1 Tessalonicesi: L’Azione della Parola di Dio

1) La Parola Con Potenza (1:1-10)

1:1 Paolo, Silvano e Timoteo alla chiesa dei Tessalonicesi che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: grazia a voi e pace [da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo]. 2 Noi ringraziamo sempre Dio per voi tutti, nominandovi nelle nostre preghiere, ricordandoci continuamente, davanti al nostro Dio e Padre, dell’opera della vostra fede, delle fatiche del vostro amore e della costanza della vostra speranza nel nostro Signore Gesù Cristo. Conosciamo, fratelli amati da Dio, la vostra elezione. Infatti il nostro vangelo non vi è stato annunciato soltanto con parole, ma anche con potenza, con lo Spirito Santo e con piena convinzione; infatti sapete come ci siamo comportati fra voi, per il vostro bene. Voi siete divenuti imitatori nostri e del Signore, avendo ricevuto la parola in mezzo a molte sofferenze, con la gioia che dà lo Spirito Santo, tanto da diventare un esempio per tutti i credenti della Macedonia e dell’Acaia. Infatti da voi la parola del Signore ha echeggiato non soltanto nella Macedonia e nell’Acaia, ma anzi la fama della fede che avete in Dio si è sparsa in ogni luogo, di modo che non abbiamo bisogno di parlarne; perché essi stessi raccontano quale sia stata la nostra venuta fra voi, e come vi siete convertiti dagli idoli a Dio per servire il Dio vivente e vero, 10 e per aspettare dai cieli il Figlio suo che egli ha risuscitato dai morti, cioè Gesù, che ci libera dall’ira imminente.

Fondamentale alla nostra fede è la Bibbia, l’unica testimonianza autorevole alla rivelazione di Dio all’umanità. La Bibbia, come sappiamo, è un libro, la parola di Dio scritta in parole umane. Questo fatto merita un po’ di riflessione. Perché questa testimonianza prende la forma di un libro? Perché Dio ha fatto sì che la sua parola fosse trasmessa a noi in questa modalità? O più basilare ancora: perché Dio si è rivelato a noi tramite la parola e non, per esempio, tramite una visione? La prima lettera di Paolo ai Tessalonicesi ci dà un’ottima opportunità per riflettere su questo tema, cioè, la centralità della parola alla nostra fede. I cristiani sono prima di tutto “un popolo del libro” perché, come Paolo afferma in 2 Timoteo 3:16-17:

16 Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, 17 perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona.

Solo della Scrittura è dichiarato questo, che è “ispirata da Dio”, e la Scrittura da sola è sufficiente affinché siamo completi e ben preparati per ogni opera buona.

La lettera di 1 Tessalonicesi, scritta da Paolo a una chiesa che aveva fondato nella città di Tessalonica (che esiste ancora oggi) in Grecia, non è un trattato specifico su quest’argomento, ma è pieno di riferimenti a esso. Quando Paolo lasciò la chiesa per fondarne altre altrove, essa era una comunità matura nella fede, ma dopo un po’ i suoi membri si resero conto di aver ancora bisogno del suo aiuto in certe questioni. Paolo, trovandosi lontano da Tessalonica, non poteva essere lì personalmente, e quindi gli scrisse questa lettera, sapendo che essa era in grado di supplire alla sua assenza nei confronti dei credenti tessalonicesi. In questo, vediamo la certezza che Paolo aveva nella parola scritta come strumento efficace dell’opera di Dio nella chiesa. Come spiega chiaramente nel 2:13:

2:13 Per questa ragione anche noi ringraziamo sempre Dio: perché quando riceveste da noi la parola della predicazione di Dio, voi l’accettaste non come parola di uomini, ma, quale essa è veramente, come parola di Dio, la quale opera efficacemente in voi che credete.

Per Paolo, la parola del vangelo, sia annunciata che scritta, “opera efficacemente” in noi che crediamo perché essa, pur provenendo da uomini come Paolo, non è solo la parola dell’uomo ma è veramente la parola di Dio. È questa certezza che vogliamo, e che dobbiamo, avere anche noi, perché se non siamo convinti dell’efficacia della Bibbia, avremo poca motivazione per darle retta. Se invece condividiamo la convinzione di Paolo, saremo sempre più spronati a leggerla, a studiarla, e a metterla in pratica.

La difficoltà che affrontiamo, però, è che viviamo in una cultura che sottovaluta la parola. Spesso si distingue tra “parole” e “fatti”, come se parole contassero meno dei fatti. Per quanto riguarda la parola scritta, è noto che in genere gli italiani non sono grandi lettori di libri. Più ancora, (e soprattutto quando si parla della Bibbia), la parola scritta è spesso considerata complessa, ambigua e difficile da capirsi. La Bibbia in particolare è un libro ritenuto inaccessibile alla persona normale, o anche poco attendibile perché deve essere interpretato. Quante volte ho sentito qualcuno ribattere: “Ma è solo la tua interpretazione!”, come se questo minasse l’autorevolezza delle Scritture! Ma tutto questo è sintomatico della poca fiducia che molti hanno nella parola scritta, e specialmente nella Bibbia, come mezzo efficace di comunicazione. Noi siamo purtroppo condizionati da questa mentalità, e influisce molto sul rapporto che abbiamo con il testo sacro.

Per questo motivo, è importante che riflettiamo bene su come la Bibbia stessa considera il tema della parola, e non possiamo fare meglio che studiarlo in 1 Tessalonicesi. Paolo comincia questa lettera ricordando ai tessalonicesi il vangelo che gli aveva annunciato “non soltanto con parole, ma anche con potenza, con lo Spirito Santo e con piena convinzione” (1:5). Indipendentemente da quello che possiamo pensare di altre parole, la parola del vangelo, Paolo insiste, è potentemente efficace quando viene annunciata perché è accompagnata dallo Spirito Santo che convince chi ascolta della sua verità. Così la parola del vangelo si distingue da altre parole umane nel senso che realizza lo scopo per cui viene comunicata. Il vangelo non è una parola che, come altre parole umane, può essere semplicemente ignorata. Non è una promessa che, come altre promesse umane viene meno. Ottiene l’ascolto quando viene dichiarato, e garantisce il compimento di ciò che prevede. Rimaniamo spesso delusi o ingannati dalle parole che altri dicono, ma questo non succede mai quando la parola del vangelo è trasmessa, perché lo Spirito Santo ne assicura l’efficacia.

Paolo ricorda inoltre ai tessalonicesi che la loro esperienza è testimone di tutto ciò. Sanno che quando il vangelo è stato da Paolo annunciato, la sua potenza si è dimostrata nel fatto che essi sono di conseguenza “divenuti imitatori … del Signore” (1:6). I tessalonicesi hanno “ricevuto la parola in mezzo a molte sofferenze” (1:6), e si sono “convertiti dagli idoli a Dio per servire il Dio vivente e vero” (1:9). Questa conversione — dalle tenebre alla luce, dalla falsità alla verità, dalla morte alla vita, dagli idoli a Gesù — era dovuta non all’eloquenza della predicazione di Paolo ma solo alla potenza della parola annunciata.

Nel 2:3-7, infatti, Paolo respinge esplicitamente ogni tentativo di far accettare il vangelo con strategie o trucchi umani:

3 Perché la nostra predicazione non proviene da finzione, né da motivi impuri, né è fatta con inganno; ma, come siamo stati approvati da Dio che ci ha stimati tali da poterci affidare il vangelo, parliamo in modo da piacere non agli uomini, ma a Dio che prova i nostri cuori. Difatti, non abbiamo mai usato un parlare lusinghevole, come ben sapete, né pretesti ispirati da cupidigia; Dio ne è testimone. E non abbiamo cercato gloria dagli uomini, né da voi, né da altri, sebbene, come apostoli di Cristo, avremmo potuto far valere la nostra autorità; invece, siamo stati mansueti in mezzo a voi, come una nutrice che cura teneramente i suoi bambini.

Paolo non spacciava il vangelo come un venditore di auto. Annunciava il vangelo con sincerità e semplicità, e le vite trasformate come risultato erano la prova dell’efficacia della parola stessa. Tale era la fiducia di Paolo nella potenza della parola che era capace di capovolgere il mondo con un mero sussurro. Il vangelo, in quanto parola di Dio, non è da separare dai “fatti” che sono più concreti. Per Paolo, la parola di Dio è il suo atto. Dio agisce parlando. E quando diamo ascolto alla parola di Dio, permettiamo allo Spirito Santo di entrare nelle nostre vite e di renderci conformi all’immagine di Gesù.

2) La Parola In Azione

A) Insegnare/Istruire (4:2-6, 13-17)

Il resto della lettera di 1 Tessalonicesi si legge quasi come un catalogo delle varie azioni che Dio intraprende nei nostri confronti quando apriamo le nostre orecchie alla sua parola. Consideriamo adesso le diverse opere che Dio compie in noi tramite la sua parola. Ne abbiamo già vista una: tramite la parola del vangelo, Dio ci libera dagli idoli che ci schiavizzano e ci converte a se stesso, l’unico vero Dio, affinché lo serviamo in gioia e in libertà. Ma c’è molto ancora. Attraverso la sua parola Dio ci istruisce e ci insegna la verità che ci rende saldi nella fede e capaci di discernere l’errore. Nel capitolo 4 troviamo due chiari esempi di questo. Nei vv.2-6 leggiamo:

4:Infatti sapete quali istruzioni vi abbiamo date nel nome del Signore Gesù. Perché questa è la volontà di Dio: che vi santifichiate, che vi asteniate dalla fornicazione, che ciascuno di voi sappia possedere il proprio corpo in santità e onore, senza abbandonarsi a passioni disordinate come fanno gli stranieri che non conoscono Dio; che nessuno opprima il fratello né lo sfrutti negli affari; perché il Signore è un vendicatore in tutte queste cose, come già vi abbiamo detto e dichiarato prima.

Qui vediamo come la parola di Dio ci insegna qual è la volontà di Dio per noi, la nostra santificazione. I tessalonicesi, una volta convertiti dagli idoli a servire l’unico vero Dio, dovevano poi imparare a “possedere il proprio corpo in santità e onore”. Questo non era né facile né automatico, perché erano circondati da persone che “non conoscevano” Dio e per cui “abbandonarsi a passioni disordinate” era del tutto normale. Loro invece dovevano vivere in modo totalmente controcorrente, e quindi dovevano essere istruiti in tutta la volontà di Dio per loro. Così anche noi che viviamo in una società che non conosce Dio e che reputa normali stili di vita contrari alla sua volontà, abbiamo altrettanto bisogno di essere istruiti in modo conforme alla santità. Come avviene questo? Qual è la scuola in cui siamo ammaestrati in tutta la volontà di Dio? È la parola di Dio scritta: “Infatti sapete quali istruzioni vi abbiamo date nel nome del Signore Gesù” (4:2).

Poi nei vv.13-17 del capitolo 4, troviamo un altro tipo di insegnamento importante:

4:13 Fratelli, non vogliamo che siate nell’ignoranza riguardo a quelli che dormono, affinché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. 14 Infatti, se crediamo che Gesù morì e risuscitò, crediamo pure che Dio, per mezzo di Gesù, ricondurrà con lui quelli che si sono addormentati. 15 Poiché questo vi diciamo mediante la parola del Signore: che noi viventi, i quali saremo rimasti fino alla venuta del Signore, non precederemo quelli che si sono addormentati; 16 perché il Signore stesso, con un ordine, con voce d’arcangelo e con la tromba di Dio, scenderà dal cielo, e prima risusciteranno i morti in Cristo; 17 poi noi viventi, che saremo rimasti, verremo rapiti insieme con loro, sulle nuvole, a incontrare il Signore nell’aria; e così saremo sempre con il Signore.

Qui vediamo come l’insegnamento della parola di Dio serve per liberarci dall’ignoranza. Evidentemente, i tessalonicesi erano ignoranti “riguardo a quelli che dormono” (cioè i morti) e di conseguenza erano “tristi come gli altri che non hanno speranza” (v.13). Per questo motivo Paolo gli insegna il ritorno di Gesù e la risurrezione. Sappiamo, Paolo dice, che la morte non è l’ultima parola per i credenti. Sono morti, sì, e forse moriremo anche noi se Gesù non torna prima, ma il fatto è che Gesù tornerà, e quando tornerà i morti risusciteranno e saranno riuniti con quelli che sono ancora vivi. Per i credenti è la vita, non la morte, che trionferà, e siamo certi che un giorno saremo tutti insieme nella presenza del Signore per sempre, senza paura, senza angoscia, e senza lacrime. Se non siamo ignoranti ma convinti di questo, non saremo tristi di fronte alla morte “come gli altri che non hanno speranza”. Saremo tristi, certo, ma la nostra tristezza sarà sempre temperata dalla speranza, e piangeremo sapendo che un giorno non piangeremo mai più. Questo è lo scopo dell’insegnamento della parola di Dio, ed è il motivo per cui Paolo, insieme agli altri autori ispirati, ci hanno regalato il tesoro delle sacre Scritture che ci liberano dall’ignoranza e ci riempiono di speranza.

B) Consolare (4:18; 5:9-11)

La seconda azione, legata alla prima, che Dio compie in noi tramite la sua parola è la consolazione. Dopo aver insegnato il ritorno di Cristo, Paolo conclude nel v.18:

4:18 Consolatevi dunque gli uni gli altri con queste parole.

Nello stesso modo, nei vv.9-11 del capitolo 5, Paolo ricorda che, nonostante il male che ci assalisce e il mondo che peggiora sempre di più, il nostro destino non è ira e distruzione ma salvezza e vita eterna che sarà nel giorno in cui Gesù si rivelerà dal cielo.

5:9 Dio infatti non ci ha destinati a ira, ma ad ottenere salvezza per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo, 10 il quale è morto per noi affinché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui. 11 Perciò, consolatevi a vicenda ed edificatevi gli uni gli altri, come d’altronde già fate.

È Dio che ci ha destinati alla salvezza, e sarà lui a portarla a compimento. Inoltre, anche prima del ritorno di Cristo, anche se lo vediamo, e persino in mezzo alla valle dell’ombra della morte, noi “viviamo insieme con” Gesù. Bramiamo il giorno quando la nostra fede cambierà in visione e lo vedremo faccia a faccia, ma nel frattempo noi godiamo di una comunione con lui che nessun dolore o difficoltà ci può togliere. Certo, tendiamo a dimenticare questo, specie quando siamo sopraffatti dalle prove della vita. Se non ci rivolgiamo alla parola, ci priviamo del più grande conforto che abbiamo. Ma quando diamo di nuovo ascolto alla parola di Dio, egli ci ricorda delle sue promesse infallibili, e troviamo una grande consolazione per le nostre anime.

C) Preannunciare/Preparare (3:1-4)

Mediante la sua parola, quindi, Dio ci salva, ci istruisce, ci conforta, ma vediamo anche che ci prepara per renderci saldi in anticipo delle varie difficoltà che possiamo attraverso nella vita.

3:1 Perciò, non potendo più resistere, preferimmo restare soli ad Atene; e mandammo Timoteo, nostro fratello e collaboratore di Dio nel vangelo di Cristo, per confermarvi e confortarvi nella vostra fede, affinché nessuno fosse scosso in mezzo a queste tribolazioni; infatti voi stessi sapete che a questo siamo destinati. Perché anche quando eravamo tra di voi, vi preannunciavamo che avremmo dovuto soffrire, come poi è avvenuto, e voi lo sapete.

Come Paolo fece nei confronti dei tessalonicesi, mandando a loro Timoteo “affinché nessuno fosse scosso in mezzo a queste tribolazioni”, così Dio fa attraverso le Scritture. Esse ci preannunciano che dovremo soffrire in modo che non saremo presi alla sprovvista quando capita. Nel capitolo 5, vv.4-8, la parola ci dice questo esplicitamente usando la metafora del “giorno” e della “notte”:

5:4 Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno abbia a sorprendervi come un ladro; perché voi tutti siete figli di luce e figli del giorno; noi non siamo della notte né delle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma vegliamo e siamo sobri; poiché quelli che dormono, dormono di notte, e quelli che si ubriacano, lo fanno di notte. Ma noi, che siamo del giorno, siamo sobri, avendo rivestito la corazza della fede e dell’amore e preso per elmo la speranza della salvezza.

I credenti, ammaestrati dalla parola, sanno cosa aspettarsi nel mondo, e non rimangono sorpresi quando “come un ladro” vengono le tribolazioni e le angosce. Non rimangono stupiti che il peccato umano sfocia in razzismo e omicidio, come è successo recentemente con la morte di George Floyd negli Stati Uniti. Non rimangono sorpresi neanche quando il mondo intero viene colpito da una pandemia come il COVID-19, perché la parola ha già preannunciato tutto ciò. Come “figli della luce” e “figli del giorno”, i credenti vegliano, sono sobri, e sanno discernere i segni della fine e del ritorno di Cristo. Mentre quelli del mondo “si ubriacano” e “dormono” così che l’arrivo del “ladro” li sconvolge, quelli che si sono rivestiti dell’armatura di Dio sono preparati a tutto, e sanno reagire nel modo giusto. Sono così non grazie alla loro intelligenza o capacità, ma perché tramite la sua parola Dio li ha preparati e li ha fortificati per poter stare forti e fermi in mezzo alla tempesta.

D) Esortare/Ammonire (2:10-12; 4:1, 9-12; 5:14-18)

A volte, però, abbiamo bisogno di essere esortati, ammoniti, e rimproverati. Così Dio fa anche questo nella sua parola. Per esempio, alla fine della lettera, nel 5:14-18, Paolo scrive:

5:14 Vi esortiamo, fratelli, ad ammonire i disordinati, a confortare gli scoraggiati, a sostenere i deboli, a essere pazienti con tutti. 15 Guardate che nessuno renda ad alcuno male per male; anzi cercate sempre il bene gli uni degli altri e quello di tutti. 16 Siate sempre gioiosi; 17 non cessate mai di pregare; 18 in ogni cosa rendete grazie, perché questa è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi.

A volte, quello che ci serve è un rimprovero paterno perché non stiamo facendo ciò che dovremmo fare. Se cadiamo nel peccato, se non dimostriamo l’amore e il perdono di Cristo rendendo invece male per male, se cessiamo di pregare, e non rendiamo grazie in ogni cosa ma piuttosto ci lamentiamo di tutto, abbiamo bisogno della correzione e della disciplina del nostro Padre celeste. E una volta disciplinati, dobbiamo essere incoraggiati a riprendere la giusta via e perseverare in essa. Anche questo Dio fa per mezzo della sua parola. Certo, la disciplina del Signore non è piacevole. A nessuno piace essere rimproverato o corretto, perché il nostro orgoglio vuole che abbiamo sempre ragione. Ma per quanto difficile e doloroso, anche la disciplina è un’opera necessaria che Dio compie nei nostri confronti. Se diamo costante ascolto alla sua parola, spesso possiamo evitare le drastiche misure che a volte Dio deve prendere per farci tornare a lui, perché sarà più difficile che ci allontaniamo da lui o che dimentichiamo le sue esortazioni. Quindi, vediamo per l’ennesima volta l’importanza di meditare sempre sulla parola di Dio, affinché lui possa correggerci prima che lasciamo la retta via

E) Benedire (3:12-13; 5:23-25)

L’ultima azione (almeno per quanto riguarda questo studio) che Dio compie in noi tramite la sua parola è la benedizione. La benedizione può assumere la forma di una preghiera, può essere pronunciata da qualcuno come Paolo, ma quando la leggiamo nelle Scritture possiamo essere certi che costituisce il desiderio di Dio per noi. Nella Bibbia, la benedizione è quella che Dio promette di adempiere nei nostri confronti, anche quando abbiamo poca fiducia che egli è in grado di farlo. Due passaggi in 1 Tessalonicesi sono particolarmente pertinenti al riguardo: 3:12-13 e 5:23-25:

3:12 e quanto a voi, il Signore vi faccia crescere e abbondare in amore gli uni verso gli altri e verso tutti, come anche noi abbondiamo verso di voi, 13 per rendere i vostri cuori saldi, irreprensibili in santità davanti a Dio nostro Padre, quando il nostro Signore Gesù [Cristo] verrà con tutti i suoi santi.

5:23 Or il Dio della pace vi santifichi egli stesso completamente; e l’intero essere vostro, lo spirito, l’anima e il corpo, sia conservato irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. 24 Fedele è colui che vi chiama, ed egli farà anche questo. 25 Fratelli, pregate per noi.

Sappiamo che spesso veniamo meno agli insegnamenti e alle esortazioni della Bibbia. A volte non ci sentiamo consolati dalle consolazioni delle Scritture. Altre volte siamo colti dormendo, come quando Gesù ha trovato i discepoli che si sono addormentati mentre lui pregava nel giardino dei Getsemani. Ci comportiamo meno come i “figli della luce” e più come quelli che si ubriacano di notte. Ma al di là di tutto questo, le benedizioni di Dio su di noi, come questi due esempi qui, sono le promesse che alla fine, sarà Dio a portare a compimento l’opera buona che ha cominciato in noi. Il nostro amore è spesso debole, ma Dio lo farà crescere e abbondare. I nostri cuori sono spesso vacillanti, ma Dio li renderà saldi. Siamo spesso macchiati dai nostri peccati, ma Dio ci santificherà completamente e ci presenterà irreprensibili davanti a se stesso. La nostra fede, come i nostri corpi e le nostre anime, sono vulnerabili agli attacchi del nemico e alle sofferenze della vita, ma Dio ci conserverà per la venuta del nostro Signore Gesù Cristo. Questa è la parola di Dio a noi, e quindi egli la compierà sicuramente. Quanto è prezioso dunque il tesoro che abbiamo nelle sacre Scritture che testimoniano questa parola! Non dovremmo mai trascurarle ma ascoltarle e meditarle giorno e notte, come dice nel Salmo 1. Nella misura in cui diamo ascolto alla parola di Dio scritta, egli farà tutto questo in noi, e molto di più!

Chiudo con Salmo 19:7-11, che riassume bene tutto quanto:

La legge del Signore è perfetta, essa ristora l’anima; la testimonianza del Signore è veritiera, rende saggio il semplice. I precetti del Signore sono giusti, rallegrano il cuore; il comandamento del Signore è limpido, illumina gli occhi. Il timore del Signore è puro, sussiste per sempre; i giudizi del Signore sono verità, tutti quanti sono giusti, 10 sono più desiderabili dell’oro, anzi, più di molto oro finissimo; sono più dolci del miele, anzi, di quello che stilla dai favi. 11 Anche il tuo servo è da essi ammaestrato; v’è gran ricompensa a osservarli.

Giacomo 2:14-26: La Fede che Salva

1) Introduzione

“Sola fede” è uno dei cinque “sola” che caratterizzano le principali convinzioni della Riforma Protestante e della fede evangelica odierna. Facciamo bene tutte le volte che lo ribadiamo, data la nostra tendenza di tornare a dipendere dal nostro operato per giustificarci e salvarci. Come ci ha ricordato il nostro studio di Romani 5, abbiamo la pace con Dio solo perché siamo stati giustificati solo per fede e non per le opere. Se la nostra pace con Dio dipendesse dalla nostra capacità di diventare chi dobbiamo essere — perfettamente santi e giusti — non la potremmo mai ottenere. Ma siccome siamo stati riconciliati con Dio non tramite le nostre opere ma per l’opera di Cristo al nostro posto, possiamo riposarci nella certezza che “non c’è più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù” (Romani 8:1). Tutti i nostri peccati — passati, presenti e futuri — sono stati tolti per mezzo dell’unico sacrificio di Gesù sulla croce, e dunque non dobbiamo mai avere paura di tornare di nuovo sotto la condanna di Dio. Questo è uno dei motivi per cui il vangelo è “buona notizia”: non siamo noi a dovere raggiungere Dio, ma è Dio che ha già raggiunto noi nel suo Figlio Gesù, adottandoci come i suoi diletti figli e dandoci il dono del suo Spirito come garanzia della vita eterna e della nostra eredità celeste. La Bibbia non potrebbe essere più chiara quando dichiara in Efesini 2:8-9:

Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi: è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti.

Quindi, è necessario ripetere (anche fino alla nausea!) che siamo salvati solo per fede, che vuol dire semplicemente che la nostra salvezza è un dono che riceviamo gratuitamente, non è un’opera che compiamo. Dobbiamo stare attenti di non pensare alla fede come un altro tipo di opera, quell’1% che facciamo noi dopo che Dio ha fatto il 99%. La fede non è un’opera, è solo la mano vuota con la quale riceviamo ciò che Dio ci dona. Persino la fede stessa è un dono, facendo parte dell’insieme dei benefici che Cristo è per noi. Cristo è morto al nostro posto, ha ubbidito perfettamente al nostro posto, e ha anche creduto perfettamente al nostro posto. Perciò, la frase “sola fede” si riferisce in primis alla fede di Cristo per mezzo della quale siamo salvati e solo in un senso secondario si riferisce alla nostra fede in lui. Infatti, se abbiamo fede, dobbiamo dire come Paolo in Galati 2:20: “non sono io, ma è Cristo che vive [e che crede] in me”! La nostra salvezza è l’opera di Dio, dall’inizio alla fine, e per questo professiamo con convinzione i sola della Riforma: sola Scrittura, solo Cristo, sola grazia, sola fede, e solo a Dio la gloria.

La lettera di Giacomo, però, sembra creare una difficoltà quando dice “Voi vedete [dunque] che l’uomo è giustificato per opere, e non per fede soltanto” (2:24). Questo versetto sta in apparente contraddizione con tutto quello che abbiamo detto fin qui. Tanto è grande questa difficoltà che è detto che Martin Lutero, il riformatore che nel ‘500 rischiò la sua vita per predicare la sola fede, chiamò Giacomo “la lettera di paglia” per come, secondo lui, il suo messaggio contrastava il vangelo di sola grazia predicato da Paolo nelle pagine del Nuovo Testamento. Infatti, a primo sguardo, sarebbe facile arrivare a una simile conclusione. È importante dunque che risolviamo la questione. Giacomo contraddice Paolo? Sbagliamo quando insistiamo che siamo salvati solo per fede e non per opere? Il nostro scopo oggi è di trovare la soluzione, ascoltando attentamente ciò che Giacomo vuole insegnarci.

2) Quale Fede? (Giacomo 2:14-19, 26)

14 A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede ma non ha opere? Può la fede salvarlo? 15 Se un fratello o una sorella non hanno vestiti e mancano del cibo quotidiano, 16 e uno di voi dice loro: «Andate in pace, scaldatevi e saziatevi», ma non date loro le cose necessarie al corpo, a che cosa serve? 17 Così è della fede; se non ha opere, è per se stessa morta. 18 Anzi, uno piuttosto dirà: «Tu hai la fede, e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le [tue] opere, e io con le mie opere ti mostrerò la [mia] fede». 19 Tu credi che c’è un solo Dio, e fai bene; anche i demòni lo credono e tremano…. 26 Infatti, come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta.

La domanda fondamentale da fare nei confronti di questo passo di Giacomo riguarda il significato dei termini. Quando Giacomo parla in questi versetti di “fede”, di “opere” e di “giustificazione”, che cosa vuol dire? È vero che la Bibbia è coerente nel suo messaggio, ma dobbiamo ricordarci che Dio usò tante persone per comunicarlo. Come ognuno di noi ha un modo diverso di esprimersi, così anche gli autori che hanno contribuito alla Bibbia. Paolo e Giacomo non erano la stessa persona, e non scrivevano nelle stesse occasioni e con gli stessi obbiettivi. Dobbiamo dunque ascoltare Giacomo secondo le sue intenzioni, senza presuppore che usasse gli stessi termini nello stesso modo di Paolo.

Detto questo, dobbiamo prima chiedere: di quale “fede” parla Giacomo qui? Se teniamo presente questa domanda mentre leggiamo, il senso della parola “fede” in questo contesto diventa subito chiaro. La fede di cui Giacomo parla è “morta”, come la chiama nel v.17. Nel v.26, è una fede che è come un corpo senza lo spirito. Nel v.19, è lo stesso tipo di fede che hanno anche i demoni: “tu credi che c’è un solo Dio, e fai bene; anche i demoni lo credono e tremano”. Ovviamente, la fede con la quale i demoni credono in Dio non è una fede che salva. Anzi, è una fede che incute paura e terrore, una fede per cui i demoni cercano di opporsi a Dio, di frustrare il suo piano e di allontanarsi il più possibile da lui! Questa è l’idea di fede che Giacomo sta affrontando quando chiede nel v.14: “A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede ma non ha opere? Può la fede salvarlo?”

Nei vv.15-16 Giacomo propone un esempio concreto di questa fede morta e diabolica:

Se un fratello o una sorella non hanno vestiti e mancano del cibo quotidiano, e uno di voi dice loro: «Andate in pace, scaldatevi e saziatevi», ma non date loro le cose necessarie al corpo, a che cosa serve?

Notiamo bene il significato di questo esempio: non è Dio che ha bisogno dell’opera buona, ma il fratello o la sorella che non hanno vestiti e cibo. Lo scopo dell’opera buona in questo caso non è di ottenere la vita eterna, ma di aiutare il prossimo dandogli “le cose necessarie al corpo”. La fede vera, Giacomo dice, si manifesta in atti concreti di amore verso il prossimo. Se invece uno dice di avere fede ma non ama il prossimo, quella fede è in realtà morta e non serve a niente.

Il punto qui, quindi, è la dimostrazione visibile e tangibile della fede attraverso le opere. Così Giacomo continua nel v.18:

Anzi, uno piuttosto dirà: «Tu hai la fede, e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le [tue] opere, e io con le mie opere ti mostrerò la [mia] fede».

Questo immaginario interlocutore presume di poter scindere la fede dalle opere, in modo da poter fare esattamente quello che Giacomo dice è impossibile: avere la fede vera ma ignorare i bisogni del nostro prossimo. Così Giacomo gli dà una sfida: “mostrami la tua fede senza le tue opere”, ciò che Giacomo sa non si può fare. È con le opere, lui insiste, che si mostra la fede. E mostrare la fede è il punto, non ottenere la salvezza. Secondo Giacomo, le opere servono per mostrare l’esistenza della fede che salva; non sono però quello che salva. I riformatori lo dicevano in questo modo: solo la fede salva, ma la fede che salva non è mai da sola. La fede non si vede, ma le opere sì. Sono dunque le opere che indicano la presenza della fede, come il fumo indica la presenza del fuoco.

Questo è infatti il tema principale dell’intera lettera di Giacomo. All’inizio di questo capitolo, Giacomo esorta che la fede deve essere “immune da favoritismi”, e poi propone un altro esempio nei vv.2-4:

Infatti, se nella vostra adunanza entra un uomo con un anello d’oro, vestito splendidamente, e vi entra pure un povero vestito malamente, e voi avete riguardo a quello che veste elegantemente e [gli] dite: «Tu, siedi qui al posto d’onore»; e al povero dite: «Tu, stattene là in piedi», o «siedi [qui] in terra accanto al mio sgabello», non state forse usando un trattamento diverso e giudicando in base a ragionamenti malvagi?

Prima ancora, nel 1:26, Giacomo afferma che:

26 Se uno [fra voi] pensa di essere religioso, ma poi non tiene a freno la sua lingua e inganna se stesso, la sua religione è vana.

Questi sono tutti esempi di quello che Giacomo dice nei vv.22-25 del primo capitolo:

22 Ma mettete in pratica la parola e non ascoltatela soltanto, illudendo voi stessi. 23 Perché, se uno è ascoltatore della parola e non esecutore, è simile a un uomo che guarda la sua faccia naturale in uno specchio; 24 e quando si è guardato se ne va, e subito dimentica com’era. 25 Ma chi guarda attentamente nella legge perfetta, cioè nella legge della libertà, e in essa persevera, non sarà un ascoltatore smemorato, ma uno che la mette in pratica; egli sarà felice nel suo operare.

Per Giacomo, la fede è sempre pratica, ed è sempre praticata, o non è niente. Giacomo non ammette nessuna separazione tra “teoria” e “pratica”, tra “sapere” e “fare”, tra “fede” e “vita”. In questo, Giacomo è perfettamente d’accordo con Paolo che, in Galati 5:6, dice: “quello che vale è la fede che opera per mezzo dell’amore.” Paolo dice questo, ricordiamoci, nella stessa lettera in cui tre capitoli prima insiste che “l’uomo non è giustificato per le opere della legge, ma soltanto per mezzo della fede in Cristo Gesù” (Galati 2:16). Paolo non vedeva nessuna contraddizione nel dire che siamo giustificati solo per fede e che quella fede opera per mezzo dell’amore. La fede è l’albero, e le opere sono i frutti. Non sono le opere che danno vita alla fede, ma la fede che produce le opere. Allo stesso tempo, come un albero senza frutto o fogliame è morto, così la vera fede non può non produrre opere buone come i frutti della vita.

3) Giustificato Per Opere? (Giacomo 2:20-26)

20 Insensato! Vuoi renderti conto che la fede senza le opere non ha valore? 21 Abraamo, nostro padre, non fu forse giustificato per le opere quando offrì suo figlio Isacco sull’altare? 22 Tu vedi che la fede agiva insieme alle sue opere e che per le opere la fede fu resa completa; 23 così fu adempiuta la Scrittura che dice: «Abraamo credette a Dio, e ciò gli fu messo in conto come giustizia»; e fu chiamato amico di Dio. 24 Voi vedete [dunque] che l’uomo è giustificato per opere, e non per fede soltanto. 25 E così Raab, la prostituta, non fu anche lei giustificata per le opere quando accolse gli inviati e li fece ripartire per un’altra strada? 26 Infatti, come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta.

Questo non dovrebbe difficile da capire. Ma cosa vuol dire dopo quando Giacomo dice nel v.24 che “l’uomo è giustificato per opere, e non per fede soltanto?”. Per rispondere, dobbiamo prima vedere come Giacomo usa l’esempio di Abraamo come prova che, come dice nel v.20, “la fede senza le opere non ha valore”. Nel v.21, Giacomo richiama la nostra attenzione al momento quando Abraamo “offrì suo figlio Isacco sull’altare” e chiede: “non fu forse giustificato per le opere?” Adesso, un lettore attento del libro di Genesi dovrebbe subito accorgersi di un fatto interessante. La storia di Abraamo quando ha offerto Isacco sull’altare è riferita in Genesi 22. Ma è in Genesi 15:6 — un momento tanti anni prima, prima ancora che nascesse Isacco — che leggiamo che “Abraamo credette a Dio e ciò gli fu mezzo in conto come giustizia”, la frase che Giacomo cita nel v.23. È interessante che in Romani 4:2-5, Paolo cita questo stesso versetto come prova che Abraamo è stato giustificato solo per fede e non per opere:

Poiché se Abraamo fosse stato giustificato per le opere, egli avrebbe di che vantarsi, ma non davanti a Dio; infatti, che dice la Scrittura? «Abraamo credette a Dio e ciò gli fu messo in conto come giustizia». Ora a chi opera, il salario non è messo in conto come grazia, ma come debito; mentre a chi non opera ma crede in colui che giustifica l’empio, la sua fede è messa in conto come giustizia.

Quando però Giacomo cita Genesi 15:6, sembra arrivare a una conclusione diversa. Leggiamo di nuovo vv.22-23:

22 Tu vedi che la fede agiva insieme alle sue opere e che per le opere la fede fu resa completa; 23 così fu adempiuta la Scrittura che dice: «Abraamo credette a Dio, e ciò gli fu messo in conto come giustizia»

A questo punto, ci sono due possibilità. O Giacomo e Paolo interpretano lo stesso versetto di Genesi in modo contraddittorio, o la contraddizione è solo superficiale e non reale. Sono convinto che la seconda opzione è quella vera, e questo diventa chiaro quando leggiamo Giacomo attentamente. Abbiamo già osservato che Giacomo parla della giustificazione di Abraamo quando ha offerto Isacco in Genesi 22, anche se il versetto che Giacomo cita da Genesi che riporta la giustificazione di Abraamo si trova nel capitolo 15 e accade tanti anni prima nella vita di Abraamo. La chiave è la parola “adempiuta” nel v.23: quando Abraamo ha offerto Isacco in Genesi 22, si è adempiuto ciò che Genesi 15 aveva detto riguardante la giustificazione di Abraamo: “Abraamo credette a Dio e ciò gli fu mezzo in conto come giustizia”.

In altre parole, Giacomo non dice che Abraamo è stato giustificato davanti a Dio quando offrì Isacco, perché sa benissimo che era stato già giustificato per fede in Genesi 15. Giacomo dice invece che la giustificazione di Abraamo in Genesi 15 — che è avvenuto solo per fede — è stata “adempiuta” o “resa completa” (v.22) quando ha ubbidito al comandamento di Dio in Genesi 22. Se Abraamo avesse rifiutato di ubbidire a Dio quando gli ha ordinato di offrire Isacco, avrebbe dimostrato di non aver mai veramente creduto in lui. Avrebbe mostrato una fede “morta”, una fede “dei demoni”, non una fede che salva e giustifica. In questo senso Abraamo è stato “giustificato” per le sue opere: la sua ubbidienza ha mostrato la realtà della fede che tanti anni prima Dio gli aveva messo in conto come giustizia. Era solo per fede che Abraamo è stato giustificato davanti a Dio, e poi è stata l’ubbidienza di Abraamo che ha giustificato la realtà della sua fede.

Questo è il significato del v.24 che “l’uomo è giustificato per opere, e non per fede soltanto.” Solo la fede giustifica, ma sono le opere che poi “giustificano” la fede, dimostrandone la validità e l’autenticità. Di nuovo, Giacomo e Paolo sono pienamente d’accordo, anche se usano il concetto di “giustificazione” con sensi differenti. Paolo parla della giustificazione come il momento quando siamo riconciliati con Dio, quando passiamo dalla condanna al perdono, quando diventiamo figli di Dio invece dei suoi nemici. Quando Giacomo parla della giustificazione, si riferisce alla giustificazione della fede stessa, la dimostrazione che la fede che uno ha è quella viva e non quella morta. Il desiderio di Paolo è di farci sapere come possiamo essere giusti davanti a Dio; il desiderio di Giacomo è di farci sapere come distinguere la fede vera da quella falsa.

4) Conclusione: Generati Mediante La Parola (Giacomo 1:16-18)

1:16 Non v’ingannate, fratelli miei carissimi; 17 ogni cosa buona e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre degli astri luminosi presso il quale non c’è variazione né ombra di mutamento. 18 Egli ha voluto generarci secondo la sua volontà mediante la parola di verità, affinché in qualche modo siamo le primizie delle sue creature.

Nonostante l’accento che Giacomo pone sulla praticità della fede nella forma di ubbidienza e di opere buone, non vuole in nessun modo minimizzare la necessità e il potere della grazia di Dio nel salvarci, risuscitandoci a nuova vita dalla morte del peccato. Tutte le sue esortazioni a manifestare la nostra fede nei vari aspetti della vita quotidiana sono radicate nella sua convinzione che è Dio, e non noi, che ha fatto tutto. Così ci avverte nel 1:16-17 di non ingannarci e pensare che in qualche modo abbiamo noi ottenuto il favore di Dio nei nostri confronti, perché in realtà “ogni cosa buona e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre degli astri luminosi presso il quale non c’è variazione né ombra di mutamento”. Sbagliamo se pensiamo di avere anche la più minima cosa buona nella vita grazie alle nostre capacità. Tutto è un dono di Dio, e quindi per tutto dobbiamo ringraziare solo e sempre lui.

In più, Giacomo ci ricorda in 1:18 che è Dio che “ha voluto generarci secondo la sua volontà” (e non la nostra!) “mediante la parola di verità, affinché in qualche modo siamo le primizie delle sue creature”. Solo quando Dio ci genera a nuova vita mediante la sua parola siamo in grado di poter ascoltare e mettere in pratica quella parola. Non siamo noi che mettendo in pratica la parola ci generiamo da soli. Prima dobbiamo essere generati dalla parola, e poi possiamo osservarla. La capacità di ubbidire alla parola viene dalla parola stessa e non dalle nostre forze.

Quindi, quando Giacomo parla dopo dell’importanza delle buone opere, non è per schiacciarci di nuovo sotto un fardello di una perfezione a cui verremo sempre meno. Ci chiama semplicemente a vivere nel potere della grazia che Dio opera in noi da quando ci ha generato mediante la sua parola. E se ci ha generato mediante la sua parola, sarà sempre quella parola che ci renderà capaci di compiere le buone opere come prova della nostra salvezza. Come promette Salmo 1, coloro che trovano diletto nella parola di Dio e che la meditano giorno e notte saranno come un albero piantato vicino ai ruscelli che porta sempre il suo frutto e il cui fogliame non appassisce mai.

Tornando a Efesini 2:8-9, troviamo un chiarissimo riassunto di tutto quello che Giacomo dice se aggiungiamo anche il v.10:

Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi: è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti; 10 infatti siamo opera sua, essendo stati creati in Cristo Gesù per fare le opere buone, che Dio ha precedentemente preparate affinché le pratichiamo.

Fratelli e sorelle, siamo stati creati da Dio in Cristo per fare le opere buone. Tramite la stessa grazia con cui ci ha salvato senza le nostre opere, Dio ha promesso di produrle in noi, come un albero vivo porta il suo frutto. Teniamo allora lo sguardo su di lui, radicati nella sua parola, e pratichiamo le buone opere che ha precedente preparato per noi. Sarà il nostro privilegio e anche il nostro piacere!

Galati 5:1-25: Liberi in Cristo

1) Introduzione (Galati 5:1)

1 Cristo ci ha liberati perché fossimo liberi; state dunque saldi e non vi lasciate porre di nuovo sotto il giogo della schiavitù.

Tempo fa parlavo con un uomo che si ritiene un ateo convinto e che di solito non ha niente di positivo da dire sulla fede cristiana. Immaginate quindi la mia sorpresa quando mi ha raccontato di aver visitato un tempio valdese e di essere rimasto affascinato e persino attratto dalla scritta che aveva visto sopra l’ingresso dell’edificio: “Cristo è morto per renderci liberi”. Poi ha commentato: “Anche io potrei credere a questo!” Ora, non so esattamente come lui avesse capito questa frase, ma il suo commento ha almeno individuato un grande difetto nel modo in cui il messaggio cristiano viene spesso presentato e percepito. L’idea che “Cristo è morto per renderci liberi” contrastava il suo preconcetto del cristianesimo come un vincolo, una limitazione, e un fardello.

E lui non è l’unico. Per molti i termine “cristiano” significa tutt’altro che libertà. Anzi, spesso lo si interpreta come una forma di schiavitù. Questo è davvero triste, perché in realtà il messaggio cristiano, il vangelo di Gesù Cristo che costituisce il cuore della testimonianza biblica, è un messaggio di libertà. Gesù stesso lo disse chiaramente in Giovanni 8:36: “Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete veramente liberi.” Quanto è importante, dunque, che quelli che si reputano cristiani, seguaci di Cristo, comprendano e testimonino nelle loro parole e nei loro fatti che essere in Cristo vuol dire essere liberi! Quanto sarebbe bello se, invece di far venire in mente l’idea della schiavitù, la parola “cristiano” facesse venire in mente l’idea della libertà! Forse così la nostra fede sarebbe, per uno come il mio amico ateo, più attraente e convincente.

Questa libertà è il tema principale della lettera ai Galati scritta dall’apostolo Paolo. Paolo mandò questa lettera a un gruppo di chiese fondate da lui nella regione della Galazia (nell’odierna Turchia) che, come molti cristiani oggi, avevano dimenticato che era per renderci liberi che Cristo è venuto. In questa lettera troviamo un Paolo agitato e arrabbiato perché queste chiese, nel perdere di vista la loro libertà cristiana, rischiavano di vanificare il sacrificio di Gesù. Per questo Paolo qui, all’inizio del capitolo 5 di Galati, gli ricorda senza equivoci che “Cristo ci ha liberati perché fossimo liberi; state dunque saldi e non vi lasciate porre di nuovo sotto il giogo della schiavitù.” Questo versetto è infatti il punto principale del testo che stiamo considerando, e nel resto del capitolo, Paolo lo approfondisce, sottolineando tre elementi fondamentali della libertà che abbiamo in Cristo. Prima spiega cos’è questa libertà. Poi spiega perché questa libertà è quella vera a differenza della libertà che il mondo offre. Infine spiega come possiamo ricevere questa libertà e viverla quotidianamente.

2) Che Cos’è la Libertà Cristiana? (Galati 5:2-15)

Ecco, io, Paolo, vi dichiaro che se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà a nulla. Dichiaro di nuovo: ogni uomo che si fa circoncidere è obbligato a osservare tutta la legge. Voi che volete essere giustificati dalla legge siete separati da Cristo; siete scaduti dalla grazia. Poiché quanto a noi, è in spirito, per fede, che aspettiamo la speranza della giustizia. Infatti, in Cristo Gesù non ha valore né la circoncisione né l’incirconcisione; quello che vale è la fede che opera per mezzo dell’amore.

Voi correvate bene; chi vi ha fermati perché non ubbidiate alla verità? Una tale persuasione non viene da colui che vi chiama. Un po’ di lievito fa lievitare tutta la pasta. 10 Riguardo a voi, io ho questa fiducia nel Signore, che non la penserete diversamente; ma colui che vi turba ne subirà la condanna, chiunque egli sia. 11 Quanto a me, fratelli, se io predico ancora la circoncisione, perché sono ancora perseguitato? Lo scandalo della croce sarebbe allora tolto via. 12 Si facciano pure evirare quelli che vi turbano!

13 Perché, fratelli, voi siete stati chiamati a libertà; soltanto non fate della libertà un’occasione per vivere secondo la carne, ma per mezzo dell’amore servite gli uni agli altri; 14 poiché tutta la legge è adempiuta in quest’unica parola: «Ama il tuo prossimo come te stesso». 15 Ma se vi mordete e divorate gli uni gli altri, guardate di non essere consumati gli uni dagli altri.

Cominciamo con la prima domanda: che cos’è la libertà cristiana? Partiamo dall’esortazione di Paolo nel v.1: “state dunque saldi e non vi lasciate porre di nuovo sotto il giogo della schiavitù”. La prima cosa da dire, ovviamente, è che questa libertà consiste nel non tornare alla schiavitù dalla quale siamo stati liberati in Cristo. La natura di questa schiavitù è evidente nei vv.2-3: “Ecco, io, Paolo, vi dichiaro che se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà a nulla. Dichiaro di nuovo: ogni uomo che si fa circoncidere è obbligato a osservare tutta la legge.” Qui troviamo un accenno al pericolo che i galati affrontavano. Dopo che Paolo aveva fondato e poi lasciato le chiese dei galati, alcuni falsi insegnanti si sono insinuati nel loro mezzo e hanno insistito sull’obbligo della circoncisione. La stramaggioranza dei credenti nella Galazia era gentile (non ebraica) e quindi estranea alle tradizioni degli ebrei. Quando Paolo era venuto da loro, aveva predicato il vangelo di sola grazia — “l’uomo non è giustificato per le opere della legge, ma soltanto per mezzo della fede di Cristo Gesù” (2:16) — e si opponeva strenuamente a ogni tentativo di aggiungere altro.

Ma dopo di lui, questi falsi insegnamenti sostenevano che, mentre credere in Cristo era il necessario punto di partenza della salvezza, era altrettanto necessario osservare la legge ebraica per giungere alla perfezione. Il loro ragionamento sembrava del tutto logico: questi gentili sono pagani e non hanno la più minima idea di cosa significa la santità che Dio richiede. Se noi gli diciamo che sono giusti davanti a Dio solo grazie all’opera di Cristo, non avranno né la conoscenza né la motivazione per vivere una vita santa. Quindi, bisogna insegnargli di osservare la legge che Dio ha dato per santificare Israele, cominciando con la circoncisione che funge da segno del popolo santo.

Paolo risponde però chiamando l’obbligo di osservare la legge “schiavitù” e asserendo che cercare di “essere giustificati dalla legge” significa essere “separati da Cristo” e “scaduti dalla grazia” (v.5)! Proseguendo, Paolo li ricorda che in Cristo la circoncisione ha perso il suo valore come segno del popolo di Dio. “Infatti, in Cristo Gesù non ha valore né la circoncisione né l’incirconcisione; quello che vale è la fede che opera per mezzo dell’amore” (v.6). Siccome siamo giustificati soltanto grazie all’opera di Cristo e non alla nostra, non c’è niente che possiamo fare — come farci circoncidere o osservare la legge di Mosè — per farci accettare da Dio e farci diventare parte del suo popolo. L’unica cosa che contraddistingue il popolo di Dio è la fede in Cristo, cioè qualcosa che non dipende dall’etnia, dal sesso, dal livello sociale, o da competenze personali. La fede in Cristo è trasversale e supera ogni confine geografico e ogni distinzione umana per unirci tutti in lui. E poiché questa fede si manifesta nell’amore, ha il potere di creare veramente un nuovo popolo che vive in pace e armonia nonostante le differenze culturali, sociali e personali.

Questa dunque è la libertà dei cristiani: liberi dal fardello della legge e liberi dal giudizio che l’accompagna: prima ovviamente il giudizio di Dio, ma anche, e non meno importante, il giudizio degli altri. Se sappiamo che Dio in Cristo non ci condanna e non ci giudica ma ci accetta e ci ama come siamo — maschio o femmina, bianco o nero, giovane o vecchio, buono o cattivo, bello o brutto, ricco o povero — non importa il giudizio degli altri. Siamo stati approvati dal tribunale supremo dell’universo! Siamo stati accolti nelle braccia del Creatore del cosmo! Questo è perché Paolo passa in Romani 8 dall’affermare che “non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù” (v.1) all’esclamare: “se Dio è per noi chi sarà contro di noi?” (v.31). Quindi, essere liberi dalla legge di Dio è veramente la più grande libertà che ci sia, e vale la pena dunque lottare per conservarla come Paolo fa qui in Galati.

Nel v.13, Paolo aggiunge una precisazione importante: “Perché, fratelli, voi siete stati chiamati a libertà; soltanto non fate della libertà un’occasione per vivere secondo la carne, ma per mezzo dell’amore servite gli uni agli altri”. Come dico spesso, Cristo ci ha liberato non solo da qualcosa ma anche per qualcosa. Lungi dall’incoraggiare una vita peccaminosa e dissoluta, la libertà cristiana produce l’amore che, come Cristo, sacrifica se stesso per servire altri e cercare il loro bene. Questo è un altro motivo per cui il cristiano non è tenuto a osservare la legge. Una vita vissuta così, cioè una vita che rispecchia quella di Gesù, è una vita che adempie lo scopo fondamentale della legge senza guardare quella legge. Se ci focalizziamo solo su Cristo, vivendo come lui ha vissuto, noi di conseguenza compiremo la giustizia che la legge richiede. In questa prospettiva, la legge è totalmente superflua ed obsoleta come regola di vita, perché Cristo la adempie in noi in una sola cosa: l’amore.

3) Perché è la Libertà Cristiana Quella Vera? (Galati 5:16-23)

16 Io dico: camminate secondo lo Spirito e non adempirete affatto i desideri della carne. 17 Perché la carne ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; sono cose opposte tra di loro, in modo che non potete fare quello che vorreste. 18 Ma se siete guidati dallo Spirito, non siete sotto la legge.

19 Ora le opere della carne sono manifeste, e sono: fornicazione, impurità, dissolutezza, 20 idolatria, stregoneria, inimicizie, discordia, gelosia, ire, contese, divisioni, sètte, 21 invidie, ubriachezze, orge e altre simili cose; circa le quali, come vi ho già detto, vi preavviso: chi fa tali cose non erediterà il regno di Dio. 22 Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo; 23 contro queste cose non c’è legge.

“Ecco la fregatura”, qualcuno dirà però. “Paolo, tu stai parlando tanto della libertà dalla legge ma in realtà vuoi solo imporci un altro obbligo! Adesso stai dicendo che non dobbiamo usare la nostra libertà per vivere come vogliamo, ma che dobbiamo servire altri con amore! Ma se devo servire altri non posso fare quello che voglio. Questa non è libertà!” Questa possibile obbiezione ci porta al secondo elemento della libertà cristiana che Paolo evidenzia in Galati 5:16-23: il motivo per cui la libertà in Cristo è la vera libertà in confronto a ogni altra forma di libertà che il mondo possa immaginare. Perché è infatti la libertà cristiana quella vera?

La risposta di Paolo è succinta ma profonda: “Io dico: camminate secondo lo Spirito e non adempirete affatto i desideri della carne” (v.16). Cosa vuol dire? Paolo si spiega nel v.17: “Perché la carne ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; sono cose opposte tra di loro, in modo che non potete fare quello che vorreste.” In altre parole, la libertà è tutta una questione di desideri e l’opportunità e la capacità di soddisfarli. Ci sentiamo liberi (e questo dovrebbe essere ovvio a chiunque ha un minimo d’esperienza di vita umana) quando abbiamo sia l’opportunità sia la capacità di fare quello che vogliamo. Sottolineo “sia l’opportunità sia la capacità” perché la libertà richiede entrambe. Se ci manca o l’una o l’altra, non siamo veramente liberi. Se ho l’opportunità di fare quello che voglio ma non ne sono capace, non sono libero. D’altronde, se sono capace di fare quello che voglio ma non ne ho l’opportunità, non sono libero.

Faccio un esempio. Adesso siamo in quarantena a causa della pandemia COVID-19. Io vorrei uscire di casa e andare al bar per prendere un caffé. Sono libero di farlo? No, perché, anche se sono fisicamente capace di uscire di casa e andare al bar, mi manca l’opportunità perché tutti i bar sono chiusi e il governo ha decretato che devo restare a casa. Qualche settimana fa, però, prima che ci fossero la chiusura forzata dei bar e l’obbligo di stare a casa, non ero libero neanche allora di uscire di casa per prendere un caffé al bar. Non ovviamente perché mi mancava l’opportunità — i bar erano aperti e non ero obbligato a restare a casa. Ma la settimana prima del lockdown stavo male con parassiti intestinali, tanto male che non avevo le forze per uscire di casa! In quel caso avevo l’opportunità ma non la capacità, e dunque non ero libero di fare quello che volevo.

Deve essere chiaro dunque che per essere liberi dobbiamo avere sia l’opportunità sia la capacità di soddisfare i nostri desideri. Ma c’è un terzo fattore da considerare: i nostri desideri stessi. Tornando al esempio, mettiamo il caso che la quarantena non esista più e io stia bene. Così ho sia l’opportunità di andare al bar sia la capacità di andare al bar. Ma se non ne ho più voglia? Se mia moglie, stufa di essere chiusa in casa, mi costringe di accompagnarla al bar per prendere un caffé, sono libero? No, perché, pur avendo l’opportunità e la capacità di andarci, non ne ho più voglia, e quindi se ci vado, è perché devo andarci, non perché voglio andarci.

La libertà vera, dunque, richiede il perfetto allineamento dei nostri desideri con l’opportunità e la capacità di soddisfarli. Questo, afferma Paolo, è perché solo la libertà di Cristo ci rende veramente liberi. Senza Cristo, senza il suo Spirito che ci dona quando crediamo in lui, la ricerca della libertà ci lascia sempre frustrati perché troviamo sempre un’incoerenza tra i nostri desideri e l’opportunità e la capacità di soddisfarli. A volte manca l’opportunità: un uomo sposato vede un’altra donna con cui vorrebbe dormire, ma sua moglie è troppo vigilante e lo scoprirebbe subito. Altre volte manca la capacità: una donna invidia la bellezza delle modelle che vede in tv ma non sarà mai in grado (neanche con interventi chirurgici) di diventare esattamente come loro. Altre volte ancora manca il desiderio: io so che ti dovrei perdonare, ma mi hai ferito troppe volte e semplicemente non ti voglio perdonare. La mancanza del desiderio è spesso anche il motivo per cui tante persone apparentemente “brave” si sentono comunque intrappolate perché per essere brave devono sopprimere i loro desideri naturali. Si comportano educamente con i vicini di casa, sì, ma il loro istinto è di mandarli tutti a quel paese! Alla fine, anche se ci fosse la perfetta coincidenza tra desiderio, opportunità e capacità, il risultato sarebbe disastroso:

19 Ora le opere della carne sono manifeste, e sono: fornicazione, impurità, dissolutezza, 20 idolatria, stregoneria, inimicizie, discordia, gelosia, ire, contese, divisioni, sètte, 21 invidie, ubriachezze, orge e altre simili cose; circa le quali, come vi ho già detto, vi preavviso: chi fa tali cose non erediterà il regno di Dio.

Immaginate: se ognuno avesse l’opportunità e la capacità di seguire sempre ogni sua inclinazione o passione naturale, il mondo sarebbe letteralmente un inferno, diametralmente opposto al regno di Dio. È per questo infatti che Paolo dichiara che “chi fa tali cose non erediterà il regno di Dio”!

Qual è la soluzione? È possibile diventare veramente liberi? “Camminate secondo lo Spirito e non adempirete affatto i desideri della carne” (v.16). Solo quando camminiamo secondo lo Spirito, diventiamo veramente liberi, perché solo lo Spirito porta in armonia i nostri desideri con l’opportunità e la capacità di soddisfarli. Prima, lo Spirito cambia i nostri desideri naturali in quelli che cercano la santità di Dio. Come Paolo spiega nel v.17, “la carne ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; sono cose opposte tra di loro”. Se la carne desidera cose come “fornicazione, impurità,… discordia, gelosie, ire,… e altre simili cose”, lo Spirito invece desidera produrre in noi “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo” (v.22). Quando camminiamo secondo lo Spirito, troviamo che non desideriamo le cose di prima.

In più, lo Spirito ci rende capaci di soddisfare questi desideri. Troviamo che il bene che sappiamo di dover fare non è più un fardello ma un piacere. Scopriamo, per esempio, che la purezza sessuale, lungi dall’essere una camicia di forza è in realtà la via all’appagamento più grande. Infine, quando i nostri desideri sono quelli dello Spirito, troviamo di avere sempre l’opportunità di soddisfarli, perché, come Paolo dice dopo aver elencato i frutti dello Spirito, “contro queste cose non c’è legge”. Contro l’omicidio c’è legge, ma non contro l’amore! Contro il furto c’è legge, ma non contro la benevolenza! Contro la droga c’è legge, ma non contro l’autocontrollo! Questa è la libertà vera, di poter fare sempre quello che vogliamo perchè quello che vogliamo, quando è guidato e potenziato dallo Spirito, è quello che vuole Dio, e contro i desideri di Dio non c’è legge e dunque non manca mai l’opportunità di soddisfarli.

E sappiamo che, alla fine, i desideri dello Spirito non sono come i desideri della carne che portano alla morte, alla rovina e all’esclusione eterna dal regno di Dio. Portano invece alla vita eterna. Come Paolo afferma nel capitolo 6 vv.7-8:

Non vi ingannate, non ci si può beffare di Dio; perché quello che l’uomo avrà seminato, quello pure mieterà. Perché chi semina per la sua carne, mieterà corruzione dalla carne; ma chi semina per lo Spirito mieterà dallo Spirito vita eterna.

4) Come Possiamo Ricevere e Vivere la Libertà Cristiana? (Galati 5:24-25)

24 Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri. 25 Se viviamo per lo Spirito, camminiamo altresì per lo Spirito.

A questo punto, però, un dubbio ci potrebbe sorgere. È veramente possibile avere questo tipo di libertà? È bello parlare di avere sempre il desiderio, l’opportunità e la capacità di soddisfare i desideri di Dio, ma è possibile vivere una tale libertà in pratica? E se sì, come? La prima cosa da dire è che vivere questa libertà non è facile. Paolo qui è molto realistico: “la carne ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; sono cose opposte tra di loro, in modo che non potete fare quello che vorreste” (v.17). La vita cristiana è più paragonabile a un campo di battaglia che a una festa di vittoria. I galati stessi sono l’esempio numero uno. Poco tempo dopo essere stati liberati dal vangelo di Cristo predicato da Paolo, stavano per, come dice nel v.1, lasciarsi “porre di nuovo sotto il giogo della schiavitù”. Paolo scrisse questa lettera per esortarli a “stare saldi” nella loro libertà, implicando chiaramente che la libertà cristiana non è un’esperienza automatica dopo aver creduto in Gesù. Realisticamente parlando, la lotta del cristiano per stare saldo nella sua libertà in Cristo durerà per tutta la vita.

Ma detto tutto ciò, la vera libertà non è impossibile. Se ricevere e vivere la libertà cristiana fosse impossibile, la lettera di Galati sarebbe del tutto inutile. Ma Paolo la scrisse perché era fortemente convinto che i galati potevano stare saldi nella libertà di Cristo, che potevano veramente produrre i frutti dello Spirito contro i quali non c’è legge. E se era possibile per loro, è possibile anche per noi che abbiamo lo stesso Spirito, che crediamo nello stesso Gesù, e che leggiamo la stessa Scrittura.

La soluzione di Paolo si trova nei vv.24-25 ed è molto pratica. In primo luogo, Paolo ci ricorda che “quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri” (v.24). Si riferisce qui a quello che ha scritto nel 2:20:

Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me! La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede del Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me.

La prima cosa da fare qui è ricordarci sempre chi siamo in Cristo, se abbiamo veramente creduto in Cristo per essere salvati. Chiaramente, se qualcuno non ha mai creduto in Cristo, rinunciando a ogni tentativo di salvarsi da solo e ponendo fiducia in Cristo come unico Salvatore e Signore, non potrà mai vivere la libertà che solo Cristo può dare. Ma se abbiamo creduto in Cristo, Paolo dice che l’esperienza della libertà comincia nel ricordarci sempre (perché siamo sempre propensi a dimenticare) che credere in Cristo vuol dire essere crocifisso con lui. Credere in Cristo vuol dire essere uniti a lui in modo che quello che è suo diventa nostro: la sua morte diventa la nostra morte, e la sua vita diventa la nostra vita. Se siamo stati crocifissi con Cristo, significa che il nostro vecchio “io” — cioè quello tenuto schiavo dai desideri della carne — non esiste più. Come dice 2 Corinzi 5:17:

Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate: ecco, sono diventate nuove.

Questa è la realtà di tutti quelli che sono in Cristo, indipendentemente da cosa pensiamo o da come ci sentiamo. Spesso dimentichiamo di essere una nuova creatura in Cristo; spesso ci sentiamo tutt’altro che una nuova creatura in Cristo, ma questo non cambia per niente il fatto che siamo una nuova creatura in Cristo! La lotta per la libertà dunque inizia qui: devo sempre ricordarmi che sono stato crocifisso con Cristo e che è lui che ora vive in me. Devo smettere di ascoltare me stesso (cioè i dubbi e gli scoraggiamenti che mi assaliscono senza tregua) e invece predicare a me stesso la verità. Il momento in cui smetto di ricordarmi di chi sono in Cristo è il momento in cui mi lascio di nuovo porre sotto un giogo di schiavitù.

Poi in secondo luogo, Paolo torna nel v.25 alla sua esortazione di prima: “se viviamo per lo Spirito, camminiamo altresì per lo Spirito”. Vivere per lo Spirito, Camminare per lo Spirito. Cosa vuol dire? Vivere e camminare sono verbi di comunione: se vivo con qualcuno, se cammino con qualcuno, sono in comunione con quella persona. Si tratta dunque di una relazione personale con lo Spirito, una relazione che non può essere ridotta a una formula o a un meccanismo. Camminare per lo Spirito, come qualsiasi relazione personale, non è come un mobile acquistato ad Ikea: viene accompagnato da un manuale d’istruzioni che, seguito perfettamente, produce un risultato garantito. Quando ho conosciuto mia moglie, lei non mi ha dato un manuale che mi indicava esattamente cosa dovevo fare passo dopo passo se volevo sposarla. Dovevo scoprire cosa fare e come farlo solo passando tempo con lei, ascoltandola, parlandole, insomma in comunione personale.

È analoga la nostra relazione con lo Spirito. Lui agisce in noi, trasformando i nostri desideri in quelli di Dio e rendendoci capaci di adempierli nella misura in cui gli prestiamo il nostro tempo e la nostra attenzione. Dobbiamo ascoltarlo — la sua voce la sentiamo nelle Scritture — e dobbiamo parlare con lui (in realtà per mezzo di lui a Dio Padre), ciò che facciamo attraverso la preghiera. Poi, dobbiamo vivere con una dipendenza consapevole dalla sua guida e dal suo potere per fare passo dopo passo durante la giornata, durante la settimana, e poi mese dopo mese e anno dopo anno. Se dedichiamo il tempo necessario per coltivare la nostra relazione con lo Spirito, la nostra comunione crescerà e si fortificherà, e lui trasformerà i nostri desideri e renderci capaci di compierli.

Per riassumere: viviamo la libertà cristiana quando ci ricordiamo sempre che in Cristo siamo stati crocifissi ai desideri del peccato, e poi quando camminiamo giorno per giorno secondo lo Spirito, ascoltando la sua voce nelle Scritture, parlando con Dio per mezzo di lui nella preghiera, e vivendo con una consapevole dipendenza dalla sua guida. Questo è l’unico percorso che conduce alla vera libertà. Per alcuni, come per il mio amico ateo, questo percorso potrebbe sembrare solo come un altro vincolo o fardello. Ma per noi che abbiamo creduto in Cristo e abbiamo ricevuto il dono dello Spirito, è il percorso della vera libertà, il percorso che ci libera dai peccati e dai desideri che portano alla morte che ci riempie del desiderio di fare la volontà di Dio che solo porta alla vita eterna.

La Storia della Chiesa in un Anno: Finché Egli Venga (52/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: Finché Egli Venga (52/52)

La conclusione della storia della chiesa rimane ancora incompiuta. Cominciando a Pentecoste, essa andrà sempre avanti fino al giorno dell’apparizione di Gesù Cristo nella sua gloria. Infatti, duemila anni sono passati d’allora fino ad adesso, e di questa storia abbiamo visto solo qualche spaccato. Analoga al paradosso che in Cristo siamo simultaneamente peccatori e santi, la storia della chiesa è piena di alti e bassi, di fede e infedeltà, di verità ed eresia, di coraggio e codardia. E ciò continuerà a essere “finché egli venga” (1 Corinzi 11:26). Però, lungi dall’impedire il compimento del proposito di Dio, la nostra debolezza non fa altro che porre in rilievo il potere di Dio: “noi abbiamo questo tesoro in vasi di terra, affinché questa grande potenza sia attribuita a Dio e non a noi” (2 Corinzi 4:7).

Questo percorso attraverso due millenni di storia mira a farci conoscere quella “grande schiera di testimoni” che ci circonda, che ora tifa per noi mentre “corriamo con perseveranza la gara che ci è proposta, fissando lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta” (Ebrei 12:1-2). Infatti, tocca adesso a noi portare avanti la missione del vangelo in mezzo alla nostra generazione storta e perversa, nella quale risplendete come astri nel mondo, tenendo alta la parola di vita” (Filippesi 2:15-16).

Questa è la nostra storia, e ne siamo i protagonisti. Probabilmente nessuno scriverà la nostra biografia o menzionarci nei libri di storia. Faremo parte di quella moltitudine, “proveniente da tutte le nazioni, tribù, popoli e lingue” (Apocalisse 7:9), i cui nomi verranno dimenticati dal mondo ma resteranno sempre “scritti nel libro della vita dell’Agnello” (Apocalisse 21:27). Gesù non ci chiede di diventare famosi ma di rimanere fedeli, rinunciando “all’empietà e alle passioni mondane, per vivere in questo mondo moderatamente, giustamente e in modo santo, aspettando la beata speranza e l’apparizione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore, Cristo Gesù” (Tito 2:12-13). 

La gara che ci è proposta sarà ardua e dolorosa, ma mentre corriamo con perseveranza, il Signore ci ha dato una benedizione di valore inestimabile: essere membri del suo corpo, ossia la sua chiesa che sta edificando e contro la quale le porte dell’Ades non vinceranno mai (Matteo 16:18). Insieme a questa comunità di fratelli e sorelle, troviamo tutto ciò di cui abbiamo bisogno per vincere, ricordandoci dell’insegnamento del Signore Gesù che

…nella notte in cui fu tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me». Nello stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne berrete, in memoria di me. Poiché ogni volta che mangiate questo pane e bevete da questo calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga». (1 Corinzi 11:23-26)

Amen! Vieni Signore Gesù!

La Storia della Chiesa in un Anno: Di Loro il Mondo Non Era Degno (51/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: Di Loro il Mondo Non Era Degno (51/52)

Nel ripercorrere la storia della chiesa, bisogna resistere alla doppia tentazione di, da una parte, idealizzare i pochi protagonisti i cui nome si ricordano e, dall’altra, di sminuire l’importanza della maggioranza di credenti che rimangono sconosciuti. Non bisogna giudicare il valore del servizio dell’uno o dell’altro nel regno di Dio in base ai criteri stabiliti dal mondo. Nella Bibbia e nella storia della chiesa, Dio ci ha dato alcuni esempi — come Abraamo, Mosè, Paolo, Atanasio, e Karl Barth — affinché noi, “circondati da una così grande schiera di testimoni, deponiamo ogni peso e il peccato che così facilmente ci avvolge, e corriamo con perseveranza la gara che ci è proposta” (Ebrei 12:1).

Ma ciò non vuol dire che questi fossero più significativi o preziosi agli di Dio. Lo stesso autore agli Ebrei non si dimentica di elogiare anche tutti gli sconosciuti della storia di cui “il mondo non era degno”:

Che dirò di più? Poiché il tempo mi mancherebbe per raccontare di Gedeone, Barac, Sansone, Iefte, Davide, Samuele e dei profeti, i quali per fede conquistarono regni, praticarono la giustizia, ottennero l’adempimento di promesse, chiusero le fauci dei leoni, spensero la violenza del fuoco, scamparono al taglio della spada, guarirono da infermità, divennero forti in guerra, misero in fuga eserciti stranieri. Ci furono donne che riebbero per risurrezione i loro morti; altri furono torturati perché non accettarono la loro liberazione, per ottenere una risurrezione migliore; altri furono messi alla prova con scherni, frustate, anche catene e prigionia. Furono lapidati, segati, uccisi di spada; andarono attorno coperti di pelli di pecora e di capra; bisognosi, afflitti, maltrattati (di loro il mondo non era degno), erranti per deserti, monti, spelonche e per le grotte della terra. (Ebrei 11:32-38)

Notevole è la menzione specifica anche di “donne”, le quali sono spesso trascurate. Non passa inosservato il fatto che la preponderanza dei protagonisti ricordati nella storia della chiesa siano uomini. Ciò non è dovuto tanto alla mancanza di donne straordinarie di cui Dio si servì — e di cui si serve ancora — per compiere la sua volontà quanto alla superbia degli uomini che le soppressero o ignorarono.

Ripassando la storia della chiesa, dunque, è necessario rammentare che il regno di Dio rovescia i valori del mondo:

Ma Gesù, chiamatili a sé, disse loro: «Voi sapete che quelli che sono reputati prìncipi delle nazioni le signoreggiano e che i loro grandi esercitano autorità su di esse. Ma non è così tra di voi; anzi, chiunque vorrà essere grande fra voi sarà vostro servitore; e chiunque tra di voi vorrà essere primo sarà servo di tutti. Poiché anche il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti» (Marco 10:42-45)

Il mondo dimenticherà i nostri nomi, ma a chi rimane fedele a Gesù, egli promette: “io confesserò il suo nome davanti al Padre mio e davanti ai suoi angeli” (Apocalisse 3:5).

La Storia della Chiesa in un Anno: Il Patto di Losanna (50/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: Il Patto di Losanna (50/52)

In qualità di membri della Chiesa di Cristo provenienti da più di 150 nazioni, partecipanti al Congresso Internazionale sull’Evangelizzazione del mondo che si è svolto qui a Losanna, lodiamo Dio per la sua grande salvezza e ci rallegriamo della comunione che egli ci ha donato con sé e gli uni con gli altri…. Noi sosteniamo che il Vangelo è la Buona Notizia per l’intero mondo e siamo determinati, in ragione della sua grazia, a ubbidire al mandato di Cristo che ci ordina di proclamarlo a tutta l’umanità, facendo discepoli in ogni nazione. (Il Patto di Losanna, Introduzione)

A differenza del Concilio Vatican II che ambì all’ecumenismo ma venne meno a causa delle sue peculiarità romane (a.es. la confusione di Maria con Cristo in qualità di unico mediatore), il primo Congresso Internazionale sull’Evangelizzazione del Mondo, tenuto a Losanna presso il Palais de Beaulieu, rivendicò che il potere e la possibilità di riconciliare tutte le nazioni, lingue e tribù della terra sotto un solo capo non derivano da edifici terrestri e figure umane (come la chiesa romana e il papa), ma dal vangelo di Gesù Cristo che di tutti i popoli, sia ebrei sia gentili:

…ne ha fatto uno solo e ha abbattuto il muro di separazione, abolendo nel suo corpo terreno la causa dell’inimicizia, e per riconciliarli tutti e due con Dio in un corpo unico mediante la croce, sulla quale fece morire l’inimicizia. (Efesini 2:14, 16)

Il congresso, organizzato e gestito da leader evangelici come l’evangelista Billy Graham e il teologo inglese John Stott, radunò circa 2700 rappresentanti di varie confessioni cristiane e provenienti da più di 150 nazioni, uniti dalla sola fede in Cristo Gesù quale unico Salvatore e Signore del mondo. Il Patto di Losanna, redatto durante i giorni del congresso (dal 16 al 25 luglio 1974), dichiara senza equivoci che “Non c’è infatti altro nome [all’infuori di Gesù] per mezzo del quale veniamo salvati” (3).

Il Patto sostiene, inoltre, che è proprio l’unicità di Cristo che conferisce al vangelo la sua portata universale. Poiché “l’uomo non è giustificato per le opere della legge, ma soltanto per mezzo della fede in Cristo Gesù” (Galati 2:16), non bisogna aggiungere nulla in più come criterio di unità (come sottomissione alla gerarchia romana). “Non c’è qui né Giudeo né Greco; non c’è né schiavo né libero; non c’è né maschio né femmina; perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù” (Galati 3:28).

Così, il Patto di Losanna, un documento veramente ecumenico in quanto incentrato esclusivamente su Gesù Cristo, conclude con questo invito, a cui vogliamo anche noi partecipare:

Per concludere, alla luce di ciò che crediamo e che abbiamo cercato di presentare e alla luce del nostro impegno, stipuliamo un solenne Patto con Dio e tra di noi per pregare, pianificare e agire insieme per l’evangelizzazione dell’intero pianeta. Invitiamo tutti a unirsi a noi. Possa Dio aiutarci con la sua grazia e per la sua gloria a essere fedeli a questo impegno! Amen. Alleluia.

1 Cronache 1-9: Fede, Speranza, Amore

1) Fede

1:1 Adamo, Set, Enos, Chenan, Maalaleel, Iared, Enoc, Metusela, Lamec, Noè, Sem, Cam e Iafet. I figli di Iafet furono: Gomer, Magog, Madai, Iavan, Tubal, Mesec e Tiras. I figli di Gomer furono: Aschenaz, Rifat e Togarma. I figli di Iavan furono: Elisa, Tarsis, Chittim e Rodanim. I figli di Cam furono: Cus, Egitto, Put e Canaan. I figli di Cus furono: Seba, Avila, Sabta, Raama e Sabteca. I figli di Raama furono: Seba e Dedan. 10 Cus generò Nimrod, che cominciò a essere potente sulla terra. 11 Egitto generò i Ludim, gli Anamim, i Leabim, i Naftuim, 12 i Patrusim, i Casluim (da cui uscirono i Filistei) e i Caftorim. 13 Canaan generò Sidon, suo primogenito, e Chet, 14 e i Gebusei, gli Amorei, i Ghirgasei, 15 gli Ivvei, gli Archei, i Sinei, 16 gli Arvadei, i Semarei e i Camatei. 17 I figli di Sem furono: Elam, Assur, Arpacsad, Lud e Aram; Uz, Ul, Gheter e Mesec. 18 Arpacsad generò Sela, e Sela generò Eber. 19 A Eber nacquero due figli: il nome dell’uno fu Peleg, perché ai suoi giorni la terra fu spartita; e il nome di suo fratello fu Ioctan. 20 Ioctan generò Almodad, Selef, Casarmavet, Iera, 21 Adoram, Uzal, Dicla, 22 Ebal, Abimael, Seba, 23 Ofir, Avila e Iobab. Tutti questi erano figli di Ioctan. 24 Sem, Arpacsad, Sela, 25 Eber, Peleg, Reu, 26 Serug, Naor, Tera, 27 Abramo, cioè Abraamo.

28 I figli di Abraamo furono: Isacco e Ismaele. 29 Questi sono i loro discendenti: il primogenito d’Ismaele fu Nebaiot; poi Chedar, Adbeel, Mibsam, 30 Misma, Duma, Massa, Cadad, Tema, 31 Ietur, Nafis e Chedma. Questi furono i figli d’Ismaele. 32 I figli che Chetura, concubina di Abraamo, partorì furono: Zimram, Iocsan, Medan, Madian, Isbac e Suac. I figli di Iocsan furono: Seba e Dedan. 33 I figli di Madian furono: Efa, Efer, Enoc, Abida ed Eldaa. Tutti questi furono i figli di Chetura.

34 Abraamo generò Isacco. I figli d’Isacco furono: Esaù e Israele. 35 I figli di Esaù furono: Elifaz, Reuel, Ieus, Ialam e Cora. 36 I figli di Elifaz furono: Teman, Omar, Sefi, Gatam, Chenaz, Timna e Amalec. 37 I figli di Reuel furono: Naat, Zerac, Samma e Mizza. 38 I figli di Seir furono: Lotan, Sobal, Sibeon, Ana, Dison, Eser e Disan. 39 I figli di Lotan furono: Cori e Omam; la sorella di Lotan fu Timna. 40 I figli di Sobal furono: Alian, Manaat, Ebal, Sefi e Onam. I figli di Sibeon furono: Aia e Ana. 41 Il figlio di Ana fu Dison. I figli di Dison furono: Camran, Esban, Itran e Cheran. 42 I figli di Eser furono: Bilan, Zaavan, Iaacan. I figli di Dison furono: Uz e Aran. 43 Questi sono i re che regnarono nel paese di Edom prima che alcun re regnasse sui figli d’Israele: Bela, figlio di Beor. Il nome della sua città fu Dinaba. 44 Bela morì, e Iobab, figlio di Zerac, di Bosra, regnò al suo posto. 45 Iobab morì, e Cusam, del paese dei Temaniti, regnò al suo posto. 46 Cusam morì, e Cadad, figlio di Bedad, che sconfisse i Madianiti nei campi di Moab, regnò al suo posto. Il nome della sua città era Avit. 47 Cadad morì, e Samla di Masreca regnò al suo posto. 48 Samla morì, e Saul, di Recobot sul fiume, regnò al suo posto. 49 Saul morì, e Baal-Anan, figlio di Acbor, regnò al suo posto. 50 Baal-Anan morì, e Cadad regnò al suo posto. Il nome della sua città fu Pai, e il nome di sua moglie, Meetabeel, figlia di Matred, figlia di Mezaab. 51 E Cadad morì. I capi di Edom furono: il capo Timna, il capo Alva, il capo Ietet, 52 il capo Oolibama, il capo Ela, il capo Pinon, 53 il capo Chenaz, il capo Teman, il capo Mibsar, 54 il capo Magdiel, il capo Iram. Questi sono i capi di Edom.

2:1 Questi sono i figli d’Israele: Ruben, Simeone, Levi, Giuda, Issacar e Zabulon; Dan, Giuseppe, Beniamino, Neftali, Gad e Ascer.

I figli di Giuda furono: Er, Onan e Sela; questi tre gli nacquero dalla figlia di Sua, la Cananea. Er, primogenito di Giuda, era perverso agli occhi del Signore, e il Signore lo fece morire. Tamar, nuora di Giuda, gli partorì Perez e Zerac. Totale dei figli di Giuda: cinque. I figli di Perez furono: Chesron e Camul. I figli di Zerac furono: Zimri, Etan, Eman, Calcol e Dara: in tutto cinque. I figli di Carmi furono: Acan, che sconvolse Israele quando commise un’infedeltà riguardo all’interdetto. Il figlio di Etan fu Azaria. I figli che nacquero a Chesron furono: Ierameel, Ram e Chelubai. 10 Ram generò Amminadab; Amminadab generò Nason, capo dei figli di Giuda; 11 e Nason generò Salma; e Salma generò Boaz. Boaz generò Obed. 12 Obed generò Isai. 13 Isai generò Eliab, suo primogenito, Abinadab il secondo, Simea il terzo, 14 Netaneel il quarto, Raddai il quinto, 15 Osem il sesto, Davide il settimo. 16 Le loro sorelle erano Seruia e Abigail. I figli di Seruia furono tre: Abisai, Ioab e Asael. 17 Abigail partorì Amasa, il cui padre fu Ieter, l’Ismaelita.

I primi capitoli di Cronache a tanti risultano intimidatori a causa delle lunghe genealogie e gli innumerevoli nomi, molti dei quali si pronunciano con grande difficoltà. Alcuni che si adoperano per leggere tutta la Bibbia perdono l’entusiasmo di farlo quando s’imbattono in questi capitoli. Ma se è vero che “ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia” (2 Timoteo 3:16), è vero anche per questa Scrittura.

Lo scopo di questo studio non è di analizzare i primi nove capitoli di Cronache in modo approfondito, ma di trovare l’ottica che ci permette di vedere come anche essi sono “utili a insegnare” e a “prepararci a ogni opera buona”. Possiamo infatti usare le tre principali “virtù” cristiane — cioè “fede”, “speranza” e “amore” (1 Corinzi 13:13) — per mettere in risalto l’utilità di queste geneologie a noi oggi.

Cominciamo con “fede”. Le genealogie con le quali il cronista (come chiameremo l’autore di questo libro) inizia il suo resoconto costituiscono infatti un grande atto di fede da cui possiamo imparare molto. Dobbiamo sapere che il cronista scrive nel periodo dopo la deportazione dei regni di Israele e di Giuda, intorno all’anno 400 a.C. Possiamo dedurre questo, per esempio, dall’elenco nel 3:17-24 dei discendenti di Davide tornati nel territorio di Giuda dopo l’esilio in Babilonia.

Il cronista scrive la storia d’Israele, dunque, dalla prospettiva di un popolo ancora severamente ridotto e largamente diffuso fuori dalla terra promessa. I commenti del cronista nel 5:25-26 indicano questo:

25 Ma furono infedeli al Dio dei loro padri e si prostituirono andando dietro agli dèi dei popoli del paese, che Dio aveva distrutti davanti a loro. 26 Il Dio d’Israele eccitò lo spirito di Pul, re d’Assiria, e lo spirito di Tiglat-Pileser, re d’Assiria; e Tiglat-Pileser deportò i Rubeniti, i Gaditi e la mezza tribù di Manasse, e li condusse a Calac, a Cabor, ad Ara e presso il fiume di Gozan, dove sono rimasti fino a oggi.

Nonostante il rimpatrio di alcuni superstiti, all’epoca del cronista la maggior parte d’Israele rimane laddove è stata dispersa. Non solo: a parte le tribù di Giuda, di Beniamino e di alcuni Leviti che avevano costituito il regno di Giuda, le altre dieci tribù del regno di Israele si sono perse quasi del tutto dopo l’invasione degli assiri nel 722 a.C. Dall’esilio in poi, Israele non è più un unico popolo dei dodici tribù unite sotto la monarchia davidica.

Questa situazione sembra mettere in dubbio la parola e il piano di Dio. Dov’è il re disceso da Davide che avrebbe sempre regnato? Dov’è il tempio che avrebbe sempre ospitato la presenza di Dio in mezzo al suo popolo? Dov’è il popolo stesso che Dio aveva promesso ad Abraamo? E come può dunque adempiersi la promessa che tramite Abraamo e la sua discendenza tutte le famiglie della terra saranno benedette? Questa è la realtà che il cronista vede e le perplessità che lui e gli altri israeliti fedeli devono affrontare.

Così vediamo come i primi capitoli di Cronache costituiscono an atto di fede. Contro ogni apparenza, il cronista ci presenta le genealogie del lignaggio di Davide ininterrotto, del servizio sacerdotale funzionante, dell’intero popolo d’Israele comprese le dodici tribù, e la fedeltà di Dio che dura nonostante l’infedeltà del suo popolo, la fedeltà che garantisce l’adempimento di ogni sua promessa. I contemporanei del cronista avrebbero potuto contestare questa visione in quanto apparentemente contraria alla realtà. Essi sarebbero così esattamente come la maggioranza di persone che ancora oggi rifiutano il vangelo perché contraddice ciò che vedono con i propri occhi.

Le genealogie del cronista, invece, ci insegnano che la parola di Dio è più certa della realtà visibile, che le sue promesse perdurano anche quando sembrano aver fallito, che possiamo parlare, cantare e vivere come se si fossero già adempiute. Se leggiamo i primi capitoli di Cronache in quest’ottica, anche noi troveremo la nostra fede in Dio rafforzata per poterci credere anche quando tutto il mondo ci va contro.

2) Speranza

In secondo luogo, le genealogie di Cronache costituiscono un atto di speranza che aiuta anche noi a sperare il futuro annunciato dal vangelo. È ovvio che queste genealogie si riferiscono al passato. Ma è altrettanto vero che esse si protendono verso il futuro. Partendo dalla fede nella fedeltà di Dio, le genealogie forniscono un piano per il futuro del popolo di Dio. Se il presente non appare in armonia con le promesse di Dio, qui il cronista vuole far capire come il futuro lo sarà.

Per capire questo bisogna osservare attentamente la struttura e l’organizzazione del materiale genealogico in questi capitoli. Dopo aver tracciato brevemente la discendenza di Adamo fino ai patriarchi (1:1-27), il cronista comincia nel capitolo 2 a elencare i lingaggi delle dodici tribù d’Israele. Importante notare però con non inizia con il primogenito, Ruben, e neanche con Giuseppe che ereditò la primogenitura al suo posto. Questo sarebbe l’approccio dello storico disinteressato. Il cronista, invece, comincia con la tribù di Giuda, e pone particolare enfasi sulla stirpe reale di Davide. Si occupa della discendenza di Giuda per ben due capitoli e mezzo, mentre poi le tribù di Simeone, Ruben, Gad e Manasse insieme occupano un solo capitolo e mezzo. Segue poi il lunghissimo capitolo 6 (81 versetti!) che traccia la genealogia sacerdotale di Levi. Le altre tribù — Issacar, Beniamino, Neftali, Efraim e Ascer (sono escluse Dan e Zebulun) — sono tutte presentate nel capitolo 7, con un’attenzione speciale nel capitolo 8 sui discendenti di Beniamino che si stabilirono a Gerusalemme in fedeltà alla monarchia davidica.

Tutto ciò rivela la speranza del cronista e quella che vuole infondere nei suoi lettori. Il compimento del piano di Dio e il futuro del popolo di Dio dipendono dal linguaggio reale di Davide e dal servizio sacerdotale svolto dai leviti. Nel contesto del dopo-esilio, il cronista vuole incoraggiare il popolo a focalizzare le loro speranze nel re e nel sacerdote che Dio stesso può provvedere. Anche se il trono di Davide è disoccupato e il tempio è in rovine, Dio compierà il suo benevolo proposito per Israele — e tramite Israele per il mondo intero — attraverso il re e il sacerdote.

La rilevanza di questo a noi dovrebbe essere già chiara. Dio infatti ha compiuto il suo benevolo proposito per Israele e per il mondo per mezzo di colui che in se stesso ha unito re e sacerdote in uno: Gesù Cristo. Egli è il figlio di Davide che regna ora e per sempre, ed è il sommo sacerdote che, dopo aver offerto se stesso come unico e perfetto sacrificio per i peccati, si è seduto alla destra di Dio in cielo dove vive per intercedere sempre per noi. Dunque, come afferma Ebrei 6:19-20:

Questa speranza la teniamo come un’àncora dell’anima, sicura e ferma, che penetra oltre la cortina, dove Gesù è entrato per noi quale precursore, essendo diventato sommo sacerdote in eterno.

Questa è infatti la speranza che le geneaologie di Cronache infondono in noi, se abbiamo gli occhi per vedere e le orecchie per udire.

3) Amore

Infine, le geneologie di Cronache costituiscono un atto di amore che insegna come anche noi dobbiamo e possiamo amare. Torniamo un attimo al 5:25-26:

25 Ma furono infedeli al Dio dei loro padri e si prostituirono andando dietro agli dèi dei popoli del paese, che Dio aveva distrutti davanti a loro. 26 Il Dio d’Israele eccitò lo spirito di Pul, re d’Assiria, e lo spirito di Tiglat-Pileser, re d’Assiria; e Tiglat-Pileser deportò i Rubeniti, i Gaditi e la mezza tribù di Manasse, e li condusse a Calac, a Cabor, ad Ara e presso il fiume di Gozan, dove sono rimasti fino a oggi.

Molti degli israeliti che il cronista nomina in queste genealogie “furono infedeli al Dio dei loro padri e si prostituirono andando dietro agli dèi dei popoli del paese”. Questi provocarono l’ira di Dio e mandarono Israele in esilio, un giudizio che anche i pochi fedeli come il profeta Geremia dovettero subire. Nel corso dei secoli, questo residuo di israeliti fedeli, un residuo di cui il cronista fa parte nei suoi giorni, fu sempre perseguitato e sovente ucciso per la loro ubbidienza a Dio e il loro rifiuto di unirsi all’idolatria della maggioranza.

Ciononostante, anche essi hanno il loro posto nelle genealogie di Cronache. Questo fatto dovrebbe colpirci. Se fossi stato io il cronista, non so se avrei voluto inserire nelle mie genealogie (che, ricordiamoci, riguardano non solo il passato ma soprattutto il bene futuro del popolo) i nomi di coloro che erano responsabili per la persecuzione dei miei antenati e la rovina del mio popolo. Io li avrei probabilmente esclusi non solo per rancore, ma anche come una specie di vendetta: se essi hanno fatto tutto questo male, non si meritano di essere né nominati come parte del popolo di Dio né di essere inclusi come beneficiari della grazia di Dio.

Questo non è però il cuore del cronista che dimostra lo stesso tipo di amore che Dio ha per il suo popolo ribelle e infedele. I nomi degli infedeli israeliti compaiono qui perché nonostante le loro infedeltà a Dio, la fedeltà di Dio a loro rimane costante. L’amore di Dio per noi non varia a secondo degli alti e dei bassi del nostro amore per lui. Quando anche noi abbandoniamo lui, lui non abbandona noi.

Questo è infatti l’amore che Dio ha mostrato tramite la croce di Cristo: mentre noi eravamo ancora peccatori e nemici, egli ha dato suo Figlio Gesù Cristo come sacrificio al nostro posto. Questo è l’amore di Dio che non aspetta che noi ritorniamo da lui ma che prende l’iniziativa a cercarci quando ne siamo ancora lontani. Questo è l’amore di Dio che si carica di tutti i nostri misfatti passati presenti e futuri per cancellarli una volta per sempre.

Questo è quindi anche l’amore che si dimostra nelle persone in cui lo stesso Gesù Cristo ora dimora per mezzo del suo Spirito. Di questo l’apostolo Paolo è un grande esempio. Pur essendo violentemente perseguitato dagli ebrei per il nome di Cristo, Paolo non ha smesso mai di amarli e di adoperarsi per la loro salvezza. In Romani 9:1-3 e 10:1 egli scrive:

Dico la verità in Cristo, non mento – poiché la mia coscienza me lo conferma per mezzo dello Spirito Santo –, ho una grande tristezza e una sofferenza continua nel mio cuore; perché io stesso vorrei essere anatema, separato da Cristo, per amore dei miei fratelli, miei parenti secondo la carne…. Fratelli, il desiderio del mio cuore e la mia preghiera a Dio per loro è che siano salvati.

Che amore è questo! Gli ebrei volevano uccidere Paolo, eppure lui era disposto a morire e persino essere separato da Cristo per loro! Questo è l’amore che solo “non io ma Cristo che vive in me” può creare. Questo è l’amore che (per tornare ai due punti precedenti) nasce dalla fede e dalla speranza nella parola di Dio che non rimane mai inefficace. Così in Romani 11:28-29 Paolo afferma:

Per quanto concerne il vangelo, essi sono nemici per causa vostra; ma per quanto concerne l’elezione, sono amati a causa dei loro padri, perché i doni e la vocazione di Dio sono irrevocabili.

Ora che Cristo ha dato la sua vita per salvezza del mondo — proprio per coloro che non se la meritano — la sua presenza in noi (se vive realmente in noi!) manifesterà questo stesso amore e impegno per la loro salvezza.

Questo è importante per noi per cui è facile a volte pensare e parlare male di “quella gente lì”. Siamo soliti etichettare persone come “scemo” o “cattivo” o “caffone” o “bugiardo” o tanti altri appellativi intesi a disprezzarli e farci sentire superiori. Questo è il classico atteggiamento dei farisei che Gesù ha severamente criticato. Mentre condanna giustamente i loro peccati, il cronista non manifesta un atteggiamento arrogante o superiore nei confronti degli israeliti infedeli; tutti quanti hanno lo stesso bisogno della grazia di Dio senza la quale siamo tutti destinati alla rovina. Davanti alla croce, non ci siamo noi qui e “quella gente lì”. Siamo tutti quanti sotto il giudizio di Dio per i nostri peccati, e tutti quanti amati dal Salvatore che ha dato la sua vita per la salvezza del mondo.

Come Paolo, dunque, anche noi dobbiamo essere caratterizzati da questo tipo di amore grazie a Cristo che vive in noi. Questo è l’amore anticipato dal cronista nei primi capitoli di Cronache, ed è quello che Dio ha mostrato non solo nei confronti degli israeliti nominati qui, ma anche nei confronti di tutti noi.

La Storia della Chiesa in un Anno: William Wilberforce e l’Amore per il Prossimo (45/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: William Wilberforce e l’Amore per il Prossimo (45/52)

Puoi scegliere di guardare dall’altra parte, ma non puoi più dire che non lo sapevi. (William Wilberforce)

A volte, le chiese evangeliche che giustamente privilegiano la predicazione del vangelo al fine di fare discepoli di tutti i popoli (Matteo 28:19-20) lo fanno ad esclusione del servizio per il “prossimo” che devono amare come se stesse. A dire il vero, non è sempre facile saper come meglio impiegare il tempo e le risorse limitati che Dio ci ha affidato, una questione affrontata sin dai primi giorni della chiesa:

In quei giorni, moltiplicandosi il numero dei discepoli, sorse un mormorio da parte degli Ellenisti contro gli Ebrei, perché le loro vedove erano trascurate nell’assistenza quotidiana. I dodici, convocata la moltitudine dei discepoli, dissero: «Non è conveniente che noi lasciamo la Parola di Dio per servire alle mense. Pertanto, fratelli, cercate di trovare fra di voi sette uomini, dei quali si abbia buona testimonianza, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. Quanto a noi, continueremo a dedicarci alla preghiera e al ministero della Parola».

Mentre “la preghiera” e “il ministero della Parola” hanno il primato nella chiesa, è anche necessario non trascurare “l’assistenza quotidiana”. La vita di William Wilberforce (1759-1833) ce ne fornisce un illustre esempio. Nell’epoca in cui l’impero britannico non solo permetteva ma anche dipendeva economicamente dalla tratta degli schiavi, Wilberforce dedicò la sua vita ad abolirla.

Nato in una famiglia nominalmente anglicana, Wilberforce crebbe senza una fede autentica e personale finché non iniziò a leggere per se stesso la Bibbia, la quale gli fece capire il vangelo per la prima volta e lo portò alla conversione. Finiti gli studi universitari, si candidò nel 1780 e fu eletto alla Camera dei Comuni del parlamento britannico. Spinto dalle sue convinzioni evangeliche e mosso da compassione per le ingiustizie e sofferenze causate dalla schiavitù, Wilberforce presentò una mozione per abolirla. La sua lotta si prolungò per due decenni, anni in cui non affrontò solo un’accanita opposizione ma anche minacce contro di sé.

Tuttavia, nel 1807 la tenacia di carattere e la fiducia in Dio di Wilberforce vinsero la battaglia quando la Camera votò di abolire la tratta degli schiavi. Nonostante questa grande vittoria, la schiavitù rimase in effetto fino al 1833 quando Wilberforce riuscì a far approvare un’ultima petizione: l’abolizione totale della schiavitù in tutto l’impero britannico. Tre giorni dopo, il 29 luglio, Wilberforce morì, letteralmente esaurito dalle sue fatiche a favore degli schiavi.

La vita di Wilberforce serve come esempio di uno che seguì Cristo nell’amare il prossimo più di se stesso. Tale è l’amore di tutti coloro sono morti con Cristo e ora vivono in lui e lui in loro. Wilberforce, inoltre, ci fa vedere l’importanza di prendersi cura dell’essere umano nella sua totalità: anima e corpo, santità e sanità, cuore e casa. Come Gesù disse circa l’amore dimostrato dal buon Samaritano: «Va’, e fa’ anche tu la stessa cosa» (Luca 10:37).

Giosuè 24:1-33: Scegliete Oggi Chi Volete Servire!

1) Chi Abbiamo Servito: “Di Là Dal Fiume” (24:1-13)

Giosuè radunò tutte le tribù d’Israele a Sichem, e convocò gli anziani d’Israele, i capi, i giudici e gli ufficiali del popolo, i quali si presentarono davanti a Dio. Giosuè disse a tutto il popolo: «Così parla il Signore, il Dio d’Israele: “I vostri padri, come Tera padre di Abraamo e padre di Naor, abitarono anticamente di là dal fiume, e servirono gli altri dèi. E io presi il padre vostro Abraamo di là dal fiume, gli feci percorrere tutto il paese di Canaan, moltiplicai la sua discendenza e gli diedi Isacco. A Isacco diedi Giacobbe ed Esaù, e assegnai a Esaù la proprietà del monte Seir, e Giacobbe e i suoi figli scesero in Egitto.

Poi mandai Mosè e Aaronne, e colpii l’Egitto con i prodigi che feci in mezzo a esso; e dopo ciò, vi feci uscire. Dunque feci uscire dall’Egitto i vostri padri, e voi arrivaste al mare. Gli Egiziani inseguirono i vostri padri con carri e cavalieri fino al mar Rosso. Quelli gridarono al Signore ed egli pose delle fitte tenebre fra voi e gli Egiziani; poi fece venire sopra di loro il mare, che li sommerse, e gli occhi vostri videro quel che io feci agli Egiziani. Poi rimaneste a lungo nel deserto.

Io vi condussi quindi nel paese degli Amorei, che abitavano di là dal Giordano; essi combatterono contro di voi e io li diedi nelle vostre mani; voi prendeste possesso del loro paese e io li distrussi davanti a voi. Poi Balac, figlio di Sippor, re di Moab, si mosse per combattere contro Israele; e mandò a chiamare Balaam, figlio di Beor, perché vi maledicesse; 10 ma io non volli dare ascolto a Balaam; egli dovette benedirvi e vi liberai dalle mani di Balac.

11 E passaste il Giordano, e arrivaste a Gerico; gli abitanti di Gerico, gli Amorei, i Ferezei, i Cananei, gli Ittiti, i Ghirgasei, gli Ivvei e i Gebusei combatterono contro di voi e io li diedi nelle vostre mani. 12 E mandai davanti a voi i calabroni che li scacciarono davanti a voi, com’era avvenuto dei due re amorei; ma questo non avvenne per la tua spada né per il tuo arco. 13 E vi diedi una terra che non avevate lavorata, delle città che non avevate costruite; voi abitate in esse e mangiate il frutto delle vigne e degli uliveti che non avete piantati”. 14 «Dunque temete il Signore e servitelo con integrità e fedeltà; togliete via gli dèi ai quali i vostri padri servirono di là dal fiume e in Egitto

Era da aspettarsi: il libro di Giosuè conclude con la morte di Giosuè. Ormai ci siamo abituati. Genesi conclude con la morte di Giacobbe e di Giuseppe (il quale è ricordato qui alla fine di Giosuè). Deuteronomio, e l’intera Torah, concludono con la morte di Mosè. Non rimaniamo dunque sorpresi dal fatto che la morte di Giosuè fornisca la chiusura di questo libro. Ma di questo parleremo più alla fine del sermone.

Ora ci preme riflettere sulle parole di Giosuè riportate in questo capitolo che costituiscono l’ultimo discorso di Giosuè al popolo d’Israele. Prima però consideriamo il contesto. I primi versetti del capitolo precedente ce lo spiegano:

23:1 Molto tempo dopo che il Signore ebbe dato riposo a Israele liberandolo da tutti i nemici che lo circondavano, Giosuè, ormai vecchio e molto avanti negli anni, convocò tutto Israele, gli anziani, i capi, i giudici e gli ufficiali del popolo, e disse loro: «Io sono vecchio e molto avanti negli anni. Voi avete visto tutto quel che il Signore, il vostro Dio, ha fatto a tutte queste nazioni davanti a voi; poiché il Signore, il vostro Dio, è colui che ha combattuto per voi. Ecco, io ho diviso tra voi a sorte, come eredità, secondo le vostre tribù, il paese delle nazioni che restano, e di tutte quelle che ho sterminate, dal Giordano fino al mar Grande, a occidente.» E il Signore vostro Dio le disperderà egli stesso davanti a voi e le scaccerà davanti a voi e voi prenderete possesso del loro paese, come il Signore, il vostro Dio, vi ha detto.

Israele è ormai in possesso del paese promesso dal Signore ai patriarchi. Tanti anni sono passati dalla prima conquista, la città di Gerico, e l’eredità delle dodici tribù d’Israele adesso si spande su tutto il territorio. Ciò non significa che non ci siano più abitanti pagani nel paese, ma che, se Israele rimane fedele al Signore, sarà solo un questione di tempo finché “la progenie del serpente” sarà scacciata da questo nuovo “giardino di Eden”.

Giosuè dunque tiene il discorso del capitolo 24 nel momento quando sa di avvicinarsi anche lui alla morte. Israele si trova nel “già e non ancora” dell’adempimento della promessa del Signore, e Giosuè si adopera nel tempo che gli rimane per esortare il popolo a stare sempre fedele al Signore e a portare a compimento la sua vocazione di santificare il paese di Canaan. In realtà il discorso di Giosuè non è di sua creazione; egli riferisce a Israele le parole di Dio stesso.

Il discorso non inizia però con un comandamento ma con la storia della redenzione di Israele. Questa storia serve per definire l’identità del popolo: “questa è la nostra storia, e questo dunque siamo noi”. Nella Bibbia, la memoria è fondamentale alla pietà. Il momento in cui si dimentica come il Signore ha precedentemente operato per salvare è il momento in cui si fa il primo passo verso la disubbidienza.

La narrativa della redenzione d’Israele tocca tutte le tappe importanti — la chiamata di Abraamo, le vite di Isacco e di Giacobbe, la schiavitù dei loro discendenti in Egitto, la liberazione mediante Mosè, il vagabondaggio nel deserto e l’arrivo alla terra promessa. Ma nel raccontare questa storia, Giosuè evidenzia ciò che si può riassumere con la frase “di là dal fiume”. Si riferisce qui al fiume Giordano che rappresenta il confine orientale della terra promessa, il confine che Israele ha attraversato per entrare e prendere possesso di essa. “Di là dal fiume” pertanto acquisce un significato più di quello meramente geografico: indica la conversione d’Israele dall’idolatria alla fede nell’unico vero Dio e il passaggio attraverso le acque che la simboleggia, ovvero una prefigurazione del battesimo. Consideriamo questi due punti.

Prima, notiamo come la frase “di là dal fiume” è legata all’idea dell’idolatria. Il discorso comincia così: “I vostri padri, come Tera padre di Abraamo e padre di Naor, abitarono anticamente di là dal fiume, e servirono gli altri dèi” (v.2). “Di là dal fiume” è il luogo dove si servono altri dèi. Quando dunque Dio dice subito dopo: “E io presi il padre vostro Abraamo di là dal fiume” (v.3), vuol dire che non solo lo chiamò dal suo paese ma anche che lo salvò dall’idolatria alla quale era schiavo. Quindi, la stessa frase, ripetendosi alla fine del discorso (v.14), costituisce l’esortazione alla generazione attuale di togliere “via gli dèi ai quali i vostri padri servirono di là dal fiume e in Egitto”. Di là dal fiume Israele ha servito idoli e dèi falsi; ma ora in terra santa — il paese che Dio ha scelto e consacrato per il suo popolo eletto e redento — l’idolatria n’è totalmente esclusa. Non ci può essere comunione tra santità e peccato, tra luce e tenebre, tra Dio e idoli.

In secondo luogo, il fiume Giordano, come il mar Rosso, simboleggia il passaggio di conversione d’Israele dagli idoli al Signore. L’immersione in queste acque rappresenta la purificazione dall’idolatria alla santità. Per arrivare in terra santa, come per uscire dall’Egitto, Israele è dovuto passare attraverso le acque, anche se ovviamento in modo miracoloso, avendole il Signore divise in due. Può sembrare una forzatura, ma è l’apostolo Paolo che identifica questo come prefigurazione del battesimo in 1 Corinzi 10:1-2. Ora sappiamo che non sono le acque — né del fiume né del battesimo — ad effettuare la conversione e la purificazione del popolo di Dio. Molti, sia allora che oggi, passano per le acque ma i loro cuori rimangono invariati, fermamente legati a dèi falsi anziché al Signore. Ciononostante il passaggio attraverso le acque resta imprescindibile come simbolo di ciò che deve accadere e al quale Giosuè esorta il popolo: lasciate gli idoli di là dal fiume perché qui siamo un popolo santo in un luogo santo.

2) Chi Serviamo: “Scegliete Oggi” (24:14-28)

14 «Dunque temete il Signore e servitelo con integrità e fedeltà; togliete via gli dèi ai quali i vostri padri servirono di là dal fiume e in Egitto, e servite il Signore. 15 E se vi sembra sbagliato servire il Signore, scegliete oggi chi volete servire: o gli dèi che i vostri padri servirono di là dal fiume o gli dèi degli Amorei, nel paese dei quali abitate; quanto a me e alla casa mia, serviremo il Signore». 16 Allora il popolo rispose e disse: «Lungi da noi l’abbandonare il Signore per servire altri dèi! 17 Poiché il Signore è il nostro Dio; è lui che ha fatto uscire noi e i nostri padri dal paese d’Egitto, dalla casa di schiavitù, che ha fatto quei grandi miracoli davanti ai nostri occhi e ci ha protetti per tutto il viaggio che abbiamo fatto, e in mezzo a tutti i popoli fra i quali siamo passati; 18 e il Signore ha scacciato davanti a noi tutti questi popoli, e gli Amorei che abitavano il paese. Anche noi serviremo il Signore, perché lui è il nostro Dio».

19 E Giosuè disse al popolo: «Voi non potete servire il Signore, perché egli è un Dio santo, è un Dio geloso; egli non perdonerà le vostre ribellioni e i vostri peccati. 20 Quando abbandonerete il Signore e servirete dèi stranieri, egli si volterà contro di voi, vi farà del male e vi consumerà, dopo avervi fatto tanto bene». 21 E il popolo disse a Giosuè: «No! Noi serviremo il Signore». 22 E Giosuè disse al popolo: «Voi siete testimoni contro voi stessi, che vi siete scelto il Signore per servirlo!» Quelli risposero: «Siamo testimoni!» 23 Giosuè disse: «Togliete dunque via gli dèi stranieri che sono in mezzo a voi, e inclinate il vostro cuore al Signore, che è il Dio d’Israele!» 24 Il popolo rispose a Giosuè: «Il Signore, il nostro Dio, è quello che serviremo, e alla sua voce ubbidiremo!»

25 Così Giosuè stabilì in quel giorno un patto con il popolo, e gli diede delle leggi e delle prescrizioni a Sichem. 26 Poi Giosuè scrisse queste cose nel libro della legge di Dio; prese una gran pietra e la rizzò sotto la quercia che era presso il luogo consacrato al Signore. 27 E Giosuè disse a tutto il popolo: «Ecco, questa pietra sarà una testimonianza contro di noi; perché essa ha udito tutte le parole che il Signore ci ha dette; essa servirà quindi da testimonianza contro di voi; affinché non rinneghiate il vostro Dio». 28 Poi Giosuè rimandò il popolo, ognuno alla sua eredità.

Se “di là dal fiume” rappresenta chi eravamo prima e gli idoli che abbiamo servito in passato, la frase “scegliete oggi” (v.15) costituisce il nostro impegno nel presente, ora che siamo il popolo salvato e santo del Signore. Il “dunque” del v.14 è tutto importante: è perché noi, come Israele, abbiamo attraversato le acque passando dalla vecchia vita di schiavitù a quella nuova in Cristo, dobbiamo sbarazzarsi di ogni idolo e servire il Signore con integrità e fedeltà.

Sottolineo la parola “ogni”, perché Giosuè (e in realtà tutta la Bibbia) insiste su questo fatto. Ci sono molte cose nella vita che si trovano tra il bianco e il nero, ma questo no. O serviamo idoli o serviamo il Signore. Non c’è una via di mezzo: “scegliete oggi chi volete servire: o gli dèi che i vostri padri servirono di là dal fiume o gli dèi degli Amorei, nel paese dei quali abitate; quanto a me e alla casa mia, serviremo il Signore” (v.15). Gesù dichiara la stessa cosa dicendo in Matteo 6:24:

Nessuno può servire due padroni; perché o odierà l’uno e amerà l’altro, o avrà riguardo per l’uno e disprezzo per l’altro. Voi non potete servire Dio e Mammona.

Ancora Paolo ammonisce in 2 Corinzi 6:13-18:

Non vi mettete con gli infedeli sotto un giogo che non è per voi; infatti che rapporto c’è tra la giustizia e l’iniquità? O quale comunione tra la luce e le tenebre? E quale accordo fra Cristo e Beliar? O quale relazione c’è tra il fedele e l’infedele? E che armonia c’è fra il tempio di Dio e gli idoli? Noi siamo infatti il tempio del Dio vivente, come disse Dio: «Abiterò e camminerò in mezzo a loro, sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. Perciò uscite di mezzo a loro e separatevene, dice il Signore, e non toccate nulla d’impuro; e io vi accoglierò. E sarò per voi come un padre e voi sarete come figli e figlie, dice il Signore onnipotente».

Per molti, questo apparirà come fanaticismo. Quante volte ho sentito dire: “Va bene la fede in Cristo, ma fino a certo punto. Ci vuole anche la moderazione”. Ma la Bibbia risponde: “Che moderazione ci può esistere tra Dio e gli idoli, tra la santità e il peccato, tra Gesù e il diavolo?” Dal punto di vista biblico, o siamo cittadini del regno di Dio o sottoposti al dominio del maligno. Se nessuno ci accusa mai di essere fanatici, stiamo sicuramente sbagliando!

Però, quali sono quelle parole sconvolgenti che Giosuè rivolge al popolo dopo dichiara il suo desiderio di servire il Signore? «Voi non potete servire il Signore, perché egli è un Dio santo, è un Dio geloso; egli non perdonerà le vostre ribellioni e i vostri peccati. Quando abbandonerete il Signore e servirete dèi stranieri, egli si volterà contro di voi, vi farà del male e vi consumerà, dopo avervi fatto tanto bene» (vv.19-20). È vero; non possiamo servire il Signore in tutta integrità e fedeltà. Chi di noi mette Dio sempre al primo posto nella propria vita? Chi di noi ubbidisce perfettamente alla sua volontà? Chi di noi a volte non vuole ritornare “di là dal fiume” e, come Israele, persino in Egitto per diventare di nuovo schiavi?

3) Chi Serviremo: “Giosuè … morì” (24:29-33)

29 Dopo queste cose, Giosuè, figlio di Nun, servo del Signore, morì all’età di centodieci anni, 30 e lo seppellirono nel territorio di sua proprietà a Timnat-Sera, che è nella regione montuosa di Efraim, a nord della montagna di Gaas. 31 Israele servì il Signore durante tutta la vita di Giosuè e durante tutta la vita degli anziani che sopravvissero a Giosuè, i quali avevano conoscenza di tutte le opere che il Signore aveva fatte per Israele. 32 E le ossa di Giuseppe, che i figli d’Israele avevano portate dall’Egitto, essi le seppellirono a Sichem, nella parte del campo che Giacobbe aveva comprato dai figli di Chemor, padre di Sichem, per cento pezzi di denaro; e i figli di Giuseppe le avevano ricevute come eredità. 33 Poi morì anche Eleazar, figlio di Aaronne, e lo seppellirono a Ghibea di Fineas, che era stata data a suo figlio Fineas, nella regione montuosa di Efraim.

La risposta a questi interrogativi è palese: nessuno di noi ha mai servito, né servirà mai, il Signore senza mai ricadere nell’idolatria. Qual è dunque la soluzione affinché non ci troviamo sottoposti al giudizio di Dio? Essa è testimoniata negli ultimi versetti di Giosuè: “Israele servì il Signore durante tutta la vita di Giosuè…” (v.31). Giosuè, il successore a Mosè, condottiero fedele del popolo, profeta di Dio e rappresentante d’Israele, è lui che ha guidato e garantito l’ubbidienza del popolo al Signore mentre era in vita. Mentre era in vita, però, poiché dopo la sua morte e, come si vedrà nel libro successivi di Giudici, Israele è tornato “di là dal fiume”, non geograficamente ma spiritualmente, servendo gli idoli e dèi falsi.

Giosuè dunque, come il resto della Bibbia, ci testimonia un altro “Giosuè”, che di solito chiamiamo “Gesù”, il nostro vero condottiero, profeta e rappresentante davanti a Dio. Gesù è il “Yeshua” il cui nome non solo prefigura la salvezza di Dio ma la compie a favore di tutto il mondo. Gesù è anche il Giosuè che non muore mai, che dopo aver annullato il peccato sulla croce con la sua morte, è risuscitato a una vita indistruttibile che lo rende il Salvatore perfetto. Ebrei 7:23-25, pur parlando di Gesù in quanto sacerdote, è inerente a questo concetto:

23 Inoltre, quelli sono stati fatti sacerdoti in gran numero, perché la morte impediva loro di durare; 24 egli invece, poiché rimane in eterno, ha un sacerdozio che non si trasmette. 25 Perciò egli può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio, dal momento che vive sempre per intercedere per loro.

Noi che in Cristo siamo stati liberato dall’Egitto del peccato, che in Cristo siamo passati attraverso le acque del battesimo confessando fede in lui, e che in Cristo siamo stati condotti nella terra santa del regno di Dio, siamo anche in Cristo resi capaci per mezzo dello Spirito di servire il Signore veramente con integrità e fedeltà. Certo, non giungeremo alla perfezione prima del ritorno di Cristo, ma sappiamo che Cristo ha già cancellato la condanna di ogni nostri peccato passato, presente e futuro, e che finchè lui vive, garantisce per mezzo della sua intercessione che possiamo sempre offrire un servizio a Dio gradito:

Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà. (Romani 12:1-2)

La Storia della Chiesa in un Anno: Gli Anabattisti e la Libertà del Vangelo (36/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: Gli Anabattisti e la Santità della Chiesa (36/52)

Il battesimo deve essere dato a tutti coloro che hanno imparato il pentimento e il mutamento di vita e credono veramente che i loro peccati sono stati tolti da Cristo, e a tutti quelli che vogliono camminare nella resurrezione di Gesù Cristo, perché con lui vogliono essere sepolti nella morte per poter con lui risorgere, e a tutti coloro che con questo significato ce lo chiedono, lo desiderano da noi e lo esigono nel loro intimo. Per questo viene escluso ogni battesimo degli infanti, il primo ed il più grande abominio del papa. Di ciò abbiamo fondamento e conferma nella Scrittura e negli apostoli (Articoli di Schleitheim 1)

Il fatto che la Riforma Protestante sia stata un “movimento di movimenti” è evidente nella cosiddetta “riforma radicale” che differiva da quella “magistrale” di cui Lutero, Calvino e Knox furono protagonisti principali. I riformatori radicali erano uniti dalla convinzione che la riforma della chiesa procedesse troppo lentamente e che le riforme già effettuate non bastassero. A Zurigo, una città già trasformata grazie all’opera di Zwingli, alcuni suoi seguaci, tra cui Konrad Grebel e Felix Manz, si opponevano alla sua collaborazione con le autorità civili. Secondo loro, la chiesa doveva rimanere separata dallo stato per mantenersi pura e profetica. Segno di collusione illecita tra chiesa e stato era il battesimo dei bambini in quanto esso confondeva la confessione cristiana con la cittadinanza secolare.

Perciò, il 21 gennaio 1525, durante una riunione in casa di Felix Manz, Konrad Grebel amministrò a Jörg Cajacob il battesimo in base a una professione di fede consapevole, e nacque il movimento degli “anabattisti” (ovvero “ri-battezzatori” e da distinguersi dai “battisti” inglesi del secolo successivo). Gli opponenti di questi radicali gli diedero questo nome per disprezzo, ma i radicali stessi preferivano chiamarsi semplicemente “fratelli”, ritornando al linguaggio familiare e affettuoso del Nuovo Testamento. I fratelli anabattisti rinunciarono al clero, cercarono una chiesa pura, cioè composta da soli membri credenti, e posero l’accento sulla necessità di vivere una vita santa e consacrata a Dio.

Purtroppo, le tendenze degli anabattisti, derivate in gran parte dalla loro opposizione sia alla chiesa romana sia alla riforma magistrale, li spinsero a certi estremi malsani, come il frazionismo e il legalismo, nonché un’insufficiente enfasi sulla giustificazione per sola fede che costituiva il cuore teologico della Riforma. Tuttavia, gli anabattisti giustamente richiamarono l’attenzione su alcuni insegnamenti biblici che erano stati prima trascurati anche dagli altri riformatori, ricordandogli con insistenza che “la religione pura e senza macchia davanti a Dio e Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni, e conservarsi puri dal mondo” (Giacomo 1:27). Senza ignorare i loro errori, consideriamo gli anabattisti come esempi zelanti dell’esortazione di Ebrei 12:14: “Impegnatevi a cercare la pace con tutti e la santificazione, senza la quale nessuno vedrà il Signore”.