Levitico 26: Per essere il vostro Dio

1) Introduzione (Levitico 26:1-2)

26:1 «“Non vi farete e non metterete in piedi né idoli, né sculture, né monumenti. Nel vostro paese non rizzerete pietre scolpite per prostrarvi davanti a loro, poiché io sono il Signore vostro Dio. Osserverete i miei sabati e porterete rispetto al mio santuario. Io sono il Signore.

Come non tante persone, io amo l’Antico Testamento. Lo amo per tanti motivi, ma soprattutto per come vedo in esso rivelarsi il Dio di Gesù Cristo che conosciamo nel Nuovo Testamento. Certo, l’Antico Testamento non parla in questi termini specifici, ma, per chi ha occhi per vedere e orecchie per udire, il Dio manifestato in esso è colui che ci ha amato così tanto che è venuto in Gesù Cristo per morire in croce per salvarci mentre eravamo ancora i suoi nemici e peccatori. Non mi stanco mai di ripetere questo: il Dio dell’Antico Testamento è il Dio di Gesù Cristo, colui che, secondo Ebrei 13:8, “è lo stesso ieri, oggi e in eterno”.

Problematici per molti, però, sono brani come quello che stiamo considerando oggi, Levitico 26. A dire il vero, tutto il libro di Levitico risulta difficile alle sensibilità contemporanee. È un libro di leggi che sembrano non finire mai. Si occupa di tante prescrizioni riguardanti il culto del tabernacolo, il sacerdozio levitico e il sacrificio di animali che, nella migliore delle ipotesi, appaiono al lettore contemporaneo antiquati e irrilevanti alle questioni del mondo attuale.

Lasciando però tutto questo a parte, il capitolo 26 di Levitico (che costituisce il suo culmine) apparentemente presenta Dio come lo stereotipato giudice severo che non tollera la più minima infrazione della sua legge ed è sempre pronto a infliggere le punizioni più estreme e devastanti. “Io vi resisterò con furore e vi castigherò sette volte di più per i vostri peccati. Mangerete la carne dei vostri figli e delle vostre figlie” (vv.28-29). Sul serio? Questo Dio, si pensa, è l’opposto della figura di Gesù Cristo che predicava un messaggio di amore, perdono e compassione. Questa caratterizzazione di Dio è, per molti, un buon motivo per non leggere l’Antico Testamento, o la Bibbia in generale, o persino per rifiutare Dio stesso: “se questo è il Dio della Bibbia, è meglio evitarlo!”

Una tale idea, benché comune, è del tutto sbagliata. Che sia del tutto sbagliata si capisce quando si impiega il tempo necessario per approfondire il linguaggio di Levitico 26 alla luce del suo contesto. Se così facciamo, vedremo che questo capitolo, insieme all’intero libro di Levitico, non sarà più un sasso d’inciampo ma una preziosa testimonianza della grandezza dell’amore di Dio per noi, lo stesso amore che si è rivelato supremamente in Gesù suo Figlio. Vedremo che (per anticipare la conclusione del capitolo nel v.45) Dio ci ama così tanto che non c’è limite a quello che farà “per essere il nostro Dio”.

Cominciamo dunque con il contesto. Qual è il significato del libro di Levitico e di questo capitolo in particolare?

2) La mia dimora in mezzo a voi (Levitico 26:1-13, 46)

26:1 «“Non vi farete e non metterete in piedi né idoli, né sculture, né monumenti. Nel vostro paese non rizzerete pietre scolpite per prostrarvi davanti a loro, poiché io sono il Signore vostro Dio. Osserverete i miei sabati e porterete rispetto al mio santuario. Io sono il Signore.

Se vi comportate secondo le mie leggi, se osservate i miei comandamenti e li mettete in pratica, io vi darò le piogge nella loro stagione, la terra darà i suoi prodotti e gli alberi della campagna daranno i loro frutti. La trebbiatura vi durerà fino alla vendemmia, e la vendemmia vi durerà fino alla semina; mangerete a sazietà il vostro pane e vivrete sicuri nel vostro paese. Io farò sì che la pace regni nel paese; voi vi coricherete e non ci sarà chi vi spaventi; farò sparire dal paese le bestie feroci e la spada non passerà per il vostro paese. Voi inseguirete i vostri nemici ed essi cadranno davanti a voi per la spada. Cinque di voi ne inseguiranno cento, cento di voi ne inseguiranno diecimila, e i vostri nemici cadranno davanti a voi per la spada. Io mi volgerò verso di voi, vi renderò fecondi e vi moltiplicherò e manterrò il mio patto con voi. 10 Voi mangerete il raccolto dell’anno precedente e, quando sarà vecchio, lo tirerete fuori per fare posto a quello nuovo. 11 Io stabilirò la mia dimora in mezzo a voi e non vi detesterò. 12 Camminerò tra di voi, sarò vostro Dio e voi sarete mio popolo. 13 Io sono il Signore vostro Dio; vi ho fatto uscire dal paese d’Egitto per liberarvi dalla schiavitù; ho spezzato il vostro giogo e vi ho fatto camminare a testa alta….

46 Tali sono gli statuti, le prescrizioni e le leggi che il Signore stabilì tra sé e i figli d’Israele, sul monte Sinai, per mezzo di Mosè.

C’è molto che possiamo scoprire sul significato di Levitico solo da questo capitolo. Il libro contiene “gli statuti, le prescrizioni e le leggi che il Signore stabilì tra sé e i figli d’Israele, sul monte Sinai, per mezzo di Mosè” (v.46). Dopo aver liberato Israele dalla schiavitù in Egitto, Dio lo conduce al monte Sinai nel deserto dove lo costituisce “mio popolo” con il patto di cui questi comandamenti fanno parte integrante (vv.12-13). Indicano come Israele dovrà essere un popolo santo, rispecchiando così la santità del suo Dio. La santità del popolo è indispensabile visto che Dio ha stabilito, e stabilirà ancora, il suo “santuario”, cioè la sua “dimora” mezzo a loro (vv.2, 11).

Letto alla luce dell’intera narrativa della Bibbia fino a questo punto, il ruolo d’Israele qui acquisisce un’importanza cruciale. Questi sono i discendenti di Abraamo attraverso i quali Dio ha promesso di portare benedizione a tutte le famiglie della terra. Questa benedizione è il rovesciamento della maledizione introdotta in Genesi 3, le terribili conseguenze del peccato illustrate dall’espulsione di Adamo ed Eva fuori dal giardino d’Eden e nel dominio della morte. Il giardino, secondo Genesi 2, fu il santuario originale, la dimora del Creatore in mezzo alle sue creature dove esse potevano vivere appieno la comunione per cui Dio le aveva create. Ma Dio promise che non avrebbe permesso al peccato di rovinare tutto per sempre. Aveva un piano per togliere il peccato, per distruggere la morte, per riconciliare l’umanità con se stesso, e per ripristinare la loro comunione in eterno.

Questo piano giunge a una tappa importante quando, alla fine di Esodo, Mosè finisce la costruzione del tabernacolo e la gloria del Signore — in forma di una nuvola e del fuoco — lo riempie, indicando che Dio finalmente è tornato ad abitare in mezzo agli esseri umani, rappresentati dai figli d’Israele. Questo tabernacolo è “l’ambasciata” della nuova creazione, e questo momento anticipa ciò che Dio intende compiere in tutto il mondo, facendolo diventare la sua santa dimora.

Israele, però, si è già dimostrato, e si dimostrerà ancora, un popolo tutt’altro che santo. È testardo e disubbidiente, propenso all’idolatria e incline all’incredulità. Come può dunque il “tre volte santo” Dio dimorare in mezzo a un popolo così impuro? Questo è il tema dominante di Levitico e l’interrogativo al cuore di tutti i suoi precetti e insegnamenti. La risposta è quella che leggiamo qui in Levitico 26:3: “Se vi comportate secondo le mie leggi, se osservate i miei comandamenti e li mettete in pratica”, allora il popolo godrà di tutte le benedizioni che risultano dall’essere in piena comunione con Dio. Levitico insegna a Israele come essere un popolo santo in modo da poter ospitare la presenza di Dio tra di loro.

È necessario notare che le benedizioni qui promesse non sono premi di cui Israele deve dimostrarsi degno e meritevole. Nel v.13 Dio gli ricorda esplicitamente: “Io sono il Signore vostro Dio; vi ho fatto uscire dal paese d’Egitto per liberarvi dalla schiavitù”. In altre parole, il Signore è già il loro Dio; non devono comportarsi bene prima che egli lo diventi. Il Signore li ha già liberati dalla schiavitù; non devono compiere opere buone prima che egli agisca a loro favore. Il fatto che il Signore gli dià questa legge per insegnargli la santità è già un dono di grazia e un segno del suo amore, perché implica che essi non siano ancora santi, altrimenti a che scopo servirebbe la legge? Le benedizioni che Dio promette a condizione dell’ubbidienza non sono quindi da intendersi come il premio per un popolo meritevole ma piuttosto come il risultato “normale” di quando si vive in piena comunione con Dio nella sua presenza. Descrivono il benessere che consegue solo, ma sempre, dalla vita santa. La santità non è un mezzo per ottenere altre cose più desiderabili; è se stessa il suo proprio premio maggiore.

3) Resisterò alla vostra resistenza (Levitico 26:18-39)

14 «“Ma se non mi date ascolto e se non mettete in pratica tutti questi comandamenti, 15 se disprezzate le mie leggi e detestate le mie prescrizioni non mettendo in pratica tutti i miei comandamenti e così rompete il mio patto, 16 ecco quel che vi farò a mia volta: manderò contro di voi il terrore, la consunzione e la febbre, che annebbieranno i vostri occhi e consumeranno la vostra vita, e seminerete invano la vostra semenza: la mangeranno i vostri nemici. 17 Volgerò la mia faccia contro di voi e voi sarete sconfitti dai vostri nemici; quelli che vi odiano vi domineranno e vi darete alla fuga senza che nessuno vi insegua.

18 Se nemmeno dopo questo vorrete darmi ascolto, io vi castigherò sette volte di più per i vostri peccati. 19 Spezzerò la superbia della vostra forza, farò in modo che il vostro cielo sia come di ferro e la vostra terra come di bronzo. 20 La vostra forza si consumerà invano, poiché la vostra terra non darà i suoi prodotti e gli alberi della campagna non daranno i loro frutti.

21 E se mi resistete con la vostra condotta e non volete darmi ascolto, io vi colpirò sette volte di più, secondo i vostri peccati. 22 Manderò contro di voi le bestie feroci, che vi rapiranno i figli, stermineranno il vostro bestiame, vi ridurranno a un piccolo numero, e le vostre strade diventeranno deserte.

23 E se, nonostante questi castighi, non volete correggervi per tornare a me, ma con la vostra condotta mi resisterete, anche io vi resisterò 24 e vi colpirò sette volte di più per i vostri peccati. 25 Manderò contro di voi la spada, che farà vendetta per la trasgressione del mio patto; voi vi raccoglierete nelle vostre città, ma io manderò in mezzo a voi la peste e sarete dati in mano al nemico. 26 Quando vi toglierò il sostegno del pane, dieci donne cuoceranno il vostro pane in uno stesso forno, vi distribuiranno il vostro pane a peso e mangerete, ma non vi sazierete.

27 E se, nonostante tutto questo, non volete darmi ascolto, ma con la vostra condotta mi resisterete, 28 anch’io vi resisterò con furore e vi castigherò sette volte di più per i vostri peccati. 29 Mangerete la carne dei vostri figli e delle vostre figlie. 30 Io distruggerò i vostri alti luoghi, spezzerò le vostre statue consacrate al sole, ammucchierò i vostri cadaveri sui resti dei vostri idoli e vi detesterò. 31 Ridurrò le vostre città a deserti, desolerò i vostri santuari e non aspirerò più il soave odore dei vostri profumi. 32 Desolerò il paese; e i vostri nemici che vi abiteranno ne saranno stupefatti. 33 E, quanto a voi, io vi disperderò fra le nazioni e vi inseguirò a spada tratta; il vostro paese sarà desolato e le vostre città saranno deserte.

34 Allora la terra si godrà i suoi sabati per tutto il tempo che rimarrà desolata e che voi sarete nel paese dei vostri nemici; allora la terra si riposerà e si godrà i suoi sabati. 35 Per tutto il tempo che rimarrà desolata avrà il riposo che non ebbe nei vostri sabati, quando voi l’abitavate. 36 Quanto ai superstiti fra di voi, io toglierò il coraggio dal loro cuore nel paese dei loro nemici; il rumore di una foglia agitata li metterà in fuga; fuggiranno come si fugge davanti alla spada e cadranno senza che nessuno li insegua. 37 Precipiteranno l’uno sopra l’altro come davanti alla spada, senza che nessuno li insegua, e voi non potrete resistere davanti ai vostri nemici. 38 Perirete fra le nazioni e il paese dei vostri nemici vi divorerà. 39 I superstiti fra di voi saranno afflitti nei paesi dei loro nemici a causa delle proprie iniquità; e saranno afflitti anche a causa delle iniquità dei loro padri.

Che dunque dobbiamo dire riguardo alle maledizioni che seguono nei versetti successivi? È Dio che cambia idea nei confronti del suo popolo, o che fa vedere che il suo amore non è in realtà incondizionato, perché sembra convertirsi in rabbia quando il popolo non rispetta i suoi comandamenti? O forse esiste un’altra possibilità, cioè che, anche se non si può guadagnare il favore di Dio all’inizio, lo si può perdere se non si mantiene una perfetta ubbidienza alla sua volontà? Queste sono domande non insignificanti, perché il modo in cui rispondiamo determinerà, in gran parte, se vorremo avvicinarci a questo Dio oppure allontanarcene.

Per rispondere, la prima cosa da fare è attendere a come Dio introduce ogni serie di maledizioni che manderà contro il popolo per spiegare il motivo per cui lo farà:

14 «“Ma se non mi date ascolto …

18 Se nemmeno dopo questo vorrete darmi ascolto, io vi castigherò…

21 E se mi resistete con la vostra condotta e non volete darmi ascolto, io vi colpirò…

23 E se, nonostante questi castighi, non volete correggervi per tornare a me, ma con la vostra condotta mi resisterete, anche io vi resisterò…

27 E se, nonostante tutto questo, non volete darmi ascolto, ma con la vostra condotta mi resisterete, 28 anch’io vi resisterò con furore…

Evidenziando queste frasi, vediamo subito che Dio non agisce nei confronti del suo popolo come un giudice severo ma come un padre addolorato per la ribellione di suo figlio. Ogni frase indica come Dio, dopo aver mandato una serie di castighi al popolo, si trattiene un momento per vedere se esso ha imparato la lezione. Questo non è un dio che trova soddisfazione nell’affliggere peccati, o un dio che esagera la punizione rispetto al misfatto. Questo è il Padre celeste amorevole che, con ogni castigo, desidera far tornare il suo figlio prodigo a sé, ed è pronto a perdonare e a smettere di castigare nel momento in cui il figlio si fa correggere.

Ma bisogna dire di più. C’è anche una parola molto interessante che si ripete più volte: resistere. Vs. 21: “se mi resistete…”; vs.23: “se, nonostante questi castighi … con la vostra condotta mi resisterete…”; vs. 27: “se, nonostante tutto questo … con la vostra condotta mi resisterete…”. E notiamo come il Signore risponde: vs.23: “…anche io vi resisterò…”; vs.28: “…anch’io vi resisterò con furore”; e poi ancora nel vs.41: “…peccati per i quali anch’io avrò dovuto resistere loro…”. A primo sguardo, questo potrebbe sembrare un esempio del famoso principio: “occhio per occhio, dente per dente”. Vale a dire, voi fate male a me, e quindi io faccio male a voi. Voi avete offeso me, quindi io vi faccio pagarne le conseguenze.

In realtà, però, non è così. Il Signore non è quella divinità capricciosa che all’improvviso cambia idea o che cambia il modo in cui ci tratta in base al suo umore. Egli è lo stesso Dio che nel v.13 ha ricordato a Israele nel v.13: “Io sono il Signore vostro Dio; vi ho fatto uscire dal paese d’Egitto per liberarvi dalla schiavitù; ho spezzato il vostro giogo e vi ho fatto camminare a testa alta.” Quando, per spiegare il motivo per cui manda queste terribili afflizioni, Dio dice: “anche io vi resisterò”, è per amore e non per rancore o vendetta personale che lo fa. Avverte il popolo: “se mi resistete, sappiate che io resisterò alla vostra resistenza! Se mi rifiutate, sappiate che io rifiuterò il vostro rifiuto”. Perché Dio deve resistere alla resistenza del suo popolo? Perché deve rifiutare il suo rifiuto? È perché lo ama, e il suo amore è così grande e inarrestabile che non c’è limite a quello che farà per compiere tutto il bene che ha promesso di fargli.

Vediamo chiaramente, dunque, che l’ira di Dio, lungi dall’essere opposta al suo amore, è il suo amore. L’ira di Dio è la forma che il suo amore assume nei confronti di ciò che lo rifiuta, di ciò che tenta di evitare le sue benedizioni, di ciò che pone resistenza al compimento del suo benevolo proposito. Quando Dio promette, da un lato, benedizioni per l’ubbidienza e, dall’altro, maledizioni per la disubbidienza, non è Dio che cambia, mutando il suo amore in ostilità. Cambia solo la maniera in cui si esprime il suo amore. È proprio perché Dio ama in modo incondizionato che rifiuta di lasciar andare il suo popolo quando esso cerca di scappare. È il buon pastore che rifiuta di permettere alla pecora smarrita di rimanere per sempre perduta. L’ira di Dio è il grande “No!” dell’amore di Dio all’uomo che pretende: “non la tua volontà, ma la mia sia fatta!”

4) Per essere il vostro Dio (Levitico 26:40-45)

40 «“E confesseranno la loro iniquità e l’iniquità dei loro padri, l’iniquità delle trasgressioni commesse contro di me e della resistenza oppostami, 41 peccati per i quali anch’io avrò dovuto resistere loro e deportarli nel paese dei loro nemici; ma allora, se il cuore loro incirconciso si umilierà e se accetteranno la punizione della loro iniquità, 42 io mi ricorderò del mio patto con Giacobbe, mi ricorderò del mio patto con Isacco e del mio patto con Abraamo, e mi ricorderò del paese; 43 poiché il paese sarà abbandonato da loro e si godrà i suoi sabati mentre rimarrà desolato, senza di loro. Essi sconteranno la loro colpa per aver detestato le mie prescrizioni e avere avuto in avversione le mie leggi. 44 Ma, nonostante tutto questo, quando saranno nel paese dei loro nemici, io non li disprezzerò e non li prenderò in avversione fino al punto d’annientarli del tutto e di rompere il mio patto con loro; poiché io sono il Signore loro Dio; 45 ma per amor loro mi ricorderò del patto stretto con i loro antenati, che feci uscire dal paese d’Egitto, sotto gli occhi delle nazioni, per essere il loro Dio. Io sono il Signore”».

Ecco perché fallisce l’idea che il Dio “severo dell’Antico Testamento” è contrario al Dio “amorevole del Nuovo”. Ecco perché fallisce anche l’obbiezione che dice: “non potrei mai credere in un dio d’ira, ma solo in in dio d’amore”. La severità di Dio è la misura dell’intensità del suo amore. Questo è bellissimamente affermato nell’ultimo versetto del capitolo. Dio promette che, dopo aver fatto piombare tutte queste maledizioni sul suo popolo, non lo metterà allo sterminio totale ma “per amor loro mi ricorderò del patto stretto con i loro antenati … per essere il loro Dio”. Per amor loro. Per essere il loro Dio. Questo è infatti cosa vuol dire “l’amore di Dio”, e cosa l’amore di Dio vuole. Per essere il loro, e anche il nostro Dio. Dio è talmente risoluto e determinato di essere il nostro Dio e di fare di noi il suo popolo che non si limiterà a niente per compierlo. Nessun ostacolo è troppo grande. Nessuna resistenza è troppo forte. Nessun rifiuto è troppo definitivo. Egli sarà il nostro Dio, e noi saremo il suo popolo. Costi quello che costi (e, secondo Levitico 26, il costo può essere decisamente alto!), Dio compirà il suo benevolo proposito nei nostri confronti.

La più grande conferma di questo non è però la testimonianza di Levitico 26 ma la croce di Gesù Cristo nella quale sia le benedizioni sia le maledizioni di Levitico si compiono nel modo più grande e assoluto. L’apostolo Paolo lo spiega così in Galati 3:10, 13-14:

10 Infatti tutti quelli che si basano sulle opere della legge sono sotto maledizione, perché è scritto: «Maledetto chiunque non si attiene a tutte le cose scritte nel libro della legge per metterle in pratica»…. 13 Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, essendo divenuto maledizione per noi (poiché sta scritto: «Maledetto chiunque è appeso al legno»), 14 affinché la benedizione di Abraamo venisse sugli stranieri in Cristo Gesù, e ricevessimo, per mezzo della fede, lo Spirito promesso.

Che grande amore è infatti questo! Gesù Cristo, l’unico che era veramente degno di ogni benedizione (essendone in realtà lui la fonte!) si è fatto diventare maledizione al posto di tutti noi che, come Israele, siamo testardi e disubbidienti, propensi all’idolatria e inclini all’incredulità. In Levitico, le maledizioni erano destinate a peccatori come noi. Ma in Gesù, vediamo Dio che prende su di sé queste maledizioni per dare a noi peccatori le benedizioni che non potremmo mai ottenere altrimenti. Grazie al sacrificio di Gesù, adesso noi riceviamo “la benedizione di Abraamo … per mezzo della fede, lo Spirito promesso”. In Gesù, vediamo che veramente non c’è limite a quello che Dio nel suo amore farà per benedirci, anche se richiede la morte del proprio Figlio!

Voglio lasciarvi con un’ultima immagine. Alla fine del Salmo 23, il salmista afferma: “Certo, beni e bontà m’accompagneranno tutti i giorni della mia vita”. Il verbo qui tradotto “accompagneranno” è in realtà molto più forte in ebraico. Letteralmente vuol dire “inseguire”, ed è un termine che di solito viene usato in contesti di guerra per descrivere, per esempio, un esercito che “insegue” un nemico sconfitto per distruggerlo fino all’ultimo uomo. In Salmo 23:6, il salmista usa questa stessa parola per descrivere la sua certezza che la bontà del Signore lo “inseguirà”. Il senso è della frase è questo: il Dio di cui una volta ero nemico ha sconfitto la mia ribellione, e adesso le sue benedizioni e la sua bontà mi inseguiranno tutti i giorni della mia vita, e non smetteranno di inseguirmi finché non sperimento appieno tutto il bene che il Signore vuol farmi. Questo è davvero un grande amore! Questa è davvero una grande speranza!

Esodo 3: Io Sono il Signore

3:1 Mosè pascolava il gregge di Ietro suo suocero, sacerdote di Madian, e, guidando il gregge oltre il deserto, giunse alla montagna di Dio, a Oreb. L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco, in mezzo a un pruno. Mosè guardò, ed ecco il pruno era tutto in fiamme, ma non si consumava. Mosè disse: «Ora voglio andare da quella parte a vedere questa grande visione e come mai il pruno non si consuma!» Il Signore vide che egli si era mosso per andare a vedere. Allora Dio lo chiamò di mezzo al pruno e disse: «Mosè! Mosè!» Ed egli rispose: «Eccomi». Dio disse: «Non ti avvicinare qua; togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo sacro». Poi aggiunse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe». Mosè allora si nascose la faccia, perché aveva paura di guardare Dio.

Il Signore disse: «Ho visto, ho visto l’afflizione del mio popolo che è in Egitto e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; infatti conosco i suoi affanni. Sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso, in un paese nel quale scorre il latte e il miele, nel luogo dove sono i Cananei, gli Ittiti, gli Amorei, i Ferezei, gli Ivvei e i Gebusei. E ora, ecco, le grida dei figli d’Israele sono giunte a me; e ho anche visto l’oppressione con cui gli Egiziani li fanno soffrire. 10 Or dunque va’; io ti mando dal faraone perché tu faccia uscire dall’Egitto il mio popolo, i figli d’Israele». 11 Mosè disse a Dio: «Chi sono io per andare dal faraone e far uscire dall’Egitto i figli d’Israele?» 12 E Dio disse: «Va’, perché io sarò con te. Questo sarà il segno che sono io che ti ho mandato: quando avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, voi servirete Dio su questo monte».

13 Mosè disse a Dio: «Ecco, quando sarò andato dai figli d’Israele e avrò detto loro: “Il Dio dei vostri padri mi ha mandato da voi”, se essi dicono: “Qual è il suo nome?” che cosa risponderò loro?» 14 Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono». Poi disse: «Dirai così ai figli d’Israele: “L’io sono mi ha mandato da voi”». 15 Dio disse ancora a Mosè: «Dirai così ai figli d’Israele: “Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe mi ha mandato da voi”. Tale è il mio nome in eterno; così sarò invocato di generazione in generazione.

16 Va’, raduna gli anziani d’Israele e di’ loro: “Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abraamo, d’Isacco e di Giacobbe mi è apparso, dicendo: ‘Certo, io vi ho visitati, ho visto quello che vi fanno in Egitto 17 e ho detto: Io vi farò uscire dall’Egitto, dove siete maltrattati, verso il paese dei Cananei, degli Ittiti, degli Amorei, dei Ferezei, degli Ivvei e dei Gebusei, in un paese nel quale scorre il latte e il miele’”. 18 Essi ubbidiranno alla tua voce e tu, con gli anziani d’Israele, andrai dal re d’Egitto e gli direte: “Il Signore, il Dio degli Ebrei, ci è venuto incontro; perciò lasciaci andare per tre giornate di cammino nel deserto, per offrire sacrifici al Signore, nostro Dio”. 19 Io so che il re d’Egitto non vi concederà di andare, se non forzato da una mano potente. 20 Io stenderò la mia mano e colpirò l’Egitto con tutti i miracoli che io farò in mezzo a esso; dopo questo, vi lascerà andare. 21 Farò sì che questo popolo trovi favore presso gli Egiziani e, quando ve ne andrete, non ve ne andrete a mani vuote; 22 ma ogni donna domanderà alla sua vicina e alla sua coinquilina degli oggetti d’argento, degli oggetti d’oro e dei vestiti. Voi li metterete addosso ai vostri figli e alle vostre figlie, e così spoglierete gli Egiziani».

1) La Rivelazione del Dio d’Israele

Il brano che consideriamo oggi è importantissimo per quanto riguarda la giusta comprensione di Dio, e così si è dimostrato lungo la storia. È qui in questo capitolo che, nel deserto e tramite una voce che parla in mezzo a un pruno ardente, Dio rivela il suo nome proprio. Questo nome, ritenuto impronunciabile dagli ebrei, è tradotto nelle nostre Bibbie dal termine SIGNORE, tutto maiuscolo. Questo nome è stato lo stimolo di innumerevoli studi e riflessioni, nonché congetture, speculazioni e fantasticherie sull’essere di Dio. Il nostro compito oggi non è di ripercorrere tutte queste idee e le filosofie derivanti da esse, ma (come sempre quando abbiamo a che fare con la Bibbia) di attenerci strettamente al testo biblico perché è esso che dà testimonianza autorevole della rivelazione di Dio attraverso questo nome.

A) Il contesto di Esodo 3

La prima cosa che notiamo è, contrario a qualsiasi discussione meramente teorica o filosofica, Dio si rivela per nome in un certo contesto, in un determinato luogo e in una specifica situazione. Qui Dio si rivolge a Mosè per chiamarlo come suo servo e mandarlo in Egitto come suo strumento di liberazione. Sappiamo che in questo momento storico, il popolo d’Israele è in schiavitù in Egitto. L’inizio del libro di Esodo spiega così:

1:6 Giuseppe morì, come morirono pure tutti i suoi fratelli e tutta quella generazione. I figli d’Israele furono fecondi, si moltiplicarono abbondantemente, divennero numerosi, molto potenti, e il paese ne fu ripieno.

Sorse sopra l’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe. Egli disse al suo popolo: «Ecco, il popolo dei figli d’Israele è più numeroso e più potente di noi. 10 Usiamo prudenza con esso, affinché non si moltiplichi e, in caso di guerra, non si unisca ai nostri nemici per combattere contro di noi e poi andarsene dal paese». 11 Stabilirono dunque sopra Israele dei sorveglianti ai lavori, per opprimerlo con le loro angherie. Israele costruì al faraone le città che servivano da magazzini, Pitom e Ramses.

12 Ma quanto più lo opprimevano, tanto più il popolo si moltiplicava e si estendeva; e gli Egiziani nutrirono avversione per i figli d’Israele. 13 Così essi obbligarono i figli d’Israele a lavorare duramente. 14 Amareggiarono la loro vita con una rigida schiavitù, adoperandoli nei lavori d’argilla e di mattoni e in ogni sorta di lavori nei campi. Imponevano loro tutti questi lavori con asprezza.

Nonostante l’ordine successivo del faraone di mettere a morte tutti i maschi nati agli ebrei, uno dei bambini ebraici, Mosè, viene salvato e cresce proprio nella casa del faraone finché non deve scappare dopo aver ucciso un egiziano che picchiava uno dei suoi fratelli. Si rifugia nel deserto dove rimane per quarant’anni, ed è lì che Dio lo incontra in Esodo 3, manifestandosi a lui e chiamandolo come strumento di liberazione d’Israele. Dio s’identifica come “il Dio di tuo padre, il Dio di Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe” (v.6), una frase che richiama non solo i patriarchi d’Israele ma anche le promesse fatte loro, promesse che diventano in questo contesto la ragione per cui Dio intende ora intervenire per porre fine alle afflizioni dei discendenti dei patriarchi, e adempiere il suo giuramento di benedirli e dargli “un paese buono e spazioso, in un paese nel quale scorre il latte e il miele” (v.8). Questo è affermato esplicitamente alla fine del capitolo 2 dove leggiamo:

23 Durante quel tempo, che fu lungo, il re d’Egitto morì. I figli d’Israele gemevano a causa della schiavitù e alzavano delle grida; e le grida che la schiavitù strappava loro salirono a Dio. 24 Dio udì i loro gemiti. Dio si ricordò del suo patto con Abraamo, con Isacco e con Giacobbe. 25 Dio vide i figli d’Israele e ne ebbe compassione.

B) La vocazione di Mosè

In Esodo 3, scopriamo che Dio ha scelto Mosè come suo strumento per compiere tutto ciò, e quando poi gli si manifesta nel deserto gli comanda: “ Or dunque va’; io ti mando dal faraone perché tu faccia uscire dall’Egitto il mio popolo, i figli d’Israele” (3:10). Mosè, da parte sua, è molto insicuro ed esita di accettare la sua vocazione, chiedendo a Dio “Chi sono io per andare dal faraone e far uscire dall’Egitto i figli d’Israele?” Il Signore risponde rassicurandolo che “io sarò con te” (v.12), garantendo che non sarà Mosè a farlo ma la potenza di Dio operando per mezzo di lui.

Mosè continua ponendo ancora un’altra domanda che, a questo punto nel dialogo, ha molto senso: “Ecco, quando sarò andato dai figli d’Israele e avrò detto loro: ‘Il Dio dei vostri padri mi ha mandato da voi’, se essi dicono: ‘Qual è il suo nome?’ che cosa risponderò loro?” (v.13). Questa domanda ha senso perché la promessa di Dio: “io sarò con te” è convincente solo nella misura in cui questo Dio è conosciuto. Mosè potrebbe pensare: “Va bene, il Dio d’Israele sarà con me, ma come posso sapere che egli sarà in grado di mantenere le sue promesse, che sarà capace di vincere la grandezza d’Egitto e il potere dei loro dèi? Se non lo è, e io torno in Egitto, mi ammazzeranno! Tantomeno riuscirò a convincere gli ebrei a fidarsi di lui!” Come sempre, ci si fida del Signore solo in quanto si conosce il Signore. È quindi a questo scopo — per farsi conoscere — che Dio risponde con le sue famose parole:

14 Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono». Poi disse: «Dirai così ai figli d’Israele: “L’io sono mi ha mandato da voi”». 15 Dio disse ancora a Mosè: «Dirai così ai figli d’Israele: “Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe mi ha mandato da voi”. Tale è il mio nome in eterno; così sarò invocato di generazione in generazione.

Approfondiamole adesso.

2) L’Io Sono 

Innanzitutto, ci aiuterà sapere qualcosa sulla lingua originale nella quale il libro di Esodo fu redatto, ovvero l’ebraico. Quello che non è immediatamente evidente a noi (a causa della traduzione italiana che stiamo leggendo) lo diventerà se siamo in grado di vederlo nell’ebraico. Possiamo vederlo facilmente, senza diventare esperti della lingua ebraica, se ne sappiamo un paio di caratteristiche importanti.

In primo luogo, le parole in ebraico derivano da una radice di tre lettere (specificamente tre consonanti) che portano il significato fondamentale. A queste tre lettere, poi, si aggiungono vocali, prefissi e suffissi per formare le diverse parti del discorso come verbi, sostantivi, aggettivi e avverbi. Per esempio, le seguenti tre lettere hanno il significato “essere”:

היה

Questa è la radice della dichiarazione di Dio in Esodo 3:14:

אהיה – אשר – אהיה

Io sono – colui che – Io sono

E quando Dio dice a Mosè: “Dirai così ai figli d’Israele: ‘L’Io Sono mi ha mandato da voi'”, la parola tradotta “Io sono” è in ebraico:

אהיה

Guardando la forma dei caratteri, non è difficile vedere che questa parola, un verbo, deriva dalla radice…

היה

…con l’aggiunta di un prefisso. Poi, quando nel v.15 Dio rivela il suo nome proprio, tradotto da “SIGNORE” tutto maiuscolo, la parola ebraica è:

יהוה

…a volte traslitterata così: YHWH.

Nonostante le differenze, si vede facilmente la somiglianza tra la parola “SIGNORE” e la sua radice “essere” in ebraico, una somiglianza che in traduzione resta impercettibile. Il punto è questo: ogni volta che il nome “SIGNORE” si ripete nelle Scritture, la sua forma grafica si ricorda sempre il collegamento con questo capitolo in Esodo, e in particolare con la dichiarazione di Dio: “Io sono colui che sono”. Per chi non legge il testo ebraico, è facile dimenticare questo collegamento, ma ai lettori ebraici esso rimane sempre palese.

Ma che cosa significa questa frase? Questo ci porta alla seconda caratteristica della lingua ebraica che dobbiamo sapere: il verbo “essere” (che abbiamo appena visto sopra) non ha una coniugazione al presente. In altre parole, la frase “io sono” (come appare nella traduzione di Esodo 3:14) non esiste in ebraico come tale. Mentre in italiano una comune domanda e risposta può essere: “Dove sei tu? Io sono a casa”, in ebraico si direbbe invece: “Dove tu? Io a casa”, perché “sei” e “sono” non esistono.

Questo crea ovviamente una difficoltà per comprendere Esodo 3:14. Se “io sono” non esiste in ebraico, che cosa dice realmente? È importante sapere che l’ebraico ha solo due tempi verbali: il perfetto e l’imperfetto. Il perfetto rappresenta un’azione o una condizione già compiuta, che non continua, e perciò viene di solito tradotto col tempo passato. Per esempio, Genesi 1:1 dice: “Nel principio Dio creò i cieli e la terra”. Il verbo tradotto “creò” è in ebraico coniugato al perfetto, perché la creazione dei cieli e la terra è un’azione che Dio ha finito di fare. Per questo, ha senso tradurlo col tempo passato: “creò”. L’imperfetto, invece, rappresenta un’azione o una condizione non compiuta, che si svolge ancora. Da non confondere con l’imperfetto italiano, l’imperfetto ebraico differisce in quanto comprende il presente, e soprattutto, il futuro. Per questo motivo, le traduzioni della Bibbia rendono in generale i verbi ebraici imperfetti appunto con il tempo futuro, come nel Salmo 9:1:

Io celebrerò il Signore con tutto il mio cuore, narrerò tutte le tue meraviglie.

Scopriamo l’importanza di questo discorso quando in Esodo 3:14 notiamo che il verbo “essere” è coniugato all’imperfetto:

אהיה

Questo significa che, come molto studiosi sostengono, Esodo 3:14 dovrebbe tradursi non: “Io sono colui che sono” ma: “Io sarò colui che sarò“. Forse sembra un cambiamento di poco conto, ma non lo è. Se lo parafrasiamo in un modo che tenta di rendere anche il dinamismo dell’ebraico (perché “essere” in ebraico ha una sfumatura più attiva del nostro verbo), possiamo tradurlo così: “Io sarò colui che mi dimostrerò di essere” oppure “colui che farò conoscere“. Se riflettiamo bene su questo, ci accorgeremo di essere lontani anni luce da “Io sono colui che sono”. Quest’ultimo tratta di un dio astratto e statico, che è, che esiste, e basta. È uno cerchio chiuso. Non ci dice nulla di chi è (in modo che possiamo conoscerlo personalmente e così fidarci di lui) ma soltanto che egli è, il mero fatto della sua esistenza. Se, quando chiedo a mio figlio “Perché ti piace questa canzone”, lui mi risponde: “mi piace perché mi piace”, questo non mi dice nulla di più. Sapevo già che gli piaceva. La risposta non è una spiegazione che mi aiuta a capire. È un cerchio chiuso.

Il secondo modo per intendere questa frase, invece, è attivo, vivace e rivelatore: “Io sono colui che mi dimostrerò di essere”. Questo implica azione da parte di Dio, comunicazione, relazione, e sempre più rivelazione di chi è. Dio non è solo l’essere divino che è, ma è colui che si rivela, e che si rivelerà ancora, sempre con l’intenzione di farsi conoscere affinché noi possiamo entrare in comunione con lui e fidarci di lui sempre di più. Questo è un invito a noi da parte di Dio di tenere gli occhi aperti per vedere come lui sta per rivelarsi.

Questo è perché, subito dopo che Dio fa conoscere a Mosè il suo nome, promette nel v.16:

Io vi farò uscire dall’Egitto, dove siete maltrattati, verso il paese dei Cananei, degli Ittiti, degli Amorei, dei Ferezei, degli Ivvei e dei Gebusei, in un paese nel quale scorre il latte e il miele.

Alla domanda di Mosè, Dio risponde in effetti: “Vuoi sapere chi sono? Ti farò vedere chi sono quando libererò il mio popolo dall’Egitto!” Questo è anche perché, dopo l’esodo, Dio si manifesta sul monte Sinai all’intero popolo d’Israele dicendo:

Io sono il Signore, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla casa di schiavitù. (Esodo 20:1)

Dopo l’esodo, Dio non si fa chiamare più solo “il SIGNORE Dio di Abraamo, di Isacco e di Giacobbe” ma anche “Dio che ha fatto uscire Israele dall’Egitto”! In altre parole, Dio non è il dio che semplicemente esiste. Dio è il Dio che si fa conoscere nell’esaudire le suppliche del suo popolo e nel salvarlo dalla schiavitù. Si conosce l’essere di Dio solo nell’operare di Dio.

3) Il Dio di Gesù Cristo

Come possiamo descrivere dunque il Dio che veniamo a conoscere nei termini “Io sarò colui che mi dimostrerò di essere”, e poi nel nome proprio, YHWH (SIGNORE), che ricorda sempre questa frase? Cerchiamo di riassumere i punti salienti.

A) Solo Dio fa conoscere Dio

Se badiamo bene alla frase “Io sarò colui che mi dimostrerò di essere”, il suo significato diventa subito chiaro: “Non potete voi venirmi a conoscere se io non mi faccio conoscere a voi.” “Io sarò colui che mi dimostrerò di essere” vuol dire “Io sono solo colui che io faccio conoscere a voi, cioè non colui che voi pensate che io sia”. Vale a dire: noi come esseri umani non siamo in grado di conoscere Dio tramite i nostri tentativi di conoscerlo. Si radunino tutte le menti più intelligenti e brillanti del mondo e della storia, tutti i filosofi e scienziati e pensatori e studiosi ed esperti, e combinando tutti i loro poteri mentali, non saranno comunque capaci di conoscere Dio neanche nel più minimo dettaglio. “Io sarò colui che mi dimostrerò di essere” è un giudizio contro ogni idea e ogni concezione di Dio che proviene non da Dio ma dall’uomo. Significa che per conoscere Dio veramente, dobbiamo prima rinunciare a tutto quello che di testa nostra pensiamo o crediamo di lui.

Per Mosè e gli ebrei in Egitto, questo era necessario perché le loro idee della divinità erano condizionate dalla mitologia egiziana. È altrettanto necessario per noi oggi, perché le nostre idee di Dio sono condizionate da tanti fattori come il materialismo, il secolarismo e la filosofia occidentale. Ma nonostante i particolari, le idee sul “divino” che hanno tutti gli esseri umani di qualsiasi luogo e di qualsiasi tempo sono condizionate dal peccato a causa del quale, secondo Romani 1, essi “soffocano la verità con l’ingiustizia” e “hanno mutato la gloria del Dio incorruttibile in immagini simili a quelle dell’uomo corruttibile” (vv.18, 23). Detto diversamente, quando l’uomo dice di conoscere “Dio”, non è in realtà Dio che conosce ma il suo opposto: conosce solo è un anti-dio, un’immagine che nella sua mente ha fatto nella sua propria somiglianza.

Ecco perché fallisce ogni obbiezione contro la fede biblica che si basa sul pensiero umano. “Se Dio esistesse, allora farebbe così”. “Se Dio ci amasse veramente, allora non farebbe così”. Quante volte la gente dice di non poter credere in Dio o in Gesù o nella Bibbia per qualche idea o ragione che proviene dalla loro testa! Tutto questo è diametralmente opposto al principio che solo Dio fa conoscere Dio. Di fronte a lui, non possiamo fare altro che tacere e ascoltare, confessando soltanto insieme a Giobbe: “Ecco, io sono troppo meschino; che ti potrei rispondere? Io mi metto la mano sulla bocca” (Giobbe 40:4).

A sostegno di questo principio è il pruno ardente. Un pruno “tutto in fiamme” ma che “non si consuma” non è uno spettacolo comune; anzi è proprio contro natura! È per questo motivo che Mosè s’incuriosisce e si avvicina per vedere: “Ora voglio andare da quella parte e vedere questa grande visione e come mai il pruno non si consuma!” (v.3). Se fosse stato un pruno normale, se fosse stato un fuoco qualsiasi, Mosè non ci avrebbe fatto caso. Ma è proprio lì, davanti al miracolo del pruno ardente, che Mosè si trova nella presenza del Signore. Solo così si viene a conoscere il Signore: non per vie naturali — contemplando il cosmo, filosofeggiando sulla natura della divinità, ragionando in base a ciò che si ritiene di aver senso — no. Si conosce il Signore solo per mezzo del miracolo della rivelazione, quando Dio fa irruzione in mezzo alle nostre vie naturali, quando Dio fa guerra contro tutte le nostre idee di lui e le distrugge, lasciando solo quello che lui ha da dire di se stesso nella sua parola.

B) Dio si fa conoscere solo in relazione al suo popolo

Il secondo punto importante è questo: Dio si fa conoscere solo in relazione al suo popolo. Questo è davvero sbalorditivo e stupendo. Quando Dio si presenta a Mosè, dice così: “Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe” (v.6). Dice di nuovo la stessa cosa legata alla rivelazione del suo nome nel v.15: “Dirai così ai figli d’Israele: ‘Il SIGNORE, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe mi ha mandato da voi'”. E dopo l’esodo, egli sarà “il SIGNORE, il Dio degli ebrei” (v.18).

Che meraviglia! Il SIGNORE, il Dio che è colui che sarà e che non ha bisogno di niente e di nessuno, si degna di far partecipare Abraamo, Isacco, Giacobbe e l’intero popolo d’Israele nella sua propria identità! Lui non è solo “il SIGNORE Dio”, ma “il SIGNORE Dio dei vostri padri…” Ecco perché il nome di Dio SIGNORE è indivisibilmente legato al giuramento con il quale si vincola al suo popolo: egli è certamente Dio senza di noi, ma nel suo grande amore ha deciso di non esserlo! Questo è una parte di quel “mi dimostrerò di essere”: nel coinvolgere il suo popolo nella sua identità, Dio si fa conoscere come il Dio di grazia infinita e amore incondizionato, che dà se stesso in pegno come garanzia delle sue promesse nei nostri confronti. Il nome SIGNORE rivela il Dio che cambia il suo nome, che inserisce il nome del suo popolo nella sua “cartà d’identità”, per far vedere quanto è grande il suo amore verso di esso e quanto è inscindibile la loro relazione. Il nome SIGNORE rivela il Dio che non vuole essere conosciuto solo come “Dio” e basta; vuole essere conosciuto come “Dio di Abraamo, di Isacco, di Giacobbe, di Mosè e degli ebrei”. Insomma, il nome SIGNORE non è un cerchio chiuso (Io sono colui che sono), ma l’identità del Dio che ama il suo popolo così tanto che vuole farsi conoscere solo in relazione con esso. Che privilegio diventare partecipi del nome di Dio!

C) Dio si fa conoscere pienamente in Gesù Cristo

Per il terzo e ultimo punto, torniamo alla nostra precedente osservazione che quando Dio dice: “Io sono colui che mi dimostrerò di essere”, questo anticipava come si sarebbe fatto conoscere liberando Israele dall’Egitto. Il SIGNORE, il nome di Dio, non è, come Esodo 3, un capitolo chiuso a cui non c’è niente da aggiungere. Il nome del SIGNORE significa che c’è molto ancora da vedere, che la piena rivelazione di Dio deve ancora arrivare.

Quando proseguiamo nella Bibbia, scopriamo che il Dio che si fa conoscere in relazione all’umanità: prima il Dio di Abraamo, di Isacco e di Giacobbe, e poi il Dio che liberò Israele dall’Egitto, poi si manifesta pienamente come il Dio di Gesù Cristo. Questo è l’obbiettivo, questa è la meta verso la quale la storia di Esodo ci porta. È in Gesù Cristo che finalmente vediamo pienamente chi è il SIGNORE, colui che si dimostra di essere. Solo Gesù può dire, come in Giovanni 14:9, “Chi ha visto me, ha visto il Padre”. Vedere Gesù, infatti, significa vedere Dio per tutto quello che è. Quando vediamo Gesù, non dobbiamo aver paura che nascosto dietro a lui c’è un altro dio, o una parte di Dio, che ci rimane inaccessibile e inconoscibile.

Così dice Giovanni 1:14:

E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre.

Contemplando la gloria di Gesù, la Parola di Dio, contempliamo la gloria di Dio stesso. Non un’ombra della gloria di Dio, né la gloria di un altro dio. Nel volto di Gesù noi contempliamo la gloria, e tutta la gloria di Dio il SIGNORE. Questo è perché nel Nuovo Testamento, Dio è più spesso identificato così: “Dio Padre del Signore Gesù Cristo”. La piena rivelazione di Dio.

Inoltre, bisogna aggiungere che Gesù è la perfetta rivelazione di Dio a noi solo perché egli è sia pienamente Dio sia pienamente uomo. Se non fosse pienamente Dio, non potrebbe farci conoscere tutta la gloria di Dio, perché come dice Giovanni 1:18:

Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere.

Ricordiamoci: solo Dio è in grado di far conoscere Dio. Ma dall’altra parte, se Gesù non fosse pienamente uomo, non potrebbe far conoscere Dio in un modo a noi umani comprensibile. Ecco perché la Parola di Dio, essendo egli stesso “l’unigenito Dio … nel seno del Padre”, “è diventata carne”: per poter abitare fra di noi e farci contemplare “la sua gloria … come di unigenito dal Padre”.

In vista di tutto questo, quanto di più dovremmo amare il SIGNORE che si è degnato di farsi conoscere in Cristo, facendoci diventare partecipi della sua identità! Quando di più dovremmo fidarci di lui, sapendo che in Cristo Dio ci ama con un amore incondizionato, che elargisce su di noi grazia su grazia su grazia dalla sua fonte infinita, e che non permetterà a nulla, nemmeno al male o al maligno o alla morte, di impedire il compimento di ogni sua promessa a nostro favore. Poiché in Cristo anche i nostri nomi sono inclusi nel nome di Dio (non solo il Dio di Abraamo, di Isacco e di Giacobbe ma anche, in Cristo il Dio di ognuno di noi!), Dio non può essere infedele a noi senza essere infedele a se stesso, tanto è forte e stretto il vincolo che ha stabilito.

Amen!

Genesi 1:1-5 Nel Principio Dio

1) Dio Creò (Genesi 1:1-2)

1 Nel principio Dio creò i cieli e la terra. La terra era informe e vuota, le tenebre coprivano la faccia dell’abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque.

La Bibbia inizia, in Genesi 1:1, con le famose parole: “Nel principio Dio creò i cieli e la terra”. L’enormità del significato di questa sola frase è uguale alle dimensioni dell’universo che essa descrive. Se comprendiamo questo, anche solo in modo parziale, ci cambierà radicalmente la vita. È dunque necessario riflettere bene su questo, meditando attentamente su ogni singola parola.

Nel principio, Dio creò i cieli e la terra.

Nel principio, Dio creò.

Nel principio, Dio.

È interessante notare che la Bibbia non comincia dal punto di vista umano o con un tentativo di provare l’esistenza di Dio quando la maggior parte delle persone pensa di sé come il presupposto dell’esistenza e della ragione. L’influente filosofo francese Renato Cartesio lo disse così: “Penso, quindi sono”. In altre parole, non posso essere veramente certo di niente se non la mia esistenza. Parto sempre dal fatto che io esisto, e valuto tutto in quanto riesco a capirlo rispetto alle mie esperienze. Se credo in Dio, è perché ho giudicato le prove della sua esistenza convincenti. Se non ci credo, forse è perché non credo in ciò che non posso toccare, vedere o sentire. Se cerco Dio, è perché ne sento il bisogno. Se non lo cerco, è perché penso di farcela senza di lui. In ogni caso — credente o non credente, praticante o non praticante — sono sempre io al centro della questione. La questione dell’esistenza di Dio, la questione del suo ruolo nella mia vita, tutto viene determinato in base alla mia capacità di indagare, ragionare, e giudicare.

La Bibbia, al contrario, inizia nel modo opposto. Non offre prove o ragioni per dimostrare l’esistenza di Dio. Non cerca di rendere pertinente la questione alla nostra vita. Dichiara in modo semplice e schietto: “Nel principio, Dio”. Così dovrebbe essere anche il nostro modo di pensare e di fare. Non “nel principio io” ma “nel principio Dio”. Questo deve essere il nostro presupposto di vita, il nostro punto di partenza. L’esistenza di Dio dovrebbe essere per noi più certa del fatto che noi esistiamo. Il nostro approccio non dovrebbe essere “penso, quindi sono” ma “Dio, quindi sono”. L’esistenza di Dio è l’unico, vero, inalterabile, innegabile fatto della realtà. “Nel principio, Dio” e nient’altro. Inoltre, “nel principio Dio creò” significa che, come l’universo, i cieli e la terra, devono tutta la loro esistenza solo a questo, così anche noi. L’apostolo Giovanni, commentando e ampliando Genesi 1 alla luce della venuta della Parola di Dio, Gesù Cristo, spiega:

Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei, e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. (Giovanni 1:1-3)

Negare, dunque, l’esistenza di Dio è la forma di irrazionalità più assurda, perché nega la fonte e l’origine di tutto quello che esiste all’infuori di Dio. Sarebbe simile se un figlio negasse di aver avuto una madre, o se un libro negasse di aver avuto un autore, o se un edificio negasse di aver avuto un architetto. Di conseguenza, partire non dal “nel principio Dio” ma dal “nel principio io” scompiglierà e rovinerà tutto quello che segue.

Ecco perché Salmo 14:1 dichiara senza equivoci: “Lo stolto ha detto nel cuor suo: ‘Non c’è Dio'”. E cosa ne risulta? I versetti successivi (2-3) lo precisano:

Sono corrotti, fanno cose abominevoli; non c’è nessuno che faccia il bene. Il Signore ha guardato dal cielo i figli degli uomini, per vedere se vi è una persona intelligente, che ricerchi Dio. Tutti si sono sviati, tutti sono corrotti, non c’è nessuno che faccia il bene, neppure uno.

“Nel principio Dio” è, secondo Genesi 1:1, la bussola senza la quale navigare questo mondo e questa vita è impossibile. Avere la bussola rotta ci porterà lontano da dove vogliamo e dobbiamo andare.

2) Dio Disse (Genesi 1:3)

Dio disse: «Sia luce!» E luce fu.

Poi nel v.3 di Genesi 1, troviamo un altro dato di fatto che sempre precede e fonda la nostra esistenza e la nostra esperienza: “Dio disse”. Questo Dio che era nel principio, che è egli stesso il principio, non è un dio zitto e muto. Dio è il Dio che dice, che parla, che comunica. E quando parla, chiama all’esistenza le cose che non sono. “Dio disse: “Sia luce!” E luce fu.” Nel principio, Dio non parlò a un altro che esisteva già insieme a lui. Dio parlò alla luce e le diede un comando prima che la luce fosse, ma fu la sua parola stessa, rivolta alla luce inesistente, che portò la luce all’esistenza. Vale a dire, la parola di Dio è efficace; compie la volontà di chi la pronuncia. Così afferma il Signore in Isaia 55:10-11:

Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver annaffiato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, affinché dia seme al seminatore e pane da mangiare, così è della mia parola, uscita dalla mia bocca: essa non torna a me a vuoto, senza aver compiuto ciò che io voglio e condotto a buon fine ciò per cui l’ho mandata.

Così afferma il Signore anche in Geremia 1:12:

Io vigilo sulla mia parola per mandarla a effetto.

E ancora una volta in Giovanni 1, v.5:

La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta.

Se le tenebre mai provassero a resistere alla parola di Dio che chiama la luce dal nulla, non riuscirebbero a contrastarla. “Dio disse: ‘Sia luce'”, e le tenebre non potevano sopraffare il potere del comando divino, ma dovevano arrendersi davanti a esso e cedere spazio all’arrivo della luce.

Questo concetto della parola e del parlare di Dio deve affiancarsi a quello dell’esistenza di Dio: nel principio Dio creò, e nel principio Dio disse. Di nuovo, la Bibbia qui all’inizio non cerca di provare che la parola di Dio è veritiera ed efficace; fa vedere semplicemente che lo è. Non chiede neanche se la parola di Dio sia attinente o importante alla nostra vita, perché “essa era nel principio con Dio” (Giovanni 1:2). Ovvero, la domanda da fare, quella con cui la Bibbia inizia, non è: “È la parola di Dio pertinente alla vita umana?” ma piuttosto: “È la vita umana pertinente alla parola di Dio?” Il principio dell’universo, il fondamento della realtà, il dato di fatto inalterabile prima di ogni nostro pensare, sperimentare e fare è la parola di Dio, come diventa chiaro alla fine di Genesi 1:

26 Poi Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza, e abbiano dominio sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». 27 Dio creò l’uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina. 28 Dio li benedisse; e Dio disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra, rendetevela soggetta, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sopra ogni animale che si muove sulla terra».

Secondo questo, non sono la ragione e l’esperienza umane che convalidano la parola di Dio, ma è la parola di Dio che le crea e costituisce. La parola di Dio, essendo “nel principio con Dio”, non è soggetta al giudizio umano né deriva la sua attendibilità dalla nostra valutazione. È la parola di Dio che è il nostro giudice, la parola di Dio che valuta la nostra fedeltà o meno. Ciò che succede quando si nega “nel principio, Dio” succede anche quando si nega “nel principio Dio disse”. In Genesi 3:2, sarà proprio questa la tentazione del serpente che farà cadere Adamo ed Eva nel peccato, nel decadimento, e infine nella morte:

«Come! Dio vi ha detto di non mangiare da nessun albero del giardino?»

Il messaggio qui è evidente: non dobbiamo mai pensare di poter chiamare in giudizio la parola di Dio; dobbiamo solo dare ascolto, sottometterci e ubbidire a essa. Come fu per l’universo così continua a essere per noi tutti i giorni della nostra vita: nel principio Dio disse. Ecco il motivo per la beatitudine nel Salmo 1 di chi:

…il cui diletto è nella legge del Signore e su quella legge medita giorno e notte. Egli sarà come un albero piantato vicino a ruscelli, il quale dà il suo frutto nella sua stagione e il cui fogliame non appassisce; e tutto quello che fa prospererà. (vv.2-3)

Così in Deuteronomio 32:46-47 il Signore comanda al suo popolo per bocca di Mosè:

Prendete a cuore tutte le parole che oggi pronuncio solennemente davanti a voi. Le prescriverete ai vostri figli, affinché abbiano cura di mettere in pratica tutte le parole di questa legge. Poiché questa non è una parola senza valore per voi: anzi, è la vostra vita.

3) Dio Separò (Genesi 1:4-5)

Dio vide che la luce era buona; e Dio separò la luce dalle tenebre. Dio chiamò la luce «giorno» e le tenebre «notte». Fu sera, poi fu mattina: primo giorno.

C’è ancora un terzo elemento che dobbiamo considerare. Dopo aver creato la luce, il testo di Genesi 1 prosegue dicendo che “Dio vide che la luce era buona; e Dio separò la luce dalle tenebre”. Questo “separare” la luce dalle tenebre fu e rimane indispensabile. Se Dio non avesse separato la luce dalle tenebre, se non avesse chiamato la luce “giorno” e le tenebre “notte”, non avrebbe potuto garantire che le tenebre non avrebbero sopraffato, o almeno confuso, la luce. Questa separazione protegge la luce dalle tenebre, e assicura che le tenebre abbiano sempre un limite oltre il quale non riescono a passare. Questa separazione è la promessa che, nonostante sia la notte, il giorno sicuramente spunterà. Notiamo infatti l’ordine dei giorni in Genesi 1: “Fu sera, poi fu mattina: primo giorno”. Non “fu mattina, poi fu sera”, come se la luce venisse sopraffata dalle tenebre, ma “fu sera, poi fu mattina” per dire: “è la luce che sempre vincerà!” E questo trionfo grazie alla separazione che Dio creò tra la luce e le tenebre, tra il giorno e la notte.

Lo stesso punto è ripetuto nella narrazione dei due giorni successivi nei vv.6-13:

Poi Dio disse: «Vi sia una distesa tra le acque, che separi le acque dalle acque». Dio fece la distesa e separò le acque che erano sotto la distesa dalle acque che erano sopra la distesa. E così fu. Dio chiamò la distesa «cielo». Fu sera, poi fu mattina: secondo giorno.

Poi Dio disse: «Le acque che sono sotto il cielo siano raccolte in un unico luogo e appaia l’asciutto». E così fu. 10 Dio chiamò l’asciutto «terra», e chiamò la raccolta delle acque «mari». Dio vide che questo era buono. 11 Poi Dio disse: «Produca la terra della vegetazione, delle erbe che facciano seme e degli alberi fruttiferi che, secondo la loro specie, portino del frutto avente in sé la propria semenza, sulla terra». E così fu. 12 La terra produsse della vegetazione, delle erbe che facevano seme secondo la loro specie e degli alberi che portavano del frutto avente in sé la propria semenza, secondo la loro specie. Dio vide che questo era buono. 13 Fu sera, poi fu mattina: terzo giorno.

In questi versetti, troviamo la stessa enfasi sulla separazione che Dio effettua tra i vari elementi nella creazione. Nel v.6, Dio crea una distesa (sempre tramite la sua parola!) per separare le acque. Poi nel v.9, Dio ordina alle acque di essere “raccolte in un unico luogo” affinché possa apparire “l’asciutto”. Anche se il testo non usa la parola “separare”, l’idea è sempre quella. Dio separa le acque dalla terra asciutta per permettere alla terra, come prosegue nei vv.11-12, di produrre “della vegetazione, delle erbe … e degli alberi” per portare frutto. Di nuovo vediamo come la separazione che Dio stabilisce tra le acque e l’asciutto è indispensabile alla vita. Se, come dice nel v.2, c’è solo l’acqua sulla superficie, la terra sarà solo “informe e vuota”, incapace di ospitare la vita. Come il limite che Dio impone alle tenebre garantisce che la luce non ne sarà sopraffatta, così anche il limite che Dio impone alle acque garantisce che l’asciutto non sparirà e la vita potrà prosperare. Questo, ovviamente, anticipa il giudizio del diluvio nel cap.7 quando Dio permette che le acque tornino a ricoprire l’asciutto, e di conseguenza ogni essere vivente sull’asciutto muore.

Ecco quindi la necessità del comando di Dio che separa, che limita, che dice anche di no. Il comando, o possiamo anche dire la legge di Dio, è quella che stabilisce l’ordine, che previene il caos, e che crea le condizioni occorrenti alla vita. Senza il comando di Dio, la terra sarebbe informe e vuota, la vita sparirebbe, e la luce sarebbe sopraffatta dalle tenebre. E come l’esistenza e la parola di Dio così anche il comando di Dio: è nel principio. Esso è il presupposto della nostra esistenza, della nostra felicità, e della nostra pace. Abbiamo queste cose solo nella misura in cui ubbidiamo a quello che Dio comanda. Dio dunque parlava seriamente quando nel 2:16-17:

…ordinò all’uomo: «Mangia pure da ogni albero del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai».

Questo, secondo Genesi 1, è il terzo dato di fatto inalterabile e imprescindibile della nostra esistenza. Possiamo provare a ignorarlo, a negarlo, o a contrastarlo, ma l’unico risultato sarà sempre lo stesso: la morte.

4) Il Nuovo Principio

Questo, infatti, è la condizione del mondo in cui viviamo. Il mondo non è come descritto in Genesi 1, in cui le tenebre e le acque — sia quelle letterali sia quelle metaforiche — ubbidiscono sempre alla parola di Dio. A volte la mattina non spunta dopo la notte e la luce sembra avvolta dalle tenebre. A volte le acque non rimangono nel posto assegnato loro ma straripano e inondano e distruggono. Il mondo in cui viviamo appare più “informe e vuoto” che ordinato e prospero. Questo è perché viviamo nel mondo del Genesi 3, il mondo in cui abbiamo messo noi stessi “nel principio” al posto di Dio, in cui abbiamo rifiutato la sua parola e ci siamo ribellati alla sua legge. E ne stiamo pagando le conseguenze. Per tornare al Salmo 14:

Sono corrotti, fanno cose abominevoli; non c’è nessuno che faccia il bene. Il Signore ha guardato dal cielo i figli degli uomini, per vedere se vi è una persona intelligente, che ricerchi Dio. Tutti si sono sviati, tutti sono corrotti, non c’è nessuno che faccia il bene, neppure uno.

Ecco perché nel suo vangelo, Giovanni non si limita a commentare Genesi 1; va oltre la prima creazione per parlare di una nuova:

La vera luce che illumina ogni uomo stava venendo nel mondo. 10 Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l’ha conosciuto. 11 È venuto in casa sua, e i suoi non l’hanno ricevuto; 12 ma a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio, a quelli cioè che credono nel suo nome, 13 i quali non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma sono nati da Dio.

14 E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre. 15 Giovanni gli ha reso testimonianza, esclamando: «Era di lui che io dicevo: “Colui che viene dopo di me mi ha preceduto, perché era prima di me. 16 Infatti dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia”». 17 Poiché la legge è stata data per mezzo di Mosè; la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo. (Giovanni 1:9-17)

Qui vediamo che il Dio Creatore che era nel principio è venuto poi nella sua creazione, divenendo parte di essa in forma umana, per ricreare ciò che si era corrotto e per darci un nuovo principio. Vediamo come la Parola di Dio, il Figlio di Dio stesso, è sceso dal cielo come la pioggia e la neve (per usare il linguaggio di Isaia 55) e non ci è tornato a vuoto, senza aver compiuto ciò per cui era stato mandato. La stessa Parola che era nel principio con Dio per mezzo della quale ogni cosa è stata fatta, questa Parola ha parlato di nuovo in mezzo alle tenebre del peccato e della morte e ha fatto risplendere la luce della vita eterna che non sarà mai sopraffatta. E vediamo che laddove la legge è risultata inefficace a salvare — in questo caso la legge “data per mezzo di Mosè” — “la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo” per togliere il peccato del mondo. Anche se il peccato e la morte abbondano in questo mondo, la grazia che abbiamo ricevuto in Cristo sovrabbonda ancora di più. Infatti è dalla pienezza di Dio in Cristo che abbiamo ricevuto la grazia della salvezza, e per questo abbiamo ricevuto, e riceviamo ancora, grazia su grazia su grazia su grazia su grazia.

Questo è il compimento del messaggio di Genesi 1, e in Cristo abbiamo il privilegio di beneficiarne. Rallegriamoci dunque! Fidiamoci sempre di più del Dio che era nel principio, perché è lui che in Cristo ci ha fatto rinascere a un nuovo principio nella speranza certa che un giorno tutta la creazione sarà fatta nuova, e potremmo allora goderci il mondo di pace, di giustizia e di amore che Dio ha promesso di realizzare. Amen.

La Storia della Chiesa in un Anno: Karl Barth e l’Unica Parola di Dio (47/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: Karl Barth e l’Unica Parola di Dio (47/52)

Gesù Cristo è lui stesso questa elezione gratuita di Dio e di conseguenza, la Parola e la decisione divine, l’origine e l’inizio inglobanti in maniera assolutamente esaustiva tutte le altre parole, decisioni, inizi particolari (Karl Barth, La Dottrina dell’Elezione Divina, 305-306).

Nato a Basilea nel 1886, il teologo svizzero Karl Barth rivoluzionò il mondo del XX secolo. Dopo essersi imbevuto della teologia del protestantesimo liberale, Barth venne a rifiutarla quando, come pastore a Safenwil in Svizzera, scoprì che essa non era in grado di rispondere alle problematiche delle persone nella sua chiesa. Avevano bisogno di udire la parola del Dio vero e vivente, non la voce proveniente dai propri cuori.

Quest’epifania portò Barth a mettere l’accento sull’assoluta obiettività della parola di Dio che fa irruzione nella storia e stravolge ogni pensiero, ogni progetto e ogni sistema umano. In particolare, Barth insistette (come avrebbe poi scritto nella Dichiarazione di Barmen) che “Gesù Cristo, cosi come ci viene attestato nella Sacra Scrittura, è l’unica parola di Dio. Ad essa dobbiamo prestare ascolto; in essa dobbiamo confidare e ad essa dobbiamo obbedire in vita ed in morte.”

Durante la sua lunga carriera come professore di teologia presso le università di Münster (1925-1930), Bonn (1930-1935), e Basilea (1935-1962), e poi fino alla sua morte nel 1968, Barth lavorò instancabilmente per applicare questa convinzione a ogni aspetto del pensiero e della vita cristiani. Frutto di circa trent’anni di fatica fu la monumentale ma incompiuta Dogmatica Ecclesiale, un’opera di oltre otto mille pagine suddivise in tredici volumi. Qui Barth espose una visione della fede cristiana incessantemente concentrata sulla persona e sull’opera di Gesù Cristo. Tra i suoi contributi inestimabili si ricordano in particolare i seguenti:

La dottrina della predestinazione (l’elezione): Barth ridimensionò la dottrina, da sempre intensamente dibattuta, della predestinazione in chiave cristologica: Gesù Cristo è sia il Dio che elegge sia l’uomo eletto. Siamo eletti solo perché siamo tali in Cristo che è l’unico vero Eletto di Dio, come siamo figli di Dio solo perché siamo adottati in Gesù l’unico vero Figlio di Dio (Efesini 1:4-5). Così, la dottrina della predestinazione non diventa il “Sì” di Dio ad alcuni e il suo “No” agli altri, ma solo il suo “Sì” a tutti (2 Corinzi 1:18-20). L’elezione è in realtà una persona: Gesù Cristo.

La dottrina della rivelazione: Basandosi sulla verità che Gesù è l’unica via, verità e vita (Giovanni 14:6), Barth negò la possibilità di conoscere Dio se non solo come si rivela in Cristo. L’essere umano non può conoscere Dio tramite le sue capacità ma solo in quanto Dio si fa conoscere per mezzo di Gesù (Giovanni 1:18).

La dottrina delle sacre Scritture: L’enfasi di Barth su Cristo quale unica Parola di Dio influì sulla dottrina delle sacre Scritture. Se Cristo è l’unica vera Parola di Dio, le Scritture lo sono solo in senso secondario, in quante esse rendono testimonianza di lui (Giovanni 5:39). Lungi però dal diminuire l’importanza della Bibbia, Barth l’aumentò, considerandola così non un libro qualsiasi la cui efficacia dipende dalla sua interpretazione, ma come lo strumento per mezzo del quale Gesù Cristo ci incontra e ci parla personalmente.

Colossesi 1:15-23: Affinché Abbia Il Primato

Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, e il fratello Timoteo ai santi e fedeli fratelli in Cristo che sono in Colosse: grazia a voi e pace da Dio, nostro Padre. Noi ringraziamo Dio, Padre del nostro Signore Gesù Cristo, pregando sempre per voi, perché abbiamo sentito parlare della vostra fede in Cristo Gesù e dell’amore che avete per tutti i santi, a causa della speranza che vi è riservata nei cieli, della quale avete già sentito parlare mediante la predicazione della verità del vangelo. Esso è in mezzo a voi, e nel mondo intero porta frutto e cresce, come avviene anche tra di voi dal giorno che ascoltaste e conosceste la grazia di Dio in verità, secondo quello che avete imparato da Epafra, il nostro caro compagno di servizio, che è fedele ministro di Cristo per voi. Egli ci ha anche fatto conoscere il vostro amore nello Spirito.

Perciò anche noi, dal giorno che abbiamo saputo questo, non cessiamo di pregare per voi e di domandare che siate ricolmi della profonda conoscenza della volontà di Dio con ogni sapienza e intelligenza spirituale, 10 perché camminiate in modo degno del Signore per piacergli in ogni cosa, portando frutto in ogni opera buona e crescendo nella conoscenza di Dio; 11 fortificati in ogni cosa dalla sua gloriosa potenza, per essere sempre pazienti e perseveranti; 12 ringraziando con gioia il Padre che vi ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce. 13 Dio ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasportati nel regno del suo amato Figlio. 14 In lui abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati.

Non ci stanchiamo mai di ribadire che Gesù Cristo deve essere l’inizio e la fine, il centro e il perimetro, la forma e il contenuto della nostra fede. Leggiamo la Bibbia correttamente solo se la leggiamo come testimonianza di Gesù. Conosciamo Dio solo se lo conosciamo in Gesù. Preghiamo Dio solo se lo preghiamo nel nome di Gesù. Siamo riconciliati con Dio solo se siamo uniti per fede a Gesù. Gesù solo è la via, la verità e la vita (Giov. 14:6): la via perché solo lui ci porta a Dio, la verità perché solo in lui possiamo essere certi di ciò che sappaimo, e la vita perché solo in lui abbiamo la speranza della risurrezione e la vita eterna.

Non c’è forse nessun altro scritto nella Bibbia che evidenzi l’unicità di Gesù come la lettera di Paolo ai Colossesi, redatta dall’apostolo per contrastare falsi insegnamenti nella chiesa di Colosse che cercavano di diminuire la sufficienza di Cristo e supplirne le mancanze con altre filosofie e tradizioni umane. Paolo ribatte con un “NO!” forte e inequivocabile. Colossesi 2:8-10 ci dice tutto:

Guardate che nessuno faccia di voi sua preda con la filosofia e con vani raggiri secondo la tradizione degli uomini e gli elementi del mondo e non secondo Cristo; perché in lui abita corporalmente tutta la pienezza della Deità; 10 e voi avete tutto pienamente in lui, che è il capo di ogni principato e di ogni potestà.

Nel primo capitolo, Paolo getta le fondamenta teologiche che reggono quest’affermazione. Nei vv.15-23, un passo breve ma insondabilmente profondo, Paolo spiega le ragioni per cui Cristo è tutto in tutti: è il proposito eterno di Dio che Cristo abbia il primato nella creazione, nella riconciliazione, e nella redenzione. Consideriamo ora ognuno di questi tre punti.

1) Il Primato Nella Creazione (1:15-17)

15 Egli è l’immagine del Dio invisibile, il primogenito di ogni creatura; 16 poiché in lui sono state create tutte le cose che sono nei cieli e sulla terra, le visibili e le invisibili: troni, signorie, principati, potestà; tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. 17 Egli è prima di ogni cosa e tutte le cose sussistono in lui.

Un grande teologo del secondo secolo d.C., Ireneo di Lione, parafrasò la prima parte del v.15 così: “il Padre è l’invisibile del Figlio, ma il Figlio è il visibile del Padre”. Ireneo scrisse queste parole nella sua opera intitolata “Contro Eresie” in cui, come indica il titolo, si oppose alle eresie che già in quell’epoca erano spuntate e minacciavano le verità fondamentali del vangelo. Nella storia della chiesa, le eresie più pericolose sembrano sorgere sempre intorno alla persona di Cristo, e in particolare riguardo alla sua relazione a Dio. Solitamente si tende a porre l’accento o sulla divinità di Gesù o sulla sua umanità talmente tanto che si nega effettivamente o l’una o l’altra. Si fa fatica a comprendere come Gesù può essere sia pienamente Dio che pienamente l’uomo, e perciò si trascura uno per ridurre la tensione percepita.

Come notò Ireneo, Colossesi 1:15 non dovrebbe lasciare nessun dubbio. Gesù è “l’immagine del Dio invisibile”, cioè “il visibile del Padre” che è “l’invisibile del Figlio”. Questo indica la piena uguaglianza del Figlio al Padre, perché se il Figlio non fosse uguale al Padre in ogni senso (tranne il fatto di non essere il Padre), come potrebbe essere il visible del Padre? Se è vero che, come Gesù stesso dichiara in Giovanni 14:9: “Chi ha visto me, ha visto il Padre”, Gesù deve essere uguale al Padre, altrimenti il Dio rivelato in Gesù non sarebbe veramente il Padre. Forse Gesù potrebbe rispecchiare il Padre in qualche modo come la luna rispecchia il sole, ma non diremmo mai che “chi vede la luna ha visto il sole”. Se nel Figlio vediamo il Padre in modo totale e completo così che non rimanga nessun aspetto di Dio nascosto o offuscato, Gesù deve essere uguale al Padre in totale e completo.

“Però,” qualcuno potrebbe replicare, “Paolo dice subito dopo che Gesù è ‘il primogenito di ogni creatura’. Quindi non può essere uguale al Padre, essendo lui stesso la prima creatura.” I testimoni di Geova, infatti, usano questo ragionamento. Colossesi 1:15 è una delle prime Scritture che tirano fuori quando tentano di convincerti che Gesù non è uguale al Padre. Come dunque rispondiamo? Al primo sguardo, potrebbe apparire proprio così.

Teniamo presenti due punti. In primo luogo, la primogenitura, per gli ebrei, aveva più a che fare con i diritti dell’eredità, e non dell’ordine della nascita. Basta pensare a Esau e Giacobbe. Benché nato dopo Esau, Giacobbe è diventato il “primogenito” in quanto ha ottenuto la primogenitura, il diritto di ereditare ciò che apparteneva a suo padre, Isacco.

In secondo luogo, è importante che lasciamo che Paolo si spieghi, senza imporgli il significato che vogliamo attribuire ai termini che usa. Paolo infatti si spiega subito nei vv.16-17. Gesù è “il primogenito di ogni creatura poiché in lui sono state create tutte le cose che sono nei cieli e sulla terra…. Egli è prima di ogni cosa.” Paolo non dice che in Cristo sono state create tutte le “altre” cose, come traduce la versione dei testimoni di Geova. No, Paolo asserisce che in Cristo sono state create “tutte le cose”, e poi che “egli è prima di ogni cosa”, non prima di ogni “altra” cosa. Ne consegue che non dobbiamo intendere la frase “il primogenito di ogni creatura” nel senso che Cristo si trova tra “tutte le cose” che sono state create, altrimenti vv.16-17 non avrebbero senso.

Come allora dobbiamo interpretare v.15? Bisogna ricordarci di chi Paolo parla: di Gesù Cristo. In altre parole, Paolo non parla del “Figlio di Dio” distinto dalla sua esistenza come Gesù, cioè distinto dalla “Parola che è diventata carne” (Giov. 1:14). Quando Paolo afferma che Gesù è “il primogenito di ogni creatura”, dobbiamo realizzare che è il Figlio incarnato di cui parla, il Gesù nato dalla vergine Maria e concepito dallo Spirito Santo, pienamente uomo e pienamente Dio.

Come un altro teologo importante nella storia, Atanasio di Alessandria, osservò contro gli ariani che nel quarto secolo d.C. negavano (come i testimoni di Geova) la piena divinità di Gesù, Gesù è il “primogenito di ogni creatura” non perché il Figlio sia stato creato, ma perché il Figlio-diventato-uomo costituisce sin dall’eternità il principio di tutte le vie e le opere di Dio. Ciò non significa che Gesù esiste sin dall’eternità nel suo stato incarnato, perché è diventato tale solo quando è nato da Maria. Che cosa vuol dire allora? Paolo ce lo dice alla fine del v.16: “tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui.” Non solo l’intero creato è venuto all’esistenza per mezzo di Gesù ma anche in vista di lui. In altre parole, anche se il Figlio di Dio non si è incarnato fino a tantissimo tempo dopo la creazione, Dio ha creato tutto affinché il Figlio potesse incarnarsi. Come un teologo contemporaneo ha detto, “Il mondo fu creato affinché Cristo potesse nascere.”

Se colleghiamo questa sbalorditiva verità con quella che “tutte le cose sussistono in lui”, arriviamo alla stupenda conclusione che l’universo e tutto ciò che è in esso esiste per Gesù. Ogni creatura, ogni animale, e ogni essere umano esiste per e in Gesù. Questo vale tanto per quelli che lo sanno quanto per quelli che non lo sanno. Il punto saliente è questo: Cristo deve avere il primato nel nostro pensare, parlare e vivere perché ha già il primato in tutto. Proprio come è scemo chi pensa di poter resistere alla forza della gravità e salta dal tetto di un grattacielo per volare come un uccello, così è scemo anche chi pensa di poter vivere senza Gesù, come anche egli ha avvertito in Giovanni 15:6: “Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio, e si secca; questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano.” Se Gesù ha il primato nella creazione, così deve avere il primato anche nella nostra vita.

2) Il Primato Nella Riconciliazione (1:18-20)

18 Egli è il capo del corpo, cioè della chiesa; egli che è il principio, il primogenito dai morti, affinché in ogni cosa abbia il primato. 19 Poiché al Padre piacque di far abitare in lui tutta la pienezza 20 e di riconciliare con sé tutte le cose per mezzo di lui, avendo fatto la pace mediante il sangue della sua croce; per mezzo di lui, dico, tanto le cose che sono sulla terra, quanto quelle che sono nei cieli.

C’è un secondo senso in cui Gesù ha il primato, cioè nella riconciliazione. È necessario che Paolo lo spieghi, perché qualcuno potrebbe riconoscere che Gesù ha avuto il primato nella creazione, ma che adesso il mondo appartiene alle forze spirituali del male, al peccato e alla morte. I falsi insegnamenti a Colosse erano nati per questo motivo: anche se Gesù è sufficiente per assicurare il nostro destino eterno, nel frattempo, mentre i credenti vengono assaliti da poteri malvagi, essi hanno bisogno di altri aiuti per esserne liberati.

Paolo dunque sottolinea che lo stesso Gesù nel quale e per il quale il mondo è stato creato è proprio colui che per mezzo del quale il mondo è stato riconciliato a Dio. In questi versetti, Paolo insiste che la portata della riconciliazione che Dio ha effettuato in Cristo sulla croce è uguale alla portata della creazione. In altre parole, dopo la croce, il male non ha più potere vero su qualche sfera della creazione dove Gesù non regna. In Cristo, tutte le cose che sono state create per mezzo di lui sono state anche riconciliate per mezzo di lui, “mediate il sangue della sua croce”. Paolo afferma senza equivoci: “tanto le cose che sono sulla terra quanto quelle che sono nei cieli”.

È vero che il mondo come lo percepiamo non appare riconciliato. Questa è infatti una “pietra d’inciampo” che per molti diventa un motivo per non credere al vangelo. Anche noi credenti, di fronte agli indicibili mali nel mondo, possiamo essere tentati di dubitare della portata universale della riconciliazione effettuata in Cristo. In tali casi, però, Paolo ci richiama al fatto della risurrezione, che Cristo è il “primogenito dei morti”. Certo, non vediamo il mondo riconciliato, risanato, e risuscitato come lo sarà un giorno, ma vediamo Cristo che è la “primizia” di quel che si rivelerà in futuro. Se Cristo è il “visibile” del Dio invisibile, è anche il “visibile” della riconciliazione di tutte le cose che è altrettanto invisibile, ora “nascosta con Cristo in Dio” (3:3). Camminare per fede e non per visione vuol dire che viviamo in questa nuova realtà anche se ci rimane celata nel tempo presente.

Come applicazione pratica, questa verità ci aiuta quando testimoniamo il vangelo ad altri. Dobbiamo parlare del vangelo come se fosse vero anche per quelli che non lo credono, perché è vero anche per quelli che non lo credono. Quando parliamo con qualcuno che non crede in Gesù, dobbiamo sempre tenere a mente che questa persona appartiene comunque a Cristo — prima perché esiste per mezzo di Cristo, ma secondo perché Cristo è morto per riconcilare anche lei a Dio. Lei può cercare di resistere e negare questa realtà, ma non la può negare. Un giorno anche le sue ginocchia piegheranno e la sua lingua confesserà che Gesù Cristo è il Signore.

3) Il Primato Nella Redenzione (1:21-23)

21 Anche voi, che un tempo eravate estranei e nemici a causa dei vostri pensieri e delle vostre opere malvagie, 22 ora egli vi ha riconciliati nel corpo della sua carne, per mezzo della sua morte, per farvi comparire davanti a sé santi, senza difetto e irreprensibili, 23 se appunto perseverate nella fede, fondati e saldi e senza lasciarvi smuovere dalla speranza del vangelo che avete ascoltato, il quale è stato predicato a ogni creatura sotto il cielo e di cui io, Paolo, sono diventato servitore.

Se questo è vero, non saranno tutti salvati alla fine? Paolo ci avverte dall’arrivare a questa conclusione. Siamo stati riconciliati in Cristo quando è morto, già prima che credessimo in lui, anche prima che nascessimo! Eppure, Paolo afferma anche che compariremo davanti a lui “santi, senza difetto e irreprensibili”, cioè pienamente redenti e santificati, “se appunto perseverate nella fede fondati e saldi e senza lasciarvi smuovere dalla speranza del vangelo che avete ascoltato”.

Sembra una contraddizione? Non lo è. La chiave è di prendere sul serio cià che Paolo dice nel v.22: “egli vi ha riconcilati nel corpo della sua carne”. Qui Paolo non usa la sua solita espressione “in Cristo” o “in lui” ma “nel corpo della sua carne”. La nostra riconciliazione è letteralmente in Cristo, non in noi stessi. È così che Paolo riesce ad affermare, da un lato, che in Cristo tutte le cose in cielo e sulla terra sono state riconciliate a Dio e, dall’altro, che quella riconciliazione si manifesterà solo in coloro che credono in lui e perseverano nella loro fede. Se la nostra riconciliazione è in Cristo, e in nessun altro o da nessun’altra parte, è solo uniti a lui che possiamo beneficiarne. E il legame per mezzo del quale siamo “uniti” a Cristo e il segno che beneficiamo della sua opera a nostro favore è la fede. Come la riconciliazione in Cristo si manifesterà in coloro che perseverano invece nel rifiutarla rimane un mistero, ma possiamo affermare che il loro rifiuto, anche se porta alla loro perdizione eterna, non diminuisce l’efficacia della rinconciliazione operata in Cristo anche a loro favore. Anzi, è paradossalmente perché l’opera di Cristo vale anche per gli increduli che rimarranno perduti: vorrebbero allontanarsi da Dio, ma Dio non li lascerà mai andare, e sarà proprio questo che li tormenterà come l’inferno.

In conclusione, facciamo bene a dare retta all’esortazione pratica che Paolo rivolge nel 2:6-7 in base a queste profonde verità:

Come dunque avete ricevuto Cristo Gesù, il Signore, così camminate in lui; radicati ed edificati in lui, saldi nella fede, come vi è stata insegnata, e abbondando nel ringraziamento.

Che Dio ci conceda la grazia di camminare e di crescere sempre di più in Cristo e di abbondare nel ringraziamente, e che ci usi in questo modo di testimoniare questa grazia agli altri che non la conoscono.

Matteo 6:1-13: La Preghiera – Conoscere, Conformarsi, Capovolgere

6:1  «Guardatevi dal praticare la vostra giustizia davanti agli uomini, per essere osservati da loro; altrimenti non ne avrete premio presso il Padre vostro che è nei cieli. Quando dunque fai l’elemosina, non far suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere onorati dagli uomini. Io vi dico in verità che questo è il premio che ne hanno. Ma quando tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra quel che fa la destra, affinché la tua elemosina sia fatta in segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa.

«Quando pregate, non siate come gli ipocriti; poiché essi amano pregare stando in piedi nelle sinagoghe e agli angoli delle piazze per essere visti dagli uomini. Io vi dico in verità che questo è il premio che ne hanno. Ma tu, quando preghi, entra nella tua cameretta e, chiusa la porta, rivolgi la preghiera al Padre tuo che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa. Nel pregare non usate troppe parole come fanno i pagani, i quali pensano di essere esauditi per il gran numero delle loro parole. Non fate dunque come loro, poiché il Padre vostro sa le cose di cui avete bisogno, prima che gliele chiediate.

Voi dunque pregate così: “Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome; 10 venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà, come in cielo, anche in terra. 11 Dacci oggi il nostro pane quotidiano; 12 rimettici i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori; 13 e non ci esporre alla tentazione, ma liberaci dal maligno. [Perché a te appartengono il regno, la potenza e la gloria in eterno. Amen.]”

1) Pregare: Conoscere Dio Come Padre

Questa settimana prendiamo in considerazione l’insegnamento di Gesù sulla preghiera che egli ha dato ai suoi discepoli nel sermone sul monte. È compito difficilissimo cercare di esporre le profondità del “Padre nostro” in un solo sermone, perché è, come un predicatore ha giustamente commentato, “la preghiera che comprende tutto il mondo”. Il nostro obbiettivo oggi non sarà quello di spiegare in dettaglio ogni frase del Padre nostro, ciò che in realtà sarebbe quasi impossibile, ma di situare la preghiera nel contesto in cui viene presentata. Il Padre nostro risulta uno dei testi biblici più noti anche tra coloro che non si reputano credenti, ma è solitamente sentito separato dal suo contesto nel vangelo di Matteo, e per questo ci sfuggono le sue vere ricchezze. In questo studio, vogliamo meditare su tre aspetti del Padre nostro, tre verità che, se le impariamo e poi ne facciamo tesoro, garantiscono di cambiare radicalmente il nostro concetto — e forse più importante la nostra pratica — della preghiera.

La prima verità è che nel Padre nostro veniamo a conoscere Dio appunto come “Padre nostro”. Oggi come oggi si dice spesso che Dio è “nostro Padre celeste” o che “siamo tutti figli di Dio”, ma in realtà le vite di chi lo dice sanno ben poco di cosa significa conoscere Dio come Padre. È importante dunque collegare l’invocazione “Padre nostro” a ciò che avviene quando Gesù viene battezzato: Ed ecco una voce dai cieli che disse: «Questo è il mio diletto Figlio, nel quale mi sono compiaciuto»” (4:17). Questa è la voce di Dio che afferma e avvalora Gesù come Figlio di Dio, ma l’unico vero Figlio di Dio. Tra tutte le persone che venivano da Giovanni per essere da lui battezzate, solo a Gesù si rivolge la voce di Dio, e solo lui è chiamato e riconosciuto suo Figlio. Non solo: Gesù è il “diletto” Figlio nel quale Dio si è compiaciuto.

Questo momento ha un’importanza inestimabile per la nostra conoscenza di Dio. Dio non è fondamentalmente un’essere trascendentale, eterno, immutabile, onnipotente, onnisciente, ecc. Certo, questi aggettivi in un certo senso indicano qualcosa di corretto rispetto a Dio, ma non lo fanno conoscere più che gli aggettivi “magro”, “alto”, e “simpatico” fanno conoscere una determinata persona. Dio non è fondamentalmente un accumulo di attributi superlativi, cioè qualità umane elevate al massimo. I cristiani dei primi secoli usavano un aforismo molto vero basato su Giovanni 1:18: “solo Dio può far conoscere Dio”. Non lo conosciamo ragionando, per così dire, dal basso in alto, partendo da ciò che osserviamo e poi pensando Dio come il massimo di quello. No, la conoscenza di Dio viene dall’alto in basso, da Dio stesso che nega ogni conoscenza di lui costruita dalla ragione umana e si rivela in modo totalmente nuovo e inaspettato.

In Gesù Cristo — che è Emmanuele, Dio con noi che si fa conoscere — scopriamo che la vera “essenza” o “carattere” di Dio sta nell’essere “Padre” di Gesù Cristo, suo Figlio. Attenzione: non “padre” nel senso di un padre umano — anche quello più bravo — e solo ampliato mille volte. Dio è Padre nel senso in cui lo descrive Paolo in Efesini 3:14-15: “Per questo motivo piego le ginocchia davanti al Padre dal quale ogni famiglia nei cieli e sulla terra prende nome…” In altre parole, la paternità di Dio — come la nostra compresione di essa — non deriva dalla paternità umana ma ne è la fonte. Esiste la paternità umana solo perché Dio è il Padre vero, unico, e originale. Se vogliamo conoscere Dio come Padre, non dobbiamo guardare i padri umani e lasciar che essi lo definiscano. Dobbiamo guardare solo come egli si è rivelato in Cristo.

Che cosa impariamo dunque guardando Gesù? Che Dio che si rivela come Padre è amore, gioia e diletto. Dio Padre non è a volte amore e a volte odio, è solo amore. Non è a volta diletto e a volte disgusto; è solo diletto. Come dice 1 Giovanni 1:5: “Dio è luce, e in lui non ci sono tenebre.” O di nuovo Paolo in 2 Corinzi 1:19: “il Figlio di Dio, Cristo Gesù, che è stato da noi predicato fra voi … non è stato «sì» e «no», ma è sempre stato «sì» in lui.” Siccome Dio è Padre, e in Gesù Dio come Padre si rivela amore e solo amore, possiamo legittimamente parafrasare il famoso tredicesimo capitolo di 1 Corinzi (vv.4-8) nel modo seguente:

Dio è paziente, Dio è benevolo; Dio non invidia; Dio non si vanta, Dio non si gonfia, 5 Dio non si comporta in modo sconveniente, Dio non cerca il proprio interesse, Dio non s’inasprisce, Dio non addebita il male, 6 Dio non gode dell’ingiustizia, ma gioisce con la verità; 7 Dio soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa. Dio non verrà mai meno.

Così è Dio. E come si rivolge a Gesù e gli dice quanto lo ama, quanto si compiace in lui già prima che Gesù cominciasse il suo ministero pubblico, così Dio Padre non ama in modo condizionato, solo dopo i suoi figli adempiono a una serie di obblighi e doveri da lui richiesti. No, l’amore di Dio Padre è ciò che ci precede, che ci sostiene, e ci accoglierà un giorno a casa sua a braccia aperte.

Ora, se conosciamo Dio in questo modo: non come qualche ente superiore e dietà remota ma come il Padre che ci vuole più bene di quanto siamo in grado di comprendere, quanto diversa sarà la nostra vita! Gesù ha potuto affrontare ogni difficoltà e sofferenza: l’odio dei religiosi, il tradimento dei suoi amici, il rifiuto da parte di coloro che è venuto per servire, e infine la sua atroce e indicibile morte sulla croce perché lui conosceva nel profondo del suo cuore e della sua anima Dio come Padre. Conoscendo Dio come Padre, non dobbiamo mai dubitare del suo amore per noi, mai dubitare del bene che egli vuole farci, mai dubitare che, come dice Salmo 23:6: “Certo, beni e bontà m’accompagneranno tutti i giorni della mia vita”, a prescindere dalle circostanze in cui ci troviamo.

Pregare, dunque, vuole dire entrare in comunione con e venire a conoscere sempre di più Dio come Padre nostro. Pregare vuol dire conoscere Dio come Gesù lo conosceva. Pregare vuol dire sentire da lui le stesse parole pronunciate su Gesù: “Anche tu _______ sei il mio diletto figlio nel quale mi sono compiaciuto”. Se vediamo la preghiera come mezzo di conoscere Dio così e di stare in comunione con lui, non sarà più un dovere religioso da compiere o un peso che dobbiamo portare, ma la semplice gioia di stare nella presenza di colui che ci ama pazzescamente!

2) Pregare: Conformarsi a Cristo

La seconda verità consegue dalla prima. Poiché Gesù è l’unico vero Figlio di Dio, è solo in lui che possiamo relazionarsi con Dio come Padre nostro. Siccome Gesù è l’unico vero Figlio di Dio, sarebbe l’apice della superbia umana arrogarsi, senza di lui, il diritto di chiamare Dio “Padre”. Ma ciò che sarebbe l’apice della superbia umana diventa l’occasione della manifestazione della stupenda grazia di Dio che in Cristo ci dà questo diritto e privilegio.

È Gesù dunque che ci insegna a pregare così: “Padre nostro, che sei nei cieli…”. Gesù, l’unico Figlio di Dio e uguale al Padre in gloria, potere e onore si affianca a noi, facendosi osso delle nostra ossa e carne della nostra carne, divenendo simile a noi in ogni cosa, salvo il peccato, per farci diventare suoi fratelli e sorelle! Gesù non dice: “Padre mio e Padre vostro”, mantenendo così una certa distanza. Egli dice: “Padre nostro”: tanto il vostro quanto il mio! Il modo in cui Gesù s’identifica con noi indica anche come egli intende farci identificare con lui. È questo lo scopo del pregare il Padre nostro: renderci conformi a lui proprio come lui si è reso conforme a noi.

Consideriamo le richieste del Padre nostro in quest’ottica:

“Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome”, come Gesù ha vissuto in constante comunione con il Padre, sempre desiderando di portare a lui soltanto tutta la gloria e l’onore.

“Venga il tuo regno”, come Gesù è venuto predicando: “Il regno di Dio è vicino” e ne ha dato segni guarendo i malati e scacciando i demoni. Come Gesù ha cercato prima il regno di Dio (6:33), così anche fanno i suoi discepoli quando chiedono questo a Dio.

“Sia fatta la tua volontà, come in cielo, anche in terra”, come Gesù non è venuto per fare la sua volontà ma quella di suo Padre. Infatti, sarà tramite la preghiera che Gesù vincerà la tentazione di ritirarsi dalla croce: “si gettò con la faccia a terra, pregando e dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi oltre da me questo calice! Ma pure, non come voglio io, ma come tu vuoi»” (26:39).

“Dacci oggi il nostro pane quotidiano”, come Gesù non ha ceduto alla tentazione nel deserto di trasformare pietre in pani, ma ha mantenuto la sua fiducia nel Padre di provvedere a ogni suo bisogno.

“Rimettici i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori”, come Gesù è venuto per ottenere il nostro perdono, identificandosi con noi sotto il giudizio di Dio.

“E non ci esporre alla tentazione, ma liberaci dal maligno”, come Gesù ha superato la tentazione e ha vinto il maligno nel deserto.

Insomma, tutte le richieste del Padre nostro derivano proprio dalla vita di Gesù stesso. Riflettono il suo carattere, i suoi desideri, le sue priorità e il suo potere. Pregare il Padre nostro non significa dunque recitare parole vuote, anche se questo potrebbe capitare se le ripetessimo senza prestare attenzione a ciò che diciamo. Seguire l’esempio di Gesù e pregare il Padre nostro, in fede e consapevolezza, vuol dire essere trasformati a sua immagine. Se il nostro desiderio — come dovrebbe infatti essere quello del vero discepolo — è di diventare sempre più conformi a Cristo, il Padre nostro ci insegna che la preghiera che ci mette in comunione con il Padre e ci affianca a Cristo è il mezzo per il quale egli ci conforma sempre più a sua immagine. Che dono è quindi la preghiera!

3) Pregare: Capovolgere il Mondo

L’ultima verità ci aiuta a comprendere l’importanza della preghiera alla nostra vocazione come discepoli di Cristo. L’insegnamento di Gesù sulla preghiera è preceduto da questa esortazione all’inizio del capitolo 6: “Guardatevi dal praticare la vostra giustizia davanti agli uomini”. La preghiera è, in altre parole, è un modo, se non il modo principale, in cui i discepoli di Gesù praticano la giustizia; ecco perché essi devono sapere come farlo giustamente!

Ma che cosa fanno esattamente i discepoli quando pregano seguendo il Padre nostro? Quando si prega, non sembra accadere niente di particolare. Se osserviamo qualcuno che prega, e non osserviamo uno spettacolo, una manifestazione di potere, o una rivoluzione che cambia il mondo. Per molti, infatti, la preghiera è uno spreco di tempo, una forma di misticismo che non sfiora minimamente le difficoltà o le problematiche della vita. “Se vogliamo cambiare le cose, se vogliamo ottenere quello che ci spetta in questa vita, dobbiamo darci da fare! Dobbiamo esigere il cambiamento! Dobbiamo scendere in piazza per protestare! Dobbiamo fare uno sciopero! Dobbiamo votare politici diversi! Dobbiamo, dobbiamo, dobbiamo!”

Rispetto all’attivismo che per molti (anche credenti) è necessario per cambiare il mondo, la preghiera può sembrare poco utile, un lusso per chi se lo può permettere, ma uno spreco per chi deve faticarsi per tirarsi avanti nella vita. Il Padre nostro, invece, capovolge questa mentalità, perché esso ci insegna che il vero modo per ottenere tutto ciò di cui abbiamo bisogno è di dipendere fiduciosamente da Dio, esprimendo questa dipendenza fiduciosa tramite la preghiera. Come Gesù dice alla fine del capitolo 6:

31 Non siate dunque in ansia, dicendo: “Che mangeremo? Che berremo? Di che ci vestiremo?” 32 Perché sono i pagani che ricercano tutte queste cose; il Padre vostro celeste, infatti, sa che avete bisogno di tutte queste cose. 33 Cercate prima il regno {di Dio} e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in più.

Il Padre nostro ci insegna, inoltre, che l’unica speranza che questo mondo ha è che “venga il regno di Dio” e che “sia fatta la sua volontà in terra come in cielo”. Nel suo ministero Gesù ha fatto vedere un mondo sotto il governo di Dio in cui la sua volontà è fatta come in cielo: un mondo senza malattia, senza male, senza tristezza, senza morte, un mondo di perfetta gioia, giustiza e pace. Ora, in quanto Gesù ci invita a unirci al lui nel pregare il Padre nostro, ci invita a partecipare con lui nel far venire il regno di Dio sulla terra! Quando preghiamo “venga il tuo regno”, noi partecipiamo nel farlo venire! Quando preghiamo “sia fatta la tua volontà”, noi partecipiamo nel farla fare in terra come in cielo!

Questo non dovrebbe lasciarci sorpresi, perché ci ha già detto nel capitolo 5 che sono i poveri in spirito, gli afflitti, i mansueti, gli affamati di giustizia, ecc. che entrano nel regno di Dio e ereditano la terra. Non i potenti o i politici o i bravi o gli intelligenti che riescono a cambiare il mondo tramite le proprie forze. No, sono gli umili, i mansueti, i piccoli, i deboli del mondo che rinunciano alle proprie forze e semplicemente supplicano Dio giorno e notte che cambiano il mondo! Qui c’è il mistero della preghiera, che mentre non sembra effettuare niente di importante, essa è in realtà il potere più grande del mondo. Il più piccolo e più debole discepolo di Gesù esercita il potere più grande nel universo quando prega, non perché la preghiera in sé ha qualche potenza innata, ma perché è rivolta al Dio Padre onnipotente che l’ascolta e risponde.

Sono convinto che il giorno quando Gesù ritorna e la sua salvezza è pienamente, visibilmente rivelata, sarà anche rivelato che il vero potere che ha smosso le montange, che ha abbattuto i regni, che ha diffuso il vangelo in tutto il mondo, e che ha sconfitto tutti i poteri del male è il potere dei deboli che pregano. Scopriremo che lungi da essere uno spreco di tempo, le ore passate in preghiera sono quelle più efficaci e importanti, sia per realizzare il proposito di Dio per noi, sia per realizzare il proposito di Dio per tutto il mondo.

Concludo con un ultimo pensiero. Ebrei 7:25 dice questo riguardo all’attività che Cristo svolge tuttora in cielo presso il Padre: “Perciò egli può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio, dal momento che vive sempre per intercedere per loro.” Dopo aver compiuto la nostra salvezza sulla croce, risorto e poi asceso in cielo, Ebrei ci dice che Gesù ora “vive sempre per intercedere”. Non dice che Gesù vive per intercedere ogni tanto; vive per intercedere sempre! Che privilegio è, dunque, essere invitati a intercedere insieme a lui presso il Padre, chiedendo le stesse cose a Dio! Solo questo dovrebbe essere motivo sufficiente per invogliarci a pregare senza mai cessare, come esorta Paolo in 1 Tessalonicesi 5:17. Quando preghiamo il Padre nostro, chiedendogli le cose che Gesù ci ha insegnato, ci uniamo all’attività di Cristo stesso, e sappiamo dunque che quel che facciamo non può mai essere invano! Siamo sicuri, invece, che le nostre preghiere, come quelle di Gesù, saranno esaudite, e che un giorno vedremo con i nostri occhi, sentiremo con le nostre orecchie, e toccheremo con le nostri mani il frutto delle nostre preghiere, il regno di Dio sulla terra.

1 Timoteo 1:12-2:8: Un Solo Mediatore, Cristo Gesù Uomo

1) Gesù Cristo, Salvatore (1:12-20)

1:12 Io ringrazio colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù, nostro Signore, per avermi stimato degno della sua fiducia, ponendo al suo servizio me, 13 che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento; ma misericordia mi è stata usata, perché agivo per ignoranza nella mia incredulità, 14 e la grazia del Signore nostro è sovrabbondata con la fede e con l’amore che è in Cristo Gesù. 15 Certa è quest’affermazione e degna di essere pienamente accettata: che Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, dei quali io sono il primo. 16 Ma per questo mi è stata fatta misericordia, affinché Gesù Cristo dimostrasse in me, per primo, tutta la sua pazienza, e io servissi di esempio a quanti in seguito avrebbero creduto in lui per avere vita eterna. 17 Al Re eterno, immortale, invisibile, all’unico Dio, siano onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen. 18 Ti affido questo incarico, Timoteo, figlio mio, in armonia con le profezie che sono state in precedenza fatte a tuo riguardo, perché tu combatta in virtù di esse la buona battaglia, 19 conservando la fede e una buona coscienza, alla quale alcuni hanno rinunciato e, così, hanno fatto naufragio quanto alla fede. 20 Tra questi sono Imeneo e Alessandro, che ho consegnati a Satana affinché imparino a non bestemmiare.

L’apostolo Paolo ha scritto due lettere al suo collaboratore Timoteo per incoraggiarlo nel suo ministero a Efeso. Paolo aveva fondato la chiesa a Efeso, ed è stata un’opera particolarmente feconda. La chiesa è cresciuta rapida e forte, e da lì furono fondate altre chiese nelle regioni circostanti. Paolo aveva mandato Timoteo a Efeso per guidare la sempre crescente opera, e ha scritto due lettere per dargli consigli, esortazioni, e avvertimenti. Nel primo capitolo della prima lettera, Paolo ricorda Timoteo della centralità del vangelo che, come scrive in Galati, gli è stato rivelato da Gesù stesso. Paolo riassume questo vangelo nel v.15 dicendo: “Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori”. Ancora come in Galati, Paolo evidenzia com’è egli stesso un esempio vivente del vangelo che predica: non solo “Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori”, ma anche “dei quali io sono il primo”. Mentre Paolo andava a Damasco per perseguitare la chiesa lì, Gesù gli è apparso per salvarlo dalle sue vie malvagie e farlo diventare il suo testimone e apostolo. Perché proprio Paolo che era stato “bestemmiatore” e “persecutore” e “violento”? Nel v.16 Paolo spiega:

Ma per questo mi è stata fatta misericordia, affinché Gesù Cristo dimostrasse in me, per primo, tutta la sua pazienza, e io servissi di esempio a quanti in seguito avrebbero creduto in lui per avere vita eterna.

In altre parole, se Dio ha voluto e ha potuto salvare uno come Paolo, vuole e può salvare chiunque! L’incarico di Timoteo a Efeso, dunque, è di “conservare la fede e una buona coscienza”, specialmente perché alcune persone “hanno rinunciato e, così, hanno fatto naufragio quanto alla fede” (v.19). Il vangelo è la più buona notizia che ci sia, ed è per mezzo di esso che Gesù chiama i peccatori (anche i più grandi come Paolo!) a se stesso. Perciò, bisogna lottare per conservare il vangelo, perché se perdiamo quello, perdiamo tutto.

2) Gesù Cristo, Mediatore (2:1-5)

A) Pregare per tutti (vv.1-2)

2:1 Esorto dunque, prima di ogni altra cosa, che si facciano suppliche, preghiere, intercessioni, ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che sono costituiti in autorità, affinché possiamo condurre una vita tranquilla e quieta in tutta pietà e dignità.

Ora, nel capitolo 2 (e questo è la porzione della lettera su cui vogliamo soffermarci e riflettere oggi), Paolo comincia a dare a Timoteo istruzioni ed esortazioni varie. La prima esortazione è questa: “che si facciano suppliche, preghiere, intercessioni, ringraziamenti per tutti gli uomini”. In particolare, Paolo pone enfasi sulle preghiere da fare “per i re e per tutti quelli che sono costituiti in autorità”. Ma qual è lo scopo di queste preghiere? Paolo continua dicendo: “affinché possiamo condurre una vita tranquilla e quieta in tutta pietà e dignità”. Se ci fermiamo qui, potremmo pensare che lo scopo di queste preghiere per gli altri è che noi possiamo stare bene, ma in realtà non è così. Scopriamo nei prossimi versetti che queste preghiere mirano alla salvezza di “tutti gli uomini”. Vedremo perché questo è il caso tra poco, ma qui è sufficente fare due osservazioni.

Prima, il motivo per cui dobbiamo pregare “per i re e per tutti quelli che sono costituiti in autorità affinché possiamo condurre una vita tranquilla e quieta in tutta pietà e dignità” è per permettere la libera testimonianza del vangelo. Se le autorità governano bene e giustamente, non cercheranno di opporsi al vangelo, e dunque preghiamo che possiamo vivere sotte di esse in pace e serenità non per il nostro benessere personale, ma per poter rendere testimonianza a Gesù senza impedimento.

La seconda osservazione è che per Paolo, la preghiera è tanto importante al progresso del vangelo quanto è importante la testimonianza stessa. È interessante infatti notare che Paolo (che avrà molto da dire in seguito riguardo alla predicazione del vangelo) esorta “prima di ogni altra cosa che si facciano suppliche preghiere, intercessioni, ringraziamenti” a proposito del progresso del vangelo. Un vecchio detto afferma che “prima di parlare di Dio alle persone, bisogna parlare delle persone a Dio”. Come abbiamo visto anche in Atti 4, l’efficacia e la franchezza della testimonianza della chiesa deriva dallo Spirito Santo che la riempie e la fortifica, e lo Spirito Santo riempie e fortifica la chiesa in risposta alle sue preghiere. Pregare, dunque, è un elemento basilare e indispensabile nel ministero del vangelo.

B) Per la salvezza di tutti (vv.3-5)

Questo è buono e gradito davanti a Dio, nostro Salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e vengano alla conoscenza della verità. Infatti c’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo,

Nei vv.3-5, Paolo chiarisce tutto ciò. L’esortazione di pregare per tutti è radicata nella volontà di Dio che vuole salvare tutti. Paolo afferma che pregare in questo modo “è buono e gradito davanti a Dio” proprio perché il suo desiderio è che “tutti gli uomini siano salvati e vengano alla conoscenza della verità”. Il collegamento è ovvio, no? Dio vuole che preghiamo per tutti, perché egli vuole salvare tutti. Se Dio fosse già contento del numero delle persone già alla conoscenza della verità, non bisognerebbe pregare per tutti gli altri che non hanno creduto ancora. Ma poiché Dio che è “nostro Salvatore” vuole che “tutti siano salvati”, vuole anche (e ci esorta) che preghiamo per questo.

Sembra un po’ audace, comunque, avere la presunzione di dire “io so quello che Dio vuole”. Potremmo forse rispondere a Paolo: “Ma Paolo, come sai che Dio vuole che tutti siano salvati, e che noi dunque preghiamo per questo? Come fai a sapere che Dio desidera che tutti siano salvati e non (come credono certi cristiani) solo alcuni?” Paolo cerca di rispondere a questo interrogativo, spiegandoci proprio come si può sapere qual è il volere di Dio nei confronti che tutti gli esseri umani, come si può sapere che il proposito di Dio verso tutti è solo benevolo, amorevole e salvifico, solo di “sì” e non di “no”. La risposta è quella che è sempre: lo sappiamo in Gesù Cristo!

Dobbiamo approfondire il collegamento logico tra v.4 e v.5. V.5 fornisce la ragione per cui sappiamo qual è il volere di Dio nei confronti di tutti: è perché “c’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo”. Paolo inizia il suo ragionamento così: noi sappiamo che Dio è uno solo, e dunque egli deve essere il Dio di tutti. Notiamo come Paolo fa un ragionamento simile in Romani 3:29-30:

29 Dio è forse soltanto il Dio dei Giudei? Non è egli anche il Dio degli altri popoli? Certo, è anche il Dio degli altri popoli, 30 poiché c’è un solo Dio, il quale giustificherà il circonciso per fede, e l’incirconciso ugualmente per mezzo della fede.

Abbiamo capito il senso di questo ragionamento? Paolo smantella la ridicola idea che Dio appartiene solo agli ebrei. Gli ebrei appartengono a Dio, ma Dio non appartiene a loro. Che credano in lui o no, Dio è lo stesso Dio per tutti, perché Dio è uno solo. Se ci fossero più dèi, allora sarebbe logico dire che nessuno di loro è il dio di tutti. Ma siccome Dio è uno solo, l’unica conclusione ragionevole è che Dio è il Dio di tutti.

Ma poi Paolo estende questo ragionamento al mediatore, Cristo Gesù. Come Dio è uno solo e dunque il Dio di tutti, così anche Cristo è uno solo e dunque il mediatore di tutti. Dio non ha mandato due salvatori, due mediatori, ma uno solo, e uno solo per tutti. Quindi, Paolo dice, il suo volere nei confronti di tutti deve essere uno solo. Gesù Cristo è infatti il volere di Dio incarnato; Dio non ha un altro volere misterioso nascosto dietro le spalle di Gesù. E Paolo ha già dichiarato inequivocabilmente qual è stato il volere di Dio rivelato in Cristo: “Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori” (1:15). Ecco, dunque, come sappiamo che Dio vuole che tutti siano salvati: Gesù è venuto per salvare, non per condannare, e poiché Gesù è l’unico mediatore tra Dio e tutti gli esseri umani, sappiamo che Dio vuole che per mezzo di Gesù tutti siano salvati! Questo, poi, è il motivo perché è buono e gradito a Dio pregare per la salvezza di tutti: è ciò che Dio vuole in Cristo!

3) Gesù Cristo, Rivelatore (2:6)

che ha dato se stesso come prezzo di riscatto per tutti; questa è la testimonianza resa a suo tempo

“Ma”, potremmo chiedere ancora, “come fai a sapere, Paolo, che Cristo è venuto nel mondo solo per salvare e non per condannare i peccatori?” “È semplice”, Paolo risponde, “perché Dio ha reso la testimonianza di questo quando Gesù ha dato se stesso come prezzo di riscatti per tutti sulla croce”. La morte di Cristo sulla croce è stata la riconciliazione del mondo, sì, ma non solo: è stata anche la rivelazione della riconciliazione del mondo. Lì sulla croce, Gesù ha sofferto la morte che accomuna tutti noi esseri umani. Gesù era un uomo, sì, ma non solo: era anche “uomo”, o meglio “umano”. Incarnandosi, il Figlio di Dio si è unito a noi nella nostra condizione comune, ha assunto l’umanità che tutti noi abbiamo. Nella sua morte sulla croce, dunque, Gesù ha rappresentato e si è sostituito a tutti, perché è morto nella stessa carne di tutti. Non può essere, dunque, che sia morto solo per alcuni! Ecco perché sappiamo che Gesù è venuto solo per salvare tutti: perché è morto al posto di tutti! Forse nell’Antico Testamento quando Dio interveniva soprattutto nei confronti di Israele, non era sempre evidente qual era il suo volere nei confronti di tutti gli altri. Ma la croce di Cristo “è la testimonianza resa a suo tempo”, la rivelazione che la riconciliazione effettuata in Cristo è stata effettuata per tutti.

4) Gesù Cristo, Fratello (2:7-8)

e della quale io fui costituito predicatore e apostolo (io dico il vero [in Cristo], non mento), per istruire gli stranieri nella fede e nella verità. Io voglio dunque che gli uomini preghino in ogni luogo, alzando mani pure, senza ira e senza dispute.

Tutto questo porta Paolo a capo del suo discorso. Cristo lo ha costuito “predicatore e apostolo”, non per tenere il vangelo un segreto, ma per “istruire gli stranieri [cioè ogni popolo e ogni nazione e ogni persona] nella fede e nella verità. Dio vuole che tutti siano salvati e vengano alla conoscenza della verità, e quindi costituisce la sua chiesa — qui rappresentata da Paolo — il testimone del vangelo. Il termine “apostolo” significa letteralmente: “messaggero”. Paolo è stato mandato da Gesù come il suo messaggero per predicare la buona notizia che Dio vuole salvare tutti e che, in realtà tutti sono stati già riconciliati in lui. In un senso, Paolo parla di Gesù come nostro fratello: Gesù è colui che ci ha fatto conoscere il benevolo proposito di Dio nei nostri confronti, e ci invita a partecipare con lui nel farlo conoscere a tutti gli altri che non l’hanno ancora sentito.

Ecco perché Paolo ripete la sua esortazione inziale: “Io voglio dunque che gli uomini preghino in ogni luogo, alzando mani pure, senza ira e senza dispute.” Il volere di Dio si compierà attraverso la predicazione del vangelo a tutto il mondo, ma il vangelo non sarà predicato a tutto il mondo senza il potere che viene dato attraverso la preghiera. Abbiamo dunque non solo un grandissimo motivo per pregare per il progresso del vangelo nel mondo (cioè che in Cristo Dio ha rivelato il suo benevolo proposito di riconciliazione nei confronti di tutti) ma anche una grandissima certezza che ci fa perseverare nella preghiera: che il vangelo sia predicato in tutto il mondo è il volere di Dio. Infatti, Gesù stesso ha promesso ai suoi discepoli: “questo vangelo del regno sarà predicato in tutto il mondo, affinché ne sia resa testimonianza a tutte le genti; allora verrà la fine” (Matteo 23:14). Allora, preghiamo e predichiamo con franchezza e speranza, sapendo che in Cristo la fine è già certa e la vittoria sarà nostra!

La Storia della Chiesa in un Anno: Giovanni Calvino e la Perfetta Scuola di Cristo (33/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: Giovanni Calvino e la Perfetta Scuola di Cristo (33/52)

 All’infuori di Cristo non c’è nulla che giova conoscere. (Giovanni Calvino, Istituzione, II.xv.2)

 Nel XVI secolo la riscoperta del vangelo fece breccia non solo in Germania, ma anche in Svizzera e in Francia, testimonianza che l’opera veniva da Dio. Per esempio, Huldrych Zwingli (1484-1531), un contemporaneo di Lutero, avviò la Riforma a Zurigo, e dopo la sua morte Heinrich Bullinger (1504-1575) la portò avanti. La Riforma giunse poi a Basilea e a Strasburgo grazie all’impegno di Giovanni Ecolampadio (1482-1531) e Martin Bucer (1491-1551), rispettivamente.

Il riformatore che, salvo Lutero stesso, lasciò l’impronta indelebile sulla chiesa evangelica fu “quel francese”, il riformatore di Ginevra, Giovanni Calvino (1509-1564). Esiliato dalla Francia per le sue convinzioni “eretiche”, Calvino arrivò a Ginevra nel 1536, l’anno stesso in cui la città aveva aderito alla Riforma. Sotto la guida di Calvino, Ginevra si trasformò in ciò che il riformatore scozzese John Knox chiamò “la più perfetta scuola di Cristo”: un esemplare della chiesa riformata, un centro di formazione missionaria e pastorale, e un rifugio per tutti coloro che venivano perseguitati per la fede evangelica.

Pur essendo maggiormente noto per il cosiddetto “calvinismo” (sistema teologico non del tutto riconducibile al suo omonimo), la vera importanza di Calvino è tutt’altro. In primo luogo, Calvino basò tutto sulla Parola di Dio, convinto che bisogna “cercare Dio solo nella sua Parola, di pensare a lui guidati solamente da essa e di affermare di lui solo quanto sia in essa attinto e preso” (I.xiii.21). In secondo luogo, Calvino, a differenza delle speculazioni scolastiche, cercò di attenersi strettamente alla rivelazione di Dio in Gesù Cristo. Secondo lui, “la totalità ed i singoli elementi della nostra salvezza sono rinchiusi in Gesù Cristo; bisogna perciò guardarsi dal farne derivare la minima porzione da altra fonte…. In lui insomma è il tesoro di tutti i beni e da lui dobbiamo attingere per essere saziati, non altrove” (II.xvi.19). Secondo Calvino, dunque, le Scritture vanno interpretate sempre nell’ottica di Cristo, la Parola di Dio di cui tutte le parole della Bibbia danno testimonianza (Giov. 5:39).

Infine, Calvino insistette che la teologia non è mai un mero esercizio teorico ma che è sempre “utile a … educare alla giustizia”. L’obiettivo della sana dottrina è la pietà che Calvino definì “un senso di venerazione e di amore per Dio congiunti insieme, a cui siamo condotti dalla conoscenza dei beni da lui largiti”. E perché è così importante la pietà? Calvino risponde: “Fintantoché́ gli uomini non hanno chiaramente impresso nel cuore il pensiero che tutto debbono a Dio, che sono teneramente nutriti sotto il suo sguardo paterno, finché; insomma, non lo considerano autore di ogni bene, in modo da non desiderare altro che lui, mai gli si sottometteranno con sincera devozione” (I.ii.1).

È questo che soprattutto Calvino desiderò insegnare alla sua “perfetta scuola di Cristo”. Faremmo bene a imitarlo.

La Storia della Chiesa in un Anno: Guglielmo d’Ockham e la Sola Fede (27/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: Guglielmo d’Ockham e la Sola Fede (27/52)

 Che Dio sia onnipotente non può essere dimostrato ma solo accettato per fede (Guglielmo d’Ockham, Quodlibet I,1,7).

 Dopo Tommaso d’Aquino e Giovanni Duns Scoto, il terzo protagonista principale della scolastica medievale fu Guglielmo d’Ockham (1285-1347 d.C.), il fondatore inglese del nominalismo. Come Tommaso e Scoto, Guglielmo fu un teologo, filosofo, e religioso (francescano), ma la rivoluzione nella teologia filosofica che provocò fu così radicale che fu ritenuta una “via moderna” in contrasto alla “via antiqua” di Tommaso e Scoto.

Guglielmo portò all’estremo lo scioglimento, iniziato da Scoto, della sintesi tomista tra la fede e la ragione, tanto da scindere l’una dall’altra. Egli sostenne che l’uomo non è capace di conoscere Dio senza l’auto-rivelazione di quest’ultimo. Per questo motivo, Guglielmo insegnò che si può acquisire la conoscenza di Dio solo per mezzo della fede, e che la ragione (e la filosofia da essa generata) è di nessun giovamento quando si tratta di questioni teologiche o spirituali.

Stando alla base di questa convinzione fu l’enfasi ockhamista sulla volontà di Dio come supremo arbitro e causa efficace di ogni cosa (il volontarismo). Secondo Guglielmo, tutto ciò che esiste o accade è dovuto esclusivamente e infallibilmente all’imperscrutabile volontà divina. Quello che Dio ha deciso di fare (il suo potere ordinato) avrebbe potuto essere diverso se egli l’avesse voluto così (il suo potere assoluto). A causa di ciò, Guglielmo insistette, contro Tommaso, che non si possono dedurre quali sono le vie di Dio dagli effetti visibili che producono, perché Dio com’è in sé si cela dietro il modo in cui ha arbitrariamente deciso di manifestarsi. Guglielmo ipotizzò addirittura che Dio avrebbe potuto incarnarsi come un asino anziché un essere umano per salvare il mondo.

È indubitabile che nel suo zelo di contrastare la sintesi tomista, Guglielmo si lasciò trasportare da idee congetturali e persino assurde. Pur minando la certezza cristiana che il Dio conosciuto in Gesù non è altro che Dio com’è in se stesso, Guglielmo recuperò un principio fondamentale che era stato trascurato dalla chiesa medievale, un principio che avrebbe poi svolto un ruolo determinante nella formazione di un monaco agostiniano di nome Martin Lutero. Non è affatto un caso che Guglielmo fu censorato per aver smentito le pretese papali all’infallibilità e al potere temporale.

La negazione delle capacità umane di giungere a Dio e l’affermazione della fede quale unico mezzo di accettare la sua rivelazione crearono il fertile terreno dal quale sarebbe spuntata la scoperta di Lutero: “Non è giusto colui che opera molto, ma lo è chi, senza le opere, crede molto in Cristo” (Disputa di Heidelberg, tesi 25). Oppure, come lo dice l’apostolo Paolo: “Ora a chi opera, il salario non è messo in conto come grazia, ma come debito; mentre a chi non opera ma crede in colui che giustifica l’empio, la sua fede è messa in conto come giustizia” (Rom. 4:4-5).

La Storia della Chiesa in un Anno: Giovanni Duns Scoto e la Centralità di Cristo (26/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: Giovanni Duns Scoto e la Centralità di Cristo (26/52)

Pensare che Dio avrebbe rinunciato a tale opera [l’incarnazione] se Adamo non avesse peccato sarebbe del tutto irragionevole! Dico dunque che la caduta non è stata la causa della predestinazione di Cristo, e che – anche se nessuno fosse caduto, né l’angelo né l’uomo – in questa ipotesi Cristo sarebbe stato ancora predestinato nella stessa maniera. (Giovanni Duns Scoto, Reportata Parisiensia, in III Sent., d.7,4)

A volte eclissato da Tommaso d’Aquino, il filosofo-teologo scozzese Giovanni Duns Scoto (1266ca–1308 d.C.) fu nondimeno uno dei protagonisti più influenti della Scolastica medievale. Formato come francescano, Scoto studiò filosofia a Parigi e poi divenne docente alle Università di Oxford e di Cambridge. Tornato in Francia, portò a termine la sua carriera insegnando teologia all’Università di Parigi. Scoto, soprannominato Doctor Subdilis per il suo raffinato e penetrante pensiero, si allontanò da Tommaso ad alcuni punti critici.

In primo luogo, mentre Tommaso basò il suo sistema sull’analogia dell’essere (l’idea che esiste un collegamento tra Dio e il creato tanto che si può giungere alla conoscenza del primo riflettendo sul secondo), Scoto distinse la “teologia in se” (l’autoconoscenza di Dio) dalla “teologia nostra” (la nostra conoscenza di Dio). L’importanza di questa distinzione stava nel ricordare che i consigli di Dio sono più alti dei nostri quanto “i cieli sono alti al di sopra della terra” (Is. 55:9) e che qualsiasi “teologia nostra” è frutto solo dell’auto-rivelazione di Dio.

Ne conseguì, in secondo luogo, che Scoto distinse la teologia dalla cosiddetta “teologia naturale” di Tommaso. Mentre quest’ultimo tentò una sintesi tra la ragione naturale e la rivelazione divina, Scoto indebolì il legame tra le due, collocando la teologia esclusivamente nel dominio del secondo. Come possiamo conoscere Dio “in se” se lui non si fa conoscere a noi? Poiché “nessuno ha mai visto Dio”, veniamo a conoscerlo in un solo modo: “l’unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere” (Giov. 1:18).

In terzo luogo, Scoto ribaltò la superiorità che Tommaso aveva assegnato all’intelletto e pose l’enfasi invece sulla volontà. In poche parole, la teologia tomista è definita “teorica” e mira alla conoscenza, mentre la teologia scotista è definita “pratica” e mira all’amore, conformandosi meglio all’insegnamento dell’apostolo Paolo: “Se qualcuno pensa di conoscere qualcosa, non sa ancora come si deve conoscere; ma se qualcuno ama Dio, è conosciuto da lui” (1 Cor. 8:2-3).

Fondamentalmente, le differenze tra Tommaso e Scoto derivano dal “Cristocentrismo” di quest’ultimo. Scoto sapeva la dichiarazione di Gesù che “nessuno conosce il Padre, se non il Figlio, e colui al quale il Figlio voglia rivelarlo” (Matt. 11:27), il che esige una teologia strettamente cristocentrica, la quale fa “prigioniero ogni pensiero fino a renderlo ubbidiente a Cristo (2 Cor. 1:5). Purtroppo, il fatto che Scoto sviluppò anche la dottrina dell’Immacolata Concezione di Maria ci avverte della perenne possibilità di commettere grossi errori quando Cristo non rimane sempre al centro di tutto.