Apocalisse 6: I Sigilli della Storia e l’Ira dell’Agnello

1) Introduzione

6:1 Poi vidi quando l’Agnello aprì uno dei sette sigilli

Quando l’apostolo Paolo si riferisce al “buon combattimento della fede” (1 Timoteo 6:12), parla di una questione che affronta tutte le persone a prescindere dalle loro prospettive religiose. Siamo costantemente assaliti da voci che cercano di persuaderci di porre fiducia in esse, dalle pubblicità che vogliono farci credere che saremo felici se compriamo il prodotto che vendono, ai politici che promettono di realizzare i nostri sogni più grandi se li votiamo. Questo è evidente anche nella pandemia COVID perché (come ho sentito qualcuno dire recentemente) è difficile sapere la verità del virus quando esperti da ogni lato — dai catastrofisti ai complottisti — ci danno informazioni contraddittorie. Tutti i giorni sentiamo dichiarazioni, affermazioni, e opinioni che mirano a ottenere la nostra fiducia, e noi siamo costretti a lottare per capire a chi dobbiamo ascoltare e a chi no. Anche quelli che dicono di non fidarsi più di nessuno stanno semplicemente mettendo tutta la loro fiducia in se stessi, cioè nella loro intelligenza e nelle loro capacità di discernere la verità dalla menzogna. Alla fine, tutto questo non è altro che un “combattimento di fede”: tra quelli che combattono per vincere la nostra fiducia e noi che cerchiamo di capire a chi o a cosa dare retta.

Ciò che rende in particolare la fede cristiana un combattimento è che essa riguarda soprattutto cose che non si possono vedere con gli occhi o toccare con le mani. Non voglio dire che la fede cristiana manchi di concretezza o praticità, ma solo che in fondo essa si basa sulla parola di Dio. Crediamo che sia così perché Dio ha detto che è così. In più, crediamo che sia così perché Gesù Cristo, la Parola di Dio in carne umana, ci ha fatto vedere in se stesso che è così. Tuttavia, resta vero che, come dice Paolo in 2 Corinzi 5:7, “camminiamo per fede e non per visione”, e di conseguenza anche il più forte e convinto credente avrà a volte dei dubbi al riguardo. Dopo un po’ che i nostri amici, conoscenti, colleghi di lavoro, vicini di casa, o anche familiari ci dicono che dobbiamo essere mezzo pazzi per credere in Gesù, cominciamo anche noi a chiederci se è così. Ecco qui l’importanza del libro dell’Apocalisse.

“Apocalisse”, che letteralmente vuol dire “svelare”, è stato scritto dall’apostolo Giovanni alle chiese che erano, a continuano a essere, tentati a credere che il mondo sia così come ci appare: che i primi siano i primi e gli ultimi siano gli ultimi, che i grandi non servano gli altri ma si facciano servire dagli altri, che i vincitori siano i forti, i belli, i ricchi e i bravi, e spesso che il male sia pù potente del bene. Lo scopo di Apocalisse è di smascherare queste percezioni ed esporre i loro inganni, di togliere il velo che ci nasconde il vero potere dell’universo e farci vedere che, come afferma 1 Giovanni 5:4: “questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede”. Per quanto sembra strano e misterioso, il libro dell’Apocalisse è un’arma indispensabile nel buon combattimento della fede del credente.

Nei capitoli 4 e 5 di Apocalisse, Giovanni riesce a sbirciare “dietro le quinte”, e vede il trono celeste di Dio attorno al quale le creature viventi e gli angeli cantano incessantemente le lodi dell’Altissimo. Nella visione che Giovanni riferisce vediamo che sul trono più alto del cosmo non c’è né uomo né nessun’altra creatura ma Dio Creatore del cielo e della terra. Egli è il sovrano assoluto e indiscusso, e tiene nella sua mano un libro sigillato da sette sigilli. Questo è il libro che rappresenta il suo piano per il compimento della storia dell’universo. I suoi decreti che sono scritti dentro sono “fedeli e veritieri”, e nessuno è in grado di contrastarli o frustrarne l’adempimento.

Poi, Giovanni vede nella visione che nessuno è degno e capace di aprire il libro e rivelarne il contenuto se non uno solo: il Signore Gesù Cristo, raffigurato come il Leone vincitore e l’Agnello immolato per togliere il peccato del mondo. Gesù e Gesù solo ha sconfitto i potere del male e della morte, ed è a lui Dio ha dato il nome al di sopra di ogni altro nome, e il potere al di sopra di ogni altro potere. Apocalisse ci fa vedere che Gesù è il Signore di tutto e di tutti; non solo in un senso spirituale divorziato dalle realtà fisiche, politiche, scientifiche, storiche, e culturali del mondo; non solo un signore tra tanti altri. Lui è il Signore di tutto ciò. Ed è dunque solo lui che è degno e in grado di prendere in mano il libro del destino del mondo e aprirne i sigilli, dando così il via agli avvenimenti che alla fine porteranno alla vittoria finale di Dio e della venuta del suo regno in ogni angolo del mondo. Il capitolo 6 di Apocalisse rivela il contenuto del libro e narra questi avvenimenti man mano che Gesù — sempre designato “l’Agnello” — apre i sigilli del libro uno alla volta. Tutto questo mira a fortificare la nostra fede, a rendere più ferma la nostra risolutezza di essere fedeli a Cristo, e ad avere coraggio e franchezza nel testimoniarlo agli altri. Consideriamo adesso il contenuto dei sigilli.

2) I Primi Quattro Sigilli: I Quattro Cavalli (6:1-8)

A) 1° sigillo: il cavallo bianco (vv.1-2)

6:1 Poi vidi quando l’Agnello aprì uno dei sette sigilli e udii una delle quattro creature viventi, che diceva con voce come di tuono: «Vieni». Guardai e vidi un cavallo bianco. Colui che lo cavalcava aveva un arco; e gli fu data una corona, ed egli venne fuori da vincitore, e per vincere.

Quando l’Agnello apre il primo sigillo, Giovanni vede venir fuori un cavallo bianco, e il cavaliere che ha un arco. Questo è il primo dei famosi “quattro cavalli dell’Apocalisse” che molti conoscono anche tra quelli che non hanno mai letto la Bibbia. Le immagini di questi cavalli e dei loro cavalieri sono ovviamente simboliche, come il linguaggio in tutto il libro di Apocalisse. Come Gesù non è letteralmente un agnello, così non c’è letteralmente un cavallo bianco col cavaliere che ha un arco. Il significato è da ricercare in ciò che questi cavalli e gli altri simboli rappresentano. Qui il colore del cavallo è importante: bianco, lo stesso colore che indossa Gesù e lo stesso colore del cavallo sul quale egli tornerà nel capitolo 19 per stabilire il suo regno sulla terra. Ma è chiaro che non è Gesù a calvacare questo cavallo, perché è Gesù ad aprire il sigillo che gli permette di venir fuori!

No, questo cavaliere è un impostore, una pallida imitazione di Cristo che viene fuori “da vincitore, e per vincere”. Altrove questo è chiamato “l’anticristo” o “lo spirito dell’anticristo” per tenta di usurpare il posto che spetta solo a Gesù. Nel capitolo 5, è Gesù solo che viene acclamato il vincitore, ma qui vediamo un altro che si arroga lo stesso titolo e diritto. Questo cavaliere rappresenta ogni cosa o ogni persona all’infuori di Cristo che pretende di essere “la via, la verità e la vita”. Può essere un politico o un partito politico; può essere una filosofia o ideologia, puo essere il denaro, può essere persino un prodotto sul mercato che promette di cambiare la nostra vita in bene se ci fidiamo dei produttori abbastanza da spendere i nostri soldi per comprarlo. In poche parole, il cavaliere bianco — l’anticristo — è un idolo, quello che chiede la fiducia e la lealtà che spettano solo a Cristo. E considerando quanto è diffusa l’idolatria nel mondo, non è difficile vedere quanto è efficace questo cavaliere nel “vincere” i cuori, le menti, e le anime delle persone.

B) 2° sigillo: il cavallo rosso (vv.3-4)

Quando l’Agnello aprì il secondo sigillo, udii la seconda creatura vivente che diceva: «Vieni». E venne fuori un altro cavallo, rosso; e a colui che lo cavalcava fu dato di togliere la pace dalla terra affinché gli uomini si uccidessero gli uni gli altri, e gli fu data una grande spada.

L’apertura del secondo sigillo fa venire fuori un cavallo rosso, il colore del sangue. Questo è infatti ciò che accade, perché il cavaliere rosso toglie la pace dalla terra e fomenta conflitti dai quali risultano tanti morti. Naturalmente i conflitti più gravi e sanguinosi sono le guerre, ma l’impatto di questo cavallo è ben più ampio. Anche liti tra vicini di casa possono sfociare in violenza. È difficile, se non impossibile, che passiamo una giornata senza imbatterci in qualche conflitto, o uno in cui siamo coinvolti o uno di cui siamo testimoni. La storia umana è una storia del conflitto, e così sarà fino alla fine. Finché l’uomo è ingannato dallo spirito dell’anticristo e va dietro a idoli, sarà disposto a fare qualsiasi cosa per ottenere quello che desidera, anche quando deve far male agli altri.

C) 3° sigillo: il cavallo nero (vv.5-6)

Quando l’Agnello aprì il terzo sigillo, udii la terza creatura vivente che diceva: «Vieni». Guardai e vidi un cavallo nero; e colui che lo cavalcava aveva una bilancia in mano. E udii come una voce in mezzo alle quattro creature viventi, che diceva: «Una misura di frumento per un denaro e tre misure d’orzo per un denaro, ma non danneggiare né l’olio né il vino».

Il terzo sigillo fa venire fuori un cavallo nero, il colore che rappresenta il male, la corruzione, l’ingiustizia e la sofferenza. Il cavaliere ha in mano una bilancia che dovrebbe simboleggiare la giustizia, ma in questo caso è l’opposto. Le misure usate per il frumento e l’orzo — alimenti di base — sono tante volte aumentate rispetto a quelle giuste, mentre l’olio e il vino — alimenti di lusso — rimangono invariati. Questo indica un’ingiustizia economica in cui i poveri vengono sfruttati in modo che non possano comprare da mangiare mentre i ricchi continuano a godersi i loro cibi succulenti.

D) 4° sigillo: il cavallo giallastro (vv.7-8)

Quando l’Agnello aprì il quarto sigillo, udii la voce della quarta creatura vivente che diceva: «Vieni». Guardai e vidi un cavallo giallastro; e colui che lo cavalcava si chiamava Morte, e gli veniva dietro l’Ades. Fu dato loro potere sulla quarta parte della terra, per uccidere con la spada, con la fame, con la mortalità e con le belve della terra.

L’Agnello apre il quarto sigillo e fa uscire il quarto e ultimo cavallo di colore giallastro, il colore della malattia e del morire. Questo cavaliere si chiama appunto “Morte”, ed è seguito dall’Ades, il soggiorno dei morti. Egli rappresenta l’effetto cumulativo dei tre cavalli precedenti: laddove c’è la guerra si muore di spada; laddove c’è sfruttamento economico si muore di fame e di malattia. A questi flagelli viene aggiunta la morte dovuta alle “belve della terra”, che sicuramente sono gli animali ma forse anche esseri umani che si comportano come tali. Spesso nei salmi i malvagi sono paragonati alle belve proprio perché le loro azioni sono disumane e perché disumanizzano le loro vittime. Comunque sia, la conseguenza di questi quattro cavalli è che la quarta parte del mondo viene colpita e uccisa, una devastazione tremenda e inimmaginabile.

A questo punto ci conviene riflettere brevemente su quanto abbiamo visto fin qui. La prima cosa importante da notare è l’ottica nella quale questi primi quattro sigilli ci fanno vedere gli avvenimenti terribili nella storia e nei giorni nostri. Tutti — conflitti, guerre, ingiustizie, corruzione, povertà, fame, pesti, cattiveria umana — fanno parte del libro che Dio ha scritto riguardante il destino del mondo. I quattro cavalli e i loro cavalieri entrano nella storia solo quando l’Agnello apre i sigilli del libro. In più, notiamo l’uso della forma passiva dei verbi: al cavaliere bianco “fu data una corona” (v.2); al cavaliere rosso “fu dato di togliere la pace dalla terra” e “gli fu data una grande spada” (v.4); al cavaliere giallastro e all’Ades “fu dato loro potere sulla quarte parte della terra per uccidere” (v.8). Per quanto riguarda il cavallo nero, è una voce “in mezzo alle quattro creature viventi” (v.6) che conducono le lodi attorno al trono di Dio che annuncia la sofferenza che seguirà. Il significato di questo è chiaro: i cavalieri possono affliggere il mondo solo nella misura in cui l’Agnello di Dio gli permette di farlo. Tutto quello che sembra il male sfrenato e fuori controllo è in realtà soggetto alla sovranità del Signore Gesù Cristo.

La seconda cosa importante da notare è che questi cavalli rappresentano soltanto le conseguenze naturali e inevitabili della ribellione umana contro Dio. È vero che i cavalli escono solo quando l’Agnello apre i sigilli del libro, ma ciò non significa che l’Agnello sia l’autore dei mali che portano. Il cavaliere bianco vince quelli che scelgono di andare dietro a idoli anziché adorare Dio. Il cavaliere rosso toglie la pace e fomenta il conflitto a quelli che si sono fatti nemici di Dio. Il cavaliere nero porta l’ingiustizia in mezzo a quelli che trasgrediscono la legge di Dio e si sono resi ingiusti davanti a lui. Il cavaliere giallastro uccide quelli che si sono allontanati dal loro Creatore e l’unica fonte della loro vita. In effetti, i sigilli danno agli esseri umani ciò che essi stessi hanno scelto. Hanno preferito gli idoli a Dio, la ribellione all’ubbidienza, l’ingiustizia alla giustizia, la morte dell’autonomia alla vita della sottomissione. Quindi, nel far entrare i quattro cavalieri nel mondo, Dio è perfettamente giusto.

Il punto di tutto ciò è doppio. Per i credenti, il messaggio è di incoraggiamento e conforto. Non bisogna mai pensare che il male sia più forte del bene, che la luce rischi di essere ingoiata dalle tenebre. Per quanto terribili e tremende, le forze del male non possono fare altro che Dio gli permette di fare, e per quanto misterioso, il proposito di Dio farà cooperare ogni male “al bene di quelli che amano Dio e che sono chiamati secondo il suo disegno” (Romani 8:28). Per i non credenti, il messaggio è di ravvedimento e salvezza. Se gli esseri umani abbandoneranno gli idoli, se saranno riconciliati con Dio, se ubbidiranno alla sua volontà e se si rivolgeranno a lui con tutto il cuore, troveranno perdono e vita eterna. Alla fine, per quanto severo, il giudizio di Dio è la manifestazione della sua misericordia che rifiuta di permettere agli esseri umani di rifiutare il suo benevolo proposito nei loro confronti.

3) Il Quinto Sigillo: I Martiri (6:9-11)

Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di quelli che erano stati uccisi per la parola di Dio e per la testimonianza che avevano resa. 10 Essi gridarono a gran voce: «Fino a quando aspetterai, o Signore santo e veritiero, per fare giustizia e vendicare il nostro sangue su quelli che abitano sulla la terra?» 11 E a ciascuno di essi fu data una veste bianca e fu loro detto che si riposassero ancora un po’ di tempo, finché fosse completo il numero dei loro compagni di servizio e dei loro fratelli, che dovevano essere uccisi come loro.

Quando l’Agnello apre il quinto sigillo, Giovanni vede qualcosa di nuovo. Non è più la terra ma il cielo che si mette a fuoco, in particolare “l’altare” che si trova nel tempio celeste di Dio. Sotto l’altare Giovanni vede “le anime di quelli che erano stati uccisi per la parola di Dio e per la testimonianza che avevano resa” (v.9). Questi sono i martiri che sembrano essere stati sconfitti dal mondo ma in realtà, come leggiamo nel 12:11, “hanno vinto per mezzo del sangue dell’Agnello e per mezzo della parola della loro testimonianza; e non hanno amato la loro vita, tanto da esporla alla morte”. Come l’Agnello ha vinto per mezzo della croce, così anche i martiri che rimangono fedeli a lui fino alla morte. È da ricordare che l’accezione originaria del termine “martire” era semplicemente “testimone”, e in questo senso tutti i credenti sono martiri quando testimoniano Gesù con coraggio e costanza.

Ma nella visione di Giovanni vengono specificati i martiri uccisi per la loro testimonianza perché esemplificano nel modo più chiaro la fede che neanche la morte può abbattere. Giovanni sente inoltre le loro suppliche che Dio intervenga per mettere fine al male e alla violenza e ristabilire la pace e la giustizia nel mondo, vendicando così il loro sangue. Gli viene detto di risposarsi “ancora un po’ di tempo” perché non è ancora “completo il numero dei loro compagni di servizio” (v.11). Anche qui il messaggio è doppio. Prima, ci conforta sapere che ci sarà una fine alle nostre sofferenze, e che la cosa peggiore che il mondo possa fare è ucciderci, aprendoci la porta a entrare nella presenza del Signore e del riposo da tutte le nostre sofferenze. Ma questo ci avverte anche che dobbiamo essere sempre pronti alla sofferenza, e persino al martirio in questo mondo, perché il numero di quelli che “devono essere uccisi” non è ancora completo.

4) Il Sesto Sigillo: L’Ira dell’Agnello (6:12-17)

12 Poi vidi quando l’Agnello aprì il sesto sigillo; e si fece un gran terremoto. Il sole diventò nero come un sacco di crine e la luna diventò tutta come sangue; 13 le stelle del cielo caddero sulla terra come quando un fico scosso da un forte vento lascia cadere i suoi fichi immaturi. 14 Il cielo si ritirò come una pergamena che si arrotola, e ogni montagna e ogni isola furono rimosse dal loro luogo. 15 I re della terra, i grandi, i generali, i ricchi, i potenti e ogni schiavo e ogni uomo libero si nascosero nelle spelonche e tra le rocce dei monti. 16 E dicevano ai monti e alle rocce: «Cadeteci addosso, nascondeteci dalla presenza di colui che siede sul trono e dall’ira dell’Agnello; 17 perché è venuto il gran giorno della loro ira. Chi può resistere?»

Ma il tempo per trattenere il giudizio finale non si prolungherà per sempre, e Dio risponderà alle preghiere dei santi di “fare giustizia e vendicare il loro sangue su quelli che abitano sulla terra” (v.10). Il tempo trascorso tra l’apertura del quinto e del sesto sigilli non è specificato, ma quanto è certo che è scritto nel libro di Dio tanto è certo che verrà “il gran giorno dell’ira dell’Agnello”. L’apertura del sesto sigillo ci porta sulla soglia della venuta del regno di Dio, quando finalmente sarà fatta la volontà di Dio come in cielo così anche in terra. Ma perché questo avvenga, Dio deve spacciare via tutto quello che lo impedisca. Così il giudizio finale sarà totale e universale. Il sole diventerà “nero come un sacco di crine” e la luna “tutta come sangue” (v.12). Il cielo si ritirerà, e “ogni montagna e ogni isola” saranno “rimosse dal loro luogo” (vv.13-14). Anche queste immagini sono simboliche, indicando la grandezza dello sconvolgimento che il giudizio di Dio effettuerà, tanto da far sembrare che persino “le stelle del cielo” stiano cadendo “sulla terra come quando un fico scosso da un forte vento lascia cadere i suoi fichi immaturi” (v.13).

In quel giorno, nessuno potrà resistere, e nella sua visione Giovanni vede che tutti saranno colpiti, indipendentemente dal loro potere, dalle loro ricchezze, o dall’onore con cui il mondo li acclama. Nessuno tra “i re della terra, i grandi, i generali, i ricchi, i potenti e ogni schiavo e ogni uomo libero” scamperà. Se la pandemia COVID è stata un grande livellatore colpendo tutti senza discriminare o fare favoritismi, il giudizio di Dio lo sarà ancora di più. E tanto terrificante sarà “l’ira dell’Agnello” che gli uomini preferiranno essere schiacciati dai monti e dalle rocce. Proviamo a immaginare uno spavento così grande da umiliare i più arroganti, da impoverire i più ricchi e da abbattere i più forti. Così sarà il gran giorno dell’ira dell’Agnello, e anche se sembra tardare, il suo futuro arrivo è certo, essendo scritto nel libro nella mano dell’Agnello.

Ma anche questo è la manifestazione della misercordia e dell’amore di Dio. Non è a caso che si tratti dell’ira “dell’Agnello”, lo stesso Agnello che si è sacrificato per togliere il peccato. Il Giudice del mondo non è altro che il Salvatore del mondo. Colui che versa la sua ira sul mondo non è altro che colui che si è sostituito al posto del mondo sotto la stessa ira. L’ira dell’Agnello è dunque l’ira del suo amore, l’amore che rifiuta di essere rifiutato, l’amore che non resta indifferente di fronte a ciò che distrugge l’amato, l’amore che è consumante come un fuoco e feroce come un urugano. L’ira dell’Agnello è lo stesso amore che ha rivelato sulla croce che ora viene manifestato in modo irresistibile e inarrestabile nei confronti di ogni singolo essere umano. E il motivo per cui a Giovanni fu concesso di vedere in anticipo questo giorno e poi di scriverlo a noi è affinché ogni peccatore abbia l’opportunità di ravvedersi e prepararsi al suo arrivo, e affinché ogni credente si fortifichi nella propria fede e speranza, mantendo ferma la testimonianza di Gesù Cristo fino alla morte.

Ecco perché abbiamo tanto bisogno di meditare a lungo su Apocalisse, perché l’inizio del libro stesso pronuncia questa benedizione: “Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e serbano le cose che vi sono scritte, perché il tempo è vicino” (1:3). Non ci resta altro che fare esattamente questo. Che Dio ci conceda la grazia tramite la sua parola di perseverare fino alla fine, rimanendo fedeli a lui e costanti nella nostra testimonianza. Amen.

2 Cronache 20:1-30: Lode Come Guerra

1) Preghiera (20:1-12)

Perché cantiamo lode al Signore? Non è sufficiente solo dire quanto è grande il Signore? Magari rispondiamo: no, bisogna cantare perché la Bibbia ci comanda di farlo. Va bene, ma c’è un motivo per cui la Bibbia ce lo comanda? Possiamo rispondere ancora: sì, Paolo ci insegna in Efesini 5:19 e Colossesi 3:16 che il canto serve perché i membri della chiesa si ammaestrino a vicenda nella parola di Dio. Questo è già buon motivo per cantare. Ma è proprio necessario il canto per l’insegnamento della parola? Non è questo lo scopo della predicazione e dello studio biblico?

In realtà, queste domande hanno in comune il desiderio di sapere cosa si fa quando la comunità cristiana canta. È un’attività un po’ strana, considerando che la gente di oggi non è solita cantare insieme. Ci aiuterà, dunque, approfondire la questione, e non c’è libro migliore di Cronache. Il cronista pone particolare enfasi sulla musica e sul canto nella sua narrazione della storia di Israele. Riporta come il re Davide costituì gruppi di leviti il cui unico compito era quello di suonare e cantare le lodi del Signore al tempio. Chiaramente, Davide riteneva la musica di gran valore, e il cronista condivide pienamente questa convinzione.

Nelle varie storie riferite in Cronache, questa che stiamo per studiare mette in rilievo il significato del canto per il popolo di Dio non solo per quanto riguardava le funzioni sacerdotali nel tempio ma anche i pericoli e le guerre che esso doveva sovente affrontare. Lunghi dal costituire un mero reportage di fatti storici, il cronista vuole usare questo episodio per spronare i suoi contemporanei, e anche noi oggi, a valorizzare di più il ruole del canto nella comunità di Dio. Il cronista non vuole solo descrivere ciò che è stato fatto nel passato; vuole anche prescrivere ciò che va fatto nel futuro. Vuole insegnarci come il canto è parte integrante della vita e della vocazione del popolo di Dio in vista del compimento del suo proposito per il mondo.

Detto questo, cominciamo a leggere il testo tratto da 2 Cronache 20:

Dopo questi fatti, i figli di Moab e i figli di Ammon, e con loro dei Maoniti, marciarono contro Giosafat per fargli guerra. Vennero dei messaggeri a informare Giosafat, dicendo: «Una gran moltitudine avanza contro di te dall’altra parte del mare, dalla Siria, ed è giunta ad Asason-Tamar, cioè En-Ghedi». Giosafat ebbe paura, si dispose a cercare il Signore e bandì un digiuno per tutto Giuda. Giuda si radunò per implorare aiuto dal Signore, e da tutte quante le città di Giuda venivano gli abitanti a cercare il Signore.

Giosafat, stando in piedi in mezzo all’assemblea di Giuda e di Gerusalemme, nella casa del Signore, davanti al cortile nuovo, disse: «Signore, Dio dei nostri padri, non sei tu Dio dei cieli? Non sei tu che domini su tutti i regni delle nazioni? Non hai tu nelle tue mani la forza e la potenza, in modo che nessuno può resistere contro di te? Non sei stato tu, Dio nostro, a scacciare gli abitanti di questo paese davanti al tuo popolo Israele, e a darlo per sempre alla discendenza di Abraamo, tuo amico? E quelli lo hanno abitato e vi hanno costruito un santuario per il tuo nome, dicendo: “Quando ci cadrà addosso qualche calamità, spada, giudizio, peste o carestia, noi ci presenteremo davanti a questa casa e davanti a te, poiché il tuo nome è in questa casa; a te grideremo nella nostra tribolazione, e tu ci udrai e ci salverai”. 10 Ora ecco che i figli di Ammon e di Moab e quelli del monte Seir, nelle cui terre non permettesti a Israele di entrare quando veniva dal paese d’Egitto – perciò egli si tenne lontano da loro e non li distrusse – 11 eccoli che ora ci ricompensano, venendo a scacciarci dall’eredità di cui ci hai dato il possesso. 12 Dio nostro, non vorrai giudicarli? Poiché noi siamo senza forza di fronte a questa gran moltitudine che avanza contro di noi; noi non sappiamo che fare, ma gli occhi nostri sono su di te!»

Ci troviamo intorno all’anno 850  a.C. Il regno unito d’Israele sotto Davide e Salomone è ormai diviso da tanto tempo, e il re che regna a Gerusalemme sul regno di Giuda è Giosafat. La storia riportata in questo capitolo inizia con la terrificante notizia che una coalizione dei nemici di Giuda, composta dei Moabiti, Ammoniti e Maoniti, si è formata per muovere guerra contro Giosafat e il popolo. La notizia che giunge alle orecchie di Giosafat tratta di una “gran moltitudine” di soldati intenzionati a distruggere il suo regno. Il cronista rende palese che l’esercito nemico è molte volte più numeroso delle forze di Giuda, e che Giosafat, naturalmente ha paura.

Importante però notare la loro reazione: “Giosafat ebbe paura, si dispose a cercare il Signore e bandì un digiuno per tutto Giuda. Giuda si radunò per implorare aiuto dal Signore, e da tutte quante le città di Giuda venivano gli abitanti a cercare il Signore” (vv.3-4). A differenza dai nostri comportamenti più comuni, Giosafat e il popolo non rimangono paralizzati dalla paura né cominciano a preoccuparsi delle loro difese, ma si rivolgono subito e intensamente al Signore in preghiera.

Non abbiamo tempo per analizzare la preghiera riportata dal cronista, ma ci sono tre elementi indispensabili da capire. Innanzitutto, il cronista riferisce tutta quanta la preghiera in molto dettaglio perché fornirci un modello che faremmo bene a imitare in simili momenti di paura, terrore o ansia. Secondo, Giosafat si rivolge subito e intensamente al Signore in preghiera perché è convinto che “Signore, Dio dei nostri padri, non sei tu Dio dei cieli? Non sei tu che domini su tutti i regni delle nazioni? Non hai tu nelle tue mani la forza e la potenza, in modo che nessuno può resistere contro di te?” (v.6). In altre parole, Giosafat non vede una separazione tra “religione” e “vita reale”, tra la “fede” e “il modo in cui il mondo funziona”. Non ritiene la fede in Dio, e di conseguenza la preghiera, come una parte privata, inutile o estranea alla “realtà”, come si sente spesso in giro. È convinto che Dio è sovrano, che egli regna su e opera negli affari delle nazioni e che pregare è, dunque, la reazione più saggia ed efficace che ci sia!

Terzo, l’impotenza di Giosafat e del popolo non diventa un motivo per la disperazione ma per la fiducia nel Dio che viene in aiuto ai deboli: “poiché noi siamo senza forza di fronte a questa gran moltitudine che avanza contro di noi; noi non sappiamo che fare, ma gli occhi nostri sono su di te!” (v.12). Riconoscere che “noi siamo senza forza” dovrebbe farci fissare gli occhi nostri su di Dio, sapendo che il nostro aiuto viene da lui e da nessun altro. Come canta Salmo 46:1: “Dio è per noi un rifugio e una forza, un aiuto sempre pronto nelle difficoltà.”

2) Canto (20:13-25)

13 Tutto Giuda, perfino i loro bambini, le loro mogli e i loro figli stavano in piedi davanti al Signore. 14 Allora lo Spirito del Signore investì in mezzo all’assemblea Iaaziel, figlio di Zaccaria, figlio di Benaia, figlio di Ieiel, figlio di Mattania, il Levita, tra i figli di Asaf. 15 Iaaziel disse: «Porgete orecchio, voi tutti di Giuda, e voi abitanti di Gerusalemme, e tu, o re Giosafat! Così vi dice il Signore: “Non temete e non vi sgomentate a causa di questa gran moltitudine, poiché questa non è battaglia vostra, ma di Dio. 16 Domani scendete contro di loro; eccoli che vengono su per la salita di Sis, e voi li troverete all’estremità della valle, di fronte al deserto di Ieruel. 17 Questa battaglia non sarete voi a combatterla: presentatevi, tenetevi fermi e vedrete la liberazione che il Signore vi darà. O Giuda, o Gerusalemme, non temete e non vi sgomentate; domani uscite contro di loro, e il Signore sarà con voi”».

18 Allora Giosafat chinò la faccia a terra, e tutto Giuda e gli abitanti di Gerusalemme si prostrarono davanti al Signore e l’adorarono. 19 I Leviti tra i figli dei Cheatiti e tra i figli dei Corachiti si alzarono per lodare a gran voce il Signore, Dio d’Israele. 20 La mattina seguente si alzarono presto e si misero in marcia verso il deserto di Tecoa; mentre si mettevano in cammino, Giosafat, stando in piedi, disse: «Ascoltatemi, o Giuda, e voi abitanti di Gerusalemme! Credete nel Signore, vostro Dio, e sarete al sicuro; credete ai suoi profeti e trionferete!» 21 E dopo aver tenuto consiglio con il popolo, stabilì dei cantori che, vestiti dei paramenti sacri, cantassero le lodi del Signore e, camminando alla testa dell’esercito, dicessero: «Celebrate il Signore, perché la sua bontà dura in eterno!»

22 Appena cominciarono i canti di gioia e di lode, il Signore tese un’imboscata contro i figli di Ammon e di Moab e contro quelli del monte Seir che erano venuti contro Giuda; e rimasero sconfitti. 23 I figli di Ammon e di Moab assalirono gli abitanti del monte Seir per votarli allo sterminio e distruggerli; e quand’ebbero annientato gli abitanti di Seir, si diedero a distruggersi a vicenda. 24 Quando gli uomini di Giuda furono giunti sull’altura da cui si scorge il deserto, volsero lo sguardo verso la moltitudine, ed ecco i cadaveri che giacevano a terra; nessuno era scampato. 25 Allora Giosafat e la sua gente andarono a far bottino delle loro spoglie; e fra i cadaveri trovarono abbondanza di ricchezze, di vesti e di oggetti preziosi; ne presero più di quanto ne potessero portare; impiegarono tre giorni a portare via il bottino, tanto era abbondante.

A proposito del canto, arriviamo ora al punto critico e culminante del capitolo. In risposta alla preghiera di Giosafat e del popolo, il Signore gli parla tramite il profeta dicendo: “Questa battaglia non sarete voi a combatterla: presentatevi, tenetevi fermi e vedrete la liberazione che il Signore vi darà. O Giuda, o Gerusalemme, non temete e non vi sgomentate; domani uscite contro di loro, e il Signore sarà con voi” (v.17). Questo è il motivo per cui chi ha fiducia in Dio, pur essendo debole, è il più forte. Questo è il motivo per cui, come disse John Knox, chi è con Dio è sempre nella maggioranza. Il Signore ama dimostrare il suo potere nelle nostre debolezze, così per esaltare l’efficacia della sua grazia e abbassare l’arroganza umana:

ed egli mi ha detto: «La mia grazia ti basta, perché la [mia] potenza si dimostra perfetta nella debolezza». Perciò molto volentieri mi vanterò piuttosto delle mie debolezze, affinché la potenza di Cristo riposi su di me. Per questo mi compiaccio in debolezze, in ingiurie, in necessità, in persecuzioni, in angustie per amore di Cristo; perché quando sono debole, allora sono forte. (2 Corinzi 12:9-10)

Udito questo, Giosafat ubbidisce al Signore e incoraggia il popolo: “Credete nel Signore, vostro Dio, e sarete al sicuro; credete ai suoi profeti e trionferete!” (v.20). Di nuovo, non esiste qui una separazione tra la fede in Dio e la realtà del mondo: chi crede nel Signore trionferà! Poi Giosafat fa qualcosa di strano. Mette “alla testa dell’esercito” non i soldati più bravi e forti, ma “dei cantori che, vestiti dei paramenti sacri” cantano “Celebrate il Signore, perché la sua bontà dura in eterno!” (v.21). Come strategia militare, questa tattica non ha molto senso. Cosa faranno dei cantori contro un’immenso esercito nemico? Non è questo follia e una forma di suicidio? Questa tattica non avrebbe molto senso se non per la promessa di Dio che “questa battaglia non sarete voi a combatterla”. Se vincere la battaglia dipende da noi, cantare alla testa dell’esercito, come pregare e confidare in Dio, è stupido. Ma se è Dio che combatte per noi, allora cantare con fiducia nella sua presenza, nel suo potere e nella sua parola è la cosa più saggia e sensata che ci sia.

Perché la morale della storia sia indubitabile, il cronista descrive ciò che accadde nei seguenti termini: “Appena cominciarono i canti di gioia e di lode, il Signore tese un’imboscata contro i figli di Ammon e di Moab e contro quelli del monte Seir che erano venuti contro Giuda; e rimasero sconfitti” (v.22). Il cronista vuole farci capire che la coincidenza tra “i canti di gioia e di lode” e la sconfitta miracolosa dei nemici di Giuda non fu casuale. Come Dio ha precedentemente risposto alla preghiera di Giosafat, così risponde ai canti di lode del popolo con i quali esso marcia contro il nemico. È nel momento in cui il popolo comincia a cantare al Signore che egli interviene per sconfiggere totalmente la coalizione nemica. Tanto completa fu la sconfitta che, arrivati laddove fu il nemico, i giudei “volsero lo sguardo verso la moltitudine, ed ecco i cadaveri che giacevano a terra; nessuno era scampato” (v.24). La fiducia di Giuda non fu inutile, le sue preghiere non furono rivolte al nulla, e i suoi canti non furono inefficaci. La promessa di Dio valeva più della “realtà” della forza dei nemici. In una situazione apparentemente impossibile, fu la fede in Dio a trionfare.

Ora, non dobbiamo interpretare questa storia come se insegnasse che la vittoria della fede avrà sempre questa forma. La vittoria più grande di Dio sulle forze dei nemici del suo popolo non fu questa, ma piuttosto quando Cristo morì sulla croce. Spesso sono quelli che credono che rimangono uccisi per terra, e i nemici che tornano a casa sani e salvi. Ma la vittoria di questi ultimi è finta, perché come Cristo risuscitò il terzo giorno, così la debolezza della fede vincerà la più grande forza del mondo. La vera fede in Dio parla come i tre amici di Daniele (3:16-18) al re Nabucodonosor:

Sadrac, Mesac e Abed-Nego risposero al re: «O Nabucodonosor, noi non abbiamo bisogno di darti risposta su questo punto. Ma il nostro Dio, che noi serviamo, ha il potere di salvarci, e ci libererà dal fuoco della fornace ardente e dalla tua mano, o re. Anche se questo non accadesse, sappi, o re, che comunque noi non serviremo i tuoi dèi e non adoreremo la statua d’oro che tu hai fatto erigere».

Anche noi possiamo parlare così contro le paure, i pericoli e le preoccupazioni della vita. Il nostro Dio ha il potere di liberarci da questo. Ma anche se ci permette di essere gettati nella fornace ardente, come Cristo risuscitò tre giorni dopo la sua crocifissione, così anche noi risusciteremo vittoriosi nel regno di Dio. La nostra liberazione può non arrivare oggi, ma è certa.

3) Benedizione (20:26-30)

26 Il quarto giorno si radunarono nella Valle di Benedizione, dove benedissero il Signore; per questo, quel luogo è stato chiamato Valle di Benedizione fino a oggi. 27 Tutti gli uomini di Giuda e di Gerusalemme, con a capo Giosafat, partirono con gioia per tornare a Gerusalemme, perché il Signore li aveva colmati di gioia liberandoli dai loro nemici. 28 Ed entrarono a Gerusalemme e nella casa del Signore al suono dei saltèri, delle cetre e delle trombe. 29 Il terrore di Dio s’impadronì di tutti i regni degli altri paesi, quando udirono che il Signore aveva combattuto contro i nemici d’Israele. 30 Il regno di Giosafat ebbe pace; il suo Dio gli diede pace lungo tutti i confini.

Per concludere, torniamo al discorso del canto. La lezione che il cronista vuole insegnarci è chiara: non solo la preghiera, ma il canto è indispensabile per la sua efficacia nelle battaglie — soprattutto spirituali — che noi come comunità cristiana affrontiamo tutti i giorni. Il popolo cantò le lodi del Signore, canti di gioia e di vittoria prima di vedere la vittoria stessa! Dopo la sconfitta dei nemici, il popolo e il re “si radunarono nella Valle della Benedizione, dove benedissero il Signore” (v.26), ma come continuazione di ciò che avevano iniziato prima della battaglia! In altre parole, il popolo cantò prima della battaglia come se essa fossa già vinta perché, secondo la promessa di Dio, la vittoria era già sicura.

Così anche noi dobbiamo aspettare di cantare le lodi del Signore, di cantare rallegrandoci e benedicendo il Signore solo dopo aver visto con gli occhi la risoluzione dei nostri problemi, la liberazione dalle nostre paure e preoccupazioni, la lieta fine alle nostre circostanze difficili. Dobbiamo combattere con il canto stesso, anticipando la vittoria futura nella nostra debolezza presente. E quando combattiamo con il canto di fede, questo brano ci insegna che è in realtà il Signore che combatte per noi e garantisce la vittoria. Questa vittoria possiamo non vederla ora, né domani, né dopodomani, neanche in questa vita. Ma possiamo essere certi che la vedremo. Per questo motivo cantiamo:

Se legioni di demoni ci voglion inghiottire,

Perché per noi il Signore è, non ci farann impaurire

Furioso è il re di queste tenebre

Ma lui fine avrà, sappiamo che basterà

Un detto sol per vincerlo

Quella parola resisterà agli attacchi dei nemici suoi

Promessa della vincita son lo Spirito e i doni

Ci tolgan ogni ben che al mondo appartien

Il corpo uccidan pur, la nostra vita è sicur

Il regno sempre resterà

La Storia della Chiesa in un Anno: Johann Christoph Blumhardt e il Combattimento Spirituale (46/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: Johann Christoph Blumhardt e il Combattimento Spirituale (46/52)

L’intervento del Dio vivente è più forte oggi di quanto molti credono. Dio vuole manifestarsi come colui che è qualcosa e che fa qualcosa adesso. Parlando del Regno di Dio, proclamiamo che Gesù Cristo non è morto. Egli non è semplicemente qualcuno che è apparso duemila anni fa, un personaggio del passato di cui conserviamo alcuni ricordi e insegnamenti. No, proprio come Gesù ha vissuto duemila anni fa, vive ancora oggi. Egli vuole trionfare in mezzo a noi per l’onore di Dio. (Christoph Friedrich Blumhardt)

Oggi come oggi molti sono contenti di essere “religiosi” o “spirituali” se ciò non li disturba o complica le loro vite. Per loro, Dio è più un’idea che il Signore vivente, e il regno di Dio è più una frase pia che una forza operativa. La vita e il ministero di Johann Christoph Blumhardt (1805-1880) però rendono insostenibile questa mentalità. Blumhardt era il pastore tedesco della piccola parrocchia luterana a Möttlingen, situato nello stato di Baden-Württemberg, quando, nel 1841, una giovane ragazza di nome Gottliebin Dittus gli si presentò soffrendo di tormenti inspiegabili e apparentemente incurabili. Mentre le sue afflizioni avevano lasciato perplessi i medici, a Blumhardt bastò poco tempo per capire che erano dovute all’oppressione diabolica.

Così iniziò il combattimento di Blumhardt per l’anima e il corpo di Gottliebin non “contro sangue e carne, ma contro i principati, contro le potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità, che sono nei luoghi celesti” (Efesini 6:12). Per questo motivo, le armi del suo combattimento consistevano di: “la verità per cintura”, “la corazza della giustizia”, “come calzature … lo zelo dato dal vangelo della pace”, “lo scudo della fede”, “l’elmo della salvezza” e “la spada dello Spirito, che è la parola di Dio” (Efesini 6:14-17). Soprattutto, Blumhardt si accorse nella necessità di pregare “in ogni tempo, per mezzo dello Spirito, con ogni preghiera e supplica … con ogni perseveranza” (Efesini 6:18).

La lotta di Blumhardt durò due anni finché non si udì il grido dell’ultimo demonio rimasto: “Gesù è vincitore!” D’allora in poi, la vittoria di Gesù e del suo regno sul maligno si manifestarono sempre di più a Möttlingen e nei dintorni: peccati confessati, tanti convertiti, malattie guarite, rapporti risanati, fervore spirituale ravvivato, e molto altro ancora. Blumhardt insistette sempre che tali benedizioni discendevano solo dalla mano potente di Dio con lo scopo di dare un assaggio del suo regno avvenire.

Mentre non siamo mai noi a far vedere la potenza e la vittoria del regno di Dio, Gesù ci ha arruolato per svolgere un indispensabile servizio: pregare incessantemente: “Venga il tuo regno!” Se ce ne rendiamo conto o no, siamo sempre coinvolti nello stesso combattimento in cui lottò Blumhardt, e come lui dobbiamo sempre mettere in pratica questo comandamento: “prendete la completa armatura di Dio, affinché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver compiuto tutto il vostro dovere” (Efesini 6:13).