Giovanni 1.1-2: Nel principio era la Parola

1) La Parola nel principio (Giovanni 1.1)

1:1 Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei, e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini. La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta.

Vi fu un uomo mandato da Dio, il cui nome era Giovanni; egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo di lui. Egli stesso non era la luce, ma venne per rendere testimonianza alla luce. La vera luce che illumina ogni uomo stava venendo nel mondo. 10 Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l’ha conosciuto. 11 È venuto in casa sua, e i suoi non l’hanno ricevuto; 12 ma a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio, a quelli cioè che credono nel suo nome, 13 i quali non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma sono nati da Dio.

14 E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre. 15 Giovanni gli ha reso testimonianza, esclamando: «Era di lui che io dicevo: “Colui che viene dopo di me mi ha preceduto, perché era prima di me. 16 Infatti dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia”». 17 Poiché la legge è stata data per mezzo di Mosè; la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo. 18 Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere.

L’introduzione al vangelo di Giovanni si affianca ai brani biblici più maestosi e insondabili. Non basterebbe un’intera vita di riflessione per approfondire pienamente i diciotto versetti iniziali del primo capitolo. Qualsiasi studio non può essere altro che un cucchiaino d’acqua tratta dall’oceano. Ma un cucchiaino è meglio di niente, ed è questo che cercheremo oggi. Questo brano, inoltre, racconta la storia di Natale. Certo, non si trovano qui Giuseppe, Maria e Gesù bambino nella mangiatoia. Non c’è menzione dei pastori nei campi con le loro pecore, né dei magi che portano i loro regali preziosi. Ma questo non rende il primo capitolo di Giovanni meno “natalizio” rispetto agli altri vangeli. Giovanni sceglie semplicemente di rintracciare la storia di Gesù alle sue vere origini, oltre il tempo e nell’eternità.

A) “Nel principio era la Parola…”

Innanzitutto, Giovanni vuole farci capire che la nascita del nostro Salvatore duemila anni fa in realtà ha avuto inizio “nel principio”, prima che i tempi fossero. Questa frase ci riconduce alle prime parole delle Scritture in Genesi 1.1: “Nel principio Dio creò i cieli e la terra”. In ebraico, “i cieli e la terra” è un modo di dire che sta a significare tutto il cosmo, tutto l’universo e tutto quello che c’è in esso. Nel contesto di Genesi, dunque, la frase “nel principio” significa chiaramente: prima che esistesse qualsiasi cosa all’infuori di Dio, prima che esistesse persino il tempo. Si tratta dell’eternità prima della creazione quando c’era Dio, e Dio solo. Quando si parla dell’eternità prima del tempo, siamo ovviamente di fronte a un muro impenetrabile, un mistero imperscrutabile che la nostra mente è incapace di comprendere e il nostro linguaggio è inadeguato a descrivere. Ma possiamo almeno afferrare l’essenziale: “nel principio” vuol dire semplicemente Dio e nient’altro, Dio nel suo tempo eterno, Dio nella sua vita autosufficiente, Dio nella sua gioia immacolata.

Quindi, rimaniamo subito colpiti quando scopriamo che secondo Giovanni, il soggetto di questo “nel principio” era, ed è, “la Parola”. Non è quello che, in base a Genesi 1.1, ci saremmo aspettati. Eppure, ecco la Parola che prende il posto occupato da Dio in Genesi. È evidente che Giovanni vuole attribuire a questa Parola tutto ciò che appartiene a Dio: la sua eternità, la sua autosufficienza, il suo precedere tutte le cose e tutti i tempi. Per confermare quest’interpretazione, basta dare un’occhiata al v.3: “Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei, e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta.” Se “ogni cosa è stata fatta per mezzo” della Parola, è ovvio che la Parola stessa non può essere stata fatta. Come se quest’affermazione non fosse già abbastanza chiara, Giovanni ne aggiunge un’altra più enfatica: senza la Parola “neppure una delle cose fatte è stata fatta”. Perciò, la Parola è da escludere da tutte le cose create nel principio, perché non esiste nessuna realtà materiale o spirituale all’infuori di Dio — dall’intero universo alla più piccola molecola in esso — che non sia venuta all’esistenza per mezzo suo.

Basta solo questo per confutare i testimoni di Geova che vogliono distorcere la traduzione del resto della frase. Se “nel principio era la Parola”, questo non può significare altro che è la Parola a occupare il posto del Dio Creatore in Genesi 1.

B) …e la Parola era con Dio…”

Ma è altrettanto evidente che Giovanni vuole in un senso distinguere la Parola da Dio, altrimenti avrebbe solo ribadito la dichiarazione di Genesi 1.1: “Nel principio era Dio…”. Questa distinzione è infatti è il punto della seconda frase di Giovanni 1.1, che “la Parola era con Dio”. Da questo impariamo che Giovanni non contraddice Genesi quando afferma che “nel principio era la Parola”. Il fatto che la Parola occupi il posto di Dio non esclude il fatto che Dio esista. La congiunzione “con” in questa frase è da interpretare nella sua letterale semplicità. Nel principio, la Parola esisteva non in modo da escludere l’esistenza di Dio; invece “la Parola era con Dio”. Se in Genesi il creatore è Dio, Giovanni precisa che la Parola era “con Dio” come mezzo della sua opera creatrice. Di nuovo, questo è confermato dal v.3: “Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei…”.

C) “… e la Parola era Dio.”

Ma onde evitare qualsiasi fraintendimento, Giovanni aggiunge una terza affermazione senza la quale il primo versetto sarebbe incompleto: “e la Parola era Dio”. Sbagliamo se concludiamo che, siccome la Parola era “con” Dio nel principio. essa era in qualche modo inferiore a Dio o separabile da Dio o, come sostengono i testimoni di Geova, solo “un dio” (come se ce ne fossero tanti!). No, tutto quello che si attribuisce a Dio va attribuito anche alla Parola. La gloria, la potenza, l’eternità, e l’essere della Parola sono identici a Dio.

Ma “la Parola era Dio” significa di più. La Parola è da pensare come “parte integrante” di Dio stesso; non nel senso che la Parola è “una” parte di un insieme di altre parti (come il motore è una parte di un’automobile) ma che Dio non sarebbe Dio senza la Parola. La Parola appartiene all’identità e all’essenza di Dio, cosicché Dio resta inconoscibile senza riferimento alla Parola. Qui Giovanni in effetti dice: l’origine di tutte le cose è Dio, come afferma Genesi, ma questo Dio è tale solo in quanto esiste con e come la Parola.

Il lato pratico di questa verità è che non si può concepire Dio, non si può conoscere Dio, non si può parlare rettamente di Dio senza riferirsi alla Parola. Questo è l’implicazione della frase “nel principio”: se la Parola era nel principio, essendo con Dio e anche Dio stesso, così tutto il nostro pensare e parlare di Dio deve essere “dal principio” incentrato su questa Parola. E siccome non c’è nessun altro pari a questa Parola nel principio, non c’è nessun altro a cui dobbiamo ricorrere per conoscere Dio. La Parola è tutto ciò che Dio è, ed è dunque l’Alfa e l’Omega, l’inizio e la fine di tutto ciò che possiamo sapere e dire di Dio.

2) La Parola nel tempo (Giovanni 1.2, 14)

Essa era nel principio con Dio.

Ma nonostante tutte le altezze e le profondità che Giovanni 1.1 contiene, non sappiamo ancora a chi si riferisce “la Parola”. Con quale nome dobbiamo chiamare questa Parola? In che modo possiamo conoscerla per poter conoscere Dio per mezzo suo? Giovanni risponde subito nel secondo versetto: “Essa [la Parola] era nel principio con Dio”. A primo sguardo, questo versetto sembra solo ripetere quanto è stato detto nel primo, e potremmo essere tentati di non prestargli lo stesso livello di attenzione ma di saltare subito al v.3. Ma facendo così sbaglieremmo, perché qui si costruisce il ponte cruciale tra l’infinito e il finito, tra l’increato e il creato, tra l’inconoscibile e il conoscibile, tra Dio e l’uomo, estremi tra i quali non esisterebbe altrimenti nessun punto di contatto.

A) “Essa…”

La parola chiave del v.2 è “essa” che designa colui che “era nel principio con Dio”. È vero che “essa” si riferisce alla Parola del v.1, ma non solo: si riferisce anche (e forse soprattutto) all’unica altra menzione esplicita della Parola in questo brano, cioè al v.14: “E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre.” C’è molto da dire su questo versetto, e ci vorrà infatti tutto il resto del vangelo (se non il resto della Bibbia!) per spiegare che cosa significa che la Parola fatta carne “ha abitato per un tempo fra di noi” in modo da rivelare la gloria di Dio. Solo leggendo tutto quello che Giovanni riporterà in seguito — ciò che questa Parola diventata carne ha detto e compiuto — potremo anche noi contemplare la pienezza della grazia e della verità divine che ha manifestato.

Ma il punto importante che concerne il nostro studio su Giovanni 1.1-2 è che la Parola che secondo v.14 “è diventata carne e ha abitato per un tempo” in un certo periodo storico e in un determinato luogo sulla terra è proprio la stessa Parola che “era nel principio con Dio”. Far vedere questo collegamento è la funzione del termine “essa” nel v.2. “Essa”, cioè la Parola che dall’eternità era con Dio ed era Dio stesso, è la stessa Parola che nel tempo “è diventata carne” e ha portato il nome “Gesù Cristo”. Ribaltando la frase, la “essa” del v.2 significa che la Parola che nel tempo “è diventata carne” e chiamata Gesù Cristo è la stessa Parola che dall’eternità era con Dio ed era Dio stesso.

B) La Parola diventata carne

Dopo un po’ di riflessione, ci accorgiamo che quest’ultima è l’affermazione più sbalorditiva. Capire che l’eterna Parola si è fatta uomo in Gesù è un conto; capire che l’uomo Gesù è la Parola che nel principio era con Dio e anche Dio stesso è un altro. La prima affermazione può significare semplicemente che Gesù è venuto dopo un’ulteriore riflessione da parte di Dio sulla condizione del mondo, che dopo la rovina causata del peccato umano, Gesù è subentrato nel proposito di Dio come una specie di “piano B”. Ma in questo caso, il punto della storia non sarebbe Gesù ma altro; Gesù esisterebbe solo per supplire a una mancanza, solo per curare una ferita, solo per risolvere un problema. Ma una volta guarita la malattia, c’è ancora bisogno del rimedio? Dopo che viene riparata una perdita d’acqua in casa, ho ancora bisogno dell’idraulico? Dopo che i miei peccati sono perdonati, ho ancora bisogno del Salvatore?

Secondo me, questo è uno dei motivi per cui tante persone non si rendono conto delle pretese radicali del vangelo, del dominio assoluto di Dio su chi riceve il dono della sua grazia. Si capisce che la Parola che era nel principio con Dio è la stessa che si è fatta uomo in Gesù, ma non si capisce che l’uomo Gesù è lo stesso che nel principio era la Parola con Dio. Che differenza fa questa seconda affermazione? Se l’uomo Gesù è lo stesso che nel principio era la Parola con Dio, vuol dire che egli è il punto, il significato e il fine di tutto ciò che viene dopo. Vuol dire che la nascita di Gesù non è stata un’aggiunta o una modifica al piano originario di Dio. Vuol dire che “nel principio”, prima di fare anche una di tutte le cose che sono state fatte (v.3), c’era la Parola destinata a diventare carne. Vuol dire che quando Dio, per mezzo della Parola, ha fatto “i cieli e la terra”, l’universo e tutto quello che contiene, li ha fatti in vista della Parola fatta carne, allo scopo di essere “Emmanuele”, Dio con noi, il Creatore che si unisce intimamente alle sue creature, il Signore che s’identifica personalmente con il suo popolo. Come ha scritto un certo teologo: “Il mondo è stato fatto affinché Gesù potesse nascere”. Gesù non esiste per il mondo tanto quanto il mondo esiste per lui.

C) Grazia su grazia

Ma nel creare il mondo per manifestarsi in Gesù, Dio non ha agito in modo egoista. Anzi, nel vangelo che segue, Giovanni ci farà vedere quanto è costato alla Parola diventare carne: “Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l’ha conosciuto. È venuto in casa sua, e i suoi non l’hanno ricevuto” (vv.10-11). Non solo non l’hanno ricevuto; l’hanno persino schernito, maltrattato, e infine crocifisso! Per la Parola, farsi uomo costituiva un’infinita condiscendenza, un’inimmaginabile umiliazione, un esporsi a incomprensibili sofferenze e afflizioni. Ma egli era felice di farlo per il suo grande amore: “Poiché Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unigenito Figlio…” (3.16).

E il risultato di questo amore sacrificale? Ce lo dice Giovanni nel v.16 del primo capitolo: “Infatti dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia”. Gesù è lo stesso che nel principio era con Dio, e quindi non c’è fine alle grazie che elargisce su di noi. Gesù è lo stesso che nel principio era Dio, e quindi “è quello che ha fatto conoscere” pienamente il Dio che altrimenti nessuno potrebbe conoscere. Gesù è lo stesso per mezzo del quale tutte le cose sono state fatte, e quindi non dobbiamo mai dubitare che egli farà cooperare tutte le cose per il nostro bene, e mai per il nostro male. Gesù è lo stesso in vista del quale tutte le cose sono state fatte, e quindi ricevere lui significa ricevere con lui anche tutte le cose, ma rifiutare lui significa rifiutare non solo lui ma anche tutte le altre cose. Gesù è lo stesso che nel principio ha fatto risplendere la luce nelle tenebre, e fin d’allora non esistono tenebre capaci di sopraffarla (v.5).

La testimonianza di Giovanni il battista, riferita nel v.15, è dunque vero di ogni essere umano: “Colui che viene dopo di me mi ha preceduto, perché era prima di me.” Gesù ha preceduto non solo noi che siamo nati dopo di lui ma anche tutti coloro che, come Giovanni, erano nati prima di lui. Ecco perché Gesù dichiara nel 8.58: “In verità, in verità vi dico: prima che Abraamo fosse nato, io sono”. Strepitose, incredibili sono queste parole, che sarebbero blasfeme sulle labbra di qualsiasi altra persona. Ma Gesù è giusto nel dirle perché egli è l’IO SONO prima di Abraamo, prima ancora di Adamo. Bisogna dire che quando Genesi 1 afferma che gli esseri umani sono stati creati a immagine di Dio, è stato in realtà a immagine del Dio destinato a diventare l’uomo Gesù!

Per questo motivo, nessuno è da considerarsi escluso dall’amore di Dio incarnato in Gesù, dal suo benevolo proposito di salvare, dalla portata della sua decisione di essere Emmanuele, il Dio anche di chi lo rifiuta. Inoltre, è inutile chiedere “che pertinenza ha Gesù alla mia vita?”, perché la vita di ogni essere umano trova il suo senso e il suo scopo nell’umanità di Cristo. Se è vero, come impariamo in Giovanni 1, che Gesù non esiste per il mondo tanto quanto esiste il mondo per Gesù, allora la domanda più importante che tutti devono porsi è: “che pertinenza ha la mia vita a Gesù?” Siamo stati fatti per mezzo di lui, per lui e in vista di lui, e troveremo solo in lui tutto quello che il nostro cuore desidera.

3) Conclusione

Tutto questo sermone deve molto al grande teologo Karl Barth che più di ogni altro ha messo Gesù al centro di tutte le sue riflessioni sulle Scritture. È dunque opportuno che concludiamo con alcuni commenti che lui ha scritto riguardo ai versetti che abbiamo appena studiato:

Fra Dio e l’uomo vi è la persona di Gesù Cristo: vero Dio e vero uomo egli è infatti il Mediatore fra l’uno e l’altro. In lui, Dio si rivela all’uomo; in lui, l’uomo riconosce Dio; in lui, Dio si pone di fronte all’uomo e l’uomo davanti a Dio, conformemente alla volontà eterna di Dio ed al destino eterno dell’uomo, corrispondente a tale volontà. In lui, Dio indica il suo disegno nei confronti dell’uomo e pronuncia su di lui il giudizio; in lui, salva l’uomo e gli si fa presente in tutta la sua pienezza; in lui, enuncia contemporaneamente la sua esigenza e la sua promessa sull’uomo. In lui, Dio si è legato all’uomo. È dunque a causa di lui che l’uomo esiste. Anche il mondo, teatro della storia intercorrente fra Dio e l’uomo, è stato creato conformemente all’origine ed in previsione del destino assegnati all’uomo in Gesù Cristo.

Questi è l’essenza di Dio, come è originariamente l’essenza dell’uomo; nulla vi è nell’universo che non proceda da lui, che non esista per mezzo di lui e non sia finalizzato a lui; è infatti la Parola di Dio che contiene ogni verità e che non potrebbe essere superata, né limitata da nessun’altra parola; è la decisione di Dio che nessun’altra decisione può precedere, né superare, né accompagnare, perché tutte le decisioni che possono esistere non possono che concorrere al compimento di tale decisione iniziale; è l’origine che esclude ogni altra origine al di fuori di quella che Dio possiede in se medesimo, cosicché nulla vi è che non proceda da lui o per cui si possa cercare l’inizio al di fuori di lui; è la scelta che esclude ogni altra scelta da parte di Dio, in modo che nulla e nessuno al mondo è stato scelto e voluto da Dio prima di lui, senza di lui ed accanto a lui.

In una sola parola: è la scelta (quindi anche l’origine, la decisione, la parola) della libera grazia di Dio. È infatti in forza della sua libera grazia che Dio sceglie di diventare uomo in Gesù Cristo, legandosi all’uomo, onde legarlo a sé. Gesù Cristo è la libera grazia di Dio, se è vero che questa libera grazia non resta confinata nell’essenza intima ed eterna del Padre, ma si manifesta al di fuori, nell’insieme delle vie e delle opere divine; ecco perché non esiste scelta, inizio, origine, decisione o parola divina che lo preceda, che sia al di sopra, di fianco o al di fuori di lui; la libera grazia è infatti l’unico motivo che sostiene tutte le vie e tutte le opere di Dio, manifestantesi all’esterno. (Karl Barth, La dottrina dell’elezione divina, p.305-306).

Basandoci su questa verità, possiamo riposarci nella promessa che Gesù ha fatto ai suoi discepoli in Giovanni 14.1-3:

Il vostro cuore non sia turbato; credete in Dio, e credete anche in me! Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, vi avrei detto forse che io vado a prepararvi un luogo? Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi.

Questa è la speranza di Natale. Amen!

Isaia 54.1-10: Esulta, O Sterile!

1) Vivere la redenzione (Isaia 54.1-4)

Negli ultimi studi su Isaia, abbiamo imparato che il messaggio dominante della seconda metà del libro (capitoli 40-66) è la consolazione del popolo di Dio, esiliato per la sua persistente ribellione nei confronti del Signore. Questo messaggio è semplice, ma a persone che hanno sofferto tanto quanto gli ebrei, una tale consolazione sembra del tutto impossibile. Il profeta dunque impiega tutte le sue capacità letterarie per suscitare e rafforzare la fiducia del popolo nel Signore, perché è solo il Signore che può fare l’impossibile. È inutile cercare la consolazione altrove, perché ogni altro è un idolo, e gli idoli ci lasciano sempre delusi. Solo Dio è in grado di realizzare le sue stupende promesse di riscattare e redimere il suo popolo da tutte le loro afflizioni.

Così Isaia c’insegna che non c’è niente di più pratico che meditare continuamente sulla grandezza di Dio e l’efficacia della sua parola, perché è proprio ciò che rinnova la nostra fiducia in Dio, ed è la nostra fiducia in Dio che determina il nostro modo di vivere. Non c’è nessuna rottura tra “teoria” e “pratica”, come se il nostro credere non fosse la fonte di tutto il nostro agire. Anzi, come Paolo afferma in 1 Timoteo 6.12, la vita cristiana è fondamentalmente “il buon combattimento della fede”. Se si perde la battaglia della fede, si perde tutto.

Per questo, nel capitolo 54 (e continuando anche nel 55) Isaia giunge a una sorta di crescendo musicale in cui esalta il Signore e la sua promessa di salvare nei termini poetici più belli ed emozionanti. Se il nemico dell’incredulità deve essere sopraffatto dalla fede nella parola di Dio, questa poesia è un’arma potente nella battaglia. Lasciamo ora che essa compia la sua intenzione in noi: cioè far risplendere la gloria del nostro Dio che disperde ogni oscurità e che ci permette di camminare senza paura nella sua luce.

A) Esulta, o sterile (54.1)

54:1 «Esulta, o sterile, tu che non partorivi! Da’ in grida di gioia e rallègrati, tu che non provavi doglie di parto! Poiché i figli dell’abbandonata saranno più numerosi dei figli di colei che ha marito», dice il Signore.

La prima parte di questa poesia, che suona come un canto, inizia con tre imperativi che chiamano il popolo di Dio — ancora nell’afflizione e nell’angoscia dell’esilio — di vivere la redenzione che il Signore compie per loro. Non sono obblighi gravosi come a volte si ritiene la legge divina. Sono piuttosto inviti a godere appieno della bontà che Dio desidera elargire. Ogni imperativo è seguito infatti dal suo motivo, come vediamo qui nel primo versetto: “esulta, o sterile!”

Questo comandamento è bello, ma strano. Oggi come oggi, una donna sterile spesso prova grande tristezza per la sua incapacità di concepire e partorire figli. In epoca biblica, la sterilità pesava ancora di più, perché comportava non solo la tristezza personale ma anche la vergogna sociale. In più, la donna del primo versetto non è solo sterile ma non ha neanche marito; è stata abbandonata. Quindi, anche se fosse in grado di fare figli, non potrebbe non avendo marito. All’epoca, era impensabile che una donna in queste condizioni potesse rallegrarsi, ma è proprio alla gioia che lei è chiamata qui. Come mai? Il motivo è detto chiaramente: perché i figli di questa donna, sterile e abbandonata, saranno più numerosi dei figli delle altre donne fertili e sposate. Per quanto sembra impossibile, questo è ciò che “dice il Signore”, e perciò è una cosa certa.

Conforme alla natura poetica di questo brano, possiamo capire che il linguaggio qui è simbolico. La donna sterile e abbandonata si riferisce al popolo d’Israele. È stato “abbandonato” dal Signore, suo marito, a causa delle sue ostinate infedeltà. Aveva tanto desiderato l’amore di altri amanti — cioè gli idoli e le vie pagane delle nazioni circostanti — ed è stato dunque dato in balia di quelle nazioni, prima Assiria e poi Babilonia. Ma Israele è anche “sterile”. Che cosa vuol dire?

Questo versetto non può che far venire in mente il caso eccezionale di Sara, moglie di Abraamo. Possiamo essere certi che qui è sottointeso un riferimento a lei grazie a quello che Isaia scrive nel 51.1-2:

Ascoltatemi, voi che perseguite la giustizia, che cercate il Signore! Considerate la roccia da cui foste tagliati, la buca della cava da cui foste cavati. Considerate Abraamo vostro padre e Sara che vi partorì; poiché io lo chiamai, quando egli era solo, lo benedissi e lo moltiplicai.

Qui il Signore ricorda agli ebrei che sono tutti discesi da Abraamo a Sara. Abraamo è il loro padre, e in un senso anche Sara li ha partoriti tutti. Perché è importante considerare questo? È perché Dio ha chiamato Abraamo “quando egli era solo”, cioè quando lui e sua moglie non avevano nessun figlio a causa della sterilità di Sara. Ciò nonostante, Dio ha promesso ad Abraamo una discendenza più numerosa delle stelle del cielo (Gen. 15.5), che da Sara sarebbero venuti re e nazioni (Gen. 17.16). Così è avvenuto, contro ogni possibilità umana, perché nulla è troppo difficile per il Signore (Gen. 18.14). Considerando il fatto che abbiano Abraamo per padre e Sara per madre, gli esuli si accorgeranno di essere essi stessi la prova che “nessuna parola di Dio rimarrà inefficace” (Luca 1.37). La loro esistenza è un miracolo, e non sarà meno fattibile il miracolo di salvezza che Dio compirà ancora a loro favore.

Tornando al 54.1, possiamo meglio capire come Israele è stato sterile. La promessa di Dio ad Abraamo e Sara non era solo che avrebbero avuto una numerosa discendenza, ma che per mezzo della loro discendenza sarebbero state benedette tutte le famiglie della terra (Gen. 12.3). Ma l’Israele fino al periodo dell’esilio era stato tutt’altro che una benedizione nel mondo. Aveva ripetutamente rinunciato alla sua vocazione di essere un popolo santo in mezzo alle nazioni pagane, una luce di giustizia nelle tenebre del peccato. Aveva preferito invece profanarsi e spegnere la propria luce per potersi unire alle tenebre. Per questo è rimasto esiliato, abbandonato senza luce nelle stesse tenebre che aveva desiderato. O, per tornare alla metafora del nostro testo, Israele è come una donna sterile, perché non ha partorito i figli di benedizione che Dio aveva in mente quando l’aveva sposata a Sinai.

Ma — e questa è la grande promessa di Isaia 54 — Dio compirà nello sterile Israele lo stesso miracolo che ha compiuto nel grembo di Sara (e che compirà poi nella sterile Elisabetta e la vergine Maria): i figli della donna sterile e abbandonata saranno più numerosi di colei che ha marito. Dio renderà fecondo il suo popolo, toglierà la sua vergogna e realizzerà la sua promessa di benedire tutta la terra per mezzo suo. Non permetterà che la sua parola rimanga inefficace. Per questo motivo, la sterile — il popolo afflitto e angosciato — può comunque esultare e prorompere in grida di grande gioia.

B) Allarga la tua tenda (54.2-3)

«Allarga il luogo della tua tenda, si spieghino i teli della tua abitazione, senza risparmio; allunga i tuoi cordami, rafforza i tuoi picchetti! Poiché ti spanderai a destra e a sinistra; la tua discendenza possederà le nazioni e popolerà le città deserte.

All’invito di esultare viene aggiunto un secondo imperativo correlato: “allarga il luogo della tua tenda!” Continua qui l’immagine del primo versetto. Bisogna tenere presente che Abraamo e Sara vivevano in Canaan come nomadi, in tende, senza dimora fissa. Nel Vicino Oriente antico, la responsabilità di occuparsi della tenda spettava alla donna, ed è quindi coerente con la metafora che sia ordinato alla donna del primo versetto di allargare la sua tenda, spiegando i suoi teli “senza risparmio”. Perché deve fare questo? Proprio perché Dio adempirà ciò che le ha promesso: nonostante la sua sterilità, porterà alla luce discendenti tanto numerosi che si spanderanno “a destra e a sinistra”, possederanno “le nazioni” e popoleranno “le città deserte”.

Al popolo d’Israele in esilio, questa promessa sarebbe stata davvero meravigliosa. Dopo essere stato ridotto a un piccolissimo residuo di superstiti, diventerà grande, più grande infatti di prima. I figli d’Israele torneranno ad abitare di nuovo nelle città rimaste deserte dopo le invasioni straniere, e non solo. Possederanno anche le nazioni, comprese quelle che hanno preso in possesso loro. Si spanderanno “a destra e a sinistra”, termini che in ebraico significano anche “a sud e a nord”. Per gli ebrei, queste direzioni indicavano invasori dall’estero: gli egiziani attaccavano dal sud, gli assiri e i babilonesi dal nord. Quindi, i figli d’Israele non vivranno più sotto la minaccia di queste nazioni, ma saranno loro a spandersi invece nei territori dei nemici. In anticipo di questo grande futuro, gli ebrei — sempre sotto il dominio di oppressori stranieri — devono, come i loro patriarchi nomadi in Canaan, allargare le loro tende oltre misura nella speranza che presto Dio le riempirà di discendenti innumerevoli. Devono, in altre parole, prepararsi al compimento di tutto ciò che promette la parola del Signore anche se non lo possono ancora vedere.

C) Non temere (54.4)

Non temere, perché tu non sarai più confusa; non avere vergogna, perché non dovrai più arrossire; ma dimenticherai la vergogna della tua giovinezza, non ricorderai più l’infamia della tua vedovanza.

Il terzo imperativo consegue dai primi due: convinti come Abraamo che Dio è in grado di far concepire un figlio nel grembo sterile, così gli ebrei devono “non temere”. Non devono temere niente o nessuno, perché non saranno mai più confusi né vergognati. Come una donna sterile, Israele si vergogna ora per il totale fallimento della sua santa vocazione, per la sua insensata ribellione, ma non sarà sempre così. Dimenticherà sia “la vergogna della tua giovinezza” (che probabilmente si riferisce alle sue prime infedeltà d’Israele commesse dopo l’esodo nel deserto) sia “l’infamia della tua vedovanza” (che si riferisce alle ultime trasgressioni che hanno portato alla distruzione di Giuda). Anche se la donna geme ancora nella sua sterilità — il popolo geme ancora in esilio — non deve temere, perché può già cominciare a vivere come se si fosse avverata la promessa di Dio, tanto è certa. Poiché nessuna parola di Dio rimarrà inefficace, il popolo può già cominciare a camminare nelle tenebre come se splendesse la luce; può già allargare le sue tende come se avesse figli per riempirle; può già esultare come se non avesse ancora un cuore spezzato.

2) Poiché il Signore (Isaia 54:5-10; 53.10-12)

E come se la parola di Dio non fosse già prova sufficiente che tutto questo avverrà, Isaia aggiunge una seconda parte a questa poesia per fornire altri due motivi per cui il popolo può iniziare adesso a vivere in speranza la redenzione promessa.

A) Il tuo Creatore è il tuo sposo (54.5)

Poiché il tuo Creatore è il tuo sposo; il suo nome è: il Signore degli eserciti. Il tuo Redentore è il Santo d’Israele, che sarà chiamato Dio di tutta la terra.

In primo luogo, lo sterile Israele può esultare perché il suo “sposo” e “redentore” è il Creatore, il Signore degli eserciti, il Santo d’Israele e il Dio di tutta la terra. Qui i concetti di “sposo” e “redentore” non sono due ma uno. Pensiamo per esempio alla storia di Rut, la vedova senza figli che viene “redenta” da un parente di sua suocera Naomi. Lui si chiama Boaz; si sposa con Rut e le dà un figlio che poi diventerà il nonno del re Davide! In questa storia, Boaz è lo sposo-redentore che interviene per salvare la famiglia di Naomi, che si carica di sofferenze non sue, che si adopera per assicurare una discendenza e un futuro alle vedove senza figli. Alla fine della storia, si scopre che è proprio a causa delle afflizioni di Naomi e Rut che, tramite Boaz, si giunge a una conclusione più bella e lieta di quanto sarebbe stato possibile in qualsiasi altro modo. Questa è l’opera dello sposo-redentore. In quanto sposo, egli fa sì che la donna senza marito e senza figli (che all’epoca significava non avere niente) abbia di che rallegrarsi, allargare la sua tenda, e non avere più timore o vergogna. In quanto redentore, egli fa sì che le sofferenze della sua sposa in realtà cooperino a realizzare un bellissimo fine che altrimenti non sarebbe stato realizzabile.

Con questa immagine, Isaia ricorda agli esuli che il loro sposo-redentore non è altro che il Creatore e Dio di tutta la terra. Se egli ha chiamato il cosmo all’esistenza da nulla, sarà forse incapace di redimerli, di far sì che tutte le loro afflizioni cooperino al loro bene? Se il loro sposo-redentore è il Dio di tutta la terra, possono smarrirsi troppo lontano dalla sua mano o scappare troppo lontano dalla sua presenza? Se il loro sposo-redentore è il Signore degli eserciti, potrà forse qualche potere, qualche nazione, o qualche idolo impedire che egli li liberi dal loro dominio? No di certo. Lo sposo-redentore che è tutto questo è senza dubbio in grado di compiere tutto il bene che ha progettato per il suo popolo.

B) L’amore mio non si allontanerà (54.6-10)

Poiché il Signore ti richiama come una donna abbandonata, il cui spirito è afflitto, come la sposa della giovinezza, che è stata ripudiata», dice il tuo Dio. «Per un breve istante io ti ho abbandonata, ma con immensa compassione io ti raccoglierò. In un eccesso d’ira ti ho per un momento nascosto la mia faccia, ma con un amore eterno io avrò pietà di te», dice il Signore, il tuo Redentore. «Avverrà per me come delle acque di Noè; poiché, come giurai che le acque di Noè non si sarebbero più sparse sopra la terra, così io giuro di non irritarmi più contro di te, di non minacciarti più. 10 Anche se i monti si allontanassero e i colli fossero rimossi, l’amore mio non si allontanerà da te, né il mio patto di pace sarà rimosso», dice il Signore, che ha pietà di te.

In secondo luogo, lo sterile Israele può esultare perché il Signore giura che “l’amore mio non si allontanerà da te”, che “con un amore eterno avrò pietà di te”. Israele è “come una donna abbandonata”, il suo spirito “è afflitto”, è stato ripudiato “come la sposa della giovinezza”, ma tutto questo durerà solo “per un breve istante”. Le espressioni qui come “ti ho abbandonata” e “ho … nascosto la mia faccia” non stanno a indicare che Dio ha mai smesso di amare il suo popolo. Lo sappiamo perché in tutto il Signore si riferisce a sé come “il tuo Dio” (v.6). Anche quando sembrava che egli si fosse assentato del tutto dalla loro esperienza, restava comunque il loro Dio. Queste espressioni riguardano infatti l’esperienza del popolo: la sensazione di essere abbandonati da Dio, di non sperimentare più la sua presenza, di sentirsi sopraffatti da “un eccesso d’ira”. Ma, come dice il Signore, queste esperienze, per quanto sconvolgenti, sono da considerarsi solo come “un breve istante” rispetto all’amore eterno e alla bontà infinita che gli mostrerà per sempre.

Come esempio, il Signore ricorda al popolo il tempo del diluvio quando, dopo aver versato la sua ira attraverso le acque del giudizio, ha giurato con un patto che non avrebbe mai più distrutto la terra in quel modo, e così è stato. Nello stesso modo, Dio dichiara: “io giuro di non irritarmi più contro di te, di non minacciarti più”. Tanto è certo questo giuramento che “anche se i monti si allontanassero e i colli fossero rimossi, l’amore mio non si allontanerà da te”. Tanto è costante l’amore di Dio che durerà più a lungo dell’intero universo. Tante è potente l’amore di Dio che vincerà qualsiasi tribolazione, qualsiasi catastrofe, e sì, anche qualsiasi pandemia.

Ma per quanto sia stupendo tutto questo, viene da chiedere: come può il Signore compierlo a favore di quelli che sono così ribelli, così infedeli, così sterili, così degni solo di essere ripudiati e abbandonati? Dio non ha già in passato stabilito un patto di amore con il suo popolo tramite Mosè? Non gli ha già fatto tante promesse di benedizione? Il problema non è l’efficacia della sua parola ma il nostro rifiuto di ascoltarla. Il problema non è la costanza del suo amore ma la nostra tendenza di prostituirci con altri amanti. Il problema non è la sua fedeltà verso di noi ma la nostra infedeltà verso di lui. Come dunque possiamo essere certi di ricevere tutto ciò che Dio promette?

C) Il mio servo renderà giusti i molti (Isaia 53:10-12)

53:10 Ma il Signore ha voluto stroncarlo con i patimenti. Dopo aver dato la sua vita in sacrificio per il peccato, egli vedrà una discendenza, prolungherà i suoi giorni, e l’opera del Signore prospererà nelle sue mani. 11 Dopo il tormento dell’anima sua vedrà la luce e sarà soddisfatto; per la sua conoscenza, il mio servo, il giusto, renderà giusti i molti, si caricherà egli stesso delle loro iniquità. 12 Perciò io gli darò in premio le moltitudini, egli dividerà il bottino con i molti, perché ha dato se stesso alla morte ed è stato contato fra i malfattori; perché egli ha portato i peccati di molti e ha interceduto per i colpevoli.

La risposta a queste domande, la più grande certezza che si può avere deriva da quello che ha immediatamente preceduto questo capitolo. Mi riferisco al bellissimo “Canto del Servo” nel capitolo 53 in cui troviamo una delle profezie più chiare e commoventi della persona e dell’opera di Gesù Cristo. In questa poesia, è il Servo del Signore, Gesù, che “si caricherà egli stesso delle loro iniquità”. Pur essendo degno di ogni lode e onore, egli “ha dato se stesso alla morte”. Pur essendo innocente e giusto, “è stato contato fra i malfattori”. Per quale motivo? “Perché ha portato i peccati di molti e ha interceduto per i colpevoli”.

Questa è la grande certezza che possiamo avere che ogni benedizione promessa da Dio sarà nostra, che l’afflizione di questa vita è solo “per un breve istante” rispetto alla gloria eterna che ci aspetta, che anche quando Dio sembra nasconderci la sua faccia, ci tiene sempre nelle sue mani onnipotenti. Gesù, “il giusto, renderà giusti i molti”. Sulla croce, Gesù è stato esiliato lontano dalla presenza di Dio affinché noi esuli potessimo tornare a casa. Sulla croce, Gesù è stato ripudiato come una moglie infedele affinché noi infedeli potessimo essere riconciliati con il nostro Sposo. Sulla croce, Gesù ha preso su di sé la nostra sterilità affinché noi sterili potessimo diventare fecondi e riprendere la santa vocazione alla quale siamo chiamati. Come sempre, troviamo che il nome di Gesù Cristo è la risposta a ogni domanda, la soluzione a ogni problema, e il rimedio a ogni male.

3) Conclusione

In questo studio, abbiamo visto il messaggio di Isaia agli esuli in Babilonia, a quelli che si contavano tra i discendenti miracolosi della sterile Sara. Ma per noi? Che significato ha la profezia di Isaia 54 oggi? In poche parole, il significato è lo stesso. Ovviamente, non siamo esuli in Babilonia; nemmeno siamo ebrei di nascita. Ma se siamo uniti per fede a Gesù, siamo veri figli di Abraamo, nati tali per un miracolo non meno grande di quello che Dio ha fatto nel grembo sterile di Sara. Questo infatti è previsto in Isaia: dello stesso Servo di Isaia 53 si dice nel 49.6:

È troppo poco che tu sia mio servo per rialzare le tribù di Giacobbe e per ricondurre gli scampati d’Israele; voglio fare di te la luce delle nazioni, lo strumento della mia salvezza fino alle estremità della terra.

Come figli di Abraamo in Gesù, resi giusti nel Giusto, possiamo rivendicare tutte queste promesse come nostre. È a noi che Dio per mezzo di Gesù ha giurato il suo amore eterno. È per noi che Dio in Gesù agisce come sposo-redentore. Ed è a noi che Dio chiede di vivere ora la redenzione che non possiamo ancora vedere con i nostri occhi. Siamo noi invitati a non temere perché Gesù ha espiato tutti i nostri peccati e ci ha tolto tutta la nostra vergogna. Siamo noi chiamati a esultare e rallegrarci, anche in mezzo alle lacrime, anche se i nostri corpi si sentono deboli e le nostre anime si sentono sterili. E infine (e con questo voglio concludere) siamo noi incaricati di “allargare le nostre tende”. Cosa vuol dire?

Interpreto questa frase come “compiere gesti stravaganti di testimonianza che senza l’intervento miracoloso di Dio sarebbero stupidi e insensati”. Allargare le tende quando si è sterili non ha senso, a meno che Dio non prometta di dare i figli per riempirle. Mi viene in mente l’esempio di Geremia che ha comprato un campo proprio quando i babilonesi stavano per impossessarsi di tutto il territorio, perché voleva testimoniare agli altri la certezza della promessa di Dio che “si compreranno ancora case, campi e vigne in questo paese” (Ger. 32.15). Mi viene in mente un altro gesto che gli ebrei fanno ancora oggi quando celebrano la Pasqua. Durante il pasto tradizionale, lasciano al tavolo un posto vuoto per il profeta Elia che, secondo la profezia di Malachia 4.5, deve venire “prima che venga il giorno del Signore”.

Non so esattamente quali gesti di testimonianza possiamo compiere, gesti che sembrano strani agli altri perché hanno senso solo se considerati alla luce della parola di Dio. Forse quando ricominciamo a riunirci insieme per fare il culto, possiamo sempre mettere delle sedie in più che, proprio perché resteranno vuote, testimonieranno la nostra fiducia che Dio “allargherà la tenda” della nostra comunità. Forse significa che, quando i nostri sforzi di testimoniare Gesù risultano “sterili” perché vengono ignorati o scherniti, continuiamo comunque a testimoniare con perseveranza, convinti che Dio un giorno porterà alla luce tanti figli nuovi per mezzo nostro. Forse significa che rinnoviamo il nostro impegno di pregare, anche se le nostre preghiere sembrano “sterili”, perché sappiamo che ciò che conta non è infine il nostro pregare ma il Dio che l’esaudisce. Forse significa semplicemente che ravviviamo la nostra ubbidienza alla volontà di Dio rivelata nelle Scritture, perché al mondo i comandamenti di Dio spesso sembrano stupidi. Queste sono solo delle possibilità, e dobbiamo tutti continuare a cercare altri modi in cui possiamo “allargare la tenda”, testimoniando così sia la nostra fiducia verso Dio sia la parola di Dio verso gli altri.

Isaia 40:1-11: L’Avvento della consolazione

1) Introduzione a Isaia 40

Consolate, consolate il mio popolo”: così inizia la seconda e magnifica parte del libro profetico di Isaia. Queste parole introduttive ci fanno capire quale sarà il tema principale del resto del libro. Nei primi 39 capitoli, il messaggio del profeta era dominato dall’oscurità: il peccato del popolo d’Israele e Giuda, la condanna di Dio e lo spettro del suo giusto e tremendo giudizio. Come leggiamo nel 8:21-22.

[Questo popolo] andrà peregrinando per il paese, affranto e affamato; quando avrà fame, si irriterà e maledirà il suo re e il suo Dio. Volgerà lo sguardo in alto, lo volgerà verso terra, ed ecco, non vedrà che difficoltà, tenebre e oscurità piena d’angoscia; sarà sospinto in mezzo a fitte tenebre.

Però, a partire dal capitolo 40, il profeta porta un messaggio di grande consolazione: dopo le tenebre risplenderà la luce. Dopo il peccato ci sarà il perdono. Dopo l’angoscia ci sarà la gioia. Dopo il giudizio ci sarà la salvezza. Per questo motivo, la seconda parte d’Isaia è una porzione delle Scritture particolarmente adatta alla stagione dell’Avvento, come lo è anche a qualsiasi periodo di grande difficoltà, sofferenza, o paura, quando abbiamo bisogno di essere ricordati che dopo la notte spunterà l’alba.

Come Isaia, i profeti erano persone veramente strane. Abbiamo visto in studi precedenti che mentre tutti gli altri dicevano “luce!” i profeti dicevano “tenebre!”. Ma quando gli altri cominciavano a dire “tenebre!”, i profeti cominciavano a dire “luce!”. Le parole dei profeti erano quasi sempre in contraddizione con l’andazzo della società in cui vivevano. Ma non perché erano semplici negazionisti; non avevano nessun programma o scopo personale. Erano chiamati solo ad annunciare la parola di Dio al popolo, ed è perché la parola di Dio è quasi sempre in contraddizione con l’andazzo del mondo che lo era anche la parola dei profeti.

Adesso bisogna ambientare Isaia 40 nel suo contesto storico. Il suo messaggio è rivolto a un popolo che ha perso letteralmente tutto. Dopo l’ultima invasione babilonese nel 587 a.C., il regno di Giuda e la città di Gerusalemme sono rimasti in rovina. È stata una catastrofe a ogni livello: nazionale e personale, politico e religioso. I babilonesi hanno ucciso il re, distrutto il tempio, massacrato una gran parte della popolazione, e deportato quasi tutti gli altri in Babilonia. Solo un piccolissimo residuo dei più miseri rimane in Giuda con poche prospettive di poter sopravvivere. È un momento in cui non ci si può consolare dicendo: “non è la fine del mondo”, perché per loro era praticamente ciò! Geremia (4:23), infatti, descrive la distruzione di Giuda come la de-creazione del cosmo. Non è possibile dunque esagerare quanto è stato disastroso questo evento per il popolo di Giuda.

Ma proprio in mezzo all’angoscia arriva il messaggio del profeta Isaia: “consolate, consolate il mio popolo”. È quasi incredibile che in tali condizioni si possa trovare la consolazione, eppure è proprio questa che Dio vuole che sia annunciata al suo popolo. E se, dopo tutta questa sofferenza, era possibile ai superstiti esiliati essere consolati e, come dice nel v.31, acquistare nuove forze e alzarsi a volo come aquile, così è possibile anche a noi nonostante ogni nostra ansia o afflizione. Rinnovare la speranza che il Signore farà risplendere la luce in mezzo alle tenebre più fitte è il tema della seconda parte di Isaia, come lo è anche della stagione dell’Avvento.

Detto ciò, andiamo ora a leggere i primi 11 versetti di Isaia 40. Questa poesia si suddivide nettamente in quattro strofe che esamineremo una per una.

2) La possibilità della consolazione (40:1-2)

40:1 «Consolate, consolate il mio popolo», dice il vostro Dio. «Parlate al cuore di Gerusalemme e proclamatele che il tempo della sua schiavitù è compiuto; che il debito della sua iniquità è pagato, che essa ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati».

“Consolate…”, “parlate…”, “proclamate…”. A chi sono rivolti questi imperativi? Non lo sappiamo di preciso perché non viene specificato, come non verrà specificato neanche di chi sono le voci che gridano nei versetti successivi. L’effetto di quest’ambiguità è che viene sottolineata la provenienza divina del messaggio anziché il messaggero che lo porta. Questo è importante, perché talmente è inconcepibile a volte la possibilità di essere consolati che appare come un’impossibilità totale. Come il popolo di Giuda, le nostre sofferenze possono aggravarsi al punto tale da rendere inefficace qualsiasi rimedio. Possiamo diventare così acutamente consapevoli della nostra peccaminosità e della nostra colpevolezza davanti a Dio che il perdono sembra impensabile.

In tali momenti, l’unica cosa che conta è sapere che è Dio che dice “consolate il mio popolo”, che è Dio che dichiara la fine della nostra schiavitù, che è Dio che pronuncia la remissione dei debiti e il perdono dei nostri peccati. A dire il vero, non è solo in tali momenti che abbiamo bisogno di sapere che Dio, e soltanto Dio, è la fonte di ogni consolazione. È solo che di solito persistiamo nel cercare la consolazione altrove finché non ci viene tolto ogni altro possibile aiuto o appoggio. La realtà — vivamente illustrata dall’esilio dei giudei in Babilonia — è che la nostra condizione è così misera, il nostro peccato è così grave, e la nostra separazione da Dio è così abissale, che la possibilità di essere risanati, perdonati e riconciliati sta solo in un miracolo di grazia. Così impenetrabili sono le nostre tenebre che può squarciarle solo un nuovo atto di creazione da parte del Dio che nel principio chiamò all’esistenza la luce dal nulla.

La consolazione che Dio promette al popolo non è quindi un artificioso e banale “andrà tutto bene”, come si sente spesso in questo periodo di pandemia. No, la consolazione che Dio promette è, umanamente parlando, un’impossibilità. È una consolazione che si può avere anche in esilio, anche alla fine del mondo, perché non dipende dalle circostanze in cui ci si trova. Ma per questo non dipende — non può dipendere — da forze o capacità umane; può essere solo un miracolo della grazia di Dio. È un miracolo perché solo l’onnipotenza di Dio può compierlo, ed è un miracolo della grazia perché Dio non è obbligato a nessuno di compierlo. È una novità assoluta che solo Dio può creare in mezzo a tutte le vanità che girano sotto il sole. Questa consolazione — l’unica consolazione in grado di fasciare ogni ferita, di cancellare ogni rimpianto, di redimere ogni male — non possiamo realizzarla. Possiamo solo riceverla. Il dono di questa consolazione è esattamente ciò che Dio qui promette al suo popolo, e come riceverlo è il tema dei versetti successivi.

3) La preparazione alla consolazione (40:3-5)

La voce di uno grida: «Preparate nel deserto la via del Signore, appianate nei luoghi aridi una strada per il nostro Dio! Ogni valle sia colmata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; i luoghi scoscesi siano livellati, i luoghi accidentati diventino pianeggianti. Allora la gloria del Signore sarà rivelata e tutti, allo stesso tempo, la vedranno; perché la bocca del Signore l’ha detto».

La seconda strofa della poesia riporta l’annuncio della voce solitaria che grida: “preparate la via del Signore!” In altre parole: non potete realizzare la consolazione, ma potete (in realtà dovete!) prepararvi a riceverla. Questa preparazione consiste nell'”appianare” una via per il Signore “nel deserto”. Qui il riferimento è al deserto che si trova a est del territorio di Giuda. Questo è il deserto attraversato da Israele dopo l’esodo per prendere possesso della terra promessa, ed è lo stesso dove Giovanni il battista, non senza motivo, predicherà il suo messaggio di ravvedimento. È un deserto non sabbioso ma roccioso, pieno di “valli”, “monti” e “colli”, di “luoghi scoscesi” e “accidentati”, esattamente come descritto qui dal profeta. Oggi esiste una strada che va da Gerusalemme e che rende il transito attraverso il deserto abbastanza facile, ma all’epoca no. Il deserto era di percorribilità difficile, tanto difficile infatti che i babilonesi, pur provenendo da quella direzione, dovevano comunque aggirarlo, facendo una lunga deviazione e scendendo verso Giuda dal nord.

I superstiti della deportazione sono dunque chiamati a “preparare la via del Signore”. Ma come possono farlo, se è necessario che il deserto, che ha impedito il passaggio del grande e imponente esercito babilonese, sia prima appianato? Come può il debole residuo di Giuda colmare ogni valle e abbassare ogni monte? Come possiamo farlo noi? Chiaramente il linguaggio qui è simbolico, pur avendo un riferimento concreto alla geografia d’Israele. Le valli e i monti, i luoghi scoscesi e accidentati rappresentano tutto quello che c’è di sbagliato, di storto, di malato e di ingiusto nel mondo e nelle nostre vite. Chi è in grado di mettere a posto tutto ciò? Quale persona, o quale società in tutta la storia è mai riuscita a realizzare la perfezione sulla terra? Gli ostacoli sono troppo formidabili, il territorio è troppo selvaggio, i nostri dolori e i nostri peccati sono troppo gravi da permetterci di attraversare il deserto e trovare un’oasi della consolazione.

La risposta a questa domanda — che cosa spetta al popolo per preparare la via del Signore — si troverà solo nei versetti seguenti, perché qui il Signore evidenzia ancora che lui, e solo lui, può donarci la consolazione di cui abbiamo bisogno. Notiamo che qui è Dio, e solo Dio, che attraversa il deserto. Solo Dio è capace di colmare ogni valle, di abbassare ogni monte e di livellare i luoghi scoscesi. Solo lui può veramente preparare una via. E tutto questo mira a far sì che Dio e Dio solo sia glorificato, affinché “la gloria del Signore” sia “rivelata e tutti, allo stesso tempo”. Dio è più glorificato laddove finisce ogni possibilità umana, laddove fallisce ogni speranza senza un miracolo di nuova creazione, laddove si esaurisce ogni sorgente di consolazione all’infuori di quella divina. “Allora”, e solo allora, sarà rivelata la gloria di Dio in modo che tutti, che siano credenti o non, la vedranno e confesseranno che solo lui è il Signore.

Ma se torniamo alla domanda: quale preparazione spetta al popolo (e anche a noi!) in vista della venuta del Signore?

4) Il paradosso della consolazione (40:6-8)

Una voce dice: «Grida!» E si risponde: «Che griderò?» «Grida che ogni carne è come l’erba e che tutta la sua grazia è come il fiore del campo.  L’erba si secca, il fiore appassisce quando il soffio del Signore vi passa sopra; certo, il popolo è come l’erba. L’erba si secca, il fiore appassisce, ma la parola del nostro Dio dura per sempre».

La risposta (che troviamo nella terza strofa della poesia) è infatti un paradosso. Qui sentiamo di nuovo una voce che grida un messaggio che sembra tutt’altro che consolante. “Ogni carne è come l’erba” che “si secca”. Tutta la “grazia” dell’umanità (il termine ebraico tradotto “grazia” qui significa fedeltà, bontà, proprio il meglio di cui l’umanità è capace) è solo un “fiore del campo” che “appassisce” quando “il soffio del Signore” vi passa sopra. La parola qui tradotta “soffio” è interessante, perché significa non solo “soffio” ma anche “vento” oppure “spirito”. Di nuovo abbiamo a che fare con un riferimento sia concreto sia simbolico. Probabilmente il profeta si riferisce al vento secco e caldo che, nel mese di maggio, veniva dal deserto di Giuda ed poteva cambiare un paesaggio verde in marrone in solo 48 ore. Questo vento però diventa il simbolo dell’azione dello Spirito di Dio che, come dà la vita, è in grado anche di toglierla. E come il vento orientale poteva seccare tutto in poco tempo, così è l’esistenza dell’umanità nei confronti dell’eterno Dio.

Il fatto che l’immagine dell’erba seccata e del fiore appassito si ripeta più volte ci fa capire quanto è cruciale imparare la lezione: la vita umana è fragile e fugace. È vero che lo sappiamo tutti, ma di solito cerchiamo di dimenticarlo. Viviamo come se non fosse così. Ci occupiamo spesso di cose banali e trascuriamo quelle più importanti.  Diamo più importanza alle nostre opere che alle opere di Dio, a ciò che leggiamo nel giornale che a ciò che leggiamo nella Bibbia. Pianifichiamo giorni, settimane, mesi e anni come se ci fossero garanti, e ci arrabbiamo quando qualche imprevisto capovolge tutto, ricordandoci che tale certezza è solo un’illusione.

Ma lungi dall’essere il nemico della consolazione, questa verità è paradossalmente il suo servo. Dio vuole consolare il suo popolo angosciato, e per farlo gli ricorda che la sua esistenza è fugace come l’erba che si secca e fragile come il fiore che appassisce. Sembra strano? Ancora una volta vediamo la stranezza della parola profetica che annuncia la contraddizione della parola di Dio. Il fatto è che vivere come se la nostra vita non fosse fragile e fugace è frutto della nostra arroganza, del nostro desiderio innato di essere indipendenti da Dio, di elevarci al suo livello, di usurpare il suo trono, e di poter determinare il nostro destino come vogliamo. La parola di Dio ci scandalizza proprio perché distrugge la nostra presunzione di essere Dio e non umani, di essere autonomi come il Creatore e non dipendenti come le sue creature. Ma è proprio questa nostra presunzione che ci allontana da Dio, che ci estrania dalla fonte della nostra vita e così ci fa precipitare nelle tenebre della morte. Quindi, abbattere la presunzione umana di essere altro che erba secca fa parte della consolazione di Dio. Siamo noi il deserto secco e morto; siamo noi le valli da colmare, i monti da abbassare, i luoghi scoscesi da livellare. Solo così, saremo veramente preparati alla venuta del Signore e di ricevere la sua consolazione.

Quindi, in che modo dobbiamo noi prepararci alla venuta del Signore? Esattamente come Giovanni il battista ha predicato nel deserto in base a questa profezia: “ravvedetevi!” Nel contesto di Isaia 40, vediamo che il ravvedimento non è tanto un’opera che facciamo quanto il nostro abbandono all’opera di Dio per noi e in noi. Ravvedersi significa ammettere che solo Dio è Dio, e che noi non lo siamo. Ravvedersi significa aprirci a Dio affinché lui colmi le valli e abbassi i monti che sono dentro di noi. Ravvedersi significa lasciarci consolare da Dio e smettere di cercare la consolazione altrove.

Ma questo ovviamente non è l’unica cosa che la voce grida nella terza strofa. Sapere quanto siamo fragili e fugaci non basta se non ci porta alla conoscenza della fermezza e della forza della parola di Dio che, a differenza dell’erba che si secca e il fiore che appassisce, “dura per sempre”. Qualcuno che sta affogando in un fiume si aggrapperà tenacemente a una roccia e non la mollerà. Così noi, più teniamo presente quanto siamo fragili e fugaci, più ci aggrapperemo all’unica cosa durevole in questo mondo: la parola di Dio.

Gli esuli in Babilonia facevano fatica a mantenere fiducia nella promessa di Dio di poterli consolare. Era più facile immaginare che Dio li avesse dimenticati, o che fosse stato incapace di difenderli dai babilonesi. Se il Signore non li avesse potuto proteggere quando erano a casa, come avrebbe potuto liberarli dopo quando erano in terra straniera sotto il dominio di un popolo ostile? Il messaggio d’Isaia mirava a rinnovare la loro fiducia, ricordandogli che nei confronti della promessa della parola di Dio, ogni altra cosa — compresa la grande potenza di Babilonia — non era che erba secca. Non era che erba secca neanche gli esuli stessi, e dunque non potevano nemmeno loro impedire che Dio adempisse la sua promessa di consolarli. Ecco perché è buona notizia sapere che non siamo che erba secca: niente o nessuno — compresi noi stessi — è in grado di fermare l’adempimento della parola di Dio a nostro favore.

5) Il potere della consolazione (40:9-11)

Tu che porti la buona notizia a Sion, sali sopra un alto monte! Tu che porti la buona notizia a Gerusalemme, alza forte la voce! Alzala, non temere! Di’ alle città di Giuda: «Ecco il vostro Dio!» 10 Ecco, il Signore, Dio, viene con potenza, con il suo braccio egli domina. Ecco, il suo salario è con lui, la sua ricompensa lo precede. 11 Come un pastore, egli pascerà il suo gregge: raccoglierà gli agnelli in braccio, li porterà sul petto, condurrà le pecore che allattano.

Arrivando adesso all’ultima strofa della poesia, vediamo che il messaggio del profeta è definito proprio come “vangelo”, “la buona notizia”. Talmente buona è questa notizia, che va annunciata da sopra un alto monte in modo che il più grande numero di persone possa sentirla. Se ogni carne è solo erba secca mentre la parola di Dio dura per sempre, allora non bisogna temere di “alzare forte la voce” e gridarla a squarciagola! E qual è la buona notizia da annunciare in questo modo? “Ecco il vostro Dio!” Questa è il significato della consolazione promessa nel v.1: la venuta e la presenza di Dio stesso. Non possiamo essere veramente consolati — né ora nelle nostre afflizioni né nel futuro in un mondo ricreato — senza Dio. Dio stesso è la consolazione “che supera ogni intelligenza” e che “custodisce i nostri cuori” (Filippesi 4:7). Dio stesso è il contenuto della buona notizia, ed è questo concetto che viene sviluppato nei due versetti successivi.

Qui il profeta presenta due immagini contrastanti. Nel v.10, vediamo il Signore che “viene con potenza, con il suo braccio” con cui domina e porta “il suo salario” e “la sua ricompensa”. Questa è l’immagine di un guerriero che arriva dopo aver trionfato sui suoi nemici, portando il bottino della vittoria da condividere con suo popolo. Ciò che rende quest’immagine particolarmente forte è che questo guerriero divino viene (se teniamo presente il v.3) dal deserto dopo averlo attraversato. Ricordiamoci che i babilonesi, per invadere il regno di Giuda, non potevano arrivare direttamente dalla Babilonia perché in mezzo c’era un deserto invalicabile. Ma al Signore il deserto non presenta nessuna difficoltà. Il grande potere dell’esercito babilonese non è nulla davanti a lui, e sarà in un attimo da lui devastato.

Ma quest’immagine è giustapposta a un’altra che, mentre sembra discordante, è in realtà complementare. Nel v.11, il guerriero divino è raffigurato “come un pastore” che con tenerezza e affetto “raccoglierà gli agnelli in braccio”, li terrà vicino al suo “petto”, e persino i più piccoli e deboli tra di loro — “le pecore che allattano” — troveranno in lui riposo e sicurezza. Di solito, non si associa la tenerezza al guerriero, né il valore in guerra al pastore, ma Isaia sì, perché sono importanti queste associazioni per capire la consolazione di Dio. Chiaramente esiste una certa tensione: come può un guerriero coperto di sangue mostrare tenerezza, e come può un pastore con un agnello in braccio sconfiggere i più feroci e formidabili nemici?

Questa tensione trova la sua risoluzione in un unico nome: Gesù Cristo. Qui in Isaia 40 troviamo una visione che anticipa quella di Apocalisse 5 quando Giovanni vede Gesù come un leone che è anche un agnello, e un agnello che è anche un leone. Il leone è il predatore; l’agnello è la preda. Il leone è forte; l’agnello è debole. Il leone è invincibile in combattimento; l’agnello è l’animale immolato come sacrificio. E Gesù è entrambi allo stesso tempo. Sulla croce è morto in apparente sconfitta, ma proprio così ha trionfato sui nemici più forti: il male, il maligno e la morte. Poi il terzo giorno è risuscitato con potenza e con braccio alzato per dominare sulle nazioni, ma porta sempre le cicatrici della crocifissione nel suo corpo, segni del suo tenero amore per le sue pecore.

È Gesù il vero adempimento della promessa di Isaia 40. Egli è la nostra vera e sufficiente consolazione in ogni afflizione, perché è colui che è venuto, che viene e che verrà di nuovo come guerriero divino e tenero pastore, come il leone vittorioso e l’agnello immolato. Gesù è la promessa consolazione di Isaia 40, perché è di lui che ora si predica in tutta la terra la buona notizia: “Ecco il vostro Dio!” Gesù è la nostra consolazione perché lui è l’eterna Parola di Dio che si è fatta come erba secca affinché noi, l’erba secca, potessimo ricevere il dono della vita eterna. Gesù è la nostra consolazione perché è lui che ha attraversato quel deserto impossibile per venirci incontro, ed è lui che ha colmato ogni valle e abbassato ogni monte, raddrizzando ogni cosa storta e aggiustando ogni cosa rotta. Gesù è la nostra consolazione, perché è lui che ci ha riscattato dalla schiavitù, che ha pagato il debito della nostra iniquità, e che ha preso su di sé l’infinita separazione di Dio causata dai nostri peccati. Quindi, è nella misura in cui fissiamo lo sguardo su Gesù, in cui ci apriamo alla sua opera di trasformare il deserto delle nostre vite in un giardino come Eden, che riceveremo il dono della sua consolazione, il dono che è lui stesso. In comunione con Gesù mediante la sua parola, troveremo una consolazione per ogni dolore, una speranza per ogni difficolta, e un soccorso per ogni nostro bisogno nel momento opportuno.

Concludiamo con un’esortazione. La stagione dell’Avvento — che inizia oggi e che serve per prepararci alla venuta del Signore promessa in Isaia 40 — è un ottimo periodo per rinnovare il nostro impegno di leggere e meditare quotidianamente le Scritture. L’Avvento fa partire un nuovo anno liturgico, e insieme a quello un nuovo piano di lettura che ci accompagnerà fino al prossimo Avvento. Abbiamo visto oggi che niente è duraturo se non la parola di Dio, e l’unico modo in cui noi, come erba secca, possiamo ricevere la vita eterna è rimanere radicati in questo terreno, come un albero piantato vicino ai ruscelli d’acqua. Nel senso primario, questo ha a che fare con la nostra unione che Gesù Cristo. Ma nel senso secondario (ma non meno importante!), questo significa meditazione sulla parola di Dio scritta, come infatti indica il Salmo 1. Secondo lo stesso Gesù, le Scritture sono necessarie per sostenere la nostra vita quanto il pane (Matteo 4:4). Meditare tutti i giorni sulle Scritture è letteralmente una questione di vita e di morte.

Ecco perché abbiamo creato un piano di lettura che facilita questa meditazione quotidiana in porzioni gestibili. So che a volte è difficile trovare il tempo per farlo, ma in fondo è una questione di priorità. Tutti i giorni troviamo almeno dieci minuti per mangiare il pane fisico; perché allora non possiamo trovare almeno dieci minuti per mangiare il pane spirituale? Se veramente facciamo fatica a trovare un momento di tempo dedicato alla parola di Dio, forse ci conviene saltare un pasto per farlo, tanto è importante! Dico questo non per farvi sentire in colpa, ma per incoraggiarvi a fare ciò che occorre per ricevere la consolazione che Dio vuole darci. Se non meditiamo sulle Scritture ogni giorno, non dobbiamo rimanere sopresi quando sentiamo poco la consolazione e la presenza di Dio con noi. Non ha senso pregare: “dacci il nostro cibo quotidiano” se no lo riceviamo quando Dio ce lo offre! Come tanto enfatizzato in Isaia 40, è nella parola di Dio che incontriamo la sua presenza e riceviamo la sua consolazione, ed è dunque di vitale importanza che la ingeriamo quanto il nostro cibo.

Luca 1:39-45: Dalla Bocca dei Bambini

26 Al sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città di Galilea, chiamata Nazaret, 27 a una vergine fidanzata a un uomo chiamato Giuseppe, della casa di Davide; e il nome della vergine era Maria. 28 E quando [l’angelo] fu entrato da lei, disse: «Ti saluto, o favorita dalla grazia; il Signore è con te». 29 Ella [, vedutolo,] fu turbata a queste parole, e si domandava che cosa volesse dire un tale saluto. 30 L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. 31 Ecco, tu concepirai e partorirai un figlio, e gli porrai nome Gesù. 32 Questi sarà grande e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo, e il Signore Dio gli darà il trono di Davide, suo padre. 33 Egli regnerà sulla casa di Giacobbe in eterno e il suo regno non avrà mai fine». 34 Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, dal momento che non conosco uomo?» 35 L’angelo le rispose: «Lo Spirito Santo verrà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà dell’ombra sua; perciò, anche colui che nascerà sarà chiamato Santo, Figlio di Dio. 36 Ecco, Elisabetta, tua parente, ha concepito anche lei un figlio nella sua vecchiaia, e questo è il sesto mese per lei, che era chiamata sterile; 37 poiché nessuna parola di Dio rimarrà inefficace». 38 Maria disse: «Ecco, io sono la serva del Signore; mi sia fatto secondo la tua parola». E l’angelo partì da lei.

1) La Progenie della Donna (1:39-42)

39 In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta nella regione montuosa, in una città di Giuda, 40 ed entrò in casa di Zaccaria e salutò Elisabetta. 41 Appena Elisabetta udì il saluto di Maria, il bambino le balzò nel grembo; ed Elisabetta fu piena di Spirito Santo, 42 e ad alta voce esclamò: «Benedetta sei tu fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno!

Se volessimo riassumere il messaggio di questo episodio narrato da Luca l’evangelista, sarebbe opportuno citare il Salmo 8:2:

Dalla bocca dei bambini e dei lattanti hai tratto una forza, a causa dei tuoi nemici, per ridurre al silenzio l’avversario e il vendicatore.

Nel salmo Davide loda il Signore per aver trionfato sui suoi potenti avversari e nemici — coloro che si oppongono al suo amore e al suo benevolo proposito per il mondo — nel modo più inaspettato, cioè tramite la “forza” di deboli bambini. Il significato di questo diventerà più chiaro dopo aver riflettuto su questo breve episodio narrato da Luca all’inzio del suo vangelo. A questo punto, ha già raccontato la storia del vecchio sacerdote Zaccaria e sua moglie, Elisabetta, che erano giunti alla vecchiaia senza mai aver avuto figli a causa della sterilità. Anticipando la concezione miracolosa di Gesù, l’angelo del Signore appare a Zaccaria per annunciargli che Elisabetta, da tutta la vita sterile, concepirà un bambino che sarà Giovanni il battista, profeta e precursore del Messia mandato per preparargli la via. Poco dopo l’angelo appare anche a Maria, nipote di Zaccaria e Elisabetta, per annunciare la notizia ancora più strabiliante che lei, pur essendo una ragazzina vergine, concepirà e partorirà il Messia stesso, il bambino Gesù.

Questo ci porta a Luca 1:39-45 che narra il primo incontro di Elisabetta e Maria dopo questi fatti straordinari. Poiché Maria abitava a Nazaret, un paesino al nord della terra d’Israele, mentre Elisabetta abitava in Giuda al sud, si mette subito in viaggio per andare a trovare sua zia. Questi pochi versetti raccontano la conversazione che avviene quando Maria arriva, una conversazione che a prima lettura potrebbe sembrare poco rilevante. Ma quando ci soffermiamo per approfondirla, scopriamo che noi, circa duemila anni dopo, avvertiamo ancora le scosse sismiche che emanano da essa.

Consideriamo dunque la prima cosa che dice Elisabetta a Maria nella forma di una benedizione: “Benedetta sei tu fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno!” (v.42). Luca sottolinea l’importanza di questa esclamazione dicendo che Elisabette “fu piena di Spirito Santo” (v.41). Elisabetta parla sotto l’ispirazione dello Spirito di Dio, ossia in qualità di profetessa. Le sue parole non sono i soliti “auguri” delle mamme incinte; sono parole che, come ogni parola di Dio, non rimarranno inefficaci.

La benedizione di Elisabetta si richiama a due passaggi nell’Antico Testamento che insieme fanno luce sul suo significato. Il primo si trova in Genesis 3:16 quando, dopo la ribellione di Adamo ed Eva contro il comandamento di Dio, Eva ascolta con tristezza la maledizione che ne risulterà:

«Io moltiplicherò grandemente le tue pene e i dolori della tua gravidanza; con dolore partorirai figli; i tuoi desideri si volgeranno verso tuo marito ed egli dominerà su di te».

Ricordandoci che ciò non fu la volontà di Dio nei confronti di Eva ma l’inevitabile conseguenza della sua trasgressione, sentiamo nella benedizione di Elisabetta il capovolgimento di questa situazione: “benedetto è il frutto del tuo seno”. Il primo figlio che Eva partorisce è Caino il quale ucciderà il suo fratello più piccolo. ma il primo figlio che Maria partorirà porterà la vita al mondo. Per quanto gioioso il momento della nascita di un bambino, sappiamo che prima o poi la sua vita finirà nella morte. Ma grazie al bambino nato a Maria, sappiamo che quella morte non deve essere la fine, perché in lui essa “è stata sommersa nella vittoria” (1 Corinzi 15:54).

Questa vittoria è già prevista in Genesi 3 dove, nel v.15, Dio fa questa promessa al serpente:

Io porrò inimicizia fra te e la donna, e fra la tua progenie e la progenie di lei; questa progenie ti schiaccerà il capo e tu le ferirai il calcagno.

Anche se il parto sarà sempre una fonte di dolore e finirà sempre nella morte, sarà comunque un discendente di Eva che schiaccerà il capo del serpente, che metterà fine al male, alla morte, alla maledizione e al maligno stesso.

L’adempimento di questa promessa trova una prefigurazione nella figura di Iael, il secondo riferimento all’Antico Testamento presente nella benedizione di Elisabetta: “Benedetta sei tu fra le donne”. In Giudici 5:24 leggiamo:

Benedetta sia fra le donne Iael, moglie di Eber, il Cheneo! Fra le donne che stanno sotto le tende, sia benedetta!

Questo versetto si trova all’interno del cantico di Debora, una dei giudici d’Israele nel periodo quando non c’era ancora un re. Oppresso dai canaaniti a causa dei suoi peccati, Israele si rivolge finalmente al Signore, ed egli suscita Debora come giudice per liberarlo. Dopo la battaglia in cui i canaaniti vengono sconfitti, il loro capo, Sisera, si dà alla fuga e cerca rifugio presso l’uomo Eber, che Sisera pensa sia un amico dei canaaniti. Stremato dalla battaglia, Sisera si addormenta nella tenda di Eber, ma mentre dorme, Iael, la moglie di Eber, prende un martello e un piuolo della tenda e glielo pianta nella tempia, uccidendolo e danda vittoria definitiva agli israeliti.

Per festeggiare la vittoria, Debora canta un cantico che viene riproposto in Giudici 5:

Benedetta sia fra le donne Iael, moglie di Eber, il Cheneo! Fra le donne che stanno sotto le tende, sia benedetta! Egli chiese dell’acqua e lei gli diede del latte; in una coppa d’onore gli offerse della crema. Con una mano prese il piuolo, e con la destra il martello degli operai; colpì Sisera, gli spaccò la testa, gli fracassò e gli trapassò le tempie. Ai piedi di Iael egli si piegò, cadde, giacque disteso; ai suoi piedi si piegò e cadde; là, dove si piegò, cadde esanime. (vv.24-27)

Per quanto violento e sanguinoso, questo episodio si aggancia alla promessa di Genesi 3:15 grazie alla maniera in cui Iael uccide Sisera. In Genesi 3:15, Dio promette che “la progenie della donna” schiaccerà il capo del serpente, e qui in Giudici 5:24-27 è Iael, una donna, letteralmente spacca il capo dell’oppressore d’Israele. Questo non fu certamente il vero adempimento della promessa di Dio, ma in quel periodo fu sufficiente per ravvivare la speranza d’Israele in essa. Quando però Elisabetta riprende questa frase e l’applica a Maria — “Benedetta sei tu fra le donne” — dichiara profeticamente che il momento del vero adempimento della promessa è arrivato. Il bambino che Maria partorirà farà molto più di Iael: spaccherà la testa dell’oppressore di tutta l’umanità, liberandola dal peccato e dalla morte. Come spesso accade nella Bibbia, parole che sulla superficie appaiono dolci e docili sono in realtà una dichiarazione di guerra e di vittoria sui nemici di Dio.

2) La Testimonianza di Bambini (1:43-44)

43 Come mai mi è dato che la madre del mio Signore venga da me? 44 Poiché ecco, non appena la voce del tuo saluto mi è giunta agli orecchi, per la gioia il bambino mi è balzato nel grembo.

Ma c’è un altro tema importante nella storia di Debora e di Iael che ricompare nel discorso di Elisabetta. Nel cantico di Debora, molti degli uomini forti d’Israele vengono svergognati per non aver assistito alla battaglia, mentre la vittoria è avvenuta tramite la mano di donne. In genere, le donne, come i bambini, non sono reputate per la loro forza in battaglia. Ma come piace al Signore, il suo popolo non fu liberato tramite la forza degli uomini, ma attraverso la “debolezza” (solo apparente, ovviamente!) delle donne.

Così è anche nel primo capitolo di Luca. Una vecchia donna sterile partorirà il grande profeta che annuncerà l’arrivo del Messia, e una giovane ragazza vergine partorirà il Messia stesso. Molti ci prendono in giro perché crediamo che Gesù “nacque da Maria vergine”. Eppure qui vediamo perché doveva succedere proprio così: per far vedere in modo chiaro e inequivocabile che Dio e Dio solo può salvarci. L’uomo nel suo orgoglio è testardo nell’insistere di potersi salvare da solo, e di poter rimanere lui sul trono dell’universo. Dio sceglie invece di far concepire il Salvatore nel grembo di una vergine affinché nessuno se ne vanti. Ecco il vero motivo per cui molti non accettano la nascita verginale di Gesù: è umiliante, un’offesa, un’assalto contro il nostro orgoglio e la nostra illusione di essere auto-sufficienti.

In armonia con questo tema, Elisabetta dice che è stato il suo bimbo nel suo grembo a farle sapere chi è che Maria porta nel suo: “appena la voce del tuo saluto mi è giunta agli orecchi, per la gioia il bambino mi è balzato nel grembo”. È la testimonianza del non ancora nato Giovanni il battista che fa conoscere il Messia a Elisabetta. Come disse Davide in Salmo 8:2:

Dalla bocca dei bambini e dei lattanti hai tratto una forza, a causa dei tuoi nemici, per ridurre al silenzio l’avversario e il vendicatore.

Questo è senz’altro uno dei temi principali dell’intera Bibbia. Non ci annuncia solo la buona notizia che Dio ci salva, ma anche come ci salva — per mezzo di ciò che appare debole, ridicolo, e persino impossibile! Il Salvatore del mondo nasce in modo “irrazionale” per svergognare la ragione umana, come egli salverà il mondo in modo scandaloso e folle per svergognare il potere e l’auto-sufficenza umani.  

I Giudei infatti chiedono miracoli e i Greci cercano sapienza, ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo e per gli stranieri pazzia; ma per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio. (1 Corinzi 1:22-24)

Questo per “ridurre al silenzio” il vanto umano e per gridare ad alta voce la glora di Dio. Questo per abbassare l’orgoglio umano e per esaltare il suo potere e la sua grazia. Ed è bene che Dio lo faccia: non possiamo salvarci da soli, perché siamo noi stessi da cui dobbiamo essere salvati!

Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi: è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti. (Efesini 2:8-9)

3) La Beatitudine della Fede (1:45)

45 Beata è colei che ha creduto che quanto le è stato detto da parte del Signore avrà compimento».

Il discorso di Elisabetta finisce con un’ultima benedizione. Maria è “beata” soprattutto perché “ha creduto che quanto le è stato detto da parte del Signore avrà compimento”. Nella narrativa, questo si riallaccia all’annuncio dell’angelo a Maria che lei sarebbe stata la madre del Messia.

34 Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, dal momento che non conosco uomo?» 35 L’angelo le rispose: «Lo Spirito Santo verrà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà dell’ombra sua; perciò, anche colui che nascerà sarà chiamato Santo, Figlio di Dio. 36 Ecco, Elisabetta, tua parente, ha concepito anche lei un figlio nella sua vecchiaia, e questo è il sesto mese per lei, che era chiamata sterile; 37 poiché nessuna parola di Dio rimarrà inefficace». 38 Maria disse: «Ecco, io sono la serva del Signore; mi sia fatto secondo la tua parola». E l’angelo partì da lei. (1:34-38)

Maria era giovane ma non ingenua; sapeva perfettamente che vergini non concepiscono figli. Ma la risposta dell’angelo disse tutto “lo Spirito Santo verrà su di te…” In altre parole, sarà un miracolo, punto e basta. Nessuna parola di Dio rimane inefficace. “E Dio disse: ‘Sia luce’, e luce fu”. Così anche qui: Dio disse: “la vergine concepirà”, e la vergine ha concepito. Alla fine, è così semplice. Dio lo dice, e così sarà. Siamo noi che complichiamo le cose con i nostri dubbi, domande, ragioni, discussioni, obbiezioni, ecc. Maria qui fa da esemplare di fede: “Ecco, io sono la serva del Signore; mi sia fatto secondo la tua parola”. Sembra assurdo, ridicolo, impossibile, ma se Dio dice che sarà così, sarà così, e la sua parola va sempre creduta.

Luca scrive tutto ciò non tanto per esaltare la persona di Maria, ma per invitare tutti noi che lo leggiamo a porre la stessa fiducia nella parola di Dio. Qui Elisabetta rivolge la benedizione a Maria che “ha creduto che quanto le è stato detto da parte del Signore avrà compimento”. Ma non solo. Nel capitolo 11 di Luca leggiamo che:

27 Mentre [Gesù] diceva queste cose, dalla folla una donna alzò la voce e gli disse: «Beato il grembo che ti portò e le mammelle che tu poppasti!» Ma egli disse: 28 «Beati piuttosto quelli che ascoltano la parola di Dio e la osservano!»

La benedizione concessa a Maria non fu in fondo diversa da quella che tutti noi possiamo ricevere quando ascoltiamo la parola di Dio e l’osserviamo. Uno degli errori più gravi della chiesa romana è di innalzare Maria a un livello spirituale che per noi “meri mortali” è inaccessibile. La lieta notizia del vangelo è che la stessa benedizione che Maria ha ricevuto, possiamo riceverla anche noi. La Bibbia promette che lo stesso Gesù concepito nel grembo di Maria viene formato anche in noi che l’accettiamo con la semplice fede che risponde: “Sono il servo del Signore; mi sia fatto secondo la tua parola”. Questo Natale, la parola di Dio ci annuncia questa promessa, e ci invita a semplicemente accettarla, senza negarla, rifiutarla, o metterla in discussione:

ma quando giunse la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare quelli che erano sotto la legge, affinché noi ricevessimo l’adozione. E, perché siete figli, Dio ha mandato lo Spirito del Figlio suo nei nostri cuori, che grida: «Abbà, Padre». Così tu non sei più servo, ma figlio; e se sei figlio, sei anche erede per grazia di Dio.

Isaia 50:4–51:16: Nella Valle dell’Ombra

1) Introduzione

Nel libro Le Lettere di Berlicche, C.S. Lewis immagina la conversazione tra due demoni in cui uno di loro osserva:

La nostra causa non è mai in maggior pericolo di quando un essere umano, senza più desiderio ma ancora con l’intenzione di fare la volontà del nostro Nemico [Dio], si guarda intorno e scorge un universo del quale ogni traccia di Lui sembra essere svanita, e si chiede perché è stato abbandonato, e tuttavia continua a ubbidire (p.35).

Nel contesto in cui questa citazione si trova, i demoni parlano del fatto che Dio “[p]resto o tardi ritira, non di fatto, ma dalla loro esperienza consapevole, tutti i sostegni e gli incentivi. Lascia che la creatura stia in piedi sulle sue stesse gambe—a compiere puramente con la volontà diveri che hanno perduto ogni gusto. È durante tali periodi di elevazione, che la creatura diventa di quel genere che Egli desidera che sia” (p.35). Scrivendo questo Lewis sottolineò l’esperienza che prima o poi tutti i credenti devono attraversare, ciò che il Salmo 23 chiama “la valle dell’ombra della morte” (v.4). Questo è il momento quando ogni preghiera sembra tornare vuota, quando “ogni traccia di Lui sembra essere svanita”. Questa è la più dura prova della fede, ed è quella a cui dobbiamo tutti prepararci.

2) La Parola del Servo (50:4-11)

Il testo di oggi — tratto dal profeta Isaia — ci viene in aiuto. Nel capitolo 50 e partendo dal v.4, leggiamo il terzo dei quattro “cantici” del servo del Signore che prevedono la persona e l’opera di Gesù Cristo. Conosciamo bene l’ultimo di questi cantici — nel capitolo 53 — in cui si profetizza la morte espiatoria di Gesù, “trafitto a causa delle nostre trasgressioni” (53:5). Anche nel terzo cantico il profeta accenna alle sofferenze del Servo dicendo “Io ho presentato il mio dorso a chi mi percuoteva, e le mie guance a chi mi strappava la barba; io non ho nascosto il mio volto agli insulti e agli sputi” (50:6). Tutto il cantico in realtà riferisce le parole del Servo stesso che descrive la sua vocazione in questi termini:

50:4 Il Signore, Dio, mi ha dato una lingua pronta, perché io sappia aiutare con la parola chi è stanco. Egli risveglia, ogni mattina, risveglia il mio orecchio, perché io ascolti come ascoltano i discepoli. Il Signore, Dio, mi ha aperto l’orecchio e io non sono stato ribelle, non mi sono tirato indietro. Io ho presentato il mio dorso a chi mi percuoteva, e le mie guance a chi mi strappava la barba; io non ho nascosto il mio vòlto agli insulti e agli sputi.

Ma il Signore, Dio, mi ha soccorso; perciò non sono stato abbattuto; perciò ho reso la mia faccia dura come la pietra e so che non sarò deluso. Vicino è colui che mi giustifica; chi mi potrà accusare? Mettiamoci a confronto! Chi è il mio avversario? Mi venga vicino! Il Signore, Dio, mi verrà in aiuto; chi è colui che mi condannerà? Ecco, tutti costoro diventeranno logori come un vestito, la tignola li roderà. 10 Chi di voi teme il Signore e ascolta la voce del suo servo? Sebbene cammini nelle tenebre, privo di luce, confidi nel nome del Signore e si appoggi al suo Dio! 11 Ecco, voi tutti che accendete un fuoco, che siete armati di tizzoni, andatevene nelle fiamme del vostro fuoco e fra i tizzoni che avete accesi! Questo avrete dalla mia mano: voi vi coricherete nel dolore.

Per arrivare subito al punto, il Servo esorta “chi di voi teme il Signore e ascolta la voce del suo servo” a fare questo: “Sebbene cammini nelle tenebre, privo di luce, confidi nel nome del Signore e si appoggi al suo Dio!” (vv.9-10). Qui il Servo anticipa ciò che Lewis avrebbe scritto ne Le Lettere di Berlicche: la necessità di confidare nel Signore persino (e soprattutto!) quando camminiamo nelle tenebre, privi di luce. Se invece decidiamo di “accendere un fuoco” e “armarci di tizzoni” — cioè smettere di confidare nel Signore e di attendere con pazienza che lui compia a nostro favore le sue promesse — saremo noi stessi bruciati dalle “fiamme del nostro fuoco”. In altre parole — così il Servo ci avverte — se provate a prendere controllo della situazione pensando di essere stati abbandonati dal Signore e dunque di dover provvedere voi ai vostri bisogni, la vostra fine non sarà altro che dolore e disastro.

Siamo d’accordo, certo, ma il nostro interrogativo rimane sempre: come possiamo confidare nel Signore quando camminiamo nelle tenebre privi di luce? Il Servo ci dà la risposta nel v.4: “Il Signore, Dio, mi ha dato una lingua pronta, perché io sappia aiutare con la parola chi è stanco”. È la parola di Dio riferita dal Servo — o meglio la Parola di Dio che è il Servo stesso — che ci soccorre nel momento opportuno e che viene in aiuto alla nostra debolezza e alla nostra incredulità. Il Servo sa cosa vuol dire soffrire ed essere tentato. “Io ho presentato il mio dorso a chi mi percuoteva, e le mie guance a chi mi strappava la barba; io non ho nascosto il mio vòlto agli insulti e agli sputi” (v.6). Ciononostante, egli è rimasto sempre fedele al Signore: “Ma il Signore, Dio, mi ha soccorso; perciò non sono stato abbattuto; perciò ho reso la mia faccia dura come la pietra e so che non sarò deluso. Vicino è colui che mi giustifica; chi mi potrà accusare? Mettiamoci a confronto! Chi è il mio avversario? Mi venga vicino! Il Signore, Dio, mi verrà in aiuto; chi è colui che mi condannerà? Ecco, tutti costoro diventeranno logori come un vestito, la tignola li roderà.”

Qui il Servo testimonia la fiducia e l’ubbidienza che Gesù avrebbe dimostrato sulla croce. Tutti si erano messi contro di lui, ma lui ha reso la sua faccia dura come la pietra. Tutti l’hanno accusato, ma confidava in colui che lo giustificava. Tutti erano i suoi avversari, ma lui sapeva che Dio l’avrebbe liberato. Per usare la frase di Lewis, Gesù ha messo la causa del maligno in maggior pericolo (in realtà l’ha sconfitta!) quando sulla croce si è guardato intorno e ha scorso un universale del quale ogni traccia di suo Padre sembrava essere svanita, ha chiesto perché è stato abbandonato, e tuttavia ha continuato a ubbidire.

Questo dunque la grande speranza che teniamo come ancora dell’anima: anche se la nostra fiducia può venir meno, quella di Gesù che egli ha mantenuto per noi e al nostro posto non è venuta meno. In Isaia, il Servo è principalmente una figura “vicaria”, colui che si sostituisce al posto nostro per fare ciò di cui siamo incapaci e che poi ci fa partecipare ai frutti della sua vittoria come se fossimo stati noi al suo posto. E quando Gesù dichiara sulla croce “È compiuto!”, vuol dire letteralmente questo: ha compiuto tutto ciò che è necessario alla nostra salvezza, compresa la fiducia di cui siamo incapaci. Finché facciamo come ci viene detto nel v.10 — “ascolta la voce del servo” — troveremo in lui tutto quello che serve per sostenere la nostra fede anche quando camminimo nelle tenebre, privi di luce.

3) La Roccia Da Cui Foste Tagliati (51:1-3)

51:1 «Ascoltatemi, voi che perseguite la giustizia, che cercate il Signore! Considerate la roccia da cui foste tagliati, la buca della cava da cui foste cavati. Considerate Abraamo vostro padre e Sara che vi partorì; poiché io lo chiamai, quando egli era solo, lo benedissi e lo moltiplicai. Così il Signore sta per consolare Sion, consolerà tutte le sue rovine; renderà il suo deserto pari a un Eden, la sua solitudine pari a un giardino del Signore. Gioia ed esultanza si troveranno in mezzo a lei, inni di lode e melodia di canti.

Come se non fosse già sufficiente questo per incoraggiarci a perseverare nella fede, il brano prosegue nel capitolo 51 fornendoci altri incoraggiamenti. Queste parole sono rivolte a “voi che perseguite la giustizia, che cercate il Signore”, che sono le stesse persone che nel 50:10 temono il Signore e ascoltano la voce del suo Servo. Siamo invitati a “considerare la roccia da cui foste tagliati, la buca della cava da cui foste cavati” (v.1). Cosa significa? Leggiamo il secondo versetto: “Considerate Abraamo vostro padre e Sara che vi partorì; poiché io lo chiamai quando egli era solo, lo benedissi e lo moltiplicai”. Qui il Signore ricorda il miracolo che fece nascere la vita dal grembo sterile. Quando Dio ha chiamato Abramo per diventare il padre di moltitudini di popoli e fonte di benedizione, ha scelto la persona meno adatta. In Romani 4:19-21 Paolo lo narra in questo modo:

Senza venir meno nella fede, egli vide che il suo corpo era svigorito (aveva quasi cent’anni) e che Sara non era più in grado di essere madre; però, davanti alla promessa di Dio non vacillò per incredulità, ma fu fortificato nella fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto egli ha promesso, è anche in grado di compierlo.

Come fu in Genesi 1 (“Dio disse, ‘Sia luce’, e luce fu”) così anche nel caso di Abraamo e Sara: alla coppia incapace di fare figli Dio disse “Siano figli”, e figli furono! Dove c’era solo impossibilità Dio ha creato possibilità; dove c’era solo sterilità Dio ha creato fecondità; dove c’era solo morte Dio ha creato vita, facendo tutto tramite il potere e l’efficacia della sua parola.

Dunque, il Signore dice qui in Isaia, ricordatevi dei vostri genitori, Abraamo e Sara, che potevano far figli, eppure eccovi, figli di Abraamo e Sara! Non dimentichiamoci: noi che non siamo figli di Abraamo di nascita lo siamo per promessa che vale ancora di più:

Perciò l’eredità è per fede, affinché sia per grazia, in modo che la promessa sia sicura per tutta la discendenza: non soltanto per quella che è sotto la legge, ma anche per quella che discende dalla fede di Abraamo. Egli è padre di noi tutti (com’è scritto: «Io ti ho costituito padre di molte nazioni») davanti a colui nel quale credette, Dio, che fa rivivere i morti e chiama all’esistenza le cose che non sono. (Romani 4:16-17)

Se siamo in Cristo, siamo vera discendenza di Abraamo, figli del miracolo, ed eredi della promessa. Quindi, ci è concesso di applicare a noi queste parole di Isaia, perché siamo, in tutti i sensi, figli veri e propri di Abraamo e di Sara. Il significato di questo per noi è incalcolabile: lo stesso Dio che ha chiamato figli dal grembo fisicamente sterile di Sara è capace di chiamare fede dal nostro cuore che è spiritualmente sterile. Ciò che Paolo afferma circa Abraamo e la nascita di Isacco in Romani 4 vale anche in questo senso. Quando vediamo che il nostro cuore è svigorito e non siamo in grado di far nascere alla vita spirituale, davanti alla promessa di Dio non dobbiamo vacillare per incredulità ma essere fortificati nella fede e dare gloria a Dio, pienamenti convinti che quanto egli ha promesso, è anche in grado di compierlo! In Cristo abbiamo motivo per “sperare contro speranza”, perché il Dio di nostro padre Abraamo è il Dio “che fa rivivere i morti e chiama all’esistenza le cose che non sono”.

4) La Salvezza Sta Per Apparire (51:4-16)

I rimanenti versetti in questo brano costituiscono questa promessa sicura di Dio e questa parola del Servo Gesù che da sole sono efficaci per creare e perfezionare in noi la fede che rimane salda anche attraversando la valle dell’ombra della morte. Se vogliamo questa fede, dobbiamo solo ascoltare e riascoltare queste parole e accettarle con la semplice fiducia di un bambino. Per chiudere questo messaggio, non voglio fare altro che leggerle senza fare commenti conclusivi, proprio per lasciare che l’ultima parola che udite oggi è l’infallibile e l’invincibile parola di Dio.

Prestami attenzione, popolo mio! Porgimi orecchio, mia nazione! Poiché la legge procederà da me e io porrò il mio diritto come luce dei popoli. La mia giustizia è vicina, la mia salvezza sta per apparire, le mie braccia giudicheranno i popoli; le isole spereranno in me, confideranno nel mio braccio. Alzate i vostri occhi al cielo e abbassateli sulla terra! I cieli infatti si dilegueranno come fumo, la terra invecchierà come un vestito; anche i suoi abitanti moriranno; ma la mia salvezza durerà in eterno, la mia giustizia non verrà mai meno. Ascoltatemi, voi che conoscete la giustizia, popolo che hai nel cuore la mia legge! Non temete gli insulti degli uomini, né siate sgomenti per i loro oltraggi. Infatti la tignola li divorerà come un vestito, la tarma li roderà come la lana; ma la mia giustizia rimarrà in eterno, la mia salvezza per ogni epoca».

Risvègliati, risvègliati, rivèstiti di forza, braccio del Signore! Risvègliati come nei giorni di una volta, come nelle antiche età! Non sei tu che facesti a pezzi Raab, che trafiggesti il dragone? 10 Non sei tu che prosciugasti il mare, le acque del grande abisso, che facesti delle profondità del mare una via per il passaggio dei redenti? 11 I riscattati del Signore torneranno, verranno con canti di gioia a Sion; letizia eterna coronerà il loro capo, otterranno felicità e gioia; il dolore e il gemito fuggiranno.

12 «Io, io sono colui che vi consola; chi sei tu che temi l’uomo che deve morire, il figlio dell’uomo che passerà come l’erba? 13 Hai dimenticato il Signore che ti ha fatto, che ha disteso i cieli e fondato la terra? Tu tremi continuamente, tutto il giorno, davanti al furore dell’oppressore, quando si prepara a distruggere. Ma dov’è il furore dell’oppressore? 14 Colui che è curvo nei ceppi sarà presto liberato: non morirà nella fossa, non gli mancherà il pane. 15 Io infatti sono il Signore, il tuo Dio; io sollevo il mare e ne faccio muggire le onde. Il mio nome è il Signore degli eserciti. 16 Io ho messo le mie parole nella tua bocca e ti ho coperto con l’ombra della mia mano per spiegare nuovi cieli e fondare una nuova terra, per dire a Sion: “Tu sei il mio popolo”».

Amen!

Matteo 1:18-25: Dio Con Noi

1) Per Opera Dello Spirito Santo (1:18-20)

18 La nascita di Gesù Cristo avvenne in questo modo. Maria, sua madre, era stata promessa sposa a Giuseppe e, prima che fossero venuti a stare insieme, si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. 19 Giuseppe, suo marito, che era uomo giusto e non voleva esporla a infamia, si propose di lasciarla segretamente. 20 Ma mentre aveva queste cose nell’animo, un angelo del Signore gli apparve in sogno, dicendo: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua moglie; perché ciò che in lei è generato, viene dallo Spirito Santo.

Oggi è la quarta e l’ultima domenica dell’Avvento, il che significa che siamo sulla soglia della nascita di Gesù. Nella prima parte del capitolo iniziale, Matteo traccia la genealogia di Gesù a partire dal patriarca Abramo fino a suo padre “adottivo”, Giuseppe. Dico padre “adottivo” perché, pur non essendo il termine perfettamente adeguato, sta ad indicare un aspetto della nascita di Gesù che Matteo ritiene critico per la giusta comprensione: cioè Gesù non nasce per vie normali, concepito dall’unione di un uomo e di una donna. Nasce invece in modo miracoloso, da una giovane ragazza vergine di nome Maria.

Nella sua narrativa di come “la nascita di Gesù Cristo avvenne”, Matteo sottolinea come Maria, la promessa sposa di Giuseppe, si trova incinta senza che siano “venuti a stare insieme”. Quasi incredibile è questo, ma Matteo non esita ad affermarlo. Oggi come oggi, l’affermazione della nascita verginale di Gesù è spesso considerata assurda. Se uno dice di crederci, viene preso in giro come uno scemo. Spesso, se l’edificio della fede cristiana sembra cominciare a crollare, la fede nella nascita verginale di Gesù è uno dei primi pilastri a cadere. Eppure, questa affermazione non è periferica, nascosta alle margini della nostra fede. Anzi, come testimonia il anche il credo, essa è decisamente centrale. Perché?

Importante è notare come ben due volte Matteo afferma che il conceptimento di Gesù è dovuto all’opera dello “Spirito Santo”. Se crediamo, sempre come dichiara il credo, in “Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra”, non è faticoso credere che egli sia anche in grado di far concepire un bambino nel grembo di una vergine. Se da nulla Dio ha chiamato all’esistenza tutto l’universo, quanto difficile deve essere per lui chiamare all’esistenza miracolosamente un solo bambino?

Quando affermiamo la nascita verginale di Gesù, non affermiamo qualcosa di irrazionale. Come Matteo, affermiamo semplicemente che lo stesso Spirito che in Genesi 1:2 “aleggiava sulla superficie delle acque” per dare vita alla terra che in quel momento era “informe e vuota” aleggiava di nuovo su un grembo anche esso “informe e vuoto” — non toccato da uomo — per dare vita al bambino la cui intera vita sarà un continuo miracolo. Secondo il profeta Isaia (32:15), lo Spirito di Dio è colui che, quando viene “dall’alto”, fa divenire “il deserto … un frutteto” e “il frutteto … come una foresta”. In altre parole, lo Spirito fa di un terreno sterile un orto fecondo. Così fa anche del grembo vergine.

Non è neanche il caso che Matteo, come Giuseppe e gli altri che vivevano all’epoca, fossero più ingenui o superstiziosi rispetto a noi moderni che, grazie alla scienza, sappiamo che una tale cosa non potrebbe mai capitare. Neanche allora erano le vergini solite concepire senza rapporti sessuali! Giuseppe non era un cretino. Infatti, come Matteo narra, Giuseppe giunge all’unica conclusione che gli sembra ragionevole quando viene a sapere che Maria è incinta: lei deve essere colpevole di fornicazione! Ecco perché Giuseppe “propose di lasciarla”, ma essendo uomo giusto e misericordioso, non voleva neanche “esporla all’infamia”. Giuseppe non considera nemmeno la possibilità che Maria potrebbe essere ancora vergine. È per questo che l’angelo del Signore deve apparirgli in sogno per dirgli che cosa è realmente successo.

Ma queste sono solo considerazioni che aiutano a togliere eventuali obbiezioni. Il significato della nascita verginale di Gesù è tutto’altro, e sta nell’annuncio dell’angelo riguardo al destino di questo bambino. Perché egli è stato generato in Maria non dall’uomo ma dallo Spirito Santo di Dio onnipotente e creatore? La risposta si trova nel nome che Giuseppe dovrà al bambino: Gesù.

2) Salverà Il Suo Popolo (1:21)

21 Ella partorirà un figlio, e tu gli porrai nome Gesù, perché è lui che salverà il suo popolo dai loro peccati».

Il nome “Gesù” — in ebraico “Ieshua” — rivela infatti quale sarà la missione e l’opera del figlio di Maria. Egli “salverà il suo popolo dai loro peccati”. “Gesù” vuol dire “il Signore salva”, ed è per questo bambino dunque il nome per eccellenza. Questo nome, pur essendo molto breve, riassume tutta la storia della Bibbia dall’eternità passata all’eternità futura, contiene tutti i tesori della conoscenza di Dio, e porta a compimento tutte le promesse di Dio e le speranze umane di un mondo ricreato e risanato. Per aiutarci a comprendere questo incomprensibile nome, Matteo ci riporterà (nei due versetti seguenti) al profeta Isaia che risale all’ottavo secolo prima di Gesù. Questo profeta che aveva preannunciato la nascita verginale di Cristo è lo stesso che aveva anche promesso la salvezza di Dio:

35:1  Il deserto e la terra arida si rallegreranno, la solitudine gioirà e fiorirà come la rosa; si coprirà di fiori, festeggerà con gioia e canti d’esultanza; le sarà data la gloria del Libano, la magnificenza del Carmelo e di Saron. Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio. Fortificate le mani infiacchite, rafforzate le ginocchia vacillanti! Dite a quelli che hanno il cuore smarrito: «Siate forti, non temete! Ecco il vostro Dio! Verrà la vendetta, la retribuzione di Dio; verrà egli stesso a salvarvi». 

Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e saranno sturati gli orecchi dei sordi; allora lo zoppo salterà come un cervo e la lingua del muto canterà di gioia, perché delle acque sgorgheranno nel deserto e dei torrenti nei luoghi solitari. Il terreno riarso diventerà un lago e il suolo assetato si muterà in sorgenti d’acqua; nel luogo dove dimorano gli sciacalli vi sarà erba, canne e giunchi. Là sarà una strada maestra, una via che sarà chiamata «la Via Santa»; nessun impuro vi passerà. Essa sarà per quelli che la seguiranno, per quelli soltanto; anche gli insensati non potranno smarrirvisi. In quella via non ci saranno leoni; nessuna bestia feroce vi metterà piede o vi apparirà, ma vi cammineranno i redenti. 10 I riscattati dal Signore torneranno, verranno a Sion con canti di gioia; una gioia eterna coronerà il loro capo; otterranno gioia e letizia; il dolore e il gemito scompariranno.

Ora, il fatto che il bambino che, secondo l’annuncio dell’angelo a Giuseppe, compierà questa salvezza nasca dalla vergine fa risalire come essa sarà un’opera di sola grazia. Proprio come Gesù è concepito per opera dello Spirito Santo e non grazie all’intervento umano, così neanche la salvezza che egli compierà deve essere considerata un’opera unicamente divina, non frutto di qualche collaborazione tra Dio e l’uomo. L’angelo non appare a Giuseppe prima per chiedere il suo permesso di far rimanere incinta Maria. Nemmeno nel vangelo secondo Luca quando l’angelo appare a Maria è la nascita di Gesù proposta a condizione della sua cooperazione: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco, tu concepirai e partorirai un figlio, e gli porrai nome Gesù” (Luca 1:30-31). Quando l’angelo appare a Maria, la decisione è stata già divinamente presa: hai trovato grazia presso Dio … tu concepirai e partorirai un figlio. È già determinato!

Il punto saliente di tutto ciò è, per citare di nuovo Isaia (2:17), questo: “L’alterigia dell’uomo sarà umiliata, e l’orgoglio di ognuno sarà abbassato; il Signore solo sarà esaltato in quel giorno.” Per distruggere qualsiasi idea o pretesa dell’uomo di poter contribuire qualcosa alla sua propria salvezza, Dio lo esclude letteralmente sin dall’inizio. Come Dio fa sì che nessuno possa arrogarsi un po’ dell’onore o del merito di aver portato al mondo il Salvatore, così nessuno può mai arrogarsi un po’ dell’onore o del merito di aver cooperato minimamente al compimento della propria salvezza. Come dichiara l’apostolo Paolo in Efesini 2:8-9: “Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi: è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti”. Più chiaro di così non potrebbe mai essere! La salvezza, come la nascita di Gesù, è un dono di grazia che possiamo soltanto ricevere a mani vuote, dando tutta la gloria e tutte le grazie solo a lui!

Se, dunque, qualcuno obbieta alla nascita verginale di Gesù dicendo: “Non è biologicamente possibile; non succede mai che le vergini concepiscano bambini!”, la riposta è semplice: lungi da smentire la nascita verginale di Gesù, l’impossibilità biologica è paradossalmente la ragione per accettarla! Siccome la salvezza è per sola grazia senza nessuna cooperazione o collaborazione umana, così anche il Salvatore stesso doveva nascere, in maniera miracolosa, senza l’intervento dell’uomo, per non lasciare nessun dubbio che la nascita di questo bambino è l’opera unica ed esclusiva di Dio solo.

3) Sarà Posto Nome Emmanuele (1:22-23)

22 Tutto ciò avvenne, affinché si adempisse quello che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: 23 «La vergine sarà incinta e partorirà un figlio, al quale sarà posto nome Emmanuele».

Ma non possiamo limitarci ad affermare solo questo riguardo alla nascita di Gesù, poiché Matteo ha altro da dirci. Riferendosi alle parole di Isaia (7:14), Matteo ci rivela forse l’aspetto più stupendo e stupefacente della nascita di questo bambino: il figlio che la vergine partorirà si chiamerà non solo “Gesù”, il Signore salva, ma anche “Emmanuele” che vuol dire “Dio con noi”!

Qui cominciamo a sfiorare il mistero più grande e bello di Natale, a intravedere ciò che possiamo contemplare tutta la vita senza mai sondarlo, a conoscere quel che sorpassa ogni conoscenza: il mistero di Dio che in Gesù Cristo si è fatto uomo. Nel nome “Emmanuele”, Dio con noi, pronunciamo con poche sillabe una realtà di cui canteremo le lodi per tutta l’eternità. Chi potrebbe mai comprendere pienamente cosa significa? È comprensibile che Dio onnipotente, il creatore di cielo e della terra, in questo bambino sia presente in mezzo a noi? È comprensibile che quando Giuseppe e Maria prendono in braccio questo bambino, prendano in braccio colui che tiene tutto l’universo nelle sue mani? È comprensibile che quando baciano il suo piccolo viso, bacino il volto di Dio? È comprensibile che un bambino nato in uno specifico momento di tempo sia colui che esiste sin dall’eternità senza mai avuto inizio?

Ora, è già commovente pensare a tutte le implicazioni del nome Emmanuele, ma la meraviglia di esso diventa sempre più palpabile quando ci ricordiamo del contesto in cui ci troviamo. Riguardando la genealogia di Gesù, vediamo come il “noi” con cui Dio è include un gran numero di persone che sicuramente non ne erano degni. Consideriamo qualche esempio:

Abraamo: un uomo che vive lontano da casa, sposato con una donna sterile, senza dimora fissa, senza figli e senza sicurezza o certezza se non per una promessa divina che non vede mai realizzarsi.

Giacobbe: il meno amato di due fratelli, un ingannatore e bugiardo, costretto a allontanarsi da casa sua per paura di essere ucciso da suo fratello, un uomo la cui vita è una continua lotta con Dio (Israele).

Giuda e Tamar: un uomo che ha tradito e venduto uno dei suoi fratelli come schiavo, e che poi fa rimanere incinta sua nuora pensando che lei fosse una prostituta.

Raab: una donna pagana e prostituta che tradisce la sua città aiutando gli ebrei a conquistarla.

Rut: una moabita — che doveva rimanere esclusa dalla comunità ebraica — che dopo aver subito la morte di suo morte, lascia il suo paese per accompagnare sua suocera a Betlemme, anche se quest’ultima a destinata a vivere in grande miseria e povertà.

Davide e Bat-Sceba: un grande re che comunque violenta una donna e fa uccidere suo marito per poterla sposare.

Salomone: un figlio dell’unione di Davide e Bat-Sceba che verse la fine della sua vita abbandona il Signore e si dà all’adorazione di divinità false

Ieconia: un re del lignaggio di Davide che, per la sua infedeltà al Signore, perde il trono e viene deportato in un paese straniero.

Giuseppe: un uomo di sangue reale ma, per colpe dei suoi padri, deve vivere a stento lavorando come falegname, ed è costretto a sopportare la vergogna e la calunnia dovute alla gravidanza della sua fidanzata.

Matteo non tenta di nascondere i lati oscuri della genealogia di Gesù; anzi li mette in piena luce per farci capire che questo bambino non è “Dio con noi” che siamo i più bravi, i più intelligenti, e i più belli del mondo. No, questo è “Doi con noi” tutti, anche noi che siamo i più miseri, i più brutti, i più scemi, i più peccatori! Se Gesù è Dio con gente come questa, è sicuramente Dio con noi tutti! Ebrei 2:14-18 spiega il significato di questo così:

14 Poiché dunque i figli hanno in comune sangue e carne, egli pure vi ha similmente partecipato, per distruggere, con la sua morte, colui che aveva il potere sulla morte, cioè il diavolo, 15 e liberare tutti quelli che dal timore della morte erano tenuti schiavi per tutta la loro vita. 16 Infatti, egli non viene in aiuto ad angeli, ma viene in aiuto alla discendenza di Abraamo. 17 Perciò egli doveva diventare simile ai suoi fratelli in ogni cosa, per essere un misericordioso e fedele sommo sacerdote nelle cose che riguardano Dio, per compiere l’espiazione dei peccati del popolo. 18 Infatti, poiché egli stesso ha sofferto la tentazione, può venire in aiuto di quelli che sono tentati.

Nel nome di Emmanuele, dunque, troviamo il messaggio del vangelo. Se ogni altra religione e filosofia del mondo cerca di spiegarci cosa dobbiamo fare per raggiungere Dio, il vangelo ci annuncia cosa Dio ha fatto in Gesù per raggiungere noi. In Gesù, veniamo a conoscere chi è Dio, e il Dio che conosciamo è colui che ci ha amati “mentre eravamo ancora peccatori” tanto che ha mandato Cristo per morire per noi. Paolo afferma questo in Romani 5:6-8:

Infatti, mentre noi eravamo ancora senza forza, Cristo, a suo tempo, è morto per gli empi. Difficilmente uno morirebbe per un giusto, ma forse per una persona buona qualcuno avrebbe il coraggio di morire; Dio invece mostra il proprio amore per noi in questo: che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.

Ci può essere un amore più grande di questo? È un amore quasi troppo bello da essere vero? Ma questo stupendo amore è quello che Dio ha manifestato nella nascita di Gesù Emmanuele, Dio con noi.

4) Fece Come l’Angelo Del Signore Aveva Comandato (1:24-25)

24 Giuseppe, destatosi dal sonno, fece come l’angelo del Signore gli aveva comandato e prese con sé sua moglie; 25 e non ebbe con lei rapporti coniugali finché ella non ebbe partorito un figlio; e gli pose nome Gesù.

In conclusione, vediamo come la reazione di Giuseppe all’annuncio dell’angelo è stata la semplice ubbidienza. Egli “fece come l’angelo del Signore gli aveva comandato”, non più e non meno. La semplice ubbidienza di Giuseppe viene dalla sua semplice fiducia nella parola del Signore. Per quanto irrazionale ed incredibile la sua parola potesse sembrare, Giuseppe non ha provato a essere “più intelligente di Dio”, rispondendo con innumerevoli obbiezioni o lamentele o battute. Ha solo ubbidito, dimostrando così la sua ferma fiducia nella parola e nel potere del Signore.

Qualcuno potrebbe replicare che credere alla nascita verginale di Gesù è roba da bambino. Ma ricordiamoci che sarà lo stesso Gesù a dire in Matteo 18:3: “In verità vi dico: se non cambiate e non diventate come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli.” Spesso ci risulta difficile mantenere la professione della nostra fede quando essa diventa oggetto di derisione, di insulti, o di disprezzo. A nessuno piace essere chiamato pazzo o stupido o scemo o cretino o ingenuo. Ma ricordiamoci anche di queste parole di Paolo in 1 Corinzi 1:18-25, un uomo che sapeva benissimo cosa significa essere maltrattati a causa di Cristo:

18 Poiché la predicazione della croce è pazzia per quelli che periscono, ma per noi, che veniamo salvati, è la potenza di Dio; 19 infatti sta scritto: «Io farò perire la sapienza dei saggi e annienterò l’intelligenza degli intelligenti». 20 Dov’è il sapiente? Dov’è lo scriba? Dov’è il contestatore di questo secolo? Non ha forse Dio reso pazza la sapienza del mondo? 21 Poiché il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria sapienza, è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione. 22 I Giudei infatti chiedono miracoli e i Greci cercano sapienza, 23 ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo e per gli stranieri pazzia; 24 ma per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio; 25 poiché la pazzia di Dio è più saggia degli uomini e la debolezza di Dio è più forte degli uomini.

Se manteniamo fedele la nostra testimonianza anche quando siamo perseguitati per essa, abbiamo questa salda promessa di Gesù: “Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io riconoscerò lui davanti al Padre mio che è nei cieli” (Matteo 10:32). Sicuramente non c’è onore più grande di questo!

Malachia/Matteo: Colui che Deve Venire

1) Il Giorno che Deve Venire (Malachia 2:17-3:5)

Il nostro percorso attraverso l’Antico Testamento finisce, giustamente, all’ultimo libro, intitolato “Malachia”. Il nome stesso, come avremo modo di approfondire tra poco, è significativo in quanto vuol dire “messaggero”. Nel periodo biblico in cui ci troviamo, Malachia è infatti un messaggero di Dio, un profeta, che porta al popolo di Giuda la parola di Dio. Malachia profetizza durante il periodo di Esdra e Neemia, quando molti dei deportati dell’esilio babilonesi sono tornati in patria ma sono ridotti in grande miseria e umiliazione rispetto al potere e alla gloria ottenuti sotto il regno di Davide e Salomone. Come l’ultimo libro dell’Antico Testamento, Malachia fa da ponte al Nuovo, preparandoci alla venuta di “colui che deve venire”, ovvero il Messia Gesù Cristo. In altre parole, è un ottimo libro da leggere e meditare durante l’Avvento.

A) La disputa tra Dio e il popolo (2:17)

2:17 Voi stancate il Signore con le vostre parole, eppure dite: «In che modo lo stanchiamo?» Quando dite: «Chiunque fa il male è gradito al Signore, il quale si compiace di lui!» o quando dite: «Dov’è il Dio di giustizia?» 

Il libro di Malachia consiste di sei “dispute” tra Dio e il popolo che trattano i dubbi e le difficoltà che caratterizzano sempre un periodo di attesa. Oggi prendiamo in considerazione la quarta di queste sei dispute per motivi che presto si riveleranno. La disputa inizia con la rimostranza del Signore contro il popolo di Giuda per le parole con cui hanno stancato il Signore. Il popolo ribatte: “In che modo lo stanchiamo?” La risposta di Dio fa venire in mente l’osservazione dell’Ecclesiaste (1:9): “Non c’è nulla di nuovo sotto il sole.” Le parole fastidiose del popolo sono identiche a quelle che si sentono tutt’oggi da parte di molti: “Dov’è il Dio di giustizia?” Se Dio è giusto, perché i malvagi prosperano mentre i giusti soffrono? Che giova quindi essere giusti? Allora, forse è meglio essere malvagi se è così che Dio gestisce il mondo!

La lamentela del popolo deriva da ragioni ben comprensibili. Tramite i profeti prima di Malachia, Dio ha infatti promesso un futuro molto diverso da quello realmente (o apparentemente) avvenuto. Non tanto tempo prima, per esempio, Dio ha detto questo per bocca del profeta Aggeo (2:6-9):

Così infatti parla il Signore degli eserciti: “Ancora una volta, fra poco, io farò tremare i cieli e la terra, il mare e l’asciutto; farò tremare tutte le nazioni, le cose più preziose di tutte le nazioni affluiranno e io riempirò di gloria questa casa”, dice il Signore degli eserciti. “Mio è l’argento e mio è l’oro”, dice il Signore degli eserciti. “La gloria di questa casa sarà più grande di quella della casa precedente”, dice il Signore degli eserciti. “In questo luogo io darò la pace”, dice il Signore degli eserciti».

Il tempio costruito da Salomone era rinomato in tutto il mondo per il suo splendore, ma dopo le invasioni babilonesi a cavallo dei settimo e sesto secoli a.C., esso è rimasto totalmente rovinato. Ma Dio ha promesso che il tempio che sarebbe stato costruito sulle rovine avrebbe superato di gran lunga la gloria del primo. Assieme al tempio superiore, il popolo avrebbe goduto di una pace imperturtabile e ininterrotta. Ma fino ai giorni di Malachia, questa promessa non si è mai avverata. Anzi, come prega Neemia (9:36-37), il contemporaneo di Malachia:

36 E oggi eccoci schiavi! Eccoci schiavi nel paese che tu hai dato ai nostri padri, perché ne mangiassero i frutti e ne godessero i beni. 37 Esso moltiplica i suoi prodotti per i re ai quali tu ci hai sottoposti a causa dei nostri peccati, e che dispongono dei nostri corpi e del nostro bestiame a loro piacere; e noi siamo in grande angoscia.

Ecco perché il popolo reclama: tu, Signore, hai promesso pace e libertà, ma invece siamo qui in angoscia e schiavitù! Che senso ha dunque rimanerti fedeli se ci tratti così? Anche se non viviamo in condizioni storiche identiche, le nostre sono analoghe. La nostra fede è incentrata su un uomo che 2000 anni fa ha annunciato: “Il regno di Dio è vicino!” Ed eccoci oggi, 2000 anni dopo, sempre in mezzo al male, alla sofferenza, alla povertà, alle guerre, alla corruzione, all’angoscia e all’ansia. E allora, che c’è di che stupirsi che la gente comincia a dubitare un po’ della veridicità della promessa di Dio riguardo al suo regno?

B) Il giorno grande e terribile (3:1-5)

3:1 «Ecco, io vi mando il mio messaggero, che spianerà la via davanti a me; e subito il Signore, che voi cercate, l’Angelo del patto, che voi desiderate, entrerà nel suo tempio. Ecco, egli viene», dice il Signore degli eserciti. Chi potrà resistere nel giorno della sua venuta? Chi potrà rimanere in piedi quando egli apparirà? Egli infatti è come il fuoco del fonditore, come la potassa dei lavatori di panni. Egli si metterà seduto, come chi raffina e purifica l’argento, e purificherà i figli di Levi e li raffinerà come si fa dell’oro e dell’argento; ed essi offriranno al Signore offerte giuste. Allora l’offerta di Giuda e di Gerusalemme sarà gradita al Signore come nei giorni antichi, come negli anni passati. «Io mi accosterò a voi per giudicare e sarò un testimone pronto contro gli incantatori, contro gli adùlteri, contro quelli che giurano il falso, contro quelli che derubano l’operaio del suo salario, che opprimono la vedova e l’orfano, che fanno torto allo straniero e non hanno timore di me», dice il Signore degli eserciti.

La risposta del Signore a questo interrogativo è duplice. Al versetto 1, Dio ribadisce che la sua promessa non verrà mai meno, e che sicuramente egli stesso verrà e rientrerà nel suo tempio. Questo richiama due momenti cardinali nella storia di Israele: la consacrazione del tabernacolo costruito sotto la guida di Mosè dopo l’esodo, e la consacrazione del tempio costruito a Gerusalemme sotto il regno di Salomone. Ciò che narra 1 Re 8:10-11 relativo a quest’ultimo è indicativo:

10 Mentre i sacerdoti uscivano dal luogo santo, la nuvola riempì la casa del Signore11 e i sacerdoti non poterono rimanervi per farvi il loro servizio, a causa della nuvola; perché la gloria del Signore riempiva la casa del Signore.

Il tempio, come il tabernacolo prima di esso, era glorioso non tanto per la straordinaria bellezza della sua struttura quanto per la presenza di Dio che lo riempiva della gloria divina. Quando, dunque, Dio promette tramite Malachia che “il Signore che voi cercate … entrerà nel suo tempio”, l’idea è questa. Dio non ha dimenticato la sua promessa di realizzare un futuro inimmaginabilmente bello, non ha abbandonato il suo popolo a tirarsi avanti a stento, poiché egli stesso verrà a dimorare in mezzo a loro. Paragonato al regno che Dio stabilirà quando egli ritorna personalmente in mezzo al popolo, il regno e il tempio di Salomone saranno ricordati quasi con disprezzo!

L’altro lato della medaglia, però, non è da trascurare. Sì, il Signore tornerà, e ristabilirà la giustizia e la pace, ma attenzione: il giorno in cui tutto questo avverrà sarà, come Dio lo chiama nel 4:5, un “giorno grande e terribile”, poiché il Signore verrà “come il fuoco del fonditore, come la potassa dei lavatori di panni.” La tanto ripetuta domanda risorge anche qui: “Chi potrà resistere nel giorno della sua venuta?” Vale a dire, voi che reclamate e esigete la giustizia, vi rendete conto di ciò che chiedete? Sapete che cosa vuol dire giudizio? Pensate di poter rimanere in piedi quando egli apparirà? La sua venuta sarà un giorno di fuoco e di lavaggio. O come Dio lo descrive nel 4:1, quel giorno sarà “ardente come una fornace; allora tutti i superbi e tutti i malfattori saranno come stoppia. Il giorno che viene li incendierà.” Certo, ci saranno quelli che passeranno per il fuoco e ne usciranno puri, ma siete sicuri che non sarete invece divorati dal fuoco?

Ecco l’importanza critica del “messaggero” che Dio promette di mandare prima della sua venuta. Questo messaggero non è Malachia stesso, sebbene Malachia sia anche lui un “messaggero” come vuol dire il suo nome. No, Malachia parla di un altro messaggero, uno che sarà più come il grande profeta Elia ricordato per il suo ministero potente e coraggioso. Così infatti si chiude la profezia di Malachia (4:5-6):

Ecco, io vi mando il profeta Elia, prima che venga il giorno del Signore, giorno grande e terribile. Egli volgerà il cuore dei padri verso i figli, e il cuore dei figli verso i padri, perché io non debba venire a colpire il paese di sterminio».

La missione di questo profeta, prefigurato sia da Elia sia da Malachia, avrà come scopo il ravvedimento d’Israele. Questo profeta preannuncerà la venuta del Signore, così che quando viene in giudizio fiammeggiante, coloro che hanno orecchie per udire daranno ascolto al suo messaggio e si prepareranno ad accogliere il loro Signore come fuoco purificatore anziché fuoco consumante. “Ravvedetevi, perché il regno di Dio è vicino!”

2) Il Messia che Deve Venire (Matteo 11:2-6)

Giovanni, avendo nella prigione udito parlare delle opere del Cristo, mandò a dirgli per mezzo dei suoi discepoli: «Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo aspettare un altro?» Gesù rispose loro: «Andate a riferire a Giovanni quello che udite e vedete: i ciechi recuperano la vista e gli zoppi camminano; i lebbrosi sono purificati e i sordi odono; i morti risuscitano e il vangelo è annunciato ai poveri. Beato colui che non si sarà scandalizzato di me!»

Ora, a chi di noi ha orecchie per udire, la profezia di Malachia dovrebbe già risultare noto. Sarà Gesù stesso che nel vangelo secondo Matteo (che a proposito sarà il vangelo su cui ci focalizzeremo in questo periodo) che la citerà in riferimento a Giovanni il battista. Il contesto è un po’ più avanti nella narrativa di Matteo, dopo che Giovanni è stato già arrestato e imprigionato dal re Erode. Dalla prigione Giovanni manda alcuni suoi discepoli da Gesù con una domanda: “Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo aspettare un altro?” Allora, questa domanda può sembrare di per sé piuttosto “accademica”, una questione teologica lontana dalle vicende quotidiane. Ma posta da un ebreo come Giovanni, grande conoscitore delle sacre Scritture, questa è letteralmente una domanda di vita e di morte.

Ricordiamoci della profezia di Malachia: la venuta del Signore (che Gesù dovrebbe in teoria essere) sarebbe stata il giorno grande e terribile di giudizio quando finalmente i malvagi sarebbero stati incendiati come stoppia ma i fedeli (pentiti) sarebbero stati purificati e piantati come alberi fruttiferi. Ma ecco Giovanni in prigione, ogni giorno in pericolo di vita, mentre il malvagio re Erode gode sempre di grande ricchezza, potere e sicurezza. Allora? È Gesù veramente “colui che deve venire”, il Signore e Salvatore che finalmente stabilirà il suo regno di giustizia e pace in tutto il mondo? Date le sue circostanze, Giovanni nutre qualche dubbio.

La risposta di Gesù, costituita da una catena di riferimenti biblici profetici, è inequivocabilmente affermativa. Come si può constatare dai frutti del suo ministero — i cechi vedono, gli zoppi camminano, i sordi odono, i morti rivivono — Gesù è senza dubbio “colui che deve venire”. Egli è (per usare un termine profetico preferito di Matteo) Emmanuele, Dio con noi, il Signore stesso in carne umana. Il Signore è venuto in mezzo a noi, proprio come ha promesso innumerevoli volte tramite i profeti, e beati quelli che non si scandalizzano se la sua venuta sembra diversa da quello che si aspettavano. “Beato te, Giovanni, se non ti scandalizzi solo perché Erode è ancora re e tu sei ancora in prigione.” Beati, in altre parole, quelli che camminano per fede e non per visione, che mantengono fiducia nella promessa di Dio anche quando essa sembra essere smentita dalle loro circostanze.

3) Il Messaggero che Deve Venire (Matteo 11:7-15)

A) Il profeta più grande (11:7-11)

Mentre essi se ne andavano, Gesù cominciò a parlare di Giovanni alla folla: «Che cosa andaste a vedere nel deserto? Una canna agitata dal vento? Ma che cosa andaste a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti? Ecco, quelli che portano delle vesti morbide stanno nei palazzi dei re. Ma che cosa andaste a vedere? Un profeta? Sì, vi dico, e più che un profeta. 10 Egli è [infatti] colui del quale è scritto: “Ecco, io mando davanti a te il mio messaggero che preparerà la tua via davanti a te”. 11 In verità io vi dico che fra i nati di donna non è sorto nessuno maggiore di Giovanni il battista; eppure il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui.

Gesù coglie l’occasione creata dalla domanda di Giovanni per dare un insegnamento molto pertinente a noi in questo periodo dell’Avvento e, in senso più ampio, in questo periodo di attesa che si sta prolungando ormai più di 2000 anni, l’attesa della piena e visibile manifestazione del regno di Dio in tutto il mondo. Come in Malachia, così anche qui l’insegnamento di Gesù è duplice. Notiamo prima di tutto come Gesù cita la profezia di Malachia nei vv.10 e 14 e l’applica a Giovanni. Se Gesù è il Signore che doveva venire, Giovanni è il messaggero, il profeta, mandato per preparagli la via.

Gesù evidenzia il modo dell’apparizione di Giovanni. Giovanni non era un “uomo avvolto in morbide vesti,” come i ricchi e i potenti del mondo. Non era nemmeno una “canna agitata dal vento”. Questo è un riferimento al re Erode, il cui simbolo era appunto la specie di canna che cresce vicino al mare di Galilea (dunque una canna agitata dal vento). No, Giovanni invece, come Matteo ci ha già detto, “predicava nel deserto della Giudea”, “aveva un vestito di pelo di cammello e una cintura di cuoio intorno ai fianchi; e si cibava di cavallette e di miele selvatico” (3:1, 4). Un uomo che appare così è un uomo che vive per un altro mondo, che non si lascia distrarre dalle comodità e dai piaceri che il mondo può offrire. Questo è, infatti, un uomo interamente dedicato al mondo a venire, al mondo rinnovato in pace e giustizia, al regno di Dio e del suo Cristo. Secondo Gesù, un uomo così è da ammirare. Lo chiama infatti il più grande profeta; nei suoi confronti non c’è nessun altro che sia mai stato così grande come lui.

Eppure, come Gesù conclude, anche “il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui”. Vale a dire, l’epoca inaugurata dalla venuta di Gesù è imparagonabilmente superiore a quella di Giovanni. Giovanni rappresenta la fine dell’età prima di Gesù, e in questo senso ne è il più grande. Ma ora che è venuto Gesù, il compimento di tutte le promesse di Dio, anche il più piccolo che crede in lui è, a causa della sua appartenenza a Cristo, più grande di Giovanni. Gesù non vuol dire letteralmente che ormai siamo tutti superiori a quelli che ci hanno preceduto nell’Antico Testamento, ma in quanto noi possiamo conoscere pienamente quello che Giovanni ha potuto solo intravedere, abbiamo dei privilegi che lui e tutti gli altri profeti prima di lui non hanno potuto vedere.

B) Il regno assalito (11:11-15)

12 Dai giorni di Giovanni il battista fino ad ora, il regno dei cieli è preso a forza e i violenti se ne impadroniscono. 13 Poiché tutti i profeti e la legge hanno profetizzato fino a Giovanni. 14 Se lo volete accettare, egli è l’Elia che doveva venire. 15 Chi ha orecchi [per udire] oda.

Attenzione però: qui c’è il secondo lato del discorso di Gesù. Solo perché è arrivato il Messia, solo perché oggi è il giorno della rivelazione della salvezza in Gesù, non dobbiamo concludere che la vita dovrebbe andare a gonfie vele. Non dovremmo stupirci se siamo sempre assaliti dai mali, dai dolori, dalle difficoltà, dalle ansie, e dalle afflizioni. Dovremmo già averlo compreso dal ministero di Giovanni che ora è in prigione e tra poco sarà martirizzato da Erode: “fino ad ora, il regno dei cieli è preso a forza e i violeni se ne impadroniscono”. Che vuol dire? La situazione di Giovanni ce lo spiega: il regno di Dio incomincia, cresce, si diffonde e infine vincerà non per mezzo delle armi di guerra, non a causa della violenza o del potere di qualche forza maggiore che costringe i nemici ad arrendersi. No, il regno di Dio vince proprio nella misura in cui subisce la violenza, in cui rinuncia alle armi di guerra e di costrizione e sacrifica se stesso per il bene degli altri. Infine, il regno di Dio trionfa perché Gesù stesso si umilierà fino alla morte, alla morte in croce, e per questo motivo Dio lo innalzerà sovranamente e gli darà il nome al di sopra di ogni nome in cui ogni ginocchio si piegherà e ogni lingua confesserà che egli è il Signore alla gloria di Dio Padre (Fil. 2:8-11).

Questo è il motivo per cui Gesù sapeva che il vangelo era, ed è ancora tuttora, scandaloso. Coloro che cercano un Salvatore che li salverà secondo i loro criteri, un Signore che regnerà secondo le loro pretese, un Dio che si conforma alla propria immagine rimarranno sicuramente scandalizzati da Gesù. Quelli che invece rinunciano ai loro criteri, alle loro pretese, alle loro idee e invece si sottomettono alla pazzia della predicazione della croce di Cristo (questo è infatti ciò che significa “ravvedimento”) troveranno la vera salvezza, la vera gloria, e la vera grandezza. Dunque, come Malachia, come Giovanni il battista, e con i nostri occhi fissi su Gesù il crocifisso, prepariamoci anche noi a soffrire per la causa di Cristo e del suo regno, ricordandoci della promessa del Signore che si adempierà nel momento giusto: 

…ora, per breve tempo, è necessario che siate afflitti da svariate prove, affinché la vostra fede, che viene messa alla prova, che è ben più preziosa dell’oro che perisce, e tuttavia è provato con il fuoco, sia motivo di lode, di gloria e di onore al momento della manifestazione di Gesù Cristo. Benché non lo abbiate visto, voi lo amate; credendo in lui, benché ora non lo vediate, voi esultate di gioia ineffabile e gloriosa, ottenendo il fine della {vostra} fede: la salvezza delle anime. (1 Pietro 1:6-9)

Matteo 2:1-18: Dopo Le Tenebre, Luce!

Matteo 2:1-12

1 Gesù era nato in Betlemme di Giudea, all’epoca del re Erode. Dei magi d’Oriente arrivarono a Gerusalemme, dicendo: 2 «Dov’è il re dei Giudei che è nato? Poiché noi abbiamo visto la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo».
3 Udito questo, il re Erode fu turbato, e tutta Gerusalemme con lui. 4 Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informò da loro dove il Cristo doveva nascere. 5 Essi gli dissero: «In Betlemme di Giudea; poiché così è stato scritto per mezzo del profeta:
6 “E tu, Betlemme, terra di Giuda,
non sei affatto la minima fra le città principali di Giuda;
perché da te uscirà un principe, che pascerà il mio popolo Israele”».
7 Allora Erode, chiamati di nascosto i magi, s’informò esattamente da loro del tempo in cui la stella era apparsa; 8 e, mandandoli a Betlemme, disse loro: «Andate e chiedete informazioni precise sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, affinché anch’io vada ad adorarlo».
9 Essi dunque, udito il re, partirono; e la stella, che avevano vista in Oriente, andava davanti a loro finché, giunta al luogo dov’era il bambino, vi si fermò sopra. 10 Quando videro la stella, si rallegrarono di grandissima gioia. 11 Entrati nella casa, videro il bambino con Maria, sua madre; prostratisi, lo adorarono; e, aperti i loro tesori, gli offrirono dei doni: oro, incenso e mirra. 12 Poi, avvertiti in sogno di non ripassare da Erode, tornarono al loro paese per un’altra via.

13 Dopo che furono partiti, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e restaci finché io non te lo dico; perché Erode sta per cercare il bambino per farlo morire». 14 Egli dunque si alzò, prese di notte il bambino e sua madre, e si ritirò in Egitto. 15 Là rimase fino alla morte di Erode, affinché si adempisse quello che fu detto dal Signore per mezzo del profeta: «Fuori d’Egitto chiamai mio figlio».

16 Allora Erode, vedendosi beffato dai magi, si adirò moltissimo, e mandò a uccidere tutti i maschi che erano in Betlemme e in tutto il suo territorio dall’età di due anni in giù, secondo il tempo del quale si era esattamente informato dai magi. 17 Allora si adempì quello che era stato detto per bocca del profeta Geremia:
 18 «Un grido si è udito in Rama,
un pianto e un lamento grande:
 Rachele piange i suoi figli
e rifiuta di essere consolata,
perché non sono più».

Il testo di un canto popolare di Natale dice:

Passiamo un piccolo Natale felice / Lascia che il tuo cuore sia leggero da adesso in poi / I nostri problemi saranno fuori di vista / Eccoci qui come ai vecchi tempi / I felici giorni d’oro di un tempo / Amici fedeli che ci sono cari si radunano a noi ancora una volta / Passiamo un piccolo Natale felice / Trascorri le tue feste natalizie allegramente / Da adesso in poi i nostri problemi saranno molto lontani

È vero questo? Il Natale deve essere un periodo di felicità in cui dimentichiamo tutti i nostri problemi e ci raduniamo con tutti i nostri cari? Ma cosa succede quando i nostri problemi sono talmenti grossi che non ci lasciano in pace, o quando non abbiamo più cari con cui radunarci? Cosa succede quando ci sentiamo esclusi dalla felicità a causa del grande dolore che proviamo? Il Natale può avere qualche significato per noi in tali condizioni? La porzione delle Sacre Scritture che consideriamo oggi, Matteo 2:1-18 dice assolutamente di sì.

1) L’Esodo

A) Schiavitù (Esodo 1:8-14, 22)

Sorse sopra l’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe. Egli disse al suo popolo: «Ecco, il popolo dei figli d’Israele è più numeroso e più potente di noi. 10 Usiamo prudenza con esso, affinché non si moltiplichi e, in caso di guerra, non si unisca ai nostri nemici per combattere contro di noi e poi andarsene dal paese». 11 Stabilirono dunque sopra Israele dei sorveglianti ai lavori, per opprimerlo con le loro angherie. Israele costruì al faraone le città che servivano da magazzini, Pitom e Ramses. 12 Ma quanto più lo opprimevano, tanto più il popolo si moltiplicava e si estendeva; e gli Egiziani nutrirono avversione per i figli d’Israele. 13 Così essi obbligarono i figli d’Israele a lavorare duramente. 14 Amareggiarono la loro vita con una rigida schiavitù, adoperandoli nei lavori d’argilla e di mattoni e in ogni sorta di lavori nei campi. Imponevano loro tutti questi lavori con asprezza…. 22 Allora il faraone diede quest’ordine al suo popolo: «Ogni maschio che nasce, gettatelo nel Fiume, ma lasciate vivere tutte le femmine».

Le vicende raccontate in questo capitolo, avvenute durante i primi due anni dopo la nascita di Gesù, ricordano molto l’Esodo, la storia della liberazione d’Israele da schiavitù in Egitto. Matteo, infatti, scrive con l’intenzione di far vedere le similitudini, non casuali, tra la nascita di Gesù e la nascita di Mosè. Ripassiamo allora alcuni dettagli rilevanti.

Il libro dell’Esodo inizia con l’assoggettamento del popolo d’Israele dagli egiziani. Alla fine di Genesi, Giacobbe e i suoi familiari si trasferiscono in Egitto dove suo figlio Giuseppe è viceré, e si salvano così dalla grande carestia che allora affliggeva tutto il paese. Anni dopo, però, la famiglia di Israele continua a moltiplicarsi come il Signore ha promesso, e gli egiziani, comandati da faraone, rendono Israele schiavo perché ne hanno paura. I loro sforzi sono inutili, però, perché Israele cresce sempre di più, e dunque faraone ordina che tutti i bambini maschi siano uccisi per evitare eventuali rivolte.

B) Speranza (Esodo 2:1-2)

2:1 Un uomo della casa di Levi andò e prese in moglie una figlia di Levi. Questa donna concepì, partorì un figlio e, vedendo quanto era bello, lo tenne nascosto tre mesi.

Nonostante tutto questo, la speranza sorge con la nascita di un bambino, individuato all’inizio del capitolo 2, che si chiamerà Mosè. Sarà Mosè che, tanti anni dopo, diventerà l’uomo per mezzo del quale Dio libererà Israele dalla loro schiavitù.

C) Peggioramento (Esodo 5:5-9, 19-23)

Il faraone disse: «Ecco, ora il popolo è numeroso nel paese e voi gli fate interrompere i lavori che gli sono imposti». Perciò quello stesso giorno il faraone diede quest’ordine agli ispettori del popolo e ai suoi sorveglianti: «Voi non darete più, come prima, la paglia al popolo per fare i mattoni; vadano essi a raccogliersi la paglia! Comunque imponete loro la stessa quantità di mattoni di prima, senza diminuzione; perché sono dei pigri; perciò gridano, dicendo: “Andiamo a offrire sacrifici al nostro Dio”! Questa gente sia caricata di lavoro e si occupi di quello, senza badare a parole bugiarde»….

19 I sorveglianti dei figli d’Israele si videro ridotti a mal partito, perché si diceva loro: «Non diminuite per nulla il numero dei mattoni impostovi giorno per giorno». 20 Uscendo dal faraone, incontrarono Mosè e Aaronne, che stavano ad aspettarli, 21 e dissero loro: «Il Signore volga il suo sguardo su di voi e giudichi! poiché ci avete messi in cattiva luce davanti al faraone e davanti ai suoi servi e avete messo nella loro mano una spada per ucciderci». 22 Allora Mosè tornò dal Signore e disse: «Signore, perché hai fatto del male a questo popolo? Perché dunque mi hai mandato? 23 Infatti, da quando sono andato dal faraone per parlargli in tuo nome, egli ha maltrattato questo popolo e tu non hai affatto liberato il tuo popolo».

Notiamo, però, che non va tutto liscio. Anzi, quando il Signore manda Mosè da faraone per dirgli di liberare Israele, l’effetto è il contrario. Anziché migliorare la situazione, questo primo “tentativo” di salvare Israele fa solo peggiorare la sua sofferenza. La domanda di Mosè a Dio è del tutto comprensibile: “perché hai fatto del male a questo popolo?” Pur avendo promesso salvezza attraverso di Mosè, Dio sembra solo aver reso la schiavitù d’Israele più dura. Dio sembra aver smentito le loro speranze, sembra essere venuto meno alla sua parola.

Ora noi sappiamo come finisce questa storia, e alla fine Dio mantiene la sua promessa e salva il suo popolo. Ma non prima che la sofferenza diventi più grave. La luce risplende nelle tenebre, ma non prima che le tenebre diventino più fitte. E nel momento in cui le tenebre diventano più fitte, diventa anche più difficile mantenere la fiducia nella parola di Dio.

Questa è prima o poi l’esperienza di tutti i credenti. Ci troviamo in difficoltà, siamo malati, perdiamo lavoro, o muore un caro parente, e gridiamo al Signore: aiuto! Salvaci! Vieni per soccorrerci! Non ne possiamo più! E cosa succede? Niente. O peggio ancora: la difficoltà diventa più difficile, la malattia diventa più grave, le bollette diventano più costose, o muore ancora un altro caro parente! Come mai? Dio ci sta prendendo in giro? Mi ricordo di un periodo particolare nella mia vita quando non volevo più pregare perché sembrava che Dio facesse sempre il contrario di quello che glielo chiedevo. È difficile, molto difficile mantenere fiducia in Dio in tali circostanze.

2) Liberazione (Matteo 2:16)

16 Allora Erode, vedendosi beffato dai magi, si adirò moltissimo, e mandò a uccidere tutti i maschi che erano in Betlemme e in tutto il suo territorio dall’età di due anni in giù, secondo il tempo del quale si era esattamente informato dai magi. 

Quando torniamo a Matteo 2, vediamo una situazione molto simile. Israele aspetta di nuovo un salvatore, uno come Mosè che l’avrebbe liberato non solo dalla schiavitù esterna ma anche da quella interna: la schiavitù al peccato, al male, e alla morte. Quanto è buona quindi la notizia che Giuseppe, il fidanzato di Maria, sente quando un angelo gli dice che “Ella partorirai un figlio, e tu gli porrai il nome Gesù, perché è lui che salverà il suo popolo dai loro peccati” (1:21). Finalmente il Salvatore promesso, il nuovo Mosè, sta per venire! Sarà lui, il bambino nato a Maria e chiamato Gesù, che “salverà il suo popolo dai loro peccati”! Che motivo di speranza e gioia!

Ma come in Esodo così anche qui. Non va tutto liscio. Anzi, la situazione peggiora. Il re Erode era un re spietato, noto per aver assassinato molti membri della sua famiglia (per non parlare di innumerevoli altri) perché li sospettava di complotti o tradimenti. Erode, dunque, rappresentava per molti ebrei tutto ciò da cui avevano bisogno di essere salvati. Pregavano: “salvaci, O Dio, da quest’uomo sanguinoso e tutti coloro che, come lui, perpetrano cose violente e malvagie contro il tuo popolo!”

Immaginiamo, quindi, come noi avremmo reagito. Dio manda il suo messaggero per annunciare la venuta del Salvatore, il quale poi nasce a Betlemme all’ombra del palazzo reale di Erode. E quando Erode viene a sapere che il Salvatore è nato, si infuria e cerca in ogni modo di ucciderlo, persino ordinando la morte di tutti maschi nel suo dominio che avevano due anni o meno. Ma come? Se Gesù è il Salvatore, allora il mondo dovrebbe cominciare a migliorare, non peggiorare! Perché Dio ha promesso che Gesù avrebbe salvato il suo popolo, ma quando arriva, la sua presenza causa in un senso la morte di tanti bambini del popolo?

Paradossalmente, Matteo vuole incoraggiarci con questo. Lungi da far indebolire la nostra fiducia in Dio, pensa di poterla fortificare in questo modo. Perché? Attraverso questa narrativa che corrisponde all’Esodo, Matteo conferma che Gesù è il nuovo e miglior Mosè, il vero liberatore del popolo di Dio. Come Dio aveva liberato il popolo d’Israele da schiavitù tramite Mosè nonostante l’opposizione di faraone, Dio libererà il suo popolo dalla vera schiavitù, il peccato, la radice di ogni altra forma di schiavitù, tramite Gesù.

Ma il male non se ne va docile; non si arrende facilmente. Anzi, come un animale ferito, diventa più feroce, più ostile, più intransigente quando vede la sua fine imminente. È proprio la presenza, la vicinanza del Salvatore che sprona il male a montare il suo attacco più forte e disperato. Come dice Apocalisse 12:12: “Guai a voi, o terra, o mare! Perché il diavolo è sceso verso di voi con gran furore, sapendo di avere poco tempo”. Dunque, Matteo vuole insegnarci una verità importante: come la nascita di Gesù ha provocato l’assassinio di tanti bambini, così le tenebre si oscurano di più quando la luce minaccia di squarciarle. Ciò che Gesù dice ai suoi discepoli in Luca 21:10-12, 28 riassume bene il messaggio di Matteo 2:

10 Allora disse loro: «Insorgerà nazione contro nazione e regno contro regno; 11 vi saranno grandi terremoti e, in vari luoghi, pestilenze e carestie; vi saranno fenomeni spaventosi e grandi segni dal cielo. 12 Ma prima di tutte queste cose, vi metteranno le mani addosso e vi perseguiteranno consegnandovi alle sinagoghe e mettendovi in prigione, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome…. 28 Ma quando queste cose cominceranno ad avvenire, rialzatevi, levate il capo, perché la vostra liberazione si avvicina».

3) Consolazione (Matteo 2:17-18)

17 Allora si adempì quello che era stato detto per bocca del profeta Geremia:
 18 «Un grido si è udito in Rama,
un pianto e un lamento grande:
 Rachele piange i suoi figli
e rifiuta di essere consolata,
perché non sono più».

A conferma di ciò, Matteo cita il profeta Geremia e afferma che in questo modo le sue parole si sono adempiute. Ma quali parole? Parole di dolore e lamento, di sofferenza e pianto? Sì, ma molto di più. In fondo sono parole di consolazione. La citazione di Geremia 31:15 si trova, infatti, in ciò che si chiama “il libro della consolazione,” in cui Dio rivela al popolo sofferente il suo futuro glorioso. Nei versetti che seguono quello sopraccitato (Ger. 31:16-17, 25) leggiamo questo:

Così parla il Signore: ‘Trattieni la tua voce dal piangere, i tuoi occhi dal versare lacrime; poiché l’opera tua sarà ricompensata,’ dice il Signore; ‘essi ritorneranno dal paese del nemico; 17 c’è speranza per il tuo avvenire», dice il Signore; «i tuoi figli ritorneranno entro le loro frontiere…. 25 Poiché io ristorerò l’anima stanca, sazierò ogni anima languente.

Qui Dio promette non solo di redimere il suo popolo, ma di redimere (ricompensare) anche le sue sofferenze affinché esse diventino occasione della gioia, il dolore diventi occasione del conforto, la desolazione diventi occasione dell’appagamento, l’angoscia diventi occasione del riposo, l’amarezza diventi occasione della dolcezza. Come ha profetizzato anche Gioele (2:25-26):

Vi compenserò delle annate divorate dal grillo, dalla cavalletta, dalla locusta e dal bruco, il grande esercito che avevo mandato contro di voi. Mangerete a sazietà e loderete il nome del Signore, vostro Dio, che avrà operato per voi meraviglie, e il mio popolo non sarà mai più coperto di vergogna.

Matteo non ci offre facili o semplici spiegazioni per il male perpetrato da Erode, né per qualsiasi altro male o sofferenza che viviamo. Ci offre una storia che dà un senso alle nostre sofferenze: anche se non capiremo mai il perché, Dio promette di entrare nel nostro dolore e redimerlo pienamente. Questo è esattamente ciò che fa quando, alla fine del vangelo di Matteo, Gesù muore sulla croce, prendendo su di se stesso ogni nostro peccato, sofferenza, e persino la nostra morte. Come ha predetto il profeta Isaia (53:4-5):

Tuttavia erano le nostre malattie che egli portava, erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato; ma noi lo ritenevamo colpito, percosso da Dio e umiliato! Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni, stroncato a causa delle nostre iniquità; il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui e mediante le sue lividure noi siamo stati guariti.

La crocifissione di Gesù è stata l’atto più malvagio, il crimine più oltraggioso in tutta la storia. È stata la dimostrazione più sconvolgente del potere del male che il mondo abbia mai visto. Eppure, è stata al tempo stesso il momento in cui Dio in Gesù ha dimostrato più gloriosamente il suo amore e la sua grazia. È stata simultaneamente il male più terribile e il bene più grande, il buio più oscuro e la luce più risplendente, l’odio più orrendo e l’amore più meraviglioso. Sulla croce Gesù ha subito il male peggiore, l’ha conquistato e l’ha reso il suo schiavo, compiendo attraverso di esso la salvezza del mondo.

In Cristo, perciò, abbiamo una speranza incrollabile che supera ogni difficoltà e dolore di questa vita. Come Paolo spiega in 2 Corinzi 4:8-10, 16-18:

Noi siamo tribolati in ogni maniera, ma non ridotti all’estremo; perplessi, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; atterrati, ma non uccisi; 10 portiamo sempre nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo;... 16 Perciò non ci scoraggiamo; ma, anche se il nostro uomo esteriore si va disfacendo, il nostro uomo interiore si rinnova di giorno in giorno. 17 Perché la nostra momentanea, leggera afflizione ci produce un sempre più grande, smisurato peso eterno di gloria, 18 mentre abbiamo lo sguardo intento non alle cose che si vedono, ma a quelle che non si vedono; poiché le cose che si vedono sono per un tempo, ma quelle che non si vedono sono eterne.

Forse non troveremo il perché delle nostre sofferenze, ma a causa della croce ci aggrappiamo alla promessa e alla speranza che Gesù ha redento tutto. Nemmeno un briciolo della nostra sofferenza andrà sprecato, e alla fine vedremo che Dio si sarà servito di ogni sofferenza per compiere una gloria e una gioia maggiore che altrimenti non sarebbe stata possibile.

 

Luca 2:1-20: Il Dio della Mangiatoia

1. La Nascita del Messia (2:1-7)

In quel tempo uscì un decreto da parte di Cesare Augusto, che ordinava il censimento di tutto l’impero. Questo fu il primo censimento fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Dalla Galilea, dalla città di Nazaret, anche Giuseppe salì in Giudea, alla città di Davide chiamata Betlemme, perché era della casa e della famiglia di Davide, per farsi registrare con Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre erano là, si compì per lei il tempo del parto; ed ella diede alla luce il suo figlio primogenito, lo fasciò e lo coricò in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo.

A) La storia di due re

Nel primo capitolo del vangelo, Luca ci permette di ascoltare insieme a Maria l’annuncio dell’angelo Gabriele riguardo al figlio che da lei nascerà. Egli dichiara:

31 Ecco, tu concepirai e partorirai un figlio, e gli porrai nome Gesù. 32 Questi sarà grande e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo, e il Signore Dio gli darà il trono di Davide, suo padre. 33 Egli regnerà sulla casa di Giacobbe in eterno e il suo regno non avrà mai fine. 

Ora, però, quando cominciamo a leggere il secondo capitolo, siamo colpiti da ciò che potrebbe sembrarci una grande incongruenza. Siamo arrivati a questo punto, sapendo che questa è senz’altro una nascita straordinaria. La nascita di questo bambino rappresenta la svolta nella storia umana e nel piano salvifico di Dio. Tutte le speranze di Israele sono concentrate su questo momento, quando finalmente nascerà il promesso e lungo aspettato Messia, il figlio di Davide che salverà il suo popolo e stabilirà il suo regno di pace e giustizia fino alle estremità della terra. Visto chi è che sta per nascere — il Figlio di Dio, il potente Salvatore che vincerà i suoi nemici, il Re supremo di tutto il mondo — ci sembra strano, quasi contraddittorio, il modo in cui lui arriva.

Notiamo tre curiosità che Luca sottolinea qui. La prima cosa che Luca ci dice è che Gesù nascerà sotto il dominio di Cesare Augusto, l’imperatore romano che si reputava “figlio di dio” e “signore del mondo”. Vale a dire, il mondo in cui Gesù nasce è già dominato da un re, l’imperatore romano, che rivendica per se stesso i nomi e i titoli che Gabriele ha attribuito a Gesù. E sappiamo dalla storia come Cesare Augusto era asceso al potere e come governava: attraverso il suo ingegno politico e il potere militare che aveva a disposizione. Dopo aver sconfitto tutti i suoi rivali, Cesare è rimasto l’unico sovrano indiscutibile sull’impero, e guai a qualsiasi popolo o persona che cercava di opporsi a lui.

B) Un modo strano per accogliere il Messia

Se sappiamo un po’ di Cesare Augusto, ci colpirà come un altro “Figlio di Dio” e “Sovrano del mondo” (in questo caso il vero!) nasce. I suoi genitori (e questa è la seconda cosa che Luca sottolinea) non sono persone distinte o benestanti. Non hanno certamente grandi poteri politici o militari. Giuseppe è ovviamente del lignaggio di Davide, ma quel lignaggio è stato privato dal suo potere quando i babilonesi hanno distrutto Gerusalemme nel 586 a.C. Giuseppe, dunque, è un uomo semplice, abitando lontano dal suo proprio paese, Betlemme, probabilmente perché ha dovuto spostarsi per cercare lavoro. In ogni caso, Luca ci fa capire chi è che comanda: è Cesare Augusto, poiché Giuseppe, pur essendo discendente di Davide, deve ubbidire al decreto imperiale e fare un lungo e pericoloso viaggio con Maria che è agli sgoccioli della gravidanza.

Terzo, Luca ci racconta come il tempo del parto è arrivato mentre Giuseppe e Maria erano lì a Betlemme, ma non c’è posto per loro nell’albergo. Per questo motivo, il bambino Gesù — il Figlio di Dio e il Creatore dell’universo — viene coricato in una mangiatoia per animali. Pensiamoci un attimo. È questo il benvenuto degno del Salvatore e il Signore del mondo? Forse si tratta di incidente bizzarro, un avvenimento casuale? Forse si tratta del bambino sbagliato? Come può il Messia nascere in quelle condizioni?

La cosa sbalorditiva di tutto questo è che fa parte del piano sovrano di Dio. Non è per caso che Gesù nasce e viene messo in una mangiatoia per gli animali. Infatti, circa 700 anni prima, il profeta Michea (5:1) aveva profetizzato che il Cristo sarebbe nato a Betlemme in umili condizioni: “Ma da te, o Betlemme, Efrata, piccola per essere tra le migliaia di Giuda, da te mi uscirà colui che sarà dominatore in Israele, le cui origini risalgono ai tempi antichi, ai giorni eterni.” Scopriamo, dunque, che la nascita di Gesù a Betlemme, e in quelle condizioni particolari, non era dovuta a vicende casuali o ai decreti imperiali ma al proposito di Dio.

2) Il Segno del Messia (2.8-20)

In quella stessa regione c’erano dei pastori che stavano nei campi e di notte facevano la guardia al loro gregge. E [ecco] un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore risplendé intorno a loro, e furono presi da gran timore. 10 L’angelo disse loro: «Non temete, perché io vi porto la buona notizia di una grande gioia che tutto il popolo avrà: 11 “Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo, il Signore. 12 E questo vi servirà di segno: troverete un bambino avvolto in fasce e coricato in una mangiatoia”».

13 E a un tratto vi fu con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: 14 «Gloria a Dio nei luoghi altissimi e pace in terra agli uomini che egli gradisce!» 15 Quando gli angeli se ne furono andati verso il cielo, i pastori dicevano tra di loro: «Andiamo fino a Betlemme e vediamo ciò che è avvenuto e che il Signore ci ha fatto sapere». 16 Andarono in fretta e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia; 17 e, vedutolo, divulgarono quello che era stato loro detto di quel bambino. 18 E tutti quelli che li udirono si meravigliarono delle cose dette loro dai pastori. 19 Maria serbava in sé tutte queste cose, meditandole in cuor suo. 20 E i pastori tornarono indietro, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato loro annunciato.

Proseguendo nel racconto, impariamo quanto è significante il fatto che Gesù sia nato in questo modo quando notiamo l’enfasi particolare che Luca mette sulla mangiatoia quale segno della nascita del Messia. Nel v.8, Luca sposta l’attenzione da Giuseppe e Maria a un gruppo di pastori vicino a Betlemme, a cui un angelo appare per annunciare la buona notizia (il vangelo!) della nascita di Gesù: “È nato per voi un Salvatore, che è il Cristo, il Signore.” Notiamo bene ciò che l’angelo dice subito dopo: “E questo vi servirà di segno: troverete un bambino avvolto in fasce e coricato in una mangiatoia.” Non è per caso che non c’era posto nell’albergo e che così Gesù è stato coricato in una mangiatoia – la mangiatoia è il segno dell’arrivo del Cristo! Dio ha operato in modo che Gesù nascesse a Betlemme e fosse coricato in una mangiatoia, perché voleva usare la mangiatoia come segno principale della sua venuta nel mondo.

Questo suscita un domanda: se Gesù è la piena rivelazione di Dio, chi è questo Dio che si serve di una mangiatoia come segno del suo arrivo? Chi è questo Dio che ha tutta l’autorità, tutta la potenza, che è degno di tutta la nostra adorazione e ubbidienza, eppure sceglie di segnare il suo avvento nel mondo con una mangiatoia? Questo va contro i modi in cui i potenti del mondo esercitano la loro influenza. Quando arrivano i re, i politici, gli star, i famosi, i potenti, e gli influenti vogliono sempre essere accolti con feste, celebrazioni, fotografi, giornalisti, videocamere, ecc. Ma quando il Dio dell’universo è arrivato, ha scelto una mangiatoia.

3) Il Dio della Mangiatoia

A) Il Dio che serve

Riflettiamo ora su questa domanda. La prima risposta che possiamo dare alla luce del vangelo che segue è questa: il Dio che sceglie la mangiatoia per segnare il suo arrivo nel mondo è un Dio che viene per servire, non per essere servito. Questo è infatti ciò che Gesù dichiara all’ultima cena in Luca 22:24-27: 

24 Fra di loro nacque anche una contesa: chi di essi fosse considerato il più grande. 25 Ma egli disse loro: «I re delle nazioni le signoreggiano, e quelli che le sottomettono al loro dominio sono chiamati benefattori. 26 Ma per voi non deve essere così; anzi, il più grande tra di voi sia come il più piccolo, e chi governa come colui che serve. 27 Perché, chi è più grande: colui che è a tavola oppure colui che serve? Non è forse colui che è a tavola? Ma io sono in mezzo a voi come colui che serve.

Se Gesù fosse venuto per essere servito, sarebbe arrivato in gloria affinché che tutto lo vedessero e gli dessero il loro servizio. Ma è venuto in una mangiatoia in mezzo agli animali per far capire che il suo scopo era quello di servire noi.

Questo è incredibile, perché capovolge ogni nozione umana del divino. Circa 700 anni prima, il profeta Isaia (64:4) aveva espresso la sua meraviglia così: “Mai si era udito, mai orecchio aveva sentito dire, mai occhio aveva visto che un altro dio, all’infuori di te, agisse in favore di chi spera in lui.” In tutte le altre religioni del mondo, siamo noi che dobbiamo servire Dio o gli dèi. Così Dio, o gli dèi, ci premiano in base alla qualità del nostro servizio e delle nostre buone opere. Questo tipo di dio è un dio dei bravi, dei capaci, dei potenti, degli influenti, dei superiori, di quelli che sono meglio degli altri. Ma se questo è vero, che speranza c’è per gli incapaci, gli emarginati, gli oppressi, i poveri, gli inferiori?

Solo il Dio della Bibbia, il Dio della mangiatoia, è il Dio che non vuole essere servito ma che vuole servire, che è venuto per dare la sua vita come prezzo di riscatto per noi. Solo Gesù, il Dio della mangiatoia, può dare speranza a quelli che non ce l’hanno, a quelli che non sono all’altezza, perché lui è all’altezza. Ecco perché i primi che hanno sentito la buona notizia della nascita erano delle persone disprezzate: pastori. Noi diciamo che dobbiamo servire Dio, ma in realtà è Dio che vuole servire noi. Che speranza questo fatto dovrebbe darci! Il Dio dell’universo, il Dio onnipotente, il Dio altissimo è il Dio che ha promesso di servire noi, di usare tutta la sua onnipotenza con cui ha creato i cieli e la terra e usarla per servirci. Perché non vorremmo affidarci completamente a questo Dio e sottometterci totalmente alla sua autorità?

B) Il Dio rivela la sua gloria

Ancora contrario al nostro usuale modo di pensare, il Dio della mangiatoia — il Dio che viene non per essere servito ma per servire — è il Dio di gloria. Dopo che l’angelo ha annunciato che il segno del Cristo è la mangiatoia, Luca (2:14) ci dice come una moltitudine di angeli hanno proclamato: “Gloria a Dio nei luoghi altissimi!” Paradossalmente, il Dio della mangiatoia è il Dio della gloria, ed è per mezzo della mangiatoia che la sua gloria si rivela di più.

Quando pensiamo alla grande umiliazione di Gesù, venendo dalla gloria del cielo per essere coricato in una mangiatoia in mezzo agli animali, nato in una famiglia povera e disprezzata, perseguitato da un re che voleva ucciderlo, non vediamo la brillanza della sua gloria? Quando meditiamo il fatto che Gesù ha fatto tutto questo per identificarsi con noi nelle nostre sofferenze, nelle nostre debolezze, e nelle nostre difficoltà, non si suscita in voi in grande desiderio di lodarlo per le meraviglie del suo amore, della sua misericordia, della sua grazia? Come afferma l’apostolo Paolo in Filippesi 2:6-11:

Pur essendo in forma di Dio, non considerò l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma spogliò se stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; trovato esteriormente come un uomo, umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce. Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome, affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sotto terra, e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre.

Questo fatto deve distruggere l’idea che dobbiamo essere grandi, importanti, bravi e capaci agli occhi del mondo per contare. La gloria si vede nell’umiltà; la forza si rivela nella debolezza; la grandezza si dimostra nel servizio agli altri.

C) Il Dio che muore in croce

Questo paradosso — il Dio che rivela la sua gloria attraverso la sua umiliazione — alla fine ci porta a capire che il Dio della mangiatoia è il Dio che muore in croce. Questo è infatti il paradosso della croce: la vittoria tramite la sconfitta. Gesù è venuto per compiere tutto quello che è stato detto di lui in Luca 1 — di stabilire il suo regno in tutta la terra e salvare tutti coloro che confidano in lui — ma il compimento di ciò è accaduto in modo paradossale. Gesù era il vero Re del mondo, ma invece di sedersi su un trono, è stato ucciso sulla croce. Invece di portare una corona d’oro, ha portato una corona di spine. Gesù ha vinto i suoi nemici, ma li ha vinti lasciandosi sconfiggere da loro. Ha fatto vedere che i veri nemici non erano i romani, ma il maligno, il peccato e la morte.

Gesù è il Salvatore del mondo, ma a differenza di Cesare Augusto (e tutti gli altri cesari dopo di lui) che ha rivendicato anche lui questo titolo, Gesù salva non tramite la violenza o l’intimidazione, ma attraverso il sacrificio e il servizio. La croce non è stata la sua sorte imprevista; è stata invece, fin da prima della creazione del mondo, la meta della vita di Gesù sulla terra, come dice 1 Pietro 1:18b-20a:

…siete stati riscattati … con il prezioso sangue di Cristo, come quello di un agnello senza difetto né macchia[, g]ià designato prima della fondazione del mondo.

Quindi, la mangiatoia è l’inizio adeguato per uno che viene per servire, soffrire, e sacrificarsi per il mondo. La mangiatoia rappresenta lo scopo di Gesù nel venire: dare la sua vita come prezzo di riscatto per noi: “Non aveva forma né bellezza da attirare i nostri sguardi, né aspetto tale da piacerci. Disprezzato e abbandonato dagli uomini, uomo di dolore, familiare con la sofferenza…” (Isaia 53.2-3)

D) Il Dio che è per tutti

Infine, impariamo che il Dio della mangiatoia è il Dio che è venuto per salvare tutti, e dunque vuole che tutti vengano alla conoscenza della verità. Sentiamo ancora una volta l’annuncio dell’angelo ai pastori: “io vi porto la buona notizia [il vangelo] di una grande gioia che tutto il popolo avrà.” Vale a dire, il vangelo di Gesù Cristo è la buona notizia che va annunciata a tutti! Quando ascoltiamo e crediamo al vangelo, non diventa poi la nostra proprietà. Il vangelo fa di noi a nostra volta dei messaggeri che lo riportano ad altri, come hanno fatto i pastori dopo aver ricevuto l’annuncio dell’angelo (2:16-18):

Andarono in fretta e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia; e, vedutolo, divulgarono quello che era stato loro detto di quel bambino. 18 E tutti quelli che li udirono si meravigliarono delle cose dette loro dai pastori.

Problematico è il modo in cui sovente concepiamo il vangelo come se terminasse a noi: come noi possiamo essere perdonati, come noi possiamo avere la vita eterna, come noi possiamo affrontare i problemi della vita. Ma il vangelo non riguarda solo noi. È la buona notizia di ciò che Dio ha compiuto per mezzo di Gesù, ed è per tutti. Il messaggio di Gesù si diffonde dunque per mezzo di noi, noi che, come i pastori, abbiamo ricevuto il vangelo con grande gioia, e così con grande gioia lo convidiamo con tutti gli altri. Se il vangelo di Luca incomincia con: “Vi porto la buona notizia di una grande gioia che tutto il popolo avrà,” (2:10), conclude così: 

Così è scritto, che il Cristo avrebbe sofferto e sarebbe risorto dai morti il terzo giorno, e che nel suo nome si sarebbe predicato il ravvedimento per il perdono dei peccati a tutte le genti, cominciando da Gerusalemme. Voi siete testimoni di queste cose (24.26-28).

Il segno dell’avvento di Dio per salvare il mondo è stato la mangiatoia. Quelli che sono salvati da questo Dio della mangiatoia diventano anche essi stessi dei segni che continuano a indicare al mondo dove lui si trova. Che sia così anche tra di noi. Amen.