Atti 19:23-41: Il teatro del vangelo

1) Atti 19: Il vangelo a Efeso

1.1) La città di Efeso

I fatti narrati in Atti 19 accadono all’incirca dell’anno 55 quando Paolo, durante il suo terzo viaggio missionario, arriva a Efeso, una grande e influente città sulla costa dell’Asia Minore, l’odierna Turchia. Luca, l’autore di Atti, indica che il ministero di Paolo a Efeso è stato particolarmente fecondo, non solo nel fondare lì una forte e fervente chiesa ma anche nel far sì che dopo due anni “tutti coloro che abitavano nell’Asia, Giudei e Greci, udirono la Parola del Signore” (19:10). Essendo sulla costa, Efeso aveva un grande porto ed era un importante crocevia di commercio e transito. Questo ha permesso a Paolo di venir in contatto con persone provenienti da lontano e di predicare loro il vangelo, così che Efeso è diventato un centro di ampia diffusione della parola di Dio in tutta quella regione.

Notiamo questo non però per trascurare quel che è successo tra gli abitanti di Efeso stesso, che è stato, in una parola, straordinario. Come vediamo in questo capitolo, Efeso era famoso all’epoca per il culto della dea Diana, alla quale era dedicato uno dei templi più belli del mondo. Questo tempio era infatti una delle sette meravaglie antiche, e genti da tutte le parti venivano lì per adorare. E come accade sempre in luoghi turistici, si era formata una grande industria basata sulla vendita di statuette, “tempietti” (19:24), e altri souvenir legati alla deità.

Inseparable, inoltre, dal culto di Diana a Efeso era la pratica della magia — non quei giochi di prestigio che fanno divertire i bambini a feste di compleanno, ma la magia vera e propria, mirata a far uso dei poteri spirituali sia benevoli che maligni. Gli antichi vivevano con una consapevolezza dell’invisibile realtà spirituale molto più sentita e sviluppata rispetto a noi moderni, ed Efeso era famoso (forse un po’ come Torino oggi!) come centro di conoscenze esoteriche e pratiche occultistiche. Ancora oggi sono conservati talismani, amuleti e manoscritti con incantesimi e riti magici rimasti dall’Efeso antico. Se uno all’epoca voleva aiuto o protezione dagli spiriti maligni, se voleva guarigione da malattie attribuite agli stessi, o se voleva imparare a usufruire delle energie considerate benevole, poteva andare a Efeso sapendo che lì avrebbe trovato risposte alle proprie domande. In poche parole, Efeso era nel mondo antico un baluardo del regno di Satana.

1.2) Il ministero di Paolo

È in questo contesto che Paolo arriva e porta l’arma del regno di Dio, il vangelo di Gesù Cristo. E quanto più forte delle tenebre risulta il potere della Parola! Leggiamo che cosa succede:

Poi entrò nella sinagoga, e qui parlò con molta franchezza per tre mesi, esponendo con discorsi persuasivi le cose relative al regno di Dio. Ma siccome alcuni si ostinavano e rifiutavano di credere dicendo male della Via in presenza della folla, egli, ritiratosi da loro, separò i discepoli e insegnava ogni giorno nella scuola di Tiranno. 10 Questo durò due anni. Così tutti coloro che abitavano nell’Asia, Giudei e Greci, udirono la Parola del Signore. 11 Dio intanto faceva miracoli straordinari per mezzo di Paolo; 12 al punto che si mettevano sopra i malati dei fazzoletti e dei grembiuli che erano stati sul suo corpo, e le malattie scomparivano e gli spiriti maligni uscivano.

13 Or alcuni esorcisti itineranti giudei tentarono anch’essi di invocare il nome del Signore Gesù su quelli che avevano degli spiriti maligni, dicendo: «Io vi scongiuro, per quel Gesù che Paolo annuncia». 14 Quelli che facevano questo erano sette figli di un certo Sceva, giudeo, capo sacerdote. 15 Ma lo spirito maligno rispose loro: «Conosco Gesù, e so chi è Paolo; ma voi chi siete?» 16 E l’uomo che aveva lo spirito maligno si scagliò su tutti loro; e li trattò in modo tale che fuggirono da quella casa, nudi e feriti. 17 Questo fatto fu risaputo da tutti, Giudei e Greci, che abitavano a Efeso; e tutti furono presi da timore, e il nome del Signore Gesù era esaltato. 18 Molti di quelli che avevano creduto venivano a confessare e a dichiarare le cose che avevano fatte. 19 Fra quanti avevano esercitato le arti magiche, molti portarono i loro libri e li bruciarono in presenza di tutti; e, calcolatone il prezzo, trovarono che era di cinquantamila dramme d’argento. 20 Così la Parola di Dio cresceva e si affermava potentemente.

La storia dell’arrivo, non tanto di Paolo, ma della Parola che lui portava è una di grande potenza. I “miracoli straordinari” compiuti da Dio “per mezzo di Paolo” — guarigioni ed esorcismi — dimostravano la superiorità del regno di Dio sul regno di Satana e la supremazia del nome di Gesù al di sopra di ogni altro nome in cielo e sulla terra. Anche la buffa vicenda dei sette figli di Sceva mette in risalto l’autenticità del vangelo predicato da Paolo: i demoni erano in grado di distinguere il vero potere al quale erano costretti a ubbidire da quello che era solo una messinscena. Così, quando Paolo ha predicato il nome di Gesù a Efeso, il suo messaggio è stato confermato (come succede ancora oggi nelle parti del mondo dove il mondo spirituale è più “visibile”) da segni miracolosi innegabili. Quando gli efesini hanno visto il potere del nome di Gesù, il risultato è stato altrettanto straordinario: molti hanno creduto e hanno rinunciato ai loro idoli e alle pratiche demoniache in cui erano stati coinvolti.

Particolarmente indicativo dell’enorme impatto del vangelo a Efeso è il valore dei libri magici che i nuovi credenti hanno distrutto col fuoco. Abbiamo già notato che Efeso era famoso per la produzione di oggetti e manoscritti occultistici, che costituiva una parte non insignificante dell’economia. Qui Luca ci dice che il valore dei libri bruciati “era di cinquantamila dramme d’argento”, una cifra che, tradotta in termini contemporanei, è uguale a circa cinque milioni di euro. Quindi, una somma di non poco conto. Luca ci dice questo per farci capire quanto è stato efficace il vangelo a Efeso, tanto da spronare i nuovi credenti a buttare via in effetti cinque milioni di euro!

1.3) Il tumulto

È ovvio che un colpo così grande all’economia locale non sarebbe passato inosservato. Il resto del capitolo 19 riporta infatti le ripercussioni. Leggiamo dal v.23 in poi:

23 In quel periodo vi fu un gran tumulto a proposito della nuova Via. 24 Perché un tale, di nome Demetrio, orefice, che faceva tempietti di Diana in argento, procurava non poco guadagno agli artigiani. 25 Riuniti questi e gli altri che esercitavano il medesimo mestiere, disse: «Uomini, voi sapete che da questo lavoro proviene la nostra prosperità; 26 e voi vedete e udite che questo Paolo ha persuaso e sviato molta gente non solo a Efeso, ma in quasi tutta l’Asia, dicendo che quelli costruiti con le mani non sono dèi. 27 Non solo vi è pericolo che questo ramo della nostra arte cada in discredito, ma che anche il tempio della grande dea Diana non conti più, e che sia perfino privata della sua maestà colei che tutta l’Asia e il mondo adorano». 28 Essi, udite queste cose, accesi di sdegno, si misero a gridare: «Grande è la Diana degli Efesini!»

29 E la città fu piena di confusione; e trascinando con sé a forza Gaio e Aristarco, macedoni, compagni di viaggio di Paolo, si precipitarono tutti d’accordo verso il teatro. 30 Paolo voleva presentarsi al popolo, ma i discepoli glielo impedirono. 31 Anche alcuni magistrati dell’Asia, che gli erano amici, mandarono a pregarlo di non avventurarsi nel teatro. 32 Intanto, chi gridava una cosa, chi un’altra; infatti l’assemblea era confusa; e i più non sapevano per quale motivo si fossero riuniti. 33 Dalla folla fecero uscire Alessandro, che i Giudei spingevano avanti. E Alessandro, fatto cenno con la mano, voleva tenere un discorso di difesa davanti al popolo. 34 Ma quando si accorsero che era giudeo, tutti, per quasi due ore, si misero a gridare in coro: «Grande è la Diana degli Efesini!»

35 Allora il segretario, calmata la folla, disse: «Uomini di Efeso, c’è forse qualcuno che non sappia che la città degli Efesini è la custode del tempio della grande Diana e della sua immagine caduta dal cielo? 36 Queste cose sono incontestabili; perciò dovete calmarvi e non fare nulla in modo precipitoso; 37 voi infatti avete condotto qua questi uomini, i quali non sono né sacrileghi né bestemmiatori della nostra dea. 38 Se dunque Demetrio e gli artigiani che sono con lui hanno qualcosa contro qualcuno, ci sono i tribunali e ci sono i proconsoli: si facciano citare gli uni e gli altri. 39 Se poi volete ottenere qualcos’altro, la questione si risolverà in un’assemblea regolare. 40 Infatti corriamo il rischio di essere accusati di sedizione per la riunione di oggi, non essendovi ragione alcuna con la quale poter giustificare questo tumulto». 41 Detto questo, sciolse l’assemblea.

Luca dà molta attenzione a questa vicenda, quasi la metà del capitolo. Deve essere dunque molto importante, e nel resto di questo studio ci focalizzeremo su di essa. Cominciamo con la domanda che dobbiamo sempre porre di fronte alle narrative bibliche: perché l’autore ha voluto riferire questa storia? Più di due anni Paolo ha trascorso a Efeso, e Luca avrebbe potuto scrivere tante altre cose, ma ha voluto scrivere e farci sapere questo. Perché? Il racconto del tumulto a Efeso c’insegna almeno tre cose importanti che riguardano ciò che vorrei chiamare “il teatro del vangelo”. Per anticipare: proprio come al teatro — o possiamo includere anche il cinema, o le trasmissioni televisive — si fanno spettacoli che possono, sì, intrattenere, ma di più sono mini-rappresentazioni comiche o tragiche dell’esperienza umana, così anche è la chiesa: la comunità di persone chiamate fuori dal regno di Satana per rappresentare il regno di Dio davanti al mondo. La chiesa è in pratica un “teatro del vangelo”, dove quelli ancora nel regno di Satana possono vedere uno spettacolo (se solo un’anteprima) del regno di Dio, di come sarà il mondo dopo che in Cristo tutte le cose saranno fatte nuove. Il tumulto a Efeso — che non a caso ha luogo nel famoso teatro della città — fornisce a Luca un’ottima occasione per farci comprendere quest’aspetto molto importante della vita cristiana. Consideriamo adesso tre elementi della narrativa che contribuiscono a questo tema.

2) Il teatro del vangelo

2.1) La follia dell’idolatria

Il primo elemento che viene fuori chiaramente è la follia dell’idolatria. Il tumulto che finisce con quasi tutta la città in subbuglio, inzia con un certo Demetrio, orefice, parte del gruppo di artigiani efesini che fanno “tempietti di Diana in argento” (v.24) per vendere ai tanti pellegrini che arrivano a Efeso per adorare la divinità patronale. Luca ci informa che la produzione di questi oggetti “procurava non poco guadagno agli artigiani” (v.24), e sono naturalmente arrabbiati che la predicazione di un certo ebreo di nome Paolo sta facendo crollare la loro attività. Abbiamo già visto l’impatto economico della distruzione dei libri magici. Di conseguenza, questo Demetrio e altri del “medesimo mestiere” (v.25) fomentano un tumulto contro Paolo e gli altri cristiani della città dicendo che “questo Paolo ha persuaso e sviato molta gente non solo a Efeso, ma in quasi tutta l’Asia, dicendo che quelli costruiti con le mani non sono dèi” (v.26).

Ora, è ovvio che l’interesse di Demetrio e gli altri artigiani è principalmente economico, ma sanno che gli efesini sono fieri che la loro città è il centro mondiale del culto di Diana, e su questo fanno leva per suscitare un movimento contro Paolo, per evitare che “il tempio della grande dea Diana non conti più, e che sia perfino privata della sua maestà colei che tutta l’Asia e il mondo adorano” (v.27). Sono furbi, questi artigiani, e con questa retorica riescono a incitare un tumulto contro Paolo. Paolo stesso viene salvato da alcuni “discepoli” e “magistrati” (v.30-31), ma la folla afferra “Gaio e Aristarco, macedoni, compagni di viaggio di Paolo” e li porta al teatro, una grande struttura che poteva ospitare circa ventimila persone (v.29).

Senza nessun intervento, sarebbe finito male per Gaio e Aristarco, ma uno degli ufficiali della città, il “segretario”, riesce a calmare la folla e gli salva la vita. Forse il segretario non è del tutto disinteressato, avvertendo che “corriamo il rischio di essere accusati di sedizione per la riunione di oggi, non essendovi ragione alcuna con la quale poter giustificare questo tumulto” (v.40). Il governo locale era soggetto al potere di Roma, e quindi era meglio per tutti che si risolvesse la questione per vie legali. Il tumulto rischiava di incorrere in una rappresaglia da parte dell’impero, e così “sciolse l’assembea” (41).

L’intervento del segretario nella narrativa serve per evidenziare la follia della folla. Non c’è stata veramente, come dice, “ragione alcuna con la quale poter giustificare questo tumulto”. Ma nel senso che forse neanche il segretario ha capito, non c’è stata ragione alcuna perché ciò che aveva in fondo istigato il tumulto — l’idolatria — è senza ragione, e questo è il punto. L’idolatria — mettere, servire, adorare qualcosa di creato come se fosse il Creatore — è per natura irragionevole e senza senso. Questo viene fuori nella narrativa anche in modo un po’ buffo quando nel v.32 riporta che “chi gridava una cosa, chi un’altra; infatti l’assemblea era confusa; e i più non sapevano per quale motivo si fossero riuniti”. Questo è quello che l’idolatria fa all’essere umano: lo rende stupido e insensato, perché l’essere umano diventa come ciò che adora. Lo dice esplicitamente 2 Re 17:15:

Andarono dietro a cose vane [qui intese come idoli], diventando vani essi stessi.

Può essere un idolo vero e proprio, come Diana di Efeso, o può essere un idolo più subdolo come l’avidità del denaro, cioè l’idolo che hanno maggiormente servito Demetrio e gli artigiani efesini. Ma qualunque cosa sia, l’idolatria porta sempre a questa fine: alla confusione, alla stupidità, all’insensibilità, al caos, e (senza l’intervento di un salvatore) alla morte.

Il lato ironico di questa storia è che l’idolatria si spaccia sempre per bella, buona, amorevole, e tollerante. Il mondo di Paolo non era molto diverso dal nostro in questo aspetto. La cultura greco-romana era politeista, che per definizione tollera un’ampia gamma di idee, filosofie e religioni. Vuoi credere in Diana di Efeso? Va bene! Oppure vuoi credere in Mitra, una divinità solare persiana che aveva un grande seguito nell’impero romano? Va bene anche lui! Vuoi magari servire l’onnipresente dio Mammona, cioè il denaro? Ottimo! Sei libero di scegliere l’opzione religiosa che fa per te. Cosa potrebbe essere più bello, più consolante, più tollerante di questo pluralismo religioso? Ma guai se arriva un Paolo che predica Gesù, nome al di sopra di ogni nome, l’unico Signore al quale ogni ginocchio si piegherà, l’unico Salvatore per il quale siamo salvati! No, un Paolo non possiamo affatto tollerare! Tolleriamo tutto sì, a patto che tutto sia d’accordo con noi! Non possiamo tollerare qualcuno che non tollera tutto! Siamo dunque intolleranti di Paolo e del Gesù che egli predica nel nome della tolleranza!

Questo ragionamento è palesemente ipocrita. Nessuno tollera tutto. Nessuno ama e accetta tutto. Ed è così che oggi, come allora, l’idolatria si nasconde dietro una maschera di bontà e amore verso tutti. Per il mondo, è l’idolatria che ha senso, che ha ragione, è la strada che porta alla pace e alla felicità. Ma quando arriva il vangelo di Cristo, l’illusione scompare, e la farsa viene smascherata. Il vangelo rivela che il diritto del mondo è storto, che l’onore del mondo è vergogna, che la ragione del mondo è irragionevole, e che tutti i suoi idoli sono solo portatori di confusione e morte. Qui, in Atti 19, vediamo uno spettacolo che ci fa vedere la follia dell’idolatria in maniera comica e tragica allo stesso tempo.

Credo non sia un caso che tutto ciò accada in un teatro.

2.2) La spada della testimonianza

Oltre la follia dell’idolatria, il secondo elemento da notare è la “spada” della testimonianza. Abbiamo appena accennato a questo, ma vale la pena approfondirlo. Contro alcune idee popolari, Gesù non era un mero maestro di buona morale, o di amore e pace verso tutti. In Matteo 10:34-36 Gesù stesso ha detto:

34 Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a metter pace, ma spada. 35 Perché sono venuto a mettere l’uomo contro suo padre, la figlia contro sua madre e la nuora contro sua suocera; 36 e i nemici dell’uomo saranno quelli stessi di casa sua.

La “spada” a cui Gesù si riferisce è la parola del vangelo che crea divisione tra chi l’accetta e chi la rifiuta. Questa spada la vediamo all’opera a Efeso, la spada che taglia via una gran parte del guadagno degli artigiani e dei mercanti, che getta l’intera città in confusione, e che mette in pericolo la vita di Paolo e gli altri cristiani. Certo, il tumulto è in fondo provocato, come detto prima, dall’idolatria. Ma finché gli idoli del mondo hanno il monopolio sui cuori, sui pensieri e sui portafogli delle persone, sono contenti di dargli per un po’ l’illusione della pace e della felicità. Sin dal giardino d’Eden, la tentazione al peccato risulta così efficace perché promette il bene. È molto più facile tenere un popolo assoggettato se si offrono loro come schiavi in cambio del bene promesso dai dominatori.

Ma come vediamo in questo spettacolo (letteralmente!) teatrale, il vangelo mostra gli idoli per quelli che sono veramente. Rileggiamo che cosa dice infatti Demetrio:

26 e voi vedete e udite che questo Paolo ha persuaso e sviato molta gente non solo a Efeso, ma in quasi tutta l’Asia, dicendo che quelli costruiti con le mani non sono dèi. 27 Non solo vi è pericolo che questo ramo della nostra arte cada in discredito, ma che anche il tempio della grande dea Diana non conti più, e che sia perfino privata della sua maestà colei che tutta l’Asia e il mondo adorano.

Se Gesù è l’unico Signore, nessun altro lo è. Se Gesù è l’unico vero Dio, nessun altro lo è. Se Gesù è l’unico Salvatore, nessun altro lo è. Il vangelo proclama tutto ciò, e quindi la conclusione di Demetrio è giusta: il vangelo dimostra che “quelli costruiti con le mani non sono dèi”. Ma agli idoli del mondo, che vogliono essere adorati come dèi, non piace essere esposti come idoli, come impostori, contraffazioni e promotori di male e morte anziché pace e vita. Il tumulto a Efeso illustra che cosa succede quando il dominio degli idoli viene minacciato dalla spada del vangelo, la rabbia con cui reagiscono e la violenza che usano. Se hanno crocifisso Gesù, che cosa faranno ai suoi servi? La persecuzione contro i cristiani a Efeso è un esempio di quello che tutti i fedeli testimoni di Gesù devono aspettarsi dal mondo. Se brandiamo la spada del vangelo, non dobbiamo sorprenderci che a qualcuno non piacerà esserne ferita. Ma dobbiamo comunque fortificarci nella conoscenza che se soffriamo a causa della spada del vangelo, partecipiamo alle sofferenze di Cristo e saremo premiati nel tempo giusto. Come dice 1 Pietro 4:12-16:

12 Carissimi, non vi stupite per l’incendio che divampa in mezzo a voi per provarvi, come se vi accadesse qualcosa di strano. 13 Anzi, rallegratevi in quanto partecipate alle sofferenze di Cristo, perché anche al momento della rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare. 14 Se siete insultati per il nome di Cristo, beati voi! Perché lo Spirito di gloria, lo Spirito di Dio, riposa su di voi. 15 Nessuno di voi abbia a soffrire come omicida, o ladro, o malfattore, o perché si immischia nei fatti altrui; 16 ma se uno soffre come cristiano non se ne vergogni, anzi glorifichi Dio, portando questo nome.

2.3) La chiesa teatrale

Il terzo elemento di questa storia ci porta verso la conclusione di questo studio. Il tumulto a Efeso ha luogo nel teatro, suggerendo che qui dobbiamo vedere una specie di spettacolo del regno di Dio, in cui si manifestano la follia dell’idolatria (che di solito passa per saggezza) e la spada del vangelo (che abbatte il regno di Satana e suscita la sua ira). Ma infine, dobbiamo vedere qui che è la chiesa stessa che funge da teatro del vangelo. È evidente che il vero potere dietro tutto quello che accade in Atti 19 è la Parola di Dio: la parola del Cristo crocifisso che (per citare Paolo stesso) “per i Giudei è scandalo, e per gli stranieri pazzia; ma per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio” (1 Corinzi 1:23-24). Ma la Parola non arriva tramite una voce incorporea; Gesù manda i suoi servi per testimoniarla. In Atti 19, è Paolo che arriva come testimone del vangelo, insieme ai suoi colleghi missionari e poi dopo con coloro che credono e vengono battezzati come membri della chiesa. È per questo che, mentre il vero potere in Atti 19 è il vangelo, la figura che rappresenta questo potere è Paolo. È da Paolo che gli Efesini sentono nominare Gesù Cristo. È da Paolo che ascoltano il messaggio che questo Gesù è l’unico vero Dio e i loro dèi non sono altro che idoli. È dunque a Paolo che la loro rabbia viene principalmente indirizzata. È Paolo che si trova in pericolo, ed è a causa della loro associazione con Paolo che Gaio e Aristarco vengono trascinati dalla folla nel teatro.

In tutto questo, quindi, vediamo Paolo e i suoi con-testimoni che sono al centro di questa storia come i rappresentanti in carne e ossa della Parola di Dio. Questi sono gli attori sul palco, e le loro vite costituiscono uno spettacolo del regno di Dio davanti al mondo. E affinché non pensiate che quest’idea sia una sforzatura del testo biblico da parte mia, leggiamo quello che Paolo stesso ha scritto in 1 Corinzi 4:9-13:

Poiché io ritengo che Dio abbia messo in mostra noi, gli apostoli, ultimi fra tutti, come uomini condannati a morte; poiché siamo diventati uno spettacolo [in greco letteralmente “un teatro”] al mondo, agli angeli e agli uomini. 10 Noi siamo pazzi a causa di Cristo, ma voi siete sapienti in Cristo; noi siamo deboli, ma voi siete forti; voi siete onorati, ma noi siamo disprezzati. 11 Fino a questo momento noi abbiamo fame e sete. Siamo nudi, schiaffeggiati e senza fissa dimora, 12 e ci affatichiamo lavorando con le nostre proprie mani; ingiuriati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; diffamati, esortiamo; 13 siamo diventati, e siamo tuttora, come la spazzatura del mondo, come il rifiuto di tutti.

Paolo ha scritto questa lettera alla chiesa di Corinto, sì, ma l’ha scritta mentre era a Efeso (16:8) nel periodo narrato in Atti 19. Anche se non posso saperlo con certezza, sono dell’idea che mentre scriveva queste parole Paolo aveva in mente proprio il tumulto per cui due dei suoi collaboratori erano stati quasi ammazzati nel teatro dalla folla. Forse Paolo, riflettendo su quest’esperienza, l’ha voluta poi usare per descrivere tutta la vita cristiana. Non solo le nostre parole, ma anche le nostre vite — e in particolare le nostre sofferenze e le persecuzioni che subiamo per il nome di Cristo — costituiscono uno spettacolo teatrale in cui il mondo non solo ascolta la nostra testimonianza ma anche vede una rappresentazione delle sofferenze del Cristo crocifisso che predichiamo. La vita del testimone deve essere conforme al contenuto della sua testimonianza. Se il contenuto del messaggio cristiano è in fondo Cristo crocifisso, allora il portatore di questo messaggio cercherà di fare della propria vita un piccolo spettacolo della croce. In quanto è l’intera comunità cristiana e non un qualsiasi credente individuale a essere il testimone del corpo di Cristo crocifisso, è l’intera comunità cristiana che è chiamata a mettere in scena il vangelo, soprattutto nel modo in cui partecipa alle sofferenze di Cristo davanti al mondo che guarda.

Per essere chiari: parliamo di “rappresentare” Cristo e non di “ripresentare” Cristo. Contro la chiesa romana, la comunità cristiana non si sostituisce a Cristo, le sue sofferenze non sono salvifiche, e le sue attività (come la comunione o l’Eucharistia) non ri-presentano al mondo le opere compiute da Gesù una volta per sempre. Ecco perché l’analogia del teatro (o il cinema) è così utile. Se vediamo uno spettacolo che fa vedere un evento storico, sappiamo che quello spettacolo, o quel film, non fa vedere l’evento stesso. Fa vedere una rappresentazione dell’evento, di come poteva essere accaduto, e nel caso di un film storicamente fedele, forse come l’evento è realmente accaduto. Ma noi spettatori non siamo ingannati. Sappiamo che è solo una rappresentazione, solo una testimonianza dell’evento vero.

Così è con la nostra testimonianza cristiana. Le nostre vite non saranno mai più di una pallida rappresentazione e testimonianza di Cristo. Ma, come vediamo in Atti 19, Gesù opera potentemente tramite le nostre povere rappresentazioni e testimonianze per abbattere il regno di Satana e edificare la sua chiesa al suo posto. Come ci saranno sempre errori anche nei film in cui i produttori cercano di rendere tutti i dettagli più veritieri possibile, così qualsiasi “teatro del vangelo” che noi facciamo vedere al mondo avrà grandi problemi e difetti. Sbaglieremo molto, e spesso saremo povere imitazioni di Gesù. Nonostante ciò, a Gesù piace usarci in questo modo, ed è un grande privilegio far parte del cast del più bello spettacolo di tutti: quello del regno di Dio.

Che Dio ci conceda la grazia di essere partecipi sempre più fedeli in questo spettacolo, di sopportare con pazienza e coraggio la nostra porzione delle sofferenze di Cristo, e di essere usati, come lui vuole usarci, per diffondere la sua Parola in un mondo dominato dall’idolatria. Amen.

Giovanni 9: La benedizione della cecità

1) La luce del mondo (Giovanni 9:1-5)

1 Passando vide un uomo che era cieco fin dalla nascita. I suoi discepoli lo interrogarono, dicendo: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?» Gesù rispose: «Né lui ha peccato, né i suoi genitori; ma è così affinché le opere di Dio siano manifestate in lui. Bisogna che io compia le opere di colui che mi ha mandato mentre è giorno; la notte viene in cui nessuno può operare. Mentre sono nel mondo, io sono la luce del mondo».

Nel capitolo 9 del vangelo di Giovanni, vediamo cristallizzarsi alcuni dei temi principali sempre presenti nella narrativa sin dall’inizio: la luce contro le tenebre; il giorno contro la notte. Ricordiamo in particolare vv.4-9 del primo capitolo:

In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini. La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta. Vi fu un uomo mandato da Dio, il cui nome era Giovanni; egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo di lui. Egli stesso non era la luce, ma venne per rendere testimonianza alla luce. La vera luce che illumina ogni uomo stava venendo nel mondo.

Abbiamo visto nei vari episodi raccontati finora l’impatto di questa “vera luce” sul mondo delle tenebre, riassunto nel 3:19-21:

19 … la luce è venuta nel mondo, e gli uomini hanno amato le tenebre più della luce, perché le loro opere erano malvagie. 2Perché chiunque fa cose malvagie odia la luce e non viene alla luce, affinché le sue opere non siano scoperte; 21 ma chi mette in pratica la verità viene alla luce, affinché le sue opere siano manifestate, perché sono fatte in Dio.

Poi nel capitolo 7, abbiamo imparato che l’incomprensione e l’incredulità da parte dei molti nei confronti della luce non sono dovute solo al loro rifiuto di comprendere e credere ma anche (e soprattutto!) alla decisione da parte della luce stessa di splendere in modo da manifestarsi soltanto agli occhi della fede. Il conflitto fra Gesù e i Giudei nel capitolo 8 ha dimostrato l’assoluta incompatibilità della luce e le tenebre, l’impossibilità di conciliarsi o di concedere un momento di tregua (evidenziata dal tentativo dei Giudei di lapidare Gesù nel v.59). La guerra tra la luce di Dio e le tenebre del mondo infurierà finché non ci sia vincitore.

Ora, nel capitolo 9, questa guerra si concentra intorno a un povero uomo, mendicante perché “cieco fin dalla nascita”. Quest’uomo, pur essendo letteralmente cieco, diventa nel vangelo di Giovanni un simbolo della lotta tra la luce e le tenebre proprio perché la sua particolare afflizione è una vivida illustrazione della realtà spirituale che di solito passa inosservata. Giovanni riferisce la guarigione di quest’uomo come un fatto realmente avvenuto, ma vuole anche che vediamo in esso una sorta di parabola che rende visibile la guerra spirituale e anticipa quale ne sarà il risultato. Il suo scopo per noi lettori è che diventiamo più consapevoli della realtà invisibile in cui siamo costantemente immersi e della guerra spirituale in cui siamo sempre coinvolti, e che la nostra fede si rafforzi affinché, come dice Paolo in Efesini 6:13, possiamo “resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver compiuto tutto il [nostro] dovere”.

Ma dobbiamo essere cauti se, dopo aver letto i primi cinque versetti di Giovanni 9, pensiamo di poter prevedere già come andrà a finire. I discepoli servono da avvertimento, perché quando, in compagnia di Gesù, incontrano l’uomo cieco, credono di aver già intuito la causa della sua miseria:

«Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?»

Certo, ai discepoli resta il dubbio su chi ha sbagliato per aver causato la cecità dell’uomo, ma la possibilità che si sbaglino loro non gli viene affatto in mente. Sono convinti di aver inquadrato la situazione, e quindi (probabilmente) come si risolverà.

Ma alla loro domanda Gesù fa com’è solito fare e fa esplodere gli schemi:

Né lui ha peccato, né i suoi genitori; ma è così affinché le opere di Dio siano manifestate in lui.

Questo merita un momento di riflessione, perché come i discepoli, anche noi siamo propensi a ‘schematizzare’ la vita, soprattutto le sue difficoltà, per farcene una ragione, chiedendo: “perché è successo questo?”. Ma la Bibbia non ci permette di essere dogmatici sul “perché”. A volte nelle Scritture, la sofferenza è il castigo divino per il peccato. In Numeri 12, Miriam, la sorella di Mosè, viene colpita dalla lebbra perché comincia a parlare contro suo fratello. Ma non è sempre così. Giobbe infatti viene afflitto da una malattia molto dolorosa proprio perché rifiuta di rinunciare alla sua fede in Dio quando passa attraverso una serie di terribili tragedie.

Non possiamo dunque, in base alle Scritture, dire sempre con certezza che una particolare difficoltà è dovuta a una particolare causa. Questo è perché le Scritture, in genere, non sono neanche interessate a risolvere la questione, perché alla fine non aiuta. Che importanza ha veramente sapere “chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco”? Tanto l’uomo rimane cieco! No, quello che interessa alle Scritture (perché è quello che interessa a Gesù) è come “le opere di Dio” saranno “manifestate in lui” quando recupera la vista. Queste sono “le opere” che Gesù dice di essere stato mandato per fare: non per spiegare un filosofico “perché” della sofferenza, ma per disperdere le tenebre, per creare un nuovo giorno di luce e libertà, per rimediare a tutto quello che affligge e distrugge il buon creato di Dio. Questa è la luce che, se camminiamo in essa invece di preoccuparci di questioni inutili, renderà sicuro ogni nostro passo. Solo se ci atteniamo a ciò che Dio ha rivelato in Gesù possiamo vivere nel nuovo giorno che ha creato; tutto il resto appartiene alla notte.

Quindi, quando ci troviamo nella sofferenza, la nostra domanda non dovrebbe essere: “perché mi è successo questo?” ma piuttosto: “come manifesterà Dio la sua fedeltà, il suo potere, la sua grazia, e il suo amore in questo?” Spesso non potremmo mai sapere il perché, ma possiamo sempre essere certi che in tutto e in tutti Dio ha un disegno “affinché le sue opere siano manifestate”, affinché la sua luce risplenda sempre di più.

2) La nuova creazione (Giovanni 9:6-13)

Detto questo, sputò in terra, fece del fango con la saliva, gli spalmò il fango sugli occhi e gli disse: «Va’, làvati nella vasca di Siloe» (che significa «mandato»). Egli dunque andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Perciò i vicini e quelli che l’avevano visto prima, perché era mendicante, dicevano: «Non è questo colui che stava seduto a chiedere l’elemosina?» Alcuni dicevano: «È lui». Altri dicevano: «No, ma gli somiglia». Egli diceva: «Sono io». 10 Allora essi gli domandarono: «Com’è che ti sono stati aperti gli occhi?» 11 Egli rispose: «Quell’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me ne ha spalmato gli occhi e mi ha detto: “Va’ a Siloe e làvati”. Io quindi sono andato, mi son lavato e ho recuperato la vista». 12 Ed essi gli dissero: «Dov’è costui?» Egli rispose: «Non so». 13 Condussero dai farisei colui che era stato cieco. 14 Or era in giorno di sabato che Gesù aveva fatto il fango e gli aveva aperto gli occhi.

“Detto questo”, Gesù si mette subito al lavoro nel v.6. La sua metodologia nel guarire l’uomo può sembrare strana: sputa in terra, fa del fango e gli spalma il fango sugli occhi. Perché? Anche se il testo non ce lo dice esplicitamente, lascia intendere che Gesù fa sì che la guarigione del cieco sia considerata un atto di nuova creazione, un tema a cui abbiamo già accennato. Come Dio formò l’uomo dalla terra in Genesi 2, così Gesù “forma” dalla terra occhi nuovi che permetterà al cieco di vedere (e non solo fisicamente ma anche spiritualmente!). Questo è confermato quando scopriamo nel v.14 che:

…era in giorno di sabato che Gesù aveva fatto il fango e gli aveva aperto gli occhi.

Perché di nuovo è importante sapere questo come nel caso del paralitico in Giovanni 5? Sempre in Genesi 2, leggiamo che:

Il settimo giorno Dio compì l’opera che aveva fatta, e si riposò…

Mentre il sabato era dunque il giorno del riposo anche per i Giudei, Gesù continuava a operare perché, dopo la caduta di Genesi 3, c’era una nuova creazione da fare, di cui l’uomo cieco diventa un bellissimo campione. Finché non tutte le cose saranno fatte nuove (Apocalisse 21:5), Dio continuerà a operare, e così opera Gesù, non solo durante la settimana ma anche — e soprattutto — in giorno di sabato!

Ma di nuovo non tutti comprendono che la guarigione dell’uomo indica l’arrivo della nuova creazione in mezzo a quella vecchia. Non tutti rimangono convinti che è proprio lui, l’uomo nato cieco, che ora ci vede (v.9). Com’è possibile? Ma l’uomo insiste: “Sono io”, e la gente vuole sapere: “Com’è che ti sono stati aperti gli occhi?” (v.10). L’uomo non sa dire altro che nominare “quell’uomo che si chiama Gesù” (v.11), e la gente decide di portare il fatto all’attenzione dei farisei che dovrebbero essere in grado di constatare la verità.

3) Il giudizio delle tenebre (Giovanni 9:15-41)

1) La falsa indagine (9:15-23)

15 I farisei dunque gli domandarono di nuovo come egli avesse recuperato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». 16 Perciò alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non è da Dio perché non osserva il sabato». Ma altri dicevano: «Come può un uomo peccatore compiere tali segni?» E vi era disaccordo tra di loro. 17 Essi dunque dissero di nuovo al cieco: «Tu, che dici di lui, poiché ti ha aperto gli occhi?» Egli rispose: «È un profeta». 18 I Giudei però non credettero che lui fosse stato cieco e avesse recuperato la vista, finché non ebbero chiamato i genitori di colui che aveva recuperato la vista 19 e li ebbero interrogati così: «È questo vostro figlio che dite essere nato cieco? Com’è dunque che ora ci vede?» 20 I suoi genitori risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; 21 ma come ora ci veda non lo sappiamo, né sappiamo chi gli abbia aperto gli occhi; domandatelo a lui; egli è adulto, parlerà lui di sé». 22 Questo dissero i suoi genitori perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che se uno avesse riconosciuto Gesù come Cristo, sarebbe stato espulso dalla sinagoga. 23 Per questo i suoi genitori dissero: «Egli è adulto, domandatelo a lui».

Così nel v.15 incomincia il “processo” che concluderà alla fine del capitolo con un “giudizio” che dichiarerà il vincitore del conflitto tra la luce di Dio e le tenebre del mondo. Abbiamo iniziato il nostro studio caratterizzando questo conflitto come una “guerra”, e questo linguaggio resta ancora valido anche se adesso il testo ci costringe a parlarne in termini di un processo legale. In ogni caso, lo scontro è sempre presente, e quando non esiste possibilità di fare pace, ci potrà essere alla fine un solo vincitore.

I farisei aprono un’indagine per appurare i fatti. Dopo aver interrogato l’uomo, non si concordano sull’accaduto. Alcuni condannano Gesù a prescindere perché sembra aver violato il sabato, ma altri dubitano che un tale trasgressore possa “compiere tali segni” (v.16). Molti, inoltre, non credono neanche che l’uomo guarito sia stato veramente cieco. Decidono dunque di convocare e interrogare i genitori dell’uomo; chi conoscerà meglio l’uomo guarito se non i propri genitori? Però, di fronte alle domande dei Giudei, i genitori danno solo riposte evasive: “Sì, questo è nostro figlio. Sì, è nato cieco. Pare che adesso ci veda, ma come non lo sappiamo, e non lo sappiamo nemmeno chi l’abbia guarito. Se vi interessa avere risposte a queste domande, bisogna chiedere a lui, tanto è un adulto responsabile!”

Poi nel vv.22 Giovanni aggiunge un commento penetrante e illuminante:

22 Questo dissero i suoi genitori perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che se uno avesse riconosciuto Gesù come Cristo, sarebbe stato espulso dalla sinagoga.

Questo commento ci dice non solo che i genitori dell’uomo guarito probabilmente sanno più di quanto vogliano ammettere e rispondono così perché hanno paura dei Giudei, ma anche (e più importante ancora) che hanno paura perché i Giudei hanno “già” deciso di scomunicare dalla sinagoga chiunque avrebbe riconosciuto Gesù come Cristo, una punizione che all’epoca comportava non solo un’esclusione religiosa ma anche un totale ostracismo sociale. Ma più della severità delle conseguenze, qui scopriamo che il verdetto ricercato dai Giudei è stato già determinato in anticipo. Questo processo è una farsa, la loro indagine è falsa, perché la loro intenzione non è di scoprire la verità ma di sovvertirla! Hanno già nei loro cuori pronunciato giudizio contro Gesù e stanno solo cercando qualche pretesto per poterlo screditare pubblicamente. Se riescono a dimostrare che l’uomo apparentemente guarito è invece un bugiardo, possono accusare Gesù di inganno. Se l’uomo è stato effettivamente guarito, possono comunque condannare Gesù per aver violato il sabato.

B) La vera testimonianza (9:24-24)

24 Essi dunque chiamarono per la seconda volta l’uomo che era stato cieco, e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». 25 Egli dunque rispose: «Se egli sia un peccatore, non lo so; una cosa so: che ero cieco e ora ci vedo». 26 Essi allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?» 27 Egli rispose loro: «Ve l’ho già detto e voi non avete ascoltato. Perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare suoi discepoli anche voi?» 28 Essi lo insultarono e dissero: «Tu sei discepolo di costui! Noi siamo discepoli di Mosè. 29 Noi sappiamo che a Mosè Dio ha parlato; ma in quanto a costui, non sappiamo di dove sia». 30 L’uomo rispose loro: «Questo poi è strano, che voi non sappiate di dove sia; eppure mi ha aperto gli occhi! 31 Si sa che Dio non esaudisce i peccatori; ma se uno è pio e fa la volontà di Dio, egli lo esaudisce. 32 Da che mondo è mondo non si è mai udito che uno abbia aperto gli occhi a uno nato cieco. 33 Se quest’uomo non fosse da Dio, non potrebbe fare nulla». 34 Essi gli risposero: «Tu sei tutto quanto nato nel peccato e insegni a noi?» E lo cacciarono fuori.

È nel v.24 che i Giudei scoprono le loro carte quando di nuovo interrogano l’uomo guarito, ma questa volta le loro domande diventano un ordine quando cominciano a perdere la pazienza:

«Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore».

I Giudei non sono interessati alla verità; nessuna prova riuscirà a fargli cambiare idea. Hanno già determinato nelle loro menti che Gesù è un peccatore. Particolarmente indicativa è la frase: “Da’ gloria a Dio”, perché queste sono le stesse parole con cui Giosuè costringe Acan a confessare il peccato che ha commesso quando ha rubato alcuni dei tesori interdetti di Gerico (Giosuè 7:19). Nel contesto di Giosuè 7, Acan era stato già individuato dal Signore come il colpevole davanti a tutto il popolo d’Israele, quindi sarebbe stato inutile provare a negarlo. Qui la convinzione dei Giudei è altrettanto risoluta: “Dai, ammetti che Gesù è un peccatore, è inutile dire altrimenti”.

A questo punto, la testimonianza dell’uomo guarito costituisce un netto contrasto con le azioni dei Giudei. Mentre essi vogliono solo propagare falsità, l’uomo guarito può solo testimoniare la verità:

25 una cosa so: che ero cieco e ora ci vedo.

Quando i Giudei gli chiedono ancora come è stato guarito, l’uomo rimane quasi divertito:

27… Ve l’ho già detto e voi non avete ascoltato. Perché volete udirlo di nuovo?

Poi, forse un po’ ingenuamente (o forse anche no!), l’uomo gli fa una domanda provocatoria:

Volete forse diventare suoi discepoli anche voi?

A questo i Giudei replicano prima con insulti e disprezzo, ma poi la situazione diventa grave quando, ai loro occhi, quest’uomo “nato nel peccato” (v.34, e qui ricordiamo la domanda dei discepoli nel v.2) si arroga il diritto di insegnare a loro, i maestri istruiti e stimati. Chiaramente, l’uomo non si comporta in modo arrogante o presuntuoso nei loro confronti; egli testimonia soltanto la semplice verità che dovrebbe essere ovvia a qualsiasi osservatore obiettivo:

33 Se quest’uomo [Gesù] non fosse da Dio, non potrebbe fare nulla.

Il problema, però, è che nessuno qui è un osservatore obiettivo, e quindi, scandalizzati oltre misura, i Giudei cacciano l’uomo fuori, esattamente come i suoi genitori temevano.

C) Il grande rovescio (9:35-41)

35 Gesù udì che lo avevano cacciato fuori; e, trovatolo, gli disse: «Credi nel Figlio dell’uomo?» 36 Quegli rispose: «Chi è, Signore, perché io creda in lui?» 37 Gesù gli disse: «Tu l’hai già visto; è colui che ti sta parlando». 38 Egli disse: «Signore, io credo». E l’adorò. 39 Gesù disse: «Io sono venuto in questo mondo per fare un giudizio, affinché quelli che non vedono vedano, e quelli che vedono diventino ciechi». 40 Alcuni farisei, che erano con lui, udirono queste cose e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?» 41 Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane.

Pur essendo perso alla sinagoga, l’uomo viene trovato da Gesù. E non solo, perché è a questo punto che Gesù gli si rivela come il Cristo, il “Figlio dell’uomo”, e l’uomo guarito dalla cecità fisica viene guarito anche dalla cecità spirituale:

38 Egli disse: «Signore, io credo». E l’adorò.

È interessante che Gesù si riveli pienamente all’uomo solo dopo che viene espulso dai Giudei, come per sottolineare ancora una volta che bisogna credere per vedere, e non viceversa. Ma il punto principale è altro, ed è qui che scopriamo il risultato del processo, il vincitore del conflitto, cioè il “giudizio” che nel v.39 Gesù dice di essere venuto per fare. Qual è questo giudizio?

…affinché quelli che non vedono vedano, e quelli che vedono diventino ciechi.

Dobbiamo riflettere bene su questa frase in quanto distilla in poche parole tutto il messaggio di Giovanni 9. E, come detto prima, dobbiamo essere cauti nel presumere di sapere già che cosa significa.

Il significato della prima parte della frase — “affinché quelli che non vedono vedano” — è più trasparente. Questo descrive perfettamente l’esperienza dell’uomo nato cieco che poi viene guarito da Gesù. All’inizio del capitolo, era un misero mendicante a causa della sua cecità, ma dopo aver incontrato Gesù, è stato reso capace di vedere non solo con gli occhi del corpo ma anche con gli occhi della fede, e per questo ha creduto e anche adorato Gesù come il Signore.

Ma che cosa vuol dire la seconda parte della frase: affinché “quelli che vedono diventino ciechi”? Di nuovo, in un senso, anche questa è abbastanza chiara grazie all’esempio dei Giudei. Quando dichiarano nel v.24: “Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore”, lasciano intendere che loro, a differenza dell’uomo cieco, sono in grado di discernere la falsità in Gesù e non essere da lui ingannati. Lasciano intendere anche che loro, a differenza di Gesù, non sono peccatori. Poi, quando nel v.34 chiamano l’uomo guarito un peccatore che non ha nessun diritto di insegnare a loro, lasciano intendere che loro, a differenza di chiunque altro, sono i custodi e maestri della verità. In poche parole, questi sono quelli che “vedono” ma, dopo aver incontrato Gesù, diventano ciechi. La stessa luce che illumina gli occhi di uno può, come il sole, abbagliare gli occhi di un altro.

Ma è proprio qui che dobbiamo essere molto cauti, di non identificarci subito con il cieco che diventa vedente e dissociarci dai vedenti che diventano ciechi. Questo è il pericolo a cui abbiamo accennato prima, la presunzione di sapere come tutto andrà a finire. Il giudizio è questo, che Gesù ha fatto sì che “quelli che vedono diventino ciechi”; ma una volta diventati ciechi, non è possibile che valga anche per loro la prima parte del giudizio? Se i vedenti si trovano adesso nel posto occupato dal cieco, non è possibile che anche loro possano incontrare Gesù come Guaritore e non come Accecatore? È possibile che la luce del mondo che prima li ha abbagliati possa dopo illuminarli? Ricordiamoci che l’uomo che alla fine del capitolo è capace di vedere era cieco all’inizio; cioè anche lui ha dovuto essere per un tempo cieco affinché potesse essere guarito da Gesù. Non è possibile dunque che Dio deve far sì che tutti diventino ciechi affinché tutti diventino vedenti?

E se questo è vero — se la severità di Dio risulta alla fine benevola — non è possibile che sia vero anche il contrario — che la benevolenza di Dio può risultare alla fine severa? Quelli che prima erano ciechi ma poi guariti dalla grazia di Dio, possono presumere sempre di vedere mentre tutti gli altri sono ancora ciechi? Non può il loro vedere — tutto dovuto alla grazia di Dio — diventare una forma di cecità se s’insuperbiscono nei confronti dei non ancora guariti? E se succede questo, non può la benevolenza di Dio — la stessa benevolenza che li ha guariti dalla cecità — non può risultare severa nei loro confronti per umiliarli, per ricordargli che anche loro sono ciechi se non per la grazia che non hanno meritato?

Questo è infatti l’insegnamento di Paolo in Romani 11:17-23 dove, invece della cecità, usa l’analogia dei rami selvatici (cioè i ciechi) che vengono innestati al posto dei rami naturali (cioè i vedenti):

17 Se alcuni rami sono stati troncati, mentre tu, che sei olivo selvatico, sei stato innestato al loro posto e sei diventato partecipe della radice e della linfa dell’olivo, 18 non insuperbirti contro i rami; ma se ti insuperbisci, sappi che non sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te. 19 Allora tu dirai: «Sono stati troncati i rami perché fossi innestato io». 20 Bene: essi sono stati troncati per la loro incredulità e tu rimani stabile per la fede; non insuperbirti, ma temi. 21 Perché se Dio non ha risparmiato i rami naturali, non risparmierà neppure te. 22 Considera dunque la bontà e la severità di Dio: la severità verso quelli che sono caduti; ma verso di te la bontà di Dio, purché tu perseveri nella sua bontà; altrimenti, anche tu sarai reciso. 23 Allo stesso modo anche quelli, se non perseverano nella loro incredulità, saranno innestati; perché Dio ha la potenza di innestarli di nuovo.

Questo è infatti ciò che impariamo in Giovanni 9. Consideriamo la bontà e la severità di Dio, la bontà che guarisce i ciechi e la severità che acceca i vedenti, ma anche la bontà che può guarire i vedenti accecati e la severità che può accecare di nuovo i guariti. Non ci si può beffare di Dio, non si può prendere alla leggera la sua grazia né trattarla come la propria prerogativa. Se Dio nella sua severità benevola ci ha abbattuto affinché ci ravvedessimo, la sua benevolenza severa dovrebbe tenerci lì in ginocchio pentiti e contriti davanti a lui. Dobbiamo gioire perché in Gesù siamo diventati figli di Dio, ma non dobbiamo gioire perché siamo diventati figli di Dio noi non altri. Servite il Signore con timore e gioite con tremore” ci esorta Salmo 2:11, e il principio della saggezza è il timore del Signore” ci insegna Proverbi 9:10.

E alla fine, tutto questo è dovuto, come sempre, alla croce di Cristo a cui Giovanni 9 ci prepara ulteriormente. Qual è la risposta giusta se chiediamo: È la croce di Cristo la rivelazione della bontà di Dio o della severità di Dio? È la manifestazione della grazia di Dio o del giudizio di Dio? È il fulgore della luce che illumina gli occhi o che abbaglia gli occhi? La risposta non può essere “o questo o quello” ma “sia questo che quello”. La croce è il luogo dove Dio ha rivelato la sua bontà nella sua severità verso Gesù al posto di noi peccatori, ed è anche il luogo dove Dio ha rivelato la sua severità verso i nostri peccati nella sua bontà nel caricarli su Gesù. La croce ha manifestato la grazia di Dio nel giudicare in Gesù tutte le colpe del mondo, e ha manifestato anche il giudizio di Dio nel perdonarle tutte una volta per sempre. Sulla croce, Gesù si è dimostrato “la vera luce che illumina ogni uomo” (Giovanni 1:9), perché lì ha aperto gli occhi di un centurione pagano affinché credesse in lui, ma allo stesso tempo ha accecato gli occhi dei Giudei che potevano solo insultarlo come una pallida imitazione del Messia. Ma non va dimenticato che molti di questi stessi Giudei, quello stesso anno alla festa della Pentecoste, hanno ascoltato la testimonianza di Pietro e gli altri apostoli e, compunti nel cuore, si sono ravveduti anche loro e sono stati battezzati nel nome di Gesù per il perdono dei peccati (Atti 2:37-41).

Il messaggio di Giovanni 9 dovrebbe essere dunque semplice ma forte, incoraggiante ma impressionante, portando conforto ma anche facendo riflettere, sia per credenti sia per non credenti. Nessuno occhio è troppo cieco che Dio non lo possa guarire, e nessuno occhio è così guarito che non abbia ancora costante bisogno della grazia per non tornare a essere cieco. I vedenti devono umiliarsi sotto la severità benevola di Dio, confessando la loro cecità e ravvedendosi della loro illusione di poterci vedere. I ciechi devono rallegrarsi della benevolenza severa di Dio, che li ha fatti essere per un tempo ciechi affinché possano ora essere guariti e veder manifestarsi le opere di Dio in loro.

Concludiamo tornando a Romani 11 per vedere come Paolo ha concluso il discorso che abbiamo citato prima:

33 Oh, profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto inscrutabili sono i suoi giudizi e ininvestigabili le sue vie! 34 Infatti «chi ha conosciuto il pensiero del Signore? O chi è stato suo consigliere?» 35 «O chi gli ha dato qualcosa per primo, sì da riceverne il contraccambio?» 36 Perché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui sia la gloria in eterno. Amen.

Apocalisse 6: I Sigilli della Storia e l’Ira dell’Agnello

1) Introduzione

6:1 Poi vidi quando l’Agnello aprì uno dei sette sigilli

Quando l’apostolo Paolo si riferisce al “buon combattimento della fede” (1 Timoteo 6:12), parla di una questione che affronta tutte le persone a prescindere dalle loro prospettive religiose. Siamo costantemente assaliti da voci che cercano di persuaderci di porre fiducia in esse, dalle pubblicità che vogliono farci credere che saremo felici se compriamo il prodotto che vendono, ai politici che promettono di realizzare i nostri sogni più grandi se li votiamo. Questo è evidente anche nella pandemia COVID perché (come ho sentito qualcuno dire recentemente) è difficile sapere la verità del virus quando esperti da ogni lato — dai catastrofisti ai complottisti — ci danno informazioni contraddittorie. Tutti i giorni sentiamo dichiarazioni, affermazioni, e opinioni che mirano a ottenere la nostra fiducia, e noi siamo costretti a lottare per capire a chi dobbiamo ascoltare e a chi no. Anche quelli che dicono di non fidarsi più di nessuno stanno semplicemente mettendo tutta la loro fiducia in se stessi, cioè nella loro intelligenza e nelle loro capacità di discernere la verità dalla menzogna. Alla fine, tutto questo non è altro che un “combattimento di fede”: tra quelli che combattono per vincere la nostra fiducia e noi che cerchiamo di capire a chi o a cosa dare retta.

Ciò che rende in particolare la fede cristiana un combattimento è che essa riguarda soprattutto cose che non si possono vedere con gli occhi o toccare con le mani. Non voglio dire che la fede cristiana manchi di concretezza o praticità, ma solo che in fondo essa si basa sulla parola di Dio. Crediamo che sia così perché Dio ha detto che è così. In più, crediamo che sia così perché Gesù Cristo, la Parola di Dio in carne umana, ci ha fatto vedere in se stesso che è così. Tuttavia, resta vero che, come dice Paolo in 2 Corinzi 5:7, “camminiamo per fede e non per visione”, e di conseguenza anche il più forte e convinto credente avrà a volte dei dubbi al riguardo. Dopo un po’ che i nostri amici, conoscenti, colleghi di lavoro, vicini di casa, o anche familiari ci dicono che dobbiamo essere mezzo pazzi per credere in Gesù, cominciamo anche noi a chiederci se è così. Ecco qui l’importanza del libro dell’Apocalisse.

“Apocalisse”, che letteralmente vuol dire “svelare”, è stato scritto dall’apostolo Giovanni alle chiese che erano, a continuano a essere, tentati a credere che il mondo sia così come ci appare: che i primi siano i primi e gli ultimi siano gli ultimi, che i grandi non servano gli altri ma si facciano servire dagli altri, che i vincitori siano i forti, i belli, i ricchi e i bravi, e spesso che il male sia pù potente del bene. Lo scopo di Apocalisse è di smascherare queste percezioni ed esporre i loro inganni, di togliere il velo che ci nasconde il vero potere dell’universo e farci vedere che, come afferma 1 Giovanni 5:4: “questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede”. Per quanto sembra strano e misterioso, il libro dell’Apocalisse è un’arma indispensabile nel buon combattimento della fede del credente.

Nei capitoli 4 e 5 di Apocalisse, Giovanni riesce a sbirciare “dietro le quinte”, e vede il trono celeste di Dio attorno al quale le creature viventi e gli angeli cantano incessantemente le lodi dell’Altissimo. Nella visione che Giovanni riferisce vediamo che sul trono più alto del cosmo non c’è né uomo né nessun’altra creatura ma Dio Creatore del cielo e della terra. Egli è il sovrano assoluto e indiscusso, e tiene nella sua mano un libro sigillato da sette sigilli. Questo è il libro che rappresenta il suo piano per il compimento della storia dell’universo. I suoi decreti che sono scritti dentro sono “fedeli e veritieri”, e nessuno è in grado di contrastarli o frustrarne l’adempimento.

Poi, Giovanni vede nella visione che nessuno è degno e capace di aprire il libro e rivelarne il contenuto se non uno solo: il Signore Gesù Cristo, raffigurato come il Leone vincitore e l’Agnello immolato per togliere il peccato del mondo. Gesù e Gesù solo ha sconfitto i potere del male e della morte, ed è a lui Dio ha dato il nome al di sopra di ogni altro nome, e il potere al di sopra di ogni altro potere. Apocalisse ci fa vedere che Gesù è il Signore di tutto e di tutti; non solo in un senso spirituale divorziato dalle realtà fisiche, politiche, scientifiche, storiche, e culturali del mondo; non solo un signore tra tanti altri. Lui è il Signore di tutto ciò. Ed è dunque solo lui che è degno e in grado di prendere in mano il libro del destino del mondo e aprirne i sigilli, dando così il via agli avvenimenti che alla fine porteranno alla vittoria finale di Dio e della venuta del suo regno in ogni angolo del mondo. Il capitolo 6 di Apocalisse rivela il contenuto del libro e narra questi avvenimenti man mano che Gesù — sempre designato “l’Agnello” — apre i sigilli del libro uno alla volta. Tutto questo mira a fortificare la nostra fede, a rendere più ferma la nostra risolutezza di essere fedeli a Cristo, e ad avere coraggio e franchezza nel testimoniarlo agli altri. Consideriamo adesso il contenuto dei sigilli.

2) I Primi Quattro Sigilli: I Quattro Cavalli (6:1-8)

A) 1° sigillo: il cavallo bianco (vv.1-2)

6:1 Poi vidi quando l’Agnello aprì uno dei sette sigilli e udii una delle quattro creature viventi, che diceva con voce come di tuono: «Vieni». Guardai e vidi un cavallo bianco. Colui che lo cavalcava aveva un arco; e gli fu data una corona, ed egli venne fuori da vincitore, e per vincere.

Quando l’Agnello apre il primo sigillo, Giovanni vede venir fuori un cavallo bianco, e il cavaliere che ha un arco. Questo è il primo dei famosi “quattro cavalli dell’Apocalisse” che molti conoscono anche tra quelli che non hanno mai letto la Bibbia. Le immagini di questi cavalli e dei loro cavalieri sono ovviamente simboliche, come il linguaggio in tutto il libro di Apocalisse. Come Gesù non è letteralmente un agnello, così non c’è letteralmente un cavallo bianco col cavaliere che ha un arco. Il significato è da ricercare in ciò che questi cavalli e gli altri simboli rappresentano. Qui il colore del cavallo è importante: bianco, lo stesso colore che indossa Gesù e lo stesso colore del cavallo sul quale egli tornerà nel capitolo 19 per stabilire il suo regno sulla terra. Ma è chiaro che non è Gesù a calvacare questo cavallo, perché è Gesù ad aprire il sigillo che gli permette di venir fuori!

No, questo cavaliere è un impostore, una pallida imitazione di Cristo che viene fuori “da vincitore, e per vincere”. Altrove questo è chiamato “l’anticristo” o “lo spirito dell’anticristo” per tenta di usurpare il posto che spetta solo a Gesù. Nel capitolo 5, è Gesù solo che viene acclamato il vincitore, ma qui vediamo un altro che si arroga lo stesso titolo e diritto. Questo cavaliere rappresenta ogni cosa o ogni persona all’infuori di Cristo che pretende di essere “la via, la verità e la vita”. Può essere un politico o un partito politico; può essere una filosofia o ideologia, puo essere il denaro, può essere persino un prodotto sul mercato che promette di cambiare la nostra vita in bene se ci fidiamo dei produttori abbastanza da spendere i nostri soldi per comprarlo. In poche parole, il cavaliere bianco — l’anticristo — è un idolo, quello che chiede la fiducia e la lealtà che spettano solo a Cristo. E considerando quanto è diffusa l’idolatria nel mondo, non è difficile vedere quanto è efficace questo cavaliere nel “vincere” i cuori, le menti, e le anime delle persone.

B) 2° sigillo: il cavallo rosso (vv.3-4)

Quando l’Agnello aprì il secondo sigillo, udii la seconda creatura vivente che diceva: «Vieni». E venne fuori un altro cavallo, rosso; e a colui che lo cavalcava fu dato di togliere la pace dalla terra affinché gli uomini si uccidessero gli uni gli altri, e gli fu data una grande spada.

L’apertura del secondo sigillo fa venire fuori un cavallo rosso, il colore del sangue. Questo è infatti ciò che accade, perché il cavaliere rosso toglie la pace dalla terra e fomenta conflitti dai quali risultano tanti morti. Naturalmente i conflitti più gravi e sanguinosi sono le guerre, ma l’impatto di questo cavallo è ben più ampio. Anche liti tra vicini di casa possono sfociare in violenza. È difficile, se non impossibile, che passiamo una giornata senza imbatterci in qualche conflitto, o uno in cui siamo coinvolti o uno di cui siamo testimoni. La storia umana è una storia del conflitto, e così sarà fino alla fine. Finché l’uomo è ingannato dallo spirito dell’anticristo e va dietro a idoli, sarà disposto a fare qualsiasi cosa per ottenere quello che desidera, anche quando deve far male agli altri.

C) 3° sigillo: il cavallo nero (vv.5-6)

Quando l’Agnello aprì il terzo sigillo, udii la terza creatura vivente che diceva: «Vieni». Guardai e vidi un cavallo nero; e colui che lo cavalcava aveva una bilancia in mano. E udii come una voce in mezzo alle quattro creature viventi, che diceva: «Una misura di frumento per un denaro e tre misure d’orzo per un denaro, ma non danneggiare né l’olio né il vino».

Il terzo sigillo fa venire fuori un cavallo nero, il colore che rappresenta il male, la corruzione, l’ingiustizia e la sofferenza. Il cavaliere ha in mano una bilancia che dovrebbe simboleggiare la giustizia, ma in questo caso è l’opposto. Le misure usate per il frumento e l’orzo — alimenti di base — sono tante volte aumentate rispetto a quelle giuste, mentre l’olio e il vino — alimenti di lusso — rimangono invariati. Questo indica un’ingiustizia economica in cui i poveri vengono sfruttati in modo che non possano comprare da mangiare mentre i ricchi continuano a godersi i loro cibi succulenti.

D) 4° sigillo: il cavallo giallastro (vv.7-8)

Quando l’Agnello aprì il quarto sigillo, udii la voce della quarta creatura vivente che diceva: «Vieni». Guardai e vidi un cavallo giallastro; e colui che lo cavalcava si chiamava Morte, e gli veniva dietro l’Ades. Fu dato loro potere sulla quarta parte della terra, per uccidere con la spada, con la fame, con la mortalità e con le belve della terra.

L’Agnello apre il quarto sigillo e fa uscire il quarto e ultimo cavallo di colore giallastro, il colore della malattia e del morire. Questo cavaliere si chiama appunto “Morte”, ed è seguito dall’Ades, il soggiorno dei morti. Egli rappresenta l’effetto cumulativo dei tre cavalli precedenti: laddove c’è la guerra si muore di spada; laddove c’è sfruttamento economico si muore di fame e di malattia. A questi flagelli viene aggiunta la morte dovuta alle “belve della terra”, che sicuramente sono gli animali ma forse anche esseri umani che si comportano come tali. Spesso nei salmi i malvagi sono paragonati alle belve proprio perché le loro azioni sono disumane e perché disumanizzano le loro vittime. Comunque sia, la conseguenza di questi quattro cavalli è che la quarta parte del mondo viene colpita e uccisa, una devastazione tremenda e inimmaginabile.

A questo punto ci conviene riflettere brevemente su quanto abbiamo visto fin qui. La prima cosa importante da notare è l’ottica nella quale questi primi quattro sigilli ci fanno vedere gli avvenimenti terribili nella storia e nei giorni nostri. Tutti — conflitti, guerre, ingiustizie, corruzione, povertà, fame, pesti, cattiveria umana — fanno parte del libro che Dio ha scritto riguardante il destino del mondo. I quattro cavalli e i loro cavalieri entrano nella storia solo quando l’Agnello apre i sigilli del libro. In più, notiamo l’uso della forma passiva dei verbi: al cavaliere bianco “fu data una corona” (v.2); al cavaliere rosso “fu dato di togliere la pace dalla terra” e “gli fu data una grande spada” (v.4); al cavaliere giallastro e all’Ades “fu dato loro potere sulla quarte parte della terra per uccidere” (v.8). Per quanto riguarda il cavallo nero, è una voce “in mezzo alle quattro creature viventi” (v.6) che conducono le lodi attorno al trono di Dio che annuncia la sofferenza che seguirà. Il significato di questo è chiaro: i cavalieri possono affliggere il mondo solo nella misura in cui l’Agnello di Dio gli permette di farlo. Tutto quello che sembra il male sfrenato e fuori controllo è in realtà soggetto alla sovranità del Signore Gesù Cristo.

La seconda cosa importante da notare è che questi cavalli rappresentano soltanto le conseguenze naturali e inevitabili della ribellione umana contro Dio. È vero che i cavalli escono solo quando l’Agnello apre i sigilli del libro, ma ciò non significa che l’Agnello sia l’autore dei mali che portano. Il cavaliere bianco vince quelli che scelgono di andare dietro a idoli anziché adorare Dio. Il cavaliere rosso toglie la pace e fomenta il conflitto a quelli che si sono fatti nemici di Dio. Il cavaliere nero porta l’ingiustizia in mezzo a quelli che trasgrediscono la legge di Dio e si sono resi ingiusti davanti a lui. Il cavaliere giallastro uccide quelli che si sono allontanati dal loro Creatore e l’unica fonte della loro vita. In effetti, i sigilli danno agli esseri umani ciò che essi stessi hanno scelto. Hanno preferito gli idoli a Dio, la ribellione all’ubbidienza, l’ingiustizia alla giustizia, la morte dell’autonomia alla vita della sottomissione. Quindi, nel far entrare i quattro cavalieri nel mondo, Dio è perfettamente giusto.

Il punto di tutto ciò è doppio. Per i credenti, il messaggio è di incoraggiamento e conforto. Non bisogna mai pensare che il male sia più forte del bene, che la luce rischi di essere ingoiata dalle tenebre. Per quanto terribili e tremende, le forze del male non possono fare altro che Dio gli permette di fare, e per quanto misterioso, il proposito di Dio farà cooperare ogni male “al bene di quelli che amano Dio e che sono chiamati secondo il suo disegno” (Romani 8:28). Per i non credenti, il messaggio è di ravvedimento e salvezza. Se gli esseri umani abbandoneranno gli idoli, se saranno riconciliati con Dio, se ubbidiranno alla sua volontà e se si rivolgeranno a lui con tutto il cuore, troveranno perdono e vita eterna. Alla fine, per quanto severo, il giudizio di Dio è la manifestazione della sua misericordia che rifiuta di permettere agli esseri umani di rifiutare il suo benevolo proposito nei loro confronti.

3) Il Quinto Sigillo: I Martiri (6:9-11)

Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di quelli che erano stati uccisi per la parola di Dio e per la testimonianza che avevano resa. 10 Essi gridarono a gran voce: «Fino a quando aspetterai, o Signore santo e veritiero, per fare giustizia e vendicare il nostro sangue su quelli che abitano sulla la terra?» 11 E a ciascuno di essi fu data una veste bianca e fu loro detto che si riposassero ancora un po’ di tempo, finché fosse completo il numero dei loro compagni di servizio e dei loro fratelli, che dovevano essere uccisi come loro.

Quando l’Agnello apre il quinto sigillo, Giovanni vede qualcosa di nuovo. Non è più la terra ma il cielo che si mette a fuoco, in particolare “l’altare” che si trova nel tempio celeste di Dio. Sotto l’altare Giovanni vede “le anime di quelli che erano stati uccisi per la parola di Dio e per la testimonianza che avevano resa” (v.9). Questi sono i martiri che sembrano essere stati sconfitti dal mondo ma in realtà, come leggiamo nel 12:11, “hanno vinto per mezzo del sangue dell’Agnello e per mezzo della parola della loro testimonianza; e non hanno amato la loro vita, tanto da esporla alla morte”. Come l’Agnello ha vinto per mezzo della croce, così anche i martiri che rimangono fedeli a lui fino alla morte. È da ricordare che l’accezione originaria del termine “martire” era semplicemente “testimone”, e in questo senso tutti i credenti sono martiri quando testimoniano Gesù con coraggio e costanza.

Ma nella visione di Giovanni vengono specificati i martiri uccisi per la loro testimonianza perché esemplificano nel modo più chiaro la fede che neanche la morte può abbattere. Giovanni sente inoltre le loro suppliche che Dio intervenga per mettere fine al male e alla violenza e ristabilire la pace e la giustizia nel mondo, vendicando così il loro sangue. Gli viene detto di risposarsi “ancora un po’ di tempo” perché non è ancora “completo il numero dei loro compagni di servizio” (v.11). Anche qui il messaggio è doppio. Prima, ci conforta sapere che ci sarà una fine alle nostre sofferenze, e che la cosa peggiore che il mondo possa fare è ucciderci, aprendoci la porta a entrare nella presenza del Signore e del riposo da tutte le nostre sofferenze. Ma questo ci avverte anche che dobbiamo essere sempre pronti alla sofferenza, e persino al martirio in questo mondo, perché il numero di quelli che “devono essere uccisi” non è ancora completo.

4) Il Sesto Sigillo: L’Ira dell’Agnello (6:12-17)

12 Poi vidi quando l’Agnello aprì il sesto sigillo; e si fece un gran terremoto. Il sole diventò nero come un sacco di crine e la luna diventò tutta come sangue; 13 le stelle del cielo caddero sulla terra come quando un fico scosso da un forte vento lascia cadere i suoi fichi immaturi. 14 Il cielo si ritirò come una pergamena che si arrotola, e ogni montagna e ogni isola furono rimosse dal loro luogo. 15 I re della terra, i grandi, i generali, i ricchi, i potenti e ogni schiavo e ogni uomo libero si nascosero nelle spelonche e tra le rocce dei monti. 16 E dicevano ai monti e alle rocce: «Cadeteci addosso, nascondeteci dalla presenza di colui che siede sul trono e dall’ira dell’Agnello; 17 perché è venuto il gran giorno della loro ira. Chi può resistere?»

Ma il tempo per trattenere il giudizio finale non si prolungherà per sempre, e Dio risponderà alle preghiere dei santi di “fare giustizia e vendicare il loro sangue su quelli che abitano sulla terra” (v.10). Il tempo trascorso tra l’apertura del quinto e del sesto sigilli non è specificato, ma quanto è certo che è scritto nel libro di Dio tanto è certo che verrà “il gran giorno dell’ira dell’Agnello”. L’apertura del sesto sigillo ci porta sulla soglia della venuta del regno di Dio, quando finalmente sarà fatta la volontà di Dio come in cielo così anche in terra. Ma perché questo avvenga, Dio deve spacciare via tutto quello che lo impedisca. Così il giudizio finale sarà totale e universale. Il sole diventerà “nero come un sacco di crine” e la luna “tutta come sangue” (v.12). Il cielo si ritirerà, e “ogni montagna e ogni isola” saranno “rimosse dal loro luogo” (vv.13-14). Anche queste immagini sono simboliche, indicando la grandezza dello sconvolgimento che il giudizio di Dio effettuerà, tanto da far sembrare che persino “le stelle del cielo” stiano cadendo “sulla terra come quando un fico scosso da un forte vento lascia cadere i suoi fichi immaturi” (v.13).

In quel giorno, nessuno potrà resistere, e nella sua visione Giovanni vede che tutti saranno colpiti, indipendentemente dal loro potere, dalle loro ricchezze, o dall’onore con cui il mondo li acclama. Nessuno tra “i re della terra, i grandi, i generali, i ricchi, i potenti e ogni schiavo e ogni uomo libero” scamperà. Se la pandemia COVID è stata un grande livellatore colpendo tutti senza discriminare o fare favoritismi, il giudizio di Dio lo sarà ancora di più. E tanto terrificante sarà “l’ira dell’Agnello” che gli uomini preferiranno essere schiacciati dai monti e dalle rocce. Proviamo a immaginare uno spavento così grande da umiliare i più arroganti, da impoverire i più ricchi e da abbattere i più forti. Così sarà il gran giorno dell’ira dell’Agnello, e anche se sembra tardare, il suo futuro arrivo è certo, essendo scritto nel libro nella mano dell’Agnello.

Ma anche questo è la manifestazione della misercordia e dell’amore di Dio. Non è a caso che si tratti dell’ira “dell’Agnello”, lo stesso Agnello che si è sacrificato per togliere il peccato. Il Giudice del mondo non è altro che il Salvatore del mondo. Colui che versa la sua ira sul mondo non è altro che colui che si è sostituito al posto del mondo sotto la stessa ira. L’ira dell’Agnello è dunque l’ira del suo amore, l’amore che rifiuta di essere rifiutato, l’amore che non resta indifferente di fronte a ciò che distrugge l’amato, l’amore che è consumante come un fuoco e feroce come un urugano. L’ira dell’Agnello è lo stesso amore che ha rivelato sulla croce che ora viene manifestato in modo irresistibile e inarrestabile nei confronti di ogni singolo essere umano. E il motivo per cui a Giovanni fu concesso di vedere in anticipo questo giorno e poi di scriverlo a noi è affinché ogni peccatore abbia l’opportunità di ravvedersi e prepararsi al suo arrivo, e affinché ogni credente si fortifichi nella propria fede e speranza, mantendo ferma la testimonianza di Gesù Cristo fino alla morte.

Ecco perché abbiamo tanto bisogno di meditare a lungo su Apocalisse, perché l’inizio del libro stesso pronuncia questa benedizione: “Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e serbano le cose che vi sono scritte, perché il tempo è vicino” (1:3). Non ci resta altro che fare esattamente questo. Che Dio ci conceda la grazia tramite la sua parola di perseverare fino alla fine, rimanendo fedeli a lui e costanti nella nostra testimonianza. Amen.

2 Cronache 20:1-30: Lode Come Guerra

1) Preghiera (20:1-12)

Perché cantiamo lode al Signore? Non è sufficiente solo dire quanto è grande il Signore? Magari rispondiamo: no, bisogna cantare perché la Bibbia ci comanda di farlo. Va bene, ma c’è un motivo per cui la Bibbia ce lo comanda? Possiamo rispondere ancora: sì, Paolo ci insegna in Efesini 5:19 e Colossesi 3:16 che il canto serve perché i membri della chiesa si ammaestrino a vicenda nella parola di Dio. Questo è già buon motivo per cantare. Ma è proprio necessario il canto per l’insegnamento della parola? Non è questo lo scopo della predicazione e dello studio biblico?

In realtà, queste domande hanno in comune il desiderio di sapere cosa si fa quando la comunità cristiana canta. È un’attività un po’ strana, considerando che la gente di oggi non è solita cantare insieme. Ci aiuterà, dunque, approfondire la questione, e non c’è libro migliore di Cronache. Il cronista pone particolare enfasi sulla musica e sul canto nella sua narrazione della storia di Israele. Riporta come il re Davide costituì gruppi di leviti il cui unico compito era quello di suonare e cantare le lodi del Signore al tempio. Chiaramente, Davide riteneva la musica di gran valore, e il cronista condivide pienamente questa convinzione.

Nelle varie storie riferite in Cronache, questa che stiamo per studiare mette in rilievo il significato del canto per il popolo di Dio non solo per quanto riguardava le funzioni sacerdotali nel tempio ma anche i pericoli e le guerre che esso doveva sovente affrontare. Lunghi dal costituire un mero reportage di fatti storici, il cronista vuole usare questo episodio per spronare i suoi contemporanei, e anche noi oggi, a valorizzare di più il ruole del canto nella comunità di Dio. Il cronista non vuole solo descrivere ciò che è stato fatto nel passato; vuole anche prescrivere ciò che va fatto nel futuro. Vuole insegnarci come il canto è parte integrante della vita e della vocazione del popolo di Dio in vista del compimento del suo proposito per il mondo.

Detto questo, cominciamo a leggere il testo tratto da 2 Cronache 20:

Dopo questi fatti, i figli di Moab e i figli di Ammon, e con loro dei Maoniti, marciarono contro Giosafat per fargli guerra. Vennero dei messaggeri a informare Giosafat, dicendo: «Una gran moltitudine avanza contro di te dall’altra parte del mare, dalla Siria, ed è giunta ad Asason-Tamar, cioè En-Ghedi». Giosafat ebbe paura, si dispose a cercare il Signore e bandì un digiuno per tutto Giuda. Giuda si radunò per implorare aiuto dal Signore, e da tutte quante le città di Giuda venivano gli abitanti a cercare il Signore.

Giosafat, stando in piedi in mezzo all’assemblea di Giuda e di Gerusalemme, nella casa del Signore, davanti al cortile nuovo, disse: «Signore, Dio dei nostri padri, non sei tu Dio dei cieli? Non sei tu che domini su tutti i regni delle nazioni? Non hai tu nelle tue mani la forza e la potenza, in modo che nessuno può resistere contro di te? Non sei stato tu, Dio nostro, a scacciare gli abitanti di questo paese davanti al tuo popolo Israele, e a darlo per sempre alla discendenza di Abraamo, tuo amico? E quelli lo hanno abitato e vi hanno costruito un santuario per il tuo nome, dicendo: “Quando ci cadrà addosso qualche calamità, spada, giudizio, peste o carestia, noi ci presenteremo davanti a questa casa e davanti a te, poiché il tuo nome è in questa casa; a te grideremo nella nostra tribolazione, e tu ci udrai e ci salverai”. 10 Ora ecco che i figli di Ammon e di Moab e quelli del monte Seir, nelle cui terre non permettesti a Israele di entrare quando veniva dal paese d’Egitto – perciò egli si tenne lontano da loro e non li distrusse – 11 eccoli che ora ci ricompensano, venendo a scacciarci dall’eredità di cui ci hai dato il possesso. 12 Dio nostro, non vorrai giudicarli? Poiché noi siamo senza forza di fronte a questa gran moltitudine che avanza contro di noi; noi non sappiamo che fare, ma gli occhi nostri sono su di te!»

Ci troviamo intorno all’anno 850  a.C. Il regno unito d’Israele sotto Davide e Salomone è ormai diviso da tanto tempo, e il re che regna a Gerusalemme sul regno di Giuda è Giosafat. La storia riportata in questo capitolo inizia con la terrificante notizia che una coalizione dei nemici di Giuda, composta dei Moabiti, Ammoniti e Maoniti, si è formata per muovere guerra contro Giosafat e il popolo. La notizia che giunge alle orecchie di Giosafat tratta di una “gran moltitudine” di soldati intenzionati a distruggere il suo regno. Il cronista rende palese che l’esercito nemico è molte volte più numeroso delle forze di Giuda, e che Giosafat, naturalmente ha paura.

Importante però notare la loro reazione: “Giosafat ebbe paura, si dispose a cercare il Signore e bandì un digiuno per tutto Giuda. Giuda si radunò per implorare aiuto dal Signore, e da tutte quante le città di Giuda venivano gli abitanti a cercare il Signore” (vv.3-4). A differenza dai nostri comportamenti più comuni, Giosafat e il popolo non rimangono paralizzati dalla paura né cominciano a preoccuparsi delle loro difese, ma si rivolgono subito e intensamente al Signore in preghiera.

Non abbiamo tempo per analizzare la preghiera riportata dal cronista, ma ci sono tre elementi indispensabili da capire. Innanzitutto, il cronista riferisce tutta quanta la preghiera in molto dettaglio perché fornirci un modello che faremmo bene a imitare in simili momenti di paura, terrore o ansia. Secondo, Giosafat si rivolge subito e intensamente al Signore in preghiera perché è convinto che “Signore, Dio dei nostri padri, non sei tu Dio dei cieli? Non sei tu che domini su tutti i regni delle nazioni? Non hai tu nelle tue mani la forza e la potenza, in modo che nessuno può resistere contro di te?” (v.6). In altre parole, Giosafat non vede una separazione tra “religione” e “vita reale”, tra la “fede” e “il modo in cui il mondo funziona”. Non ritiene la fede in Dio, e di conseguenza la preghiera, come una parte privata, inutile o estranea alla “realtà”, come si sente spesso in giro. È convinto che Dio è sovrano, che egli regna su e opera negli affari delle nazioni e che pregare è, dunque, la reazione più saggia ed efficace che ci sia!

Terzo, l’impotenza di Giosafat e del popolo non diventa un motivo per la disperazione ma per la fiducia nel Dio che viene in aiuto ai deboli: “poiché noi siamo senza forza di fronte a questa gran moltitudine che avanza contro di noi; noi non sappiamo che fare, ma gli occhi nostri sono su di te!” (v.12). Riconoscere che “noi siamo senza forza” dovrebbe farci fissare gli occhi nostri su di Dio, sapendo che il nostro aiuto viene da lui e da nessun altro. Come canta Salmo 46:1: “Dio è per noi un rifugio e una forza, un aiuto sempre pronto nelle difficoltà.”

2) Canto (20:13-25)

13 Tutto Giuda, perfino i loro bambini, le loro mogli e i loro figli stavano in piedi davanti al Signore. 14 Allora lo Spirito del Signore investì in mezzo all’assemblea Iaaziel, figlio di Zaccaria, figlio di Benaia, figlio di Ieiel, figlio di Mattania, il Levita, tra i figli di Asaf. 15 Iaaziel disse: «Porgete orecchio, voi tutti di Giuda, e voi abitanti di Gerusalemme, e tu, o re Giosafat! Così vi dice il Signore: “Non temete e non vi sgomentate a causa di questa gran moltitudine, poiché questa non è battaglia vostra, ma di Dio. 16 Domani scendete contro di loro; eccoli che vengono su per la salita di Sis, e voi li troverete all’estremità della valle, di fronte al deserto di Ieruel. 17 Questa battaglia non sarete voi a combatterla: presentatevi, tenetevi fermi e vedrete la liberazione che il Signore vi darà. O Giuda, o Gerusalemme, non temete e non vi sgomentate; domani uscite contro di loro, e il Signore sarà con voi”».

18 Allora Giosafat chinò la faccia a terra, e tutto Giuda e gli abitanti di Gerusalemme si prostrarono davanti al Signore e l’adorarono. 19 I Leviti tra i figli dei Cheatiti e tra i figli dei Corachiti si alzarono per lodare a gran voce il Signore, Dio d’Israele. 20 La mattina seguente si alzarono presto e si misero in marcia verso il deserto di Tecoa; mentre si mettevano in cammino, Giosafat, stando in piedi, disse: «Ascoltatemi, o Giuda, e voi abitanti di Gerusalemme! Credete nel Signore, vostro Dio, e sarete al sicuro; credete ai suoi profeti e trionferete!» 21 E dopo aver tenuto consiglio con il popolo, stabilì dei cantori che, vestiti dei paramenti sacri, cantassero le lodi del Signore e, camminando alla testa dell’esercito, dicessero: «Celebrate il Signore, perché la sua bontà dura in eterno!»

22 Appena cominciarono i canti di gioia e di lode, il Signore tese un’imboscata contro i figli di Ammon e di Moab e contro quelli del monte Seir che erano venuti contro Giuda; e rimasero sconfitti. 23 I figli di Ammon e di Moab assalirono gli abitanti del monte Seir per votarli allo sterminio e distruggerli; e quand’ebbero annientato gli abitanti di Seir, si diedero a distruggersi a vicenda. 24 Quando gli uomini di Giuda furono giunti sull’altura da cui si scorge il deserto, volsero lo sguardo verso la moltitudine, ed ecco i cadaveri che giacevano a terra; nessuno era scampato. 25 Allora Giosafat e la sua gente andarono a far bottino delle loro spoglie; e fra i cadaveri trovarono abbondanza di ricchezze, di vesti e di oggetti preziosi; ne presero più di quanto ne potessero portare; impiegarono tre giorni a portare via il bottino, tanto era abbondante.

A proposito del canto, arriviamo ora al punto critico e culminante del capitolo. In risposta alla preghiera di Giosafat e del popolo, il Signore gli parla tramite il profeta dicendo: “Questa battaglia non sarete voi a combatterla: presentatevi, tenetevi fermi e vedrete la liberazione che il Signore vi darà. O Giuda, o Gerusalemme, non temete e non vi sgomentate; domani uscite contro di loro, e il Signore sarà con voi” (v.17). Questo è il motivo per cui chi ha fiducia in Dio, pur essendo debole, è il più forte. Questo è il motivo per cui, come disse John Knox, chi è con Dio è sempre nella maggioranza. Il Signore ama dimostrare il suo potere nelle nostre debolezze, così per esaltare l’efficacia della sua grazia e abbassare l’arroganza umana:

ed egli mi ha detto: «La mia grazia ti basta, perché la [mia] potenza si dimostra perfetta nella debolezza». Perciò molto volentieri mi vanterò piuttosto delle mie debolezze, affinché la potenza di Cristo riposi su di me. Per questo mi compiaccio in debolezze, in ingiurie, in necessità, in persecuzioni, in angustie per amore di Cristo; perché quando sono debole, allora sono forte. (2 Corinzi 12:9-10)

Udito questo, Giosafat ubbidisce al Signore e incoraggia il popolo: “Credete nel Signore, vostro Dio, e sarete al sicuro; credete ai suoi profeti e trionferete!” (v.20). Di nuovo, non esiste qui una separazione tra la fede in Dio e la realtà del mondo: chi crede nel Signore trionferà! Poi Giosafat fa qualcosa di strano. Mette “alla testa dell’esercito” non i soldati più bravi e forti, ma “dei cantori che, vestiti dei paramenti sacri” cantano “Celebrate il Signore, perché la sua bontà dura in eterno!” (v.21). Come strategia militare, questa tattica non ha molto senso. Cosa faranno dei cantori contro un’immenso esercito nemico? Non è questo follia e una forma di suicidio? Questa tattica non avrebbe molto senso se non per la promessa di Dio che “questa battaglia non sarete voi a combatterla”. Se vincere la battaglia dipende da noi, cantare alla testa dell’esercito, come pregare e confidare in Dio, è stupido. Ma se è Dio che combatte per noi, allora cantare con fiducia nella sua presenza, nel suo potere e nella sua parola è la cosa più saggia e sensata che ci sia.

Perché la morale della storia sia indubitabile, il cronista descrive ciò che accadde nei seguenti termini: “Appena cominciarono i canti di gioia e di lode, il Signore tese un’imboscata contro i figli di Ammon e di Moab e contro quelli del monte Seir che erano venuti contro Giuda; e rimasero sconfitti” (v.22). Il cronista vuole farci capire che la coincidenza tra “i canti di gioia e di lode” e la sconfitta miracolosa dei nemici di Giuda non fu casuale. Come Dio ha precedentemente risposto alla preghiera di Giosafat, così risponde ai canti di lode del popolo con i quali esso marcia contro il nemico. È nel momento in cui il popolo comincia a cantare al Signore che egli interviene per sconfiggere totalmente la coalizione nemica. Tanto completa fu la sconfitta che, arrivati laddove fu il nemico, i giudei “volsero lo sguardo verso la moltitudine, ed ecco i cadaveri che giacevano a terra; nessuno era scampato” (v.24). La fiducia di Giuda non fu inutile, le sue preghiere non furono rivolte al nulla, e i suoi canti non furono inefficaci. La promessa di Dio valeva più della “realtà” della forza dei nemici. In una situazione apparentemente impossibile, fu la fede in Dio a trionfare.

Ora, non dobbiamo interpretare questa storia come se insegnasse che la vittoria della fede avrà sempre questa forma. La vittoria più grande di Dio sulle forze dei nemici del suo popolo non fu questa, ma piuttosto quando Cristo morì sulla croce. Spesso sono quelli che credono che rimangono uccisi per terra, e i nemici che tornano a casa sani e salvi. Ma la vittoria di questi ultimi è finta, perché come Cristo risuscitò il terzo giorno, così la debolezza della fede vincerà la più grande forza del mondo. La vera fede in Dio parla come i tre amici di Daniele (3:16-18) al re Nabucodonosor:

Sadrac, Mesac e Abed-Nego risposero al re: «O Nabucodonosor, noi non abbiamo bisogno di darti risposta su questo punto. Ma il nostro Dio, che noi serviamo, ha il potere di salvarci, e ci libererà dal fuoco della fornace ardente e dalla tua mano, o re. Anche se questo non accadesse, sappi, o re, che comunque noi non serviremo i tuoi dèi e non adoreremo la statua d’oro che tu hai fatto erigere».

Anche noi possiamo parlare così contro le paure, i pericoli e le preoccupazioni della vita. Il nostro Dio ha il potere di liberarci da questo. Ma anche se ci permette di essere gettati nella fornace ardente, come Cristo risuscitò tre giorni dopo la sua crocifissione, così anche noi risusciteremo vittoriosi nel regno di Dio. La nostra liberazione può non arrivare oggi, ma è certa.

3) Benedizione (20:26-30)

26 Il quarto giorno si radunarono nella Valle di Benedizione, dove benedissero il Signore; per questo, quel luogo è stato chiamato Valle di Benedizione fino a oggi. 27 Tutti gli uomini di Giuda e di Gerusalemme, con a capo Giosafat, partirono con gioia per tornare a Gerusalemme, perché il Signore li aveva colmati di gioia liberandoli dai loro nemici. 28 Ed entrarono a Gerusalemme e nella casa del Signore al suono dei saltèri, delle cetre e delle trombe. 29 Il terrore di Dio s’impadronì di tutti i regni degli altri paesi, quando udirono che il Signore aveva combattuto contro i nemici d’Israele. 30 Il regno di Giosafat ebbe pace; il suo Dio gli diede pace lungo tutti i confini.

Per concludere, torniamo al discorso del canto. La lezione che il cronista vuole insegnarci è chiara: non solo la preghiera, ma il canto è indispensabile per la sua efficacia nelle battaglie — soprattutto spirituali — che noi come comunità cristiana affrontiamo tutti i giorni. Il popolo cantò le lodi del Signore, canti di gioia e di vittoria prima di vedere la vittoria stessa! Dopo la sconfitta dei nemici, il popolo e il re “si radunarono nella Valle della Benedizione, dove benedissero il Signore” (v.26), ma come continuazione di ciò che avevano iniziato prima della battaglia! In altre parole, il popolo cantò prima della battaglia come se essa fossa già vinta perché, secondo la promessa di Dio, la vittoria era già sicura.

Così anche noi dobbiamo aspettare di cantare le lodi del Signore, di cantare rallegrandoci e benedicendo il Signore solo dopo aver visto con gli occhi la risoluzione dei nostri problemi, la liberazione dalle nostre paure e preoccupazioni, la lieta fine alle nostre circostanze difficili. Dobbiamo combattere con il canto stesso, anticipando la vittoria futura nella nostra debolezza presente. E quando combattiamo con il canto di fede, questo brano ci insegna che è in realtà il Signore che combatte per noi e garantisce la vittoria. Questa vittoria possiamo non vederla ora, né domani, né dopodomani, neanche in questa vita. Ma possiamo essere certi che la vedremo. Per questo motivo cantiamo:

Se legioni di demoni ci voglion inghiottire,

Perché per noi il Signore è, non ci farann impaurire

Furioso è il re di queste tenebre

Ma lui fine avrà, sappiamo che basterà

Un detto sol per vincerlo

Quella parola resisterà agli attacchi dei nemici suoi

Promessa della vincita son lo Spirito e i doni

Ci tolgan ogni ben che al mondo appartien

Il corpo uccidan pur, la nostra vita è sicur

Il regno sempre resterà

La Storia della Chiesa in un Anno: Johann Christoph Blumhardt e il Combattimento Spirituale (46/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: Johann Christoph Blumhardt e il Combattimento Spirituale (46/52)

L’intervento del Dio vivente è più forte oggi di quanto molti credono. Dio vuole manifestarsi come colui che è qualcosa e che fa qualcosa adesso. Parlando del Regno di Dio, proclamiamo che Gesù Cristo non è morto. Egli non è semplicemente qualcuno che è apparso duemila anni fa, un personaggio del passato di cui conserviamo alcuni ricordi e insegnamenti. No, proprio come Gesù ha vissuto duemila anni fa, vive ancora oggi. Egli vuole trionfare in mezzo a noi per l’onore di Dio. (Christoph Friedrich Blumhardt)

Oggi come oggi molti sono contenti di essere “religiosi” o “spirituali” se ciò non li disturba o complica le loro vite. Per loro, Dio è più un’idea che il Signore vivente, e il regno di Dio è più una frase pia che una forza operativa. La vita e il ministero di Johann Christoph Blumhardt (1805-1880) però rendono insostenibile questa mentalità. Blumhardt era il pastore tedesco della piccola parrocchia luterana a Möttlingen, situato nello stato di Baden-Württemberg, quando, nel 1841, una giovane ragazza di nome Gottliebin Dittus gli si presentò soffrendo di tormenti inspiegabili e apparentemente incurabili. Mentre le sue afflizioni avevano lasciato perplessi i medici, a Blumhardt bastò poco tempo per capire che erano dovute all’oppressione diabolica.

Così iniziò il combattimento di Blumhardt per l’anima e il corpo di Gottliebin non “contro sangue e carne, ma contro i principati, contro le potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità, che sono nei luoghi celesti” (Efesini 6:12). Per questo motivo, le armi del suo combattimento consistevano di: “la verità per cintura”, “la corazza della giustizia”, “come calzature … lo zelo dato dal vangelo della pace”, “lo scudo della fede”, “l’elmo della salvezza” e “la spada dello Spirito, che è la parola di Dio” (Efesini 6:14-17). Soprattutto, Blumhardt si accorse nella necessità di pregare “in ogni tempo, per mezzo dello Spirito, con ogni preghiera e supplica … con ogni perseveranza” (Efesini 6:18).

La lotta di Blumhardt durò due anni finché non si udì il grido dell’ultimo demonio rimasto: “Gesù è vincitore!” D’allora in poi, la vittoria di Gesù e del suo regno sul maligno si manifestarono sempre di più a Möttlingen e nei dintorni: peccati confessati, tanti convertiti, malattie guarite, rapporti risanati, fervore spirituale ravvivato, e molto altro ancora. Blumhardt insistette sempre che tali benedizioni discendevano solo dalla mano potente di Dio con lo scopo di dare un assaggio del suo regno avvenire.

Mentre non siamo mai noi a far vedere la potenza e la vittoria del regno di Dio, Gesù ci ha arruolato per svolgere un indispensabile servizio: pregare incessantemente: “Venga il tuo regno!” Se ce ne rendiamo conto o no, siamo sempre coinvolti nello stesso combattimento in cui lottò Blumhardt, e come lui dobbiamo sempre mettere in pratica questo comandamento: “prendete la completa armatura di Dio, affinché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver compiuto tutto il vostro dovere” (Efesini 6:13).