Isaia 28: Sia Dio veritiero e ogni uomo bugiardo

1) L’introduzione a Isaia 28

Il brano biblico che studiamo oggi, Isaia 28, apre una suddivisione importante nel libro del profeta Isaia, costituita da una serie di sei lamenti rivolti al regno di Giuda, di cui Gerusalemme era la capitale. Isaia 28 è infatti il primo di questi sei lamenti e dipinge la situazione deplorevole che il profeta è chiamato ad affrontare con la parola di Dio. Isaia proclama quest’oracolo nell’ultima metà dell’ottavo secolo a.C. — un’epoca ovviamente molto lontana dalla nostra — ma questo non lo rende irrilevante per noi oggi. Anzi, il messaggio di questo capitolo è molto attuale e pertinente in quanto anche noi siamo costretti tutti i giorni a fronteggiare lo stesso problema fondamentale: cioè la falsità.

Non so se per voi è così, ma guardando il mondo io mi trovo spesso a pregare come nel Salmo 12:1-2:

Salva, o Signore, poiché non ci sono più giusti e i fedeli vengono a mancare tra i figli degli uomini. Ciascuno mente parlando con il prossimo; parla con labbro adulatore e con cuore doppio.

Dappertutto c’è infatti la falsità in tutte le sue forme: la menzogna, l’inganno, anche la mezza verità che lascia intendere l’opposto della verità. Come qualcuno ha osservato, la falsità non è la cosa peggiore che noi esseri umani facciamo, ma è ciò che ci permette di fare le cose peggiori. È la falsità che permette ai potenti del mondo di sfruttare e di opprimere, rivendicando però di operare a favore dei loro sudditi. È la falsità che permette ai governi di convincere le loro popolazioni che la guerra è necessaria. È la falsità che permette ai criminali di rubare, danneggiare e ammazzare. È la falsità che ci permette di negare che le nostre dipendenze sono veramente dipendenze, impendendoci di trovare aiuto e liberazione. È la falsità che ci permette di giustificare ogni sorta di male, grande o piccolo che sia, convincendoci che abbiamo ragione quando in realtà abbiamo solo torto. È vero, dunque, che mentre la falsità non è la cosa peggiore, è ciò che permette alle cose peggiori di succedere. È davvero difficile saper come vivere in un mondo di falsità, e ancora più difficile mantere fiducia in Dio quando tutto ciò che ci circonda contraddice la sua parola.

Ma in un mondo di falsità — come quello in cui Isaia profetizzò — possiamo comunque trovare forza per credere e speranza per perseverare se facciamo tesoro di questo capitolo, Isaia 28. Possiamo essere molto incoraggiati da questo profeta che fu una voce solitaria della verità in mezzo a un deserto di falsità. Possiamo imparare a vivere come testimoni della parola di Dio nonostante le labbra bugiarde e i cuori doppi che ci assediano da ogni lato. Questo è infatti lo scopo del nostro studio. Essendo letteratura profetica e poetica, Isaia 28 non è di facile comprensione, e quindi procederemo nella seguente maniera. Prima esamineremo il capitolo versetto per versetto per capire bene il suo messaggio. Dopo ne riassumeremo i temi principali per scoprire il significato per noi oggi.

2) Il messaggio di Isaia 28

28:1 Guai alla superba corona degli ubriachi di Efraim e al fiore che appassisce, splendido ornamento che sta sul capo della grassa valle degli storditi dal vino!

Il messaggio che il Signore comanda a Isaia di annunciare al popolo di Giuda comincia con una profezia rivolta invece al popolo di “Efraim”, cioè alle dieci tribù d’Israele che si erano ribellate alla monarchia davidica dopo la morte di Salomone e che avevano formato un regno separato al nord. Questo regno fu distrutto dagli Assiri nel 722 a.C. a causa della sua persistente malvagità, e la profezia riguardante questa distruzione, che Isaia qui riferisce, serve da esempio al regno di Giuda della sorte che aspetta anche esso a causa della sua malvagità.

La prima parola del messaggio di Isaia è semplicemente “guai!”, una parola diametralmente opposta alle apparenze del regno d’Israele. La sua capitale — la città di Samaria — sembra dall’esterno uno “splendido ornamento che sta sul capo della grassa valle”, ma in realtà è un “fiore che appassisce”. Mentre i suoi abitanti si divertono con vino e s’ingannano che va tutto bene, Isaia arriva con una parola contraddittoria e devastante: guai!

28:2-4 Ecco venire, da parte del Signore, un uomo forte, potente, come una tempesta di grandine, un uragano distruttore, come una piena di grandi acque che straripano; egli getta quella corona a terra con violenza. La superba corona degli ubriachi di Efraim sarà calpestata; il fiore che appassisce, lo splendido ornamento che sta sul capo della grassa valle, sarà come il fico primaticcio che precede l’estate: appena uno lo scorge, l’ha in mano e lo ingoia.

Guai! perché il Signore sta mandando contro il regno d’Israele giudizio nella forma di “un uomo forte”, cioè l’impero degli Assiri, che lo annienterà con la violenza di “una tempesta di grandine” e di “un uragano distruttore”. E come il primo fico della stagione, Israele sarà subito e totalmente ingoiato. La sua bellissima corona — la capitale Samaria — “sarà calpestata”, rivelando che la sua prosperità è un’apparenza ingannevole, che la sua felicità è fugace, e che il suo vino è un soporifero che la rende insensibile alla sua imminente rovina.

28:5-6 In quel giorno il Signore degli eserciti sarà una splendida corona, un diadema d’onore al resto del suo popolo,uno spirito di giustizia a colui che siede come giudice, la forza di quelli che respingono il nemico fino alle sue porte.

Ma il giudizio non è l’ultima parola di Dio al suo popolo. Il motivo per cui va calpestata la corona falsa d’Israele è affinché il Signore diventi la vera “splendida corona”. Laddove prima c’era solo ingiustizia, Dio stabilirà la giustizia. Laddove prima c’era solo debolezza e sconfitta davanti al nemico, sarà Dio stesso la forza e la protezione del suo popolo. Questa è la promessa; questa è l’intenzione di Dio nel giudicare.

28:7-8 Ma anche questi barcollano per il vino e vacillano per le bevande inebrianti; sacerdote e profeta barcollano per le bevande inebrianti, affogano nel vino, vacillano per le bevande inebrianti, barcollano mentre hanno visioni, tentennano mentre fanno da giudici. Tutte le tavole sono piene di vomito, di lordure, non c’è più posto pulito.

Non è chiaro a questo punto se il profeta si rivolge ora agli abitanti di Gerusalemme (come fa esplicitamente dal v.14 in poi), o se continua il suo discorso su Israele. Forse tutti e due sono adesso i destinatari. In ogni caso, l’importante è notare che qui Isaia prende di mira specificamente i sacerdoti e i profeti del popolo, i quali si ubriacano anche loro, “barcollano mentre hanno visioni”. Non sono dunque in grado, come sono stati incaricati, di far conoscere la parola di Dio al popolo. Anzi, “tutte le tavole sono piene di vomito”; invece di riempire il paese della conoscenza del Signore, lo riempiono di sporcizia e impurità.

28:9-10 «A chi vuole dare insegnamenti? A chi vuole far capire la lezione? A dei bambini appena divezzati, staccati dalle mammelle? Poiché è un continuo dar precetto dopo precetto, precetto dopo precetto, regola dopo regola, regola dopo regola, un poco qui, un poco là!»

Qui Isaia cita le parole beffarde di questi sacerdoti e profeti che cercano di ridicolizzare il suo messaggio chiamandolo “insegnamenti da bambini”, “un poco qui, un poco là”. Evidentemente i sacerdoti e i profeti si ritengono troppo intelligenti, troppo istruiti, e troppo sofisticati per la predicazione di Isaia che a loro sembra roba da stupidi, sempliciotti e scemi.

28:11 Ebbene, sarà mediante labbra balbuzienti e mediante una lingua straniera che il Signore parlerà a questo popolo.

Poiché essi hanno respinto la parola di Dio come il balbettare di bambini, così il Signore gli parlerà veramente in questa maniera: “mediante labbra balbuzienti” di un invasore straniero, mediante la lingua che parleranno gli assiri (e dopo i babilonesi) quando arrivano per distruggere il paese. Tale giudizio è conforme al disprezzo che il popolo ha avuto nei confronti della parola di Dio.

28:12 Egli aveva detto loro: «Ecco il riposo: lasciar riposare lo stanco; questo è il refrigerio!» Ma quelli non hanno voluto ascoltare.

Questo, infatti, è la parola di Dio che Isaia aveva riferito loro: riposatevi! Come dice ancora nel 30:15: “Poiché così aveva detto il Signore, Dio, il Santo d’Israele: «Nel tornare a me e nello stare sereni sarà la vostra salvezza; nella calma e nella fiducia sarà la vostra forza». Ma voi non avete voluto!” Ciò che diventa chiaro nel capitolo 30 è che, mentre l’esercito assiro che invade e distrugge il regno d’Israele al nord, il regno di Giuda tenta di fare un’alleanza con Egitto per proteggere il suo territorio.

Questo viene fortemente condannato da Isaia perché vuol dire che Giuda sta confidando nell’Egitto anziché nel Signore. Sta mettendo fiducia per la salvezza in quel potere che una volta l’aveva tenuto schiavo e dal quale il Signore, il vero Salvatore, l’aveva liberato! Di conseguenza, Giuda non è in grado di riposarsi nella certezza che sarà il Signore a salvarlo dagli assiri, e l’esortazione di Isaia di fare proprio questo gli sembra del tutto insensata. E così sembra a tutti che sono convinti di doversi salvare da soli con le proprie forze.

28:13 La parola del Signore è stata per loro precetto dopo precetto, precetto dopo precetto, regola dopo regola, regola dopo regola, un poco qui, un poco là, affinché essi andassero a cadere a rovescio, fossero fiaccati, còlti al laccio e presi!

Questa parola del Signore — il comandamento di fidarsi solo di lui e dunque riposarsi nella sua forza — è stata quella che Giuda ha schernito come sciocchezza, come insulto alla sua intelligenza, la cui conseguenza sarà la sua rovina. Ma (e questo è il punto che Isaia proclamerà nel resto del capitolo) il rifiuto della parola di Dio da parte del popolo non ostacolerà la divina intenzione. Anzi, scandalizzare il popolo fa proprio parte del disegno di Dio: “affinché essi andassero a cadere…”. Isaia qui anticipa 1 Corinzi 1:21: Poiché il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria sapienza, è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione.”

28:14 Ascoltate dunque la parola del Signore, o schernitori, che dominate questo popolo di Gerusalemme!

Quindi, nonostante l’ostinazione del popolo di Gerusalemme, il profeta gli comanda di comunque dare ascolto alla parola di Dio. Il rifiuto di ascoltare non è motivo per non predicare, perché anche in questo rifiuto il Signore compie misteriosamente il suo proposito.

28:15 Voi dite: «Noi abbiamo fatto alleanza con la morte, abbiamo fatto un patto con il soggiorno dei morti; quando l’inondante flagello passerà, non giungerà fino a noi, perché abbiamo fatto della menzogna il nostro rifugio e ci siamo messi al sicuro dietro l’inganno».

Ora tocca al profeta farsi beffe delle parole del popolo di Giuda. L’alleanza che hanno fatto con Egitto per la protezione contro gli assiri non è altro che un'”alleanza con la morte”. Ciò di cui Giuda ha fatto il suo rifugio non è altro che menzogna, e ha messo le sue speranze soltanto nell’inganno. È dunque veramente stupido parlare come parla Giuda: “quando l’inondante flagello passerà, non giungerà fino a noi!” Chi è il vero scemo, Isaia chiede: quelli che si fidano della parola di Dio o quelli che si fidano della falsità?

28:16 Perciò così parla il Signore, Dio: «Ecco, io ho posto come fondamento in Sion una pietra, una pietra provata, una pietra angolare preziosa, un fondamento solido; chi confiderà in essa non avrà fretta di fuggire.

Dovremo tornare a questo versetto cruciale alla fine, ma per adesso ci basta notare che, contro gli sforzi inutili di Giuda di salvare il suo regno tramite un’alleanza con Egitto, è il Signore che l’ha fondato, e sarà il Signore a determinare il suo destino. Contro la malriposta fiducia di Giuda nella falsità, la verità di Dio durerà come “una pietra”. Essendo “una pietra provata”, non importa se tutto il popolo di Giuda rifiuta la parola di Dio: essa resiste a ogni prova e attacco.

Essa è infatti non solo la pietra provata ma la pietra che prova. Chi pensa di poterla giudicare sarà da essa giudicato. Chi pensa di poterla schernire sarà da essa schernito. Quindi, non importa se Isaia si trova totalmente da solo a riferire la parola di Dio a un pubblico ostile. Se lui confida in essa, pur essendo da solo, “non avrà fretta di fuggire”, ovvero non rimarrà deluso o sconvolto, ma starà calmo e fermo, fondato sulla pietra angolare.

28:17-20 Io metterò il diritto per livella e la giustizia per piombino; la grandine spazzerà via il rifugio di menzogna e le acque inonderanno il vostro riparo. La vostra alleanza con la morte sarà annullata e il vostro patto con il soggiorno dei morti non reggerà; quando l’inondante flagello passerà, voi sarete da esso calpestati. Ogni volta che passerà, vi afferrerà; poiché passerà mattina dopo mattina, di giorno e di notte; e sarà spaventevole imparare una tale lezione! Poiché il letto sarà troppo corto per distendervisi, e la coperta troppo stretta per avvolgervisi.

Il trionfo finale della parola di Dio che Isaia annuncia sarà rivelato quando essa si avvererà. Quando fallisce l’alleanza di Giuda con Egitto, quando arrivano gli invasori per assediare Gerusalemme, allora sarà spazzato via “il rifugio di menzogna”. Quando Giuda sarà costretto a coricarsi nel letto che ha fatto, scoprirà che esso non è capace di dare il riposo sperato. Quando Giuda sarà calpestato da stranieri, imparerà la verità della parola di Dio, ma quanto “sarà spaventevole imparare una tale lezione!”

28:21 Poiché il Signore sorgerà come al monte Perazim, si adirerà come nella valle di Gabaon, per fare la sua opera, l’opera sua singolare, per compiere il suo lavoro, lavoro inaudito».

Ma più spaventevole di tutto sarà “l’opera … singolare” del Signore, il suo “lavoro inaudito”. Singolare e inaudito perché sarà contro il suo proprio popolo che il Signore sorgerà in giudizio. I richiami “al monte Perazim” e alla “valle di Gabaon” si riferiscono a due momenti importanti quando il Signore ha sconfitto i nemici di Israele, i canaanei (Giosué 10) e i filistei (2 Samuele 5). In base a questi ricordi, Giuda si aspetta che il Signore combatterà di nuovo contro i suoi nemici. Ma la cosa inaudita è che il Signore combatterà invece contro Giuda!

28:22-23 Ora non fate gli schernitori, affinché le vostre catene non abbiano a rafforzarsi! Poiché io ho udito, da parte del Signore, Dio degli eserciti, che è deciso uno sterminio completo di tutto il paese. Porgete orecchio e date ascolto alla mia voce! State attenti e ascoltate la mia parola!

Nella Bibbia, fare “gli schernitori” è la cosa più grave, perché significa non solo rifiutare la parola di Dio, ma anche disprezzarla, farsi beffe di essa. Però, nonostante il pessimo comportamento di Giuda finqui, Isaia continua a supplicarlo di dare ascolto al suo messaggio. Finché il profeta parla, c’è tempo per ravvedersi, c’è tempo per scongiurare lo “sterminio completo” che il Signore ha decretato.

28:24-28 L’agricoltore ara sempre per seminare? Rompe ed erpica sempre la sua terra? Quando ne ha appianata la superficie, non vi semina l’aneto, non vi sparge il comino, non vi mette il frumento a solchi, l’orzo nel luogo designato e la spelta entro i limiti ad essa assegnati? Il suo Dio gli insegna la regola da seguire e lo istruisce. L’aneto non si trebbia con la trebbia, né si fa passare sul comino la ruota del carro; ma l’aneto si batte con il bastone e il comino con la verga. Si trebbia il grano, tuttavia non lo si trebbia sempre; vi si fanno passare sopra la ruota del carro e i cavalli, ma non si schiaccia.

Tuttavia, siccome Giuda persiste nel fare lo schernitore, arriverà il momento che Isaia prevede. Come fa l’agricoltore, Dio romperà ed erpicherà la terra di Giuda. Il popolo sarà trebbiato come grano. Il nemico gli passerà sopra con la ruota del carro. Ma, sempre conforme all’analogia dell’agricoltore, lo scopo di Dio non è di rompere, di trebbiare o di schiacciare per sempre. Le azioni “distruttive” dell’agricoltore servono per preparare il terreno alla semina, proprio come Dio fa morire per poter risuscitare a nuova vita. Inoltre, come “l’aneto non si trebbia con la trebbia” ma piuttosto “si batte con il bastone”, così il giudizio che il Signore ha decretato è esattamente ciò che serve per compiere il suo proposito a favore di Giuda. Non serve più di questo, ma non serve neanche di meno.

28:29 Anche questo procede dal Signore degli eserciti; meravigliosi sono i suoi disegni, grande è la sua saggezza.

Per questo, il discorso di Isaia finisce acclamando la saggezza di Dio nell’eseguire i suoi disegni. Le sue vie sono spesso misteriose e inscrutabili, a volte anche scandalose, ma sono tutte sagge. Quando la verità della sua parola trionferà su ogni falsità umana, allora tutti lo vedranno, persino gli schernitori, e dovranno confessare ciò che adesso confessa solo Isaia: “meravigliosi sono i suoi disegni, grande è la sua saggezza”.

3) Il significato attuale di Isaia 28

Questo è il messaggio di Isaia 28 e il suo significato per il popolo di Giuda nell’ottavo secolo a.C. Ma per noi oggi? Che significato, che pertinenza, che applicazione ha per noi che viviamo nell’XXI secolo d.C.? Possiamo scoprire questo significato nel riassumere due temi principali che sono emersi nel nostro studio.

A) La verità di Dio è più forte della falsità dell’uomo

Il primo tema è che la verità di Dio è più forte della falsità dell’uomo. Abbiamo parlato all’inizio della difficoltà di vivere in un mondo di falsità. Dopo essere stati ingannati tante volte, è quasi impossible non diventare diffidenti verso gli altri, e questo può avere un impatto anche sul nostro modo di vedere Dio. Dubitiamo della parola degli altri, e cominciamo a dubitare della parola di Dio. Oppure, anche se continuiamo a dire che crediamo, possiamo cominciare a dubitare dell’efficacia della parola di Dio, perché vediamo che è quasi sempre rifiutata o negata. Siamo inoltre tentati spesso a tacere la nostra testimonianza: o perché non vogliamo affrontare il rifiuto degli altri, o semplicemente perché siamo poco fiduciosi che avrà qualche effetto.

Qui la persona di Isaia è certamente un buon esempio, ma più importante ancora è il contenuto del suo messaggio. Egli insiste sul fatto (perché Dio insiste sul fatto!) che la verità di Dio è più forte della falsità dell’uomo. La parola di Dio è sempre efficace anche quando la menzogna e l’inganno sembrano prevalere. La verità di Dio è la “pietra provata” che reggerà quando ogni altro edificio umano crollerà. In più, lungi dal mettere in dubbio la parola di Dio, il rifiuto, lo scherno e l’incredulità dell’uomo diventano, nelle mani sovrane del Signore, testimoni involontari della sua efficacia. Come dice Paolo in Romani 3:3-4:

Che vuol dire infatti se alcuni sono stati increduli [nei confronti della parola di Dio]? La loro incredulità annullerà la fedeltà di Dio? No di certo! Anzi, sia Dio riconosciuto veritiero e ogni uomo bugiardo, com’è scritto: «Affinché tu sia riconosciuto giusto nelle tue parole e trionfi quando sei giudicato».

Qui Paolo sintetizza bene il nocciolo del discorso. Quando la falsità umana nega la verità di Dio, non fa altro che far risalire ancora di più che Dio, e Dio solo, è veritiero. Come la luce risplende con più brillantezza negli ambienti più tenebrosi, così Dio può essere più chiaramente riconosciuto come l’unica fonte di verità quando ogni uomo è dimostrato bugiardo. Quindi, come Paolo sostiene, Dio trionfa sempre, sia quando è riconosciuto giusto da coloro che si fidano delle sue parole, sia quando è giudicato dalla superbia umana.

Quando ci sentiamo dunque assediati e inondati dalla falsità del mondo che rifiuta di ascoltare la nostra testimonianza, non perdiamo fiducia nella verità di Dio di trionfare, perché come dimostrato in Isaia, essa è sempre più grande e più forte della resistenza che le viene opposta. Non dobbiamo avere vergogna del vangelo che spesso è ignorato o disprezzato perché, come il messaggio di Isaia, sembra “roba da bambini e da scemi”. Riconosciamo che la saggezza del vangelo sta proprio nella sua apparente follia, che la potenza del vangelo sta proprio nella sua apparente debolezza.

B) La parola di Dio (Gesù!) è la pietra angolare della nostra fiducia e il riposo delle nostre anime.

Il secondo tema è legato al primo, e torna al versetto chiave di Isaia 28:

Perciò così parla il Signore, Dio: «Ecco, io ho posto come fondamento in Sion una pietra, una pietra provata, una pietra angolare preziosa, un fondamento solido; chi confiderà in essa non avrà fretta di fuggire.

Se nel contesto di Isaia questo si riferisce alla parola di Dio che rimane ferma ed efficace contro quelli che la scherniscono, nel senso più grande si riferisce alla Parola che è Gesù Cristo. Questo è esattamente ciò che Paolo dice dopo in Romani 9:33 (per non parlare di tanti altri brani nel Nuovo Testamento che applica quest’immagine a Gesù). Gesù è quella pietra che, secondo Salmo 118:22, i costruttori nella loro intelligenza hanno rifiutato ma che Dio ha fatto diventare la pietra angolare. Gesù è la verità di Dio incarnata che ha subito il più grande rifiuto da parte dell’umanità quando lui è stato crocifisso. Ma come la più grande conferma del potere invincibile della sua parola, Dio lo ha risuscitato dai morti, dimostrando una volta per sempre la sua verità trionferà sempre sulla falsità umana.

Se dunque noi confidiamo in questa pietra, se ne facciamo la pietra angolare della nostra vita, non saremo mai delusi. Non avremo, come dice letteralmente Isaia 28:16, “fretta”, perché troveremo invece riposo nell’essere fondati su questo fondamento. Non correremo sempre di qua e di la, sempre sforzandosi, sempre lavorando, sempre facendo freneticamente senza mai fermarci, convinti che se non ci pensiamo noi, tutto andrà a pezzi. Il segno di quelli che hanno costruito la loro vita su Gesù come pietra angolare è la possibilità — la libertà — di lasciar andare, di non fare, di stare sereni e nella calma perché sappiamo che possiamo fidarci del Signore di salvarci, di prendersi cura di noi, di provvedere a ogni nostro bisogno. Certo, abbiamo tutti doveri e responsabilità irrinunciabili. Ma questi doveri e responsabilità non dovrebbero diventare causa di preoccupazione o ansia come se, se dovessimo venir meno a essi, Dio non sarebbe in grado di comunque provvedere a tutto quello che serve. C’è in realtà una sola cosa necessaria e irrinunciabile:

Fermatevi», dice, «e riconoscete che io sono Dio. (Salmo 46:10)

Che Dio ci conceda la grazia di far tesoro di questa sua parola e di metterla in pratica. Amen.

Levitico 26: Per essere il vostro Dio

1) Introduzione (Levitico 26:1-2)

26:1 «“Non vi farete e non metterete in piedi né idoli, né sculture, né monumenti. Nel vostro paese non rizzerete pietre scolpite per prostrarvi davanti a loro, poiché io sono il Signore vostro Dio. Osserverete i miei sabati e porterete rispetto al mio santuario. Io sono il Signore.

Come non tante persone, io amo l’Antico Testamento. Lo amo per tanti motivi, ma soprattutto per come vedo in esso rivelarsi il Dio di Gesù Cristo che conosciamo nel Nuovo Testamento. Certo, l’Antico Testamento non parla in questi termini specifici, ma, per chi ha occhi per vedere e orecchie per udire, il Dio manifestato in esso è colui che ci ha amato così tanto che è venuto in Gesù Cristo per morire in croce per salvarci mentre eravamo ancora i suoi nemici e peccatori. Non mi stanco mai di ripetere questo: il Dio dell’Antico Testamento è il Dio di Gesù Cristo, colui che, secondo Ebrei 13:8, “è lo stesso ieri, oggi e in eterno”.

Problematici per molti, però, sono brani come quello che stiamo considerando oggi, Levitico 26. A dire il vero, tutto il libro di Levitico risulta difficile alle sensibilità contemporanee. È un libro di leggi che sembrano non finire mai. Si occupa di tante prescrizioni riguardanti il culto del tabernacolo, il sacerdozio levitico e il sacrificio di animali che, nella migliore delle ipotesi, appaiono al lettore contemporaneo antiquati e irrilevanti alle questioni del mondo attuale.

Lasciando però tutto questo a parte, il capitolo 26 di Levitico (che costituisce il suo culmine) apparentemente presenta Dio come lo stereotipato giudice severo che non tollera la più minima infrazione della sua legge ed è sempre pronto a infliggere le punizioni più estreme e devastanti. “Io vi resisterò con furore e vi castigherò sette volte di più per i vostri peccati. Mangerete la carne dei vostri figli e delle vostre figlie” (vv.28-29). Sul serio? Questo Dio, si pensa, è l’opposto della figura di Gesù Cristo che predicava un messaggio di amore, perdono e compassione. Questa caratterizzazione di Dio è, per molti, un buon motivo per non leggere l’Antico Testamento, o la Bibbia in generale, o persino per rifiutare Dio stesso: “se questo è il Dio della Bibbia, è meglio evitarlo!”

Una tale idea, benché comune, è del tutto sbagliata. Che sia del tutto sbagliata si capisce quando si impiega il tempo necessario per approfondire il linguaggio di Levitico 26 alla luce del suo contesto. Se così facciamo, vedremo che questo capitolo, insieme all’intero libro di Levitico, non sarà più un sasso d’inciampo ma una preziosa testimonianza della grandezza dell’amore di Dio per noi, lo stesso amore che si è rivelato supremamente in Gesù suo Figlio. Vedremo che (per anticipare la conclusione del capitolo nel v.45) Dio ci ama così tanto che non c’è limite a quello che farà “per essere il nostro Dio”.

Cominciamo dunque con il contesto. Qual è il significato del libro di Levitico e di questo capitolo in particolare?

2) La mia dimora in mezzo a voi (Levitico 26:1-13, 46)

26:1 «“Non vi farete e non metterete in piedi né idoli, né sculture, né monumenti. Nel vostro paese non rizzerete pietre scolpite per prostrarvi davanti a loro, poiché io sono il Signore vostro Dio. Osserverete i miei sabati e porterete rispetto al mio santuario. Io sono il Signore.

Se vi comportate secondo le mie leggi, se osservate i miei comandamenti e li mettete in pratica, io vi darò le piogge nella loro stagione, la terra darà i suoi prodotti e gli alberi della campagna daranno i loro frutti. La trebbiatura vi durerà fino alla vendemmia, e la vendemmia vi durerà fino alla semina; mangerete a sazietà il vostro pane e vivrete sicuri nel vostro paese. Io farò sì che la pace regni nel paese; voi vi coricherete e non ci sarà chi vi spaventi; farò sparire dal paese le bestie feroci e la spada non passerà per il vostro paese. Voi inseguirete i vostri nemici ed essi cadranno davanti a voi per la spada. Cinque di voi ne inseguiranno cento, cento di voi ne inseguiranno diecimila, e i vostri nemici cadranno davanti a voi per la spada. Io mi volgerò verso di voi, vi renderò fecondi e vi moltiplicherò e manterrò il mio patto con voi. 10 Voi mangerete il raccolto dell’anno precedente e, quando sarà vecchio, lo tirerete fuori per fare posto a quello nuovo. 11 Io stabilirò la mia dimora in mezzo a voi e non vi detesterò. 12 Camminerò tra di voi, sarò vostro Dio e voi sarete mio popolo. 13 Io sono il Signore vostro Dio; vi ho fatto uscire dal paese d’Egitto per liberarvi dalla schiavitù; ho spezzato il vostro giogo e vi ho fatto camminare a testa alta….

46 Tali sono gli statuti, le prescrizioni e le leggi che il Signore stabilì tra sé e i figli d’Israele, sul monte Sinai, per mezzo di Mosè.

C’è molto che possiamo scoprire sul significato di Levitico solo da questo capitolo. Il libro contiene “gli statuti, le prescrizioni e le leggi che il Signore stabilì tra sé e i figli d’Israele, sul monte Sinai, per mezzo di Mosè” (v.46). Dopo aver liberato Israele dalla schiavitù in Egitto, Dio lo conduce al monte Sinai nel deserto dove lo costituisce “mio popolo” con il patto di cui questi comandamenti fanno parte integrante (vv.12-13). Indicano come Israele dovrà essere un popolo santo, rispecchiando così la santità del suo Dio. La santità del popolo è indispensabile visto che Dio ha stabilito, e stabilirà ancora, il suo “santuario”, cioè la sua “dimora” mezzo a loro (vv.2, 11).

Letto alla luce dell’intera narrativa della Bibbia fino a questo punto, il ruolo d’Israele qui acquisisce un’importanza cruciale. Questi sono i discendenti di Abraamo attraverso i quali Dio ha promesso di portare benedizione a tutte le famiglie della terra. Questa benedizione è il rovesciamento della maledizione introdotta in Genesi 3, le terribili conseguenze del peccato illustrate dall’espulsione di Adamo ed Eva fuori dal giardino d’Eden e nel dominio della morte. Il giardino, secondo Genesi 2, fu il santuario originale, la dimora del Creatore in mezzo alle sue creature dove esse potevano vivere appieno la comunione per cui Dio le aveva create. Ma Dio promise che non avrebbe permesso al peccato di rovinare tutto per sempre. Aveva un piano per togliere il peccato, per distruggere la morte, per riconciliare l’umanità con se stesso, e per ripristinare la loro comunione in eterno.

Questo piano giunge a una tappa importante quando, alla fine di Esodo, Mosè finisce la costruzione del tabernacolo e la gloria del Signore — in forma di una nuvola e del fuoco — lo riempie, indicando che Dio finalmente è tornato ad abitare in mezzo agli esseri umani, rappresentati dai figli d’Israele. Questo tabernacolo è “l’ambasciata” della nuova creazione, e questo momento anticipa ciò che Dio intende compiere in tutto il mondo, facendolo diventare la sua santa dimora.

Israele, però, si è già dimostrato, e si dimostrerà ancora, un popolo tutt’altro che santo. È testardo e disubbidiente, propenso all’idolatria e incline all’incredulità. Come può dunque il “tre volte santo” Dio dimorare in mezzo a un popolo così impuro? Questo è il tema dominante di Levitico e l’interrogativo al cuore di tutti i suoi precetti e insegnamenti. La risposta è quella che leggiamo qui in Levitico 26:3: “Se vi comportate secondo le mie leggi, se osservate i miei comandamenti e li mettete in pratica”, allora il popolo godrà di tutte le benedizioni che risultano dall’essere in piena comunione con Dio. Levitico insegna a Israele come essere un popolo santo in modo da poter ospitare la presenza di Dio tra di loro.

È necessario notare che le benedizioni qui promesse non sono premi di cui Israele deve dimostrarsi degno e meritevole. Nel v.13 Dio gli ricorda esplicitamente: “Io sono il Signore vostro Dio; vi ho fatto uscire dal paese d’Egitto per liberarvi dalla schiavitù”. In altre parole, il Signore è già il loro Dio; non devono comportarsi bene prima che egli lo diventi. Il Signore li ha già liberati dalla schiavitù; non devono compiere opere buone prima che egli agisca a loro favore. Il fatto che il Signore gli dià questa legge per insegnargli la santità è già un dono di grazia e un segno del suo amore, perché implica che essi non siano ancora santi, altrimenti a che scopo servirebbe la legge? Le benedizioni che Dio promette a condizione dell’ubbidienza non sono quindi da intendersi come il premio per un popolo meritevole ma piuttosto come il risultato “normale” di quando si vive in piena comunione con Dio nella sua presenza. Descrivono il benessere che consegue solo, ma sempre, dalla vita santa. La santità non è un mezzo per ottenere altre cose più desiderabili; è se stessa il suo proprio premio maggiore.

3) Resisterò alla vostra resistenza (Levitico 26:18-39)

14 «“Ma se non mi date ascolto e se non mettete in pratica tutti questi comandamenti, 15 se disprezzate le mie leggi e detestate le mie prescrizioni non mettendo in pratica tutti i miei comandamenti e così rompete il mio patto, 16 ecco quel che vi farò a mia volta: manderò contro di voi il terrore, la consunzione e la febbre, che annebbieranno i vostri occhi e consumeranno la vostra vita, e seminerete invano la vostra semenza: la mangeranno i vostri nemici. 17 Volgerò la mia faccia contro di voi e voi sarete sconfitti dai vostri nemici; quelli che vi odiano vi domineranno e vi darete alla fuga senza che nessuno vi insegua.

18 Se nemmeno dopo questo vorrete darmi ascolto, io vi castigherò sette volte di più per i vostri peccati. 19 Spezzerò la superbia della vostra forza, farò in modo che il vostro cielo sia come di ferro e la vostra terra come di bronzo. 20 La vostra forza si consumerà invano, poiché la vostra terra non darà i suoi prodotti e gli alberi della campagna non daranno i loro frutti.

21 E se mi resistete con la vostra condotta e non volete darmi ascolto, io vi colpirò sette volte di più, secondo i vostri peccati. 22 Manderò contro di voi le bestie feroci, che vi rapiranno i figli, stermineranno il vostro bestiame, vi ridurranno a un piccolo numero, e le vostre strade diventeranno deserte.

23 E se, nonostante questi castighi, non volete correggervi per tornare a me, ma con la vostra condotta mi resisterete, anche io vi resisterò 24 e vi colpirò sette volte di più per i vostri peccati. 25 Manderò contro di voi la spada, che farà vendetta per la trasgressione del mio patto; voi vi raccoglierete nelle vostre città, ma io manderò in mezzo a voi la peste e sarete dati in mano al nemico. 26 Quando vi toglierò il sostegno del pane, dieci donne cuoceranno il vostro pane in uno stesso forno, vi distribuiranno il vostro pane a peso e mangerete, ma non vi sazierete.

27 E se, nonostante tutto questo, non volete darmi ascolto, ma con la vostra condotta mi resisterete, 28 anch’io vi resisterò con furore e vi castigherò sette volte di più per i vostri peccati. 29 Mangerete la carne dei vostri figli e delle vostre figlie. 30 Io distruggerò i vostri alti luoghi, spezzerò le vostre statue consacrate al sole, ammucchierò i vostri cadaveri sui resti dei vostri idoli e vi detesterò. 31 Ridurrò le vostre città a deserti, desolerò i vostri santuari e non aspirerò più il soave odore dei vostri profumi. 32 Desolerò il paese; e i vostri nemici che vi abiteranno ne saranno stupefatti. 33 E, quanto a voi, io vi disperderò fra le nazioni e vi inseguirò a spada tratta; il vostro paese sarà desolato e le vostre città saranno deserte.

34 Allora la terra si godrà i suoi sabati per tutto il tempo che rimarrà desolata e che voi sarete nel paese dei vostri nemici; allora la terra si riposerà e si godrà i suoi sabati. 35 Per tutto il tempo che rimarrà desolata avrà il riposo che non ebbe nei vostri sabati, quando voi l’abitavate. 36 Quanto ai superstiti fra di voi, io toglierò il coraggio dal loro cuore nel paese dei loro nemici; il rumore di una foglia agitata li metterà in fuga; fuggiranno come si fugge davanti alla spada e cadranno senza che nessuno li insegua. 37 Precipiteranno l’uno sopra l’altro come davanti alla spada, senza che nessuno li insegua, e voi non potrete resistere davanti ai vostri nemici. 38 Perirete fra le nazioni e il paese dei vostri nemici vi divorerà. 39 I superstiti fra di voi saranno afflitti nei paesi dei loro nemici a causa delle proprie iniquità; e saranno afflitti anche a causa delle iniquità dei loro padri.

Che dunque dobbiamo dire riguardo alle maledizioni che seguono nei versetti successivi? È Dio che cambia idea nei confronti del suo popolo, o che fa vedere che il suo amore non è in realtà incondizionato, perché sembra convertirsi in rabbia quando il popolo non rispetta i suoi comandamenti? O forse esiste un’altra possibilità, cioè che, anche se non si può guadagnare il favore di Dio all’inizio, lo si può perdere se non si mantiene una perfetta ubbidienza alla sua volontà? Queste sono domande non insignificanti, perché il modo in cui rispondiamo determinerà, in gran parte, se vorremo avvicinarci a questo Dio oppure allontanarcene.

Per rispondere, la prima cosa da fare è attendere a come Dio introduce ogni serie di maledizioni che manderà contro il popolo per spiegare il motivo per cui lo farà:

14 «“Ma se non mi date ascolto …

18 Se nemmeno dopo questo vorrete darmi ascolto, io vi castigherò…

21 E se mi resistete con la vostra condotta e non volete darmi ascolto, io vi colpirò…

23 E se, nonostante questi castighi, non volete correggervi per tornare a me, ma con la vostra condotta mi resisterete, anche io vi resisterò…

27 E se, nonostante tutto questo, non volete darmi ascolto, ma con la vostra condotta mi resisterete, 28 anch’io vi resisterò con furore…

Evidenziando queste frasi, vediamo subito che Dio non agisce nei confronti del suo popolo come un giudice severo ma come un padre addolorato per la ribellione di suo figlio. Ogni frase indica come Dio, dopo aver mandato una serie di castighi al popolo, si trattiene un momento per vedere se esso ha imparato la lezione. Questo non è un dio che trova soddisfazione nell’affliggere peccati, o un dio che esagera la punizione rispetto al misfatto. Questo è il Padre celeste amorevole che, con ogni castigo, desidera far tornare il suo figlio prodigo a sé, ed è pronto a perdonare e a smettere di castigare nel momento in cui il figlio si fa correggere.

Ma bisogna dire di più. C’è anche una parola molto interessante che si ripete più volte: resistere. Vs. 21: “se mi resistete…”; vs.23: “se, nonostante questi castighi … con la vostra condotta mi resisterete…”; vs. 27: “se, nonostante tutto questo … con la vostra condotta mi resisterete…”. E notiamo come il Signore risponde: vs.23: “…anche io vi resisterò…”; vs.28: “…anch’io vi resisterò con furore”; e poi ancora nel vs.41: “…peccati per i quali anch’io avrò dovuto resistere loro…”. A primo sguardo, questo potrebbe sembrare un esempio del famoso principio: “occhio per occhio, dente per dente”. Vale a dire, voi fate male a me, e quindi io faccio male a voi. Voi avete offeso me, quindi io vi faccio pagarne le conseguenze.

In realtà, però, non è così. Il Signore non è quella divinità capricciosa che all’improvviso cambia idea o che cambia il modo in cui ci tratta in base al suo umore. Egli è lo stesso Dio che nel v.13 ha ricordato a Israele nel v.13: “Io sono il Signore vostro Dio; vi ho fatto uscire dal paese d’Egitto per liberarvi dalla schiavitù; ho spezzato il vostro giogo e vi ho fatto camminare a testa alta.” Quando, per spiegare il motivo per cui manda queste terribili afflizioni, Dio dice: “anche io vi resisterò”, è per amore e non per rancore o vendetta personale che lo fa. Avverte il popolo: “se mi resistete, sappiate che io resisterò alla vostra resistenza! Se mi rifiutate, sappiate che io rifiuterò il vostro rifiuto”. Perché Dio deve resistere alla resistenza del suo popolo? Perché deve rifiutare il suo rifiuto? È perché lo ama, e il suo amore è così grande e inarrestabile che non c’è limite a quello che farà per compiere tutto il bene che ha promesso di fargli.

Vediamo chiaramente, dunque, che l’ira di Dio, lungi dall’essere opposta al suo amore, è il suo amore. L’ira di Dio è la forma che il suo amore assume nei confronti di ciò che lo rifiuta, di ciò che tenta di evitare le sue benedizioni, di ciò che pone resistenza al compimento del suo benevolo proposito. Quando Dio promette, da un lato, benedizioni per l’ubbidienza e, dall’altro, maledizioni per la disubbidienza, non è Dio che cambia, mutando il suo amore in ostilità. Cambia solo la maniera in cui si esprime il suo amore. È proprio perché Dio ama in modo incondizionato che rifiuta di lasciar andare il suo popolo quando esso cerca di scappare. È il buon pastore che rifiuta di permettere alla pecora smarrita di rimanere per sempre perduta. L’ira di Dio è il grande “No!” dell’amore di Dio all’uomo che pretende: “non la tua volontà, ma la mia sia fatta!”

4) Per essere il vostro Dio (Levitico 26:40-45)

40 «“E confesseranno la loro iniquità e l’iniquità dei loro padri, l’iniquità delle trasgressioni commesse contro di me e della resistenza oppostami, 41 peccati per i quali anch’io avrò dovuto resistere loro e deportarli nel paese dei loro nemici; ma allora, se il cuore loro incirconciso si umilierà e se accetteranno la punizione della loro iniquità, 42 io mi ricorderò del mio patto con Giacobbe, mi ricorderò del mio patto con Isacco e del mio patto con Abraamo, e mi ricorderò del paese; 43 poiché il paese sarà abbandonato da loro e si godrà i suoi sabati mentre rimarrà desolato, senza di loro. Essi sconteranno la loro colpa per aver detestato le mie prescrizioni e avere avuto in avversione le mie leggi. 44 Ma, nonostante tutto questo, quando saranno nel paese dei loro nemici, io non li disprezzerò e non li prenderò in avversione fino al punto d’annientarli del tutto e di rompere il mio patto con loro; poiché io sono il Signore loro Dio; 45 ma per amor loro mi ricorderò del patto stretto con i loro antenati, che feci uscire dal paese d’Egitto, sotto gli occhi delle nazioni, per essere il loro Dio. Io sono il Signore”».

Ecco perché fallisce l’idea che il Dio “severo dell’Antico Testamento” è contrario al Dio “amorevole del Nuovo”. Ecco perché fallisce anche l’obbiezione che dice: “non potrei mai credere in un dio d’ira, ma solo in in dio d’amore”. La severità di Dio è la misura dell’intensità del suo amore. Questo è bellissimamente affermato nell’ultimo versetto del capitolo. Dio promette che, dopo aver fatto piombare tutte queste maledizioni sul suo popolo, non lo metterà allo sterminio totale ma “per amor loro mi ricorderò del patto stretto con i loro antenati … per essere il loro Dio”. Per amor loro. Per essere il loro Dio. Questo è infatti cosa vuol dire “l’amore di Dio”, e cosa l’amore di Dio vuole. Per essere il loro, e anche il nostro Dio. Dio è talmente risoluto e determinato di essere il nostro Dio e di fare di noi il suo popolo che non si limiterà a niente per compierlo. Nessun ostacolo è troppo grande. Nessuna resistenza è troppo forte. Nessun rifiuto è troppo definitivo. Egli sarà il nostro Dio, e noi saremo il suo popolo. Costi quello che costi (e, secondo Levitico 26, il costo può essere decisamente alto!), Dio compirà il suo benevolo proposito nei nostri confronti.

La più grande conferma di questo non è però la testimonianza di Levitico 26 ma la croce di Gesù Cristo nella quale sia le benedizioni sia le maledizioni di Levitico si compiono nel modo più grande e assoluto. L’apostolo Paolo lo spiega così in Galati 3:10, 13-14:

10 Infatti tutti quelli che si basano sulle opere della legge sono sotto maledizione, perché è scritto: «Maledetto chiunque non si attiene a tutte le cose scritte nel libro della legge per metterle in pratica»…. 13 Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, essendo divenuto maledizione per noi (poiché sta scritto: «Maledetto chiunque è appeso al legno»), 14 affinché la benedizione di Abraamo venisse sugli stranieri in Cristo Gesù, e ricevessimo, per mezzo della fede, lo Spirito promesso.

Che grande amore è infatti questo! Gesù Cristo, l’unico che era veramente degno di ogni benedizione (essendone in realtà lui la fonte!) si è fatto diventare maledizione al posto di tutti noi che, come Israele, siamo testardi e disubbidienti, propensi all’idolatria e inclini all’incredulità. In Levitico, le maledizioni erano destinate a peccatori come noi. Ma in Gesù, vediamo Dio che prende su di sé queste maledizioni per dare a noi peccatori le benedizioni che non potremmo mai ottenere altrimenti. Grazie al sacrificio di Gesù, adesso noi riceviamo “la benedizione di Abraamo … per mezzo della fede, lo Spirito promesso”. In Gesù, vediamo che veramente non c’è limite a quello che Dio nel suo amore farà per benedirci, anche se richiede la morte del proprio Figlio!

Voglio lasciarvi con un’ultima immagine. Alla fine del Salmo 23, il salmista afferma: “Certo, beni e bontà m’accompagneranno tutti i giorni della mia vita”. Il verbo qui tradotto “accompagneranno” è in realtà molto più forte in ebraico. Letteralmente vuol dire “inseguire”, ed è un termine che di solito viene usato in contesti di guerra per descrivere, per esempio, un esercito che “insegue” un nemico sconfitto per distruggerlo fino all’ultimo uomo. In Salmo 23:6, il salmista usa questa stessa parola per descrivere la sua certezza che la bontà del Signore lo “inseguirà”. Il senso è della frase è questo: il Dio di cui una volta ero nemico ha sconfitto la mia ribellione, e adesso le sue benedizioni e la sua bontà mi inseguiranno tutti i giorni della mia vita, e non smetteranno di inseguirmi finché non sperimento appieno tutto il bene che il Signore vuol farmi. Questo è davvero un grande amore! Questa è davvero una grande speranza!

Apocalisse 6: I Sigilli della Storia e l’Ira dell’Agnello

1) Introduzione

6:1 Poi vidi quando l’Agnello aprì uno dei sette sigilli

Quando l’apostolo Paolo si riferisce al “buon combattimento della fede” (1 Timoteo 6:12), parla di una questione che affronta tutte le persone a prescindere dalle loro prospettive religiose. Siamo costantemente assaliti da voci che cercano di persuaderci di porre fiducia in esse, dalle pubblicità che vogliono farci credere che saremo felici se compriamo il prodotto che vendono, ai politici che promettono di realizzare i nostri sogni più grandi se li votiamo. Questo è evidente anche nella pandemia COVID perché (come ho sentito qualcuno dire recentemente) è difficile sapere la verità del virus quando esperti da ogni lato — dai catastrofisti ai complottisti — ci danno informazioni contraddittorie. Tutti i giorni sentiamo dichiarazioni, affermazioni, e opinioni che mirano a ottenere la nostra fiducia, e noi siamo costretti a lottare per capire a chi dobbiamo ascoltare e a chi no. Anche quelli che dicono di non fidarsi più di nessuno stanno semplicemente mettendo tutta la loro fiducia in se stessi, cioè nella loro intelligenza e nelle loro capacità di discernere la verità dalla menzogna. Alla fine, tutto questo non è altro che un “combattimento di fede”: tra quelli che combattono per vincere la nostra fiducia e noi che cerchiamo di capire a chi o a cosa dare retta.

Ciò che rende in particolare la fede cristiana un combattimento è che essa riguarda soprattutto cose che non si possono vedere con gli occhi o toccare con le mani. Non voglio dire che la fede cristiana manchi di concretezza o praticità, ma solo che in fondo essa si basa sulla parola di Dio. Crediamo che sia così perché Dio ha detto che è così. In più, crediamo che sia così perché Gesù Cristo, la Parola di Dio in carne umana, ci ha fatto vedere in se stesso che è così. Tuttavia, resta vero che, come dice Paolo in 2 Corinzi 5:7, “camminiamo per fede e non per visione”, e di conseguenza anche il più forte e convinto credente avrà a volte dei dubbi al riguardo. Dopo un po’ che i nostri amici, conoscenti, colleghi di lavoro, vicini di casa, o anche familiari ci dicono che dobbiamo essere mezzo pazzi per credere in Gesù, cominciamo anche noi a chiederci se è così. Ecco qui l’importanza del libro dell’Apocalisse.

“Apocalisse”, che letteralmente vuol dire “svelare”, è stato scritto dall’apostolo Giovanni alle chiese che erano, a continuano a essere, tentati a credere che il mondo sia così come ci appare: che i primi siano i primi e gli ultimi siano gli ultimi, che i grandi non servano gli altri ma si facciano servire dagli altri, che i vincitori siano i forti, i belli, i ricchi e i bravi, e spesso che il male sia pù potente del bene. Lo scopo di Apocalisse è di smascherare queste percezioni ed esporre i loro inganni, di togliere il velo che ci nasconde il vero potere dell’universo e farci vedere che, come afferma 1 Giovanni 5:4: “questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede”. Per quanto sembra strano e misterioso, il libro dell’Apocalisse è un’arma indispensabile nel buon combattimento della fede del credente.

Nei capitoli 4 e 5 di Apocalisse, Giovanni riesce a sbirciare “dietro le quinte”, e vede il trono celeste di Dio attorno al quale le creature viventi e gli angeli cantano incessantemente le lodi dell’Altissimo. Nella visione che Giovanni riferisce vediamo che sul trono più alto del cosmo non c’è né uomo né nessun’altra creatura ma Dio Creatore del cielo e della terra. Egli è il sovrano assoluto e indiscusso, e tiene nella sua mano un libro sigillato da sette sigilli. Questo è il libro che rappresenta il suo piano per il compimento della storia dell’universo. I suoi decreti che sono scritti dentro sono “fedeli e veritieri”, e nessuno è in grado di contrastarli o frustrarne l’adempimento.

Poi, Giovanni vede nella visione che nessuno è degno e capace di aprire il libro e rivelarne il contenuto se non uno solo: il Signore Gesù Cristo, raffigurato come il Leone vincitore e l’Agnello immolato per togliere il peccato del mondo. Gesù e Gesù solo ha sconfitto i potere del male e della morte, ed è a lui Dio ha dato il nome al di sopra di ogni altro nome, e il potere al di sopra di ogni altro potere. Apocalisse ci fa vedere che Gesù è il Signore di tutto e di tutti; non solo in un senso spirituale divorziato dalle realtà fisiche, politiche, scientifiche, storiche, e culturali del mondo; non solo un signore tra tanti altri. Lui è il Signore di tutto ciò. Ed è dunque solo lui che è degno e in grado di prendere in mano il libro del destino del mondo e aprirne i sigilli, dando così il via agli avvenimenti che alla fine porteranno alla vittoria finale di Dio e della venuta del suo regno in ogni angolo del mondo. Il capitolo 6 di Apocalisse rivela il contenuto del libro e narra questi avvenimenti man mano che Gesù — sempre designato “l’Agnello” — apre i sigilli del libro uno alla volta. Tutto questo mira a fortificare la nostra fede, a rendere più ferma la nostra risolutezza di essere fedeli a Cristo, e ad avere coraggio e franchezza nel testimoniarlo agli altri. Consideriamo adesso il contenuto dei sigilli.

2) I Primi Quattro Sigilli: I Quattro Cavalli (6:1-8)

A) 1° sigillo: il cavallo bianco (vv.1-2)

6:1 Poi vidi quando l’Agnello aprì uno dei sette sigilli e udii una delle quattro creature viventi, che diceva con voce come di tuono: «Vieni». Guardai e vidi un cavallo bianco. Colui che lo cavalcava aveva un arco; e gli fu data una corona, ed egli venne fuori da vincitore, e per vincere.

Quando l’Agnello apre il primo sigillo, Giovanni vede venir fuori un cavallo bianco, e il cavaliere che ha un arco. Questo è il primo dei famosi “quattro cavalli dell’Apocalisse” che molti conoscono anche tra quelli che non hanno mai letto la Bibbia. Le immagini di questi cavalli e dei loro cavalieri sono ovviamente simboliche, come il linguaggio in tutto il libro di Apocalisse. Come Gesù non è letteralmente un agnello, così non c’è letteralmente un cavallo bianco col cavaliere che ha un arco. Il significato è da ricercare in ciò che questi cavalli e gli altri simboli rappresentano. Qui il colore del cavallo è importante: bianco, lo stesso colore che indossa Gesù e lo stesso colore del cavallo sul quale egli tornerà nel capitolo 19 per stabilire il suo regno sulla terra. Ma è chiaro che non è Gesù a calvacare questo cavallo, perché è Gesù ad aprire il sigillo che gli permette di venir fuori!

No, questo cavaliere è un impostore, una pallida imitazione di Cristo che viene fuori “da vincitore, e per vincere”. Altrove questo è chiamato “l’anticristo” o “lo spirito dell’anticristo” per tenta di usurpare il posto che spetta solo a Gesù. Nel capitolo 5, è Gesù solo che viene acclamato il vincitore, ma qui vediamo un altro che si arroga lo stesso titolo e diritto. Questo cavaliere rappresenta ogni cosa o ogni persona all’infuori di Cristo che pretende di essere “la via, la verità e la vita”. Può essere un politico o un partito politico; può essere una filosofia o ideologia, puo essere il denaro, può essere persino un prodotto sul mercato che promette di cambiare la nostra vita in bene se ci fidiamo dei produttori abbastanza da spendere i nostri soldi per comprarlo. In poche parole, il cavaliere bianco — l’anticristo — è un idolo, quello che chiede la fiducia e la lealtà che spettano solo a Cristo. E considerando quanto è diffusa l’idolatria nel mondo, non è difficile vedere quanto è efficace questo cavaliere nel “vincere” i cuori, le menti, e le anime delle persone.

B) 2° sigillo: il cavallo rosso (vv.3-4)

Quando l’Agnello aprì il secondo sigillo, udii la seconda creatura vivente che diceva: «Vieni». E venne fuori un altro cavallo, rosso; e a colui che lo cavalcava fu dato di togliere la pace dalla terra affinché gli uomini si uccidessero gli uni gli altri, e gli fu data una grande spada.

L’apertura del secondo sigillo fa venire fuori un cavallo rosso, il colore del sangue. Questo è infatti ciò che accade, perché il cavaliere rosso toglie la pace dalla terra e fomenta conflitti dai quali risultano tanti morti. Naturalmente i conflitti più gravi e sanguinosi sono le guerre, ma l’impatto di questo cavallo è ben più ampio. Anche liti tra vicini di casa possono sfociare in violenza. È difficile, se non impossibile, che passiamo una giornata senza imbatterci in qualche conflitto, o uno in cui siamo coinvolti o uno di cui siamo testimoni. La storia umana è una storia del conflitto, e così sarà fino alla fine. Finché l’uomo è ingannato dallo spirito dell’anticristo e va dietro a idoli, sarà disposto a fare qualsiasi cosa per ottenere quello che desidera, anche quando deve far male agli altri.

C) 3° sigillo: il cavallo nero (vv.5-6)

Quando l’Agnello aprì il terzo sigillo, udii la terza creatura vivente che diceva: «Vieni». Guardai e vidi un cavallo nero; e colui che lo cavalcava aveva una bilancia in mano. E udii come una voce in mezzo alle quattro creature viventi, che diceva: «Una misura di frumento per un denaro e tre misure d’orzo per un denaro, ma non danneggiare né l’olio né il vino».

Il terzo sigillo fa venire fuori un cavallo nero, il colore che rappresenta il male, la corruzione, l’ingiustizia e la sofferenza. Il cavaliere ha in mano una bilancia che dovrebbe simboleggiare la giustizia, ma in questo caso è l’opposto. Le misure usate per il frumento e l’orzo — alimenti di base — sono tante volte aumentate rispetto a quelle giuste, mentre l’olio e il vino — alimenti di lusso — rimangono invariati. Questo indica un’ingiustizia economica in cui i poveri vengono sfruttati in modo che non possano comprare da mangiare mentre i ricchi continuano a godersi i loro cibi succulenti.

D) 4° sigillo: il cavallo giallastro (vv.7-8)

Quando l’Agnello aprì il quarto sigillo, udii la voce della quarta creatura vivente che diceva: «Vieni». Guardai e vidi un cavallo giallastro; e colui che lo cavalcava si chiamava Morte, e gli veniva dietro l’Ades. Fu dato loro potere sulla quarta parte della terra, per uccidere con la spada, con la fame, con la mortalità e con le belve della terra.

L’Agnello apre il quarto sigillo e fa uscire il quarto e ultimo cavallo di colore giallastro, il colore della malattia e del morire. Questo cavaliere si chiama appunto “Morte”, ed è seguito dall’Ades, il soggiorno dei morti. Egli rappresenta l’effetto cumulativo dei tre cavalli precedenti: laddove c’è la guerra si muore di spada; laddove c’è sfruttamento economico si muore di fame e di malattia. A questi flagelli viene aggiunta la morte dovuta alle “belve della terra”, che sicuramente sono gli animali ma forse anche esseri umani che si comportano come tali. Spesso nei salmi i malvagi sono paragonati alle belve proprio perché le loro azioni sono disumane e perché disumanizzano le loro vittime. Comunque sia, la conseguenza di questi quattro cavalli è che la quarta parte del mondo viene colpita e uccisa, una devastazione tremenda e inimmaginabile.

A questo punto ci conviene riflettere brevemente su quanto abbiamo visto fin qui. La prima cosa importante da notare è l’ottica nella quale questi primi quattro sigilli ci fanno vedere gli avvenimenti terribili nella storia e nei giorni nostri. Tutti — conflitti, guerre, ingiustizie, corruzione, povertà, fame, pesti, cattiveria umana — fanno parte del libro che Dio ha scritto riguardante il destino del mondo. I quattro cavalli e i loro cavalieri entrano nella storia solo quando l’Agnello apre i sigilli del libro. In più, notiamo l’uso della forma passiva dei verbi: al cavaliere bianco “fu data una corona” (v.2); al cavaliere rosso “fu dato di togliere la pace dalla terra” e “gli fu data una grande spada” (v.4); al cavaliere giallastro e all’Ades “fu dato loro potere sulla quarte parte della terra per uccidere” (v.8). Per quanto riguarda il cavallo nero, è una voce “in mezzo alle quattro creature viventi” (v.6) che conducono le lodi attorno al trono di Dio che annuncia la sofferenza che seguirà. Il significato di questo è chiaro: i cavalieri possono affliggere il mondo solo nella misura in cui l’Agnello di Dio gli permette di farlo. Tutto quello che sembra il male sfrenato e fuori controllo è in realtà soggetto alla sovranità del Signore Gesù Cristo.

La seconda cosa importante da notare è che questi cavalli rappresentano soltanto le conseguenze naturali e inevitabili della ribellione umana contro Dio. È vero che i cavalli escono solo quando l’Agnello apre i sigilli del libro, ma ciò non significa che l’Agnello sia l’autore dei mali che portano. Il cavaliere bianco vince quelli che scelgono di andare dietro a idoli anziché adorare Dio. Il cavaliere rosso toglie la pace e fomenta il conflitto a quelli che si sono fatti nemici di Dio. Il cavaliere nero porta l’ingiustizia in mezzo a quelli che trasgrediscono la legge di Dio e si sono resi ingiusti davanti a lui. Il cavaliere giallastro uccide quelli che si sono allontanati dal loro Creatore e l’unica fonte della loro vita. In effetti, i sigilli danno agli esseri umani ciò che essi stessi hanno scelto. Hanno preferito gli idoli a Dio, la ribellione all’ubbidienza, l’ingiustizia alla giustizia, la morte dell’autonomia alla vita della sottomissione. Quindi, nel far entrare i quattro cavalieri nel mondo, Dio è perfettamente giusto.

Il punto di tutto ciò è doppio. Per i credenti, il messaggio è di incoraggiamento e conforto. Non bisogna mai pensare che il male sia più forte del bene, che la luce rischi di essere ingoiata dalle tenebre. Per quanto terribili e tremende, le forze del male non possono fare altro che Dio gli permette di fare, e per quanto misterioso, il proposito di Dio farà cooperare ogni male “al bene di quelli che amano Dio e che sono chiamati secondo il suo disegno” (Romani 8:28). Per i non credenti, il messaggio è di ravvedimento e salvezza. Se gli esseri umani abbandoneranno gli idoli, se saranno riconciliati con Dio, se ubbidiranno alla sua volontà e se si rivolgeranno a lui con tutto il cuore, troveranno perdono e vita eterna. Alla fine, per quanto severo, il giudizio di Dio è la manifestazione della sua misericordia che rifiuta di permettere agli esseri umani di rifiutare il suo benevolo proposito nei loro confronti.

3) Il Quinto Sigillo: I Martiri (6:9-11)

Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di quelli che erano stati uccisi per la parola di Dio e per la testimonianza che avevano resa. 10 Essi gridarono a gran voce: «Fino a quando aspetterai, o Signore santo e veritiero, per fare giustizia e vendicare il nostro sangue su quelli che abitano sulla la terra?» 11 E a ciascuno di essi fu data una veste bianca e fu loro detto che si riposassero ancora un po’ di tempo, finché fosse completo il numero dei loro compagni di servizio e dei loro fratelli, che dovevano essere uccisi come loro.

Quando l’Agnello apre il quinto sigillo, Giovanni vede qualcosa di nuovo. Non è più la terra ma il cielo che si mette a fuoco, in particolare “l’altare” che si trova nel tempio celeste di Dio. Sotto l’altare Giovanni vede “le anime di quelli che erano stati uccisi per la parola di Dio e per la testimonianza che avevano resa” (v.9). Questi sono i martiri che sembrano essere stati sconfitti dal mondo ma in realtà, come leggiamo nel 12:11, “hanno vinto per mezzo del sangue dell’Agnello e per mezzo della parola della loro testimonianza; e non hanno amato la loro vita, tanto da esporla alla morte”. Come l’Agnello ha vinto per mezzo della croce, così anche i martiri che rimangono fedeli a lui fino alla morte. È da ricordare che l’accezione originaria del termine “martire” era semplicemente “testimone”, e in questo senso tutti i credenti sono martiri quando testimoniano Gesù con coraggio e costanza.

Ma nella visione di Giovanni vengono specificati i martiri uccisi per la loro testimonianza perché esemplificano nel modo più chiaro la fede che neanche la morte può abbattere. Giovanni sente inoltre le loro suppliche che Dio intervenga per mettere fine al male e alla violenza e ristabilire la pace e la giustizia nel mondo, vendicando così il loro sangue. Gli viene detto di risposarsi “ancora un po’ di tempo” perché non è ancora “completo il numero dei loro compagni di servizio” (v.11). Anche qui il messaggio è doppio. Prima, ci conforta sapere che ci sarà una fine alle nostre sofferenze, e che la cosa peggiore che il mondo possa fare è ucciderci, aprendoci la porta a entrare nella presenza del Signore e del riposo da tutte le nostre sofferenze. Ma questo ci avverte anche che dobbiamo essere sempre pronti alla sofferenza, e persino al martirio in questo mondo, perché il numero di quelli che “devono essere uccisi” non è ancora completo.

4) Il Sesto Sigillo: L’Ira dell’Agnello (6:12-17)

12 Poi vidi quando l’Agnello aprì il sesto sigillo; e si fece un gran terremoto. Il sole diventò nero come un sacco di crine e la luna diventò tutta come sangue; 13 le stelle del cielo caddero sulla terra come quando un fico scosso da un forte vento lascia cadere i suoi fichi immaturi. 14 Il cielo si ritirò come una pergamena che si arrotola, e ogni montagna e ogni isola furono rimosse dal loro luogo. 15 I re della terra, i grandi, i generali, i ricchi, i potenti e ogni schiavo e ogni uomo libero si nascosero nelle spelonche e tra le rocce dei monti. 16 E dicevano ai monti e alle rocce: «Cadeteci addosso, nascondeteci dalla presenza di colui che siede sul trono e dall’ira dell’Agnello; 17 perché è venuto il gran giorno della loro ira. Chi può resistere?»

Ma il tempo per trattenere il giudizio finale non si prolungherà per sempre, e Dio risponderà alle preghiere dei santi di “fare giustizia e vendicare il loro sangue su quelli che abitano sulla terra” (v.10). Il tempo trascorso tra l’apertura del quinto e del sesto sigilli non è specificato, ma quanto è certo che è scritto nel libro di Dio tanto è certo che verrà “il gran giorno dell’ira dell’Agnello”. L’apertura del sesto sigillo ci porta sulla soglia della venuta del regno di Dio, quando finalmente sarà fatta la volontà di Dio come in cielo così anche in terra. Ma perché questo avvenga, Dio deve spacciare via tutto quello che lo impedisca. Così il giudizio finale sarà totale e universale. Il sole diventerà “nero come un sacco di crine” e la luna “tutta come sangue” (v.12). Il cielo si ritirerà, e “ogni montagna e ogni isola” saranno “rimosse dal loro luogo” (vv.13-14). Anche queste immagini sono simboliche, indicando la grandezza dello sconvolgimento che il giudizio di Dio effettuerà, tanto da far sembrare che persino “le stelle del cielo” stiano cadendo “sulla terra come quando un fico scosso da un forte vento lascia cadere i suoi fichi immaturi” (v.13).

In quel giorno, nessuno potrà resistere, e nella sua visione Giovanni vede che tutti saranno colpiti, indipendentemente dal loro potere, dalle loro ricchezze, o dall’onore con cui il mondo li acclama. Nessuno tra “i re della terra, i grandi, i generali, i ricchi, i potenti e ogni schiavo e ogni uomo libero” scamperà. Se la pandemia COVID è stata un grande livellatore colpendo tutti senza discriminare o fare favoritismi, il giudizio di Dio lo sarà ancora di più. E tanto terrificante sarà “l’ira dell’Agnello” che gli uomini preferiranno essere schiacciati dai monti e dalle rocce. Proviamo a immaginare uno spavento così grande da umiliare i più arroganti, da impoverire i più ricchi e da abbattere i più forti. Così sarà il gran giorno dell’ira dell’Agnello, e anche se sembra tardare, il suo futuro arrivo è certo, essendo scritto nel libro nella mano dell’Agnello.

Ma anche questo è la manifestazione della misercordia e dell’amore di Dio. Non è a caso che si tratti dell’ira “dell’Agnello”, lo stesso Agnello che si è sacrificato per togliere il peccato. Il Giudice del mondo non è altro che il Salvatore del mondo. Colui che versa la sua ira sul mondo non è altro che colui che si è sostituito al posto del mondo sotto la stessa ira. L’ira dell’Agnello è dunque l’ira del suo amore, l’amore che rifiuta di essere rifiutato, l’amore che non resta indifferente di fronte a ciò che distrugge l’amato, l’amore che è consumante come un fuoco e feroce come un urugano. L’ira dell’Agnello è lo stesso amore che ha rivelato sulla croce che ora viene manifestato in modo irresistibile e inarrestabile nei confronti di ogni singolo essere umano. E il motivo per cui a Giovanni fu concesso di vedere in anticipo questo giorno e poi di scriverlo a noi è affinché ogni peccatore abbia l’opportunità di ravvedersi e prepararsi al suo arrivo, e affinché ogni credente si fortifichi nella propria fede e speranza, mantendo ferma la testimonianza di Gesù Cristo fino alla morte.

Ecco perché abbiamo tanto bisogno di meditare a lungo su Apocalisse, perché l’inizio del libro stesso pronuncia questa benedizione: “Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e serbano le cose che vi sono scritte, perché il tempo è vicino” (1:3). Non ci resta altro che fare esattamente questo. Che Dio ci conceda la grazia tramite la sua parola di perseverare fino alla fine, rimanendo fedeli a lui e costanti nella nostra testimonianza. Amen.

Luca 23: Predichiamo Cristo Crocifisso

1 Poi tutta l’assemblea si alzò e lo condussero da Pilato. E cominciarono ad accusarlo, dicendo: «Abbiamo trovato quest’uomo che sovvertiva la nostra nazione, vietava di pagare i tributi a Cesare e diceva di esserelui il Cristo re». Pilato lo interrogò, dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?» E Gesù gli rispose: «Tu lo dici». Pilato disse ai capi dei sacerdoti e alla folla: «Non trovo nessuna colpa in quest’uomo». Ma essi insistevano, dicendo: «Egli sobilla il popolo insegnando per tutta la Giudea; ha cominciato dalla Galilea ed è giunto fin qui».

Quando Pilato udì questo, domandò se quell’uomo fosse Galileo. Saputo che egli era della giurisdizione di Erode, lo mandò da Erode, che si trovava anch’egli a Gerusalemme in quei giorni. Quando vide Gesù, Erode se ne rallegrò molto, perché da lungo tempo desiderava vederlo, avendo sentito parlare [molto] di lui; e sperava di vedergli fare qualche miracolo. Gli rivolse molte domande, ma Gesù non gli rispose nulla. 10 Or i capi dei sacerdoti e gli scribi stavano là, accusandolo con veemenza. 11 Erode, con i suoi soldati, dopo averlo vilipeso e schernito, lo vestì di un manto splendido e lo rimandò da Pilato. 12 In quel giorno, Erode e Pilato divennero amici; prima infatti c’era stata inimicizia tra loro.

13 Pilato, riuniti i capi dei sacerdoti, i magistrati e il popolo, disse loro: 14 «Mi avete condotto quest’uomo come sobillatore del popolo; ed ecco, dopo averlo esaminato in presenza vostra, non ho trovato in lui nessuna delle colpe di cui l’accusate, 15 e neppure Erode, poiché egli l’ha rimandato da noi. Ecco, egli non ha fatto nulla che sia degno di morte. 16 Perciò, dopo averlo castigato, lo libererò».

17 [Ora egli aveva l’obbligo di liberare loro un carcerato in occasione della festa;] 18 ma essi gridarono tutti insieme: «Fa’ morire costui e liberaci Barabba!» 19 Barabba era stato messo in prigione a motivo di una sommossa avvenuta in città e di un omicidio. 20 E Pilato [dunque] parlò loro di nuovo perché desiderava liberare Gesù; 21 ma essi gridavano: «Crocifiggilo, crocifiggilo!» 22 Per la terza volta egli disse loro: «Ma che male ha fatto? Io non ho trovato nulla in lui, che meriti la morte. Perciò, dopo averlo castigato, lo libererò». 23 Ma essi insistevano a gran voce, chiedendo che fosse crocifisso; e le loro grida [e quelle dei capi dei sacerdoti] finirono per avere il sopravvento. 24 Pilato decise che fosse fatto quello che domandavano: 25 liberò colui che era stato messo in prigione per sommossa e omicidio, e che essi avevano richiesto, ma abbandonò Gesù alla loro volontà.

Introduzione

Il capitolo 23 di Luca continua la narrazione che porta il vangelo al culmine, cioè la crocifissione di Gesù.  Questo non è solo una caratteristica del vangelo di Luca ma costituisce anche il messaggio principale dell’intera Bibbia e la base dell’intera fede cristiana. In 1 Corinzi 1:22-23, l’apostolo Paolo dichiara che “i Giudei infatti chiedono miracoli e i Greci cercano sapienza, ma noi predichiamo Cristo crocifisso”. Paolo qui condensa tutta la sua predicazione apostolica in solo due parole: “Cristo crocifisso”. Se comprendiamo questo, comprendiamo tutto. D’altronde, se perdiamo questo, perdiamo tutto. Quindi, l’importanza del messaggio di questo capitolo non può essere esagerata né sopravvalutata.

Allo stesso tempo, non dobbiamo presuppore di conoscere già il vangelo in modo da trascurare i dettagli particolari con cui Luca dà colore a esso. Infatti, il motivo per cui abbiamo quattro vangeli e non uno solo (per non parlare degli altri scritti del Nuovo Testamento) è proprio per farci vedere tutto lo splendore prismatico del messaggio di “Cristo crocifisso”. Il vangelo, come lo ha descritto qualcuno, è talmente semplice che un bambino lo può capire ma anche talmente profondo che un’intera vita non basta per sondarlo pienamente. Come vedremo, il capitolo 23 di Luca prende la frase “Cristo crocifisso” e ce la fa vedere in colori forti e vivaci. Di conseguenza, vediamo Gesù non come un’astrazione o una teoria ma come una persona reale che parla, agisce e si relaziona con noi ancora oggi. Luca ci dà la possibilità di udire le grida della folla, di sentire l’odore del sudore e del sangue e di sperimentare in prima persona gli avvenimenti riferiti. Il nostro studio proseguirà secondo i seguenti titoli: 1) una conciliazione improbabile, 2) una condanna devastante e 3) un amore incomprensibile.

1) Una Conciliazione Improbabile (23:1-25)

Cominciamo con il primo punto: una conciliazione improbabile. Non si può parlare di “Cristo crocifisso” senza fare riferimento a tutti gli altri protagonisti (o forse meglio chiamarli “antagonisti”) coinvolti. Il primo versetto del capitolo dice che “tutta l’assemblea si alzò e lo condussero da Pilato”. Rammentando che la suddivisione del testo in capitoli e versetti non esisteva nei manoscritti originali, guardiamo indietro e ci ricordiamo chi sono questi che portano Gesù davanti a Pilato, il governatore romano sulla città di Gerusalemme e sulla regione circostante della Giudea: “Appena fu giorno, gli anziani del popolo, i capi dei sacerdoti e gli scribi si riunirono e lo condussero nel loro sinedrio” (22:66). Dopo aver dichiarato Gesù “colpevole” di bestemmia, questi trascinano Gesù davanti a Pilato perché sotto la legge romana non hanno il diritto di eseguire la pena capitale.

Ma sanno anche che l’accusa di bestemmia non sarà sufficiente a convincere Pilato che Gesù deve essere giustiziato. Ecco perché nel v.2 lo accusano dicendo “Abbiamo trovato quest’uomo che sovvertiva la nostra nazione, vietava di pagare i tributi a Cesare e diceva di essere lui il Cristo re”. Tutte menzogne. Gesù non sovvertiva la nazione ma era venuto per salvarla. Non vietava di pagare i tributi a Cesare; anzi diceva esplicitamente di “rendere a Cesare ciò che è di Cesare” (Luca 20:25). Inoltre, Gesù non diceva di essere il Cristo, almeno non nel modo e nel senso in cui loro l’accusano. Gesù infatti proibiva le persone di spargere la voce di “lui il Cristo re” proprio perché ne avevano un’idea completamente contraria a quella di Gesù. Quindi, alla loro colpa di condannare Gesù per bestemmia i leader religiosi aggiungono anche questa: rendono falsa testimonianza di Gesù per farlo morire.

Pilato, dalla sua parte, non ne rimane persuaso e risponde: “Non trovo nessuna colpa in quest’uomo” (v.4). Mentre Pilato, da un lato, percepisce subito l’inganno e non vuole farsi manipolare, dall’altro ha paura di istigare un tumulto tra gli ebrei. Crede di aver trovato una via di scampo quando sente dire che Gesù, prima di insegnare “per tutta la Giudea ha cominciato dalla Galilea” (v.5). La Galilea è la giurisdizione di Erode, e Pilato dunque pensa di poter scaricare la responsibilità di giudicare Gesù su di lui. 

Il piano di Pilato sembra funzionare all’inizio, perché capita che Erode si trovi a Gerusalemme per la Pasqua. In più, come dice il v.8, “Erode se ne rallegrò molto, perché da lungo tempo desiderava vederlo, avendo sentito parlare [molto] di lui; e sperava di vedergli fare qualche miracolo”. Erode, come Luca ci dice nel v.12, era fino a questo momento nemico di Pilato, essendo stato il suo rivale politico al nord. Erode (chiamato il “tetrarca”) era figlio di Erode il Grande, mezzo ebreo e pretendente al titolto “re dei Giudei”. Questo è lo stesso Erode che ha fatto decapitare Giovanni il battista, e sapevamo già dal capitolo 9 che voleva tanto vedere Gesù, avendo udito parlarne molto. In particolare, Luca ci dice che Erode “sperava di vedergli fare qualche miracolo”. Non rimaniamo stupiti dunque quando Gesù non gli riponde nulla anche se Erode gli rivolge molte domande. Come qualcuno ha osservato, il silenzio di Gesù (o si può dire anche di Dio) non significa che non esista ma semplicemente che non è il “buffone di corte” a cui possiamo far fare qualsiasi nostro desiderio. Deluso, Erode lo rimanda da Pilato, ma solo “dopo averlo vilipeso e schernito” (v.11).

A questo punto Luca inserisce un commento nel v.12 che all’inizio sembra una digressione: “In quel giorno, Erode e Pilato divennero amici; prima infatti c’era stata inimicizia tra loro.” Se però stiamo leggendo il testo con attenzione, non ci è sfuggito un altro dettaglio interessante nel v.10 “i capi dei sacerdoti e gli scribi stavano là, accusandolo con veemenza” (v.10). Come Erode e Pilato, anche questi erano nemici. Abbiamo già visto come gli scribi, insieme ai farisei, si erano opposti accanitamente a Gesù. Storicamente, però, i farisei e gli scribi erano i rivali religiosi dei sacerdoti (che erano maggiormente sadducei). Eccoli qui però, entrambi i gruppi uniti dallo stesso scopo: di far morire Gesù.

Quando poi nel v.13 Gesù viene riportato davanti a Pilato, leggiamo che sono anche “riuniti i capi dei sacerdoti, i magistrati e il popolo”. La scena successiva in cui Pilato tenta di liberare Gesù offrendolo al posto del pericoloso e veramente colpevole Barabba serve per coinvolgere tutto il popolo nel cercare la morte di Gesù. Fino a questo punto, sono stati i leader politici e religiosi a far girare gli ingranaggi del processo. Ma ora, presentata l’opportunità di liberare Gesù l’innocente, il popolo dimostra la sua complicità nel gridare: “Fa’ morire costui e liberaci Barabba!” (v.18).

Questo ci invita alla riflessione. Coinvolte nell’assassinio di Gesù sono molte persone diverse con motivazioni varie. Gli scribi vogliono uccidere Gesù per invidia. I sacerdoti vogliono uccidere Gesù per aver minacciato la loro ricchezza e influenza sul popolo. Erode è incuriosito da Gesù ma alla fine lo considera un concorrente al titolo “re dei Giudei”. Pilato non vuole giustiziare un uomo innocente ma si preoccupa più della precarietà della sua posizione come governatore e di ciò che gli succederebbe se lasciasse scoppiare una rivolta. Il popolo rappresenta indubbiamente un miscuglio di idee: quelli che si aspettano un messia militare, quelli che per paura non vogliono contrastare l’opinione prevalente, quelli che per pura ingenuità si lasciano ingannare. Ma a prescindere da tutte queste differenze, antipatie e inimicizie, tutti quanti sono accomunati dall’unico desiderio di far morire Gesù.

Questa è la conciliazione improbabile di cui parlavo prima, “conciliazione” nel senso che qui nemici diventano amici e avversari diventano collaboratori, e “improbabile” nel senso che niente meno della morte di Gesù poteva realizzarla. Pur avendo un lato decisamente negativo, questo elemento nella storia illustra un fatto significativo del vangelo di Cristo crocifisso. Oggi come oggi si parla molto di compassione, di tolleranza, di fratellanza, di amore per il prossimo, ma tutti questi sentimenti, benché nobili, non sono capaci di realizzare perfettamente e definitivamente il sogno della pace tra individui, popoli e nazioni. Come illustrato qui, solo il sangue di Cristo sparso sulla croce compie la vera riconciliazione nel mondo. Come spiega Paolo in Efesini 2:13-16

13 Ma ora, in Cristo Gesù, voi che allora eravate lontani siete stati avvicinati mediante il sangue di Cristo. 14 Lui, infatti, è la nostra pace; lui, che dei due popoli ne ha fatto uno solo e ha abbattuto il muro di separazione, abolendo nel suo corpo terreno la causa dell’inimicizia, 15 la legge fatta di comandamenti in forma di precetti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo facendo la pace; 16 e per riconciliarli tutti e due con Dio in un corpo unico mediante la croce, sulla quale fece morire l’inimicizia.

Tuttavia, la riconciliazione di cui parla Paolo non è quella realizzata in Luca 23. La “conciliazione improbabile” dei vari gruppi e personaggi contro Gesù costituisce in realtà il secondo punto di questo capitolo, che sto chiamando “una condanna devastante”. È vero che qui la crocifissione di Gesù riunisce le persone precedentemente separate, ma la conseguenza è la loro condanna per ciò che fanno. Proseguiamo nella lettura del capitolo.

2) Una Condanna Devastante (23:26-31)

26 Mentre lo portavano via, presero un certo Simone, di Cirene, che veniva dalla campagna, e gli misero addosso la croce perché la portasse dietro a Gesù. 27 Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che facevano cordoglio e lamento per lui. 28 Ma Gesù, voltatosi verso di loro, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete per me, ma piangete per voi stesse e per i vostri figli. 29 Perché, ecco, i giorni vengono nei quali si dirà: “Beate le sterili, i grembi che non hanno partorito e le mammelle che non hanno allattato”. 30 Allora cominceranno a dire ai monti: “Cadeteci addosso!” e ai colli: “Copriteci!”. 31 Perché se fanno questo al legno verde, che cosa sarà fatto al secco?»

Mentre Gesù cammina verso il luogo della crocifissione, incontra delle donne che fanno “cordoglio e lamento per lui” (v.27). La risposta di Gesù è inaspettata e sconvolgente: “Figlie di Gerusalemme, non piangete per me, ma piangete per voi stesse e per i vostri figli” (v.28). La breve profezia che segue richiama il discorso di Gesù riportato nel capitolo 21 sul giudizio che dopo breve tempo avrebbe colpito Gerusalemme e la sua popolazione, un giudizio così terribile che la gente avrebbe preferito piuttosto rimanere schiacciata dai monti. “Perché se fanno questo al legno verde, che cosa sarà fatto al secco?” In altre parole, se Gesù il giusto (qui rappresentato dal “legno verde”) viene trattato in questo modo, cosa succederà al “legno secco”, cioè a quelli che sono i veri colpevoli in questa scena, quando divampa il fuoco del giudizio? Questa è la condanna devastante che risulta dal rifiutare Gesù. Chi rifiuta Gesù condanna se stesso, e la condanna, come esemplificato nella distruzione di Gerusalemme nell’anno 70 d.C., è devastante.

Anche questo ci invita alla riflessione personale. Sarebbe troppo facile per noi leggere questa storia “a distanza”, credendo di non essere anche noi coinvolti in questa vicenda: “Ma sono cose avvenute 2000 anni fa; non riguardano noi oggi!” Oppure, sarebbe troppo facile per noi esimerci dalla colpa e dalla condanna degli accusatori di Gesù: “Certamente io non farei mai una cosa del genere!” Però, se ascoltiamo bene il messaggio di questo capitolo, non possiamo né mantenerci a distanza da questa vicenda né esentarci dalla stessa colpa di coloro che hanno gridato per la crocifissione di Gesù. La realtà è questa: incontrare Gesù significa sempre essere costretti a fare una scelta di vita e di morte. Non importa che viviamo 2000 anni dopo questi fatti. Prima o poi Gesù ci porta tutti a un momento di verità in cui dobbiamo decidere se vogliamo accettarlo (il che richiede che siamo crocifissi e moriamo con Gesù) o rifiutarlo (che costituisce in sostanza lo stesso crimine commesso dai suoi assassini). Gesù dichiara questo esplicitamente in Luca 9:23-24:

23 Diceva poi a tutti: «Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua. 24 Perché chi vorrà salvare la sua vita la perderà, ma chi avrà perduto la propria vita per causa mia la salverà.

Questa regola vale in tutti i tempi e in tutti i luoghi nei confronti di tutte le persone: quando si incontra Gesù, qualcuno deve morire. O ci lasciamo morire noi (per poter essere salvati) o con il nostro rifiuto pretendiamo ancora una volta la morte di Gesù. Ma siccome Gesù è già morto una volta per sempre e non può morire più, il nostro rifiuto di lui è una forma di suicidio eterno, ovvero una condanna devastante.

Eppure, nonostante le false accuse, gli insulti, le ingiustizie e l’odio nei suoi confronti, Gesù dimostra un amore incomprensibile nei confronti dei suoi nemici, un amore che si può descrivere solo come l’amore di Dio. Questo amore è il terzo punto che vogliamo considerare insieme. Proseguiamo nella lettura del capitolo.

3) Un Amore Incomprensibile (23:32-43)

32 Ora altri due, malfattori, erano condotti per essere messi a morte insieme a lui. 33 Quando furono giunti al luogo detto «il Teschio», vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. 34 {Gesù diceva: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno».} Poi divisero le sue vesti, tirandole a sorte. 35 Il popolo stava a guardare. E anche i magistrati [insieme a loro] si beffavano di lui, dicendo: «Ha salvato altri, salvi se stesso, se è il Cristo, l’Eletto di Dio!» 36 Pure i soldati lo schernirono, accostandosi, presentandogli dell’aceto e dicendo: 37 «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso!» 38 Vi era anche questa iscrizione sopra il suo capo [in caratteri greci, latini ed ebraici]: «Questo è il re dei Giudei».

39 Uno dei malfattori appesi lo insultava, dicendo: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!» 40 Ma l’altro lo rimproverava, dicendo: «Non hai nemmeno timor di Dio, tu che ti trovi nel medesimo supplizio? 41 Per noi è giusto, perché riceviamo la pena che ci meritiamo per le nostre azioni, ma questi non ha fatto nulla di male». 42 E diceva: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno!» 43 Ed egli gli disse: «Io ti dico in verità, oggi tu sarai con me in paradiso».

Proprio nel momento in cui viene inchiodato sulla croce, Gesù prega Dio dicendo: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno” (v.34). Che amore è questo che dopo essere stato tradito, abbandonato, schernito, e messo a morte, perdona chi n’è colpevole! È davvero incomprensibile. Ma questo è il motivo per cui Gesù, lungi dall’essere una vittima, era disposto a sacrificare la sua vita. Come Figlio di Dio, Gesù era colui che aveva il diritto di giudicare il mondo. Tuttavia, si è fatto giudicare al nostro posto; “il Giudice giudicato al nostro posto”, come disse il teologo Karl Barth. Per il suo grande amore per noi, e non volendo perderci alla rovina a cui ci eravamo noi destinati, Gesù ci ha sostituito sotto la giusta condanna dei nostri misfatti. Eravamo noi come Barabba, colpevoli e senza speranza, ma è intervenuto Gesù, offrendo la sua vita al posto della nostra. Gesù, il giusto, si è fatto trattare come noi, affinché noi, i colpevoli, potessimo essere trattati come lui, diventando giusti, santi e irreprensibili davanti a Dio.

Con il malfattore sulla croce, Luca ci fornisce un bellissimo esempio di questo. Quando “uno dei malfattori appesi lo insultava”, aggiungendo la sua voce a tutte le altre che accusavano e deridevano Gesù, l’altro si rivolge a Gesù con una semplicissima supplica: “Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno” (v.42). Nascosta in questa breve preghiera è una grande fede. Quando tutti gli altri guardavano Gesù e vedevano uno scandalo, questo vedeva la grazia di Dio. Quando gli altri vedevano follia, questo vedeva la saggezza di Dio. Quando gli altri vedevano una minaccia alla loro vita, questo vedeva la salvezza della sua vita. Gesù dunque gli risponde con queste belle parole: Io ti dico in verità, oggi tu sarai con me in paradiso” (v.43).

Non dovremmo però supporre che questo malfattore fosse l’eccezione alla regola, diverso dai sacerdoti, dagli scribi, da Pilato, da Erode, e dalla folla, l’unico a non aver contribuito alla morte di Gesù e quindi esente dalla condanna. No, è proprio perché lui riconosceva non solo chi era Gesù, ma anche ammetteva di essere appunto un malfattore che moriva come era degno. Come dice nel v.41: “Per noi è giusto, perché riceviamo la pena che ci meritiamo per le nostre azioni, ma questi non ha fatto nulla di male”.

Ecco la potenza di Dio alla salvezza rivelata in Cristo crocifisso: il potere di trasformare il cuore affinché il malfattore si ravveda e fissi i suoi occhi su Gesù come Salvatore e Signore. Questo malfattore è un esempio lampante della grazia proprio perché ci fa capire che non c’è nulla, proprio nulla, che possiamo né dobbiamo fare per essere amati, perdonati e salvati da Gesù. Nei suoi ultimi momenti di vita, questo malfattore non aveva tempo per compiere opere buone o per dimostrare la sua sincerità o per cambiare la sua vita in bene. Aveva tempo solo per guardare Gesù e porre fiducia in lui, chiedendogli semplicemente: “ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno”.

Questo è l’amore incomprensibile di Dio in Cristo, che ci ama in modo incondizionato, che si sacrifica per noi senza aspettare che noi ne diventiamo degni. Questo è l’amore che Paolo elogia in Romani 5:6-8:

Infatti, mentre noi eravamo ancora senza forza, Cristo, a suo tempo, è morto per gli empi. Difficilmente uno morirebbe per un giusto, ma forse per una persona buona qualcuno avrebbe il coraggio di morire; Dio invece mostra il proprio amore per noi in questo: che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.

Quando la realtà di questo amore incomprensibile comincia a penetrare nel profondo del nostro cuore, ci riempie di una speranza incrollabile che ci permette di affrontare e sopportare con perseveranza e coraggio qualsiasi difficoltà. In Romani 8:31-39, Paolo descrive questa speranza incrollabile, e con questo concludiamo (anche perché non c’è modo per dirlo meglio di così):

31 Che diremo dunque riguardo a queste cose? Se Dio è per noi chi sarà contro di noi? 32 Colui che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per noi tutti, non ci donerà forse anche tutte le cose con lui? 33 Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio è colui che li giustifica. 34 Chi li condannerà? Cristo Gesù è colui che è morto e, ancor più, è risuscitato, è alla destra di Dio e anche intercede per noi. 35 Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Sarà forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?… 37 Ma, in tutte queste cose, noi siamo più che vincitori, in virtù di colui che ci ha amati. 38 Infatti sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, 39 né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potranno separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore.

Amen!

Luca 13: Avvicinandosi a Gerusalemme

Il capitolo 13 del vangelo di Luca può apparire come una “collana di perle”, brevi gemme di insegnamenti di Gesù poste l’una dopo l’altra in modo casuale senza un filo conduttore. Quest’impressione non è però corretta, poiché tutto il capitolo s’impernia su quello riportato nel v.22: “Egli attraversava città e villaggi, insegnando e avvicinandosi a Gerusalemme.” Se ci fosse qualche dubbio circa il significato di questa frase, le parole di Gesù nel v.33 lo toglierebbe: “Ma bisogna che io cammini oggi, domani e dopodomani, perché non può essere che un profeta muoia fuori di Gerusalemme.” Nel 9:51 abbiamo visto che “Poi, mentre si avvicinava il tempo in cui sarebbe stato tolto dal mondo, Gesù si mise risolutamente in cammino per andare a Gerusalemme.” Tutto ciò che segue, finché Gesù non arriva alla croce, lo porta verso questo atroce destino. Lungi dall’essere una vittima d’ingiustizia, Gesù è deciso su quello che deve fare, lo scopo per cui è venuto: sacrificarsi per “togliere il peccato del mondo”, e nulla gli impedirà di compiere la sua missione.

Quando dunque leggiamo nel v.22 che Gesù insegnava mentre si avvicinava a Gerusalemme, scopriamo il filo conduttore dell’intero capitolo: è l’insegnamento di Gesù che si avvicina all’ora della sua morte. Deve camminare “oggi, domani e dopodomani” ma poi, arrivato a Gerusalemme, si fermerà, poiché lì sarà tradito, arrestato e poi crocifisso. In quest’ottica, i vari insegnamenti di Gesù in questo capitolo esprimono tutti quanti un forte senso di urgenza. Quando si sa di avvicinarsi alla morte, tutto diventa chiaro e serio. Tutto si mette a fuoco. Si discernono subito le cose che contano e quelle sono solo distrazioni. Non si ha tempo per svaghi inutili, perché ogni minuto è prezioso e deve essere sfruttato al massimo. Non si parla più a mezze parole, rischiando di non farsi capire o rimandando conversazioni importanti. Si va subito al necessario, all’indisensabile, lasciando perdere l’interessante o il divertente che però in fin dei conti è di nessun valore. Gesù, insomma, parla sia ai suoi discepoli sia a coloro che incontra lungo la strada in termini succinti e schietti, chiamandoli a prestare urgente attenzione alle cose che contano per l’eternità. Sa che presto morirà, e quindi le sue parole sono come un laser che penetra subito nel cuore e che pretende una reazione immediata. O, pure usare l’immagine di Ebrei 4:12:

Infatti la parola di Dio è vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a doppio taglio, e penetrante fino a dividere l’anima dallo spirito, le giunture dalle midolla; essa giudica i sentimenti e i pensieri del cuore.

Alla fine, vedremo che tutti i vari insegnamenti di Gesù riferiti in questo capitolo portano alla sua dichiarazione nei vv.34-35:

34 Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! 35 Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata [deserta]. Io vi dico che non mi vedrete più, fino al giorno in cui direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”».

1) Perirete Tutti Allo Stesso Modo (13:1-9, 18-21)

In quello stesso tempo vennero alcuni a riferirgli il fatto dei Galilei il cui sangue Pilato aveva mescolato con i loro sacrifici. Egli rispose loro: «Pensate che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, perché hanno sofferto quelle cose? No, vi dico; ma se non vi ravvedete, perirete tutti allo stesso modo. O quei diciotto sui quali cadde la torre in Siloe e li uccise, pensate che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico; ma se non vi ravvedete, perirete tutti allo stesso modo».

Disse anche questa parabola: «Un tale aveva un fico piantato nella sua vigna; andò a cercarvi del frutto e non ne trovò. Disse dunque al vignaiuolo: “Ecco, sono ormai tre anni che vengo a cercar frutto da questo fico e non ne trovo. Taglialo! Perché sta lì a sfruttare il terreno?” Ma l’altro gli rispose: “Signore, lascialo ancora quest’anno; gli zapperò intorno e gli metterò del concime. Forse darà frutto in avvenire; se no, lo taglierai”»…

18 Diceva ancora: «A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo paragonerò? 19 È simile a un granello di senape che un uomo ha preso e gettato nel suo orto; ed è cresciuto ed è divenuto un [grande] albero, e gli uccelli del cielo si sono riparati sui suoi rami». 20 E di nuovo disse: «A che cosa paragonerò il regno di Dio? 21 Esso è simile al lievito che una donna ha preso e nascosto in tre misure di farina, finché fu tutta lievitata».

In questi insegnamenti, Gesù pone l’accento sull’urgenza di ravvedimento senza il quale “perirete tutti allo stesso modo”. Così Gesù affronta la tragedia riferitagli “dei Galilei il cui sangue Pilato aveva mescolato con i loro sacrifici”, e anche di “quei diciotto sui quali cadde la torre in Siloe e li uccise”. La prospettiva che Gesù che dà è utile per interpretare eventi simili, se parliamo di guerre, di malattie, di catastrofi naturali, o di qualsiasi altro male che si può subire in questo mondo. Spesso ci si chiede: “ma perché questo?”, cercandone una ragione o forse qualcuno a cui dare colpa. Ma come dovremo ben sapere a questo punto nel vangelo, Gesù non risponde mai alle nostre domande come ci aspettiamo o vogliamo.

In questo caso Gesù ribalta la domanda verso chi gliela pone, verso di noi: “pensate che questi fossero più peccatori degli altri?” Non ci spiega il perché. Rifiuta di incolpare qualcuno in particolare. Gesù invece risponde con questo avvertimento: “se non vi ravvedete, perirete tutti allo stesso modo”. Gesù non ha tempo da perdere in discorsi filosofoci sul problema del male; non gli interessa soddisfare le nostre curiosità. Va subito al cuore della questione: la cosa più importante non è mai di capire perché succede questo o quest’altro male, ma di chiederci se noi siamo a posto davanti al nostro Signore e Giudice al quale ognuno di noi dovrà rendere conto. Tornando a Ebrei 4:

E non v’è nessuna creatura che possa nascondersi davanti a lui; ma tutte le cose sono nude e scoperte davanti agli occhi di colui al quale dobbiamo rendere conto. (v.13)

Seguono poi delle parabole che, ciascuna nel modo suo, sottolineano l’urgenza di ravvedersi ora senza rimandare o procrastinare. È vero che un fico piantato, un granello di senape seminato, e il lievito mescolato nell’impasto prendono del tempo a maturare, ma (e questo è il punto di Gesù) non si deve mai presumere di avere sempre più tempo a disposizione prima che arrivi il padrone a richiederne i frutti. È vero che, come afferma 2 Pietro 3:9, Dio “è paziente verso di voi, non volendo che qualcuno perisca, ma che tutti giungano al ravvedimento”. Ma è altrettanto vero che, come Paolo avverte in Romani 2:3-5, che la pazienza di Dio che ci concede l’opportunità per ravvederci non durerà per sempre:

Pensi tu, o uomo, che giudichi quelli che fanno tali cose e le fai tu stesso, di scampare al giudizio di Dio? Oppure disprezzi le ricchezze della sua bontà, della sua pazienza e della sua costanza, non riconoscendo che la bontà di Dio ti spinge al ravvedimento? Tu, invece, con la tua ostinazione e con l’impenitenza del tuo cuore, ti accumuli un tesoro d’ira per il giorno dell’ira e della rivelazione del giusto giudizio di Dio.

Quindi, Gesù, avvicinandosi alla sua morte, non ha tempo da perdere nel chiamare la gente al ravvedimento. Questo messaggio è altrettanto urgente oggi, perché a nessuno è garantito un altro giorno di vita. In realtà, a nessuno è garantito un altro minuto di vita.

2) Allontanatevi da Me Voi Malfattori (13:10-17, 22-30)

10 Gesù stava insegnando di sabato in una delle sinagoghe. 11 Ecco una donna, che da diciotto anni aveva uno spirito che la rendeva inferma, ed era tutta curva e assolutamente incapace di raddrizzarsi. 12 Gesù, vedutala, la chiamò a sé e le disse: «Donna, tu sei liberata dalla tua infermità». 13 Pose le mani su di lei e, nello stesso momento, ella fu raddrizzata e glorificava Dio. 14 Or il capo della sinagoga, indignato che Gesù avesse fatto una guarigione di sabato, disse alla folla: «Ci sono sei giorni nei quali si deve lavorare; venite dunque in quelli a farvi guarire, e non in giorno di sabato». 15 Ma il Signore gli rispose: «Ipocriti! Ciascuno di voi non scioglie, di sabato, il suo bue o il suo asino dalla mangiatoia per condurlo a bere? 16 E questa, che è figlia di Abraamo, e che Satana aveva tenuto legata per ben diciotto anni, non doveva essere sciolta da questo legame in giorno di sabato?» 17 Mentre diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, e la moltitudine si rallegrava di tutte le opere gloriose da lui compiute.

22 Egli attraversava città e villaggi, insegnando e avvicinandosi a Gerusalemme. 23 Un tale gli disse: «Signore, sono pochi i salvati?» Ed egli disse loro: 24 «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché io vi dico che molti cercheranno di entrare e non potranno. 25 Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, stando di fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, [Signore,] aprici”. Ed egli vi risponderà: “Io non so da dove venite”. 26 Allora comincerete a dire: “Noi abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza, e tu hai insegnato nelle nostre piazze!” 27 Ed egli dirà: “Io vi dico che non so da dove venite. Allontanatevi da me, voi tutti, malfattori”. 28 Là ci sarà pianto e stridor di denti, quando vedrete Abraamo, Isacco, Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, e voi ne sarete buttati fuori. 29 E ne verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno, e staranno a tavola nel regno di Dio. 30 Ecco, vi sono degli ultimi che saranno primi e dei primi che saranno ultimi».

Negli insegnamenti successivi, Gesù incontra un gruppo di persone un po’ diverse. Se il primo gruppo consiste di quelli che devono svegliarsi all’urgenza di ravvedersi, questo secondo gruppo consiste di quelli che credono di essere a posto con Dio ma in realtà non lo sono. Rappresentanti di questi sono i religiosi nella sinagoga che s’indignano quando Gesù guarisce una donna inferma nel giorno di sabato. Gesù non spreca tempo prima di smascherare l’ipocrisia di questi che si reputano portavoce di Dio e guardiani della giustizia: “Ipocriti! Ciascuno di voi non scioglie, di sabato, il suo bue o il suo asino dalla mangiatoia per condurlo a bere?” Senza entrare nelle complessità legali dei dibattiti ebraici, basta capire che Gesù lancia ai suoi critici la stessa condanna di Matteo 23:23-24:

23 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché pagate la decima della menta, dell’aneto e del comino e trascurate le cose più importanti della legge: il giudizio, la misericordia e la fede. Queste sono le cose che bisognava fare, senza tralasciare le altre. 24 Guide cieche, che filtrate il moscerino e inghiottite il cammello!

Nel loro “filtrare il moscerino e inghiottire il cammello”, i critici religiosi di Gesù dimostrano di essere in realtà privi della giustizia che professano di avere. Pagano la decima della menta, dell’aneto e del comino ma trascurano le cose più importanti: il giudizio, la misericordia e la fede. Sono ingannatori e auto-ingannati: si ritengono vicini a Dio ma ne sono lontanissimi.

Così Gesù avverte tutti che incontra lungo il suo percorso verso Gerusalemme che si saranno molti che nel giorno di giudizio si crederanno capaci di superarlo ma rimarrano sconvolti dalla sentenza divina: “Io vi dico che non so da dove venite. Allontanatevi da me, voi tutti, malfattori”. Non posso immaginare parole più terribili di queste che prenderanno alla sprovvista una gran parte di persone che ai propri occhi erano a posto con Dio. Questi sono i primi che nell’ultimo giorno diventeranno gli ultimi, gettati laddove “ci sarà pianto e stridor di denti”. Ecco l’urgenza di “sforzarsi per entrare per la porta stretta”.

Gesù qui non intende destabilizzare l’autentica fede di quelli che credono veramente in lui, ma piuttosto quella presunzione di coloro che si auto-giustificano in base alle proprie opere. Non deve avere paura chi dice insieme all’apostolo Paolo in Filippesi 3:8-9:

Anzi, a dire il vero, ritengo che ogni cosa sia un danno di fronte all’eccellenza della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho rinunciato a tutto; io considero queste cose come tanta spazzatura al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui non con una giustizia mia, derivante dalla legge, ma con quella che si ha mediante la fede in Cristo: la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede.

Quest’attitudine è l’opposta della presunzione di essere a posto con Dio grazie alla propria giustizia e che si scandalizza sempre di fronte alla grazia di Dio. Ma dato che molti si ingannano proprio in questo modo, Gesù di nuovo rifiuta di parlargli in termini leggeri e comodi. L’ora della sua morte si avvicina, e dunque diventa sempre più urgente la necessità di chiamare al ravvedimento non solo i “peccatori” ma anche i “giusti”.

3) Bisogna che Io Cammini Oggi (13:31-35)

31 In quello stesso momento vennero alcuni farisei a dirgli: «Parti e vattene di qui, perché Erode vuol farti morire». 32 Ed egli disse loro: «Andate a dire a quella volpe: “Ecco, io scaccio i demòni, compio guarigioni oggi e domani, e il terzo giorno avrò terminato”. 33 Ma bisogna che io cammini oggi, domani e dopodomani, perché non può essere che un profeta muoia fuori di Gerusalemme.

34 Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! 35 Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata [deserta]. Io vi dico che non mi vedrete più, fino al giorno in cui direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”».

Alla fine del capitolo, Gesù esplicita il filo conduttore in tutti questi suoi insegnamenti. Venuto a sapere anche Erode vuole farlo morire, Gesù rimane imperturbato e risponde: “Andate a dire a quella volpe: ‘Ecco, io scaccio i demoni, compio guarigioni oggi e domani, e il terzo giorno avrò terminato'”. Sebbene un po’ enigmatico, il significato di questa frase è palese: Gesù tra poco compierà la sua missione, predicando il regno di Dio, dimostrandolo con i suoi segni miracolosi, e sconfiggendo il male tramite la sua morte e la sua risurrezione. Nessuno, compreso il presuntuoso Erode, sarà in grado di impedirglielo. Se si riesce a uccidere Gesù, non si farà altro che cooperare al compimento del suo obbiettivo!

Ma è a questo punto che Gesù, pur promettendo la sua vittoria inevitabile, piange il rifiuto di coloro che, come Erode, lo portano alla croce. Qui Gesù usa un’immagine commovente: “quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto”. L’immagine è della gallina che cova i suoi pulcini e li protegge esponendo se stessa ai pericoli. Per esempio, in caso d’incendio, la chioccia copre i pulcini con il proprio corpo, lasciandosi uccidere dalle fiamme, ma conservando in vita i suoi piccoli.

In questa similitudine, Gesù è la chioccia che si frappone tra le “fiamme” del giudizio divino e coloro a esso destinati. In questo capitolo, Gesù ha ribadito più volte e con urgenza la terribile minaccia del giudizio di Dio che, ricordiamoci, è conforme al suo amore in quanto necessario per ristabilire la giustizia in un mondo ingiusto. Alla luce di ciò, Gesù insiste sul bisogno che tutti hanno del ravvedimento, sia i “peccatori” che i “giusti”. Ma qui Gesù aggiunge due principi di vitale importanza: 1) è Gesù stesso che si sacrifica per salvarci da questo giudizio (lo scopo della sua morte imminente) e 2) ravvedersi non vuol dire altro che trovare rifiugio sotto le “ali” amorevoli e potenti di Gesù.

Consideriamo dunque la bontà di Dio nella sua severità! Quanto è grande il suo amore per cui prende il nostro posto sotto il giudizio divino, caricandosi dei nostri peccati e subendo nella sua persona la pena delle nostre colpe! Quanto è grande anche la sua potenza per cui, tramite il suo unico sacrificio sulla croce, ha compiuto una volta per sempre la nostra salvezza senza che bisogni aggiungere alla sua opera alcuna cosa! Quanto è grande la sua misericordia per cui invita tutti, persino coloro che lo hanno inchiodato sulla croce, a rifiugarsi sotto le sue ali, e piange ogni rifiuto di farlo. In verità, è la bontà di Dio — non la minaccia o la paura — che ci spinge al ravvedimento. Quando comprendiamo l’amore, la potenza e la misericordia di Dio rivelati in Gesù, che cosa potrebbe impedirci o farci esitare dal correre subito da lui, rinunciando a ogni ingiustizia o anche giustizia nostra, e rifiugiandosi sotto le sue ali? Che cosa potrebbe tenerci ancora lontani da lui?

Il messaggio del vangelo è tremendo sì, ma la sua bellezza e la sua bontà non hanno paragone. Non aspettiamo ancora un secondo; corriamo subito da Gesù e troveremo in lui tutto quello che potremmo mai desiderare, e molto più ancora. Amen.

Luca 3:1-22: La Testimonianza di Giovanni il Battista

1) La Voce che Grida nel Deserto (3:1-6)

3:1 Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, quando Ponzio Pilato era governatore della Giudea, ed Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturea e della Traconitide, e Lisania tetrarca dell’Abilene, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caiafa, la parola di Dio fu diretta a Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. Ed egli andò per tutta la regione intorno al Giordano, predicando un battesimo di ravvedimento per il perdono dei peccati, come sta scritto nel libro delle parole del profeta Isaia: «Voce di uno che grida nel deserto: “Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri. Ogni valle sarà colmata e ogni monte e ogni colle sarà spianato; le vie tortuose saranno fatte diritte e quelle accidentate saranno appianate; e ogni creatura vedrà la salvezza di Dio”».

Nel vangelo, Giovanni il battista compare come adempimento della profezia di Isaia, la “voce di uno che grida nel deserto” per preparare “la via del Signore”. Luca colloca il ministero di Giovanni nel periodo storico durante “l’impero di Tiberio Cesare, quando Ponzio Pilato era governatore della Giudea…” Giovanni cominicia il suo ministero quando “la parola di Dio fu diretta” a lui, una frase che richiama la vocazione dei profeti dell’Antico Testamento. Come tutti i profeti prima di lui, Giovanni non parla di sé né da sé. La sua missione è unica: annunciare la parola di Dio al popolo.

E il deserto è il luogo dove anticamente Dio rivolse la sua parola ai suoi servi. Pensiamo a Mosè che il Signore chiamò nel deserto dove gli apparve nel pruno ardente, agli Israeliti che udirono la voce di Dio parlare dal monte Sinai, o a Elia che, perseguito dalla malvagia regina Jezebel, fuggì nel deserto e lì fu conosolato dal Signore. Così anche adesso, dopo quattrocento anni di silenzio, la parola di Dio si rivolge di nuovo nel deserto per annunciare l’arrivo del grande momento di salvezza.

Il deserto rappresenta anche la totale devozione di Giovanni al suo ministero. Lui esiste solo ed esclusivamente per questo. Abita solitario nel deserto, lontano qualsiasi comodità o distrazione, vivendo solo per servire colui che l’ha chiamato. Lo scopo della sua vita è la trasparenza, di annunciare il suo messaggio in modo che lui scompaia mentre la parola sia chiaramente udita. Perché questo impegno totale? Non è uno qualsiasi a cui Giovanni prepara la via: è il Signore stesso. Egli è il Dio d’Israele ma non solo: è anche il Creatore e il Salvatore di tutta la terra. Per questo motivo la salvezza che porta è per tutti: “ogni creatura vedrà la salvezza di Dio” La venuta del Signore avrà un impatto su tutti, se lo vogliano o no. Devono essere preparati, dunque, per poter ricevere il Signore e la salvezza che egli porta. Il messaggio di Giovanni è di un’importanza eterna; per questo la sua vocazione richiede tutto quello che è e che ha.

2) Il Battesimo di Ravvedimento (3:7-14)

Giovanni dunque diceva alle folle che andavano per essere battezzate da lui: «Razza di vipere, chi vi ha insegnato a sfuggire l’ira futura? Fate dunque dei frutti degni del ravvedimento, e non cominciate a dire in voi stessi: “Noi abbiamo Abraamo per padre!” Perché vi dico che Dio può da queste pietre far sorgere dei figli ad Abraamo. Ormai la scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero dunque che non fa buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco». 10 E la folla lo interrogava, dicendo: «Allora, che dobbiamo fare?» 11 Egli rispondeva loro: «Chi ha due tuniche ne faccia parte a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto». 12 Vennero anche dei pubblicani per essere battezzati e gli dissero: «Maestro, che dobbiamo fare?» 13 Ed egli rispose loro: «Non riscuotete nulla di più di quello che vi è ordinato». 14 Lo interrogarono pure dei soldati, dicendo: «E noi, che dobbiamo fare?» Ed egli a loro: «Non fate estorsioni, non opprimete nessuno con false denunce e accontentatevi della vostra paga».

La preparazione che Giovanni predica è il battesimo, il rito dell’immersione nell’acqua. È subito chiaro, però, che non è il rito di battesimo di per sé che costituisce la preparazione alla venuta del Signore. Giovanni dice chiaro e tondo: “Chi vi ha insegnato a sfuggire l’ira futura? Fate dunque dei frutti degni del ravvedimento”. In altre parole, il battesimo non ha nessun valore o efficacia in sé stesso. Non è il battesimo che salva se rimane senza il ravvedimento che simboleggia. Per questo Giovanni esorta il popolo di fare “frutti degni del ravvedimento”, i frutti che sono la prova concreta e visibile del ravvedimento del cuore.

Non è nemmeno sufficiente contare sul linguaggio e la formazione che uno ha avuto. Giovanni avverte il popolo ancora che non bisogna dire “Noi abbiamo Abraamo per padre”. Per gli ebrei, contava soprattutto la genealogia. Ciò che li assicurava di fare parte del popolo di Dio era avere Abraamo come padre. All’epoca di Gesù, gli ebrei si vantavano di essere nati tali e non gentili, esclusi dalle promesse e dal popolo di Dio. Giovanni invece attacca quest’idea, dicendo che il lignaggio non conta, poiché Dio “può da queste pietre far sorgere dei figli ad Abraamo”.

Non era nuovo questo concetto. Coloro che conoscevano le Scritture dovevano ben sapere che i veri figli di Abraamo non sono quelli biologici ma quelli che Dio chiama all’esistenza da nulla. Non fu Ismaele, figlio di Abraamo e la serva Agar, l’erede della promessa, ma lo fu invece Isacco, il figlio nato da Sara che era stata sempre sterile. Inoltre, non fu Esau, il figlio maggiore di Isacco, ad ereditare la promessa, ma Giacobbe, il figlio minore, nato dalla stessa madre, Rebecca. Le narrative bibliche di Abraamo e i patriarchi forniscono ampie prove che i figli “secondo la carne” non sono automaticamente eredi della promessa, ma che lo sono coloro che Dio fa tali secondo la sua grazia.

Perciò, le parole di Giovanni sono pienamente coerenti con le Scritture, e in più anticipano un tema centrale nel vangelo di Luca: non sono i “degni” o i “meritevoli” o i “bravi” o i “giusti” che il Signore accoglie come parte del suo popolo, ma proprio l’opposto. Sono le persone meno adatte che entrano per prime nel regno di Dio: gli indegni, i non meritevoli, gli incapaci e i cattivi. Questi sono le “pietre” dalle quali Dio fa sorgere dei figli ad Abraamo, che dimostrano che siamo salvati solo per grazia indipendentamente dai nostri meriti o demeriti.

Questo tema viene sottolineato nel seguente dialogo che Giovanni ha con la folla. In particolare spiccano due gruppi: i pubblicani e i soldati (che senz’altro erano romani). Agli occhi degli ebrei, questi erano da escludere dalla salvezza di Dio a prescindere. I pubblicani erano considerati traditori della nazione, e i soldati erano gli oppressori stranieri. Eppure eccoli tra folla a cui Giovanni predica il messaggio di ravvedimento. Il significato è palese: anche essi possono ereditare la salvezza e entrare nel regno di Dio. Il Signore che Giovanni annuncia non viene tanto per i giusti quanto per gli ingiusti, come sono i malati, non i sani, che hanno bisogno del medico. Essi sono le pietre che Dio farà diventare figli di Abraamo. Questo è il scandalo della grazia che Luca evidenzierà sempre nei capitoli del suo vangelo.

È vero che Giovanni insiste sulla necessità dei frutti di ravvedimento, anche nei confronti di questi ultimi. Dice ai pubblicani: “Non riscuotete nulla di più di quello che vi è ordinato”, e ai soldati: “Non fate estorsioni, non opprimete nessuno con false denunce e accontentatevi della vostra paga”. Attenzione però: la parola chiave è “frutti”. I frutti non producono la vita; la vita produce i frutti. Se ci sono i frutti, c’è prima la vita che viene dal ravvedimento. Quindi, Giovanni non dice qui: “Fate del bene e diventerete degni della grazia di Dio”. Dice invece: “Fate così per mostrare che avete già ricevuto la grazia di Dio e che siete stati trasformati da essa”. Non è mai sufficiente dire che la grazia ci accetta come siamo, senza aggiungere che la grazia non ci lascia mai come siamo. In Tito 2:11-14, l’apostolo Paolo lo spiega in termini inequivocabili:

Infatti la grazia di Dio, salvifica per tutti gli uomini, si è manifestata, e ci insegna a rinunciare all’empietà e alle passioni mondane, per vivere in questo mondo moderatamente, giustamente e in modo santo, aspettando la beata speranza e l’apparizione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore, Cristo Gesù. Egli ha dato se stesso per noi per riscattarci da ogni iniquità e purificarsi un popolo che gli appartenga, zelante nelle opere buone.

3) Il Battesimo in Spirito Santo (3:15- )

15 Ora il popolo era in attesa e tutti si domandavano in cuor loro se Giovanni fosse il Cristo. 16 Giovanni rispose, dicendo a tutti: «Io vi battezzo in acqua; ma viene colui che è più forte di me, al quale io non sono degno di sciogliere il legaccio dei calzari. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. 17 Egli ha in mano il suo ventilabro per ripulire interamente la sua aia e raccogliere il grano nel suo granaio; ma la pula, la brucerà con fuoco inestinguibile». 18 Così, con molte e varie esortazioni evangelizzava il popolo; 19 ma Erode il tetrarca, rimproverato da lui a proposito di Erodiade, moglie di suo fratello, e per tutte le malvagità che aveva commesso, 20 aggiunse a tutte le altre anche questa: rinchiuse Giovanni in prigione.

21 Ora, mentre tutto il popolo si faceva battezzare, anche Gesù fu battezzato; e, mentre pregava, si aprì il cielo 22 e lo Spirito Santo scese su di lui in forma corporea, come una colomba; e venne una voce dal cielo [che diceva]: «Tu sei il mio diletto Figlio; in te mi sono compiaciuto».

È a questo punto nella narrativa che la trasparenza di Giovanni diventa esplicita, dal momento in cui la folla comincia a chiedersi se Giovanni sia il Cristo. Giovanni risponde subito, eliminando qualsiasi dubbio. Non solo non è il Cristo, ma non è nemmeno “degno di sciogliere il legaccio dei suoi calzari”, un lavoro considerato talmente sporco che neanche gli schiavi dovevano farlo ai loro padroni. La differenza che Giovanni pone tra Cristo e sé stesso è abissale: la vocazione di Giovanni, per quanto importante, non ha niente a che vedere con il ministero di colui che egli annuncia. Il battesimo di Giovanni è solo un battesimo in acqua, mentre il battesimo di Cristo sarà un battesimo “in Spirito Santo e fuoco”. Quest’ultimo è quello che conta, di cui il battesimo di Giovanni nell’acqua è solo un simbolo.

Ancora una volta troviamo la netta distinzione tra il battesimo come rito e la realtà che rappresenta. Giovanni sa che il suo battesimo, come quello effettuato da qualsiasi altro essere umano, non è in grado di compiere ciò che solo il battesimo del Messia può fare. Il battesimo nell’acqua lava il corpo ma lascia il cuore invariato e il peccato intatto. Solo il battesimo nello Spirito Santo è capace di purificare l’essere umano dentro e fuori, corpo e anima, carne e cuore. E chi può battezzare nello Spirito di Dio, se non solo Dio? Ecco perché Giovanni è ostinato nell’insistere di non essere il Cristo e di non poter battezzare in modo efficace.

Qui Giovanni funge da grande esempio di testimonianza. Da testimone l’unico scopo di Giovanni è quello di dirigere tutta l’attenzione a Gesù e non a sé stesso. Nella “Crocifissione” dipinta da Matthias Grünewald, la figura di Giovanni il battista appare con l’indice della mano destra estesa per indicare Gesù crocifisso. Nel dipinto la figura dominante è quella di Gesù sulla croce; Giovanni si trova alla periferia, cercando di indirizzare tutta la nostra attenzione esclusivamente su Cristo. Quest’immagine rispecchia esattamente ciò che Giovanni fece in realtà, ed è sempre l’unico scopo del testimone.

Questo dovrebbe incoraggiarci perché quando si tratta di dover testimoniare il vangelo, noi facilmente ci lasciamo sopraffare dalla paura e dall’ansia. Ma di solito la nostra paura e la nostra ansia sono dovute al fatto che in primis pensiamo a noi stessi, se noi siamo all’altezza di farlo, se noi siamo capaci di rispondere alle eventuali domande, se noi siamo in grado di persuadere la persona del vangelo. Ma questo atteggiamento è del tutto sbagliato in quanto il testimone non è niente: tutta la sua attenzione si deve incentrare su Gesù che è l’oggetto della testimonianza. Quest’umiltà, esemplificata da Giovanni, non è solo giusta nei confronti di Gesù, ma è anche liberatoria!

L’altra cosa che dovrebbe incoraggiarci è proprio la serietà del vangelo: Egli ha in mano il suo ventilabro per ripulire interamente la sua aia e raccogliere il grano nel suo granaio; ma la pula, la brucerà con fuoco inestinguibile”. Gesù è venuto, e verrà una seconda volta, per battezzare in Spirito Santo e fuoco. Questi non sono due battesimi — uno in Spirito Santo e uno in fuoco — ma uno solo. Lo Spirito Santo è infatti il fuoco di Dio, e chi viene in lui battezzato è o purificato e distrutto. Che sia chiaro: Gesù viene per salvare, e solo per salvare. Ma salvare vuol dire distruggere tutto ciò che rovina e uccide, cioè il male e il peccato. Come non c’è remissione dei peccati senza lo spargimento del sangue, non c’è neanche salvezza dai peccati senza il giudizio del fuoco. Gesù viene per “ripulire interamente” il mondo che i nostri peccati hanno rovinato, e brucerà tutta la pula “con fuoco inestinguibile” per poter raccogliere il grano puro.

Ecco l’urgenza del vangelo, il motivo per cui Giovanni dedicò tutta la sua vita a predicarlo. Come profetizzato da Isaia, ogni creatura vedrà la salvezza di Dio, ogni creatura dovrà passare per il fuoco del giudizio il quale consumerà la pula e purificherà il grano. La differenza tra questi due si manifesta nel ravvedimento. Chi si ravvede sarà purificato alla salvezza; chi si ostina nei propri peccati sarà divoratò come la pula nel fuoco.

Attenzione di nuovo però: né Giovanni né Luca presentano il ravvedimento come causa o fonte della salvezza. Come non è il battesimo nell’acqua che salva, non è neanche il nostro ravvedimento che ci salva. Questo è il significato del battesimo di Gesù stesso, cosa che di per sé non sembra avere molto senso. Che bisogno aveva Gesù di sottomettersi al battesimo di ravvedimento. Lui è il Signore tre volte santo che viene per battezzare in Spirito Santo e fuoco! Perché allora si fa battezzare da Giovanni, il testimone che non è degno di scogliere il legaccio dei suoi calzari?

Il motivo è semplice: non perché lui ne aveva bisogno ma perché noi ne avevamo bisogno. Nessun battesimo, nessun ravvedimento, nessuna buona opera è mai in grado di salvare l’essere umano che è prigionero e schiavo del peccato. L’unico Salvatore è colui che battezza in Spirito Santo e fuoco, ed è colui che nel suo battesimo si è immedesimato con noi nella nostra condizione perduta e peccatrice, pur rimanendo egli stesso senza peccato. Il battesimo di Gesù è il gesto che anticipa il battesimo del fuoco che dovrà subire sulla croce, quando, caricandosi dei nostri peccati e sostituendosi al nostro posto sotto il giudizio divino, passa attraverso quel fuoco inestinguibile che nessun altro avrebbe potuto sopportare. La buona notizia del vangelo è questa: che noi, uniti per fede a Cristo, siamo già passati con lui e in lui attraverso il fuoco del giudizio. Sono i nostri peccati che nella sua morte Gesù ha distrutto senza distruggere noi peccatori. Chiunque dunque riconosce e accetta questo fatto di essere unito a Cristo beneficia di tutto ciò che egli è per noi. Il suo battesimo è nostro, il suo ravvedimento vicario è nostro, la sua morte è nostra, e così la sua risurrezione e vita indistruttibile sono le nostre, e saranno rivelate quando Gesù ritorna una seconda volta.

Quando comprendiamo veramente le ricchezze e le profondità e le bellezze di Gesù e del suo vangelo, saremo anche noi come Giovanni il battista, vivendo non per noi stessi ma unicamente per il nostro Salvatore e Signore. Che sia così in ognuno di noi. Amen.

Apocalisse 15-20: Il Giusto Giudizio di Dio

Lo scopo di questo sermone è di aiutarci a capire la panoramica degli ultimi capitoli di Apocalisse. È facile in questo libro perdersi nei tanti dettagli, simboli e minuzie e trascurare il messaggio principale che Giovanni, e per mezzo di lui Gesù, vogliono trasmetterci. Perciò, non ci soffermeremo molto sui vari capitoli, ma cercheremo invece di coglierne il significato principale al quale tutti i particolari mirano.

1) Si Compie l’Ira di Dio (Apocalisse 15)

Il primo versetto del capitolo 15 annuncia il momento culminante del libro quando, con i sette flagelli contenuti nelle sette coppe tenute da sette angeli, “si compie l’ira di Dio”. Apocalisse ha già descritto altri giudizi divini che sono piombati sulla terra con l’apertura dei sette sigilli e il suono delle sette trombe. Ma ora, con le sette coppe che verranno versate sul mondo, tutto giunge a compimento. Bisogna ricordare che queste immagini — i sigilli, le trombe, e le coppe — sono simboliche ma si riferiscono a giudizi tremendamente veri e reali. Se il modo di descriverli è simbolico, non lo sono i terribili flagelli di cui Apocalisse ci avverte.

Il resto del capitolo 15 serve per darci la corretta prospettiva su quanto sta per accadere con il versamento delle sette coppe. Onde evitare incomprensioni circa la giustizia di questi flagelli (data la loro severità), Giovanni riferisce due visioni che ne rivelano la vera natura. Nei vv. 2-4, Giovanni vede la moltitudine di tutti i santi che lodano Dio proprio per i suoi giudizi. Notiamo bene il linguaggio:

Grandi e meravigliose sono le tue opere … giuste e veritiere sono le tue vie … tutte le nazioni verranno e adoreranno davanti a te, perché i tuoi giudizi sono stati manifestati”

Il messaggio è chiaro: per quanto sembrano terribili, tutti i giudizi di Dio (come tutte le sue opere e vie) sono grandi, meravigliosi, giusti, e veritieri, ed è a causa di essi che le nazioni verranno per adorare davanti a lui. Non siamo in grado di giudicare la giustizia dei giudizi di Dio; anzi, Giovanni ci invita a unirci a questo grande coro dei santi e lodare anche noi il Signore per quanto sta per compiere.

La secondo visione che Giovanni riferisce nei vv. 5-8 è l’apertura del tempio in cielo nel momento in cui i sette angeli ne vengono fuori per versare le “sette coppe d’oro piene dell’ira di Dio” (v.7). Il significato di questo è altrettanto chiaro: il fatto che i sette giudizi finali provengano dal tempio indica che essi sono santi, come anche il Dio che li compie è santo. Dobbiamo pensarli dunque come Dio ci dice di pensarli e non come li vogliamo pensare noi.

2) Giusti Sono I Suoi Giudizi (Apocalisse 16)

Questi due punti — che i giudizi sono giusti e santi e che mirano a portare l’umanità al ravvedimento — sono avvalorati nel capitolo 16 che narra il versamento delle sette coppe dell’ira di Dio. I sette flagelli inflitti dalle sette coppe sono tremendi e spaventosi sia nella loro severità sia nella loro portata: ulcere maligne e dolorose, i mari, i fiumi e le sorgenti d’acqua divenuti sangue, il sole che brucia, dolori talmente forti che “gli uomini si mordevano la lingua”, spiriti malvagi che tormentano gli esseri umani. Tutta la terra subisce il giudizio di Dio; nessuno li scampa se non i santi sigillati e protetti da Dio stesso.

Importante notare ciò che viene proclamato nei vv.4-7 dopo la terza coppa:

Poi il terzo [angelo] versò la sua coppa nei fiumi e nelle sorgenti delle acque; e diventarono sangue. Udii l’angelo delle acque che diceva: «Sei giusto, tu che sei e che eri, tu, il Santo, per aver così giudicato. Essi infatti hanno versato il sangue dei santi e dei profeti, e tu hai dato loro sangue da bere; è quello che meritano». E udii l’altare che diceva: «Sì, o Signore, Dio onnipotente, veritieri e giusti sono i tuoi giudizi».

Sono veritieri e giusti i giudizi di Dio perché gli abitanti della terra, tutti che non sono sigillati da e appartengono a Dio, “hanno versato il sangue dei santo e dei profeti”. È giusto dunque che Dio abbia “dato loro sangue da bere; è quello che meritano”. Questi giudizi risultano giusti anche dalla reazione degli esseri umani; ripetutamente il testo dice che

“…bestemmiarono il nome di Dio che ha il potere su questi flagelli, e non si ravvidero per dargli gloria” (v.9)

“…bestemmiarono il Dio del cielo a causa dei loro dolori e delle loro ulcere, ma non si ravvidero dalle loro opere” (v.11)

“…gli uomini bestemmiarono Dio a causa della grandine, perché era un terribile flagello” (v.21)

Ogni giudizio dà agli esseri umani l’opportunità e lo stimolo per ravvedersi ed essere salvati, ma nonostante ciò continuano a fare le loro opere malvagie e non solo: bestemmiano il Dio che ancora gli concede il tempo necessario per ravvedersi. È più che chiaro, dunque, che questi giudizi, per quanto severi, sono giusti e rivelano il desiderio di Dio che tutti “siano salvati e vengano alla conoscenza della verità” (1 Timoteo 2:4). Quanto è pertinente questa visione ai tempi nostri! Le difficoltà e le sofferenze attuali dovrebbero far sì che ci si ravveda e si torni al Signore, ma anziché ravvedersi la maggior parte delle persone si lamentano, bestemmiano, e incolpano Dio!

3) La Grande Prostituta (Apocalisse 17)

Nel capitolo 17, Giovanni riferisce la sua visione seguente che ci fa vedere da più vicino l’oggetto di questi giudizio che compiono l’ira di Dio. L’angelo presenta a Giovanni “la grande prostituta” che è “la madre … delle abominazioni della terra” (vv. 1, 5). Questa prostituta è identificata come la città di Babilonia (v. 5), ma poi questa città è descritta come la Roma conosciuta da Giovanni (v-9). Considerando l’altissimo livello di simbolismo in Apocalisse, è bene che non interpretiamo questa figura letteralmente, altrimenti troveremo incoerenze tra le varie immagini.

Sembra complicato, ma in realtà non lo è se ci ricordiamo del ruolo di Babilonia e di Roma nella storia biblica. Relativo al popolo di Dio, la Babilonia ne fu il più grande avversario nell’Antico Testamento, e così lo fu anche Roma nel Nuovo. Il punto saliente, quindi, è che la prostituta — mescolando aspetti di entrambi questi poteri mondiali — rappresenta non solo gli individui che vengono giudicati nel capitolo 16, ma anche i governi, i regni e i sistemi del mondo, perché si oppongono a Dio e a colui che ha dichiarato il Signore, Gesù Cristo. Il Salmo 2:1-3 ben descrive questa situazione:

Perché questo tumulto fra le nazioni, e perché meditano i popoli cose vane? I re della terra si danno convegno e i prìncipi congiurano insieme contro il Signore e contro il suo Unto, dicendo: «Spezziamo i loro legami e liberiamoci dalle loro catene».

Questi governi, regni e sistemi del mondo (a cui tutti gli esseri umani appartengono e contribuiscono) sono animati dai poteri malvagi spirituali e invisibili e sono raffigurati dalla prostituta a causa delle seduzioni e gli incantesimi con i quali essi guadagnano e mantengono la lealtà dei propri sudditi. Il diavolo e i suoi servitori non inducono in tentazione facendo conoscere le orribili conseguenze del peccato; essi attraggono invece con le false promesse di felicità e di soddisfazione per solo dopo intrappolarci nel dolore e nella morte.

4) Caduta È Babilonia (Apocalisse 18)

Un’altra tentazione a questo punto sarebbe di crederci esenti dalla condanna della prostituta. Sono poche le persone che ammetterebbero di essere colpevoli dei suoi peccati. Ma nessuno s’inganni: ognuno è coinvolto nelle abominazioni della prostituta e merita i giudizi qui descritti. Leggiamo con attenzione (vv.1-3, 21-24):

Dopo queste cose vidi scendere dal cielo un altro angelo che aveva una grande autorità, e la terra fu illuminata dal suo splendore. Egli gridò con voce potente: «È caduta, è caduta Babilonia la grande! È diventata ricettacolo di demòni, covo di ogni spirito immondo, rifugio di ogni uccello impuro e abominevole. Perché tutte le nazioni hanno bevuto del vino della sua prostituzione furente, e i re della terra hanno fornicato con lei, e i mercanti della terra si sono arricchiti con gli eccessi del suo lusso»…

21 Poi un potente angelo sollevò una pietra grossa come una grande macina e la gettò nel mare, dicendo: «Così, con violenza, sarà precipitata Babilonia, la grande città, e non sarà più trovata. 22 In te non si udranno più le armonie degli arpisti, né dei musicisti, né dei flautisti, né dei suonatori di tromba; né sarà più trovato in te artefice di qualunque arte, e non si udrà più in te rumore di macina. 23 In te non brillerà più luce di lampada, e non si udrà più in te voce di sposo e di sposa; perché i tuoi mercanti erano i prìncipi della terra e perché tutte le nazioni sono state sedotte dalle tue magie. 24 In lei è stato trovato il sangue dei profeti e dei santi e di tutti quelli che sono stati uccisi sulla terra».

Si dichiara inequivocabilmente: “tutte le nazioni” — e tutti coloro che le compongono — “hanno bevuto del vino della sua prostituzione furente”. Chi sono questi? Gli assassini, i rapinatori, gli sfruttatori dei deboli? Sì, ma non solo: anche chi suona e ascolta la musica, chi fa oggetti artistici, chi macina il grano, chi accende la lampada in casa, chi si sposa, chi compra i beni venduti dai mercanti e che si schiera da parte dei principi e dei politici di questo mondo. Non solo, pertanto, chi commette dei gravi atti di malvagità merita questo giudizio; anche chi si fa i fatti suoi, contento di vivere la sua vita “senza far male a nessuno”. Anche questi è colpevole di aver creduto alla menzogna del diavolo e della bestia, che si può vivere felici e contenti senza che Dio sia tutto in tutti.

Per questo motivo, Giovanni sente “un’altra voce dal cielo che diceva: ‘Uscita da essa, o popolo mio, affinché non siate complici dei suoi peccati e non siate coinvolti nei suoi castighi'” (v. 4). La vita cristiana normale non dovrebbe mai apparire “normale” agli occhi del mondo, ma cospicuamente radicale. Il cristiano non dovrebbe mai sentirsi “a casa” nel mondo così com’è adesso, ma dovrebbe sempre vivere con una certa misura di tensione e di conflitto con il mondo in quanto ubbidisce al comandamento di 1 Giovanni 2:15-17:

15 Non amate il mondo né le cose che sono nel mondo. Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui. 16 Perché tutto ciò che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo. 17 E il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno.

Vivere una vita santa vuol dire letteralmente questo: vivere separati dal mondo, messi a parte per il servizio del vangelo nel mondo. Questo è un avvertimento molto importante per la chiesa che troppo spesso fa compromessi con il mondo e così compromette il suo messaggio e la sua vocazione.

5) La Sposa dell’Agnello (Apocalisse 19)

Il capitolo 19 di Apocalisse ci presenta poi un’altra figura femminile, la controparte della prostituta dei capitoli 17-18. Questa è la sposa dell’Agnello di Dio, di Gesù Cristo che a differenza della prostituta è vestita “di lino fino, risplendente e puro” (v.8). E come la prostituta era associata alla città peccatrice, così la sposa sarà associata, nei capitolo 21-22, alla nuova Gerusalemme, la città santa e dei santi che un giorno riempirà tutta la terra.

La visione di questo capitolo individua un’altra differenza importante: mentre la prostituta rappresenta coloro che si ritengono capaci di poter vivere delle loro proprie opere, di poter determinare il proprio destino, di poter trovare la felicità e la soddisfazione in ciò che non è Dio, la sposa rappresenta coloro che aspettano con speranza e pazienza il compimento delle promesse di Dio. La sposa è colei che mantiene fiducia che Dio interverrà a suo favore, giudicando “la grande prostituta che corrompeva la terra con la sua prostituzione” e vendicando “il sangue dei suoi servi” (v. 2).

Nella visione di Apocalisse, ci sono in realtà solo due tipi di esseri umani: quelli che sono simboleggiati dalla prostituta e quelli che sono simboleggati dalla sposa dell’Agnello. Non esiste altra possibilità. Non c’è una via di mezzo. Questo si vede con tremenda chiarezza nella seconda parte di questo capitolo in cui Giovanni riporta la visione del ritorno di Cristo nei vv. 11-21. Quando egli appare sul suo cavallo bianco con occhi di fuoco e una spada che gli esce dalla bocca, ci saranno solo due parti da cui stare: con lui o contro di lui. L’invito al “gran banchetto di Dio” (v. 17) è il lato oscuro dell’invito “alla cena delle nozze dell’Agnello” (v. 9). Mentre quest’ultimo è l’invito alla vita eterna, il primo è l’annuncio di eterna rovina di chi fino alla fine si oppone all’amore di Dio in Cristo. Tali diverranno cibo per gli uccelli del cielo, simbolo e presagio di quanto gli accadrà davanti al tribunale di Dio.

6) Il Grande Trono Bianco (Apocalisse 20)

Adesso nella visione di Giovanni arriva il momento del giudizio finale. Dopo un ultimo tentativo di frustrare il compimento del proposito di Dio e di distruggere i santi, Satana e tutti i suoi servi verranno rinchiusi per tutta l’eternità in quel posto chiamato “lo stagno di fuoco e di zolfo”, cioè l’inferno, di cui abbiamo poche informazioni se non che è un luogo di tormento “giorno e notte, nei secoli dei secoli” (v. 10).

Poi Giovanni vede come ogni essere umano sarà convocato davanti al “grande trono bianco” di Dio (v. 11). Neanche nella morte gli esseri umani troveranno un modo per fuggirne, perché “il mare restituì i morti che erano in esso; la morte e l’Ades restituirono i loro morti; ed essi furono giudicati, ciascuno secondo le sue opere” (v. 13). Ciò che fa la differenza tra vita eterna o morte eterna è “il libro della vita” che “supplisce”, per così dire, ai libri contenenti il registro di tutte le opere di tutti gli esseri umani. Giudicati secondo le opere, nessuno reggerebbe; ma coloro che hanno il nome scritto nel libro della vita — vale a dire quelli che costituiscono la sposa di Cristo — erediteranno la via eterna. Questo è infatti ciò che afferma il v. 15:

E se qualcuno non fu trovato scritto nel libro della vita, fu gettato nello stagno di fuoco.

A questo punto, non importerà quanti soldi abbiamo guadagnato né quanti beni abbiamo accumulato né quanti meriti o opere buone crediamo di aver fatto. L’unica cosa importante sarà se il nostro nome è scritto nel libro della vita dell’Agnello.

Come dunque dovremmo vivere? La visione di Apocalisse non è profezia che soddisfa le nostre curiosità, ma parola di Dio che trasforma la nostra vita. Lo scopo di questo “apocalisse”, cioè rivelazione, è di farci capire cos’è di più importante nella vita, di aiutarci a stimare “gli oltraggi di Cristo ricchezza maggiore dei tesori” di questo mondo (Ebrei 12:26), di non farci “tesori sulla terra, dove la tignola e la ruggine consumano, e dove i ladri scassinano e rubano; ma [di farci] tesori in cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove i ladri non scassinano né rubano” (Matteo 6:19-20). Chi dà retta alle parole “fedeli e veritiere” di questo libro cercherà, come comanda Gesù nel sermone sul monte, “prima il regno di Dio e la sua giustizia” (Matteo 6:33).

Che Dio ci conceda la grazia in Cristo di camminare in questo mondo per fede e non per visione, tenendo lo sguardo sulla “realtà reale” che Apocalisse ci fa vedere, e non sulla finta realtà con cui il mondo e il diavolo vorrebbero distrarci. Amen.

Matteo 27:51-28:15: La Risurrezione del Figlio di Dio

1) La Giustificazione del Figlio di Dio (27:51-54)

51 Ed ecco, la cortina del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si schiantarono, 52 le tombe s’aprirono e molti corpi dei santi, che dormivano, risuscitarono; 53 e, usciti dai sepolcri dopo la risurrezione di lui, entrarono nella città santa e apparvero a molti. 54 Il centurione e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, visto il terremoto e le cose avvenute, furono presi da grande spavento e dissero: «Veramente costui era Figlio di Dio».

Riprendiamo la narrativa di Matteo subito dopo che Gesù muore, gridando con gran voce e rendendo lo spirito (v.50). Agli occhi di tutti lì presenti, Gesù muore come un messia fallito o un criminale qualsiasi. Davanti al sinedrio ebraico e al governatore romano, Gesù è stato condannato. Persino i discepoli di Gesù — i suoi più stretti amici e compagni — lo hanno tradito, abbandonato e rinnegato, diventando anche essi colpevoli nella sua crocifissione. Nel modo in Matteo riporta questa vicenda, risulta chiaro che non solo loro, ma tutta l’umanità è coinvolta, schierata contro Gesù e alleata con gli ebrei, i romani e i discepoli.

Mentre Gesù ha detto poco nel corso del suo processo, quel poco aveva un forte significato; citando il profeta Daniele, Gesù ha dichiarato nella presenza dei suoi accusatori che l’avrebbero visto innalzato ed esaltato quando Dio sarebbe intervenuto per dare il suo giudizio. Sebbene condannato dal tribunale umano, Gesù sarebbe stato giustificato da Dio, il cui tribunale celeste pronuncia sempre l’ultima e definitiva parola. Oggi vediamo che Dio pronuncia questa parola nel risuscitare Gesù dalla morte, dichiarando in maniera pubblica e indiscutibile che Gesù è infatti il Figlio di Dio nel quale il Padre si è compiaciuto. Per mezzo della risurrezione Dio dimostra al mondo che solo Gesù è il Giusto, proprio colui che il mondo ha rifiutato e assassinato.

Il giudizio di Dio che risuscita Gesù dalla morte e lo giustifica come suo Figlio è anticipato dal centurione che, nel momento in cui Gesù muore, confessa: “Veramente costui era Figlio di Dio” (v.54). Tutto ciò che Matteo riferisce dopo costituisce in effetti un altro tribunale, questa volta il tribunale di Dio che rivelerà inequivocabilmente chi è Gesù. Come gli ebrei hanno convocato dei falsi testimoni per condannare Gesù, Dio convoca dei veri testimoni per giustificarlo. Matteo qui riproduce queste testimonianze per convincerci che Gesù, il Figlio di Dio, è stato realmente riuscitato.

2) I Testimoni del Figlio di Dio (27:55-28:5)

A) Il centurione (27:54)

Il primo testimone è il soprannominato centurione romano, la cui responsabilità consisteva nell’accertare che il condannato fosse veramente morto. La sua confessione che Gesù “era” Figlio di Dio vuol dire, tra l’altro, che Gesù era deceduto. Ricordiamoci che questo centurione era un assassino professionale: era in grado di constatare se la vittima era morta o ancora viva. Il centurione dunque testimonia: “Gesù è morto”, smentendo così l’ipotesi che Gesù sia solo svenuto sulla croce e che la sua “risurrezione” non fosse altro che una rianimazione.

B) Giuseppe di Arimatea (27:55-61)

55 C’erano là molte donne che guardavano da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per assisterlo; 56 tra di loro erano Maria Maddalena, Maria, madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo. 57 Fattosi sera, venne un uomo ricco di Arimatea, chiamato Giuseppe, il quale era diventato anche lui discepolo di Gesù. 58 Questi, presentatosi a Pilato, chiese il corpo di Gesù. Allora Pilato comandò che [il corpo] gli fosse dato. 59 Giuseppe prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito 60 e lo depose nella propria tomba nuova, che aveva fatto scavare nella roccia. Poi, dopo aver rotolato una grande pietra contro l’apertura del sepolcro, se ne andò. 61 Maria Maddalena e l’altra Maria erano lì, sedute di fronte al sepolcro.

Dopo il centurione, Matteo menziona delle donne, ma vedremo la loro importanza nel capitolo 28. Perciò, adesso notiamo semplicemente come queste donne (e in particolare due — Maria Maddalena e Maria madre di Giacomo e di Giuseppe — che avevano seguito Gesù dalla Galilea) assistono personalmente alla morte e alla sepoltura di Gesù. Poi Matteo ci presenta Giuseppe di Arimatea, un uomo ricco che chiede il permesso di seppellire Gesù nella sua tomba personale. Essendo un uomo ricco, aveva già fatto scavare la sua tomba, ed essendo un uomo influente, l’aveva fatta scavare in un luogo pubblico e visibile. Questo è importante, perché nega la possibilità che le donne abbiano sbagliato tomba quando l’hanno trovata vuota domenica mattina. Giuseppe di Arimatea funge da testimone in quanto dimostra che tutti sapevano dove Gesù era stato sepolto.

C) Gli avversari di Gesù (27:62-66)

62 L’indomani, che era il giorno successivo alla Preparazione, i capi dei sacerdoti e i farisei si riunirono da Pilato, dicendo: 63 «Signore, ci siamo ricordati che quel seduttore, mentre viveva ancora, disse: “Dopo tre giorni risusciterò”. 64 Ordina dunque che il sepolcro sia sicuramente custodito fino al terzo giorno; perché i suoi discepoli non vengano [di notte] a rubarlo e dicano al popolo: “È risuscitato dai morti”; così l’ultimo inganno sarebbe peggiore del primo». 65 Pilato disse loro: «Avete delle guardie. Andate, assicurate la sorveglianza come credete». 66 Ed essi andarono ad assicurare il sepolcro, sigillando la pietra e mettendovi la guardia.

I prossimi testimoni sono inaspettatamente gli avversari di Gesù che l’hanno ucciso: i capi religiosi ebraici e il governatore romano. La testimonianza che rendono è certamente involontaria, eppure contribuisce alle prove della risurrezione. Ricordando la profezia di Gesù che dopo la sua morte sarebbe riuscitato, i capi religiosi con l’approvazione di Pilato usano delle precauzioni per impedire a eventuali furti della salma di Gesù per poter poi proclamare che egli è riuscitato. A parte il fatto che i discepoli adesso si stiano nascendendo per paura di fare la stessa fine di Gesù e quindi l’ultima cosa che pensano di fare è di rubare il corpo di Cristo, non l’avrebbero potuto neanche fare. L’importanza di questa testimonianza è che smentisce l’ipotesi che la tomba di Gesù è stata trovata vuota perché qualcuno abbia rubato la salma. Gli ebrei sicuramente non volevano farlo, nemmeno Pilato e i romani, e i discepoli non ci sarebbero riusciti.

D) L’angelo del Signore (28:1-7)

28:1 Dopo il sabato, verso l’alba del primo giorno della settimana, Maria Maddalena e l’altra Maria andarono a vedere il sepolcro. Ed ecco, si fece un gran terremoto, perché un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra [dell’entrata] e vi sedette sopra. Il suo aspetto era come di folgore e la sua veste bianca come neve. E, per lo spavento che ne ebbero, le guardie tremarono e rimasero come morte. Ma l’angelo si rivolse alle donne e disse: «Voi, non temete; perché io so che cercate Gesù, che è stato crocifisso. Egli non è qui, perché è risuscitato come aveva detto; venite a vedere il luogo dove giaceva [il Signore]. E andate presto a dire ai suoi discepoli: “Egli è risuscitato dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, ve l’ho detto». 

Tutto questo ci porta al momento critico quando due donne (cioè le due donne che hanno seguito Gesù dalla Galilea, che hanno assistito alla sua rocifissione, e che hanno visto dov’è stato sepolto) vanno al sepolcro di Gesù pensando di ungere la salma ma lo trovano invece vuoto! A testimoniare che Gesù è risuscitato è un angelo del Signore. Come il miracolo della nascita di Gesù doveva essere annunciato da un angelo, così anche deve essere il miracolo della sua risurrezione. Se le donne non avessero trovato la salma di Gesù senza sentire il messaggio dell’angelo, avrebbero probabilmente concluso che qualcuno l’aveva rubata. Per questo l’annuncio dell’angelo è indispensabile: per quanto sembra incredible, il sepolcro è vuoto perché Gesù è risuscitato!

E) Le donne (28:8-10)

E quelle se ne andarono in fretta dal sepolcro con spavento e grande gioia e corsero ad annunciarlo ai suoi discepoli. Quand’ecco, Gesù si fece loro incontro, dicendo: «Vi saluto!» Ed esse, avvicinatesi, gli strinsero i piedi e l’adorarono. 10 Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea; là mi vedranno».

Infine, le donne stesse — testimoni oculari di tutti questi straordinari avvenimenti — rendono testimonianza di ciò che hanno visto e sentito, incontrando personalmente Gesù vivo. In un senso, la loro testimonianza è la più convincente, non solo perché hanno visto tutto con i propri occhi dall’inizio alla fine, ma anche per il semplice fatto che all’epoca la loro testimonianza non sarebbe stata considerata attendibile. Magari sembra contradittorio dire che una testimonianza non attendibile è quella più convincente, ma lo è per il seguente motivo. Se Matteo, come suppongono alcuni, avesse inventato tutta questa storia, non avrebbe mai scritto che i primi testimoni oculari ad aver trovato la tomba vuota e visto Gesù di nuovo vivo sono state delle donne. Matteo sapeva benissimo che nessuno avrebbe accettato la testimonianza di due donne, e quindi non l’avrebbe scritto se non fosse stato vero.

F) Il verdetto (28:11-15)

11 Mentre quelle andavano, alcuni della guardia vennero in città e riferirono ai capi dei sacerdoti tutte le cose che erano avvenute. 12 Ed essi, radunatisi con gli anziani e tenuto consiglio, diedero una forte somma di denaro ai soldati, dicendo: 13 «Dite così: “I suoi discepoli sono venuti di notte e lo hanno rubato mentre dormivamo”. 14 E se mai questo viene alle orecchie del governatore, noi lo persuaderemo e vi solleveremo da ogni preoccupazione». 15 Ed essi, preso il denaro, fecero secondo le istruzioni ricevute e quella diceria è stata divulgata tra i Giudei fino ad oggi.

Se abbiamo seguito tutta questa serie di testimonianze, c’è una sola conclusione possibile: Gesù è veramente risuscitato. Il centurione conferma che Gesù era morto. Giuseppe di Arimatea conferma che Gesù è stato sepolto in una tomba di cui tutti sapevano l’ubicazione. Gli ebrei e i romani confermano che la tomba di Gesù non era vuota perché qualcuno ha rubato la salma di Gesù. L’angelo conferma che la tomba era vuota perché Gesù è risuscitato, e le donne confermano l’attendibilità dell’intero resoconto. Le prove dovrebbero essere sufficienti per convincerci che Gesù, il Figlio di Dio, ha vinto la morte, e che le sue dichiarazioni di essere l’unico Signore e Salvatore del mondo sono verità. Matteo ce le presenta per dirci in effetti che così ha dichiarato Dio nel suo tribunale celeste.

Tuttavia, non tutti si lasciano convincere. Alla razionalità dell’uomo moderno la risurrezione corporea di Gesù sembra incredibile perché (come sanno tutti) “i morti non risuscitano”. In più, l’uomo peccatore non vuole affrontare le implicazioni della risurrezione di Gesù che, se vera, richiede il suo ravvedimento e la sua sottomissione a Cristo. Quindi, pur essendo convincenti, queste testimonianze non bastano per far crollare la nostra resistenza e testardaggine.

A conferma di ciò è la vicenda che Matteo riferisce in 28:11-15. I capi religiosi sapevano che i discepoli non avevano rubato la salma di Gesù; erano stati loro a impedirglielo! Eppure pagano le guardie della tomba per diffondere la menzogna che è successo proprio questo. Notiamo bene: pur sapendo la verità della risurrezione di Gesù, i capi religiosi rifiutano di crederci, e cercano persino di sopprimerla. Qui c’è una lezione importante: non è vero che se uno crede se vede prove innegabili. L’opposizione del cuore umano a Dio è così dura e ostinata che preferisce credere alla menzogna che confessare la verità.

3) Il Potere del Figlio di Dio (27:51-54)

Qual è dunque la soluzione? Come può essere qualcuno convinto della verità della risurrezione? La risposta è che deve accadere lo stesso miracolo nel nostro cuore che è accaduto quando Dio ha risuscitato Gesù dalla morte. Consideriamo come la narrativa della risurrezione differisce dalla narrativa della crocifissione. Mentre Matto riporta quest’ultima in modo drammatico e dettagliato fino all’ultimo sospiro di Gesù, parla della risurrezione solo dopo che è avvenuta. Vediamo Gesù morire, ma non vediamo Gesù risuscitare. Per spiegare questa curiosità, il grande teologo Karl Barth osserverebbe che mentre la risurrezione di Gesù è un fatto accaduto nella storia, non è un fatto proveniente dalla storia. La crocifissione si può narrare — come Gesù è stato spogliato, flagellato, inchiodato, ecc. — ma la risurrezione non si può narrare. Come è risuscitato Gesù dalla morte? Possiamo dire soltanto che è stato un miracolo, un atto di Dio e Dio solo, un intervento di potere divino pari alla creazione dell’universo dal nulla.

Questo è, secondo me, ciò che Matteo vuole trasmettere in 27:51-53 quando scrive che dopo la morte di Gesù…

51 Ed ecco, la cortina del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si schiantarono, 52 le tombe s’aprirono e molti corpi dei santi, che dormivano, risuscitarono; 53 e, usciti dai sepolcri dopo la risurrezione di lui, entrarono nella città santa e apparvero a molti. 

Qui Matteo vuole dirci che quando Gesù “rese lo spirito”, ha irrevocabilmente trasformato il mondo. Come la morte di Gesù ha scatenato una serie di effetti tremendi e inspiegabili, così ha fatto anche la sua risurrezione con la quale ha vinto la morte. Come nessuno tranne Dio poteva risuscitare Gesù dalla morte, così nessuno può convincere un altro che quest’uomo crocifisso 2000 anni fa è ora vivo, che regna, e che ci chiama tutti a ravvederci, a porre fiducia in lui, e a offrirci a lui come sacrifici viventi. Però, se solo Dio può fare questo miracolo in noi, Dio può fare questo miracolo in noi. Lo stesso potere che ha vinto la morte di Gesù può vincere anche la nostra ostinata ribellione e resistenza al vangelo. Così afferma l’apostolo Paolo in Efesini 1:19-23:

[Sappiate]… 19 qual è verso di noi che crediamo l’immensità della sua potenza. 20 Questa potente efficacia della sua forza egli l’ha mostrata in Cristo, quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla propria destra nei luoghi celesti, 21 al di sopra di ogni principato, autorità, potenza, signoria e di ogni altro nome che si nomina non solo in questo mondo, ma anche in quello futuro. 22 Ogni cosa egli ha posta sotto i suoi piedi e lo ha dato per capo supremo alla chiesa, 23 che è il corpo di lui, il compimento di colui che porta a compimento ogni cosa in tutti.

La forza che Dio ha mostrato nella risurrezione di Cristo è la stessa forza che opera in noi! Così dice Paolo di nuovo in Efesini 3:20-21:

20 Or a colui che può, mediante la potenza che opera in noi, fare infinitamente di più di quel che domandiamo o pensiamo, 21 a lui sia la gloria nella chiesa e in Cristo Gesù, per tutte le età, nei secoli dei secoli. Amen.

La buona notizia di Pasqua è questa: la potenza che ha risuscitato Gesù dalla morte è la potenza che opera ora in noi per salvarci, per trasformarci, e che un giorno ci risusciterà dalla morte come Gesù. Più grande speranza non c’è. Concludo che le parole esultanti di Paolo che elabora il significato della risurrezione di Gesù per noi:

31 Che diremo dunque riguardo a queste cose? Se Dio è per noi chi sarà contro di noi? 32 Colui che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per noi tutti, non ci donerà forse anche tutte le cose con lui? 33 Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio è colui che li giustifica. 34 Chi li condannerà? Cristo Gesù è colui che è morto e, ancor più, è risuscitato, è alla destra di Dio e anche intercede per noi. 35 Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Sarà forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? … 37 Ma, in tutte queste cose, noi siamo più che vincitori, in virtù di colui che ci ha amati. 38 Infatti sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, 39 né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potranno separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore.

Matteo 23: La Bontà e la Severità di Dio

1) La Severità di Dio nella sua Bontà (23:1)

Allora Gesù parlò alla folla e ai suoi discepoli…

Il capitolo 23 del vangelo di Matteo ci invita a seguire l’esortazione di Paolo in Romani 11:22 “Considera dunque la bontà e la severità di Dio”. Il discorso di Gesù qui dimostra infatti sia la severità di Dio nella sua bontà (la sua condanna dei farisei e degli scribi) e la bontà di Dio nella sua severità (il suo lamento su Gerusalemme). Inoltre, questo discorso fa vedere come la bontà e la severità di Dio non sono due cose separate come due binari paralleli ma sono implicate l’una nell’altra.

È importante dire questo per contrastare l’idea purtroppo molto diffusa che Gesù rappresenta un Dio di amore dolce e tenero mentre l’Antico Testamento ci presenta un Dio di vendetta e di violenza. Difficilmente si possono leggere le parole di Gesù in Matteo 23 e arrivare a una tale conclusione, perché 1) il giudizio che Gesù pronuncia contro i capi religiosi è tanto pesante quanto qualsiasi giudizio che troviamo nell’Antico Testamento, e 2) la giustapposizione di questo giudizio con il commuovente espressione dell’amore di Gesù alla fine del suo discorso ci obbliga a ripensare totalmente le nostre nozioni di “amore” e di “giudizio”, di “bontà” e di “severità”. Saremo costretti a concludere, insieme a Paolo, che la bontà di Dio è sempre severa e la severità di Dio è sempre buona. La descrizione dell’amore nel Cantico dei Cantici 8:6-7 ne è indicativo:

L’amore è forte come la morte, la gelosia è dura come il soggiorno dei morti. I suoi ardori sono ardori di fuoco, fiamma potente. Le grandi acque non potrebbero spegnere l’amore, i fiumi non potrebbero sommergerlo.

Per capire tutto ciò, dobbiamo volgere la nostra attenzione al testo del vangelo. Innanzitutto il contesto: le azioni di Gesù all’inizio della “Settimana Santa” costituivano il “momento della verità” quando una presa di posizione nei suoi confronti era necessaria. Di fronte alle pretese di Gesù di essere il Messia e il Figlio di Dio a cui tutti devono ubbidire, ogni persona doveva (come ogni persona deve fare ancora oggi) decidere se sottomettersi a Gesù quale Signore e Salvatore oppure ucciderlo come un pericoloso criminale. Gesù ha sfidato in modo particolare le autorità ebraiche, cioè i capi dei sacerdoti, gli scribi e i farisei, minacciando la loro influenza sul popolo, la loro posizione di potere e le loro fonti di guadagno e di ricchezze. Come Gesù ha dichiarato nella parabola dei malvagi vignaiuoli, la loro reazione era praticamente scontata: Gesù doveva morire.

Il discorso di Gesù in Matteo 23 è l’ultima parola che egli ha da dire al loro riguardo, e consiste in una serie di sette “guai” che richiama le condanne profetiche contro Israele nell’Antico Testamento. Da un lato, questi guai potrebbero sembrare solo le invettive disinibite della vittima disperata che sa che la sua sorte è determinata e non c’è niente più da fare. Non è il caso qui, però, perché Gesù parla con potere e autorità, non per disperazione. I capi religiosi lo hanno condannato a morte, ma è Gesù che emerge come il vero giudice, colui contro il quale ogni condanna umana torna a condannare il condannatore.

Mentre Gesù chiaramente punta il dito contro alcune pratiche religiose particolari al suo tempo, individua le tendenze che caratterizzano sempre la religione in tutte le sue forme e manifestazioni in qualsiasi luogo e tempo. Le chiese evangeliche, per prime, non sono immuni. Facciamo bene, dunque, a dargli retta, considerando attentamente come “la bontà e la severità di Dio” sono rivelate nei sette guai dichiarati da Gesù.

2) I Sette Guai (23:13-36)

A) 1° Guaio: porte serrate (vv.13-14)

13 «Ma guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché serrate il regno dei cieli davanti alla gente; poiché non vi entrate voi, né lasciate entrare quelli che cercano di entrare. 14 [Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché divorate le case delle vedove e fate lunghe preghiere per mettervi in mostra; perciò riceverete una maggiore condanna.]

Nel primo guaio, Gesù condanna gli scribi e i farisei per aver serrato il regno di Dio non solo per se stessi ma anche per altri. Nel rifiutare Gesù quale unica porta, essi si auto-escludono dal regno di Dio. Ma nel indurre altri a seguire il loro esempio, li inducono ad auto-escludersene anche loro. Ognuno è responsabile davanti a Dio per le proprie scelte, e nessuno potrà incolpare qualcun altro per essere rimasto fuori dal regno di Dio. Ma gli scribi e i farisei portano “una maggiore condanna” in quanto, come il diavolo, li hanno trascinati nell’incredulità. Purtroppo questo non è un caso unico, poiché succede tutte le volte quando persone influenti o autorevoli nella chiesa (preti, pastori, insegnanti, ecc.) traggono altri in inganno in modo che non pongano fiducia in Gesù Cristo. Perciò Giacomo, il fratello di Gesù, scrive nella sua lettera questo avvertimento (3:1): “Fratelli miei, non siate in molti a fare da maestri, sapendo che ne subiremo un più severo giudizio”.

B) 2° Guaio: proseliti ingannati (v.15)

15 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché viaggiate per mare e per terra per fare un proselito; e quando lo avete fatto, lo rendete figlio della geenna il doppio di voi.

Nel secondo guaio, Gesù condanna gli sforzi degli scribi e dei farisei per fare proseliti. Questo non è perché Gesù si oppone all’evangelizzazione, anzi la comanda ai suoi discepoli! Il problema è quello che Gesù ha individuato nel capitolo 15:6 quando ha criticato i farisei dicendo: “Così avete annullato la parola di Dio a motivo della vostra tradizione … insegnando dottrine che sono precetti d’uomini.” Quando i farisei facevano proseliti, non era la parola di Dio che gli insegnavano ma i loro propri ragionamenti che, pur spacciandosi come comandamenti di Dio, annullavano in realtà la parola di Dio. Quindi, se qualcuno si convertiva al loro modo di credere, si convertiva al diavolo piuttosto che a Dio! Questo è un altro avvertimento molto serio che vale per tutti: bisogna badare alla dottrina che crediamo e insegniamo, perché è letteralmente una question di vita e di morte. Dire “così dice il Signore” quando egli non dice così avrà conseguenze eterne per noi e per i nostri ascoltatori!

C) 3° Guaio: giuramenti stolti (vv.16-22)

16 Guai a voi, guide cieche, che dite: “Se uno giura per il tempio, non importa; ma se giura per l’oro del tempio, resta obbligato”. 17 Stolti e ciechi! Che cosa è più grande: l’oro o il tempio che santifica l’oro? 18 E se uno, voi dite, giura per l’altare, non importa; ma se giura per l’offerta che c’è sopra, resta obbligato. 19 [Stolti e] ciechi! Che cosa è più grande: l’offerta o l’altare che santifica l’offerta? 20 Chi dunque giura per l’altare, giura per esso e per tutto quello che c’è sopra; 21 e chi giura per il tempio, giura per esso e per Colui che lo abita; 22 e chi giura per il cielo, giura per il trono di Dio e per Colui che vi siede sopra.

Il terzo guaio risulta un po’ più difficile da comprendere, ma è evidente che richiama l’insegnamento di Gesù nel sermone sul monte sui giuramenti (5:33-37):

Avete anche udito che fu detto agli antichi: “Non giurare il falso; da’ al Signore quello che gli hai promesso con giuramento”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio; né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi; né per Gerusalemme, perché è la città del gran Re. Non giurare neppure per il tuo capo, poiché tu non puoi far diventare un solo capello bianco o nero. Ma il vostro parlare sia: “Sì, sì; no, no”; poiché il di più viene dal maligno.

Questo modo di fare giuramenti dei farisei tentava di usare le cose di Dio per manipolare persone o situazioni al loro beneficio. Gesù dichiara invece che Dio, il suo nome, la sua casa, i suoi comandamenti, ecc. non sono cose messe a nostra disposizione che possiamo utilizzare per i nostri obiettivi egoisti. Se abbiamo una giusta riverenza di Dio, non lo useremo come uno strumento utile a ulteriori fini, e non dovremo ricorrere ai giuramenti per dare credibilità alle nostre parole. Come figli di Dio, dovremmo essere talmente fidati che il nostro parlare è solo “sì” e “no”. Di nuovo, la tentazione di usare Dio per scopi personali anziché temere Dio e cercare i suoi scopi è più che comune nella religione sino a oggi. Infatti, si può dire che se la vera fede è l’uomo che si sottomette alla volontà di Dio, la religione è il tentativo di costringere Dio a sottomettersi alla volontà dell’uomo.

D) 4° Guaio: opere trascurate (vv.23-24)

23 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché pagate la decima della menta, dell’aneto e del comino e trascurate le cose più importanti della legge: il giudizio, la misericordia e la fede. Queste sono le cose che bisognava fare, senza tralasciare le altre. 24 Guide cieche, che filtrate il moscerino e inghiottite il cammello!

Il quarto guaio condanna gli scribi e i farisei per essersi focalizzati sui minimi dettagli della legge mentre ne trascuravano i punti centrali, quali la giustizia, la misericordia e la fede. L’espressione che Gesù usa è forte: filtrano il moscerino e inghiottono il cammello! Immaginate la fatica necessaria per calcolare la decima della raccolta di varie erbe e spezie come la menta, l’aneto e il comino per poi non dare una mano al prossimo che ne ha bisogno! Eppure questa è l’ipocrisia dei religiosi condannati da Gesù, ed è la stessa ipocrisia che la religione in genere coltiva.

Il motivo è semplice: la religione è in fondo il tentativo umano di raggiungere Dio e di guadagnare il suo favore. È lo strumento che l’uomo usa per controllare il proprio destino. È molto più facile controllare il proprio destino se si possono quantificare le opere buone che bisogna fare. È molto più facile salire fino a Dio se si sanno quali e quanti gradini ci sono per arrivarci. Ma la misericordia, l’amore, la giustizia, la fede, chi può calcolarli? Come puoi sapere quanta misericordia mostrare, quanta fede avere, quanto amore dare per essere sicuro che Dio ti gradisce? Ecco perché la religione si concentra sui dettagli come pagare la decima della menta, o non mangiare la carne il venerdì, o pregare il rosario almeno una volta al giorno — rende il percorso a Dio concreto e tangibile. Ma nel concentrarsi su questi dettagli, si perdono di vista le cose più importanti, e la religione diventa un motivo di orgoglio per chi crede di osservare tutto scrupolosamente.

E) 5°/6° Guai: sporcizie interiori/sepolcri imbiancati (vv.25-28)

25 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, mentre dentro sono pieni di rapina e d’intemperanza. 26 Fariseo cieco, pulisci prima l’interno del bicchiere [e del piatto], affinché anche l’esterno diventi pulito. 27 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché siete simili a sepolcri imbiancati, che appaiono belli di fuori, ma dentro sono pieni d’ossa di morti e d’ogni immondizia. 28 Così anche voi, di fuori sembrate giusti alla gente, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità.

Siccome sono molto simili, il quinto e il sesto guai possono essere trattati insieme. Qui Gesù condanna gli scribi e i farisei per aver pulito e abbellito le apparenze ma di aver lasciato sporco e corrotto il cuore. Di nuovo le immagini sono forti: i religiosi puliscono l’esterno del bicchiere dentro la feccia; imbiancano i sepolcri per farli apparire belli dall’esterno, ma sono sempre sepolcri che contengono solo cadaveri e ossa. Questo è proprio il significato dell’ipocrisia, ed è il meglio che la religione può compiere. L’uomo è incapace di salvarsi da solo, perché nessun sforzo umano, neanche il più “religioso” o “buono”, è in grado di purificarlo dal peccato. Così Paolo afferma in Colossesi 2:20-23:

…perché … vi lasciate imporre dei precetti quali: «Non toccare, non assaggiare, non maneggiare» (tutte cose destinate a scomparire con l’uso), secondo i comandamenti e le dottrine degli uomini? Quelle cose hanno, è vero, una reputazione di sapienza per quel tanto che è in esse di culto volontario, di umiltà e di austerità nel trattare il corpo, ma non hanno alcun valore; servono solo a soddisfare la carne.

F) 7° Guaio: profeti assassinati (vv.29-36)

29 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché costruite i sepolcri ai profeti e adornate le tombe dei giusti 30 e dite: “Se fossimo vissuti ai tempi dei nostri padri, non saremmo stati loro complici nello spargere il sangue dei profeti!” 31 In tal modo voi testimoniate contro voi stessi, di essere figli di coloro che uccisero i profeti. 32 E colmate pure la misura dei vostri padri! 33 Serpenti, razza di vipere, come scamperete al giudizio della geenna? 34 Perciò ecco, io vi mando dei profeti, dei saggi e degli scribi; di questi, alcuni ne ucciderete e metterete in croce; altri ne flagellerete nelle vostre sinagoghe e li perseguiterete di città in città, 35 affinché ricada su di voi tutto il sangue giusto sparso sulla terra, dal sangue del giusto Abele, fino al sangue di Zaccaria, figlio di Berechia, che voi uccideste fra il tempio e l’altare. 36 Io vi dico in verità che tutto ciò ricadrà su questa generazione.

Il settimo e ultimo guaio in un senso riassume tutti i precedenti. Essendo “figli di coloro che uccisero i profeti” e uccidendoli anche loro, gli scribi e i farisei si rivelano come i nemici di Dio che glieli ha mandati. La loro religione, come la religione in genere, pretende di stare da parte di Dio e di parlare nel nome di Dio, ma in realtà è diametralmente opposta a Dio. Il problema della religione non è che sia un po’ fuorviante e deve solo essere corretta; è ribelle e come il tempio a Gerusalemme deve essere abbattuta. Il pericolo che i servitori di Dio affrontano sempre è che comincino a edificare non la chiesa di Gesù Cristo, ma monumenti alla loro gloria personale. Se ciò accade, quelli che si reputano servi di Dio non sono altro che nemici di Dio.

Infine, dunque, scopriamo in questo discorso di Gesù rivolto contro i capi religiosi dell’epoca quello che Dio pensa della religione che l’uomo erige come una scala per giungere a lui. Tutti questi guai individuano sintomi della malattia della religione, che in fondo è solo una forma del peccato originale, cioè il desiderio dell’uomo di innalzarsi al livello di Dio, il desiderio della creatura di vivere autonoma dal suo Creatore. La religione è semplicemente una maschera di pietà che nasconde la nostra ribellione contro Dio. Per riprendere l’immagine di Gesù, la religione è un sepolcro imbiancato che appare bello di fuori ma dentro è pieno d’ossa di morti e d’ogni immondizia. Questo ci serve di avvertimento, in modo che non cadiamo anche noi nella stessa trappola dei religiosi ebraici. Non insuperbiamoci, ma diamo retta all’esortazione di Paolo in 1 Corinzi 10:12: “Perciò, chi pensa di stare in piedi guardi di non cadere.”

3) La Bontà di Dio nella sua Severità (23:37-39)

37 «Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! 38 Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata deserta. 39 Infatti vi dico che da ora in avanti non mi vedrete più, finché non direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”».

Come detto all’inizio, il discorso di Gesù ci fa capire non solo la severità di Dio nella sua bontà, ma anche la bontà di Dio nella sua severità. Ed è proprio qui alla fine del discorso che vediamo infatti quanto è grande l’amore di Dio anche quando giudica. Qui nel lamento di Gesù su Gerusalemme, scopriamo che i “guai” sono come le lacrime del genitore che piange un figlio prodigo anziché i fulmini lanciati da una deità arrabbiata. L’immagine che Gesù usa per descrivere la sua tristezza circa il rifiuto di Israele è quella della chioccia che raccoglie i suoi pulcini sotto le ali. Uno studioso che ha esaminato quest’immagine ha trovato che non solo trasmette l’idea della tenera cura della chioccia per i suoi piccoli, ma dell’amore che sacrifica la vita per salvare altri. L’immagine è della chioccia che raccoglie i pulcini sotto le sue ali quando c’è un incendio perché lei sia l’unica ad esporsi alle fiamme. Una volta spento il fuoco, la chioccia è morta bruciata, ma i suoi piccoli sono salvi.

Questo è l’amore di Dio manifestato in Gesù. Il giudizio da Gesù pronunciato sui suoi contemporanei è lo stesso giudizio dal quale egli vuole salvarli, dando la sua vita al posto della loro. Lamenta come la loro casa sarà lasciata deserta perché essi non vogliono rifugiarsi sotto le ali di Gesù che tra qualche giorno si arrenderà alla morte in croce per far cadere su di se stesso il loro giudizio. Questa è la bontà di Dio nella sua severità, che mentre deve agire severamente contro il peccato, egli si sottomette per primo a questa severità al posto dei peccatori affinché siano salvati.

Questo è il vangelo, che contraddice la religione. La religione ti dice: “Devi fare questo per farti amare da Dio”, ma il vangelo ti dice: “Dio ti ha tanto amato che ha già fatto tutto per te e al tuo posto. Ora non ti rimane niente se non ricevere gratuitamente il dono del perdono”. I farisei dicevano: “devi fare tutto”, ma Gesù dice: “tutto è già fatto”. Che amore meraviglioso! Che grazia stupenda! In Gesù Cristo, Dio stesso si è sottoposto al suo proprio giudizio per dare a noi la libertà dal peccato. Gesù è diventato come noi peccatori (persino come i peccatori più religiosi!) affinché noi potessimo diventare come lui. Questo è, in nuce, il vangelo. Quando comprendiamo questo, comprendiamo tutto. Per mezzo del vangelo siamo liberati dalla tirannia della religione e dal fardello di dover guadagnare il favore di Dio tramite le nostre opere, e in Gesù siamo accolti nella casa e nella famiglia di Dio come i suoi amati e preziosi figli. Non c’è notizia più buona o lieta di questa!

Matteo 21:33-46: La Pietra Angolare

1) La Parabola dei Vignaiuoli Malvagi (21:33-41)

33 «Udite un’altra parabola: c’era un padrone di casa, il quale piantò una vigna, le fece attorno una siepe, vi scavò una buca per pigiare l’uva e vi costruì una torre; poi l’affittò a dei vignaiuoli e se ne andò in viaggio. 34 Quando fu vicina la stagione dei frutti, mandò i suoi servi dai vignaiuoli per riceverne i frutti. 35 Ma i vignaiuoli presero i servi e ne picchiarono uno, ne uccisero un altro e un altro lo lapidarono. 36 Da capo mandò degli altri servi, in numero maggiore dei primi; ma quelli li trattarono allo stesso modo. 37 Alla fine mandò loro suo figlio, dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio”. 38 Ma i vignaiuoli, veduto il figlio, dissero tra di loro: “Costui è l’erede; venite, uccidiamolo e facciamo nostra la sua eredità”. 39 Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. 40 Quando verrà il padrone della vigna, che farà a quei vignaiuoli?» 41 Essi gli risposero: «Li farà perire malamente, quei malvagi, e affitterà la vigna ad altri vignaiuoli i quali gli renderanno i frutti a suo tempo».

A) La storia e la vocazione d’Israele

Dopo l’ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme come il Messia e la sua purificazione del tempio come il Dio di esso, i capi dei sacerdoti — la classe autoritaria e amministrativa del popolo d’Israele — sono rimasti comprensibilmente sconvolti e adirati. Come potrebbe un semplice rabbino ed ex-falegname della disprezzata Galiliea pretendere di agire in questo modo e sfidare la loro autorità? Come abbiamo visto, le azioni di Gesù all’inizio di ciò che chiamiamo “la Settimana Santa” miravano a forzare una presa di posizione nei suoi confronti, o pro o contro. Dopo il palese significato dei suoi gesti, nessuno poteva rimanere indifferente: i capi d’Israele dovevano o cadere ai suoi piedi in umile sottomissione o farlo morire. Non c’era una via di mezzo.

Se abbiamo seguito la narrativa di Matteo fino a questo punto, la decisione che i capi prenderanno è già scontata. Eppure, come per dargli un’ultima possibilità per ravvedersi, Gesù gli racconta una parabola di enorme importanza in quanto espone in sintesi la sua identità e la sua vocazione alla luce della storia d’Israele che egli porta a compimento. Qualora ci fossero ancora dubbi su Gesù e la sua missione, non potrebbero più esistere dopo aver ascoltato questa parabola. Inoltre, come vedremo, la parabola non serve solo per dare informazioni ma per chiamare i suoi ascoltatori all’azione e per rivelare quale sarà la fine delle uniche due opzioni che ci sono.

Consideriamo ora la parabola dal punto di vista della storia d’Israele. Agli ebrei del primo secolo, il significato dei vari elementi sarebbe stato immediatamente ovvio. Riprendendo un’immagine comune (che troviamo per esempio in Isaia 5), Gesù paragona il popolo d’Israele a una vigna, il cui padrone è naturalmente Dio YHWH. L’utilità dell’immagine della vigna sta nel fatto che essa non è un fine a sé stessa; serve per portare frutto. Nella parabola, il padrone pianta la vigna per “riceverne i frutti”, come anche Dio aveva “piantato” e benedetto Israele nella terra promessa non perché Israele potesse essere l’unico beneficiario ma perché portasse i frutti della benedizione di Dio a tutte le altre nazioni della terra, come Dio aveva infatti giurato ad Abramo. In altri termini, Dio aveva scelto o “eletto” Israele come il suo popolo affinché per mezzo di esso tutti i popoli potessero venire ad appartenere ugualmente a Dio.

Dopo l’esodo dall’Egitto e la conquista del paese di Canaan, Dio affidò la sua “vigna” d’Israele ai diversi vignaiuoli finché non sarebbero arrivati la maturità del frutto e il tempo della mietitura, quando la benedizione promessa ad Abramo sarebbe giunta a tutte le famiglie della terra. Tra questi vignaiuoli c’erano i sacerdoti e i re, quelli che dovevano custodire, governare e prendersi cura del popolo come buoni amministratori e servi fedeli fino al tempo stabilito da Dio.

Tuttavia, come anche una superficiale lettura dell’Antico Testamento farebbe capire, i sacerdoti e i re d’Israele erano in genere (con poche eccezioni) infedeli e malvagi, sfruttando il popolo per il loro beneficio personale e trascinandolo in idolatria e ogni tipo di peccato e impurità. Dio, da parte sua, aveva mandato dei servi — i profeti — per chiamare il popolo e soprattutto i suoi capi e amministratori al ravvedimento, avvertendoli delle terribili conseguenze dell’ignorare la parola del Signore. I profeti, come i servi nella parabola, erano maltrattati, perseguitati e spesso uccisi per aver riferito la parola di Dio al popolo.

Questa tragica storia aveva persistito fino ai giorni di Gesù, dimostrato dalla crudele fine fatta da Giovanni il battista alle mani del re Erode. Giovanni, che secondo Gesù era il più grande dei profeti, è stato l’ultimo “servo” mandato da Dio ai vignaiuoli della sua vigna, poiché egli è stato il precursore di Gesù, colui che non era un servo nella casa di Dio ma l’unico figlio del padrone stesso.

B) L’identità e la missione di Gesù

“Alla fine”, Gesù specifica non a caso, il padrone “mandò loro suo figlio”. Questa frase è strapiena di significato per quanto riguarda l’identità e la missione di Gesù. “Alla fine” indica come la venuta di Gesù è stata il culmine della storia d’Israele, il compimento di tutto quello che ha preceduto. In questo capitolo, abbiamo visto come Gesù rivendica per sé stesso i ruoli del re (l’ingresso trionfale) e del sacerdote, e qui dichiara la sua autorità in qualità di profeta. È lui che viene al momento della mietitura per raccogliere e distribuire al mondo i frutti della benedizione dalla vigna d’Israele, ma come è successo con il fico, Gesù non trova “altro che foglie”.

Sarebbe sbagliato, però, pensare che Gesù si creda semplicemente uno dei profeti, come se fosse esattamente come tutti i suoi predecessori. Pur arrivando come l’ultimo in una lunga serie di profeti, Gesù rappresenta qualcosa di totalmente nuovo: non è un servo nella casa di Dio ma l’unico suo Figlio. Possiamo distinguere Gesù dagli altri profeti in questo modo: Gesù non solo riferisce la parola di Dio (come gli altri profeti), egli è la Parola di Dio. Questo spiega anche la reazione visceralmente violenta da parte dei capi religiosi contro Gesù. In lui non hanno incontrato uno che solo rappresentava l’autorità di Dio, hanno incontrato Dio stesso! Come la presenza della polizia sconvolge la banda dei criminali nel corso di un reato, così la presenza del Figlio di Dio sconvolge i malvagi amministratori e servi della casa di Dio.

Per questo motivo, Gesù prevede la sua propria morte alle mani delle autorità ebraiche, come anche i vignaiuoli uccidono il figlio del padrone. Gesù ha già predetto varie volte che dopo il suo arrivo a Gerusalemme sarebbe stato messo a morte, e adesso lo ribadisce nella presenza di chi ne sarà colpevole. Importante notare come la parabola di Gesù provoca la stessa reazione che essa prevede, poiché alla fine (nei vv.45-46) “i capi dei sacerdoti e i farisei, udite le sue parabole, capirono che parlava di loro; e cercavano di prenderlo, ma ebbero paura della folla, che lo riteneva un profeta.” Ancora una volta, vediamo come Gesù non è la vittima ma il sovrano; sa benissimo ciò che sta facendo. Nel preannunciare come i capi religiosi lo uccideranno, Gesù li condanna insieme ai malvagi nemici dei profeti nell’Antico Testamento, e perciò essi si adirano ancora di più e cominciano a cercare un modo per adempiere la profezia di Cristo.

2) La Pietra Rifiutata (21:42)

42 Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno rifiutata è diventata pietra angolare; ciò è stato fatto dal Signore, ed è cosa meravigliosa agli occhi nostri”?

Alla conclusione della parabola, Gesù cita Salmo 118:22-23 che usa l’immagine della “pietra che i costruttori hanno rifiutata” che poi “è diventata pietra angolare” dell’intero edificio. Il passaggio dall’immagine della vigna alla pietra potrebbe sembrare brusco e casuale, una confusione di metafore che come regola bisogna evitare. Ma a parte l’efficacia dell’immagine della pietra per simboleggiare il messaggio di Gesù (che vedremo tra poco), il collegamento è più stretto di quanto possa apparire all’inizio. Nella lingua in cui Gesù parlava, l’uso dei due termini “figlio” e “pietra” costituisce un gioco di parole. “Figlio” traduce la parola “ben” e “pietra” traduce la parola “eben”. È la consonanza di questi due vocaboli che rende fluido il passaggio.

L’efficacia dell’immagine della pietra sta nel modo in cui interpreta la parabola. Citando Salmo 118, Gesù qui spiega il significato della sua morte. Lungi dall’essere una tragedia imprevista, il rifiuto di questa pietra (che rappresenta ovviamente Gesù) fa parte del piano di Dio, come dimostrato in Salmo 118. Questo salmo è già apparso nel capitolo 21 di Matteo; il grido della folla quando Gesù entra in Gerusalemme viene da Salmo 118:26: “Benedetto colui che viene nel nome del SignoreNoi vi benediciamo dalla casa del Signore.”

Salmo 118 è un salmo esplicitamente messianico che loda il Signore per la sua fedeltà a Davide e al suo lignaggio. In questo contesto Davide è la pietra che i costruttori hanno rifiutato che poi è diventata la pietra angolare. Era l’ultimo dei suoi fratelli, per apparenze il meno adatto a essere re. È stato disprezzato da Golia a causa della sua giovinezza, perseguitato da Saul come usurpatore del suo trono, e esiliato dal suo popolo per tanti anni nel deserto. Eppure Dio ha mantenuto la sua parola a Davide, e ha fatto di questa pietra rifiutata la pietra angolare della monarchia d’Israele e della stirpe messianica.

Nel senso vero e definitivo, Gesù si dichiara la pietra di cui Davide è stato solo un precursore. Il suo rifiuto da parte dei capi religiosi non finirà nella sua sconfitta. Anzi, sarà proprio nel rifiutare Gesù che essi, secondo il piano di Dio, lo faranno diventare la pietra angolare della casa di Dio che apparterrà non solo a Israele ma a tutti i popoli della terra. Citando questo salmo, Gesù incolpa i capi religiosi per aver rifiutato lo stesso Messia che dicevano di aspettare, e gli rivela che tuttavia non fanno altro che proprio ciò che tentano di impedire. Sarà il rifiuto di Gesù che lo insedierà come re; sarà il loro egoismo di volersi tenere tutte le benedizioni di Dio che le farà diffondere a tutti gli altri. È per questo che il salmo loda il Signore per aver compiuto una “cosa meravigliosa agli occhi nostri”!

3) Il Lato Oscuro della Salvezza (21:40-41, 43-46)

40 Quando verrà il padrone della vigna, che farà a quei vignaiuoli?» 41 Essi gli risposero: «Li farà perire malamente, quei malvagi, e affitterà la vigna ad altri vignaiuoli i quali gli renderanno i frutti a suo tempo»…. 43 Perciò vi dico che il regno di Dio vi sarà tolto e sarà dato a gente che ne faccia i frutti. 44 Chi cadrà su questa pietra sarà sfracellato; ed essa stritolerà colui sul quale cadrà». 45 I capi dei sacerdoti e i farisei, udite le sue parabole, capirono che parlava di loro; 46 e cercavano di prenderlo, ma ebbero paura della folla, che lo riteneva un profeta.

A) L’auto-condanna dei capi religiosi (vv.40-41)

La nota finale di questa parabola, come del vangelo di Matteo, è una di vittoria, salvezza e benedizione. Tuttavia, la vittoria di Gesù ha un “lato oscuro”, un lato che si può definire non voluto, accidentale. Non esitiamo ad affermare vivamente l’universale intenzione di Dio di salvare e di benedire. Giovanni 3:16-17 lo dice chiaramente:

Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

Come mai dunque ci sono quelli che secondo v.41 periranno malamente? Non è casuale che siano i capi religiosi, a cui questa frase si riferisce, a dirla. Proprio come sono loro a dire che il padrone della vigna “farà perire malamente quei malvagi” che hanno ucciso suo figlio, così sono loro ad auto-condannarsi in quanto rifiutano Gesù. Questo costituisce un principio che vale non solo per i capi religiosi ma anche per tutti che rifiutano Gesù. La loro rovina è un’auto-condanna, la loro sentenza è auto-pronunciata, nell’escludere Gesù dalla loro vita si auto-escludono dalla benedizione di Dio.

B) Il potere devastante del regno di Dio (v.44)

A rafforzare questo concetto è la frase enigmatica di Gesù al v.44. Riprendendo l’immagine della pietra, Gesù l’associa a un altro brano messianico nell’Antico Testamento, Daniele 2:34-45, in cui il re babilonese Nabucodonosor sogna una pietra che si stacca dal monte, spezza tutti i regni umani e infine diventa essa stessa un grande monte che riempie tutta la terra. La pietra di Daniele simboleggia il potere devastante del regno di Dio che, per stabilirsi in tutto il mondo, deve abbattere ogni potere che si oppone a esso.

Questo è lo sfondo che ci aiuta a capire v.44. Gesù è la pietra che Dio ha scelto e posto come fondamenta di un nuovo tempio, una nuova casa, un nuovo popolo composto da tutti i popoli. Ma la pietra forte e solida da reggere questo edificio è altrettanto devastante a chi le si oppone. “Chi cadrà su questa pietra sarà sfracellato; ed essa stritolerà colui sul quale cadrà.” Il senso sembra essere che sia l’opposizione attiva sia l’opposizione passiva porterà allo stesso risultato. In effetti Gesù avverte: “Non importa se uno dice: ‘Non sono opposto a te, sono semplicemente indeciso o indifferente’, perché equivale alla stessa cosa.” Come Gesù dice in Matteo 12:30: “Chi non è con me è contro di me; e chi non raccoglie con me, disperde.” Gesù non poteva essere più chiaro di così. Chi non costruisce la propria vita attivamente su Gesù quale pietra angolare sarà sfracellato, non perché questo sia il volere di Gesù, ma perché è l’inevitabile conseguenza del non ubbidire a lui.

C) Il compimento del proposito di Dio (v.43)

Ma per non finire sul “lato oscuro” del regno di Dio (che non è affatto l’accento principale che pone la Bibbia), concludiamo affermando ancora una volta che ciò che l’uomo intende per male, Dio lo converte in bene a lode della sua gloria. Non dobbiamo mai disperare di nessuno, neanche del cuore più ostinato e incredulo, perché la fine dell’essere spezzato dalla pietra angolare può essere la vittoria della grazia sulla più dura resistenza.

Basta ricordare che in Atti molti di coloro responsabili per la crocifissione di Gesù, compresi alcuni farisei, si ravvedono e sono salvati. Paolo, un violento opponente di Cristo e della chiesa, sapeva per primo che nessuno è fuori dalla portata della grazia di Dio. Questo è perché nella sua lettera ai Romani, dopo aver affermato che Israele aveva “urtato nella pietra d’inciampo” (9:32), scrive (11:11-15):

11 Ora io dico: sono forse inciampati perché cadessero? No di certo! Ma a causa della loro caduta la salvezza è giunta agli stranieri per provocare la loro gelosia. 12 Ora, se la loro caduta è una ricchezza per il mondo e la loro diminuzione è una ricchezza per gli stranieri, quanto più lo sarà la loro piena partecipazione!… 15 Infatti, se il loro ripudio è stato la riconciliazione del mondo, che sarà la loro riammissione, se non un rivivere dai morti?

Che fare dunque? Prima, assicuriamoci che la nostra vita in ogni suo aspetto è fondata unicamente su Gesù. Lo stesso vale per la nostra comunità. Siamo fragili e vulnerabili nella misura in cui tentiamo di sottrarre qualche parte della nostra vita o comunità dalla signoria di Gesù. Secondo, testimoniamo Cristo con tenacia e speranza. Testimoniamo con tenacia, sapendo che la pietra angolare sulla quale Dio sta edificando la sua chiesa è per molti una pietra d’inciampo, disprezzata e rifiutata. Non perdiamoci d’animo quando incontriamo difficoltà e opposizione, perché questo è da aspettarsi. Se hanno crocifisso Gesù, figuriamoci come a volte risponderanno a noi! Ma testimoniamo anche con speranza, perché l’efficiacia del vangelo non sta nelle capacità dei testimoni, ma in colui che testimoniamo. Ricordiamoci: Gesù edificherà la sua chiesa, e le porte dell’Ades non la potranno vincere!