Giovanni 7: Il Dio Velato

1) La Parola che rivela Dio

Arrivando al capitolo 7 del vangelo di Giovanni, “dopo queste cose” (v.1) riportate nel capitolo 6, ci vuole poco prima che ci accorgiamo di dover trattare una questione spinosa. Se, com’è necessario, teniamo sempre presente il prologo di Giovanni (1:1-18) mentre leggiamo questo capitolo, c’imbattiamo subito in una difficoltà. Se è vero che Gesù, la Parola di Dio, è venuto nel mondo per farci conoscere il Dio che nessuno ha mai visto, perché allora c’è così tanta confusione su chi è? Se la Parola è diventata carne per rivelare la gloria di Dio, perché la gente non riesce a vederla? Se Dio vuole che abbiamo idee chiare su chi è e qual è il suo proposito per noi, perché non ce le fa avere in modo che non rimanga più nessun dubbio? Questa domanda infatti è centrale in Giovanni 7. Notiamo quante volte, nonostante i tanti segni e discorsi di Gesù, c’è ancora tanta perplessità, e persino conflitto, sulla sua identità:

12 Vi era tra la folla un gran mormorio riguardo a lui. Alcuni dicevano: «È un uomo per bene!», altri dicevano: «No, anzi, svia la gente!» 13 Nessuno però parlava di lui apertamente, per paura dei Giudei.

15 Perciò i Giudei si meravigliavano e dicevano: «Come mai conosce le Scritture senza aver fatto studi?»

20 La gente rispose: «Tu hai un demonio! Chi cerca di ucciderti?»

25 Perciò alcuni di Gerusalemme dicevano: «Non è questi colui che cercano di uccidere? 26 Eppure, ecco, egli parla liberamente e non gli dicono nulla. Che i capi abbiano riconosciuto per davvero che egli è il Cristo? 27 Eppure, costui sappiamo di dov’è; ma quando il Cristo verrà, nessuno saprà di dove egli sia».

35 Perciò i Giudei dissero tra di loro: «Dove andrà dunque ché noi non lo troveremo? Andrà forse da quelli che sono dispersi tra i Greci, a insegnare ai Greci? 36 Che significano queste sue parole: “Voi mi cercherete e non mi troverete” e: “Dove io sarò, voi non potete venire”?»

40 Una parte dunque della gente, udite quelle parole, diceva: «Questi è davvero il profeta». 41 Altri dicevano: «Questi è il Cristo». Altri, invece, dicevano: «Ma è forse dalla Galilea che viene il Cristo? 42 La Scrittura non dice forse che il Cristo viene dalla discendenza di Davide e da Betlemme, il villaggio dove stava Davide?» 43 Vi fu dunque dissenso, tra la gente, a causa sua.

La domanda suscitata da questo capitolo non si limita solo ai Giudei all’epoca di Gesù; resta tuttora una domanda diffusa e pertinente. Quanto più facile, pensiamo, sarebbe testimoniare Gesù se Dio scrivesse nel cielo con le nuvole: “Io sono Dio! Credete in Gesù come vostro Signore e Salvatore!” Quanto più facile sarebbe parlare di lui se lui, come al battesimo di Gesù, desse conferma con la sua propria voce dicendo: “Questi sono i miei servi; ascoltateli!” E quanto più facile sarebbe credere se Dio si manifestasse in modo visibile e tangibile agli occhi di tutti. Sarebbe molto più difficile, se non impossibile, essere atei o agnostici nei suoi confronti, no? Perché invece sembra che Dio si veli, si nasconda, lasciando il mondo nelle tenebre di così tante religioni e filosofie false? Se Dio ha così tanto “amato il mondo che ha dato il suo unigenito Figlio affinché chiunque crede in lui non perisca ma abbia vita eterna” (3:16), perché non si rivela in modo che tutti non possano fare altro che credere?

Così infatti i fratelli di Gesù lo esortano a fare all’inizio di Giovanni 7:

Or la festa dei Giudei, detta delle Capanne, era vicina. [Questa festa, si ricordi, era una delle tre feste che gli ebrei erano obbligati a celebrare a Gerusalemme] 3 Perciò i suoi fratelli gli dissero: «Parti di qua e va’ in Giudea, affinché anche i tuoi discepoli vedano le opere che tu fai. Poiché nessuno agisce in segreto quando cerca di essere riconosciuto pubblicamente. Se tu fai queste cose, manifèstati al mondo».

A primo sguardo, i fratelli di Gesù (che, sì, sono i suoi veri fratelli, nati dopo di lui a Giuseppe e Maria dopo per vie naturali) sembrano essere motivati da buone intenzioni, ma Giovanni subito aggiunge il seguente commento:

Poiché neppure i suoi fratelli credevano in lui.

Qui vediamo perché è importante sapere (contrario all’insegnamento della Chiesa di Roma) che questi sono i veri fratelli di Gesù. Questi sono quelli che sono cresciuti insieme a Gesù, nella stessa famiglia, con gli stessi genitori, che dunque conoscono Gesù meglio di tutti gli altri. E se neppure loro credono in lui dopo tutto questo tempo, se pretendono che Gesù si manifesti in modo più chiaro e convincente prima di credere, allora che speranza c’è che qualcun altro crederà?

Per quanto inquietante, questa domanda lo diventa ancora di più nel caso di qualcuno che (a differenza dei fratelli di Gesù) sembra cercare il Signore con un sincero desiderio di credere ma non riesce a trovarlo, qualcuno che vuole sentire la sua voce ma sente solo il silenzio, qualcuno che chiede qualche piccolo segno della sua presenza ma non vede niente. Che facciamo nei confronti di chi echeggia le parole di Giobbe:

23:3 Oh, sapessi dove trovarlo! Potessi arrivare fino al suo trono! Esporrei la mia causa davanti a lui, riempirei d’argomenti la mia bocca. 5 Saprei quel che mi risponderebbe, capirei quello che avrebbe da dirmi…. Ma ecco, se vado a oriente, egli non c’è; se a occidente, non lo trovo; se a settentrione, quando vi opera, io non lo vedo; si nasconde egli a sud, io non lo scorgo.

Possiamo dunque formulare la difficoltà di Giovanni 7 con la seguente domanda: se in Gesù Dio è rivelato, perché invece rimane velato agli occhi di così tante persone? Una risposta, che è anche giusta, è che queste persone semplicemente non vogliono vedere, non vogliono capire, non vogliono credere. Come dice Giovanni 3:20:

Perché chiunque fa cose malvagie odia la luce e non viene alla luce, affinché le sue opere non siano scoperte.

Ma pur essendo giusta, questa risposta è solo parziale. Dobbiamo anche considerare che cosa ci insegna Giovanni 7.

2) La Parola che vela Dio

La risposta che troviamo in Giovanni 7 (in concomitanza con gli ultimi versetti del capitolo 6) è tutt’altro che confortante, almeno all’inizio. Innanzitutto, notiamo cosa dice il primo versetto:

1 Dopo queste cose, Gesù se ne andava per la Galilea, non volendo fare altrettanto in Giudea perché i Giudei cercavano di ucciderlo.

La prima frase: “Dopo queste cose” è molto importante perché collega ciò che segue nel capitolo 7 — in particolare la confusione, il dissenso e anche la rabbia violenta dei Giudei nei confronti di Gesù — con gli avvenimenti del capitolo 6. Quindi ci conviene ripassarli brevemente. Giovanni 6 apre con un altro dei segni miracolosi di Gesù, la moltiplicazione dei pani per la grande folla. Dopo, quando Gesù se ne va a un altro luogo e la folla lo segue, cercandolo “per farlo re” (v.15), Gesù risponde con un lungo discorso sulla vera natura del “pane che viene dal cielo” (v.32), l’unico pane che dà la vita eterna (v.27), il pane che è Gesù stesso (v.35). Il risultato è che molti si scandalizzano, “molti dei suoi discepoli, dopo aver udito, dissero: «Questo parlare è duro; chi può ascoltarlo?»” (v.60). Anziché accontentarli con un parlare più ‘orecchiabile’, Gesù gli rivolge altre parole dure e, di conseguenza, leggiamo che “da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui” (v.66). Sembra che Gesù stia provando deliberatamente a provocarli, a offenderli, a ridurre il numero dei suoi discepoli, proprio l’opposto dell’evangelizzazione!

Magari — potremmo pensare — si tratta solo di un caso eccezionale, o magari abbiamo solo noi capito male la sua intenzione. Certamente Gesù vuole attirare la gente a sé, non respingerla! Vuole farsi conoscere, non nascondersi! Ma quest’idea non sopravvive all’assalto del capitolo 7 quando Gesù, rispondendo all’appello dei suoi fratelli di manifestarsi pubblicamente alla festa a Gerusalemme, rifiuta completamente dicendo:

… «Il mio tempo non è ancora venuto; il vostro tempo, invece, è sempre pronto. Il mondo non può odiare voi; ma odia me, perché io testimonio di lui che le sue opere sono malvagie. Salite voi alla festa; io non salgo a questa festa, perché il mio tempo non è ancora compiuto». Dette queste cose, rimase in Galilea.

Ora, potremmo dedurre che Gesù rifiuti di andare a Gerusalemme perché lì i Giudei “cercavano di ucciderlo” (vs.1). È una spiegazione plausibile, ma non corretta. Se Gesù temesse la morte, non avrebbe fatto quel che leggiamo nel v.14:

14 Verso la metà della festa, Gesù salì al tempio e si mise a insegnare.

E ancora nei vv.37-38:

37 Nell’ultimo giorno, il giorno più solenne della festa, Gesù stando in piedi esclamò: «Se qualcuno ha sete, venga a me e beva. 38 Chi crede in me, come ha detto la Scrittura, fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno».

Facendo così, Gesù mette a rischio la sua vita, un fatto notato anche dalla gente nei vv.25-26. Quindi, il motivo principale per cui Gesù rifiuta di manifestarsi apertamente alla festa non può essere che abbia paura di morire. Gesù è pienamente consapevole che alcuni dei Giudei vogliono arrestarlo, ma è anche consapevole che nessuno gli metterà le mani addosso …

… perché l’ora sua non era ancora venuta. (v.30)

Quando Gesù dice che non salirà alla festa, vuol dire che non salirà con i suoi fratelli e nel modo in cui vogliono loro. Gesù ha ogni intenzione di andarci, confermato dal fatto che:

10 Ma quando i suoi fratelli furono saliti alla festa, allora vi salì anche lui; non palesemente, ma come di nascosto.

In netto contrasto con la pretesa dei suoi fratelli che lui si presenti a Gerusalemme come un VIP all’Ariston per il Festival di San Remo, Gesù ci va da solo, quasi in segreto, per evitare in tutti i modi di fare scalpore quando arriva.

Riassumiamo e consideriamo adesso gli straordinari fatti riferiti in questo capitolo: Gesù, venuto nel mondo per far conoscere Dio e il suo proposito, evita di farsi conoscere in modo chiaro e indubitabile proprio nel momento in cui ha l’occasione di farlo davanti al maggior numero possibile di persone. E se si chiede perché, non si può rispondere che Gesù fa questo involontariamente. Abbiamo visto che Gesù ha esplicitamente rifiutato la richiesta dei suoi fratelli di manifestarsi in modo eclatante e indiscutibile alla festa, che c’è andato piuttosto “come di nascosto”. E non si può rispondere nemmeno che Gesù lo fa per paura di morire; sa che l’ora sua non è ancora venuta.

Quindi, abbiamo una sola risposta che ci lascia sconvolti: Gesù vuole che la situazione descritta in Giovanni 7 sia così. Gesù non vuole chiarire ogni dubbio della gente. Gesù non vuole risolvere ogni dissenso. Gesù non vuole togliere ogni perplessità. Gesù non vuole presentarsi con prove talmente convincenti che tutti devono per forza riconoscere chi è. Diversamente, Gesù vuole rivelarsi ma solo in modo velato. Gesù vuole farsi conoscere ma solo in modo ‘difficilmente’ conoscibile. Se, come abbiamo imparato in Giovanni 5, il volere del Padre e del Figlio è un solo volere, dobbiamo concludere che quando Dio vuole rivelarsi, si rivela solo in modo velato. Quando Dio vuole farsi conoscere, si fa conoscere solo in modo ‘difficilmente’ conoscibile.

Perciò, per chi è familiare con il Gesù di Giovanni 7, non sarà sorprendente che Dio non fornisca prove innegabili della sua esistenza, che non dia segni visibili della sua presenza, che non si rivolga a noi con una voce udibile. È certamente capace di fare tutto ciò, e non bisogna escludere la possibilità che lo faccia in qualche caso raro, ma in Gesù scopriamo che in generale lui non lo fa perché non vuole farlo. Vuole invece rivelarsi in modo che rimanga allo stesso tempo velato a un gran numero di persone. Molti lo possono cercano, ma Dio non sempre vuole farsi trovare, come infatti Gesù dice nei vv.33-34:

33 Perciò Gesù disse: «Io sono ancora con voi per poco tempo, poi me ne vado a colui che mi ha mandato. 34 Voi mi cercherete e non mi troverete; e dove io sarò, voi non potete venire».

Questo è il Dio rivelato in Gesù. Siamo sgomenti?

3) La Parola che vela Dio per rivelarLo

A questo punto, è giusto chiedere: “ma perché?”. È giusto chiederlo, in primis perché il testo stesso c’invita a farlo, ma anche perché conoscere Dio è la cosa più importante della vita. Se la Parola è diventata carne per farci conoscere Dio, perché allora fa sì che quella conoscenza rimanga in gran parte inconoscibile? E come allora possiamo essere certi di conoscere Dio?

La risposta a queste domande la troviamo principalmente nei vv.14-24. La frase chiave si trova nel v.24 quando Gesù esorta i Giudei a:

24 Non giudicate secondo l’apparenza, ma giudicate secondo giustizia».

Cosa vuol dire? Chiaramente dobbiamo guardare i versetti precedenti. Cominciamo al v.21:

21 Gesù rispose loro: «Un’opera sola ho fatto, e tutti ve ne meravigliate. 22 Mosè vi ha dato la circoncisione (non che venga da Mosè, ma viene dai padri); e voi circoncidete l’uomo in giorno di sabato. 23 Se un uomo riceve la circoncisione di sabato affinché la legge di Mosè non sia violata, vi adirate voi contro di me perché in giorno di sabato ho guarito un uomo tutto intero?

Questa “opera sola” a cui Gesù si riferisce è quella narrata in Giovanni 5 quando ha guarito un paralitico, sempre a Gerusalemme (e quindi bene nota tra i Giudei), in giorno di sabato. I Giudei poi hanno condannato Gesù di aver trasgredito la legge del sabato e hanno anche cominciato a cercare di ucciderlo. Secondo Gesù, i Giudei hanno fatto così perché hanno giudicato “secondo l’apparenza” e non “secondo giustizia”. Per portare a galla la loro ipocrisia, Gesù cita l’esempio della circoncisione. Nella legge di Mosè, i bambini maschili andavano circoncisi l’ottavo giorno dopo la loro nascita (Levitico 12:3). Ma c’era un problema quando capitava che l’ottavo giorno era un sabato. Si creava un’apparente contraddizione. Per ubbidire alla legge della circoncisione, il bambino andava circonciso anche di sabato. Ma per ubbidire alla legge del sabato, il bambino non andava circonciso perché era un “lavoro”. Che fare allora? I Giudei risolvevano il dilemma cercando di intuire il vero “spirito” della legge, e concludevano che la circoncisione aveva precedenza sul sabato. Anche se, giudicando “secondo l’apparenza”, i Giudei violavano il sabato per circoncidere un bambino nell’ottavo giorno, essi si ritenevano giusti nel farlo perché giudicavano invece secondo la vera giustizia richiesta dalla legge.

Gesù parla dunque della capacità di discernere la verità che sulla superficie non è sempre subito apparente. Ciò che appare come un’infrazione della legge può essere invece l’adempimento della stessa quando il suo vero significato è compreso. Ecco perché Gesù sostiene che i Giudei sbagliavano nel condannarlo per aver guarito il paralitico in giorno di sabato: giudicavano solo secondo l’apparenza e non secondo la vera giustizia che la legge del sabato richiedeva. Non è la guarigione di un paralitico la massima espressione del riposo previsto dal sabato?

Ma notiamo che questo discorso di Gesù risponde all’accusa dei Giudei nel v.20:

20 La gente rispose: «Tu hai un demonio! Chi cerca di ucciderti?»

Vediamo qui che il conflitto più grande tra Gesù e i Giudei non riguarda questioni interpretative della legge mosaica, ma (come abbiamo visto ripetutamente in questo capitolo) l’identità di Gesù. È Gesù riempito da un demonio o dallo Spirito Santo? È Gesù il figlio del diavolo o il Figlio di Dio? Nell’accusare Gesù di avere un demonio, i Giudei giudicavano di nuovo “secondo l’apparenza”, ma questa volta in maniera molto più grave, quasi oltre il cosiddetto “punto del non ritorno”. Ma ricordiamoci: questo è il punto a cui Gesù costringe tutti ad arrivare, dove bisogna o condannarlo come il diavolo o cadere in ginocchio davanti a lui come il Signore.

Era proprio per spingere i Giudei a questo punto di decisione che Gesù gli ha detto nel v.19:

19 Mosè non vi ha forse dato la legge? Eppure nessuno di voi mette in pratica la legge! Perché cercate di uccidermi?»

Queste sono parole veramente provocatorie e offensive. Gesù sta nel tempio, nel cuore della fede giudaica, dove l’intero edificio e tutto il sistema esistono solo per adempiere la legge, dove i Giudei lì presenti impiegano tutte le loro forze e dedicano ogni aspetto della loro vita a questo unico scopo, di mettere in pratica tutta quanta la legge in ogni suo minimo dettaglio. E qui Gesù osa dire che nessuno di loro lo fa? Come si permette? Non è sorprendente che loro si arrabbiano e l’accusano di avere un demonio!

Questa però non è la prima volta che Gesù gli rivolge questa critica. Sempre nel capitolo 5, dopo la guarigione del paralitico, Gesù dichiara:

45 Non crediate che io sia colui che vi accuserà davanti al Padre; c’è chi vi accusa, ed è Mosè, nel quale avete riposto la vostra speranza. 46 Infatti, se credeste a Mosè, credereste anche a me; poiché egli ha scritto di me. 47 Ma se non credete ai suoi scritti, come crederete alle mie parole?

Questo ci aiuta a capire come mai Gesù può dire a questi Giudei devoti e zelanti che nonostante la loro scrupolosa osservanza della legge, non la mettono in pratica. Se avessero giudicato secondo giustizia, avrebbero capito che il vero scopo della legge di Mosè è di dare testimonianza di Gesù, e che l’unico modo dunque per mettere in pratica la legge è di credere in lui! Ma loro giudicavano secondo l’apparenza, e quindi potevano vedere Gesù solo come un demonio.

Abbiamo adesso una risposta parziale alla nostra domanda. Se la rivelazione di Dio rimane velata alla maggioranza, come possiamo essere certi di poterla apprendere? Bisogna penetrare nel profondo sotto la superficie. Bisogna discernere tra il vero e l’ovvio. Bisogna giudicare secondo giustizia e non secondo l’apparenza. In altre parole, bisogna guardare Gesù con gli occhi della fede. Ascoltiamo attentamente le parole di Gesù nei vv.16-18:

16 Gesù quindi rispose loro: «La mia dottrina [il termine tradotto “dottrina” significa semplicemente “insegnamento” in greco] non è mia, ma di colui che mi ha mandato. 17 Se uno vuole fare la volontà di lui, conoscerà se questa dottrina è da Dio o se io parlo di mio. 18 Chi parla di suo cerca la propria gloria; ma chi cerca la gloria di colui che l’ha mandato, è veritiero e non vi è ingiustizia in lui.

Gesù afferma ciò che il vangelo di Giovanni ha sempre sostenuto sin dal primo capitolo: Gesù è l’unica Parola per mezzo della quale Dio si rivela al mondo. L’insegnamento di Gesù non è di un maestro qualsiasi; è l’insegnamento che proviene da Dio stesso. Ma — e questo è il punto cruciale — solo chi “vuole fare la volontà” di Dio conoscerà questo insegnamento è da Dio. Cioè, solo chi crede già in lui, solo chi ha un cuore disposto a ubbidire alla sua sovrana volontà, solo chi ha rinunciato a qualsiasi presunzione di poter giudicare la sua parola e si lascia invece giudicare da essa, solo chi cerca non la propria gloria ma la gloria di Dio, solo questa persona sarà in grado di “giudicare secondo giustizia” e non “secondo l’apparenza”, e di poter conoscere Dio com’è rivelato in Gesù.

È chiaro in Giovanni 7 che non bisogna vedere per poter credere, ma bisogna credere per poter vedere! A questo punto nel vangelo, quanti segni hanno già visto i Giudei, compresa la guarigione del paralitico, eppure concludono che Gesù ha un demonio! La rivelazione di Dio rimane velata a tutti se non a quelli che la vedono con gli occhi della fede. La conoscenza di Dio, pur essendo completa in Gesù, è inconoscibile a tutti se non a quelli dal cuore umile e ubbidiente. La parola di Dio, pur essendo rivolta a tutti, è incomprensibile a tutti se non a quelli che abbandonano ogni forma di auto-giustificazione e si sottomettono senza riserve al suo giudizio.

Questo spiega perché Gesù rifiuta di fare un’apparenza strepitosa alla festa: avrebbe solo incoraggiato la gente a giudicare “secondo l’apparenza”. Questo spiega anche perché ancora oggi non esaudisce le nostre richieste (o più spesso alle nostre pretese!) di manifestarsi nei modi che noi esigiamo, secondo i criteri della fede che noi abbiamo stabilito, di darci le prove che ci permetterebbero di camminare per visione e non per fede. Se Dio sopraffacesse ogni dubbio o dissenso, se costringesse ogni ateo o agnostico di riconoscere la sua esistenza, se impiegasse la sua onnipotenza per distruggere ogni idolo, se gridasse ad alta voce in tutto il mondo, se mettesse segni nelle stelle e gettasse fuoco dal cielo, non lascerebbe spazio alla fede. Ma il Dio velato — il Dio rivelato in Gesù! — è il Dio che si può conoscere solo per fede.

Da che cosa si può riconoscere la fede che giudica secondo giustizia e distinguerla ogni altra forma di conoscenza che giudica secondo l’apparenza? Essa si accontenta di una sola cosa: la parola di Dio. Come Gesù ha detto nel capitolo 6:

63 È lo Spirito che vivifica; la carne non è di alcuna utilità; le parole che vi ho dette sono spirito e vita.

Qui Pietro è il modello della fede che vede ciò che rimane velato alla maggioranza che volta le spalle a Gesù:

67 Perciò Gesù disse ai dodici: «Non volete andarvene anche voi?» 68 Simon Pietro gli rispose: «Signore, da chi andremmo noi? Tu hai parole di vita eterna!»

Gesù ha le parole di vita eterna e nessun altro! Solo le sue parole — che ci sono state trasmesse nelle sacre Scritture — ci conferiscono spirito e vita! Altro non è di alcuna utilità! Senza la parola di Dio, nessun’altra rivelazione di Dio (per quanto miracolosa o tangibile) sarà mai sufficiente. Con la parola di Dio, nessun’altra rivelazione di Dio sarà mai necessaria.

Concludiamo tornando alla nostra domanda “perché”. Se la Parola è diventata carne per far conoscere Dio al mondo, perché fa sì che quella conoscenza rimanga inconoscibile a tutti se non a quelli che la ricevono con fede e ubbidienza? L’unica risposta che possiamo dare è quella accennata nella frase: “il mio tempo non è ancora venuto” (v.6). Sappiamo che il tempo a cui Gesù si riferisce è l’ora della sua morte sulla croce quando compirà la sua missione, la salvezza del mondo. Quell’ora sarà anche l’apice della rivelazione della gloria di Dio in lui (12:23-28). Ma chi potrebbe mai vedere la gloria di Dio nell’orrore della croce? Chi potrebbe comprendere l’amore di Dio nella violenza e nell’odio della croce? Chi potrebbe discernere la massima manifestazione della potenza di Dio nella totale debolezza di un uomo crocifisso? Non chi giudica secondo l’apparenza, ma solo chi guarda quell’uomo crocifisso con gli occhi della fede. E deve essere così! Solo in Cristo crocifisso Dio ha potuto salvare il mondo, e solo in Cristo crocifisso ha potuto rivelarsi al mondo, e quindi solo chi per fede vede il Cristo dietro il velo del crocifisso comprenderà questa salvezza e questa rivelazione.

Qui le parole di Paolo in 1 Corinzi 1:21-24 sono particolarmente adatte:

21 Poiché il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria sapienza, è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione. 22 I Giudei infatti chiedono miracoli e i Greci cercano sapienza, 23 ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo e per gli stranieri pazzia; 24 ma per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio.

Che Dio conceda a tutti la fede per conoscere Cristo nella predicazione del vangelo. Amen!

Giovanni 5:1-30: Come il Padre, Così il Figlio

1) Il Signore del sabato (Giovanni 5:1-18)

Continuando il nostro percorso nel vangelo di Giovanni, riprendiamo la narrativa nel capitolo 5 che riporta la guarigione di un paralitico.

A) La guarigione del paralitico (5:1-9)

1 Dopo queste cose ci fu una festa dei Giudei, e Gesù salì a Gerusalemme. Or a Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, c’è una vasca, chiamata in ebraico Betesda, che ha cinque portici. Sotto questi portici giaceva un gran numero d’infermi, di ciechi, di zoppi, di paralitici [, i quali aspettavano l’agitarsi dell’acqua, perché un angelo, in determinati momenti, scendeva nella vasca e agitava l’acqua; e il primo che vi scendeva dopo che l’acqua era stata agitata, era guarito di qualunque malattia fosse colpito]. Là c’era un uomo che da trentotto anni era infermo. Gesù, vedutolo che giaceva e sapendo che già da lungo tempo stava così, gli disse: «Vuoi guarire?» L’infermo gli rispose: «Signore, io non ho nessuno che, quando l’acqua è mossa, mi metta nella vasca, e mentre ci vengo io, un altro vi scende prima di me». Gesù gli disse: «Àlzati, prendi il tuo lettuccio e cammina». In quell’istante quell’uomo fu guarito; e, preso il suo lettuccio, si mise a camminare.

Lo svolgimento di questa storia non è complicato, (a parte qualche domanda che potrebbe suscitarsi a causa del materiale tra le parentesi nei vv.3-4 che probabilmente non si trovavano nel testo scritto da Giovanni). Gesù, arrivato a Gerusalemme per una festa, vede lì un uomo paralitico, e lo guarisce. L’uomo, che “da trentotto anni era infermo”, diventa immediatamente capace di alzarsi, prendere il suo lettuccio e camminare, grazie al potere compassionevole di Gesù.

Ma, come Giovanni ci ricorda ripetutamente, questo “miracolo” è in realtà un segno che mira non solo a guarire il paralitico, ma soprattutto di rivelare l’identità del Guaritore. Questo è evidente dal fatto che Giovanni dedichi meno spazio alla guarigione stessa (vv.1-9) che a quello che ne consegue: la reazione dei Giudei (vv.10-16) e il discorso di Gesù che spiega il significato del suo atto (vv.17-47). Cominciamo con la reazione dei Giudei:

B) Il giorno di sabato (5:10-16)

10 Quel giorno era un sabato; perciò i Giudei dissero all’uomo guarito: «È sabato, e non ti è permesso portare il tuo lettuccio». 11 Ma egli rispose loro: «Colui che mi ha guarito mi ha detto: “Prendi il tuo lettuccio e cammina”». 12 Essi gli domandarono: «Chi è l’uomo che ti ha detto: “Prendi [il tuo lettuccio] e cammina”?» 13 Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato, perché in quel luogo c’era molta gente. 14 Più tardi Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: «Ecco, tu sei guarito; non peccare più, ché non ti accada di peggio». 15 L’uomo se ne andò, e disse ai Giudei che colui che lo aveva guarito era Gesù. 16 Per questo i Giudei perseguitavano Gesù; perché faceva queste cose di sabato.

Due volte Giovanni ci informa che Gesù guarisce il paralitico quando è il giorno di sabato (vv.10, 16), Questo, e non il miracolo, diventa il motivo per cui i Giudei cominciano a perseguitare Gesù, e persino cercano di ucciderlo, perché nella Torah (e infatti nei Dieci Comandamenti) era severamente vietato agli ebrei fare qualsiasi tipo di “lavoro ordinario” (Esodo 20:8-11). Secondo i Giudei a Gerusalemme, chiaramente, la guarigione del paralitico è da considerarsi un “lavoro”, e di conseguenza Gesù è da condannare a morte. È interessante notare che nessuno si oppone a Gesù cercando smentire l’accaduto — tanto innegabile è il suo potere miracoloso. Ciò che scandalizza l’uomo moderno era per loro un fatto indiscutibile: Gesù era in grado di fare l’impossibile e guarire istantaneamente un uomo infermo da trentotto anni. Ciò invece che ha scandalizzato i Giudei è stato il giorno in cui Gesù l’ha fatto: il giorno di sabato, il giorno santo, riservato esclusivamente all’adorazione del Signore e dunque da non essere dedicato a nient’altro.

Potremmo chiederci: ma perché Gesù ha guarito il paralitico proprio allora? Non avrebbe potuto aspettare il giorno successivo per evitare di offendere i Giudei? Certo, Gesù avrebbe potuto aspettare il giorno successivo, ma così avrebbe minato lo scopo principale per cui ha compiuto il segno: dichiararsi il “Signore del sabato”. Questo titolo, riportato negli altri vangeli (Mt 12:8; Mc 2:28; Lc 6:5), è ovviamente assente dal racconto di Giovanni, ma troviamo lo stesso concetto nella semplice ma stupefacente riposta di Gesù nel v.17.

C) Il Padre mio opera (5:17-18)

17 Gesù rispose loro: «Il Padre mio opera fino ad ora, e anch’io opero». 18 Per questo i Giudei più che mai cercavano di ucciderlo, perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio.

Forse a noi queste parole di Gesù sembrano piuttosto innocue, ma non quando ne comprendiamo il pieno significato! Basta vedere la reazione dei Giudei: se prima hanno cercato di ucciderlo, ora, dopo aver sentito ciò che Gesù ha detto, lo fanno “più che mai”! Giovanni ci aiuta a capire la situazione: adesso il problema non è solo che Gesù ha violato il sabato guarendo il paralitico; ha anche chiamato “Dio suo Padre”, e così “si è fatto uguale a Dio”. Agli occhi dei Giudei, Gesù ha commesso la trasgressione più grave: la blasfemia. Ma perché i Giudei hanno interpretato (giustamente!) le parole di Gesù in questo modo? Perché “chiamare Dio suo Padre” equivale a “farsi uguale a Dio”. Non tutti la pensano così, come per esempio i Testimoni di Geova che non esitano a nominare Gesù “Figlio di Dio” pur ritenendolo un essere inferiore a Dio Padre.

Ci sono due cose importanti da tenere a mente. La prima è che la frase “figlio di…” era (ed è ancora oggi) per gli ebrei un modo di dire che significa “avere il carattere/la natura di…”. Spesso questo si perde in traduzione. Cito qualche esempio. In Genesi 12:4, leggiamo che “Abramo aveva settantacinque anni quando partì da Caran” per indirizzarsi verso la terra di Canaan. Nel testo ebraico si legge letteralmente: “Abramo [fu] figlio di settantacinque anni”. Ovviamente, non vuol dire che Abramo fu il figlio di un uomo chiamato “settantacinque anni”! Per indicare l’età in ebraico, si dice “figlio di … anni”. In questo caso, essere “figlio di settantacinque anni” descrive una caratteristica di Abramo: in quel momento aveva settantacinque anni. Un altro esempio si trova in 2 Samuele 12:5 quando il re Davide pronuncia la sentenza di morte: “Com’è vero che il Signore vive, colui che ha fatto questo merita la morte”. Ma nel testo ebraico, le parole letterali di Davide sono: “[è] figlio di morte colui che ha fatto questo”. Di nuovo, è palese che il colpevole qui non è letteralmente il figlio della morte. “Figlio di morte” significa invece che il colpevole è degno di morire per quel che ha fatto, che possiede il carattere di uno destinato alla morte.

Così, quando leggiamo in Giovanni 8:44 che Gesù chiama alcuni Giudei “figli del diavolo”, capiamo che ciò ha a che fare con la loro natura. Come il diavolo “è stato omicida fin dal principio e non si è attenuto alla verità”, così questi Giudei rigettano la verità insegnata da Gesù e cercano di ucciderlo. Lo stesso vale per ciò che Gesù dice di se stesso nel 5:17. Chiamando “Dio suo Padre”, Gesù si fa uguale a Dio, perché (usando questo modo di dire ebraico) dichiara così di possedere la stessa natura di Dio. Contrario a quanto sostenuto dai Testimoni di Geova, “essere Figlio di Dio” in questo senso vuol dire “essere uguale a Dio”. E come tale, Gesù asserisce: “il Padre mio opera fino ad ora, e anch’io opero”.

Questa è la seconda cosa importante da tenere a mente. Gesù la spiegherà in più dettaglio nel suo discorso successivo. In breve, vuol dire questo: Gesù rivendica il suo diritto di “trasgredire” la legge del sabato (anche se nel senso più vero non la trasgredisce ma l’adempie) perché è uguale a chi l’ha decretata. Gesù è uguale al Dio d’Israele che ha dato al suo popolo il comandamento del sabato in Esodo. Per questo motivo, il sabato non è il signore di Gesù, ma Gesù è il Signore del sabato! Nessuno tranne Dio potrebbe dire qualcosa del genere.

Ma le parole di Gesù significano anche di più. Ricordiamoci che quando Dio ha dato a Israele la legge del sabato in Esodo 20, ne ha spiegato il motivo così:

…poiché in sei giorni il Signore fece i cieli, la terra, il mare e tutto ciò che è in essi, e si riposò il settimo giorno; perciò il Signore ha benedetto il giorno del riposo e lo ha santificato. (v.11)

Quindi, Gesù dice anche di essere uguale al Dio che “nel principio … creò i cieli e la terra” (Genesi 1:1), e di operare proprio come opera il Padre sin d’allora. Se Dio opera anche il giorno di sabato (che nessuno dei Giudei negherebbe, sapendo che la continua esistenza del creato dipende costantemente dal sostegno del Creatore), così il Figlio — che è uguale al Padre — ha anche lui l’autorità di operare anche il giorno di sabato. Infatti deve operare, altrimenti l’intero creato, compresi i suoi avversari, cesserebbero di esistere! Gesù dice in effetti: “Voi volete uccidermi perché opero di sabato, ma non sapete che se io smettessi mai di operare, voi smettereste di vivere!” Ecco perché le parole di Gesù hanno così tanto indignato i Giudei!

A questo punto, Gesù si approfitta del momento per approfondire il significato di ciò che ha appena detto. Cosa significa che l’opera di Gesù è uguale all’opera di Dio Padre, e che importanza ha non solo per i Giudei d’allora ma per noi oggi? Proseguiamo al suo discorso nei versetti successivi.

2) Come il Padre, così anche il Figlio (5:19-30)

19 Gesù quindi rispose e disse loro: «In verità, in verità vi dico che il Figlio non può da se stesso fare cosa alcuna, se non ciò che vede fare dal Padre; perché le cose che il Padre fa, anche il Figlio le fa ugualmente. 20 Perché il Padre ama il Figlio e gli mostra tutto quello che egli fa; e gli mostrerà opere maggiori di queste, affinché ne restiate meravigliati.

21 Infatti, come il Padre risuscita i morti e li vivifica, così anche il Figlio vivifica chi vuole.

22 Inoltre, il Padre non giudica nessuno, ma ha affidato tutto il giudizio al Figlio, 23 affinché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio non onora il Padre che lo ha mandato.

24 In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato ha vita eterna; e non viene in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. 25 In verità, in verità vi dico: l’ora viene, anzi è già venuta, che i morti udranno la voce del Figlio di Dio; e quelli che l’avranno udita, vivranno. 26 Perché come il Padre ha vita in se stesso, così ha dato anche al Figlio di avere vita in se stesso;

27 e gli ha dato autorità di giudicare, perché è il Figlio dell’uomo.

28 Non vi meravigliate di questo; perché l’ora viene in cui tutti quelli che sono nelle tombe udranno la sua voce e ne verranno fuori: 29 quelli che hanno operato bene, in risurrezione di vita; quelli che hanno operato male, in risurrezione di giudizio.

30 Io non posso fare nulla da me stesso; come odo, giudico, e il mio giudizio è giusto, perché cerco non la mia propria volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.

È più facile capire il senso di questo discorso quando constatiamo che forma un chiasmo, cioè una struttura letteraria che consiste nel ripetere due serie di frasi o concetti, la seconda volta nell’ordine inverso rispetto alla prima. Vediamo che l’inizio del discorso corrisponde alla fine (vv.19-20), che il mezzo del discorso ne costituisce il cuore (vv.24-26), e che gli altri due set intermediari si rispecchiano a vicenda (vv.21 e 28-29, vv.22-23 e 27). Quindi, ci sono in totale quattro raggruppamenti di materiale che tratteremo uno per uno.

A) Il Figlio fa le cose che fa il Padre (vv.19-20, 30)

Nel primo raggruppamento, troviamo che Gesù afferma: “il Figlio non può da se stesso fare cosa alcuna” (v.19), e similmente: “Io non posso fare nulla da me stesso” (v.30). A prima vista, questo potrebbe dare l’impressione (come infatti sostengono i Testimoni di Geova) che Gesù si ritiene inferiore a Dio. Ma leggendolo attentamente, scopriamo che non è per niente così. Se Gesù fosse inferiore a Dio, non potrebbe affermare subito dopo: “perché le cose che il Padre fa, anche il Figlio le fa ugualmente”. In altre parole, tutto ciò che il Dio onnipotente è capace di fare, anche il Figlio è capace di farlo. Non c’è nulla che il Padre possa fare che il Figlio non possa fare ugualmente. Ma questo non sarebbe vero, però, se il Figlio non fosse uguale a Dio!

Perché allora Gesù dice che “non può da se stesso fare cosa alcuna”? Il motivo è semplice: Gesù rifiuta di volere o di operare da solo, ma solo unitamente al volere e all’operare del Padre. Come il Padre e il Figlio, pur essendo due persone distinte, hanno un solo essere divino, così hanno un solo volere e un solo operare. Il Figlio non fa mai qualcosa che non fa il Padre, e il Padre non fa mai qualcosa che non fa il Figlio. È vero che c’è un ordine: il Padre “mostra [al Figlio] tutto quello che egli fa”, che il Padre manda il Figlio, e non viceversa. Ma resta comunque vero che non c’è opera del Padre che non venga operata ugualmente dal Figlio. Se il Figlio fa qualcosa, sappiamo è perché il Padre fa lo stesso. Se il Figlio non fa qualcosa, è perché il Padre non fa quella cosa.

B) Risurrezione (vv.21, 28-29)

I prossimi due raggruppamenti nel discorso forniscono due esempi specifici di questi co-volere e co-operare del Padre e del Figlio. (Sarebbe anche giusto aggiungere lo Spirito Santo in quanto terza persona divina della Trinità. Ma poiché il discorso di Gesù parla specificamente del Padre e del Figlio, ci atterremo a questo.) Il primo esempio, che troviamo nel v.21 e poi di nuovo nei vv.28-29, riguarda l’opera della risurrezione: “come il Padre risuscita i morti e li vivifica, così anche il Figlio vivifica chi vuole”. Tutti infatti saranno risuscitati alla fine dell’età presente: “quelli che hanno operato bene, in risurrezione di vita; quelli che hanno operato male, in risurrezione di giudizio”.

(Apro qui una piccola parentesi affinché non si fraintenda il significato di questa frase. Cosa vuol dire, secondo Gesù, “operare bene”? Ce lo dice nel capitolo successivo, v.29: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato». “Quelli che hanno operato bene”, che erediteranno la vita eterna, non sono dunque le persone che l’hanno meritata tramite le loro opere buone, ma che hanno semplicemente creduto in Gesù. Chiusa parentesi.)

Come solo Dio ha il potere di chiamare all’esistenza i cieli e la terra dal nulla, così solo Dio ha il potere di chiamare in vita i morti dalla tomba, e questo è esattamente ciò che fa anche il Figlio insieme al Padre. Poiché il Figlio fa sempre la volontà del Padre, il Figlio vuole risuscitare chi il Padre vuole risuscitare. Poiché il Figlio fa ugualmente ciò che fa il Padre, il Padre vivifica chi il Figlio vivifica.

C) Giudizio (vv.22-23, 27)

Lo stesso concetto applica anche al giudizio, come Gesù afferma nei vv.22-23 e 27. Nell’Antico Testamento, l’autorità di giudicare il mondo è riservata esclusivamente a Dio (Deut. 32:35), ma qui Gesù la rivendica per se stesso! Questo non contraddice l’Antico Testamento, perché come abbiamo imparato, tutto ciò che il Padre fa, il Figlio lo fa ugualmente. E Dio lo vuole così, “affinché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre”. Il Figlio fa le stesse opere del Padre, ed è dunque degno della stessa gloria, la stessa lode e la stessa adorazione che spettano soltanto a Dio. Tanto è vero questo che “chi non onora il Figlio non onora il Padre che lo ha mandato”.

Questa è l’ironia dei Testimoni di Geova: reputano il Figlio inferiore al Padre perché pensano di dare così il giusto onore a Dio, ma non si rendono conto che quando non onorano il Figlio come il Padre, non onorano nessuno dei due! Così è per tutte le religioni del mondo: se non adorano Gesù come l’unico vero Dio, non adorano l’unico vero Dio. Non importa quanto si loda “Dio” se non si loda Gesù. Ecco perché Gesù deve essere al centro non solo di tutto il nostro pensare e di tutto il nostro parlare di Dio ma anche di tutto il nostro adorare Dio.

D) Vita eterna (vv.24-26)

Così arriviamo al cuore del discorso, vv.24-26, dove scopriamo l’immensa importanza del co-volere e del co-operare del Padre e del Figlio (senza ovviamente dimenticarci dello Spirito Santo). È letteralmente una questione di vita eterna o morte eterna:

24 In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato ha vita eterna; e non viene in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita.

Chi non viene in giudizio ma eredita la vita eterna? Notiamo bene: “chi ascolta la mia parola” — cioè la parola di Gesù — “e crede a colui che mi ha mandato” — cioè il Padre. Abbiamo capito? Noi possiamo credere al Padre solo nella misura in cui ascoltiamo Gesù. Questo è perché quando Gesù parla, è la parola del Padre che ascoltiamo, e quando il Padre vuole portarci a credere in lui, ci parla per mezzo (e solo per mezzo!) di Gesù. Ma come potrebbe essere vero questo se il Figlio e il Padre non fossero uguali, se non fossero identici il loro volere e il loro operare? Ascoltare Gesù equivale ad ascoltare Dio, ma il rifiuto di credere in Gesù equivale al rifiuto di credere in Dio. La vita che il Padre ha “in se stesso”, la vita da cui il nostro destino eterno dipende, la vita a cui siamo stati creati per partecipare, è proprio la vita che il Figlio ha in se stesso, ed è solo nel Figlio che noi abbiamo accesso a questa vita, perché solo il Figlio ha assunto la nostra umanità per poter condividere con noi umani la vita che ha il Padre (v.26).

Questi sono pensieri molto profondi, e magari non di facile o immediata comprensione. Forse ci aiuterà un piccolo esercizio d’immaginazione. Immaginiamo (come dicono i Testimoni di Geova) che Gesù non fosse uguale a Dio in ogni senso, e che dunque neanche il suo operare fosse identico a quello di Dio in ogni senso. Quali sarebbero le conseguenze? In primo luogo, significherebbe che in Gesù non avremmo a che fare con Dio stesso. Gesù sarebbe come tutti gli altri profeti o messaggeri angelici, un intermediario che tiene il “mittente” lontano dai “destinatari”. Dio rimarrebbe sempre a distanza da noi, sempre inaccessibile, sempre invisibile, sempre inconoscibile direttamente. Stare in presenza di Gesù non sarebbe stare in presenza di Dio, e quindi non potremmo mai avere in Gesù una relazione personale con Dio. Gesù sarebbe invece un muro invalicabile tra Dio e noi.

In secondo luogo, non potremmo mai essere totalmente certi che quando ascoltiamo le parole di Gesù, ascoltiamo le parole di Dio stesso. Come potremmo essere certi che qualcosa non è andato perso nel passaggio da Dio a Gesù, e poi da Gesù a noi? Senza avere accesso diretto alla voce di Dio, non potremmo mai verificare se la voce di Gesù comunicasse perfettamente la volontà di Dio. Per quanto affidabile, Gesù sarebbe sempre una creatura di Dio, un uomo come noi, e come tale sarebbe sempre fallibile. Quindi, la nostra fede, basata com’è sulla parola di Gesù, sarebbe solo un salto cieco nel vuoto.

In più, non potremmo mai essere pienamente convinti che il sacrificio di Gesù sulla croce per noi è la manifestazione dell’amore di Dio per noi. Se il cuore di Gesù non fosse il cuore di Dio, come potremmo sapere se l’amore di Gesù per noi è uguale all’amore di Dio per noi? Se la grazia di Gesù nel perdonare i peccatori non fosse identica alla grazia di Dio nel perdonare i peccatori, come potremmo essere rassicurati che, pur essendo perdonati da Gesù, siamo stati anche perdonati da Dio? Potrebbe essere possibile che Gesù, essendo anche uomo, fosse più comprensivo, più compassionevole di Dio nei nostri confronti, più disposto a perdonarci. Come potremmo avere pace nel sapere di essere giustificati in Gesù, se non fossimo certi che il giudizio pronunciato da Gesù è lo stesso pronunciato da Dio? Non sarebbe possibile che, dopo una vita passata a credere di essere giusti davanti a Gesù arrivassimo al giudizio finale di Dio solo per scoprire che non siamo giusti anche davanti a lui? Nonostante la nostra fiducia in Gesù, avremmo sempre paura, o almeno tanti dubbi, che Dio (che resterebbe celato nell’ombra dietro le sue spalle) ci amasse come ci ami Gesù. Crollerebbe così tutta la nostra speranza, l’unica cosa che ci permette di superare le difficoltà e le prove dei tutti i giorni.

Così, vediamo quanto è importante sapere questa verità, che il Figlio (insieme allo Spirito) è uguale al Padre, e che tutte “le cose che il Padre fa, anche il Figlio le fa ugualmente” (v.19). Ciò che potrebbe sembrare una nozione teologica poco pratica è in realtà la base e la forza della nostra fiducia in Dio e la nostra speranza per il futuro. Grazie a questa verità, sappiamo che quando abbiamo a che fare con l’uomo Gesù, abbiamo a che fare anche con Dio stesso; sappiamo di avere accesso diretto al Padre, di avere una relazione personale con lui, perché Gesù non è un mero tramite; egli è uno con il Padre, e il Padre è uno con lui. Non dobbiamo mai chiedere come Filippo nel 14:8: “mostraci il Padre!”, perché, come gli risponde Gesù: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (v.9).

Amen e amen!

Giovanni 1.1-2: Nel principio era la Parola

1) La Parola nel principio (Giovanni 1.1)

1:1 Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei, e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini. La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta.

Vi fu un uomo mandato da Dio, il cui nome era Giovanni; egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo di lui. Egli stesso non era la luce, ma venne per rendere testimonianza alla luce. La vera luce che illumina ogni uomo stava venendo nel mondo. 10 Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l’ha conosciuto. 11 È venuto in casa sua, e i suoi non l’hanno ricevuto; 12 ma a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio, a quelli cioè che credono nel suo nome, 13 i quali non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma sono nati da Dio.

14 E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre. 15 Giovanni gli ha reso testimonianza, esclamando: «Era di lui che io dicevo: “Colui che viene dopo di me mi ha preceduto, perché era prima di me. 16 Infatti dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia”». 17 Poiché la legge è stata data per mezzo di Mosè; la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo. 18 Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere.

L’introduzione al vangelo di Giovanni si affianca ai brani biblici più maestosi e insondabili. Non basterebbe un’intera vita di riflessione per approfondire pienamente i diciotto versetti iniziali del primo capitolo. Qualsiasi studio non può essere altro che un cucchiaino d’acqua tratta dall’oceano. Ma un cucchiaino è meglio di niente, ed è questo che cercheremo oggi. Questo brano, inoltre, racconta la storia di Natale. Certo, non si trovano qui Giuseppe, Maria e Gesù bambino nella mangiatoia. Non c’è menzione dei pastori nei campi con le loro pecore, né dei magi che portano i loro regali preziosi. Ma questo non rende il primo capitolo di Giovanni meno “natalizio” rispetto agli altri vangeli. Giovanni sceglie semplicemente di rintracciare la storia di Gesù alle sue vere origini, oltre il tempo e nell’eternità.

A) “Nel principio era la Parola…”

Innanzitutto, Giovanni vuole farci capire che la nascita del nostro Salvatore duemila anni fa in realtà ha avuto inizio “nel principio”, prima che i tempi fossero. Questa frase ci riconduce alle prime parole delle Scritture in Genesi 1.1: “Nel principio Dio creò i cieli e la terra”. In ebraico, “i cieli e la terra” è un modo di dire che sta a significare tutto il cosmo, tutto l’universo e tutto quello che c’è in esso. Nel contesto di Genesi, dunque, la frase “nel principio” significa chiaramente: prima che esistesse qualsiasi cosa all’infuori di Dio, prima che esistesse persino il tempo. Si tratta dell’eternità prima della creazione quando c’era Dio, e Dio solo. Quando si parla dell’eternità prima del tempo, siamo ovviamente di fronte a un muro impenetrabile, un mistero imperscrutabile che la nostra mente è incapace di comprendere e il nostro linguaggio è inadeguato a descrivere. Ma possiamo almeno afferrare l’essenziale: “nel principio” vuol dire semplicemente Dio e nient’altro, Dio nel suo tempo eterno, Dio nella sua vita autosufficiente, Dio nella sua gioia immacolata.

Quindi, rimaniamo subito colpiti quando scopriamo che secondo Giovanni, il soggetto di questo “nel principio” era, ed è, “la Parola”. Non è quello che, in base a Genesi 1.1, ci saremmo aspettati. Eppure, ecco la Parola che prende il posto occupato da Dio in Genesi. È evidente che Giovanni vuole attribuire a questa Parola tutto ciò che appartiene a Dio: la sua eternità, la sua autosufficienza, il suo precedere tutte le cose e tutti i tempi. Per confermare quest’interpretazione, basta dare un’occhiata al v.3: “Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei, e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta.” Se “ogni cosa è stata fatta per mezzo” della Parola, è ovvio che la Parola stessa non può essere stata fatta. Come se quest’affermazione non fosse già abbastanza chiara, Giovanni ne aggiunge un’altra più enfatica: senza la Parola “neppure una delle cose fatte è stata fatta”. Perciò, la Parola è da escludere da tutte le cose create nel principio, perché non esiste nessuna realtà materiale o spirituale all’infuori di Dio — dall’intero universo alla più piccola molecola in esso — che non sia venuta all’esistenza per mezzo suo.

Basta solo questo per confutare i testimoni di Geova che vogliono distorcere la traduzione del resto della frase. Se “nel principio era la Parola”, questo non può significare altro che è la Parola a occupare il posto del Dio Creatore in Genesi 1.

B) …e la Parola era con Dio…”

Ma è altrettanto evidente che Giovanni vuole in un senso distinguere la Parola da Dio, altrimenti avrebbe solo ribadito la dichiarazione di Genesi 1.1: “Nel principio era Dio…”. Questa distinzione è infatti è il punto della seconda frase di Giovanni 1.1, che “la Parola era con Dio”. Da questo impariamo che Giovanni non contraddice Genesi quando afferma che “nel principio era la Parola”. Il fatto che la Parola occupi il posto di Dio non esclude il fatto che Dio esista. La congiunzione “con” in questa frase è da interpretare nella sua letterale semplicità. Nel principio, la Parola esisteva non in modo da escludere l’esistenza di Dio; invece “la Parola era con Dio”. Se in Genesi il creatore è Dio, Giovanni precisa che la Parola era “con Dio” come mezzo della sua opera creatrice. Di nuovo, questo è confermato dal v.3: “Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei…”.

C) “… e la Parola era Dio.”

Ma onde evitare qualsiasi fraintendimento, Giovanni aggiunge una terza affermazione senza la quale il primo versetto sarebbe incompleto: “e la Parola era Dio”. Sbagliamo se concludiamo che, siccome la Parola era “con” Dio nel principio. essa era in qualche modo inferiore a Dio o separabile da Dio o, come sostengono i testimoni di Geova, solo “un dio” (come se ce ne fossero tanti!). No, tutto quello che si attribuisce a Dio va attribuito anche alla Parola. La gloria, la potenza, l’eternità, e l’essere della Parola sono identici a Dio.

Ma “la Parola era Dio” significa di più. La Parola è da pensare come “parte integrante” di Dio stesso; non nel senso che la Parola è “una” parte di un insieme di altre parti (come il motore è una parte di un’automobile) ma che Dio non sarebbe Dio senza la Parola. La Parola appartiene all’identità e all’essenza di Dio, cosicché Dio resta inconoscibile senza riferimento alla Parola. Qui Giovanni in effetti dice: l’origine di tutte le cose è Dio, come afferma Genesi, ma questo Dio è tale solo in quanto esiste con e come la Parola.

Il lato pratico di questa verità è che non si può concepire Dio, non si può conoscere Dio, non si può parlare rettamente di Dio senza riferirsi alla Parola. Questo è l’implicazione della frase “nel principio”: se la Parola era nel principio, essendo con Dio e anche Dio stesso, così tutto il nostro pensare e parlare di Dio deve essere “dal principio” incentrato su questa Parola. E siccome non c’è nessun altro pari a questa Parola nel principio, non c’è nessun altro a cui dobbiamo ricorrere per conoscere Dio. La Parola è tutto ciò che Dio è, ed è dunque l’Alfa e l’Omega, l’inizio e la fine di tutto ciò che possiamo sapere e dire di Dio.

2) La Parola nel tempo (Giovanni 1.2, 14)

Essa era nel principio con Dio.

Ma nonostante tutte le altezze e le profondità che Giovanni 1.1 contiene, non sappiamo ancora a chi si riferisce “la Parola”. Con quale nome dobbiamo chiamare questa Parola? In che modo possiamo conoscerla per poter conoscere Dio per mezzo suo? Giovanni risponde subito nel secondo versetto: “Essa [la Parola] era nel principio con Dio”. A primo sguardo, questo versetto sembra solo ripetere quanto è stato detto nel primo, e potremmo essere tentati di non prestargli lo stesso livello di attenzione ma di saltare subito al v.3. Ma facendo così sbaglieremmo, perché qui si costruisce il ponte cruciale tra l’infinito e il finito, tra l’increato e il creato, tra l’inconoscibile e il conoscibile, tra Dio e l’uomo, estremi tra i quali non esisterebbe altrimenti nessun punto di contatto.

A) “Essa…”

La parola chiave del v.2 è “essa” che designa colui che “era nel principio con Dio”. È vero che “essa” si riferisce alla Parola del v.1, ma non solo: si riferisce anche (e forse soprattutto) all’unica altra menzione esplicita della Parola in questo brano, cioè al v.14: “E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre.” C’è molto da dire su questo versetto, e ci vorrà infatti tutto il resto del vangelo (se non il resto della Bibbia!) per spiegare che cosa significa che la Parola fatta carne “ha abitato per un tempo fra di noi” in modo da rivelare la gloria di Dio. Solo leggendo tutto quello che Giovanni riporterà in seguito — ciò che questa Parola diventata carne ha detto e compiuto — potremo anche noi contemplare la pienezza della grazia e della verità divine che ha manifestato.

Ma il punto importante che concerne il nostro studio su Giovanni 1.1-2 è che la Parola che secondo v.14 “è diventata carne e ha abitato per un tempo” in un certo periodo storico e in un determinato luogo sulla terra è proprio la stessa Parola che “era nel principio con Dio”. Far vedere questo collegamento è la funzione del termine “essa” nel v.2. “Essa”, cioè la Parola che dall’eternità era con Dio ed era Dio stesso, è la stessa Parola che nel tempo “è diventata carne” e ha portato il nome “Gesù Cristo”. Ribaltando la frase, la “essa” del v.2 significa che la Parola che nel tempo “è diventata carne” e chiamata Gesù Cristo è la stessa Parola che dall’eternità era con Dio ed era Dio stesso.

B) La Parola diventata carne

Dopo un po’ di riflessione, ci accorgiamo che quest’ultima è l’affermazione più sbalorditiva. Capire che l’eterna Parola si è fatta uomo in Gesù è un conto; capire che l’uomo Gesù è la Parola che nel principio era con Dio e anche Dio stesso è un altro. La prima affermazione può significare semplicemente che Gesù è venuto dopo un’ulteriore riflessione da parte di Dio sulla condizione del mondo, che dopo la rovina causata del peccato umano, Gesù è subentrato nel proposito di Dio come una specie di “piano B”. Ma in questo caso, il punto della storia non sarebbe Gesù ma altro; Gesù esisterebbe solo per supplire a una mancanza, solo per curare una ferita, solo per risolvere un problema. Ma una volta guarita la malattia, c’è ancora bisogno del rimedio? Dopo che viene riparata una perdita d’acqua in casa, ho ancora bisogno dell’idraulico? Dopo che i miei peccati sono perdonati, ho ancora bisogno del Salvatore?

Secondo me, questo è uno dei motivi per cui tante persone non si rendono conto delle pretese radicali del vangelo, del dominio assoluto di Dio su chi riceve il dono della sua grazia. Si capisce che la Parola che era nel principio con Dio è la stessa che si è fatta uomo in Gesù, ma non si capisce che l’uomo Gesù è lo stesso che nel principio era la Parola con Dio. Che differenza fa questa seconda affermazione? Se l’uomo Gesù è lo stesso che nel principio era la Parola con Dio, vuol dire che egli è il punto, il significato e il fine di tutto ciò che viene dopo. Vuol dire che la nascita di Gesù non è stata un’aggiunta o una modifica al piano originario di Dio. Vuol dire che “nel principio”, prima di fare anche una di tutte le cose che sono state fatte (v.3), c’era la Parola destinata a diventare carne. Vuol dire che quando Dio, per mezzo della Parola, ha fatto “i cieli e la terra”, l’universo e tutto quello che contiene, li ha fatti in vista della Parola fatta carne, allo scopo di essere “Emmanuele”, Dio con noi, il Creatore che si unisce intimamente alle sue creature, il Signore che s’identifica personalmente con il suo popolo. Come ha scritto un certo teologo: “Il mondo è stato fatto affinché Gesù potesse nascere”. Gesù non esiste per il mondo tanto quanto il mondo esiste per lui.

C) Grazia su grazia

Ma nel creare il mondo per manifestarsi in Gesù, Dio non ha agito in modo egoista. Anzi, nel vangelo che segue, Giovanni ci farà vedere quanto è costato alla Parola diventare carne: “Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l’ha conosciuto. È venuto in casa sua, e i suoi non l’hanno ricevuto” (vv.10-11). Non solo non l’hanno ricevuto; l’hanno persino schernito, maltrattato, e infine crocifisso! Per la Parola, farsi uomo costituiva un’infinita condiscendenza, un’inimmaginabile umiliazione, un esporsi a incomprensibili sofferenze e afflizioni. Ma egli era felice di farlo per il suo grande amore: “Poiché Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unigenito Figlio…” (3.16).

E il risultato di questo amore sacrificale? Ce lo dice Giovanni nel v.16 del primo capitolo: “Infatti dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia”. Gesù è lo stesso che nel principio era con Dio, e quindi non c’è fine alle grazie che elargisce su di noi. Gesù è lo stesso che nel principio era Dio, e quindi “è quello che ha fatto conoscere” pienamente il Dio che altrimenti nessuno potrebbe conoscere. Gesù è lo stesso per mezzo del quale tutte le cose sono state fatte, e quindi non dobbiamo mai dubitare che egli farà cooperare tutte le cose per il nostro bene, e mai per il nostro male. Gesù è lo stesso in vista del quale tutte le cose sono state fatte, e quindi ricevere lui significa ricevere con lui anche tutte le cose, ma rifiutare lui significa rifiutare non solo lui ma anche tutte le altre cose. Gesù è lo stesso che nel principio ha fatto risplendere la luce nelle tenebre, e fin d’allora non esistono tenebre capaci di sopraffarla (v.5).

La testimonianza di Giovanni il battista, riferita nel v.15, è dunque vero di ogni essere umano: “Colui che viene dopo di me mi ha preceduto, perché era prima di me.” Gesù ha preceduto non solo noi che siamo nati dopo di lui ma anche tutti coloro che, come Giovanni, erano nati prima di lui. Ecco perché Gesù dichiara nel 8.58: “In verità, in verità vi dico: prima che Abraamo fosse nato, io sono”. Strepitose, incredibili sono queste parole, che sarebbero blasfeme sulle labbra di qualsiasi altra persona. Ma Gesù è giusto nel dirle perché egli è l’IO SONO prima di Abraamo, prima ancora di Adamo. Bisogna dire che quando Genesi 1 afferma che gli esseri umani sono stati creati a immagine di Dio, è stato in realtà a immagine del Dio destinato a diventare l’uomo Gesù!

Per questo motivo, nessuno è da considerarsi escluso dall’amore di Dio incarnato in Gesù, dal suo benevolo proposito di salvare, dalla portata della sua decisione di essere Emmanuele, il Dio anche di chi lo rifiuta. Inoltre, è inutile chiedere “che pertinenza ha Gesù alla mia vita?”, perché la vita di ogni essere umano trova il suo senso e il suo scopo nell’umanità di Cristo. Se è vero, come impariamo in Giovanni 1, che Gesù non esiste per il mondo tanto quanto esiste il mondo per Gesù, allora la domanda più importante che tutti devono porsi è: “che pertinenza ha la mia vita a Gesù?” Siamo stati fatti per mezzo di lui, per lui e in vista di lui, e troveremo solo in lui tutto quello che il nostro cuore desidera.

3) Conclusione

Tutto questo sermone deve molto al grande teologo Karl Barth che più di ogni altro ha messo Gesù al centro di tutte le sue riflessioni sulle Scritture. È dunque opportuno che concludiamo con alcuni commenti che lui ha scritto riguardo ai versetti che abbiamo appena studiato:

Fra Dio e l’uomo vi è la persona di Gesù Cristo: vero Dio e vero uomo egli è infatti il Mediatore fra l’uno e l’altro. In lui, Dio si rivela all’uomo; in lui, l’uomo riconosce Dio; in lui, Dio si pone di fronte all’uomo e l’uomo davanti a Dio, conformemente alla volontà eterna di Dio ed al destino eterno dell’uomo, corrispondente a tale volontà. In lui, Dio indica il suo disegno nei confronti dell’uomo e pronuncia su di lui il giudizio; in lui, salva l’uomo e gli si fa presente in tutta la sua pienezza; in lui, enuncia contemporaneamente la sua esigenza e la sua promessa sull’uomo. In lui, Dio si è legato all’uomo. È dunque a causa di lui che l’uomo esiste. Anche il mondo, teatro della storia intercorrente fra Dio e l’uomo, è stato creato conformemente all’origine ed in previsione del destino assegnati all’uomo in Gesù Cristo.

Questi è l’essenza di Dio, come è originariamente l’essenza dell’uomo; nulla vi è nell’universo che non proceda da lui, che non esista per mezzo di lui e non sia finalizzato a lui; è infatti la Parola di Dio che contiene ogni verità e che non potrebbe essere superata, né limitata da nessun’altra parola; è la decisione di Dio che nessun’altra decisione può precedere, né superare, né accompagnare, perché tutte le decisioni che possono esistere non possono che concorrere al compimento di tale decisione iniziale; è l’origine che esclude ogni altra origine al di fuori di quella che Dio possiede in se medesimo, cosicché nulla vi è che non proceda da lui o per cui si possa cercare l’inizio al di fuori di lui; è la scelta che esclude ogni altra scelta da parte di Dio, in modo che nulla e nessuno al mondo è stato scelto e voluto da Dio prima di lui, senza di lui ed accanto a lui.

In una sola parola: è la scelta (quindi anche l’origine, la decisione, la parola) della libera grazia di Dio. È infatti in forza della sua libera grazia che Dio sceglie di diventare uomo in Gesù Cristo, legandosi all’uomo, onde legarlo a sé. Gesù Cristo è la libera grazia di Dio, se è vero che questa libera grazia non resta confinata nell’essenza intima ed eterna del Padre, ma si manifesta al di fuori, nell’insieme delle vie e delle opere divine; ecco perché non esiste scelta, inizio, origine, decisione o parola divina che lo preceda, che sia al di sopra, di fianco o al di fuori di lui; la libera grazia è infatti l’unico motivo che sostiene tutte le vie e tutte le opere di Dio, manifestantesi all’esterno. (Karl Barth, La dottrina dell’elezione divina, p.305-306).

Basandoci su questa verità, possiamo riposarci nella promessa che Gesù ha fatto ai suoi discepoli in Giovanni 14.1-3:

Il vostro cuore non sia turbato; credete in Dio, e credete anche in me! Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, vi avrei detto forse che io vado a prepararvi un luogo? Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi.

Questa è la speranza di Natale. Amen!

Atti 1-2: Il Vangelo Al Tempo Presente

1:1 Nel mio primo libro, o Teofilo, ho parlato di tutto quello che Gesù cominciò a fare e a insegnare fino al giorno che fu elevato in cielo, dopo aver dato mediante lo Spirito Santo delle istruzioni agli apostoli che aveva scelti. Ai quali anche, dopo che ebbe sofferto, si presentò vivente con molte prove, facendosi vedere da loro per quaranta giorni, parlando delle cose relative al regno di Dio.

Trovandosi con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’attuazione della promessa del Padre, «la quale», egli disse, «avete udita da me. Perché Giovanni battezzò, sì con acqua, ma voi sarete battezzati in Spirito Santo fra non molti giorni». Quelli dunque che erano riuniti gli domandarono: «Signore, è in questo tempo che ristabilirai il regno a Israele?» Egli rispose loro: «Non spetta a voi sapere i tempi o i momenti che il Padre ha riservato alla propria autorità. Ma voi riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all’estremità della terra».

Dette queste cose, mentre essi guardavano, fu elevato; e una nuvola, accogliendolo, lo sottrasse ai loro sguardi. 10 E come essi avevano gli occhi fissi al cielo, mentre egli se ne andava, due uomini in vesti bianche si presentarono a loro e dissero: 11 «Uomini di Galilea, perché state a guardare verso il cielo? Questo Gesù, che vi è stato tolto ed è stato elevato in cielo, ritornerà nella medesima maniera in cui lo avete visto andare in cielo».

2:1 Quando il giorno della Pentecoste giunse, tutti erano insieme nello stesso luogo. Improvvisamente si fece dal cielo un suono come di vento impetuoso che soffia, e riempì tutta la casa dov’essi erano seduti. Apparvero loro delle lingue come di fuoco che si dividevano e se ne posò una su ciascuno di loro. Tutti furono riempiti di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro di esprimersi.

Or a Gerusalemme soggiornavano dei Giudei, uomini religiosi di ogni nazione che è sotto il cielo. Quando avvenne quel suono, la folla si raccolse e fu confusa, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. E si stupivano e si meravigliavano, dicendo [l’un l’altro]: «Tutti questi che parlano non sono Galilei? Come mai li udiamo parlare ciascuno nella nostra propria lingua natìa? Noi Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, 10 della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia cirenaica e pellegrini romani, 11 tanto Giudei che proseliti, Cretesi e Arabi, li udiamo parlare delle grandi cose di Dio nelle nostre lingue». 12 Tutti si stupivano ed erano perplessi, dicendo l’un l’altro: «Che cosa significa questo?» 13 Ma altri li deridevano e dicevano: «Sono pieni di vino dolce».

14 Ma Pietro, levatosi in piedi con gli undici, alzò la voce e parlò loro così: «Uomini di Giudea, e voi tutti che abitate in Gerusalemme, vi sia noto questo e ascoltate attentamente le mie parole. 15 Questi non sono ubriachi, come voi supponete, perché è soltanto la terza ora del giorno; 16 ma questo è quanto fu annunciato per mezzo del profeta Gioele: 17 “Avverrà negli ultimi giorni”, dice Dio, “che io spanderò il mio Spirito sopra ogni persona; i vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno, i vostri giovani avranno delle visioni, e i vostri vecchi sogneranno dei sogni. 18 Anche sui miei servi e sulle mie serve, in quei giorni, spanderò il mio Spirito e profetizzeranno. 19 Farò prodigi su nel cielo e segni giù sulla terra, sangue e fuoco, e vapore di fumo. 20 Il sole sarà mutato in tenebre e la luna in sangue, prima che venga il grande e glorioso giorno del Signore. 21 E avverrà che chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvato”.

22 «Uomini d’Israele, ascoltate queste parole! Gesù il Nazareno, uomo che Dio ha accreditato fra di voi mediante opere potenti, prodigi e segni che Dio fece per mezzo di lui tra di voi, come voi stessi ben sapete, 23 quest’uomo, quando vi fu dato nelle mani per il determinato consiglio e la prescienza di Dio, voi [lo prendeste e], per mano di iniqui, inchiodandolo sulla croce, lo uccideste; 24 ma Dio lo risuscitò, avendolo sciolto dagli angosciosi legami della morte, perché non era possibile che egli fosse da essa trattenuto.

25 Infatti Davide dice di lui: “Io ho avuto il Signore continuamente davanti agli occhi, perché egli è alla mia destra, affinché io non sia smosso. 26 Per questo si è rallegrato il mio cuore, la mia lingua ha giubilato e anche la mia carne riposerà nella speranza; 27 perché tu non lascerai l’anima mia nell’Ades e non permetterai che il tuo Santo subisca la decomposizione. 28 Tu mi hai fatto conoscere le vie della vita. Tu mi riempirai di letizia con la tua presenza”. 29 Fratelli, si può ben dire liberamente riguardo al patriarca Davide che egli morì e fu sepolto; e la sua tomba è ancora al giorno d’oggi tra di noi. 30 Egli dunque, essendo profeta e sapendo che Dio gli aveva promesso con giuramento che sul suo trono avrebbe fatto sedere uno dei suoi discendenti, 31 previde la risurrezione di Cristo e ne parlò dicendo che non sarebbe stato lasciato nel soggiorno dei morti, e che la sua carne non avrebbe subìto la decomposizione.

32 Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato; di ciò noi tutti siamo testimoni. 33 Egli dunque, essendo stato esaltato dalla destra di Dio e avendo ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, ha sparso quello che ora vedete e udite. 34 Davide infatti non è salito in cielo; eppure egli stesso dice: «Il Signore ha detto al mio Signore: “Siedi alla mia destra, 35 finché io abbia posto i tuoi nemici come sgabello dei tuoi piedi”»36 Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso».

37 Udite queste cose, essi furono compunti nel cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Fratelli, che dobbiamo fare?» 38 E Pietro [disse] a loro: «Ravvedetevi e ciascuno di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e voi riceverete il dono dello Spirito Santo. 39 Perché per voi è la promessa, per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, per quanti il Signore, nostro Dio, ne chiamerà». 40 E con molte altre parole li scongiurava e li esortava, dicendo: «Salvatevi da questa perversa generazione». 41 Quelli che accettarono la sua parola furono battezzati; e in quel giorno furono aggiunte a loro circa tremila persone.

1) Introduzione al Libro di Atti

Come indicato nel prima versetto, il libro di Atti è il secondo volume che scrive Luca l’evangelista. Se il primo libro — cioè il vangelo di Luca — parla di “tutto quello che Gesù cominciò a fare e a insegnare fino al giorno che fu elevato in cielo”, il suo secondo libro — che si chiama “Atti” — riporta ciò che avviene dopo aver dato mediante lo Spirito Santo delle istruzioni agli apostoli che aveva scelti” (1:1-2). Precisando questo, Luca ci dà la chiave interpretativa per l’intero libro: Atti, come il vangelo di Luca, è la storia di quello che Gesù ha fatto (e, come vedremo, continua a fare) nel mondo mediante lo Spirito Santo.

Capire questo è indispensabile perché nella vita cristiana siamo propensi a commettere due gravi errori. Da un lato possiamo pensare che, siccome Gesù non si vede più sulla terra (essendo stato elevato in cielo), siamo noi a dover portare a compimento la sua opera, a trasformare il mondo nel regno di Dio. Ci comportiamo come se Gesù non fosse più presente o attivo nel mondo, come se avesse lasciato una lacuna che adesso noi dobbiamo riempire con il nostro fare e operare. D’altronde la nostra fede può indebolirsi quando vediamo il mondo o le nostre vite andare sempre peggiorando, senza che ci qualche traccia o segno della presenza di Gesù. In entrambi i casi, il problema deriva dall’errata idea che dopo la sua morte e la sua risurrezione Gesù si ritirò dal mondo, lasciandoci soli e dipendenti dalle nostre forze e capacità per andare avanti. Il messaggio dei primi due capitoli di Atti smentisce quest’ipotesi, facendoci sapere che l’ascensione di Gesù inaugura piuttosto una nuova fase nella storia della salvezza, una fase che dura fino ad oggi. Infatti, l’ascensione si può in un certo senso chiamare l’aspetto continuativo del vangelo, ovvero “il vangelo al tempo presente”. Che cosa significa?

Il credo apostolico ci aiuterà a capire. Prendiamo nota in particolare dei tempi verbali in quanto segue:

[Io credo] in Gesù Cristo, suo unico Figlio, nostro Signore,
il quale fu concepito di Spirito Santo, nacque da Maria Vergine,
patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, mori e fu sepolto; discese agli inferi;
il terzo giorno risuscitò da morte;
salì al cielo, siede alla destra di Dio Padre onnipotente:
di là verrà a giudicare i vivi e i morti.

I primi verbi sono tutti al passato, testimoniando che Gesù ha già compiuto la nostra salvezza in pieno senza che noi dobbiamo aggiungere alcunché. Come afferma Ebrei 10:11-14:

11 Mentre ogni sacerdote sta in piedi ogni giorno a svolgere il suo servizio e a offrire ripetutamente gli stessi sacrifici, che non possono mai togliere i peccati, 12 egli, dopo aver offerto un unico sacrificio per i peccati, e per sempre, si è seduto alla destra di Dio 13 e aspetta soltanto che i suoi nemici siano posti come sgabello dei suoi piedi. 14 Infatti con un’unica offerta egli ha reso perfetti per sempre quelli che sono santificati.

L’ultimo verbo in questa sequenza del credo è al futuro (di là verrà…). L’unico verbo al presente è quello che segue la frase “salì al cielo”, cioè “siede alla destra di Dio Padre onnipotente”. I tempi verbali nel credo non sono casuali. Parlano del fatto che viviamo tra i tempi quando Gesù si manifestò e quando si manifesterà visibilmente di nuovo sulla terra. Ma questo non vuol dire che il nostro tempo sia una pausa, un’interruzione, o una “quarantena” nell’adempimento del piano di Dio. Anzi, questo è il periodo quando Gesù, salito al cielo, adesso siede alla destra di Dio Padre a svolgere una nuova fase della sua opera che, una volta completata, egli tornerà in gloria per rivelarne il compimento in tutto il creato. Ma che cosa sta facendo Gesù da quando è salito in cielo? E che cosa vuol dire per i suoi discepoli (tra i quali siamo anche noi!) che lui ha lasciato sulla terra? Questo è ciò che Luca vuole farci sapere (ma soprattutto ciò che vuole farci vivere!) attraverso il libro di Atti, e in particolare nei primi due capitoli che stiamo adesso studiando.

2) Tre Parole Chiave: Regno, Spirito, Testimoni

Per trovare risposta a queste domande, notiamo tre parole chiave che riassumono il messaggio principale di questi capitoli: regno, Spirito e testimoni. Prendiamo un momento per riflettere su ognuno di questi termini.

A) Regno

La prima parola chiave è “regno”. Dall’inizio del suo primo libro, Luca presenta Gesù come un re — o meglio dire il re — venuto nel mondo per adempiere tutte le promesse di Dio e per realizzare tutte le speranze del popolo di Dio per un mondo risanato e ricreato, liberato dal male, dal maligno e dalla morte. In poche parole, Luca presenta Gesù come il Messia, e tutto quello che Gesù dice e fa durante il suo ministero pubblico dà ampia e convincente testimonianza di questo fatto. La crocifissione di Gesù, però, sembra mettere tutto in dubbio, perché lo fa apparire come un fallito, un impostore oppure un grande bugiardo. Il Messia dovrebbe insediarsi sul trono, non lasciarsi inchiodare sulla croce! Il Messia dovrebbe vincere i suoi nemici, non essere sconfitti da essi! Questa è la delusione espressa dai due discepoli in Luca 24:21 quando Gesù li incontra dopo la sua risurrezione sulla via di Emmaus: “Noi speravamo che fosse lui che avrebbe liberato Israele; invece, con tutto ciò, ecco il terzo giorno da quando sono accadute queste cose.”

Ma è appunto la risurrezione che cambia tutto, nella quale Gesù rivendica il suo essere Messia e inaugura il regno di Dio. Dopo essere stato condannato da tutti come un criminale, è la risurrezione che giustifica Gesù come vero Signore del mondo, perché per mezzo di essa Dio dichiara al mondo: “Questo Gesù, che voi avete condannato e ucciso, e il mio diletto Figlio nel quale mi sono compiaciuto.” Questo spiega perché il libro di Atti inizia riportando che “dopo che ebbe sofferto, [Gesù] si presentò vivente con molte prove, facendosi vedere da loro per quaranta giorni, parlando delle cose relative al regno di Dio” (1:3). Come Luca nel suo vangelo ricapitola la predicazione di Gesù con la frase: “la buona notizia del regno di Dio” (Luca 4:43), così qui all’inizio di Atti. Nei quaranti giorni dopo la risurrezione e prima dell’ascensione, Gesù parla ai suoi discepoli “delle cose relative al regno di Dio”.

Non ci stupisce quindi che il sermone predicato da Pietro il giorno di Pentecoste (cinquanta giorni dopo la Pasqua) s’incentra sulla dichiarazione che Gesù è il Messia e Signore, costituito tale quando Dio lo ha risuscitato:

33 Egli dunque, essendo stato esaltato dalla destra di Dio e avendo ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, ha sparso quello che ora vedete e udite. 34 Davide infatti non è salito in cielo; eppure egli stesso dice: «Il Signore ha detto al mio Signore: “Siedi alla mia destra, 35 finché io abbia posto i tuoi nemici come sgabello dei tuoi piedi”»36 Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso».

Questa è la chiave per capire il significato dell’ascensione di Gesù: ascendere per sedersi, come afferma il credo, alla destra di Dio sul suo trono celeste, per regnare come il vero Sovrano del mondo fino a quando gli saranno sottoposti tutti i popoli della terra. Se Gesù, dopo aver tolto i peccati del mondo sulla croce, ha rivendicato il suo essere il Signore quando è risorto dalla morte, nell’ascendere in cielo egli ha preso il suo meritato posto alla destra di Dio, insediandosi sul trono del cosmo. L’apostolo Paolo lo spiega bene in Efesini 1:20-22 scrivendo:

Questa potente efficacia della sua forza [Dio] l’ha mostrata in Cristo, quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla propria destra nei luoghi celesti, 21 al di sopra di ogni principato, autorità, potenza, signoria e di ogni altro nome che si nomina non solo in questo mondo, ma anche in quello futuro. 22 Ogni cosa egli ha posta sotto i suoi piedi e lo ha dato per capo supremo alla chiesa.

Lungi dunque dal ritirarsi o assentarsi dal mondo, Gesù, nell’ascendere in cielo, è diventato in un senso più coinvolto e più attivo nel mondo. È diventato anche più vicino a ognuno di noi! Prima della sua ascensione ha vissuto e operato solo nel paese d’Israele, ma dopo la sua ascensione è spiritualmente presente e operativo in tutti i paesi del mondo e nei cuori dei suoi discepoli, regnando per far crescere e fortificare sempre di più il suo regno in tutta la terra. Ma come fa questo se lui è in cielo? Passiamo alla seconda parola chiave: Spirito.

B) Spirito

Dopo l’ascensione di Gesù, l’evento più rimarchevole in Atti 1-2 e la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli il giorno di Pentecoste. Questi due movimenti — l’ascesa di Gesù e la discesa dello Spirito — costituiscono un punto assolutamente critico per capire il resto del libro, e in realtà per capire il resto del Nuovo Testamento. Gesù ascende al trono di Dio in cielo e da lì lui (notiamo bene questo) sparge lo Spirito sugli apostoli, rivestendoli di potenza per la loro missione. Pietro rende chiaro questo — cioè che è Gesù ad aver sparso su di loro lo Spirito — per rispondere a coloro che, avendo sentito gli apostoli parlare nelle lingue diverse delle varie etnie riunite a Gerusalemme per la festa, “si stupivano ed erano perplessi, dicendo l’un l’altro: «Che cosa significa questo?» Ma altri li deridevano e dicevano: «Sono pieni di vino dolce»” (2:12-13). È lo Spirito, come sostiene Pietro nel suo sermone, e non l’ubriachezza, che spiega il segno delle lingue, esattamente come aveva profetizzato il profeta Gioele.

Poi, nel v.33, Pietro arriva al nocciolo della questione: “Egli dunque, essendo stato esaltato dalla destra di Dio e avendo ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, ha sparso quello che ora vedete e udite.” Questo merita un momento di riflessione per approfondire la relazione tra la discesa dello Spirito e l’opera che Gesù sta svolgendo da quando si è seduto sul trono in cielo. Qui Luca vuole insegnarci due aspetti fondamentali di questa relazione.

  • Lo Spirito è la potenza personale di Dio che compie l’opera di Cristo nel mondo

Nel 1:4, Gesù ordina ai suoi discepoli di “non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’attuazione della promessa del Padre”, cioè il battesimo dello Spirito che Giovanni il battista aveva solo anticipato. Perché i discepoli dovevano aspettare a Gerusalemme anziché cominciare subito a predicare dappertutto il vangelo? Perché, come Gesù dice nel 1:8, dovevano prima ricevere la “potenza” dello Spirito Santo per poterlo fare. La loro missione (che tratteremo tra poco) era impossibile se non solo per la potenza dello Spirito. Solo l’opera della Spirito spiega perché in quel giorno di Pentecose tre mila persone credettero al vangelo, molte delle quali (come accusa Pietro) avevano crocifisso Gesù solo cinquanta giorni prima. Come e perché avvenne questa trasformazione di cuore? L’unica risposta è la potenza dello Spirito. 

Ma ricordiamoci: è Gesù che battezza con lo Spirito, ed è dunque Gesù che compie la sua opera per mezzo dello Spirito. Quindi, per rispondere alla nostra domanda precedente: com’è che Gesù continua a essere presente e attivo nel mondo anche quando non lo si vede perché siede alla destra di Dio in cielo? Risposta: tramite il suo Spirito che media la presenza del Re e dunque e del suo regno. Laddove c’è lo Spirito c’è il Re Gesù, e laddove c’è il Re Gesù c’è il suo regno.

  • Lo Spirito è la benedizione principale del regno

Per questo motivo (e questo è il secondo aspetto), è lo Spirito stesso che è la benedizione principale del regno di Dio. Nel 2:38, Pietro chiama lo Spirito “il dono”: “ravvedetevi e ciascuno di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e voi riceverete il dono dello Spirito Santo.” Prosegue dicendo che lo Spirito “per voi è la promessa, per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, per quanti il Signore, nostro Dio, ne chiamerà” (2:39). Qui Pietro chiama lo Spirito “la promessa” perché, come prima ha detto citando il profeta Gioele, Dio aveva promesso secoli prima che quando sarebbe arrivato il grande giorno della salvezza, egli avrebbe sparso il suo Spirito sopra ogni persona (2:17). Il parlare in lingue che ha tanto stupito la gente che ascoltava gli apostoli serviva appunto per testimonare la presenza dello Spirito, quale segno e dono della salvezza di Dio.

Questo ci ricorda che  Dio non ci salva solo per liberarci da qualcosa ma soprattutto per qualcosa: ci libera dal male e dalla morte per portarci in communione con sé. Dio stesso è il dono più grande che possa mai darci. Quando Dio ci dona il suo Spirito, ci dona se stesso, e la sua presenza che dimora in noi ci permette di vivere una relazione personale con Gesù che lo ha sparso nei nostri cuori, e in Gesù viviamo una relazione personale con Dio Padre.

C) Testimoni

Ora, tutto quello che abbiamo detto fin qui potrebbe lasciare ancora una domanda da fare: se Gesù, benché invisibile, non è assente ma presente e attivo nel mondo per mezzo del suo Spirito, operando per portare a compimento il regno che ha inaugurato nella sua morte e risurrezione, qual è il nostro ruolo come i suoi discepoli? Certo, non vogliamo commettere l’errore di pensare che, visto che Gesù non c’è, siamo noi a dovere portare avanti l’opera che lui ha solo incominciato. Ma non vogliamo neanche commettere l’opposto errore, cioè pensare che, siccome è solo Gesù che può portare a compimento il suo regno nel mondo mediante lo Spirito, non abbiamo dunque nessuna responsibilità nei suoi confronti.

La parola chiave che ci aiuta a evitare entrambi questi errori è “testimoni” che troviamo nel 1:8. Qui Gesù risponde alla domanda dei discepoli: “Signore, è in questo tempo che ristabilirai il regno in Israele?” Prima, Gesù gli dice che “non spetta a voi sapere i tempi o i momenti che il Padre ha riservato alla propria autorità”. Notiamo che Gesù non smentisce la speranza che il regno sarà ristabilito in Israele e poi in tutto il mondo, come i profeti dell’Antico Testamento avevano ampiamente predetto. No, quello che Gesù contrasta è il desiderio dei discepoli di sapere quando il regno di Dio apparirà in tutta la sua gloria e pienezza. Non spetta ai discepoli sapere i tempi (solo Dio li sa), ma gli spetta una altra cosa: “Ma voi riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all’estremità della terra”.

Qui Gesù definisce i suoi discepoli e la loro missione che continua fino a oggi con il termine “testimoni”. È cruciale che comprendiamo questo punto, perché un testimone è importante, ma non nel senso che compie il fatto in questione. Un testimone è uno che attesta un atto compiuto da qualcun altro in modo da darne conferma ad altri. I discepoli, dunque, non sono salvatori che possono togliere i peccati. Non sono mediatori che possono concedere la grazia o riconciliare altri con Dio. Questo, a proposito, è una delle differenze più significative e determinanti tra noi evangelici e i cattolici romani. Nella prospettiva cattolica, la chiesa si ritiene mediatore tra Dio e gli uomini, capace di concedere la grazia, perdonare peccati, e mediare la presenza di Gesù al mondo.

Questo è ben diverso da quello che vediamo qui in Atti, dove Gesù chiama i suoi discepoli semplicemente “testimoni”. Ma quanto è grande il privilegio di essere “solo” testimoni, riconoscendo che la salvezza del mondo non dipende in nessun modo da noi, dando tutta la gloria solo a Dio, e riposandoci nell’opera che lui ha compiuto a nostro favore. Quanto è incoraggiante sapere che non c’è nulla che dobbiamo aggiungere all’opera compiuta da Gesù a nostro favore, che tutto quello che serve alla nostra salvezza è stato perfettamente compiuto già da Gesù una volta per sempre! Quanto è bello dire insieme a Pietro: “Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato; di ciò noi tutti siamo testimoni” (2:32), spostando tutta l’attenzione da noi a lui. In questo scopriamo la nostra vocazione e la nostra vera ragione di esistere: proclamare “le virtù di colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa” (1 Pietro 2:9). Così facendo, la nostra testimonianza diventa una sorte di anteprima di ciò che faremo per tutta l’eternità quando, dopo che il regno di Dio si sarà rivelato in tutta la terra, canteremo le lodi di Dio insieme a tutte le creature nel cielo e sulla terra: “Degno è l’Agnello, che è stato immolato, di ricevere la potenza, le ricchezze, la sapienza, la forza, l’onore, la gloria e la lode…. A colui che siede sul trono, e all’Agnello, siano la lode, l’onore, la gloria e la potenza, nei secoli dei secoli” (Apocalisse 5:12-13).

Alleluia, amen!

Luca 5: Otri Nuovi Per Vino Nuovo

1) Otri Nuovi Per Vino Nuovo (5:33-39)

33 Essi gli dissero: «I discepoli di Giovanni digiunano spesso e pregano, così pure quelli dei farisei; i tuoi invece mangiano e bevono». 34 Gesù disse loro: «Potete far digiunare gli amici dello sposo, mentre lo sposo è con loro? 35 Ma verranno i giorni in cui lo sposo sarà loro tolto; allora, in quei giorni, digiuneranno». 36 Disse loro anche una parabola: «Nessuno strappa un pezzo da un vestito nuovo per metterlo a un vestito vecchio, altrimenti strappa il nuovo e il pezzo tolto dal nuovo non si adatta al vecchio. 37 Nessuno mette vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino nuovo fa scoppiare gli otri e si spande, e gli otri vanno perduti. 38 Ma il vino nuovo va messo in otri nuovi [e l’uno e gli altri si conservano]. 39 {E} nessuno, che abbia bevuto vino vecchio, ne desidera [subito] del nuovo, perché dice: “Il vecchio è buono”».

Il quinto capitolo del vangelo di Luca spiega perché comprendere e testimoniare Cristo risulta difficile. Spesso ci scoraggiamo quando i nostri sforzi di far capire il vangelo sembrano inutili, o quando veniamo presi in giro per la nostra fede “irrazionale”, oppure anche quando noi stessi c’imbattiamo in dubbi o difficoltà nel credere. Senza sminuire queste problematiche, Luca 5 ci fornisce un’ottica nuova attraverso la quale possiamo vederle per poterle superare.

Cominciamo con la parabola del vino nuovo che Gesù racconta alla fine del capitolo. Il contesto della parabola è questa: alcuni farisei e scribi (gli stessi che criticano Gesù per aver mangiato con i pubblicani e i peccatori, che vedremo tra poco) chiedono perché Gesù non fa digiunare i suoi discepoli come altri religiosi. Gesù risponde con due parabole, entrambe con lo stesso significato: non si può riparare un vestito vecchio con un pezzo da un vestito nuovo, proprio come non si possono usare otri vecchi per contenere vino nuovo. Che cosa vuol dire?

Notiamo prima come Gesù risponde ai suoi critici prima con una domanda sua: “Potete far digiunare gli amici dello sposo mentre lo sposo è con loro?” Qui Gesù usa una metafora, radicata nell’Antico Testamento, per descrivere se stesso: egli è lo sposo, e i suoi discepoli sono gli amici dello sposo, ed è l’ora del banchetto delle nozze per cui non c’è bisogno di digiunare! Nell’Antico Testamento (come nel Nuovo), Dio parla dell’adempimento delle sue promesse a favore del suo popolo in termini di un matrimono. È facile capire perché. Il giorno del matrimonio è uno dei più felici che ci possano essere, quando si compie la molto attesa unione tra un uomo e una donna. Così Dio aveva promesso di unirsi al suo popolo in modo irrevocabile, salvandolo dai suoi peccati e eliminando tutte le cose che interferiscono con la sua felicità eterna (come il male e la morte).

Usando questa metafora, Gesù dice che il giorno delle nozze — del compimento delle promesse di Dio — è finalmente arrivato con la sua venuta. Dice che la sua venuta ha creato una realtà talmente nuova e radicale che non si può comprendere secondo i vecchi schemi. Questo è il significato delle parabole. Come si usava all’epoca, si faceva fermentare il vino in otri di peli animali. Man mano che il vino s’invecchiava, così l’otre si allargava a causa dei gas emessi. Una volta usato, l’otre non poteva essere usato per far fermentare altro vino nuovo, essendo già giunto al limite della sua elasticità. Se si riempiva un otre vecchio di vino nuovo, l’otre scoppiava e rovinava sia l’otre che il vino nuovo.

Analogamente, Gesù dice, ogni tentativo per capire lui e il significato della sua venuta secondo gli schemi già esistenti — siano mentali, culturali, religiosi, politici, razionali, ecc. — è destinato a fallire. Il vangelo di Gesù, cioè il vino nuovo, non può essere contenuto o spiegato o compreso da quello che il mondo conosce o capisce. Il vangelo fa scoppiare ogni idea o filosofia o religione o politica o usanza o scienza che il mondo può concepire. Ecco perché, secondo Gesù, è talmente difficile comprenderlo o crederlo o testimoniarlo: non si adegua a ciò che noi pretendiamo che sia ma pretende che ci adeguiamo noi a esso.

2) Amico dei Peccatori (5:27-32)

27 Dopo queste cose, egli uscì e notò un pubblicano, di nome Levi, che sedeva al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». 28 Ed egli, lasciata ogni cosa, si alzò e si mise a seguirlo. 29 Levi gli preparò un grande banchetto in casa sua; e una gran folla di pubblicani e di altre persone erano a tavola con loro. 30 I farisei e i loro scribi mormoravano contro i suoi discepoli, dicendo: «Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?» 31 Gesù rispose loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, bensì i malati. 32 Io non sono venuto a chiamare dei giusti, ma dei peccatori a ravvedimento».

Se leggiamo Luca 5 a ritroso, troviamo una serie di episodi che illustrano “il vino nuovo” di Gesù. Abbiamo già notato che è stata la domanda dei farisei e degli scribi a creare l’occasione per la parabola del vino nuovo. Se leggiamo dal v.27, scopriamo che la loro domanda segue la risposta di Gesù alla loro critica: “Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?” Gesù infatti mangiava a casa di Levi, il pubblicano che poi sarebbe diventato il discepolo che conosciamo meglio come Matteo. Evidentemente la compagnia che Gesù teneva attorno al tavolo ha scandalizzato i farisei e gli scribi. Tutti sapevano che rompere pane insieme a persone come pubblicani ed altri peccatori significava accettarle e amarle, mentre i farisei e altri “religiosi bravi” consideravano tali persone da condannare. Uno come Gesù che rivendicava il diritto di rappresentare e parlare da parte di Dio non poteva certamente accogliere peccatori come questi!

Tuttavia, sono proprio queste persone — tutte le persone sbagliate — per cui Gesù dice di essere venuto. Infatti, come Gesù asserisce, sono i peccatori, non i “giusti” ad aver bisogno di lui, come i malati e non i sani hanno bisogno del medico. Il punto, e ciò che “fa scoppiare l’otre vecchio”, è la natura scandolosa della grazia che Gesà mostra mangiando con i pubblicani e i peccatori. Questa grazia è scandalosa prima perché se Gesù dice di essere venuto per noi, vuol dire che siamo dei peccatori e non dei giusti che ci piace pensare! Questa grazia è ancora più scandalosa quando comprendiamo come le azioni di Gesù rivelano che nessuno può meritarsi il favore di Dio. È necessario sempre ribadire questo concetto perché, per quanto familiare, è in realtà totalmente estraneo alle nostre esperienze. Per quanto facile dire: “è tutto per grazia”, è difficile accettarla. Non riusciamo ad accettare che non possiamo guadagnare la grazia, che non possiamo dimostrarci degno del favore di Dio, che, nei momenti quando scorgiamo l’orrenda depravazione dei nostri cuori, è allora che Dio afferma il suo grande amore per noi. Accettare la grazia è umiliante, ed essa fa scoppiare il vecchio otre del nostro orgoglio. Ecco perché è così difficile comprenderla e farla comprendere.

3) Autorità di Perdonare (5:17-26)

17 Un giorno Gesù stava insegnando, e c’erano là seduti dei farisei e dei dottori della legge, venuti da tutti i villaggi della Galilea, della Giudea e da Gerusalemme; e la potenza del Signore era con lui per compiere guarigioni. 18 Ed ecco degli uomini che portavano sopra un letto un uomo che era paralizzato, e cercavano di farlo entrare e di metterlo davanti a lui. 19 Non trovando modo d’introdurlo a causa della folla, salirono sul tetto e, fatta un’apertura fra le tegole, lo calarono giù con il lettuccio, lì nel mezzo, davanti a Gesù. 20 Ed egli, veduta la loro fede, disse [a lui]: «Uomo, i tuoi peccati ti sono perdonati». 21 Allora gli scribi e i farisei cominciarono a ragionare, dicendo: «Chi è costui che pronuncia bestemmie? Chi può perdonare i peccati se non Dio solo?» 22 Ma Gesù, conosciuti i loro pensieri, disse loro: «Di cosa ragionate nei vostri cuori? 23 Che cosa è più facile, dire: “I tuoi peccati ti sono perdonati” oppure dire: “Àlzati e cammina”? 24 Ora, affinché sappiate che il Figlio dell’uomo ha sulla terra il potere di perdonare i peccati, io ti dico», disse all’uomo paralizzato, «àlzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua». 25 E subito egli si alzò in loro presenza, prese ciò su cui giaceva e se ne andò a casa sua, glorificando Dio. 26 Tutti furono presi da stupore e glorificavano Dio; e, pieni di spavento, dicevano: «Oggi abbiamo visto cose straordinarie».

Andando ancora indietro nel capitolo, questo tema si sviluppa di più. La storia è famosa: alcuni uomini fanno un’apertura nel tetto della casa in cui Gesù è circondato da una grande folla per poter mettergli davanti il loro amico paralizzato. Scioccante però è quando Gesù, vedendo l’uomo e la sua infermità, prima non dice “Àlzati e cammina” ma “i tuoi peccati ti sono perdonati”. Ma come si può permettere Gesù di dire qualcosa del genere? È ovvio che l’uomo ha una grave condizione e ha bisogno di essere guarito. In più, come può Gesù pretendere di perdonare i suoi peccati? Come ragionano giustamente gli scribi e i farsei, “Chi può perdonare i peccati se non Dio solo?”. Dirlo è veramente una bestemmia se lo dice un mero mortale!

Ma Gesù non è un mero mortale, e sa benissimo ciò che sta rivendicando. Quando dice di avere il potere di perdonare i peccati, dice di essere uguale a Dio! Ma in più, Gesù pretende di saper meglio di qualsiasi altro la vera malattia di quest’uomo. Anche se vero che Gesù lo guarisce fisicamente, questo serve come segno della sua guarigione spirituale, la guarigione dal peccato. Il mondo diagnostica i suoi problemi in tutti i modi tranne che questo: il peccato. Prova a dire a qualcuno di oggi che il suo problema principale, il problema dal quale provengono tutti i suoi altri problemi e persino tutti i problemi del mondo, è il peccato, e probabilmente ti riderà in faccia. L’idea che il peccato è il nostro problema più grande e che, di conseguenza, il nostro bisogno più grande è di essere perdonati e riconciliati con Dio, è totalmente estranea al mondo in cui viviamo. Eppure questo è esattamente ciò che il vangelo di Gesù Cristo dichiara, il vino nuovo che fa scoppiare il vecchio otre. Se rifiutiamo di accettare la diagnosi di Gesù, rifiuteremo anche il rimedio che lui ci offre, il rimedio del suo perdono ottenuto per noi attraverso la sua morte in croce. Ancora una volta: questo è perché è talmente difficile comprendere e far comprendere il vangelo di Gesù Cristo.

4) Santità Contagiosa (5:12-16)

12 Mentre egli si trovava in una di quelle città, ecco un uomo tutto coperto di lebbra, il quale, veduto Gesù, si gettò con la faccia a terra e lo pregò, dicendo: «Signore, se vuoi, tu puoi purificarmi». 13 Ed egli, stesa la mano, lo toccò, dicendo: «Lo voglio, sii purificato». E subito la lebbra sparì da lui. 14 Poi Gesù gli comandò di non dirlo a nessuno. «Ma va’», gli disse, «mòstrati al sacerdote e offri per la tua purificazione ciò che Mosè ha prescritto; e ciò serva loro di testimonianza». 15 Però la fama di lui si spandeva sempre più; e grandi folle si radunavano per udirlo ed essere [da lui] guarite dalle loro infermità. 16 Ma egli si ritirava nei luoghi deserti e pregava.

Prima di guarire l’uomo paralizzato, Gesù guarisce un lebbroso in un modo che di nuovo fa scoppiare il vecchio otre. È praticamente una legge universale che la malattia, e non la salute, che contagia. La lebbre è un esempio lampante. All’epoca di Gesù, i lebbroso dovevano rimanere isolati lontani da tutte le altre persone, talmente contagiosa era la loro malattia. Ma qui vediamo Gesù che non mantiene le solite distanze ma si avvicina al lebbroso e non solo: lo tocca con le mani. Sorprendentemente, è la salute di Gesù che “infetta” il lebbroso e non vice versa. Mai successa una cosa simile! Ma nel contesto di Luca 5, sappiamo che sta succedendo qualcosa di più. Non è solo la salute di Gesù, ma la sua santità che è contagiosa. Questo è perché Gesù può stare insieme con, e anche toccare, gli impuri senza rendersi impuro. Nella presenza di Gesù, i lebbrosi vengono purificati, come anche i peccatori vengono non solo perdonati, ma anche santificati e trasformati a sua immagine.

Ecco però l’offesa. Nessuno di noi è in grado di fare questo; solo Gesù lo è. Nessuno di noi può salvare qualcuno altro. Gesù è l’unico Salvatore del mondo. Solo Gesù con la sua morte ha potuto togliere i peccati del mondo. Solo Gesù con la sua risurrezione ha potuto vincere la morte e uscire dalla tomba come la primizia della nuova creazione. Nessun altro in tutta la storia del mondo ha mai fatto e non farai mai ciò che Gesù ha fatto. Per questo Gesù e Gesù solo è il Salvatore, la Via, la Verità, e la Vita, l’unico nome sotto il cielo per mezzo del quale noi possiamo essere salvati. Tutto questo è illustrato nella guarigione del lebbroso, perché solo Gesù ha la “santità contagiosa”.

5) Pescatori di Uomini (5:1-11)

5:1 Mentre egli stava in piedi sulla riva del lago di Gennesaret e la folla si stringeva intorno a lui per udire la parola di Dio, Gesù vide due barche ferme a riva: da esse i pescatori erano smontati e lavavano le reti. Montato su una di quelle barche, che era di Simone, lo pregò di scostarsi un poco da terra; poi, sedutosi sulla barca, insegnava alla folla. Com’ebbe terminato di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo, e gettate le vostre reti per pescare». Simone [gli] rispose: «Maestro, tutta la notte ci siamo affaticati e non abbiamo preso nulla; però, secondo la tua parola, getterò le reti». E, fatto così, presero una tal quantità di pesci, che le loro reti si rompevano. Allora fecero segno ai loro compagni dell’altra barca di venire ad aiutarli. Quelli vennero e riempirono tutte e due le barche, tanto che affondavano. Simon Pietro, veduto ciò, si gettò ai piedi di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Perché spavento aveva colto lui e tutti quelli che erano con lui, per la quantità di pesci che avevano presi, 10 e così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone. Allora Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». 11 Ed essi, tratte le barche a terra, lasciarono ogni cosa e lo seguirono.

Questo ci porta, infine, all’inizio del capitolo 5 dove tutto questo diventa molto personale. Luca narra la chiamata dei discepoli, ma la narra in modo particolare. Mentre Matteo e Marco evidenziano l’immediata risposta da parte dei discepoli alla chiamata di Gesù, Luca pone l’enfasi sull’efficacia della chiamata stessa di creare in loro questa risposta. Dopo aver pescato per una notte intera senza prendere niente, Simon Pietro e gli altri con lui (come Giacomo e Giovanni) sono stanchi e scoraggiati. Arriva Gesù, e gli dice di provare a gettare le reti nel mare ancora una volta. Ora, qualcuno ha definito la follia in questo modo: “fare sempre le stesse cose aspettandosi risultati diversi”. Secondo questa definizione, l’ordine di Gesù sarebbe infatti folle, se non per il fatto che sia stato Gesù a darlo. Pur avendo dei dubbi forti, Pietro e gli altri fanno come Gesù ha comandato, e prendono “una tal quantità di pesci che le loro reti si rompevano”. A questo punto nella narrativa, Gesù li chiama a seguirlo, promettendo di farli diventare “pescatori di uomini”.

Il punto è duplice. Spesso gli insegnamenti di Gesù, come quelli di tutta la Bibbia, sembrano folli. Il modo per diventare più grande è diventare più umile? Sono gli ultimi che saranno i primi nel regno di Dio? Sono benedetti i poveri di spirito? La vita si ottiene quando la perdiamo in Cristo? Possiamo trovare noi stessi solo quando rinunciamo a noi stessi e prendere la croce per seguire Gesù? Agli occhi del mondo, tutto ciò non ha molto senso; appare in realtà pazzia e scandalo. Ma questo è il vino nuovo che fa scoppiare gli otri vecchi. Nonostante la follia e lo scandalo del vangelo di Cristo, esso è la sapienza e la potenza di Dio di salvarci.

Secondo, l’efficiaca di questi insegnamenti sta proprio nella persona che ci li ha dati. Possiamo pescare tutta la notte e non prendere niente. Ma quando Gesù ci dice di gettare le nostre reti di nuovo nel mare, la quantità di pesci che prendiamo sarà oltre misura. La cosa più saggia è sempre fare ciò che Gesù dice, di accettare pienamente la sua parola senza esitazione o dubbio, anche se a volte ci sembra strano, pazzo o scandaloso. Questo non avviene grazie alle nostre capacità, ma solo grazie alla grazia di Dio.

Allora, perché aspettare ancora? Mettiamo subito in pratica tutto quello che la parola di Dio ci dice. Sicuramente farà scoppiare i nostri “vecchi otri”, ma quando assaggiamo il vino nuovo che l’otre nuovo contiene, non rimpiangeremo mai la nostra scelta.

La Storia della Chiesa in un Anno: Karl Barth e l’Unica Parola di Dio (47/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: Karl Barth e l’Unica Parola di Dio (47/52)

Gesù Cristo è lui stesso questa elezione gratuita di Dio e di conseguenza, la Parola e la decisione divine, l’origine e l’inizio inglobanti in maniera assolutamente esaustiva tutte le altre parole, decisioni, inizi particolari (Karl Barth, La Dottrina dell’Elezione Divina, 305-306).

Nato a Basilea nel 1886, il teologo svizzero Karl Barth rivoluzionò il mondo del XX secolo. Dopo essersi imbevuto della teologia del protestantesimo liberale, Barth venne a rifiutarla quando, come pastore a Safenwil in Svizzera, scoprì che essa non era in grado di rispondere alle problematiche delle persone nella sua chiesa. Avevano bisogno di udire la parola del Dio vero e vivente, non la voce proveniente dai propri cuori.

Quest’epifania portò Barth a mettere l’accento sull’assoluta obiettività della parola di Dio che fa irruzione nella storia e stravolge ogni pensiero, ogni progetto e ogni sistema umano. In particolare, Barth insistette (come avrebbe poi scritto nella Dichiarazione di Barmen) che “Gesù Cristo, cosi come ci viene attestato nella Sacra Scrittura, è l’unica parola di Dio. Ad essa dobbiamo prestare ascolto; in essa dobbiamo confidare e ad essa dobbiamo obbedire in vita ed in morte.”

Durante la sua lunga carriera come professore di teologia presso le università di Münster (1925-1930), Bonn (1930-1935), e Basilea (1935-1962), e poi fino alla sua morte nel 1968, Barth lavorò instancabilmente per applicare questa convinzione a ogni aspetto del pensiero e della vita cristiani. Frutto di circa trent’anni di fatica fu la monumentale ma incompiuta Dogmatica Ecclesiale, un’opera di oltre otto mille pagine suddivise in tredici volumi. Qui Barth espose una visione della fede cristiana incessantemente concentrata sulla persona e sull’opera di Gesù Cristo. Tra i suoi contributi inestimabili si ricordano in particolare i seguenti:

La dottrina della predestinazione (l’elezione): Barth ridimensionò la dottrina, da sempre intensamente dibattuta, della predestinazione in chiave cristologica: Gesù Cristo è sia il Dio che elegge sia l’uomo eletto. Siamo eletti solo perché siamo tali in Cristo che è l’unico vero Eletto di Dio, come siamo figli di Dio solo perché siamo adottati in Gesù l’unico vero Figlio di Dio (Efesini 1:4-5). Così, la dottrina della predestinazione non diventa il “Sì” di Dio ad alcuni e il suo “No” agli altri, ma solo il suo “Sì” a tutti (2 Corinzi 1:18-20). L’elezione è in realtà una persona: Gesù Cristo.

La dottrina della rivelazione: Basandosi sulla verità che Gesù è l’unica via, verità e vita (Giovanni 14:6), Barth negò la possibilità di conoscere Dio se non solo come si rivela in Cristo. L’essere umano non può conoscere Dio tramite le sue capacità ma solo in quanto Dio si fa conoscere per mezzo di Gesù (Giovanni 1:18).

La dottrina delle sacre Scritture: L’enfasi di Barth su Cristo quale unica Parola di Dio influì sulla dottrina delle sacre Scritture. Se Cristo è l’unica vera Parola di Dio, le Scritture lo sono solo in senso secondario, in quante esse rendono testimonianza di lui (Giovanni 5:39). Lungi però dal diminuire l’importanza della Bibbia, Barth l’aumentò, considerandola così non un libro qualsiasi la cui efficacia dipende dalla sua interpretazione, ma come lo strumento per mezzo del quale Gesù Cristo ci incontra e ci parla personalmente.

Ebrei 2:5-18: L’Umanità di Dio

1) Vediamo Gesù (1:1-4; 2:5-9)

1:1 Dio, dopo aver parlato anticamente molte volte e in molte maniere ai padri per mezzo dei profeti, in questi ultimi giorni ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che egli ha costituito erede di tutte le cose, mediante il quale ha pure creato i mondi. Egli, che è splendore della sua gloria e impronta della sua essenza, e che sostiene tutte le cose con la parola della sua potenza, dopo aver fatto [egli stesso] la purificazione dei [nostri] peccati, si è seduto alla destra della Maestà nei luoghi altissimi. Così è diventato di tanto superiore agli angeli, di quanto il nome che ha ereditato è più eccellente del loro.

2:5 Difatti, non è ad angeli che Dio ha sottoposto il mondo futuro del quale parliamo; anzi, qualcuno in un passo della Scrittura ha reso questa testimonianza: «Che cos’è l’uomo perché tu ti ricordi di lui o il figlio dell’uomo perché tu ti curi di lui? Tu lo hai fatto di poco inferiore agli angeli; lo hai coronato di gloria e d’onore; tu hai posto ogni cosa sotto i suoi piedi»Avendogli sottoposto tutte le cose, Dio non ha lasciato nulla che non gli sia soggetto. Al presente però non vediamo ancora che tutte le cose gli siano sottoposte; però vediamo colui che è stato fatto di poco inferiore agli angeli, cioè Gesù, coronato di gloria e di onore a motivo della morte che ha sofferto, affinché, per la grazia di Dio, gustasse la morte per tutti.

Il tema che emerge ripetutamente nel Nuovo Testamento è quello che Karl Barth chiamò “l’umanità di Dio”, cioè il fatto che in Gesù Cristo veniamo a conoscere il Dio che non ha voluto essere Dio senza l’essere umano. Dio, pur essendo perfettamente auto-sufficiente, ha eletto in Cristo di legare la sua esistenza a noi in modo indissolubile, unendosi irrevocabilmente all’umanità nella persona di Gesù Cristo incarnato. La domanda del salmista nel Salmo 8 — “Che cos’è l’uomo perché tu ti ricordi di lui o il figlio dell’uomo perché tu ti curi di lui?” — trova la sua risposta in questa persona, Gesù Cristo, colui che “è stato fatto di poco inferiore agli angeli” e “coronato di gloria e di onore a motivo della morte che ha sofferto”.

La domanda del salmo che l’autore agli Ebrei cita in questi versetti deriva dalla sua riflessione sul creato: considerando l’incomprensibile magnificenza dell’universo, l’essere umano appare irrilevante e trascurabile, eppure Dio si degna di relazionarsi con e prendersi cura di lui. Non solo: il salmista rimane stupito di come Dio “lo ha coronato di gloria e d’onore” e “posto ogni cosa sotto i suoi piedi”, un riferimento alla creazione dell’umanità a immagine e somiglianza di Dio in Genesi 1. Secondo Ebrei, questo meraviglioso mistero ha senso solo perché esiste Gesù, colui che di Dio “è splendore della sua gloria e impronta della sua essenza” e, al tempo stesso, “doveva diventare simile ai suoi fratelli in ogni cosa” (v.17).

In Gesù, dunque, scopriamo di avere a che fare non con una deità inaccessibile o inconoscibile o indifferente ma del Dio che si è umiliato perfino a “gustare la morte per tutti”. In Gesù, veniamo a conoscere il Dio che ama incondizionatamente e che fa conoscere il suo amore in modo talmente chiaro e convincente che non lo possiamo mai mettere in discussione. Quando infatti consideriamo Gesù e la morte che ha sofferto per noi, non dobbiamo mai dubitare della profondità e della costanza del suo amore per noi.

Tuttavia ci viene spesso da dubitarne, perché, come il predicatore qui ammette, “Al presente però non vediamo ancora che tutte le cose gli siano sottoposte”. La realtà che vediamo sembra presentare una contraddizione all’amore di Dio che la Bibbia ci testimonia. L’ingiustizia e la malvagità delle quali l’essere umano è capace rispecchia tutt’altro che l’immagine e la somiglianza di Dio, tanto che cominciamo a chiederci se Dio ci ami veramente, o se addirittura esista. La fede che la Bibbia ci propone sarebbe insostenibile di fronte agli orrori del mondo se non per Gesù. Certo, non vediamo un mondo che appare coerente con l’amore di Dio, ma vediamo Gesù, e in lui troviamo tutto ciò di cui la nostra fede ha bisogno per vincere le paure, le domande, le preoccupazioni, e i dubbi più tremendi.

2) L’Autore della Salvezza (2:10-13)

10 Infatti, per condurre molti figli alla gloria, era giusto che colui, a causa del quale e per mezzo del quale sono tutte le cose, rendesse perfetto, per via di sofferenze, l’autore della loro salvezza. 11 Sia colui che santifica sia quelli che sono santificati provengono tutti da uno; per questo egli non si vergogna di chiamarli fratelli, 12 dicendo: «Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli; in mezzo all’assemblea canterò la tua lode»13 E di nuovo: «Io metterò la mia fiducia in lui»E inoltre: «Ecco me e i figli che Dio mi ha dati». 

La certezza dell’amore di Dio in Cristo che ci aiuta di superare qualsiasi prova è ancorata, come il predicatore spiega qui, nella misura dell’identificazione di Gesù con noi nella sua incarnazione. Oltre alla sua morte, il testo menziona tre modi in cui Gesù ci assicura dell’amore infallibile di Dio.

Il primo è la sofferenza attraverso la quale Gesù si è reso “perfetto” per diventare l’autore della nostra salvezza. Sembra strano che dice “rendere perfetto”? Sarebbe una frase blasfema, se non per il profondo immedesimarsi di Gesù nella nostra condizione umana. Egli non è venuto come un uomo non toccato dalla nostra miseria, ma come “uomo di dolore, familiare con la sofferenza” (Isaia 53:3). Gesù non si è tenuto lontano dalle debolezze che noi sopportiamo, facendo sì che la sua impeccabilità umana fosse ottenuta solo per l’ardua via della tentazione.

Che sia chiaro: come il Figlio di Dio, Gesù non poteva peccare. Ma assumendo il sangue e la carne che tutti noi abbiamo in comune (v.14), Gesù ha dovuto “forgiare” attraverso il fuoco della sofferenza la sua perfezione. Ha dovuto “battere il ferro” della nostra volontà ribelle per renderla di nuovo malleabile in conformità alla volontà di Dio. La perfezione di Gesù non è stata “automatica” semplicemente in virtù del suo essere Figlio di Dio, poiché, facendosi simile a noi in ogni cosa, ha dovuto realizzare, sotto le condizioni del mondo decaduto in cui viviamo, l’ubbidienza perfetta che tutti gli esseri umani devono a Dio ma di cui nessun essere umano è capace.

Consegue da questo la seconda garanzia dell’amore di Dio nei nostri confronti: Gesù si è fatto nostro fratello. Il Figlio di Dio mediante il quale “ha creato pure i mondi” e che “sostiene tutte le cose con la parola della sua potenza” (1:2-3) è colui che non si è vergognato di chiamarci “fratelli”, diventando egli stesso nostro fratello nella carne. Come egli è il Figlio di Dio Padre, la sua incarnazione significa non solo che è diventato simile a noi in ogni cosa, ma che ha fatto noi diventare come lui in ogni cosa.

Quest’idea è ribadita chiaramente in Giovanni 1:12-14: il Figlio di Dio a è diventato carne per dare a tutti coloro che credono nel suo nome il diritto di essere chiamati figli di Dio. Ovviamente una grande differenza distingue noi come figli di Dio da Gesù come Figlio di Dio: noi siamo santificati, e Gesù solo ci santifica (v.11). Non saremo mai noi a santificare nessuno, e Gesù non sarà mai colui a essere santificato da nessuno. Questa differenza è imprescindibile. Però, questa differenza non ci separa da Gesù; anzi è proprio questa che ci lega a lui per sempre. Solo Dio ci ha fatto diventare suoi figli in Gesù, e perciò nessun altro può mai farci diventare altro.

Avendo Gesù come nostro sostituto e nostro fratello, abbiamo un terzo pilastro incrollabile che tiene salda la nostra fede nell’amore di Dio, proprio la fede di Gesù stesso. La catena di citazioni da Salmi e da Isaia colpisce perché è preceduta dall’asserzione che è Gesù — colui che non si vergogna di chiamarci fratelli — a dire queste parole. Ma notiamo bene quali parole il testo attribuisce a Gesù:

“Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli; in mezzo all’assemblea canterò la tua lode…. Io metterò la mia fiducia in lui…. Ecco me e i figli che Dio mi ha dati.”

Qui è Gesù che annuncia (predica) il nome di Dio e conduce la lode in mezzo all’assemblea dei suoi fratelli (la chiesa). È Gesù che mette fiducia in Dio. È Gesù che per primo si presenta a Dio come rappresentante di tutti i figli di Dio. In altre parole, ci riposiamo nella certezza che siamo ben accolti nella presenza di Dio come suoi figli non per la nostra capacità di aver fede in lui ma per la capacità di Gesù di aver fede per noi! Quando ci riuniamo per ascoltare la parola di Dio, è Gesù che ce l’annuncia. Quando cantiamo le lodi, è Gesù che ci conduce. Tutto questo serve per ancorare la nostra fede nella certezza dell’amore di Dio, perché sappiamo che anche se la nostra fiducia in Dio viene meno, siamo tenuti nella fiducia che Gesù ha al nostro posto. Sappiamo che anche se le nostre preghiere sono deboli, le preghiere di Gesù al nostro favore sono sempre efficaci. Sappiamo che anche se la nostra lode non è degna della gloria di Dio, lo è la lode che Gesù canta insieme a noi.

3) Un Misericordioso e Fedele Sommo Sacerdote (2:14-18)

14 Poiché dunque i figli hanno in comune sangue e carne, egli pure vi ha similmente partecipato, per distruggere, con la sua morte, colui che aveva il potere sulla morte, cioè il diavolo, 15 e liberare tutti quelli che dal timore della morte erano tenuti schiavi per tutta la loro vita. 16 Infatti, egli non viene in aiuto ad angeli, ma viene in aiuto alla discendenza di Abraamo. 17 Perciò egli doveva diventare simile ai suoi fratelli in ogni cosa, per essere un misericordioso e fedele sommo sacerdote nelle cose che riguardano Dio, per compiere l’espiazione dei peccati del popolo. 18 Infatti, poiché egli stesso ha sofferto la tentazione, può venire in aiuto di quelli che sono tentati.

Ancorati saldamente nell’amore di Dio grazie all’umanità “vicaria” di Gesù, siamo resi capaci di affrontare e di vincere ogni prova nella vita, compresa la morte. E se ci pensiamo bene, chi non teme la morte non ha bisogno di temere niente o nessun altro. Ma come mai non dobbiamo temere la morte? È perché Gesù, affrontando la morte nella nostra carne e nel nostro posto, l’ha sconfitta e l’ha resa impotente.

L’arma più formidabile che il nostro avversario, il diavolo, ha contro di noi è il peccato e la morte che ne risulta. Ma guardiamo che cosa ha fatto Gesù. Compiendo espiazione dei nostri peccati e subendo egli stesso la morte che n’è la conseguenza, queste cose non hanno più potere su di noi, e così dunque nemmeno il diavolo. Notiamo le forti parole usate per descrivere l’opera di Gesù per noi: ha “distrutto” il diavolo; ha “liberato” noi che ne eravamo “schiavi”, e ora fa da misericordioso e fedele sommo sacerdote presso il Padre in cielo per garantire la nostra salvezza eterna.

Nel frattempo, mentre aspettiamo la rivelazione di Cristo quando si manifesterà per portare questa salvezza a compimento in noi, abbiamo un aiuto sempre pronto ed efficace per superare qualsiasi tentazione. Siccome Gesù è diventato simile a noi in ogni cosa eppure è rimasto senza peccato, è in grado di “simpatizzare con noi nelle nostre debolezze”, e noi possiamo accostarci “con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovare grazia ed essere soccorsi al momento opportuno” (4:15-16). Anche se le tentazioni più forti e tremende ci assaliscono, Gesù che le ha superate tutte ha promesso di aiutare anche noi a superarle. Non abbattiamoci dunque, poiché finché fissiamo lo sguardo su Gesù, vediamo colui che ha vinto il peccato, il diavolo e la morte, e abbiamo la certezza che anche noi li vinceremo.

Colossesi 1:15-23: Affinché Abbia Il Primato

Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, e il fratello Timoteo ai santi e fedeli fratelli in Cristo che sono in Colosse: grazia a voi e pace da Dio, nostro Padre. Noi ringraziamo Dio, Padre del nostro Signore Gesù Cristo, pregando sempre per voi, perché abbiamo sentito parlare della vostra fede in Cristo Gesù e dell’amore che avete per tutti i santi, a causa della speranza che vi è riservata nei cieli, della quale avete già sentito parlare mediante la predicazione della verità del vangelo. Esso è in mezzo a voi, e nel mondo intero porta frutto e cresce, come avviene anche tra di voi dal giorno che ascoltaste e conosceste la grazia di Dio in verità, secondo quello che avete imparato da Epafra, il nostro caro compagno di servizio, che è fedele ministro di Cristo per voi. Egli ci ha anche fatto conoscere il vostro amore nello Spirito.

Perciò anche noi, dal giorno che abbiamo saputo questo, non cessiamo di pregare per voi e di domandare che siate ricolmi della profonda conoscenza della volontà di Dio con ogni sapienza e intelligenza spirituale, 10 perché camminiate in modo degno del Signore per piacergli in ogni cosa, portando frutto in ogni opera buona e crescendo nella conoscenza di Dio; 11 fortificati in ogni cosa dalla sua gloriosa potenza, per essere sempre pazienti e perseveranti; 12 ringraziando con gioia il Padre che vi ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce. 13 Dio ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasportati nel regno del suo amato Figlio. 14 In lui abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati.

Non ci stanchiamo mai di ribadire che Gesù Cristo deve essere l’inizio e la fine, il centro e il perimetro, la forma e il contenuto della nostra fede. Leggiamo la Bibbia correttamente solo se la leggiamo come testimonianza di Gesù. Conosciamo Dio solo se lo conosciamo in Gesù. Preghiamo Dio solo se lo preghiamo nel nome di Gesù. Siamo riconciliati con Dio solo se siamo uniti per fede a Gesù. Gesù solo è la via, la verità e la vita (Giov. 14:6): la via perché solo lui ci porta a Dio, la verità perché solo in lui possiamo essere certi di ciò che sappaimo, e la vita perché solo in lui abbiamo la speranza della risurrezione e la vita eterna.

Non c’è forse nessun altro scritto nella Bibbia che evidenzi l’unicità di Gesù come la lettera di Paolo ai Colossesi, redatta dall’apostolo per contrastare falsi insegnamenti nella chiesa di Colosse che cercavano di diminuire la sufficienza di Cristo e supplirne le mancanze con altre filosofie e tradizioni umane. Paolo ribatte con un “NO!” forte e inequivocabile. Colossesi 2:8-10 ci dice tutto:

Guardate che nessuno faccia di voi sua preda con la filosofia e con vani raggiri secondo la tradizione degli uomini e gli elementi del mondo e non secondo Cristo; perché in lui abita corporalmente tutta la pienezza della Deità; 10 e voi avete tutto pienamente in lui, che è il capo di ogni principato e di ogni potestà.

Nel primo capitolo, Paolo getta le fondamenta teologiche che reggono quest’affermazione. Nei vv.15-23, un passo breve ma insondabilmente profondo, Paolo spiega le ragioni per cui Cristo è tutto in tutti: è il proposito eterno di Dio che Cristo abbia il primato nella creazione, nella riconciliazione, e nella redenzione. Consideriamo ora ognuno di questi tre punti.

1) Il Primato Nella Creazione (1:15-17)

15 Egli è l’immagine del Dio invisibile, il primogenito di ogni creatura; 16 poiché in lui sono state create tutte le cose che sono nei cieli e sulla terra, le visibili e le invisibili: troni, signorie, principati, potestà; tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. 17 Egli è prima di ogni cosa e tutte le cose sussistono in lui.

Un grande teologo del secondo secolo d.C., Ireneo di Lione, parafrasò la prima parte del v.15 così: “il Padre è l’invisibile del Figlio, ma il Figlio è il visibile del Padre”. Ireneo scrisse queste parole nella sua opera intitolata “Contro Eresie” in cui, come indica il titolo, si oppose alle eresie che già in quell’epoca erano spuntate e minacciavano le verità fondamentali del vangelo. Nella storia della chiesa, le eresie più pericolose sembrano sorgere sempre intorno alla persona di Cristo, e in particolare riguardo alla sua relazione a Dio. Solitamente si tende a porre l’accento o sulla divinità di Gesù o sulla sua umanità talmente tanto che si nega effettivamente o l’una o l’altra. Si fa fatica a comprendere come Gesù può essere sia pienamente Dio che pienamente l’uomo, e perciò si trascura uno per ridurre la tensione percepita.

Come notò Ireneo, Colossesi 1:15 non dovrebbe lasciare nessun dubbio. Gesù è “l’immagine del Dio invisibile”, cioè “il visibile del Padre” che è “l’invisibile del Figlio”. Questo indica la piena uguaglianza del Figlio al Padre, perché se il Figlio non fosse uguale al Padre in ogni senso (tranne il fatto di non essere il Padre), come potrebbe essere il visible del Padre? Se è vero che, come Gesù stesso dichiara in Giovanni 14:9: “Chi ha visto me, ha visto il Padre”, Gesù deve essere uguale al Padre, altrimenti il Dio rivelato in Gesù non sarebbe veramente il Padre. Forse Gesù potrebbe rispecchiare il Padre in qualche modo come la luna rispecchia il sole, ma non diremmo mai che “chi vede la luna ha visto il sole”. Se nel Figlio vediamo il Padre in modo totale e completo così che non rimanga nessun aspetto di Dio nascosto o offuscato, Gesù deve essere uguale al Padre in totale e completo.

“Però,” qualcuno potrebbe replicare, “Paolo dice subito dopo che Gesù è ‘il primogenito di ogni creatura’. Quindi non può essere uguale al Padre, essendo lui stesso la prima creatura.” I testimoni di Geova, infatti, usano questo ragionamento. Colossesi 1:15 è una delle prime Scritture che tirano fuori quando tentano di convincerti che Gesù non è uguale al Padre. Come dunque rispondiamo? Al primo sguardo, potrebbe apparire proprio così.

Teniamo presenti due punti. In primo luogo, la primogenitura, per gli ebrei, aveva più a che fare con i diritti dell’eredità, e non dell’ordine della nascita. Basta pensare a Esau e Giacobbe. Benché nato dopo Esau, Giacobbe è diventato il “primogenito” in quanto ha ottenuto la primogenitura, il diritto di ereditare ciò che apparteneva a suo padre, Isacco.

In secondo luogo, è importante che lasciamo che Paolo si spieghi, senza imporgli il significato che vogliamo attribuire ai termini che usa. Paolo infatti si spiega subito nei vv.16-17. Gesù è “il primogenito di ogni creatura poiché in lui sono state create tutte le cose che sono nei cieli e sulla terra…. Egli è prima di ogni cosa.” Paolo non dice che in Cristo sono state create tutte le “altre” cose, come traduce la versione dei testimoni di Geova. No, Paolo asserisce che in Cristo sono state create “tutte le cose”, e poi che “egli è prima di ogni cosa”, non prima di ogni “altra” cosa. Ne consegue che non dobbiamo intendere la frase “il primogenito di ogni creatura” nel senso che Cristo si trova tra “tutte le cose” che sono state create, altrimenti vv.16-17 non avrebbero senso.

Come allora dobbiamo interpretare v.15? Bisogna ricordarci di chi Paolo parla: di Gesù Cristo. In altre parole, Paolo non parla del “Figlio di Dio” distinto dalla sua esistenza come Gesù, cioè distinto dalla “Parola che è diventata carne” (Giov. 1:14). Quando Paolo afferma che Gesù è “il primogenito di ogni creatura”, dobbiamo realizzare che è il Figlio incarnato di cui parla, il Gesù nato dalla vergine Maria e concepito dallo Spirito Santo, pienamente uomo e pienamente Dio.

Come un altro teologo importante nella storia, Atanasio di Alessandria, osservò contro gli ariani che nel quarto secolo d.C. negavano (come i testimoni di Geova) la piena divinità di Gesù, Gesù è il “primogenito di ogni creatura” non perché il Figlio sia stato creato, ma perché il Figlio-diventato-uomo costituisce sin dall’eternità il principio di tutte le vie e le opere di Dio. Ciò non significa che Gesù esiste sin dall’eternità nel suo stato incarnato, perché è diventato tale solo quando è nato da Maria. Che cosa vuol dire allora? Paolo ce lo dice alla fine del v.16: “tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui.” Non solo l’intero creato è venuto all’esistenza per mezzo di Gesù ma anche in vista di lui. In altre parole, anche se il Figlio di Dio non si è incarnato fino a tantissimo tempo dopo la creazione, Dio ha creato tutto affinché il Figlio potesse incarnarsi. Come un teologo contemporaneo ha detto, “Il mondo fu creato affinché Cristo potesse nascere.”

Se colleghiamo questa sbalorditiva verità con quella che “tutte le cose sussistono in lui”, arriviamo alla stupenda conclusione che l’universo e tutto ciò che è in esso esiste per Gesù. Ogni creatura, ogni animale, e ogni essere umano esiste per e in Gesù. Questo vale tanto per quelli che lo sanno quanto per quelli che non lo sanno. Il punto saliente è questo: Cristo deve avere il primato nel nostro pensare, parlare e vivere perché ha già il primato in tutto. Proprio come è scemo chi pensa di poter resistere alla forza della gravità e salta dal tetto di un grattacielo per volare come un uccello, così è scemo anche chi pensa di poter vivere senza Gesù, come anche egli ha avvertito in Giovanni 15:6: “Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio, e si secca; questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano.” Se Gesù ha il primato nella creazione, così deve avere il primato anche nella nostra vita.

2) Il Primato Nella Riconciliazione (1:18-20)

18 Egli è il capo del corpo, cioè della chiesa; egli che è il principio, il primogenito dai morti, affinché in ogni cosa abbia il primato. 19 Poiché al Padre piacque di far abitare in lui tutta la pienezza 20 e di riconciliare con sé tutte le cose per mezzo di lui, avendo fatto la pace mediante il sangue della sua croce; per mezzo di lui, dico, tanto le cose che sono sulla terra, quanto quelle che sono nei cieli.

C’è un secondo senso in cui Gesù ha il primato, cioè nella riconciliazione. È necessario che Paolo lo spieghi, perché qualcuno potrebbe riconoscere che Gesù ha avuto il primato nella creazione, ma che adesso il mondo appartiene alle forze spirituali del male, al peccato e alla morte. I falsi insegnamenti a Colosse erano nati per questo motivo: anche se Gesù è sufficiente per assicurare il nostro destino eterno, nel frattempo, mentre i credenti vengono assaliti da poteri malvagi, essi hanno bisogno di altri aiuti per esserne liberati.

Paolo dunque sottolinea che lo stesso Gesù nel quale e per il quale il mondo è stato creato è proprio colui che per mezzo del quale il mondo è stato riconciliato a Dio. In questi versetti, Paolo insiste che la portata della riconciliazione che Dio ha effettuato in Cristo sulla croce è uguale alla portata della creazione. In altre parole, dopo la croce, il male non ha più potere vero su qualche sfera della creazione dove Gesù non regna. In Cristo, tutte le cose che sono state create per mezzo di lui sono state anche riconciliate per mezzo di lui, “mediate il sangue della sua croce”. Paolo afferma senza equivoci: “tanto le cose che sono sulla terra quanto quelle che sono nei cieli”.

È vero che il mondo come lo percepiamo non appare riconciliato. Questa è infatti una “pietra d’inciampo” che per molti diventa un motivo per non credere al vangelo. Anche noi credenti, di fronte agli indicibili mali nel mondo, possiamo essere tentati di dubitare della portata universale della riconciliazione effettuata in Cristo. In tali casi, però, Paolo ci richiama al fatto della risurrezione, che Cristo è il “primogenito dei morti”. Certo, non vediamo il mondo riconciliato, risanato, e risuscitato come lo sarà un giorno, ma vediamo Cristo che è la “primizia” di quel che si rivelerà in futuro. Se Cristo è il “visibile” del Dio invisibile, è anche il “visibile” della riconciliazione di tutte le cose che è altrettanto invisibile, ora “nascosta con Cristo in Dio” (3:3). Camminare per fede e non per visione vuol dire che viviamo in questa nuova realtà anche se ci rimane celata nel tempo presente.

Come applicazione pratica, questa verità ci aiuta quando testimoniamo il vangelo ad altri. Dobbiamo parlare del vangelo come se fosse vero anche per quelli che non lo credono, perché è vero anche per quelli che non lo credono. Quando parliamo con qualcuno che non crede in Gesù, dobbiamo sempre tenere a mente che questa persona appartiene comunque a Cristo — prima perché esiste per mezzo di Cristo, ma secondo perché Cristo è morto per riconcilare anche lei a Dio. Lei può cercare di resistere e negare questa realtà, ma non la può negare. Un giorno anche le sue ginocchia piegheranno e la sua lingua confesserà che Gesù Cristo è il Signore.

3) Il Primato Nella Redenzione (1:21-23)

21 Anche voi, che un tempo eravate estranei e nemici a causa dei vostri pensieri e delle vostre opere malvagie, 22 ora egli vi ha riconciliati nel corpo della sua carne, per mezzo della sua morte, per farvi comparire davanti a sé santi, senza difetto e irreprensibili, 23 se appunto perseverate nella fede, fondati e saldi e senza lasciarvi smuovere dalla speranza del vangelo che avete ascoltato, il quale è stato predicato a ogni creatura sotto il cielo e di cui io, Paolo, sono diventato servitore.

Se questo è vero, non saranno tutti salvati alla fine? Paolo ci avverte dall’arrivare a questa conclusione. Siamo stati riconciliati in Cristo quando è morto, già prima che credessimo in lui, anche prima che nascessimo! Eppure, Paolo afferma anche che compariremo davanti a lui “santi, senza difetto e irreprensibili”, cioè pienamente redenti e santificati, “se appunto perseverate nella fede fondati e saldi e senza lasciarvi smuovere dalla speranza del vangelo che avete ascoltato”.

Sembra una contraddizione? Non lo è. La chiave è di prendere sul serio cià che Paolo dice nel v.22: “egli vi ha riconcilati nel corpo della sua carne”. Qui Paolo non usa la sua solita espressione “in Cristo” o “in lui” ma “nel corpo della sua carne”. La nostra riconciliazione è letteralmente in Cristo, non in noi stessi. È così che Paolo riesce ad affermare, da un lato, che in Cristo tutte le cose in cielo e sulla terra sono state riconciliate a Dio e, dall’altro, che quella riconciliazione si manifesterà solo in coloro che credono in lui e perseverano nella loro fede. Se la nostra riconciliazione è in Cristo, e in nessun altro o da nessun’altra parte, è solo uniti a lui che possiamo beneficiarne. E il legame per mezzo del quale siamo “uniti” a Cristo e il segno che beneficiamo della sua opera a nostro favore è la fede. Come la riconciliazione in Cristo si manifesterà in coloro che perseverano invece nel rifiutarla rimane un mistero, ma possiamo affermare che il loro rifiuto, anche se porta alla loro perdizione eterna, non diminuisce l’efficacia della rinconciliazione operata in Cristo anche a loro favore. Anzi, è paradossalmente perché l’opera di Cristo vale anche per gli increduli che rimarranno perduti: vorrebbero allontanarsi da Dio, ma Dio non li lascerà mai andare, e sarà proprio questo che li tormenterà come l’inferno.

In conclusione, facciamo bene a dare retta all’esortazione pratica che Paolo rivolge nel 2:6-7 in base a queste profonde verità:

Come dunque avete ricevuto Cristo Gesù, il Signore, così camminate in lui; radicati ed edificati in lui, saldi nella fede, come vi è stata insegnata, e abbondando nel ringraziamento.

Che Dio ci conceda la grazia di camminare e di crescere sempre di più in Cristo e di abbondare nel ringraziamente, e che ci usi in questo modo di testimoniare questa grazia agli altri che non la conoscono.

Matteo 21:33-46: La Pietra Angolare

1) La Parabola dei Vignaiuoli Malvagi (21:33-41)

33 «Udite un’altra parabola: c’era un padrone di casa, il quale piantò una vigna, le fece attorno una siepe, vi scavò una buca per pigiare l’uva e vi costruì una torre; poi l’affittò a dei vignaiuoli e se ne andò in viaggio. 34 Quando fu vicina la stagione dei frutti, mandò i suoi servi dai vignaiuoli per riceverne i frutti. 35 Ma i vignaiuoli presero i servi e ne picchiarono uno, ne uccisero un altro e un altro lo lapidarono. 36 Da capo mandò degli altri servi, in numero maggiore dei primi; ma quelli li trattarono allo stesso modo. 37 Alla fine mandò loro suo figlio, dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio”. 38 Ma i vignaiuoli, veduto il figlio, dissero tra di loro: “Costui è l’erede; venite, uccidiamolo e facciamo nostra la sua eredità”. 39 Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. 40 Quando verrà il padrone della vigna, che farà a quei vignaiuoli?» 41 Essi gli risposero: «Li farà perire malamente, quei malvagi, e affitterà la vigna ad altri vignaiuoli i quali gli renderanno i frutti a suo tempo».

A) La storia e la vocazione d’Israele

Dopo l’ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme come il Messia e la sua purificazione del tempio come il Dio di esso, i capi dei sacerdoti — la classe autoritaria e amministrativa del popolo d’Israele — sono rimasti comprensibilmente sconvolti e adirati. Come potrebbe un semplice rabbino ed ex-falegname della disprezzata Galiliea pretendere di agire in questo modo e sfidare la loro autorità? Come abbiamo visto, le azioni di Gesù all’inizio di ciò che chiamiamo “la Settimana Santa” miravano a forzare una presa di posizione nei suoi confronti, o pro o contro. Dopo il palese significato dei suoi gesti, nessuno poteva rimanere indifferente: i capi d’Israele dovevano o cadere ai suoi piedi in umile sottomissione o farlo morire. Non c’era una via di mezzo.

Se abbiamo seguito la narrativa di Matteo fino a questo punto, la decisione che i capi prenderanno è già scontata. Eppure, come per dargli un’ultima possibilità per ravvedersi, Gesù gli racconta una parabola di enorme importanza in quanto espone in sintesi la sua identità e la sua vocazione alla luce della storia d’Israele che egli porta a compimento. Qualora ci fossero ancora dubbi su Gesù e la sua missione, non potrebbero più esistere dopo aver ascoltato questa parabola. Inoltre, come vedremo, la parabola non serve solo per dare informazioni ma per chiamare i suoi ascoltatori all’azione e per rivelare quale sarà la fine delle uniche due opzioni che ci sono.

Consideriamo ora la parabola dal punto di vista della storia d’Israele. Agli ebrei del primo secolo, il significato dei vari elementi sarebbe stato immediatamente ovvio. Riprendendo un’immagine comune (che troviamo per esempio in Isaia 5), Gesù paragona il popolo d’Israele a una vigna, il cui padrone è naturalmente Dio YHWH. L’utilità dell’immagine della vigna sta nel fatto che essa non è un fine a sé stessa; serve per portare frutto. Nella parabola, il padrone pianta la vigna per “riceverne i frutti”, come anche Dio aveva “piantato” e benedetto Israele nella terra promessa non perché Israele potesse essere l’unico beneficiario ma perché portasse i frutti della benedizione di Dio a tutte le altre nazioni della terra, come Dio aveva infatti giurato ad Abramo. In altri termini, Dio aveva scelto o “eletto” Israele come il suo popolo affinché per mezzo di esso tutti i popoli potessero venire ad appartenere ugualmente a Dio.

Dopo l’esodo dall’Egitto e la conquista del paese di Canaan, Dio affidò la sua “vigna” d’Israele ai diversi vignaiuoli finché non sarebbero arrivati la maturità del frutto e il tempo della mietitura, quando la benedizione promessa ad Abramo sarebbe giunta a tutte le famiglie della terra. Tra questi vignaiuoli c’erano i sacerdoti e i re, quelli che dovevano custodire, governare e prendersi cura del popolo come buoni amministratori e servi fedeli fino al tempo stabilito da Dio.

Tuttavia, come anche una superficiale lettura dell’Antico Testamento farebbe capire, i sacerdoti e i re d’Israele erano in genere (con poche eccezioni) infedeli e malvagi, sfruttando il popolo per il loro beneficio personale e trascinandolo in idolatria e ogni tipo di peccato e impurità. Dio, da parte sua, aveva mandato dei servi — i profeti — per chiamare il popolo e soprattutto i suoi capi e amministratori al ravvedimento, avvertendoli delle terribili conseguenze dell’ignorare la parola del Signore. I profeti, come i servi nella parabola, erano maltrattati, perseguitati e spesso uccisi per aver riferito la parola di Dio al popolo.

Questa tragica storia aveva persistito fino ai giorni di Gesù, dimostrato dalla crudele fine fatta da Giovanni il battista alle mani del re Erode. Giovanni, che secondo Gesù era il più grande dei profeti, è stato l’ultimo “servo” mandato da Dio ai vignaiuoli della sua vigna, poiché egli è stato il precursore di Gesù, colui che non era un servo nella casa di Dio ma l’unico figlio del padrone stesso.

B) L’identità e la missione di Gesù

“Alla fine”, Gesù specifica non a caso, il padrone “mandò loro suo figlio”. Questa frase è strapiena di significato per quanto riguarda l’identità e la missione di Gesù. “Alla fine” indica come la venuta di Gesù è stata il culmine della storia d’Israele, il compimento di tutto quello che ha preceduto. In questo capitolo, abbiamo visto come Gesù rivendica per sé stesso i ruoli del re (l’ingresso trionfale) e del sacerdote, e qui dichiara la sua autorità in qualità di profeta. È lui che viene al momento della mietitura per raccogliere e distribuire al mondo i frutti della benedizione dalla vigna d’Israele, ma come è successo con il fico, Gesù non trova “altro che foglie”.

Sarebbe sbagliato, però, pensare che Gesù si creda semplicemente uno dei profeti, come se fosse esattamente come tutti i suoi predecessori. Pur arrivando come l’ultimo in una lunga serie di profeti, Gesù rappresenta qualcosa di totalmente nuovo: non è un servo nella casa di Dio ma l’unico suo Figlio. Possiamo distinguere Gesù dagli altri profeti in questo modo: Gesù non solo riferisce la parola di Dio (come gli altri profeti), egli è la Parola di Dio. Questo spiega anche la reazione visceralmente violenta da parte dei capi religiosi contro Gesù. In lui non hanno incontrato uno che solo rappresentava l’autorità di Dio, hanno incontrato Dio stesso! Come la presenza della polizia sconvolge la banda dei criminali nel corso di un reato, così la presenza del Figlio di Dio sconvolge i malvagi amministratori e servi della casa di Dio.

Per questo motivo, Gesù prevede la sua propria morte alle mani delle autorità ebraiche, come anche i vignaiuoli uccidono il figlio del padrone. Gesù ha già predetto varie volte che dopo il suo arrivo a Gerusalemme sarebbe stato messo a morte, e adesso lo ribadisce nella presenza di chi ne sarà colpevole. Importante notare come la parabola di Gesù provoca la stessa reazione che essa prevede, poiché alla fine (nei vv.45-46) “i capi dei sacerdoti e i farisei, udite le sue parabole, capirono che parlava di loro; e cercavano di prenderlo, ma ebbero paura della folla, che lo riteneva un profeta.” Ancora una volta, vediamo come Gesù non è la vittima ma il sovrano; sa benissimo ciò che sta facendo. Nel preannunciare come i capi religiosi lo uccideranno, Gesù li condanna insieme ai malvagi nemici dei profeti nell’Antico Testamento, e perciò essi si adirano ancora di più e cominciano a cercare un modo per adempiere la profezia di Cristo.

2) La Pietra Rifiutata (21:42)

42 Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno rifiutata è diventata pietra angolare; ciò è stato fatto dal Signore, ed è cosa meravigliosa agli occhi nostri”?

Alla conclusione della parabola, Gesù cita Salmo 118:22-23 che usa l’immagine della “pietra che i costruttori hanno rifiutata” che poi “è diventata pietra angolare” dell’intero edificio. Il passaggio dall’immagine della vigna alla pietra potrebbe sembrare brusco e casuale, una confusione di metafore che come regola bisogna evitare. Ma a parte l’efficacia dell’immagine della pietra per simboleggiare il messaggio di Gesù (che vedremo tra poco), il collegamento è più stretto di quanto possa apparire all’inizio. Nella lingua in cui Gesù parlava, l’uso dei due termini “figlio” e “pietra” costituisce un gioco di parole. “Figlio” traduce la parola “ben” e “pietra” traduce la parola “eben”. È la consonanza di questi due vocaboli che rende fluido il passaggio.

L’efficacia dell’immagine della pietra sta nel modo in cui interpreta la parabola. Citando Salmo 118, Gesù qui spiega il significato della sua morte. Lungi dall’essere una tragedia imprevista, il rifiuto di questa pietra (che rappresenta ovviamente Gesù) fa parte del piano di Dio, come dimostrato in Salmo 118. Questo salmo è già apparso nel capitolo 21 di Matteo; il grido della folla quando Gesù entra in Gerusalemme viene da Salmo 118:26: “Benedetto colui che viene nel nome del SignoreNoi vi benediciamo dalla casa del Signore.”

Salmo 118 è un salmo esplicitamente messianico che loda il Signore per la sua fedeltà a Davide e al suo lignaggio. In questo contesto Davide è la pietra che i costruttori hanno rifiutato che poi è diventata la pietra angolare. Era l’ultimo dei suoi fratelli, per apparenze il meno adatto a essere re. È stato disprezzato da Golia a causa della sua giovinezza, perseguitato da Saul come usurpatore del suo trono, e esiliato dal suo popolo per tanti anni nel deserto. Eppure Dio ha mantenuto la sua parola a Davide, e ha fatto di questa pietra rifiutata la pietra angolare della monarchia d’Israele e della stirpe messianica.

Nel senso vero e definitivo, Gesù si dichiara la pietra di cui Davide è stato solo un precursore. Il suo rifiuto da parte dei capi religiosi non finirà nella sua sconfitta. Anzi, sarà proprio nel rifiutare Gesù che essi, secondo il piano di Dio, lo faranno diventare la pietra angolare della casa di Dio che apparterrà non solo a Israele ma a tutti i popoli della terra. Citando questo salmo, Gesù incolpa i capi religiosi per aver rifiutato lo stesso Messia che dicevano di aspettare, e gli rivela che tuttavia non fanno altro che proprio ciò che tentano di impedire. Sarà il rifiuto di Gesù che lo insedierà come re; sarà il loro egoismo di volersi tenere tutte le benedizioni di Dio che le farà diffondere a tutti gli altri. È per questo che il salmo loda il Signore per aver compiuto una “cosa meravigliosa agli occhi nostri”!

3) Il Lato Oscuro della Salvezza (21:40-41, 43-46)

40 Quando verrà il padrone della vigna, che farà a quei vignaiuoli?» 41 Essi gli risposero: «Li farà perire malamente, quei malvagi, e affitterà la vigna ad altri vignaiuoli i quali gli renderanno i frutti a suo tempo»…. 43 Perciò vi dico che il regno di Dio vi sarà tolto e sarà dato a gente che ne faccia i frutti. 44 Chi cadrà su questa pietra sarà sfracellato; ed essa stritolerà colui sul quale cadrà». 45 I capi dei sacerdoti e i farisei, udite le sue parabole, capirono che parlava di loro; 46 e cercavano di prenderlo, ma ebbero paura della folla, che lo riteneva un profeta.

A) L’auto-condanna dei capi religiosi (vv.40-41)

La nota finale di questa parabola, come del vangelo di Matteo, è una di vittoria, salvezza e benedizione. Tuttavia, la vittoria di Gesù ha un “lato oscuro”, un lato che si può definire non voluto, accidentale. Non esitiamo ad affermare vivamente l’universale intenzione di Dio di salvare e di benedire. Giovanni 3:16-17 lo dice chiaramente:

Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

Come mai dunque ci sono quelli che secondo v.41 periranno malamente? Non è casuale che siano i capi religiosi, a cui questa frase si riferisce, a dirla. Proprio come sono loro a dire che il padrone della vigna “farà perire malamente quei malvagi” che hanno ucciso suo figlio, così sono loro ad auto-condannarsi in quanto rifiutano Gesù. Questo costituisce un principio che vale non solo per i capi religiosi ma anche per tutti che rifiutano Gesù. La loro rovina è un’auto-condanna, la loro sentenza è auto-pronunciata, nell’escludere Gesù dalla loro vita si auto-escludono dalla benedizione di Dio.

B) Il potere devastante del regno di Dio (v.44)

A rafforzare questo concetto è la frase enigmatica di Gesù al v.44. Riprendendo l’immagine della pietra, Gesù l’associa a un altro brano messianico nell’Antico Testamento, Daniele 2:34-45, in cui il re babilonese Nabucodonosor sogna una pietra che si stacca dal monte, spezza tutti i regni umani e infine diventa essa stessa un grande monte che riempie tutta la terra. La pietra di Daniele simboleggia il potere devastante del regno di Dio che, per stabilirsi in tutto il mondo, deve abbattere ogni potere che si oppone a esso.

Questo è lo sfondo che ci aiuta a capire v.44. Gesù è la pietra che Dio ha scelto e posto come fondamenta di un nuovo tempio, una nuova casa, un nuovo popolo composto da tutti i popoli. Ma la pietra forte e solida da reggere questo edificio è altrettanto devastante a chi le si oppone. “Chi cadrà su questa pietra sarà sfracellato; ed essa stritolerà colui sul quale cadrà.” Il senso sembra essere che sia l’opposizione attiva sia l’opposizione passiva porterà allo stesso risultato. In effetti Gesù avverte: “Non importa se uno dice: ‘Non sono opposto a te, sono semplicemente indeciso o indifferente’, perché equivale alla stessa cosa.” Come Gesù dice in Matteo 12:30: “Chi non è con me è contro di me; e chi non raccoglie con me, disperde.” Gesù non poteva essere più chiaro di così. Chi non costruisce la propria vita attivamente su Gesù quale pietra angolare sarà sfracellato, non perché questo sia il volere di Gesù, ma perché è l’inevitabile conseguenza del non ubbidire a lui.

C) Il compimento del proposito di Dio (v.43)

Ma per non finire sul “lato oscuro” del regno di Dio (che non è affatto l’accento principale che pone la Bibbia), concludiamo affermando ancora una volta che ciò che l’uomo intende per male, Dio lo converte in bene a lode della sua gloria. Non dobbiamo mai disperare di nessuno, neanche del cuore più ostinato e incredulo, perché la fine dell’essere spezzato dalla pietra angolare può essere la vittoria della grazia sulla più dura resistenza.

Basta ricordare che in Atti molti di coloro responsabili per la crocifissione di Gesù, compresi alcuni farisei, si ravvedono e sono salvati. Paolo, un violento opponente di Cristo e della chiesa, sapeva per primo che nessuno è fuori dalla portata della grazia di Dio. Questo è perché nella sua lettera ai Romani, dopo aver affermato che Israele aveva “urtato nella pietra d’inciampo” (9:32), scrive (11:11-15):

11 Ora io dico: sono forse inciampati perché cadessero? No di certo! Ma a causa della loro caduta la salvezza è giunta agli stranieri per provocare la loro gelosia. 12 Ora, se la loro caduta è una ricchezza per il mondo e la loro diminuzione è una ricchezza per gli stranieri, quanto più lo sarà la loro piena partecipazione!… 15 Infatti, se il loro ripudio è stato la riconciliazione del mondo, che sarà la loro riammissione, se non un rivivere dai morti?

Che fare dunque? Prima, assicuriamoci che la nostra vita in ogni suo aspetto è fondata unicamente su Gesù. Lo stesso vale per la nostra comunità. Siamo fragili e vulnerabili nella misura in cui tentiamo di sottrarre qualche parte della nostra vita o comunità dalla signoria di Gesù. Secondo, testimoniamo Cristo con tenacia e speranza. Testimoniamo con tenacia, sapendo che la pietra angolare sulla quale Dio sta edificando la sua chiesa è per molti una pietra d’inciampo, disprezzata e rifiutata. Non perdiamoci d’animo quando incontriamo difficoltà e opposizione, perché questo è da aspettarsi. Se hanno crocifisso Gesù, figuriamoci come a volte risponderanno a noi! Ma testimoniamo anche con speranza, perché l’efficiacia del vangelo non sta nelle capacità dei testimoni, ma in colui che testimoniamo. Ricordiamoci: Gesù edificherà la sua chiesa, e le porte dell’Ades non la potranno vincere!

Matteo 3:13-4:17: Liberaci dal Maligno

1) L’Inizio del Ministero di Gesù (3:13-17; 4:12-17)

3:13 Allora Gesù dalla Galilea si recò al Giordano da Giovanni per essere da lui battezzato. 14 Ma questi vi si opponeva dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?» 15 Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, poiché conviene che noi adempiamo in questo modo ogni giustizia». Allora Giovanni lo lasciò fare. 16 Gesù, appena fu battezzato, salì fuori dall’acqua; ed ecco, i cieli {gli} si aprirono ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. 17 Ed ecco una voce dai cieli che disse: «Questo è il mio diletto Figlio, nel quale mi sono compiaciuto»….

12 Gesù, udito che Giovanni era stato messo in prigione, si ritirò in Galilea. 13 E, lasciata Nazaret, venne ad abitare in Capernaum, città sul mare, ai confini di Zabulon e di Neftali, 14 affinché si adempisse quello che era stato detto dal profeta Isaia: 15 «Il paese di Zabulon e il paese di Neftali, sulla via del mare, di là dal Giordano, la Galilea dei pagani, 16 il popolo che stava nelle tenebre, ha visto una gran luce; su quelli che erano nella contrada e nell’ombra della morte una luce si è levata». 17 Da quel tempo Gesù cominciò a predicare e a dire: «Ravvedetevi, perché il regno dei cieli è vicino».

A questo punto nel vangelo, Matteo si mette a narrare come la missione di Gesù — “salvare il suo popolo dai loro peccati” (1:21) — ha avuto inizio. Tutto comincia con il battesimo di Gesù quando egli viene da Giovanni il battista per farsi battezzare. In passato abbiamo avuto varie occasioni per approfondire il significato del battesimo di Gesù in quanto simbolo della sua totale identificazione con noi peccatori nella nostra condizione, pur essendo egli stesso impeccabile, per liberarci dal peccato e per farci diventare partecipi della sua santità.

A noi dunque basta notare come il battesimo di Gesù, pieno com’è di significato simbolico, segnala anche l’inizio del suo ministero pubblico. È qui che Gesù viene pubblicamente dichiarato e presentato al popolo d’Israele come “Figlio di Dio”, colui nel quale Dio stesso si è compiaciuto e colui a cui bisogna dare ascolto e ubbidienza. Questo Gesù, come Matteo evidenzia ripetutamente nel vangelo, è il Cristo, il Messia, il potentissimo Re che Dio aveva promesso di mandare per stabilire il suo regno non solo in Israele, ma fino alle estremità della terra. Giovanni il battista, avendo compiuto la sua vocazione di preannunciare la venuta di Gesù e di chiamare il popolo d’Israele al ravvedimento per essere pronto e preparato, viene arrestato perché, come dice in Giovanni 3:30, “Bisogna che egli cresca e che io diminuisca”. Giovanni si toglie di mezzo quando Gesù è pronto per iniziare la sua missione proprio affinché quest’ultimo possa avere il primato. Non è casuale che Gesù cominci a predicare il regno di Dio solo dopo Giovanni viene messo in prigione.

Ma come vediamo nel testo, non passiamo subito dal battesimo di Gesù all’inizio del suo ministero di predicazione. In mezzo c’è la narrativa, assolutamente critica a tutto ciò osservato fino adesso, della tentazione di Gesù. Questo momento della sua vita, che dalle apparenze sembrerebbe di poca importanza (cioè un uomo che semplicemente passa 40 giorni di solitudine nel deserto?), è in realtà di vitale importanza, e adesso vogliamo dedicare il resto di questo studio a scoprirne i motivi. Possiamo schematizzare questi motivi nella seguente maniera: A) Ricapitolazione, B) Rappresentanza, e C) Riscatto.

2) La Tentazione di Gesù (4:1-11)

4:1 Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. E, dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. E il tentatore, avvicinatosi, gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, ordina che queste pietre diventino pani». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di pane soltanto vivrà l’uomo, ma di ogni parola che proviene dalla bocca di Dio”». 

Allora il diavolo lo portò con sé nella città santa, lo pose sul pinnacolo del tempio, e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù; poiché sta scritto: “Egli darà ordini ai suoi angeli a tuo riguardo” e “Essi ti porteranno sulle loro mani, perché tu non urti col piede contro una pietra”». Gesù gli rispose: «È altresì scritto: “Non tentare il Signore Dio tuo”». 

Di nuovo il diavolo lo portò con sé sopra un monte altissimo, gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose ti darò, se tu ti prostri e mi adori». 10 Allora Gesù gli disse: «Vattene, Satana, poiché sta scritto: “Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi il culto”». 11 Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli si avvicinarono a lui e lo servivano.

A) Ricapitolazione

Innanzitutto, notiamo come lo stesso Spirito disceso su Gesù al suo battesimo lo conduce, come primo passo, nel deserto “per essere tentato dal diavolo”. Perché questo? Troviamo la prima risposta se leggiamo la narrativa attenti ai vari richiami all’Antico Testamento. Questo sarà particolarmente importante nel vangelo di Matteo, il cui scopo è di dimostrare che Gesù rappresenta l’adempimento di tutte le promesse di Dio al popolo d’Israele, promesse fattegli non solo per loro ma anche attraverso loro a favore del mondo intero: “in te [Abramo] saranno benedette tutte le famiglie della terra” (Genesi 12:3).

Pensiamo ai vari richiami all’esodo nella narrativa della nascita e dell’infanzia di Gesù: il re Erode, come il faraone, prova a distruggere ogni possibile minaccia al suo potere massacrando i bambini maschili, credendo così di prevenire alla nascita di un salvatore del popolo ebraico. Poi, Gesù viene portato letteralmente in Egitto quando l’angelo del Signore ordina a Giuseppe di rifugiarsi lì, adempiendo così la profezia di Osea (11:1) che “fuori d’Egitto chiamai mio figlio”.

Adesso, in Matteo 3 e 4, vediamo come Gesù passa attraverso le acque e poi entra nel deserto dove digiuna per un periodo di 40 giorni, richiamando così Israele che, appena liberato da Egitto, è passato per mezzo delle acque del Mar Rosso e poi ha vagato nel deserto per un periodo di 40 anni. Si aggiungono altre similitudini quando Gesù risponde alle tre principali tentazioni del diavolo citando Deuteronomio, un libro della Scrittura risalente al periodo del vagabondaggio di Israele nel deserto. Consideriamo, per esempio, il contesto di Deuteronomio in cui Gesù ricava la sua risposta alla prima tentazione. Qui in Deuteronomio 8:1-3, alla fine dei 40 anni di peregrinazione di Israele, Mosè esorta il popolo dicendo:

8:1 Abbiate cura di mettere in pratica tutti i comandamenti che oggi vi do, affinché viviate, moltiplichiate ed entriate in possesso del paese che il Signore giurò di dare ai vostri padri. Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, il tuo Dio, ti ha fatto fare in questi quarant’anni nel deserto per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandamenti. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per insegnarti che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che vive di tutto quello che procede dalla bocca del Signore.

Una notevole differenza emerge però a questo punto: mentre Israele è stato umiliato e messo alla prova nel deserto per 40 anni a causa della sua disubbidienza al comandamento di Dio, Gesù rimane nel deserto per 40 giorni a motivo della sua ubbidienza allo Spirito di Dio che lo ha condotto lì. Questa osservazione ci porta al primo motivo per cui Gesù deve affrontare la tentazione nel deserto: per adempiere “ogni giustizia” (3:15) di cui Israele mancava. Come l’acqua non arriva in casa se il tubo che la porta è intasato, così la benedizione di salvezza promessa ad Abramo non poteva arrivare a tutte le famiglie della terra finché la discendenza di Abramo era come un tubo intasato di peccato e di ingiustizia.

Ecco perché Matteo narra la storia di Gesù come la “ricapitolazione” della storia di Israele: in ogni tappa della sua vita, Gesù rivive le esperienze di Israele per ribaltare i suoi fallimenti. Siccome Israele era stato un servo infedele che aveva ostacolato l’adempimento del proposito di Dio per il mondo, Gesù è “subentrato” come il servo fedele — come il vero Israele — per rimediare all’infedeltà della discendenza di Abramo e così diventare fonte di benedizione per tutto il mondo. Le tentazioni affrontate e superate da Gesù nel deserto rappresentano, dunque, la vittoria della giustizia di Dio sull’ingiustiza umana rispecchiata nell’esperienza di Israele.

B) Rappresentanza

Dico questo così perché Matteo non presenta la tentazione di Gesù nel deserto come se fosse esclusivamente il rimedio all’ingiustizia di Israele, ma anche all’ingiustiza di tutta l’umanità, di ogni singolo essere umano. Gesù affronta le tentazioni del diavolo non solo per fare ricapitolazione delle esperienze d’Israele ma anche per fare rappresentanza al posto di ogni peccatore schiavizzato sotto il potere del maligno. Lo sappiamo perché le tre tentazioni dirette a Gesù sono le stesse tentazioni che, pur presentandosi in forme superficialmente diverse, il diavolo lancia contro tutti noi. Ebrei 4:15 afferma infatti che Gesù “è stato tentato come noi in ogni cosa, senza commettere peccato”. La verità di questa affermazione risulta convincente quando ci ricordiamo come l’apostolo Giovanni nella sua prima epistola (2:16) distilla l’essenza delle tentazioni comuni a tutti gli esseri umani in questi tre modi:

16 Perché tutto ciò che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo.

In fondo, le tentazioni del maligno sono costituite da questi tre elementi: 1) la concupiscenza (cioè il desiderio disordinato e idolatrico) della carne, 2) la concupiscenza degli occhi e 3) la superbia della vita. Leggendo la narrativa di Matteo 4 in questa ottica, scopriamo come il diavolo non fa altro che “rivestire” queste tentazioni in forme mirate alla persona di Gesù.

  1. La concupiscenza della carne

È dir poco che dopo 40 giorni di digiuno totale Gesù “ebbe fame”. Come l’acqua e l’aria, il nostro fisico ha bisogno di cibo per il suo sostentamento. Quando ne è privo, non desidera altro quanto desidera mangiare. Quando, dunque, il diavolo cerca di indurre Gesù a trasformare pietre in pani, prova a suscitare in lui la “concupiscenza della carne”, il desiderio che non è di per sé sbagliato, ma diventa sbagliato quando ci porta a soddisfarlo in modi, in tempi o in quantità che Dio ha proibito. Il desiderio della carne — che sia di mangiare o di bere o di amore o di sesso o di piacere o di felicità — si muta in concupiscenza quando rifiutiamo di fidarci di Dio di darci “il nostro pane quotidiano” e cominciamo a cercarlo da solo.

Qui il diavolo tenta Gesù di fare ciò che di per sé non sarebbe sbagliato (come non lo era ad Adamo ed Eva il mangiare il frutto dell’albero), ma che Dio in quel momento e per i suoi benevoli motivi gli ha proibito. Gesù, come abbiamo appena detto, è nel deserto per ribaltare il fallimento d’Israele che, di fronte alla scarsità di sostentamento nel deserto, ha cominciato a dubitare dell’amore e del potere di Dio e a pretendere che egli gli desse da mangiare nella misura dei loro desideri. Gesù non deve trasformare pietre in pane qui non perché un tale atto sarebbe peccato ma perché comporterebbe un rifiuto di dipendere pienamente da Dio e da Dio solo. Ecco perché Gesù risponde con le sopraccitate parole di Deuteronomio: più di mangiare pane, l’essere umano ha bisogno della parola di Dio per la vita. Ecco l’ubbidienza della fede di Gesù: posto davanti a una questione di vita e di morte, Gesù sceglie l’unica cosa necessaria: è meglio ubbidire a Dio che alle concupiscenze della carne.

2. La concupiscenza degli occhi

La seconda tentazione comune a tutti noi è rappresentata dal terzo modo in cui il diavolo tenta Gesù, cioè la concupiscenza degli occhi. Quando il diavolo mostra a Gesù tutti i regni del mondo che ritiene sottoposti al suo potere, e promette di darglieli solo se Gesù gli si prostra davanti e lo adora, c’è un senso in cui il diavolo ha ragione. Se tutto il mondo fosse stato già sottoposto a Gesù come il proprio Signore, egli non avrebbe avuto bisogno di venire in carne umana e di umiliarsi fino alla morte in croce. Se il diavolo non avesse un po’ di ragione, Gesù non avrebbe insegnato ai suoi discepoli di pregare: “venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà come in cielo così anche in terra”.

Quando, dunque, il diavolo gli sussurra nell’orecchio: “Ascolta Gesù, potresti compiere la tua missione — ottennere l’ubbidienza e l’adorazione di tutti i popoli come il Signore del mondo — in modo molto più semplice. Non dovresti continuare a vivere in queste condizioni umilianti di miseria umana, non dovresti percorre l’ardua via che ti porterà solo alla croce. Se fai questo semplice gesto — se ti prostri davanti a me e mi adori — allora otterrai in un istante tutto ciò che desideri”.

Ma questa scelta — la scelta della via “facile” anziché quella giusta — è quella che Gesù rifiuta senza esitazione. Gesù cita di nuovo Deuteronomio dove Dio per bocca di Mosè ha detto che tutta l’adorazione, tutto l’onore, e tutta la gloria spettavano solo a lui, scegliendo così di adorare Dio e Dio solo, costi quello che costerà. Gesù sa, infatti, che rimanere fedele a Dio gli costerà la sua vita, ma è risoluto. Gesù sa che non ci sono scorciatoie alla croce, ma che ogni difficoltà e ogni sofferenza sono elementi indispensabili nel portare a termine la volontà di Dio.

3. La superbia della vita

La terza tentazione comune a tutti noi, cioè la superbia della vita, si manifesta quando il diavolo tenta Gesù di gettarsi giù dal pinnacolo del tempio. Questo posto, in piena vista degli adoratori nel tempio, dei sacerdoti e dei leader religiosi, delle autorità romane e dell’intera popolazione di Gerusalemme e di Giudea, avrebbe permesso a Gesù di potersi presentare come il Messia che tutti si aspettavano e desideravano, un Messia di apparenze spettacolari ed eclatanti, un Messia innegabilmente affermato e autorizzato da Dio. La tentazione fa leva sul desiderio umano di essere stimato, applaudito e acclamato dalle folle. Così il diavolo cerca di convincere Gesù: “Se vai avanti come hai cominciato, alla fine nessuno ti crederà, nessuno ti seguirà, e così nessuno beneficerà dell’opera che sei venuto per fare. Se invece mi dai retta e fai come ti dico io, tutti ti crederanno, tutti ti seguiranno, e così tutti beneficeranno dell’opera che sei venuto per fare”.

Questo però è esattamente quello che Gesù rifiuta. La vocazione di Gesù culminerà alla croce, considerata dal mondo uno scandalo e una pazzia. La tentazione della “superbia della vita” costituisce dunque una contraddizione totale alla volontà di Dio Padre. Di nuovo Gesù si trova di fronte a due scelte diametralmente opposte: vivere per la gloria di Dio o per la gloria personale. La scelta di Gesù è inequivocabile: “Non tenterò mai il Signore Dio mio, ma mi affiderò e ubbidirò pienamente a lui.”

In sintesi, le tentazioni che sono comuni a tutti gli esseri umani sono quelle che Gesù nel deserto affronta. Ma mentre nessuno è stato mai capace di superare sempre queste tentazioni, mentre tutti noi prima o poi cadiamo e pecchiamo, Gesù è uscito dalla sua battaglia contro il maligno il vincintore indiscutibile. Come affermiamo ogni domenica attorno alla tavola del Signore: “non abbiamo fatto le cose che avremmo dovuto fare, e abbiamo fatto le cose che non avremmo dovuto fare, e non c’è salute in noi. Tuttavia, Gesù assunse interamente la nostra umanità, senza commettere peccato, e fece le cose che avremmo dovuto fare affinché noi fossimo guariti.” E ricordiamoci di come concludiamo: “Non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù”. Non c’è DUNQUE più nessuna condanna, perché mentre noi ci siamo arresi, e ci arrendiamo tuttora, alle tentazioni del maligno, Gesù le ha vinte, e in lui la sua vittoria diventa anche la nostra. Questo è il meraviglioso annuncio del vangelo: siamo stati sconfitti dal maligno, ma in Cristo siamo più che vincitori!

C) Riscatto

In conclusione, la vittoria di Gesù sul maligno nel deserto è il motivo per cui possiamo pregare con speranza e certezza: “non ci esporre alla tentazione, e liberaci dal maligno”. In Cristo abbiamo già vinto la tentazione, e siamo stati già liberati dal maligno. La nostra lotta quotidiana non è di vincere il male e il maligno, ma di ricordarci e di appropriarci della vittoria che Cristo ha ottenuto. Come dichiara Ebrei 2:14-15:

14 Poiché dunque i figli hanno in comune sangue e carne, egli pure vi ha similmente partecipato, per distruggere, con la sua morte, colui che aveva il potere sulla morte, cioè il diavolo, 15 e liberare tutti quelli che dal timore della morte erano tenuti schiavi per tutta la loro vita.

Ecco il nostro grido di battaglia! Gesù ha già distrutto con la sua morte il diavolo che aveva il potere sulla morte. Con la sua morte, Gesù ci ha già liberato dal timore della morte e dalla schiavitù al peccato. Se uno che appartiene a Cristo cade in peccato o vive in paura o ansia, è perché ha dimenticato che in Cristo il potere del peccato è stato già sconfitto e lo spettro della morte è scomparso. Il rimedio è non di sforzarci di più per vincere ma di riposarci di più nella vittoria di Gesù.

Questo è perché troviamo la nostra forza per superare la tentazione, il peccato, la paura, e l’ansia che ci assaliscono tutti i giorni con Gesù, per così dire, nel deserto, lontani dalle solite distrazioni e semplicemente in comunione con lui:

Salmo 46:10: «Fermatevi», dice, «e riconoscete che io sono Dio.»

Isaia 40:31: Quelli che sperano nel Signore acquistano nuove forze, si alzano a volo come aquile, corrono e non si stancano, camminano e non si affaticano.

Isaia 30:15: Poiché così aveva detto il Signore, Dio, il Santo d’Israele: «Nel tornare a me e nello stare sereni sarà la vostra salvezza; nella calma e nella fiducia sarà la vostra forza».

Matteo 11:28: Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo.