1 Tessalonicesi: L’Azione della Parola di Dio

1) La Parola Con Potenza (1:1-10)

1:1 Paolo, Silvano e Timoteo alla chiesa dei Tessalonicesi che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: grazia a voi e pace [da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo]. 2 Noi ringraziamo sempre Dio per voi tutti, nominandovi nelle nostre preghiere, ricordandoci continuamente, davanti al nostro Dio e Padre, dell’opera della vostra fede, delle fatiche del vostro amore e della costanza della vostra speranza nel nostro Signore Gesù Cristo. Conosciamo, fratelli amati da Dio, la vostra elezione. Infatti il nostro vangelo non vi è stato annunciato soltanto con parole, ma anche con potenza, con lo Spirito Santo e con piena convinzione; infatti sapete come ci siamo comportati fra voi, per il vostro bene. Voi siete divenuti imitatori nostri e del Signore, avendo ricevuto la parola in mezzo a molte sofferenze, con la gioia che dà lo Spirito Santo, tanto da diventare un esempio per tutti i credenti della Macedonia e dell’Acaia. Infatti da voi la parola del Signore ha echeggiato non soltanto nella Macedonia e nell’Acaia, ma anzi la fama della fede che avete in Dio si è sparsa in ogni luogo, di modo che non abbiamo bisogno di parlarne; perché essi stessi raccontano quale sia stata la nostra venuta fra voi, e come vi siete convertiti dagli idoli a Dio per servire il Dio vivente e vero, 10 e per aspettare dai cieli il Figlio suo che egli ha risuscitato dai morti, cioè Gesù, che ci libera dall’ira imminente.

Fondamentale alla nostra fede è la Bibbia, l’unica testimonianza autorevole alla rivelazione di Dio all’umanità. La Bibbia, come sappiamo, è un libro, la parola di Dio scritta in parole umane. Questo fatto merita un po’ di riflessione. Perché questa testimonianza prende la forma di un libro? Perché Dio ha fatto sì che la sua parola fosse trasmessa a noi in questa modalità? O più basilare ancora: perché Dio si è rivelato a noi tramite la parola e non, per esempio, tramite una visione? La prima lettera di Paolo ai Tessalonicesi ci dà un’ottima opportunità per riflettere su questo tema, cioè, la centralità della parola alla nostra fede. I cristiani sono prima di tutto “un popolo del libro” perché, come Paolo afferma in 2 Timoteo 3:16-17:

16 Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, 17 perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona.

Solo della Scrittura è dichiarato questo, che è “ispirata da Dio”, e la Scrittura da sola è sufficiente affinché siamo completi e ben preparati per ogni opera buona.

La lettera di 1 Tessalonicesi, scritta da Paolo a una chiesa che aveva fondato nella città di Tessalonica (che esiste ancora oggi) in Grecia, non è un trattato specifico su quest’argomento, ma è pieno di riferimenti a esso. Quando Paolo lasciò la chiesa per fondarne altre altrove, essa era una comunità matura nella fede, ma dopo un po’ i suoi membri si resero conto di aver ancora bisogno del suo aiuto in certe questioni. Paolo, trovandosi lontano da Tessalonica, non poteva essere lì personalmente, e quindi gli scrisse questa lettera, sapendo che essa era in grado di supplire alla sua assenza nei confronti dei credenti tessalonicesi. In questo, vediamo la certezza che Paolo aveva nella parola scritta come strumento efficace dell’opera di Dio nella chiesa. Come spiega chiaramente nel 2:13:

2:13 Per questa ragione anche noi ringraziamo sempre Dio: perché quando riceveste da noi la parola della predicazione di Dio, voi l’accettaste non come parola di uomini, ma, quale essa è veramente, come parola di Dio, la quale opera efficacemente in voi che credete.

Per Paolo, la parola del vangelo, sia annunciata che scritta, “opera efficacemente” in noi che crediamo perché essa, pur provenendo da uomini come Paolo, non è solo la parola dell’uomo ma è veramente la parola di Dio. È questa certezza che vogliamo, e che dobbiamo, avere anche noi, perché se non siamo convinti dell’efficacia della Bibbia, avremo poca motivazione per darle retta. Se invece condividiamo la convinzione di Paolo, saremo sempre più spronati a leggerla, a studiarla, e a metterla in pratica.

La difficoltà che affrontiamo, però, è che viviamo in una cultura che sottovaluta la parola. Spesso si distingue tra “parole” e “fatti”, come se parole contassero meno dei fatti. Per quanto riguarda la parola scritta, è noto che in genere gli italiani non sono grandi lettori di libri. Più ancora, (e soprattutto quando si parla della Bibbia), la parola scritta è spesso considerata complessa, ambigua e difficile da capirsi. La Bibbia in particolare è un libro ritenuto inaccessibile alla persona normale, o anche poco attendibile perché deve essere interpretato. Quante volte ho sentito qualcuno ribattere: “Ma è solo la tua interpretazione!”, come se questo minasse l’autorevolezza delle Scritture! Ma tutto questo è sintomatico della poca fiducia che molti hanno nella parola scritta, e specialmente nella Bibbia, come mezzo efficace di comunicazione. Noi siamo purtroppo condizionati da questa mentalità, e influisce molto sul rapporto che abbiamo con il testo sacro.

Per questo motivo, è importante che riflettiamo bene su come la Bibbia stessa considera il tema della parola, e non possiamo fare meglio che studiarlo in 1 Tessalonicesi. Paolo comincia questa lettera ricordando ai tessalonicesi il vangelo che gli aveva annunciato “non soltanto con parole, ma anche con potenza, con lo Spirito Santo e con piena convinzione” (1:5). Indipendentemente da quello che possiamo pensare di altre parole, la parola del vangelo, Paolo insiste, è potentemente efficace quando viene annunciata perché è accompagnata dallo Spirito Santo che convince chi ascolta della sua verità. Così la parola del vangelo si distingue da altre parole umane nel senso che realizza lo scopo per cui viene comunicata. Il vangelo non è una parola che, come altre parole umane, può essere semplicemente ignorata. Non è una promessa che, come altre promesse umane viene meno. Ottiene l’ascolto quando viene dichiarato, e garantisce il compimento di ciò che prevede. Rimaniamo spesso delusi o ingannati dalle parole che altri dicono, ma questo non succede mai quando la parola del vangelo è trasmessa, perché lo Spirito Santo ne assicura l’efficacia.

Paolo ricorda inoltre ai tessalonicesi che la loro esperienza è testimone di tutto ciò. Sanno che quando il vangelo è stato da Paolo annunciato, la sua potenza si è dimostrata nel fatto che essi sono di conseguenza “divenuti imitatori … del Signore” (1:6). I tessalonicesi hanno “ricevuto la parola in mezzo a molte sofferenze” (1:6), e si sono “convertiti dagli idoli a Dio per servire il Dio vivente e vero” (1:9). Questa conversione — dalle tenebre alla luce, dalla falsità alla verità, dalla morte alla vita, dagli idoli a Gesù — era dovuta non all’eloquenza della predicazione di Paolo ma solo alla potenza della parola annunciata.

Nel 2:3-7, infatti, Paolo respinge esplicitamente ogni tentativo di far accettare il vangelo con strategie o trucchi umani:

3 Perché la nostra predicazione non proviene da finzione, né da motivi impuri, né è fatta con inganno; ma, come siamo stati approvati da Dio che ci ha stimati tali da poterci affidare il vangelo, parliamo in modo da piacere non agli uomini, ma a Dio che prova i nostri cuori. Difatti, non abbiamo mai usato un parlare lusinghevole, come ben sapete, né pretesti ispirati da cupidigia; Dio ne è testimone. E non abbiamo cercato gloria dagli uomini, né da voi, né da altri, sebbene, come apostoli di Cristo, avremmo potuto far valere la nostra autorità; invece, siamo stati mansueti in mezzo a voi, come una nutrice che cura teneramente i suoi bambini.

Paolo non spacciava il vangelo come un venditore di auto. Annunciava il vangelo con sincerità e semplicità, e le vite trasformate come risultato erano la prova dell’efficacia della parola stessa. Tale era la fiducia di Paolo nella potenza della parola che era capace di capovolgere il mondo con un mero sussurro. Il vangelo, in quanto parola di Dio, non è da separare dai “fatti” che sono più concreti. Per Paolo, la parola di Dio è il suo atto. Dio agisce parlando. E quando diamo ascolto alla parola di Dio, permettiamo allo Spirito Santo di entrare nelle nostre vite e di renderci conformi all’immagine di Gesù.

2) La Parola In Azione

A) Insegnare/Istruire (4:2-6, 13-17)

Il resto della lettera di 1 Tessalonicesi si legge quasi come un catalogo delle varie azioni che Dio intraprende nei nostri confronti quando apriamo le nostre orecchie alla sua parola. Consideriamo adesso le diverse opere che Dio compie in noi tramite la sua parola. Ne abbiamo già vista una: tramite la parola del vangelo, Dio ci libera dagli idoli che ci schiavizzano e ci converte a se stesso, l’unico vero Dio, affinché lo serviamo in gioia e in libertà. Ma c’è molto ancora. Attraverso la sua parola Dio ci istruisce e ci insegna la verità che ci rende saldi nella fede e capaci di discernere l’errore. Nel capitolo 4 troviamo due chiari esempi di questo. Nei vv.2-6 leggiamo:

4:Infatti sapete quali istruzioni vi abbiamo date nel nome del Signore Gesù. Perché questa è la volontà di Dio: che vi santifichiate, che vi asteniate dalla fornicazione, che ciascuno di voi sappia possedere il proprio corpo in santità e onore, senza abbandonarsi a passioni disordinate come fanno gli stranieri che non conoscono Dio; che nessuno opprima il fratello né lo sfrutti negli affari; perché il Signore è un vendicatore in tutte queste cose, come già vi abbiamo detto e dichiarato prima.

Qui vediamo come la parola di Dio ci insegna qual è la volontà di Dio per noi, la nostra santificazione. I tessalonicesi, una volta convertiti dagli idoli a servire l’unico vero Dio, dovevano poi imparare a “possedere il proprio corpo in santità e onore”. Questo non era né facile né automatico, perché erano circondati da persone che “non conoscevano” Dio e per cui “abbandonarsi a passioni disordinate” era del tutto normale. Loro invece dovevano vivere in modo totalmente controcorrente, e quindi dovevano essere istruiti in tutta la volontà di Dio per loro. Così anche noi che viviamo in una società che non conosce Dio e che reputa normali stili di vita contrari alla sua volontà, abbiamo altrettanto bisogno di essere istruiti in modo conforme alla santità. Come avviene questo? Qual è la scuola in cui siamo ammaestrati in tutta la volontà di Dio? È la parola di Dio scritta: “Infatti sapete quali istruzioni vi abbiamo date nel nome del Signore Gesù” (4:2).

Poi nei vv.13-17 del capitolo 4, troviamo un altro tipo di insegnamento importante:

4:13 Fratelli, non vogliamo che siate nell’ignoranza riguardo a quelli che dormono, affinché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. 14 Infatti, se crediamo che Gesù morì e risuscitò, crediamo pure che Dio, per mezzo di Gesù, ricondurrà con lui quelli che si sono addormentati. 15 Poiché questo vi diciamo mediante la parola del Signore: che noi viventi, i quali saremo rimasti fino alla venuta del Signore, non precederemo quelli che si sono addormentati; 16 perché il Signore stesso, con un ordine, con voce d’arcangelo e con la tromba di Dio, scenderà dal cielo, e prima risusciteranno i morti in Cristo; 17 poi noi viventi, che saremo rimasti, verremo rapiti insieme con loro, sulle nuvole, a incontrare il Signore nell’aria; e così saremo sempre con il Signore.

Qui vediamo come l’insegnamento della parola di Dio serve per liberarci dall’ignoranza. Evidentemente, i tessalonicesi erano ignoranti “riguardo a quelli che dormono” (cioè i morti) e di conseguenza erano “tristi come gli altri che non hanno speranza” (v.13). Per questo motivo Paolo gli insegna il ritorno di Gesù e la risurrezione. Sappiamo, Paolo dice, che la morte non è l’ultima parola per i credenti. Sono morti, sì, e forse moriremo anche noi se Gesù non torna prima, ma il fatto è che Gesù tornerà, e quando tornerà i morti risusciteranno e saranno riuniti con quelli che sono ancora vivi. Per i credenti è la vita, non la morte, che trionferà, e siamo certi che un giorno saremo tutti insieme nella presenza del Signore per sempre, senza paura, senza angoscia, e senza lacrime. Se non siamo ignoranti ma convinti di questo, non saremo tristi di fronte alla morte “come gli altri che non hanno speranza”. Saremo tristi, certo, ma la nostra tristezza sarà sempre temperata dalla speranza, e piangeremo sapendo che un giorno non piangeremo mai più. Questo è lo scopo dell’insegnamento della parola di Dio, ed è il motivo per cui Paolo, insieme agli altri autori ispirati, ci hanno regalato il tesoro delle sacre Scritture che ci liberano dall’ignoranza e ci riempiono di speranza.

B) Consolare (4:18; 5:9-11)

La seconda azione, legata alla prima, che Dio compie in noi tramite la sua parola è la consolazione. Dopo aver insegnato il ritorno di Cristo, Paolo conclude nel v.18:

4:18 Consolatevi dunque gli uni gli altri con queste parole.

Nello stesso modo, nei vv.9-11 del capitolo 5, Paolo ricorda che, nonostante il male che ci assalisce e il mondo che peggiora sempre di più, il nostro destino non è ira e distruzione ma salvezza e vita eterna che sarà nel giorno in cui Gesù si rivelerà dal cielo.

5:9 Dio infatti non ci ha destinati a ira, ma ad ottenere salvezza per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo, 10 il quale è morto per noi affinché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui. 11 Perciò, consolatevi a vicenda ed edificatevi gli uni gli altri, come d’altronde già fate.

È Dio che ci ha destinati alla salvezza, e sarà lui a portarla a compimento. Inoltre, anche prima del ritorno di Cristo, anche se lo vediamo, e persino in mezzo alla valle dell’ombra della morte, noi “viviamo insieme con” Gesù. Bramiamo il giorno quando la nostra fede cambierà in visione e lo vedremo faccia a faccia, ma nel frattempo noi godiamo di una comunione con lui che nessun dolore o difficoltà ci può togliere. Certo, tendiamo a dimenticare questo, specie quando siamo sopraffatti dalle prove della vita. Se non ci rivolgiamo alla parola, ci priviamo del più grande conforto che abbiamo. Ma quando diamo di nuovo ascolto alla parola di Dio, egli ci ricorda delle sue promesse infallibili, e troviamo una grande consolazione per le nostre anime.

C) Preannunciare/Preparare (3:1-4)

Mediante la sua parola, quindi, Dio ci salva, ci istruisce, ci conforta, ma vediamo anche che ci prepara per renderci saldi in anticipo delle varie difficoltà che possiamo attraverso nella vita.

3:1 Perciò, non potendo più resistere, preferimmo restare soli ad Atene; e mandammo Timoteo, nostro fratello e collaboratore di Dio nel vangelo di Cristo, per confermarvi e confortarvi nella vostra fede, affinché nessuno fosse scosso in mezzo a queste tribolazioni; infatti voi stessi sapete che a questo siamo destinati. Perché anche quando eravamo tra di voi, vi preannunciavamo che avremmo dovuto soffrire, come poi è avvenuto, e voi lo sapete.

Come Paolo fece nei confronti dei tessalonicesi, mandando a loro Timoteo “affinché nessuno fosse scosso in mezzo a queste tribolazioni”, così Dio fa attraverso le Scritture. Esse ci preannunciano che dovremo soffrire in modo che non saremo presi alla sprovvista quando capita. Nel capitolo 5, vv.4-8, la parola ci dice questo esplicitamente usando la metafora del “giorno” e della “notte”:

5:4 Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno abbia a sorprendervi come un ladro; perché voi tutti siete figli di luce e figli del giorno; noi non siamo della notte né delle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma vegliamo e siamo sobri; poiché quelli che dormono, dormono di notte, e quelli che si ubriacano, lo fanno di notte. Ma noi, che siamo del giorno, siamo sobri, avendo rivestito la corazza della fede e dell’amore e preso per elmo la speranza della salvezza.

I credenti, ammaestrati dalla parola, sanno cosa aspettarsi nel mondo, e non rimangono sorpresi quando “come un ladro” vengono le tribolazioni e le angosce. Non rimangono stupiti che il peccato umano sfocia in razzismo e omicidio, come è successo recentemente con la morte di George Floyd negli Stati Uniti. Non rimangono sorpresi neanche quando il mondo intero viene colpito da una pandemia come il COVID-19, perché la parola ha già preannunciato tutto ciò. Come “figli della luce” e “figli del giorno”, i credenti vegliano, sono sobri, e sanno discernere i segni della fine e del ritorno di Cristo. Mentre quelli del mondo “si ubriacano” e “dormono” così che l’arrivo del “ladro” li sconvolge, quelli che si sono rivestiti dell’armatura di Dio sono preparati a tutto, e sanno reagire nel modo giusto. Sono così non grazie alla loro intelligenza o capacità, ma perché tramite la sua parola Dio li ha preparati e li ha fortificati per poter stare forti e fermi in mezzo alla tempesta.

D) Esortare/Ammonire (2:10-12; 4:1, 9-12; 5:14-18)

A volte, però, abbiamo bisogno di essere esortati, ammoniti, e rimproverati. Così Dio fa anche questo nella sua parola. Per esempio, alla fine della lettera, nel 5:14-18, Paolo scrive:

5:14 Vi esortiamo, fratelli, ad ammonire i disordinati, a confortare gli scoraggiati, a sostenere i deboli, a essere pazienti con tutti. 15 Guardate che nessuno renda ad alcuno male per male; anzi cercate sempre il bene gli uni degli altri e quello di tutti. 16 Siate sempre gioiosi; 17 non cessate mai di pregare; 18 in ogni cosa rendete grazie, perché questa è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi.

A volte, quello che ci serve è un rimprovero paterno perché non stiamo facendo ciò che dovremmo fare. Se cadiamo nel peccato, se non dimostriamo l’amore e il perdono di Cristo rendendo invece male per male, se cessiamo di pregare, e non rendiamo grazie in ogni cosa ma piuttosto ci lamentiamo di tutto, abbiamo bisogno della correzione e della disciplina del nostro Padre celeste. E una volta disciplinati, dobbiamo essere incoraggiati a riprendere la giusta via e perseverare in essa. Anche questo Dio fa per mezzo della sua parola. Certo, la disciplina del Signore non è piacevole. A nessuno piace essere rimproverato o corretto, perché il nostro orgoglio vuole che abbiamo sempre ragione. Ma per quanto difficile e doloroso, anche la disciplina è un’opera necessaria che Dio compie nei nostri confronti. Se diamo costante ascolto alla sua parola, spesso possiamo evitare le drastiche misure che a volte Dio deve prendere per farci tornare a lui, perché sarà più difficile che ci allontaniamo da lui o che dimentichiamo le sue esortazioni. Quindi, vediamo per l’ennesima volta l’importanza di meditare sempre sulla parola di Dio, affinché lui possa correggerci prima che lasciamo la retta via

E) Benedire (3:12-13; 5:23-25)

L’ultima azione (almeno per quanto riguarda questo studio) che Dio compie in noi tramite la sua parola è la benedizione. La benedizione può assumere la forma di una preghiera, può essere pronunciata da qualcuno come Paolo, ma quando la leggiamo nelle Scritture possiamo essere certi che costituisce il desiderio di Dio per noi. Nella Bibbia, la benedizione è quella che Dio promette di adempiere nei nostri confronti, anche quando abbiamo poca fiducia che egli è in grado di farlo. Due passaggi in 1 Tessalonicesi sono particolarmente pertinenti al riguardo: 3:12-13 e 5:23-25:

3:12 e quanto a voi, il Signore vi faccia crescere e abbondare in amore gli uni verso gli altri e verso tutti, come anche noi abbondiamo verso di voi, 13 per rendere i vostri cuori saldi, irreprensibili in santità davanti a Dio nostro Padre, quando il nostro Signore Gesù [Cristo] verrà con tutti i suoi santi.

5:23 Or il Dio della pace vi santifichi egli stesso completamente; e l’intero essere vostro, lo spirito, l’anima e il corpo, sia conservato irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. 24 Fedele è colui che vi chiama, ed egli farà anche questo. 25 Fratelli, pregate per noi.

Sappiamo che spesso veniamo meno agli insegnamenti e alle esortazioni della Bibbia. A volte non ci sentiamo consolati dalle consolazioni delle Scritture. Altre volte siamo colti dormendo, come quando Gesù ha trovato i discepoli che si sono addormentati mentre lui pregava nel giardino dei Getsemani. Ci comportiamo meno come i “figli della luce” e più come quelli che si ubriacano di notte. Ma al di là di tutto questo, le benedizioni di Dio su di noi, come questi due esempi qui, sono le promesse che alla fine, sarà Dio a portare a compimento l’opera buona che ha cominciato in noi. Il nostro amore è spesso debole, ma Dio lo farà crescere e abbondare. I nostri cuori sono spesso vacillanti, ma Dio li renderà saldi. Siamo spesso macchiati dai nostri peccati, ma Dio ci santificherà completamente e ci presenterà irreprensibili davanti a se stesso. La nostra fede, come i nostri corpi e le nostre anime, sono vulnerabili agli attacchi del nemico e alle sofferenze della vita, ma Dio ci conserverà per la venuta del nostro Signore Gesù Cristo. Questa è la parola di Dio a noi, e quindi egli la compierà sicuramente. Quanto è prezioso dunque il tesoro che abbiamo nelle sacre Scritture che testimoniano questa parola! Non dovremmo mai trascurarle ma ascoltarle e meditarle giorno e notte, come dice nel Salmo 1. Nella misura in cui diamo ascolto alla parola di Dio scritta, egli farà tutto questo in noi, e molto di più!

Chiudo con Salmo 19:7-11, che riassume bene tutto quanto:

La legge del Signore è perfetta, essa ristora l’anima; la testimonianza del Signore è veritiera, rende saggio il semplice. I precetti del Signore sono giusti, rallegrano il cuore; il comandamento del Signore è limpido, illumina gli occhi. Il timore del Signore è puro, sussiste per sempre; i giudizi del Signore sono verità, tutti quanti sono giusti, 10 sono più desiderabili dell’oro, anzi, più di molto oro finissimo; sono più dolci del miele, anzi, di quello che stilla dai favi. 11 Anche il tuo servo è da essi ammaestrato; v’è gran ricompensa a osservarli.

Atti 1-2: Il Vangelo Al Tempo Presente

1:1 Nel mio primo libro, o Teofilo, ho parlato di tutto quello che Gesù cominciò a fare e a insegnare fino al giorno che fu elevato in cielo, dopo aver dato mediante lo Spirito Santo delle istruzioni agli apostoli che aveva scelti. Ai quali anche, dopo che ebbe sofferto, si presentò vivente con molte prove, facendosi vedere da loro per quaranta giorni, parlando delle cose relative al regno di Dio.

Trovandosi con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’attuazione della promessa del Padre, «la quale», egli disse, «avete udita da me. Perché Giovanni battezzò, sì con acqua, ma voi sarete battezzati in Spirito Santo fra non molti giorni». Quelli dunque che erano riuniti gli domandarono: «Signore, è in questo tempo che ristabilirai il regno a Israele?» Egli rispose loro: «Non spetta a voi sapere i tempi o i momenti che il Padre ha riservato alla propria autorità. Ma voi riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all’estremità della terra».

Dette queste cose, mentre essi guardavano, fu elevato; e una nuvola, accogliendolo, lo sottrasse ai loro sguardi. 10 E come essi avevano gli occhi fissi al cielo, mentre egli se ne andava, due uomini in vesti bianche si presentarono a loro e dissero: 11 «Uomini di Galilea, perché state a guardare verso il cielo? Questo Gesù, che vi è stato tolto ed è stato elevato in cielo, ritornerà nella medesima maniera in cui lo avete visto andare in cielo».

2:1 Quando il giorno della Pentecoste giunse, tutti erano insieme nello stesso luogo. Improvvisamente si fece dal cielo un suono come di vento impetuoso che soffia, e riempì tutta la casa dov’essi erano seduti. Apparvero loro delle lingue come di fuoco che si dividevano e se ne posò una su ciascuno di loro. Tutti furono riempiti di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro di esprimersi.

Or a Gerusalemme soggiornavano dei Giudei, uomini religiosi di ogni nazione che è sotto il cielo. Quando avvenne quel suono, la folla si raccolse e fu confusa, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. E si stupivano e si meravigliavano, dicendo [l’un l’altro]: «Tutti questi che parlano non sono Galilei? Come mai li udiamo parlare ciascuno nella nostra propria lingua natìa? Noi Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, 10 della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia cirenaica e pellegrini romani, 11 tanto Giudei che proseliti, Cretesi e Arabi, li udiamo parlare delle grandi cose di Dio nelle nostre lingue». 12 Tutti si stupivano ed erano perplessi, dicendo l’un l’altro: «Che cosa significa questo?» 13 Ma altri li deridevano e dicevano: «Sono pieni di vino dolce».

14 Ma Pietro, levatosi in piedi con gli undici, alzò la voce e parlò loro così: «Uomini di Giudea, e voi tutti che abitate in Gerusalemme, vi sia noto questo e ascoltate attentamente le mie parole. 15 Questi non sono ubriachi, come voi supponete, perché è soltanto la terza ora del giorno; 16 ma questo è quanto fu annunciato per mezzo del profeta Gioele: 17 “Avverrà negli ultimi giorni”, dice Dio, “che io spanderò il mio Spirito sopra ogni persona; i vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno, i vostri giovani avranno delle visioni, e i vostri vecchi sogneranno dei sogni. 18 Anche sui miei servi e sulle mie serve, in quei giorni, spanderò il mio Spirito e profetizzeranno. 19 Farò prodigi su nel cielo e segni giù sulla terra, sangue e fuoco, e vapore di fumo. 20 Il sole sarà mutato in tenebre e la luna in sangue, prima che venga il grande e glorioso giorno del Signore. 21 E avverrà che chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvato”.

22 «Uomini d’Israele, ascoltate queste parole! Gesù il Nazareno, uomo che Dio ha accreditato fra di voi mediante opere potenti, prodigi e segni che Dio fece per mezzo di lui tra di voi, come voi stessi ben sapete, 23 quest’uomo, quando vi fu dato nelle mani per il determinato consiglio e la prescienza di Dio, voi [lo prendeste e], per mano di iniqui, inchiodandolo sulla croce, lo uccideste; 24 ma Dio lo risuscitò, avendolo sciolto dagli angosciosi legami della morte, perché non era possibile che egli fosse da essa trattenuto.

25 Infatti Davide dice di lui: “Io ho avuto il Signore continuamente davanti agli occhi, perché egli è alla mia destra, affinché io non sia smosso. 26 Per questo si è rallegrato il mio cuore, la mia lingua ha giubilato e anche la mia carne riposerà nella speranza; 27 perché tu non lascerai l’anima mia nell’Ades e non permetterai che il tuo Santo subisca la decomposizione. 28 Tu mi hai fatto conoscere le vie della vita. Tu mi riempirai di letizia con la tua presenza”. 29 Fratelli, si può ben dire liberamente riguardo al patriarca Davide che egli morì e fu sepolto; e la sua tomba è ancora al giorno d’oggi tra di noi. 30 Egli dunque, essendo profeta e sapendo che Dio gli aveva promesso con giuramento che sul suo trono avrebbe fatto sedere uno dei suoi discendenti, 31 previde la risurrezione di Cristo e ne parlò dicendo che non sarebbe stato lasciato nel soggiorno dei morti, e che la sua carne non avrebbe subìto la decomposizione.

32 Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato; di ciò noi tutti siamo testimoni. 33 Egli dunque, essendo stato esaltato dalla destra di Dio e avendo ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, ha sparso quello che ora vedete e udite. 34 Davide infatti non è salito in cielo; eppure egli stesso dice: «Il Signore ha detto al mio Signore: “Siedi alla mia destra, 35 finché io abbia posto i tuoi nemici come sgabello dei tuoi piedi”»36 Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso».

37 Udite queste cose, essi furono compunti nel cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Fratelli, che dobbiamo fare?» 38 E Pietro [disse] a loro: «Ravvedetevi e ciascuno di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e voi riceverete il dono dello Spirito Santo. 39 Perché per voi è la promessa, per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, per quanti il Signore, nostro Dio, ne chiamerà». 40 E con molte altre parole li scongiurava e li esortava, dicendo: «Salvatevi da questa perversa generazione». 41 Quelli che accettarono la sua parola furono battezzati; e in quel giorno furono aggiunte a loro circa tremila persone.

1) Introduzione al Libro di Atti

Come indicato nel prima versetto, il libro di Atti è il secondo volume che scrive Luca l’evangelista. Se il primo libro — cioè il vangelo di Luca — parla di “tutto quello che Gesù cominciò a fare e a insegnare fino al giorno che fu elevato in cielo”, il suo secondo libro — che si chiama “Atti” — riporta ciò che avviene dopo aver dato mediante lo Spirito Santo delle istruzioni agli apostoli che aveva scelti” (1:1-2). Precisando questo, Luca ci dà la chiave interpretativa per l’intero libro: Atti, come il vangelo di Luca, è la storia di quello che Gesù ha fatto (e, come vedremo, continua a fare) nel mondo mediante lo Spirito Santo.

Capire questo è indispensabile perché nella vita cristiana siamo propensi a commettere due gravi errori. Da un lato possiamo pensare che, siccome Gesù non si vede più sulla terra (essendo stato elevato in cielo), siamo noi a dover portare a compimento la sua opera, a trasformare il mondo nel regno di Dio. Ci comportiamo come se Gesù non fosse più presente o attivo nel mondo, come se avesse lasciato una lacuna che adesso noi dobbiamo riempire con il nostro fare e operare. D’altronde la nostra fede può indebolirsi quando vediamo il mondo o le nostre vite andare sempre peggiorando, senza che ci qualche traccia o segno della presenza di Gesù. In entrambi i casi, il problema deriva dall’errata idea che dopo la sua morte e la sua risurrezione Gesù si ritirò dal mondo, lasciandoci soli e dipendenti dalle nostre forze e capacità per andare avanti. Il messaggio dei primi due capitoli di Atti smentisce quest’ipotesi, facendoci sapere che l’ascensione di Gesù inaugura piuttosto una nuova fase nella storia della salvezza, una fase che dura fino ad oggi. Infatti, l’ascensione si può in un certo senso chiamare l’aspetto continuativo del vangelo, ovvero “il vangelo al tempo presente”. Che cosa significa?

Il credo apostolico ci aiuterà a capire. Prendiamo nota in particolare dei tempi verbali in quanto segue:

[Io credo] in Gesù Cristo, suo unico Figlio, nostro Signore,
il quale fu concepito di Spirito Santo, nacque da Maria Vergine,
patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, mori e fu sepolto; discese agli inferi;
il terzo giorno risuscitò da morte;
salì al cielo, siede alla destra di Dio Padre onnipotente:
di là verrà a giudicare i vivi e i morti.

I primi verbi sono tutti al passato, testimoniando che Gesù ha già compiuto la nostra salvezza in pieno senza che noi dobbiamo aggiungere alcunché. Come afferma Ebrei 10:11-14:

11 Mentre ogni sacerdote sta in piedi ogni giorno a svolgere il suo servizio e a offrire ripetutamente gli stessi sacrifici, che non possono mai togliere i peccati, 12 egli, dopo aver offerto un unico sacrificio per i peccati, e per sempre, si è seduto alla destra di Dio 13 e aspetta soltanto che i suoi nemici siano posti come sgabello dei suoi piedi. 14 Infatti con un’unica offerta egli ha reso perfetti per sempre quelli che sono santificati.

L’ultimo verbo in questa sequenza del credo è al futuro (di là verrà…). L’unico verbo al presente è quello che segue la frase “salì al cielo”, cioè “siede alla destra di Dio Padre onnipotente”. I tempi verbali nel credo non sono casuali. Parlano del fatto che viviamo tra i tempi quando Gesù si manifestò e quando si manifesterà visibilmente di nuovo sulla terra. Ma questo non vuol dire che il nostro tempo sia una pausa, un’interruzione, o una “quarantena” nell’adempimento del piano di Dio. Anzi, questo è il periodo quando Gesù, salito al cielo, adesso siede alla destra di Dio Padre a svolgere una nuova fase della sua opera che, una volta completata, egli tornerà in gloria per rivelarne il compimento in tutto il creato. Ma che cosa sta facendo Gesù da quando è salito in cielo? E che cosa vuol dire per i suoi discepoli (tra i quali siamo anche noi!) che lui ha lasciato sulla terra? Questo è ciò che Luca vuole farci sapere (ma soprattutto ciò che vuole farci vivere!) attraverso il libro di Atti, e in particolare nei primi due capitoli che stiamo adesso studiando.

2) Tre Parole Chiave: Regno, Spirito, Testimoni

Per trovare risposta a queste domande, notiamo tre parole chiave che riassumono il messaggio principale di questi capitoli: regno, Spirito e testimoni. Prendiamo un momento per riflettere su ognuno di questi termini.

A) Regno

La prima parola chiave è “regno”. Dall’inizio del suo primo libro, Luca presenta Gesù come un re — o meglio dire il re — venuto nel mondo per adempiere tutte le promesse di Dio e per realizzare tutte le speranze del popolo di Dio per un mondo risanato e ricreato, liberato dal male, dal maligno e dalla morte. In poche parole, Luca presenta Gesù come il Messia, e tutto quello che Gesù dice e fa durante il suo ministero pubblico dà ampia e convincente testimonianza di questo fatto. La crocifissione di Gesù, però, sembra mettere tutto in dubbio, perché lo fa apparire come un fallito, un impostore oppure un grande bugiardo. Il Messia dovrebbe insediarsi sul trono, non lasciarsi inchiodare sulla croce! Il Messia dovrebbe vincere i suoi nemici, non essere sconfitti da essi! Questa è la delusione espressa dai due discepoli in Luca 24:21 quando Gesù li incontra dopo la sua risurrezione sulla via di Emmaus: “Noi speravamo che fosse lui che avrebbe liberato Israele; invece, con tutto ciò, ecco il terzo giorno da quando sono accadute queste cose.”

Ma è appunto la risurrezione che cambia tutto, nella quale Gesù rivendica il suo essere Messia e inaugura il regno di Dio. Dopo essere stato condannato da tutti come un criminale, è la risurrezione che giustifica Gesù come vero Signore del mondo, perché per mezzo di essa Dio dichiara al mondo: “Questo Gesù, che voi avete condannato e ucciso, e il mio diletto Figlio nel quale mi sono compiaciuto.” Questo spiega perché il libro di Atti inizia riportando che “dopo che ebbe sofferto, [Gesù] si presentò vivente con molte prove, facendosi vedere da loro per quaranta giorni, parlando delle cose relative al regno di Dio” (1:3). Come Luca nel suo vangelo ricapitola la predicazione di Gesù con la frase: “la buona notizia del regno di Dio” (Luca 4:43), così qui all’inizio di Atti. Nei quaranti giorni dopo la risurrezione e prima dell’ascensione, Gesù parla ai suoi discepoli “delle cose relative al regno di Dio”.

Non ci stupisce quindi che il sermone predicato da Pietro il giorno di Pentecoste (cinquanta giorni dopo la Pasqua) s’incentra sulla dichiarazione che Gesù è il Messia e Signore, costituito tale quando Dio lo ha risuscitato:

33 Egli dunque, essendo stato esaltato dalla destra di Dio e avendo ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, ha sparso quello che ora vedete e udite. 34 Davide infatti non è salito in cielo; eppure egli stesso dice: «Il Signore ha detto al mio Signore: “Siedi alla mia destra, 35 finché io abbia posto i tuoi nemici come sgabello dei tuoi piedi”»36 Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso».

Questa è la chiave per capire il significato dell’ascensione di Gesù: ascendere per sedersi, come afferma il credo, alla destra di Dio sul suo trono celeste, per regnare come il vero Sovrano del mondo fino a quando gli saranno sottoposti tutti i popoli della terra. Se Gesù, dopo aver tolto i peccati del mondo sulla croce, ha rivendicato il suo essere il Signore quando è risorto dalla morte, nell’ascendere in cielo egli ha preso il suo meritato posto alla destra di Dio, insediandosi sul trono del cosmo. L’apostolo Paolo lo spiega bene in Efesini 1:20-22 scrivendo:

Questa potente efficacia della sua forza [Dio] l’ha mostrata in Cristo, quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla propria destra nei luoghi celesti, 21 al di sopra di ogni principato, autorità, potenza, signoria e di ogni altro nome che si nomina non solo in questo mondo, ma anche in quello futuro. 22 Ogni cosa egli ha posta sotto i suoi piedi e lo ha dato per capo supremo alla chiesa.

Lungi dunque dal ritirarsi o assentarsi dal mondo, Gesù, nell’ascendere in cielo, è diventato in un senso più coinvolto e più attivo nel mondo. È diventato anche più vicino a ognuno di noi! Prima della sua ascensione ha vissuto e operato solo nel paese d’Israele, ma dopo la sua ascensione è spiritualmente presente e operativo in tutti i paesi del mondo e nei cuori dei suoi discepoli, regnando per far crescere e fortificare sempre di più il suo regno in tutta la terra. Ma come fa questo se lui è in cielo? Passiamo alla seconda parola chiave: Spirito.

B) Spirito

Dopo l’ascensione di Gesù, l’evento più rimarchevole in Atti 1-2 e la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli il giorno di Pentecoste. Questi due movimenti — l’ascesa di Gesù e la discesa dello Spirito — costituiscono un punto assolutamente critico per capire il resto del libro, e in realtà per capire il resto del Nuovo Testamento. Gesù ascende al trono di Dio in cielo e da lì lui (notiamo bene questo) sparge lo Spirito sugli apostoli, rivestendoli di potenza per la loro missione. Pietro rende chiaro questo — cioè che è Gesù ad aver sparso su di loro lo Spirito — per rispondere a coloro che, avendo sentito gli apostoli parlare nelle lingue diverse delle varie etnie riunite a Gerusalemme per la festa, “si stupivano ed erano perplessi, dicendo l’un l’altro: «Che cosa significa questo?» Ma altri li deridevano e dicevano: «Sono pieni di vino dolce»” (2:12-13). È lo Spirito, come sostiene Pietro nel suo sermone, e non l’ubriachezza, che spiega il segno delle lingue, esattamente come aveva profetizzato il profeta Gioele.

Poi, nel v.33, Pietro arriva al nocciolo della questione: “Egli dunque, essendo stato esaltato dalla destra di Dio e avendo ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, ha sparso quello che ora vedete e udite.” Questo merita un momento di riflessione per approfondire la relazione tra la discesa dello Spirito e l’opera che Gesù sta svolgendo da quando si è seduto sul trono in cielo. Qui Luca vuole insegnarci due aspetti fondamentali di questa relazione.

  • Lo Spirito è la potenza personale di Dio che compie l’opera di Cristo nel mondo

Nel 1:4, Gesù ordina ai suoi discepoli di “non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’attuazione della promessa del Padre”, cioè il battesimo dello Spirito che Giovanni il battista aveva solo anticipato. Perché i discepoli dovevano aspettare a Gerusalemme anziché cominciare subito a predicare dappertutto il vangelo? Perché, come Gesù dice nel 1:8, dovevano prima ricevere la “potenza” dello Spirito Santo per poterlo fare. La loro missione (che tratteremo tra poco) era impossibile se non solo per la potenza dello Spirito. Solo l’opera della Spirito spiega perché in quel giorno di Pentecose tre mila persone credettero al vangelo, molte delle quali (come accusa Pietro) avevano crocifisso Gesù solo cinquanta giorni prima. Come e perché avvenne questa trasformazione di cuore? L’unica risposta è la potenza dello Spirito. 

Ma ricordiamoci: è Gesù che battezza con lo Spirito, ed è dunque Gesù che compie la sua opera per mezzo dello Spirito. Quindi, per rispondere alla nostra domanda precedente: com’è che Gesù continua a essere presente e attivo nel mondo anche quando non lo si vede perché siede alla destra di Dio in cielo? Risposta: tramite il suo Spirito che media la presenza del Re e dunque e del suo regno. Laddove c’è lo Spirito c’è il Re Gesù, e laddove c’è il Re Gesù c’è il suo regno.

  • Lo Spirito è la benedizione principale del regno

Per questo motivo (e questo è il secondo aspetto), è lo Spirito stesso che è la benedizione principale del regno di Dio. Nel 2:38, Pietro chiama lo Spirito “il dono”: “ravvedetevi e ciascuno di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e voi riceverete il dono dello Spirito Santo.” Prosegue dicendo che lo Spirito “per voi è la promessa, per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, per quanti il Signore, nostro Dio, ne chiamerà” (2:39). Qui Pietro chiama lo Spirito “la promessa” perché, come prima ha detto citando il profeta Gioele, Dio aveva promesso secoli prima che quando sarebbe arrivato il grande giorno della salvezza, egli avrebbe sparso il suo Spirito sopra ogni persona (2:17). Il parlare in lingue che ha tanto stupito la gente che ascoltava gli apostoli serviva appunto per testimonare la presenza dello Spirito, quale segno e dono della salvezza di Dio.

Questo ci ricorda che  Dio non ci salva solo per liberarci da qualcosa ma soprattutto per qualcosa: ci libera dal male e dalla morte per portarci in communione con sé. Dio stesso è il dono più grande che possa mai darci. Quando Dio ci dona il suo Spirito, ci dona se stesso, e la sua presenza che dimora in noi ci permette di vivere una relazione personale con Gesù che lo ha sparso nei nostri cuori, e in Gesù viviamo una relazione personale con Dio Padre.

C) Testimoni

Ora, tutto quello che abbiamo detto fin qui potrebbe lasciare ancora una domanda da fare: se Gesù, benché invisibile, non è assente ma presente e attivo nel mondo per mezzo del suo Spirito, operando per portare a compimento il regno che ha inaugurato nella sua morte e risurrezione, qual è il nostro ruolo come i suoi discepoli? Certo, non vogliamo commettere l’errore di pensare che, visto che Gesù non c’è, siamo noi a dovere portare avanti l’opera che lui ha solo incominciato. Ma non vogliamo neanche commettere l’opposto errore, cioè pensare che, siccome è solo Gesù che può portare a compimento il suo regno nel mondo mediante lo Spirito, non abbiamo dunque nessuna responsibilità nei suoi confronti.

La parola chiave che ci aiuta a evitare entrambi questi errori è “testimoni” che troviamo nel 1:8. Qui Gesù risponde alla domanda dei discepoli: “Signore, è in questo tempo che ristabilirai il regno in Israele?” Prima, Gesù gli dice che “non spetta a voi sapere i tempi o i momenti che il Padre ha riservato alla propria autorità”. Notiamo che Gesù non smentisce la speranza che il regno sarà ristabilito in Israele e poi in tutto il mondo, come i profeti dell’Antico Testamento avevano ampiamente predetto. No, quello che Gesù contrasta è il desiderio dei discepoli di sapere quando il regno di Dio apparirà in tutta la sua gloria e pienezza. Non spetta ai discepoli sapere i tempi (solo Dio li sa), ma gli spetta una altra cosa: “Ma voi riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all’estremità della terra”.

Qui Gesù definisce i suoi discepoli e la loro missione che continua fino a oggi con il termine “testimoni”. È cruciale che comprendiamo questo punto, perché un testimone è importante, ma non nel senso che compie il fatto in questione. Un testimone è uno che attesta un atto compiuto da qualcun altro in modo da darne conferma ad altri. I discepoli, dunque, non sono salvatori che possono togliere i peccati. Non sono mediatori che possono concedere la grazia o riconciliare altri con Dio. Questo, a proposito, è una delle differenze più significative e determinanti tra noi evangelici e i cattolici romani. Nella prospettiva cattolica, la chiesa si ritiene mediatore tra Dio e gli uomini, capace di concedere la grazia, perdonare peccati, e mediare la presenza di Gesù al mondo.

Questo è ben diverso da quello che vediamo qui in Atti, dove Gesù chiama i suoi discepoli semplicemente “testimoni”. Ma quanto è grande il privilegio di essere “solo” testimoni, riconoscendo che la salvezza del mondo non dipende in nessun modo da noi, dando tutta la gloria solo a Dio, e riposandoci nell’opera che lui ha compiuto a nostro favore. Quanto è incoraggiante sapere che non c’è nulla che dobbiamo aggiungere all’opera compiuta da Gesù a nostro favore, che tutto quello che serve alla nostra salvezza è stato perfettamente compiuto già da Gesù una volta per sempre! Quanto è bello dire insieme a Pietro: “Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato; di ciò noi tutti siamo testimoni” (2:32), spostando tutta l’attenzione da noi a lui. In questo scopriamo la nostra vocazione e la nostra vera ragione di esistere: proclamare “le virtù di colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa” (1 Pietro 2:9). Così facendo, la nostra testimonianza diventa una sorte di anteprima di ciò che faremo per tutta l’eternità quando, dopo che il regno di Dio si sarà rivelato in tutta la terra, canteremo le lodi di Dio insieme a tutte le creature nel cielo e sulla terra: “Degno è l’Agnello, che è stato immolato, di ricevere la potenza, le ricchezze, la sapienza, la forza, l’onore, la gloria e la lode…. A colui che siede sul trono, e all’Agnello, siano la lode, l’onore, la gloria e la potenza, nei secoli dei secoli” (Apocalisse 5:12-13).

Alleluia, amen!

Luca 23: Predichiamo Cristo Crocifisso

1 Poi tutta l’assemblea si alzò e lo condussero da Pilato. E cominciarono ad accusarlo, dicendo: «Abbiamo trovato quest’uomo che sovvertiva la nostra nazione, vietava di pagare i tributi a Cesare e diceva di esserelui il Cristo re». Pilato lo interrogò, dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?» E Gesù gli rispose: «Tu lo dici». Pilato disse ai capi dei sacerdoti e alla folla: «Non trovo nessuna colpa in quest’uomo». Ma essi insistevano, dicendo: «Egli sobilla il popolo insegnando per tutta la Giudea; ha cominciato dalla Galilea ed è giunto fin qui».

Quando Pilato udì questo, domandò se quell’uomo fosse Galileo. Saputo che egli era della giurisdizione di Erode, lo mandò da Erode, che si trovava anch’egli a Gerusalemme in quei giorni. Quando vide Gesù, Erode se ne rallegrò molto, perché da lungo tempo desiderava vederlo, avendo sentito parlare [molto] di lui; e sperava di vedergli fare qualche miracolo. Gli rivolse molte domande, ma Gesù non gli rispose nulla. 10 Or i capi dei sacerdoti e gli scribi stavano là, accusandolo con veemenza. 11 Erode, con i suoi soldati, dopo averlo vilipeso e schernito, lo vestì di un manto splendido e lo rimandò da Pilato. 12 In quel giorno, Erode e Pilato divennero amici; prima infatti c’era stata inimicizia tra loro.

13 Pilato, riuniti i capi dei sacerdoti, i magistrati e il popolo, disse loro: 14 «Mi avete condotto quest’uomo come sobillatore del popolo; ed ecco, dopo averlo esaminato in presenza vostra, non ho trovato in lui nessuna delle colpe di cui l’accusate, 15 e neppure Erode, poiché egli l’ha rimandato da noi. Ecco, egli non ha fatto nulla che sia degno di morte. 16 Perciò, dopo averlo castigato, lo libererò».

17 [Ora egli aveva l’obbligo di liberare loro un carcerato in occasione della festa;] 18 ma essi gridarono tutti insieme: «Fa’ morire costui e liberaci Barabba!» 19 Barabba era stato messo in prigione a motivo di una sommossa avvenuta in città e di un omicidio. 20 E Pilato [dunque] parlò loro di nuovo perché desiderava liberare Gesù; 21 ma essi gridavano: «Crocifiggilo, crocifiggilo!» 22 Per la terza volta egli disse loro: «Ma che male ha fatto? Io non ho trovato nulla in lui, che meriti la morte. Perciò, dopo averlo castigato, lo libererò». 23 Ma essi insistevano a gran voce, chiedendo che fosse crocifisso; e le loro grida [e quelle dei capi dei sacerdoti] finirono per avere il sopravvento. 24 Pilato decise che fosse fatto quello che domandavano: 25 liberò colui che era stato messo in prigione per sommossa e omicidio, e che essi avevano richiesto, ma abbandonò Gesù alla loro volontà.

Introduzione

Il capitolo 23 di Luca continua la narrazione che porta il vangelo al culmine, cioè la crocifissione di Gesù.  Questo non è solo una caratteristica del vangelo di Luca ma costituisce anche il messaggio principale dell’intera Bibbia e la base dell’intera fede cristiana. In 1 Corinzi 1:22-23, l’apostolo Paolo dichiara che “i Giudei infatti chiedono miracoli e i Greci cercano sapienza, ma noi predichiamo Cristo crocifisso”. Paolo qui condensa tutta la sua predicazione apostolica in solo due parole: “Cristo crocifisso”. Se comprendiamo questo, comprendiamo tutto. D’altronde, se perdiamo questo, perdiamo tutto. Quindi, l’importanza del messaggio di questo capitolo non può essere esagerata né sopravvalutata.

Allo stesso tempo, non dobbiamo presuppore di conoscere già il vangelo in modo da trascurare i dettagli particolari con cui Luca dà colore a esso. Infatti, il motivo per cui abbiamo quattro vangeli e non uno solo (per non parlare degli altri scritti del Nuovo Testamento) è proprio per farci vedere tutto lo splendore prismatico del messaggio di “Cristo crocifisso”. Il vangelo, come lo ha descritto qualcuno, è talmente semplice che un bambino lo può capire ma anche talmente profondo che un’intera vita non basta per sondarlo pienamente. Come vedremo, il capitolo 23 di Luca prende la frase “Cristo crocifisso” e ce la fa vedere in colori forti e vivaci. Di conseguenza, vediamo Gesù non come un’astrazione o una teoria ma come una persona reale che parla, agisce e si relaziona con noi ancora oggi. Luca ci dà la possibilità di udire le grida della folla, di sentire l’odore del sudore e del sangue e di sperimentare in prima persona gli avvenimenti riferiti. Il nostro studio proseguirà secondo i seguenti titoli: 1) una conciliazione improbabile, 2) una condanna devastante e 3) un amore incomprensibile.

1) Una Conciliazione Improbabile (23:1-25)

Cominciamo con il primo punto: una conciliazione improbabile. Non si può parlare di “Cristo crocifisso” senza fare riferimento a tutti gli altri protagonisti (o forse meglio chiamarli “antagonisti”) coinvolti. Il primo versetto del capitolo dice che “tutta l’assemblea si alzò e lo condussero da Pilato”. Rammentando che la suddivisione del testo in capitoli e versetti non esisteva nei manoscritti originali, guardiamo indietro e ci ricordiamo chi sono questi che portano Gesù davanti a Pilato, il governatore romano sulla città di Gerusalemme e sulla regione circostante della Giudea: “Appena fu giorno, gli anziani del popolo, i capi dei sacerdoti e gli scribi si riunirono e lo condussero nel loro sinedrio” (22:66). Dopo aver dichiarato Gesù “colpevole” di bestemmia, questi trascinano Gesù davanti a Pilato perché sotto la legge romana non hanno il diritto di eseguire la pena capitale.

Ma sanno anche che l’accusa di bestemmia non sarà sufficiente a convincere Pilato che Gesù deve essere giustiziato. Ecco perché nel v.2 lo accusano dicendo “Abbiamo trovato quest’uomo che sovvertiva la nostra nazione, vietava di pagare i tributi a Cesare e diceva di essere lui il Cristo re”. Tutte menzogne. Gesù non sovvertiva la nazione ma era venuto per salvarla. Non vietava di pagare i tributi a Cesare; anzi diceva esplicitamente di “rendere a Cesare ciò che è di Cesare” (Luca 20:25). Inoltre, Gesù non diceva di essere il Cristo, almeno non nel modo e nel senso in cui loro l’accusano. Gesù infatti proibiva le persone di spargere la voce di “lui il Cristo re” proprio perché ne avevano un’idea completamente contraria a quella di Gesù. Quindi, alla loro colpa di condannare Gesù per bestemmia i leader religiosi aggiungono anche questa: rendono falsa testimonianza di Gesù per farlo morire.

Pilato, dalla sua parte, non ne rimane persuaso e risponde: “Non trovo nessuna colpa in quest’uomo” (v.4). Mentre Pilato, da un lato, percepisce subito l’inganno e non vuole farsi manipolare, dall’altro ha paura di istigare un tumulto tra gli ebrei. Crede di aver trovato una via di scampo quando sente dire che Gesù, prima di insegnare “per tutta la Giudea ha cominciato dalla Galilea” (v.5). La Galilea è la giurisdizione di Erode, e Pilato dunque pensa di poter scaricare la responsibilità di giudicare Gesù su di lui. 

Il piano di Pilato sembra funzionare all’inizio, perché capita che Erode si trovi a Gerusalemme per la Pasqua. In più, come dice il v.8, “Erode se ne rallegrò molto, perché da lungo tempo desiderava vederlo, avendo sentito parlare [molto] di lui; e sperava di vedergli fare qualche miracolo”. Erode, come Luca ci dice nel v.12, era fino a questo momento nemico di Pilato, essendo stato il suo rivale politico al nord. Erode (chiamato il “tetrarca”) era figlio di Erode il Grande, mezzo ebreo e pretendente al titolto “re dei Giudei”. Questo è lo stesso Erode che ha fatto decapitare Giovanni il battista, e sapevamo già dal capitolo 9 che voleva tanto vedere Gesù, avendo udito parlarne molto. In particolare, Luca ci dice che Erode “sperava di vedergli fare qualche miracolo”. Non rimaniamo stupiti dunque quando Gesù non gli riponde nulla anche se Erode gli rivolge molte domande. Come qualcuno ha osservato, il silenzio di Gesù (o si può dire anche di Dio) non significa che non esista ma semplicemente che non è il “buffone di corte” a cui possiamo far fare qualsiasi nostro desiderio. Deluso, Erode lo rimanda da Pilato, ma solo “dopo averlo vilipeso e schernito” (v.11).

A questo punto Luca inserisce un commento nel v.12 che all’inizio sembra una digressione: “In quel giorno, Erode e Pilato divennero amici; prima infatti c’era stata inimicizia tra loro.” Se però stiamo leggendo il testo con attenzione, non ci è sfuggito un altro dettaglio interessante nel v.10 “i capi dei sacerdoti e gli scribi stavano là, accusandolo con veemenza” (v.10). Come Erode e Pilato, anche questi erano nemici. Abbiamo già visto come gli scribi, insieme ai farisei, si erano opposti accanitamente a Gesù. Storicamente, però, i farisei e gli scribi erano i rivali religiosi dei sacerdoti (che erano maggiormente sadducei). Eccoli qui però, entrambi i gruppi uniti dallo stesso scopo: di far morire Gesù.

Quando poi nel v.13 Gesù viene riportato davanti a Pilato, leggiamo che sono anche “riuniti i capi dei sacerdoti, i magistrati e il popolo”. La scena successiva in cui Pilato tenta di liberare Gesù offrendolo al posto del pericoloso e veramente colpevole Barabba serve per coinvolgere tutto il popolo nel cercare la morte di Gesù. Fino a questo punto, sono stati i leader politici e religiosi a far girare gli ingranaggi del processo. Ma ora, presentata l’opportunità di liberare Gesù l’innocente, il popolo dimostra la sua complicità nel gridare: “Fa’ morire costui e liberaci Barabba!” (v.18).

Questo ci invita alla riflessione. Coinvolte nell’assassinio di Gesù sono molte persone diverse con motivazioni varie. Gli scribi vogliono uccidere Gesù per invidia. I sacerdoti vogliono uccidere Gesù per aver minacciato la loro ricchezza e influenza sul popolo. Erode è incuriosito da Gesù ma alla fine lo considera un concorrente al titolo “re dei Giudei”. Pilato non vuole giustiziare un uomo innocente ma si preoccupa più della precarietà della sua posizione come governatore e di ciò che gli succederebbe se lasciasse scoppiare una rivolta. Il popolo rappresenta indubbiamente un miscuglio di idee: quelli che si aspettano un messia militare, quelli che per paura non vogliono contrastare l’opinione prevalente, quelli che per pura ingenuità si lasciano ingannare. Ma a prescindere da tutte queste differenze, antipatie e inimicizie, tutti quanti sono accomunati dall’unico desiderio di far morire Gesù.

Questa è la conciliazione improbabile di cui parlavo prima, “conciliazione” nel senso che qui nemici diventano amici e avversari diventano collaboratori, e “improbabile” nel senso che niente meno della morte di Gesù poteva realizzarla. Pur avendo un lato decisamente negativo, questo elemento nella storia illustra un fatto significativo del vangelo di Cristo crocifisso. Oggi come oggi si parla molto di compassione, di tolleranza, di fratellanza, di amore per il prossimo, ma tutti questi sentimenti, benché nobili, non sono capaci di realizzare perfettamente e definitivamente il sogno della pace tra individui, popoli e nazioni. Come illustrato qui, solo il sangue di Cristo sparso sulla croce compie la vera riconciliazione nel mondo. Come spiega Paolo in Efesini 2:13-16

13 Ma ora, in Cristo Gesù, voi che allora eravate lontani siete stati avvicinati mediante il sangue di Cristo. 14 Lui, infatti, è la nostra pace; lui, che dei due popoli ne ha fatto uno solo e ha abbattuto il muro di separazione, abolendo nel suo corpo terreno la causa dell’inimicizia, 15 la legge fatta di comandamenti in forma di precetti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo facendo la pace; 16 e per riconciliarli tutti e due con Dio in un corpo unico mediante la croce, sulla quale fece morire l’inimicizia.

Tuttavia, la riconciliazione di cui parla Paolo non è quella realizzata in Luca 23. La “conciliazione improbabile” dei vari gruppi e personaggi contro Gesù costituisce in realtà il secondo punto di questo capitolo, che sto chiamando “una condanna devastante”. È vero che qui la crocifissione di Gesù riunisce le persone precedentemente separate, ma la conseguenza è la loro condanna per ciò che fanno. Proseguiamo nella lettura del capitolo.

2) Una Condanna Devastante (23:26-31)

26 Mentre lo portavano via, presero un certo Simone, di Cirene, che veniva dalla campagna, e gli misero addosso la croce perché la portasse dietro a Gesù. 27 Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che facevano cordoglio e lamento per lui. 28 Ma Gesù, voltatosi verso di loro, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete per me, ma piangete per voi stesse e per i vostri figli. 29 Perché, ecco, i giorni vengono nei quali si dirà: “Beate le sterili, i grembi che non hanno partorito e le mammelle che non hanno allattato”. 30 Allora cominceranno a dire ai monti: “Cadeteci addosso!” e ai colli: “Copriteci!”. 31 Perché se fanno questo al legno verde, che cosa sarà fatto al secco?»

Mentre Gesù cammina verso il luogo della crocifissione, incontra delle donne che fanno “cordoglio e lamento per lui” (v.27). La risposta di Gesù è inaspettata e sconvolgente: “Figlie di Gerusalemme, non piangete per me, ma piangete per voi stesse e per i vostri figli” (v.28). La breve profezia che segue richiama il discorso di Gesù riportato nel capitolo 21 sul giudizio che dopo breve tempo avrebbe colpito Gerusalemme e la sua popolazione, un giudizio così terribile che la gente avrebbe preferito piuttosto rimanere schiacciata dai monti. “Perché se fanno questo al legno verde, che cosa sarà fatto al secco?” In altre parole, se Gesù il giusto (qui rappresentato dal “legno verde”) viene trattato in questo modo, cosa succederà al “legno secco”, cioè a quelli che sono i veri colpevoli in questa scena, quando divampa il fuoco del giudizio? Questa è la condanna devastante che risulta dal rifiutare Gesù. Chi rifiuta Gesù condanna se stesso, e la condanna, come esemplificato nella distruzione di Gerusalemme nell’anno 70 d.C., è devastante.

Anche questo ci invita alla riflessione personale. Sarebbe troppo facile per noi leggere questa storia “a distanza”, credendo di non essere anche noi coinvolti in questa vicenda: “Ma sono cose avvenute 2000 anni fa; non riguardano noi oggi!” Oppure, sarebbe troppo facile per noi esimerci dalla colpa e dalla condanna degli accusatori di Gesù: “Certamente io non farei mai una cosa del genere!” Però, se ascoltiamo bene il messaggio di questo capitolo, non possiamo né mantenerci a distanza da questa vicenda né esentarci dalla stessa colpa di coloro che hanno gridato per la crocifissione di Gesù. La realtà è questa: incontrare Gesù significa sempre essere costretti a fare una scelta di vita e di morte. Non importa che viviamo 2000 anni dopo questi fatti. Prima o poi Gesù ci porta tutti a un momento di verità in cui dobbiamo decidere se vogliamo accettarlo (il che richiede che siamo crocifissi e moriamo con Gesù) o rifiutarlo (che costituisce in sostanza lo stesso crimine commesso dai suoi assassini). Gesù dichiara questo esplicitamente in Luca 9:23-24:

23 Diceva poi a tutti: «Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua. 24 Perché chi vorrà salvare la sua vita la perderà, ma chi avrà perduto la propria vita per causa mia la salverà.

Questa regola vale in tutti i tempi e in tutti i luoghi nei confronti di tutte le persone: quando si incontra Gesù, qualcuno deve morire. O ci lasciamo morire noi (per poter essere salvati) o con il nostro rifiuto pretendiamo ancora una volta la morte di Gesù. Ma siccome Gesù è già morto una volta per sempre e non può morire più, il nostro rifiuto di lui è una forma di suicidio eterno, ovvero una condanna devastante.

Eppure, nonostante le false accuse, gli insulti, le ingiustizie e l’odio nei suoi confronti, Gesù dimostra un amore incomprensibile nei confronti dei suoi nemici, un amore che si può descrivere solo come l’amore di Dio. Questo amore è il terzo punto che vogliamo considerare insieme. Proseguiamo nella lettura del capitolo.

3) Un Amore Incomprensibile (23:32-43)

32 Ora altri due, malfattori, erano condotti per essere messi a morte insieme a lui. 33 Quando furono giunti al luogo detto «il Teschio», vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. 34 {Gesù diceva: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno».} Poi divisero le sue vesti, tirandole a sorte. 35 Il popolo stava a guardare. E anche i magistrati [insieme a loro] si beffavano di lui, dicendo: «Ha salvato altri, salvi se stesso, se è il Cristo, l’Eletto di Dio!» 36 Pure i soldati lo schernirono, accostandosi, presentandogli dell’aceto e dicendo: 37 «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso!» 38 Vi era anche questa iscrizione sopra il suo capo [in caratteri greci, latini ed ebraici]: «Questo è il re dei Giudei».

39 Uno dei malfattori appesi lo insultava, dicendo: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!» 40 Ma l’altro lo rimproverava, dicendo: «Non hai nemmeno timor di Dio, tu che ti trovi nel medesimo supplizio? 41 Per noi è giusto, perché riceviamo la pena che ci meritiamo per le nostre azioni, ma questi non ha fatto nulla di male». 42 E diceva: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno!» 43 Ed egli gli disse: «Io ti dico in verità, oggi tu sarai con me in paradiso».

Proprio nel momento in cui viene inchiodato sulla croce, Gesù prega Dio dicendo: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno” (v.34). Che amore è questo che dopo essere stato tradito, abbandonato, schernito, e messo a morte, perdona chi n’è colpevole! È davvero incomprensibile. Ma questo è il motivo per cui Gesù, lungi dall’essere una vittima, era disposto a sacrificare la sua vita. Come Figlio di Dio, Gesù era colui che aveva il diritto di giudicare il mondo. Tuttavia, si è fatto giudicare al nostro posto; “il Giudice giudicato al nostro posto”, come disse il teologo Karl Barth. Per il suo grande amore per noi, e non volendo perderci alla rovina a cui ci eravamo noi destinati, Gesù ci ha sostituito sotto la giusta condanna dei nostri misfatti. Eravamo noi come Barabba, colpevoli e senza speranza, ma è intervenuto Gesù, offrendo la sua vita al posto della nostra. Gesù, il giusto, si è fatto trattare come noi, affinché noi, i colpevoli, potessimo essere trattati come lui, diventando giusti, santi e irreprensibili davanti a Dio.

Con il malfattore sulla croce, Luca ci fornisce un bellissimo esempio di questo. Quando “uno dei malfattori appesi lo insultava”, aggiungendo la sua voce a tutte le altre che accusavano e deridevano Gesù, l’altro si rivolge a Gesù con una semplicissima supplica: “Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno” (v.42). Nascosta in questa breve preghiera è una grande fede. Quando tutti gli altri guardavano Gesù e vedevano uno scandalo, questo vedeva la grazia di Dio. Quando gli altri vedevano follia, questo vedeva la saggezza di Dio. Quando gli altri vedevano una minaccia alla loro vita, questo vedeva la salvezza della sua vita. Gesù dunque gli risponde con queste belle parole: Io ti dico in verità, oggi tu sarai con me in paradiso” (v.43).

Non dovremmo però supporre che questo malfattore fosse l’eccezione alla regola, diverso dai sacerdoti, dagli scribi, da Pilato, da Erode, e dalla folla, l’unico a non aver contribuito alla morte di Gesù e quindi esente dalla condanna. No, è proprio perché lui riconosceva non solo chi era Gesù, ma anche ammetteva di essere appunto un malfattore che moriva come era degno. Come dice nel v.41: “Per noi è giusto, perché riceviamo la pena che ci meritiamo per le nostre azioni, ma questi non ha fatto nulla di male”.

Ecco la potenza di Dio alla salvezza rivelata in Cristo crocifisso: il potere di trasformare il cuore affinché il malfattore si ravveda e fissi i suoi occhi su Gesù come Salvatore e Signore. Questo malfattore è un esempio lampante della grazia proprio perché ci fa capire che non c’è nulla, proprio nulla, che possiamo né dobbiamo fare per essere amati, perdonati e salvati da Gesù. Nei suoi ultimi momenti di vita, questo malfattore non aveva tempo per compiere opere buone o per dimostrare la sua sincerità o per cambiare la sua vita in bene. Aveva tempo solo per guardare Gesù e porre fiducia in lui, chiedendogli semplicemente: “ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno”.

Questo è l’amore incomprensibile di Dio in Cristo, che ci ama in modo incondizionato, che si sacrifica per noi senza aspettare che noi ne diventiamo degni. Questo è l’amore che Paolo elogia in Romani 5:6-8:

Infatti, mentre noi eravamo ancora senza forza, Cristo, a suo tempo, è morto per gli empi. Difficilmente uno morirebbe per un giusto, ma forse per una persona buona qualcuno avrebbe il coraggio di morire; Dio invece mostra il proprio amore per noi in questo: che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.

Quando la realtà di questo amore incomprensibile comincia a penetrare nel profondo del nostro cuore, ci riempie di una speranza incrollabile che ci permette di affrontare e sopportare con perseveranza e coraggio qualsiasi difficoltà. In Romani 8:31-39, Paolo descrive questa speranza incrollabile, e con questo concludiamo (anche perché non c’è modo per dirlo meglio di così):

31 Che diremo dunque riguardo a queste cose? Se Dio è per noi chi sarà contro di noi? 32 Colui che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per noi tutti, non ci donerà forse anche tutte le cose con lui? 33 Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio è colui che li giustifica. 34 Chi li condannerà? Cristo Gesù è colui che è morto e, ancor più, è risuscitato, è alla destra di Dio e anche intercede per noi. 35 Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Sarà forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?… 37 Ma, in tutte queste cose, noi siamo più che vincitori, in virtù di colui che ci ha amati. 38 Infatti sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, 39 né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potranno separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore.

Amen!

Luca 13: Avvicinandosi a Gerusalemme

Il capitolo 13 del vangelo di Luca può apparire come una “collana di perle”, brevi gemme di insegnamenti di Gesù poste l’una dopo l’altra in modo casuale senza un filo conduttore. Quest’impressione non è però corretta, poiché tutto il capitolo s’impernia su quello riportato nel v.22: “Egli attraversava città e villaggi, insegnando e avvicinandosi a Gerusalemme.” Se ci fosse qualche dubbio circa il significato di questa frase, le parole di Gesù nel v.33 lo toglierebbe: “Ma bisogna che io cammini oggi, domani e dopodomani, perché non può essere che un profeta muoia fuori di Gerusalemme.” Nel 9:51 abbiamo visto che “Poi, mentre si avvicinava il tempo in cui sarebbe stato tolto dal mondo, Gesù si mise risolutamente in cammino per andare a Gerusalemme.” Tutto ciò che segue, finché Gesù non arriva alla croce, lo porta verso questo atroce destino. Lungi dall’essere una vittima d’ingiustizia, Gesù è deciso su quello che deve fare, lo scopo per cui è venuto: sacrificarsi per “togliere il peccato del mondo”, e nulla gli impedirà di compiere la sua missione.

Quando dunque leggiamo nel v.22 che Gesù insegnava mentre si avvicinava a Gerusalemme, scopriamo il filo conduttore dell’intero capitolo: è l’insegnamento di Gesù che si avvicina all’ora della sua morte. Deve camminare “oggi, domani e dopodomani” ma poi, arrivato a Gerusalemme, si fermerà, poiché lì sarà tradito, arrestato e poi crocifisso. In quest’ottica, i vari insegnamenti di Gesù in questo capitolo esprimono tutti quanti un forte senso di urgenza. Quando si sa di avvicinarsi alla morte, tutto diventa chiaro e serio. Tutto si mette a fuoco. Si discernono subito le cose che contano e quelle sono solo distrazioni. Non si ha tempo per svaghi inutili, perché ogni minuto è prezioso e deve essere sfruttato al massimo. Non si parla più a mezze parole, rischiando di non farsi capire o rimandando conversazioni importanti. Si va subito al necessario, all’indisensabile, lasciando perdere l’interessante o il divertente che però in fin dei conti è di nessun valore. Gesù, insomma, parla sia ai suoi discepoli sia a coloro che incontra lungo la strada in termini succinti e schietti, chiamandoli a prestare urgente attenzione alle cose che contano per l’eternità. Sa che presto morirà, e quindi le sue parole sono come un laser che penetra subito nel cuore e che pretende una reazione immediata. O, pure usare l’immagine di Ebrei 4:12:

Infatti la parola di Dio è vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a doppio taglio, e penetrante fino a dividere l’anima dallo spirito, le giunture dalle midolla; essa giudica i sentimenti e i pensieri del cuore.

Alla fine, vedremo che tutti i vari insegnamenti di Gesù riferiti in questo capitolo portano alla sua dichiarazione nei vv.34-35:

34 Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! 35 Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata [deserta]. Io vi dico che non mi vedrete più, fino al giorno in cui direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”».

1) Perirete Tutti Allo Stesso Modo (13:1-9, 18-21)

In quello stesso tempo vennero alcuni a riferirgli il fatto dei Galilei il cui sangue Pilato aveva mescolato con i loro sacrifici. Egli rispose loro: «Pensate che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, perché hanno sofferto quelle cose? No, vi dico; ma se non vi ravvedete, perirete tutti allo stesso modo. O quei diciotto sui quali cadde la torre in Siloe e li uccise, pensate che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico; ma se non vi ravvedete, perirete tutti allo stesso modo».

Disse anche questa parabola: «Un tale aveva un fico piantato nella sua vigna; andò a cercarvi del frutto e non ne trovò. Disse dunque al vignaiuolo: “Ecco, sono ormai tre anni che vengo a cercar frutto da questo fico e non ne trovo. Taglialo! Perché sta lì a sfruttare il terreno?” Ma l’altro gli rispose: “Signore, lascialo ancora quest’anno; gli zapperò intorno e gli metterò del concime. Forse darà frutto in avvenire; se no, lo taglierai”»…

18 Diceva ancora: «A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo paragonerò? 19 È simile a un granello di senape che un uomo ha preso e gettato nel suo orto; ed è cresciuto ed è divenuto un [grande] albero, e gli uccelli del cielo si sono riparati sui suoi rami». 20 E di nuovo disse: «A che cosa paragonerò il regno di Dio? 21 Esso è simile al lievito che una donna ha preso e nascosto in tre misure di farina, finché fu tutta lievitata».

In questi insegnamenti, Gesù pone l’accento sull’urgenza di ravvedimento senza il quale “perirete tutti allo stesso modo”. Così Gesù affronta la tragedia riferitagli “dei Galilei il cui sangue Pilato aveva mescolato con i loro sacrifici”, e anche di “quei diciotto sui quali cadde la torre in Siloe e li uccise”. La prospettiva che Gesù che dà è utile per interpretare eventi simili, se parliamo di guerre, di malattie, di catastrofi naturali, o di qualsiasi altro male che si può subire in questo mondo. Spesso ci si chiede: “ma perché questo?”, cercandone una ragione o forse qualcuno a cui dare colpa. Ma come dovremo ben sapere a questo punto nel vangelo, Gesù non risponde mai alle nostre domande come ci aspettiamo o vogliamo.

In questo caso Gesù ribalta la domanda verso chi gliela pone, verso di noi: “pensate che questi fossero più peccatori degli altri?” Non ci spiega il perché. Rifiuta di incolpare qualcuno in particolare. Gesù invece risponde con questo avvertimento: “se non vi ravvedete, perirete tutti allo stesso modo”. Gesù non ha tempo da perdere in discorsi filosofoci sul problema del male; non gli interessa soddisfare le nostre curiosità. Va subito al cuore della questione: la cosa più importante non è mai di capire perché succede questo o quest’altro male, ma di chiederci se noi siamo a posto davanti al nostro Signore e Giudice al quale ognuno di noi dovrà rendere conto. Tornando a Ebrei 4:

E non v’è nessuna creatura che possa nascondersi davanti a lui; ma tutte le cose sono nude e scoperte davanti agli occhi di colui al quale dobbiamo rendere conto. (v.13)

Seguono poi delle parabole che, ciascuna nel modo suo, sottolineano l’urgenza di ravvedersi ora senza rimandare o procrastinare. È vero che un fico piantato, un granello di senape seminato, e il lievito mescolato nell’impasto prendono del tempo a maturare, ma (e questo è il punto di Gesù) non si deve mai presumere di avere sempre più tempo a disposizione prima che arrivi il padrone a richiederne i frutti. È vero che, come afferma 2 Pietro 3:9, Dio “è paziente verso di voi, non volendo che qualcuno perisca, ma che tutti giungano al ravvedimento”. Ma è altrettanto vero che, come Paolo avverte in Romani 2:3-5, che la pazienza di Dio che ci concede l’opportunità per ravvederci non durerà per sempre:

Pensi tu, o uomo, che giudichi quelli che fanno tali cose e le fai tu stesso, di scampare al giudizio di Dio? Oppure disprezzi le ricchezze della sua bontà, della sua pazienza e della sua costanza, non riconoscendo che la bontà di Dio ti spinge al ravvedimento? Tu, invece, con la tua ostinazione e con l’impenitenza del tuo cuore, ti accumuli un tesoro d’ira per il giorno dell’ira e della rivelazione del giusto giudizio di Dio.

Quindi, Gesù, avvicinandosi alla sua morte, non ha tempo da perdere nel chiamare la gente al ravvedimento. Questo messaggio è altrettanto urgente oggi, perché a nessuno è garantito un altro giorno di vita. In realtà, a nessuno è garantito un altro minuto di vita.

2) Allontanatevi da Me Voi Malfattori (13:10-17, 22-30)

10 Gesù stava insegnando di sabato in una delle sinagoghe. 11 Ecco una donna, che da diciotto anni aveva uno spirito che la rendeva inferma, ed era tutta curva e assolutamente incapace di raddrizzarsi. 12 Gesù, vedutala, la chiamò a sé e le disse: «Donna, tu sei liberata dalla tua infermità». 13 Pose le mani su di lei e, nello stesso momento, ella fu raddrizzata e glorificava Dio. 14 Or il capo della sinagoga, indignato che Gesù avesse fatto una guarigione di sabato, disse alla folla: «Ci sono sei giorni nei quali si deve lavorare; venite dunque in quelli a farvi guarire, e non in giorno di sabato». 15 Ma il Signore gli rispose: «Ipocriti! Ciascuno di voi non scioglie, di sabato, il suo bue o il suo asino dalla mangiatoia per condurlo a bere? 16 E questa, che è figlia di Abraamo, e che Satana aveva tenuto legata per ben diciotto anni, non doveva essere sciolta da questo legame in giorno di sabato?» 17 Mentre diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, e la moltitudine si rallegrava di tutte le opere gloriose da lui compiute.

22 Egli attraversava città e villaggi, insegnando e avvicinandosi a Gerusalemme. 23 Un tale gli disse: «Signore, sono pochi i salvati?» Ed egli disse loro: 24 «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché io vi dico che molti cercheranno di entrare e non potranno. 25 Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, stando di fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, [Signore,] aprici”. Ed egli vi risponderà: “Io non so da dove venite”. 26 Allora comincerete a dire: “Noi abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza, e tu hai insegnato nelle nostre piazze!” 27 Ed egli dirà: “Io vi dico che non so da dove venite. Allontanatevi da me, voi tutti, malfattori”. 28 Là ci sarà pianto e stridor di denti, quando vedrete Abraamo, Isacco, Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, e voi ne sarete buttati fuori. 29 E ne verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno, e staranno a tavola nel regno di Dio. 30 Ecco, vi sono degli ultimi che saranno primi e dei primi che saranno ultimi».

Negli insegnamenti successivi, Gesù incontra un gruppo di persone un po’ diverse. Se il primo gruppo consiste di quelli che devono svegliarsi all’urgenza di ravvedersi, questo secondo gruppo consiste di quelli che credono di essere a posto con Dio ma in realtà non lo sono. Rappresentanti di questi sono i religiosi nella sinagoga che s’indignano quando Gesù guarisce una donna inferma nel giorno di sabato. Gesù non spreca tempo prima di smascherare l’ipocrisia di questi che si reputano portavoce di Dio e guardiani della giustizia: “Ipocriti! Ciascuno di voi non scioglie, di sabato, il suo bue o il suo asino dalla mangiatoia per condurlo a bere?” Senza entrare nelle complessità legali dei dibattiti ebraici, basta capire che Gesù lancia ai suoi critici la stessa condanna di Matteo 23:23-24:

23 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché pagate la decima della menta, dell’aneto e del comino e trascurate le cose più importanti della legge: il giudizio, la misericordia e la fede. Queste sono le cose che bisognava fare, senza tralasciare le altre. 24 Guide cieche, che filtrate il moscerino e inghiottite il cammello!

Nel loro “filtrare il moscerino e inghiottire il cammello”, i critici religiosi di Gesù dimostrano di essere in realtà privi della giustizia che professano di avere. Pagano la decima della menta, dell’aneto e del comino ma trascurano le cose più importanti: il giudizio, la misericordia e la fede. Sono ingannatori e auto-ingannati: si ritengono vicini a Dio ma ne sono lontanissimi.

Così Gesù avverte tutti che incontra lungo il suo percorso verso Gerusalemme che si saranno molti che nel giorno di giudizio si crederanno capaci di superarlo ma rimarrano sconvolti dalla sentenza divina: “Io vi dico che non so da dove venite. Allontanatevi da me, voi tutti, malfattori”. Non posso immaginare parole più terribili di queste che prenderanno alla sprovvista una gran parte di persone che ai propri occhi erano a posto con Dio. Questi sono i primi che nell’ultimo giorno diventeranno gli ultimi, gettati laddove “ci sarà pianto e stridor di denti”. Ecco l’urgenza di “sforzarsi per entrare per la porta stretta”.

Gesù qui non intende destabilizzare l’autentica fede di quelli che credono veramente in lui, ma piuttosto quella presunzione di coloro che si auto-giustificano in base alle proprie opere. Non deve avere paura chi dice insieme all’apostolo Paolo in Filippesi 3:8-9:

Anzi, a dire il vero, ritengo che ogni cosa sia un danno di fronte all’eccellenza della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho rinunciato a tutto; io considero queste cose come tanta spazzatura al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui non con una giustizia mia, derivante dalla legge, ma con quella che si ha mediante la fede in Cristo: la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede.

Quest’attitudine è l’opposta della presunzione di essere a posto con Dio grazie alla propria giustizia e che si scandalizza sempre di fronte alla grazia di Dio. Ma dato che molti si ingannano proprio in questo modo, Gesù di nuovo rifiuta di parlargli in termini leggeri e comodi. L’ora della sua morte si avvicina, e dunque diventa sempre più urgente la necessità di chiamare al ravvedimento non solo i “peccatori” ma anche i “giusti”.

3) Bisogna che Io Cammini Oggi (13:31-35)

31 In quello stesso momento vennero alcuni farisei a dirgli: «Parti e vattene di qui, perché Erode vuol farti morire». 32 Ed egli disse loro: «Andate a dire a quella volpe: “Ecco, io scaccio i demòni, compio guarigioni oggi e domani, e il terzo giorno avrò terminato”. 33 Ma bisogna che io cammini oggi, domani e dopodomani, perché non può essere che un profeta muoia fuori di Gerusalemme.

34 Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! 35 Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata [deserta]. Io vi dico che non mi vedrete più, fino al giorno in cui direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”».

Alla fine del capitolo, Gesù esplicita il filo conduttore in tutti questi suoi insegnamenti. Venuto a sapere anche Erode vuole farlo morire, Gesù rimane imperturbato e risponde: “Andate a dire a quella volpe: ‘Ecco, io scaccio i demoni, compio guarigioni oggi e domani, e il terzo giorno avrò terminato'”. Sebbene un po’ enigmatico, il significato di questa frase è palese: Gesù tra poco compierà la sua missione, predicando il regno di Dio, dimostrandolo con i suoi segni miracolosi, e sconfiggendo il male tramite la sua morte e la sua risurrezione. Nessuno, compreso il presuntuoso Erode, sarà in grado di impedirglielo. Se si riesce a uccidere Gesù, non si farà altro che cooperare al compimento del suo obbiettivo!

Ma è a questo punto che Gesù, pur promettendo la sua vittoria inevitabile, piange il rifiuto di coloro che, come Erode, lo portano alla croce. Qui Gesù usa un’immagine commovente: “quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto”. L’immagine è della gallina che cova i suoi pulcini e li protegge esponendo se stessa ai pericoli. Per esempio, in caso d’incendio, la chioccia copre i pulcini con il proprio corpo, lasciandosi uccidere dalle fiamme, ma conservando in vita i suoi piccoli.

In questa similitudine, Gesù è la chioccia che si frappone tra le “fiamme” del giudizio divino e coloro a esso destinati. In questo capitolo, Gesù ha ribadito più volte e con urgenza la terribile minaccia del giudizio di Dio che, ricordiamoci, è conforme al suo amore in quanto necessario per ristabilire la giustizia in un mondo ingiusto. Alla luce di ciò, Gesù insiste sul bisogno che tutti hanno del ravvedimento, sia i “peccatori” che i “giusti”. Ma qui Gesù aggiunge due principi di vitale importanza: 1) è Gesù stesso che si sacrifica per salvarci da questo giudizio (lo scopo della sua morte imminente) e 2) ravvedersi non vuol dire altro che trovare rifiugio sotto le “ali” amorevoli e potenti di Gesù.

Consideriamo dunque la bontà di Dio nella sua severità! Quanto è grande il suo amore per cui prende il nostro posto sotto il giudizio divino, caricandosi dei nostri peccati e subendo nella sua persona la pena delle nostre colpe! Quanto è grande anche la sua potenza per cui, tramite il suo unico sacrificio sulla croce, ha compiuto una volta per sempre la nostra salvezza senza che bisogni aggiungere alla sua opera alcuna cosa! Quanto è grande la sua misericordia per cui invita tutti, persino coloro che lo hanno inchiodato sulla croce, a rifiugarsi sotto le sue ali, e piange ogni rifiuto di farlo. In verità, è la bontà di Dio — non la minaccia o la paura — che ci spinge al ravvedimento. Quando comprendiamo l’amore, la potenza e la misericordia di Dio rivelati in Gesù, che cosa potrebbe impedirci o farci esitare dal correre subito da lui, rinunciando a ogni ingiustizia o anche giustizia nostra, e rifiugiandosi sotto le sue ali? Che cosa potrebbe tenerci ancora lontani da lui?

Il messaggio del vangelo è tremendo sì, ma la sua bellezza e la sua bontà non hanno paragone. Non aspettiamo ancora un secondo; corriamo subito da Gesù e troveremo in lui tutto quello che potremmo mai desiderare, e molto più ancora. Amen.

La Storia della Chiesa in un Anno: Il Patto di Losanna (50/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: Il Patto di Losanna (50/52)

In qualità di membri della Chiesa di Cristo provenienti da più di 150 nazioni, partecipanti al Congresso Internazionale sull’Evangelizzazione del mondo che si è svolto qui a Losanna, lodiamo Dio per la sua grande salvezza e ci rallegriamo della comunione che egli ci ha donato con sé e gli uni con gli altri…. Noi sosteniamo che il Vangelo è la Buona Notizia per l’intero mondo e siamo determinati, in ragione della sua grazia, a ubbidire al mandato di Cristo che ci ordina di proclamarlo a tutta l’umanità, facendo discepoli in ogni nazione. (Il Patto di Losanna, Introduzione)

A differenza del Concilio Vatican II che ambì all’ecumenismo ma venne meno a causa delle sue peculiarità romane (a.es. la confusione di Maria con Cristo in qualità di unico mediatore), il primo Congresso Internazionale sull’Evangelizzazione del Mondo, tenuto a Losanna presso il Palais de Beaulieu, rivendicò che il potere e la possibilità di riconciliare tutte le nazioni, lingue e tribù della terra sotto un solo capo non derivano da edifici terrestri e figure umane (come la chiesa romana e il papa), ma dal vangelo di Gesù Cristo che di tutti i popoli, sia ebrei sia gentili:

…ne ha fatto uno solo e ha abbattuto il muro di separazione, abolendo nel suo corpo terreno la causa dell’inimicizia, e per riconciliarli tutti e due con Dio in un corpo unico mediante la croce, sulla quale fece morire l’inimicizia. (Efesini 2:14, 16)

Il congresso, organizzato e gestito da leader evangelici come l’evangelista Billy Graham e il teologo inglese John Stott, radunò circa 2700 rappresentanti di varie confessioni cristiane e provenienti da più di 150 nazioni, uniti dalla sola fede in Cristo Gesù quale unico Salvatore e Signore del mondo. Il Patto di Losanna, redatto durante i giorni del congresso (dal 16 al 25 luglio 1974), dichiara senza equivoci che “Non c’è infatti altro nome [all’infuori di Gesù] per mezzo del quale veniamo salvati” (3).

Il Patto sostiene, inoltre, che è proprio l’unicità di Cristo che conferisce al vangelo la sua portata universale. Poiché “l’uomo non è giustificato per le opere della legge, ma soltanto per mezzo della fede in Cristo Gesù” (Galati 2:16), non bisogna aggiungere nulla in più come criterio di unità (come sottomissione alla gerarchia romana). “Non c’è qui né Giudeo né Greco; non c’è né schiavo né libero; non c’è né maschio né femmina; perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù” (Galati 3:28).

Così, il Patto di Losanna, un documento veramente ecumenico in quanto incentrato esclusivamente su Gesù Cristo, conclude con questo invito, a cui vogliamo anche noi partecipare:

Per concludere, alla luce di ciò che crediamo e che abbiamo cercato di presentare e alla luce del nostro impegno, stipuliamo un solenne Patto con Dio e tra di noi per pregare, pianificare e agire insieme per l’evangelizzazione dell’intero pianeta. Invitiamo tutti a unirsi a noi. Possa Dio aiutarci con la sua grazia e per la sua gloria a essere fedeli a questo impegno! Amen. Alleluia.

La Storia della Chiesa in un Anno: Karl Barth e l’Unica Parola di Dio (47/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: Karl Barth e l’Unica Parola di Dio (47/52)

Gesù Cristo è lui stesso questa elezione gratuita di Dio e di conseguenza, la Parola e la decisione divine, l’origine e l’inizio inglobanti in maniera assolutamente esaustiva tutte le altre parole, decisioni, inizi particolari (Karl Barth, La Dottrina dell’Elezione Divina, 305-306).

Nato a Basilea nel 1886, il teologo svizzero Karl Barth rivoluzionò il mondo del XX secolo. Dopo essersi imbevuto della teologia del protestantesimo liberale, Barth venne a rifiutarla quando, come pastore a Safenwil in Svizzera, scoprì che essa non era in grado di rispondere alle problematiche delle persone nella sua chiesa. Avevano bisogno di udire la parola del Dio vero e vivente, non la voce proveniente dai propri cuori.

Quest’epifania portò Barth a mettere l’accento sull’assoluta obiettività della parola di Dio che fa irruzione nella storia e stravolge ogni pensiero, ogni progetto e ogni sistema umano. In particolare, Barth insistette (come avrebbe poi scritto nella Dichiarazione di Barmen) che “Gesù Cristo, cosi come ci viene attestato nella Sacra Scrittura, è l’unica parola di Dio. Ad essa dobbiamo prestare ascolto; in essa dobbiamo confidare e ad essa dobbiamo obbedire in vita ed in morte.”

Durante la sua lunga carriera come professore di teologia presso le università di Münster (1925-1930), Bonn (1930-1935), e Basilea (1935-1962), e poi fino alla sua morte nel 1968, Barth lavorò instancabilmente per applicare questa convinzione a ogni aspetto del pensiero e della vita cristiani. Frutto di circa trent’anni di fatica fu la monumentale ma incompiuta Dogmatica Ecclesiale, un’opera di oltre otto mille pagine suddivise in tredici volumi. Qui Barth espose una visione della fede cristiana incessantemente concentrata sulla persona e sull’opera di Gesù Cristo. Tra i suoi contributi inestimabili si ricordano in particolare i seguenti:

La dottrina della predestinazione (l’elezione): Barth ridimensionò la dottrina, da sempre intensamente dibattuta, della predestinazione in chiave cristologica: Gesù Cristo è sia il Dio che elegge sia l’uomo eletto. Siamo eletti solo perché siamo tali in Cristo che è l’unico vero Eletto di Dio, come siamo figli di Dio solo perché siamo adottati in Gesù l’unico vero Figlio di Dio (Efesini 1:4-5). Così, la dottrina della predestinazione non diventa il “Sì” di Dio ad alcuni e il suo “No” agli altri, ma solo il suo “Sì” a tutti (2 Corinzi 1:18-20). L’elezione è in realtà una persona: Gesù Cristo.

La dottrina della rivelazione: Basandosi sulla verità che Gesù è l’unica via, verità e vita (Giovanni 14:6), Barth negò la possibilità di conoscere Dio se non solo come si rivela in Cristo. L’essere umano non può conoscere Dio tramite le sue capacità ma solo in quanto Dio si fa conoscere per mezzo di Gesù (Giovanni 1:18).

La dottrina delle sacre Scritture: L’enfasi di Barth su Cristo quale unica Parola di Dio influì sulla dottrina delle sacre Scritture. Se Cristo è l’unica vera Parola di Dio, le Scritture lo sono solo in senso secondario, in quante esse rendono testimonianza di lui (Giovanni 5:39). Lungi però dal diminuire l’importanza della Bibbia, Barth l’aumentò, considerandola così non un libro qualsiasi la cui efficacia dipende dalla sua interpretazione, ma come lo strumento per mezzo del quale Gesù Cristo ci incontra e ci parla personalmente.

Galati 2: Crocifissi Con Cristo

1) Liberi in Cristo (1:11-2:10)

1:11 Vi dichiaro, fratelli, che il vangelo da me annunciato non è opera d’uomo; 12 perché io stesso non l’ho ricevuto né l’ho imparato da un uomo, ma l’ho ricevuto per rivelazione di Gesù Cristo. 13 Infatti voi avete udito quale sia stata la mia condotta nel passato, quando ero nel giudaismo; come perseguitavo a oltranza la chiesa di Dio, e la devastavo; 14 e mi distinguevo nel giudaismo più di molti coetanei tra i miei connazionali, perché ero estremamente zelante nelle tradizioni dei miei padri. 15 Ma Dio che m’aveva prescelto fin dal seno di mia madre e mi ha chiamato mediante la sua grazia, si compiacque 16 di rivelare in me il Figlio suo perché io lo annunciassi fra gli stranieri. Allora io non mi consigliai con nessun uomo, 17 né salii a Gerusalemme da quelli che erano stati apostoli prima di me, ma me ne andai subito in Arabia; quindi ritornai a Damasco. 18 Poi, dopo tre anni, salii a Gerusalemme per visitare Cefa e stetti da lui quindici giorni; 19 e non vidi nessun altro degli apostoli, ma solo Giacomo, il fratello del Signore. 20 Ora, riguardo a ciò che vi scrivo, ecco, vi dichiaro, davanti a Dio, che non mento. 21 Poi andai nelle regioni della Siria e della Cilicia; 22 ma ero sconosciuto personalmente alle chiese di Giudea, che sono in Cristo; 23 esse sentivano soltanto dire: «Colui che una volta ci perseguitava, ora predica la fede che nel passato cercava di distruggere». 24 E per causa mia glorificavano Dio.

2:1 Poi, trascorsi quattordici anni, salii di nuovo a Gerusalemme con Barnaba, prendendo con me anche Tito. Vi salii in seguito a una rivelazione, ed esposi loro il vangelo che annuncio fra gli stranieri; ma lo esposi privatamente a quelli che sono i più stimati, per il timore di correre o di aver corso invano. Ma neppure Tito, che era con me, ed era greco, fu costretto a farsi circoncidere. Anzi, proprio a causa di intrusi, falsi fratelli, infiltratisi di nascosto tra di noi per spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù, con l’intenzione di renderci schiavi, noi non abbiamo ceduto alle imposizioni di costoro neppure per un momento, affinché la verità del vangelo rimanesse salda tra di voi. Ma quelli che godono di particolare stima (quello che possono essere stati, a me non importa; Dio non ha riguardi personali), quelli, dico, che godono di maggiore stima non m’imposero nulla; anzi, quando videro che a me era stato affidato il vangelo per gli incirconcisi, come a Pietro per i circoncisi (perché colui che aveva operato in Pietro per farlo apostolo dei circoncisi aveva anche operato in me per farmi apostolo degli stranieri), riconoscendo la grazia che mi era stata accordata, Giacomo, Cefa e Giovanni, che sono reputati colonne, diedero a me e a Barnaba la mano destra in segno di comunione perché andassimo noi agli stranieri, ed essi ai circoncisi; 10 soltanto ci raccomandarono di ricordarci dei poveri, come ho sempre cercato di fare.

Parliamo molto dell’importanza di testimoniare il vangelo ai non credenti affinché credano e ottengano la vita eterna in Gesù Cristo, ed è giusto che lo facciamo. Non dobbiamo dimenticare, però, che il vangelo serve a noi credenti tanto quanto ai non credenti. Per conferma basta leggere la lettera dell’apostolo Paolo scritta alle chiese da lui fondate nella regione della Galazia (l’odierna Turchia). La lettera ai Galati si occupa principalmente del vangelo che Paolo dice qui di aver ricevuto e imparato non “da un uomo, ma l’ho ricevuto per rivelazione di Gesù Cristo” (1:12). Se i credenti, una volta confessata la fede in Cristo, non avessero più bisogno del vangelo, perché Paolo gli avrebbe mandato una lettera il cui argomento centrale è il vangelo? Paolo scrive con un tono urgente, proprio perché le chiese della Galazia rischiavano di perdere il vangelo con il quale Paolo le aveva fondate.

La situazione è questa: alcuni “intrusi” nelle chiese, che Paolo chiama “falsi fratelli”, si sono “infiltrati di nascosto tra di noi per spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù, con l’intenzione di renderci schiavi” (2:4). Questi che sono arrivati nelle chiese fondate da Paolo si reputano credenti (altrimenti non sarebbero neanche “falsi fratelli”) ma sono venuti proprio per sovvertire la loro libertà. Dal 2:3 scopriamo cosa vuol dire: “neppure Tito … fu costretto a farsi circoncidere”. La circoncisione, come sappiamo, era il simbolo del patto stabilito da Dio con il popolo d’Israele tramite Mosè. Di solito, la circoncisione era l’ultimo e più definitivo passo di uno che di nascita non era ebreo ma che voleva diventarlo e così identificarsi con il popolo eletto di Dio. La circoncisione non era, dunque, un atto a sé stante, ma obbligava il circonciso a osservare un aspetto del patto d’Israele, codificato nella legge mosaica. Ci si circoncideva solo con l’intenzione di rispettare tutta la legge ebraica, compresi i comandamenti quali non lavorare il sabato, non mangiare la carne di maiale, e così via.

Perciò, questi “intrusi” cercavano di convincere i credenti Galati (cioè non ebrei) che dovevano non solo credere in Gesù per ereditare la vita eterna ma anche farsi circoncidere e poi ubbidire alla legge mosaica. Ed è questo messaggio a cui Paolo si oppone che tanta veemenza, insistendo che un tale vangelo (che non è in realtà vangelo) ci priva della libertà che abbiamo in Cristo e ci rende schiavi. Paolo si preoccupa che i Galati diano retta all’insegnamento dei falsi fratelli e di conseguenza gli scrive questa lettera “affinché la verità del vangelo [rimanga] salda tra di voi” (2:5)

Nel secondo capitolo, Paolo esorta le chiese di non deviare dal vangelo e di salvaguardarlo con zelo e precisione. La sua esortazione s’impernia sui benefici che i credenti hanno nel vangelo, con l’implicito avvertimento che se si perde il vangelo, si perdono anche i suoi benefici. Secondo Paolo, credendo nel vangelo noi siamo 1) liberi in Cristo, 2) giustificati in Cristo e 3) crocifissi con Cristo. Ora consideriamo ognuno di questi punti.

Abbiamo già iniziato infatti a considerare il primo punto, cioè che in Cristo siamo liberi, liberi dal peso di dover osservare tutta quanta la legge di Dio per giustificarci davanti a lui. Ma dobbiamo ancora notare come Paolo costruisce la sua argomentazione. Evidentemente, i falsi fratelli cercavano di sovvertire il vangelo predicato da Paolo attaccando lui. In altre parole, tentavano di confutare il messaggio screditando il messaggero. La risposta di Paolo lascia intendere che dicevano più o meno questo: “Non dovete ascoltare Paolo che vi permette di non osservare la legge di Mosè, perché lui non è un vero apostolo. Chi è infatti Paolo? Fino a qualche anno fa ci perseguitava. Non faceva parte del circolo degli apostoli che Gesù ha personalmente scelto, gli apostoli come Pietro, Giacomo e Giovanni che l’hanno seguito dall’inizio e ora conducono la sua chiesa a Gerusalemme, dove appunto la chiesa è nata. Questo Paolo, invece, è praticamente apparso da nulla, e adesso pretende di poter contraddire l’insegnamento dei veri apostoli a Gerusalemme, inducendovi a cadere in una trappola pericolosa, cioè trascurare la legge che Dio ci ha dato per mezzo di Mosè. Dio ha sempre castigato coloro che avevano disubbidito a questa legge, e con voi non farà diversamente!”

Questo spiega perché Paolo si premura di far capire, attraverso la sua testimonianza personale, come “il vangelo da me annunciato non è opera d’uomo; perché io stesso non l’ho ricevuto né l’ho imparato da un uomo, ma l’ho ricevuto per rivelazione di Gesù Cristo” (1:11-12). Lungi dal predicare un messaggio sbagliato, Paolo predica il vangelo che ha ricevuto personalmente da Gesù stesso, proprio come ha ricevuto anche la sua vocazione apostolica. Inoltre, non contraddice l’insegnamento dei primi apostoli a Gerusalemme, poiché essi hanno riconosciuto sia lui sia la sua predicazione quali autentici e legittimi.

Tutto questo è importante per noi per almeno i seguenti due motivi. In primo luogo, la validità di una comunità cristiana o di un credente non deriva, come la chiesa romana pretenderebbe, dall’aderenza a una presunta successione visibile dai primi apostoli, e in particolare da Pietro. I falsi fratelli in Galati usavano un simile ragionamento: Paolo non è come noi che possiamo dimostrare il nostro legame con i primi apostoli. Ciò che convalida una comunità come chiesa o una persona come credente non è l’approvazione che viene dall’uomo ma quella che viene direttamente dalla parola di Gesù. Questo ci porta al secondo motivo per cui il discorso di Paolo ci è importante, ovvero, che storicamente la chiesa protestante-evangelica ha sempre posto l’accento principale sulla parola di Dio, sola Scrittura. Come possiamo sapere, come Paolo, che abbiamo l’approvazione che viene direttamente da Gesù? Ce lo dice la sua parola riportata nelle sacre Scritture. Forse Gesù non ci ha mai parlato in maniera udibile come a Paolo, ma la sua parola rivolta a noi nelle Scritture è altrettanto vera e valida. E questa parola è quella che Paolo adesso vuole annunciarci, appunto per ricordarci dell’approvazione (la giustificazione) che abbiamo in Cristo.

2) Giustificati In Cristo (2:11-16)

11 Ma quando Cefa venne ad Antiochia, gli resistei in faccia perché era da condannare. 12 Infatti, prima che fossero venuti alcuni da parte di Giacomo, egli mangiava con persone non giudaiche; ma quando quelli furono arrivati, cominciò a ritirarsi e a separarsi per timore dei circoncisi. 13 E anche gli altri Giudei si misero a simulare con lui; a tal punto che perfino Barnaba fu trascinato dalla loro ipocrisia. 14 Ma quando vidi che non camminavano rettamente secondo la verità del vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: «Se tu, che sei giudeo, vivi alla maniera degli stranieri e non dei Giudei, come mai costringi gli stranieri a vivere come i Giudei?» 15 Noi Giudei di nascita, non stranieri peccatori, 16 sappiamo che l’uomo non è giustificato per le opere della legge, ma soltanto per mezzo della fede in Cristo Gesù, e abbiamo anche noi creduto in Cristo Gesù per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della legge; perché dalle opere della legge nessuno sarà giustificato.

Il secondo beneficio che Paolo menziona come stimolo per conservare la verità del vangelo è la giustificazione in Cristo. Per illustrarne l’importanza, Paolo riporta una vicenda accaduta nella chiesa di Antiochia, ma una vicenda indubbiamente simile a quelle avvenute a causa dei falsi fratelli nella Galazia. Paolo racconta di essere stato ad Antiochia insieme a Cefa (Pietro) e altri membri della chiesa non ebraiche, e tutti mangiavano a tavola insieme. Ricordiamo che per gli ebrei, era stato vietato mangiare con i gentili, gli incirconcisi, sia perché mangiavano cibi impuri (come il maiale) sia perché essi stessi erando considerati impuri. La legge mosaica serviva, a suo tempo, come muro di separazione per conservare la purezza del popolo di Dio prima della venuta di Gesù. Ma dopo l’avvento di Gesù, quel muro non serviva più, e Paolo e Pietro giustamente mangiavano con tutti.

Ma è successo che alcuni credenti sono arrivati dalla chiesa di Gerusalemme (una chiesa quasi tutta ebraica e molto conservatrice), i quali si attenevano ancora fedelmente alla legge. Pietro, visti questi, si è ritirato dal tavolo, inducendo anche altri credenti ebraici e separarsi anche loro dal mangiare con i credenti gentili. Questo comportamento, insiste Paolo, è contrario al vangelo, effettivamente dividendo la chiesa in membri superiori e membri inferiori. Il motivo per cui Paolo dice di aver dovuto rimproverare Pietro è sempre per conservare la verità del vangelo. Pietro stesso avrebbe dovuto sapere che il vangelo esclude ogni tipo di favoritismo o razzismo.

Il rimprovero di Paolo consisteva in due aspetti. Prima mette in risalto l’ipocrisia di Pietro nel costringere gli stranieri “peccatori” (qui intesi non come peccatori generali ma come coloro che vivono senza la legge ebraica) a conformarsi alle tradizioni ebraiche quando lui stesso si è comportato poco prima come uno straniero, mangiando in modo non conforme a quella legge. Ma secondo, e più importante, Paolo mette in risalto l’incoerenza tra il comportamento di Pietro e il vangelo. Il versetto 16 è la chiave: siamo tutti giustificati — sia ebrei che gentili — nello stesso modo, non per le opere della legge ma solo per la fede di Gesù Cristo. Qui ricorro alla traduzione della Nuova Diodati che qui traduce la frase “la fede in Cristo Gesù” come “la fede di Cristo Gesù”. Non è in realtà la nostra fede che ci giustifica, ma la fede di Cristo al nostro posto. La nostra fede, benché necessaria, è solo il segno che siamo uniti a Cristo, il quale è solo la nostra giustizia e la nostra giustificazione.

Il ragionamento di Paolo è dunque il seguente: se Dio ci ha accettato non per ciò che facciamo ma solo per ciò che ha fatto Gesù per noi, chi siamo noi a imporre ad altri ulteriori requisiti prima di accettarli? Paolo dice in effetti a Pietro: “Tu sai che Dio ha pienamente accettato e accolto questi credenti gentili per lo stesso e unico motivo per cui ha accettato e accolto te: per la fede di Gesù. Chi sei tu dunque a costringerli a ubbidire alla legge ebraica affinché siano accettabili a te? Se Dio li ha invitati al suo tavolo solo per i meriti di Cristo, chi sei tu a invitarli al tuo tavolo solo se presentano anche dei meriti loro?”

Non dobbiamo lasciarci sfuggire il significato di questo. È possibile negare la verità del vangelo tanto con i fatti quanto con le parole. Perdiamo il vangelo se cambiamo il messaggio (come dire: Gesù più qualcos’altro); ma perdiamo il vangelo anche se ci comportiamo in modo incoerente con esso! Se facciamo favoritismi, se trattiamo alcuni credenti come se fossero inferiori ad altri, se evitiamo comunione con qualche membro della chiesa, non camminiamo rettamente secondo il vangelo. Da questo impariamo che il vangelo deve trasformare non solo il nostro pensare ma anche il nostro agire. Credere nel vangelo non vuol dire solo cambiare idea, ma cambiare stile di vita, rendendola conforme al Cristo che esso annuncia.

3) Crocifissi Con Cristo (2:17-21)

17 Ma se nel cercare di essere giustificati in Cristo, siamo anche noi trovati peccatori, vuol dire che Cristo è un servitore del peccato? No di certo! 18 Infatti, se riedifico quello che ho demolito, mi dimostro trasgressore. 19 Quanto a me, per mezzo della legge, sono morto alla legge affinché io viva per Dio. 20 Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me! La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me. 21 Io non annullo la grazia di Dio; perché se la giustizia si ottenesse per mezzo della legge, Cristo sarebbe dunque morto inutilmente.

Questo anticipa la conclusione di questo capitolo dove Paolo risponde all’eventuale obbiezione da parte dei falsi fratelli: “Se permettiamo ai gentili di non osservare la legge, loro, vivendo tra i pagani ed essendo ex-pagani essi stessi, non avranno nessuna guida per vivere rettamente. Se gli diciamo “Cristo e basta”, sfrutteranno la grazia come occasione per vivere in qualsiasi modo che vogliono.” Questa è infatti la domanda che Paolo prevede nel v.17: se siamo giusti davanti a Dio solo per l’opera di Cristo così che possiamo accantonare la legge, non diventa Cristo una scusa per peccare?

Paolo risponde con un “no” deciso e definitivo, e per due motivi. Primo, lui dice nei vv.18-19, la legge non è ciò che ci trasforma la vita. La legge (come spiegherà in più dettaglio nel cap. 3) è stata data come “un precettore per condurci a Cristo”, ma adesso che Cristo è venuto, la legge non serve più. Anzi, Paolo asserisce, se riedifichiamo la legge che in Cristo è stata abolita, diventiamo trasgressori della legge proprio nel tentare di rispettarla! Se la legge ci porta a Cristo, tornare alla legge dopo Cristo è un’infrazione della legge stessa. Inoltre, se potessimo mai diventare giusti attraverso le opere della legge, Cristo sarebbe morto inutilmente e la grazia sarebbe vana! L’orrenda crocifissione di Gesù sarebbe inutile e senza senso, avrebbe dovuto soltanto darci una mano per rispettare meglio la legge!

Il secondo motivo che Paolo spiega nel v.20 è il cuore del suo discorso e, a dire il vero, è il cuore del suo vangelo, della sua teologia, della sua missione e della sua vita. Se dovessimo trovare un solo versetto che riassume tutta l’esperienza cristiana, non potremmo trovarne uno migliore. Tutti i benefici della salvezza li abbiamo solo in Gesù, in quanto Gesù è anche in noi. E quando Gesù, per mezzo dello Spirito, viene a dimorare in noi, è tutto lui che ci viene a dimorare. In altre parole, non siamo giustificati in Cristo perché riceviamo da lui il dono della giustizia, siamo giustificati perché lui stesso è la nostra giustizia. Ma Gesù è anche molto di più; come dice Paolo in 1 Corinzi 1:30, è anche sapienza, santificazione e redenzione. Non possiamo avere Gesù come giustizia ma non come tutto il resto.

Questo è perché il vero credente non ha bisogno della legga ebraica e perché non vede la grazia come occasione di peccare. Lo stesso Gesù che è la nostra giustizia davanti a Dio è anche santificazione, per cui cominciamo a vivere una vita santa quando dimora in noi. Gesù è anche sapienza, per cui cominciamo ad agire con saggezza. Gesù è anche colui che è stato crocifisso per i peccati, e poi risuscitato a nuova vita. Perciò Paolo confessa: “Sono stato crocifisso con Cristo; non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me!” Questo vale per tutti coloro che credono veramente in Cristo per essere giustificati davanti a Dio. Siamo dichiarati “giusti”, anche pur rimanendo peccatori come siamo. Questo è il significato di essere giustificati senza le opere della legge. Ma lo stesso Cristo che ci giustifica senza le opere è colui che dimora in noi come la nostra nuova vita. Come Cristo è santo, così anche noi diventiamo santi. Come Cristo è irreprensibile, così anche noi diventiamo irreprensibili. Come Cristo è stato glorificato, così anche noi lo saremo quando torna.

Il vangelo che ci annuncia tutto questo è certamente degno di essere conservato con tutta la passione e precisione che abbiamo!

Romani 1:16-23; 3:9-20

1) La Rivelazione del Peccato Umano (3:9-20)

3:9 Che dire dunque? Noi siamo forse superiori? No, affatto! Perché abbiamo già dimostrato che tutti, Giudei e Greci, sono sottoposti al peccato, 10 com’è scritto: «Non c’è nessun giusto, neppure uno. 11 Non c’è nessuno che capisca, non c’è nessuno che cerchi Dio. 12 Tutti si sono sviati, tutti quanti si sono corrotti. Non c’è nessuno che pratichi la bontà, {no,} neppure uno». 13 «La loro gola è un sepolcro aperto; con le loro lingue hanno tramato frode». «Sotto le loro labbra c’è un veleno di serpenti». 14 «La loro bocca è piena di maledizione e di amarezza». 15 «I loro piedi sono veloci a spargere il sangue. 16 Rovina e calamità sono sul loro cammino 17 e non conoscono la via della pace». 18 «Non c’è timor di Dio davanti ai loro occhi». 19 Or noi sappiamo che tutto quel che la legge dice, lo dice a quelli che sono sotto la legge, affinché sia chiusa ogni bocca e tutto il mondo sia riconosciuto colpevole di fronte a Dio; 20 perché mediante le opere della legge nessuno sarà giustificato davanti a lui; infatti la legge dà la conoscenza del peccato.

La lettera di Paolo ai Romani è stata sempre considerata il suo “capolavoro”, non perché sia quella più ispirata, ma perché è quella più teologicamente densa ed esauriente. È stata la lettera che ha stimolato la conversione di Martin Lutero e la Riforma Protestante. È stata anche la lettera che ha liberato Karl Barth dall’ideologia liberale e l’ha fatto diventare il più cristo-centrico (e quindi il più importante!) teologo protestante del secolo scorso. Potremmo studiare solo questa lettera tutta la vita e mai arrivare a conoscerla fino in fondo.

Ma una peculiarità di questa lettera è la sua enfasi sul peccato, ovvero il potere e l’universalità del male sul genero umano. Secondo Paolo, “non c’è nessun giusto, neppure uno. Non c’è nessuno che capisca, non c’è nessuno che cerchi Dio. Tutti si sono sviati, tutti quanti si sono corrotti. Non c’è nessuno che pratichi la bontà, {no,} neppure uno.” I versetti successivi in vari modi affermano questo senza equivoci: tutti gli esseri umani, senza eccezione, dalla testa ai piedi, sono malati e corrotti dal peccato. Una volta, una tale enfasi non creava tanti problemi, perché tutti accettavano più o meno che il mondo era crudele e che questo era dovuto alla cattiveria umana. Oggi, invece, non piace l’idea che siamo peccatori, o almeno che siamo peccatori come li descrive Paolo in Romani. Ci piace pensare che ci siamo più evoluti, che gli sviluppi scientifici promettano un futuro sempre migliore, che in fondo siamo tutti buoni, e la nostra cattiveria non rappresenta la nostra vera natura. A coloro che la pensano così, la descrizione di Paolo della condizione umana può sembrare esagerata, pessimista, o primitiva. C’è qualcuno che si scandalizza, si offende, e se la prende con Paolo!

Prima di mandare Paolo in manicomio, consideriamo come è arrivato a questa conclusione. In primo luogo, notiamo come questi versetti consistono in citazioni bibliche. Questo ci fa capire che, in parte, Paolo non ha voluto basare le sue idee riguardanti la natura umana sulle sue osservazioni personali, ma sull’insegnamento delle sacre Scritture. Questo sarebbe già ragione sufficiente per adottare, per quanto potrebbe sembrare controintuitivo, la posizione di Paolo. Ma non possiamo fermarci solo qui, perché Paolo non si ferma qui. In realtà, la porzione di Romani che stiamo adesso leggendo costituisce la conclusione della prima parte della sua argomentazione. Paolo stesso ricorda ai lettori che “abbiamo già dimostrato che tutti, Giudei e Greci, sono sottoposti al peccato” (3:9). Prima di scrivere questa catena di citazioni bibliche, Paolo aveva già provato questa conclusione, della quale le citazioni bibliche servono come riassunto. In secondo luogo, dunque, dobbiamo guardare indietro per capire il ragionamento di Paolo. Così faremo, anche se questo approccio differisce dal solito, cioè quello di esporre i brani biblici in ordine. Questa volta, lo capiremo meglio tornando indietro.

2) La Rivelazione dell’Ira di Dio (1:18-23)

18 L’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ingiustizia degli uomini che soffocano la verità con l’ingiustizia; 19 poiché quel che si può conoscere di Dio è manifesto in loro, avendolo Dio manifestato loro; 20 infatti le sue qualità invisibili, la sua eterna potenza e divinità, si vedono chiaramente fin dalla creazione del mondo, essendo percepite per mezzo delle opere sue; perciò essi sono inescusabili, 21 perché, pur avendo conosciuto Dio, non lo hanno glorificato come Dio, né lo hanno ringraziato; ma si sono dati a vani ragionamenti e il loro cuore privo d’intelligenza si è ottenebrato. 22 Benché si dichiarino sapienti, sono diventati stolti, 23 e hanno mutato la gloria del Dio incorruttibile in immagini simili a quelle dell’uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili….

Qui al capitolo 1 e versetto 18, ci troviamo all’inizio dell’argomentazione di Paolo che giunge al culmine nei versetti che abbiamo appena letto. Se 3:9-20 ne costituiscono la conclusione, 1:18-23 ne costituiscono, per così dire, “l’arringa di apertura”. Nel v.18, leggiamo la frase cruciale: “L’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ingiustizia degli uomini che soffocano la verità con l’ingiustizia”. Questa è la frase chiave perché prima di parlare dell’empietà e dell’ingiustizia degli uomini (il motivo per cui Paolo concluderà nel capitolo 3 che tutti si sono corrotti, che non c’è nessuno buono), Paolo parla dell’ira di Dio che si rivela contro queste cose.

In primo luogo, questo vuol dire che la conclusione di Paolo riguardo alla condizione umana non è frutto di qualche sua osservazione o analisi, ma di rivelazione divina. È Dio che ci conosce meglio di noi stessi, perché lui ci ha creato, e scruta ogni cuore sulla faccia della terra. Le Scritture dicono che Dio sa già ogni nostra parola prima che la pronunciamo. Il paziente che si sente bene forse non crede all’inizio quando il dottore gli dice che ha una malattia terminale, ma farebbe bene a ascoltare più l’esperto che le sue percezioni personali. Nello stesso modo, quando Dio ci dice come siamo messi, e che siamo messi veramente male, faremmo bene a dargli retta anche se non ci sembra il caso!

In secondo luogo, Paolo asserisce che la vera condizione umana — corrotta e dannata — è rivelata specificamente dall’ira di Dio che si rivela contro di essa. Bisogna fare attenzione qui, perché non siamo abituati a ragionare in questa maniera. Di solito valutiamo se una determinata reazione è appropriata o meno in proporzione alla causa. Un esempio banale: comprendiamo se una persona urla arrabbiata quando le vengono rubati diecimila euro, ma diciamo che questa persona esagera se urla arrabbiata perché le vengono rubati solo dieci centesimi. Ecco un altro motivo di scandalo, pensiamo che Dio esageri nei nostri confronti quando ci giudica per l’empietà e l’ingiustizia. Ma Paolo capovolge questo ragionamento. Lui dice in effetti: “Non siamo noi a valutare se il giudizio di Dio sia proporzionale al nostro peccato, ma è Dio a farci capire la gravità del nostro peccato in proporzione al suo giudizio!”

In terzo luogo, Paolo è più specifico ancora. Non è chiaro nella traduzione che stiamo usando (la Nuova Riveduta), ma nella Nuova Diodati, il collegamento tra v.18 e quello che precede è esplicito: Perché l’ira di Dio si rivela dal cielo sopra ogni empietà e ingiustizia degli uomini, che soffocano la verità nell’ingiustizia”. La parola “perché” ci segnala che anche questo — cioè il fatto che l’ira di Dio si rivela contro il nostro peccato — è anche esso dovuto a un altro fattore ancora più basilare, e per capirlo dobbiamo andare più indietro e leggere vv.16-17.

2) La Rivelazione della Giustizia di Dio (1:16-17)

16 Infatti non mi vergogno del vangelo; perché esso è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo prima e poi del Greco; 17 poiché in esso la giustizia di Dio è rivelata da fede a fede, com’è scritto: «Il giusto per fede vivrà».

Questi versetti riassumono l’intera lettera ai Romani. Nonostante l’enfasi che Paolo mette sul peccato (perché senza la rivelazione di Dio non sappiamo bene cos’è), la sua enfasi principale è ben diversa. Per Paolo, diagnosticare la condizione corrotta dell’umanità non è un fine a se stesso, ma serve invece per mettere in rilievo la gloria e la potenza del vangelo di Gesù Cristo. Questo comprendiamo dal fatto che la rivelazione dell’ira di Dio contro il peccato umano viene sulla scia della rivelazione della giustizia di Dio nel vangelo, la giustizia che equivale alla “potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede”. Questo ragionamento potrebbe sembrare un po’ complesso, quindi cerchiamo di spiegarlo meglio.

Aiuterà se precisiamo ciò che Paolo non sta facendo. Non parte da una certa prospettiva sul genere umano — in questo caso negativa e pessimista — cercando poi di proporre Gesù Cristo come la soluzione. Il problema inerente a questo approccio è che non convincerà nessuno, compreso Paolo stesso! Nella sua lettera ai Filippesi (3:4b, 6b), Paolo spiega che prima di conoscere Cristo, aveva un’opinione molto positiva delle capacità umane:

Se qualcun altro pensa di aver motivo di confidarsi nella carne, io posso farlo molto di più; io … quanto alla giustizia che è nella legge, [ero] irreprensibile. 

Lungi dall’essere denigratorio verso le capacità umane, Paolo confidava molto “nella carne”, cioè in ciò che lui, e altri come lui, era in grado di fare, di diventare, di essere in base alle proprie forze. Quindi, Paolo stesso una volta sarebbe stato per niente convinto dalla mera asserzione che “non c’è nessun giusto, neppure uno”! Che cosa dunque gli ha fatto cambiare idea? Paolo prosegue in Filippesi 3 dicendo:

Ma ciò che per me era un guadagno, l’ho considerato come un danno, a causa di Cristo (3:7).

Ecco la differenza: a causa di Cristo! Prima di conoscere Cristo, Paolo si riteneva giusto e irreprensibile. Il suo incontro con Gesù, invece, l’ha smascherato per rivelare chi era veramente, come ogni pregio, ogni guadagno, ogni attributo di cui era fiero era in realtà solo un danno!

In Romani 1:16-18, la logica è identica. Paolo è giunto alla conclusione che l’intero genere umano, compreso ogni singolo individuo, è empio e ingiusto, corrotto dal peccato e esposto all’ira di Dio contro di esso, a causa della rivelazione della giustizia di Dio in Cristo, la rivelazione che è trasmessa e annunciata nella predicazione del vangelo. In termini più concreti, possiamo dire che è solo la croce di Cristo, la sua morte per i peccati del mondo, è capace di toglierci l’illusione che siamo “abbastanza bravi e buoni” e rivelarci come essere corrotti, impuri, e impotenti.

Come fa questo? Lo fa così: il giudizio divino versato su Gesù sulla croce, di cui le sue sofferenze atroci erano soltanto un povero riflesso, ha rivelato ciò che spettava a tutti noi. La croce ci fa capire che solo così Dio ci poteva salvare. Non ci poteva dare dei buoni consigli e nuovi comandamenti. Non ci poteva dare solo un buon esempio da seguire. No, Dio è dovuto diventare umano per sostituirsi al nostro posto, per assumere interamente la nostra umanità malata e moribonda per poterla guarire dall’interno. Il fatto che Dio stesso è dovuto morire e poi risuscitare al nostro posto rivela che solo l’intervento più radicale era sufficiente, che non eravamo solo persone difettose da migliorare, ma che eravamo persone morte che dovevano risuscitare!

Faccio un esempio banale. Recentemente parlavo con qualcuno che a un certo punto mi ha detto: “Ti perdono”. E io gli ho risposto: “Ma che dici? Che io sappia, non ti ho fatto del male!” Perché ho reagito così? Ho reagito così perché implicito nel perdono è il giudizio. Se questa persona non avesse giudicato una mia azione come sbagliata, non gli sarebbe venuta in mente l’idea di dovermi perdonare. Ma poiché gli avevo fatto un torto senza accorgermene, sono rimasto sconvolto dal suo “ti perdono”, ed è stato proprio quel “ti perdono” che mi ha fatto capire il torto che io, alla mia insaputa, gli avevo fatto.

Qui, secondo Paolo, è successo qualcosa di simile, ma smisuratamente più grande. Noi nasciamo, cresciamo, viviamo, e sappiamo che non siamo perfetti, certamente, ma non siamo neanche bestie! Rispetto ad altri, non abbiamo mai ucciso nessuno (figuramoci quelli che hanno perpetrato un genocidio!), non abbiamo mai violentato un bambino, non abbiamo mai…., e quindi, tutto sommato, siamo abbastanza a posto. Perciò, nei confronti di Dio (chiunque sia), non pensiamo di avere problemi particolari, perché tanto siamo in genere bravi, e sappiamo che  ci perdonerà quei piccoli sbagli che facciamo.

Ma quando per mezzo del vangelo siamo portati davanti alla croce di Cristo, dove Dio dice di sostituirsi al nostro posto, immedesimandosi nella nostra condizione, caricandosi dei nostri peccati, e subendo il giudizio a cui siamo destinati, ogni nostra presunzione svanisce. Come Paolo dice in Romani 3:19, la croce di Cristo chiude ogni bocca e rendere tutto il mondo colpevole davanti a Dio. Lo scrittore C.S. Lewis ha osservato una volta che se il vangelo è vero, la sua importanza è infinita, e non ci permette di adottare mezze misure nei suoi confronti. Se non riusciamo a capire questo, è perché non abbiamo ancora capito il vangelo, non abbiamo mai compreso il significato della croce di Cristo, non abbiamo mai dato ascolto veramente alla parola di Dio che ci rivela tutto questo.

Però, come abbiamo mezionato prima, tutto questo non è un fine a se stesso. Il collegamento tra vv.16-17 e v.18 ci insegna che l’ira di Dio, lungi dall’essere contrario a o incoerente con l’amore di Dio, è in realtà l’espressione dell’amore di Dio nei confronti del peccato umano. Se il peccato è, in fondo, l’umanità che grida “No!” al benevolo e amorevole proposito di Dio per essa, l’ira di Dio è il suo amore che risponde “No!” ancora più forte e decisivo. Se il peccato è l’umanità che rifiuta l’amore di Dio, l’ira di Dio è il suo amore che rifiuta di accettare il nostro rifiuto. Se il peccato è l’umanità che si suicida perché si scinde dall’unica fonte della sua vita, l’ira di Dio è il suo amore che risponde: “Vi amo troppo da abbandonarvi alla vostra auto-distruzione. Non accetto il fatto che le mie creature che amo, tanto da sacrificare me stesso, si allontanino da me e si buttino nell’abisso di un inferno che esse stesse hanno creato. Resisterò fino all’ultima goccia di sangue alla vostra resistenza. Vi cercherò, vi ritroverò, e vi riporterò a casa mia”.

Questo è il vangelo. Questa è la rivelazione della giustizia di Dio che si è manifestata in Gesù Cristo, nella sua morte come l’Agnello di Dio per togliere il peccato del mondo. Ed è alla luce della croce che ci vediamo per la prima volta come siamo veramente, e vedendoci in questa luce, vediamo quanto è grande l’amore di Dio per noi, quanto è stupenda la sua grazia verso di noi, quanto gli dobbiamo e com’è degno della nostra fiducia, ubbidienza e adorazione!

Ecco perché Paolo all’inizio del v.16 dichiara: “Infatti non mi vergogno del vangelo”. Il vangelo per molti è un motivo di vergogna. Molti cristiani si vergognano di parlare apertamente della loro fede in Gesù, avendo paura delle reazioni degli altri. Ma dinanzi a una così grande salvezza, un così grande amore, un così grande Dio, non siamo affatto noi che abbiamo ragione per vergognarci! In Cristo siamo dichiarati giusti davanti a Dio; in Cristo siamo eletti, santi, e amati figli suoi. E se Dio è per noi in questo modo, chi può essere contro di noi? E chi, comprendendo veramente l’amore di Dio rivelato in Cristo, non vorrebbe abbandonare ogni inibizione o intoppo o esitazione e proclamare: “Io sono di Cristo!”

Atti 17: Il Vangelo In Piazza

1) Da Tessalonica ad Atene (17:1-15)

Dopo essere passati per Amfipoli e per Apollonia, giunsero a Tessalonica, dove c’era una sinagoga dei Giudei; e Paolo, com’era sua consuetudine, entrò da loro, e per tre sabati tenne loro ragionamenti tratti dalle Scritture, spiegando e dimostrando che il Cristo doveva soffrire e risuscitare dai morti. «E il Cristo», egli diceva, «è quel Gesù che io vi annuncio». Alcuni di loro furono convinti e si unirono a Paolo e Sila, e così una gran folla di Greci pii e non poche donne delle famiglie più importanti. Ma i Giudei, mossi da invidia, presero con loro alcuni uomini malvagi tra la gente di piazza; e, raccolta quella plebaglia, misero in subbuglio la città; e, assalita la casa di Giasone, cercavano Paolo e Sila per condurli davanti al popolo. Ma non avendoli trovati, trascinarono Giasone e alcuni fratelli davanti ai magistrati della città, gridando: «Costoro, che hanno messo sottosopra il mondo, sono venuti anche qui, e Giasone li ha ospitati; ed essi tutti agiscono contro i decreti di Cesare, dicendo che c’è un altro re: Gesù». E misero in agitazione la popolazione e i magistrati della città, che udivano queste cose. Questi, dopo aver ricevuto una cauzione da Giasone e dagli altri, li lasciarono andare. 10 Ma i fratelli subito, di notte, fecero partire Paolo e Sila per Berea; ed essi, appena giunti, si recarono nella sinagoga dei Giudei. 11 Ora questi erano di sentimenti più nobili di quelli di Tessalonica, perché ricevettero la Parola con ogni premura, esaminando ogni giorno le Scritture per vedere se le cose stavano così. 12 Molti di loro dunque credettero, e così pure un gran numero di nobildonne greche e di uomini. 13 Ma quando i Giudei di Tessalonica vennero a sapere che la Parola di Dio era stata annunciata da Paolo anche a Berea, si recarono là, agitando e mettendo sottosopra la folla. 14 I fratelli allora fecero subito partire Paolo, conducendolo fino al mare; ma Sila e Timoteo rimasero ancora là. 15 Quelli che accompagnavano Paolo lo condussero fino ad Atene e, ricevuto l’ordine di dire a Sila e a Timoteo che quanto prima si recassero da lui, se ne tornarono indietro.

Ultimamente abbiamo esaminato le lettere dell’apostolo Paolo scritte alle chiese che ha fondato. Lo faremo di nuovo prossimamente, ma è bene anche dare un altro sguardo al libro di Atti per considerare il modo in cui Paolo svolgeva la sua opera missionaria. Qui abbiamo un bellissimo esempio di come Paolo predicava il vangelo in un contesto totalmente inospitale a esso. Come si può predicare il vangelo a gente che non ne ha nessuna conoscenza?

La prima parte del capitolo 17 di Atti narra come Paolo passa da Tessalonia (dove fonda la comunità a cui scriverà le due lettere ai Tessalonicesi) per arrivare ad Atene, la città dei filosofi. Luca narra in particolare come tumulti e agitazioni seguono Paolo ovunque vada. Secondo Atti, questo è ciò che di solito succede quando il vangelo viene predicato in verità e in potere. Qui, a causa dei tumulti provocati dai suoi avversari ebraici, Paolo è costretto a stare ad Atene mentre aspetta l’arrivo dei suoi collaboratori, Sila e Timoteo.

2) Dalla Sinagoga all’Areòpago (17:16-21)

16 Mentre Paolo li aspettava ad Atene, lo spirito gli s’inacerbiva dentro nel vedere la città piena di idoli. 17 Frattanto discorreva nella sinagoga con i Giudei e con le persone pie; e sulla piazza, ogni giorno, con quelli che vi si trovavano. 18 E anche alcuni filosofi epicurei e stoici conversavano con lui. Alcuni dicevano: «Che cosa dice questo ciarlatano?» E altri: «Egli sembra essere un predicatore di divinità straniere», perché annunciava Gesù e la risurrezione. 19 Presolo con sé, lo condussero su nell’Areòpago, dicendo: «Potremmo sapere quale sia questa nuova dottrina che tu proponi? 20 Poiché tu ci fai sentire cose strane. Noi vorremmo dunque sapere che cosa vogliono dire queste cose». 21 Or tutti gli Ateniesi e i residenti stranieri non passavano il loro tempo in altro modo che a dire o ad ascoltare novità.

C’è molto di più che potremmo dire in merito a questi versetti, ma oggi ci interessa soprattutto l’opera di Paolo ad Atene. Paolo non è venuto ad Atene per sua volontà, ma perché ci è stato condotto dai fratelli per fuggire il pericolo a Berea. Atene, dunque, è una fermata imprevista, non parte del viaggio missionario che Paolo ha pianificato. Alla fine, però, non importa, perché Paolo non può non predicare Cristo, indipendentemente dal luogo in cui si trova. Approfitta dell’occasione per diffondere il vangelo anche lì, cominciando come sempre nella sinagoga ma poi anche sulla piazza della città. Luca ci dice che la predicazione di Paolo suscita la curiosità degli Ateniesi, i quali “non passavano il loro tempo in altro modo che a dire o ad ascoltare novità”. Pur chiamandolo (in modo quasi divertente!) “ciarlatano”, gli Ateniesi comunque chiedono a Paolo di spiegare di più le “divinità straniere” e la “nuova dottrina” che propone. Conducono Paolo all’Areòpago, (ancora esistente ad Atene), la parte della città accanto al mercato dove discussioni di questi tipo avevano luogo.

Prima di considerare il discorso di Paolo riportato da Luca, vogliamo fare due osservazioni importanti. In primo luogo, gli Ateniesi non avevano nessuna comprensione né conoscenza neanche la più minima idea di chi era il Gesù che Paolo predicava. Quando Paolo ha parlato di “Gesù e la risurrezione”, gli Ateniesi hanno reagito dicendo “Egli sembra essere un predicatore di divintà straniere”. Chiaramente Paolo aveva un compito difficile: far capire il vangelo di Gesù a persone che non l’avevano mai sentito nominare! Se è difficile far capire il vangelo a persone che hanno già sentito parlare di Gesù (come in Italia!), figuriamoci quanto è difficile in un contesto come quello di Paolo!

In secondo luogo, è importante notare che, contrariamente a come la pensa la nostra società, Paolo considera il vangelo una questione di verità pubblica. In altre parole, il vangelo non è per Paolo (e dunque non lo dovrebbe essere per noi) una questione prettamente privata o personale. Nella nostra società, il vangelo spesso rimane ingabbiato nell’ambito della “religione” — e dunque di preferenza personale — mentre la “piazza” deve rimanere secolare, libera da ogni parlare religioso al fine di non offendere nessuno. Per gli apostoli, invece, il vangelo è tanto pertinente alla piazza “secolare” quanto alla preferenza “religiosa”. In realtà, come vedremo in quanto segue, non esiste questa divisione tra “secolare” e “religioso”, perché Gesù Cristo è il Signore di tutti, che lo sappiano o meno, che lo vogliono o meno.

3) Dal Dio Sconosciuto a Gesù Cristo (17:22-34)

A) Il dio sconosciuto (vv.22-23)

22 E Paolo, stando in piedi in mezzo all’Areòpago, disse: «Ateniesi, vedo che sotto ogni aspetto siete estremamente religiosi. 23 Poiché, passando e osservando gli oggetti del vostro culto, ho trovato anche un altare sul quale era scritto: “Al dio sconosciuto”. Orbene, ciò che voi adorate senza conoscerlo, io ve lo annuncio.

Arrivato all’Areòpago, Paolo comincia il suo discorso. Notiamo subito che è molto diverso da altri esempi di predicazione apostolica in Atti. Nelle sinagoghe, gli apostoli facevano appello all’Antico Testamento, alle promesse fatte ai patriarchi, ad Abraamo e Davide e al Messia come compimento di tutto ciò. Paolo non parte in questo modo, perché gli Ateniesi non hanno nessuna conocenza delle Scritture ebraiche, né dei patriarchi né delle promesse né del Messia. Paolo, invece, cerca di venirgli incontro, partendo da quello che ha osservato tra di loro ad Atene. Paolo sceglie come punto di partenza un certo altare con lo scritto “al dio sconosciuto” che ha visto, probabilmente in mezzo alla piazza.

Non sappiamo molto di quest’altare a parte le informazioni che Luca ci fornisce qui. È ragionevole pensare che gli Ateniesi, i quali erano “estremamente religiosi”, avessero costruito quest’altare in onore di un qualsiasi dio che esisteva ma che essi non conoscevano. Nonostante le tante divinità nel loro pantheon, c’era probabilmente l’ipotesi che esistesse qualche altro dio a loro sconosciuto. Per evitare che esso si adirasse per la loro ignoranza, avevano costruito quest’altare per assicurarsi contro eventuali offese date “al dio sconosciuto”.

Paolo, dunque, coglie l’occasione creata da quest’altare per far conoscere a loro questo “dio sconosciuto”, che Paolo conosce come il Dio d’Israele, rivelato in Gesù Cristo crocifisso e risuscitato. Attenzione, però, Paolo non afferma così una specie di “teologia naturale”. La teologia naturale significa semplicemente questo: l’idea che possiamo conoscere Dio veramente cominciando da noi anziché da Dio e la sua rivelazione in Gesù Cristo. In altre parole, Paolo non ragiona come tanti fanno oggi: “Alcuni lo chiamano Gesù, altri lo chiamano Allah, altri ancora Buddha o Krishna, ma alla fine stiamo tutti parlando della stessa entità divina.” No, Paolo non lascia dubbio: l’unico senso in cui gli Ateniesi conoscevano il vero Dio era nell’ammettere che non lo conoscevano. Paolo non dice: “Ciò che voi chiamate Zeus è in realtà l’unico vero Dio rivelato in Gesù Cristo”; dice piuttosto: “Ciò che non conoscete è l’unico vero Dio”.

B) Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra (vv.24-29)

24 Il Dio che ha fatto il mondo e tutte le cose che sono in esso, essendo Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mani d’uomo; 25 e non è servito dalle mani dell’uomo, come se avesse bisogno di qualcosa; lui, che dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa. 26 Egli ha tratto da uno solo tutte le nazioni degli uomini perché abitino su tutta la faccia della terra, avendo determinato le epoche loro assegnate e i confini della loro abitazione, 27 affinché cerchino Dio, se mai giungano a trovarlo, come a tastoni, benché egli non sia lontano da ciascuno di noi. 28 Difatti in lui viviamo, ci muoviamo e siamo, come anche alcuni vostri poeti hanno detto: “Poiché siamo anche sua discendenza”. 29 Essendo dunque discendenza di Dio, non dobbiamo credere che la divinità sia simile a oro, ad argento, o a pietra scolpita dall’arte e dall’immaginazione umana.

Il passo successivo di Paolo è di far conoscere Dio in quanto “Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra”. Pur non usando queste esatte parole, esse riassumono il succo di questa parte del suo discorso. Paolo contrasta le credenze pagane riguardo al pantheon di divinità con l’idea (per loro rivoluzionaria e sconvolgente) che c’è un solo Dio che, come la Bibbia afferma ripetutamente, è il Creatore di tutte le cose, sia in cielo sia sulla terra. Egli è, dunque, non il Dio degli ebrei soltanto, ma il Dio che regna su tutti e che governa gli affari di tutti i popoli. Interessante notare che questo concetto è altrettanto rivoluzionario e sconvolgente oggi, anche in un paese apparentemente “cristiano” come l’Italia. Nel momento in cui si dichiara che il Dio della Bibbia, il Dio di Gesù Cristo è l’unico vero Dio e che ogni altra rappresentazione di lui è falsa, ci si offende, ci si agita, ci si arrabbia. “Chi sei tu a poter pretendere che la tua ‘religione’ è vera mentre quelle degli altri miliardi di esseri umani sono false?”

Questa è una domanda difficile, e Paolo ci aiuterà a rispondere, ma prima vogliamo fare tre elementi del discorso che preme anche a noi sottolineare quando testimoniamo il vangelo. In primo luogo, Paolo pone l’enfasi sul fatto che Dio non deve niente a noi mentre noi dobbiamo tutto a lui. Si passa la maggior parte della vita beneficiando della bontà e della generosità di Dio ma non gli si pensa minimamente. Che oltraggio! Ogni nostro respiro, ogni battito del nostro cuore, il fatto che non cessiamo di esistere da un istante a un altro sono dovuti esclusivamente all’amore fedele di Dio. E poi pensiamo di poter chiamare Dio in giudizio, pretendendo che egli debba rendere conto a noi per il modo in cui governa il mondo?

In secondo luogo, notiamo come Paolo di nuovo insiste che Dio non è conoscibile dalle cose create o dall’immaginazione umana. Dio “non abita in templi costruiti da mani d’uomo”, come le divinità concepite dall’intelletto umano, né dobbiamo credere che “sia simile a oro, ad argento, o a pietra scolpita dall’arte e dall’immaginazione umana”. I templi, gli idoli scolpiti, i frutti della nostra immaginazione, Dio non ha niente a che vedere con tutto ciò. Cerchiamo Dio, è vero, ma siamo come ciechi nei suoi confronti, vacillando di qua e là a tastoni, senza però afferrare colui che è lì vicino a noi. No, per poter conoscere Dio, Dio deve farsi conoscere.

In terzo luogo, il Dio che non è come noi lo immaginiamo è più grande, più buono, e più amorevole di quanto potremmo mai concepire. Paolo cita un poeta greco che ha scritto “Poiché siamo anche sua discendenza”. Ora, sicuramente Paolo non vuole dire che, dopo tutto, questo poeta ha conosciuto Dio veramente, ma semplicemente che ciò che sta per dire non dovrebbe sembrargli del tutto strano. Se noi siamo discendenza di Dio, chi deve essere Dio? Padre nostro! Infatti, come afferma il credo, prima di essere Creatore Dio è Padre, buono, fedele, e amorevole, non meschino, egoista, e prepotente come spesso erano le divinità greche. Ma conoscere Dio come Padre, e infatti Padre nostro, non è dovuto alla nostra immaginazione, ma solo alla rivelazione di Gesù Cristo che ha detto: “Io sono la via, la verità, e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Giov. 14:6).

C) Il giudice dei vivi e dei morti (vv.30-34)

30 Dio dunque, passando sopra i tempi dell’ignoranza, ora comanda agli uomini che tutti, in ogni luogo, si ravvedano, 31 perché ha fissato un giorno nel quale giudicherà il mondo con giustizia per mezzo dell’uomo che egli ha stabilito, e ne ha dato sicura prova a tutti risuscitandolo dai morti». 32 Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni se ne beffavano; e altri dicevano: «Su questo ti ascolteremo un’altra volta». 33 Così Paolo uscì di mezzo a loro. 34 Ma alcuni si unirono a lui e credettero; tra i quali anche Dionisio l’areopagita, una donna chiamata Damaris e altri con loro.

È quest’ultimo punto che ci porta a considerare la fine del discorso di Paolo. Tutto ciò che ha detto finora mirava a questa conclusione. Anche se non viene nominato (perché in realtà la folla interrompe Paolo quando menziona la risurrezione), Gesù è il punto del discorso. I tempi passati, Paolo dice, erano “tempi dell’ignoranza”, quando si adoravano ogni tipo di divinità tranne che l’unico vero Dio. Ma ora, Paolo prosegue, Dio “comanda agli uomini che tutti, in ogni luogo, si ravvedano”. Che pretesa! Come mai si permette Paolo di asserire che tutti gli esseri umani sono tenuti a ravvedersi e porre fiducia in questo Dio anziché un altro? Perché Paolo presume di poter implicare che ogni altra idea religiosa è falsa e micidiale?

La risposta è semplice: Gesù Cristo. Tutto il mondo sarà giudicato; tutti, i vivi e i morti renderanno conto a lui. Il Dio Creatore rifiuta di guardare indifferente mentre il suo creato si auto-distrugge. Egli, dunque, lo giudicherà — cioè lo farò giusto — per mezzo di Gesù Cristo. E lungi dall’essere qualche teoria o filosofia astratta, Paolo dichiara che Dio ha dato prova concreta e sicura di questo “risuscitandolo dai morti”. Qui vediamo perché prima gli Ateniesi parlavano di Paolo come predicatore di Gesù e la risurrezione. Il suo messaggio — il vangelo — si imperniava su Gesù Cristo crocifisso e risorto.

Pensiamo a quanto il vangelo sia controcorrente, non solo nella società greca del primo secolo, ma anche nella nostra società del ventunesimo secolo. Paolo sta lì — non nella sinogaga, non in chiesa, ma in piazza, in mezzo al mercato, il luogo pubblico di commercio, lavoro, cultura, quotidianità, pluralismo religioso — proprio lì Paolo dichiara con chiarezza e franchezza che Gesù Cristo è stato risuscitato dai morti, costituito Signore e Giudice di tutti, e ora comanda a ogni popolo e a ogni individio di ravvedersi, voltando le spalle a ogni altra religione, filosofia, idea, forma di Dio, ecc., e di porre fiducia esclusivamente in Cristo. Una pretesa non insignificante!

Eppure questa è la pretesa che, in ultima analisi, non ha fatto Paolo, ma Gesù Cristo. Abraham Kuyper, un teologo riformato olandese, ha osservato una volta che “non c’è neanche un centimetro dell’intero universo di cui Gesù non dichiara: ‘È mio!'” Contro la prospettiva contemporanea, il vangelo non appartiene esclusivamente all’ambito della “religione privata”, perché rivendica il suo diritto di governare ogni dimensione del mondo e della vita umana. Certo, non è messaggio gradito, e come di Paolo, così il mondo si befferà di noi se lo annunciamo. Ma fortifichiamoci nella grazia di Dio, sapendo che se Dio è per noi, nessuno potrà essere contro di noi. Uno solo che sta con Dio è sempre nella maggioranza. Abbiamo dunque un bellissimo modello della predicazione del vangelo in un mondo che ne ha tanto bisogno.

1 Timoteo 1:12-2:8: Un Solo Mediatore, Cristo Gesù Uomo

1) Gesù Cristo, Salvatore (1:12-20)

1:12 Io ringrazio colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù, nostro Signore, per avermi stimato degno della sua fiducia, ponendo al suo servizio me, 13 che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento; ma misericordia mi è stata usata, perché agivo per ignoranza nella mia incredulità, 14 e la grazia del Signore nostro è sovrabbondata con la fede e con l’amore che è in Cristo Gesù. 15 Certa è quest’affermazione e degna di essere pienamente accettata: che Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, dei quali io sono il primo. 16 Ma per questo mi è stata fatta misericordia, affinché Gesù Cristo dimostrasse in me, per primo, tutta la sua pazienza, e io servissi di esempio a quanti in seguito avrebbero creduto in lui per avere vita eterna. 17 Al Re eterno, immortale, invisibile, all’unico Dio, siano onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen. 18 Ti affido questo incarico, Timoteo, figlio mio, in armonia con le profezie che sono state in precedenza fatte a tuo riguardo, perché tu combatta in virtù di esse la buona battaglia, 19 conservando la fede e una buona coscienza, alla quale alcuni hanno rinunciato e, così, hanno fatto naufragio quanto alla fede. 20 Tra questi sono Imeneo e Alessandro, che ho consegnati a Satana affinché imparino a non bestemmiare.

L’apostolo Paolo ha scritto due lettere al suo collaboratore Timoteo per incoraggiarlo nel suo ministero a Efeso. Paolo aveva fondato la chiesa a Efeso, ed è stata un’opera particolarmente feconda. La chiesa è cresciuta rapida e forte, e da lì furono fondate altre chiese nelle regioni circostanti. Paolo aveva mandato Timoteo a Efeso per guidare la sempre crescente opera, e ha scritto due lettere per dargli consigli, esortazioni, e avvertimenti. Nel primo capitolo della prima lettera, Paolo ricorda Timoteo della centralità del vangelo che, come scrive in Galati, gli è stato rivelato da Gesù stesso. Paolo riassume questo vangelo nel v.15 dicendo: “Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori”. Ancora come in Galati, Paolo evidenzia com’è egli stesso un esempio vivente del vangelo che predica: non solo “Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori”, ma anche “dei quali io sono il primo”. Mentre Paolo andava a Damasco per perseguitare la chiesa lì, Gesù gli è apparso per salvarlo dalle sue vie malvagie e farlo diventare il suo testimone e apostolo. Perché proprio Paolo che era stato “bestemmiatore” e “persecutore” e “violento”? Nel v.16 Paolo spiega:

Ma per questo mi è stata fatta misericordia, affinché Gesù Cristo dimostrasse in me, per primo, tutta la sua pazienza, e io servissi di esempio a quanti in seguito avrebbero creduto in lui per avere vita eterna.

In altre parole, se Dio ha voluto e ha potuto salvare uno come Paolo, vuole e può salvare chiunque! L’incarico di Timoteo a Efeso, dunque, è di “conservare la fede e una buona coscienza”, specialmente perché alcune persone “hanno rinunciato e, così, hanno fatto naufragio quanto alla fede” (v.19). Il vangelo è la più buona notizia che ci sia, ed è per mezzo di esso che Gesù chiama i peccatori (anche i più grandi come Paolo!) a se stesso. Perciò, bisogna lottare per conservare il vangelo, perché se perdiamo quello, perdiamo tutto.

2) Gesù Cristo, Mediatore (2:1-5)

A) Pregare per tutti (vv.1-2)

2:1 Esorto dunque, prima di ogni altra cosa, che si facciano suppliche, preghiere, intercessioni, ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che sono costituiti in autorità, affinché possiamo condurre una vita tranquilla e quieta in tutta pietà e dignità.

Ora, nel capitolo 2 (e questo è la porzione della lettera su cui vogliamo soffermarci e riflettere oggi), Paolo comincia a dare a Timoteo istruzioni ed esortazioni varie. La prima esortazione è questa: “che si facciano suppliche, preghiere, intercessioni, ringraziamenti per tutti gli uomini”. In particolare, Paolo pone enfasi sulle preghiere da fare “per i re e per tutti quelli che sono costituiti in autorità”. Ma qual è lo scopo di queste preghiere? Paolo continua dicendo: “affinché possiamo condurre una vita tranquilla e quieta in tutta pietà e dignità”. Se ci fermiamo qui, potremmo pensare che lo scopo di queste preghiere per gli altri è che noi possiamo stare bene, ma in realtà non è così. Scopriamo nei prossimi versetti che queste preghiere mirano alla salvezza di “tutti gli uomini”. Vedremo perché questo è il caso tra poco, ma qui è sufficente fare due osservazioni.

Prima, il motivo per cui dobbiamo pregare “per i re e per tutti quelli che sono costituiti in autorità affinché possiamo condurre una vita tranquilla e quieta in tutta pietà e dignità” è per permettere la libera testimonianza del vangelo. Se le autorità governano bene e giustamente, non cercheranno di opporsi al vangelo, e dunque preghiamo che possiamo vivere sotte di esse in pace e serenità non per il nostro benessere personale, ma per poter rendere testimonianza a Gesù senza impedimento.

La seconda osservazione è che per Paolo, la preghiera è tanto importante al progresso del vangelo quanto è importante la testimonianza stessa. È interessante infatti notare che Paolo (che avrà molto da dire in seguito riguardo alla predicazione del vangelo) esorta “prima di ogni altra cosa che si facciano suppliche preghiere, intercessioni, ringraziamenti” a proposito del progresso del vangelo. Un vecchio detto afferma che “prima di parlare di Dio alle persone, bisogna parlare delle persone a Dio”. Come abbiamo visto anche in Atti 4, l’efficacia e la franchezza della testimonianza della chiesa deriva dallo Spirito Santo che la riempie e la fortifica, e lo Spirito Santo riempie e fortifica la chiesa in risposta alle sue preghiere. Pregare, dunque, è un elemento basilare e indispensabile nel ministero del vangelo.

B) Per la salvezza di tutti (vv.3-5)

Questo è buono e gradito davanti a Dio, nostro Salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e vengano alla conoscenza della verità. Infatti c’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo,

Nei vv.3-5, Paolo chiarisce tutto ciò. L’esortazione di pregare per tutti è radicata nella volontà di Dio che vuole salvare tutti. Paolo afferma che pregare in questo modo “è buono e gradito davanti a Dio” proprio perché il suo desiderio è che “tutti gli uomini siano salvati e vengano alla conoscenza della verità”. Il collegamento è ovvio, no? Dio vuole che preghiamo per tutti, perché egli vuole salvare tutti. Se Dio fosse già contento del numero delle persone già alla conoscenza della verità, non bisognerebbe pregare per tutti gli altri che non hanno creduto ancora. Ma poiché Dio che è “nostro Salvatore” vuole che “tutti siano salvati”, vuole anche (e ci esorta) che preghiamo per questo.

Sembra un po’ audace, comunque, avere la presunzione di dire “io so quello che Dio vuole”. Potremmo forse rispondere a Paolo: “Ma Paolo, come sai che Dio vuole che tutti siano salvati, e che noi dunque preghiamo per questo? Come fai a sapere che Dio desidera che tutti siano salvati e non (come credono certi cristiani) solo alcuni?” Paolo cerca di rispondere a questo interrogativo, spiegandoci proprio come si può sapere qual è il volere di Dio nei confronti che tutti gli esseri umani, come si può sapere che il proposito di Dio verso tutti è solo benevolo, amorevole e salvifico, solo di “sì” e non di “no”. La risposta è quella che è sempre: lo sappiamo in Gesù Cristo!

Dobbiamo approfondire il collegamento logico tra v.4 e v.5. V.5 fornisce la ragione per cui sappiamo qual è il volere di Dio nei confronti di tutti: è perché “c’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo”. Paolo inizia il suo ragionamento così: noi sappiamo che Dio è uno solo, e dunque egli deve essere il Dio di tutti. Notiamo come Paolo fa un ragionamento simile in Romani 3:29-30:

29 Dio è forse soltanto il Dio dei Giudei? Non è egli anche il Dio degli altri popoli? Certo, è anche il Dio degli altri popoli, 30 poiché c’è un solo Dio, il quale giustificherà il circonciso per fede, e l’incirconciso ugualmente per mezzo della fede.

Abbiamo capito il senso di questo ragionamento? Paolo smantella la ridicola idea che Dio appartiene solo agli ebrei. Gli ebrei appartengono a Dio, ma Dio non appartiene a loro. Che credano in lui o no, Dio è lo stesso Dio per tutti, perché Dio è uno solo. Se ci fossero più dèi, allora sarebbe logico dire che nessuno di loro è il dio di tutti. Ma siccome Dio è uno solo, l’unica conclusione ragionevole è che Dio è il Dio di tutti.

Ma poi Paolo estende questo ragionamento al mediatore, Cristo Gesù. Come Dio è uno solo e dunque il Dio di tutti, così anche Cristo è uno solo e dunque il mediatore di tutti. Dio non ha mandato due salvatori, due mediatori, ma uno solo, e uno solo per tutti. Quindi, Paolo dice, il suo volere nei confronti di tutti deve essere uno solo. Gesù Cristo è infatti il volere di Dio incarnato; Dio non ha un altro volere misterioso nascosto dietro le spalle di Gesù. E Paolo ha già dichiarato inequivocabilmente qual è stato il volere di Dio rivelato in Cristo: “Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori” (1:15). Ecco, dunque, come sappiamo che Dio vuole che tutti siano salvati: Gesù è venuto per salvare, non per condannare, e poiché Gesù è l’unico mediatore tra Dio e tutti gli esseri umani, sappiamo che Dio vuole che per mezzo di Gesù tutti siano salvati! Questo, poi, è il motivo perché è buono e gradito a Dio pregare per la salvezza di tutti: è ciò che Dio vuole in Cristo!

3) Gesù Cristo, Rivelatore (2:6)

che ha dato se stesso come prezzo di riscatto per tutti; questa è la testimonianza resa a suo tempo

“Ma”, potremmo chiedere ancora, “come fai a sapere, Paolo, che Cristo è venuto nel mondo solo per salvare e non per condannare i peccatori?” “È semplice”, Paolo risponde, “perché Dio ha reso la testimonianza di questo quando Gesù ha dato se stesso come prezzo di riscatti per tutti sulla croce”. La morte di Cristo sulla croce è stata la riconciliazione del mondo, sì, ma non solo: è stata anche la rivelazione della riconciliazione del mondo. Lì sulla croce, Gesù ha sofferto la morte che accomuna tutti noi esseri umani. Gesù era un uomo, sì, ma non solo: era anche “uomo”, o meglio “umano”. Incarnandosi, il Figlio di Dio si è unito a noi nella nostra condizione comune, ha assunto l’umanità che tutti noi abbiamo. Nella sua morte sulla croce, dunque, Gesù ha rappresentato e si è sostituito a tutti, perché è morto nella stessa carne di tutti. Non può essere, dunque, che sia morto solo per alcuni! Ecco perché sappiamo che Gesù è venuto solo per salvare tutti: perché è morto al posto di tutti! Forse nell’Antico Testamento quando Dio interveniva soprattutto nei confronti di Israele, non era sempre evidente qual era il suo volere nei confronti di tutti gli altri. Ma la croce di Cristo “è la testimonianza resa a suo tempo”, la rivelazione che la riconciliazione effettuata in Cristo è stata effettuata per tutti.

4) Gesù Cristo, Fratello (2:7-8)

e della quale io fui costituito predicatore e apostolo (io dico il vero [in Cristo], non mento), per istruire gli stranieri nella fede e nella verità. Io voglio dunque che gli uomini preghino in ogni luogo, alzando mani pure, senza ira e senza dispute.

Tutto questo porta Paolo a capo del suo discorso. Cristo lo ha costuito “predicatore e apostolo”, non per tenere il vangelo un segreto, ma per “istruire gli stranieri [cioè ogni popolo e ogni nazione e ogni persona] nella fede e nella verità. Dio vuole che tutti siano salvati e vengano alla conoscenza della verità, e quindi costituisce la sua chiesa — qui rappresentata da Paolo — il testimone del vangelo. Il termine “apostolo” significa letteralmente: “messaggero”. Paolo è stato mandato da Gesù come il suo messaggero per predicare la buona notizia che Dio vuole salvare tutti e che, in realtà tutti sono stati già riconciliati in lui. In un senso, Paolo parla di Gesù come nostro fratello: Gesù è colui che ci ha fatto conoscere il benevolo proposito di Dio nei nostri confronti, e ci invita a partecipare con lui nel farlo conoscere a tutti gli altri che non l’hanno ancora sentito.

Ecco perché Paolo ripete la sua esortazione inziale: “Io voglio dunque che gli uomini preghino in ogni luogo, alzando mani pure, senza ira e senza dispute.” Il volere di Dio si compierà attraverso la predicazione del vangelo a tutto il mondo, ma il vangelo non sarà predicato a tutto il mondo senza il potere che viene dato attraverso la preghiera. Abbiamo dunque non solo un grandissimo motivo per pregare per il progresso del vangelo nel mondo (cioè che in Cristo Dio ha rivelato il suo benevolo proposito di riconciliazione nei confronti di tutti) ma anche una grandissima certezza che ci fa perseverare nella preghiera: che il vangelo sia predicato in tutto il mondo è il volere di Dio. Infatti, Gesù stesso ha promesso ai suoi discepoli: “questo vangelo del regno sarà predicato in tutto il mondo, affinché ne sia resa testimonianza a tutte le genti; allora verrà la fine” (Matteo 23:14). Allora, preghiamo e predichiamo con franchezza e speranza, sapendo che in Cristo la fine è già certa e la vittoria sarà nostra!