Apocalisse 6: I Sigilli della Storia e l’Ira dell’Agnello

1) Introduzione

6:1 Poi vidi quando l’Agnello aprì uno dei sette sigilli

Quando l’apostolo Paolo si riferisce al “buon combattimento della fede” (1 Timoteo 6:12), parla di una questione che affronta tutte le persone a prescindere dalle loro prospettive religiose. Siamo costantemente assaliti da voci che cercano di persuaderci di porre fiducia in esse, dalle pubblicità che vogliono farci credere che saremo felici se compriamo il prodotto che vendono, ai politici che promettono di realizzare i nostri sogni più grandi se li votiamo. Questo è evidente anche nella pandemia COVID perché (come ho sentito qualcuno dire recentemente) è difficile sapere la verità del virus quando esperti da ogni lato — dai catastrofisti ai complottisti — ci danno informazioni contraddittorie. Tutti i giorni sentiamo dichiarazioni, affermazioni, e opinioni che mirano a ottenere la nostra fiducia, e noi siamo costretti a lottare per capire a chi dobbiamo ascoltare e a chi no. Anche quelli che dicono di non fidarsi più di nessuno stanno semplicemente mettendo tutta la loro fiducia in se stessi, cioè nella loro intelligenza e nelle loro capacità di discernere la verità dalla menzogna. Alla fine, tutto questo non è altro che un “combattimento di fede”: tra quelli che combattono per vincere la nostra fiducia e noi che cerchiamo di capire a chi o a cosa dare retta.

Ciò che rende in particolare la fede cristiana un combattimento è che essa riguarda soprattutto cose che non si possono vedere con gli occhi o toccare con le mani. Non voglio dire che la fede cristiana manchi di concretezza o praticità, ma solo che in fondo essa si basa sulla parola di Dio. Crediamo che sia così perché Dio ha detto che è così. In più, crediamo che sia così perché Gesù Cristo, la Parola di Dio in carne umana, ci ha fatto vedere in se stesso che è così. Tuttavia, resta vero che, come dice Paolo in 2 Corinzi 5:7, “camminiamo per fede e non per visione”, e di conseguenza anche il più forte e convinto credente avrà a volte dei dubbi al riguardo. Dopo un po’ che i nostri amici, conoscenti, colleghi di lavoro, vicini di casa, o anche familiari ci dicono che dobbiamo essere mezzo pazzi per credere in Gesù, cominciamo anche noi a chiederci se è così. Ecco qui l’importanza del libro dell’Apocalisse.

“Apocalisse”, che letteralmente vuol dire “svelare”, è stato scritto dall’apostolo Giovanni alle chiese che erano, a continuano a essere, tentati a credere che il mondo sia così come ci appare: che i primi siano i primi e gli ultimi siano gli ultimi, che i grandi non servano gli altri ma si facciano servire dagli altri, che i vincitori siano i forti, i belli, i ricchi e i bravi, e spesso che il male sia pù potente del bene. Lo scopo di Apocalisse è di smascherare queste percezioni ed esporre i loro inganni, di togliere il velo che ci nasconde il vero potere dell’universo e farci vedere che, come afferma 1 Giovanni 5:4: “questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede”. Per quanto sembra strano e misterioso, il libro dell’Apocalisse è un’arma indispensabile nel buon combattimento della fede del credente.

Nei capitoli 4 e 5 di Apocalisse, Giovanni riesce a sbirciare “dietro le quinte”, e vede il trono celeste di Dio attorno al quale le creature viventi e gli angeli cantano incessantemente le lodi dell’Altissimo. Nella visione che Giovanni riferisce vediamo che sul trono più alto del cosmo non c’è né uomo né nessun’altra creatura ma Dio Creatore del cielo e della terra. Egli è il sovrano assoluto e indiscusso, e tiene nella sua mano un libro sigillato da sette sigilli. Questo è il libro che rappresenta il suo piano per il compimento della storia dell’universo. I suoi decreti che sono scritti dentro sono “fedeli e veritieri”, e nessuno è in grado di contrastarli o frustrarne l’adempimento.

Poi, Giovanni vede nella visione che nessuno è degno e capace di aprire il libro e rivelarne il contenuto se non uno solo: il Signore Gesù Cristo, raffigurato come il Leone vincitore e l’Agnello immolato per togliere il peccato del mondo. Gesù e Gesù solo ha sconfitto i potere del male e della morte, ed è a lui Dio ha dato il nome al di sopra di ogni altro nome, e il potere al di sopra di ogni altro potere. Apocalisse ci fa vedere che Gesù è il Signore di tutto e di tutti; non solo in un senso spirituale divorziato dalle realtà fisiche, politiche, scientifiche, storiche, e culturali del mondo; non solo un signore tra tanti altri. Lui è il Signore di tutto ciò. Ed è dunque solo lui che è degno e in grado di prendere in mano il libro del destino del mondo e aprirne i sigilli, dando così il via agli avvenimenti che alla fine porteranno alla vittoria finale di Dio e della venuta del suo regno in ogni angolo del mondo. Il capitolo 6 di Apocalisse rivela il contenuto del libro e narra questi avvenimenti man mano che Gesù — sempre designato “l’Agnello” — apre i sigilli del libro uno alla volta. Tutto questo mira a fortificare la nostra fede, a rendere più ferma la nostra risolutezza di essere fedeli a Cristo, e ad avere coraggio e franchezza nel testimoniarlo agli altri. Consideriamo adesso il contenuto dei sigilli.

2) I Primi Quattro Sigilli: I Quattro Cavalli (6:1-8)

A) 1° sigillo: il cavallo bianco (vv.1-2)

6:1 Poi vidi quando l’Agnello aprì uno dei sette sigilli e udii una delle quattro creature viventi, che diceva con voce come di tuono: «Vieni». Guardai e vidi un cavallo bianco. Colui che lo cavalcava aveva un arco; e gli fu data una corona, ed egli venne fuori da vincitore, e per vincere.

Quando l’Agnello apre il primo sigillo, Giovanni vede venir fuori un cavallo bianco, e il cavaliere che ha un arco. Questo è il primo dei famosi “quattro cavalli dell’Apocalisse” che molti conoscono anche tra quelli che non hanno mai letto la Bibbia. Le immagini di questi cavalli e dei loro cavalieri sono ovviamente simboliche, come il linguaggio in tutto il libro di Apocalisse. Come Gesù non è letteralmente un agnello, così non c’è letteralmente un cavallo bianco col cavaliere che ha un arco. Il significato è da ricercare in ciò che questi cavalli e gli altri simboli rappresentano. Qui il colore del cavallo è importante: bianco, lo stesso colore che indossa Gesù e lo stesso colore del cavallo sul quale egli tornerà nel capitolo 19 per stabilire il suo regno sulla terra. Ma è chiaro che non è Gesù a calvacare questo cavallo, perché è Gesù ad aprire il sigillo che gli permette di venir fuori!

No, questo cavaliere è un impostore, una pallida imitazione di Cristo che viene fuori “da vincitore, e per vincere”. Altrove questo è chiamato “l’anticristo” o “lo spirito dell’anticristo” per tenta di usurpare il posto che spetta solo a Gesù. Nel capitolo 5, è Gesù solo che viene acclamato il vincitore, ma qui vediamo un altro che si arroga lo stesso titolo e diritto. Questo cavaliere rappresenta ogni cosa o ogni persona all’infuori di Cristo che pretende di essere “la via, la verità e la vita”. Può essere un politico o un partito politico; può essere una filosofia o ideologia, puo essere il denaro, può essere persino un prodotto sul mercato che promette di cambiare la nostra vita in bene se ci fidiamo dei produttori abbastanza da spendere i nostri soldi per comprarlo. In poche parole, il cavaliere bianco — l’anticristo — è un idolo, quello che chiede la fiducia e la lealtà che spettano solo a Cristo. E considerando quanto è diffusa l’idolatria nel mondo, non è difficile vedere quanto è efficace questo cavaliere nel “vincere” i cuori, le menti, e le anime delle persone.

B) 2° sigillo: il cavallo rosso (vv.3-4)

Quando l’Agnello aprì il secondo sigillo, udii la seconda creatura vivente che diceva: «Vieni». E venne fuori un altro cavallo, rosso; e a colui che lo cavalcava fu dato di togliere la pace dalla terra affinché gli uomini si uccidessero gli uni gli altri, e gli fu data una grande spada.

L’apertura del secondo sigillo fa venire fuori un cavallo rosso, il colore del sangue. Questo è infatti ciò che accade, perché il cavaliere rosso toglie la pace dalla terra e fomenta conflitti dai quali risultano tanti morti. Naturalmente i conflitti più gravi e sanguinosi sono le guerre, ma l’impatto di questo cavallo è ben più ampio. Anche liti tra vicini di casa possono sfociare in violenza. È difficile, se non impossibile, che passiamo una giornata senza imbatterci in qualche conflitto, o uno in cui siamo coinvolti o uno di cui siamo testimoni. La storia umana è una storia del conflitto, e così sarà fino alla fine. Finché l’uomo è ingannato dallo spirito dell’anticristo e va dietro a idoli, sarà disposto a fare qualsiasi cosa per ottenere quello che desidera, anche quando deve far male agli altri.

C) 3° sigillo: il cavallo nero (vv.5-6)

Quando l’Agnello aprì il terzo sigillo, udii la terza creatura vivente che diceva: «Vieni». Guardai e vidi un cavallo nero; e colui che lo cavalcava aveva una bilancia in mano. E udii come una voce in mezzo alle quattro creature viventi, che diceva: «Una misura di frumento per un denaro e tre misure d’orzo per un denaro, ma non danneggiare né l’olio né il vino».

Il terzo sigillo fa venire fuori un cavallo nero, il colore che rappresenta il male, la corruzione, l’ingiustizia e la sofferenza. Il cavaliere ha in mano una bilancia che dovrebbe simboleggiare la giustizia, ma in questo caso è l’opposto. Le misure usate per il frumento e l’orzo — alimenti di base — sono tante volte aumentate rispetto a quelle giuste, mentre l’olio e il vino — alimenti di lusso — rimangono invariati. Questo indica un’ingiustizia economica in cui i poveri vengono sfruttati in modo che non possano comprare da mangiare mentre i ricchi continuano a godersi i loro cibi succulenti.

D) 4° sigillo: il cavallo giallastro (vv.7-8)

Quando l’Agnello aprì il quarto sigillo, udii la voce della quarta creatura vivente che diceva: «Vieni». Guardai e vidi un cavallo giallastro; e colui che lo cavalcava si chiamava Morte, e gli veniva dietro l’Ades. Fu dato loro potere sulla quarta parte della terra, per uccidere con la spada, con la fame, con la mortalità e con le belve della terra.

L’Agnello apre il quarto sigillo e fa uscire il quarto e ultimo cavallo di colore giallastro, il colore della malattia e del morire. Questo cavaliere si chiama appunto “Morte”, ed è seguito dall’Ades, il soggiorno dei morti. Egli rappresenta l’effetto cumulativo dei tre cavalli precedenti: laddove c’è la guerra si muore di spada; laddove c’è sfruttamento economico si muore di fame e di malattia. A questi flagelli viene aggiunta la morte dovuta alle “belve della terra”, che sicuramente sono gli animali ma forse anche esseri umani che si comportano come tali. Spesso nei salmi i malvagi sono paragonati alle belve proprio perché le loro azioni sono disumane e perché disumanizzano le loro vittime. Comunque sia, la conseguenza di questi quattro cavalli è che la quarta parte del mondo viene colpita e uccisa, una devastazione tremenda e inimmaginabile.

A questo punto ci conviene riflettere brevemente su quanto abbiamo visto fin qui. La prima cosa importante da notare è l’ottica nella quale questi primi quattro sigilli ci fanno vedere gli avvenimenti terribili nella storia e nei giorni nostri. Tutti — conflitti, guerre, ingiustizie, corruzione, povertà, fame, pesti, cattiveria umana — fanno parte del libro che Dio ha scritto riguardante il destino del mondo. I quattro cavalli e i loro cavalieri entrano nella storia solo quando l’Agnello apre i sigilli del libro. In più, notiamo l’uso della forma passiva dei verbi: al cavaliere bianco “fu data una corona” (v.2); al cavaliere rosso “fu dato di togliere la pace dalla terra” e “gli fu data una grande spada” (v.4); al cavaliere giallastro e all’Ades “fu dato loro potere sulla quarte parte della terra per uccidere” (v.8). Per quanto riguarda il cavallo nero, è una voce “in mezzo alle quattro creature viventi” (v.6) che conducono le lodi attorno al trono di Dio che annuncia la sofferenza che seguirà. Il significato di questo è chiaro: i cavalieri possono affliggere il mondo solo nella misura in cui l’Agnello di Dio gli permette di farlo. Tutto quello che sembra il male sfrenato e fuori controllo è in realtà soggetto alla sovranità del Signore Gesù Cristo.

La seconda cosa importante da notare è che questi cavalli rappresentano soltanto le conseguenze naturali e inevitabili della ribellione umana contro Dio. È vero che i cavalli escono solo quando l’Agnello apre i sigilli del libro, ma ciò non significa che l’Agnello sia l’autore dei mali che portano. Il cavaliere bianco vince quelli che scelgono di andare dietro a idoli anziché adorare Dio. Il cavaliere rosso toglie la pace e fomenta il conflitto a quelli che si sono fatti nemici di Dio. Il cavaliere nero porta l’ingiustizia in mezzo a quelli che trasgrediscono la legge di Dio e si sono resi ingiusti davanti a lui. Il cavaliere giallastro uccide quelli che si sono allontanati dal loro Creatore e l’unica fonte della loro vita. In effetti, i sigilli danno agli esseri umani ciò che essi stessi hanno scelto. Hanno preferito gli idoli a Dio, la ribellione all’ubbidienza, l’ingiustizia alla giustizia, la morte dell’autonomia alla vita della sottomissione. Quindi, nel far entrare i quattro cavalieri nel mondo, Dio è perfettamente giusto.

Il punto di tutto ciò è doppio. Per i credenti, il messaggio è di incoraggiamento e conforto. Non bisogna mai pensare che il male sia più forte del bene, che la luce rischi di essere ingoiata dalle tenebre. Per quanto terribili e tremende, le forze del male non possono fare altro che Dio gli permette di fare, e per quanto misterioso, il proposito di Dio farà cooperare ogni male “al bene di quelli che amano Dio e che sono chiamati secondo il suo disegno” (Romani 8:28). Per i non credenti, il messaggio è di ravvedimento e salvezza. Se gli esseri umani abbandoneranno gli idoli, se saranno riconciliati con Dio, se ubbidiranno alla sua volontà e se si rivolgeranno a lui con tutto il cuore, troveranno perdono e vita eterna. Alla fine, per quanto severo, il giudizio di Dio è la manifestazione della sua misericordia che rifiuta di permettere agli esseri umani di rifiutare il suo benevolo proposito nei loro confronti.

3) Il Quinto Sigillo: I Martiri (6:9-11)

Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di quelli che erano stati uccisi per la parola di Dio e per la testimonianza che avevano resa. 10 Essi gridarono a gran voce: «Fino a quando aspetterai, o Signore santo e veritiero, per fare giustizia e vendicare il nostro sangue su quelli che abitano sulla la terra?» 11 E a ciascuno di essi fu data una veste bianca e fu loro detto che si riposassero ancora un po’ di tempo, finché fosse completo il numero dei loro compagni di servizio e dei loro fratelli, che dovevano essere uccisi come loro.

Quando l’Agnello apre il quinto sigillo, Giovanni vede qualcosa di nuovo. Non è più la terra ma il cielo che si mette a fuoco, in particolare “l’altare” che si trova nel tempio celeste di Dio. Sotto l’altare Giovanni vede “le anime di quelli che erano stati uccisi per la parola di Dio e per la testimonianza che avevano resa” (v.9). Questi sono i martiri che sembrano essere stati sconfitti dal mondo ma in realtà, come leggiamo nel 12:11, “hanno vinto per mezzo del sangue dell’Agnello e per mezzo della parola della loro testimonianza; e non hanno amato la loro vita, tanto da esporla alla morte”. Come l’Agnello ha vinto per mezzo della croce, così anche i martiri che rimangono fedeli a lui fino alla morte. È da ricordare che l’accezione originaria del termine “martire” era semplicemente “testimone”, e in questo senso tutti i credenti sono martiri quando testimoniano Gesù con coraggio e costanza.

Ma nella visione di Giovanni vengono specificati i martiri uccisi per la loro testimonianza perché esemplificano nel modo più chiaro la fede che neanche la morte può abbattere. Giovanni sente inoltre le loro suppliche che Dio intervenga per mettere fine al male e alla violenza e ristabilire la pace e la giustizia nel mondo, vendicando così il loro sangue. Gli viene detto di risposarsi “ancora un po’ di tempo” perché non è ancora “completo il numero dei loro compagni di servizio” (v.11). Anche qui il messaggio è doppio. Prima, ci conforta sapere che ci sarà una fine alle nostre sofferenze, e che la cosa peggiore che il mondo possa fare è ucciderci, aprendoci la porta a entrare nella presenza del Signore e del riposo da tutte le nostre sofferenze. Ma questo ci avverte anche che dobbiamo essere sempre pronti alla sofferenza, e persino al martirio in questo mondo, perché il numero di quelli che “devono essere uccisi” non è ancora completo.

4) Il Sesto Sigillo: L’Ira dell’Agnello (6:12-17)

12 Poi vidi quando l’Agnello aprì il sesto sigillo; e si fece un gran terremoto. Il sole diventò nero come un sacco di crine e la luna diventò tutta come sangue; 13 le stelle del cielo caddero sulla terra come quando un fico scosso da un forte vento lascia cadere i suoi fichi immaturi. 14 Il cielo si ritirò come una pergamena che si arrotola, e ogni montagna e ogni isola furono rimosse dal loro luogo. 15 I re della terra, i grandi, i generali, i ricchi, i potenti e ogni schiavo e ogni uomo libero si nascosero nelle spelonche e tra le rocce dei monti. 16 E dicevano ai monti e alle rocce: «Cadeteci addosso, nascondeteci dalla presenza di colui che siede sul trono e dall’ira dell’Agnello; 17 perché è venuto il gran giorno della loro ira. Chi può resistere?»

Ma il tempo per trattenere il giudizio finale non si prolungherà per sempre, e Dio risponderà alle preghiere dei santi di “fare giustizia e vendicare il loro sangue su quelli che abitano sulla terra” (v.10). Il tempo trascorso tra l’apertura del quinto e del sesto sigilli non è specificato, ma quanto è certo che è scritto nel libro di Dio tanto è certo che verrà “il gran giorno dell’ira dell’Agnello”. L’apertura del sesto sigillo ci porta sulla soglia della venuta del regno di Dio, quando finalmente sarà fatta la volontà di Dio come in cielo così anche in terra. Ma perché questo avvenga, Dio deve spacciare via tutto quello che lo impedisca. Così il giudizio finale sarà totale e universale. Il sole diventerà “nero come un sacco di crine” e la luna “tutta come sangue” (v.12). Il cielo si ritirerà, e “ogni montagna e ogni isola” saranno “rimosse dal loro luogo” (vv.13-14). Anche queste immagini sono simboliche, indicando la grandezza dello sconvolgimento che il giudizio di Dio effettuerà, tanto da far sembrare che persino “le stelle del cielo” stiano cadendo “sulla terra come quando un fico scosso da un forte vento lascia cadere i suoi fichi immaturi” (v.13).

In quel giorno, nessuno potrà resistere, e nella sua visione Giovanni vede che tutti saranno colpiti, indipendentemente dal loro potere, dalle loro ricchezze, o dall’onore con cui il mondo li acclama. Nessuno tra “i re della terra, i grandi, i generali, i ricchi, i potenti e ogni schiavo e ogni uomo libero” scamperà. Se la pandemia COVID è stata un grande livellatore colpendo tutti senza discriminare o fare favoritismi, il giudizio di Dio lo sarà ancora di più. E tanto terrificante sarà “l’ira dell’Agnello” che gli uomini preferiranno essere schiacciati dai monti e dalle rocce. Proviamo a immaginare uno spavento così grande da umiliare i più arroganti, da impoverire i più ricchi e da abbattere i più forti. Così sarà il gran giorno dell’ira dell’Agnello, e anche se sembra tardare, il suo futuro arrivo è certo, essendo scritto nel libro nella mano dell’Agnello.

Ma anche questo è la manifestazione della misercordia e dell’amore di Dio. Non è a caso che si tratti dell’ira “dell’Agnello”, lo stesso Agnello che si è sacrificato per togliere il peccato. Il Giudice del mondo non è altro che il Salvatore del mondo. Colui che versa la sua ira sul mondo non è altro che colui che si è sostituito al posto del mondo sotto la stessa ira. L’ira dell’Agnello è dunque l’ira del suo amore, l’amore che rifiuta di essere rifiutato, l’amore che non resta indifferente di fronte a ciò che distrugge l’amato, l’amore che è consumante come un fuoco e feroce come un urugano. L’ira dell’Agnello è lo stesso amore che ha rivelato sulla croce che ora viene manifestato in modo irresistibile e inarrestabile nei confronti di ogni singolo essere umano. E il motivo per cui a Giovanni fu concesso di vedere in anticipo questo giorno e poi di scriverlo a noi è affinché ogni peccatore abbia l’opportunità di ravvedersi e prepararsi al suo arrivo, e affinché ogni credente si fortifichi nella propria fede e speranza, mantendo ferma la testimonianza di Gesù Cristo fino alla morte.

Ecco perché abbiamo tanto bisogno di meditare a lungo su Apocalisse, perché l’inizio del libro stesso pronuncia questa benedizione: “Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e serbano le cose che vi sono scritte, perché il tempo è vicino” (1:3). Non ci resta altro che fare esattamente questo. Che Dio ci conceda la grazia tramite la sua parola di perseverare fino alla fine, rimanendo fedeli a lui e costanti nella nostra testimonianza. Amen.

Luca 21:5-37: Levate il Capo Perché La Liberazione Si Avvicina

1) I Segni della Fine (21:5-24)

Mentre alcuni parlavano del tempio, di come fosse adorno di belle pietre e di doni votivi, egli disse: «Verranno giorni in cui di tutte queste cose che voi ammirate non sarà lasciata pietra su pietra che non sia diroccata». Essi gli domandarono: «Maestro, quando avverranno dunque queste cose? E quale sarà il segno che tutte queste cose stanno per compiersi?»

Egli disse: «Guardate di non farvi ingannare; perché molti verranno in nome mio, dicendo: “Sono io”; e: “Il tempo è vicino”. Non andate [dunque] dietro a loro. Quando sentirete parlare di guerre e di sommosse, non siate spaventati, perché bisogna che queste cose avvengano prima; ma la fine non verrà subito». 10 Allora disse loro: «Insorgerà nazione contro nazione e regno contro regno; 11 vi saranno grandi terremoti e, in vari luoghi, pestilenze e carestie; vi saranno fenomeni spaventosi e grandi segni dal cielo. 12 Ma prima di tutte queste cose, vi metteranno le mani addosso e vi perseguiteranno consegnandovi alle sinagoghe e mettendovi in prigione, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome. 13 Ma ciò vi darà occasione di rendere testimonianza. 14 Mettetevi dunque in cuore di non premeditare come rispondere a vostra difesa, 15 perché io vi darò una parola e una sapienza alle quali tutti i vostri avversari non potranno opporsi né contraddire. 16 Voi sarete traditi perfino da genitori, fratelli, parenti e amici; faranno morire parecchi di voi 17 e sarete odiati da tutti a causa del mio nome; 18 ma neppure un capello del vostro capo perirà. 19 Con la vostra costanza salverete le vostre vite.

20 «Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, allora sappiate che la sua devastazione è vicina. 21 Allora quelli che sono in Giudea fuggano sui monti, e quelli che sono in città se ne allontanino; e quelli che sono nella campagna non entrino nella città. 22 Perché quelli sono giorni di vendetta, affinché si adempia tutto quello che è stato scritto. 23 Guai alle donne che saranno incinte, e a quelle che allatteranno in quei giorni! Perché vi sarà grande calamità nel paese e ira su questo popolo. 24 Cadranno sotto il taglio della spada e saranno condotti prigionieri fra tutti i popoli; e Gerusalemme sarà calpestata dai popoli, finché i tempi delle nazioni siano compiuti.

25 Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle; sulla terra, angoscia delle nazioni, spaventate dal rimbombo del mare e delle onde. 26 Gli uomini verranno meno per la paurosa attesa di quello che starà per accadere al mondo, poiché le potenze dei cieli saranno scrollate. 27 Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nuvola con potenza e grande gloria.

A) Il contesto del discorso di Gesù (vv.5-7)

Il capitolo 21 del vangelo di Luca riporta uno dei discorsi più famosi di Gesù, quello che concerne “gli ultimi tempi”. Ci sono tante interpretazioni riguardanti i vari dettagli e simboli presenti nel discorso, ma non dovremmo per questo perdere di vista il messaggio principale che Gesù voleva trasmettere ai suoi discepoli che vale tanto per noi oggi quanto per loro. Il messaggio è questo (v.28): “Ma quando queste cose cominceranno ad avvenire, rialzatevi, levate il capo, perché la vostra liberazione si avvicina”. È un messaggio dunque di speranza e di incoraggiamento per tempi instabili e tribolati, proprio come quello che stiamo attraversando adesso. È un messaggio che ci permette di “non temere se la terra è sconvolta”, come ci esorta Salmo 46:2. È un messaggio che ci infonda la “costanza” fino alla salvezza delle nostre vite, come dichiara Gesù nel v. 19 di questo capitolo. Quindi, è importante che ne facciamo tesoro.

Innanzitutto però dobbiamo capire il contesto e l’occasione del discorso di Gesù. Notiamo come “alcuni parlavano del tempio, di come fosse adorno di belle pietre e di doni votivi”, e che Gesù risponde annunciando: “verranno giorni in cui di tutte queste cose che voi ammirate non sarà lasciata pietra su pietra che non sia diroccata”. Ricordiamoci che il tempio, oltre ad essere il luogo di culto centrale degli ebrei, era anche il loro simbolo nazionale più importante. Senza la monarchia davidica che era caduta durante l’invasione babilonese nel sesto secolo a.C., il tempio — ricostruito da Erode — fungeva da simbolo dell’esistenza e dell’identità del popolo ebraico. Il tempio, tramite il culto, i sacrifici e il sacerdozio, serviva per garantire la presenza di Dio in mezzo a loro e la loro sopravvivenza come popolo.

Anche se non facile, dobbiamo cercare di immaginarci quanto catastrofica sarebbe stata (e che poi fu davvero) la sua distruzione. Quando nell’anno 70 d.C. i romani compirono questa profezia di Gesù e distrussero il tempio, non passò tanto tempo prima che Israele cessasse di esistere come una sola nazione nel suo paese, una situazione che sarebbe durata fino al secolo scorso. In poche parole, la fine del tempio significava la fine d’Israele come nazione. Perciò, è comprensibile che i discepoli gli chiedano subito nel v.7: “Maestro, quando avverranno dunque queste cose? E quale sarà il segno che tutte queste cose stanno per compiersi?” Vogliono, devono sapere quando succederà tutto questo perché devono essere preparati. Sono queste le domande a cui Gesù risponde con il discorso che il resto del capitolo riferisce.

B) La devastazione di Gerusalemme (vv.20-24)

Mentre leggiamo il discorso è necessario tenere a mente questi fatti. Il riferimento principale di Gesù non è il lontano futuro ma ciò che accadrà a Gerusalemme durante le vite dei suoi discepoli, come afferma chiaramente nel v.32: “In verità vi dico che questa generazione non passerà prima che tutte queste cose siano avvenute.” Ancora più convincente è l’esortazione ai suoi discepoli nel vv.20-21: “Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, allora sappiate che la sua devastazione è vicina. Allora quelli che sono in Giudea fuggano sui monti, e quelli che sono in città se ne allontanino; e quelli che sono nella campagna non entrino nella città.” E ancora nei vv.23-24: Guai alle donne che saranno incinte, e a quelle che allatteranno in quei giorni! Perché vi sarà grande calamità nel paese e ira su questo popolo. Cadranno sotto il taglio della spada e saranno condotti prigionieri fra tutti i popoli; e Gerusalemme sarà calpestata dai popoli, finché i tempi delle nazioni siano compiuti.”

Dovrebbe essere evidente che queste dichiarazioni hanno a che fare con la città di Gerusalemme e il popolo ebraico del primo secolo e, come la storia conferma, furono adempiute nell’anno 70 d.C. Non dobbiamo dunque interpretare questo discorso di Gesù come se parlasse principalmente di tutti i tempi successivi fino ai giorni nostri.

C) La prospettiva profetica del discorso (vv.25-27)

Tutto ciò non significa, però, che il discorso di Gesù non sia attuale per noi oggi. Dobbiamo tenere a mente anche un altro fatto, quello della “prospettiva profetica” che troviamo spesso negli scritti profetici della Bibbia. Nella prospettiva profetica, eventi futuri vengono spesso condensati o sovrapposti in modo da renderli indistinguibili gli uni dagli altri. Oppure, una certa profezia può avere due o più riferimenti: uno nel futuro immediato e un altro nel futuro lontano. In questo caso, il primo adempimento della profezia funge da “anteprima” o “anticipazione” del secondo (o eventualmente di un terzo o di un quarto) adempimento.

Un esempio lampante è la promessa di Genesi 3:15 quando Dio, parlando al serpente nel giardino d’Eden, annuncia: “Io porrò inimicizia fra te e la donna, e fra la tua progenie e la progenie di lei; questa progenie ti schiaccerà il capo e tu le ferirai il calcagno». Questa promessa, come ben sappiamo, fu adempiuta da Gesù quando morì e poi risuscitò, trionfando sul peccato e sulla morte. Tempo fa, però, quando abbiamo studiato il primo capitolo di Luca, abbiamo scoperto che questa profezia ebbe un adempimento già prima in Giudici 5:24-27 dove una donna chiamata Iael viene lodata per aver letteralmente schiacciato la testa del nemico d’Israele, cioè di Sisera, condottiero dell’esercito del re che per tanti anni aveva oppresso il popolo. In Luca 1:42, Elisabetta va a trovare Maria e usa le parole di Giudici 5:24 per benedire la madre di Gesù. Il punto di tutto questo è che prima di essere pienamente adempiuta da Gesù, la promessa di Genesi 3:15 ebbe altri adempimenti preliminari — come nell’episodio di Iael in Giudici — che anticipavano il più grande adempimento ancora a venire.

Il discorso di Gesù in Luca 21 manifesta questo tipo di prospettiva profetica. Essa viene fuori in modo particolare nei vv.25-27 che parlano di “segni nel sole, nella luna e nelle stelle; sulla terra, angoscia delle nazioni, spaventate dal rimbombo del mare e delle onde. Gli uomini verranno meno per la paurosa attesa di quello che starà per accadere al mondo, poiché le potenze dei cieli saranno scrollate.” Notiamo qui che siamo passati da ciò che accadrà a Gerusalemme a ciò che accadrà “al mondo”, proprio prima del ritorno di Gesù “su una nuvola con potenza e grande gloria”. Queste osservazioni indicano che, mentre Gesù si riferiva principalmente agli eventi che avrebbero portato alla distruzione del tempio nel 70 d.C., nella prospettiva profetica fanno da “anteprima” di ciò che succederà in tutti i tempi fino al ritorno di Cristo.

2) La Vostra Liberazione Si Avvicina (21:28)

28 Ma quando queste cose cominceranno ad avvenire, rialzatevi, levate il capo, perché la vostra liberazione si avvicina».

È a questo punto nel capitolo che giungiamo al punto centrale del discorso di Gesù, l’esortazione che vale tanto per noi oggi quanto valeva per i suoi discepoli nel primo secolo. I discepoli di Gesù di tutti i tempi e in tutti i luoghi dovrebbero essere caratterizzati così: quando “queste cose” avvengono, noi ci rialziamo, leviamo il capo, perché la nostra liberazione si avvicina. Quali sono “queste cose” di cui Gesù parlava? Sono i “segni” profetizzati da Gesù nei vv.8-18, i segni che precedettero la distruzione di Gerusalemme in Israele nel primo secolo e gli stessi segni che, al livello mondiale, precederanno il ritorno di Gesù. Riassumendo, questi segni sono:

  • Ingannatori (v.8)
  • Guerre e sommosse, nazione contro nazione (vv.9-10)
  • Terremoti (v.11)
  • Pestilenze (v.11)
  • Carestie (v.11)
  • Fenomeni spaventosi (v.11)
  • Grandi segni dal cielo (v.11)
  • Persecuzione (vv.12, 16-17)

Questo è rimarchevole. A differenza di coloro che (secondo v.26) “verranno meno per la paurosa attesa di quello che starà per accadere al mondo”, i seguaci di Gesù devono rialzarsi e levare il capo. Mentre tutti gli altri vedono il mondo afflitto da guerre e disastri naturali, epidemie e ingiustizie, e a causa di tutto ciò perdono fiducia, si disperano e si arrabbiano con Dio, i discepoli di Gesù rafforzano la loro fiducia, aumentano la loro speranza e si riposano nella pace di Dio. Lungi dall’essere per loro un motivo di ansia e di angoscia, questi tremendi avvenimenti diventano per loro occasione di una fede più forte e di una speranza più certa. Come mai?

La risposta di Gesù ci dice tutto: “perché la vostra liberazione si avvicina”. Per il discepolo di Gesù, tutte queste brutte cose non sono altro che i segni della loro liberazione, proprio come per una donna incinta le doglie del parto sono i segni che presto nascerà la gioia di una nuova vita. E per l’attento lettore del vangelo di Luca, questa promessa è fondata nella realtà della morte e della risurrezione di Gesù stesso. Nel senso più grande, i segni predetti da Gesù si riferiscono alla tribolazione che lui doveva subire solo qualche giorno dopo. Notiamo come Luca nel capitolo 23 narra la morte di Gesù sulla croce:

44 Era circa l’ora sesta, e si fecero tenebre su tutto il paese fino all’ora nona; 45 il sole si oscurò e la cortina del tempio si squarciò nel mezzo. 46 E Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani rimetto lo spirito mio». Detto questo, spirò. 47 Il centurione, veduto ciò che era accaduto, glorificava Dio, dicendo: «Veramente quest’uomo era giusto». 48 E tutta la folla che assisteva a questo spettacolo, vedute le cose che erano accadute, se ne tornava battendosi il petto.

Qui c’è tutto: fenomeni spaventosi, grandi segni dal cielo, terremoti, lo squarciarsi della cortina davanti al luogo santissimo nel tempio, e della gente venuta meno per ciò che accadeva. Poi la morte di Gesù stesso, colui che in tanti modi differenti si era presentato come il nuovo e vero tempio. In realtà, dunque, tutto questo discorso riguarda Gesù stesso, come leggiamo in Giovanni 2:19-22:

19 Gesù rispose loro: «Distruggete questo tempio, e in tre giorni lo farò risorgere!» 20 Allora i Giudei dissero: «Quarantasei anni è durata la costruzione di questo tempio e tu lo faresti risorgere in tre giorni?» 21 Ma egli parlava del tempio del suo corpo. 22 Quando dunque fu risorto dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che egli aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola che Gesù aveva detta.

Fu Gesù che vide tutti questi terribili segni ma poi levò il capo e pregò: “Padre, nelle tue mani rimetto lo spirito mio”, perché sapeva che la sua liberazione era vicina, che il terzo giorno dopo Dio Padre lo avrebbe risuscitato da morte e l’avrebbe poi esaltato alla sua destra in cielo. È Gesù dunque che è la nostra speranza vivente, il motivo per cui anche noi possiamo vedere le afflizione e le difficoltà di questo mondo ma allo stesso tempo rialzarci e levare il capo mentre tutti gli altri si disperano. Noi saremo in grado di mantenere la fiducia e la speranza nella misura in cui, come dice Ebrei 12:2, fissiamo “lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta. Per la gioia che gli era posta dinanzi egli sopportò la croce, disprezzando l’infamia, e si è seduto alla destra del trono di Dio.”

Da questo impariamo che la “liberazione” di cui Gesù parla qui non significa “essere risparmati” dalle vicissitudini difficili e dolorose di questo mondo decaduto, ma è la promessa della salvezza e della vita eterna nel nuovo creato. Gesù è sempre il modello: si è seduto alla destra del trono di Dio solo dopo aver sopportato la croce. Leggiamo di nuovo le parole di Gesù nei vv. 16-18:

16 Voi sarete traditi perfino da genitori, fratelli, parenti e amici; faranno morire parecchi di voi 17 e sarete odiati da tutti a causa del mio nome; 18 ma neppure un capello del vostro capo perirà. 19 Con la vostra costanza salverete le vostre vite.

Non è interessante questo? Prima Gesù avverte i suoi discepoli che saranno traditi, odiati, ed alcuni messi a morte per causa sua, ma poi promette che “neppure un capello del vostro capo perirà”. Vale quest’ultima promessa anche se vieniamo ammazzati? Sì, perché la speranza di cui Gesù parla va oltre questa vita. 1 Corinzi 15:19:

Se abbiamo sperato in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miseri fra tutti gli uomini.

Qual è dunque questa speranza? La risurrezione alla vita eterna. Ancora 1 Corinzi 15 (vv.20-23):

20 Ma ora Cristo è stato risuscitato dai morti, primizia di quelli che sono morti. 21 Infatti, poiché per mezzo di un uomo è venuta la morte, così anche per mezzo di un uomo è venuta la risurrezione dei morti. 22 Poiché, come tutti muoiono in Adamo, così anche in Cristo saranno tutti vivificati; 23 ma ciascuno al suo turno: Cristo, la primizia; poi quelli che sono di Cristo, alla sua venuta

È questa speranza, fondata nella morte e nella risurrezione di Gesù, che ci permette di rialzarci e levare il capo anche in mezzo alle circostanze più angoscianti mentre tutto il mondo ci crolla addosso.

3) Badate a Voi Stessi (21:29-38)

29 Disse loro una parabola: «Guardate il fico e tutti gli alberi; 30 quando cominciano a germogliare, voi, guardando, riconoscete da voi stessi che l’estate è ormai vicina. 31 Così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino. 32 In verità vi dico che questa generazione non passerà prima che tutte queste cose siano avvenute. 33 Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.

34 Badate a voi stessi, perché i vostri cuori non siano intorpiditi da stravizio, da ubriachezza, dalle ansiose preoccupazioni di questa vita, e che quel giorno non vi venga addosso all’improvviso come un laccio; 35 perché verrà sopra tutti quelli che abitano su tutta la terra. 36 Vegliate dunque, pregando in ogni momento, affinché siate in grado di scampare a tutte queste cose che stanno per venire, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo». 37 Di giorno Gesù insegnava nel tempio; poi usciva e passava la notte sul monte detto degli Ulivi. 38 E tutto il popolo, la mattina presto, andava da lui nel tempio per ascoltarlo.

Non manteniamo questa speranza automaticamente. Non ci viene naturale fidarci di Dio contro ogni apparenza al contrario. Ecco perché Gesù conclude il suo discorso con tre esortazioni che, mettendole in pratiche, saremo (come dice nel v.36) “in grado di scampare a tutte queste cose che stanno per venire, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo”.

A) Sappiate (vv.29-33)

La prima cosa che Gesù ci esorta a fare è sapere: “sappiate”. Come si può sapere che l’estate è vicina quando gli alberi cominciano a germogliare, così quando vediamo “accadere queste cose”, dobbiamo sapere “che il regno di Dio è vicino”. Questo “sappiate” si riallaccia ai comandi precedenti di Gesù: “Non fatevi ingannare” (v.8) e “non siate spaventati” (v.9). Se non sappiamo interpretare i segni dei tempi, saremo facilmente spaventati da ciò che accade. Se non sappiamo che la morte deve sempre precedere la risurrezione, che la croce deve sempre precedere la corona, saremo travolti dalle difficoltà e dai dolori della vita. Se non sappiamo la verità, saremo facilmente ingannati dalla falsità. La speranza viene dalla conoscenza della verità, e la conoscenza della verità viene dalla parola di Gesù: “il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (v.33). La prima cosa che dobbiamo fare dunque è conoscere la parola di Dio. Essa dura in eterno anche quando tutto il resto crolla. Che grande dono è la parola di Dio che in tempi incerti e instabili, possiamo stare fermi su quella roccia che non cambia mai!

B) Vegliate (vv.34-36)

La seconda cosa da fare è vegliare: “vegliate dunque”. Sapere la verità della parola di Dio è solo l’inizio, perché non ci sarà di nessun aiuto se stiamo dormendo. Dobbiamo stare attenti, facendo attenzione “perché i nostri cuori non siano intorpiditi da stravizio, da ubriachezza, dalle ansiose preoccupazioni di questa vita, e che quel giorno non vi venga addosso all’improvviso come un laccio.” L’apostolo Paolo ribadisce quest’idea in 1 Tessalonicesi 5:1-8:

1 Quanto poi ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; perché voi stessi sapete molto bene che il giorno del Signore verrà come viene un ladro nella notte. Quando diranno: «Pace e sicurezza», allora una rovina improvvisa verrà loro addosso, come le doglie alla donna incinta; e non scamperanno. Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno abbia a sorprendervi come un ladro; perché voi tutti siete figli di luce e figli del giorno; noi non siamo della notte né delle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma vegliamo e siamo sobri; poiché quelli che dormono, dormono di notte, e quelli che si ubriacano, lo fanno di notte. Ma noi, che siamo del giorno, siamo sobri, avendo rivestito la corazza della fede e dell’amore e preso per elmo la speranza della salvezza.

C) Pregate in ogni momento (v.36-37)

Per Gesù, “vegliare” ha un significato ben preciso: “Vegliate dunque, pregando in ogni momento…”. Questa è la sua terza esortazione a noi. Senza pregare, conoscere la parola di Dio e vegliare attentamente non saranno sufficienti per mantenere ferma la speranza. Dobbiamo pregare, e pregare “in ogni momento”. Solo così saremo “in grado di scampare a tutte queste cose che stanno per venire, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo”, irreprensibili e senza vergogna. Ancora una volta Gesù è il nostro esempio perfetto. Luca ci dice nel v.37 che “di giorno Gesù insegnava nel tempio; poi usciva e passava la notte sul monte detto degli Ulivi.” Questo anticipa ciò che succederà nel capitolo seguente quando Gesù passerà tutta la notte prima della sua crocifissione in preghiera, ricordando ai suoi discepoli: “Pregate di non entrare in tentazione” (22:40). Persino Gesù dovette pregare “in ogni momento” per avere la forza e la fiducia di sopportare la croce. Quanto di più noi abbiamo bisogno di fare la stessa cosa! Ma sarà proprio lì, quando anche noi ci inginocchiamo per pregare in mezzo all’agonia e all’angoscia del giardino che troveremo in Gesù non solo un buon esempio, ma anche nostro fratello e pronto sostegno. Concludiamo con le familiari ma bellissime parole di Ebrei 4:14-16 che non mi stanco mai di ripetere:

14 Avendo dunque un grande sommo sacerdote che è passato attraverso i cieli, Gesù, il Figlio di Dio, stiamo fermi nella fede che professiamo. 15 Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non possa simpatizzare con noi nelle nostre debolezze, poiché egli è stato tentato come noi in ogni cosa, senza commettere peccato. 16 Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovare grazia ed essere soccorsi al momento opportuno.

Amen!

Isaia 50:4–51:16: Nella Valle dell’Ombra

1) Introduzione

Nel libro Le Lettere di Berlicche, C.S. Lewis immagina la conversazione tra due demoni in cui uno di loro osserva:

La nostra causa non è mai in maggior pericolo di quando un essere umano, senza più desiderio ma ancora con l’intenzione di fare la volontà del nostro Nemico [Dio], si guarda intorno e scorge un universo del quale ogni traccia di Lui sembra essere svanita, e si chiede perché è stato abbandonato, e tuttavia continua a ubbidire (p.35).

Nel contesto in cui questa citazione si trova, i demoni parlano del fatto che Dio “[p]resto o tardi ritira, non di fatto, ma dalla loro esperienza consapevole, tutti i sostegni e gli incentivi. Lascia che la creatura stia in piedi sulle sue stesse gambe—a compiere puramente con la volontà diveri che hanno perduto ogni gusto. È durante tali periodi di elevazione, che la creatura diventa di quel genere che Egli desidera che sia” (p.35). Scrivendo questo Lewis sottolineò l’esperienza che prima o poi tutti i credenti devono attraversare, ciò che il Salmo 23 chiama “la valle dell’ombra della morte” (v.4). Questo è il momento quando ogni preghiera sembra tornare vuota, quando “ogni traccia di Lui sembra essere svanita”. Questa è la più dura prova della fede, ed è quella a cui dobbiamo tutti prepararci.

2) La Parola del Servo (50:4-11)

Il testo di oggi — tratto dal profeta Isaia — ci viene in aiuto. Nel capitolo 50 e partendo dal v.4, leggiamo il terzo dei quattro “cantici” del servo del Signore che prevedono la persona e l’opera di Gesù Cristo. Conosciamo bene l’ultimo di questi cantici — nel capitolo 53 — in cui si profetizza la morte espiatoria di Gesù, “trafitto a causa delle nostre trasgressioni” (53:5). Anche nel terzo cantico il profeta accenna alle sofferenze del Servo dicendo “Io ho presentato il mio dorso a chi mi percuoteva, e le mie guance a chi mi strappava la barba; io non ho nascosto il mio volto agli insulti e agli sputi” (50:6). Tutto il cantico in realtà riferisce le parole del Servo stesso che descrive la sua vocazione in questi termini:

50:4 Il Signore, Dio, mi ha dato una lingua pronta, perché io sappia aiutare con la parola chi è stanco. Egli risveglia, ogni mattina, risveglia il mio orecchio, perché io ascolti come ascoltano i discepoli. Il Signore, Dio, mi ha aperto l’orecchio e io non sono stato ribelle, non mi sono tirato indietro. Io ho presentato il mio dorso a chi mi percuoteva, e le mie guance a chi mi strappava la barba; io non ho nascosto il mio vòlto agli insulti e agli sputi.

Ma il Signore, Dio, mi ha soccorso; perciò non sono stato abbattuto; perciò ho reso la mia faccia dura come la pietra e so che non sarò deluso. Vicino è colui che mi giustifica; chi mi potrà accusare? Mettiamoci a confronto! Chi è il mio avversario? Mi venga vicino! Il Signore, Dio, mi verrà in aiuto; chi è colui che mi condannerà? Ecco, tutti costoro diventeranno logori come un vestito, la tignola li roderà. 10 Chi di voi teme il Signore e ascolta la voce del suo servo? Sebbene cammini nelle tenebre, privo di luce, confidi nel nome del Signore e si appoggi al suo Dio! 11 Ecco, voi tutti che accendete un fuoco, che siete armati di tizzoni, andatevene nelle fiamme del vostro fuoco e fra i tizzoni che avete accesi! Questo avrete dalla mia mano: voi vi coricherete nel dolore.

Per arrivare subito al punto, il Servo esorta “chi di voi teme il Signore e ascolta la voce del suo servo” a fare questo: “Sebbene cammini nelle tenebre, privo di luce, confidi nel nome del Signore e si appoggi al suo Dio!” (vv.9-10). Qui il Servo anticipa ciò che Lewis avrebbe scritto ne Le Lettere di Berlicche: la necessità di confidare nel Signore persino (e soprattutto!) quando camminiamo nelle tenebre, privi di luce. Se invece decidiamo di “accendere un fuoco” e “armarci di tizzoni” — cioè smettere di confidare nel Signore e di attendere con pazienza che lui compia a nostro favore le sue promesse — saremo noi stessi bruciati dalle “fiamme del nostro fuoco”. In altre parole — così il Servo ci avverte — se provate a prendere controllo della situazione pensando di essere stati abbandonati dal Signore e dunque di dover provvedere voi ai vostri bisogni, la vostra fine non sarà altro che dolore e disastro.

Siamo d’accordo, certo, ma il nostro interrogativo rimane sempre: come possiamo confidare nel Signore quando camminiamo nelle tenebre privi di luce? Il Servo ci dà la risposta nel v.4: “Il Signore, Dio, mi ha dato una lingua pronta, perché io sappia aiutare con la parola chi è stanco”. È la parola di Dio riferita dal Servo — o meglio la Parola di Dio che è il Servo stesso — che ci soccorre nel momento opportuno e che viene in aiuto alla nostra debolezza e alla nostra incredulità. Il Servo sa cosa vuol dire soffrire ed essere tentato. “Io ho presentato il mio dorso a chi mi percuoteva, e le mie guance a chi mi strappava la barba; io non ho nascosto il mio vòlto agli insulti e agli sputi” (v.6). Ciononostante, egli è rimasto sempre fedele al Signore: “Ma il Signore, Dio, mi ha soccorso; perciò non sono stato abbattuto; perciò ho reso la mia faccia dura come la pietra e so che non sarò deluso. Vicino è colui che mi giustifica; chi mi potrà accusare? Mettiamoci a confronto! Chi è il mio avversario? Mi venga vicino! Il Signore, Dio, mi verrà in aiuto; chi è colui che mi condannerà? Ecco, tutti costoro diventeranno logori come un vestito, la tignola li roderà.”

Qui il Servo testimonia la fiducia e l’ubbidienza che Gesù avrebbe dimostrato sulla croce. Tutti si erano messi contro di lui, ma lui ha reso la sua faccia dura come la pietra. Tutti l’hanno accusato, ma confidava in colui che lo giustificava. Tutti erano i suoi avversari, ma lui sapeva che Dio l’avrebbe liberato. Per usare la frase di Lewis, Gesù ha messo la causa del maligno in maggior pericolo (in realtà l’ha sconfitta!) quando sulla croce si è guardato intorno e ha scorso un universale del quale ogni traccia di suo Padre sembrava essere svanita, ha chiesto perché è stato abbandonato, e tuttavia ha continuato a ubbidire.

Questo dunque la grande speranza che teniamo come ancora dell’anima: anche se la nostra fiducia può venir meno, quella di Gesù che egli ha mantenuto per noi e al nostro posto non è venuta meno. In Isaia, il Servo è principalmente una figura “vicaria”, colui che si sostituisce al posto nostro per fare ciò di cui siamo incapaci e che poi ci fa partecipare ai frutti della sua vittoria come se fossimo stati noi al suo posto. E quando Gesù dichiara sulla croce “È compiuto!”, vuol dire letteralmente questo: ha compiuto tutto ciò che è necessario alla nostra salvezza, compresa la fiducia di cui siamo incapaci. Finché facciamo come ci viene detto nel v.10 — “ascolta la voce del servo” — troveremo in lui tutto quello che serve per sostenere la nostra fede anche quando camminimo nelle tenebre, privi di luce.

3) La Roccia Da Cui Foste Tagliati (51:1-3)

51:1 «Ascoltatemi, voi che perseguite la giustizia, che cercate il Signore! Considerate la roccia da cui foste tagliati, la buca della cava da cui foste cavati. Considerate Abraamo vostro padre e Sara che vi partorì; poiché io lo chiamai, quando egli era solo, lo benedissi e lo moltiplicai. Così il Signore sta per consolare Sion, consolerà tutte le sue rovine; renderà il suo deserto pari a un Eden, la sua solitudine pari a un giardino del Signore. Gioia ed esultanza si troveranno in mezzo a lei, inni di lode e melodia di canti.

Come se non fosse già sufficiente questo per incoraggiarci a perseverare nella fede, il brano prosegue nel capitolo 51 fornendoci altri incoraggiamenti. Queste parole sono rivolte a “voi che perseguite la giustizia, che cercate il Signore”, che sono le stesse persone che nel 50:10 temono il Signore e ascoltano la voce del suo Servo. Siamo invitati a “considerare la roccia da cui foste tagliati, la buca della cava da cui foste cavati” (v.1). Cosa significa? Leggiamo il secondo versetto: “Considerate Abraamo vostro padre e Sara che vi partorì; poiché io lo chiamai quando egli era solo, lo benedissi e lo moltiplicai”. Qui il Signore ricorda il miracolo che fece nascere la vita dal grembo sterile. Quando Dio ha chiamato Abramo per diventare il padre di moltitudini di popoli e fonte di benedizione, ha scelto la persona meno adatta. In Romani 4:19-21 Paolo lo narra in questo modo:

Senza venir meno nella fede, egli vide che il suo corpo era svigorito (aveva quasi cent’anni) e che Sara non era più in grado di essere madre; però, davanti alla promessa di Dio non vacillò per incredulità, ma fu fortificato nella fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto egli ha promesso, è anche in grado di compierlo.

Come fu in Genesi 1 (“Dio disse, ‘Sia luce’, e luce fu”) così anche nel caso di Abraamo e Sara: alla coppia incapace di fare figli Dio disse “Siano figli”, e figli furono! Dove c’era solo impossibilità Dio ha creato possibilità; dove c’era solo sterilità Dio ha creato fecondità; dove c’era solo morte Dio ha creato vita, facendo tutto tramite il potere e l’efficacia della sua parola.

Dunque, il Signore dice qui in Isaia, ricordatevi dei vostri genitori, Abraamo e Sara, che potevano far figli, eppure eccovi, figli di Abraamo e Sara! Non dimentichiamoci: noi che non siamo figli di Abraamo di nascita lo siamo per promessa che vale ancora di più:

Perciò l’eredità è per fede, affinché sia per grazia, in modo che la promessa sia sicura per tutta la discendenza: non soltanto per quella che è sotto la legge, ma anche per quella che discende dalla fede di Abraamo. Egli è padre di noi tutti (com’è scritto: «Io ti ho costituito padre di molte nazioni») davanti a colui nel quale credette, Dio, che fa rivivere i morti e chiama all’esistenza le cose che non sono. (Romani 4:16-17)

Se siamo in Cristo, siamo vera discendenza di Abraamo, figli del miracolo, ed eredi della promessa. Quindi, ci è concesso di applicare a noi queste parole di Isaia, perché siamo, in tutti i sensi, figli veri e propri di Abraamo e di Sara. Il significato di questo per noi è incalcolabile: lo stesso Dio che ha chiamato figli dal grembo fisicamente sterile di Sara è capace di chiamare fede dal nostro cuore che è spiritualmente sterile. Ciò che Paolo afferma circa Abraamo e la nascita di Isacco in Romani 4 vale anche in questo senso. Quando vediamo che il nostro cuore è svigorito e non siamo in grado di far nascere alla vita spirituale, davanti alla promessa di Dio non dobbiamo vacillare per incredulità ma essere fortificati nella fede e dare gloria a Dio, pienamenti convinti che quanto egli ha promesso, è anche in grado di compierlo! In Cristo abbiamo motivo per “sperare contro speranza”, perché il Dio di nostro padre Abraamo è il Dio “che fa rivivere i morti e chiama all’esistenza le cose che non sono”.

4) La Salvezza Sta Per Apparire (51:4-16)

I rimanenti versetti in questo brano costituiscono questa promessa sicura di Dio e questa parola del Servo Gesù che da sole sono efficaci per creare e perfezionare in noi la fede che rimane salda anche attraversando la valle dell’ombra della morte. Se vogliamo questa fede, dobbiamo solo ascoltare e riascoltare queste parole e accettarle con la semplice fiducia di un bambino. Per chiudere questo messaggio, non voglio fare altro che leggerle senza fare commenti conclusivi, proprio per lasciare che l’ultima parola che udite oggi è l’infallibile e l’invincibile parola di Dio.

Prestami attenzione, popolo mio! Porgimi orecchio, mia nazione! Poiché la legge procederà da me e io porrò il mio diritto come luce dei popoli. La mia giustizia è vicina, la mia salvezza sta per apparire, le mie braccia giudicheranno i popoli; le isole spereranno in me, confideranno nel mio braccio. Alzate i vostri occhi al cielo e abbassateli sulla terra! I cieli infatti si dilegueranno come fumo, la terra invecchierà come un vestito; anche i suoi abitanti moriranno; ma la mia salvezza durerà in eterno, la mia giustizia non verrà mai meno. Ascoltatemi, voi che conoscete la giustizia, popolo che hai nel cuore la mia legge! Non temete gli insulti degli uomini, né siate sgomenti per i loro oltraggi. Infatti la tignola li divorerà come un vestito, la tarma li roderà come la lana; ma la mia giustizia rimarrà in eterno, la mia salvezza per ogni epoca».

Risvègliati, risvègliati, rivèstiti di forza, braccio del Signore! Risvègliati come nei giorni di una volta, come nelle antiche età! Non sei tu che facesti a pezzi Raab, che trafiggesti il dragone? 10 Non sei tu che prosciugasti il mare, le acque del grande abisso, che facesti delle profondità del mare una via per il passaggio dei redenti? 11 I riscattati del Signore torneranno, verranno con canti di gioia a Sion; letizia eterna coronerà il loro capo, otterranno felicità e gioia; il dolore e il gemito fuggiranno.

12 «Io, io sono colui che vi consola; chi sei tu che temi l’uomo che deve morire, il figlio dell’uomo che passerà come l’erba? 13 Hai dimenticato il Signore che ti ha fatto, che ha disteso i cieli e fondato la terra? Tu tremi continuamente, tutto il giorno, davanti al furore dell’oppressore, quando si prepara a distruggere. Ma dov’è il furore dell’oppressore? 14 Colui che è curvo nei ceppi sarà presto liberato: non morirà nella fossa, non gli mancherà il pane. 15 Io infatti sono il Signore, il tuo Dio; io sollevo il mare e ne faccio muggire le onde. Il mio nome è il Signore degli eserciti. 16 Io ho messo le mie parole nella tua bocca e ti ho coperto con l’ombra della mia mano per spiegare nuovi cieli e fondare una nuova terra, per dire a Sion: “Tu sei il mio popolo”».

Amen!

La Storia della Chiesa in un Anno: Finché Egli Venga (52/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: Finché Egli Venga (52/52)

La conclusione della storia della chiesa rimane ancora incompiuta. Cominciando a Pentecoste, essa andrà sempre avanti fino al giorno dell’apparizione di Gesù Cristo nella sua gloria. Infatti, duemila anni sono passati d’allora fino ad adesso, e di questa storia abbiamo visto solo qualche spaccato. Analoga al paradosso che in Cristo siamo simultaneamente peccatori e santi, la storia della chiesa è piena di alti e bassi, di fede e infedeltà, di verità ed eresia, di coraggio e codardia. E ciò continuerà a essere “finché egli venga” (1 Corinzi 11:26). Però, lungi dall’impedire il compimento del proposito di Dio, la nostra debolezza non fa altro che porre in rilievo il potere di Dio: “noi abbiamo questo tesoro in vasi di terra, affinché questa grande potenza sia attribuita a Dio e non a noi” (2 Corinzi 4:7).

Questo percorso attraverso due millenni di storia mira a farci conoscere quella “grande schiera di testimoni” che ci circonda, che ora tifa per noi mentre “corriamo con perseveranza la gara che ci è proposta, fissando lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta” (Ebrei 12:1-2). Infatti, tocca adesso a noi portare avanti la missione del vangelo in mezzo alla nostra generazione storta e perversa, nella quale risplendete come astri nel mondo, tenendo alta la parola di vita” (Filippesi 2:15-16).

Questa è la nostra storia, e ne siamo i protagonisti. Probabilmente nessuno scriverà la nostra biografia o menzionarci nei libri di storia. Faremo parte di quella moltitudine, “proveniente da tutte le nazioni, tribù, popoli e lingue” (Apocalisse 7:9), i cui nomi verranno dimenticati dal mondo ma resteranno sempre “scritti nel libro della vita dell’Agnello” (Apocalisse 21:27). Gesù non ci chiede di diventare famosi ma di rimanere fedeli, rinunciando “all’empietà e alle passioni mondane, per vivere in questo mondo moderatamente, giustamente e in modo santo, aspettando la beata speranza e l’apparizione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore, Cristo Gesù” (Tito 2:12-13). 

La gara che ci è proposta sarà ardua e dolorosa, ma mentre corriamo con perseveranza, il Signore ci ha dato una benedizione di valore inestimabile: essere membri del suo corpo, ossia la sua chiesa che sta edificando e contro la quale le porte dell’Ades non vinceranno mai (Matteo 16:18). Insieme a questa comunità di fratelli e sorelle, troviamo tutto ciò di cui abbiamo bisogno per vincere, ricordandoci dell’insegnamento del Signore Gesù che

…nella notte in cui fu tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me». Nello stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne berrete, in memoria di me. Poiché ogni volta che mangiate questo pane e bevete da questo calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga». (1 Corinzi 11:23-26)

Amen! Vieni Signore Gesù!

Apocalisse 21:1-22:7: Il Meglio Deve Ancora Venire

1) Le Nozze dell’Agnello (21:1-4)

Poi vidi un nuovo cielo e una nuova terra, poiché il primo cielo e la prima terra erano scomparsi, e il mare non c’era più. E vidi la santa città, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo da presso Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii una gran voce dal trono, che diceva: «Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro, essi saranno suoi popoli e Dio stesso sarà con loro {e sarà il loro Dio}. Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore, perché le cose di prima sono passate».

Recentemente ho parlato con una signora che esprimeva le sue preoccupazioni per come il mondo sembra star sempre peggiorando. Le ho risposto che io, dall’altro canto, non ho preoccupazioni particolari perché so la fine della storia e chi tiene tutto nelle sue mani. Ho aggiunto, inoltre, che questa certezza di un futuro migliore, di una bella e lieta fine di questa storia, si trova solo nelle promesse di Dio riportate nella Bibbia. Che grande tesoro abbiamo infatti in questo libro, di cui pochi si avvalgono! Gesù disse degli uomini in generale che “verranno meno per la paurosa attesa di quello che starà per accadere al mondo” ma ai suoi discepoli disse: “quando queste cose cominceranno ad avvenire, rialzatevi, levate il capo, perché la vostra liberazione si avvicina” (Luca 21:26, 28). Perché mentre tutti vengono meno per paura i discepoli di Gesù levano il capo? Perché sanno, grazie alla parola di Dio, che Dio li libererà da ogni male e li condurrà nel suo regno eterno.

A) La santà città (vv.1-2)

Gli ultimi due capitolo del libro di Apocalisse sono particolarmente chiari nel farci capire il futuro che Dio tiene in serbo per noi e dunque sono altrettanto adatti per fortificare la nostra fede e la nostra speranza in questi tempi difficili. La prima cosa che ci colpisce nella visione che Giovanni ci riferisce nei primi due versetti del capitolo 21 è di “un nuovo cielo e una nuova terra” dove “la santa città, la nuova Gerusalemme” scende dal cielo. Notiamo bene: il popolo di Dio che non sale in cielo mentre la terra viene scartata; esso eredita una nuova terra dove la santa città, la dimora di Dio, scende dal cielo per riempirla tutta. La speranza cristiana è terrestre, promette non lo scampo dal mondo ma la guarigione e il perfezionamento del mondo. Dio ama il mondo che ha creato in Genesi, e qui in Apocalisse scopriamo che Dio l’ama troppo da lasciarlo rovinare dal male.

Qui il nostro modello è Gesù stesso. In 1 Corinzi 15:23 Paolo chiama Cristo “la primizia” della risurrezione, come anche Adamo fu la primizia del mondo soggetto al male e alla morte. Come Gesù è passato attraverso la morte e poi, dopo averla vinta, è risuscitato in potere e gloria in un corpo eterno e incorruttibile, così anche tutti che credono in lui, e così anche tutto il creato che ora “geme ed è in travaglio” (Romani 8:22). Il momento descritto da Giovanni in questi versetti è proprio quello in cui al popolo di Dio e al creato intero è dato di partecipare pienamente alla risurrezione di Gesù.

B) Il tabernacolo di Dio (vv.3-4)

Come appena accennato, la principale benedizione di questa nuova terra è che essa diventa “il tabernacolo di Dio” dove la presenza di Dio — non invisibile ma palpabile — abita in mezzo al suo popolo. In questa nuova terra, non cammineremo più, come Paolo dice in 2 Corinzi 5:7, “per fede e non per visione”, perché lì vedremo Dio con i nostri occhi glorificati! Senza dubbio la benedizione della nuova terra consiste anche nel fatto che “ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore, perché le cose di prima sono passate”, ma tutto questo avverrà solo perché finalmente Dio “abiterà con loro, essi saranno suoi popoli e Dio stesso sarà con loro {e sarà il loro Dio}”. Non ci sarà più pianto perché Dio “asciugherà ogni lacrima dai loro occhi”. Senza la presenza di Dio, il “paradiso” sarebbe in realtà l’inferno. Tra tutte le benedizioni che Dio ci può dare, non ce n’è una più grande che la benedizione di se stesso.

2) Ogni Cosa Compiuta (21:5-8)

E colui che siede sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose». Poi [mi] disse: «Scrivi, perché queste parole sono fedeli e veritiere», e aggiunse: «Ogni cosa è compiuta. Io sono l’alfa e l’omega, il principio e la fine. A chi ha sete io darò gratuitamente della fonte dell’acqua della vita. Chi vince erediterà queste cose, io gli sarò Dio ed egli mi sarà figlio. Ma per i codardi, gli increduli, gli abominevoli, gli omicidi, i fornicatori, gli stregoni, gli idolatri e tutti i bugiardi, la loro parte sarà nello stagno ardente di fuoco e di zolfo, che è la morte seconda».

Ora, molti sentono queste cose e ribattono: “Sono tante belle parole, ma sono troppo belle da essere vere”. Per questo motivo Giovanni riporta di aver udito la voce di Dio che parla dal suo trono affermando che “queste parole sono fedeli e veritiere”. In Cristo Dio fa “nuove tutte le cose”, e dal momento in cui sulla croce Gesù dichiarò “È compiuto!” non possiamo che ribadire sempre “Ogni cosa è compiuta!”.

Ne siamo certi perché colui che dice queste parole non può mentire, e perché egli è “l’alfa e l’omega, il principio e la fine”. Quando Dio fa una promessa riguardo al futuro, può farla come se fosse già adempiuta al passato, perché egli è sia il principio che la fine! E la sua promessa è stupenda: “io faccio nuove tutte le cose”. Non tante cose, nemmo la maggior parte delle cose, ma tutte le cose Dio fa nuove. In quel giorno nessuna lacrima sarà caduta invano, nessuna sofferenzà sarà stata inutile, nessuna buona opera fatta nel nome di Gesù sarà passata inosservata. In quel giorno nessun male esisterà più, nessun dolore ci affliggerà più, nessuno spavento ci farà temere più.

La tentazione che affrontiamo nel frattempo è quella di venir meno nella nostra fede in questa promessa. Ecco perché Dio ci esorta a perseverare fino alla fine: “Chi vince erediterà queste cose”. Ovviamente la nostra perseveranza non merita queste cose, perché Dio ci dà “gratuitamente della fonte dell’acqua della vita”. Ma se abbiamo assaggiato quest’acqua che ci dà la vita eterna e che solo Dio ci può dare, non abbiamo nessun motivo per cercare una altra fonte. Non dobbiamo essere dunque come quelli — “i codardi, gli increduli, gli abominevoli”, ecc. — che cercano l’acqua della vita nella fogna, quando abbiamo libero e gratuito accesso all’acqua davvero dissetante in Cristo!

3) La Fine Sarà Solo l’Inizio (21:9-22:7)

Poi venne uno dei sette angeli che avevano le sette coppe piene degli ultimi sette flagelli, e mi parlò, dicendo: «Vieni e ti mostrerò la sposa, la moglie dell’Agnello». 10 Egli mi trasportò in spirito su una grande e alta montagna, e mi mostrò la santa città, Gerusalemme, che scendeva dal cielo da presso Dio, 11 con la gloria di Dio. Il suo splendore era simile a quello di una pietra preziosissima, come una pietra di diaspro cristallino. 12 Aveva delle mura grandi e alte; aveva dodici porte e alle porte dodici angeli. Sulle porte erano scritti dei nomi, che sono quelli delle dodici tribù dei figli d’Israele. 13 Tre porte erano a oriente, tre a settentrione, tre a mezzogiorno e tre a occidente. 14 Le mura della città avevano dodici fondamenti, e su quelli stavano i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello.

15 E colui che mi parlava aveva come misura una canna d’oro, per misurare la città, le sue porte e le sue mura. 16 E la città era quadrata, e la sua lunghezza era uguale alla larghezza; egli misurò la città con la canna, ed era dodicimila stadi; la lunghezza, la larghezza e l’altezza erano uguali. 17 Ne misurò anche le mura ed erano di centoquarantaquattro cubiti, a misura d’uomo, adoperata dall’angelo.

18 Le mura erano costruite con diaspro e la città era d’oro puro, simile a terso cristallo. 19 I fondamenti delle mura della città erano adorni d’ogni specie di pietre preziose. Il primo fondamento era di diaspro; il secondo, di zaffiro; il terzo, di calcedonio; il quarto, di smeraldo; 20 il quinto, di sardonico; il sesto, di sardio; il settimo, di crisòlito; l’ottavo, di berillo; il nono, di topazio; il decimo, di crisopazio; l’undicesimo, di giacinto; il dodicesimo, di ametista. 21 Le dodici porte erano dodici perle e ciascuna era fatta da una perla sola. La piazza della città era d’oro puro, simile a cristallo trasparente.

22 Nella città non vidi alcun tempio, perché il Signore, Dio onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio. 23 La città non ha bisogno di sole, né di luna che la illuminino, perché la gloria di Dio la illumina, e l’Agnello è la sua lampada. 24 Le nazioni cammineranno alla sua luce e i re della terra vi porteranno la loro gloria. 25 Di giorno le sue porte non saranno mai chiuse (la notte non vi sarà più); 26 e in lei si porterà la gloria e l’onore delle nazioni. 27 E nulla di impuro, né chi commetta abominazioni o falsità, vi entrerà; ma soltanto quelli che sono scritti nel libro della vita dell’Agnello.

22:1 Poi mi mostrò il fiume dell’acqua della vita, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. In mezzo alla piazza della città e sulle due rive del fiume stava l’albero della vita. Esso dà dodici raccolti all’anno, porta il suo frutto ogni mese e le foglie dell’albero sono per la guarigione delle nazioni. Non ci sarà più nulla di maledetto. Nella città vi sarà il trono di Dio e dell’Agnello; i suoi servi lo serviranno, vedranno la sua faccia e porteranno il suo nome scritto sulla fronte. Non ci sarà più notte; non avranno bisogno di luce di lampada, né di luce del sole, perché il Signore Dio li illuminerà e regneranno nei secoli dei secoli.

Poi mi disse: «Queste parole sono fedeli e veritiere; e il Signore, il Dio degli spiriti dei profeti, ha mandato il suo angelo per mostrare ai suoi servi ciò che deve accadere tra poco». «Ecco, io vengo presto. Beato chi custodisce le parole della profezia di questo libro».

Ci risulta difficile, però, immaginare come sarà questa nuova creazione. È comprensibile, perché siamo talmente condizionati dalle nostre esperienze in questo mondo decaduto che non siamo neanche in grado di immaginarla. Paolo infatti, citando l’Antico Testamento, afferma in 1 Corinzi 2:9:

Le cose che occhio non vide, e che orecchio non udì, e che mai salirono nel cuore dell’uomo sono quelle che Dio ha preparate per coloro che lo amano.

Abbiamo un assaggio di queste cose grazie al dono dello Spirito Santo e la nostra comunione con Cristo per mezzo di lui, ma finché persiste il male non possiamo avere la più minima idea della gloria che Dio ha preparato per noi. Nonostante ciò, questi due ultimi capitoli di Apocalisse servono per stuzzicare la nostra immaginazione.

1) Il giardino ripristinato

Il primo modo in cui ci stuzzicano l’immaginazione è nel farci vedere come la bellezza del giardino d’Eden viene ripristinata nella nuova terra. Ricordiamoci di come Genesi 2:8-12 descrive il giardino:

Dio il Signore piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi pose l’uomo che aveva formato. Dio il Signore fece spuntare dal suolo ogni sorta di alberi piacevoli a vedersi e buoni per nutrirsi, tra i quali l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male. Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, e di là si divideva in quattro bracci. Il nome del primo è Pison, ed è quello che circonda tutto il paese di Avila, dove c’è l’oro; e l’oro di quel paese è puro; qui si trovano pure il bdellio e l’ònice.

Risultano familiari alcuni dettagli? Giovanni dice che la nuova Gerusalemme “era d’oro puro” e che “i fondamenti delle mura della città erano adorni d’ogni specie di pietre preziose” (21:18-19), come nel paese di Avila che in Genesi 2 è irrigato dal fiume proveniente da Eden. A proposito del fiume, Giovanni vede nella nuova Gerusalemme “il fiume dell’acqua della vita, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello” in mezzo alla santa città (22:1). In più, Giovanni vede “in mezzo alla piazza della città e sulle due rive del fiume stava l’albero della vita” (22:2). Ricordiamo come dopo il peccato di Adamo e di Eva in Genesi 3:24, Dio chiuse e bloccò “la via dell’albero della vita” per impedirgli di mangiarne. Nella nuova Gerusalemme, invece, quella via è riaperta è il suo frutto serve “per la guarigione delle nazioni” (22:2)

Il significato della visione è “limpido come cristallo”: nella nuova terra si ripristinerà la bellezza, la gloria e la vita del giardino d’Eden prima del peccato. Finalmente riusciremo a goderci il disegno di Dio originario per il suo creato!

2) Il primo superato

Il messaggio di questi capitoli, però, è ben più grande di quanto detto finora. Nella sua visione della nuova creazione, Giovanni non vede tanto un ritorno allo stato puro dell’Eden quanto qualcosa che lo supera di gran lunga. In poche parole, il meglio deve ancora venire.

Consideriamo, per esempio, il fatto che la nuova terra appaia come una città, non come un giardino. Secondo Genesi 2, il giardino d’Eden era ancora da coltivare e sviluppare. Qui invece appare la santa città, già costruita e “pronta come una sposa per il suo sposo”. Quindi, il nuovo creato non sarà un semplice “ricominciare da capo”. Qui la città è molto più avanti rispetto al giardino, e questo indica come il nuovo creato sorpasserà di molto il primo.

Consideriamo anche l’osservazione di Giovanni che nella nuova Gerusalemme “non ci sarà più notte … né di luce del sole, perché il Signore Dio li illuminerà e regneranno nei secoli dei secoli”. Per uno come me che patisce molto il sole, quest’idea è particolarmente bella! A parte gli scherzi, il significato di questo è importante. In Genesi 1, Dio creò la luce e il sole per contrastare le tenebre e la notte, simboli di tutto ciò che si oppone a Dio. Notiamo anche come Giovanni afferma che “nulla d’impuro” e “nulla di maledetta” entrerà nella santa città (21:27; 22:3), eliminando così la possibilità che un serpente come quello di Genesi 3 ci si insinui di nuovo per rovinarla. No, dal momento in cui la nuova Gerusalemme scende dal cielo da presso Dio, non ci sarà più neanche il rischio che succeda un’altra caduta, non ci sarà più lo spettro dell’ombra della morte, non ci sarà più la più minima minaccia della maledizione. Anche in questo il nuovo creato supererà il primo in quanto nel primo esistevano le tenebre e la notte e la vulnerabilità al male.

Se la nuova terra fosse solo un ritorno all’Eden prima del peccato, tutta la storia — con tutti i suoi dolori e tutte le sue sofferenze — sarebbe ricordata come una grande sfortuna, un terribile spreco, un imprevisto da dimenticare. Ma Giovanni ci dà una visione davvero incoraggiante perché, nel farci vedere come il nuovo creato sarà mille volte più bello dell’Eden, ci fa anche capire che la sua bellezza sarà misteriosamente dovuta a quella storia il cui centro è Gesù Cristo, Emanuele, Dio con noi. Forse la spiegazione più chiara di questo concetto è quella di Paolo in 2 Corinzi 4:16-17:

Perciò non ci scoraggiamo; ma, anche se il nostro uomo esteriore si va disfacendo, il nostro uomo interiore si rinnova di giorno in giorno. Perché la nostra momentanea, leggera afflizione ci produce un sempre più grande, smisurato peso eterno di gloria.

Amen!

Apocalisse 15-20: Il Giusto Giudizio di Dio

Lo scopo di questo sermone è di aiutarci a capire la panoramica degli ultimi capitoli di Apocalisse. È facile in questo libro perdersi nei tanti dettagli, simboli e minuzie e trascurare il messaggio principale che Giovanni, e per mezzo di lui Gesù, vogliono trasmetterci. Perciò, non ci soffermeremo molto sui vari capitoli, ma cercheremo invece di coglierne il significato principale al quale tutti i particolari mirano.

1) Si Compie l’Ira di Dio (Apocalisse 15)

Il primo versetto del capitolo 15 annuncia il momento culminante del libro quando, con i sette flagelli contenuti nelle sette coppe tenute da sette angeli, “si compie l’ira di Dio”. Apocalisse ha già descritto altri giudizi divini che sono piombati sulla terra con l’apertura dei sette sigilli e il suono delle sette trombe. Ma ora, con le sette coppe che verranno versate sul mondo, tutto giunge a compimento. Bisogna ricordare che queste immagini — i sigilli, le trombe, e le coppe — sono simboliche ma si riferiscono a giudizi tremendamente veri e reali. Se il modo di descriverli è simbolico, non lo sono i terribili flagelli di cui Apocalisse ci avverte.

Il resto del capitolo 15 serve per darci la corretta prospettiva su quanto sta per accadere con il versamento delle sette coppe. Onde evitare incomprensioni circa la giustizia di questi flagelli (data la loro severità), Giovanni riferisce due visioni che ne rivelano la vera natura. Nei vv. 2-4, Giovanni vede la moltitudine di tutti i santi che lodano Dio proprio per i suoi giudizi. Notiamo bene il linguaggio:

Grandi e meravigliose sono le tue opere … giuste e veritiere sono le tue vie … tutte le nazioni verranno e adoreranno davanti a te, perché i tuoi giudizi sono stati manifestati”

Il messaggio è chiaro: per quanto sembrano terribili, tutti i giudizi di Dio (come tutte le sue opere e vie) sono grandi, meravigliosi, giusti, e veritieri, ed è a causa di essi che le nazioni verranno per adorare davanti a lui. Non siamo in grado di giudicare la giustizia dei giudizi di Dio; anzi, Giovanni ci invita a unirci a questo grande coro dei santi e lodare anche noi il Signore per quanto sta per compiere.

La secondo visione che Giovanni riferisce nei vv. 5-8 è l’apertura del tempio in cielo nel momento in cui i sette angeli ne vengono fuori per versare le “sette coppe d’oro piene dell’ira di Dio” (v.7). Il significato di questo è altrettanto chiaro: il fatto che i sette giudizi finali provengano dal tempio indica che essi sono santi, come anche il Dio che li compie è santo. Dobbiamo pensarli dunque come Dio ci dice di pensarli e non come li vogliamo pensare noi.

2) Giusti Sono I Suoi Giudizi (Apocalisse 16)

Questi due punti — che i giudizi sono giusti e santi e che mirano a portare l’umanità al ravvedimento — sono avvalorati nel capitolo 16 che narra il versamento delle sette coppe dell’ira di Dio. I sette flagelli inflitti dalle sette coppe sono tremendi e spaventosi sia nella loro severità sia nella loro portata: ulcere maligne e dolorose, i mari, i fiumi e le sorgenti d’acqua divenuti sangue, il sole che brucia, dolori talmente forti che “gli uomini si mordevano la lingua”, spiriti malvagi che tormentano gli esseri umani. Tutta la terra subisce il giudizio di Dio; nessuno li scampa se non i santi sigillati e protetti da Dio stesso.

Importante notare ciò che viene proclamato nei vv.4-7 dopo la terza coppa:

Poi il terzo [angelo] versò la sua coppa nei fiumi e nelle sorgenti delle acque; e diventarono sangue. Udii l’angelo delle acque che diceva: «Sei giusto, tu che sei e che eri, tu, il Santo, per aver così giudicato. Essi infatti hanno versato il sangue dei santi e dei profeti, e tu hai dato loro sangue da bere; è quello che meritano». E udii l’altare che diceva: «Sì, o Signore, Dio onnipotente, veritieri e giusti sono i tuoi giudizi».

Sono veritieri e giusti i giudizi di Dio perché gli abitanti della terra, tutti che non sono sigillati da e appartengono a Dio, “hanno versato il sangue dei santo e dei profeti”. È giusto dunque che Dio abbia “dato loro sangue da bere; è quello che meritano”. Questi giudizi risultano giusti anche dalla reazione degli esseri umani; ripetutamente il testo dice che

“…bestemmiarono il nome di Dio che ha il potere su questi flagelli, e non si ravvidero per dargli gloria” (v.9)

“…bestemmiarono il Dio del cielo a causa dei loro dolori e delle loro ulcere, ma non si ravvidero dalle loro opere” (v.11)

“…gli uomini bestemmiarono Dio a causa della grandine, perché era un terribile flagello” (v.21)

Ogni giudizio dà agli esseri umani l’opportunità e lo stimolo per ravvedersi ed essere salvati, ma nonostante ciò continuano a fare le loro opere malvagie e non solo: bestemmiano il Dio che ancora gli concede il tempo necessario per ravvedersi. È più che chiaro, dunque, che questi giudizi, per quanto severi, sono giusti e rivelano il desiderio di Dio che tutti “siano salvati e vengano alla conoscenza della verità” (1 Timoteo 2:4). Quanto è pertinente questa visione ai tempi nostri! Le difficoltà e le sofferenze attuali dovrebbero far sì che ci si ravveda e si torni al Signore, ma anziché ravvedersi la maggior parte delle persone si lamentano, bestemmiano, e incolpano Dio!

3) La Grande Prostituta (Apocalisse 17)

Nel capitolo 17, Giovanni riferisce la sua visione seguente che ci fa vedere da più vicino l’oggetto di questi giudizio che compiono l’ira di Dio. L’angelo presenta a Giovanni “la grande prostituta” che è “la madre … delle abominazioni della terra” (vv. 1, 5). Questa prostituta è identificata come la città di Babilonia (v. 5), ma poi questa città è descritta come la Roma conosciuta da Giovanni (v-9). Considerando l’altissimo livello di simbolismo in Apocalisse, è bene che non interpretiamo questa figura letteralmente, altrimenti troveremo incoerenze tra le varie immagini.

Sembra complicato, ma in realtà non lo è se ci ricordiamo del ruolo di Babilonia e di Roma nella storia biblica. Relativo al popolo di Dio, la Babilonia ne fu il più grande avversario nell’Antico Testamento, e così lo fu anche Roma nel Nuovo. Il punto saliente, quindi, è che la prostituta — mescolando aspetti di entrambi questi poteri mondiali — rappresenta non solo gli individui che vengono giudicati nel capitolo 16, ma anche i governi, i regni e i sistemi del mondo, perché si oppongono a Dio e a colui che ha dichiarato il Signore, Gesù Cristo. Il Salmo 2:1-3 ben descrive questa situazione:

Perché questo tumulto fra le nazioni, e perché meditano i popoli cose vane? I re della terra si danno convegno e i prìncipi congiurano insieme contro il Signore e contro il suo Unto, dicendo: «Spezziamo i loro legami e liberiamoci dalle loro catene».

Questi governi, regni e sistemi del mondo (a cui tutti gli esseri umani appartengono e contribuiscono) sono animati dai poteri malvagi spirituali e invisibili e sono raffigurati dalla prostituta a causa delle seduzioni e gli incantesimi con i quali essi guadagnano e mantengono la lealtà dei propri sudditi. Il diavolo e i suoi servitori non inducono in tentazione facendo conoscere le orribili conseguenze del peccato; essi attraggono invece con le false promesse di felicità e di soddisfazione per solo dopo intrappolarci nel dolore e nella morte.

4) Caduta È Babilonia (Apocalisse 18)

Un’altra tentazione a questo punto sarebbe di crederci esenti dalla condanna della prostituta. Sono poche le persone che ammetterebbero di essere colpevoli dei suoi peccati. Ma nessuno s’inganni: ognuno è coinvolto nelle abominazioni della prostituta e merita i giudizi qui descritti. Leggiamo con attenzione (vv.1-3, 21-24):

Dopo queste cose vidi scendere dal cielo un altro angelo che aveva una grande autorità, e la terra fu illuminata dal suo splendore. Egli gridò con voce potente: «È caduta, è caduta Babilonia la grande! È diventata ricettacolo di demòni, covo di ogni spirito immondo, rifugio di ogni uccello impuro e abominevole. Perché tutte le nazioni hanno bevuto del vino della sua prostituzione furente, e i re della terra hanno fornicato con lei, e i mercanti della terra si sono arricchiti con gli eccessi del suo lusso»…

21 Poi un potente angelo sollevò una pietra grossa come una grande macina e la gettò nel mare, dicendo: «Così, con violenza, sarà precipitata Babilonia, la grande città, e non sarà più trovata. 22 In te non si udranno più le armonie degli arpisti, né dei musicisti, né dei flautisti, né dei suonatori di tromba; né sarà più trovato in te artefice di qualunque arte, e non si udrà più in te rumore di macina. 23 In te non brillerà più luce di lampada, e non si udrà più in te voce di sposo e di sposa; perché i tuoi mercanti erano i prìncipi della terra e perché tutte le nazioni sono state sedotte dalle tue magie. 24 In lei è stato trovato il sangue dei profeti e dei santi e di tutti quelli che sono stati uccisi sulla terra».

Si dichiara inequivocabilmente: “tutte le nazioni” — e tutti coloro che le compongono — “hanno bevuto del vino della sua prostituzione furente”. Chi sono questi? Gli assassini, i rapinatori, gli sfruttatori dei deboli? Sì, ma non solo: anche chi suona e ascolta la musica, chi fa oggetti artistici, chi macina il grano, chi accende la lampada in casa, chi si sposa, chi compra i beni venduti dai mercanti e che si schiera da parte dei principi e dei politici di questo mondo. Non solo, pertanto, chi commette dei gravi atti di malvagità merita questo giudizio; anche chi si fa i fatti suoi, contento di vivere la sua vita “senza far male a nessuno”. Anche questi è colpevole di aver creduto alla menzogna del diavolo e della bestia, che si può vivere felici e contenti senza che Dio sia tutto in tutti.

Per questo motivo, Giovanni sente “un’altra voce dal cielo che diceva: ‘Uscita da essa, o popolo mio, affinché non siate complici dei suoi peccati e non siate coinvolti nei suoi castighi'” (v. 4). La vita cristiana normale non dovrebbe mai apparire “normale” agli occhi del mondo, ma cospicuamente radicale. Il cristiano non dovrebbe mai sentirsi “a casa” nel mondo così com’è adesso, ma dovrebbe sempre vivere con una certa misura di tensione e di conflitto con il mondo in quanto ubbidisce al comandamento di 1 Giovanni 2:15-17:

15 Non amate il mondo né le cose che sono nel mondo. Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui. 16 Perché tutto ciò che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo. 17 E il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno.

Vivere una vita santa vuol dire letteralmente questo: vivere separati dal mondo, messi a parte per il servizio del vangelo nel mondo. Questo è un avvertimento molto importante per la chiesa che troppo spesso fa compromessi con il mondo e così compromette il suo messaggio e la sua vocazione.

5) La Sposa dell’Agnello (Apocalisse 19)

Il capitolo 19 di Apocalisse ci presenta poi un’altra figura femminile, la controparte della prostituta dei capitoli 17-18. Questa è la sposa dell’Agnello di Dio, di Gesù Cristo che a differenza della prostituta è vestita “di lino fino, risplendente e puro” (v.8). E come la prostituta era associata alla città peccatrice, così la sposa sarà associata, nei capitolo 21-22, alla nuova Gerusalemme, la città santa e dei santi che un giorno riempirà tutta la terra.

La visione di questo capitolo individua un’altra differenza importante: mentre la prostituta rappresenta coloro che si ritengono capaci di poter vivere delle loro proprie opere, di poter determinare il proprio destino, di poter trovare la felicità e la soddisfazione in ciò che non è Dio, la sposa rappresenta coloro che aspettano con speranza e pazienza il compimento delle promesse di Dio. La sposa è colei che mantiene fiducia che Dio interverrà a suo favore, giudicando “la grande prostituta che corrompeva la terra con la sua prostituzione” e vendicando “il sangue dei suoi servi” (v. 2).

Nella visione di Apocalisse, ci sono in realtà solo due tipi di esseri umani: quelli che sono simboleggiati dalla prostituta e quelli che sono simboleggati dalla sposa dell’Agnello. Non esiste altra possibilità. Non c’è una via di mezzo. Questo si vede con tremenda chiarezza nella seconda parte di questo capitolo in cui Giovanni riporta la visione del ritorno di Cristo nei vv. 11-21. Quando egli appare sul suo cavallo bianco con occhi di fuoco e una spada che gli esce dalla bocca, ci saranno solo due parti da cui stare: con lui o contro di lui. L’invito al “gran banchetto di Dio” (v. 17) è il lato oscuro dell’invito “alla cena delle nozze dell’Agnello” (v. 9). Mentre quest’ultimo è l’invito alla vita eterna, il primo è l’annuncio di eterna rovina di chi fino alla fine si oppone all’amore di Dio in Cristo. Tali diverranno cibo per gli uccelli del cielo, simbolo e presagio di quanto gli accadrà davanti al tribunale di Dio.

6) Il Grande Trono Bianco (Apocalisse 20)

Adesso nella visione di Giovanni arriva il momento del giudizio finale. Dopo un ultimo tentativo di frustrare il compimento del proposito di Dio e di distruggere i santi, Satana e tutti i suoi servi verranno rinchiusi per tutta l’eternità in quel posto chiamato “lo stagno di fuoco e di zolfo”, cioè l’inferno, di cui abbiamo poche informazioni se non che è un luogo di tormento “giorno e notte, nei secoli dei secoli” (v. 10).

Poi Giovanni vede come ogni essere umano sarà convocato davanti al “grande trono bianco” di Dio (v. 11). Neanche nella morte gli esseri umani troveranno un modo per fuggirne, perché “il mare restituì i morti che erano in esso; la morte e l’Ades restituirono i loro morti; ed essi furono giudicati, ciascuno secondo le sue opere” (v. 13). Ciò che fa la differenza tra vita eterna o morte eterna è “il libro della vita” che “supplisce”, per così dire, ai libri contenenti il registro di tutte le opere di tutti gli esseri umani. Giudicati secondo le opere, nessuno reggerebbe; ma coloro che hanno il nome scritto nel libro della vita — vale a dire quelli che costituiscono la sposa di Cristo — erediteranno la via eterna. Questo è infatti ciò che afferma il v. 15:

E se qualcuno non fu trovato scritto nel libro della vita, fu gettato nello stagno di fuoco.

A questo punto, non importerà quanti soldi abbiamo guadagnato né quanti beni abbiamo accumulato né quanti meriti o opere buone crediamo di aver fatto. L’unica cosa importante sarà se il nostro nome è scritto nel libro della vita dell’Agnello.

Come dunque dovremmo vivere? La visione di Apocalisse non è profezia che soddisfa le nostre curiosità, ma parola di Dio che trasforma la nostra vita. Lo scopo di questo “apocalisse”, cioè rivelazione, è di farci capire cos’è di più importante nella vita, di aiutarci a stimare “gli oltraggi di Cristo ricchezza maggiore dei tesori” di questo mondo (Ebrei 12:26), di non farci “tesori sulla terra, dove la tignola e la ruggine consumano, e dove i ladri scassinano e rubano; ma [di farci] tesori in cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove i ladri non scassinano né rubano” (Matteo 6:19-20). Chi dà retta alle parole “fedeli e veritiere” di questo libro cercherà, come comanda Gesù nel sermone sul monte, “prima il regno di Dio e la sua giustizia” (Matteo 6:33).

Che Dio ci conceda la grazia in Cristo di camminare in questo mondo per fede e non per visione, tenendo lo sguardo sulla “realtà reale” che Apocalisse ci fa vedere, e non sulla finta realtà con cui il mondo e il diavolo vorrebbero distrarci. Amen.

Apocalisse 6:1-17; 7:9-17: L’Ira dell’Agnello

Introduzione

Apocalisse appare come un libro strano, c’è un buon motivo per questo: al di là delle visioni simboliche, lo scopo di Apocalisse è di fornirci un’ottica diversa — in realtà l’unica vera ottica perché quella di Dio! — sotto la quale dobbiamo interpretare la realtà del mondo in cui ci troviamo. Il mondo secondo Apocalisse appare strano perché, dalla prospettiva di coloro che camminano per visione e non per fede, non è per niente il mondo reale. Ma per coloro che camminano invece per fede e non per visione — i santi salvati dal sangue di Cristo Gesù — Apocalisse ridimensiona totalmente “il mondo reale” per farlo comparire com’è veramente, la realtà reale!

Nei capitolo 4-5, Giovanni, l’autore di questo libro, ci presenta una magnifica visione di Dio Padre e del Signore Gesù Cristo. Cristo è raffigurato come l’Agnello immolato e il Leone vittorioso che è l’unica persona in tutto l’universo degna di prendere il libro tenuto nella destra di Dio e di aprire i suoi sette sigilli. Questo libro contiene la rivelazione del compimento di tutte le cose, e solo Gesù è degno e capace di rivelarne il contenuto. Poi la visione finisce così:

5:13 E tutte le creature che sono nel cielo, sulla terra, sotto la terra e nel mare, e tutte le cose che sono in essi, udii che dicevano: «A colui che siede sul trono, e all’Agnello, siano la lode, l’onore, la gloria e la potenza, nei secoli dei secoli».

A questo punto nella visione, Gesù, ancora raffigurato come l’Agnello, sta per aprire i sette sigilli e rivelare il compimento del proposito di Dio per la sua creazione.

1) I Quattro Cavalieri (6:1-8)

A) Il primo cavaliere: la conquista (vv.1-2)

6:1 Poi vidi quando l’Agnello aprì uno dei sette sigilli e udii una delle quattro creature viventi, che diceva con voce come di tuono: «Vieni». Guardai e vidi un cavallo bianco. Colui che lo cavalcava aveva un arco; e gli fu data una corona, ed egli venne fuori da vincitore, e per vincere.

L’apertura dei primi quattro sigilli corrispondono ai famosi “quattro cavalieri dell’Apocalisse” che qui rappresentano l’andamento della storia che appare tutt’altro che sotto la sovranità di Dio. Il primo cavaliere cavalca un cavallo bianco — il colore della vittoria — e tiene l’arco e vince una corona. Potrebbe sembrare un personaggio positivo, ma collegato con gli altri tre che lo seguono, si capisce subito che il suo è un trionfo di violenza. Il primo cavaliere rappresenta dunque l’adempimento delle parole di Gesù in Matteo 24:6-8:

Voi udrete parlare di guerre e di rumori di guerre; guardate di non turbarvi, infatti bisogna che questo avvenga, ma non sarà ancora la fine. Perché insorgerà nazione contro nazione e regno contro regno; ci saranno carestie e terremoti in vari luoghi; ma tutto questo non sarà che principio di dolori.

B) Il secondo cavaliere: la guerra (vv.3-4)

Quando l’Agnello aprì il secondo sigillo, udii la seconda creatura vivente che diceva: «Vieni». E venne fuori un altro cavallo, rosso; e a colui che lo cavalcava fu dato di togliere la pace dalla terra affinché gli uomini si uccidessero gli uni gli altri, e gli fu data una grande spada.

L’apertura del secondo sigillo poi scatena il secondo cavaliere, rosso come il sangue e armato di una grande spada per togliere la pace dalla terra. Questo cavaliere rappresenta sicuramente la guerra — l’apice della capacità umana di distruggere e uccidere — ma non solo. La storia umana è su ogni livello una di conflitto e non di pace: conflitti internazionali, nazionali, sociali, culturali, politici, religiosi, relazionali, personali, psicologici, ecc. Che la pace universale e durevole sia un sogno umano impossibile non dovrebbe sorprendere i santi che sanno il contenuto del libro dell’Agnello: “Bisogna che questo avvenga…” (Mt. 24:6).

C) Il terzo cavaliere: la fame (vv.5-6)

Quando l’Agnello aprì il terzo sigillo, udii la terza creatura vivente che diceva: «Vieni». Guardai e vidi un cavallo nero; e colui che lo cavalcava aveva una bilancia in mano. E udii come una voce in mezzo alle quattro creature viventi, che diceva: «Una misura di frumento per un denaro e tre misure d’orzo per un denaro, ma non danneggiare né l’olio né il vino».

L’apertura del terzo sigillo fa venire il terzo cavaliere che tiene una bilancia e cavalca un cavallo nero. Il simbolismo qui non è forse immediatamente evidente come gli ultimi due, ma si può facilmente chiarire tutto. Il terzo cavaliere fa in modo che i prezzi per comprare il frumento e l’orzo — che rappresentano gli alimenti dei poveri — aumentino così tanto che non sono più abbordabili. Dall’altro canto, però, l’olio e il vino — alimenti pregiati e simbolici dei ricchi — risultano protetti. Il terzo cavaliere, dunque, colpisce l’economia, e causa grandi disturbi e squilibri affinché i poveri diventino più poveri e i ricchi più ricchi. Ecco l’ironia della bilancia che tiene: la bilancia dovrebbe garantire giuste misure (e giustizia) per tutti, ma fa proprio l’opposto. Violenza, conflitto, e ingiustizia: caratterizzano veramente il nostro mondo!

D) Il quarto cavaliere: la morte (vv.7-8)

Quando l’Agnello aprì il quarto sigillo, udii la voce della quarta creatura vivente che diceva: «Vieni». Guardai e vidi un cavallo giallastro; e colui che lo cavalcava si chiamava Morte, e gli veniva dietro l’Ades. Fu dato loro potere sulla quarta parte della terra, per uccidere con la spada, con la fame, con la mortalità e con le belve della terra.

Il quarto e l’ultimo cavaliere che viene dopo l’apertura del quarto sigillo si chiama “Morte”. Il suo cavallo è giallastro — il colore della malattia e della peste — ed è accompagnato dall’Ades, il soggiorno dei morti. Il quarto cavaliere rappresenta dunque i terribili effetti dovuti all’arrivo di tutti e quattro: la morte causata dalla spada, dalla fame, dalla mortalità e persino dalle belve della terra. Inoltre, non sono pochi che soffrono per causa loro: “fu dato loro potere sulla quarta parte della terra”. Non tutti, certamente, ma comunque tanti!

Forse questa visione suscita una domanda: perché tutto ciò? A che cosa serve? La visione provvederà a rispondere, ma prima essa vuole trasmetterci un messaggio importante per la fede: tutto ciò è contenuto nel libro di Dio e accade solo quando l’Agnello ne apre i sigilli. In altre parole, ogni cosa — la guerra, l’ingiustizia, la malattia, la morte — è governata dalla sovranità di Dio che fa cooperare tutto quanto al bene dei santi. Questo non vuol dire che Dio desideri che tutto questo succeda, ma che nulla succede che Dio non è capace di redimere per compiere il suo proposito benevolo.

2) I Martiri (6:9-11)

Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di quelli che erano stati uccisi per la parola di Dio e per la testimonianza che avevano resa. 10 Essi gridarono a gran voce: «Fino a quando aspetterai, o Signore santo e veritiero, per fare giustizia e vendicare il nostro sangue su quelli che abitano sulla la terra?» 11 E a ciascuno di essi fu data una veste bianca e fu loro detto che si riposassero ancora un po’ di tempo, finché fosse completo il numero dei loro compagni di servizio e dei loro fratelli, che dovevano essere uccisi come loro.

A) Il tumulto della testimonianza (v.9)

Quando si apre il quinto sigillo, la visione cambia radicalmente. La prospettiva si sposta dalla terra al cielo, dal mondo afflitto dal male e dalla morte al riposo dei santi martiri. La visione di questo sigillo svolge due funzioni importanti. Prima, al v.9, svela la ragione più profonda per le molte vicissitudini descritte nei primi quattro sigilli: la testimonianza dei santi, ovvero dei martiri. L’accezione vera del termine martire è appunto “testimone”, e qui scopriamo il motivo per cui esso poi ha acquisito l’ulteriore significato di “chi si sacrifica per una causa”. I testimoni che mantengono una testimonianza fedele nel mondo sono perseguitati e anche a volte messi a morte. La storia della chiesa è infatti la storia di un popolo martirizzato, cioè reso testimone di Gesù Cristo e dunque anche partecipe delle sue sofferenze.

Il punto della visione dei martiri, però, è importante per un altro motivo: la vera ragione per cui nei primi quattro sigilli il mondo è messo sottosopra e fatto piombare nel tumulto e nella sofferenza è dovuta alla testimonianza della chiesa. Come illustrato tante volte in Atti, la predicazione del vangelo accende il fuoco dell’odio e dell’angoscia e della divisione nella terra. Se proseguiamo nel discorso di Gesù riportato in Matteo 24, leggiamo:

Allora vi abbandoneranno all’oppressione e vi uccideranno e sarete odiati da tutte le genti a motivo del mio nome. 10 Allora molti si svieranno, si tradiranno e si odieranno a vicenda. 11 Molti falsi profeti sorgeranno e sedurranno molti. 12 Poiché l’iniquità aumenterà, l’amore dei più si raffredderà. 13 Ma chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato. 14 E questo vangelo del regno sarà predicato in tutto il mondo, affinché ne sia resa testimonianza a tutte le genti; allora verrà la fine.

Notiamo bene: i conflitti e le guerre e i dolori e il subbuglio nei quali il mondo è caduto è inscindibile dalla testimonianza resa dei seguaci di Gesù che sono perseguitati e odiati e uccisi a motivo del suo nome. Il travaglio continuerà finché il vangelo non sarà predicato in tutto il mondo, e solo “allora verrà la fine”. Non è chiaro? I mali di cui leggiamo tutti i giorni nei giornali sono dovuti alla diffusione del vangelo che segnala ai poteri malvagi che il loro tempo è limitato e il giudizio finale gli si sta avvicinando sempre di più! L’animale selvaggio è sempre più pericoloso quanto ha una ferita mortale.

B) Il giudizio dell’ingiustizia (vv.10-11)

La seconda funzione del quinto sigillo è di giustificare i giudizi preliminari dei primi quattro sigilli e poi quello finale scatenato dall’apertura del sesto sigillo. Mentre i santi sono fedeli a Cristo, il mondo per questo li perseguita e li uccide. La persecuzione può assumere varie forme, ma la Bibbia insegna che ogni seguace di Cristo che lo testimonia come dovrebbe soffrirà la persecuzione e l’odio del mondo. È giusto dunque che Dio intervenga a loro favore, liberandoli dai loro oppressori e facendo giustizia nel mondo. Quando il giudizio finale verrà, il vangelo sarà stato predicato ovunque, e tutto il mondo sarà inescusabile davanti a Dio.

3) Il Giudizio Finale (6:12-17)

12 Poi vidi quando l’Agnello aprì il sesto sigillo; e si fece un gran terremoto. Il sole diventò nero come un sacco di crine e la luna diventò tutta come sangue; 13 le stelle del cielo caddero sulla terra come quando un fico scosso da un forte vento lascia cadere i suoi fichi immaturi. 14 Il cielo si ritirò come una pergamena che si arrotola, e ogni montagna e ogni isola furono rimosse dal loro luogo. 15 I re della terra, i grandi, i generali, i ricchi, i potenti e ogni schiavo e ogni uomo libero si nascosero nelle spelonche e tra le rocce dei monti. 16 E dicevano ai monti e alle rocce: «Cadeteci addosso, nascondeteci dalla presenza di colui che siede sul trono e dall’ira dell’Agnello; 17 perché è venuto il gran giorno della loro ira. Chi può resistere?»

A) Il grande livellatore

Il sesto sigillo incute veramente terrore, perché con la sua apertura viene sulla terra “il gran giorno dell’ira” di Dio nel quale nessuno potrà resistere. Il giudizio sarà terrificante sia per la sua intensità sia per la sua universalità. Sarà un giorno in cui tutto il creato tremerà per quello che accadrà. Nessuno scamperà: persino i più grandi, i più ricchi, i più potenti della terra rimarranno terrorizzati quando Cristo si rivela nel giorno del suo ritorno. Allora ogni vanto umano sarà demolito, ogni pretesa smentita, ogni idolo messo a nudo, poiché il giorno di giudizio sarà il “grande livellatore” di tutti gli esseri umani. Tanto spaventoso sarà il giudizio di Dio che sarà preferibile la morte! Tutti gli esseri umani che hanno rifiutato il vangelo pregheranno i monti e le rocce di cadersi adosso piuttosto che essere sottoposti al giudizio divino. Ma in quel giorno, neanche la morte li potrà salvare, ed essi raccoglieranno i frutti della loro ribellione.

B) La misericordia severa (9:20-21)

9:20 Il resto degli uomini che non furono uccisi da questi flagelli non si ravvidero dalle opere delle loro mani; non cessarono di adorare i demòni e gli idoli d’oro, d’argento, di bronzo, di pietra e di legno, che non possono né vedere, né udire, né camminare. 21 Non si ravvidero neppure dai loro omicidi, né dalle loro magie, né dalla loro fornicazione, né dai loro furti.

Ma bisogna notare che questo sarà il giorno dell’ira dell’Agnello. In altre parole, è giudizio fatto da colui che è stato già giudicato al posto dell’umanità. È l’ira di colui che ha già subito pienamente l’ira divina contro il peccato. Questo è il giudizio di Cristo crocifisso che, pur essendo il Leone trionfante, rimane sempre l’Agnello immolato per il peccato del mondo. Questo è, dunque, leggiamo in un brano parallelo, Apocalisse 9:20-21, che l’ira dell’Agnello, sino all’ultimo possibile momento, mira a portare il mondo al ravvedimento. L’ira dell’Agnello è una misericordia severa, una grazia violenta che si oppone con l’onnipotenza di Dio l’opposizione umana al suo grande amore. È la stessa misericordia severa rivelata sulla croce di Cristo, la grazia che si è manifestata nella sua morte violenta per amore di tutti noi. È l’amore che arde così intensamente per i peccatori che rifiuta di mollare o di diminuire anche quando le persone ribelli non si ravvedono dei loro atti auto-distruttivi e non smettono di adorare gli idoli e i demoni che gli vogliono solo male. Tale è il “mistero dell’inquità”, l’incomprensibile assurdità e irrazionalità del peccato, ciò che Karl Barth ha chiamato la “possibilità impossibile”.

4) La Folla Innumerevole (7:9-17)

A) Il compimento della salvezza (vv.9-12)

7:9 Dopo queste cose, guardai e vidi una folla immensa che nessuno poteva contare, proveniente da tutte le nazioni, tribù, popoli e lingue, che stava in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, vestiti di bianche vesti e con delle palme in mano. 10 E gridavano a gran voce, dicendo: «La salvezza appartiene al nostro Dio che siede sul trono, e all’Agnello». 11 E tutti gli angeli erano in piedi intorno al trono, agli anziani e alle quattro creature viventi; essi si prostrarono con la faccia a terra davanti al trono e adorarono Dio, dicendo: 12 «Amen! Al nostro Dio la lode, la gloria, la sapienza, il ringraziamento, l’onore, la potenza e la forza, nei secoli dei secoli! Amen».

La visione giunge al culmine non con il giudizio ma con il compimento della salvezza. Questo è infatti lo scopo finale al quale il giudizio è solo uno strumento. Qui Giovanni vede la folla immensa, troppo grande da essere contata, “proveniente da tutte le nazioni, tribù, popoli e lingue”, perfettamente purificata e pienamente glorificata e per sempre nella presenza di Dio e dell’Agnello. Questa è la rivelazione (l’apocalisse!) della fedeltà di Dio alle sue promesse: Dio aveva giurato ad Abraamo la benedizione che avrebbe cancellato la maledizione del peccato e che si sarebbe estesa a tutte le famiglie della terra. Questo è esattamente ciò che Giovanni vede.

B) L’esortazione alla perseveranza (vv.13-17)

13 Poi uno degli anziani mi rivolse la parola, dicendomi: «Chi sono queste persone vestite di bianco, e da dove sono venute?» 14 Io gli risposi: «Signore mio, tu lo sai». Ed egli mi disse: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione. Essi hanno lavato le loro vesti e le hanno imbiancate nel sangue dell’Agnello. 15 Perciò sono davanti al trono di Dio e lo servono giorno e notte, nel suo tempio; e colui che siede sul trono stenderà la sua tenda su di loro. 16 Non avranno più fame e non avranno più sete, non li colpirà più il sole né alcuna arsura; 17 perché l’Agnello che è in mezzo al trono li pascerà e li guiderà alle sorgenti delle acque della vita; e Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi».

Lungi dal soddisfare la nostra curiosità, questa visione ha uno scopo molto pratico per tutti i santi di tutti i tempi, compresi anche noi. La fine è qui svelata e noi la possiamo sapere. Dio farà nuove tutte le cose, anche tutta la creazione. Distruggerà il peccato, metterà fine alla morte, e asciugherà ogni lacrima dai nostri occhi. Lì nel regno di Dio quando la sua volontà è fatta in terra come in cielo, non ci sarà più pericolo né paura, né fame né sete, né buio né sofferenza, ma solo gioia, pace, amore, verità, giustizia e comunione eterna con Dio stesso nella sua presenza!

Se questo è il destino garantito a tutti coloro che confidano in Cristo e che rimangono costanti in questa fiducia, nulla dovrebbe scoraggarci o deluderci al punto dove rinunciamo alla fede. Nessuna sofferenza o vergogna o persecuzione, anche se porta alla morte, dovrebbe impedirci di dare testimonianza al mondo, annunciando il vangelo di Cristo nonostante i rischi e i sacrifici. Inoltre, nessuna circostanza dovrebbe toglierci la gioia della speranza che abbiamo; non un augurio incerto per un possibile futuro migliore, ma la certezza che è solo una questione di tempo: la nostra vita eterna è nascosta ora con Cristo in Dio, e deve essere solo rivelata nell’ultimo giorno. E sarà sicuramente rivelata, quando, per citare di nuovo Gesù, il vangelo sarà predicato in tutto il mondo. Ora, se questa è la nostra speranza, diamoci da fare, per affrettare il giorno del ritorno di Cristo!

Marco 13: Badate, Pregate, Sappiate, Vegliate!

1) Introduzione (13:1-4)

Mentre egli usciva dal tempio, uno dei suoi discepoli gli disse: «Maestro, guarda che pietre e che edifici!» Gesù gli disse: «Vedi questi grandi edifici? Non sarà lasciata pietra su pietra che non sia diroccata». Poi, mentre era seduto sul monte degli Ulivi di fronte al tempio, Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea gli domandarono in disparte: «Dicci, quando avverranno queste cose e quale sarà il segno che tutte queste cose staranno per adempiersi?»

I fatti scioccanti compiuti da Gesù nel tempio, insieme alla parabola del fico, miravano ad avvertire Israele del giudizio imminente che sarebbe piombato sul loro tempio e sulla loro nazione. Come si era seccato il fico, così il giudizio avrebbe lasciato Israele desolato a causa della sua sterilità e disubbidienza. Più profondo però era il motivo principale per cui il tempio doveva rimanere desolato: non serviva più ora che il vero tempio, il vero sacerdote, e il vero sacrificio — Gesù Cristo — era arrivato.

Dopo questi fatti, sembra che ancora una volta i discepoli non abbiano capito il significato dell’atto profetico di Gesù. Usciti dal tempio, non possono che meravigliarsi della sua bellezza. Perciò Gesù rende esplicito il significato della sua parabola: il tempio è destinato alla rovina totale. Ma per gli ebrei fedeli, un tale pensiero sarebbe stato del tutto sconcertante, poiché il tempio era il centro del loro mondo, il cuore della loro fede, e la speranza del loro futuro. Ecco perché i discepoli poi chiedono a Gesù “quando avverranno queste cose e quale sarà il segno che tutte queste cose staranno per adempiersi?” Gesù si mette a rispondere, ma non tanto per soddisfare la loro curiosità quanto per prepararli (e anche noi!) al compito che avranno da fare dopo la morte, la risurrezione, e l’ascensione di Gesù. Per quanto possa sembrare complesso, il discorso di Gesù è molto pratico.

Il resto del capitolo 13 riporta la sua risposta, che stiamo per esaminare insieme. Premetto solo però che non possiamo approfondire ogni aspetto di questo discorso di Gesù. Questo capitolo è sempre stato soggetto a varie interpretazioni e ha sempre causato non poche perplessità. Quindi, il nostro scopo non è di chiarire tutti i dettagli di questa profezia, ma di capirne il significato principale, che possiamo riassumere in quattro imperativi: Badate! Pregate! Sappiate! Vegliate!

2) Badate! (13:5-13)

A) Non ingannatevi (vv.5-8)

Gesù cominciò a dire loro: «Guardate che nessuno v’inganni! Molti verranno nel mio nome, dicendo: “Sono io”; e ne inganneranno molti. Quando udrete guerre e rumori di guerre, non vi turbate; è necessario che ciò avvenga, ma non sarà ancora la fine. Perché insorgerà nazione contro nazione e regno contro regno; vi saranno terremoti in vari luoghi; vi saranno carestie. Queste cose saranno un principio di dolori.

Il primo imperativo con cui Gesù esorta i discepoli si trova nel v.9: “Badate!” Specificamente, Gesù gli dice di badare in due modi, il primo dei quali è di non farsi ingannare da coloro che cercheranno di farlo, persino nel nome di Gesù. In altre parole, Gesù li avverte che non tutti che rivendicheranno di parlare nel suo nome saranno stati mandati da lui. In un mondo sempre più instabile, un mondo afflitto da tumulti, guerre, terremoti e carestie, in cui ci sentiamo paurosi e vulnerabili, siamo tentati ad aggrapparci a qualsiasi cosa o persona che ci offre qualche speranza. Ma Gesù ci avverte di non credere a tutto quello che ci viene detto o promesso, ma di usare il discernimento. Come possiamo farlo? Solo quando ci atteniamo strettamente alla parola che Gesù stesso ci ha dato, le sacre Scritture che lui ha fatto scrivere tramite il suo Spirito. Come il salmista dice in Salmo 119:105: “La tua parola è una lampada al mio piede, e una luce sul mio sentiero”, senza la quale camminiamo solo nelle tenebre.

B) Non preoccupatevi (vv.9-13)

Badate a voi stessi! Vi consegneranno ai tribunali, sarete battuti nelle sinagoghe, sarete fatti comparire davanti a governatori e re, per causa mia, affinché ciò serva loro di testimonianza. 10 E prima bisogna che il vangelo sia predicato fra tutte le genti. 11 Quando vi condurranno per mettervi nelle loro mani, non preoccupatevi in anticipo di ciò che direte, ma dite quello che vi sarà dato in quell’ora; perché non siete voi che parlate, ma lo Spirito Santo. 12 Il fratello darà il fratello alla morte e il padre, il figlio; i figli insorgeranno contro i genitori e li faranno morire. 13 Sarete odiati da tutti a causa del mio nome; ma chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato.

Gesù esorta i discepoli a badare anche nel senso di non preoccuparsi. Non bisogna preoccuparsi dei dolori del mondo, ma non bisogna neanche preoccuparsi delle sofferenze che si incontrano nel seguire Gesù. I discepoli devono sapere che seguire un Maestro crocifisso significa portare la croce anche loro, la croce che portano soprattutto quando rendono testimonianza di Gesù al mondo. Essere odiati da tutti, Gesù dice, è normale per i discepoli. “Tranquilli”, Gesù assicura, “non sarete molto popolari, molto apprezzati, molto ammirati. Quindi, non dovete preoccuparvi di piacere a tutti, perché sarà impossibile!”

Inoltre, Gesù gli dice, affronterete tanti impedimenti e ostacoli nel portare avanti la vostra testimonianza; ci saranno accuse, processi, imprigionamenti e martiri, ma tutto questo contribuirà solo al progresso del vangelo, così che il vangelo si diffonderà sempre di più fino alle estremità della terra. E ancora: non dovete preoccuparvi di ciò che direte quando dovrete testimoniare, perché nel momento opportuno sarà lo Spirito Santo a parlare per mezzo di voi. Quindi, fidatevi di me, sapendo che la mia parola non può fallire, e il mio Spirito non vi abbandonerà mai. Come in Giovanni 16:33, Gesù ci incoraggia: “Vi ho detto queste cose, affinché abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazione; ma fatevi coraggio, io ho vinto il mondo.”

3) Pregate! (13:14-23)

14 «Quando poi vedrete l’abominazione della desolazione posta là dove non deve stare (chi legge faccia attenzione!), allora quelli che saranno nella Giudea fuggano ai monti; 15 chi sarà sulla terrazza non scenda e non entri per prendere qualcosa da casa sua, 16 e chi sarà nel campo non torni indietro a prendere la sua veste. 17 Guai alle donne che saranno incinte e a quelle che allatteranno in quei giorni! 18 Pregate che ciò non avvenga d’inverno! 19 Perché quelli saranno giorni di tale tribolazione, che non ce n’è stata una uguale dal principio del mondo che Dio ha creato, fino ad ora, né mai più vi sarà. 20 Se il Signore non avesse abbreviato quei giorni, nessuno si salverebbe; ma, a causa degli eletti che si è scelto, egli ha abbreviato quei giorni. 21 Allora, se qualcuno vi dice: “Il Cristo eccolo qui, eccolo là”, non credeteci; 22 perché sorgeranno falsi cristi e falsi profeti e faranno segni e prodigi per sedurre, se fosse possibile, anche gli eletti. 23 Ma voi state attenti; io vi ho predetto ogni cosa.

Proseguendo nel discorso, scopriamo che secondo Gesù, non sarà sufficiente solo “badare”, se si bada senza pregare. La necessità della preghiera è sottolineata dal momento di crisi che verrà. Questa crisi sarà segnata da ciò che Gesù chiama “l’abominazione della desolazione posta là dove non deve stare”. Che cosa significa questa frase? Gesù qui si riferisce alla profezia di Daniele 9:27: “… Sulle ali delle abominazioni verrà un devastatore. Il devastatore commetterà le cose più abominevoli, finché la completa distruzione, che è decretata, non piombi sul devastatore.” La profezia non è di facile comprensione, ma il succo del discorso è chiaro. Qui Daniele prevede il momento quando un’abominazione — cioè un emblema di idolatria — sarà posta nel luogo santissimo del tempio. La presenza di quest’abominazione nel tempio causerà la desolazione, poiché lo contaminerà irreparabilmente, tanto che l’unica soluzione sarà distruggerlo.

In altre parole, Gesù parla dell’abominazione della desolazione come il segno che il giudizio del tempio starà per adempiersi. Ecco perché Marco aggiunge il comment parentetico: “chi legge faccia attenzione!”. Vale a dire, Marco vuole che i lettori del vangelo capiscano che l’avvertimento di Gesù vale non solo per i discepoli ma anche per loro. Marco scrive questo per il beneficio della comunità cristiana che vive a Gerusalemme e in Giudea dopo l’ascensione di Gesù. Quando vedranno il tempio profanato dai pagani, dovranno fuggire immediatamente ai monti per non essere presi anche loro dal giudizio. Sappiamo che tutto questo è effettivamente accaduto nell’anno 70 d.C. quando Tito e l’esercito romano sono entrati nel tempio, e poi hanno distrutto la città. I resoconti della carneficina lasciata dai romani sono raccapriccianti; si dice che non si poteva poggiare un piede senza bagnarlo in sangue.

Ora, è ovvio che parliamo di un fatto già accaduto. Gesù ha predetto all’inizio del discorso che “non sarà lasciata pietra su pietra”, e questa profezia si è adempiuta nel 70 d.C. Ma le sue parole sono ancora rilevanti per noi oggi. Gesù, sapendo l’orrore che sta per avvenire, fa da buon pastore e avverte le sue pecore del pericolo prima che arrivi. Non gli promette che non soffriranno in nessun modo, ma gli promette che saranno salvati dal giudizio divino che piomberà sui ribelli. Questa promessa vale altrettanto per noi. In più, questo è il contesto in cui esorta i discepoli a pregare. Come nel caso del fico seccato, il giudizio è stato dichiarato, eppure i discepoli hanno un ruolo da svolgere tramite la preghiera nel far adempiere la profezia.

Implicita qui è anche l’idea che la preghiera influirà sulla durata della tribolazione, in quanto quei giorni saranno “abbreviati” a causa del popolo di Dio. Anche questo vale per noi. Leggiamo in 2 Pietro 3:12 che non solo attendiamo la venuta del giorno del Signore — il ritorno di Cristo e la vittoria del regno di Dio — ma la possiamo anche affrettare! Come? Tramite la preghiera: “Venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà in terra come in cielo”. E infine, anche i discepoli hanno bisogno della preghiera, perché solo pregando avranno la fede, la speranza, e la forza di sopportare i giorni malvagi. Torneremo a quest’idea alla fine di questo messaggio.

4) Sappiate! (13:24-31)

24 Ma in quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà e la luna non darà più il suo splendore; 25 le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno scrollate. 26 Allora si vedrà il Figlio dell’uomo venire sulle nuvole con grande potenza e gloria. 27 Ed egli allora manderà gli angeli e raccoglierà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremo della terra all’estremo del cielo. 28 Ora imparate dal fico questa similitudine: quando i suoi rami si fanno teneri e mettono le foglie, voi sapete che l’estate è vicina. 29 Così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte. 30 In verità vi dico che questa generazione non passerà prima che tutte queste cose siano avvenute. 31 Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.

A questo punto nel discorso, vediamo un esempio della “dilatazione” o “prospettiva profetica” in cui la profezia che riguarda principalmente un determinato periodo di tempo passa senza preavviso a trattarne un altro. Fin qui, Gesù ha parlato dei fatti che sarebbero avvenuti intorno all’anno 70 d.C. Ma a questo punto la portata del discorso di Gesù sembra ampliarsi, fino a coinvolgere l’intero cosmo. Questo cambiamento è anche segnalato da Gesù quando comincia a parlare di un tempo indeterminato, “in quei giorni, dopo quella tribolazione…” Riprendendo un’altra profezia di Daniele, Gesù parla del giorno quando verrà “sulle nuvole con grande potenza e gloria” per compiere pienamente la nostra salvezza e la ricreazione dell’universo intero.

I discepoli, però, non sono in grado di capire il significato della sua morte e risurrezione, tantomeno il significato del suo ritorno, e quindi Gesù non si dilunga nella sua descrizione. Come abbiamo visto finora, il suo scopo non è di soddisfare la nostra curiosità, ma di prepararci a vivere fedelmente mentre attendiamo e affrettiamo il giorno del suo ritorno. Perciò, aggiunge un terzo imperativo: sappiate! Riprendendo l’immagine del fico, Gesù gli dice: “Sappiate che io sono alle porte, che l’ora del mio ritorno è vicino, quando vedete queste cose, proprio come sapete che il fico sta per portare frutto quando vedete i segni della stagione.” E di quali cose sta parlando Gesù? Dei dolori, delle sofferenze, delle tribolazioni che caratterizzeranno il mondo prima della sua venuta. Come abbiamo osservato, la maggior parte di questo discorso ha a che fare con il periodo prima della distruzione del tempio nel 70 d.C., ma la tribolazione di questo periodo diventa paradigmatica per ogni epoca successiva fino al ritorno di Cristo.

Il punto di questo imperativo è di mantenere la speranza, nonostante l’afflizione, la persecuzione, o qualsiasi altro tipo di prova che dovremo affrontare. Mentre gli altri vedono il mondo peggiorare e non possono che disperarsi, i discepoli di Gesù diventano sempre più forti nella speranza. Perché? Le parole di Gesù riportate da Luca nel passo parallelo ce lo dicono: “Ma quando queste cose cominceranno ad avvenire, rialzatevi, levate il capo, perché la vostra liberazione si avvicina.” L’intensificazione del male, per il credente, è il segno che il ritorno di Cristo si sta avvicinando.

5) Vegliate! (13:32-37)

32 Quanto a quel giorno o a quell’ora, nessuno li sa, neppure gli angeli del cielo, neppure il Figlio, ma solo il Padre. 33 State in guardia, vegliate, poiché non sapete quando sarà quel momento. 34 È come un uomo che si è messo in viaggio dopo aver lasciato la sua casa, dandone la responsabilità ai suoi servi, a ciascuno il proprio compito, e comandando al portinaio di vegliare. 35 Vegliate dunque perché non sapete quando viene il padrone di casa; se a sera, o a mezzanotte, o al cantare del gallo, o la mattina; 36 perché, venendo all’improvviso, non vi trovi addormentati. 37 Quel che dico a voi, lo dico a tutti: “Vegliate”».

L’ultimo imperativo di Gesù ne consegue logicamente: vegliate! Se il ritorno di Cristo si sta sempre avvicinando, noi dobbiamo vegliare e essere sempre pronti e preparati. L’importanza di essere pronti è sottolineata dal fatto che il giorno specifico è sconosciuto. Nella storia, innumerevoli persone hanno predetto il ritorno di Cristo in questa data o in quell’altra, ma nessuno ha mai avuto ragione. Solo Dio conosce il giorno, e la nostra responsabilità non è di occuparci del “quando” ma del “che cosa”, cioè che cosa dobbiamo fare mentre l’aspettiamo. Come i servi cui il padrone affida la casa, così anche noi abbiamo il nostro compito da svolgere, e vogliamo essere trovati fedeli, non addormentati, quando Gesù ritorna! Ecco perché dobbiamo vegliare: non è ora di dormire, ma di svegliarsi e darsi di fare!

Ma cosa succede se diventiamo stanchi o veniamo meno o ci distraimo e ci addormentiamo? Dobbiamo ricordarci ancora una volta che in ultima analisi ciò che conta non è la nostra fedeltà ma la fedeltà di Cristo: la sua fedeltà che copre ogni nostra infedeltà e che ci fa rialzare e ricominciare a lavorare. Questo è illustrato nel giardino di Getsemani quando Gesù dice ai suoi discepoli: “L’anima mia è oppressa da tristezza mortale; rimanete qui e vegliate” (14:34). Dopo aver pregato, Gesù torna e li trova addormentati, dicendo a Pietro: “Simone! Dormi? Non sei stato capace di vegliare un’ora sola? Vegliate e pregate, affinché non cadiate in tentazione; lo spirito è pronto, ma la carne è debole” (14:37-38). Altre due volte Gesù si mette in preghiera e poi torna dai discepoli, solo per trovarli di nuovo addormentati. Nonostante la loro infedeltà nel vegliare e pregare, sono stati comunque salvati dalla fedeltà di Gesù che ha vegliato e pregato per loro. Di nuovo siamo portati ai piedi della croce, dove vediamo Gesù crocifisso al nostro posto, cancellando la nostra infedeltà con la sua perfetta fedeltà. Avendo dunque un così grande sommo sacerdote che veglia e intercede sempre per noi, siamo resi capaci di vegliare e pregare anche noi, così attendendo e affrettando il giorno del suo ritorno.

Isaia 55: Venite, Ascoltate, Mangiate!

1) L’invito alla vita abbondante (vv.1-5)

In questa prima domenica dell’Avvento, vogliamo riflettere sui temi della speranza e della pazienza. Speranza perché noi, come il popolo d’Israele nei tempi di Isaia, aspettiamo con speranza la venuta del nostro Signore e Salvatore che asciugherà ogni nostra lacrima e ci libererà dal male, la malattia, e la morte. Eppure anche pazienza, perché noi, come di nuovo Israele nei tempi di Isaia, dobbiamo sperare con pazienza, mai pretendendo che Dio intervenga adesso ma neanche arrendendoci all’indifferenza o alla disperazione. Questa stagione dell’Avvento dunque ha lo scopo di ricordarci della speranza paziente con cui si aspettava la nascita di Cristo e anche di fortificarci per mantenere la speranza paziente finché egli non ritorna.

A) Comprare senza pagare; spendere senza saziarsi (vv.1-2)

«O voi tutti che siete assetati, venite alle acque; voi che non avete denaro venite, comprate e mangiate! Venite, comprate senza denaro, senza pagare, vino e latte! Perché spendete denaro per ciò che non è pane e il frutto delle vostre fatiche per ciò che non sazia? Ascoltatemi attentamente e mangerete ciò che è buono, gusterete cibi succulenti!

Il capitolo 55 del profeta Isaia, risalendo circa 700 anni prima della nascita di Gesù, porta a culmine la seconda sezione del libro che comincia con le parole: “‘Consolate, consolate il mio popolo’, dice il vostro Dio” (Is. 40:1). Questo capitolo è, infatti, una parola di grande consolazione. Mediante il profeta Dio invita il suo popolo a venire da lui per dissetarsi alle sue acque viventi, per saziarsi dei cibi succulenti che gli ha preparato. Incredibilmente, Dio dice inoltre che queste acque dissetanti, questi cibi succulenti possono essere comprati “senza denaro, senza pagare”! Che cosa significa questo?

Ovviamente questo è un ossimoro; non si può comprare qualcosa senza spendere denaro. L’impatto retorico, però, è forte: perché spendere denaro per ciò che ti lascia vuoto, quando si può comprare senza denaro ciò che ti sazia abbondantemente? Similmente il Signore dice in Geremia 2:13: “Il mio popolo infatti ha commesso due mali: ha abbandonato me, la sorgente d’acqua viva, e si è scavato delle cisterne, delle cisterne screpolate, che non tengono l’acqua.”

In effetti, Dio contrasta due modi per vivere: la via della fatica e la via della grazia. La via della fatica ci impone il fardello di dovercela fare da soli, di diventare ciò di cui non siamo capaci, di trovare la felicità e la soddisfazione che non riusciamo mai ad afferrare. La via della grazia, invece, ci libera da ogni fardello di salvarci da soli e ci annuncia che Dio ha già fatto tutto. La via della fatica ci dice: affannatevi per ciò che non giova, mentre la via della grazia ci dice: riposatevi perché in me avete tutto ciò che vi serve.

Eppure noi, come indica il testo, tendiamo a preferire la via della fatica. Non è strano? Ma è così, perché per scegliere la via della grazia, dobbiamo ammettere che non possiamo farcela da soli, che tutti i nostri sforzi sono alla fine inutili, che non siamo altro che mendicanti e peccatori. In altre parole, solo quelli che sanno di essere poveri possono comprare senza denaro. Solo quelli che abbandonano le loro cisterne screpolate possono bere l’acqua vivente che disseta veramente. L’unico requisito è di non avere requisiti.

B) Ascoltare per vivere (vv.3-5)

Porgete l’orecchio e venite a me; ascoltate e voi vivrete; io farò con voi un patto eterno, vi largirò le grazie stabili promesse a DavideEcco, io l’ho dato come testimonio ai popoli, come principe e governatore dei popoli. Ecco, tu chiamerai nazioni che non conosci, e nazioni che non ti conoscono accorreranno a te a motivo del Signore, del tuo Dio, del Santo d’Israele, perché egli ti avrà glorificato».

Ecco perché, come in innumerevoli altri passi biblici, Dio esorta il popolo ad ascoltare. “Ascoltatemi … e mangerete … ascoltate e voi vivrete”. Interessante, no? Teniamo a mente questo perché ci ritorneremo fra un po’. Ora vogliamo notare come questi versetti spiegano in che cosa consiste quest’invito a bere l’acqua vivente e mangiare cibi succulenti. Prima, è l’invito a ricevere le benedizioni di grazia promesse a Davide, cioè le promesse di un regno eterno di pace, di gioia, di vita, di giustizia, di amore, di tutto ciò che sogniamo per questo mondo. Sono promesse fatte non solo a Davide, ma per mezzo di Davide e il suo lignaggio a tutti popoli della terra.

A conferma di questo leggiamo ciò che è stato detto prima in Isaia 25:6-9:

Il Signore degli eserciti preparerà per tutti i popoli su questo monte un convito di cibi succulenti, un convito di vini vecchi, di cibi pieni di midollo, di vini vecchi raffinati. Distruggerà su quel monte il velo che copre la faccia di tutti i popoli e la coperta stesa su tutte le nazioni. Annienterà per sempre la morte; il Signore, Dio, asciugherà le lacrime da ogni viso, toglierà via da tutta la terra la vergogna del suo popolo, perché il Signore ha parlato. In quel giorno si dirà: «Ecco, questo è il nostro Dio; in lui abbiamo sperato ed egli ci ha salvati. Questo è il Signore in cui abbiamo sperato; esultiamo, rallegriamoci per la sua salvezza!»

Quanto è bella questa visione! Dio promette infatti che il giorno di questo grande convito di cibi succulenti e vini raffinati sarà anche il giorno quando Dio annienterà per sempre la morte e asciugherà le lacrime da ogni viso. Sarà il giorno quando la vergogna di tutti coloro che sperano nel Signore gli sarà tolta e avranno solo di che rallegrarsi! E qui nel capitolo 55, Dio dice che tutto questo è assolutamente gratuito. Tutti e chiunque sono invitati a smettere di faticarsi per ciò che non giova e partecipare invece a questo banchetto futuro senza pagare niente! L’unica cosa è che bisogna porgere l’orecchio all’invito di Dio, di ascoltare le sue parole d’amore e di grazia. Per poter rispondere a quest’invito di Dio, allora, dobbiamo prima al suo invito di ascoltare la sua parola. Questo è infatti il tema della seconda parte del capitolo.

2) L’invito alla parola di Dio (vv.6-13)

A) Il perdono di Dio (vv.6-7)

Cercate il Signore mentre lo si può trovare; invocatelo mentre è vicino. Lasci l’empio la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; si converta egli al Signore, che avrà pietà di lui, al nostro Dio, che non si stanca di perdonare.

La parola che Dio ci invita ad ascoltare, poi, è una di grazia e di perdono. Prima ci invita a cercarlo e invocarlo. Attenzione però: non dobbiamo cercarlo perché Dio è nascosto e lontano; anzi è qui vicino! Dio è già alla ricerca di noi! Questo “cercate il Signore”, quindi, significa in effetti: “Smettete di allontanarvi e resistere, e lasciatevi invece trovare da lui! Questo, inoltre, è ciò che significa: “lasci l’empio la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; si converta egli al Signore”. Chi persiste nel percorrere la via dell’empietà e nel concepire pensieri iniqui non può gustare i cibi succulenti che Dio offre, perché in effetti sta rifiutando il suo invito. Il ravvedimento e la conversione al Signore non sono altro che rinunciare a cibo marcio per mangiare il cibo più buono che ci sia!

Se rimane però qualche dubbio che sia troppo tardi per farlo o che ci siamo esclusi definitivamente dalla grazia, Dio ci rassicura dicendo che non sii stanca mai di perdonare. Per quanto sono grandi e tanti i nostri peccati, la grazia di Dio sovrabbonda molto di più. Dio si rallegra nel perdonare e accogliere tra le sue braccia i peccatori più grandi, e il suo amore per noi non si può mai esaurire. Alla luce di questo, quale possibile motivo potrebbe esserci per rifiutare l’invito di Dio?

B) La necessità della rivelazione (vv.8-9)

«Infatti i miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie», dice il Signore«Come i cieli sono alti al di sopra della terra, così sono le mie vie più alte delle vostre vie e i miei pensieri più alti dei vostri pensieri.

Questi versetti sono spesso intesi come un’affermazione generale della trascendenza e l’incomprensibilità di Dio. Questo è anche vero, ma qui il contesto è più specifico e questi versetti sono legati a quelli che li precedono. Perché l’empio deve lasciare la sua via e l’iniquo deve lasciare i suoi pensieri e convertirsi al Signore? È perché le sue vie e i suoi pensieri sono diversi dai nostri tanto quanto i cieli sono più alti della terra. Se non possiamo investigare e conoscere a fondo tutti i misteri del universo perché sono troppo alti e complessi per noi, quanto meno possiamo investigare e conoscere a fondo le vie e i pensieri di Dio.

Ma se questo è vero, come possiamo sapere qual è la via giusta, e quali sono i pensieri giusti? Più ancora, come possiamo sapere che le nostre vie e i nostri pensieri sono sbagliati? Ecco perché dobbiamo prima di ogni altra cosa ascoltare la parola di Dio. Non sappiamo qual è la via della salvezza né che la nostra è sbagliata finché Dio non ce lo rivela. Non possiamo mai salire alla conoscenza di Dio e dei suoi propositi nei nostri confronti su una scala costruita dai nostri ragionamenti. È Dio che scendere per rivelarsi a noi, ed è infatti ciò che ha fatto tramite la sua parola.

C) L’efficacia della parola (vv.10-11)

10 Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver annaffiato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, affinché dia seme al seminatore e pane da mangiare11 così è della mia parola, uscita dalla mia bocca: essa non torna a me a vuoto, senza aver compiuto ciò che io voglio e condotto a buon fine ciò per cui l’ho mandata.

I versetti successivi confermano questo. Qui Dio paragona la sua parola alla pioggia che scende dal cielo e dà nuova vita alla terra. Nello stesso modo, la parola di Dio “scende” e dà nuova vita a noi. Inoltre, l’efficacia della parola di Dio non dipende da niente o nessuno, perché è efficace in se stessa, essendo non una parola qualsiasi, ma la parola di Dio.

Al popolo che soffre, al popolo che piange, al popolo disperato, queste belle parole possono sembrare solo tali: solo belle parole. Ma la parola di Dio non è come la nostra. Noi sovente diciamo tante belle cose, ma non portano nessun frutto. La parola di Dio, invece, è sempre efficace, perché compie sempre ciò per cui Dio la pronuncia. Quando noi parliamo, possiamo distinguere tra “parole” e “fatti”. Quando Dio parla, però, questa distinzione non esiste. La parola di Dio è il suo fare. Dio parla, e così è, anche quando la realtà è tutta un’altra cosa. In mezzo alle tenebre primitive, “Dio disse, ‘Sia luce’, e luce fu”! Quindi, quando Dio promette annienterà per sempre la morte, che asciugherà ogni lacrima dai nostri occhi, e ci farà rallegrare per tutta l’eternità, così sarà, anche se non abbiamo nessuna prova empirica.

D) La speranza futura (vv.12-13)

12 Sì, voi partirete con gioia e sarete ricondotti in pace; i monti e i colli proromperanno in grida di gioia davanti a voi, tutti gli alberi della campagna batteranno le mani. 13 Nel luogo del pruno si eleverà il cipresso, nel luogo del rovo crescerà il mirto; ciò sarà per il Signore un motivo di gloria, un monumento perenne che non sarà distrutto».

Il capitolo conclude, dunque, con questa bellissima speranza. La promessa di Dio è sempre efficace, e che cosa promette? Che contro ogni apparenza, noi un giorno entreranno nel regno di Dio, un mondo risanato e ricreato, dove avremo solo gioia e niente tristezza, solo pace e niente paura. Persino il creato stesso esulterà nella benedizione del Signore. Ovunque si trova ora il pruno, lì crescerà invece il cipresso. Ovunque si trova ora il rovo, lì crescerà il mirto. Pensate: quando Dio compie il suo proposito per il mondo, saranno le erbacce a essere soffocate dalle piante fruttifere, e non viceversa! E questo non ci dà neanche la più minima idea di quanto sarà bello e perfetto il nuovo mondo di Dio! Non sarà neanche come un sogno che sarà interroto dalla sveglia. Scopriremo che era questa vita il sogno, è quella sarà la realtà!

3) Riflessioni Conclusive

È bello tutto questo, no? Eppure ancora ci sono molti che ne dubitano, che lo rifiutano, che deridono quelli che ci credono. Come possiamo rispondere? Come possiamo, come detto all’inizio, mantenere la speranza con tanta pazienz? Ricordiamoci di due Scritture importanti.

A) Colossesi 2:6-10, 13 15

Come dunque avete ricevuto Cristo Gesù, il Signore, così camminate in lui; radicati ed edificati in lui, saldi nella fede, come vi è stata insegnata, e abbondando nel ringraziamentoGuardate che nessuno faccia di voi sua preda con la filosofia e con vani raggiri secondo la tradizione degli uomini e gli elementi del mondo e non secondo Cristo; perché in lui abita corporalmente tutta la pienezza della Deità; 10 e voi avete tutto pienamente in lui, che è il capo di ogni principato e di ogni potestà; … 13 Voi, che eravate morti nei peccati e nella incirconcisione della vostra carne, voi, dico, Dio ha vivificati con lui, perdonandoci tutti i peccati,  15 e avendo spogliato i principati e le potestà, ne ha fatto un pubblico spettacolo, trionfando su di loro per mezzo della croce.

Qui in Colossesi Paolo cerca di fortificare la fede dei credenti contro vari attachi “con la filosofia e con vani raggiri secondo la tradizione degli uomini”. La sua risposta è semplicemente questa: avete già tutto in Cristo! Perché dovete cercare altrove? Gesù è la Parola che ci rende comprensibili le vie e i pensieri incomprensibili di Dio. Inoltre, Gesù è la Parola efficace che come la pioggia è sceso dal cielo e tramite la sua morte ci ha dato nuovo vita. Egli è anche la Parola che ci invita a già cominciare a gustare i cibi succulenti del regno di Dio in lui, il Pane della vita e l’Acqua infinitamente dissetante. Gesù è infine la Parola che garantisce l’adempimento di tutte le altre parole di Dio, perché in lui la vittoria sul male e sulla morte è già avvenuta.

B) Romani 8:19-25

18 Infatti io ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria che deve essere manifestata a nostro riguardo. 19 Poiché la creazione aspetta con impazienza la manifestazione dei figli di Dio; 20 perché la creazione è stata sottoposta alla vanità, non di sua propria volontà, ma a motivo di colui che ve l’ha sottoposta, 21 nella speranza che anche la creazione stessa sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella gloriosa libertà dei figli di Dio. 22 Sappiamo infatti che fino ad ora tutta la creazione geme ed è in travaglio; 23 non solo essa, ma anche noi, che abbiamo le primizie dello Spirito, gemiamo dentro di noi, aspettando l’adozione, la redenzione del nostro corpo. 24 Poiché siamo stati salvati in speranza. Or la speranza di ciò che si vede non è speranza; difatti, quello che uno vede perché lo spererebbe ancora? 25 Ma se speriamo ciò che non vediamo, lo aspettiamo con pazienza.

Benché la nostra speranza si basi su questo grande “già” in Cristo, è anche vero che essa aspetta il “non ancora”, il pieno compimento di ciò che è avvenuto in Cristo. Qui Paolo lo spiega chiaramente. Noi, insieme a tutto il creato, gemiamo a causa del nostro travaglio attuale. Ma come la madre che subisce le doglie del parto le affronta con la speranza di dare alla luce un bellissimo bambino, così anche noi gemiamo con la speranza che “le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria che deve essere manifestata a nostro riguardo”. Infatti, come Paolo sottolinea, questo è il significato di “speranza”! “La speranza di ciò che si vede non è speranza.” Perciò, siccome “speriamo ciò che non vediamo, lo aspettiamo con pazienza.” Che il Signore ci fortifichi nella sua grazia in Cristo di mantenere speranza in tutte le promesse di Dio, aspettandone il pieno compimento con pazienza e gioia.

Il Ritorno del Re: Zaccaria 7:8-8:8; 9:9-12

1) La Parola di Giudizio

A) Parola di giustizia (vv.8-12)

7:8 La parola del Signore fu rivolta a Zaccaria in questi termini: «Così parlava il Signore degli eserciti: “Fate giustizia fedelmente, mostrate l’uno per l’altro bontà e compassione. 10 Non opprimete la vedova né l’orfano, lo straniero né il povero; nessuno di voi, nel suo cuore, trami il male contro il fratello”.

Voltando la pagina al profeta Zaccaria, ci troviamo nel periodo dopo l’esilio, quando molti ebrei, se non tutti, sono tornati in Israele, settant’anni dopo la distruzione del tempio, esattamente come aveva predetto il profeta Geremia. È un periodo difficile in quanto il popolo è stato ridotto a misere condizioni, senza il potere e la protezione del re e senza il tempio come punto di riferimento centrale. Uno degli scopo del ministero di Zaccaria è di incoraggiare il popolo debole e indifeso, ricordandogli che il Signore è la sua forza e la sua fortezza.

Prima, però, il Signore gli ricorda, sempre tramite il suo portavoce Zaccaria, del motivo per cui essi si trovano in queste condizioni. La parola di giudizio qui dichiarata non riguarda il presente ma il passato, riguarda l’infedeltà d’Israele prima dell’esilio. Nei versetti 9 e 10, Dio riassume le accuse precedenti. Israele aveva fatto tutt’altro che “fare giustizia fedelmente” o “mostrare l’uno per l’altro bontà e compassione”, e così via. Essi avevano oppresso la vedova e l’orfano, lo straniero e il povero. Essi tramavano nei loro cuori il male contro il fratello. Siccome Israele aveva fatto il contrario del mostrare al mondo la giustizia del regno di Dio, aveva subito esso stesso la giustizia da parte del Signore.

B) Parola di rifiuto (vv.11-12)

11 Ma essi rifiutarono di fare attenzione, opposero una spalla ribelle e si tapparono gli orecchi per non udire. 12 Resero il loro cuore duro come il diamante, per non ascoltare la legge e le parole che il Signore degli eserciti rivolgeva loro per mezzo del suo Spirito, per mezzo dei profeti del passato; perciò ci fu grande indignazione da parte del Signore degli eserciti.

Notiamo, però, un dettaglio importante. Dio riprende Israele non tanto per le ingiustizie commesse, ma per non aver ascoltato la sua parola. Come dice nel versetto 12, il problema fondamentale — il motivo per cui Israele aveva commesso tutte quelle ingiustizie — era perché gli israeliti “resero il loro cuore duro come il diamante, per non ascoltare la legge e le parole che il Signore degli eserciti rivolgeva loro”. Come insegna la Bibbia sin dalla Genesi, sin dal primo peccato nel giardino d’Eden, la radice del male è il rifiuto di ascoltare la parola di Dio. Quando si dubita della bontà o della veracità della sua parola, si apre la porta a ogni tipo di male e ingiustizia.

C) Parola di esilio (vv.13-14)

13 “Così come egli chiamava, e quelli non davano ascolto, così quelli chiameranno, e io non darò ascolto”, dice il Signore degli eserciti. 14 “Li disperderò fra tutte le nazioni che essi non hanno mai conosciute, e il paese rimarrà desolato dietro a loro, senza più nessuno che vi passi o vi ritorni. Essi hanno ridotto il paese di delizie in desolazione”».

Questo rifiuto di ascoltare la parola di Dio è stato il motivo principale per cui il popolo è stato giudicato, per cui è stato “disperso fra tutte le nazione”. Israele aveva ascoltato la chiamata delle nazioni — la tentazione di diventare come loro — e Dio dunque l’ha abbandonato in balìa dei loro desideri.

2) La Parola di Speranza

A) Parola di amore (vv.1-5)

8:1 La parola del Signore degli eserciti mi fu rivolta in questi termini: «Così parla il Signore degli eserciti: “Io provo per Sion una grande gelosia, sono geloso di lei con grande ardore”. Così parla il Signore: “Io torno a Sion e abiterò in mezzo a Gerusalemme; Gerusalemme si chiamerà la Città della fedeltà, il monte del Signore degli eserciti, Monte santo”. Così parla il Signore degli eserciti: “Ci saranno ancora vecchi e vecchie che si siederanno nelle piazze di Gerusalemme, ognuno avrà il bastone in mano a motivo della loro età molto avanzata. Le piazze della città saranno piene di ragazzi e di ragazze che si divertiranno”. 

In questo contesto, tutto ciò serve solo come preludio al messaggio che Dio vuole dare al popolo sofferente, un messaggio di speranza e non di male. Anche se Dio ha ritenuto necessario giudicare il popolo per mettere fine alle ingiustizie da esso perpetrate, il suo desiderio più grande — ciò in cui trova diletto — è sempre quello di benedire. Se Dio si oppone a noi, è solo perché si oppone alla nostra opposizione al suo proposito benevolo che tiene in serbo per noi.

Ecco perché Dio parla come un marito parla della sua moglie infedele: “Io provo per Sion una grande gelosia, sono geloso di lei con grande ardore.” Dio è come il marito che ama sua moglie troppo da lasciarla andare dietro ad altri amanti che la vogliono solo maltrattare e violentare. Dio promette, dunque, che neanche l’ostinata ribellione del suo popolo riuscirà a frustrare il suo amore. Promette, infatti, di tornare ad abitare di nuovo in mezzo a loro, che ci sarà una pace tale che i vecchi vivranno così a lungo che vedranno le prossime generazioni divertirsi in sicurezza, che persino il popolo stesso sarà chiamato “fedele” e “santo”. Dio farà tutto questo, non perché il suo popolo se lo merita (anzi!), ma soltanto a motivo del suo amore che mai finisce, mai si ferma, mai si esaurisce. Dio farà tutto questo, insomma, perché questo è chi Dio è!

B) Parola di salvezza (vv.6-7)

Così parla il Signore degli eserciti: “Se ciò sembrerà impossibile agli occhi del resto di questo popolo in quei giorni, sarà forse impossibile anche agli occhi miei?”, dice il Signore degli eserciti. Così parla il Signore degli eserciti: “Ecco, io salvo il mio popolo dalla terra d’oriente e dalla terra d’occidente. Li ricondurrò, ed essi abiteranno in bmezzo a Gerusalemme; essi saranno mio popolo e io sarò loro Dio con fedeltà e con giustizia”.

Possiamo immaginare, comunque, i dubbi che al popolo vengono in mente: “Come sarà possibile? Nella nostra vita, abbiamo visto solo male, solo sofferenza, solo dolore, solo spavento, solo violenza, solo angoscia. Queste sono solo delle belle parole; non significano però niente!”

Ecco perché il Signore sottolinea la sua promessa con questa domanda: “Sarà forse impossibile anche agli occhi miei?” Al Dio che con la sua parola ha chiamato all’esistenza tutto l’universo, gli sarà impossibile garantire che la sua parola compierà ciò che ha promesso? Torniamo sempre allo stesso interrogativo che ci pone la Bibbia: quando la parola di Dio contraddice ciò che vediamo con i nostri occhi, in cosa metteremo la nostra fiducia? È la parola di Dio più certa e più affidabile della realtà che ci sembra circondare da ogni lato?

3) La Parola di Pace (9:9-12)

9:9 Esulta grandemente, o figlia di Sion, manda grida di gioia, o figlia di Gerusalemme! Ecco, il tuo re viene a te; egli è giusto e vittorioso, umile, in groppa a un asino, sopra un puledro, il piccolo dell’asina. 10 Io farò sparire i carri da Efraim, i cavalli da Gerusalemme e gli archi di guerra saranno distrutti. Egli parlerà di pace alle nazioni, il suo dominio si estenderà da un mare all’altro e dal fiume sino alle estremità della terra. 11 Per te, Israele, a motivo del sangue del tuo patto, io libererò i tuoi prigionieri dalla fossa senz’acqua. 12 Tornate alla fortezza, o voi prigionieri della speranza! Anche oggi io ti dichiaro: «Ti renderò il doppio».

Nel parlare di queste promesse con le persone in giro, la domanda che quasi tutti fanno è la seguente: Quando avverrà tutto questo? Sembra che le cose vadano come sono sempre andate! Ma anche il popolo d’Israele poneva la stessa domanda. Sono tante belle parole, Zaccaria, ma dicci quando! Passiamo dalle parole ai fatti!

Allora il Signore risponde: Ecco quando avverrà, questo sarà il segno che le mie promesse stanno per compiersi. Vedrete il ritorno del re! Quando vi hanno attaccato i babilonesi, hanno distrutto il palazzo reale e deportato in esilio il re dal lignaggio davidico. Sin d’allora non avete un figlio di Davide che regni su di voi. Ma un giorno egli tornerà da voi, e quando lo vedete entrare nella città di Gerusalemme, esultate grandemente e mandate grida di gioia perché la vostra salvezza è vicina!

Inoltre, se volete sapere come riconoscere questo re, vi darò un altro segno: lui verrà a voi, giusto e vittorioso sì, ma anche umile. Non verrà in groppa a un grande e forte cavallo da guerra, ma sopra un puledro, il piccolo dell’asina. Fate attenzione, dunque, di non confondervi, pensando che il re sarà come tutti gli altri re delle nazioni. Questo re, il Messia, vincerà di sicuro. Trionferà su ogni male, stabilirà la pace, e estenderà i confini del suo regno benevolo fino alle estremità della terra. Ma il modo in cui lo farà, sarà totalmente diverso da quello che vi aspetterete.

Poi nel versetto 11 Dio aggiunge un altro dettaglio interessante: egli agirà tramite il Messia per liberare voi che in molti aspetti siete ancora prigionieri — prigionieri della paura, dell’ansia, dell’angoscia, dello spavento della morte — “a motivo del sangue del tuo patto”. Ma che cosa potrebbe significare?

4) L’Ultima Parola

A) Matteo 21:1-9: La rivelazione del Re

21:1 Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero a Betfage, presso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due discepoli, dicendo loro: «Andate nella borgata che è di fronte a voi; subito troverete un’asina legata e un puledro con essa; scioglieteli e conduceteli da me. Se qualcuno vi dice qualcosa, direte che il Signore ne ha bisogno, e subito li manderà». [Tutto] questo avvenne affinché si adempisse la parola del profeta: «Dite alla figlia di Sion: “Ecco, il tuo re viene a te, mansueto e montato sopra un’asina, sopra un asinello, puledro d’asina”» I discepoli andarono e fecero come Gesù aveva loro ordinato; condussero l’asina e il puledro, vi misero sopra i [loro] mantelli e Gesù vi si pose a sedere. La maggior parte della folla stese i mantelli sulla via; altri tagliavano dei rami dagli alberi e li stendevano sulla via. Le folle che lo precedevano e quelle che seguivano gridavano: «Osanna al Figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore![i] Osanna nei luoghi altissimi!»

Come abbiamo imparato in passato, i profeti non capivano sempre o pienamente il messaggio che Dio gli aveva dato. Spesso il messaggio profetico non si capisce bene finché non viene compiuto. Ed ecco quello che troviamo nel primo libro del Nuovo Testamento, Matteo, che scrive circa 500 anni dopo Zaccaria. Ricordando l’episodio che ha visto con i propri occhi, Matteo racconta come è stato infatti Gesù di Nazaret che ha compiuto la profezia di Zaccaria, esattamente come quest’ultimo aveva predetto. Allora le folle hanno fatto bene a gridare: “Osanna al Figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!” Questo è stato un momento di grande gioia ed esultanza; è tornato il re promesso, il figlio di Davide, il Messia!

B) Matteo 20:17-19, 25-28: La morte del Re

20:17 Poi Gesù, mentre saliva verso Gerusalemme, prese da parte i dodici {discepoli}; e, strada facendo, disse loro: 18 «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà dato nelle mani dei capi dei sacerdoti e degli scribi; essi lo condanneranno a morte 19 e lo consegneranno ai pagani perché sia schernito, flagellato e crocifisso; e il terzo giorno risusciterà» 20 Allora la madre dei figli di Zebedeo si avvicinò a Gesù con i suoi figli, prostrandosi per fargli una richiesta. 21 Ed egli le domandò: «Che vuoi?» Ella gli disse: «Di’ che questi miei due figli siedano l’uno alla tua destra e l’altro alla tua sinistra, nel tuo regno». 22 Gesù rispose: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete voi bere il calice che io sto per bere?»… 25 Ma Gesù, chiamatili a sé, disse: «Voi sapete che i prìncipi delle nazioni le signoreggiano e che i grandi esercitano autorità su di esse. 26 Ma non dovrà essere così tra di voi: anzi, chiunque vorrà essere grande tra di voi, sarà vostro servitore; 27 e chiunque tra di voi vorrà essere primo, sarà vostro servo; 28 appunto come il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti».

Tuttavia, Gesù non si è dimostrato il Messia che gli ebrei si aspettavano. Gesù infatti aveva detto ai suoi discepoli poco prima che la sua sorte sarebbe stata quella di essere condannato a morte e crocifisso come un criminale. Lo sappiamo perché subito dopo che Gesù ha detto questo, i discepoli Giacomo e Giovanni gli chiedono di sedersi accanto a Gesù sul suo trono! Non avevano capito che Gesù non era venuto per salire su un trono ma su una croce. Ecco perché Gesù li rimprovera, dicendo che il suo regno è diametricalmente opposto a ogni altro regno umano, e lui è un re diametricalmente opposto a ogni altro re. Mentre i re delle nazioni invariabilmente governano attraverso il potere, la ricchezza, e la forza militare, Gesù stabilisce il suo regno attraverso la debolezza, la povertà, e il sacrificio. Perché questa contraddizione totale? Perché Gesù “non è venuto per essere servito” (come tutti gli altri re) “ma per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti”.

Ecco dunque il significato del detto misterioso di Zaccaria: “a motivo del sangue del tuo patto, io libererò i tuoi prigionieri dalla fossa” (9:11). Un patto è un testamento che, come dice Ebrei 9:17, è solo “valido quando è avvenuta la morte, poiché rimane senza effetto finché il testatore vive”. Il testamento, infatti, dispone per ciò che succede dopo la morte di chi lo sottoscrive. Zaccaria, dunque, aveva evidenziato questo fatto: la promessa, o il “testamento”, riguardo alla salvezza e la liberazione dei prigionieri sarebbe stata messa in atto solo con la spargimento del sangue, la morte di chi l’ha fatta. E chi ha fatto questo testamento? Dio. Questo è dunque il motivo per cui Gesù ha detto che doveva “dare la sua vita”, e niente di meno, per poter riscattare, cioè affrancare i prigionieri del peccato e della morte. È la morte del re che dà a noi la vita.

C) Apocalisse 19:11-16: Il ritorno del Re

11 Poi vidi il cielo aperto, ed ecco apparire un cavallo bianco. Colui che lo cavalcava si chiama Fedele e Veritiero, perché giudica e combatte con giustizia. 12 I suoi occhi erano {come} fiamma di fuoco, sul suo capo vi erano molti diademi e portava scritto un nome che nessuno conosce fuorché lui. 13 Era vestito di una veste tinta di sangue e il suo nome è «la Parola di Dio». 14 Gli eserciti che sono nel cielo lo seguivano sopra cavalli bianchi, ed erano vestiti di lino fino bianco e puro. 15 Dalla bocca gli usciva una spada affilata per colpire le nazioni; ed egli le governerà con una verga di ferro, e pigerà il tino del vino dell’ira ardente del Dio onnipotente. 16 E sulla veste e sulla coscia portava scritto un nome: «Re dei re e Signore dei signori».

Questo non è, però, la fine della storia. Lo stesso Giovanni che prima aveva totalmente frainteso le sopraccitate parole di Gesù poi nei suoi ultimi anni ci ha fatto intravedere quella fine. Gesù che non è rimasto nella tomba ma nel terzo giorno è stato risuscitato e poi è asceso al suo trono celeste, un giorno ritornerà per portare al compimento il testamento che ha eseguito mediante il proprio sangue. Perché non è già ritornato o non ritorna adesso, visto che il mondo va sempre peggiorando?

Qui scopriamo che il giorno del suo ritorno sarà un grande giorno di giudizio quando la sentenza di morte, pronunciata contro ogni peccato, contro ogni male, e contro la morte stessa dalla morte di Gesù sulla croce sarà pienamente e definitivamente eseguita. Quando ciò accade, non ci sarà più per il ravvedimento e la salvezza. Cristo non ha aspettato questi ultimi due millenni perché tarda, o perché si è dimenticato, o perché è indifferente, o perché non esiste veramente. No, la Bibbia dichiara chiaramente: “Il Signore non ritarda l’adempimento della sua promessa, come pretendono alcuni; ma è paziente verso di voi, non volendo che qualcuno perisca, ma che tutti giungano al ravvedimento” (2 Pt 3:9). Allora, volendo che “tutti siano salvati e vengano alla conoscenza della verità” (1 Tm 2:4), Dio continua a dare a tutti la possibilità di ravvedersi e credere in Gesù Cristo, prima che sia troppo tardi. Dunque, ora è il tempo della decisione! Oggi è il giorno della salvezza! Che nessuno di noi tardi nel invocare il nome del Signore, perché sicuramente il ritorno del Signore non tarderà!