Giovanni 20: La parola della risurrezione

1) Pasqua: il primo giorno della nuova creazione (Giovanni 20:1-9)

1 Il primo giorno della settimana, la mattina presto, mentre era ancora buio, Maria Maddalena andò al sepolcro e vide la pietra tolta dal sepolcro. Allora corse verso Simon Pietro e l’altro discepolo che Gesù amava, e disse loro: «Hanno tolto il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’abbiano messo». Pietro e l’altro discepolo uscirono dunque e si avviarono al sepolcro. I due correvano assieme, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse primo al sepolcro; e, chinatosi, vide le fasce per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro, e vide le fasce per terra e il sudario, che era stato sul capo di Gesù, non per terra con le fasce, ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo che era giunto per primo al sepolcro, e vide, e credette. Perché non avevano ancora capito la Scrittura, secondo la quale egli doveva risuscitare dai morti. 10 I discepoli dunque se ne tornarono a casa.

1.1) Buona Pasqua

Buona Pasqua! Si dice spesso, ma se ne capisce il significato? Certo, molti sanno che le sue origini risalgono alla risurrezione di Gesù. È molto evidente, però, che non capiscono il vero significato di questo avvenimento perché dopo tornano alla vita “normale” come se niente fosse. Una Pasqua che non cambia radicalmente ogni aspetto della nostra vita non è la vera Pasqua! O, almeno, siamo noi che non abbiamo compreso le sue radicali implicazioni. Giovanni — il cui vangelo stiamo studiando in questo periodo — non vuole lasciarci andare senza farci riflettere a lungo su queste implicazioni, senza che noi passiamo dalla vita “normale” alla vita “eterna”, la vita che Gesù stesso aveva, e ha ancora, da quando è risuscitato dai morti quella prima domenica pasquale.

1.2) La nuova Genesi

La prima cosa che Giovanni c’insegna è che la Pasqua non è stata niente meno del primo giorno della nuova creazione. Se fino a questo punto abbiamo letto il vangelo attentamente, ci deve risultare facile capirlo. Sin dall’inizio Giovanni presenta il vangelo che scrive come una nuova o una seconda Genesi, indicata dall’esplicito richiamo alle parole iniziali:

1 Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei, e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. (1:1-3)

Ma è subito chiaro che Giovanni non vuole solo ricordare Genesi e la creazione dei cieli e della terra, perché la buona notizia che ha da testimoniare supera di gran lunga quella storia. Questa è la storia della nuova creazione! Mentre in Genesi all’umanità è data la vita vulnerabile alla corruzione, in Gesù è data la vita incorruttibile! Mentre in Genesi le tenebre del peccato invadono il buon creato di Dio e rovinano tutto, in Gesù “la luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta” (1:5).

Da Genesi in poi, da carne nasce solo carne, da sangue nasce solo sangue, ma da ciò che Gesù compie, nascono figli di Dioi quali non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma sono nati da Dio” (1:13). Nella Torah, di cui Genesi è il primo libro, “la legge è stata data per mezzo di Mosè“, ma “la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo” e “della sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia” (1:16-17). Nell’Antico Testamento, “nessun ha mai visto Dio”, ma Gesù, “l’unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere”, e in lui “abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre” (1:14, 18).

Questa è la nuova creazione, promessa nell’Antico Testamento e realizzata solo con la venuta di Gesù Cristo. E Giovanni vuole dirci che è stata quella prima domenica pasquale — il giorno quando Gesù è risuscitato dai morti — che ha inaugurato la nuova creazione. Come lo sappiamo? Consideriamo come Giovanni narra lo svolgimento della morte e della sepoltura di Gesù immediatamente prima della risurrezione:

19:28 Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era già compiuta, affinché si adempisse la Scrittura, disse: «Ho sete». 29 C’era lì un vaso pieno d’aceto; posta dunque una spugna imbevuta d’aceto in cima a un ramo d’issopo, l’accostarono alla sua bocca. 30 Quando Gesù ebbe preso l’aceto, disse: «È compiuto!» E chinato il capo rese lo spirito. 31 Allora i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato (poiché era la Preparazione e quel sabato era un gran giorno), chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe e fossero portati via.

Qui leggiamo che Gesù è stato crocifisso il giorno prima del sabato, cioè il sesto giorno della settimana. E proprio nel momento prima di morire, Gesù dichiara “È compiuto!”. Ora, questo sta a significare certamente che ogni aspetto della nostra salvezza è stato compiuto da Gesù, nel senso che a noi non rimane alcunché da contribuire. Ma Giovanni vuole che vediamo ancora di più. Dov’è nella Bibbia che Dio compie la sua opera il sesto giorno della settimana e poi si riposa il sabato? Sempre in Genesi!

2:3 Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò, perché in esso Dio si riposò da tutta l’opera che aveva creata e fatta.

Abbiamo qui un altro riferimento esplicito alla creazione in Genesi. Alla fine del sesto giorno della settimana, Gesù compie “ogni cosa” (19:28), e poi il settimo giorno, il sabato, si riposa:

19:41 Nel luogo dove egli era stato crocifisso c’era un giardino, e in quel giardino un sepolcro nuovo, dove nessuno era ancora stato deposto. 42 Là dunque deposero Gesù, a motivo della Preparazione dei Giudei, perché il sepolcro era vicino.

È inoltre importante il fatto che Gesù sia stato sepolto in un giardino, perché era stato proprio in un giardino che Dio, dopo aver formato “l’uomo dalla polvere della terra“, “vi pose l’uomo che aveva formato“, il giardino “in Eden” (Genesi 2:7-8). Ciò non è una coincidenza, ma una Dio-incidenza! Indica che la settimana santa costituisce in effetti i sette giorni della nuova creazione che culmina nell’uomo posto nel giardino e Dio che si riposa dopo aver compiuto la sua opera.

Quando, dunque, cominciamo a leggere Giovanni 20, le prime parole dovrebbero acquisire nuovo significato: “Il primo giorno della settimana, la mattina presto, mentre era ancora buio, Maria Maddalena andò al sepolcro…“. Che c’è di speciale di questo “primo giorno della settimana”, di questa “mattina presto”? Questo è infatti il “primo giorno” della nuova creazione, della nuova Genesi che deve essere ancora scritta, dello spazzare via ogni corruzione e dell’inizio della vita eterna incorruttibile. E tutto questo, perché quando “Maria Maddalena andò al sepolcro“, “vide la pietra tolta dal sepolcro“. Il sepolcro era vuoto! Gesù non era più là! Le tenebre della morte non hanno potuto sopraffare la luce della vita eterna! Come Paolo esclama in 2 Corinzi 5:17:

Se uno è in Cristo, egli è una nuova creazione. le cose vecchie sono passate: ecco, sono diventate nuove.

1.3) Il significato della risurrezione

Notiamo però qualcosa di interessante. La narrazione di Giovanni (come quella degli altri vangeli) non è l’equivalente del finale di un film in cui si vede l’eroe vincere il nemico con strepitosi effetti speciali e la colonna sonora che raggiunge l’apice del suo crescendo. Qui, invece, la vittoria dell’eroe è già passata; Giovanni l’ha saltata. Vediamo solo il dopo, quando alcuni seguaci di Gesù scoprono la tomba vuota e le fasce usate per avvolgere la salma per terra. In un film, qualcuno vedrebbe un tale finale come una delusione! Perché allora, alla fine della storia più importante di tutte, Giovanni non ci fornisce il finale eclatante che vogliamo, narrando ogni minimo dettaglio del momento della risurrezione con un linguaggio vivo ed entusiasmante?

È perché quello che conta veramente non è il mero fatto storico della risurrezione stessa — la rianimazione del cadavere di un uomo vissuto circa 2000 anni fa — ma tutto ciò che la risurrezione significa. Molti, ripeto, sanno che la Pasqua ricorda la risurrezione di Gesù, ma pochi vivono vite trasformate da essa. È a questo significato trasformativo che Giovanni vuole invece indirizzare la nostra attenzione, perché il suo scopo, esplicitato alla fine del capitolo, è che entriamo a partecipare noi stessi a questa storia, a partecipare personalmente alla nuova creazione inaugurata da Gesù, cominciando di viverla ora in mezzo alla vecchia.

Ma poi se chiediamo: allora, qual è questo significato che va oltre il mero fatto storico della risurrezione e ci trasforma la vita? In un senso, non possiamo rispondere a questa domanda nei limiti di un solo studio. Se ponessimo questa domanda a Giovanni, lui probabilmente ci risponderebbe così: “dovete tornare e rileggere questo vangelo da capo, perché il significato della risurrezione sta in tutto ciò che vi ho già scritto!” Giovanni, infatti, ci ha preavvisato che sarebbe stato così nel capitolo 2. Allora, quando Gesù è entrato nel tempio che ha scacciato tutti fuori, chiamandolo “casa del Padre mio” (e così chiamandosi Figlio di Dio e facendosi uguale al Padre, 5:18), i Giudei gli hanno domandato un segno per dimostrare che aveva l’autorità di fare tutto ciò. E leggiamo:

19 Gesù rispose loro: «Distruggete questo tempio, e in tre giorni lo farò risorgere!» 20 Allora i Giudei dissero: «Quarantasei anni è durata la costruzione di questo tempio e tu lo faresti risorgere in tre giorni?» 21 Ma egli parlava del tempio del suo corpo.

Poi Giovanni inserisce il seguente commento cruciale:

22 Quando dunque fu risorto dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che egli aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola che Gesù aveva detta.

Ecco! Quando Gesù è risorto (e solo quando fu risorto), i discepoli sono riusciti a comprendere il vero senso di questo detto. È la risurrezione, e solo la risurrezione, che ha convalidato e rivelato il pieno significato della sua persona e opera. Alla luce della risurrezione, comprendiamo, come i discepoli, che Gesù è il vero tempio, di cui il tempio dei Giudei era solo una prefigurazione, la dimora di Dio con l’umanità e il luogo dell’espiazione dei peccati.

Immaginiamo se invece Gesù non fosse risuscitato dai morti, se fosse rimasto lì nella tomba fino ad oggi. Tutto il suo dire di essere “la risurrezione e la vita” (11:25), nonché “il pane della vita eterna” (6:35-40) e “la luce del mondo” (8:12) e l’eterno “IO SONO” prima che Abraamo fosse (8:58), tutto sarebbe risultato sbagliato se non proprio falso e ingannevole. Ma, come Gesù stesso ha predetto, è la risurrezione che conferma la verità di tutto ciò che ha insegnato e fatto. Nel discorso del buon pastore, Gesù aveva dichiarato:

10:18 Nessuno me la toglie [la vita], ma io la depongo da me. Ho il potere di deporla e ho il potere di riprenderla.

Nel lasciarsi crocifiggere, Gesù ha deposto la vita, e nel risuscitare il terzo giorno dopo, Gesù l’ha ripresa. Avendo così il potere sulla vita e sulla morte, Gesù si è dimostrato una volta per sempre di essere il vero Signore e l’unico Salvatore del mondo, la piena rivelazione di Dio e l’unica via che conduce alla verità e alla vita eterna (14:6).

Dire questo, però, è dire troppo poco. Ecco perché Giovanni non è prolisso quando tratta la risurrezione, ma piuttosto riservato. A questo punto, poche parole non sarebbero sufficienti per spiegarne il significato, ma non sono neanche necessarie, perché ci vuole tutto quello che Gesù ha detto e fatto prima per capirlo. Così, Giovanni c’informa alla fine del capitolo:

30 Ora Gesù fece in presenza dei {suoi} discepoli molti altri segni, che non sono scritti in questo libro; 31 ma questi sono stati scritti affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome.

La storia della risurrezione è dunque un invito a diventare discepoli di Gesù anche noi e, attraverso gli scritti lasciati da Giovanni e gli altri apostoli, passare il resto della vita approfondendo sempre di più il significato della persona e dell’opera di Gesù e divenendo sempre più conformi a lui.

1.4) La scuola del discepolato

Attenzione però: la nostra scuola del discepolato non è solo il vangelo di Giovanni e gli altri scritti del Nuovo Testamento che fanno esplicita menzione del nome “Gesù”. Per quanto necessari questi, Giovanni insiste che sono ugualmente necessari gli scritti della “Scrittura”, ovvero l’Antico Testamento. Tornando al 2:22, i discepoli comprendono e credono non solo alle parole che Gesù aveva detto dopo la sua risurrezione, ma anche “credettero alla Scrittura”. Così anche qui nel capitolo 20, subito dopo Maria, Pietro e Giovanni trovano il sepolcro vuoto ma rimangono perplessi sul significato, Giovanni aggiunge nel v.9 che era “perché non avevano ancora capito la Scrittura, secondo la quale egli doveva risuscitare dai morti.

In altre parole, i discepoli, come noi, avevano bisogno della Scrittura per capire il pieno significato della risurrezione. Ma se capire la risurrezione dipende dalla Scrittura, così ne dipende anche capire tutto il resto della persona e dell’opera di Gesù. Infatti, ogni metafora, ogni immagine, ogni frase usata per descrivere Gesù nel vangelo di Giovanni deriva dall’Antico Testamento. Abbiamo già visto quanto Giovanni si riferisce a Genesi, tanto da scrivere il vangelo come il suo sequel! Pensiamo, inoltre, alle seguenti affermazioni esemplari:

Ecco l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo!” (1:28) viene dall’Esodo e dal sistema sacrificale istituito nel libro di Levitico.

«Abbiamo trovato il Messia» (che tradotto vuol dire «Cristo»)” (1:41) viene dal patto che Dio ha fatto con Davide nei libri di Samuele e Cronache.

In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio” (3:5) viene dalla promessa del nuovo patto profetizzato da Ezechia.

Io sono il buon pastore” (10:11) viene dai Salmi e dal frequente uso di quest’immagine nell’Antico Testamento per raffigurare la relazione tra Dio e il suo popolo.

Io sono la vite, voi siete i tralci” (15:5) viene da un’altra figura veterotestamentaria che riassume l’intera storia d’Israele dalla chiamata di Abramo fino all’esilio babilonese e avanti.

Potremmo trovare innumerevoli altri esempi, ma bastano questi per illustrare quanto è necessario l’Antico Testamento — la “Bibbia” di Gesù e degli apostoli — per comprendere pienamente la risurrezione e per vivere anche noi come discepoli di Gesù. Questo, insieme alla testimonianza apostolica trasmessa nel Nuovo Testamento, è dunque la nostra “scuola” del discepolato dove tutti i giorni impariamo a diventare sempre più conformi a Gesù in ogni aspetto della nostra vita.

2) Beati quelli che credono senza vedere (Giovanni 20:11-31)

11 Maria, invece, se ne stava fuori vicino al sepolcro a piangere. Mentre piangeva, si chinò a guardare dentro il sepolcro, 12 ed ecco, vide due angeli, vestiti di bianco, seduti uno al capo e l’altro ai piedi, lì dov’era stato il corpo di Gesù. 13 Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?» Ella rispose loro: «Perché hanno tolto il mio Signore e non so dove l’abbiano deposto». 14 Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. 15 Gesù le disse: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?» Ella, pensando che fosse il giardiniere, gli disse: «Signore, se tu l’hai portato via, dimmi dove l’hai deposto, e io lo prenderò». 16 Gesù le disse: «Maria!» Ella, voltatasi, gli disse in ebraico: «Rabbunì!», che vuol dire: «Maestro!» 17 Gesù le disse: «Non trattenermi, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Io salgo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro”». 18 Maria Maddalena andò ad annunciare ai discepoli che aveva visto il Signore e che egli le aveva detto queste cose.

19 La sera di quello stesso giorno, che era il primo della settimana, mentre le porte del luogo in cui si trovavano i discepoli erano chiuse per timore dei Giudei, Gesù venne e si presentò in mezzo a loro, e disse: «Pace a voi!» 20 E detto questo mostrò [loro] le mani e il costato. I discepoli dunque, veduto il Signore, si rallegrarono. 21 Allora {Gesù} disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre mi ha mandato, anch’io mando voi». 22 Detto questo, soffiò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo. 23 A chi perdonerete i peccati, saranno perdonati; a chi li riterrete, saranno ritenuti».

24 Ora Tommaso, detto Didimo, uno dei dodici, non era con loro quando venne Gesù. 25 Gli altri discepoli dunque gli dissero: «Abbiamo visto il Signore!» Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e se non metto il mio dito nel segno dei chiodi, e se non metto la mia mano nel suo costato, io non crederò». 26 Otto giorni dopo i suoi discepoli erano di nuovo in casa, e Tommaso era con loro. Gesù venne a porte chiuse, e si presentò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!» 27 Poi disse a Tommaso: «Porgi qua il dito e guarda le mie mani; porgi la mano e mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma credente». 28 Tommaso gli rispose: «Signore mio e Dio mio!» 29 Gesù gli disse: «Perché mi hai visto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!»

30 Ora Gesù fece in presenza dei {suoi} discepoli molti altri segni, che non sono scritti in questo libro; 31 ma questi sono stati scritti affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome.

2.1) Ma Gesù è veramente risuscitato?

Adesso consideriamo brevemente il punto principale del resto di Giovanni 20, un punto strettamente legato a ciò che abbiamo appena imparato. Ci sono in realtà molti spunti di riflessione in questi versetti, ma abbiamo tempo per parlare solo di quello che è forse la cosa più importante in questo frangente: come possiamo essere certi di, e credere in, quanto Giovanni ha scritto qui sulla risurrezione di Gesù? Questo, infatti, è la pietra d’inciampo per molti. “Ok, va bene”, diranno dopo tutto questo, “ma sembra poco plausibile — incredibile in realtà — che Gesù sia risuscitato dai morti. Ammetto che se Gesù veramente è risuscitato, consegue tutto il resto: egli è il vero Signore e l’unico Salvatore del mondo. Ma forse la tomba era vuota perché qualcuno ha rubato il suo corpo. Forse Maria e i discepoli l’hanno visto di nuovo in vita solo come un’allucinazione, o perché sulla croce Gesù era solo svenuto e nella tomba ha ripreso coscienza. Senza poterlo vedere con i miei occhi, è impossibile sapere e credere che Gesù sia risuscitato.”

Ora, ci sono vari modi per rispondere a dubbi come questi. La disciplina chiamata “apologetica” mira infatti a fornire prove e ragionamenti che dimostrano l’attendibilità dei vangeli e l’autenticità dei fatti riferiti di Gesù. L’apologetica cristiana ha una certa validità, se usata nel modo giusto, ma è importante notare che non è l’approccio utilizzato da Giovanni stesso. Visto che lo scopo di Giovanni è che “crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio” (v.31), è giusto aspettarsi che sarà l’apostolo stesso a dare la risposta alla questione.

2.2) Vedere per credere?

E Giovanni non ci delude. Ricominciamo da dove ci siamo fermati, al v.9 dove Giovanni spiega che la perplessità di Maria e dei discepoli era “perché non avevano ancora capito la Scrittura, secondo la quale egli doveva risuscitare dai morti. A parte “l’altro discepolo” che nel v.8 sembra aver capito meglio dopo aver visto il sepolcro vuoto, Maria e Pietro vedono, ma non capiscono. La conclusione di Maria, detta prima nel v.2 e poi ripetuta nel v.13, è che “Hanno tolto il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’abbiano messo“. Maria, come Tommaso dopo di lei, non era una credulona, disperata per trovare qualche segno che Gesù non era realmente morto. La morte di Gesù è ormai scontata: i romani erano assassini professionali ed era il terzo giorno che la salma di Gesù giaceva nel sepolcro.

Quindi, quando Maria si mette a piangere nel v.11, non è per la tristezza che Gesù è morto e non lo vedrà più, ma perché il suo corpo sembra essere stato tolto dal sepolcro e deposto altrove. Forse qualcuno l’ha rubato, o più probabile ancora (come ho recentemente sentito sostenere un’archeologa) qualcuno l’ha risepolto sotto terra, visto che all’epoca la sepoltura in tombe scavate nella roccia era riservata alle fascie più alte della società alla quale Gesù non apparteneva. Ma l’idea che Gesù è risuscitato non le entra neanche in mente, perché lei (come noi) sa che i morti non risuscitano.

Similmente i discepoli. Nel v.19, leggiamo che “la sera di quello stesso giorno, che era il primo della settimana, mentre le porte del luogo in cui si trovavano i discepoli erano chiuse per timore dei GiudeiLa sera di quello stesso giorno in cui due di loro, Pietro e Giovanni, hanno visto la tomba vuota con i loro propri occhi, i discepoli sono comunque chiusi in certo luogo, nascosti perché hanno paura di subire la stessa sorte alle mani dei Giudei ora che il loro maestro è stato crocifisso. Questo non è il comportamento di un gruppo di creduloni facilmente ingannati, o di complottisti che hanno rubato il corpo per convincere il mondo che Gesù sia risuscitato dai morti. È possibile che a questo punto tutti sono andati a vedere il sepolcro e confermare con i propri occhi che Gesù non era più lì. Eppure non credono.

Non è nemmeno l’apparenza di Gesù stesso che li convince. Maria lo vede e parla con lui nel giardino vicino al sepolcro, ma non lo riconosce, e infatti lo confonde per il giardiniere (v.14-15)! Neanche i discepoli credono subito quando Gesù appare in mezzo a loro (v.19-20). Luca (24:36-37) riporta che all’inizio i discepoli sono rimasti “sconvolti e atterriti, pensavano di vedere uno spirito” e non Gesù risorto nella carne! Hanno visto sì, ma non hanno potuto credere a quello che hanno visto. All’inizio, erano convinti di allucinare, o forse di vedere un fantasma!

Qual è la lezione di tutto ciò? Semplicemente questo: se quelli che conoscevano meglio Gesù, che lo conoscevano personalmente da anni, non hanno creduto quando hanno visto la tomba vuota e quando hanno visto Gesù fisicamente davanti ai loro occhi, pensiamo noi di fare diversamente? Il punto, già dimostrato tante volte nel vangelo di Giovanni, è che la fede non viene dal vedere. Se insistiamo che per qualsiasi motivo non possiamo sapere se Gesù sia veramente risuscitato o no, e di conseguenza non possiamo credere in lui ma dobbiamo collocarlo a fianco di tutti gli altri grandi leader religiosi o filosofi della storia, commettiamo un gravissimo errore. Come non si può comprendere la risurrezione di Gesù come un mero accaduto storico, così non si può pretendere qualche conferma visibile o tangibile della risurrezione prima di esserne convinti. L’esempio dei discepoli è prova sufficiente: vedere non garantisce la fede.

2.3) La parola più salda

Che cos’è invece che ci convince, che ci fa passare dall’incredulità alla fede, e proprio alla fede che è pronta a seguire Gesù anche fino alla morte? Che cosa spiega la trasformazione dei discepoli da quei timorosi chiusi in camera a quei coraggiosi che solo alcune settimane dopo, alla festa della Pentecoste, rischieranno la vita per predicare il vangelo agli stessi Giudei che hanno fatto crocifiggere Gesù? Notiamo il momento critico di Maria:

16 Gesù le disse: «Maria!» Ella, voltatasi, gli disse in ebraico: «Rabbunì!», che vuol dire: «Maestro!»… 18 Maria Maddalena andò ad annunciare ai discepoli che aveva visto il Signore e che egli le aveva detto queste cose.

Poi i discepoli:

19 Gesù venne e si presentò in mezzo a loro, e disse: «Pace a voi!» 20 E detto questo mostrò [loro] le mani e il costato. I discepoli dunque, veduto il Signore, si rallegrarono. 

E infine Tommaso:

26 Otto giorni dopo i suoi discepoli erano di nuovo in casa, e Tommaso era con loro. Gesù venne a porte chiuse, e si presentò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!» 27 Poi disse a Tommaso: «Porgi qua il dito e guarda le mie mani; porgi la mano e mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma credente». 28 Tommaso gli rispose: «Signore mio e Dio mio!»

Anche se tutte queste esperienze coinvolgono l’apparenza di Gesù, non è vedere Gesù che fa la differenza ma udire ciò che Gesù dice. Maria riconosce Gesù e crede solo quando lui la chiama per nome, ricordando la pecora che riconosce e segue il proprio pastore perché ascolta la sua voce (10:27). Ai discepoli Gesù appare e gli mostra le mani e il costato, ma è solo perché Gesù prima gli dice “Pace a voi!” che si rallegrano quando lo vedono. E nemmeno il famoso caso di Tommaso smentisce, anche se prima insiste che deve vedere Gesù per poter credere (v.25):

Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e se non metto il mio dito nel segno dei chiodi, e se non metto la mia mano nel suo costato, io non crederò».

Notiamo invece che Tommaso alla fine non deve mettere il dito nel segno dei chiodi o la mano nel suo costato, perché è solo dopo aver sentito Gesù dire: “Porgi qua il dito e guarda le mie mani; porgi la mano e mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma credente” che Tommaso confessa: “Signore mio e Dio mio!”. Il testo indica che, contrario a ciò che Tommaso aveva prima pensato, gli è bastato semplicemente sentire le parole di Gesù affinché credesse. Non è a caso che Gesù dunque risponde:

29 Gesù gli disse: «Perché mi hai visto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!»

Dobbiamo dunque imparare bene questa lezione: quelli che hanno visto, come i discepoli, non erano avvantaggiati perché hanno visto. A loro non risultava più facile credere perché hanno potuto vedere con i propri occhi. Al tempo stesso, noi oggi, circa 2000 anni dopo questi fatti, non siamo svantaggiati perché non abbiamo visto Gesù con i nostri occhi. A nessuno risulta più difficile credere perché non può vedere. Perché? Perché abbiamo tutti — testimoni oculari o scettici contemporanei — accesso alla stessa e unica cosa che fa la differenza, che converte l’incredulo in credente e il timoroso in coraggioso testimone: la parola di Dio:

30 Ora Gesù fece in presenza dei {suoi} discepoli molti altri segni, che non sono scritti in questo libro; 31 ma questi sono stati scritti affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome.

Questi sono stati scritti, e sono sufficienti ed efficaci nel convincerci che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e di creare in noi la fede che porta alla vita eterna nel suo nome. Davanti alla parola di Dio, siamo tutti uguali, dal testimone oculare al non vedente, dal più semplice al più istruito, da quello che sembra più propenso a credere all’ateo più resistente e rigido. Come la parola di Dio è la scuola in cui siamo addestrati come discepoli di Gesù, così la parola di Dio è il potere che ci converte dall’incredulità alla fede. In Romani 10:17, Paolo lo dice nel modo più chiaro possibile:

Così la fede viene da ciò che si ascolta, e ciò che si ascolta viene dalla parola di Cristo.

Concludo con la testimonianza personale di uno di quei testimoni oculari di cui abbiamo parlato oggi, l’apostolo Pietro (2 Pietro 1:16-21). Notiamo come lui, pur non negando il privilegio di essere stato un testimone oculare di Gesù, pone comunque l’enfasi sul fondamento ancora più saldo della fede:

16 Infatti vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del nostro Signore Gesù Cristo, non perché siamo andati dietro a favole abilmente inventate, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua maestà. 17 Egli, infatti, ricevette da Dio Padre onore e gloria quando la voce giunta a lui dalla magnifica gloria gli disse: «Questi è il mio diletto Figlio, nel quale mi sono compiaciuto». 18 E noi l’abbiamo udita questa voce che veniva dal cielo, quando eravamo con lui sul monte santo. 19 Abbiamo inoltre la parola profetica più salda: farete bene a prestarle attenzione, come a una lampada splendente in luogo oscuro, fino a quando spunti il giorno e la stella mattutina sorga nei vostri cuori. 20 Sappiate prima di tutto questo: che nessuna profezia della Scrittura proviene da un’interpretazione personale; 21 infatti nessuna profezia venne mai dalla volontà dell’uomo, ma degli uomini hanno parlato da parte di Dio, perché sospinti dallo Spirito Santo.

Guardiamoci dunque dal trascurare la Scrittura, questa “parola profetica più salda”, perché essa è sufficiente ed efficace non solo per creare in noi la fede, ma anche per condurci sani e salvi attraverso la fede fino al giorno del compimento della nuova creazione. Amen!

Giovanni 15:1-17: La Vite e i Tralci

1) Il commiato di Gesù: il contesto di Giovanni 15

1.1) Un brano “scatola”

Il brano su cui mediteremo oggi potrebbe essere quasi considerato uno dei più importanti alla fede cristiana (nonché uno dei miei preferiti!). Ora, dico “quasi” perché, come Paolo afferma in 2 Timoteo 3:16, “ogni scrittura è ispirata da Dio e utile”, e quindi non c’è in realtà un testo biblico superiore a un altro. Allo stesso tempo, ci sono dei brani che distillano tutto quanto il messaggio biblico in poche parole, tanto è vero che sono particolarmente utili a farci capire l’essenza della parola di Dio a farci vedere la visione d’insieme del proposito di Dio per noi, come l’immagine sulla scatola di un puzzle aiuta a mettere tutti i vari pezzi nel posto giusto. In Giovanni 15:1-17, troviamo uno di questi brani “scatola” che ci mostra un’immagine che raffigura l’intera vita cristiana in tutti i suoi aspetti. Potremmo quasi dire che se di tutta la Bibbia avessimo solo questo capitolo, ne avremmo comunque abbastanza per poter vivere bene la vita cristiana.

1.2) Il contesto di Giovanni 13-17

Ma prima di studiarlo, bisogna ambientarlo nel suo contesto nel vangelo di Giovanni. Questo discorso di Gesù fa parte del suo cosiddetto “commiato” in presenza dei suoi discepoli la sera prima della crocifissione. La narrazione del commiato inizia nel capitolo 13 quando Gesù celebra la cena pasquale insieme ai discepoli e si mette a lavargli i piedi. A differenza degli altri vangeli, Giovanni non riferisce la cena stessa e il famoso momento quando Gesù rompe il pane e benedice il calice come simboli del suo corpo e sangue. Come l’ultimo dei quattro evangelisti, Giovanni presume che siamo già familiari con uno o più dei racconti degli altri vangeli, e quindi vuole farci sapere ciò che non è stato ancora riportato. Nessuno può farlo meglio di Giovanni, essendo proprio quello menzionato nel v.23 del capitolo 13: “inclinato sul petto di Gesù, stava uno dei discepoli, quello che Gesù amava”. Essendo testimone oculare dell’ultima cena, Giovanni ritiene importante che sappiamo anche il discorso con cui Gesù lasciò i discepoli prima di andare alla croce. Il discorso vero e proprio inizia nel capitolo 14 e conclude nel capitolo 17 con la preghiera detta “sacerdotale” di Gesù in cui intercede per i discepoli — e per tutti i credenti dopo di loro — in vista della sua imminente partenza.

Per questo motivo, il tema del discorso è uno di conforto, come le parole iniziali di Gesù nel 14:1 indicano:

Il vostro cuore non sia turbato; credete in Dio, e credete anche in me!

È forte considerare che mentre è Gesù che tra poche ore dovrà subire il tormento della croce e l’angoscia del peso di tutti i peccati del mondo, è Gesù che dà conforto ai discepoli! Tanto è bello e meraviglioso, l’intero discorso sarebbe da esaminare oggi, ma è troppo lungo per uno solo studio.

1.3) Il “segreto” della vita cristiana

Quindi dobbiamo limitarci a una sola porzione, 15:1-17, che fornisce l’immagine centrale, quella della vite e dei tralci. Con questa semplice ma ricchissima figura, Gesù rivela il “segreto” della consolazione, di quella pace che secondo Paolo “supera ogni intelligenza” e custodisce i nostri cuori (Filippesi 4:7). Come Gesù dice nel 14:27:

Vi lascio pace; vi do la mia pace. Io non vi do come il mondo dà. Il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti.

In che modo differisce la pace di Gesù dalla pace del mondo? Mentre la pace del mondo va e viene a seconda delle circostanze della vita, il cuore custodito dalla pace di Gesù non si turba e non si sgomenta di fronte alle difficoltà più grandi e le sofferenze più terribili. Perché? È perché la pace che Gesù dà è la sua propria pace, la stessa pace che ha vinto la croce e la morte, ed è questa pace che egli promette ai suoi discepoli. Infatti, le ultime parole del discorso di Gesù prima della sua preghiera sono queste:

Vi ho detto queste cose, affinché abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazione; ma fatevi coraggio, io ho vinto il mondo. (16:33)

Gesù vuole che noi abbiamo la sua pace con cui ha vinto il mondo e tutte le sue tribolazioni affinché li vinciamo anche noi. Come possiamo averla? Ascoltando e mettendo in pratica “queste cose” che qui ha detto. Passiamo adesso al capitolo 15 dove scopriamo il “segreto” della pace cristiana che è, in realtà, il “segreto” di tutta la vita cristiana trionfante.

2) Gesù, la vera vite (Giovanni 15:1-3)

1 Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiuolo. Ogni tralcio che in me non dà frutto lo toglie via, e ogni tralcio che dà frutto lo pota affinché ne dia di più. Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunciata.

2.1) Lo sfondo biblico

Il discorso di Gesù sulla vite e i tralci incomincia con una semplice identificazione nel v.1: Gesù è la vite, e Dio Padre è il vignaiuolo. Notiamo che Gesù non si chiama solo “la vite” ma “la vera vite”. Perché? Ricordiamoci che l’immagine della vite era già in uso nelle Scritture per raffigurare il popolo d’Israele. Di particolare rilevanza è il “canto della vigna” in Isaia 5:1-2:

1 Io voglio cantare per il mio amico il cantico del mio amico per la sua vigna. Il mio amico aveva una vigna sopra una fertile collina. La dissodò, ne tolse via le pietre, vi piantò delle viti scelte, vi costruì in mezzo una torre e vi scavò uno strettoio per pigiare l’uva. Egli si aspettava che facesse uva, invece fece uva selvatica.

Ora, il significato di questa parabola dovrebbe essere abbastanza chiaro, ma nel caso non lo fosse, Isaia stesso ce ne fornisce l’interpretazione nel v.7:

Infatti la vigna del Signore degli eserciti è la casa d’Israele, e gli uomini di Giuda sono la sua piantagione prediletta. Egli si aspettava rettitudine, ed ecco spargimento di sangue; giustizia, ed ecco grida d’angoscia!

Impariamo qui che la vigna rappresenta il popolo d’Israele, piantato allo scopo di portare frutti di giustizia. Questo richiama la vocazione d’Abramo in Genesi 12:1-3, quando Dio l’ha chiamato per diventare il padre di un popolo benedetto che sarebbe stato poi una fonte di benedizione a tutti i popoli della terra. Questa benedizione — il rimedio alla maledizione del peccato e della morte — è raffigurata in Isaia 5 come l’uva che la vigna doveva produrre. Ma anziché l’uva buona di benedizione, la vigna d’Israele aveva prodotto solo “uva selvatica”, cioè frutti di maledizione: “spargimento di sangue” e “grida d’angoscia” a causa della sua ingiustizia. Ma non è che il piano di Dio abbia fallito, perché dopo il giudizio divino che avrebbe tagliato la vigna, Dio ha promesso (Isaia 11) che un ramo sarebbe spuntato dalle radici — dal lignaggio reale di Davide — e che finalmente avrebbe portato i frutti di benedizione promessi al mondo attraverso la discendenza di Abraamo.

2.2) Gesù e il suo popolo

Tornando a Giovanni 15, possiamo adesso capirne meglio il significato: Gesù è la “vera” vite in quanto lui è il rampollo spuntato dalle radici d’Israele che poi è diventato la vigna intera. Come la vera vite, Gesù non rimpiazza Israele, ma lo rappresenta e lo impersona, per compiere la sua vocazione, come dice in Matteo 5:17:

Io sono venuto non per abolire, ma per portare a compimento.

La vocazione dei molti è ora caricata su uno solo; l’esistenza e il destino di tutti sono ora concentrati in quest’uno. Gesù è “la vera vite” che porta il frutto desiderato da Dio che serve a rimediare a tutti i mali del mondo.

Ma come qualsiasi vite, Gesù non è senza i tralci. Anzi, è per mezzo dei suoi tralci che la vite porta frutto. Come dice nel v.2:

2 Ogni tralcio che in me non dà frutto lo toglie via, e ogni tralcio che dà frutto lo pota affinché ne dia di più.

Il primo accenno a chi sono questi tralci fruttiferi è nel v.3:

Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunciata.

In greco, i termini “pota” (v.2) e “puri” (v.3) condividono la stessa radice linguistica. Gesù dice che i suoi discepoli sono “puri” nel senso che sono stati “potati” dalla parola che gli ha annunciato, implicando ovviamente che essi sono i tralci che portano frutto.

2.3) Lo scopo dei tralci

Questo è un punto cruciale nel discorso, perché evidenzia il fatto che lo scopo dei tralci sia appunto quello di portare frutto! È senz’altro una grande benedizione — la più grande, in realtà — essere un tralcio unito alla vite che è Gesù. Ma non sono i tralci a beneficiare del frutto che portano! Lo scopo dell’unione tra la vite e i tralci è il frutto che serve ad altri, come lo era nella vocazione di Abramo e la parabola di Isaia. Gesù dice questo esplicitamente nel v.16:

16 Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi, e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto, e il vostro frutto rimanga…

Non potrebbe essere più chiaro. Tanto è importante, infatti, che ogni tralcio che non porta frutto, il vignaiuolo “lo toglie via” (v.2)! Il popolo che Dio sceglie e con cui stabilisce una relazione speciale esiste proprio per portare benedizione agli altri. Come questo popolo, è già riempito di benedizioni, come il tralcio è pieno della linfa della vite. Sono gli altri non uniti alla vite che hanno bisogno del frutto, e il tralcio che non porta frutto non serve a niente. Va tolto via, infatti, perché non consumi i preziosi nutrienti di cui gli altri tralci hanno bisogno per portare il loro frutto.

3) Noi siamo i tralci (Giovanni 15:4-6)

Dimorate in me, e io dimorerò in voi. Come il tralcio non può da sé dare frutto se non rimane nella vite, così neppure voi se non dimorate in me. Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me, e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete fare nulla. Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio, e si secca; questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano.

3.1) L’imperativo: dimorate

Con tutta questa enfasi sul frutto, è sorprendente che Gesù non prosegua dicendo: “allora, voi discepoli, portate frutto!” Il frutto è lo scopo, ma Gesù non comanda mai: “portate frutto”. Interessante, no? L’imperativo invece è diverso; non “portate frutto” ma “dimorate in me” con la corrispondente promessa “e io dimorerò in voi” (v.4). Il motivo di questo cambiamento di enfasi è chiaro:

Come il tralcio non può da sé dare frutto se non rimane nella vite, così neppure voi se non dimorate in me. (v.4)

Gesù sottolinea questo punto ancora nel v.5 dicendo:

…perché senza di me non potete fare nulla.

Inoltre, l’avvertimento del v.2 — cioè che verrà tolto ogni tralcio che non porta frutto — subisce la stessa trasformazione. Ora nel v.6 è il tralcio che non dimora nella vite che “è gettato via”. Questo indica la causa principale della mancanza di frutto: non perché il tralcio ne sia incapace o non si impegni abbastanza, ma perché non resta unito alla vite. Il tralcio non ha vita in sé; senza la vite “si secca” e muore, e alla fine è utile solo ad alimentare il fuoco.

Detto positivamente, il tralcio che porta frutto lo porta per un solo motivo: esso “dimora” nella vite. Così è con Gesù e i suoi discepoli:

Colui che dimora in me, e nel quale dimoro, porta molto frutto… (v.5)

Il frutto è il risultato, dimorare in Gesù ne è la causa. Ecco il semplice motivo per cui Gesù, pur ponendo accento sul frutto come l’obbiettivo, non comanda che il frutto sia portato. In realtà, è la vite a “pensare” al frutto; i tralci devono solo pensare a rimanere uniti alla vite. Finché sono uniti alla vite, il loro frutto ne è l’inevitabile conseguenza.

3.2) L’assenza del frutto

Sono convinto che una gran parte della frustrazione e dello scoraggiamento dei credenti riguardo ai pochi frutti che portano sia dovuta proprio a quest’errore: di focalizzarsi sul portare frutto anziché sul dimorare in Gesù. Siamo propensi a commettere quest’errore perché, in un senso, è più facile. I frutti sono visibili, concreti e dunque misurabili. Per questo motivo, crediamo che, concentrandoci sui frutti, possiamo valutare quanto siamo bravi come discepoli di Gesù.

Dimorare in Gesù, però, non è qualcosa che possiamo vedere, toccare o contare, e lo riteniamo meno utile allo scopo di rafforzare il nostro ego spirituale. Ma in base a questo scopo non c’è altro che orgoglio, quel primitivo desiderio umano di farsi qualcosa di grande e significativo indipendentemente dal suo Creatore. E cosa succede quando siamo più fissati sui frutti che su Gesù? Non riusciamo più a portare i frutti desiderati, perché abbiamo allentato la nostra presa sulla vite, e non siamo più pieni della sua linfa senza la quale non possiamo fare nulla. Ecco il paradosso: più siamo fissati sui frutti, meno li portiamo, perché meno siamo in comunione con la vera fonte di quei frutti.

3.3) La cosa più importante

Come ho accennato all’inizio di questo studio, scopriamo dunque che tutta la vita cristiana può essere riassunta in quest’unica frase di Gesù: “dimorate in me, e io dimorerò in voi”. Se ci occupiamo di questo e di questo soltanto, tutto il resto seguirà. Questo è solo un altro modo per dire ciò che Gesù ha insegnato in Matteo 6:33: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in più”. Ma qui in Giovanni 15 abbiamo un’immagine viva e memorabile che rende lampante qual è la cosa più importante nella vita cristiana: dimorare in Gesù come il tralcio dimora nella vite perché così si porterà il frutto che Dio il vignaiuolo desidera. E come qualcuno ha osservato, la cosa più importante è che la cosa più importante resti la cosa più importante!

4) Dimorare in Gesù (Giovanni 15:7-17)

Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, così sarete miei discepoli. Come il Padre mi ha amato, così anch’io ho amato voi; dimorate nel mio amore. 10 Se osservate i miei comandamenti, dimorerete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e dimoro nel suo amore. 11 Vi ho detto queste cose, affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia completa.

12 Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi. 13 Nessuno ha amore più grande di quello di dare la sua vita per i suoi amici. 14 Voi siete miei amici, se fate le cose che io vi comando. 15 Io non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo signore; ma vi ho chiamati amici, perché vi ho fatto conoscere tutte le cose che ho udite dal Padre mio. 16 Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi, e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto, e il vostro frutto rimanga; affinché tutto quello che chiederete al Padre, nel mio nome, egli ve lo dia. 17 Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.

4.1) Unione e comunione

Ma se è vero questo, e se dimorare in Gesù è la cosa più importante che dobbiamo sempre tenere come la cosa più importante nella nostra vita, come possiamo farlo? Com’è che dimoriamo in Gesù? Ora, la prima cosa da notare (che diventerà chiaro in quanto segue) è che Gesù parla qui non tanto della nostra unione con lui (intesa come il tralcio viene innestato alla vite) ma della nostra comunione con lui (intesa come il nostro continuo vivere in relazione con lui). Possiamo distinguere tra unione comunione in questo modo: non possiamo avere comunione con Gesù se non siamo uniti a lui; ma, una volta uniti, è possibile che non viviamo sempre in piena comunione con lui.

Possiamo vedere un parallelismo nel matrimonio. Da quando io e mia moglie ci siamo sposati, siamo sempre uniti in questo rapporto, indipendentemente da come ci sentiamo. L’unione del matrimonio è qualcosa di obbiettivo che non aumenta o diminuisce a seconda degli alti e bassi che attraversa. Ma la nostra comunione è soggettiva, e può rafforzarsi o indebolirsi a causa di tanti fattori. Periodi di separazione geografica, emotiva o comunicativa possono ridurre di molto la nostra comunione, anche se rimaniamo sempre uniti come marito e moglie. Ovviamente, la troppa mancanza o la totale assenza di comunione può portare all’annullamento dell’unione matrimoniale, ma il punto principale resta valido.

4.2) La descrizione della relazione vitale

Qui Gesù parla soprattutto della nostra comunione con lui. E poiché parla di comunione, parla di una relazione personale che non può essere ridotta a un manuale di istruzioni. Come in qualsiasi relazione personale, non esiste un set di azioni che, se viene eseguito con precisione, garantisce il risultato desiderato. Ma ci sono dei comportamenti che creano le condizioni favorevoli alla comunione, senza i quali non può esistere. Nei versetti che seguono nel discorso di Gesù, dal 7 al 17, troviamo i comportamenti e le condizioni che caratterizzano coloro che vivono in piena comunione con lui. Ripeto: Gesù non ci spiega, per così dire, il procedimento di una ricetta che assicura di sfornare una torta perfetta. Il testo stesso resiste a tentativi di schematizzarlo in questo modo. Descrive invece le caratteristiche, le abitudini, la “routine” se vogliamo, dei tralci che sono in relazione vitale con la vite e di conseguenza portano molto frutto. Purtroppo non abbiamo il tempo per poter approfondire i vari tratti di questa relazione. Quindi li evidenzierò nel testo e poi lascerò a voi il compito di fare ulteriori riflessioni al riguardo.

4.2.1) La parola e la preghiera

Il primo tratto dei tralci in comunione con la vite non dovrebbe sorprendere l’attento lettore di Giovanni:

Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto.

In Giovanni, Gesù è la Parola di Dio, e come tale le sue parole “sono Spirito e vita” (6:63). Se chiediamo: “che cosa rappresenta la linfa dalla quale nell’immagine della vite i tralci dipendono per portare frutto?” La risposta è questa: lo Spirito di Dio che (letteralmente!) dimora nei credenti e la vita eterna che egli gli conferisce. Come lo spirito dell’uomo è la forza vitale del suo corpo, così è lo Spirito di Dio la forza vitale di coloro che hanno la vita eterna. Paolo si servirà di quest’immagine in Galati 5:23 quando chiama le virtù cristiane “il frutto dello Spirito”. Come Gesù stesso indica altrove nel suo discorso (14:12-17; 16:7-15), è lo Spirito che Gesù, la vite, elargisce sui discepoli, i tralci, affinché essi portino frutto.

Se chiediamo inoltre, come opera lo Spirito di Gesù in noi affinché portiamo frutto? La risposta è chiara nel 16:13-14:

13 quando però sarà venuto lui, lo Spirito della verità, egli vi guiderà in tutta la verità, perché non parlerà di suo, ma dirà tutto quello che avrà udito, e vi annuncerà le cose a venire. 14 Egli mi glorificherà perché prenderà del mio e ve lo annuncerà.

Lo Spirito opera in noi nella misura in cui le parole di Gesù dimorano in noi. Come Gesù dichiara qui senza equivoci, lo Spirito non opera “di suo” ma solo in cooperazione con ciò che Gesù ha annunciato. Ecco perché nel v.7 di Giovanni 15 sono le parole di Gesù che vengono a occupare il suo posto. Notiamo la progressione:

Dimorate in me, e io dimorerò in voi

5 Colui che dimora in me, e nel quale io dimoro, porta molto frutto

Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi

Nei vv.4 e 5, è Gesù che dimora nei discepoli, ma poi nel v.7 sono le parole di Gesù che dimorano in loro. Allora, è Gesù o la sua parola che dimora in noi? La risposta è sì! Gesù dimora in noi, per mezzo del suo Spirito, in quanto le sue parole dimorano in noi. Nel suo discorso, Gesù ricorda più volte ai suoi discepoli che tra poco sarà tolto via dalla loro presenza (14:2-4, 12, 19, 28; 16:5-7). Ma non per questo sarà assente; anzi sarà più presente che mai! Prima della croce, Gesù è stato con i discepoli. Ma dopo, quando torna al Padre, sarà per mezzo dello Spirito nei discepoli. E questo avverrà nella misura in cui la sua parola (che abbiamo anche noi grazie a Giovanni e gli altri scrittori biblici!) dimora in noi. Questa è l’ennesima volta che vediamo quanto è indispensabile la Bibbia alla nostra vita. La parola di Dio deve essere per noi non solo un riferimento occasionale o un’occhiata quotidiana, ma la nostra constante dimora.

Vediamo ancora nel v.7 che inscindibile dalla parola è la preghiera: quando dimoriamo in Gesù (che facciamo in quanto facciamo sì che la parola dimori in noi), chiediamo al Padre quello che vogliamo nel nome di Gesù e così “sarà fatto”. Nel contesto, è chiaro che questa promessa vale solo si avverano prima la condizione: “se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi”. In altre parole, quando la parola di Gesù dimora in noi con il risultato che lo Spirito ci riempie della sua vita — compresi i suoi desideri — ciò che vorremo e chiederemo sarò ciò che Dio stesso vuole da noi: il frutto per cui ci ha innestato in Gesù. Quando il discepolo prega il Padre e gli chiede di adempire la volontà e le promesse rivelate nella sua parola, la risposta sarà sempre “sì”! La preghiera, dunque, è l’espressione esterna della parola che opera all’interno del credente. Se i credenti pregano poco, è probabile che dimori poco la parola in loro.

4.2.2) La gioia

Oltre alla parola che si manifesta nella preghiera, Gesù indica che anche la gioia è un segno della sua presenza in noi:

11 Vi ho detto queste cose, affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia completa.

Dobbiamo distinguere tra la gioia di cui parla Gesù e la felicità come il mondo la pensa. La gioia — che è proprio la gioia di Gesù stesso — non è opposta alla sofferenza o al pianto. Ricordiamo Gesù piangendo e fremendo davanti alla tomba di Lazzaro (11:33-35), e turbato di animo quando pensa all’ora della sua morte (12:27). La felicità del mondo viene cancellata dalla sofferenza, l’angoscia e la morte, ma la gioia di Gesù no. Non è facile sapere come è possibile gioire proprio nel momento in cui si piange, ma questo è il potere della gioia di Gesù in noi. E questa è la chiave: la gioia di Gesù in noi. Resta sempre valida l’immagine della vite e i tralci. Come non possiamo da noi stessi portare frutto, così non possiamo da noi stessi gioire in ogni circostanza, a meno che non dimoriamo in Gesù affinché la sua gioia si manifesti in noi. Ma se la parola di Gesù dimora in noi, Gesù promette che dimorerà in noi anche la sua gioia invincibile. Ecco la beatitudine del tralcio che dimora nella vite.

4.2.3) L’ubbidienza che si manifesta nell’amore

Dopo la parola, la preghiera e la gioia, ancora un’altra caratteristica viene messa in risalto da Gesù:

14 Voi siete miei amici, se fate le cose che io vi comando.

Questo “voi siete miei amici” equivale al “dimorate in me” di prima. Dobbiamo essere cauti di non interpretare questo “se” nel modo sbagliato. Non siamo gli amici di Gesù — ovvero dimoriamo in lui — a causa del nostro fare le cose che egli ci comanda, perché questo contraddice l’insegnamento di Gesù che senza di lui non possiamo fare nulla. La nostra ubbidienza è il risultato di essere amici di Gesù, come il frutto è il risultato del tralcio che dimora nella vite. Ma — e questo è il punto — il frutto dell’ubbidienza è il risultato del tralcio che dimora nella vite. Nessuno può dire di dimorare in Gesù, di essere suo amico, se non ubbidisce a quanto egli ha comandato! Se Gesù dimora in noi, farà sì che noi facciamo ciò che lui desidera!

E che cos’è che Gesù desidera? Quali sono le cose che ci ha comandato? Possiamo riassumerle tutte in una sola parola: amore.

12 Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi…. 17 Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.

Come nell’esempio di Gesù, questo amore non è teorico o astratto ma concreto e pratico:

13 Nessuno ha amore più grande di quello di dare la sua vita per i suoi amici.

L’amore che non passa da parole ai fatti non è amore, proprio come Dio ha mostrato il suo amore principalmente non nel dircelo ma nel mandare Gesù per morire per noi (Giovanni 3:16; Romani 5:8). Così deve essere l’amore dei discepoli di Gesù, gli uni per gli altri.

4.2.4) L’esempio di Gesù

Gesù stesso è infatti il nostro esempio di cosa vuol dire “dimorare in lui”. Al di là di tutti queste caratteristiche quali la parola, la preghiera, la gioia, l’ubbidienza e l’amore, Gesù presenta se stesso come esempio per eccellenza:

Come il Padre mi ha amato, così anch’io ho amato voi; dimorate nel mio amore. 10 Se osservate i miei comandamenti, dimorerete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e dimoro nel suo amore.

Come Gesù ha fatto nei confronti di suo Padre, così facciamo nei confronti di Gesù. Guardiamo come Gesù stesso ha dimorato nell’amore del Padre e ha fatto tutto ciò per cui era stato da lui mandato, e vediamo l’immagine perfetta di come anche noi dobbiamo dimorare nell’amore di Gesù e fare tutto ciò per cui siamo stati da lui mandati nel mondo. Alla fine, se è Gesù stesso che personalmente dimora in noi tramite lo Spirito, non sarà proprio la sua immagine a cui diventeremo sempre più conformi?

5) Considerazioni conclusive

Voglio concludere lo studio di oggi con tre brevi considerazioni che ritengo necessarie alla nostra comprensione di Giovanni 15.

5.1) Un avvertimento

La prima considerazione è un avvertimento: mentre l’assenza del frutto indica necessariamente l’assenza dell’unione del tralcio alla vite, la presenza del frutto non indica necessariamente la presenza della stessa. Dobbiamo tenere presente quelle terrificanti parole di Gesù in Matteo 7:21-23:

21 «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore!” entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. 22 Molti mi diranno in quel giorno: “Signore, Signore, non abbiamo noi profetizzato in nome tuo e in nome tuo cacciato demòni e fatto in nome tuo molte opere potenti?”  23 Allora dichiarerò loro: “Io non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, malfattori!”

Qui vediamo che è possibile manifestare nella vita ciò che sembra frutto vero, ma alla fine sarà rivelato falso. Secondo Gesù, ci saranno molti che nella vita avranno compiuto tante buone opere nel nome di Gesù ma senza essere mai uniti veramente a Gesù. Sarà solo alla fine, al giudizio finale, quando il frutto falso sarà rivelato tale, e perciò dobbiamo guardarci dal presumere che tutto quello che appare come frutto vero sia in realtà frutto vero. Di nuovo, la cosa più importante è l’unione con Gesù, che il tralcio dimori nella vite, perché solo così possiamo assicurarci di non ingannarci e che il frutto che portiamo è frutto vero.

5.2) Un’esortazione

La seconda considerazione è un’esortazione. Ricordiamoci delle parole iniziali del capitolo:

1 Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiuolo. Ogni tralcio che in me non dà frutto lo toglie via, e ogni tralcio che dà frutto lo pota affinché ne dia di più.

Qui Gesù ci fa sapere che non è solo il tralcio sterile che viene in qualche modo tagliato; anche il tralcio fruttifero viene potato “affinché ne dia di più”. Come sa bene qualsiasi vignaiuolo, le viti vanno potate ogni anno per rendere l’uva più buona. Senza la potatura che sopprime le parti invecchiate o malate della pianta, la qualità del frutto si deteriorerà. Per quanto violenta, la potatura è dunque parte normale e frequente dell’esistenza dei tralci ed è indispensabile alla loro vitalità.

Quindi, dobbiamo essere sempre preparati alla potatura del nostro Vignaiuolo divino. Quando Dio ci pota, è perché ci ama, perché vuole renderci sempre più vivi e fruttiferi. La potatura è un processo doloroso; Dio può toglierci parti della vita che noi riteniamo necessarie. Ma se ci affidiamo alla sua cura, convinti che lui è saggio da sapere meglio di noi cosa nella nostra vita va potato, potremo ubbidire all’esortazione di Ebrei 12:7,11:

7 Sopportate queste cose per la vostra correzione…. 11 È vero che qualunque correzione sul momento non sembra recare gioia, ma tristezza; in seguito tuttavia produce un frutto di pace e di giustizia in coloro che sono stati addestrati per mezzo di essa.

5.3) Un incoraggiamento

La terza e ultima considerazione è un incoraggiamento. È possibile sentire (o leggere) un messaggio così e concludere pensando che infine tutto dipenda da noi. Non so quante volte che io, dopo aver predicato il vangelo, evidenziando che Dio ha già fatto tutto in Gesù per salvarci, ho sentito qualcuno con sguardo ansioso dirmi qualcosa come: “Non so se ce la posso fare. È molto difficile!” Tanta è innata e impressa nella nostra natura l’idea che noi dobbiamo contribuire in qualche modo alla nostra salvezza che quasi non comprendiamo il vangelo anche quando viene spiegato nel modo più semplice. Lo stesso vale per quanto riguarda la vita cristiana. Tendiamo a fissare sugli imperativi del testo biblico a tal punto che dimentichiamo gli indicativi. In questo caso, è facile che ci focalizziamo sul fatto che noi dobbiamo dimorare in Cristo, che noi dobbiamo portare frutto perché non vogliamo essere i tralci gettati via e bruciati, e di conseguenza facciamo sì che Giovanni 15 abbia l’effetto contrario a quello che Gesù desidera! Ricordiamoci: Gesù ha detto queste cose affinché abbiamo in lui la pace non la paura, la gioia e non l’ansia. Quindi, finiamo ribadendo l’indicativo che sta alla base di ogni imperativo:

In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, così sarete miei discepoli…. 16 Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi, e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto, e il vostro frutto rimanga; affinché tutto quello che chiederete al Padre, nel mio nome, egli ve lo dia.

Dio vuole che noi dimoriamo in Gesù. Dio vuole che portiamo frutto. E ciò che Dio vuole è ciò che alla fine ottiene. La nostra pace deriva dalla conoscenza che, come Paolo dice in Romani 11:18:

…non sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te.

Se siamo stati innestati in Gesù come tralci nella vite, questa è stata l’opera non nostra ma quella del Vignaiuolo divino. In più, non è tanto la responsabilità dei tralci aggrapparsi alla vite quanto è la responsabilità della vite aggrapparsi ai tralci. Ricordiamoci: i tralci da sé non possono fare nulla, compreso rimanere uniti alla vite! E la vite che sostiene i tralci, che li fa portare frutto e che assicura che essi stiano vivi, sani e ben nutriti. Non dobbiamo pensare, dunque, che in fin dei conti dimorare in Gesù sia la parte, forse anche solo quell’1 per cento, che spetta noi mentre Dio fa il rimanente 99 per cento. Senza la vite non possiamo neanche fare quell’1 per cento. È Gesù la vite che non solo produce il frutto mediante i tralci ma che anche sostiene i tralci affinché dimorino in essa. Così possiamo riposarci nella pace che i tralci che Dio ha voluto innestare nella vite, sarà la sua fedele premura conservarci nella vite, farci crescere verso la maturità e farci portare il frutto che desidera.

Luca 13: Avvicinandosi a Gerusalemme

Il capitolo 13 del vangelo di Luca può apparire come una “collana di perle”, brevi gemme di insegnamenti di Gesù poste l’una dopo l’altra in modo casuale senza un filo conduttore. Quest’impressione non è però corretta, poiché tutto il capitolo s’impernia su quello riportato nel v.22: “Egli attraversava città e villaggi, insegnando e avvicinandosi a Gerusalemme.” Se ci fosse qualche dubbio circa il significato di questa frase, le parole di Gesù nel v.33 lo toglierebbe: “Ma bisogna che io cammini oggi, domani e dopodomani, perché non può essere che un profeta muoia fuori di Gerusalemme.” Nel 9:51 abbiamo visto che “Poi, mentre si avvicinava il tempo in cui sarebbe stato tolto dal mondo, Gesù si mise risolutamente in cammino per andare a Gerusalemme.” Tutto ciò che segue, finché Gesù non arriva alla croce, lo porta verso questo atroce destino. Lungi dall’essere una vittima d’ingiustizia, Gesù è deciso su quello che deve fare, lo scopo per cui è venuto: sacrificarsi per “togliere il peccato del mondo”, e nulla gli impedirà di compiere la sua missione.

Quando dunque leggiamo nel v.22 che Gesù insegnava mentre si avvicinava a Gerusalemme, scopriamo il filo conduttore dell’intero capitolo: è l’insegnamento di Gesù che si avvicina all’ora della sua morte. Deve camminare “oggi, domani e dopodomani” ma poi, arrivato a Gerusalemme, si fermerà, poiché lì sarà tradito, arrestato e poi crocifisso. In quest’ottica, i vari insegnamenti di Gesù in questo capitolo esprimono tutti quanti un forte senso di urgenza. Quando si sa di avvicinarsi alla morte, tutto diventa chiaro e serio. Tutto si mette a fuoco. Si discernono subito le cose che contano e quelle sono solo distrazioni. Non si ha tempo per svaghi inutili, perché ogni minuto è prezioso e deve essere sfruttato al massimo. Non si parla più a mezze parole, rischiando di non farsi capire o rimandando conversazioni importanti. Si va subito al necessario, all’indisensabile, lasciando perdere l’interessante o il divertente che però in fin dei conti è di nessun valore. Gesù, insomma, parla sia ai suoi discepoli sia a coloro che incontra lungo la strada in termini succinti e schietti, chiamandoli a prestare urgente attenzione alle cose che contano per l’eternità. Sa che presto morirà, e quindi le sue parole sono come un laser che penetra subito nel cuore e che pretende una reazione immediata. O, pure usare l’immagine di Ebrei 4:12:

Infatti la parola di Dio è vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a doppio taglio, e penetrante fino a dividere l’anima dallo spirito, le giunture dalle midolla; essa giudica i sentimenti e i pensieri del cuore.

Alla fine, vedremo che tutti i vari insegnamenti di Gesù riferiti in questo capitolo portano alla sua dichiarazione nei vv.34-35:

34 Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! 35 Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata [deserta]. Io vi dico che non mi vedrete più, fino al giorno in cui direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”».

1) Perirete Tutti Allo Stesso Modo (13:1-9, 18-21)

In quello stesso tempo vennero alcuni a riferirgli il fatto dei Galilei il cui sangue Pilato aveva mescolato con i loro sacrifici. Egli rispose loro: «Pensate che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, perché hanno sofferto quelle cose? No, vi dico; ma se non vi ravvedete, perirete tutti allo stesso modo. O quei diciotto sui quali cadde la torre in Siloe e li uccise, pensate che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico; ma se non vi ravvedete, perirete tutti allo stesso modo».

Disse anche questa parabola: «Un tale aveva un fico piantato nella sua vigna; andò a cercarvi del frutto e non ne trovò. Disse dunque al vignaiuolo: “Ecco, sono ormai tre anni che vengo a cercar frutto da questo fico e non ne trovo. Taglialo! Perché sta lì a sfruttare il terreno?” Ma l’altro gli rispose: “Signore, lascialo ancora quest’anno; gli zapperò intorno e gli metterò del concime. Forse darà frutto in avvenire; se no, lo taglierai”»…

18 Diceva ancora: «A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo paragonerò? 19 È simile a un granello di senape che un uomo ha preso e gettato nel suo orto; ed è cresciuto ed è divenuto un [grande] albero, e gli uccelli del cielo si sono riparati sui suoi rami». 20 E di nuovo disse: «A che cosa paragonerò il regno di Dio? 21 Esso è simile al lievito che una donna ha preso e nascosto in tre misure di farina, finché fu tutta lievitata».

In questi insegnamenti, Gesù pone l’accento sull’urgenza di ravvedimento senza il quale “perirete tutti allo stesso modo”. Così Gesù affronta la tragedia riferitagli “dei Galilei il cui sangue Pilato aveva mescolato con i loro sacrifici”, e anche di “quei diciotto sui quali cadde la torre in Siloe e li uccise”. La prospettiva che Gesù che dà è utile per interpretare eventi simili, se parliamo di guerre, di malattie, di catastrofi naturali, o di qualsiasi altro male che si può subire in questo mondo. Spesso ci si chiede: “ma perché questo?”, cercandone una ragione o forse qualcuno a cui dare colpa. Ma come dovremo ben sapere a questo punto nel vangelo, Gesù non risponde mai alle nostre domande come ci aspettiamo o vogliamo.

In questo caso Gesù ribalta la domanda verso chi gliela pone, verso di noi: “pensate che questi fossero più peccatori degli altri?” Non ci spiega il perché. Rifiuta di incolpare qualcuno in particolare. Gesù invece risponde con questo avvertimento: “se non vi ravvedete, perirete tutti allo stesso modo”. Gesù non ha tempo da perdere in discorsi filosofoci sul problema del male; non gli interessa soddisfare le nostre curiosità. Va subito al cuore della questione: la cosa più importante non è mai di capire perché succede questo o quest’altro male, ma di chiederci se noi siamo a posto davanti al nostro Signore e Giudice al quale ognuno di noi dovrà rendere conto. Tornando a Ebrei 4:

E non v’è nessuna creatura che possa nascondersi davanti a lui; ma tutte le cose sono nude e scoperte davanti agli occhi di colui al quale dobbiamo rendere conto. (v.13)

Seguono poi delle parabole che, ciascuna nel modo suo, sottolineano l’urgenza di ravvedersi ora senza rimandare o procrastinare. È vero che un fico piantato, un granello di senape seminato, e il lievito mescolato nell’impasto prendono del tempo a maturare, ma (e questo è il punto di Gesù) non si deve mai presumere di avere sempre più tempo a disposizione prima che arrivi il padrone a richiederne i frutti. È vero che, come afferma 2 Pietro 3:9, Dio “è paziente verso di voi, non volendo che qualcuno perisca, ma che tutti giungano al ravvedimento”. Ma è altrettanto vero che, come Paolo avverte in Romani 2:3-5, che la pazienza di Dio che ci concede l’opportunità per ravvederci non durerà per sempre:

Pensi tu, o uomo, che giudichi quelli che fanno tali cose e le fai tu stesso, di scampare al giudizio di Dio? Oppure disprezzi le ricchezze della sua bontà, della sua pazienza e della sua costanza, non riconoscendo che la bontà di Dio ti spinge al ravvedimento? Tu, invece, con la tua ostinazione e con l’impenitenza del tuo cuore, ti accumuli un tesoro d’ira per il giorno dell’ira e della rivelazione del giusto giudizio di Dio.

Quindi, Gesù, avvicinandosi alla sua morte, non ha tempo da perdere nel chiamare la gente al ravvedimento. Questo messaggio è altrettanto urgente oggi, perché a nessuno è garantito un altro giorno di vita. In realtà, a nessuno è garantito un altro minuto di vita.

2) Allontanatevi da Me Voi Malfattori (13:10-17, 22-30)

10 Gesù stava insegnando di sabato in una delle sinagoghe. 11 Ecco una donna, che da diciotto anni aveva uno spirito che la rendeva inferma, ed era tutta curva e assolutamente incapace di raddrizzarsi. 12 Gesù, vedutala, la chiamò a sé e le disse: «Donna, tu sei liberata dalla tua infermità». 13 Pose le mani su di lei e, nello stesso momento, ella fu raddrizzata e glorificava Dio. 14 Or il capo della sinagoga, indignato che Gesù avesse fatto una guarigione di sabato, disse alla folla: «Ci sono sei giorni nei quali si deve lavorare; venite dunque in quelli a farvi guarire, e non in giorno di sabato». 15 Ma il Signore gli rispose: «Ipocriti! Ciascuno di voi non scioglie, di sabato, il suo bue o il suo asino dalla mangiatoia per condurlo a bere? 16 E questa, che è figlia di Abraamo, e che Satana aveva tenuto legata per ben diciotto anni, non doveva essere sciolta da questo legame in giorno di sabato?» 17 Mentre diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, e la moltitudine si rallegrava di tutte le opere gloriose da lui compiute.

22 Egli attraversava città e villaggi, insegnando e avvicinandosi a Gerusalemme. 23 Un tale gli disse: «Signore, sono pochi i salvati?» Ed egli disse loro: 24 «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché io vi dico che molti cercheranno di entrare e non potranno. 25 Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, stando di fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, [Signore,] aprici”. Ed egli vi risponderà: “Io non so da dove venite”. 26 Allora comincerete a dire: “Noi abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza, e tu hai insegnato nelle nostre piazze!” 27 Ed egli dirà: “Io vi dico che non so da dove venite. Allontanatevi da me, voi tutti, malfattori”. 28 Là ci sarà pianto e stridor di denti, quando vedrete Abraamo, Isacco, Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, e voi ne sarete buttati fuori. 29 E ne verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno, e staranno a tavola nel regno di Dio. 30 Ecco, vi sono degli ultimi che saranno primi e dei primi che saranno ultimi».

Negli insegnamenti successivi, Gesù incontra un gruppo di persone un po’ diverse. Se il primo gruppo consiste di quelli che devono svegliarsi all’urgenza di ravvedersi, questo secondo gruppo consiste di quelli che credono di essere a posto con Dio ma in realtà non lo sono. Rappresentanti di questi sono i religiosi nella sinagoga che s’indignano quando Gesù guarisce una donna inferma nel giorno di sabato. Gesù non spreca tempo prima di smascherare l’ipocrisia di questi che si reputano portavoce di Dio e guardiani della giustizia: “Ipocriti! Ciascuno di voi non scioglie, di sabato, il suo bue o il suo asino dalla mangiatoia per condurlo a bere?” Senza entrare nelle complessità legali dei dibattiti ebraici, basta capire che Gesù lancia ai suoi critici la stessa condanna di Matteo 23:23-24:

23 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché pagate la decima della menta, dell’aneto e del comino e trascurate le cose più importanti della legge: il giudizio, la misericordia e la fede. Queste sono le cose che bisognava fare, senza tralasciare le altre. 24 Guide cieche, che filtrate il moscerino e inghiottite il cammello!

Nel loro “filtrare il moscerino e inghiottire il cammello”, i critici religiosi di Gesù dimostrano di essere in realtà privi della giustizia che professano di avere. Pagano la decima della menta, dell’aneto e del comino ma trascurano le cose più importanti: il giudizio, la misericordia e la fede. Sono ingannatori e auto-ingannati: si ritengono vicini a Dio ma ne sono lontanissimi.

Così Gesù avverte tutti che incontra lungo il suo percorso verso Gerusalemme che si saranno molti che nel giorno di giudizio si crederanno capaci di superarlo ma rimarrano sconvolti dalla sentenza divina: “Io vi dico che non so da dove venite. Allontanatevi da me, voi tutti, malfattori”. Non posso immaginare parole più terribili di queste che prenderanno alla sprovvista una gran parte di persone che ai propri occhi erano a posto con Dio. Questi sono i primi che nell’ultimo giorno diventeranno gli ultimi, gettati laddove “ci sarà pianto e stridor di denti”. Ecco l’urgenza di “sforzarsi per entrare per la porta stretta”.

Gesù qui non intende destabilizzare l’autentica fede di quelli che credono veramente in lui, ma piuttosto quella presunzione di coloro che si auto-giustificano in base alle proprie opere. Non deve avere paura chi dice insieme all’apostolo Paolo in Filippesi 3:8-9:

Anzi, a dire il vero, ritengo che ogni cosa sia un danno di fronte all’eccellenza della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho rinunciato a tutto; io considero queste cose come tanta spazzatura al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui non con una giustizia mia, derivante dalla legge, ma con quella che si ha mediante la fede in Cristo: la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede.

Quest’attitudine è l’opposta della presunzione di essere a posto con Dio grazie alla propria giustizia e che si scandalizza sempre di fronte alla grazia di Dio. Ma dato che molti si ingannano proprio in questo modo, Gesù di nuovo rifiuta di parlargli in termini leggeri e comodi. L’ora della sua morte si avvicina, e dunque diventa sempre più urgente la necessità di chiamare al ravvedimento non solo i “peccatori” ma anche i “giusti”.

3) Bisogna che Io Cammini Oggi (13:31-35)

31 In quello stesso momento vennero alcuni farisei a dirgli: «Parti e vattene di qui, perché Erode vuol farti morire». 32 Ed egli disse loro: «Andate a dire a quella volpe: “Ecco, io scaccio i demòni, compio guarigioni oggi e domani, e il terzo giorno avrò terminato”. 33 Ma bisogna che io cammini oggi, domani e dopodomani, perché non può essere che un profeta muoia fuori di Gerusalemme.

34 Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! 35 Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata [deserta]. Io vi dico che non mi vedrete più, fino al giorno in cui direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”».

Alla fine del capitolo, Gesù esplicita il filo conduttore in tutti questi suoi insegnamenti. Venuto a sapere anche Erode vuole farlo morire, Gesù rimane imperturbato e risponde: “Andate a dire a quella volpe: ‘Ecco, io scaccio i demoni, compio guarigioni oggi e domani, e il terzo giorno avrò terminato'”. Sebbene un po’ enigmatico, il significato di questa frase è palese: Gesù tra poco compierà la sua missione, predicando il regno di Dio, dimostrandolo con i suoi segni miracolosi, e sconfiggendo il male tramite la sua morte e la sua risurrezione. Nessuno, compreso il presuntuoso Erode, sarà in grado di impedirglielo. Se si riesce a uccidere Gesù, non si farà altro che cooperare al compimento del suo obbiettivo!

Ma è a questo punto che Gesù, pur promettendo la sua vittoria inevitabile, piange il rifiuto di coloro che, come Erode, lo portano alla croce. Qui Gesù usa un’immagine commovente: “quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto”. L’immagine è della gallina che cova i suoi pulcini e li protegge esponendo se stessa ai pericoli. Per esempio, in caso d’incendio, la chioccia copre i pulcini con il proprio corpo, lasciandosi uccidere dalle fiamme, ma conservando in vita i suoi piccoli.

In questa similitudine, Gesù è la chioccia che si frappone tra le “fiamme” del giudizio divino e coloro a esso destinati. In questo capitolo, Gesù ha ribadito più volte e con urgenza la terribile minaccia del giudizio di Dio che, ricordiamoci, è conforme al suo amore in quanto necessario per ristabilire la giustizia in un mondo ingiusto. Alla luce di ciò, Gesù insiste sul bisogno che tutti hanno del ravvedimento, sia i “peccatori” che i “giusti”. Ma qui Gesù aggiunge due principi di vitale importanza: 1) è Gesù stesso che si sacrifica per salvarci da questo giudizio (lo scopo della sua morte imminente) e 2) ravvedersi non vuol dire altro che trovare rifiugio sotto le “ali” amorevoli e potenti di Gesù.

Consideriamo dunque la bontà di Dio nella sua severità! Quanto è grande il suo amore per cui prende il nostro posto sotto il giudizio divino, caricandosi dei nostri peccati e subendo nella sua persona la pena delle nostre colpe! Quanto è grande anche la sua potenza per cui, tramite il suo unico sacrificio sulla croce, ha compiuto una volta per sempre la nostra salvezza senza che bisogni aggiungere alla sua opera alcuna cosa! Quanto è grande la sua misericordia per cui invita tutti, persino coloro che lo hanno inchiodato sulla croce, a rifiugarsi sotto le sue ali, e piange ogni rifiuto di farlo. In verità, è la bontà di Dio — non la minaccia o la paura — che ci spinge al ravvedimento. Quando comprendiamo l’amore, la potenza e la misericordia di Dio rivelati in Gesù, che cosa potrebbe impedirci o farci esitare dal correre subito da lui, rinunciando a ogni ingiustizia o anche giustizia nostra, e rifiugiandosi sotto le sue ali? Che cosa potrebbe tenerci ancora lontani da lui?

Il messaggio del vangelo è tremendo sì, ma la sua bellezza e la sua bontà non hanno paragone. Non aspettiamo ancora un secondo; corriamo subito da Gesù e troveremo in lui tutto quello che potremmo mai desiderare, e molto più ancora. Amen.

Luca 9:1-27: Il Potere e La Passione del Regno di Dio

1) Il Potere del Regno (9:1-9)

Gesù, convocati i dodici, diede loro potere e autorità su tutti i demòni e di guarire le malattie. Li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire {i malati}. E disse loro: «Non prendete nulla per il viaggio: né bastone, né sacca, né pane, né denaro, e non abbiate tunica di ricambio. In qualunque casa entrerete, rimanete lì e da lì ripartite. Quanto a quelli che non vi riceveranno, uscendo da quella città, scuotete [persino] la polvere dai vostri piedi, in testimonianza contro di loro». Ed essi, partiti, andavano di villaggio in villaggio, evangelizzando e operando guarigioni dappertutto.

Erode il tetrarca udì parlare di tutti quei fatti; ne era perplesso, perché alcuni dicevano: «Giovanni è risuscitato dai morti», altri dicevano: «È apparso Elia» e altri: «È risuscitato uno degli antichi profeti». Ma Erode disse: «Giovanni l’ho fatto decapitare; chi è dunque costui del quale sento dire queste cose?» E cercava di vederlo.

In questo capitolo nel v.51, vedremo che “mentre si avvicinava il tempo in cui sarebbe stato tolto dal mondo, Gesù si mise risolutamente in cammino per andare a Gerusalemme.” Per questo motivo, leggiamo nel v.1 che “Gesù, convocati i dodici, diede loro potere e autorità su tutti i demòni e di guarire le malattie. Li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire {i malati}”. Le istruzioni di Gesù agli apostoli, riportate nei vv.2-5, riguardano questo momento specifico nel ministero di Gesù è perciò non sono applicabili a noi oggi. L’importanza di divulgare il messaggio di Gesù in tutti i villaggi della Galilea prima della sua crocifissione era talmente urgente che gli apostoli non dovevano appesantirsi di cose non strettamente necessarie a questa missione. Leggeri per essere veloci, questo era il ragionamento degli ordini di Gesù. 

Non dovremmo dunque perdere di vista il punto saliente qui: il potere del regno di Dio e della conseguente urgenza di ravvedersi alla luce di esso. Gesù pone l’accento sull’inevitabilità dell’arrivo del suo regno. Gli apostoli devono “annunciare il regno di Dio” e darne prove guarendo i malati e scacciando demoni. Questi segni servivano a dimostrare il potere del regno di Dio, testimoniando così che esso stava arrivando indipendentemente dal volere umano. Persino i suoi opponenti non sono in grado di ostacolarlo, perché gli apostoli, “uscendo da quella città” che l’aveva rifiutato, devono “scuotere la polvere” dai loro piedi “in testimonianza contro di loro” (v.5). Il loro rifiuto non può impedire che il regno arrivi (proprio come nessuno potrà trattenere Gesù dall’mettersi “risolutamente in cammino per andare a Gerusalemme” per morire e risuscitare). Il loro rifiuto vuol dire solo che a loro il regno porterà rovina e non la salvezza che è il suo unico scopo. Gli apostoli devono chiamare gli abitanti di questi paesi al ravvedimento ma non possono forzargli la mano. Devono, e possono, solo essere fedeli al comando di Gesù.

Il breve commento inserito qui riguardante Erode sembra sottolineare questo fatto. Erode aveva fatto decapitare Giovanni il battista, il profeta che aveva preparato la via del Signore e del suo regno predicando un messaggio di ravvedimento. Erode, come già sappiamo, aveva imprigionato Giovanni per la sua predicazione e qui Luca ci informa che l’aveva fatto anche decapitare. Erode, insomma, rappresentava l’opposizione del potere umano contro la promessa del regno di Dio. Quando sente parlare di Gesù, però, Erode ne rimane perplesso, chiedendosi come sia possibile tutto ciò. Nel mettere fine alla vita Giovanni, Erode si riteneva capace di mettere fine anche al messaggio che egli predicava, ma non era così. Che si uccida Giovanni, che si uccida pure Gesù, ma nulla può impedire che il regno di Dio arrivi col potere sulla terra. Anzi, l’opposizione umana di questo tipo, come vedremo alla fine di Luca, contribuisce solo al compimento del piano sovrano di Dio.

L’applicazione pratica per noi è molto semplice. Nel testimoniare il vangelo, non dovremmo mai avere paura di nulla. Non dovremmo mai lasciarci intimidire da nessuno, neanche uno come Erode. La vittoria del regno di Dio è sicura perché il suo potere è invincibile.

2) La Possibilità della Missione (9:10-17)

10 Gli apostoli ritornarono e raccontarono a Gesù tutte le cose che avevano fatte; ed egli li prese con sé e si ritirò in disparte verso una città chiamata Betsàida. 11 Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono; ed egli li accolse e parlava loro del regno di Dio, e guariva quelli che avevano bisogno di guarigione.

12 Or il giorno cominciava a declinare; e i dodici, avvicinatisi, gli dissero: «Lascia andare la folla, perché se ne vada per i villaggi e per le campagne vicine per trovarvi cibo e alloggio, perché qui siamo in un luogo deserto». 13 Ma egli disse loro: «Date loro voi da mangiare». Ed essi obiettarono: «Noi non abbiamo altro che cinque pani e due pesci; a meno che non andiamo noi a comprar dei viveri per tutta questa gente». 14 Perché c’erano circa cinquemila uomini. Ed egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di una cinquantina». 15 E così li fecero accomodare tutti. 16 Poi Gesù prese i cinque pani e i due pesci, alzò lo sguardo al cielo e li benedisse, li spezzò e li diede ai suoi discepoli perché li distribuissero alla gente. 17 Tutti mangiarono e furono saziati, e dei pezzi avanzati si portarono via dodici ceste.

Proseguendo nel capitolo, leggiamo la storia di uno dei miracoli più famosi di Gesù, la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Cominciamo a scopriamo il significato di questo episodio quando notiamo come “gli apostoli ritornarono e raccontarono a Gesù tutte le cose che avevano fatte”. Senza dubbio hanno fatto cose meravogliose, guarendo i malati e scacciando i demoni come Gesù. In questo modo dimostrano che stanno diventando ciò che Gesù gli aveva promesso, “pescatori di uomini”. Ma la loro formazione non è ancora completa, e Gesù coglie l’occasione di insegnargli una lezione indispensabile. Il contesto è questo: Gesù si ritira in disparte con i suoi discepoli, ma la folla li segue ed egli le parla ancora del regno di Dio e guarisce i malati. Alla fine della giornata, i discepoli chiedono a Gesù di “lasciar andare la folla perché se ne vada per i villaggi e per la campagne vicine per trovarvi cibo e alloggio”. L’ordine di Gesù sembra però assurdo: “date loro voi da mangiare”. I discepoli naturalmente rimangono confusi: “Noi non abbiamo altro che cinque pani e due pesci”. Come possono allora dare da mangiare a circa cinquemila uomini, non contando le donne e i bambini?

La risposta è semplice: non possono farlo. Perché dunque Gesù gli ordina di fare qualcosa di impossibile? Vuole insegnargli che la missione che li ha mandati a compiere nei villaggi della Galilea (e la missione che li manderà a compiere dopo la sua ascensione) non dipende dalle loro capacità ma dalle sue. La missione di annunciare il regno di Dio e di chiamare il mondo al ravvedimento è tanto impossible quanto l’ordine di dare da mangiare a migliaia di persone con solo cinque pani e due pesci. Considerando le nostre risorse e il bisogno del mondo, ci verrebbe solo da obiettare come i discepoli, lamentandoci dell’impossibilità del nostro incarico.

Ma ciò che è impossibile per noi non lo è per Gesù. Lo dimostra chiaramente quando prende i cinque pani e i due pesci e, dopo aver pregato, li spezza e li dà ai discepoli per distribuirli alla folla. Miracolosamente, dopo essere passati per le mani di Gesù, quei pani e pesci diventano più che sufficienti per provvedere ai bisogno della gente, lasciando addirittura dodici ceste di pezzi avanzati. Questo segno — una cesta avanzata per ognuno dei dodici apostoli — implica che quando i discepoli dipendono pienamente e solamente da Gesù, avranno non solo abbastanza per compiere la loro missione ma anche ciò che occorre a loro stessi. In tutto questo, non saranno mai gli apostoli a fornire né la forza né le risorse necessarie al compimento della loro vocazione. Solo Gesù può farlo, e con questo segno Gesù promette che lo farà. Così, il potere del regno di Dio manifestato nei vv.2-9 è qui dimostrato di dipendere esclusivamente dalla persona di Gesù Cristo.

Ancora un’applicazione per noi che si aggancia a quella di prima: non dobbiamo mai pensare che la nostra incapacità di testimoniare Gesù — come la nostra incapacità di ubbidire a qualsiasi comandamento del Signore — significhi che non possiamo farlo o che ne siamo esenti. Se Gesù ci dà un compito da fare, anche se sembra impossibile, sarà lui a farlo in noi e per mezzo di noi. Sarà lui a prendere i nostri pochi pani e pesci e usarli per sfamare il mondo intero.

3) La Passione del Cristo (7:18-27)

18 Mentre egli stava pregando in disparte, i discepoli erano con lui; ed egli domandò loro: «Chi dice la gente che io sia?» 19 E quelli risposero: «Alcuni dicono Giovanni il battista; altri, Elia, e altri, uno dei profeti antichi che è risuscitato». 20 Ed egli disse loro: «E voi, chi dite che io sia?» Pietro rispose: «Il Cristo di Dio». 21 Ed egli ordinò loro di non dirlo a nessuno, e aggiunse: 22 «Bisogna che il Figlio dell’uomo soffra molte cose e sia respinto dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, sia ucciso e risusciti il terzo giorno».

23 Diceva poi a tutti: «Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua. 24 Perché chi vorrà salvare la sua vita la perderà, ma chi avrà perduto la propria vita per causa mia la salverà. 25 Infatti, che serve all’uomo guadagnare tutto il mondo, se poi perde o rovina se stesso? 26 Perché se uno ha vergogna di me e delle mie parole, il Figlio dell’uomo avrà vergogna di lui, quando verrà nella gloria sua e del Padre e dei santi angeli. 27 Ora io vi dico in verità che alcuni di quelli che sono qui presenti non gusteranno la morte, finché non abbiano visto il regno di Dio».

Dopo tutto quello che gli apostoli hanno visto e udito fin qui, sarebbe comprensibile se avessero comunque l’idea sbagliata circa il regno di Dio e del potere del suo Re. Ecco Gesù che nessun altro potere, nemmeno un potente come Erode, riesce a fermare. Ecco Gesù che con cinque pani e due pesci sfama migliaia di persone. Certamente questo è un re che tutti vorremmo, un re in grado di soddisfare ogni nostro desiderio, un re che potremmo usare per realizzare ogni nostri sogno, un re che, se fosse dalla nostra parte, ci faremmo diventare invincibili.

Ma questo non è il Re che Gesù è. Non è lo scopo della sua missione. Non è il modo in cui si rivela il suo potere. Il suo regno non è solo una forma più efficace e potente di qualsiasi altro regno umano. No, il regno di Dio fa irruzione nel mondo, travolgendo ogni altro regno e potere e instaurando una realtà radicalmente e imprevidibilmente nuova. Gesù è un re che ridimensiona totalmente il concetto di potere, che mette in discussione ogni sistema politico, filosofico, religioso, scientifico e altro. Gesù, in altre parole, è il Cristo di Dio la cui missione è di soffrire, di morire, e poi di vincere la morte mediante la sua risurrezione.

Questa rivelazione cade come una bomba atomica sui discepoli, e per questo motivo non erano ancora in grado di capirla né di farla conoscere ad altri. L’avranno compresa nel futuro, ma solo dopo la risurrezione e l’ascensione di Gesù e con la discesa dello Spirito. Alla fine del vangelo, Luca riporterà il seguente in 24:44-48

44 Poi disse loro: «Queste sono le cose che io vi dicevo quand’ero ancora con voi: che si dovevano compiere tutte le cose scritte di me nella legge di Mosè, nei profeti e nei Salmi». 45 Allora aprì loro la mente per capire le Scritture e disse loro: 46 «Così è scritto, che il Cristo avrebbe sofferto e sarebbe risorto dai morti il terzo giorno, 47 e che nel suo nome si sarebbe predicato il ravvedimento per il perdonodei peccati a tutte le genti, cominciando da Gerusalemme. 48 Voi siete testimoni di queste cose».

Solo dopo la risurrezione di Gesù i discepoli capiranno il vero potere del regno di Dio rivelato nell’apparente debolezza della croce, la vera vittoria di Gesù rivelata nella sua apparente sconfitta, e la vera liberazione che è venuto per portare, la liberazione dal peccato e dalla morte.

Ma ora, rivelato tutto questo, è anche chiaro il significato delle parole di Gesù che seguono nel testo di oggi:

23 Diceva poi a tutti: «Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua. 24 Perché chi vorrà salvare la sua vita la perderà, ma chi avrà perduto la propria vita per causa mia la salverà. 25 Infatti, che serve all’uomo guadagnare tutto il mondo, se poi perde o rovina se stesso?  26 Perché se uno ha vergogna di me e delle mie parole, il Figlio dell’uomo avrà vergogna di lui, quando verrà nella gloria sua e del Padre e dei santi angeli.

Se il potere del regno di Dio è manifestato nella passione della croce, se il nostro Maestro è venuto per rinunciare a se stesso e prendere la sua croce per ubbidire alla volontà di suo Padre, è ovvia qual è sarà l’applicazione per noi oggi: se vogliamo far parte di questo regno e se vogliamo seguire questo Re, anche noi dobbiamo rinunciare a noi stessi, prendere la nostra croce — ogni giorno! — e seguirlo. Paradossalmente, sarà nel perdere la nostra vita per causa di Gesù che essa sarà alla fine salvata. Certo, soffriremo, saremo perseguitati, e alcuni di noi, come Giovanni il battista, saranno messi a morte. Ma se non abbiamo vergogna di Gesù e delle sue parole, se invece testimoniamo con franchezza e fedeltà anche quando il mondo ci maltratta, sappiamo che Gesù, la cui opinione conta di più, non avrà vergogna di noi quando ritorna per portare a compimento il suo regno. Se questo sembra difficile (o anche impossibile!), ricordiamoci bene la lezione di questo capitolo: l’invincibile potere del regno di Dio è all’opera in noi, e quando noi non abbiamo le forze per portare la nostra croce, sarà Gesù sempre a farlo per noi, come ha già fatto al nostro posto.

Luca 7:1-35: Soffrire Con Cristo

1) I Dubbi di Giovanni (7:18-23)

18 I discepoli di Giovanni gli riferirono tutte queste cose. 19 Ed egli, chiamati a sé due dei suoi discepoli, li mandò dal Signore a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?» 20 Quelli si presentarono a Gesù e gli dissero: «Giovanni il battista ci ha mandati da te a chiederti: “Sei tu colui che deve venire o ne aspetteremo un altro?”» 21 In quella stessa ora, Gesù guarì molti da malattie, da infermità e da spiriti maligni, e a molti ciechi restituì la vista. 22 Poi [Gesù] rispose loro: «Andate a riferire a Giovanni quello che avete visto e udito: i ciechi recuperano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, il vangelo è annunciato ai poveri. 23 Beato colui che non si sarà scandalizzato di me!»

Nel vangelo di Luca, la figura di Giovanni il battista riceve particolare attenzione rispetto agli altri vangeli. Luca è l’unico che narra il suo concepimento miracoloso e la sua nascita a Zaccaria ed Elisabetta. Nel capitolo 3, Luca riporta un lungo esempio della sua predicazione nel deserto mentre battezzava. Giovanni, insomma, spicca nei primi capitoli di Luca fino al 3:18-20 quando leggiamo:

Così, con molte e varie esortazioni evangelizzava il popolo; ma Erode il tetrarca, rimproverato da lui a proposito di Erodiade, moglie di suo fratello, e per tutte le malvagità che aveva commesso, aggiunse a tutte le altre anche questa: rinchiuse Giovanni in prigione.

A questo punto Giovanni, imprigionato, sparisce del tutto. E solo nel capitolo 7 che riappare quando, dopo aver sentito “tutte queste cose” che Gesù compiva (v.18), manda alcuni dei suoi discepoli per chiedere a Gesù: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?” (v.19). Perché gli chiede questo, e che cosa vuol dire?

Consideriamo i due episodi che aprono questo capitolo, le “cose” che i discepoli di Giovanni gli riferiscono:

1 Dopo che egli ebbe terminato tutti questi discorsi davanti al popolo che l’ascoltava, entrò in Capernaum. Un centurione aveva un servo, a lui molto caro, che era infermo e stava per morire; avendo udito parlare di Gesù, gli mandò degli anziani dei Giudei per pregarlo che venisse a guarire il suo servo. Essi, presentatisi a Gesù, lo pregavano con insistenza, dicendo: «Egli merita che tu gli conceda questo; perché ama la nostra nazione ed è lui che ci ha costruito la sinagoga». Gesù s’incamminò  con loro; ormai non si trovava più molto lontano dalla casa, quando il centurione [gli] mandò degli amici a dirgli: «Signore, non darti quest’incomodo, perché io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; perciò non mi sono neppure ritenuto degno di venire da te; ma di’ una parola e il mio servo sarà guarito. Perché anch’io sono un uomo sottoposto all’autorità altrui e ho sotto di me dei soldati; e dico a uno: “Va’”, ed egli va; a un altro: “Vieni”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo”, ed egli lo fa». Udito questo, Gesù restò meravigliato di lui; e, rivolgendosi alla folla che lo seguiva, disse: «Io vi dico che neppure in Israele ho trovato una fede così grande!» 10 E quando gli inviati furono tornati a casa, trovarono il servo [, che era stato infermo,] guarito.

11 Poco dopo egli si avviò verso una città chiamata Nain, e i suoi discepoli e una gran folla andavano con lui. 12 Quando fu vicino alla porta della città, ecco che si portava alla sepoltura un morto, figlio unico di sua madre, che era vedova; e molta gente della città era con lei. 13 Il Signore, vedutala, ebbe pietà di lei e le disse: «Non piangere!» 14 E, avvicinatosi, toccò la bara; i portatori si fermarono ed egli disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!» 15 Il morto si mise a sedere e cominciò a parlare. E Gesù lo restituì a sua madre. 16 Tutti furono presi da timore, e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra di noi» e: «Dio ha visitato il suo popolo». 17 E questo dire intorno a Gesù si divulgò per tutta la Giudea e per tutta la regione circostante.

Qui Gesù dimostra il potere della sua parola per guarire (il servo del centurione) e per risuscitare i morti (il figlio della vedova). Nel primo caso, Gesù non deve neanche andare dal servo del centurione; lo guarisce da lontano. Il centurione è uno che capisce la natura dell’autorità, essendo un uomo d’autorità e sottoposto all’autorità egli stesso. Come gli basta dire “va’” e i suoi soldati vanno, così sa che a Gesù basta dire una sola parola per guarire il suo servo. Nel secondo caso, Gesù s’imbatte in una processione funebre e, mosso di compassione, risuscita il figlio morto di una vedova, senza che lei gli chieda aiuto.

Giovanni, però, languisce in prigione quando i suoi discepoli gli riferiscono queste meravigliose opere di Gesù. Possiamo immaginare che Giovanni si ponga la domanda: perché, dopo tutto ciò che ho fatto per servire il Signore, soffro qui in prigione mentre Gesù aiuta tutte le altre persone che non gli hanno fatto nulla? Un centurione romano? Una vedova? E io? Che fine farò? Se Gesù può fare tutto questo con una sola parola, certamente può liberare anche me? Perché non lo fa? Forse non è in realtà il Messia che pensavo? Non hanno dichiarato i profeti che il Messia avrebbe anche liberato i prigionieri? Giovanni dunque manda a chiedere a Gesù: “se tu colui che deve venire, o dobbiamo aspettarne un altro?” I dubbi di Giovanni non differiscono molto da quelli che spesso ci assaliscono: “Se Dio mi ama, perché mi fa soffrire? Ho sempre cercato di ubbidirgli; perché allora mi permette di languire in questa difficoltà senza liberarmene?”

La risposta di Gesù è tipicamente enigmatica: «Andate a riferire a Giovanni quello che avete visto e udito: i ciechi recuperano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, il vangelo è annunciato ai poveri. Beato colui che non si sarà scandalizzato di me!» Quest’ultima frase è particolarmente criptica: che significa “beato colui che non si sarà scandalizzato di me”? È utile ricordare il brano del profeta Isaia che Gesù afferma di adempiere mentre predica nella sinagoga di Nazaret: 

«Lo Spirito del Signore è sopra di me, perciò mi ha unto per evangelizzare i poveri; mi ha inviato per annunciare la liberazione ai prigionieri e il recupero della vista ai ciechi; per rimettere in libertà gli oppressi, per proclamare l’anno accettevole del Signore». (Luca 4:18-19)

Confrontiamo questo alla simile dichiarazione di Gesù a Giovanni e notiamo una cospicua differenza: mentre nella singoga Gesù annuncia “la liberazione ai prigionieri”, non l’annuncia a Giovanni che sta rinchiuso in prigione. Questa mancanza non è certamente un errore da parte di Gesù. Anzi, è in questo modo che fa sapere a Giovanni che non ha nessuna intenzione di liberarlo. Ecco perché aggiunge alla fine: “Beato colui che non si sarà scandalizzato di me”. Gesù gli vuole dire: “Giovanni, anche se non lo capisci, il mio piano per te non è la liberazione ma l’incarcerazione. So che questo potrebbe far vacillare la tua fede, ma sarai beato se invece mantieni ferma la tua fiducia in me fino alla fine, fino alla tua morte.”

2) La Strana Testimonianza di Giovanni (7:24-35)

24 Quando gli inviati di Giovanni se ne furono andati, Gesù cominciò a parlare di Giovanni alla folla: «Che cosa andaste a vedere nel deserto? Una canna agitata dal vento? 25 Ma che cosa andaste a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti? Ecco, quelli che portano degli abiti sontuosi e vivono in delizie stanno nei palazzi dei re. 26 Ma che andaste a vedere? Un profeta? Sì, vi dico, e uno più di un profeta. 27 Egli è colui del quale è scritto: “Ecco, io mando davanti a te il mio messaggero, che preparerà la tua via davanti a te”28 Io vi dico: fra i nati di donna nessuno è più grande di Giovanni; però, il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui.

29 Tutto il popolo che lo ha udito, anche i pubblicani, hanno riconosciuto la giustizia di Dio, facendosi battezzare del battesimo di Giovanni; 30 ma i farisei e i dottori della legge, non facendosi battezzare da lui, hanno respinto la volontà di Dio per loro.  31 A chi dunque paragonerò gli uomini di questa generazione? A chi sono simili? 32 Sono simili a bambini seduti in piazza, che gridano gli uni agli altri: “Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato; abbiamo cantato dei lamenti e non avete pianto”. 33 Difatti è venuto Giovanni il battista, che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: “Ha un demonio”. 34 È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e voi dite: “Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori! 35 Ma alla sapienza è stata resa giustizia da tutti i suoi figli”».

Alla folla che conosceva bene Giovanni e che ha udito le sue parole ai discepoli di Giovanni, Gesù rivolge un insegnamento importante riguardante il suo ministero e il regno inaugurato con la sua venuta. Sempre a proposito di Giovanni, Gesù chiede alla folla: “Che cosa andaste a vedere nel deserto?” Suggerisce due possibili risposte: “una canna agitata dal vento” o “un uomo avvolto in morbide vesti”? Queste due proposte parlano indirettamente di Erode, il re che aveva fatto imprigionare Giovanni per aver predicato contro la sua malvagità. La canna, che cresceva lungo il fiume Giordano dove Giovanni aveva battezzato, era stata adottata da Erode come simbolo del suo potere. Inoltre, “un uomo avvolto in morbide vesti”, dice Gesù, è da trovarsi “nei palazzi dei rei”, come di nuovo quel Erode che teneva Giovanni in carcere. Queste dunque sono due immagini totalmente contrapposte alla figura che era Giovanni il battista. “No”, dice Gesù, “non siete andati a vedere un come Erode, uno potente e ricco che rappresenta il potere e la ricchezza del mondo. Siete andati a vedere uno totalmente opposto, cioè un profeta di Dio”.

Questo infatti è stato Giovanni, un profeta che viveva nel deserto, che si vestiva in peli di cammello e che si nutriva di cavallette. Un “fanatico”, in poche parole, la cui vita era pienamente devota alla sua vocazione di annunciare la parola di Dio. Ma non solo: Giovanni era colui profetizzato da Isaia, l’unico scelto per l’onore di preparare la via davanti al Signore stesso. Nessun altro in tutta la storia aveva mai avuto, né mai avrà, il privilego di Giovanni: di essere quell’unica voce che grida nel deserto: “Io vi battezzo in acqua; ma viene colui che è più forte di me, al quale io non sono degno di sciogliere il legaccio dei calzari. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco” (3:18). Il ministero di Giovanni fu cruciale ed irripetibile nella storia della salvezza, e per questo Gesù lo chiama un profeta ma anche “uno più di un profeta” (v.26), dichiarando che “fra i nati di donna nessuno è più grande di Giovanni” (v.28). Nonostante tutto ciò, Gesù aggiunge anche questo: “però, il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui”. Che cosa significa?

Troviamo un indizio nelle parole di Gesù nei vv.33-34: “Difatti è venuto Giovanni il battista, che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: ‘Ha un demonio’. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e voi dite: ‘Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori!'” Qui Gesù si riferisce al momento narrato nel 5:33-34:

33 [I farisei e gli scribi] gli dissero: «I discepoli di Giovanni digiunano spesso e pregano, così pure quelli dei farisei; i tuoi invece mangiano e bevono». 34 Gesù disse loro: «Potete far digiunare gli amici dello sposo, mentre lo sposo è con loro?»

Alla domanda dei farisei e degli scribi circa il digiuno osservato dai discepoli di Giovanni il battista, Gesù afferma che, alla luce della sua venuta e l’arrivo del regno di Dio nel suo ministero, non si possono osservare le pratiche che fanno parte del vecchio sistema, come non si può mettere vino nuovo in otri vecchi. Digiunare (che per gli ebrei mirava ad alimentare le loro speranze per l’adempimento delle promesse di Dio) in presenza di Gesù nega il significato della sua venuta! Come il giorno delle nozze crea una nuova realtà — un uomo e una donna che si uniscono in una sola carne — così Gesù ha fatto irruzione nello scorrere normale del tempo e ha creato una nuova realtà: il regno di Dio dove la volontà di Dio è fatta in terra come in cielo.

Quando dunque Gesù dice che “il più piccolo nel regno di Dio è più grande” di Giovanni il battista, vuol dire questo. Gesù afferma che Giovanni, pur essendo il più grande dei profeti, appartiene comunque al vecchio sistema e al vecchio ordine, cioè il mondo com’era prima della sua venuta, prima dell’inaugurazione del suo regno. Giovanni fa parte di quella grande schiera di testimoni veterotestamentari che, come dice Ebrei 11:13, “sono morti nella fede, senza ricevere le cose promesse, ma le hanno vedute e salutate da lontano”. Ecco perché “il più piccolo nel regno di Dio” è più grande di Giovanni: non vede le promesse di Dio da lontano ma ne partecipa all’adempimento. Quindi, c’è un motivo per cui Gesù guarisce il servo del centurione, risuscita il figlio della vedova, e guarisce molti altri “da malattie, da infermità e da spiriti maligni” (v.21) ma non libera Giovanni da prigione: tutti coloro sono “i più piccoli” che assaggiano le benedizioni del regno, mentre a Giovanni, a causa della sua vocazione particolare, è dato solo di vederle e salutarle da lontano. Grande è stato il privilegio di Giovanni di essere quella voce a preparare la via del Signore, ma infinitamente più grande è il privilegio di partecipare personalmente alle benedizioni della sua venuta.

Per questo motivo sono anche più benedetti “i pubblicani” e gli altri “peccatori” che “hanno riconosciuto la giustizia di Dio” che “i farisei e i dottori della legge” che “hanno respinto la volontà di Dio per loro” (vv.29-30). Questo grande capovolgimento — grazie a cui i primi diventano gli ultimi e gli ultimi i primi — è impersonato da Giovanni in quanto lui, il più grande dei profeti, è superato da gente come pubblicani, malati, centurioni romani e vedove. Giovanni, nel suo scomparire dalla narrativa, rende forse la sua testimonianza più importante. Anche se gli sembra di languire inutilmente in prigione mentre potrebbe continuare a svolgere il suo ministero di predicazione itinerante davanti alle masse, è proprio il suo “languire inutilmente in prigione” che gli permette di testimoniare con più efficacia il Signore la cui via ha preparato. Sembra strano? Forse lo è, ma nel sovrano, misterioso ma sempre benevolo proposito di Dio, questo è esattamente ciò che doveva succedere. Giovanni, nel suo “non essere liberato da prigione”, rende una grande testimonianza che l’epoca a cui egli appartiene — l’epoca dell’attesa per l’adempimento delle promesse di Dio — è passata e che ora, in Gesù, l’epoca del regno di Dio è stata inaugurata.

3) Applicazione

Questo brano, pur riguardando principalmente Giovanni il battista, è pieno di lezioni importanti per noi. Per concludere propongo i seguenti tre spunti per la vostra riflessione.

1. Accettare la volontà di Dio per noi

Non sappiamo come Giovanni ha ricevuto la risposta di Gesù, ma sappiamo che è rimasto fedele fino alla sua morte che avvenne quando Erode lo fece decapitare. Come Gesù aveva indicato, Giovanni non fu scarcerato, ma finì lì un martire a causa della sua testimonianza. Contro le apparenze, la sua vita non fu un fallimento né uno spreco, proprio perché fece l’opposto di ciò che fecero i farisei e gli scribi che avevano rifiutato il suo battesimo: accettò la volontà di Dio per lui. Non accusò Dio di avergli fatto qualche torto; non si lamentò della sua sorte, anche se poteva sembrargli ingiusto che Gesù aiutasse molti “indegni” ma lasciò lui morire in prigione.

Ciò che impariamo qui dall’esempio positivo di Giovanni e dall’esempio negativo dei farisei e degli scribi è che l’unico modo di trovare la gioia e la soddisfazione è di accettare la volontà di Dio per noi, anche quando ci sembra “ingiusta” nei confronti di altri. Quelli che “hanno respinto la volontà di Dio per loro” Gesù li paragona a “bambini seduti in piazza, che gridano gli uni agli altri: ‘Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato; abbiamo cantato dei lamenti e non avete pianto'” (v.32). O, potremmo dire, sono simili a coloro che si lamentano del caldo d’estate e del freddo d’inverno. In altre parole, questi non si accontentano mai, nemmeno se ogni loro pretesa viene esaudita. Solo quando, come Giovanni, rinunciamo ai nostri desideri e obbiettivi personali e accettiamo con umiltà la volontà di Dio per noi possiamo diventare veramente contenti.

2. Morire con Cristo per vivere con lui

La prova più grande di questa verità non è però Giovanni ma Gesù stesso. Quando verso la fine del vangelo Gesù si avvicina all’ora della sua morte violenta in croce prega: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Però non la mia volontà, ma la tua sia fatta» (22:42). Se mai dubitassimo che troviamo gioia solo accettando la volontà di Dio per noi anziché insistendo sulla nostra, la croce di Gesù dovrebbe toglierci ogni dubbio. Nessun altro fu trattato più “indegnamente” che Gesù: l’unico uomo veramente giusto, perfettamente ubbidiente a Dio Padre, eppure fu giustiziato su un atroce patibolo di sofferenza. Ma lo stesso Gesù, il terzo giorno dopo la sua morte, fu risuscitato dal Padre e poi fu esaltato alla destra di Dio in cielo. In più, la sua certa permessa è che “se siamo morti con lui, con lui anche vivremo; se abbiamo costanza, con lui anche regneremo” (2 Timoteo 2:11-12). Così Gesù ci invita: 

Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la sua vita la perderà, ma chi avrà perduto la propria vita per causa mia la salverà. (Luca 9:23-24)

3. Gesù nostro fratello

Infine, che grande beatitudine è essere così uniti a Gesù che ci è dato di partecipare alle sue sofferenze! Un discepolo non può pretendere di essere più grande del suo maestro. Se hanno crocifisso Gesù, figuriamoci cosa faranno a suoi seguaci! Giovanni Così dobbiamo capire la sorte di Giovanni il battista. Le sue sofferenze in prigione e la sua conseguente morte non sono la brutta e tragica fine di una vita promettente, ma sono piuttosto la comunione con Cristo nelle sue sofferenze e nella sua morte per poter partecipare alla potenza della sua risurrezione. La realtà è che la sofferenza e la morte sono inevitabili nella vita. Se dobbiamo soffrire e morire, meglio allora soffrire e morire con Cristo e per Cristo che per qualsiasi altro motivo! Se la vita di Giovanni rende una testimonianza, è quella articolata dall’apostolo Paolo in Filippesi 3:8-11:

8Anzi, a d ire il vero, ritengo che ogni cosa sia un danno di fronte all’eccellenza della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho rinunciato a tutto; io considero queste cose come tanta spazzatura al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui non con una giustizia mia, derivante dalla legge, ma con quella che si ha mediante la fede in Cristo: la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede. 10 Tutto questo allo scopo di conoscere Cristo, la potenza della sua risurrezione, la comunione delle sue sofferenze, divenendo conforme a lui nella sua morte, 11 per giungere in qualche modo alla risurrezione dei morti.

Che questa sia anche la testimonianza della nostra vita!

Luca 5: Otri Nuovi Per Vino Nuovo

1) Otri Nuovi Per Vino Nuovo (5:33-39)

33 Essi gli dissero: «I discepoli di Giovanni digiunano spesso e pregano, così pure quelli dei farisei; i tuoi invece mangiano e bevono». 34 Gesù disse loro: «Potete far digiunare gli amici dello sposo, mentre lo sposo è con loro? 35 Ma verranno i giorni in cui lo sposo sarà loro tolto; allora, in quei giorni, digiuneranno». 36 Disse loro anche una parabola: «Nessuno strappa un pezzo da un vestito nuovo per metterlo a un vestito vecchio, altrimenti strappa il nuovo e il pezzo tolto dal nuovo non si adatta al vecchio. 37 Nessuno mette vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino nuovo fa scoppiare gli otri e si spande, e gli otri vanno perduti. 38 Ma il vino nuovo va messo in otri nuovi [e l’uno e gli altri si conservano]. 39 {E} nessuno, che abbia bevuto vino vecchio, ne desidera [subito] del nuovo, perché dice: “Il vecchio è buono”».

Il quinto capitolo del vangelo di Luca spiega perché comprendere e testimoniare Cristo risulta difficile. Spesso ci scoraggiamo quando i nostri sforzi di far capire il vangelo sembrano inutili, o quando veniamo presi in giro per la nostra fede “irrazionale”, oppure anche quando noi stessi c’imbattiamo in dubbi o difficoltà nel credere. Senza sminuire queste problematiche, Luca 5 ci fornisce un’ottica nuova attraverso la quale possiamo vederle per poterle superare.

Cominciamo con la parabola del vino nuovo che Gesù racconta alla fine del capitolo. Il contesto della parabola è questa: alcuni farisei e scribi (gli stessi che criticano Gesù per aver mangiato con i pubblicani e i peccatori, che vedremo tra poco) chiedono perché Gesù non fa digiunare i suoi discepoli come altri religiosi. Gesù risponde con due parabole, entrambe con lo stesso significato: non si può riparare un vestito vecchio con un pezzo da un vestito nuovo, proprio come non si possono usare otri vecchi per contenere vino nuovo. Che cosa vuol dire?

Notiamo prima come Gesù risponde ai suoi critici prima con una domanda sua: “Potete far digiunare gli amici dello sposo mentre lo sposo è con loro?” Qui Gesù usa una metafora, radicata nell’Antico Testamento, per descrivere se stesso: egli è lo sposo, e i suoi discepoli sono gli amici dello sposo, ed è l’ora del banchetto delle nozze per cui non c’è bisogno di digiunare! Nell’Antico Testamento (come nel Nuovo), Dio parla dell’adempimento delle sue promesse a favore del suo popolo in termini di un matrimono. È facile capire perché. Il giorno del matrimonio è uno dei più felici che ci possano essere, quando si compie la molto attesa unione tra un uomo e una donna. Così Dio aveva promesso di unirsi al suo popolo in modo irrevocabile, salvandolo dai suoi peccati e eliminando tutte le cose che interferiscono con la sua felicità eterna (come il male e la morte).

Usando questa metafora, Gesù dice che il giorno delle nozze — del compimento delle promesse di Dio — è finalmente arrivato con la sua venuta. Dice che la sua venuta ha creato una realtà talmente nuova e radicale che non si può comprendere secondo i vecchi schemi. Questo è il significato delle parabole. Come si usava all’epoca, si faceva fermentare il vino in otri di peli animali. Man mano che il vino s’invecchiava, così l’otre si allargava a causa dei gas emessi. Una volta usato, l’otre non poteva essere usato per far fermentare altro vino nuovo, essendo già giunto al limite della sua elasticità. Se si riempiva un otre vecchio di vino nuovo, l’otre scoppiava e rovinava sia l’otre che il vino nuovo.

Analogamente, Gesù dice, ogni tentativo per capire lui e il significato della sua venuta secondo gli schemi già esistenti — siano mentali, culturali, religiosi, politici, razionali, ecc. — è destinato a fallire. Il vangelo di Gesù, cioè il vino nuovo, non può essere contenuto o spiegato o compreso da quello che il mondo conosce o capisce. Il vangelo fa scoppiare ogni idea o filosofia o religione o politica o usanza o scienza che il mondo può concepire. Ecco perché, secondo Gesù, è talmente difficile comprenderlo o crederlo o testimoniarlo: non si adegua a ciò che noi pretendiamo che sia ma pretende che ci adeguiamo noi a esso.

2) Amico dei Peccatori (5:27-32)

27 Dopo queste cose, egli uscì e notò un pubblicano, di nome Levi, che sedeva al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». 28 Ed egli, lasciata ogni cosa, si alzò e si mise a seguirlo. 29 Levi gli preparò un grande banchetto in casa sua; e una gran folla di pubblicani e di altre persone erano a tavola con loro. 30 I farisei e i loro scribi mormoravano contro i suoi discepoli, dicendo: «Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?» 31 Gesù rispose loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, bensì i malati. 32 Io non sono venuto a chiamare dei giusti, ma dei peccatori a ravvedimento».

Se leggiamo Luca 5 a ritroso, troviamo una serie di episodi che illustrano “il vino nuovo” di Gesù. Abbiamo già notato che è stata la domanda dei farisei e degli scribi a creare l’occasione per la parabola del vino nuovo. Se leggiamo dal v.27, scopriamo che la loro domanda segue la risposta di Gesù alla loro critica: “Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?” Gesù infatti mangiava a casa di Levi, il pubblicano che poi sarebbe diventato il discepolo che conosciamo meglio come Matteo. Evidentemente la compagnia che Gesù teneva attorno al tavolo ha scandalizzato i farisei e gli scribi. Tutti sapevano che rompere pane insieme a persone come pubblicani ed altri peccatori significava accettarle e amarle, mentre i farisei e altri “religiosi bravi” consideravano tali persone da condannare. Uno come Gesù che rivendicava il diritto di rappresentare e parlare da parte di Dio non poteva certamente accogliere peccatori come questi!

Tuttavia, sono proprio queste persone — tutte le persone sbagliate — per cui Gesù dice di essere venuto. Infatti, come Gesù asserisce, sono i peccatori, non i “giusti” ad aver bisogno di lui, come i malati e non i sani hanno bisogno del medico. Il punto, e ciò che “fa scoppiare l’otre vecchio”, è la natura scandolosa della grazia che Gesà mostra mangiando con i pubblicani e i peccatori. Questa grazia è scandalosa prima perché se Gesù dice di essere venuto per noi, vuol dire che siamo dei peccatori e non dei giusti che ci piace pensare! Questa grazia è ancora più scandalosa quando comprendiamo come le azioni di Gesù rivelano che nessuno può meritarsi il favore di Dio. È necessario sempre ribadire questo concetto perché, per quanto familiare, è in realtà totalmente estraneo alle nostre esperienze. Per quanto facile dire: “è tutto per grazia”, è difficile accettarla. Non riusciamo ad accettare che non possiamo guadagnare la grazia, che non possiamo dimostrarci degno del favore di Dio, che, nei momenti quando scorgiamo l’orrenda depravazione dei nostri cuori, è allora che Dio afferma il suo grande amore per noi. Accettare la grazia è umiliante, ed essa fa scoppiare il vecchio otre del nostro orgoglio. Ecco perché è così difficile comprenderla e farla comprendere.

3) Autorità di Perdonare (5:17-26)

17 Un giorno Gesù stava insegnando, e c’erano là seduti dei farisei e dei dottori della legge, venuti da tutti i villaggi della Galilea, della Giudea e da Gerusalemme; e la potenza del Signore era con lui per compiere guarigioni. 18 Ed ecco degli uomini che portavano sopra un letto un uomo che era paralizzato, e cercavano di farlo entrare e di metterlo davanti a lui. 19 Non trovando modo d’introdurlo a causa della folla, salirono sul tetto e, fatta un’apertura fra le tegole, lo calarono giù con il lettuccio, lì nel mezzo, davanti a Gesù. 20 Ed egli, veduta la loro fede, disse [a lui]: «Uomo, i tuoi peccati ti sono perdonati». 21 Allora gli scribi e i farisei cominciarono a ragionare, dicendo: «Chi è costui che pronuncia bestemmie? Chi può perdonare i peccati se non Dio solo?» 22 Ma Gesù, conosciuti i loro pensieri, disse loro: «Di cosa ragionate nei vostri cuori? 23 Che cosa è più facile, dire: “I tuoi peccati ti sono perdonati” oppure dire: “Àlzati e cammina”? 24 Ora, affinché sappiate che il Figlio dell’uomo ha sulla terra il potere di perdonare i peccati, io ti dico», disse all’uomo paralizzato, «àlzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua». 25 E subito egli si alzò in loro presenza, prese ciò su cui giaceva e se ne andò a casa sua, glorificando Dio. 26 Tutti furono presi da stupore e glorificavano Dio; e, pieni di spavento, dicevano: «Oggi abbiamo visto cose straordinarie».

Andando ancora indietro nel capitolo, questo tema si sviluppa di più. La storia è famosa: alcuni uomini fanno un’apertura nel tetto della casa in cui Gesù è circondato da una grande folla per poter mettergli davanti il loro amico paralizzato. Scioccante però è quando Gesù, vedendo l’uomo e la sua infermità, prima non dice “Àlzati e cammina” ma “i tuoi peccati ti sono perdonati”. Ma come si può permettere Gesù di dire qualcosa del genere? È ovvio che l’uomo ha una grave condizione e ha bisogno di essere guarito. In più, come può Gesù pretendere di perdonare i suoi peccati? Come ragionano giustamente gli scribi e i farsei, “Chi può perdonare i peccati se non Dio solo?”. Dirlo è veramente una bestemmia se lo dice un mero mortale!

Ma Gesù non è un mero mortale, e sa benissimo ciò che sta rivendicando. Quando dice di avere il potere di perdonare i peccati, dice di essere uguale a Dio! Ma in più, Gesù pretende di saper meglio di qualsiasi altro la vera malattia di quest’uomo. Anche se vero che Gesù lo guarisce fisicamente, questo serve come segno della sua guarigione spirituale, la guarigione dal peccato. Il mondo diagnostica i suoi problemi in tutti i modi tranne che questo: il peccato. Prova a dire a qualcuno di oggi che il suo problema principale, il problema dal quale provengono tutti i suoi altri problemi e persino tutti i problemi del mondo, è il peccato, e probabilmente ti riderà in faccia. L’idea che il peccato è il nostro problema più grande e che, di conseguenza, il nostro bisogno più grande è di essere perdonati e riconciliati con Dio, è totalmente estranea al mondo in cui viviamo. Eppure questo è esattamente ciò che il vangelo di Gesù Cristo dichiara, il vino nuovo che fa scoppiare il vecchio otre. Se rifiutiamo di accettare la diagnosi di Gesù, rifiuteremo anche il rimedio che lui ci offre, il rimedio del suo perdono ottenuto per noi attraverso la sua morte in croce. Ancora una volta: questo è perché è talmente difficile comprendere e far comprendere il vangelo di Gesù Cristo.

4) Santità Contagiosa (5:12-16)

12 Mentre egli si trovava in una di quelle città, ecco un uomo tutto coperto di lebbra, il quale, veduto Gesù, si gettò con la faccia a terra e lo pregò, dicendo: «Signore, se vuoi, tu puoi purificarmi». 13 Ed egli, stesa la mano, lo toccò, dicendo: «Lo voglio, sii purificato». E subito la lebbra sparì da lui. 14 Poi Gesù gli comandò di non dirlo a nessuno. «Ma va’», gli disse, «mòstrati al sacerdote e offri per la tua purificazione ciò che Mosè ha prescritto; e ciò serva loro di testimonianza». 15 Però la fama di lui si spandeva sempre più; e grandi folle si radunavano per udirlo ed essere [da lui] guarite dalle loro infermità. 16 Ma egli si ritirava nei luoghi deserti e pregava.

Prima di guarire l’uomo paralizzato, Gesù guarisce un lebbroso in un modo che di nuovo fa scoppiare il vecchio otre. È praticamente una legge universale che la malattia, e non la salute, che contagia. La lebbre è un esempio lampante. All’epoca di Gesù, i lebbroso dovevano rimanere isolati lontani da tutte le altre persone, talmente contagiosa era la loro malattia. Ma qui vediamo Gesù che non mantiene le solite distanze ma si avvicina al lebbroso e non solo: lo tocca con le mani. Sorprendentemente, è la salute di Gesù che “infetta” il lebbroso e non vice versa. Mai successa una cosa simile! Ma nel contesto di Luca 5, sappiamo che sta succedendo qualcosa di più. Non è solo la salute di Gesù, ma la sua santità che è contagiosa. Questo è perché Gesù può stare insieme con, e anche toccare, gli impuri senza rendersi impuro. Nella presenza di Gesù, i lebbrosi vengono purificati, come anche i peccatori vengono non solo perdonati, ma anche santificati e trasformati a sua immagine.

Ecco però l’offesa. Nessuno di noi è in grado di fare questo; solo Gesù lo è. Nessuno di noi può salvare qualcuno altro. Gesù è l’unico Salvatore del mondo. Solo Gesù con la sua morte ha potuto togliere i peccati del mondo. Solo Gesù con la sua risurrezione ha potuto vincere la morte e uscire dalla tomba come la primizia della nuova creazione. Nessun altro in tutta la storia del mondo ha mai fatto e non farai mai ciò che Gesù ha fatto. Per questo Gesù e Gesù solo è il Salvatore, la Via, la Verità, e la Vita, l’unico nome sotto il cielo per mezzo del quale noi possiamo essere salvati. Tutto questo è illustrato nella guarigione del lebbroso, perché solo Gesù ha la “santità contagiosa”.

5) Pescatori di Uomini (5:1-11)

5:1 Mentre egli stava in piedi sulla riva del lago di Gennesaret e la folla si stringeva intorno a lui per udire la parola di Dio, Gesù vide due barche ferme a riva: da esse i pescatori erano smontati e lavavano le reti. Montato su una di quelle barche, che era di Simone, lo pregò di scostarsi un poco da terra; poi, sedutosi sulla barca, insegnava alla folla. Com’ebbe terminato di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo, e gettate le vostre reti per pescare». Simone [gli] rispose: «Maestro, tutta la notte ci siamo affaticati e non abbiamo preso nulla; però, secondo la tua parola, getterò le reti». E, fatto così, presero una tal quantità di pesci, che le loro reti si rompevano. Allora fecero segno ai loro compagni dell’altra barca di venire ad aiutarli. Quelli vennero e riempirono tutte e due le barche, tanto che affondavano. Simon Pietro, veduto ciò, si gettò ai piedi di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Perché spavento aveva colto lui e tutti quelli che erano con lui, per la quantità di pesci che avevano presi, 10 e così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone. Allora Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». 11 Ed essi, tratte le barche a terra, lasciarono ogni cosa e lo seguirono.

Questo ci porta, infine, all’inizio del capitolo 5 dove tutto questo diventa molto personale. Luca narra la chiamata dei discepoli, ma la narra in modo particolare. Mentre Matteo e Marco evidenziano l’immediata risposta da parte dei discepoli alla chiamata di Gesù, Luca pone l’enfasi sull’efficacia della chiamata stessa di creare in loro questa risposta. Dopo aver pescato per una notte intera senza prendere niente, Simon Pietro e gli altri con lui (come Giacomo e Giovanni) sono stanchi e scoraggiati. Arriva Gesù, e gli dice di provare a gettare le reti nel mare ancora una volta. Ora, qualcuno ha definito la follia in questo modo: “fare sempre le stesse cose aspettandosi risultati diversi”. Secondo questa definizione, l’ordine di Gesù sarebbe infatti folle, se non per il fatto che sia stato Gesù a darlo. Pur avendo dei dubbi forti, Pietro e gli altri fanno come Gesù ha comandato, e prendono “una tal quantità di pesci che le loro reti si rompevano”. A questo punto nella narrativa, Gesù li chiama a seguirlo, promettendo di farli diventare “pescatori di uomini”.

Il punto è duplice. Spesso gli insegnamenti di Gesù, come quelli di tutta la Bibbia, sembrano folli. Il modo per diventare più grande è diventare più umile? Sono gli ultimi che saranno i primi nel regno di Dio? Sono benedetti i poveri di spirito? La vita si ottiene quando la perdiamo in Cristo? Possiamo trovare noi stessi solo quando rinunciamo a noi stessi e prendere la croce per seguire Gesù? Agli occhi del mondo, tutto ciò non ha molto senso; appare in realtà pazzia e scandalo. Ma questo è il vino nuovo che fa scoppiare gli otri vecchi. Nonostante la follia e lo scandalo del vangelo di Cristo, esso è la sapienza e la potenza di Dio di salvarci.

Secondo, l’efficiaca di questi insegnamenti sta proprio nella persona che ci li ha dati. Possiamo pescare tutta la notte e non prendere niente. Ma quando Gesù ci dice di gettare le nostre reti di nuovo nel mare, la quantità di pesci che prendiamo sarà oltre misura. La cosa più saggia è sempre fare ciò che Gesù dice, di accettare pienamente la sua parola senza esitazione o dubbio, anche se a volte ci sembra strano, pazzo o scandaloso. Questo non avviene grazie alle nostre capacità, ma solo grazie alla grazia di Dio.

Allora, perché aspettare ancora? Mettiamo subito in pratica tutto quello che la parola di Dio ci dice. Sicuramente farà scoppiare i nostri “vecchi otri”, ma quando assaggiamo il vino nuovo che l’otre nuovo contiene, non rimpiangeremo mai la nostra scelta.

La Storia della Chiesa in un Anno: Finché Egli Venga (52/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: Finché Egli Venga (52/52)

La conclusione della storia della chiesa rimane ancora incompiuta. Cominciando a Pentecoste, essa andrà sempre avanti fino al giorno dell’apparizione di Gesù Cristo nella sua gloria. Infatti, duemila anni sono passati d’allora fino ad adesso, e di questa storia abbiamo visto solo qualche spaccato. Analoga al paradosso che in Cristo siamo simultaneamente peccatori e santi, la storia della chiesa è piena di alti e bassi, di fede e infedeltà, di verità ed eresia, di coraggio e codardia. E ciò continuerà a essere “finché egli venga” (1 Corinzi 11:26). Però, lungi dall’impedire il compimento del proposito di Dio, la nostra debolezza non fa altro che porre in rilievo il potere di Dio: “noi abbiamo questo tesoro in vasi di terra, affinché questa grande potenza sia attribuita a Dio e non a noi” (2 Corinzi 4:7).

Questo percorso attraverso due millenni di storia mira a farci conoscere quella “grande schiera di testimoni” che ci circonda, che ora tifa per noi mentre “corriamo con perseveranza la gara che ci è proposta, fissando lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta” (Ebrei 12:1-2). Infatti, tocca adesso a noi portare avanti la missione del vangelo in mezzo alla nostra generazione storta e perversa, nella quale risplendete come astri nel mondo, tenendo alta la parola di vita” (Filippesi 2:15-16).

Questa è la nostra storia, e ne siamo i protagonisti. Probabilmente nessuno scriverà la nostra biografia o menzionarci nei libri di storia. Faremo parte di quella moltitudine, “proveniente da tutte le nazioni, tribù, popoli e lingue” (Apocalisse 7:9), i cui nomi verranno dimenticati dal mondo ma resteranno sempre “scritti nel libro della vita dell’Agnello” (Apocalisse 21:27). Gesù non ci chiede di diventare famosi ma di rimanere fedeli, rinunciando “all’empietà e alle passioni mondane, per vivere in questo mondo moderatamente, giustamente e in modo santo, aspettando la beata speranza e l’apparizione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore, Cristo Gesù” (Tito 2:12-13). 

La gara che ci è proposta sarà ardua e dolorosa, ma mentre corriamo con perseveranza, il Signore ci ha dato una benedizione di valore inestimabile: essere membri del suo corpo, ossia la sua chiesa che sta edificando e contro la quale le porte dell’Ades non vinceranno mai (Matteo 16:18). Insieme a questa comunità di fratelli e sorelle, troviamo tutto ciò di cui abbiamo bisogno per vincere, ricordandoci dell’insegnamento del Signore Gesù che

…nella notte in cui fu tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me». Nello stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne berrete, in memoria di me. Poiché ogni volta che mangiate questo pane e bevete da questo calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga». (1 Corinzi 11:23-26)

Amen! Vieni Signore Gesù!

La Storia della Chiesa in un Anno: Di Loro il Mondo Non Era Degno (51/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: Di Loro il Mondo Non Era Degno (51/52)

Nel ripercorrere la storia della chiesa, bisogna resistere alla doppia tentazione di, da una parte, idealizzare i pochi protagonisti i cui nome si ricordano e, dall’altra, di sminuire l’importanza della maggioranza di credenti che rimangono sconosciuti. Non bisogna giudicare il valore del servizio dell’uno o dell’altro nel regno di Dio in base ai criteri stabiliti dal mondo. Nella Bibbia e nella storia della chiesa, Dio ci ha dato alcuni esempi — come Abraamo, Mosè, Paolo, Atanasio, e Karl Barth — affinché noi, “circondati da una così grande schiera di testimoni, deponiamo ogni peso e il peccato che così facilmente ci avvolge, e corriamo con perseveranza la gara che ci è proposta” (Ebrei 12:1).

Ma ciò non vuol dire che questi fossero più significativi o preziosi agli di Dio. Lo stesso autore agli Ebrei non si dimentica di elogiare anche tutti gli sconosciuti della storia di cui “il mondo non era degno”:

Che dirò di più? Poiché il tempo mi mancherebbe per raccontare di Gedeone, Barac, Sansone, Iefte, Davide, Samuele e dei profeti, i quali per fede conquistarono regni, praticarono la giustizia, ottennero l’adempimento di promesse, chiusero le fauci dei leoni, spensero la violenza del fuoco, scamparono al taglio della spada, guarirono da infermità, divennero forti in guerra, misero in fuga eserciti stranieri. Ci furono donne che riebbero per risurrezione i loro morti; altri furono torturati perché non accettarono la loro liberazione, per ottenere una risurrezione migliore; altri furono messi alla prova con scherni, frustate, anche catene e prigionia. Furono lapidati, segati, uccisi di spada; andarono attorno coperti di pelli di pecora e di capra; bisognosi, afflitti, maltrattati (di loro il mondo non era degno), erranti per deserti, monti, spelonche e per le grotte della terra. (Ebrei 11:32-38)

Notevole è la menzione specifica anche di “donne”, le quali sono spesso trascurate. Non passa inosservato il fatto che la preponderanza dei protagonisti ricordati nella storia della chiesa siano uomini. Ciò non è dovuto tanto alla mancanza di donne straordinarie di cui Dio si servì — e di cui si serve ancora — per compiere la sua volontà quanto alla superbia degli uomini che le soppressero o ignorarono.

Ripassando la storia della chiesa, dunque, è necessario rammentare che il regno di Dio rovescia i valori del mondo:

Ma Gesù, chiamatili a sé, disse loro: «Voi sapete che quelli che sono reputati prìncipi delle nazioni le signoreggiano e che i loro grandi esercitano autorità su di esse. Ma non è così tra di voi; anzi, chiunque vorrà essere grande fra voi sarà vostro servitore; e chiunque tra di voi vorrà essere primo sarà servo di tutti. Poiché anche il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti» (Marco 10:42-45)

Il mondo dimenticherà i nostri nomi, ma a chi rimane fedele a Gesù, egli promette: “io confesserò il suo nome davanti al Padre mio e davanti ai suoi angeli” (Apocalisse 3:5).

La Storia della Chiesa in un Anno: Dietrich Bonhoeffer e la Chiesa in Rivolta (48/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: Dietrich Bonhoeffer e la Chiesa in Rivolta (48/52)

La croce viene imposta ad ogni cristiano. Il primo dolore per amore di Cristo che ognuno deve sperimentare è la chiamata che ci invita ad uscire dai legami di questo mondo. È la morte del vecchio Adamo nell’incontro con Gesù Cristo. Chi si incammina con Cristo si dà alla morte di Gesù, pone la sua vita nella morte; è così sin dall’inizio; la croce non è la terribile fine di una felice vita religiosa, ma sta all’inizio della comunione con Gesù Cristo. Ogni chiamata di Cristo conduce alla morte. (Dietrich Bonhoeffer, Sequela).

La vita di Dietrich Bonhoeffer (1906-1945) resta fino ad oggi un esempio di come il cristiano deve stare sempre in rivolta contro il mondo che “giace sotto il potere del maligno” (1 Giovanni 5:19). Nella Germania del XX secolo quando la chiesa ufficiale dello stato stava dalla parte del partito nazista, la chiesa evangelica chiamata “confessante” — in cui Bonhoeffer, insieme a Karl Barth, svolse un ruolo determinante — si oppose apertamente al regime e fu per questo violentemente perseguitata. Ma come Bonhoeffer dichiarò in una delle sue ultime lettere scritte dal carcere dove rimase imprigionato per opposizione ai nazisti: “La chiesa deve uscire dalla sua stagnazione. Dobbiamo tornare all’aria aperta del confronto spirituale con il mondo. Dobbiamo rischiare di dire anche delle cose contestabili, se ciò permette di sollevare questioni di importanza vitale.”

Un giovane teologo promettente, Bonhoeffer si distinse subito per il suo acume tanto che fu invitato nel 1929 a insegnare presso l’Union Theological Seminary a New York mentre la situazione in Germania risultava sempre più critica. Pur godendosi prestigio e sicurezza, Bonhoeffer decise di tornare in Germania solo due anni dopo, convinto di essere chiamato a servire lì nonostante i rischi.

In patria Bonhoeffer partecipò attivamente alla resistenza contro il nazismo in base alle pretese esclusive di Gesù Cristo. Benché redatta da Karl Barth, la Dichiarazione di Barmen espresse quelle “false dottrine”, rifiutate da Bonhoeffer, che su cui si fondava l’accordo tra i nazisti e la chiesa statale:

Respingiamo la falsa dottrina, secondo cui ci sarebbero settori della nostra esistenza nei quali non apparterremmo a Gesù Cristo ma ad altri signori; settori, in cui non ci sarebbero necessarie la sua giustificazione e la sua santificazione.

La rivolta di Bonhoeffer prese la forma di predicazione, scritti teologici ed etici, e la formazione di pastori nel seminario illegale e clandestino di Finkenwalde. Dopo essere stato arrestato e processato, Bonhoeffer fu mandato al campo di concentramento di Buchenwald, e poi finì a quello di Flossenbürg dove fu impiccato il 9 aprile 1945, solo pochi giorni prima della fine della guerra. La vita di Bonhoeffer ci ricorda che nonostante i tempi nei quali si vive, è sempre vero che “l’amicizia del mondo è inimicizia verso Dio? Chi dunque vuole essere amico del mondo si rende nemico di Dio.” (Giacomo 4:4). Come Bonhoeffer era solito ribadire, il cristiano, dunque, deve sempre seguire Gesù rinunciando a se stesso e prendendo la sua croce (Marco 8:34).

Giosuè 24:1-33: Scegliete Oggi Chi Volete Servire!

1) Chi Abbiamo Servito: “Di Là Dal Fiume” (24:1-13)

Giosuè radunò tutte le tribù d’Israele a Sichem, e convocò gli anziani d’Israele, i capi, i giudici e gli ufficiali del popolo, i quali si presentarono davanti a Dio. Giosuè disse a tutto il popolo: «Così parla il Signore, il Dio d’Israele: “I vostri padri, come Tera padre di Abraamo e padre di Naor, abitarono anticamente di là dal fiume, e servirono gli altri dèi. E io presi il padre vostro Abraamo di là dal fiume, gli feci percorrere tutto il paese di Canaan, moltiplicai la sua discendenza e gli diedi Isacco. A Isacco diedi Giacobbe ed Esaù, e assegnai a Esaù la proprietà del monte Seir, e Giacobbe e i suoi figli scesero in Egitto.

Poi mandai Mosè e Aaronne, e colpii l’Egitto con i prodigi che feci in mezzo a esso; e dopo ciò, vi feci uscire. Dunque feci uscire dall’Egitto i vostri padri, e voi arrivaste al mare. Gli Egiziani inseguirono i vostri padri con carri e cavalieri fino al mar Rosso. Quelli gridarono al Signore ed egli pose delle fitte tenebre fra voi e gli Egiziani; poi fece venire sopra di loro il mare, che li sommerse, e gli occhi vostri videro quel che io feci agli Egiziani. Poi rimaneste a lungo nel deserto.

Io vi condussi quindi nel paese degli Amorei, che abitavano di là dal Giordano; essi combatterono contro di voi e io li diedi nelle vostre mani; voi prendeste possesso del loro paese e io li distrussi davanti a voi. Poi Balac, figlio di Sippor, re di Moab, si mosse per combattere contro Israele; e mandò a chiamare Balaam, figlio di Beor, perché vi maledicesse; 10 ma io non volli dare ascolto a Balaam; egli dovette benedirvi e vi liberai dalle mani di Balac.

11 E passaste il Giordano, e arrivaste a Gerico; gli abitanti di Gerico, gli Amorei, i Ferezei, i Cananei, gli Ittiti, i Ghirgasei, gli Ivvei e i Gebusei combatterono contro di voi e io li diedi nelle vostre mani. 12 E mandai davanti a voi i calabroni che li scacciarono davanti a voi, com’era avvenuto dei due re amorei; ma questo non avvenne per la tua spada né per il tuo arco. 13 E vi diedi una terra che non avevate lavorata, delle città che non avevate costruite; voi abitate in esse e mangiate il frutto delle vigne e degli uliveti che non avete piantati”. 14 «Dunque temete il Signore e servitelo con integrità e fedeltà; togliete via gli dèi ai quali i vostri padri servirono di là dal fiume e in Egitto

Era da aspettarsi: il libro di Giosuè conclude con la morte di Giosuè. Ormai ci siamo abituati. Genesi conclude con la morte di Giacobbe e di Giuseppe (il quale è ricordato qui alla fine di Giosuè). Deuteronomio, e l’intera Torah, concludono con la morte di Mosè. Non rimaniamo dunque sorpresi dal fatto che la morte di Giosuè fornisca la chiusura di questo libro. Ma di questo parleremo più alla fine del sermone.

Ora ci preme riflettere sulle parole di Giosuè riportate in questo capitolo che costituiscono l’ultimo discorso di Giosuè al popolo d’Israele. Prima però consideriamo il contesto. I primi versetti del capitolo precedente ce lo spiegano:

23:1 Molto tempo dopo che il Signore ebbe dato riposo a Israele liberandolo da tutti i nemici che lo circondavano, Giosuè, ormai vecchio e molto avanti negli anni, convocò tutto Israele, gli anziani, i capi, i giudici e gli ufficiali del popolo, e disse loro: «Io sono vecchio e molto avanti negli anni. Voi avete visto tutto quel che il Signore, il vostro Dio, ha fatto a tutte queste nazioni davanti a voi; poiché il Signore, il vostro Dio, è colui che ha combattuto per voi. Ecco, io ho diviso tra voi a sorte, come eredità, secondo le vostre tribù, il paese delle nazioni che restano, e di tutte quelle che ho sterminate, dal Giordano fino al mar Grande, a occidente.» E il Signore vostro Dio le disperderà egli stesso davanti a voi e le scaccerà davanti a voi e voi prenderete possesso del loro paese, come il Signore, il vostro Dio, vi ha detto.

Israele è ormai in possesso del paese promesso dal Signore ai patriarchi. Tanti anni sono passati dalla prima conquista, la città di Gerico, e l’eredità delle dodici tribù d’Israele adesso si spande su tutto il territorio. Ciò non significa che non ci siano più abitanti pagani nel paese, ma che, se Israele rimane fedele al Signore, sarà solo un questione di tempo finché “la progenie del serpente” sarà scacciata da questo nuovo “giardino di Eden”.

Giosuè dunque tiene il discorso del capitolo 24 nel momento quando sa di avvicinarsi anche lui alla morte. Israele si trova nel “già e non ancora” dell’adempimento della promessa del Signore, e Giosuè si adopera nel tempo che gli rimane per esortare il popolo a stare sempre fedele al Signore e a portare a compimento la sua vocazione di santificare il paese di Canaan. In realtà il discorso di Giosuè non è di sua creazione; egli riferisce a Israele le parole di Dio stesso.

Il discorso non inizia però con un comandamento ma con la storia della redenzione di Israele. Questa storia serve per definire l’identità del popolo: “questa è la nostra storia, e questo dunque siamo noi”. Nella Bibbia, la memoria è fondamentale alla pietà. Il momento in cui si dimentica come il Signore ha precedentemente operato per salvare è il momento in cui si fa il primo passo verso la disubbidienza.

La narrativa della redenzione d’Israele tocca tutte le tappe importanti — la chiamata di Abraamo, le vite di Isacco e di Giacobbe, la schiavitù dei loro discendenti in Egitto, la liberazione mediante Mosè, il vagabondaggio nel deserto e l’arrivo alla terra promessa. Ma nel raccontare questa storia, Giosuè evidenzia ciò che si può riassumere con la frase “di là dal fiume”. Si riferisce qui al fiume Giordano che rappresenta il confine orientale della terra promessa, il confine che Israele ha attraversato per entrare e prendere possesso di essa. “Di là dal fiume” pertanto acquisce un significato più di quello meramente geografico: indica la conversione d’Israele dall’idolatria alla fede nell’unico vero Dio e il passaggio attraverso le acque che la simboleggia, ovvero una prefigurazione del battesimo. Consideriamo questi due punti.

Prima, notiamo come la frase “di là dal fiume” è legata all’idea dell’idolatria. Il discorso comincia così: “I vostri padri, come Tera padre di Abraamo e padre di Naor, abitarono anticamente di là dal fiume, e servirono gli altri dèi” (v.2). “Di là dal fiume” è il luogo dove si servono altri dèi. Quando dunque Dio dice subito dopo: “E io presi il padre vostro Abraamo di là dal fiume” (v.3), vuol dire che non solo lo chiamò dal suo paese ma anche che lo salvò dall’idolatria alla quale era schiavo. Quindi, la stessa frase, ripetendosi alla fine del discorso (v.14), costituisce l’esortazione alla generazione attuale di togliere “via gli dèi ai quali i vostri padri servirono di là dal fiume e in Egitto”. Di là dal fiume Israele ha servito idoli e dèi falsi; ma ora in terra santa — il paese che Dio ha scelto e consacrato per il suo popolo eletto e redento — l’idolatria n’è totalmente esclusa. Non ci può essere comunione tra santità e peccato, tra luce e tenebre, tra Dio e idoli.

In secondo luogo, il fiume Giordano, come il mar Rosso, simboleggia il passaggio di conversione d’Israele dagli idoli al Signore. L’immersione in queste acque rappresenta la purificazione dall’idolatria alla santità. Per arrivare in terra santa, come per uscire dall’Egitto, Israele è dovuto passare attraverso le acque, anche se ovviamento in modo miracoloso, avendole il Signore divise in due. Può sembrare una forzatura, ma è l’apostolo Paolo che identifica questo come prefigurazione del battesimo in 1 Corinzi 10:1-2. Ora sappiamo che non sono le acque — né del fiume né del battesimo — ad effettuare la conversione e la purificazione del popolo di Dio. Molti, sia allora che oggi, passano per le acque ma i loro cuori rimangono invariati, fermamente legati a dèi falsi anziché al Signore. Ciononostante il passaggio attraverso le acque resta imprescindibile come simbolo di ciò che deve accadere e al quale Giosuè esorta il popolo: lasciate gli idoli di là dal fiume perché qui siamo un popolo santo in un luogo santo.

2) Chi Serviamo: “Scegliete Oggi” (24:14-28)

14 «Dunque temete il Signore e servitelo con integrità e fedeltà; togliete via gli dèi ai quali i vostri padri servirono di là dal fiume e in Egitto, e servite il Signore. 15 E se vi sembra sbagliato servire il Signore, scegliete oggi chi volete servire: o gli dèi che i vostri padri servirono di là dal fiume o gli dèi degli Amorei, nel paese dei quali abitate; quanto a me e alla casa mia, serviremo il Signore». 16 Allora il popolo rispose e disse: «Lungi da noi l’abbandonare il Signore per servire altri dèi! 17 Poiché il Signore è il nostro Dio; è lui che ha fatto uscire noi e i nostri padri dal paese d’Egitto, dalla casa di schiavitù, che ha fatto quei grandi miracoli davanti ai nostri occhi e ci ha protetti per tutto il viaggio che abbiamo fatto, e in mezzo a tutti i popoli fra i quali siamo passati; 18 e il Signore ha scacciato davanti a noi tutti questi popoli, e gli Amorei che abitavano il paese. Anche noi serviremo il Signore, perché lui è il nostro Dio».

19 E Giosuè disse al popolo: «Voi non potete servire il Signore, perché egli è un Dio santo, è un Dio geloso; egli non perdonerà le vostre ribellioni e i vostri peccati. 20 Quando abbandonerete il Signore e servirete dèi stranieri, egli si volterà contro di voi, vi farà del male e vi consumerà, dopo avervi fatto tanto bene». 21 E il popolo disse a Giosuè: «No! Noi serviremo il Signore». 22 E Giosuè disse al popolo: «Voi siete testimoni contro voi stessi, che vi siete scelto il Signore per servirlo!» Quelli risposero: «Siamo testimoni!» 23 Giosuè disse: «Togliete dunque via gli dèi stranieri che sono in mezzo a voi, e inclinate il vostro cuore al Signore, che è il Dio d’Israele!» 24 Il popolo rispose a Giosuè: «Il Signore, il nostro Dio, è quello che serviremo, e alla sua voce ubbidiremo!»

25 Così Giosuè stabilì in quel giorno un patto con il popolo, e gli diede delle leggi e delle prescrizioni a Sichem. 26 Poi Giosuè scrisse queste cose nel libro della legge di Dio; prese una gran pietra e la rizzò sotto la quercia che era presso il luogo consacrato al Signore. 27 E Giosuè disse a tutto il popolo: «Ecco, questa pietra sarà una testimonianza contro di noi; perché essa ha udito tutte le parole che il Signore ci ha dette; essa servirà quindi da testimonianza contro di voi; affinché non rinneghiate il vostro Dio». 28 Poi Giosuè rimandò il popolo, ognuno alla sua eredità.

Se “di là dal fiume” rappresenta chi eravamo prima e gli idoli che abbiamo servito in passato, la frase “scegliete oggi” (v.15) costituisce il nostro impegno nel presente, ora che siamo il popolo salvato e santo del Signore. Il “dunque” del v.14 è tutto importante: è perché noi, come Israele, abbiamo attraversato le acque passando dalla vecchia vita di schiavitù a quella nuova in Cristo, dobbiamo sbarazzarsi di ogni idolo e servire il Signore con integrità e fedeltà.

Sottolineo la parola “ogni”, perché Giosuè (e in realtà tutta la Bibbia) insiste su questo fatto. Ci sono molte cose nella vita che si trovano tra il bianco e il nero, ma questo no. O serviamo idoli o serviamo il Signore. Non c’è una via di mezzo: “scegliete oggi chi volete servire: o gli dèi che i vostri padri servirono di là dal fiume o gli dèi degli Amorei, nel paese dei quali abitate; quanto a me e alla casa mia, serviremo il Signore” (v.15). Gesù dichiara la stessa cosa dicendo in Matteo 6:24:

Nessuno può servire due padroni; perché o odierà l’uno e amerà l’altro, o avrà riguardo per l’uno e disprezzo per l’altro. Voi non potete servire Dio e Mammona.

Ancora Paolo ammonisce in 2 Corinzi 6:13-18:

Non vi mettete con gli infedeli sotto un giogo che non è per voi; infatti che rapporto c’è tra la giustizia e l’iniquità? O quale comunione tra la luce e le tenebre? E quale accordo fra Cristo e Beliar? O quale relazione c’è tra il fedele e l’infedele? E che armonia c’è fra il tempio di Dio e gli idoli? Noi siamo infatti il tempio del Dio vivente, come disse Dio: «Abiterò e camminerò in mezzo a loro, sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. Perciò uscite di mezzo a loro e separatevene, dice il Signore, e non toccate nulla d’impuro; e io vi accoglierò. E sarò per voi come un padre e voi sarete come figli e figlie, dice il Signore onnipotente».

Per molti, questo apparirà come fanaticismo. Quante volte ho sentito dire: “Va bene la fede in Cristo, ma fino a certo punto. Ci vuole anche la moderazione”. Ma la Bibbia risponde: “Che moderazione ci può esistere tra Dio e gli idoli, tra la santità e il peccato, tra Gesù e il diavolo?” Dal punto di vista biblico, o siamo cittadini del regno di Dio o sottoposti al dominio del maligno. Se nessuno ci accusa mai di essere fanatici, stiamo sicuramente sbagliando!

Però, quali sono quelle parole sconvolgenti che Giosuè rivolge al popolo dopo dichiara il suo desiderio di servire il Signore? «Voi non potete servire il Signore, perché egli è un Dio santo, è un Dio geloso; egli non perdonerà le vostre ribellioni e i vostri peccati. Quando abbandonerete il Signore e servirete dèi stranieri, egli si volterà contro di voi, vi farà del male e vi consumerà, dopo avervi fatto tanto bene» (vv.19-20). È vero; non possiamo servire il Signore in tutta integrità e fedeltà. Chi di noi mette Dio sempre al primo posto nella propria vita? Chi di noi ubbidisce perfettamente alla sua volontà? Chi di noi a volte non vuole ritornare “di là dal fiume” e, come Israele, persino in Egitto per diventare di nuovo schiavi?

3) Chi Serviremo: “Giosuè … morì” (24:29-33)

29 Dopo queste cose, Giosuè, figlio di Nun, servo del Signore, morì all’età di centodieci anni, 30 e lo seppellirono nel territorio di sua proprietà a Timnat-Sera, che è nella regione montuosa di Efraim, a nord della montagna di Gaas. 31 Israele servì il Signore durante tutta la vita di Giosuè e durante tutta la vita degli anziani che sopravvissero a Giosuè, i quali avevano conoscenza di tutte le opere che il Signore aveva fatte per Israele. 32 E le ossa di Giuseppe, che i figli d’Israele avevano portate dall’Egitto, essi le seppellirono a Sichem, nella parte del campo che Giacobbe aveva comprato dai figli di Chemor, padre di Sichem, per cento pezzi di denaro; e i figli di Giuseppe le avevano ricevute come eredità. 33 Poi morì anche Eleazar, figlio di Aaronne, e lo seppellirono a Ghibea di Fineas, che era stata data a suo figlio Fineas, nella regione montuosa di Efraim.

La risposta a questi interrogativi è palese: nessuno di noi ha mai servito, né servirà mai, il Signore senza mai ricadere nell’idolatria. Qual è dunque la soluzione affinché non ci troviamo sottoposti al giudizio di Dio? Essa è testimoniata negli ultimi versetti di Giosuè: “Israele servì il Signore durante tutta la vita di Giosuè…” (v.31). Giosuè, il successore a Mosè, condottiero fedele del popolo, profeta di Dio e rappresentante d’Israele, è lui che ha guidato e garantito l’ubbidienza del popolo al Signore mentre era in vita. Mentre era in vita, però, poiché dopo la sua morte e, come si vedrà nel libro successivi di Giudici, Israele è tornato “di là dal fiume”, non geograficamente ma spiritualmente, servendo gli idoli e dèi falsi.

Giosuè dunque, come il resto della Bibbia, ci testimonia un altro “Giosuè”, che di solito chiamiamo “Gesù”, il nostro vero condottiero, profeta e rappresentante davanti a Dio. Gesù è il “Yeshua” il cui nome non solo prefigura la salvezza di Dio ma la compie a favore di tutto il mondo. Gesù è anche il Giosuè che non muore mai, che dopo aver annullato il peccato sulla croce con la sua morte, è risuscitato a una vita indistruttibile che lo rende il Salvatore perfetto. Ebrei 7:23-25, pur parlando di Gesù in quanto sacerdote, è inerente a questo concetto:

23 Inoltre, quelli sono stati fatti sacerdoti in gran numero, perché la morte impediva loro di durare; 24 egli invece, poiché rimane in eterno, ha un sacerdozio che non si trasmette. 25 Perciò egli può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio, dal momento che vive sempre per intercedere per loro.

Noi che in Cristo siamo stati liberato dall’Egitto del peccato, che in Cristo siamo passati attraverso le acque del battesimo confessando fede in lui, e che in Cristo siamo stati condotti nella terra santa del regno di Dio, siamo anche in Cristo resi capaci per mezzo dello Spirito di servire il Signore veramente con integrità e fedeltà. Certo, non giungeremo alla perfezione prima del ritorno di Cristo, ma sappiamo che Cristo ha già cancellato la condanna di ogni nostri peccato passato, presente e futuro, e che finchè lui vive, garantisce per mezzo della sua intercessione che possiamo sempre offrire un servizio a Dio gradito:

Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà. (Romani 12:1-2)