stile di vita, molto diverso anche dalla sola “morale” o “educazione”. Che testimonianza possiamo dare semplicemente attraverso la vita che in Cristo conduciamo!