Atti 19:23-41: Il teatro del vangelo

1) Atti 19: Il vangelo a Efeso

1.1) La città di Efeso

I fatti narrati in Atti 19 accadono all’incirca dell’anno 55 quando Paolo, durante il suo terzo viaggio missionario, arriva a Efeso, una grande e influente città sulla costa dell’Asia Minore, l’odierna Turchia. Luca, l’autore di Atti, indica che il ministero di Paolo a Efeso è stato particolarmente fecondo, non solo nel fondare lì una forte e fervente chiesa ma anche nel far sì che dopo due anni “tutti coloro che abitavano nell’Asia, Giudei e Greci, udirono la Parola del Signore” (19:10). Essendo sulla costa, Efeso aveva un grande porto ed era un importante crocevia di commercio e transito. Questo ha permesso a Paolo di venir in contatto con persone provenienti da lontano e di predicare loro il vangelo, così che Efeso è diventato un centro di ampia diffusione della parola di Dio in tutta quella regione.

Notiamo questo non però per trascurare quel che è successo tra gli abitanti di Efeso stesso, che è stato, in una parola, straordinario. Come vediamo in questo capitolo, Efeso era famoso all’epoca per il culto della dea Diana, alla quale era dedicato uno dei templi più belli del mondo. Questo tempio era infatti una delle sette meravaglie antiche, e genti da tutte le parti venivano lì per adorare. E come accade sempre in luoghi turistici, si era formata una grande industria basata sulla vendita di statuette, “tempietti” (19:24), e altri souvenir legati alla deità.

Inseparable, inoltre, dal culto di Diana a Efeso era la pratica della magia — non quei giochi di prestigio che fanno divertire i bambini a feste di compleanno, ma la magia vera e propria, mirata a far uso dei poteri spirituali sia benevoli che maligni. Gli antichi vivevano con una consapevolezza dell’invisibile realtà spirituale molto più sentita e sviluppata rispetto a noi moderni, ed Efeso era famoso (forse un po’ come Torino oggi!) come centro di conoscenze esoteriche e pratiche occultistiche. Ancora oggi sono conservati talismani, amuleti e manoscritti con incantesimi e riti magici rimasti dall’Efeso antico. Se uno all’epoca voleva aiuto o protezione dagli spiriti maligni, se voleva guarigione da malattie attribuite agli stessi, o se voleva imparare a usufruire delle energie considerate benevole, poteva andare a Efeso sapendo che lì avrebbe trovato risposte alle proprie domande. In poche parole, Efeso era nel mondo antico un baluardo del regno di Satana.

1.2) Il ministero di Paolo

È in questo contesto che Paolo arriva e porta l’arma del regno di Dio, il vangelo di Gesù Cristo. E quanto più forte delle tenebre risulta il potere della Parola! Leggiamo che cosa succede:

Poi entrò nella sinagoga, e qui parlò con molta franchezza per tre mesi, esponendo con discorsi persuasivi le cose relative al regno di Dio. Ma siccome alcuni si ostinavano e rifiutavano di credere dicendo male della Via in presenza della folla, egli, ritiratosi da loro, separò i discepoli e insegnava ogni giorno nella scuola di Tiranno. 10 Questo durò due anni. Così tutti coloro che abitavano nell’Asia, Giudei e Greci, udirono la Parola del Signore. 11 Dio intanto faceva miracoli straordinari per mezzo di Paolo; 12 al punto che si mettevano sopra i malati dei fazzoletti e dei grembiuli che erano stati sul suo corpo, e le malattie scomparivano e gli spiriti maligni uscivano.

13 Or alcuni esorcisti itineranti giudei tentarono anch’essi di invocare il nome del Signore Gesù su quelli che avevano degli spiriti maligni, dicendo: «Io vi scongiuro, per quel Gesù che Paolo annuncia». 14 Quelli che facevano questo erano sette figli di un certo Sceva, giudeo, capo sacerdote. 15 Ma lo spirito maligno rispose loro: «Conosco Gesù, e so chi è Paolo; ma voi chi siete?» 16 E l’uomo che aveva lo spirito maligno si scagliò su tutti loro; e li trattò in modo tale che fuggirono da quella casa, nudi e feriti. 17 Questo fatto fu risaputo da tutti, Giudei e Greci, che abitavano a Efeso; e tutti furono presi da timore, e il nome del Signore Gesù era esaltato. 18 Molti di quelli che avevano creduto venivano a confessare e a dichiarare le cose che avevano fatte. 19 Fra quanti avevano esercitato le arti magiche, molti portarono i loro libri e li bruciarono in presenza di tutti; e, calcolatone il prezzo, trovarono che era di cinquantamila dramme d’argento. 20 Così la Parola di Dio cresceva e si affermava potentemente.

La storia dell’arrivo, non tanto di Paolo, ma della Parola che lui portava è una di grande potenza. I “miracoli straordinari” compiuti da Dio “per mezzo di Paolo” — guarigioni ed esorcismi — dimostravano la superiorità del regno di Dio sul regno di Satana e la supremazia del nome di Gesù al di sopra di ogni altro nome in cielo e sulla terra. Anche la buffa vicenda dei sette figli di Sceva mette in risalto l’autenticità del vangelo predicato da Paolo: i demoni erano in grado di distinguere il vero potere al quale erano costretti a ubbidire da quello che era solo una messinscena. Così, quando Paolo ha predicato il nome di Gesù a Efeso, il suo messaggio è stato confermato (come succede ancora oggi nelle parti del mondo dove il mondo spirituale è più “visibile”) da segni miracolosi innegabili. Quando gli efesini hanno visto il potere del nome di Gesù, il risultato è stato altrettanto straordinario: molti hanno creduto e hanno rinunciato ai loro idoli e alle pratiche demoniache in cui erano stati coinvolti.

Particolarmente indicativo dell’enorme impatto del vangelo a Efeso è il valore dei libri magici che i nuovi credenti hanno distrutto col fuoco. Abbiamo già notato che Efeso era famoso per la produzione di oggetti e manoscritti occultistici, che costituiva una parte non insignificante dell’economia. Qui Luca ci dice che il valore dei libri bruciati “era di cinquantamila dramme d’argento”, una cifra che, tradotta in termini contemporanei, è uguale a circa cinque milioni di euro. Quindi, una somma di non poco conto. Luca ci dice questo per farci capire quanto è stato efficace il vangelo a Efeso, tanto da spronare i nuovi credenti a buttare via in effetti cinque milioni di euro!

1.3) Il tumulto

È ovvio che un colpo così grande all’economia locale non sarebbe passato inosservato. Il resto del capitolo 19 riporta infatti le ripercussioni. Leggiamo dal v.23 in poi:

23 In quel periodo vi fu un gran tumulto a proposito della nuova Via. 24 Perché un tale, di nome Demetrio, orefice, che faceva tempietti di Diana in argento, procurava non poco guadagno agli artigiani. 25 Riuniti questi e gli altri che esercitavano il medesimo mestiere, disse: «Uomini, voi sapete che da questo lavoro proviene la nostra prosperità; 26 e voi vedete e udite che questo Paolo ha persuaso e sviato molta gente non solo a Efeso, ma in quasi tutta l’Asia, dicendo che quelli costruiti con le mani non sono dèi. 27 Non solo vi è pericolo che questo ramo della nostra arte cada in discredito, ma che anche il tempio della grande dea Diana non conti più, e che sia perfino privata della sua maestà colei che tutta l’Asia e il mondo adorano». 28 Essi, udite queste cose, accesi di sdegno, si misero a gridare: «Grande è la Diana degli Efesini!»

29 E la città fu piena di confusione; e trascinando con sé a forza Gaio e Aristarco, macedoni, compagni di viaggio di Paolo, si precipitarono tutti d’accordo verso il teatro. 30 Paolo voleva presentarsi al popolo, ma i discepoli glielo impedirono. 31 Anche alcuni magistrati dell’Asia, che gli erano amici, mandarono a pregarlo di non avventurarsi nel teatro. 32 Intanto, chi gridava una cosa, chi un’altra; infatti l’assemblea era confusa; e i più non sapevano per quale motivo si fossero riuniti. 33 Dalla folla fecero uscire Alessandro, che i Giudei spingevano avanti. E Alessandro, fatto cenno con la mano, voleva tenere un discorso di difesa davanti al popolo. 34 Ma quando si accorsero che era giudeo, tutti, per quasi due ore, si misero a gridare in coro: «Grande è la Diana degli Efesini!»

35 Allora il segretario, calmata la folla, disse: «Uomini di Efeso, c’è forse qualcuno che non sappia che la città degli Efesini è la custode del tempio della grande Diana e della sua immagine caduta dal cielo? 36 Queste cose sono incontestabili; perciò dovete calmarvi e non fare nulla in modo precipitoso; 37 voi infatti avete condotto qua questi uomini, i quali non sono né sacrileghi né bestemmiatori della nostra dea. 38 Se dunque Demetrio e gli artigiani che sono con lui hanno qualcosa contro qualcuno, ci sono i tribunali e ci sono i proconsoli: si facciano citare gli uni e gli altri. 39 Se poi volete ottenere qualcos’altro, la questione si risolverà in un’assemblea regolare. 40 Infatti corriamo il rischio di essere accusati di sedizione per la riunione di oggi, non essendovi ragione alcuna con la quale poter giustificare questo tumulto». 41 Detto questo, sciolse l’assemblea.

Luca dà molta attenzione a questa vicenda, quasi la metà del capitolo. Deve essere dunque molto importante, e nel resto di questo studio ci focalizzeremo su di essa. Cominciamo con la domanda che dobbiamo sempre porre di fronte alle narrative bibliche: perché l’autore ha voluto riferire questa storia? Più di due anni Paolo ha trascorso a Efeso, e Luca avrebbe potuto scrivere tante altre cose, ma ha voluto scrivere e farci sapere questo. Perché? Il racconto del tumulto a Efeso c’insegna almeno tre cose importanti che riguardano ciò che vorrei chiamare “il teatro del vangelo”. Per anticipare: proprio come al teatro — o possiamo includere anche il cinema, o le trasmissioni televisive — si fanno spettacoli che possono, sì, intrattenere, ma di più sono mini-rappresentazioni comiche o tragiche dell’esperienza umana, così anche è la chiesa: la comunità di persone chiamate fuori dal regno di Satana per rappresentare il regno di Dio davanti al mondo. La chiesa è in pratica un “teatro del vangelo”, dove quelli ancora nel regno di Satana possono vedere uno spettacolo (se solo un’anteprima) del regno di Dio, di come sarà il mondo dopo che in Cristo tutte le cose saranno fatte nuove. Il tumulto a Efeso — che non a caso ha luogo nel famoso teatro della città — fornisce a Luca un’ottima occasione per farci comprendere quest’aspetto molto importante della vita cristiana. Consideriamo adesso tre elementi della narrativa che contribuiscono a questo tema.

2) Il teatro del vangelo

2.1) La follia dell’idolatria

Il primo elemento che viene fuori chiaramente è la follia dell’idolatria. Il tumulto che finisce con quasi tutta la città in subbuglio, inzia con un certo Demetrio, orefice, parte del gruppo di artigiani efesini che fanno “tempietti di Diana in argento” (v.24) per vendere ai tanti pellegrini che arrivano a Efeso per adorare la divinità patronale. Luca ci informa che la produzione di questi oggetti “procurava non poco guadagno agli artigiani” (v.24), e sono naturalmente arrabbiati che la predicazione di un certo ebreo di nome Paolo sta facendo crollare la loro attività. Abbiamo già visto l’impatto economico della distruzione dei libri magici. Di conseguenza, questo Demetrio e altri del “medesimo mestiere” (v.25) fomentano un tumulto contro Paolo e gli altri cristiani della città dicendo che “questo Paolo ha persuaso e sviato molta gente non solo a Efeso, ma in quasi tutta l’Asia, dicendo che quelli costruiti con le mani non sono dèi” (v.26).

Ora, è ovvio che l’interesse di Demetrio e gli altri artigiani è principalmente economico, ma sanno che gli efesini sono fieri che la loro città è il centro mondiale del culto di Diana, e su questo fanno leva per suscitare un movimento contro Paolo, per evitare che “il tempio della grande dea Diana non conti più, e che sia perfino privata della sua maestà colei che tutta l’Asia e il mondo adorano” (v.27). Sono furbi, questi artigiani, e con questa retorica riescono a incitare un tumulto contro Paolo. Paolo stesso viene salvato da alcuni “discepoli” e “magistrati” (v.30-31), ma la folla afferra “Gaio e Aristarco, macedoni, compagni di viaggio di Paolo” e li porta al teatro, una grande struttura che poteva ospitare circa ventimila persone (v.29).

Senza nessun intervento, sarebbe finito male per Gaio e Aristarco, ma uno degli ufficiali della città, il “segretario”, riesce a calmare la folla e gli salva la vita. Forse il segretario non è del tutto disinteressato, avvertendo che “corriamo il rischio di essere accusati di sedizione per la riunione di oggi, non essendovi ragione alcuna con la quale poter giustificare questo tumulto” (v.40). Il governo locale era soggetto al potere di Roma, e quindi era meglio per tutti che si risolvesse la questione per vie legali. Il tumulto rischiava di incorrere in una rappresaglia da parte dell’impero, e così “sciolse l’assembea” (41).

L’intervento del segretario nella narrativa serve per evidenziare la follia della folla. Non c’è stata veramente, come dice, “ragione alcuna con la quale poter giustificare questo tumulto”. Ma nel senso che forse neanche il segretario ha capito, non c’è stata ragione alcuna perché ciò che aveva in fondo istigato il tumulto — l’idolatria — è senza ragione, e questo è il punto. L’idolatria — mettere, servire, adorare qualcosa di creato come se fosse il Creatore — è per natura irragionevole e senza senso. Questo viene fuori nella narrativa anche in modo un po’ buffo quando nel v.32 riporta che “chi gridava una cosa, chi un’altra; infatti l’assemblea era confusa; e i più non sapevano per quale motivo si fossero riuniti”. Questo è quello che l’idolatria fa all’essere umano: lo rende stupido e insensato, perché l’essere umano diventa come ciò che adora. Lo dice esplicitamente 2 Re 17:15:

Andarono dietro a cose vane [qui intese come idoli], diventando vani essi stessi.

Può essere un idolo vero e proprio, come Diana di Efeso, o può essere un idolo più subdolo come l’avidità del denaro, cioè l’idolo che hanno maggiormente servito Demetrio e gli artigiani efesini. Ma qualunque cosa sia, l’idolatria porta sempre a questa fine: alla confusione, alla stupidità, all’insensibilità, al caos, e (senza l’intervento di un salvatore) alla morte.

Il lato ironico di questa storia è che l’idolatria si spaccia sempre per bella, buona, amorevole, e tollerante. Il mondo di Paolo non era molto diverso dal nostro in questo aspetto. La cultura greco-romana era politeista, che per definizione tollera un’ampia gamma di idee, filosofie e religioni. Vuoi credere in Diana di Efeso? Va bene! Oppure vuoi credere in Mitra, una divinità solare persiana che aveva un grande seguito nell’impero romano? Va bene anche lui! Vuoi magari servire l’onnipresente dio Mammona, cioè il denaro? Ottimo! Sei libero di scegliere l’opzione religiosa che fa per te. Cosa potrebbe essere più bello, più consolante, più tollerante di questo pluralismo religioso? Ma guai se arriva un Paolo che predica Gesù, nome al di sopra di ogni nome, l’unico Signore al quale ogni ginocchio si piegherà, l’unico Salvatore per il quale siamo salvati! No, un Paolo non possiamo affatto tollerare! Tolleriamo tutto sì, a patto che tutto sia d’accordo con noi! Non possiamo tollerare qualcuno che non tollera tutto! Siamo dunque intolleranti di Paolo e del Gesù che egli predica nel nome della tolleranza!

Questo ragionamento è palesemente ipocrita. Nessuno tollera tutto. Nessuno ama e accetta tutto. Ed è così che oggi, come allora, l’idolatria si nasconde dietro una maschera di bontà e amore verso tutti. Per il mondo, è l’idolatria che ha senso, che ha ragione, è la strada che porta alla pace e alla felicità. Ma quando arriva il vangelo di Cristo, l’illusione scompare, e la farsa viene smascherata. Il vangelo rivela che il diritto del mondo è storto, che l’onore del mondo è vergogna, che la ragione del mondo è irragionevole, e che tutti i suoi idoli sono solo portatori di confusione e morte. Qui, in Atti 19, vediamo uno spettacolo che ci fa vedere la follia dell’idolatria in maniera comica e tragica allo stesso tempo.

Credo non sia un caso che tutto ciò accada in un teatro.

2.2) La spada della testimonianza

Oltre la follia dell’idolatria, il secondo elemento da notare è la “spada” della testimonianza. Abbiamo appena accennato a questo, ma vale la pena approfondirlo. Contro alcune idee popolari, Gesù non era un mero maestro di buona morale, o di amore e pace verso tutti. In Matteo 10:34-36 Gesù stesso ha detto:

34 Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a metter pace, ma spada. 35 Perché sono venuto a mettere l’uomo contro suo padre, la figlia contro sua madre e la nuora contro sua suocera; 36 e i nemici dell’uomo saranno quelli stessi di casa sua.

La “spada” a cui Gesù si riferisce è la parola del vangelo che crea divisione tra chi l’accetta e chi la rifiuta. Questa spada la vediamo all’opera a Efeso, la spada che taglia via una gran parte del guadagno degli artigiani e dei mercanti, che getta l’intera città in confusione, e che mette in pericolo la vita di Paolo e gli altri cristiani. Certo, il tumulto è in fondo provocato, come detto prima, dall’idolatria. Ma finché gli idoli del mondo hanno il monopolio sui cuori, sui pensieri e sui portafogli delle persone, sono contenti di dargli per un po’ l’illusione della pace e della felicità. Sin dal giardino d’Eden, la tentazione al peccato risulta così efficace perché promette il bene. È molto più facile tenere un popolo assoggettato se si offrono loro come schiavi in cambio del bene promesso dai dominatori.

Ma come vediamo in questo spettacolo (letteralmente!) teatrale, il vangelo mostra gli idoli per quelli che sono veramente. Rileggiamo che cosa dice infatti Demetrio:

26 e voi vedete e udite che questo Paolo ha persuaso e sviato molta gente non solo a Efeso, ma in quasi tutta l’Asia, dicendo che quelli costruiti con le mani non sono dèi. 27 Non solo vi è pericolo che questo ramo della nostra arte cada in discredito, ma che anche il tempio della grande dea Diana non conti più, e che sia perfino privata della sua maestà colei che tutta l’Asia e il mondo adorano.

Se Gesù è l’unico Signore, nessun altro lo è. Se Gesù è l’unico vero Dio, nessun altro lo è. Se Gesù è l’unico Salvatore, nessun altro lo è. Il vangelo proclama tutto ciò, e quindi la conclusione di Demetrio è giusta: il vangelo dimostra che “quelli costruiti con le mani non sono dèi”. Ma agli idoli del mondo, che vogliono essere adorati come dèi, non piace essere esposti come idoli, come impostori, contraffazioni e promotori di male e morte anziché pace e vita. Il tumulto a Efeso illustra che cosa succede quando il dominio degli idoli viene minacciato dalla spada del vangelo, la rabbia con cui reagiscono e la violenza che usano. Se hanno crocifisso Gesù, che cosa faranno ai suoi servi? La persecuzione contro i cristiani a Efeso è un esempio di quello che tutti i fedeli testimoni di Gesù devono aspettarsi dal mondo. Se brandiamo la spada del vangelo, non dobbiamo sorprenderci che a qualcuno non piacerà esserne ferita. Ma dobbiamo comunque fortificarci nella conoscenza che se soffriamo a causa della spada del vangelo, partecipiamo alle sofferenze di Cristo e saremo premiati nel tempo giusto. Come dice 1 Pietro 4:12-16:

12 Carissimi, non vi stupite per l’incendio che divampa in mezzo a voi per provarvi, come se vi accadesse qualcosa di strano. 13 Anzi, rallegratevi in quanto partecipate alle sofferenze di Cristo, perché anche al momento della rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare. 14 Se siete insultati per il nome di Cristo, beati voi! Perché lo Spirito di gloria, lo Spirito di Dio, riposa su di voi. 15 Nessuno di voi abbia a soffrire come omicida, o ladro, o malfattore, o perché si immischia nei fatti altrui; 16 ma se uno soffre come cristiano non se ne vergogni, anzi glorifichi Dio, portando questo nome.

2.3) La chiesa teatrale

Il terzo elemento di questa storia ci porta verso la conclusione di questo studio. Il tumulto a Efeso ha luogo nel teatro, suggerendo che qui dobbiamo vedere una specie di spettacolo del regno di Dio, in cui si manifestano la follia dell’idolatria (che di solito passa per saggezza) e la spada del vangelo (che abbatte il regno di Satana e suscita la sua ira). Ma infine, dobbiamo vedere qui che è la chiesa stessa che funge da teatro del vangelo. È evidente che il vero potere dietro tutto quello che accade in Atti 19 è la Parola di Dio: la parola del Cristo crocifisso che (per citare Paolo stesso) “per i Giudei è scandalo, e per gli stranieri pazzia; ma per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio” (1 Corinzi 1:23-24). Ma la Parola non arriva tramite una voce incorporea; Gesù manda i suoi servi per testimoniarla. In Atti 19, è Paolo che arriva come testimone del vangelo, insieme ai suoi colleghi missionari e poi dopo con coloro che credono e vengono battezzati come membri della chiesa. È per questo che, mentre il vero potere in Atti 19 è il vangelo, la figura che rappresenta questo potere è Paolo. È da Paolo che gli Efesini sentono nominare Gesù Cristo. È da Paolo che ascoltano il messaggio che questo Gesù è l’unico vero Dio e i loro dèi non sono altro che idoli. È dunque a Paolo che la loro rabbia viene principalmente indirizzata. È Paolo che si trova in pericolo, ed è a causa della loro associazione con Paolo che Gaio e Aristarco vengono trascinati dalla folla nel teatro.

In tutto questo, quindi, vediamo Paolo e i suoi con-testimoni che sono al centro di questa storia come i rappresentanti in carne e ossa della Parola di Dio. Questi sono gli attori sul palco, e le loro vite costituiscono uno spettacolo del regno di Dio davanti al mondo. E affinché non pensiate che quest’idea sia una sforzatura del testo biblico da parte mia, leggiamo quello che Paolo stesso ha scritto in 1 Corinzi 4:9-13:

Poiché io ritengo che Dio abbia messo in mostra noi, gli apostoli, ultimi fra tutti, come uomini condannati a morte; poiché siamo diventati uno spettacolo [in greco letteralmente “un teatro”] al mondo, agli angeli e agli uomini. 10 Noi siamo pazzi a causa di Cristo, ma voi siete sapienti in Cristo; noi siamo deboli, ma voi siete forti; voi siete onorati, ma noi siamo disprezzati. 11 Fino a questo momento noi abbiamo fame e sete. Siamo nudi, schiaffeggiati e senza fissa dimora, 12 e ci affatichiamo lavorando con le nostre proprie mani; ingiuriati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; diffamati, esortiamo; 13 siamo diventati, e siamo tuttora, come la spazzatura del mondo, come il rifiuto di tutti.

Paolo ha scritto questa lettera alla chiesa di Corinto, sì, ma l’ha scritta mentre era a Efeso (16:8) nel periodo narrato in Atti 19. Anche se non posso saperlo con certezza, sono dell’idea che mentre scriveva queste parole Paolo aveva in mente proprio il tumulto per cui due dei suoi collaboratori erano stati quasi ammazzati nel teatro dalla folla. Forse Paolo, riflettendo su quest’esperienza, l’ha voluta poi usare per descrivere tutta la vita cristiana. Non solo le nostre parole, ma anche le nostre vite — e in particolare le nostre sofferenze e le persecuzioni che subiamo per il nome di Cristo — costituiscono uno spettacolo teatrale in cui il mondo non solo ascolta la nostra testimonianza ma anche vede una rappresentazione delle sofferenze del Cristo crocifisso che predichiamo. La vita del testimone deve essere conforme al contenuto della sua testimonianza. Se il contenuto del messaggio cristiano è in fondo Cristo crocifisso, allora il portatore di questo messaggio cercherà di fare della propria vita un piccolo spettacolo della croce. In quanto è l’intera comunità cristiana e non un qualsiasi credente individuale a essere il testimone del corpo di Cristo crocifisso, è l’intera comunità cristiana che è chiamata a mettere in scena il vangelo, soprattutto nel modo in cui partecipa alle sofferenze di Cristo davanti al mondo che guarda.

Per essere chiari: parliamo di “rappresentare” Cristo e non di “ripresentare” Cristo. Contro la chiesa romana, la comunità cristiana non si sostituisce a Cristo, le sue sofferenze non sono salvifiche, e le sue attività (come la comunione o l’Eucharistia) non ri-presentano al mondo le opere compiute da Gesù una volta per sempre. Ecco perché l’analogia del teatro (o il cinema) è così utile. Se vediamo uno spettacolo che fa vedere un evento storico, sappiamo che quello spettacolo, o quel film, non fa vedere l’evento stesso. Fa vedere una rappresentazione dell’evento, di come poteva essere accaduto, e nel caso di un film storicamente fedele, forse come l’evento è realmente accaduto. Ma noi spettatori non siamo ingannati. Sappiamo che è solo una rappresentazione, solo una testimonianza dell’evento vero.

Così è con la nostra testimonianza cristiana. Le nostre vite non saranno mai più di una pallida rappresentazione e testimonianza di Cristo. Ma, come vediamo in Atti 19, Gesù opera potentemente tramite le nostre povere rappresentazioni e testimonianze per abbattere il regno di Satana e edificare la sua chiesa al suo posto. Come ci saranno sempre errori anche nei film in cui i produttori cercano di rendere tutti i dettagli più veritieri possibile, così qualsiasi “teatro del vangelo” che noi facciamo vedere al mondo avrà grandi problemi e difetti. Sbaglieremo molto, e spesso saremo povere imitazioni di Gesù. Nonostante ciò, a Gesù piace usarci in questo modo, ed è un grande privilegio far parte del cast del più bello spettacolo di tutti: quello del regno di Dio.

Che Dio ci conceda la grazia di essere partecipi sempre più fedeli in questo spettacolo, di sopportare con pazienza e coraggio la nostra porzione delle sofferenze di Cristo, e di essere usati, come lui vuole usarci, per diffondere la sua Parola in un mondo dominato dall’idolatria. Amen.

Giovanni 20: La parola della risurrezione

1) Pasqua: il primo giorno della nuova creazione (Giovanni 20:1-9)

1 Il primo giorno della settimana, la mattina presto, mentre era ancora buio, Maria Maddalena andò al sepolcro e vide la pietra tolta dal sepolcro. Allora corse verso Simon Pietro e l’altro discepolo che Gesù amava, e disse loro: «Hanno tolto il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’abbiano messo». Pietro e l’altro discepolo uscirono dunque e si avviarono al sepolcro. I due correvano assieme, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse primo al sepolcro; e, chinatosi, vide le fasce per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro, e vide le fasce per terra e il sudario, che era stato sul capo di Gesù, non per terra con le fasce, ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo che era giunto per primo al sepolcro, e vide, e credette. Perché non avevano ancora capito la Scrittura, secondo la quale egli doveva risuscitare dai morti. 10 I discepoli dunque se ne tornarono a casa.

1.1) Buona Pasqua

Buona Pasqua! Si dice spesso, ma se ne capisce il significato? Certo, molti sanno che le sue origini risalgono alla risurrezione di Gesù. È molto evidente, però, che non capiscono il vero significato di questo avvenimento perché dopo tornano alla vita “normale” come se niente fosse. Una Pasqua che non cambia radicalmente ogni aspetto della nostra vita non è la vera Pasqua! O, almeno, siamo noi che non abbiamo compreso le sue radicali implicazioni. Giovanni — il cui vangelo stiamo studiando in questo periodo — non vuole lasciarci andare senza farci riflettere a lungo su queste implicazioni, senza che noi passiamo dalla vita “normale” alla vita “eterna”, la vita che Gesù stesso aveva, e ha ancora, da quando è risuscitato dai morti quella prima domenica pasquale.

1.2) La nuova Genesi

La prima cosa che Giovanni c’insegna è che la Pasqua non è stata niente meno del primo giorno della nuova creazione. Se fino a questo punto abbiamo letto il vangelo attentamente, ci deve risultare facile capirlo. Sin dall’inizio Giovanni presenta il vangelo che scrive come una nuova o una seconda Genesi, indicata dall’esplicito richiamo alle parole iniziali:

1 Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei, e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. (1:1-3)

Ma è subito chiaro che Giovanni non vuole solo ricordare Genesi e la creazione dei cieli e della terra, perché la buona notizia che ha da testimoniare supera di gran lunga quella storia. Questa è la storia della nuova creazione! Mentre in Genesi all’umanità è data la vita vulnerabile alla corruzione, in Gesù è data la vita incorruttibile! Mentre in Genesi le tenebre del peccato invadono il buon creato di Dio e rovinano tutto, in Gesù “la luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta” (1:5).

Da Genesi in poi, da carne nasce solo carne, da sangue nasce solo sangue, ma da ciò che Gesù compie, nascono figli di Dioi quali non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma sono nati da Dio” (1:13). Nella Torah, di cui Genesi è il primo libro, “la legge è stata data per mezzo di Mosè“, ma “la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo” e “della sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia” (1:16-17). Nell’Antico Testamento, “nessun ha mai visto Dio”, ma Gesù, “l’unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere”, e in lui “abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre” (1:14, 18).

Questa è la nuova creazione, promessa nell’Antico Testamento e realizzata solo con la venuta di Gesù Cristo. E Giovanni vuole dirci che è stata quella prima domenica pasquale — il giorno quando Gesù è risuscitato dai morti — che ha inaugurato la nuova creazione. Come lo sappiamo? Consideriamo come Giovanni narra lo svolgimento della morte e della sepoltura di Gesù immediatamente prima della risurrezione:

19:28 Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era già compiuta, affinché si adempisse la Scrittura, disse: «Ho sete». 29 C’era lì un vaso pieno d’aceto; posta dunque una spugna imbevuta d’aceto in cima a un ramo d’issopo, l’accostarono alla sua bocca. 30 Quando Gesù ebbe preso l’aceto, disse: «È compiuto!» E chinato il capo rese lo spirito. 31 Allora i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato (poiché era la Preparazione e quel sabato era un gran giorno), chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe e fossero portati via.

Qui leggiamo che Gesù è stato crocifisso il giorno prima del sabato, cioè il sesto giorno della settimana. E proprio nel momento prima di morire, Gesù dichiara “È compiuto!”. Ora, questo sta a significare certamente che ogni aspetto della nostra salvezza è stato compiuto da Gesù, nel senso che a noi non rimane alcunché da contribuire. Ma Giovanni vuole che vediamo ancora di più. Dov’è nella Bibbia che Dio compie la sua opera il sesto giorno della settimana e poi si riposa il sabato? Sempre in Genesi!

2:3 Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò, perché in esso Dio si riposò da tutta l’opera che aveva creata e fatta.

Abbiamo qui un altro riferimento esplicito alla creazione in Genesi. Alla fine del sesto giorno della settimana, Gesù compie “ogni cosa” (19:28), e poi il settimo giorno, il sabato, si riposa:

19:41 Nel luogo dove egli era stato crocifisso c’era un giardino, e in quel giardino un sepolcro nuovo, dove nessuno era ancora stato deposto. 42 Là dunque deposero Gesù, a motivo della Preparazione dei Giudei, perché il sepolcro era vicino.

È inoltre importante il fatto che Gesù sia stato sepolto in un giardino, perché era stato proprio in un giardino che Dio, dopo aver formato “l’uomo dalla polvere della terra“, “vi pose l’uomo che aveva formato“, il giardino “in Eden” (Genesi 2:7-8). Ciò non è una coincidenza, ma una Dio-incidenza! Indica che la settimana santa costituisce in effetti i sette giorni della nuova creazione che culmina nell’uomo posto nel giardino e Dio che si riposa dopo aver compiuto la sua opera.

Quando, dunque, cominciamo a leggere Giovanni 20, le prime parole dovrebbero acquisire nuovo significato: “Il primo giorno della settimana, la mattina presto, mentre era ancora buio, Maria Maddalena andò al sepolcro…“. Che c’è di speciale di questo “primo giorno della settimana”, di questa “mattina presto”? Questo è infatti il “primo giorno” della nuova creazione, della nuova Genesi che deve essere ancora scritta, dello spazzare via ogni corruzione e dell’inizio della vita eterna incorruttibile. E tutto questo, perché quando “Maria Maddalena andò al sepolcro“, “vide la pietra tolta dal sepolcro“. Il sepolcro era vuoto! Gesù non era più là! Le tenebre della morte non hanno potuto sopraffare la luce della vita eterna! Come Paolo esclama in 2 Corinzi 5:17:

Se uno è in Cristo, egli è una nuova creazione. le cose vecchie sono passate: ecco, sono diventate nuove.

1.3) Il significato della risurrezione

Notiamo però qualcosa di interessante. La narrazione di Giovanni (come quella degli altri vangeli) non è l’equivalente del finale di un film in cui si vede l’eroe vincere il nemico con strepitosi effetti speciali e la colonna sonora che raggiunge l’apice del suo crescendo. Qui, invece, la vittoria dell’eroe è già passata; Giovanni l’ha saltata. Vediamo solo il dopo, quando alcuni seguaci di Gesù scoprono la tomba vuota e le fasce usate per avvolgere la salma per terra. In un film, qualcuno vedrebbe un tale finale come una delusione! Perché allora, alla fine della storia più importante di tutte, Giovanni non ci fornisce il finale eclatante che vogliamo, narrando ogni minimo dettaglio del momento della risurrezione con un linguaggio vivo ed entusiasmante?

È perché quello che conta veramente non è il mero fatto storico della risurrezione stessa — la rianimazione del cadavere di un uomo vissuto circa 2000 anni fa — ma tutto ciò che la risurrezione significa. Molti, ripeto, sanno che la Pasqua ricorda la risurrezione di Gesù, ma pochi vivono vite trasformate da essa. È a questo significato trasformativo che Giovanni vuole invece indirizzare la nostra attenzione, perché il suo scopo, esplicitato alla fine del capitolo, è che entriamo a partecipare noi stessi a questa storia, a partecipare personalmente alla nuova creazione inaugurata da Gesù, cominciando di viverla ora in mezzo alla vecchia.

Ma poi se chiediamo: allora, qual è questo significato che va oltre il mero fatto storico della risurrezione e ci trasforma la vita? In un senso, non possiamo rispondere a questa domanda nei limiti di un solo studio. Se ponessimo questa domanda a Giovanni, lui probabilmente ci risponderebbe così: “dovete tornare e rileggere questo vangelo da capo, perché il significato della risurrezione sta in tutto ciò che vi ho già scritto!” Giovanni, infatti, ci ha preavvisato che sarebbe stato così nel capitolo 2. Allora, quando Gesù è entrato nel tempio che ha scacciato tutti fuori, chiamandolo “casa del Padre mio” (e così chiamandosi Figlio di Dio e facendosi uguale al Padre, 5:18), i Giudei gli hanno domandato un segno per dimostrare che aveva l’autorità di fare tutto ciò. E leggiamo:

19 Gesù rispose loro: «Distruggete questo tempio, e in tre giorni lo farò risorgere!» 20 Allora i Giudei dissero: «Quarantasei anni è durata la costruzione di questo tempio e tu lo faresti risorgere in tre giorni?» 21 Ma egli parlava del tempio del suo corpo.

Poi Giovanni inserisce il seguente commento cruciale:

22 Quando dunque fu risorto dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che egli aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola che Gesù aveva detta.

Ecco! Quando Gesù è risorto (e solo quando fu risorto), i discepoli sono riusciti a comprendere il vero senso di questo detto. È la risurrezione, e solo la risurrezione, che ha convalidato e rivelato il pieno significato della sua persona e opera. Alla luce della risurrezione, comprendiamo, come i discepoli, che Gesù è il vero tempio, di cui il tempio dei Giudei era solo una prefigurazione, la dimora di Dio con l’umanità e il luogo dell’espiazione dei peccati.

Immaginiamo se invece Gesù non fosse risuscitato dai morti, se fosse rimasto lì nella tomba fino ad oggi. Tutto il suo dire di essere “la risurrezione e la vita” (11:25), nonché “il pane della vita eterna” (6:35-40) e “la luce del mondo” (8:12) e l’eterno “IO SONO” prima che Abraamo fosse (8:58), tutto sarebbe risultato sbagliato se non proprio falso e ingannevole. Ma, come Gesù stesso ha predetto, è la risurrezione che conferma la verità di tutto ciò che ha insegnato e fatto. Nel discorso del buon pastore, Gesù aveva dichiarato:

10:18 Nessuno me la toglie [la vita], ma io la depongo da me. Ho il potere di deporla e ho il potere di riprenderla.

Nel lasciarsi crocifiggere, Gesù ha deposto la vita, e nel risuscitare il terzo giorno dopo, Gesù l’ha ripresa. Avendo così il potere sulla vita e sulla morte, Gesù si è dimostrato una volta per sempre di essere il vero Signore e l’unico Salvatore del mondo, la piena rivelazione di Dio e l’unica via che conduce alla verità e alla vita eterna (14:6).

Dire questo, però, è dire troppo poco. Ecco perché Giovanni non è prolisso quando tratta la risurrezione, ma piuttosto riservato. A questo punto, poche parole non sarebbero sufficienti per spiegarne il significato, ma non sono neanche necessarie, perché ci vuole tutto quello che Gesù ha detto e fatto prima per capirlo. Così, Giovanni c’informa alla fine del capitolo:

30 Ora Gesù fece in presenza dei {suoi} discepoli molti altri segni, che non sono scritti in questo libro; 31 ma questi sono stati scritti affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome.

La storia della risurrezione è dunque un invito a diventare discepoli di Gesù anche noi e, attraverso gli scritti lasciati da Giovanni e gli altri apostoli, passare il resto della vita approfondendo sempre di più il significato della persona e dell’opera di Gesù e divenendo sempre più conformi a lui.

1.4) La scuola del discepolato

Attenzione però: la nostra scuola del discepolato non è solo il vangelo di Giovanni e gli altri scritti del Nuovo Testamento che fanno esplicita menzione del nome “Gesù”. Per quanto necessari questi, Giovanni insiste che sono ugualmente necessari gli scritti della “Scrittura”, ovvero l’Antico Testamento. Tornando al 2:22, i discepoli comprendono e credono non solo alle parole che Gesù aveva detto dopo la sua risurrezione, ma anche “credettero alla Scrittura”. Così anche qui nel capitolo 20, subito dopo Maria, Pietro e Giovanni trovano il sepolcro vuoto ma rimangono perplessi sul significato, Giovanni aggiunge nel v.9 che era “perché non avevano ancora capito la Scrittura, secondo la quale egli doveva risuscitare dai morti.

In altre parole, i discepoli, come noi, avevano bisogno della Scrittura per capire il pieno significato della risurrezione. Ma se capire la risurrezione dipende dalla Scrittura, così ne dipende anche capire tutto il resto della persona e dell’opera di Gesù. Infatti, ogni metafora, ogni immagine, ogni frase usata per descrivere Gesù nel vangelo di Giovanni deriva dall’Antico Testamento. Abbiamo già visto quanto Giovanni si riferisce a Genesi, tanto da scrivere il vangelo come il suo sequel! Pensiamo, inoltre, alle seguenti affermazioni esemplari:

Ecco l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo!” (1:28) viene dall’Esodo e dal sistema sacrificale istituito nel libro di Levitico.

«Abbiamo trovato il Messia» (che tradotto vuol dire «Cristo»)” (1:41) viene dal patto che Dio ha fatto con Davide nei libri di Samuele e Cronache.

In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio” (3:5) viene dalla promessa del nuovo patto profetizzato da Ezechia.

Io sono il buon pastore” (10:11) viene dai Salmi e dal frequente uso di quest’immagine nell’Antico Testamento per raffigurare la relazione tra Dio e il suo popolo.

Io sono la vite, voi siete i tralci” (15:5) viene da un’altra figura veterotestamentaria che riassume l’intera storia d’Israele dalla chiamata di Abramo fino all’esilio babilonese e avanti.

Potremmo trovare innumerevoli altri esempi, ma bastano questi per illustrare quanto è necessario l’Antico Testamento — la “Bibbia” di Gesù e degli apostoli — per comprendere pienamente la risurrezione e per vivere anche noi come discepoli di Gesù. Questo, insieme alla testimonianza apostolica trasmessa nel Nuovo Testamento, è dunque la nostra “scuola” del discepolato dove tutti i giorni impariamo a diventare sempre più conformi a Gesù in ogni aspetto della nostra vita.

2) Beati quelli che credono senza vedere (Giovanni 20:11-31)

11 Maria, invece, se ne stava fuori vicino al sepolcro a piangere. Mentre piangeva, si chinò a guardare dentro il sepolcro, 12 ed ecco, vide due angeli, vestiti di bianco, seduti uno al capo e l’altro ai piedi, lì dov’era stato il corpo di Gesù. 13 Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?» Ella rispose loro: «Perché hanno tolto il mio Signore e non so dove l’abbiano deposto». 14 Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. 15 Gesù le disse: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?» Ella, pensando che fosse il giardiniere, gli disse: «Signore, se tu l’hai portato via, dimmi dove l’hai deposto, e io lo prenderò». 16 Gesù le disse: «Maria!» Ella, voltatasi, gli disse in ebraico: «Rabbunì!», che vuol dire: «Maestro!» 17 Gesù le disse: «Non trattenermi, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Io salgo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro”». 18 Maria Maddalena andò ad annunciare ai discepoli che aveva visto il Signore e che egli le aveva detto queste cose.

19 La sera di quello stesso giorno, che era il primo della settimana, mentre le porte del luogo in cui si trovavano i discepoli erano chiuse per timore dei Giudei, Gesù venne e si presentò in mezzo a loro, e disse: «Pace a voi!» 20 E detto questo mostrò [loro] le mani e il costato. I discepoli dunque, veduto il Signore, si rallegrarono. 21 Allora {Gesù} disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre mi ha mandato, anch’io mando voi». 22 Detto questo, soffiò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo. 23 A chi perdonerete i peccati, saranno perdonati; a chi li riterrete, saranno ritenuti».

24 Ora Tommaso, detto Didimo, uno dei dodici, non era con loro quando venne Gesù. 25 Gli altri discepoli dunque gli dissero: «Abbiamo visto il Signore!» Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e se non metto il mio dito nel segno dei chiodi, e se non metto la mia mano nel suo costato, io non crederò». 26 Otto giorni dopo i suoi discepoli erano di nuovo in casa, e Tommaso era con loro. Gesù venne a porte chiuse, e si presentò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!» 27 Poi disse a Tommaso: «Porgi qua il dito e guarda le mie mani; porgi la mano e mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma credente». 28 Tommaso gli rispose: «Signore mio e Dio mio!» 29 Gesù gli disse: «Perché mi hai visto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!»

30 Ora Gesù fece in presenza dei {suoi} discepoli molti altri segni, che non sono scritti in questo libro; 31 ma questi sono stati scritti affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome.

2.1) Ma Gesù è veramente risuscitato?

Adesso consideriamo brevemente il punto principale del resto di Giovanni 20, un punto strettamente legato a ciò che abbiamo appena imparato. Ci sono in realtà molti spunti di riflessione in questi versetti, ma abbiamo tempo per parlare solo di quello che è forse la cosa più importante in questo frangente: come possiamo essere certi di, e credere in, quanto Giovanni ha scritto qui sulla risurrezione di Gesù? Questo, infatti, è la pietra d’inciampo per molti. “Ok, va bene”, diranno dopo tutto questo, “ma sembra poco plausibile — incredibile in realtà — che Gesù sia risuscitato dai morti. Ammetto che se Gesù veramente è risuscitato, consegue tutto il resto: egli è il vero Signore e l’unico Salvatore del mondo. Ma forse la tomba era vuota perché qualcuno ha rubato il suo corpo. Forse Maria e i discepoli l’hanno visto di nuovo in vita solo come un’allucinazione, o perché sulla croce Gesù era solo svenuto e nella tomba ha ripreso coscienza. Senza poterlo vedere con i miei occhi, è impossibile sapere e credere che Gesù sia risuscitato.”

Ora, ci sono vari modi per rispondere a dubbi come questi. La disciplina chiamata “apologetica” mira infatti a fornire prove e ragionamenti che dimostrano l’attendibilità dei vangeli e l’autenticità dei fatti riferiti di Gesù. L’apologetica cristiana ha una certa validità, se usata nel modo giusto, ma è importante notare che non è l’approccio utilizzato da Giovanni stesso. Visto che lo scopo di Giovanni è che “crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio” (v.31), è giusto aspettarsi che sarà l’apostolo stesso a dare la risposta alla questione.

2.2) Vedere per credere?

E Giovanni non ci delude. Ricominciamo da dove ci siamo fermati, al v.9 dove Giovanni spiega che la perplessità di Maria e dei discepoli era “perché non avevano ancora capito la Scrittura, secondo la quale egli doveva risuscitare dai morti. A parte “l’altro discepolo” che nel v.8 sembra aver capito meglio dopo aver visto il sepolcro vuoto, Maria e Pietro vedono, ma non capiscono. La conclusione di Maria, detta prima nel v.2 e poi ripetuta nel v.13, è che “Hanno tolto il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’abbiano messo“. Maria, come Tommaso dopo di lei, non era una credulona, disperata per trovare qualche segno che Gesù non era realmente morto. La morte di Gesù è ormai scontata: i romani erano assassini professionali ed era il terzo giorno che la salma di Gesù giaceva nel sepolcro.

Quindi, quando Maria si mette a piangere nel v.11, non è per la tristezza che Gesù è morto e non lo vedrà più, ma perché il suo corpo sembra essere stato tolto dal sepolcro e deposto altrove. Forse qualcuno l’ha rubato, o più probabile ancora (come ho recentemente sentito sostenere un’archeologa) qualcuno l’ha risepolto sotto terra, visto che all’epoca la sepoltura in tombe scavate nella roccia era riservata alle fascie più alte della società alla quale Gesù non apparteneva. Ma l’idea che Gesù è risuscitato non le entra neanche in mente, perché lei (come noi) sa che i morti non risuscitano.

Similmente i discepoli. Nel v.19, leggiamo che “la sera di quello stesso giorno, che era il primo della settimana, mentre le porte del luogo in cui si trovavano i discepoli erano chiuse per timore dei GiudeiLa sera di quello stesso giorno in cui due di loro, Pietro e Giovanni, hanno visto la tomba vuota con i loro propri occhi, i discepoli sono comunque chiusi in certo luogo, nascosti perché hanno paura di subire la stessa sorte alle mani dei Giudei ora che il loro maestro è stato crocifisso. Questo non è il comportamento di un gruppo di creduloni facilmente ingannati, o di complottisti che hanno rubato il corpo per convincere il mondo che Gesù sia risuscitato dai morti. È possibile che a questo punto tutti sono andati a vedere il sepolcro e confermare con i propri occhi che Gesù non era più lì. Eppure non credono.

Non è nemmeno l’apparenza di Gesù stesso che li convince. Maria lo vede e parla con lui nel giardino vicino al sepolcro, ma non lo riconosce, e infatti lo confonde per il giardiniere (v.14-15)! Neanche i discepoli credono subito quando Gesù appare in mezzo a loro (v.19-20). Luca (24:36-37) riporta che all’inizio i discepoli sono rimasti “sconvolti e atterriti, pensavano di vedere uno spirito” e non Gesù risorto nella carne! Hanno visto sì, ma non hanno potuto credere a quello che hanno visto. All’inizio, erano convinti di allucinare, o forse di vedere un fantasma!

Qual è la lezione di tutto ciò? Semplicemente questo: se quelli che conoscevano meglio Gesù, che lo conoscevano personalmente da anni, non hanno creduto quando hanno visto la tomba vuota e quando hanno visto Gesù fisicamente davanti ai loro occhi, pensiamo noi di fare diversamente? Il punto, già dimostrato tante volte nel vangelo di Giovanni, è che la fede non viene dal vedere. Se insistiamo che per qualsiasi motivo non possiamo sapere se Gesù sia veramente risuscitato o no, e di conseguenza non possiamo credere in lui ma dobbiamo collocarlo a fianco di tutti gli altri grandi leader religiosi o filosofi della storia, commettiamo un gravissimo errore. Come non si può comprendere la risurrezione di Gesù come un mero accaduto storico, così non si può pretendere qualche conferma visibile o tangibile della risurrezione prima di esserne convinti. L’esempio dei discepoli è prova sufficiente: vedere non garantisce la fede.

2.3) La parola più salda

Che cos’è invece che ci convince, che ci fa passare dall’incredulità alla fede, e proprio alla fede che è pronta a seguire Gesù anche fino alla morte? Che cosa spiega la trasformazione dei discepoli da quei timorosi chiusi in camera a quei coraggiosi che solo alcune settimane dopo, alla festa della Pentecoste, rischieranno la vita per predicare il vangelo agli stessi Giudei che hanno fatto crocifiggere Gesù? Notiamo il momento critico di Maria:

16 Gesù le disse: «Maria!» Ella, voltatasi, gli disse in ebraico: «Rabbunì!», che vuol dire: «Maestro!»… 18 Maria Maddalena andò ad annunciare ai discepoli che aveva visto il Signore e che egli le aveva detto queste cose.

Poi i discepoli:

19 Gesù venne e si presentò in mezzo a loro, e disse: «Pace a voi!» 20 E detto questo mostrò [loro] le mani e il costato. I discepoli dunque, veduto il Signore, si rallegrarono. 

E infine Tommaso:

26 Otto giorni dopo i suoi discepoli erano di nuovo in casa, e Tommaso era con loro. Gesù venne a porte chiuse, e si presentò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!» 27 Poi disse a Tommaso: «Porgi qua il dito e guarda le mie mani; porgi la mano e mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma credente». 28 Tommaso gli rispose: «Signore mio e Dio mio!»

Anche se tutte queste esperienze coinvolgono l’apparenza di Gesù, non è vedere Gesù che fa la differenza ma udire ciò che Gesù dice. Maria riconosce Gesù e crede solo quando lui la chiama per nome, ricordando la pecora che riconosce e segue il proprio pastore perché ascolta la sua voce (10:27). Ai discepoli Gesù appare e gli mostra le mani e il costato, ma è solo perché Gesù prima gli dice “Pace a voi!” che si rallegrano quando lo vedono. E nemmeno il famoso caso di Tommaso smentisce, anche se prima insiste che deve vedere Gesù per poter credere (v.25):

Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e se non metto il mio dito nel segno dei chiodi, e se non metto la mia mano nel suo costato, io non crederò».

Notiamo invece che Tommaso alla fine non deve mettere il dito nel segno dei chiodi o la mano nel suo costato, perché è solo dopo aver sentito Gesù dire: “Porgi qua il dito e guarda le mie mani; porgi la mano e mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma credente” che Tommaso confessa: “Signore mio e Dio mio!”. Il testo indica che, contrario a ciò che Tommaso aveva prima pensato, gli è bastato semplicemente sentire le parole di Gesù affinché credesse. Non è a caso che Gesù dunque risponde:

29 Gesù gli disse: «Perché mi hai visto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!»

Dobbiamo dunque imparare bene questa lezione: quelli che hanno visto, come i discepoli, non erano avvantaggiati perché hanno visto. A loro non risultava più facile credere perché hanno potuto vedere con i propri occhi. Al tempo stesso, noi oggi, circa 2000 anni dopo questi fatti, non siamo svantaggiati perché non abbiamo visto Gesù con i nostri occhi. A nessuno risulta più difficile credere perché non può vedere. Perché? Perché abbiamo tutti — testimoni oculari o scettici contemporanei — accesso alla stessa e unica cosa che fa la differenza, che converte l’incredulo in credente e il timoroso in coraggioso testimone: la parola di Dio:

30 Ora Gesù fece in presenza dei {suoi} discepoli molti altri segni, che non sono scritti in questo libro; 31 ma questi sono stati scritti affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome.

Questi sono stati scritti, e sono sufficienti ed efficaci nel convincerci che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e di creare in noi la fede che porta alla vita eterna nel suo nome. Davanti alla parola di Dio, siamo tutti uguali, dal testimone oculare al non vedente, dal più semplice al più istruito, da quello che sembra più propenso a credere all’ateo più resistente e rigido. Come la parola di Dio è la scuola in cui siamo addestrati come discepoli di Gesù, così la parola di Dio è il potere che ci converte dall’incredulità alla fede. In Romani 10:17, Paolo lo dice nel modo più chiaro possibile:

Così la fede viene da ciò che si ascolta, e ciò che si ascolta viene dalla parola di Cristo.

Concludo con la testimonianza personale di uno di quei testimoni oculari di cui abbiamo parlato oggi, l’apostolo Pietro (2 Pietro 1:16-21). Notiamo come lui, pur non negando il privilegio di essere stato un testimone oculare di Gesù, pone comunque l’enfasi sul fondamento ancora più saldo della fede:

16 Infatti vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del nostro Signore Gesù Cristo, non perché siamo andati dietro a favole abilmente inventate, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua maestà. 17 Egli, infatti, ricevette da Dio Padre onore e gloria quando la voce giunta a lui dalla magnifica gloria gli disse: «Questi è il mio diletto Figlio, nel quale mi sono compiaciuto». 18 E noi l’abbiamo udita questa voce che veniva dal cielo, quando eravamo con lui sul monte santo. 19 Abbiamo inoltre la parola profetica più salda: farete bene a prestarle attenzione, come a una lampada splendente in luogo oscuro, fino a quando spunti il giorno e la stella mattutina sorga nei vostri cuori. 20 Sappiate prima di tutto questo: che nessuna profezia della Scrittura proviene da un’interpretazione personale; 21 infatti nessuna profezia venne mai dalla volontà dell’uomo, ma degli uomini hanno parlato da parte di Dio, perché sospinti dallo Spirito Santo.

Guardiamoci dunque dal trascurare la Scrittura, questa “parola profetica più salda”, perché essa è sufficiente ed efficace non solo per creare in noi la fede, ma anche per condurci sani e salvi attraverso la fede fino al giorno del compimento della nuova creazione. Amen!

Giovanni 3:1-17: La libertà della Parola di Dio

Giovanni 3:1-13

1 C’era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo, uno dei capi dei Giudei. Egli venne di notte da lui e gli disse: «Rabbì, noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio; perché nessuno può fare questi segni che tu fai, se Dio non è con lui». Gesù gli rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio». Nicodemo gli disse: «Come può un uomo nascere quando è già vecchio? Può egli entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere?» Gesù rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non ti meravigliare se ti ho detto: “Bisogna che nasciate di nuovo”. Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito».

Nicodemo replicò e gli disse: «Come possono avvenire queste cose?» 10 Gesù gli rispose: «Tu sei maestro d’Israele e non sai queste cose? 11 In verità, in verità ti dico che noi parliamo di ciò che sappiamo, e testimoniamo di ciò che abbiamo visto; ma voi non ricevete la nostra testimonianza. 12 Se vi ho parlato delle cose terrene e non credete, come crederete se vi parlerò delle cose celesti? 13 Nessuno è salito in cielo, se non colui che è disceso dal cielo: il Figlio dell’uomo. 14 E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato, 15 affinché chiunque crede in lui [non perisca, ma] abbia vita eterna. 16 Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. 17 Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

1) Introduzione: la luce splende nelle tenebre

Il prologo di Giovanni (1:1-18) riassume tutto il contenuto del vangelo e ne anticipa i temi principali. Per capire pienamente questo stupendo brano, dunque, è necessario leggere il resto del vangelo. Ma è vero anche l’opposto: per capire il resto del vangelo è necessario sempre tenere a mente le parole del prologo, e in particolare La Parola che ne è il centro. Dopo il prologo, Giovanni non applica mai più il termine “parola” a Gesù nel vangelo, ma non per questo cessa di essere importante. La Parola che era Dio e con Dio nel principio prima della creazione e che poi è diventata carne per abitare per un tempo in mezzo a noi, questa è la stessa che vediamo in azione in quanto segue.

Vediamo infatti come rivela la sua gloria — la gloria di Dio stesso — ma in un modo che sembra opposto alle nostre solite nozioni di gloria. Per questo, la gloria della Parola, di Gesù Cristo, risulta celata alla maggior parte delle persone che la vede. Di conseguenza, quando Gesù viene in casa sua, nel mondo che lui ha fatto, i suoi non lo ricevono. La luce di Gesù splende nelle tenebre, ma le tenebre non sono in grado di comprenderla (1:5). Infatti, come Giovanni dice nel 3:19:

Il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, e gli uomini hanno amato le tenebre più della luce, perché le loro opere erano malvagie.

Nel secondo capitolo di Giovanni, Gesù fa splendere la luce della sua gloria a un matrimonio in Cana, cambiando l’acqua in vino, ma fra tutti gli invitati solo i discepoli la vedono e credono. Dopodiché, Gesù fa splendere la sua luce nelle tenebre del tempio alla festa di Pasqua, cacciando i mercanti e dichiarando se stesso il vero tempio. I Giudei lì presenti fraintendono però questo gesto, e neanche i discepoli lo capiscono fino a dopo la sua risurrezione (2:18-22). Commentando questo episodio, Giovanni aggiunge che mentre “molti credettero nel suo nome vedendo i segni che egli faceva”, “Gesù non si fidava di loro, perché conosceva tutti” e anche “quello che era nell’uomo” (2:23-25). Questo è perché, come Giovanni ha scritto nel prologo, Gesù è “la vera luce che illumina ogni uomo” (1:9). Alla luce di Gesù, ciò che nelle tenebre appare come fede si rivela come incredulità, e ciò che sembra giusto viene smascherato come ingiustizia. Nelle sue tenebre, l’uomo ama ciò che Dio odia, e odia ciò che Dio ama, ma sotto lo scrutinio della luce di Gesù tutto viene esposto per quello che è veramente.

2) Nicodemo incontra la Parola

Questo ci porta all’inizio del capitolo 3. Giovanni prosegue la sua narrativa dicendo che:

1 C’era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo, uno dei capi dei Giudei. Egli venne di notte da lui e gli disse: «Rabbì, noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio; perché nessuno può fare questi segni che tu fai, se Dio non è con lui».

Probabilmente questo Nicodemo — un uomo chiaramente molto importante e influente tra i Giudei, essendo un fariseo e un capo del popolo — era tra coloro che pochi versetti prima “credettero” in Gesù dopo i segni compiuti nel tempio. Insieme a questi altri, Nicodemo è arrivato alla conclusione che Gesù è “un dottore venuto da Dio”, ed è presumibilmente curioso di scoprirne di più. Deve essere rimasto davvero scioccato, quindi, quando Gesù risponde in modo strano, brusco, se non un po’ (almeno apparentemente) sgarbato:

Gesù gli rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio».

Cosa? Che significa? Come consegue logicamente da quello che Nicodemo ha detto? La risposta di Gesù sembra venire da nulla, come se lui fosse coinvolto in un dialogo completamente diverso. Nicodemo, infatti, esprime la sua perplessità nel versetto successivo:

4 Nicodemo gli disse: «Come può un uomo nascere quando è già vecchio? Può egli entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere?»

Qui Nicodemo vuole dire non solo che le parole di Gesù sembrano poco pertinenti all’occasione ma anche che non hanno proprio senso. È possibile che un uomo come Nicodemo, già di una certa età, possa rientrare nel grembo di sua madre e rinascere? E come risponde Gesù? Chiede scusa per essere stato poco chiaro, o si esprime con parole più semplici? No, anzi ripete semplicemente la stessa cosa:

Gesù rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio.

È vero che Gesù prosegue per spiegarsi più in dettaglio, ma lungi dal rendersi più comprensibile, non fa altro che esasperare la confusione di Nicodemo.

Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non ti meravigliare se ti ho detto: “Bisogna che nasciate di nuovo”. Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito». Nicodemo replicò e gli disse: «Come possono avvenire queste cose?»

3) La libertà della Parola

A questo punto vediamo emergere un tema importante: la libertà assoluta della Parola di Dio. (Qui il termine “parola” è da intendersi come la Parola del 1:1, ma anche in senso secondario come le Scritture per mezzo delle quali la Parola si fa presente e parla con noi.) Per capire meglio questo tema, sarà utile rintracciare i nostri passi. Abbiamo visto all’inizio del capitolo che Nicodemo, avendo in un certo senso creduto in Gesù, viene da Gesù per saperne di più. Ma il lettore attento avrà già notato che qualcosa non va: Nicodemo viene da Gesù “di notte”. Magari Nicodemo aspetta che si faccia notte prima di incontrare Gesù perché, essendo appunto un fariseo e uno dei capi dei Giudei, mette a rischio la sua posizione e reputazione, specie perché il gesto di Gesù nel tempio era malvisto da tanti dei suoi colleghi. In ogni caso, nonostante le motivazioni di Nicodemo, il fatto che venga da Gesù di notte è, secondo Giovanni, un indizio che appartiene ancora al mondo delle tenebre, che la sua fede è in realtà incredulità mascherata.

Nei vv.11-12, infatti, Gesù dice questo esplicitamente a Nicodemo:

11 In verità, in verità ti dico che noi parliamo di ciò che sappiamo, e testimoniamo di ciò che abbiamo visto; ma voi non ricevete la nostra testimonianza. 12 Se vi ho parlato delle cose terrene e non credete, come crederete se vi parlerò delle cose celesti?

È difficile avere certezza sul motivo per cui Gesù parla qui nella prima persona plurale. Potrebbe riferirsi alla testimonianza precedente di Giovanni il battista, oppure (e forse più probabile) si riferisce al Padre e allo Spirito Santo che attraverso le profezie delle Scritture e le opere di Gesù testimoniavano anche essi (5:37-47). In ogni caso, è chiaro qui che Gesù giudica che Nicodemo e gli altri Giudei non hanno ricevuto la loro testimonianza e non hanno creduto quando Gesù ha parlato.

Ma cosa diciamo allora delle prime parole di Nicodemo che sembrano una confessione di fede genuina: “Rabbì [un titolo onorifico dato ai maestri di grande stima], noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio; perché nessuno può fare questi segni che tu fai, se Dio non è con lui”. Se teniamo presente il suo ruolo come fariseo e capo dei Giudei, possiamo intuire che Nicodemo sta dicendo in pratica: “Dopo aver valutato i meriti dei segni che tu fai, Gesù, io e altri miei colleghi, esperti tutti nelle Scritture e scrupolosi nell’osservare le leggi divine, siamo arrivati alla conclusione che tu sei un maestro mandato da Dio. Come sai, io sono uno dei capi dei Giudei e come tale è la mia responsabilità accertare che nessuno insegni dottrine fuorvianti nel nome del Signore. Vorrei autorizzarti ufficialmente come maestro in Israele, ma non tutti i miei colleghi sono ancora convinti, e quindi ho bisogno di chiarire alcuni punti con te…”.

Allora, qualcuno potrebbe chiedere a questo punto: “Ma che problema c’è? Nicodemo non ha confessato fede in Gesù come uno mandato da Dio? Forse la sua fede non è perfetta, forse gli manca un po’ di conoscenza, ma non ha cercato Gesù proprio per saperne di più? I segni compiuti da Gesù non miravano proprio a suscitare questo tipo di desiderio?” Di nuovo, dobbiamo ricordarci che Gesù non giudica in base alle apparenze ma, come “la vera luce che illumina ogni uomo”, penetra sotto la superficie e scopre quello che c’è veramente nel cuore umano. Ed è questa luce penetrante che Gesù fa splendere nelle tenebre nascoste di Nicodemo quando risponde: “In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio” (v.3). Abbiamo detto che questo è un esempio della libertà assoluta della Parola di Dio. Che cosa significa?

A) Libertà dal giudizio

In primo luogo, significa che la Parola di Dio è libera da ogni giudizio umano, sia dalla negazione di chi la rifiuta sia dall’approvazione di chi la riceve. Vediamo questo nel modo in cui Gesù risponde a Nicodemo. Il fatto che la prima risposta di Gesù sia imprevista e incongrua nel contesto del loro dialogo mostra che egli non è costretto a conformarsi agli schemi che l’uomo cerca di imporgli. Il fatto che la seconda risposta di Gesù ribadisca solo quanto detto nella prima mostra che non c’è altro giudice della veridicità della Parola all’infuori della Parola stessa. Questa Parola, ricordiamoci, era “nel principio”, “con Dio” e “Dio” stesso, la Parola per mezzo della quale tutte le cose sono state fatte. Quale di queste cose, dunque, potrebbe erigersi al di sopra di questa Parola per poterla giudicare? O quale di queste cose potrebbe affiancarsi a questa Parola per aiutarla a fornire ulteriori prove della sua potenza e divinità?

L’attendibilità di questa Parola non viene smentita da chi la contesta, e l’efficacia della Parola non viene convalidata da chi la accetta. Il problema della “fede” di Nicodemo che Gesù illumina è proprio quest’idea: “noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio” perché ti abbiamo sottoposto al nostro giudizio, perché abbiamo messo alla prova i segni che hai compiuto, e abbiamo determinato che sei colui che dici di essere. Ma Gesù, che è la Parola di Dio incarnata, non è soggetto al giudizio umano. Non si permette di essere messo alla prova dal mondo che ha fatto lui. Non risponde alle nostre richieste di presentarsi davanti al nostro tribunale. Vedremo infatti nel 19:19-21 che, quando Gesù è arrestato e portato davanti al sommo sacerdote, rifiuterà di rispondere alle domande mirate a coglierlo in fallo. Gesù esige di essere ricevuto come lui decide di presentarsi, in base al potere ‘auto-convalidante’ della sua Parola, senza che si ricorra a prove aggiuntive. Come Gesù dichiara a Nicodemo nel v.13:

13 Nessuno è salito in cielo, se non colui che è disceso dal cielo: il Figlio dell’uomo.

Se solo il Figlio dell’uomo è disceso dal cielo, chi sulla terra è capace di verificare se ciò che dice sulle “cose celesti” è vero? Chi è capace di confutarlo? Chi può dare testimonianza convincente della Parola se non la Parola e soltanto essa?

In breve, Gesù non ritiene importante solo che viene ricevuto ma anche come viene ricevuto. La vera fede non è quella che, come Nicodemo, è disposta a credere solo se Gesù supera l’esame a cui noi lo sottoponiamo. La vera fede invece è quella che si sottomette a Gesù senza pretese o riserve, senza condizioni o rimostranze. La vera fede è quella che riceve Gesù non come una parola fra tante altre, ma come la Parola che è al di sopra di ogni altra, che non può essere messa in dubbio o discussione, che deve bastare come prova sufficiente della propria origine divina. La vera fede è quella che ascolta la Parola e risponde con un semplice e umile “Sì”, perché nient’altro è necessario. La vera fede è quella delle pecore che seguono la voce del pastore semplicemente perché riconoscono la sua voce quando parla (10:4-5). Questa è la libertà della Parola di Dio dal giudizio umano.

B) Libertà dall’obbligo

Ma la Parola è libera anche in un altro senso: libera da qualsiasi obbligo o costrizione. Un altro modo per dire la stessa cosa è: grazia. Questa la vediamo nella seconda risposta di Gesù a Nicodemo:

Gesù rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito.

Qui Gesù spiega più in dettaglio cosa significa “nascere di nuovo”: nascere “d’acqua e di Spirito”. Solo così si può “entrare nel regno di Dio”, nel mondo che sarà risanato e liberato da ogni male sotto il benevolo dominio di Dio e il suo Messia. Perché? “Quello che è nato dalla carne è carne”; cioè la natura umana è sin dalla nascita decaduta e depravata, incapace di liberarsi dal peccato e salvarsi dalla morte. Quindi, per entrare nel mondo in cui il peccato e la morte non esistono più, bisogna nascere “d’acqua e di Spirito”, una frase che ci riporta alla profezia di Ezechiele 36:

25 vi aspergerò d’acqua pura e sarete puri; io vi purificherò di tutte le vostre impurità e di tutti i vostri idoli. 26 Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò dal vostro corpo il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. 27 Metterò dentro di voi il mio Spirito e farò in modo che camminiate secondo le mie leggi, e osserviate e mettiate in pratica le mie prescrizioni.

Qui il Signore promette di fare ciò di cui gli esseri umani non sono capaci: purificarsi da ogni impurità, sbarazzarsi da ogni idolo, trasformarsi da depravati in santi, creare un cuore nuovo che desidera soltanto ubbidire a Dio. E tutto questo il Signore promette di fare per mezzo del suo Spirito che dimorerà dentro di loro, assicurando così che essi cammineranno secondo le sue leggi perfettamente e per sempre. Ma onde evitare qualsiasi fraintendimento, il Signore dichiara senza equivoci:

22 … Io agisco così, non a causa di voi, o casa d’Israele, ma per amore del mio nome santo, che voi avete profanato fra le nazioni dove siete andati.

Dio compirà tutto questo non perché è obbligato a farlo, o a causa di qualche merito che troverà nel suo popolo. Anzi, essi non hanno fatto altro che profanare il suo nome santo! No, Dio li salverà solo per amore del suo nome, per santificarlo in tutto il mondo. In altre parole, questa “nuova nascita”, opera dello Spirito Santo, avverrà solo grazie alla grazia di Dio che è libera da ogni necessità e indebitata a nessuno.

Questo sfondo profetico ci aiuta a capire meglio le parole di Gesù a Nicodemo. Solo se Dio agisce per ricrearci da dentro, mettendo il suo Spirito dentro di noi e togliendoci ogni tendenza al peccato saremo in grado di entrare nel suo regno. E se chiediamo, come Nicodemo, come si può nascere di nuovo, Gesù risponde semplicemente che:

8 Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito.

L’immagine che Gesù usa è forte: il vento è imprevedibile e indomabile. Anche oggi, con tutti gli sviluppi scientifici e tecnologici, nessuno è in grado di controllarlo. Così è l’opera dello Spirito che fa nascere di nuovo. Nessuno è in grado di prevederla, di controllarla, o di guadagnarla. La nuova nascita è un dono di pura grazia che avviene solo quando, dove e come Dio decide. L’uomo è totalmente impotente di farsi nascere di nuovo, di ottenere accesso al regno di Dio. Così annuncia la Parola a Nicodemo: non puoi venire da me nel modo che scegli tu ma solo nel modo che scelgo io. Le mie pecore riconoscono la mia voce e mi seguono quando le chiamo, ma affinché mi seguano devo chiamarle. Come Gesù dirà nel 6:44:

Nessuno può venire a me se il Padre che mi ha mandato non lo attira.

Questa è la libertà della Parola da ogni obbligo.

C) Libertà da impedimenti

Ma se la nuova nascita è solo per grazia, non è dunque impossibile a nessuno. È sconvolgente quando scopriamo, come Nicodemo, che il nostro destino eterno dipende da ciò che non possiamo controllare né possedere, che sta solo nelle mani del Dio sovrano. Viene anche a noi da chiedere: “Come dunque possono avvenire queste cose?”. Ma è proprio perché lo Spirito compie la nuova nascita come soffia il vento che nessuno deve considerarsi escluso o troppo lontano, una causa persa, un caso disperato. Se dipendesse dall’uomo, ci sarebbero molti che non sarebbero all’altezza, per cui non ci sarebbe la più minima speranza di salvezza. Ma poiché non dipende dall’uomo ma solo da Dio, c’è speranza per tutti, a prescindere da tutte le distinzioni che di solito dividono gli esseri umani: ricchi e poveri, giusti e ingiusti, neri e bianchi, forti e deboli. La Parola di Dio è anche libera da ogni impedimento e debolezza.

Per questo motivo, come prosegue Giovanni, chiunque crede in Gesù non perirà ma avrà la vita eterna:

14 E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato, 15 affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna. 16 Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. 17 Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

La giusta risposta al discorso di Gesù non è quella di molti che ribattono: “Allora se è tutto un dono, o ce l’hai o non ce l’hai. Se è tutto per grazia, non ho nessuna responsabilità.” No, chi comprende la grazia si rallegra invece che non deve fare niente se non guardare semplicemente al Figlio dell’uomo innalzato sulla croce, come la gente che moriva nel deserto doveva solo rivolgere lo sguardo al serpente di bronzo innalzato da Mosè per essere salvata. Dio desidera che nessuno sia giudicato ma che tutto il mondo sia salvato per mezzo di suo Figlio, e questa è davvero buona notizia.

4) Conclusione

Concludiamo con qualche breve considerazione pratica. Prima, per quanto riguarda testimoniare Gesù agli altri: egli è la Parola che si convalida da sola, senza aver bisogno di qualche ingegno o eloquenza da parte nostra. Spesso non apriamo la bocca per condividere la nostra fede perché abbiamo paura di non essere capaci di difenderla da obbiezioni complesse o di rispondere a domande difficili. Abbiamo imparato oggi che Gesù è la Parola che si difende da sola, che è essa stessa la risposta a ogni domanda, che è libera da qualsiasi giudizio umano e che rende se stessa efficace nel cuore di chi l’ascolta. Non spetta a noi la responsabilità di convincere gli altri ma solo la responsabilità di condividere la Parola in tutta la sua semplicità.

Secondo, per quanto riguarda la nostra meditazione personale sulle Scritture: non ci viene naturale trovare, come dice Salmo 1, diletto nella Parola di Dio e meditarla giorno e notte. “Ciò che è nato di carne è carne”, e ciò che è carne non trova diletto nella Parola, perché questo diletto è frutto solo dello Spirito Santo che opera proprio tramite la Parola. Quindi, l’unico modo per far crescere il nostro diletto nella Parola è di leggere e meditare la Parola. Come solo la Parola è in grado di convalidarsi nel cuore umano, così solo la Parola è in grado di creare in noi il diletto che ci sprona a meditarla giorno e notte. Più meditiamo la Parola, più crescerà il nostro desiderio di meditarla, e così via.

Infine, per quanto riguarda il nostro carattere cristiano: l’opera della grazia in noi è la stessa prima e dopo la nuova nascita, cioè sempre come soffia il vento. Tanto i credenti quanto i non-credenti non possono controllarla né venire mai in possesso di essa. La Parola di Dio viene a dimorare in noi, ma rimane sempre al di sopra di noi, sempre la Parola che era nel principio con Dio. La consapevolezza di questo deve produrre in noi una grande umiltà, perché se siamo nati dallo Spirito, è solo perché è piaciuto al Vento di Dio soffiare un alito vitale nelle narici della nostra anima, da cui la nostra vita dipende ogni momento. Quindi, non possiamo mai insuperbirci al di sopra degli altri. Ma questa consapevolezza deve produrre in noi anche un grande coraggio per affrontare qualsiasi situazione, perché quella stessa grazia che non meritiamo e non possediamo ci viene concessa giorno dopo giorno dalla pienezza che è in Cristo Gesù (1:16). Infatti, questa grazia è Cristo Gesù stesso, inseparabile dalla sua persona. Come la Parola di Dio è unica, così è la grazia che si trova in lui. Non viene mai per mezzo di un altro: né un prete, né un papa, né un santo, né Maria, né una chiesa, né qualunque altra cosa che è sotto il cielo, ma solo nel nome del Signore Gesù. Ma nel suo nome, siamo più che vincitori in ogni circostanza:

Gli uni confidano nei carri, gli altri nei cavalli; ma noi invocheremo il nome del Signore, del nostro Dio. Quelli si piegano e cadono; ma noi restiamo in piedi e siamo saldi. (Salmo 20:7-8)

Amen!

Giovanni 1.1-2: Nel principio era la Parola

1) La Parola nel principio (Giovanni 1.1)

1:1 Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei, e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini. La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta.

Vi fu un uomo mandato da Dio, il cui nome era Giovanni; egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo di lui. Egli stesso non era la luce, ma venne per rendere testimonianza alla luce. La vera luce che illumina ogni uomo stava venendo nel mondo. 10 Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l’ha conosciuto. 11 È venuto in casa sua, e i suoi non l’hanno ricevuto; 12 ma a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio, a quelli cioè che credono nel suo nome, 13 i quali non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma sono nati da Dio.

14 E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre. 15 Giovanni gli ha reso testimonianza, esclamando: «Era di lui che io dicevo: “Colui che viene dopo di me mi ha preceduto, perché era prima di me. 16 Infatti dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia”». 17 Poiché la legge è stata data per mezzo di Mosè; la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo. 18 Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere.

L’introduzione al vangelo di Giovanni si affianca ai brani biblici più maestosi e insondabili. Non basterebbe un’intera vita di riflessione per approfondire pienamente i diciotto versetti iniziali del primo capitolo. Qualsiasi studio non può essere altro che un cucchiaino d’acqua tratta dall’oceano. Ma un cucchiaino è meglio di niente, ed è questo che cercheremo oggi. Questo brano, inoltre, racconta la storia di Natale. Certo, non si trovano qui Giuseppe, Maria e Gesù bambino nella mangiatoia. Non c’è menzione dei pastori nei campi con le loro pecore, né dei magi che portano i loro regali preziosi. Ma questo non rende il primo capitolo di Giovanni meno “natalizio” rispetto agli altri vangeli. Giovanni sceglie semplicemente di rintracciare la storia di Gesù alle sue vere origini, oltre il tempo e nell’eternità.

A) “Nel principio era la Parola…”

Innanzitutto, Giovanni vuole farci capire che la nascita del nostro Salvatore duemila anni fa in realtà ha avuto inizio “nel principio”, prima che i tempi fossero. Questa frase ci riconduce alle prime parole delle Scritture in Genesi 1.1: “Nel principio Dio creò i cieli e la terra”. In ebraico, “i cieli e la terra” è un modo di dire che sta a significare tutto il cosmo, tutto l’universo e tutto quello che c’è in esso. Nel contesto di Genesi, dunque, la frase “nel principio” significa chiaramente: prima che esistesse qualsiasi cosa all’infuori di Dio, prima che esistesse persino il tempo. Si tratta dell’eternità prima della creazione quando c’era Dio, e Dio solo. Quando si parla dell’eternità prima del tempo, siamo ovviamente di fronte a un muro impenetrabile, un mistero imperscrutabile che la nostra mente è incapace di comprendere e il nostro linguaggio è inadeguato a descrivere. Ma possiamo almeno afferrare l’essenziale: “nel principio” vuol dire semplicemente Dio e nient’altro, Dio nel suo tempo eterno, Dio nella sua vita autosufficiente, Dio nella sua gioia immacolata.

Quindi, rimaniamo subito colpiti quando scopriamo che secondo Giovanni, il soggetto di questo “nel principio” era, ed è, “la Parola”. Non è quello che, in base a Genesi 1.1, ci saremmo aspettati. Eppure, ecco la Parola che prende il posto occupato da Dio in Genesi. È evidente che Giovanni vuole attribuire a questa Parola tutto ciò che appartiene a Dio: la sua eternità, la sua autosufficienza, il suo precedere tutte le cose e tutti i tempi. Per confermare quest’interpretazione, basta dare un’occhiata al v.3: “Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei, e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta.” Se “ogni cosa è stata fatta per mezzo” della Parola, è ovvio che la Parola stessa non può essere stata fatta. Come se quest’affermazione non fosse già abbastanza chiara, Giovanni ne aggiunge un’altra più enfatica: senza la Parola “neppure una delle cose fatte è stata fatta”. Perciò, la Parola è da escludere da tutte le cose create nel principio, perché non esiste nessuna realtà materiale o spirituale all’infuori di Dio — dall’intero universo alla più piccola molecola in esso — che non sia venuta all’esistenza per mezzo suo.

Basta solo questo per confutare i testimoni di Geova che vogliono distorcere la traduzione del resto della frase. Se “nel principio era la Parola”, questo non può significare altro che è la Parola a occupare il posto del Dio Creatore in Genesi 1.

B) …e la Parola era con Dio…”

Ma è altrettanto evidente che Giovanni vuole in un senso distinguere la Parola da Dio, altrimenti avrebbe solo ribadito la dichiarazione di Genesi 1.1: “Nel principio era Dio…”. Questa distinzione è infatti è il punto della seconda frase di Giovanni 1.1, che “la Parola era con Dio”. Da questo impariamo che Giovanni non contraddice Genesi quando afferma che “nel principio era la Parola”. Il fatto che la Parola occupi il posto di Dio non esclude il fatto che Dio esista. La congiunzione “con” in questa frase è da interpretare nella sua letterale semplicità. Nel principio, la Parola esisteva non in modo da escludere l’esistenza di Dio; invece “la Parola era con Dio”. Se in Genesi il creatore è Dio, Giovanni precisa che la Parola era “con Dio” come mezzo della sua opera creatrice. Di nuovo, questo è confermato dal v.3: “Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei…”.

C) “… e la Parola era Dio.”

Ma onde evitare qualsiasi fraintendimento, Giovanni aggiunge una terza affermazione senza la quale il primo versetto sarebbe incompleto: “e la Parola era Dio”. Sbagliamo se concludiamo che, siccome la Parola era “con” Dio nel principio. essa era in qualche modo inferiore a Dio o separabile da Dio o, come sostengono i testimoni di Geova, solo “un dio” (come se ce ne fossero tanti!). No, tutto quello che si attribuisce a Dio va attribuito anche alla Parola. La gloria, la potenza, l’eternità, e l’essere della Parola sono identici a Dio.

Ma “la Parola era Dio” significa di più. La Parola è da pensare come “parte integrante” di Dio stesso; non nel senso che la Parola è “una” parte di un insieme di altre parti (come il motore è una parte di un’automobile) ma che Dio non sarebbe Dio senza la Parola. La Parola appartiene all’identità e all’essenza di Dio, cosicché Dio resta inconoscibile senza riferimento alla Parola. Qui Giovanni in effetti dice: l’origine di tutte le cose è Dio, come afferma Genesi, ma questo Dio è tale solo in quanto esiste con e come la Parola.

Il lato pratico di questa verità è che non si può concepire Dio, non si può conoscere Dio, non si può parlare rettamente di Dio senza riferirsi alla Parola. Questo è l’implicazione della frase “nel principio”: se la Parola era nel principio, essendo con Dio e anche Dio stesso, così tutto il nostro pensare e parlare di Dio deve essere “dal principio” incentrato su questa Parola. E siccome non c’è nessun altro pari a questa Parola nel principio, non c’è nessun altro a cui dobbiamo ricorrere per conoscere Dio. La Parola è tutto ciò che Dio è, ed è dunque l’Alfa e l’Omega, l’inizio e la fine di tutto ciò che possiamo sapere e dire di Dio.

2) La Parola nel tempo (Giovanni 1.2, 14)

Essa era nel principio con Dio.

Ma nonostante tutte le altezze e le profondità che Giovanni 1.1 contiene, non sappiamo ancora a chi si riferisce “la Parola”. Con quale nome dobbiamo chiamare questa Parola? In che modo possiamo conoscerla per poter conoscere Dio per mezzo suo? Giovanni risponde subito nel secondo versetto: “Essa [la Parola] era nel principio con Dio”. A primo sguardo, questo versetto sembra solo ripetere quanto è stato detto nel primo, e potremmo essere tentati di non prestargli lo stesso livello di attenzione ma di saltare subito al v.3. Ma facendo così sbaglieremmo, perché qui si costruisce il ponte cruciale tra l’infinito e il finito, tra l’increato e il creato, tra l’inconoscibile e il conoscibile, tra Dio e l’uomo, estremi tra i quali non esisterebbe altrimenti nessun punto di contatto.

A) “Essa…”

La parola chiave del v.2 è “essa” che designa colui che “era nel principio con Dio”. È vero che “essa” si riferisce alla Parola del v.1, ma non solo: si riferisce anche (e forse soprattutto) all’unica altra menzione esplicita della Parola in questo brano, cioè al v.14: “E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre.” C’è molto da dire su questo versetto, e ci vorrà infatti tutto il resto del vangelo (se non il resto della Bibbia!) per spiegare che cosa significa che la Parola fatta carne “ha abitato per un tempo fra di noi” in modo da rivelare la gloria di Dio. Solo leggendo tutto quello che Giovanni riporterà in seguito — ciò che questa Parola diventata carne ha detto e compiuto — potremo anche noi contemplare la pienezza della grazia e della verità divine che ha manifestato.

Ma il punto importante che concerne il nostro studio su Giovanni 1.1-2 è che la Parola che secondo v.14 “è diventata carne e ha abitato per un tempo” in un certo periodo storico e in un determinato luogo sulla terra è proprio la stessa Parola che “era nel principio con Dio”. Far vedere questo collegamento è la funzione del termine “essa” nel v.2. “Essa”, cioè la Parola che dall’eternità era con Dio ed era Dio stesso, è la stessa Parola che nel tempo “è diventata carne” e ha portato il nome “Gesù Cristo”. Ribaltando la frase, la “essa” del v.2 significa che la Parola che nel tempo “è diventata carne” e chiamata Gesù Cristo è la stessa Parola che dall’eternità era con Dio ed era Dio stesso.

B) La Parola diventata carne

Dopo un po’ di riflessione, ci accorgiamo che quest’ultima è l’affermazione più sbalorditiva. Capire che l’eterna Parola si è fatta uomo in Gesù è un conto; capire che l’uomo Gesù è la Parola che nel principio era con Dio e anche Dio stesso è un altro. La prima affermazione può significare semplicemente che Gesù è venuto dopo un’ulteriore riflessione da parte di Dio sulla condizione del mondo, che dopo la rovina causata del peccato umano, Gesù è subentrato nel proposito di Dio come una specie di “piano B”. Ma in questo caso, il punto della storia non sarebbe Gesù ma altro; Gesù esisterebbe solo per supplire a una mancanza, solo per curare una ferita, solo per risolvere un problema. Ma una volta guarita la malattia, c’è ancora bisogno del rimedio? Dopo che viene riparata una perdita d’acqua in casa, ho ancora bisogno dell’idraulico? Dopo che i miei peccati sono perdonati, ho ancora bisogno del Salvatore?

Secondo me, questo è uno dei motivi per cui tante persone non si rendono conto delle pretese radicali del vangelo, del dominio assoluto di Dio su chi riceve il dono della sua grazia. Si capisce che la Parola che era nel principio con Dio è la stessa che si è fatta uomo in Gesù, ma non si capisce che l’uomo Gesù è lo stesso che nel principio era la Parola con Dio. Che differenza fa questa seconda affermazione? Se l’uomo Gesù è lo stesso che nel principio era la Parola con Dio, vuol dire che egli è il punto, il significato e il fine di tutto ciò che viene dopo. Vuol dire che la nascita di Gesù non è stata un’aggiunta o una modifica al piano originario di Dio. Vuol dire che “nel principio”, prima di fare anche una di tutte le cose che sono state fatte (v.3), c’era la Parola destinata a diventare carne. Vuol dire che quando Dio, per mezzo della Parola, ha fatto “i cieli e la terra”, l’universo e tutto quello che contiene, li ha fatti in vista della Parola fatta carne, allo scopo di essere “Emmanuele”, Dio con noi, il Creatore che si unisce intimamente alle sue creature, il Signore che s’identifica personalmente con il suo popolo. Come ha scritto un certo teologo: “Il mondo è stato fatto affinché Gesù potesse nascere”. Gesù non esiste per il mondo tanto quanto il mondo esiste per lui.

C) Grazia su grazia

Ma nel creare il mondo per manifestarsi in Gesù, Dio non ha agito in modo egoista. Anzi, nel vangelo che segue, Giovanni ci farà vedere quanto è costato alla Parola diventare carne: “Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l’ha conosciuto. È venuto in casa sua, e i suoi non l’hanno ricevuto” (vv.10-11). Non solo non l’hanno ricevuto; l’hanno persino schernito, maltrattato, e infine crocifisso! Per la Parola, farsi uomo costituiva un’infinita condiscendenza, un’inimmaginabile umiliazione, un esporsi a incomprensibili sofferenze e afflizioni. Ma egli era felice di farlo per il suo grande amore: “Poiché Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unigenito Figlio…” (3.16).

E il risultato di questo amore sacrificale? Ce lo dice Giovanni nel v.16 del primo capitolo: “Infatti dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia”. Gesù è lo stesso che nel principio era con Dio, e quindi non c’è fine alle grazie che elargisce su di noi. Gesù è lo stesso che nel principio era Dio, e quindi “è quello che ha fatto conoscere” pienamente il Dio che altrimenti nessuno potrebbe conoscere. Gesù è lo stesso per mezzo del quale tutte le cose sono state fatte, e quindi non dobbiamo mai dubitare che egli farà cooperare tutte le cose per il nostro bene, e mai per il nostro male. Gesù è lo stesso in vista del quale tutte le cose sono state fatte, e quindi ricevere lui significa ricevere con lui anche tutte le cose, ma rifiutare lui significa rifiutare non solo lui ma anche tutte le altre cose. Gesù è lo stesso che nel principio ha fatto risplendere la luce nelle tenebre, e fin d’allora non esistono tenebre capaci di sopraffarla (v.5).

La testimonianza di Giovanni il battista, riferita nel v.15, è dunque vero di ogni essere umano: “Colui che viene dopo di me mi ha preceduto, perché era prima di me.” Gesù ha preceduto non solo noi che siamo nati dopo di lui ma anche tutti coloro che, come Giovanni, erano nati prima di lui. Ecco perché Gesù dichiara nel 8.58: “In verità, in verità vi dico: prima che Abraamo fosse nato, io sono”. Strepitose, incredibili sono queste parole, che sarebbero blasfeme sulle labbra di qualsiasi altra persona. Ma Gesù è giusto nel dirle perché egli è l’IO SONO prima di Abraamo, prima ancora di Adamo. Bisogna dire che quando Genesi 1 afferma che gli esseri umani sono stati creati a immagine di Dio, è stato in realtà a immagine del Dio destinato a diventare l’uomo Gesù!

Per questo motivo, nessuno è da considerarsi escluso dall’amore di Dio incarnato in Gesù, dal suo benevolo proposito di salvare, dalla portata della sua decisione di essere Emmanuele, il Dio anche di chi lo rifiuta. Inoltre, è inutile chiedere “che pertinenza ha Gesù alla mia vita?”, perché la vita di ogni essere umano trova il suo senso e il suo scopo nell’umanità di Cristo. Se è vero, come impariamo in Giovanni 1, che Gesù non esiste per il mondo tanto quanto esiste il mondo per Gesù, allora la domanda più importante che tutti devono porsi è: “che pertinenza ha la mia vita a Gesù?” Siamo stati fatti per mezzo di lui, per lui e in vista di lui, e troveremo solo in lui tutto quello che il nostro cuore desidera.

3) Conclusione

Tutto questo sermone deve molto al grande teologo Karl Barth che più di ogni altro ha messo Gesù al centro di tutte le sue riflessioni sulle Scritture. È dunque opportuno che concludiamo con alcuni commenti che lui ha scritto riguardo ai versetti che abbiamo appena studiato:

Fra Dio e l’uomo vi è la persona di Gesù Cristo: vero Dio e vero uomo egli è infatti il Mediatore fra l’uno e l’altro. In lui, Dio si rivela all’uomo; in lui, l’uomo riconosce Dio; in lui, Dio si pone di fronte all’uomo e l’uomo davanti a Dio, conformemente alla volontà eterna di Dio ed al destino eterno dell’uomo, corrispondente a tale volontà. In lui, Dio indica il suo disegno nei confronti dell’uomo e pronuncia su di lui il giudizio; in lui, salva l’uomo e gli si fa presente in tutta la sua pienezza; in lui, enuncia contemporaneamente la sua esigenza e la sua promessa sull’uomo. In lui, Dio si è legato all’uomo. È dunque a causa di lui che l’uomo esiste. Anche il mondo, teatro della storia intercorrente fra Dio e l’uomo, è stato creato conformemente all’origine ed in previsione del destino assegnati all’uomo in Gesù Cristo.

Questi è l’essenza di Dio, come è originariamente l’essenza dell’uomo; nulla vi è nell’universo che non proceda da lui, che non esista per mezzo di lui e non sia finalizzato a lui; è infatti la Parola di Dio che contiene ogni verità e che non potrebbe essere superata, né limitata da nessun’altra parola; è la decisione di Dio che nessun’altra decisione può precedere, né superare, né accompagnare, perché tutte le decisioni che possono esistere non possono che concorrere al compimento di tale decisione iniziale; è l’origine che esclude ogni altra origine al di fuori di quella che Dio possiede in se medesimo, cosicché nulla vi è che non proceda da lui o per cui si possa cercare l’inizio al di fuori di lui; è la scelta che esclude ogni altra scelta da parte di Dio, in modo che nulla e nessuno al mondo è stato scelto e voluto da Dio prima di lui, senza di lui ed accanto a lui.

In una sola parola: è la scelta (quindi anche l’origine, la decisione, la parola) della libera grazia di Dio. È infatti in forza della sua libera grazia che Dio sceglie di diventare uomo in Gesù Cristo, legandosi all’uomo, onde legarlo a sé. Gesù Cristo è la libera grazia di Dio, se è vero che questa libera grazia non resta confinata nell’essenza intima ed eterna del Padre, ma si manifesta al di fuori, nell’insieme delle vie e delle opere divine; ecco perché non esiste scelta, inizio, origine, decisione o parola divina che lo preceda, che sia al di sopra, di fianco o al di fuori di lui; la libera grazia è infatti l’unico motivo che sostiene tutte le vie e tutte le opere di Dio, manifestantesi all’esterno. (Karl Barth, La dottrina dell’elezione divina, p.305-306).

Basandoci su questa verità, possiamo riposarci nella promessa che Gesù ha fatto ai suoi discepoli in Giovanni 14.1-3:

Il vostro cuore non sia turbato; credete in Dio, e credete anche in me! Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, vi avrei detto forse che io vado a prepararvi un luogo? Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi.

Questa è la speranza di Natale. Amen!

1 Tessalonicesi: L’Azione della Parola di Dio

1) La Parola Con Potenza (1:1-10)

1:1 Paolo, Silvano e Timoteo alla chiesa dei Tessalonicesi che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: grazia a voi e pace [da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo]. 2 Noi ringraziamo sempre Dio per voi tutti, nominandovi nelle nostre preghiere, ricordandoci continuamente, davanti al nostro Dio e Padre, dell’opera della vostra fede, delle fatiche del vostro amore e della costanza della vostra speranza nel nostro Signore Gesù Cristo. Conosciamo, fratelli amati da Dio, la vostra elezione. Infatti il nostro vangelo non vi è stato annunciato soltanto con parole, ma anche con potenza, con lo Spirito Santo e con piena convinzione; infatti sapete come ci siamo comportati fra voi, per il vostro bene. Voi siete divenuti imitatori nostri e del Signore, avendo ricevuto la parola in mezzo a molte sofferenze, con la gioia che dà lo Spirito Santo, tanto da diventare un esempio per tutti i credenti della Macedonia e dell’Acaia. Infatti da voi la parola del Signore ha echeggiato non soltanto nella Macedonia e nell’Acaia, ma anzi la fama della fede che avete in Dio si è sparsa in ogni luogo, di modo che non abbiamo bisogno di parlarne; perché essi stessi raccontano quale sia stata la nostra venuta fra voi, e come vi siete convertiti dagli idoli a Dio per servire il Dio vivente e vero, 10 e per aspettare dai cieli il Figlio suo che egli ha risuscitato dai morti, cioè Gesù, che ci libera dall’ira imminente.

Fondamentale alla nostra fede è la Bibbia, l’unica testimonianza autorevole alla rivelazione di Dio all’umanità. La Bibbia, come sappiamo, è un libro, la parola di Dio scritta in parole umane. Questo fatto merita un po’ di riflessione. Perché questa testimonianza prende la forma di un libro? Perché Dio ha fatto sì che la sua parola fosse trasmessa a noi in questa modalità? O più basilare ancora: perché Dio si è rivelato a noi tramite la parola e non, per esempio, tramite una visione? La prima lettera di Paolo ai Tessalonicesi ci dà un’ottima opportunità per riflettere su questo tema, cioè, la centralità della parola alla nostra fede. I cristiani sono prima di tutto “un popolo del libro” perché, come Paolo afferma in 2 Timoteo 3:16-17:

16 Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, 17 perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona.

Solo della Scrittura è dichiarato questo, che è “ispirata da Dio”, e la Scrittura da sola è sufficiente affinché siamo completi e ben preparati per ogni opera buona.

La lettera di 1 Tessalonicesi, scritta da Paolo a una chiesa che aveva fondato nella città di Tessalonica (che esiste ancora oggi) in Grecia, non è un trattato specifico su quest’argomento, ma è pieno di riferimenti a esso. Quando Paolo lasciò la chiesa per fondarne altre altrove, essa era una comunità matura nella fede, ma dopo un po’ i suoi membri si resero conto di aver ancora bisogno del suo aiuto in certe questioni. Paolo, trovandosi lontano da Tessalonica, non poteva essere lì personalmente, e quindi gli scrisse questa lettera, sapendo che essa era in grado di supplire alla sua assenza nei confronti dei credenti tessalonicesi. In questo, vediamo la certezza che Paolo aveva nella parola scritta come strumento efficace dell’opera di Dio nella chiesa. Come spiega chiaramente nel 2:13:

2:13 Per questa ragione anche noi ringraziamo sempre Dio: perché quando riceveste da noi la parola della predicazione di Dio, voi l’accettaste non come parola di uomini, ma, quale essa è veramente, come parola di Dio, la quale opera efficacemente in voi che credete.

Per Paolo, la parola del vangelo, sia annunciata che scritta, “opera efficacemente” in noi che crediamo perché essa, pur provenendo da uomini come Paolo, non è solo la parola dell’uomo ma è veramente la parola di Dio. È questa certezza che vogliamo, e che dobbiamo, avere anche noi, perché se non siamo convinti dell’efficacia della Bibbia, avremo poca motivazione per darle retta. Se invece condividiamo la convinzione di Paolo, saremo sempre più spronati a leggerla, a studiarla, e a metterla in pratica.

La difficoltà che affrontiamo, però, è che viviamo in una cultura che sottovaluta la parola. Spesso si distingue tra “parole” e “fatti”, come se parole contassero meno dei fatti. Per quanto riguarda la parola scritta, è noto che in genere gli italiani non sono grandi lettori di libri. Più ancora, (e soprattutto quando si parla della Bibbia), la parola scritta è spesso considerata complessa, ambigua e difficile da capirsi. La Bibbia in particolare è un libro ritenuto inaccessibile alla persona normale, o anche poco attendibile perché deve essere interpretato. Quante volte ho sentito qualcuno ribattere: “Ma è solo la tua interpretazione!”, come se questo minasse l’autorevolezza delle Scritture! Ma tutto questo è sintomatico della poca fiducia che molti hanno nella parola scritta, e specialmente nella Bibbia, come mezzo efficace di comunicazione. Noi siamo purtroppo condizionati da questa mentalità, e influisce molto sul rapporto che abbiamo con il testo sacro.

Per questo motivo, è importante che riflettiamo bene su come la Bibbia stessa considera il tema della parola, e non possiamo fare meglio che studiarlo in 1 Tessalonicesi. Paolo comincia questa lettera ricordando ai tessalonicesi il vangelo che gli aveva annunciato “non soltanto con parole, ma anche con potenza, con lo Spirito Santo e con piena convinzione” (1:5). Indipendentemente da quello che possiamo pensare di altre parole, la parola del vangelo, Paolo insiste, è potentemente efficace quando viene annunciata perché è accompagnata dallo Spirito Santo che convince chi ascolta della sua verità. Così la parola del vangelo si distingue da altre parole umane nel senso che realizza lo scopo per cui viene comunicata. Il vangelo non è una parola che, come altre parole umane, può essere semplicemente ignorata. Non è una promessa che, come altre promesse umane viene meno. Ottiene l’ascolto quando viene dichiarato, e garantisce il compimento di ciò che prevede. Rimaniamo spesso delusi o ingannati dalle parole che altri dicono, ma questo non succede mai quando la parola del vangelo è trasmessa, perché lo Spirito Santo ne assicura l’efficacia.

Paolo ricorda inoltre ai tessalonicesi che la loro esperienza è testimone di tutto ciò. Sanno che quando il vangelo è stato da Paolo annunciato, la sua potenza si è dimostrata nel fatto che essi sono di conseguenza “divenuti imitatori … del Signore” (1:6). I tessalonicesi hanno “ricevuto la parola in mezzo a molte sofferenze” (1:6), e si sono “convertiti dagli idoli a Dio per servire il Dio vivente e vero” (1:9). Questa conversione — dalle tenebre alla luce, dalla falsità alla verità, dalla morte alla vita, dagli idoli a Gesù — era dovuta non all’eloquenza della predicazione di Paolo ma solo alla potenza della parola annunciata.

Nel 2:3-7, infatti, Paolo respinge esplicitamente ogni tentativo di far accettare il vangelo con strategie o trucchi umani:

3 Perché la nostra predicazione non proviene da finzione, né da motivi impuri, né è fatta con inganno; ma, come siamo stati approvati da Dio che ci ha stimati tali da poterci affidare il vangelo, parliamo in modo da piacere non agli uomini, ma a Dio che prova i nostri cuori. Difatti, non abbiamo mai usato un parlare lusinghevole, come ben sapete, né pretesti ispirati da cupidigia; Dio ne è testimone. E non abbiamo cercato gloria dagli uomini, né da voi, né da altri, sebbene, come apostoli di Cristo, avremmo potuto far valere la nostra autorità; invece, siamo stati mansueti in mezzo a voi, come una nutrice che cura teneramente i suoi bambini.

Paolo non spacciava il vangelo come un venditore di auto. Annunciava il vangelo con sincerità e semplicità, e le vite trasformate come risultato erano la prova dell’efficacia della parola stessa. Tale era la fiducia di Paolo nella potenza della parola che era capace di capovolgere il mondo con un mero sussurro. Il vangelo, in quanto parola di Dio, non è da separare dai “fatti” che sono più concreti. Per Paolo, la parola di Dio è il suo atto. Dio agisce parlando. E quando diamo ascolto alla parola di Dio, permettiamo allo Spirito Santo di entrare nelle nostre vite e di renderci conformi all’immagine di Gesù.

2) La Parola In Azione

A) Insegnare/Istruire (4:2-6, 13-17)

Il resto della lettera di 1 Tessalonicesi si legge quasi come un catalogo delle varie azioni che Dio intraprende nei nostri confronti quando apriamo le nostre orecchie alla sua parola. Consideriamo adesso le diverse opere che Dio compie in noi tramite la sua parola. Ne abbiamo già vista una: tramite la parola del vangelo, Dio ci libera dagli idoli che ci schiavizzano e ci converte a se stesso, l’unico vero Dio, affinché lo serviamo in gioia e in libertà. Ma c’è molto ancora. Attraverso la sua parola Dio ci istruisce e ci insegna la verità che ci rende saldi nella fede e capaci di discernere l’errore. Nel capitolo 4 troviamo due chiari esempi di questo. Nei vv.2-6 leggiamo:

4:Infatti sapete quali istruzioni vi abbiamo date nel nome del Signore Gesù. Perché questa è la volontà di Dio: che vi santifichiate, che vi asteniate dalla fornicazione, che ciascuno di voi sappia possedere il proprio corpo in santità e onore, senza abbandonarsi a passioni disordinate come fanno gli stranieri che non conoscono Dio; che nessuno opprima il fratello né lo sfrutti negli affari; perché il Signore è un vendicatore in tutte queste cose, come già vi abbiamo detto e dichiarato prima.

Qui vediamo come la parola di Dio ci insegna qual è la volontà di Dio per noi, la nostra santificazione. I tessalonicesi, una volta convertiti dagli idoli a servire l’unico vero Dio, dovevano poi imparare a “possedere il proprio corpo in santità e onore”. Questo non era né facile né automatico, perché erano circondati da persone che “non conoscevano” Dio e per cui “abbandonarsi a passioni disordinate” era del tutto normale. Loro invece dovevano vivere in modo totalmente controcorrente, e quindi dovevano essere istruiti in tutta la volontà di Dio per loro. Così anche noi che viviamo in una società che non conosce Dio e che reputa normali stili di vita contrari alla sua volontà, abbiamo altrettanto bisogno di essere istruiti in modo conforme alla santità. Come avviene questo? Qual è la scuola in cui siamo ammaestrati in tutta la volontà di Dio? È la parola di Dio scritta: “Infatti sapete quali istruzioni vi abbiamo date nel nome del Signore Gesù” (4:2).

Poi nei vv.13-17 del capitolo 4, troviamo un altro tipo di insegnamento importante:

4:13 Fratelli, non vogliamo che siate nell’ignoranza riguardo a quelli che dormono, affinché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. 14 Infatti, se crediamo che Gesù morì e risuscitò, crediamo pure che Dio, per mezzo di Gesù, ricondurrà con lui quelli che si sono addormentati. 15 Poiché questo vi diciamo mediante la parola del Signore: che noi viventi, i quali saremo rimasti fino alla venuta del Signore, non precederemo quelli che si sono addormentati; 16 perché il Signore stesso, con un ordine, con voce d’arcangelo e con la tromba di Dio, scenderà dal cielo, e prima risusciteranno i morti in Cristo; 17 poi noi viventi, che saremo rimasti, verremo rapiti insieme con loro, sulle nuvole, a incontrare il Signore nell’aria; e così saremo sempre con il Signore.

Qui vediamo come l’insegnamento della parola di Dio serve per liberarci dall’ignoranza. Evidentemente, i tessalonicesi erano ignoranti “riguardo a quelli che dormono” (cioè i morti) e di conseguenza erano “tristi come gli altri che non hanno speranza” (v.13). Per questo motivo Paolo gli insegna il ritorno di Gesù e la risurrezione. Sappiamo, Paolo dice, che la morte non è l’ultima parola per i credenti. Sono morti, sì, e forse moriremo anche noi se Gesù non torna prima, ma il fatto è che Gesù tornerà, e quando tornerà i morti risusciteranno e saranno riuniti con quelli che sono ancora vivi. Per i credenti è la vita, non la morte, che trionferà, e siamo certi che un giorno saremo tutti insieme nella presenza del Signore per sempre, senza paura, senza angoscia, e senza lacrime. Se non siamo ignoranti ma convinti di questo, non saremo tristi di fronte alla morte “come gli altri che non hanno speranza”. Saremo tristi, certo, ma la nostra tristezza sarà sempre temperata dalla speranza, e piangeremo sapendo che un giorno non piangeremo mai più. Questo è lo scopo dell’insegnamento della parola di Dio, ed è il motivo per cui Paolo, insieme agli altri autori ispirati, ci hanno regalato il tesoro delle sacre Scritture che ci liberano dall’ignoranza e ci riempiono di speranza.

B) Consolare (4:18; 5:9-11)

La seconda azione, legata alla prima, che Dio compie in noi tramite la sua parola è la consolazione. Dopo aver insegnato il ritorno di Cristo, Paolo conclude nel v.18:

4:18 Consolatevi dunque gli uni gli altri con queste parole.

Nello stesso modo, nei vv.9-11 del capitolo 5, Paolo ricorda che, nonostante il male che ci assalisce e il mondo che peggiora sempre di più, il nostro destino non è ira e distruzione ma salvezza e vita eterna che sarà nel giorno in cui Gesù si rivelerà dal cielo.

5:9 Dio infatti non ci ha destinati a ira, ma ad ottenere salvezza per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo, 10 il quale è morto per noi affinché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui. 11 Perciò, consolatevi a vicenda ed edificatevi gli uni gli altri, come d’altronde già fate.

È Dio che ci ha destinati alla salvezza, e sarà lui a portarla a compimento. Inoltre, anche prima del ritorno di Cristo, anche se lo vediamo, e persino in mezzo alla valle dell’ombra della morte, noi “viviamo insieme con” Gesù. Bramiamo il giorno quando la nostra fede cambierà in visione e lo vedremo faccia a faccia, ma nel frattempo noi godiamo di una comunione con lui che nessun dolore o difficoltà ci può togliere. Certo, tendiamo a dimenticare questo, specie quando siamo sopraffatti dalle prove della vita. Se non ci rivolgiamo alla parola, ci priviamo del più grande conforto che abbiamo. Ma quando diamo di nuovo ascolto alla parola di Dio, egli ci ricorda delle sue promesse infallibili, e troviamo una grande consolazione per le nostre anime.

C) Preannunciare/Preparare (3:1-4)

Mediante la sua parola, quindi, Dio ci salva, ci istruisce, ci conforta, ma vediamo anche che ci prepara per renderci saldi in anticipo delle varie difficoltà che possiamo attraverso nella vita.

3:1 Perciò, non potendo più resistere, preferimmo restare soli ad Atene; e mandammo Timoteo, nostro fratello e collaboratore di Dio nel vangelo di Cristo, per confermarvi e confortarvi nella vostra fede, affinché nessuno fosse scosso in mezzo a queste tribolazioni; infatti voi stessi sapete che a questo siamo destinati. Perché anche quando eravamo tra di voi, vi preannunciavamo che avremmo dovuto soffrire, come poi è avvenuto, e voi lo sapete.

Come Paolo fece nei confronti dei tessalonicesi, mandando a loro Timoteo “affinché nessuno fosse scosso in mezzo a queste tribolazioni”, così Dio fa attraverso le Scritture. Esse ci preannunciano che dovremo soffrire in modo che non saremo presi alla sprovvista quando capita. Nel capitolo 5, vv.4-8, la parola ci dice questo esplicitamente usando la metafora del “giorno” e della “notte”:

5:4 Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno abbia a sorprendervi come un ladro; perché voi tutti siete figli di luce e figli del giorno; noi non siamo della notte né delle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma vegliamo e siamo sobri; poiché quelli che dormono, dormono di notte, e quelli che si ubriacano, lo fanno di notte. Ma noi, che siamo del giorno, siamo sobri, avendo rivestito la corazza della fede e dell’amore e preso per elmo la speranza della salvezza.

I credenti, ammaestrati dalla parola, sanno cosa aspettarsi nel mondo, e non rimangono sorpresi quando “come un ladro” vengono le tribolazioni e le angosce. Non rimangono stupiti che il peccato umano sfocia in razzismo e omicidio, come è successo recentemente con la morte di George Floyd negli Stati Uniti. Non rimangono sorpresi neanche quando il mondo intero viene colpito da una pandemia come il COVID-19, perché la parola ha già preannunciato tutto ciò. Come “figli della luce” e “figli del giorno”, i credenti vegliano, sono sobri, e sanno discernere i segni della fine e del ritorno di Cristo. Mentre quelli del mondo “si ubriacano” e “dormono” così che l’arrivo del “ladro” li sconvolge, quelli che si sono rivestiti dell’armatura di Dio sono preparati a tutto, e sanno reagire nel modo giusto. Sono così non grazie alla loro intelligenza o capacità, ma perché tramite la sua parola Dio li ha preparati e li ha fortificati per poter stare forti e fermi in mezzo alla tempesta.

D) Esortare/Ammonire (2:10-12; 4:1, 9-12; 5:14-18)

A volte, però, abbiamo bisogno di essere esortati, ammoniti, e rimproverati. Così Dio fa anche questo nella sua parola. Per esempio, alla fine della lettera, nel 5:14-18, Paolo scrive:

5:14 Vi esortiamo, fratelli, ad ammonire i disordinati, a confortare gli scoraggiati, a sostenere i deboli, a essere pazienti con tutti. 15 Guardate che nessuno renda ad alcuno male per male; anzi cercate sempre il bene gli uni degli altri e quello di tutti. 16 Siate sempre gioiosi; 17 non cessate mai di pregare; 18 in ogni cosa rendete grazie, perché questa è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi.

A volte, quello che ci serve è un rimprovero paterno perché non stiamo facendo ciò che dovremmo fare. Se cadiamo nel peccato, se non dimostriamo l’amore e il perdono di Cristo rendendo invece male per male, se cessiamo di pregare, e non rendiamo grazie in ogni cosa ma piuttosto ci lamentiamo di tutto, abbiamo bisogno della correzione e della disciplina del nostro Padre celeste. E una volta disciplinati, dobbiamo essere incoraggiati a riprendere la giusta via e perseverare in essa. Anche questo Dio fa per mezzo della sua parola. Certo, la disciplina del Signore non è piacevole. A nessuno piace essere rimproverato o corretto, perché il nostro orgoglio vuole che abbiamo sempre ragione. Ma per quanto difficile e doloroso, anche la disciplina è un’opera necessaria che Dio compie nei nostri confronti. Se diamo costante ascolto alla sua parola, spesso possiamo evitare le drastiche misure che a volte Dio deve prendere per farci tornare a lui, perché sarà più difficile che ci allontaniamo da lui o che dimentichiamo le sue esortazioni. Quindi, vediamo per l’ennesima volta l’importanza di meditare sempre sulla parola di Dio, affinché lui possa correggerci prima che lasciamo la retta via

E) Benedire (3:12-13; 5:23-25)

L’ultima azione (almeno per quanto riguarda questo studio) che Dio compie in noi tramite la sua parola è la benedizione. La benedizione può assumere la forma di una preghiera, può essere pronunciata da qualcuno come Paolo, ma quando la leggiamo nelle Scritture possiamo essere certi che costituisce il desiderio di Dio per noi. Nella Bibbia, la benedizione è quella che Dio promette di adempiere nei nostri confronti, anche quando abbiamo poca fiducia che egli è in grado di farlo. Due passaggi in 1 Tessalonicesi sono particolarmente pertinenti al riguardo: 3:12-13 e 5:23-25:

3:12 e quanto a voi, il Signore vi faccia crescere e abbondare in amore gli uni verso gli altri e verso tutti, come anche noi abbondiamo verso di voi, 13 per rendere i vostri cuori saldi, irreprensibili in santità davanti a Dio nostro Padre, quando il nostro Signore Gesù [Cristo] verrà con tutti i suoi santi.

5:23 Or il Dio della pace vi santifichi egli stesso completamente; e l’intero essere vostro, lo spirito, l’anima e il corpo, sia conservato irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. 24 Fedele è colui che vi chiama, ed egli farà anche questo. 25 Fratelli, pregate per noi.

Sappiamo che spesso veniamo meno agli insegnamenti e alle esortazioni della Bibbia. A volte non ci sentiamo consolati dalle consolazioni delle Scritture. Altre volte siamo colti dormendo, come quando Gesù ha trovato i discepoli che si sono addormentati mentre lui pregava nel giardino dei Getsemani. Ci comportiamo meno come i “figli della luce” e più come quelli che si ubriacano di notte. Ma al di là di tutto questo, le benedizioni di Dio su di noi, come questi due esempi qui, sono le promesse che alla fine, sarà Dio a portare a compimento l’opera buona che ha cominciato in noi. Il nostro amore è spesso debole, ma Dio lo farà crescere e abbondare. I nostri cuori sono spesso vacillanti, ma Dio li renderà saldi. Siamo spesso macchiati dai nostri peccati, ma Dio ci santificherà completamente e ci presenterà irreprensibili davanti a se stesso. La nostra fede, come i nostri corpi e le nostre anime, sono vulnerabili agli attacchi del nemico e alle sofferenze della vita, ma Dio ci conserverà per la venuta del nostro Signore Gesù Cristo. Questa è la parola di Dio a noi, e quindi egli la compierà sicuramente. Quanto è prezioso dunque il tesoro che abbiamo nelle sacre Scritture che testimoniano questa parola! Non dovremmo mai trascurarle ma ascoltarle e meditarle giorno e notte, come dice nel Salmo 1. Nella misura in cui diamo ascolto alla parola di Dio scritta, egli farà tutto questo in noi, e molto di più!

Chiudo con Salmo 19:7-11, che riassume bene tutto quanto:

La legge del Signore è perfetta, essa ristora l’anima; la testimonianza del Signore è veritiera, rende saggio il semplice. I precetti del Signore sono giusti, rallegrano il cuore; il comandamento del Signore è limpido, illumina gli occhi. Il timore del Signore è puro, sussiste per sempre; i giudizi del Signore sono verità, tutti quanti sono giusti, 10 sono più desiderabili dell’oro, anzi, più di molto oro finissimo; sono più dolci del miele, anzi, di quello che stilla dai favi. 11 Anche il tuo servo è da essi ammaestrato; v’è gran ricompensa a osservarli.

Atti 1-2: Il Vangelo Al Tempo Presente

1:1 Nel mio primo libro, o Teofilo, ho parlato di tutto quello che Gesù cominciò a fare e a insegnare fino al giorno che fu elevato in cielo, dopo aver dato mediante lo Spirito Santo delle istruzioni agli apostoli che aveva scelti. Ai quali anche, dopo che ebbe sofferto, si presentò vivente con molte prove, facendosi vedere da loro per quaranta giorni, parlando delle cose relative al regno di Dio.

Trovandosi con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’attuazione della promessa del Padre, «la quale», egli disse, «avete udita da me. Perché Giovanni battezzò, sì con acqua, ma voi sarete battezzati in Spirito Santo fra non molti giorni». Quelli dunque che erano riuniti gli domandarono: «Signore, è in questo tempo che ristabilirai il regno a Israele?» Egli rispose loro: «Non spetta a voi sapere i tempi o i momenti che il Padre ha riservato alla propria autorità. Ma voi riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all’estremità della terra».

Dette queste cose, mentre essi guardavano, fu elevato; e una nuvola, accogliendolo, lo sottrasse ai loro sguardi. 10 E come essi avevano gli occhi fissi al cielo, mentre egli se ne andava, due uomini in vesti bianche si presentarono a loro e dissero: 11 «Uomini di Galilea, perché state a guardare verso il cielo? Questo Gesù, che vi è stato tolto ed è stato elevato in cielo, ritornerà nella medesima maniera in cui lo avete visto andare in cielo».

2:1 Quando il giorno della Pentecoste giunse, tutti erano insieme nello stesso luogo. Improvvisamente si fece dal cielo un suono come di vento impetuoso che soffia, e riempì tutta la casa dov’essi erano seduti. Apparvero loro delle lingue come di fuoco che si dividevano e se ne posò una su ciascuno di loro. Tutti furono riempiti di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro di esprimersi.

Or a Gerusalemme soggiornavano dei Giudei, uomini religiosi di ogni nazione che è sotto il cielo. Quando avvenne quel suono, la folla si raccolse e fu confusa, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. E si stupivano e si meravigliavano, dicendo [l’un l’altro]: «Tutti questi che parlano non sono Galilei? Come mai li udiamo parlare ciascuno nella nostra propria lingua natìa? Noi Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, 10 della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia cirenaica e pellegrini romani, 11 tanto Giudei che proseliti, Cretesi e Arabi, li udiamo parlare delle grandi cose di Dio nelle nostre lingue». 12 Tutti si stupivano ed erano perplessi, dicendo l’un l’altro: «Che cosa significa questo?» 13 Ma altri li deridevano e dicevano: «Sono pieni di vino dolce».

14 Ma Pietro, levatosi in piedi con gli undici, alzò la voce e parlò loro così: «Uomini di Giudea, e voi tutti che abitate in Gerusalemme, vi sia noto questo e ascoltate attentamente le mie parole. 15 Questi non sono ubriachi, come voi supponete, perché è soltanto la terza ora del giorno; 16 ma questo è quanto fu annunciato per mezzo del profeta Gioele: 17 “Avverrà negli ultimi giorni”, dice Dio, “che io spanderò il mio Spirito sopra ogni persona; i vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno, i vostri giovani avranno delle visioni, e i vostri vecchi sogneranno dei sogni. 18 Anche sui miei servi e sulle mie serve, in quei giorni, spanderò il mio Spirito e profetizzeranno. 19 Farò prodigi su nel cielo e segni giù sulla terra, sangue e fuoco, e vapore di fumo. 20 Il sole sarà mutato in tenebre e la luna in sangue, prima che venga il grande e glorioso giorno del Signore. 21 E avverrà che chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvato”.

22 «Uomini d’Israele, ascoltate queste parole! Gesù il Nazareno, uomo che Dio ha accreditato fra di voi mediante opere potenti, prodigi e segni che Dio fece per mezzo di lui tra di voi, come voi stessi ben sapete, 23 quest’uomo, quando vi fu dato nelle mani per il determinato consiglio e la prescienza di Dio, voi [lo prendeste e], per mano di iniqui, inchiodandolo sulla croce, lo uccideste; 24 ma Dio lo risuscitò, avendolo sciolto dagli angosciosi legami della morte, perché non era possibile che egli fosse da essa trattenuto.

25 Infatti Davide dice di lui: “Io ho avuto il Signore continuamente davanti agli occhi, perché egli è alla mia destra, affinché io non sia smosso. 26 Per questo si è rallegrato il mio cuore, la mia lingua ha giubilato e anche la mia carne riposerà nella speranza; 27 perché tu non lascerai l’anima mia nell’Ades e non permetterai che il tuo Santo subisca la decomposizione. 28 Tu mi hai fatto conoscere le vie della vita. Tu mi riempirai di letizia con la tua presenza”. 29 Fratelli, si può ben dire liberamente riguardo al patriarca Davide che egli morì e fu sepolto; e la sua tomba è ancora al giorno d’oggi tra di noi. 30 Egli dunque, essendo profeta e sapendo che Dio gli aveva promesso con giuramento che sul suo trono avrebbe fatto sedere uno dei suoi discendenti, 31 previde la risurrezione di Cristo e ne parlò dicendo che non sarebbe stato lasciato nel soggiorno dei morti, e che la sua carne non avrebbe subìto la decomposizione.

32 Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato; di ciò noi tutti siamo testimoni. 33 Egli dunque, essendo stato esaltato dalla destra di Dio e avendo ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, ha sparso quello che ora vedete e udite. 34 Davide infatti non è salito in cielo; eppure egli stesso dice: «Il Signore ha detto al mio Signore: “Siedi alla mia destra, 35 finché io abbia posto i tuoi nemici come sgabello dei tuoi piedi”»36 Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso».

37 Udite queste cose, essi furono compunti nel cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Fratelli, che dobbiamo fare?» 38 E Pietro [disse] a loro: «Ravvedetevi e ciascuno di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e voi riceverete il dono dello Spirito Santo. 39 Perché per voi è la promessa, per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, per quanti il Signore, nostro Dio, ne chiamerà». 40 E con molte altre parole li scongiurava e li esortava, dicendo: «Salvatevi da questa perversa generazione». 41 Quelli che accettarono la sua parola furono battezzati; e in quel giorno furono aggiunte a loro circa tremila persone.

1) Introduzione al Libro di Atti

Come indicato nel prima versetto, il libro di Atti è il secondo volume che scrive Luca l’evangelista. Se il primo libro — cioè il vangelo di Luca — parla di “tutto quello che Gesù cominciò a fare e a insegnare fino al giorno che fu elevato in cielo”, il suo secondo libro — che si chiama “Atti” — riporta ciò che avviene dopo aver dato mediante lo Spirito Santo delle istruzioni agli apostoli che aveva scelti” (1:1-2). Precisando questo, Luca ci dà la chiave interpretativa per l’intero libro: Atti, come il vangelo di Luca, è la storia di quello che Gesù ha fatto (e, come vedremo, continua a fare) nel mondo mediante lo Spirito Santo.

Capire questo è indispensabile perché nella vita cristiana siamo propensi a commettere due gravi errori. Da un lato possiamo pensare che, siccome Gesù non si vede più sulla terra (essendo stato elevato in cielo), siamo noi a dover portare a compimento la sua opera, a trasformare il mondo nel regno di Dio. Ci comportiamo come se Gesù non fosse più presente o attivo nel mondo, come se avesse lasciato una lacuna che adesso noi dobbiamo riempire con il nostro fare e operare. D’altronde la nostra fede può indebolirsi quando vediamo il mondo o le nostre vite andare sempre peggiorando, senza che ci qualche traccia o segno della presenza di Gesù. In entrambi i casi, il problema deriva dall’errata idea che dopo la sua morte e la sua risurrezione Gesù si ritirò dal mondo, lasciandoci soli e dipendenti dalle nostre forze e capacità per andare avanti. Il messaggio dei primi due capitoli di Atti smentisce quest’ipotesi, facendoci sapere che l’ascensione di Gesù inaugura piuttosto una nuova fase nella storia della salvezza, una fase che dura fino ad oggi. Infatti, l’ascensione si può in un certo senso chiamare l’aspetto continuativo del vangelo, ovvero “il vangelo al tempo presente”. Che cosa significa?

Il credo apostolico ci aiuterà a capire. Prendiamo nota in particolare dei tempi verbali in quanto segue:

[Io credo] in Gesù Cristo, suo unico Figlio, nostro Signore,
il quale fu concepito di Spirito Santo, nacque da Maria Vergine,
patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, mori e fu sepolto; discese agli inferi;
il terzo giorno risuscitò da morte;
salì al cielo, siede alla destra di Dio Padre onnipotente:
di là verrà a giudicare i vivi e i morti.

I primi verbi sono tutti al passato, testimoniando che Gesù ha già compiuto la nostra salvezza in pieno senza che noi dobbiamo aggiungere alcunché. Come afferma Ebrei 10:11-14:

11 Mentre ogni sacerdote sta in piedi ogni giorno a svolgere il suo servizio e a offrire ripetutamente gli stessi sacrifici, che non possono mai togliere i peccati, 12 egli, dopo aver offerto un unico sacrificio per i peccati, e per sempre, si è seduto alla destra di Dio 13 e aspetta soltanto che i suoi nemici siano posti come sgabello dei suoi piedi. 14 Infatti con un’unica offerta egli ha reso perfetti per sempre quelli che sono santificati.

L’ultimo verbo in questa sequenza del credo è al futuro (di là verrà…). L’unico verbo al presente è quello che segue la frase “salì al cielo”, cioè “siede alla destra di Dio Padre onnipotente”. I tempi verbali nel credo non sono casuali. Parlano del fatto che viviamo tra i tempi quando Gesù si manifestò e quando si manifesterà visibilmente di nuovo sulla terra. Ma questo non vuol dire che il nostro tempo sia una pausa, un’interruzione, o una “quarantena” nell’adempimento del piano di Dio. Anzi, questo è il periodo quando Gesù, salito al cielo, adesso siede alla destra di Dio Padre a svolgere una nuova fase della sua opera che, una volta completata, egli tornerà in gloria per rivelarne il compimento in tutto il creato. Ma che cosa sta facendo Gesù da quando è salito in cielo? E che cosa vuol dire per i suoi discepoli (tra i quali siamo anche noi!) che lui ha lasciato sulla terra? Questo è ciò che Luca vuole farci sapere (ma soprattutto ciò che vuole farci vivere!) attraverso il libro di Atti, e in particolare nei primi due capitoli che stiamo adesso studiando.

2) Tre Parole Chiave: Regno, Spirito, Testimoni

Per trovare risposta a queste domande, notiamo tre parole chiave che riassumono il messaggio principale di questi capitoli: regno, Spirito e testimoni. Prendiamo un momento per riflettere su ognuno di questi termini.

A) Regno

La prima parola chiave è “regno”. Dall’inizio del suo primo libro, Luca presenta Gesù come un re — o meglio dire il re — venuto nel mondo per adempiere tutte le promesse di Dio e per realizzare tutte le speranze del popolo di Dio per un mondo risanato e ricreato, liberato dal male, dal maligno e dalla morte. In poche parole, Luca presenta Gesù come il Messia, e tutto quello che Gesù dice e fa durante il suo ministero pubblico dà ampia e convincente testimonianza di questo fatto. La crocifissione di Gesù, però, sembra mettere tutto in dubbio, perché lo fa apparire come un fallito, un impostore oppure un grande bugiardo. Il Messia dovrebbe insediarsi sul trono, non lasciarsi inchiodare sulla croce! Il Messia dovrebbe vincere i suoi nemici, non essere sconfitti da essi! Questa è la delusione espressa dai due discepoli in Luca 24:21 quando Gesù li incontra dopo la sua risurrezione sulla via di Emmaus: “Noi speravamo che fosse lui che avrebbe liberato Israele; invece, con tutto ciò, ecco il terzo giorno da quando sono accadute queste cose.”

Ma è appunto la risurrezione che cambia tutto, nella quale Gesù rivendica il suo essere Messia e inaugura il regno di Dio. Dopo essere stato condannato da tutti come un criminale, è la risurrezione che giustifica Gesù come vero Signore del mondo, perché per mezzo di essa Dio dichiara al mondo: “Questo Gesù, che voi avete condannato e ucciso, e il mio diletto Figlio nel quale mi sono compiaciuto.” Questo spiega perché il libro di Atti inizia riportando che “dopo che ebbe sofferto, [Gesù] si presentò vivente con molte prove, facendosi vedere da loro per quaranta giorni, parlando delle cose relative al regno di Dio” (1:3). Come Luca nel suo vangelo ricapitola la predicazione di Gesù con la frase: “la buona notizia del regno di Dio” (Luca 4:43), così qui all’inizio di Atti. Nei quaranti giorni dopo la risurrezione e prima dell’ascensione, Gesù parla ai suoi discepoli “delle cose relative al regno di Dio”.

Non ci stupisce quindi che il sermone predicato da Pietro il giorno di Pentecoste (cinquanta giorni dopo la Pasqua) s’incentra sulla dichiarazione che Gesù è il Messia e Signore, costituito tale quando Dio lo ha risuscitato:

33 Egli dunque, essendo stato esaltato dalla destra di Dio e avendo ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, ha sparso quello che ora vedete e udite. 34 Davide infatti non è salito in cielo; eppure egli stesso dice: «Il Signore ha detto al mio Signore: “Siedi alla mia destra, 35 finché io abbia posto i tuoi nemici come sgabello dei tuoi piedi”»36 Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso».

Questa è la chiave per capire il significato dell’ascensione di Gesù: ascendere per sedersi, come afferma il credo, alla destra di Dio sul suo trono celeste, per regnare come il vero Sovrano del mondo fino a quando gli saranno sottoposti tutti i popoli della terra. Se Gesù, dopo aver tolto i peccati del mondo sulla croce, ha rivendicato il suo essere il Signore quando è risorto dalla morte, nell’ascendere in cielo egli ha preso il suo meritato posto alla destra di Dio, insediandosi sul trono del cosmo. L’apostolo Paolo lo spiega bene in Efesini 1:20-22 scrivendo:

Questa potente efficacia della sua forza [Dio] l’ha mostrata in Cristo, quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla propria destra nei luoghi celesti, 21 al di sopra di ogni principato, autorità, potenza, signoria e di ogni altro nome che si nomina non solo in questo mondo, ma anche in quello futuro. 22 Ogni cosa egli ha posta sotto i suoi piedi e lo ha dato per capo supremo alla chiesa.

Lungi dunque dal ritirarsi o assentarsi dal mondo, Gesù, nell’ascendere in cielo, è diventato in un senso più coinvolto e più attivo nel mondo. È diventato anche più vicino a ognuno di noi! Prima della sua ascensione ha vissuto e operato solo nel paese d’Israele, ma dopo la sua ascensione è spiritualmente presente e operativo in tutti i paesi del mondo e nei cuori dei suoi discepoli, regnando per far crescere e fortificare sempre di più il suo regno in tutta la terra. Ma come fa questo se lui è in cielo? Passiamo alla seconda parola chiave: Spirito.

B) Spirito

Dopo l’ascensione di Gesù, l’evento più rimarchevole in Atti 1-2 e la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli il giorno di Pentecoste. Questi due movimenti — l’ascesa di Gesù e la discesa dello Spirito — costituiscono un punto assolutamente critico per capire il resto del libro, e in realtà per capire il resto del Nuovo Testamento. Gesù ascende al trono di Dio in cielo e da lì lui (notiamo bene questo) sparge lo Spirito sugli apostoli, rivestendoli di potenza per la loro missione. Pietro rende chiaro questo — cioè che è Gesù ad aver sparso su di loro lo Spirito — per rispondere a coloro che, avendo sentito gli apostoli parlare nelle lingue diverse delle varie etnie riunite a Gerusalemme per la festa, “si stupivano ed erano perplessi, dicendo l’un l’altro: «Che cosa significa questo?» Ma altri li deridevano e dicevano: «Sono pieni di vino dolce»” (2:12-13). È lo Spirito, come sostiene Pietro nel suo sermone, e non l’ubriachezza, che spiega il segno delle lingue, esattamente come aveva profetizzato il profeta Gioele.

Poi, nel v.33, Pietro arriva al nocciolo della questione: “Egli dunque, essendo stato esaltato dalla destra di Dio e avendo ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, ha sparso quello che ora vedete e udite.” Questo merita un momento di riflessione per approfondire la relazione tra la discesa dello Spirito e l’opera che Gesù sta svolgendo da quando si è seduto sul trono in cielo. Qui Luca vuole insegnarci due aspetti fondamentali di questa relazione.

  • Lo Spirito è la potenza personale di Dio che compie l’opera di Cristo nel mondo

Nel 1:4, Gesù ordina ai suoi discepoli di “non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’attuazione della promessa del Padre”, cioè il battesimo dello Spirito che Giovanni il battista aveva solo anticipato. Perché i discepoli dovevano aspettare a Gerusalemme anziché cominciare subito a predicare dappertutto il vangelo? Perché, come Gesù dice nel 1:8, dovevano prima ricevere la “potenza” dello Spirito Santo per poterlo fare. La loro missione (che tratteremo tra poco) era impossibile se non solo per la potenza dello Spirito. Solo l’opera della Spirito spiega perché in quel giorno di Pentecose tre mila persone credettero al vangelo, molte delle quali (come accusa Pietro) avevano crocifisso Gesù solo cinquanta giorni prima. Come e perché avvenne questa trasformazione di cuore? L’unica risposta è la potenza dello Spirito. 

Ma ricordiamoci: è Gesù che battezza con lo Spirito, ed è dunque Gesù che compie la sua opera per mezzo dello Spirito. Quindi, per rispondere alla nostra domanda precedente: com’è che Gesù continua a essere presente e attivo nel mondo anche quando non lo si vede perché siede alla destra di Dio in cielo? Risposta: tramite il suo Spirito che media la presenza del Re e dunque e del suo regno. Laddove c’è lo Spirito c’è il Re Gesù, e laddove c’è il Re Gesù c’è il suo regno.

  • Lo Spirito è la benedizione principale del regno

Per questo motivo (e questo è il secondo aspetto), è lo Spirito stesso che è la benedizione principale del regno di Dio. Nel 2:38, Pietro chiama lo Spirito “il dono”: “ravvedetevi e ciascuno di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e voi riceverete il dono dello Spirito Santo.” Prosegue dicendo che lo Spirito “per voi è la promessa, per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, per quanti il Signore, nostro Dio, ne chiamerà” (2:39). Qui Pietro chiama lo Spirito “la promessa” perché, come prima ha detto citando il profeta Gioele, Dio aveva promesso secoli prima che quando sarebbe arrivato il grande giorno della salvezza, egli avrebbe sparso il suo Spirito sopra ogni persona (2:17). Il parlare in lingue che ha tanto stupito la gente che ascoltava gli apostoli serviva appunto per testimonare la presenza dello Spirito, quale segno e dono della salvezza di Dio.

Questo ci ricorda che  Dio non ci salva solo per liberarci da qualcosa ma soprattutto per qualcosa: ci libera dal male e dalla morte per portarci in communione con sé. Dio stesso è il dono più grande che possa mai darci. Quando Dio ci dona il suo Spirito, ci dona se stesso, e la sua presenza che dimora in noi ci permette di vivere una relazione personale con Gesù che lo ha sparso nei nostri cuori, e in Gesù viviamo una relazione personale con Dio Padre.

C) Testimoni

Ora, tutto quello che abbiamo detto fin qui potrebbe lasciare ancora una domanda da fare: se Gesù, benché invisibile, non è assente ma presente e attivo nel mondo per mezzo del suo Spirito, operando per portare a compimento il regno che ha inaugurato nella sua morte e risurrezione, qual è il nostro ruolo come i suoi discepoli? Certo, non vogliamo commettere l’errore di pensare che, visto che Gesù non c’è, siamo noi a dovere portare avanti l’opera che lui ha solo incominciato. Ma non vogliamo neanche commettere l’opposto errore, cioè pensare che, siccome è solo Gesù che può portare a compimento il suo regno nel mondo mediante lo Spirito, non abbiamo dunque nessuna responsibilità nei suoi confronti.

La parola chiave che ci aiuta a evitare entrambi questi errori è “testimoni” che troviamo nel 1:8. Qui Gesù risponde alla domanda dei discepoli: “Signore, è in questo tempo che ristabilirai il regno in Israele?” Prima, Gesù gli dice che “non spetta a voi sapere i tempi o i momenti che il Padre ha riservato alla propria autorità”. Notiamo che Gesù non smentisce la speranza che il regno sarà ristabilito in Israele e poi in tutto il mondo, come i profeti dell’Antico Testamento avevano ampiamente predetto. No, quello che Gesù contrasta è il desiderio dei discepoli di sapere quando il regno di Dio apparirà in tutta la sua gloria e pienezza. Non spetta ai discepoli sapere i tempi (solo Dio li sa), ma gli spetta una altra cosa: “Ma voi riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all’estremità della terra”.

Qui Gesù definisce i suoi discepoli e la loro missione che continua fino a oggi con il termine “testimoni”. È cruciale che comprendiamo questo punto, perché un testimone è importante, ma non nel senso che compie il fatto in questione. Un testimone è uno che attesta un atto compiuto da qualcun altro in modo da darne conferma ad altri. I discepoli, dunque, non sono salvatori che possono togliere i peccati. Non sono mediatori che possono concedere la grazia o riconciliare altri con Dio. Questo, a proposito, è una delle differenze più significative e determinanti tra noi evangelici e i cattolici romani. Nella prospettiva cattolica, la chiesa si ritiene mediatore tra Dio e gli uomini, capace di concedere la grazia, perdonare peccati, e mediare la presenza di Gesù al mondo.

Questo è ben diverso da quello che vediamo qui in Atti, dove Gesù chiama i suoi discepoli semplicemente “testimoni”. Ma quanto è grande il privilegio di essere “solo” testimoni, riconoscendo che la salvezza del mondo non dipende in nessun modo da noi, dando tutta la gloria solo a Dio, e riposandoci nell’opera che lui ha compiuto a nostro favore. Quanto è incoraggiante sapere che non c’è nulla che dobbiamo aggiungere all’opera compiuta da Gesù a nostro favore, che tutto quello che serve alla nostra salvezza è stato perfettamente compiuto già da Gesù una volta per sempre! Quanto è bello dire insieme a Pietro: “Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato; di ciò noi tutti siamo testimoni” (2:32), spostando tutta l’attenzione da noi a lui. In questo scopriamo la nostra vocazione e la nostra vera ragione di esistere: proclamare “le virtù di colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa” (1 Pietro 2:9). Così facendo, la nostra testimonianza diventa una sorte di anteprima di ciò che faremo per tutta l’eternità quando, dopo che il regno di Dio si sarà rivelato in tutta la terra, canteremo le lodi di Dio insieme a tutte le creature nel cielo e sulla terra: “Degno è l’Agnello, che è stato immolato, di ricevere la potenza, le ricchezze, la sapienza, la forza, l’onore, la gloria e la lode…. A colui che siede sul trono, e all’Agnello, siano la lode, l’onore, la gloria e la potenza, nei secoli dei secoli” (Apocalisse 5:12-13).

Alleluia, amen!

Luca 23: Predichiamo Cristo Crocifisso

1 Poi tutta l’assemblea si alzò e lo condussero da Pilato. E cominciarono ad accusarlo, dicendo: «Abbiamo trovato quest’uomo che sovvertiva la nostra nazione, vietava di pagare i tributi a Cesare e diceva di esserelui il Cristo re». Pilato lo interrogò, dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?» E Gesù gli rispose: «Tu lo dici». Pilato disse ai capi dei sacerdoti e alla folla: «Non trovo nessuna colpa in quest’uomo». Ma essi insistevano, dicendo: «Egli sobilla il popolo insegnando per tutta la Giudea; ha cominciato dalla Galilea ed è giunto fin qui».

Quando Pilato udì questo, domandò se quell’uomo fosse Galileo. Saputo che egli era della giurisdizione di Erode, lo mandò da Erode, che si trovava anch’egli a Gerusalemme in quei giorni. Quando vide Gesù, Erode se ne rallegrò molto, perché da lungo tempo desiderava vederlo, avendo sentito parlare [molto] di lui; e sperava di vedergli fare qualche miracolo. Gli rivolse molte domande, ma Gesù non gli rispose nulla. 10 Or i capi dei sacerdoti e gli scribi stavano là, accusandolo con veemenza. 11 Erode, con i suoi soldati, dopo averlo vilipeso e schernito, lo vestì di un manto splendido e lo rimandò da Pilato. 12 In quel giorno, Erode e Pilato divennero amici; prima infatti c’era stata inimicizia tra loro.

13 Pilato, riuniti i capi dei sacerdoti, i magistrati e il popolo, disse loro: 14 «Mi avete condotto quest’uomo come sobillatore del popolo; ed ecco, dopo averlo esaminato in presenza vostra, non ho trovato in lui nessuna delle colpe di cui l’accusate, 15 e neppure Erode, poiché egli l’ha rimandato da noi. Ecco, egli non ha fatto nulla che sia degno di morte. 16 Perciò, dopo averlo castigato, lo libererò».

17 [Ora egli aveva l’obbligo di liberare loro un carcerato in occasione della festa;] 18 ma essi gridarono tutti insieme: «Fa’ morire costui e liberaci Barabba!» 19 Barabba era stato messo in prigione a motivo di una sommossa avvenuta in città e di un omicidio. 20 E Pilato [dunque] parlò loro di nuovo perché desiderava liberare Gesù; 21 ma essi gridavano: «Crocifiggilo, crocifiggilo!» 22 Per la terza volta egli disse loro: «Ma che male ha fatto? Io non ho trovato nulla in lui, che meriti la morte. Perciò, dopo averlo castigato, lo libererò». 23 Ma essi insistevano a gran voce, chiedendo che fosse crocifisso; e le loro grida [e quelle dei capi dei sacerdoti] finirono per avere il sopravvento. 24 Pilato decise che fosse fatto quello che domandavano: 25 liberò colui che era stato messo in prigione per sommossa e omicidio, e che essi avevano richiesto, ma abbandonò Gesù alla loro volontà.

Introduzione

Il capitolo 23 di Luca continua la narrazione che porta il vangelo al culmine, cioè la crocifissione di Gesù.  Questo non è solo una caratteristica del vangelo di Luca ma costituisce anche il messaggio principale dell’intera Bibbia e la base dell’intera fede cristiana. In 1 Corinzi 1:22-23, l’apostolo Paolo dichiara che “i Giudei infatti chiedono miracoli e i Greci cercano sapienza, ma noi predichiamo Cristo crocifisso”. Paolo qui condensa tutta la sua predicazione apostolica in solo due parole: “Cristo crocifisso”. Se comprendiamo questo, comprendiamo tutto. D’altronde, se perdiamo questo, perdiamo tutto. Quindi, l’importanza del messaggio di questo capitolo non può essere esagerata né sopravvalutata.

Allo stesso tempo, non dobbiamo presuppore di conoscere già il vangelo in modo da trascurare i dettagli particolari con cui Luca dà colore a esso. Infatti, il motivo per cui abbiamo quattro vangeli e non uno solo (per non parlare degli altri scritti del Nuovo Testamento) è proprio per farci vedere tutto lo splendore prismatico del messaggio di “Cristo crocifisso”. Il vangelo, come lo ha descritto qualcuno, è talmente semplice che un bambino lo può capire ma anche talmente profondo che un’intera vita non basta per sondarlo pienamente. Come vedremo, il capitolo 23 di Luca prende la frase “Cristo crocifisso” e ce la fa vedere in colori forti e vivaci. Di conseguenza, vediamo Gesù non come un’astrazione o una teoria ma come una persona reale che parla, agisce e si relaziona con noi ancora oggi. Luca ci dà la possibilità di udire le grida della folla, di sentire l’odore del sudore e del sangue e di sperimentare in prima persona gli avvenimenti riferiti. Il nostro studio proseguirà secondo i seguenti titoli: 1) una conciliazione improbabile, 2) una condanna devastante e 3) un amore incomprensibile.

1) Una Conciliazione Improbabile (23:1-25)

Cominciamo con il primo punto: una conciliazione improbabile. Non si può parlare di “Cristo crocifisso” senza fare riferimento a tutti gli altri protagonisti (o forse meglio chiamarli “antagonisti”) coinvolti. Il primo versetto del capitolo dice che “tutta l’assemblea si alzò e lo condussero da Pilato”. Rammentando che la suddivisione del testo in capitoli e versetti non esisteva nei manoscritti originali, guardiamo indietro e ci ricordiamo chi sono questi che portano Gesù davanti a Pilato, il governatore romano sulla città di Gerusalemme e sulla regione circostante della Giudea: “Appena fu giorno, gli anziani del popolo, i capi dei sacerdoti e gli scribi si riunirono e lo condussero nel loro sinedrio” (22:66). Dopo aver dichiarato Gesù “colpevole” di bestemmia, questi trascinano Gesù davanti a Pilato perché sotto la legge romana non hanno il diritto di eseguire la pena capitale.

Ma sanno anche che l’accusa di bestemmia non sarà sufficiente a convincere Pilato che Gesù deve essere giustiziato. Ecco perché nel v.2 lo accusano dicendo “Abbiamo trovato quest’uomo che sovvertiva la nostra nazione, vietava di pagare i tributi a Cesare e diceva di essere lui il Cristo re”. Tutte menzogne. Gesù non sovvertiva la nazione ma era venuto per salvarla. Non vietava di pagare i tributi a Cesare; anzi diceva esplicitamente di “rendere a Cesare ciò che è di Cesare” (Luca 20:25). Inoltre, Gesù non diceva di essere il Cristo, almeno non nel modo e nel senso in cui loro l’accusano. Gesù infatti proibiva le persone di spargere la voce di “lui il Cristo re” proprio perché ne avevano un’idea completamente contraria a quella di Gesù. Quindi, alla loro colpa di condannare Gesù per bestemmia i leader religiosi aggiungono anche questa: rendono falsa testimonianza di Gesù per farlo morire.

Pilato, dalla sua parte, non ne rimane persuaso e risponde: “Non trovo nessuna colpa in quest’uomo” (v.4). Mentre Pilato, da un lato, percepisce subito l’inganno e non vuole farsi manipolare, dall’altro ha paura di istigare un tumulto tra gli ebrei. Crede di aver trovato una via di scampo quando sente dire che Gesù, prima di insegnare “per tutta la Giudea ha cominciato dalla Galilea” (v.5). La Galilea è la giurisdizione di Erode, e Pilato dunque pensa di poter scaricare la responsibilità di giudicare Gesù su di lui. 

Il piano di Pilato sembra funzionare all’inizio, perché capita che Erode si trovi a Gerusalemme per la Pasqua. In più, come dice il v.8, “Erode se ne rallegrò molto, perché da lungo tempo desiderava vederlo, avendo sentito parlare [molto] di lui; e sperava di vedergli fare qualche miracolo”. Erode, come Luca ci dice nel v.12, era fino a questo momento nemico di Pilato, essendo stato il suo rivale politico al nord. Erode (chiamato il “tetrarca”) era figlio di Erode il Grande, mezzo ebreo e pretendente al titolto “re dei Giudei”. Questo è lo stesso Erode che ha fatto decapitare Giovanni il battista, e sapevamo già dal capitolo 9 che voleva tanto vedere Gesù, avendo udito parlarne molto. In particolare, Luca ci dice che Erode “sperava di vedergli fare qualche miracolo”. Non rimaniamo stupiti dunque quando Gesù non gli riponde nulla anche se Erode gli rivolge molte domande. Come qualcuno ha osservato, il silenzio di Gesù (o si può dire anche di Dio) non significa che non esista ma semplicemente che non è il “buffone di corte” a cui possiamo far fare qualsiasi nostro desiderio. Deluso, Erode lo rimanda da Pilato, ma solo “dopo averlo vilipeso e schernito” (v.11).

A questo punto Luca inserisce un commento nel v.12 che all’inizio sembra una digressione: “In quel giorno, Erode e Pilato divennero amici; prima infatti c’era stata inimicizia tra loro.” Se però stiamo leggendo il testo con attenzione, non ci è sfuggito un altro dettaglio interessante nel v.10 “i capi dei sacerdoti e gli scribi stavano là, accusandolo con veemenza” (v.10). Come Erode e Pilato, anche questi erano nemici. Abbiamo già visto come gli scribi, insieme ai farisei, si erano opposti accanitamente a Gesù. Storicamente, però, i farisei e gli scribi erano i rivali religiosi dei sacerdoti (che erano maggiormente sadducei). Eccoli qui però, entrambi i gruppi uniti dallo stesso scopo: di far morire Gesù.

Quando poi nel v.13 Gesù viene riportato davanti a Pilato, leggiamo che sono anche “riuniti i capi dei sacerdoti, i magistrati e il popolo”. La scena successiva in cui Pilato tenta di liberare Gesù offrendolo al posto del pericoloso e veramente colpevole Barabba serve per coinvolgere tutto il popolo nel cercare la morte di Gesù. Fino a questo punto, sono stati i leader politici e religiosi a far girare gli ingranaggi del processo. Ma ora, presentata l’opportunità di liberare Gesù l’innocente, il popolo dimostra la sua complicità nel gridare: “Fa’ morire costui e liberaci Barabba!” (v.18).

Questo ci invita alla riflessione. Coinvolte nell’assassinio di Gesù sono molte persone diverse con motivazioni varie. Gli scribi vogliono uccidere Gesù per invidia. I sacerdoti vogliono uccidere Gesù per aver minacciato la loro ricchezza e influenza sul popolo. Erode è incuriosito da Gesù ma alla fine lo considera un concorrente al titolo “re dei Giudei”. Pilato non vuole giustiziare un uomo innocente ma si preoccupa più della precarietà della sua posizione come governatore e di ciò che gli succederebbe se lasciasse scoppiare una rivolta. Il popolo rappresenta indubbiamente un miscuglio di idee: quelli che si aspettano un messia militare, quelli che per paura non vogliono contrastare l’opinione prevalente, quelli che per pura ingenuità si lasciano ingannare. Ma a prescindere da tutte queste differenze, antipatie e inimicizie, tutti quanti sono accomunati dall’unico desiderio di far morire Gesù.

Questa è la conciliazione improbabile di cui parlavo prima, “conciliazione” nel senso che qui nemici diventano amici e avversari diventano collaboratori, e “improbabile” nel senso che niente meno della morte di Gesù poteva realizzarla. Pur avendo un lato decisamente negativo, questo elemento nella storia illustra un fatto significativo del vangelo di Cristo crocifisso. Oggi come oggi si parla molto di compassione, di tolleranza, di fratellanza, di amore per il prossimo, ma tutti questi sentimenti, benché nobili, non sono capaci di realizzare perfettamente e definitivamente il sogno della pace tra individui, popoli e nazioni. Come illustrato qui, solo il sangue di Cristo sparso sulla croce compie la vera riconciliazione nel mondo. Come spiega Paolo in Efesini 2:13-16

13 Ma ora, in Cristo Gesù, voi che allora eravate lontani siete stati avvicinati mediante il sangue di Cristo. 14 Lui, infatti, è la nostra pace; lui, che dei due popoli ne ha fatto uno solo e ha abbattuto il muro di separazione, abolendo nel suo corpo terreno la causa dell’inimicizia, 15 la legge fatta di comandamenti in forma di precetti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo facendo la pace; 16 e per riconciliarli tutti e due con Dio in un corpo unico mediante la croce, sulla quale fece morire l’inimicizia.

Tuttavia, la riconciliazione di cui parla Paolo non è quella realizzata in Luca 23. La “conciliazione improbabile” dei vari gruppi e personaggi contro Gesù costituisce in realtà il secondo punto di questo capitolo, che sto chiamando “una condanna devastante”. È vero che qui la crocifissione di Gesù riunisce le persone precedentemente separate, ma la conseguenza è la loro condanna per ciò che fanno. Proseguiamo nella lettura del capitolo.

2) Una Condanna Devastante (23:26-31)

26 Mentre lo portavano via, presero un certo Simone, di Cirene, che veniva dalla campagna, e gli misero addosso la croce perché la portasse dietro a Gesù. 27 Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che facevano cordoglio e lamento per lui. 28 Ma Gesù, voltatosi verso di loro, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete per me, ma piangete per voi stesse e per i vostri figli. 29 Perché, ecco, i giorni vengono nei quali si dirà: “Beate le sterili, i grembi che non hanno partorito e le mammelle che non hanno allattato”. 30 Allora cominceranno a dire ai monti: “Cadeteci addosso!” e ai colli: “Copriteci!”. 31 Perché se fanno questo al legno verde, che cosa sarà fatto al secco?»

Mentre Gesù cammina verso il luogo della crocifissione, incontra delle donne che fanno “cordoglio e lamento per lui” (v.27). La risposta di Gesù è inaspettata e sconvolgente: “Figlie di Gerusalemme, non piangete per me, ma piangete per voi stesse e per i vostri figli” (v.28). La breve profezia che segue richiama il discorso di Gesù riportato nel capitolo 21 sul giudizio che dopo breve tempo avrebbe colpito Gerusalemme e la sua popolazione, un giudizio così terribile che la gente avrebbe preferito piuttosto rimanere schiacciata dai monti. “Perché se fanno questo al legno verde, che cosa sarà fatto al secco?” In altre parole, se Gesù il giusto (qui rappresentato dal “legno verde”) viene trattato in questo modo, cosa succederà al “legno secco”, cioè a quelli che sono i veri colpevoli in questa scena, quando divampa il fuoco del giudizio? Questa è la condanna devastante che risulta dal rifiutare Gesù. Chi rifiuta Gesù condanna se stesso, e la condanna, come esemplificato nella distruzione di Gerusalemme nell’anno 70 d.C., è devastante.

Anche questo ci invita alla riflessione personale. Sarebbe troppo facile per noi leggere questa storia “a distanza”, credendo di non essere anche noi coinvolti in questa vicenda: “Ma sono cose avvenute 2000 anni fa; non riguardano noi oggi!” Oppure, sarebbe troppo facile per noi esimerci dalla colpa e dalla condanna degli accusatori di Gesù: “Certamente io non farei mai una cosa del genere!” Però, se ascoltiamo bene il messaggio di questo capitolo, non possiamo né mantenerci a distanza da questa vicenda né esentarci dalla stessa colpa di coloro che hanno gridato per la crocifissione di Gesù. La realtà è questa: incontrare Gesù significa sempre essere costretti a fare una scelta di vita e di morte. Non importa che viviamo 2000 anni dopo questi fatti. Prima o poi Gesù ci porta tutti a un momento di verità in cui dobbiamo decidere se vogliamo accettarlo (il che richiede che siamo crocifissi e moriamo con Gesù) o rifiutarlo (che costituisce in sostanza lo stesso crimine commesso dai suoi assassini). Gesù dichiara questo esplicitamente in Luca 9:23-24:

23 Diceva poi a tutti: «Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua. 24 Perché chi vorrà salvare la sua vita la perderà, ma chi avrà perduto la propria vita per causa mia la salverà.

Questa regola vale in tutti i tempi e in tutti i luoghi nei confronti di tutte le persone: quando si incontra Gesù, qualcuno deve morire. O ci lasciamo morire noi (per poter essere salvati) o con il nostro rifiuto pretendiamo ancora una volta la morte di Gesù. Ma siccome Gesù è già morto una volta per sempre e non può morire più, il nostro rifiuto di lui è una forma di suicidio eterno, ovvero una condanna devastante.

Eppure, nonostante le false accuse, gli insulti, le ingiustizie e l’odio nei suoi confronti, Gesù dimostra un amore incomprensibile nei confronti dei suoi nemici, un amore che si può descrivere solo come l’amore di Dio. Questo amore è il terzo punto che vogliamo considerare insieme. Proseguiamo nella lettura del capitolo.

3) Un Amore Incomprensibile (23:32-43)

32 Ora altri due, malfattori, erano condotti per essere messi a morte insieme a lui. 33 Quando furono giunti al luogo detto «il Teschio», vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. 34 {Gesù diceva: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno».} Poi divisero le sue vesti, tirandole a sorte. 35 Il popolo stava a guardare. E anche i magistrati [insieme a loro] si beffavano di lui, dicendo: «Ha salvato altri, salvi se stesso, se è il Cristo, l’Eletto di Dio!» 36 Pure i soldati lo schernirono, accostandosi, presentandogli dell’aceto e dicendo: 37 «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso!» 38 Vi era anche questa iscrizione sopra il suo capo [in caratteri greci, latini ed ebraici]: «Questo è il re dei Giudei».

39 Uno dei malfattori appesi lo insultava, dicendo: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!» 40 Ma l’altro lo rimproverava, dicendo: «Non hai nemmeno timor di Dio, tu che ti trovi nel medesimo supplizio? 41 Per noi è giusto, perché riceviamo la pena che ci meritiamo per le nostre azioni, ma questi non ha fatto nulla di male». 42 E diceva: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno!» 43 Ed egli gli disse: «Io ti dico in verità, oggi tu sarai con me in paradiso».

Proprio nel momento in cui viene inchiodato sulla croce, Gesù prega Dio dicendo: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno” (v.34). Che amore è questo che dopo essere stato tradito, abbandonato, schernito, e messo a morte, perdona chi n’è colpevole! È davvero incomprensibile. Ma questo è il motivo per cui Gesù, lungi dall’essere una vittima, era disposto a sacrificare la sua vita. Come Figlio di Dio, Gesù era colui che aveva il diritto di giudicare il mondo. Tuttavia, si è fatto giudicare al nostro posto; “il Giudice giudicato al nostro posto”, come disse il teologo Karl Barth. Per il suo grande amore per noi, e non volendo perderci alla rovina a cui ci eravamo noi destinati, Gesù ci ha sostituito sotto la giusta condanna dei nostri misfatti. Eravamo noi come Barabba, colpevoli e senza speranza, ma è intervenuto Gesù, offrendo la sua vita al posto della nostra. Gesù, il giusto, si è fatto trattare come noi, affinché noi, i colpevoli, potessimo essere trattati come lui, diventando giusti, santi e irreprensibili davanti a Dio.

Con il malfattore sulla croce, Luca ci fornisce un bellissimo esempio di questo. Quando “uno dei malfattori appesi lo insultava”, aggiungendo la sua voce a tutte le altre che accusavano e deridevano Gesù, l’altro si rivolge a Gesù con una semplicissima supplica: “Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno” (v.42). Nascosta in questa breve preghiera è una grande fede. Quando tutti gli altri guardavano Gesù e vedevano uno scandalo, questo vedeva la grazia di Dio. Quando gli altri vedevano follia, questo vedeva la saggezza di Dio. Quando gli altri vedevano una minaccia alla loro vita, questo vedeva la salvezza della sua vita. Gesù dunque gli risponde con queste belle parole: Io ti dico in verità, oggi tu sarai con me in paradiso” (v.43).

Non dovremmo però supporre che questo malfattore fosse l’eccezione alla regola, diverso dai sacerdoti, dagli scribi, da Pilato, da Erode, e dalla folla, l’unico a non aver contribuito alla morte di Gesù e quindi esente dalla condanna. No, è proprio perché lui riconosceva non solo chi era Gesù, ma anche ammetteva di essere appunto un malfattore che moriva come era degno. Come dice nel v.41: “Per noi è giusto, perché riceviamo la pena che ci meritiamo per le nostre azioni, ma questi non ha fatto nulla di male”.

Ecco la potenza di Dio alla salvezza rivelata in Cristo crocifisso: il potere di trasformare il cuore affinché il malfattore si ravveda e fissi i suoi occhi su Gesù come Salvatore e Signore. Questo malfattore è un esempio lampante della grazia proprio perché ci fa capire che non c’è nulla, proprio nulla, che possiamo né dobbiamo fare per essere amati, perdonati e salvati da Gesù. Nei suoi ultimi momenti di vita, questo malfattore non aveva tempo per compiere opere buone o per dimostrare la sua sincerità o per cambiare la sua vita in bene. Aveva tempo solo per guardare Gesù e porre fiducia in lui, chiedendogli semplicemente: “ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno”.

Questo è l’amore incomprensibile di Dio in Cristo, che ci ama in modo incondizionato, che si sacrifica per noi senza aspettare che noi ne diventiamo degni. Questo è l’amore che Paolo elogia in Romani 5:6-8:

Infatti, mentre noi eravamo ancora senza forza, Cristo, a suo tempo, è morto per gli empi. Difficilmente uno morirebbe per un giusto, ma forse per una persona buona qualcuno avrebbe il coraggio di morire; Dio invece mostra il proprio amore per noi in questo: che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.

Quando la realtà di questo amore incomprensibile comincia a penetrare nel profondo del nostro cuore, ci riempie di una speranza incrollabile che ci permette di affrontare e sopportare con perseveranza e coraggio qualsiasi difficoltà. In Romani 8:31-39, Paolo descrive questa speranza incrollabile, e con questo concludiamo (anche perché non c’è modo per dirlo meglio di così):

31 Che diremo dunque riguardo a queste cose? Se Dio è per noi chi sarà contro di noi? 32 Colui che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per noi tutti, non ci donerà forse anche tutte le cose con lui? 33 Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio è colui che li giustifica. 34 Chi li condannerà? Cristo Gesù è colui che è morto e, ancor più, è risuscitato, è alla destra di Dio e anche intercede per noi. 35 Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Sarà forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?… 37 Ma, in tutte queste cose, noi siamo più che vincitori, in virtù di colui che ci ha amati. 38 Infatti sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, 39 né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potranno separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore.

Amen!

Luca 13: Avvicinandosi a Gerusalemme

Il capitolo 13 del vangelo di Luca può apparire come una “collana di perle”, brevi gemme di insegnamenti di Gesù poste l’una dopo l’altra in modo casuale senza un filo conduttore. Quest’impressione non è però corretta, poiché tutto il capitolo s’impernia su quello riportato nel v.22: “Egli attraversava città e villaggi, insegnando e avvicinandosi a Gerusalemme.” Se ci fosse qualche dubbio circa il significato di questa frase, le parole di Gesù nel v.33 lo toglierebbe: “Ma bisogna che io cammini oggi, domani e dopodomani, perché non può essere che un profeta muoia fuori di Gerusalemme.” Nel 9:51 abbiamo visto che “Poi, mentre si avvicinava il tempo in cui sarebbe stato tolto dal mondo, Gesù si mise risolutamente in cammino per andare a Gerusalemme.” Tutto ciò che segue, finché Gesù non arriva alla croce, lo porta verso questo atroce destino. Lungi dall’essere una vittima d’ingiustizia, Gesù è deciso su quello che deve fare, lo scopo per cui è venuto: sacrificarsi per “togliere il peccato del mondo”, e nulla gli impedirà di compiere la sua missione.

Quando dunque leggiamo nel v.22 che Gesù insegnava mentre si avvicinava a Gerusalemme, scopriamo il filo conduttore dell’intero capitolo: è l’insegnamento di Gesù che si avvicina all’ora della sua morte. Deve camminare “oggi, domani e dopodomani” ma poi, arrivato a Gerusalemme, si fermerà, poiché lì sarà tradito, arrestato e poi crocifisso. In quest’ottica, i vari insegnamenti di Gesù in questo capitolo esprimono tutti quanti un forte senso di urgenza. Quando si sa di avvicinarsi alla morte, tutto diventa chiaro e serio. Tutto si mette a fuoco. Si discernono subito le cose che contano e quelle sono solo distrazioni. Non si ha tempo per svaghi inutili, perché ogni minuto è prezioso e deve essere sfruttato al massimo. Non si parla più a mezze parole, rischiando di non farsi capire o rimandando conversazioni importanti. Si va subito al necessario, all’indisensabile, lasciando perdere l’interessante o il divertente che però in fin dei conti è di nessun valore. Gesù, insomma, parla sia ai suoi discepoli sia a coloro che incontra lungo la strada in termini succinti e schietti, chiamandoli a prestare urgente attenzione alle cose che contano per l’eternità. Sa che presto morirà, e quindi le sue parole sono come un laser che penetra subito nel cuore e che pretende una reazione immediata. O, pure usare l’immagine di Ebrei 4:12:

Infatti la parola di Dio è vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a doppio taglio, e penetrante fino a dividere l’anima dallo spirito, le giunture dalle midolla; essa giudica i sentimenti e i pensieri del cuore.

Alla fine, vedremo che tutti i vari insegnamenti di Gesù riferiti in questo capitolo portano alla sua dichiarazione nei vv.34-35:

34 Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! 35 Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata [deserta]. Io vi dico che non mi vedrete più, fino al giorno in cui direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”».

1) Perirete Tutti Allo Stesso Modo (13:1-9, 18-21)

In quello stesso tempo vennero alcuni a riferirgli il fatto dei Galilei il cui sangue Pilato aveva mescolato con i loro sacrifici. Egli rispose loro: «Pensate che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, perché hanno sofferto quelle cose? No, vi dico; ma se non vi ravvedete, perirete tutti allo stesso modo. O quei diciotto sui quali cadde la torre in Siloe e li uccise, pensate che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico; ma se non vi ravvedete, perirete tutti allo stesso modo».

Disse anche questa parabola: «Un tale aveva un fico piantato nella sua vigna; andò a cercarvi del frutto e non ne trovò. Disse dunque al vignaiuolo: “Ecco, sono ormai tre anni che vengo a cercar frutto da questo fico e non ne trovo. Taglialo! Perché sta lì a sfruttare il terreno?” Ma l’altro gli rispose: “Signore, lascialo ancora quest’anno; gli zapperò intorno e gli metterò del concime. Forse darà frutto in avvenire; se no, lo taglierai”»…

18 Diceva ancora: «A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo paragonerò? 19 È simile a un granello di senape che un uomo ha preso e gettato nel suo orto; ed è cresciuto ed è divenuto un [grande] albero, e gli uccelli del cielo si sono riparati sui suoi rami». 20 E di nuovo disse: «A che cosa paragonerò il regno di Dio? 21 Esso è simile al lievito che una donna ha preso e nascosto in tre misure di farina, finché fu tutta lievitata».

In questi insegnamenti, Gesù pone l’accento sull’urgenza di ravvedimento senza il quale “perirete tutti allo stesso modo”. Così Gesù affronta la tragedia riferitagli “dei Galilei il cui sangue Pilato aveva mescolato con i loro sacrifici”, e anche di “quei diciotto sui quali cadde la torre in Siloe e li uccise”. La prospettiva che Gesù che dà è utile per interpretare eventi simili, se parliamo di guerre, di malattie, di catastrofi naturali, o di qualsiasi altro male che si può subire in questo mondo. Spesso ci si chiede: “ma perché questo?”, cercandone una ragione o forse qualcuno a cui dare colpa. Ma come dovremo ben sapere a questo punto nel vangelo, Gesù non risponde mai alle nostre domande come ci aspettiamo o vogliamo.

In questo caso Gesù ribalta la domanda verso chi gliela pone, verso di noi: “pensate che questi fossero più peccatori degli altri?” Non ci spiega il perché. Rifiuta di incolpare qualcuno in particolare. Gesù invece risponde con questo avvertimento: “se non vi ravvedete, perirete tutti allo stesso modo”. Gesù non ha tempo da perdere in discorsi filosofoci sul problema del male; non gli interessa soddisfare le nostre curiosità. Va subito al cuore della questione: la cosa più importante non è mai di capire perché succede questo o quest’altro male, ma di chiederci se noi siamo a posto davanti al nostro Signore e Giudice al quale ognuno di noi dovrà rendere conto. Tornando a Ebrei 4:

E non v’è nessuna creatura che possa nascondersi davanti a lui; ma tutte le cose sono nude e scoperte davanti agli occhi di colui al quale dobbiamo rendere conto. (v.13)

Seguono poi delle parabole che, ciascuna nel modo suo, sottolineano l’urgenza di ravvedersi ora senza rimandare o procrastinare. È vero che un fico piantato, un granello di senape seminato, e il lievito mescolato nell’impasto prendono del tempo a maturare, ma (e questo è il punto di Gesù) non si deve mai presumere di avere sempre più tempo a disposizione prima che arrivi il padrone a richiederne i frutti. È vero che, come afferma 2 Pietro 3:9, Dio “è paziente verso di voi, non volendo che qualcuno perisca, ma che tutti giungano al ravvedimento”. Ma è altrettanto vero che, come Paolo avverte in Romani 2:3-5, che la pazienza di Dio che ci concede l’opportunità per ravvederci non durerà per sempre:

Pensi tu, o uomo, che giudichi quelli che fanno tali cose e le fai tu stesso, di scampare al giudizio di Dio? Oppure disprezzi le ricchezze della sua bontà, della sua pazienza e della sua costanza, non riconoscendo che la bontà di Dio ti spinge al ravvedimento? Tu, invece, con la tua ostinazione e con l’impenitenza del tuo cuore, ti accumuli un tesoro d’ira per il giorno dell’ira e della rivelazione del giusto giudizio di Dio.

Quindi, Gesù, avvicinandosi alla sua morte, non ha tempo da perdere nel chiamare la gente al ravvedimento. Questo messaggio è altrettanto urgente oggi, perché a nessuno è garantito un altro giorno di vita. In realtà, a nessuno è garantito un altro minuto di vita.

2) Allontanatevi da Me Voi Malfattori (13:10-17, 22-30)

10 Gesù stava insegnando di sabato in una delle sinagoghe. 11 Ecco una donna, che da diciotto anni aveva uno spirito che la rendeva inferma, ed era tutta curva e assolutamente incapace di raddrizzarsi. 12 Gesù, vedutala, la chiamò a sé e le disse: «Donna, tu sei liberata dalla tua infermità». 13 Pose le mani su di lei e, nello stesso momento, ella fu raddrizzata e glorificava Dio. 14 Or il capo della sinagoga, indignato che Gesù avesse fatto una guarigione di sabato, disse alla folla: «Ci sono sei giorni nei quali si deve lavorare; venite dunque in quelli a farvi guarire, e non in giorno di sabato». 15 Ma il Signore gli rispose: «Ipocriti! Ciascuno di voi non scioglie, di sabato, il suo bue o il suo asino dalla mangiatoia per condurlo a bere? 16 E questa, che è figlia di Abraamo, e che Satana aveva tenuto legata per ben diciotto anni, non doveva essere sciolta da questo legame in giorno di sabato?» 17 Mentre diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, e la moltitudine si rallegrava di tutte le opere gloriose da lui compiute.

22 Egli attraversava città e villaggi, insegnando e avvicinandosi a Gerusalemme. 23 Un tale gli disse: «Signore, sono pochi i salvati?» Ed egli disse loro: 24 «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché io vi dico che molti cercheranno di entrare e non potranno. 25 Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, stando di fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, [Signore,] aprici”. Ed egli vi risponderà: “Io non so da dove venite”. 26 Allora comincerete a dire: “Noi abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza, e tu hai insegnato nelle nostre piazze!” 27 Ed egli dirà: “Io vi dico che non so da dove venite. Allontanatevi da me, voi tutti, malfattori”. 28 Là ci sarà pianto e stridor di denti, quando vedrete Abraamo, Isacco, Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, e voi ne sarete buttati fuori. 29 E ne verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno, e staranno a tavola nel regno di Dio. 30 Ecco, vi sono degli ultimi che saranno primi e dei primi che saranno ultimi».

Negli insegnamenti successivi, Gesù incontra un gruppo di persone un po’ diverse. Se il primo gruppo consiste di quelli che devono svegliarsi all’urgenza di ravvedersi, questo secondo gruppo consiste di quelli che credono di essere a posto con Dio ma in realtà non lo sono. Rappresentanti di questi sono i religiosi nella sinagoga che s’indignano quando Gesù guarisce una donna inferma nel giorno di sabato. Gesù non spreca tempo prima di smascherare l’ipocrisia di questi che si reputano portavoce di Dio e guardiani della giustizia: “Ipocriti! Ciascuno di voi non scioglie, di sabato, il suo bue o il suo asino dalla mangiatoia per condurlo a bere?” Senza entrare nelle complessità legali dei dibattiti ebraici, basta capire che Gesù lancia ai suoi critici la stessa condanna di Matteo 23:23-24:

23 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché pagate la decima della menta, dell’aneto e del comino e trascurate le cose più importanti della legge: il giudizio, la misericordia e la fede. Queste sono le cose che bisognava fare, senza tralasciare le altre. 24 Guide cieche, che filtrate il moscerino e inghiottite il cammello!

Nel loro “filtrare il moscerino e inghiottire il cammello”, i critici religiosi di Gesù dimostrano di essere in realtà privi della giustizia che professano di avere. Pagano la decima della menta, dell’aneto e del comino ma trascurano le cose più importanti: il giudizio, la misericordia e la fede. Sono ingannatori e auto-ingannati: si ritengono vicini a Dio ma ne sono lontanissimi.

Così Gesù avverte tutti che incontra lungo il suo percorso verso Gerusalemme che si saranno molti che nel giorno di giudizio si crederanno capaci di superarlo ma rimarrano sconvolti dalla sentenza divina: “Io vi dico che non so da dove venite. Allontanatevi da me, voi tutti, malfattori”. Non posso immaginare parole più terribili di queste che prenderanno alla sprovvista una gran parte di persone che ai propri occhi erano a posto con Dio. Questi sono i primi che nell’ultimo giorno diventeranno gli ultimi, gettati laddove “ci sarà pianto e stridor di denti”. Ecco l’urgenza di “sforzarsi per entrare per la porta stretta”.

Gesù qui non intende destabilizzare l’autentica fede di quelli che credono veramente in lui, ma piuttosto quella presunzione di coloro che si auto-giustificano in base alle proprie opere. Non deve avere paura chi dice insieme all’apostolo Paolo in Filippesi 3:8-9:

Anzi, a dire il vero, ritengo che ogni cosa sia un danno di fronte all’eccellenza della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho rinunciato a tutto; io considero queste cose come tanta spazzatura al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui non con una giustizia mia, derivante dalla legge, ma con quella che si ha mediante la fede in Cristo: la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede.

Quest’attitudine è l’opposta della presunzione di essere a posto con Dio grazie alla propria giustizia e che si scandalizza sempre di fronte alla grazia di Dio. Ma dato che molti si ingannano proprio in questo modo, Gesù di nuovo rifiuta di parlargli in termini leggeri e comodi. L’ora della sua morte si avvicina, e dunque diventa sempre più urgente la necessità di chiamare al ravvedimento non solo i “peccatori” ma anche i “giusti”.

3) Bisogna che Io Cammini Oggi (13:31-35)

31 In quello stesso momento vennero alcuni farisei a dirgli: «Parti e vattene di qui, perché Erode vuol farti morire». 32 Ed egli disse loro: «Andate a dire a quella volpe: “Ecco, io scaccio i demòni, compio guarigioni oggi e domani, e il terzo giorno avrò terminato”. 33 Ma bisogna che io cammini oggi, domani e dopodomani, perché non può essere che un profeta muoia fuori di Gerusalemme.

34 Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! 35 Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata [deserta]. Io vi dico che non mi vedrete più, fino al giorno in cui direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”».

Alla fine del capitolo, Gesù esplicita il filo conduttore in tutti questi suoi insegnamenti. Venuto a sapere anche Erode vuole farlo morire, Gesù rimane imperturbato e risponde: “Andate a dire a quella volpe: ‘Ecco, io scaccio i demoni, compio guarigioni oggi e domani, e il terzo giorno avrò terminato'”. Sebbene un po’ enigmatico, il significato di questa frase è palese: Gesù tra poco compierà la sua missione, predicando il regno di Dio, dimostrandolo con i suoi segni miracolosi, e sconfiggendo il male tramite la sua morte e la sua risurrezione. Nessuno, compreso il presuntuoso Erode, sarà in grado di impedirglielo. Se si riesce a uccidere Gesù, non si farà altro che cooperare al compimento del suo obbiettivo!

Ma è a questo punto che Gesù, pur promettendo la sua vittoria inevitabile, piange il rifiuto di coloro che, come Erode, lo portano alla croce. Qui Gesù usa un’immagine commovente: “quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto”. L’immagine è della gallina che cova i suoi pulcini e li protegge esponendo se stessa ai pericoli. Per esempio, in caso d’incendio, la chioccia copre i pulcini con il proprio corpo, lasciandosi uccidere dalle fiamme, ma conservando in vita i suoi piccoli.

In questa similitudine, Gesù è la chioccia che si frappone tra le “fiamme” del giudizio divino e coloro a esso destinati. In questo capitolo, Gesù ha ribadito più volte e con urgenza la terribile minaccia del giudizio di Dio che, ricordiamoci, è conforme al suo amore in quanto necessario per ristabilire la giustizia in un mondo ingiusto. Alla luce di ciò, Gesù insiste sul bisogno che tutti hanno del ravvedimento, sia i “peccatori” che i “giusti”. Ma qui Gesù aggiunge due principi di vitale importanza: 1) è Gesù stesso che si sacrifica per salvarci da questo giudizio (lo scopo della sua morte imminente) e 2) ravvedersi non vuol dire altro che trovare rifiugio sotto le “ali” amorevoli e potenti di Gesù.

Consideriamo dunque la bontà di Dio nella sua severità! Quanto è grande il suo amore per cui prende il nostro posto sotto il giudizio divino, caricandosi dei nostri peccati e subendo nella sua persona la pena delle nostre colpe! Quanto è grande anche la sua potenza per cui, tramite il suo unico sacrificio sulla croce, ha compiuto una volta per sempre la nostra salvezza senza che bisogni aggiungere alla sua opera alcuna cosa! Quanto è grande la sua misericordia per cui invita tutti, persino coloro che lo hanno inchiodato sulla croce, a rifiugarsi sotto le sue ali, e piange ogni rifiuto di farlo. In verità, è la bontà di Dio — non la minaccia o la paura — che ci spinge al ravvedimento. Quando comprendiamo l’amore, la potenza e la misericordia di Dio rivelati in Gesù, che cosa potrebbe impedirci o farci esitare dal correre subito da lui, rinunciando a ogni ingiustizia o anche giustizia nostra, e rifiugiandosi sotto le sue ali? Che cosa potrebbe tenerci ancora lontani da lui?

Il messaggio del vangelo è tremendo sì, ma la sua bellezza e la sua bontà non hanno paragone. Non aspettiamo ancora un secondo; corriamo subito da Gesù e troveremo in lui tutto quello che potremmo mai desiderare, e molto più ancora. Amen.

La Storia della Chiesa in un Anno: Il Patto di Losanna (50/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: Il Patto di Losanna (50/52)

In qualità di membri della Chiesa di Cristo provenienti da più di 150 nazioni, partecipanti al Congresso Internazionale sull’Evangelizzazione del mondo che si è svolto qui a Losanna, lodiamo Dio per la sua grande salvezza e ci rallegriamo della comunione che egli ci ha donato con sé e gli uni con gli altri…. Noi sosteniamo che il Vangelo è la Buona Notizia per l’intero mondo e siamo determinati, in ragione della sua grazia, a ubbidire al mandato di Cristo che ci ordina di proclamarlo a tutta l’umanità, facendo discepoli in ogni nazione. (Il Patto di Losanna, Introduzione)

A differenza del Concilio Vatican II che ambì all’ecumenismo ma venne meno a causa delle sue peculiarità romane (a.es. la confusione di Maria con Cristo in qualità di unico mediatore), il primo Congresso Internazionale sull’Evangelizzazione del Mondo, tenuto a Losanna presso il Palais de Beaulieu, rivendicò che il potere e la possibilità di riconciliare tutte le nazioni, lingue e tribù della terra sotto un solo capo non derivano da edifici terrestri e figure umane (come la chiesa romana e il papa), ma dal vangelo di Gesù Cristo che di tutti i popoli, sia ebrei sia gentili:

…ne ha fatto uno solo e ha abbattuto il muro di separazione, abolendo nel suo corpo terreno la causa dell’inimicizia, e per riconciliarli tutti e due con Dio in un corpo unico mediante la croce, sulla quale fece morire l’inimicizia. (Efesini 2:14, 16)

Il congresso, organizzato e gestito da leader evangelici come l’evangelista Billy Graham e il teologo inglese John Stott, radunò circa 2700 rappresentanti di varie confessioni cristiane e provenienti da più di 150 nazioni, uniti dalla sola fede in Cristo Gesù quale unico Salvatore e Signore del mondo. Il Patto di Losanna, redatto durante i giorni del congresso (dal 16 al 25 luglio 1974), dichiara senza equivoci che “Non c’è infatti altro nome [all’infuori di Gesù] per mezzo del quale veniamo salvati” (3).

Il Patto sostiene, inoltre, che è proprio l’unicità di Cristo che conferisce al vangelo la sua portata universale. Poiché “l’uomo non è giustificato per le opere della legge, ma soltanto per mezzo della fede in Cristo Gesù” (Galati 2:16), non bisogna aggiungere nulla in più come criterio di unità (come sottomissione alla gerarchia romana). “Non c’è qui né Giudeo né Greco; non c’è né schiavo né libero; non c’è né maschio né femmina; perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù” (Galati 3:28).

Così, il Patto di Losanna, un documento veramente ecumenico in quanto incentrato esclusivamente su Gesù Cristo, conclude con questo invito, a cui vogliamo anche noi partecipare:

Per concludere, alla luce di ciò che crediamo e che abbiamo cercato di presentare e alla luce del nostro impegno, stipuliamo un solenne Patto con Dio e tra di noi per pregare, pianificare e agire insieme per l’evangelizzazione dell’intero pianeta. Invitiamo tutti a unirsi a noi. Possa Dio aiutarci con la sua grazia e per la sua gloria a essere fedeli a questo impegno! Amen. Alleluia.

La Storia della Chiesa in un Anno: Karl Barth e l’Unica Parola di Dio (47/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: Karl Barth e l’Unica Parola di Dio (47/52)

Gesù Cristo è lui stesso questa elezione gratuita di Dio e di conseguenza, la Parola e la decisione divine, l’origine e l’inizio inglobanti in maniera assolutamente esaustiva tutte le altre parole, decisioni, inizi particolari (Karl Barth, La Dottrina dell’Elezione Divina, 305-306).

Nato a Basilea nel 1886, il teologo svizzero Karl Barth rivoluzionò il mondo del XX secolo. Dopo essersi imbevuto della teologia del protestantesimo liberale, Barth venne a rifiutarla quando, come pastore a Safenwil in Svizzera, scoprì che essa non era in grado di rispondere alle problematiche delle persone nella sua chiesa. Avevano bisogno di udire la parola del Dio vero e vivente, non la voce proveniente dai propri cuori.

Quest’epifania portò Barth a mettere l’accento sull’assoluta obiettività della parola di Dio che fa irruzione nella storia e stravolge ogni pensiero, ogni progetto e ogni sistema umano. In particolare, Barth insistette (come avrebbe poi scritto nella Dichiarazione di Barmen) che “Gesù Cristo, cosi come ci viene attestato nella Sacra Scrittura, è l’unica parola di Dio. Ad essa dobbiamo prestare ascolto; in essa dobbiamo confidare e ad essa dobbiamo obbedire in vita ed in morte.”

Durante la sua lunga carriera come professore di teologia presso le università di Münster (1925-1930), Bonn (1930-1935), e Basilea (1935-1962), e poi fino alla sua morte nel 1968, Barth lavorò instancabilmente per applicare questa convinzione a ogni aspetto del pensiero e della vita cristiani. Frutto di circa trent’anni di fatica fu la monumentale ma incompiuta Dogmatica Ecclesiale, un’opera di oltre otto mille pagine suddivise in tredici volumi. Qui Barth espose una visione della fede cristiana incessantemente concentrata sulla persona e sull’opera di Gesù Cristo. Tra i suoi contributi inestimabili si ricordano in particolare i seguenti:

La dottrina della predestinazione (l’elezione): Barth ridimensionò la dottrina, da sempre intensamente dibattuta, della predestinazione in chiave cristologica: Gesù Cristo è sia il Dio che elegge sia l’uomo eletto. Siamo eletti solo perché siamo tali in Cristo che è l’unico vero Eletto di Dio, come siamo figli di Dio solo perché siamo adottati in Gesù l’unico vero Figlio di Dio (Efesini 1:4-5). Così, la dottrina della predestinazione non diventa il “Sì” di Dio ad alcuni e il suo “No” agli altri, ma solo il suo “Sì” a tutti (2 Corinzi 1:18-20). L’elezione è in realtà una persona: Gesù Cristo.

La dottrina della rivelazione: Basandosi sulla verità che Gesù è l’unica via, verità e vita (Giovanni 14:6), Barth negò la possibilità di conoscere Dio se non solo come si rivela in Cristo. L’essere umano non può conoscere Dio tramite le sue capacità ma solo in quanto Dio si fa conoscere per mezzo di Gesù (Giovanni 1:18).

La dottrina delle sacre Scritture: L’enfasi di Barth su Cristo quale unica Parola di Dio influì sulla dottrina delle sacre Scritture. Se Cristo è l’unica vera Parola di Dio, le Scritture lo sono solo in senso secondario, in quante esse rendono testimonianza di lui (Giovanni 5:39). Lungi però dal diminuire l’importanza della Bibbia, Barth l’aumentò, considerandola così non un libro qualsiasi la cui efficacia dipende dalla sua interpretazione, ma come lo strumento per mezzo del quale Gesù Cristo ci incontra e ci parla personalmente.