Giovanni 3:1-17: La libertà della Parola di Dio

Giovanni 3:1-13

1 C’era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo, uno dei capi dei Giudei. Egli venne di notte da lui e gli disse: «Rabbì, noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio; perché nessuno può fare questi segni che tu fai, se Dio non è con lui». Gesù gli rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio». Nicodemo gli disse: «Come può un uomo nascere quando è già vecchio? Può egli entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere?» Gesù rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non ti meravigliare se ti ho detto: “Bisogna che nasciate di nuovo”. Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito».

Nicodemo replicò e gli disse: «Come possono avvenire queste cose?» 10 Gesù gli rispose: «Tu sei maestro d’Israele e non sai queste cose? 11 In verità, in verità ti dico che noi parliamo di ciò che sappiamo, e testimoniamo di ciò che abbiamo visto; ma voi non ricevete la nostra testimonianza. 12 Se vi ho parlato delle cose terrene e non credete, come crederete se vi parlerò delle cose celesti? 13 Nessuno è salito in cielo, se non colui che è disceso dal cielo: il Figlio dell’uomo. 14 E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato, 15 affinché chiunque crede in lui [non perisca, ma] abbia vita eterna. 16 Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. 17 Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

1) Introduzione: la luce splende nelle tenebre

Il prologo di Giovanni (1:1-18) riassume tutto il contenuto del vangelo e ne anticipa i temi principali. Per capire pienamente questo stupendo brano, dunque, è necessario leggere il resto del vangelo. Ma è vero anche l’opposto: per capire il resto del vangelo è necessario sempre tenere a mente le parole del prologo, e in particolare La Parola che ne è il centro. Dopo il prologo, Giovanni non applica mai più il termine “parola” a Gesù nel vangelo, ma non per questo cessa di essere importante. La Parola che era Dio e con Dio nel principio prima della creazione e che poi è diventata carne per abitare per un tempo in mezzo a noi, questa è la stessa che vediamo in azione in quanto segue.

Vediamo infatti come rivela la sua gloria — la gloria di Dio stesso — ma in un modo che sembra opposto alle nostre solite nozioni di gloria. Per questo, la gloria della Parola, di Gesù Cristo, risulta celata alla maggior parte delle persone che la vede. Di conseguenza, quando Gesù viene in casa sua, nel mondo che lui ha fatto, i suoi non lo ricevono. La luce di Gesù splende nelle tenebre, ma le tenebre non sono in grado di comprenderla (1:5). Infatti, come Giovanni dice nel 3:19:

Il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, e gli uomini hanno amato le tenebre più della luce, perché le loro opere erano malvagie.

Nel secondo capitolo di Giovanni, Gesù fa splendere la luce della sua gloria a un matrimonio in Cana, cambiando l’acqua in vino, ma fra tutti gli invitati solo i discepoli la vedono e credono. Dopodiché, Gesù fa splendere la sua luce nelle tenebre del tempio alla festa di Pasqua, cacciando i mercanti e dichiarando se stesso il vero tempio. I Giudei lì presenti fraintendono però questo gesto, e neanche i discepoli lo capiscono fino a dopo la sua risurrezione (2:18-22). Commentando questo episodio, Giovanni aggiunge che mentre “molti credettero nel suo nome vedendo i segni che egli faceva”, “Gesù non si fidava di loro, perché conosceva tutti” e anche “quello che era nell’uomo” (2:23-25). Questo è perché, come Giovanni ha scritto nel prologo, Gesù è “la vera luce che illumina ogni uomo” (1:9). Alla luce di Gesù, ciò che nelle tenebre appare come fede si rivela come incredulità, e ciò che sembra giusto viene smascherato come ingiustizia. Nelle sue tenebre, l’uomo ama ciò che Dio odia, e odia ciò che Dio ama, ma sotto lo scrutinio della luce di Gesù tutto viene esposto per quello che è veramente.

2) Nicodemo incontra la Parola

Questo ci porta all’inizio del capitolo 3. Giovanni prosegue la sua narrativa dicendo che:

1 C’era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo, uno dei capi dei Giudei. Egli venne di notte da lui e gli disse: «Rabbì, noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio; perché nessuno può fare questi segni che tu fai, se Dio non è con lui».

Probabilmente questo Nicodemo — un uomo chiaramente molto importante e influente tra i Giudei, essendo un fariseo e un capo del popolo — era tra coloro che pochi versetti prima “credettero” in Gesù dopo i segni compiuti nel tempio. Insieme a questi altri, Nicodemo è arrivato alla conclusione che Gesù è “un dottore venuto da Dio”, ed è presumibilmente curioso di scoprirne di più. Deve essere rimasto davvero scioccato, quindi, quando Gesù risponde in modo strano, brusco, se non un po’ (almeno apparentemente) sgarbato:

Gesù gli rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio».

Cosa? Che significa? Come consegue logicamente da quello che Nicodemo ha detto? La risposta di Gesù sembra venire da nulla, come se lui fosse coinvolto in un dialogo completamente diverso. Nicodemo, infatti, esprime la sua perplessità nel versetto successivo:

4 Nicodemo gli disse: «Come può un uomo nascere quando è già vecchio? Può egli entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere?»

Qui Nicodemo vuole dire non solo che le parole di Gesù sembrano poco pertinenti all’occasione ma anche che non hanno proprio senso. È possibile che un uomo come Nicodemo, già di una certa età, possa rientrare nel grembo di sua madre e rinascere? E come risponde Gesù? Chiede scusa per essere stato poco chiaro, o si esprime con parole più semplici? No, anzi ripete semplicemente la stessa cosa:

Gesù rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio.

È vero che Gesù prosegue per spiegarsi più in dettaglio, ma lungi dal rendersi più comprensibile, non fa altro che esasperare la confusione di Nicodemo.

Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non ti meravigliare se ti ho detto: “Bisogna che nasciate di nuovo”. Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito». Nicodemo replicò e gli disse: «Come possono avvenire queste cose?»

3) La libertà della Parola

A questo punto vediamo emergere un tema importante: la libertà assoluta della Parola di Dio. (Qui il termine “parola” è da intendersi come la Parola del 1:1, ma anche in senso secondario come le Scritture per mezzo delle quali la Parola si fa presente e parla con noi.) Per capire meglio questo tema, sarà utile rintracciare i nostri passi. Abbiamo visto all’inizio del capitolo che Nicodemo, avendo in un certo senso creduto in Gesù, viene da Gesù per saperne di più. Ma il lettore attento avrà già notato che qualcosa non va: Nicodemo viene da Gesù “di notte”. Magari Nicodemo aspetta che si faccia notte prima di incontrare Gesù perché, essendo appunto un fariseo e uno dei capi dei Giudei, mette a rischio la sua posizione e reputazione, specie perché il gesto di Gesù nel tempio era malvisto da tanti dei suoi colleghi. In ogni caso, nonostante le motivazioni di Nicodemo, il fatto che venga da Gesù di notte è, secondo Giovanni, un indizio che appartiene ancora al mondo delle tenebre, che la sua fede è in realtà incredulità mascherata.

Nei vv.11-12, infatti, Gesù dice questo esplicitamente a Nicodemo:

11 In verità, in verità ti dico che noi parliamo di ciò che sappiamo, e testimoniamo di ciò che abbiamo visto; ma voi non ricevete la nostra testimonianza. 12 Se vi ho parlato delle cose terrene e non credete, come crederete se vi parlerò delle cose celesti?

È difficile avere certezza sul motivo per cui Gesù parla qui nella prima persona plurale. Potrebbe riferirsi alla testimonianza precedente di Giovanni il battista, oppure (e forse più probabile) si riferisce al Padre e allo Spirito Santo che attraverso le profezie delle Scritture e le opere di Gesù testimoniavano anche essi (5:37-47). In ogni caso, è chiaro qui che Gesù giudica che Nicodemo e gli altri Giudei non hanno ricevuto la loro testimonianza e non hanno creduto quando Gesù ha parlato.

Ma cosa diciamo allora delle prime parole di Nicodemo che sembrano una confessione di fede genuina: “Rabbì [un titolo onorifico dato ai maestri di grande stima], noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio; perché nessuno può fare questi segni che tu fai, se Dio non è con lui”. Se teniamo presente il suo ruolo come fariseo e capo dei Giudei, possiamo intuire che Nicodemo sta dicendo in pratica: “Dopo aver valutato i meriti dei segni che tu fai, Gesù, io e altri miei colleghi, esperti tutti nelle Scritture e scrupolosi nell’osservare le leggi divine, siamo arrivati alla conclusione che tu sei un maestro mandato da Dio. Come sai, io sono uno dei capi dei Giudei e come tale è la mia responsabilità accertare che nessuno insegni dottrine fuorvianti nel nome del Signore. Vorrei autorizzarti ufficialmente come maestro in Israele, ma non tutti i miei colleghi sono ancora convinti, e quindi ho bisogno di chiarire alcuni punti con te…”.

Allora, qualcuno potrebbe chiedere a questo punto: “Ma che problema c’è? Nicodemo non ha confessato fede in Gesù come uno mandato da Dio? Forse la sua fede non è perfetta, forse gli manca un po’ di conoscenza, ma non ha cercato Gesù proprio per saperne di più? I segni compiuti da Gesù non miravano proprio a suscitare questo tipo di desiderio?” Di nuovo, dobbiamo ricordarci che Gesù non giudica in base alle apparenze ma, come “la vera luce che illumina ogni uomo”, penetra sotto la superficie e scopre quello che c’è veramente nel cuore umano. Ed è questa luce penetrante che Gesù fa splendere nelle tenebre nascoste di Nicodemo quando risponde: “In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio” (v.3). Abbiamo detto che questo è un esempio della libertà assoluta della Parola di Dio. Che cosa significa?

A) Libertà dal giudizio

In primo luogo, significa che la Parola di Dio è libera da ogni giudizio umano, sia dalla negazione di chi la rifiuta sia dall’approvazione di chi la riceve. Vediamo questo nel modo in cui Gesù risponde a Nicodemo. Il fatto che la prima risposta di Gesù sia imprevista e incongrua nel contesto del loro dialogo mostra che egli non è costretto a conformarsi agli schemi che l’uomo cerca di imporgli. Il fatto che la seconda risposta di Gesù ribadisca solo quanto detto nella prima mostra che non c’è altro giudice della veridicità della Parola all’infuori della Parola stessa. Questa Parola, ricordiamoci, era “nel principio”, “con Dio” e “Dio” stesso, la Parola per mezzo della quale tutte le cose sono state fatte. Quale di queste cose, dunque, potrebbe erigersi al di sopra di questa Parola per poterla giudicare? O quale di queste cose potrebbe affiancarsi a questa Parola per aiutarla a fornire ulteriori prove della sua potenza e divinità?

L’attendibilità di questa Parola non viene smentita da chi la contesta, e l’efficacia della Parola non viene convalidata da chi la accetta. Il problema della “fede” di Nicodemo che Gesù illumina è proprio quest’idea: “noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio” perché ti abbiamo sottoposto al nostro giudizio, perché abbiamo messo alla prova i segni che hai compiuto, e abbiamo determinato che sei colui che dici di essere. Ma Gesù, che è la Parola di Dio incarnata, non è soggetto al giudizio umano. Non si permette di essere messo alla prova dal mondo che ha fatto lui. Non risponde alle nostre richieste di presentarsi davanti al nostro tribunale. Vedremo infatti nel 19:19-21 che, quando Gesù è arrestato e portato davanti al sommo sacerdote, rifiuterà di rispondere alle domande mirate a coglierlo in fallo. Gesù esige di essere ricevuto come lui decide di presentarsi, in base al potere ‘auto-convalidante’ della sua Parola, senza che si ricorra a prove aggiuntive. Come Gesù dichiara a Nicodemo nel v.13:

13 Nessuno è salito in cielo, se non colui che è disceso dal cielo: il Figlio dell’uomo.

Se solo il Figlio dell’uomo è disceso dal cielo, chi sulla terra è capace di verificare se ciò che dice sulle “cose celesti” è vero? Chi è capace di confutarlo? Chi può dare testimonianza convincente della Parola se non la Parola e soltanto essa?

In breve, Gesù non ritiene importante solo che viene ricevuto ma anche come viene ricevuto. La vera fede non è quella che, come Nicodemo, è disposta a credere solo se Gesù supera l’esame a cui noi lo sottoponiamo. La vera fede invece è quella che si sottomette a Gesù senza pretese o riserve, senza condizioni o rimostranze. La vera fede è quella che riceve Gesù non come una parola fra tante altre, ma come la Parola che è al di sopra di ogni altra, che non può essere messa in dubbio o discussione, che deve bastare come prova sufficiente della propria origine divina. La vera fede è quella che ascolta la Parola e risponde con un semplice e umile “Sì”, perché nient’altro è necessario. La vera fede è quella delle pecore che seguono la voce del pastore semplicemente perché riconoscono la sua voce quando parla (10:4-5). Questa è la libertà della Parola di Dio dal giudizio umano.

B) Libertà dall’obbligo

Ma la Parola è libera anche in un altro senso: libera da qualsiasi obbligo o costrizione. Un altro modo per dire la stessa cosa è: grazia. Questa la vediamo nella seconda risposta di Gesù a Nicodemo:

Gesù rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito.

Qui Gesù spiega più in dettaglio cosa significa “nascere di nuovo”: nascere “d’acqua e di Spirito”. Solo così si può “entrare nel regno di Dio”, nel mondo che sarà risanato e liberato da ogni male sotto il benevolo dominio di Dio e il suo Messia. Perché? “Quello che è nato dalla carne è carne”; cioè la natura umana è sin dalla nascita decaduta e depravata, incapace di liberarsi dal peccato e salvarsi dalla morte. Quindi, per entrare nel mondo in cui il peccato e la morte non esistono più, bisogna nascere “d’acqua e di Spirito”, una frase che ci riporta alla profezia di Ezechiele 36:

25 vi aspergerò d’acqua pura e sarete puri; io vi purificherò di tutte le vostre impurità e di tutti i vostri idoli. 26 Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò dal vostro corpo il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. 27 Metterò dentro di voi il mio Spirito e farò in modo che camminiate secondo le mie leggi, e osserviate e mettiate in pratica le mie prescrizioni.

Qui il Signore promette di fare ciò di cui gli esseri umani non sono capaci: purificarsi da ogni impurità, sbarazzarsi da ogni idolo, trasformarsi da depravati in santi, creare un cuore nuovo che desidera soltanto ubbidire a Dio. E tutto questo il Signore promette di fare per mezzo del suo Spirito che dimorerà dentro di loro, assicurando così che essi cammineranno secondo le sue leggi perfettamente e per sempre. Ma onde evitare qualsiasi fraintendimento, il Signore dichiara senza equivoci:

22 … Io agisco così, non a causa di voi, o casa d’Israele, ma per amore del mio nome santo, che voi avete profanato fra le nazioni dove siete andati.

Dio compirà tutto questo non perché è obbligato a farlo, o a causa di qualche merito che troverà nel suo popolo. Anzi, essi non hanno fatto altro che profanare il suo nome santo! No, Dio li salverà solo per amore del suo nome, per santificarlo in tutto il mondo. In altre parole, questa “nuova nascita”, opera dello Spirito Santo, avverrà solo grazie alla grazia di Dio che è libera da ogni necessità e indebitata a nessuno.

Questo sfondo profetico ci aiuta a capire meglio le parole di Gesù a Nicodemo. Solo se Dio agisce per ricrearci da dentro, mettendo il suo Spirito dentro di noi e togliendoci ogni tendenza al peccato saremo in grado di entrare nel suo regno. E se chiediamo, come Nicodemo, come si può nascere di nuovo, Gesù risponde semplicemente che:

8 Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito.

L’immagine che Gesù usa è forte: il vento è imprevedibile e indomabile. Anche oggi, con tutti gli sviluppi scientifici e tecnologici, nessuno è in grado di controllarlo. Così è l’opera dello Spirito che fa nascere di nuovo. Nessuno è in grado di prevederla, di controllarla, o di guadagnarla. La nuova nascita è un dono di pura grazia che avviene solo quando, dove e come Dio decide. L’uomo è totalmente impotente di farsi nascere di nuovo, di ottenere accesso al regno di Dio. Così annuncia la Parola a Nicodemo: non puoi venire da me nel modo che scegli tu ma solo nel modo che scelgo io. Le mie pecore riconoscono la mia voce e mi seguono quando le chiamo, ma affinché mi seguano devo chiamarle. Come Gesù dirà nel 6:44:

Nessuno può venire a me se il Padre che mi ha mandato non lo attira.

Questa è la libertà della Parola da ogni obbligo.

C) Libertà da impedimenti

Ma se la nuova nascita è solo per grazia, non è dunque impossibile a nessuno. È sconvolgente quando scopriamo, come Nicodemo, che il nostro destino eterno dipende da ciò che non possiamo controllare né possedere, che sta solo nelle mani del Dio sovrano. Viene anche a noi da chiedere: “Come dunque possono avvenire queste cose?”. Ma è proprio perché lo Spirito compie la nuova nascita come soffia il vento che nessuno deve considerarsi escluso o troppo lontano, una causa persa, un caso disperato. Se dipendesse dall’uomo, ci sarebbero molti che non sarebbero all’altezza, per cui non ci sarebbe la più minima speranza di salvezza. Ma poiché non dipende dall’uomo ma solo da Dio, c’è speranza per tutti, a prescindere da tutte le distinzioni che di solito dividono gli esseri umani: ricchi e poveri, giusti e ingiusti, neri e bianchi, forti e deboli. La Parola di Dio è anche libera da ogni impedimento e debolezza.

Per questo motivo, come prosegue Giovanni, chiunque crede in Gesù non perirà ma avrà la vita eterna:

14 E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato, 15 affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna. 16 Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. 17 Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

La giusta risposta al discorso di Gesù non è quella di molti che ribattono: “Allora se è tutto un dono, o ce l’hai o non ce l’hai. Se è tutto per grazia, non ho nessuna responsabilità.” No, chi comprende la grazia si rallegra invece che non deve fare niente se non guardare semplicemente al Figlio dell’uomo innalzato sulla croce, come la gente che moriva nel deserto doveva solo rivolgere lo sguardo al serpente di bronzo innalzato da Mosè per essere salvata. Dio desidera che nessuno sia giudicato ma che tutto il mondo sia salvato per mezzo di suo Figlio, e questa è davvero buona notizia.

4) Conclusione

Concludiamo con qualche breve considerazione pratica. Prima, per quanto riguarda testimoniare Gesù agli altri: egli è la Parola che si convalida da sola, senza aver bisogno di qualche ingegno o eloquenza da parte nostra. Spesso non apriamo la bocca per condividere la nostra fede perché abbiamo paura di non essere capaci di difenderla da obbiezioni complesse o di rispondere a domande difficili. Abbiamo imparato oggi che Gesù è la Parola che si difende da sola, che è essa stessa la risposta a ogni domanda, che è libera da qualsiasi giudizio umano e che rende se stessa efficace nel cuore di chi l’ascolta. Non spetta a noi la responsabilità di convincere gli altri ma solo la responsabilità di condividere la Parola in tutta la sua semplicità.

Secondo, per quanto riguarda la nostra meditazione personale sulle Scritture: non ci viene naturale trovare, come dice Salmo 1, diletto nella Parola di Dio e meditarla giorno e notte. “Ciò che è nato di carne è carne”, e ciò che è carne non trova diletto nella Parola, perché questo diletto è frutto solo dello Spirito Santo che opera proprio tramite la Parola. Quindi, l’unico modo per far crescere il nostro diletto nella Parola è di leggere e meditare la Parola. Come solo la Parola è in grado di convalidarsi nel cuore umano, così solo la Parola è in grado di creare in noi il diletto che ci sprona a meditarla giorno e notte. Più meditiamo la Parola, più crescerà il nostro desiderio di meditarla, e così via.

Infine, per quanto riguarda il nostro carattere cristiano: l’opera della grazia in noi è la stessa prima e dopo la nuova nascita, cioè sempre come soffia il vento. Tanto i credenti quanto i non-credenti non possono controllarla né venire mai in possesso di essa. La Parola di Dio viene a dimorare in noi, ma rimane sempre al di sopra di noi, sempre la Parola che era nel principio con Dio. La consapevolezza di questo deve produrre in noi una grande umiltà, perché se siamo nati dallo Spirito, è solo perché è piaciuto al Vento di Dio soffiare un alito vitale nelle narici della nostra anima, da cui la nostra vita dipende ogni momento. Quindi, non possiamo mai insuperbirci al di sopra degli altri. Ma questa consapevolezza deve produrre in noi anche un grande coraggio per affrontare qualsiasi situazione, perché quella stessa grazia che non meritiamo e non possediamo ci viene concessa giorno dopo giorno dalla pienezza che è in Cristo Gesù (1:16). Infatti, questa grazia è Cristo Gesù stesso, inseparabile dalla sua persona. Come la Parola di Dio è unica, così è la grazia che si trova in lui. Non viene mai per mezzo di un altro: né un prete, né un papa, né un santo, né Maria, né una chiesa, né qualunque altra cosa che è sotto il cielo, ma solo nel nome del Signore Gesù. Ma nel suo nome, siamo più che vincitori in ogni circostanza:

Gli uni confidano nei carri, gli altri nei cavalli; ma noi invocheremo il nome del Signore, del nostro Dio. Quelli si piegano e cadono; ma noi restiamo in piedi e siamo saldi. (Salmo 20:7-8)

Amen!

Giovanni 1.1-2: Nel principio era la Parola

1) La Parola nel principio (Giovanni 1.1)

1:1 Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei, e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini. La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta.

Vi fu un uomo mandato da Dio, il cui nome era Giovanni; egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo di lui. Egli stesso non era la luce, ma venne per rendere testimonianza alla luce. La vera luce che illumina ogni uomo stava venendo nel mondo. 10 Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l’ha conosciuto. 11 È venuto in casa sua, e i suoi non l’hanno ricevuto; 12 ma a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio, a quelli cioè che credono nel suo nome, 13 i quali non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma sono nati da Dio.

14 E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre. 15 Giovanni gli ha reso testimonianza, esclamando: «Era di lui che io dicevo: “Colui che viene dopo di me mi ha preceduto, perché era prima di me. 16 Infatti dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia”». 17 Poiché la legge è stata data per mezzo di Mosè; la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo. 18 Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere.

L’introduzione al vangelo di Giovanni si affianca ai brani biblici più maestosi e insondabili. Non basterebbe un’intera vita di riflessione per approfondire pienamente i diciotto versetti iniziali del primo capitolo. Qualsiasi studio non può essere altro che un cucchiaino d’acqua tratta dall’oceano. Ma un cucchiaino è meglio di niente, ed è questo che cercheremo oggi. Questo brano, inoltre, racconta la storia di Natale. Certo, non si trovano qui Giuseppe, Maria e Gesù bambino nella mangiatoia. Non c’è menzione dei pastori nei campi con le loro pecore, né dei magi che portano i loro regali preziosi. Ma questo non rende il primo capitolo di Giovanni meno “natalizio” rispetto agli altri vangeli. Giovanni sceglie semplicemente di rintracciare la storia di Gesù alle sue vere origini, oltre il tempo e nell’eternità.

A) “Nel principio era la Parola…”

Innanzitutto, Giovanni vuole farci capire che la nascita del nostro Salvatore duemila anni fa in realtà ha avuto inizio “nel principio”, prima che i tempi fossero. Questa frase ci riconduce alle prime parole delle Scritture in Genesi 1.1: “Nel principio Dio creò i cieli e la terra”. In ebraico, “i cieli e la terra” è un modo di dire che sta a significare tutto il cosmo, tutto l’universo e tutto quello che c’è in esso. Nel contesto di Genesi, dunque, la frase “nel principio” significa chiaramente: prima che esistesse qualsiasi cosa all’infuori di Dio, prima che esistesse persino il tempo. Si tratta dell’eternità prima della creazione quando c’era Dio, e Dio solo. Quando si parla dell’eternità prima del tempo, siamo ovviamente di fronte a un muro impenetrabile, un mistero imperscrutabile che la nostra mente è incapace di comprendere e il nostro linguaggio è inadeguato a descrivere. Ma possiamo almeno afferrare l’essenziale: “nel principio” vuol dire semplicemente Dio e nient’altro, Dio nel suo tempo eterno, Dio nella sua vita autosufficiente, Dio nella sua gioia immacolata.

Quindi, rimaniamo subito colpiti quando scopriamo che secondo Giovanni, il soggetto di questo “nel principio” era, ed è, “la Parola”. Non è quello che, in base a Genesi 1.1, ci saremmo aspettati. Eppure, ecco la Parola che prende il posto occupato da Dio in Genesi. È evidente che Giovanni vuole attribuire a questa Parola tutto ciò che appartiene a Dio: la sua eternità, la sua autosufficienza, il suo precedere tutte le cose e tutti i tempi. Per confermare quest’interpretazione, basta dare un’occhiata al v.3: “Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei, e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta.” Se “ogni cosa è stata fatta per mezzo” della Parola, è ovvio che la Parola stessa non può essere stata fatta. Come se quest’affermazione non fosse già abbastanza chiara, Giovanni ne aggiunge un’altra più enfatica: senza la Parola “neppure una delle cose fatte è stata fatta”. Perciò, la Parola è da escludere da tutte le cose create nel principio, perché non esiste nessuna realtà materiale o spirituale all’infuori di Dio — dall’intero universo alla più piccola molecola in esso — che non sia venuta all’esistenza per mezzo suo.

Basta solo questo per confutare i testimoni di Geova che vogliono distorcere la traduzione del resto della frase. Se “nel principio era la Parola”, questo non può significare altro che è la Parola a occupare il posto del Dio Creatore in Genesi 1.

B) …e la Parola era con Dio…”

Ma è altrettanto evidente che Giovanni vuole in un senso distinguere la Parola da Dio, altrimenti avrebbe solo ribadito la dichiarazione di Genesi 1.1: “Nel principio era Dio…”. Questa distinzione è infatti è il punto della seconda frase di Giovanni 1.1, che “la Parola era con Dio”. Da questo impariamo che Giovanni non contraddice Genesi quando afferma che “nel principio era la Parola”. Il fatto che la Parola occupi il posto di Dio non esclude il fatto che Dio esista. La congiunzione “con” in questa frase è da interpretare nella sua letterale semplicità. Nel principio, la Parola esisteva non in modo da escludere l’esistenza di Dio; invece “la Parola era con Dio”. Se in Genesi il creatore è Dio, Giovanni precisa che la Parola era “con Dio” come mezzo della sua opera creatrice. Di nuovo, questo è confermato dal v.3: “Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei…”.

C) “… e la Parola era Dio.”

Ma onde evitare qualsiasi fraintendimento, Giovanni aggiunge una terza affermazione senza la quale il primo versetto sarebbe incompleto: “e la Parola era Dio”. Sbagliamo se concludiamo che, siccome la Parola era “con” Dio nel principio. essa era in qualche modo inferiore a Dio o separabile da Dio o, come sostengono i testimoni di Geova, solo “un dio” (come se ce ne fossero tanti!). No, tutto quello che si attribuisce a Dio va attribuito anche alla Parola. La gloria, la potenza, l’eternità, e l’essere della Parola sono identici a Dio.

Ma “la Parola era Dio” significa di più. La Parola è da pensare come “parte integrante” di Dio stesso; non nel senso che la Parola è “una” parte di un insieme di altre parti (come il motore è una parte di un’automobile) ma che Dio non sarebbe Dio senza la Parola. La Parola appartiene all’identità e all’essenza di Dio, cosicché Dio resta inconoscibile senza riferimento alla Parola. Qui Giovanni in effetti dice: l’origine di tutte le cose è Dio, come afferma Genesi, ma questo Dio è tale solo in quanto esiste con e come la Parola.

Il lato pratico di questa verità è che non si può concepire Dio, non si può conoscere Dio, non si può parlare rettamente di Dio senza riferirsi alla Parola. Questo è l’implicazione della frase “nel principio”: se la Parola era nel principio, essendo con Dio e anche Dio stesso, così tutto il nostro pensare e parlare di Dio deve essere “dal principio” incentrato su questa Parola. E siccome non c’è nessun altro pari a questa Parola nel principio, non c’è nessun altro a cui dobbiamo ricorrere per conoscere Dio. La Parola è tutto ciò che Dio è, ed è dunque l’Alfa e l’Omega, l’inizio e la fine di tutto ciò che possiamo sapere e dire di Dio.

2) La Parola nel tempo (Giovanni 1.2, 14)

Essa era nel principio con Dio.

Ma nonostante tutte le altezze e le profondità che Giovanni 1.1 contiene, non sappiamo ancora a chi si riferisce “la Parola”. Con quale nome dobbiamo chiamare questa Parola? In che modo possiamo conoscerla per poter conoscere Dio per mezzo suo? Giovanni risponde subito nel secondo versetto: “Essa [la Parola] era nel principio con Dio”. A primo sguardo, questo versetto sembra solo ripetere quanto è stato detto nel primo, e potremmo essere tentati di non prestargli lo stesso livello di attenzione ma di saltare subito al v.3. Ma facendo così sbaglieremmo, perché qui si costruisce il ponte cruciale tra l’infinito e il finito, tra l’increato e il creato, tra l’inconoscibile e il conoscibile, tra Dio e l’uomo, estremi tra i quali non esisterebbe altrimenti nessun punto di contatto.

A) “Essa…”

La parola chiave del v.2 è “essa” che designa colui che “era nel principio con Dio”. È vero che “essa” si riferisce alla Parola del v.1, ma non solo: si riferisce anche (e forse soprattutto) all’unica altra menzione esplicita della Parola in questo brano, cioè al v.14: “E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre.” C’è molto da dire su questo versetto, e ci vorrà infatti tutto il resto del vangelo (se non il resto della Bibbia!) per spiegare che cosa significa che la Parola fatta carne “ha abitato per un tempo fra di noi” in modo da rivelare la gloria di Dio. Solo leggendo tutto quello che Giovanni riporterà in seguito — ciò che questa Parola diventata carne ha detto e compiuto — potremo anche noi contemplare la pienezza della grazia e della verità divine che ha manifestato.

Ma il punto importante che concerne il nostro studio su Giovanni 1.1-2 è che la Parola che secondo v.14 “è diventata carne e ha abitato per un tempo” in un certo periodo storico e in un determinato luogo sulla terra è proprio la stessa Parola che “era nel principio con Dio”. Far vedere questo collegamento è la funzione del termine “essa” nel v.2. “Essa”, cioè la Parola che dall’eternità era con Dio ed era Dio stesso, è la stessa Parola che nel tempo “è diventata carne” e ha portato il nome “Gesù Cristo”. Ribaltando la frase, la “essa” del v.2 significa che la Parola che nel tempo “è diventata carne” e chiamata Gesù Cristo è la stessa Parola che dall’eternità era con Dio ed era Dio stesso.

B) La Parola diventata carne

Dopo un po’ di riflessione, ci accorgiamo che quest’ultima è l’affermazione più sbalorditiva. Capire che l’eterna Parola si è fatta uomo in Gesù è un conto; capire che l’uomo Gesù è la Parola che nel principio era con Dio e anche Dio stesso è un altro. La prima affermazione può significare semplicemente che Gesù è venuto dopo un’ulteriore riflessione da parte di Dio sulla condizione del mondo, che dopo la rovina causata del peccato umano, Gesù è subentrato nel proposito di Dio come una specie di “piano B”. Ma in questo caso, il punto della storia non sarebbe Gesù ma altro; Gesù esisterebbe solo per supplire a una mancanza, solo per curare una ferita, solo per risolvere un problema. Ma una volta guarita la malattia, c’è ancora bisogno del rimedio? Dopo che viene riparata una perdita d’acqua in casa, ho ancora bisogno dell’idraulico? Dopo che i miei peccati sono perdonati, ho ancora bisogno del Salvatore?

Secondo me, questo è uno dei motivi per cui tante persone non si rendono conto delle pretese radicali del vangelo, del dominio assoluto di Dio su chi riceve il dono della sua grazia. Si capisce che la Parola che era nel principio con Dio è la stessa che si è fatta uomo in Gesù, ma non si capisce che l’uomo Gesù è lo stesso che nel principio era la Parola con Dio. Che differenza fa questa seconda affermazione? Se l’uomo Gesù è lo stesso che nel principio era la Parola con Dio, vuol dire che egli è il punto, il significato e il fine di tutto ciò che viene dopo. Vuol dire che la nascita di Gesù non è stata un’aggiunta o una modifica al piano originario di Dio. Vuol dire che “nel principio”, prima di fare anche una di tutte le cose che sono state fatte (v.3), c’era la Parola destinata a diventare carne. Vuol dire che quando Dio, per mezzo della Parola, ha fatto “i cieli e la terra”, l’universo e tutto quello che contiene, li ha fatti in vista della Parola fatta carne, allo scopo di essere “Emmanuele”, Dio con noi, il Creatore che si unisce intimamente alle sue creature, il Signore che s’identifica personalmente con il suo popolo. Come ha scritto un certo teologo: “Il mondo è stato fatto affinché Gesù potesse nascere”. Gesù non esiste per il mondo tanto quanto il mondo esiste per lui.

C) Grazia su grazia

Ma nel creare il mondo per manifestarsi in Gesù, Dio non ha agito in modo egoista. Anzi, nel vangelo che segue, Giovanni ci farà vedere quanto è costato alla Parola diventare carne: “Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l’ha conosciuto. È venuto in casa sua, e i suoi non l’hanno ricevuto” (vv.10-11). Non solo non l’hanno ricevuto; l’hanno persino schernito, maltrattato, e infine crocifisso! Per la Parola, farsi uomo costituiva un’infinita condiscendenza, un’inimmaginabile umiliazione, un esporsi a incomprensibili sofferenze e afflizioni. Ma egli era felice di farlo per il suo grande amore: “Poiché Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unigenito Figlio…” (3.16).

E il risultato di questo amore sacrificale? Ce lo dice Giovanni nel v.16 del primo capitolo: “Infatti dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia”. Gesù è lo stesso che nel principio era con Dio, e quindi non c’è fine alle grazie che elargisce su di noi. Gesù è lo stesso che nel principio era Dio, e quindi “è quello che ha fatto conoscere” pienamente il Dio che altrimenti nessuno potrebbe conoscere. Gesù è lo stesso per mezzo del quale tutte le cose sono state fatte, e quindi non dobbiamo mai dubitare che egli farà cooperare tutte le cose per il nostro bene, e mai per il nostro male. Gesù è lo stesso in vista del quale tutte le cose sono state fatte, e quindi ricevere lui significa ricevere con lui anche tutte le cose, ma rifiutare lui significa rifiutare non solo lui ma anche tutte le altre cose. Gesù è lo stesso che nel principio ha fatto risplendere la luce nelle tenebre, e fin d’allora non esistono tenebre capaci di sopraffarla (v.5).

La testimonianza di Giovanni il battista, riferita nel v.15, è dunque vero di ogni essere umano: “Colui che viene dopo di me mi ha preceduto, perché era prima di me.” Gesù ha preceduto non solo noi che siamo nati dopo di lui ma anche tutti coloro che, come Giovanni, erano nati prima di lui. Ecco perché Gesù dichiara nel 8.58: “In verità, in verità vi dico: prima che Abraamo fosse nato, io sono”. Strepitose, incredibili sono queste parole, che sarebbero blasfeme sulle labbra di qualsiasi altra persona. Ma Gesù è giusto nel dirle perché egli è l’IO SONO prima di Abraamo, prima ancora di Adamo. Bisogna dire che quando Genesi 1 afferma che gli esseri umani sono stati creati a immagine di Dio, è stato in realtà a immagine del Dio destinato a diventare l’uomo Gesù!

Per questo motivo, nessuno è da considerarsi escluso dall’amore di Dio incarnato in Gesù, dal suo benevolo proposito di salvare, dalla portata della sua decisione di essere Emmanuele, il Dio anche di chi lo rifiuta. Inoltre, è inutile chiedere “che pertinenza ha Gesù alla mia vita?”, perché la vita di ogni essere umano trova il suo senso e il suo scopo nell’umanità di Cristo. Se è vero, come impariamo in Giovanni 1, che Gesù non esiste per il mondo tanto quanto esiste il mondo per Gesù, allora la domanda più importante che tutti devono porsi è: “che pertinenza ha la mia vita a Gesù?” Siamo stati fatti per mezzo di lui, per lui e in vista di lui, e troveremo solo in lui tutto quello che il nostro cuore desidera.

3) Conclusione

Tutto questo sermone deve molto al grande teologo Karl Barth che più di ogni altro ha messo Gesù al centro di tutte le sue riflessioni sulle Scritture. È dunque opportuno che concludiamo con alcuni commenti che lui ha scritto riguardo ai versetti che abbiamo appena studiato:

Fra Dio e l’uomo vi è la persona di Gesù Cristo: vero Dio e vero uomo egli è infatti il Mediatore fra l’uno e l’altro. In lui, Dio si rivela all’uomo; in lui, l’uomo riconosce Dio; in lui, Dio si pone di fronte all’uomo e l’uomo davanti a Dio, conformemente alla volontà eterna di Dio ed al destino eterno dell’uomo, corrispondente a tale volontà. In lui, Dio indica il suo disegno nei confronti dell’uomo e pronuncia su di lui il giudizio; in lui, salva l’uomo e gli si fa presente in tutta la sua pienezza; in lui, enuncia contemporaneamente la sua esigenza e la sua promessa sull’uomo. In lui, Dio si è legato all’uomo. È dunque a causa di lui che l’uomo esiste. Anche il mondo, teatro della storia intercorrente fra Dio e l’uomo, è stato creato conformemente all’origine ed in previsione del destino assegnati all’uomo in Gesù Cristo.

Questi è l’essenza di Dio, come è originariamente l’essenza dell’uomo; nulla vi è nell’universo che non proceda da lui, che non esista per mezzo di lui e non sia finalizzato a lui; è infatti la Parola di Dio che contiene ogni verità e che non potrebbe essere superata, né limitata da nessun’altra parola; è la decisione di Dio che nessun’altra decisione può precedere, né superare, né accompagnare, perché tutte le decisioni che possono esistere non possono che concorrere al compimento di tale decisione iniziale; è l’origine che esclude ogni altra origine al di fuori di quella che Dio possiede in se medesimo, cosicché nulla vi è che non proceda da lui o per cui si possa cercare l’inizio al di fuori di lui; è la scelta che esclude ogni altra scelta da parte di Dio, in modo che nulla e nessuno al mondo è stato scelto e voluto da Dio prima di lui, senza di lui ed accanto a lui.

In una sola parola: è la scelta (quindi anche l’origine, la decisione, la parola) della libera grazia di Dio. È infatti in forza della sua libera grazia che Dio sceglie di diventare uomo in Gesù Cristo, legandosi all’uomo, onde legarlo a sé. Gesù Cristo è la libera grazia di Dio, se è vero che questa libera grazia non resta confinata nell’essenza intima ed eterna del Padre, ma si manifesta al di fuori, nell’insieme delle vie e delle opere divine; ecco perché non esiste scelta, inizio, origine, decisione o parola divina che lo preceda, che sia al di sopra, di fianco o al di fuori di lui; la libera grazia è infatti l’unico motivo che sostiene tutte le vie e tutte le opere di Dio, manifestantesi all’esterno. (Karl Barth, La dottrina dell’elezione divina, p.305-306).

Basandoci su questa verità, possiamo riposarci nella promessa che Gesù ha fatto ai suoi discepoli in Giovanni 14.1-3:

Il vostro cuore non sia turbato; credete in Dio, e credete anche in me! Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, vi avrei detto forse che io vado a prepararvi un luogo? Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi.

Questa è la speranza di Natale. Amen!

Isaia 54.1-10: Esulta, O Sterile!

1) Vivere la redenzione (Isaia 54.1-4)

Negli ultimi studi su Isaia, abbiamo imparato che il messaggio dominante della seconda metà del libro (capitoli 40-66) è la consolazione del popolo di Dio, esiliato per la sua persistente ribellione nei confronti del Signore. Questo messaggio è semplice, ma a persone che hanno sofferto tanto quanto gli ebrei, una tale consolazione sembra del tutto impossibile. Il profeta dunque impiega tutte le sue capacità letterarie per suscitare e rafforzare la fiducia del popolo nel Signore, perché è solo il Signore che può fare l’impossibile. È inutile cercare la consolazione altrove, perché ogni altro è un idolo, e gli idoli ci lasciano sempre delusi. Solo Dio è in grado di realizzare le sue stupende promesse di riscattare e redimere il suo popolo da tutte le loro afflizioni.

Così Isaia c’insegna che non c’è niente di più pratico che meditare continuamente sulla grandezza di Dio e l’efficacia della sua parola, perché è proprio ciò che rinnova la nostra fiducia in Dio, ed è la nostra fiducia in Dio che determina il nostro modo di vivere. Non c’è nessuna rottura tra “teoria” e “pratica”, come se il nostro credere non fosse la fonte di tutto il nostro agire. Anzi, come Paolo afferma in 1 Timoteo 6.12, la vita cristiana è fondamentalmente “il buon combattimento della fede”. Se si perde la battaglia della fede, si perde tutto.

Per questo, nel capitolo 54 (e continuando anche nel 55) Isaia giunge a una sorta di crescendo musicale in cui esalta il Signore e la sua promessa di salvare nei termini poetici più belli ed emozionanti. Se il nemico dell’incredulità deve essere sopraffatto dalla fede nella parola di Dio, questa poesia è un’arma potente nella battaglia. Lasciamo ora che essa compia la sua intenzione in noi: cioè far risplendere la gloria del nostro Dio che disperde ogni oscurità e che ci permette di camminare senza paura nella sua luce.

A) Esulta, o sterile (54.1)

54:1 «Esulta, o sterile, tu che non partorivi! Da’ in grida di gioia e rallègrati, tu che non provavi doglie di parto! Poiché i figli dell’abbandonata saranno più numerosi dei figli di colei che ha marito», dice il Signore.

La prima parte di questa poesia, che suona come un canto, inizia con tre imperativi che chiamano il popolo di Dio — ancora nell’afflizione e nell’angoscia dell’esilio — di vivere la redenzione che il Signore compie per loro. Non sono obblighi gravosi come a volte si ritiene la legge divina. Sono piuttosto inviti a godere appieno della bontà che Dio desidera elargire. Ogni imperativo è seguito infatti dal suo motivo, come vediamo qui nel primo versetto: “esulta, o sterile!”

Questo comandamento è bello, ma strano. Oggi come oggi, una donna sterile spesso prova grande tristezza per la sua incapacità di concepire e partorire figli. In epoca biblica, la sterilità pesava ancora di più, perché comportava non solo la tristezza personale ma anche la vergogna sociale. In più, la donna del primo versetto non è solo sterile ma non ha neanche marito; è stata abbandonata. Quindi, anche se fosse in grado di fare figli, non potrebbe non avendo marito. All’epoca, era impensabile che una donna in queste condizioni potesse rallegrarsi, ma è proprio alla gioia che lei è chiamata qui. Come mai? Il motivo è detto chiaramente: perché i figli di questa donna, sterile e abbandonata, saranno più numerosi dei figli delle altre donne fertili e sposate. Per quanto sembra impossibile, questo è ciò che “dice il Signore”, e perciò è una cosa certa.

Conforme alla natura poetica di questo brano, possiamo capire che il linguaggio qui è simbolico. La donna sterile e abbandonata si riferisce al popolo d’Israele. È stato “abbandonato” dal Signore, suo marito, a causa delle sue ostinate infedeltà. Aveva tanto desiderato l’amore di altri amanti — cioè gli idoli e le vie pagane delle nazioni circostanti — ed è stato dunque dato in balia di quelle nazioni, prima Assiria e poi Babilonia. Ma Israele è anche “sterile”. Che cosa vuol dire?

Questo versetto non può che far venire in mente il caso eccezionale di Sara, moglie di Abraamo. Possiamo essere certi che qui è sottointeso un riferimento a lei grazie a quello che Isaia scrive nel 51.1-2:

Ascoltatemi, voi che perseguite la giustizia, che cercate il Signore! Considerate la roccia da cui foste tagliati, la buca della cava da cui foste cavati. Considerate Abraamo vostro padre e Sara che vi partorì; poiché io lo chiamai, quando egli era solo, lo benedissi e lo moltiplicai.

Qui il Signore ricorda agli ebrei che sono tutti discesi da Abraamo a Sara. Abraamo è il loro padre, e in un senso anche Sara li ha partoriti tutti. Perché è importante considerare questo? È perché Dio ha chiamato Abraamo “quando egli era solo”, cioè quando lui e sua moglie non avevano nessun figlio a causa della sterilità di Sara. Ciò nonostante, Dio ha promesso ad Abraamo una discendenza più numerosa delle stelle del cielo (Gen. 15.5), che da Sara sarebbero venuti re e nazioni (Gen. 17.16). Così è avvenuto, contro ogni possibilità umana, perché nulla è troppo difficile per il Signore (Gen. 18.14). Considerando il fatto che abbiano Abraamo per padre e Sara per madre, gli esuli si accorgeranno di essere essi stessi la prova che “nessuna parola di Dio rimarrà inefficace” (Luca 1.37). La loro esistenza è un miracolo, e non sarà meno fattibile il miracolo di salvezza che Dio compirà ancora a loro favore.

Tornando al 54.1, possiamo meglio capire come Israele è stato sterile. La promessa di Dio ad Abraamo e Sara non era solo che avrebbero avuto una numerosa discendenza, ma che per mezzo della loro discendenza sarebbero state benedette tutte le famiglie della terra (Gen. 12.3). Ma l’Israele fino al periodo dell’esilio era stato tutt’altro che una benedizione nel mondo. Aveva ripetutamente rinunciato alla sua vocazione di essere un popolo santo in mezzo alle nazioni pagane, una luce di giustizia nelle tenebre del peccato. Aveva preferito invece profanarsi e spegnere la propria luce per potersi unire alle tenebre. Per questo è rimasto esiliato, abbandonato senza luce nelle stesse tenebre che aveva desiderato. O, per tornare alla metafora del nostro testo, Israele è come una donna sterile, perché non ha partorito i figli di benedizione che Dio aveva in mente quando l’aveva sposata a Sinai.

Ma — e questa è la grande promessa di Isaia 54 — Dio compirà nello sterile Israele lo stesso miracolo che ha compiuto nel grembo di Sara (e che compirà poi nella sterile Elisabetta e la vergine Maria): i figli della donna sterile e abbandonata saranno più numerosi di colei che ha marito. Dio renderà fecondo il suo popolo, toglierà la sua vergogna e realizzerà la sua promessa di benedire tutta la terra per mezzo suo. Non permetterà che la sua parola rimanga inefficace. Per questo motivo, la sterile — il popolo afflitto e angosciato — può comunque esultare e prorompere in grida di grande gioia.

B) Allarga la tua tenda (54.2-3)

«Allarga il luogo della tua tenda, si spieghino i teli della tua abitazione, senza risparmio; allunga i tuoi cordami, rafforza i tuoi picchetti! Poiché ti spanderai a destra e a sinistra; la tua discendenza possederà le nazioni e popolerà le città deserte.

All’invito di esultare viene aggiunto un secondo imperativo correlato: “allarga il luogo della tua tenda!” Continua qui l’immagine del primo versetto. Bisogna tenere presente che Abraamo e Sara vivevano in Canaan come nomadi, in tende, senza dimora fissa. Nel Vicino Oriente antico, la responsabilità di occuparsi della tenda spettava alla donna, ed è quindi coerente con la metafora che sia ordinato alla donna del primo versetto di allargare la sua tenda, spiegando i suoi teli “senza risparmio”. Perché deve fare questo? Proprio perché Dio adempirà ciò che le ha promesso: nonostante la sua sterilità, porterà alla luce discendenti tanto numerosi che si spanderanno “a destra e a sinistra”, possederanno “le nazioni” e popoleranno “le città deserte”.

Al popolo d’Israele in esilio, questa promessa sarebbe stata davvero meravigliosa. Dopo essere stato ridotto a un piccolissimo residuo di superstiti, diventerà grande, più grande infatti di prima. I figli d’Israele torneranno ad abitare di nuovo nelle città rimaste deserte dopo le invasioni straniere, e non solo. Possederanno anche le nazioni, comprese quelle che hanno preso in possesso loro. Si spanderanno “a destra e a sinistra”, termini che in ebraico significano anche “a sud e a nord”. Per gli ebrei, queste direzioni indicavano invasori dall’estero: gli egiziani attaccavano dal sud, gli assiri e i babilonesi dal nord. Quindi, i figli d’Israele non vivranno più sotto la minaccia di queste nazioni, ma saranno loro a spandersi invece nei territori dei nemici. In anticipo di questo grande futuro, gli ebrei — sempre sotto il dominio di oppressori stranieri — devono, come i loro patriarchi nomadi in Canaan, allargare le loro tende oltre misura nella speranza che presto Dio le riempirà di discendenti innumerevoli. Devono, in altre parole, prepararsi al compimento di tutto ciò che promette la parola del Signore anche se non lo possono ancora vedere.

C) Non temere (54.4)

Non temere, perché tu non sarai più confusa; non avere vergogna, perché non dovrai più arrossire; ma dimenticherai la vergogna della tua giovinezza, non ricorderai più l’infamia della tua vedovanza.

Il terzo imperativo consegue dai primi due: convinti come Abraamo che Dio è in grado di far concepire un figlio nel grembo sterile, così gli ebrei devono “non temere”. Non devono temere niente o nessuno, perché non saranno mai più confusi né vergognati. Come una donna sterile, Israele si vergogna ora per il totale fallimento della sua santa vocazione, per la sua insensata ribellione, ma non sarà sempre così. Dimenticherà sia “la vergogna della tua giovinezza” (che probabilmente si riferisce alle sue prime infedeltà d’Israele commesse dopo l’esodo nel deserto) sia “l’infamia della tua vedovanza” (che si riferisce alle ultime trasgressioni che hanno portato alla distruzione di Giuda). Anche se la donna geme ancora nella sua sterilità — il popolo geme ancora in esilio — non deve temere, perché può già cominciare a vivere come se si fosse avverata la promessa di Dio, tanto è certa. Poiché nessuna parola di Dio rimarrà inefficace, il popolo può già cominciare a camminare nelle tenebre come se splendesse la luce; può già allargare le sue tende come se avesse figli per riempirle; può già esultare come se non avesse ancora un cuore spezzato.

2) Poiché il Signore (Isaia 54:5-10; 53.10-12)

E come se la parola di Dio non fosse già prova sufficiente che tutto questo avverrà, Isaia aggiunge una seconda parte a questa poesia per fornire altri due motivi per cui il popolo può iniziare adesso a vivere in speranza la redenzione promessa.

A) Il tuo Creatore è il tuo sposo (54.5)

Poiché il tuo Creatore è il tuo sposo; il suo nome è: il Signore degli eserciti. Il tuo Redentore è il Santo d’Israele, che sarà chiamato Dio di tutta la terra.

In primo luogo, lo sterile Israele può esultare perché il suo “sposo” e “redentore” è il Creatore, il Signore degli eserciti, il Santo d’Israele e il Dio di tutta la terra. Qui i concetti di “sposo” e “redentore” non sono due ma uno. Pensiamo per esempio alla storia di Rut, la vedova senza figli che viene “redenta” da un parente di sua suocera Naomi. Lui si chiama Boaz; si sposa con Rut e le dà un figlio che poi diventerà il nonno del re Davide! In questa storia, Boaz è lo sposo-redentore che interviene per salvare la famiglia di Naomi, che si carica di sofferenze non sue, che si adopera per assicurare una discendenza e un futuro alle vedove senza figli. Alla fine della storia, si scopre che è proprio a causa delle afflizioni di Naomi e Rut che, tramite Boaz, si giunge a una conclusione più bella e lieta di quanto sarebbe stato possibile in qualsiasi altro modo. Questa è l’opera dello sposo-redentore. In quanto sposo, egli fa sì che la donna senza marito e senza figli (che all’epoca significava non avere niente) abbia di che rallegrarsi, allargare la sua tenda, e non avere più timore o vergogna. In quanto redentore, egli fa sì che le sofferenze della sua sposa in realtà cooperino a realizzare un bellissimo fine che altrimenti non sarebbe stato realizzabile.

Con questa immagine, Isaia ricorda agli esuli che il loro sposo-redentore non è altro che il Creatore e Dio di tutta la terra. Se egli ha chiamato il cosmo all’esistenza da nulla, sarà forse incapace di redimerli, di far sì che tutte le loro afflizioni cooperino al loro bene? Se il loro sposo-redentore è il Dio di tutta la terra, possono smarrirsi troppo lontano dalla sua mano o scappare troppo lontano dalla sua presenza? Se il loro sposo-redentore è il Signore degli eserciti, potrà forse qualche potere, qualche nazione, o qualche idolo impedire che egli li liberi dal loro dominio? No di certo. Lo sposo-redentore che è tutto questo è senza dubbio in grado di compiere tutto il bene che ha progettato per il suo popolo.

B) L’amore mio non si allontanerà (54.6-10)

Poiché il Signore ti richiama come una donna abbandonata, il cui spirito è afflitto, come la sposa della giovinezza, che è stata ripudiata», dice il tuo Dio. «Per un breve istante io ti ho abbandonata, ma con immensa compassione io ti raccoglierò. In un eccesso d’ira ti ho per un momento nascosto la mia faccia, ma con un amore eterno io avrò pietà di te», dice il Signore, il tuo Redentore. «Avverrà per me come delle acque di Noè; poiché, come giurai che le acque di Noè non si sarebbero più sparse sopra la terra, così io giuro di non irritarmi più contro di te, di non minacciarti più. 10 Anche se i monti si allontanassero e i colli fossero rimossi, l’amore mio non si allontanerà da te, né il mio patto di pace sarà rimosso», dice il Signore, che ha pietà di te.

In secondo luogo, lo sterile Israele può esultare perché il Signore giura che “l’amore mio non si allontanerà da te”, che “con un amore eterno avrò pietà di te”. Israele è “come una donna abbandonata”, il suo spirito “è afflitto”, è stato ripudiato “come la sposa della giovinezza”, ma tutto questo durerà solo “per un breve istante”. Le espressioni qui come “ti ho abbandonata” e “ho … nascosto la mia faccia” non stanno a indicare che Dio ha mai smesso di amare il suo popolo. Lo sappiamo perché in tutto il Signore si riferisce a sé come “il tuo Dio” (v.6). Anche quando sembrava che egli si fosse assentato del tutto dalla loro esperienza, restava comunque il loro Dio. Queste espressioni riguardano infatti l’esperienza del popolo: la sensazione di essere abbandonati da Dio, di non sperimentare più la sua presenza, di sentirsi sopraffatti da “un eccesso d’ira”. Ma, come dice il Signore, queste esperienze, per quanto sconvolgenti, sono da considerarsi solo come “un breve istante” rispetto all’amore eterno e alla bontà infinita che gli mostrerà per sempre.

Come esempio, il Signore ricorda al popolo il tempo del diluvio quando, dopo aver versato la sua ira attraverso le acque del giudizio, ha giurato con un patto che non avrebbe mai più distrutto la terra in quel modo, e così è stato. Nello stesso modo, Dio dichiara: “io giuro di non irritarmi più contro di te, di non minacciarti più”. Tanto è certo questo giuramento che “anche se i monti si allontanassero e i colli fossero rimossi, l’amore mio non si allontanerà da te”. Tanto è costante l’amore di Dio che durerà più a lungo dell’intero universo. Tante è potente l’amore di Dio che vincerà qualsiasi tribolazione, qualsiasi catastrofe, e sì, anche qualsiasi pandemia.

Ma per quanto sia stupendo tutto questo, viene da chiedere: come può il Signore compierlo a favore di quelli che sono così ribelli, così infedeli, così sterili, così degni solo di essere ripudiati e abbandonati? Dio non ha già in passato stabilito un patto di amore con il suo popolo tramite Mosè? Non gli ha già fatto tante promesse di benedizione? Il problema non è l’efficacia della sua parola ma il nostro rifiuto di ascoltarla. Il problema non è la costanza del suo amore ma la nostra tendenza di prostituirci con altri amanti. Il problema non è la sua fedeltà verso di noi ma la nostra infedeltà verso di lui. Come dunque possiamo essere certi di ricevere tutto ciò che Dio promette?

C) Il mio servo renderà giusti i molti (Isaia 53:10-12)

53:10 Ma il Signore ha voluto stroncarlo con i patimenti. Dopo aver dato la sua vita in sacrificio per il peccato, egli vedrà una discendenza, prolungherà i suoi giorni, e l’opera del Signore prospererà nelle sue mani. 11 Dopo il tormento dell’anima sua vedrà la luce e sarà soddisfatto; per la sua conoscenza, il mio servo, il giusto, renderà giusti i molti, si caricherà egli stesso delle loro iniquità. 12 Perciò io gli darò in premio le moltitudini, egli dividerà il bottino con i molti, perché ha dato se stesso alla morte ed è stato contato fra i malfattori; perché egli ha portato i peccati di molti e ha interceduto per i colpevoli.

La risposta a queste domande, la più grande certezza che si può avere deriva da quello che ha immediatamente preceduto questo capitolo. Mi riferisco al bellissimo “Canto del Servo” nel capitolo 53 in cui troviamo una delle profezie più chiare e commoventi della persona e dell’opera di Gesù Cristo. In questa poesia, è il Servo del Signore, Gesù, che “si caricherà egli stesso delle loro iniquità”. Pur essendo degno di ogni lode e onore, egli “ha dato se stesso alla morte”. Pur essendo innocente e giusto, “è stato contato fra i malfattori”. Per quale motivo? “Perché ha portato i peccati di molti e ha interceduto per i colpevoli”.

Questa è la grande certezza che possiamo avere che ogni benedizione promessa da Dio sarà nostra, che l’afflizione di questa vita è solo “per un breve istante” rispetto alla gloria eterna che ci aspetta, che anche quando Dio sembra nasconderci la sua faccia, ci tiene sempre nelle sue mani onnipotenti. Gesù, “il giusto, renderà giusti i molti”. Sulla croce, Gesù è stato esiliato lontano dalla presenza di Dio affinché noi esuli potessimo tornare a casa. Sulla croce, Gesù è stato ripudiato come una moglie infedele affinché noi infedeli potessimo essere riconciliati con il nostro Sposo. Sulla croce, Gesù ha preso su di sé la nostra sterilità affinché noi sterili potessimo diventare fecondi e riprendere la santa vocazione alla quale siamo chiamati. Come sempre, troviamo che il nome di Gesù Cristo è la risposta a ogni domanda, la soluzione a ogni problema, e il rimedio a ogni male.

3) Conclusione

In questo studio, abbiamo visto il messaggio di Isaia agli esuli in Babilonia, a quelli che si contavano tra i discendenti miracolosi della sterile Sara. Ma per noi? Che significato ha la profezia di Isaia 54 oggi? In poche parole, il significato è lo stesso. Ovviamente, non siamo esuli in Babilonia; nemmeno siamo ebrei di nascita. Ma se siamo uniti per fede a Gesù, siamo veri figli di Abraamo, nati tali per un miracolo non meno grande di quello che Dio ha fatto nel grembo sterile di Sara. Questo infatti è previsto in Isaia: dello stesso Servo di Isaia 53 si dice nel 49.6:

È troppo poco che tu sia mio servo per rialzare le tribù di Giacobbe e per ricondurre gli scampati d’Israele; voglio fare di te la luce delle nazioni, lo strumento della mia salvezza fino alle estremità della terra.

Come figli di Abraamo in Gesù, resi giusti nel Giusto, possiamo rivendicare tutte queste promesse come nostre. È a noi che Dio per mezzo di Gesù ha giurato il suo amore eterno. È per noi che Dio in Gesù agisce come sposo-redentore. Ed è a noi che Dio chiede di vivere ora la redenzione che non possiamo ancora vedere con i nostri occhi. Siamo noi invitati a non temere perché Gesù ha espiato tutti i nostri peccati e ci ha tolto tutta la nostra vergogna. Siamo noi chiamati a esultare e rallegrarci, anche in mezzo alle lacrime, anche se i nostri corpi si sentono deboli e le nostre anime si sentono sterili. E infine (e con questo voglio concludere) siamo noi incaricati di “allargare le nostre tende”. Cosa vuol dire?

Interpreto questa frase come “compiere gesti stravaganti di testimonianza che senza l’intervento miracoloso di Dio sarebbero stupidi e insensati”. Allargare le tende quando si è sterili non ha senso, a meno che Dio non prometta di dare i figli per riempirle. Mi viene in mente l’esempio di Geremia che ha comprato un campo proprio quando i babilonesi stavano per impossessarsi di tutto il territorio, perché voleva testimoniare agli altri la certezza della promessa di Dio che “si compreranno ancora case, campi e vigne in questo paese” (Ger. 32.15). Mi viene in mente un altro gesto che gli ebrei fanno ancora oggi quando celebrano la Pasqua. Durante il pasto tradizionale, lasciano al tavolo un posto vuoto per il profeta Elia che, secondo la profezia di Malachia 4.5, deve venire “prima che venga il giorno del Signore”.

Non so esattamente quali gesti di testimonianza possiamo compiere, gesti che sembrano strani agli altri perché hanno senso solo se considerati alla luce della parola di Dio. Forse quando ricominciamo a riunirci insieme per fare il culto, possiamo sempre mettere delle sedie in più che, proprio perché resteranno vuote, testimonieranno la nostra fiducia che Dio “allargherà la tenda” della nostra comunità. Forse significa che, quando i nostri sforzi di testimoniare Gesù risultano “sterili” perché vengono ignorati o scherniti, continuiamo comunque a testimoniare con perseveranza, convinti che Dio un giorno porterà alla luce tanti figli nuovi per mezzo nostro. Forse significa che rinnoviamo il nostro impegno di pregare, anche se le nostre preghiere sembrano “sterili”, perché sappiamo che ciò che conta non è infine il nostro pregare ma il Dio che l’esaudisce. Forse significa semplicemente che ravviviamo la nostra ubbidienza alla volontà di Dio rivelata nelle Scritture, perché al mondo i comandamenti di Dio spesso sembrano stupidi. Queste sono solo delle possibilità, e dobbiamo tutti continuare a cercare altri modi in cui possiamo “allargare la tenda”, testimoniando così sia la nostra fiducia verso Dio sia la parola di Dio verso gli altri.

Osea 1-2: Il dono della delusione

1) Il profeta e la prostituta (Osea 1:1-2:1)

1:1 Parola del Signore rivolta a Osea, figlio di Beeri, al tempo di Uzzia, di Iotam, di Acaz, di Ezechia, re di Giuda, e al tempo di Geroboamo, figlio di Ioas, re d’Israele.

Il Signore cominciò a parlare a Osea e gli disse: «Va’, prenditi in moglie una prostituta e genera figli di prostituzione, perché il paese si prostituisce, abbandonando il Signore». Egli andò e prese Gomer, figlia di Diblaim; lei concepì e gli partorì un figlio. Il Signore gli disse: «Chiamalo Izreel, perché tra poco io punirò la casa di Ieu per il sangue versato a Izreel, e porrò fine al regno della casa d’Israele. Quel giorno avverrà che io spezzerò l’arco d’Israele nella valle di Izreel». Lei concepì di nuovo e partorì una figlia. Il Signore disse a Osea: «Chiamala Lo-Ruama, perché io non avrò più compassione della casa d’Israele in modo da perdonarla. Ma avrò compassione della casa di Giuda; li salverò mediante il Signore, il loro Dio. Non li salverò con l’arco, né con la spada, né con la guerra, né con cavalli, né con cavalieri». Quando lei ebbe divezzato Lo-Ruama, concepì e partorì un figlio. Il Signore disse a Osea: «Chiamalo Lo-Ammi, perché voi non siete mio popolo e io non sarò per voi.

10 «Tuttavia, il numero dei figli d’Israele sarà come la sabbia del mare, che non si può misurare né contare. Avverrà che invece di dir loro, come si diceva: “Voi non siete mio popolo”, sarà loro detto: “Siete figli del Dio vivente”. 11 I figli di Giuda e i figli d’Israele si raduneranno, si daranno un unico capo e marceranno fuori dal paese; perché sarà grande il giorno di Izreel. 2:1 «Dite ai vostri fratelli: “Ammi!” e alle vostre sorelle: “Ruama!”

Il profeta Osea, il primo dei cosiddetti “profeti minori”, è attivo nello stesso periodo di Isaia, la seconda metà del ottavo secolo a.C. Però, mentre Isaia profetizza principalmente nel regno di Giuda, al sud, Osea svolge il suo ministero nel regno d’Israele, al nord. Tra tutti i profeti, ciò che rende Osea particolarmente indimenticabile è il suo matrimonio con una prostituta chiamata Gomer. Forse più scioccante ancora è il fatto che sia stato Dio a ordinargli di sposarla! Ma il motivo diventa subito chiaro nel v.2:

Va’, prenditi in moglie una prostituta e genera figli di prostituzione, perché il paese si prostituisce, abbandonando il Signore.

Come tutti i profeti dell’epoca, Osea non deve solo annunciare il messaggio affidatogli dal Signore, ma deve anche diventare una parabola vivente di esso. Questo messaggio, che esamineremo in più dettaglio nel secondo capitolo, consiste fondamentalmente nella condanna della “prostituzione” spirituale d’Israele che aveva abbandonato il Signore per altri “amanti”, cioè gli dèi falsi e gli idoli delle nazioni circostanti.

Secondo il comandamento di Dio, Osea deve illustrare il suo messaggio non solo sposando una prostituta ma generando anche “figli di prostituzione”. Così nascono tre figli a cui Osea dà nomi — sempre seguendo l’ordine del Signore — i quali pronunciano la sentenza divina sul popolo. Il primo figlio che nasce si chiama Izreel, un nome che significa “Dio semina” e designa una grande valle particolarmente fertile nel nord d’Israele. Ma, come accennato nei vv.4-5, più che altro è sangue che i re d’Israele hanno seminato in quella valle. Sappiamo infatti dalla storia che la valle d’Izreel è uno dei posti che ha visto più guerre e violenza in tutto il mondo, fino ai nostri giorni. Per il sangue versato, Dio promette di punire la monarchia d’Israele e porre fine al suo regno, e il nome del primo figlio di Osea annuncia proprio questo.

Poi Gomer partorisce una figlia, e il Signore dice a Osea di chiamarla Lo-Ruama, un nome che significa “niente misericordia mostrata”, proprio perché nel giudicare il regno d’Israele non ne avrà compassione in modo da scongiurare la sua rovina totale. Il terzo e l’ultimo figlio che nasce a Osea è chiamato Lo-Ammi, un nome che vuol dire “non il mio popolo”, di nuovo perché Israele sarà trattato non più come il popolo eletto di Dio ma come una delle altre nazioni pagane che infatti Israele ha voluto imitare nell’idolatria.

Così scopriamo come non solo la voce di Osea ma tutta la sua vita diventa la portatrice della parola di Dio. La relazione tra Osea e Gomer monta un piccolo spettacolo che permette a Israele di vedere in forma concreta ed esplicita la sua infedeltà verso Dio, il suo vero Sposo. Poiché Osea è destinato a subire l’angoscia e la gelosia nell’osservare sua moglie vendere il proprio corpo ad altri uomini, così Israele si accorgerà dell’angoscia e della gelosia che Dio prova nei suoi confronti. E i figli nati dall’unione di Osea e Gomer testimoniano la condanna che Dio ha pronunciato sul suo popolo adultero e che presto porterà a compimento.

Tuttavia, come sempre, lo scopo finale di Dio nel giudicare Israele (che avviene nell’anno 722 a.C. durante l’invasione degli assiri) non è la sua distruzione ma la sua redenzione. Questo viene dichiarato alla fine del capitolo 1. Dio dice che i nomi dei figli di Osea cambieranno. Il figlio chiamato “Non il mio popolo” si chiamerà “il mio popolo”, perché Israele sarà di nuovo il popolo di Dio. La figlia chiamata “Niente misercordia mostrata” si chiamerà “misericordia mostrata” perché, dopo averlo giudicato, Dio avrà di nuovo compassione del suo popolo e lo riscatterà.

Ma prima che questa promessa si avveri, Osea deve far sapere a Israele tutto quanto il messaggio che Dio gli ha rivolto. Se nel primo capitolo vediamo come questo messaggio prende forma nella vita di Osea, nel secondo capitolo vediamo come questo messaggio viene predicato nelle parole di Osea, ed è qui che vogliamo concentrarci per il resto di questo studio. Così proseguiamo nella lettura.

2) La prostituzione d’Israele (Osea 2:1-5, 8)

«Contestate vostra madre, contestatela! perché lei non è più mia moglie e io non sono più suo marito! Tolga dalla sua faccia le sue prostituzioni e i suoi adultèri dal suo petto; altrimenti io la spoglierò nuda, la metterò com’era nel giorno che nacque, la renderò simile a un deserto, la ridurrò come una terra arida e la farò morire di sete. Non avrò pietà dei suoi figli, perché sono figli di prostituzione, perché la loro madre si è prostituita; colei che li ha concepiti ha fatto cose vergognose, poiché ha detto: “Seguirò i miei amanti, che mi danno il mio pane, la mia acqua, la mia lana, il mio lino, il mio olio e le mie bevande”…. Lei non si è resa conto che io le davo il grano, il vino, l’olio; io le prodigavo l’argento e l’oro, che essi hanno usato per Baal!

In questi versetti, Dio parla per mezzo di Osea a Israele come a una moglie prostituta e spiega in dettaglio la sua infedeltà. Impariamo qui due cose importanti. Prima, l’altro “amante” per cui Israele ha abbandonato il Signore e con cui si prostituisce è il dio Baal. All’epoca, Baal era una delle divinità più popolari, e questo per due motivi. In primo luogo, Baal era il dio della tempesta, della pioggia, e dunque della fertilità. La società israelita era in gran parte agricola e dipendeva dalla fertilità della terra. La siccità minacciava la sua sopravvivenza. Quindi, non è difficile capire perché gli israeliti erano facilmente indotti ad adottare il culto di Baal. Se si muore senza la pioggia, bisogna onorare il dio che la manda o la trattiene!

Ma c’è un altro motivo che rendeva il culto di Baal molto attraente: la pratica della prostituzione sacra. Per onorare Baal, il dio della fertilità, si andava al santuario locale e ci si accoppiava con le prostitute a lui consacrate. In questo modo, si credeva di poter stimolare Baal a rendere la terra fertile. Chiaramente, il culto di Baal era molto seducente anche per i piaceri carnali che coinvolgeva. Quindi, la metafora della prostituzione usata da Osea per rappresentare il peccato d’Israele non era solo una metafora. Prostituendosi spiritualmente con Baal, Israele si prostituiva letteralmente, commettendo atti sessuali abominevoli. La sua condizione morale rispecchiava la sua condizione spirituale.

Non dovremmo però pensare che la società israelita dell’ottavo secolo a.C. fosse per questo in degrado o rovina. Questa è la seconda cosa che impariamo qui. Se potessimo fare un viaggio nel tempo e visitare il regno d’Israele d’allora, vedremmo una società in genere prospera, ricca e benestante. Come scopriamo nei vv.5 e 8, abbondavano il grano, il vino, l’olio, la lana, il lino, l’argento e l’oro. Da ciò che Dio dice nel v.3 — che avrebbe reso Israele “simile a un deserto … come una terra arida” —possiamo dedurre che la terra era invece fertile e florida. Il fatto è che il Baalismo sembrava funzionare. Da quando gli israeliti avevano cominciato ad adorare Baal come suo dio, hanno goduto di una grande prosperità materiale. I campi producevano tanto grano, le vigne producevano tanto vino, gli olivi producevano tant’olio, e tutto ciò generava grandi guadagni economici per gli abitanti. Perché allora dovevano rinunciare a Baal se lui gli procurava ricchezza e felicità?

Questo merita un momento di riflessione. Servire il Signore è spesso difficile, ma servire Baal è facile. Seguire il Signore richiede rinunciare a noi stessi e portare la croce; seguire Baal promette di soddisfare tutti i nostri desideri con i piaceri del mondo. Il Signore pretende che camminiamo non per visione ma per fede nell’invisible; Baal si presenta ai nostri sensi in forma tangibile e immediata. In altre parole, guardando le apparenze, fidarsi del Signore sembra deludere mentre fidarsi di Baal sembra funzionare. Così si lamenta il salmista nel Salmo 73:3-5:

Poiché invidiavo i prepotenti, vedendo la prosperità dei malvagi. Poiché per loro non vi sono dolori, il loro corpo è sano e ben nutrito. Non sono tribolati come gli altri mortali, né sono colpiti come gli altri uomini.

Ma come il salmista si accorge alla fine del salmo, è solo apparentemente che il Baalismo — come l’idolatria in generale — funziona. È vero che rinunciare alla fede in Dio sembra procurarci dei benefici concreti e immediati. Tante persone che una volta credevano ma dopo decidono di lasciare la fede cristiana testimoniano di stare più sereni e contenti. Non sentono più un senso di colpa; non portano più il peso dell’ubbidienza. Non pensano di dover rendere conto a qualche giudice divino. Si ritengono liberi di vivere le loro vite come vogliono, di fare qualsiasi cosa che li rende felici e di non doversi occupare di come gli altri credono e si comportano. Ma come vediamo qui in Osea, questi “benefici” sono soltanto apparenze ingannevoli. Baal e tutti i nostri idoli sono contenti di farci star bene se stare bene ci allontana dal Signore. Come la trappola prende il topo non con il veleno ma con il formaggio, il peccato ci cattura non con il dolore ma con il piacere. È sempre pericoloso prendere decisioni di fede in base a ciò che ci fa star bene. Baal ci farà sempre star meglio (almeno all’inizio) se cerchiamo lui anziché il Signore. Questo è perché gli israeliti erano indotti a prostituirsi con gli idoli, ed è il motivo perché anche noi facciamo la stessa cosa oggi.

Dio, però, è troppo geloso da permettere che il suo popolo si prostituisca con altri amanti. In quello che segue, troviamo la sua risposta all’infedeltà di sua moglie.

3) La delusione della prostituzione (Osea 2:6-7, 9-13)

Perciò, ecco, io ti sbarrerò la via con delle spine; la circonderò di un muro, così che non troverà più i suoi sentieri. Correrà dietro ai suoi amanti, ma non li raggiungerà; li cercherà, ma non li troverà. Allora dirà: “Tornerò al mio primo marito, perché allora stavo meglio di adesso”….

9 Perciò io riprenderò il mio grano a suo tempo e il mio vino nella sua stagione; le strapperò la mia lana e il mio lino, che servivano a coprire la sua nudità. 10 Ora scoprirò la sua vergogna agli occhi dei suoi amanti, e nessuno la salverà dalla mia mano. 11 Farò cessare tutte le sue gioie, le sue feste, i suoi noviluni, i suoi sabati e tutte le sue solennità. 12 Devasterò le sue vigne e i suoi fichi, di cui diceva: “Sono il compenso che mi hanno dato i miei amanti”. Io li ridurrò in un bosco e li divoreranno gli animali della campagna. 13 La punirò a causa dei giorni dei Baal, quando bruciava loro incenso e, ornata dei suoi pendenti e dei suoi gioielli, seguiva i suoi amanti e dimenticava me», dice il Signore.

Come accennato nel v.3, il Signore promette di frustrare la prostituzione del suo popolo. Sbarrerà la via sulla quale Israele corre dietro ai suoi amanti. Farà in modo che “li cercherà ma non li troverà”. Nei vv.5-6, Israele attribuisce la sua prosperità e felicità a Baal, non rendendosi conto che ogni benedizione viene solo dal Signore. Perciò Dio dichiara che toglierà a Israele il grano e il vino, la lana e il lino, per fargli capire che tutto ciò è suo. Metterà fine alle “gioie” e alle “feste” d’Israele; devasterà le sue “vigne” e i suoi “fichi”, strapperà via i suoi “pendenti” e i suoi “gioielli”. In poche parole, Dio non permetterà più a Israele di trovare soddisfazione in Baal, ma solo delusione.

Ma non inganniamoci. Anche questo è il dono di Dio. Per quanto la soddisfazione, la felicità, e la prosperità siano i grandi doni di Dio, è altrettanto grande il suo dono della delusione. Secondo il v.7, è un dono rimanere delusi dai nostri altri amanti finché non diciamo: Tornerò al mio primo marito, perché allora stavo meglio di adesso”. È un dono, ad esempio, quando si rimane delusi al lavoro perché fallisce un progetto importante. È un dono quando mariti e mogli o fidanzati rimangono delusi perché uno viene ferito dall’amato. È un dono quando i genitori rimangono delusi dai propri figli che fanno scelte sbagliate, o quando i figli rimangono delusi dai genitori che sono assenti, o troppo severi o permissivi. È un dono quando un nuovo giocattolo, o un nuova macchina, o qualsiasi altro nuovo acquisto risulta difettoso. È un dono quando i vecchi sono privati delle loro capacità fisiche e quando i giovani sono privati dei loro sogni e prospettive per il futuro. È un dono quando una pandemia capovolge il mondo intero e mette in crisi tutti i nostri piani, e quando gli sforzi dei politici e dei medici di contrastarla non sono molto efficaci.

Non fraintendetemi. Non sto dicendo che queste cose siano di per sé buone o desiderabili. Il proposito più grande di Dio per noi (come vedremo nei versetti successivi) non è la maledizione ma la benedizione, non la tristezza ma la felicità, non la morte ma la vita. Tuttavia, Osea c’insegna che tutte le cose che ci fanno rimanere delusi sono doni di Dio in quanto ci fanno capire che Baal — in qualunque forma che egli prenda anche oggi — è un dio falso, che le sue promesse sono menzogne, e che correre tra le sue braccia è prostituzione che porta alla distruzione. La delusione è un dono di Dio quando ci fa imparare la lezione dell’Ecclesiaste (1:2, 14): 

Vanità delle vanità, tutto è vanità…. Io ho visto tutto ciò che si fa sotto il sole, ed ecco, tutto è vanità, è un correre dietro al vento.

Il messaggio dell’Ecclesiaste, come quello di Osea 2, può sembrare deprimente, ma in realtà è l’unico modo per trovare la vera gioia. Siamo così inclini ad abbandonare il Signore per altri amanti, le promesse del peccato sono così attraenti, il frutto proibito che ci fa morire ha un gusto così piacevole, che spesso Dio deve farci il dono della delusione prima che siamo capaci e disposti a ricevere il dono della vera soddisfazione che viene solo da lui, un tesoro che nulla, neanche la morte, può mai togliere. Per usare l’immagine di C.S. Lewis, Dio deve farci rimanere delusi dal fango nel quale siamo contenti di giocare per invogliarci ad andare con lui in vacanza al mare.

Sapere che la delusione in questo senso è un dono di Dio dovrebbe aiutarci molto nella vita. Quando le nostre aspettative vengono meno, quando le nostre prospettive per il futuro spariscono, quando i nostri sogni s’infrangono contro la dura realtà della vita, dobbiamo cogliere queste occasioni per rinnovare la nostra speranza unicamente in Dio. Quando “la tignola e la ruggine consumano”, quando “i ladri scassinano e rubano”, dobbiamo ricordarci l’ammonimento di Gesù di non farci “tesori sulla terra” ma “tesori in cielo” (Matteo 6:19-20), di cercare “prima il regno di Dio e la sua giustizia” (Matteo 6:33). Quando noi, stanchi e stufi delle infinite pressioni della quotidianità, ci chiediamo: “Che senso ha tutto questo?”, dobbiamo tornare alla risposta della parola di Dio: il senso che cerchiamo, solo Dio ce lo può dare, e lo avremo solo in quanto rimaniamo in comunione con lui. Come la soddisfazione della vita è il dono di Dio, così è anche la delusione, e dobbiamo accettare tutte e due con gratitudine e fiducia nel proposito di Dio per noi. Ciò che ci permette di accettare la delusione con gratitudine e fiducia è quello che segue nel resto di Osea 2.

4) La gioia del (ri)fidanzamento (Osea 2:14-23)

14 «Perciò, ecco, io l’attirerò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. 15 Di là le darò le sue vigne e la valle di Acor come porta di speranza; là mi risponderà come ai giorni della sua gioventù, come ai giorni che uscì dal paese d’Egitto. 16 Quel giorno avverrà», dice il Signore, «che tu mi chiamerai: “Marito mio!” e non mi chiamerai più: “Mio Baal!” 17 Io toglierò dalla sua bocca i nomi dei Baal, e il loro nome non sarà più pronunciato. 18 Quel giorno io farò per loro un patto con le bestie dei campi, con gli uccelli del cielo e con i rettili del suolo; spezzerò e allontanerò dal paese l’arco, la spada, la guerra, e li farò riposare al sicuro. 19 Io ti fidanzerò a me per l’eternità; ti fidanzerò a me in giustizia e in equità, in benevolenza e in compassioni. 20 Ti fidanzerò a me in fedeltà, e tu conoscerai il Signore. 21 Quel giorno avverrà che io ti risponderò», dice il Signore, «risponderò al cielo, ed esso risponderà alla terra; 22 la terra risponderà al grano, al vino, all’olio, e questi risponderanno a Izreel. 23 Io lo seminerò per me in questa terra, e avrò compassione di Lo-Ruama; e dirò a Lo-Ammi: “Tu sei mio popolo!” ed egli mi risponderà: “Mio Dio!”»

Come accennato prima, il dono della delusione non è eterno ma temporaneo; non è il più grande proposito di Dio per noi ma solo il passo penultimo verso il suo compimento. Come ampiamente dimostrato in questi versetti, Dio intende ritrovare sua moglie prostituta, ripulirla dalle sue impurità, riottenere i suoi affetti, e risposarla in fedeltà e giustizia per sempre. Dio la conduce nel deserto per parlare teneramente al suo cuore, per ricatturare l’amore “della sua gioventù”, quando liberò Israele da schiavitù e fece con esso un patto eterno. E ciò che Dio intende fare, lo compierà infallibilmente. Israele non chiamerà più Baal come “marito”, ma solo il Signore. Quando il Signore gli dirà: “Tu sei il mio popolo,” Israele risponderà: “Mio Dio”.

Questo, secondo Osea, sarà il risultato del dono della delusione che Dio darà al suo popolo, e questo dono non sarà invano. Come nessuna parola di Dio sarà inefficace, così nemmeno lo sarà la delusione che egli pone come limite a ogni piacere, a ogni progetto, a ogni prospettiva che abbiamo in questa vita. Imparate, Osea dice a Israele, che il senso di questa vita consiste proprio nel suo non avere senso, e quando permettete che il non-senso di questa vita vi faccia cercare Dio ad esclusione di ogni altro, sarete in grado di ricevere ogni dono di Dio, persino il dono della delusione, con gratitudine, fiduciosi che alla fine si vedrà che tutto ha avuto veramente un senso.

Ma se gli israeliti avevano motivo per avere fiducia nella promessa di Dio, noi ne abbiamo di più. La promessa di Dio di riscattare e risposare sua moglie prostituta, la vediamo già adempiuta in Gesù Cristo. Gesù è lo Sposo che secondo Efesini 5:25-27:

ha amato la chiesa e ha dato se stesso per lei, per santificarla dopo averla purificata lavandola con l’acqua della parola, per farla comparire davanti a sé, gloriosa, senza macchia, senza ruga o altri simili difetti, ma santa e irreprensibile.

Ma in Cristo non guardiamo solo indietro fidandoci di quello che ha fatto per noi sulla croce, ma anche avanti sperando in quello che farà nel futuro quando tornerà per manifestare il suo regno in tutto il mondo. Come anticipa il canto di Apocalisse 19:7-8:

Rallegriamoci ed esultiamo e diamo a lui la gloria, perché sono giunte le nozze dell’Agnello e la sua sposa si è preparata. Le è stato dato di vestirsi di lino fino, risplendente e puro; poiché il lino fino sono le opere giuste dei santi.

Nel frattempo, mentre aspettiamo la rivelazione di Gesù e il compimento delle promesse di Dio, se il lavoro ci delude, è per farci dipendere più dall’opera di Gesù al nostro posto. Se l’amore dei nostri familiari ci delude, è per farci apprezzare di più l’amore infallibile del nostro Padre celeste. Se il nostro corpo ci delude a causa di qualche debolezza, male o malattia, è per farci sperare di più nella risurrezione di Cristo che è la primizia di tutti quelli che muoiono in lui. Se i nostri tesori sulla terra ci deludono quando si rompono o si perdono, è per ricordarci dell’importanza di farci tesori in cielo. Qualsiasi delusione che sia, è un invito da parte di Dio di fissare il nostro sguardo sempre di più su Gesù, convinti che chiunque crede in lui non sarà mai veramente deluso (Romani 10:11). Amen.

Genesi 27-28: Il Cacciatore Divino

1) Il Cacciatore Soppiantato (Genesi 27:1-45)

27:1 Isacco era invecchiato e i suoi occhi indeboliti non ci vedevano più. Allora egli chiamò Esaù, suo figlio maggiore, e gli disse: «Figlio mio!» Quello rispose: «Eccomi!» E Isacco: «Ecco, io sono vecchio e non so il giorno della mia morte. Ora prendi, ti prego, le tue armi, le tue frecce e il tuo arco, va’ fuori nei campi e prendimi un po’ di selvaggina. Poi preparami una pietanza saporita, di quelle che mi piacciono; portamela perché io la mangi e ti benedica prima che io muoia». Rebecca stava ad ascoltare mentre Isacco parlava a suo figlio Esaù. Ed Esaù se ne andò nei campi per cacciare della selvaggina e portarla a suo padre.

Rebecca parlò a suo figlio Giacobbe e gli disse: «Ho udito tuo padre che parlava con tuo fratello Esaù, e gli diceva: “Portami un po’ di selvaggina e fammi una pietanza saporita perché io la mangi e ti benedica davanti al Signore, prima che io muoia”. Ora, figlio mio, ubbidisci alla mia voce e fa’ quello che ti comando. Va’ al gregge e prendimi due buoni capretti e io ne farò una pietanza saporita per tuo padre, di quelle che gli piacciono. 10 Tu la porterai a tuo padre, perché la mangi e così ti benedica prima che egli muoia». 11 Giacobbe disse a Rebecca sua madre: «Mio fratello Esaù è peloso, e io no. 12 Può darsi che mio padre mi tasti e mi consideri un impostore e mi attirerò addosso una maledizione invece di una benedizione». 13 Sua madre gli rispose: «Questa maledizione ricada su di me, figlio mio! Ubbidisci pure alla mia voce e va’ a prendermi i capretti». 14 Egli dunque andò a prenderli e li portò a sua madre; e sua madre ne preparò una pietanza saporita, di quelle che piacevano al padre di lui. 15 Poi Rebecca prese i più bei vestiti di Esaù, suo figlio maggiore, i quali erano in casa presso di lei, e li fece indossare a Giacobbe suo figlio minore; 16 con le pelli dei capretti gli coprì le mani e il collo, che erano senza peli. 17 Poi mise in mano a suo figlio Giacobbe la pietanza saporita e il pane che aveva preparato.

18 Egli andò da suo padre e gli disse: «Padre mio!» Isacco rispose: «Eccomi; chi sei tu, figlio mio?» 19 Giacobbe disse a suo padre: «Sono Esaù, il tuo primogenito. Ho fatto come tu mi hai detto. Àlzati, ti prego, mettiti a sedere e mangia la mia selvaggina, perché tu mi benedica». 20 Isacco disse a suo figlio: «Come hai fatto a trovarne così presto, figlio mio?» E quello rispose: «Perché il Signore, il tuo Dio, l’ha fatta venire sulla mia via». 21 Allora Isacco disse a Giacobbe: «Avvicìnati, figlio mio, e lascia che io ti tasti, per sapere se sei proprio mio figlio Esaù, o no». 22 Giacobbe s’avvicinò a suo padre Isacco; e, come questi lo ebbe tastato, disse: «La voce è la voce di Giacobbe, ma le mani sono le mani di Esaù». 23 Non lo riconobbe, perché le sue mani erano pelose come le mani di suo fratello Esaù, e lo benedisse. 24 Disse: «Tu sei proprio mio figlio Esaù?» Egli rispose: «Sì». 25 E Isacco gli disse: «Portami da mangiare la selvaggina di mio figlio, e io ti benedirò». Giacobbe gliene servì, e Isacco mangiò. Giacobbe gli portò anche del vino, ed egli bevve.

26 Poi suo padre Isacco gli disse: «Ora avvicìnati e baciami, figlio mio». 27 Egli s’avvicinò e lo baciò. E Isacco sentì l’odore dei vestiti, e lo benedisse dicendo: «Ecco, l’odore di mio figlio è come l’odore di un campo, che il Signore ha benedetto. 28 Dio ti conceda la rugiada del cielo, la fertilità della terra e abbondanza di frumento e di vino. 29 Ti servano i popoli e le nazioni s’inchinino davanti a te. Sii padrone dei tuoi fratelli e i figli di tua madre s’inchinino davanti a te. Maledetto sia chiunque ti maledice, benedetto sia chiunque ti benedice!»

30 Appena Isacco ebbe finito di benedire Giacobbe e Giacobbe se ne fu andato dalla presenza di suo padre Isacco, Esaù suo fratello giunse dalla caccia. 31 Anch’egli preparò una pietanza saporita, la portò a suo padre e gli disse: «Si alzi mio padre, e mangi della selvaggina di suo figlio, perché mi benedica». 32 Suo padre Isacco gli disse: «Chi sei tu?» Ed egli rispose: «Sono Esaù, tuo figlio primogenito». 33 Isacco fu preso da un tremito fortissimo e disse: «E allora, chi è colui che ha preso della selvaggina e me l’ha portata? Io ho mangiato di tutto prima che tu venissi, e l’ho benedetto; e benedetto egli sarà». 34 Quando Esaù udì le parole di suo padre, emise un grido forte e amarissimo. Poi disse a suo padre: «Benedici anche me, padre mio». 35 Isacco rispose: «Tuo fratello è venuto con inganno e si è preso la tua benedizione». 36 Ed Esaù: «Non è forse a ragione che egli è stato chiamato Giacobbe? Mi ha già soppiantato due volte: mi tolse la mia primogenitura, ed ecco che ora mi ha tolto la mia benedizione». Poi aggiunse: «Non hai serbato qualche benedizione per me?» 37 Isacco rispose e disse a Esaù: «Io l’ho costituito tuo padrone, gli ho dato tutti i suoi fratelli per servi e l’ho provveduto di frumento e di vino; che potrei dunque fare per te, figlio mio?» 38 Allora Esaù disse a suo padre: «Hai tu questa sola benedizione, padre mio? Benedici anche me, padre mio!» Quindi Esaù alzò la voce e pianse. 39 Suo padre Isacco rispose e gli disse: «Ecco, la tua dimora sarà priva della fertilità della terra e della rugiada che scende dal cielo. 40 Tu vivrai della tua spada, e sarai servo di tuo fratello; ma avverrà che, conducendo una vita errante, tu spezzerai il suo giogo dal tuo collo».

41 Esaù odiava Giacobbe a causa della benedizione datagli da suo padre, e disse in cuor suo: «I giorni del lutto di mio padre si avvicinano, allora ucciderò mio fratello Giacobbe». 42 Furono riferite a Rebecca le parole di Esaù, suo figlio maggiore, e lei mandò a chiamare Giacobbe, suo figlio minore, e gli disse: «Esaù, tuo fratello, vuole vendicarsi e ucciderti. 43 Ora, figlio mio, ubbidisci alla mia voce; lèvati e fuggi a Caran da mio fratello Labano, 44 rimani laggiù, finché il furore di tuo fratello sia passato, 45 finché l’ira di tuo fratello si sia stornata da te ed egli abbia dimenticato quello che tu gli hai fatto. Allora io manderò a farti ritornare da laggiù. Perché dovrei essere privata di voi due in uno stesso giorno?»

Giacobbe è uno dei personaggi più affascinanti nella Bibbia. Non è un uomo che fa da esemplare morale. In Genesi 25, nasce un attimo dopo il suo gemello, Esaù, tenendo il calcagno di quest’ultimo. Per questo viene chiamato Giacobbe, un nome che in ebraico è associato alla parola per “calcagno” ma anche ai termini “seguire” e “soppiantare”. Nella storia riportata subito dopo, vediamo che questo descrive perfettamente il suo carattere. Esaù, presentato come “un esperto cacciatore”, torna stremato dai suoi sforzi nei campi e vede Giacobbe che ha preparato una minestra. Giacobbe però gliene offre solo a patto che Esaù gli dia in cambio la sua primogenitura, il diritto che gli spetta essendo appunto il primogenito (anche se solo per pochi secondi). Non si tratta ovviamente di un inganno, che succede dopo nel cap. 27, ma Giacobbe chiaramente si approfitta della stanchezza di suo fratello per ottenere l’eredità del loro padre, Isacco, in un modo poco lodevole.

Questa vicenda ci prepara per quanto avviene successivamente quando, nel cap. 27, Giacobbe di nuovo si approfitta del suo fratello cacciatore, questa volta per rubargli la benedizione del padre con l’aiuto di sua madre, Rebecca. Isacco, ci viene detto, è praticamente cieco, e chiede a Esaù di andare a caccia e prendergli un po’ di selvaggina perché possa mangiarla e poi dargli la sua benedizione. Questa benedizione, come vediamo soprattutto nel v.29, non è una parola vuota ma conferisce la promessa di Dio ad Abraamo, che…

Ti servano i popoli e le nazioni s’inchinino davanti a te. Sii padrone dei tuoi fratelli e i figli di tua madre s’inchinino davanti a te. Maledetto sia chiunque ti maledice, benedetto sia chiunque ti benedice!

Giacobbe, quindi, per la seconda volta adempie il significato del suo nome e soppianta Esaù, travestendosi da cacciatore e fungendo di essere lui. Isacco sembra un po’ sospettoso, ma alla fine l’inganno funziona e Isacco pronuncia la sua benedizione su Giacobbe, convinto che lui sia invece Esaù.

La conclusione della narrativa è prevedibile. Esaù torna finalmente dalla caccia, prepara il cibo e poi lo porta a suo padre, aspettandosi di ricevere la sua benedizione. Tutti e due poi rimangono sbigottiti quando si accorgono dell’inganno. Esaù, prima mortificato ma poi adirato contro Giacobbe, giura di ucciderlo per vendicarsi, passando così da cacciatore di animali a cacciatore di suo fratello. Giacobbe è dunque costretto a fuggire, non più il soppiantore ma la preda, la vittima del suo proprio successo.

2) Il Cacciatore Divino (Genesi 28:10-15)

10 Giacobbe partì da Beer-Sceba e andò verso Caran. 11 Giunse ad un certo luogo e vi passò la notte, perché il sole era già tramontato. Prese una delle pietre del luogo, se la mise per capezzale e lì si coricò. 12 Fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima toccava il cielo; e gli angeli di Dio salivano e scendevano per la scala. 13 Il Signore stava al di sopra di essa e gli disse: «Io sono il Signore, il Dio di Abraamo tuo padre e il Dio d’Isacco. La terra sulla quale tu stai coricato, io la darò a te e alla tua discendenza. 14 La tua discendenza sarà come la polvere della terra e tu ti estenderai a occidente e a oriente, a settentrione e a meridione, e tutte le famiglie della terra saranno benedette in te e nella tua discendenza. 15 Io sono con te, e ti proteggerò dovunque tu andrai e ti ricondurrò in questo paese, perché io non ti abbandonerò prima di aver fatto quello che ti ho detto».

Questa vicenda però crea le condizioni necessarie per la stupenda rivelazione di Dio nel cap.28, il tema che vogliamo approfondire nel resto di questo messaggio. Questa rivelazione è stupenda proprio in quanto è in grado di rivoluzionare la nostra idea di Dio e, di conseguenza, la nostra vita. Per introdurre questo concetto, bisogna prima prendere una breve pausa dalla storia di Giacobbe e precisare un’idea comune che molti hanno di Dio, ovvero quello del dio “giudice imparziale”. Quando dico “il dio giudice imparziale”, non sto parlando del vero senso biblico secondo cui Dio è giudice ed è imparziale, cioè che egli mette a posto ciò che è guasto, raddrizza ciò che è storto, e risana ciò che è malato, senza accettare tangenti o fare favoritismi in base all’etnia, al sesso, al livello economico, e così via. Sto parlando dell’idea di un dio come arbitro totalmente disinteressato, il dio dalle braccia incrociate che aspetta per vedere se ci dimostriamo buoni o cattivi prima di decidere se premiarci o punirci.

Ovviamente c’è la versione più crudele, il dio che non vede l’ora di coglierci in qualche peccato o fallo e fulminarci nella sua ira. C’è anche la versione più carina, il dio “babbo natale” a cui piace farci regali ma che comunque deve prima verificare che non siamo sulla lista dei bimbi cattivi. La cosa comune in qualsiasi versione di quest’idea è che dio non prende azione nei nostri confronti finché noi non prendiamo azione nei suoi confronti. Lui ci ama solo dopo che noi amiamo lui. Ci benedice solo dopo che ubbidiamo ai suoi comandamenti. Ci premia solo dopo che noi dimostriamo di essere persone brave, buone e dunque meritevoli.

Quest’idea si manifesta poi in varie forme concrete e pratiche. C’è la forma religiosa: cerco di vivere come Dio vuole, attenendomi ai suoi precetti, frequentando la chiesa, pregando, facendo opere di carità e benevolenza, sempre con la speranza che Dio mi contraccambierà tutto il bene che ho fatto. Se credo di esserci riuscito, sarò propenso a diventarne orgoglioso e disprezzare, o considerare inferiori, quelli che non sono all’altezza. Dall’altra parte, se mi ritengo un fallito, o se non vedo che Dio mi tratta come penso di essere degno, sarò suscettibile alla delusione, alla depressione e persino alla rabbia. Questo contribuisce alla manifestazione irreligiosa di quest’idea, quando non voglio niente a che fare con un tale dio. O mollo la mia fede perché sono stanco di provare dopo aver fallito tante volte, o mi stufo dell’ipocrisia delle persone religiose, di coloro che “predicano bene ma razzolano male”, e non vedo la giustizia di Dio che dovrebbe punire quelli e aiutare altri che, pur essendo non credenti, sono a mio avviso brave persone. In ogni caso, sia per il religioso sia per l’irreligioso, l’idea del dio “giudice imparziale” porta conseguenze negative.

Tornando adesso alla storia di Giacobbe in Genesi 28, scopriamo come Dio si rivela in modo assolutamente opposto, in modo davvero rivoluzionario per quanto riguarda le nostre idee di lui, non come “giudice imparziale” ma piuttosto come “cacciatore divino”. Abbiamo già notato che l’episodio raccontato nel cap.27 s’impernia sul tema della caccia. Isacco chiede a suo figlio Esaù, l’esperto cacciatore, di prendergli selvaggina affinché possa benedirlo prima di morire. L’inganno di Giacobbe risulta efficace perché impersona un cacciatore. Ma quando Esaù viene a conoscenza di ciò che è successo, impiega le sue capacità da cacciatore per inseguire e uccidere Giacobbe che ormai è diventato la preda.

Mentre però Giacobbe cerca di scappare da suo fratello, la narrativa prende una svolta inaspettata e sorprendente: è Dio che appare all’improvviso lungo il suo percorso come il vero cacciatore. Accade di notte, mentre Giacobbe dorme in un luogo a lui sconosciuto ed è dunque particolarmente vulnerabile e indifeso. In un sogno, Dio si manifesta a Giacobbe in cima a una scala per la quale gli angeli salgono e scendono. Da lì la parola di Dio (sempre il mezzo principale tramite cui Dio si rivela agli esseri umani) si rivolge a Giacobbe e gli fa la stessa promessa che ha fatto ad Abraamo e Isacco:

La terra sulla quale tu stai coricato, io la darò a te e alla tua discendenza. La tua discendenza sarà come la polvere della terra … e tutte le famiglie della terra saranno benedette in te e nella tua discendenza. Io sono con te, e ti proteggerò dovunque tu andrai…

È di vitale importanza notare che alla fine Dio sottolinea il carattere incondizionato di questa promessa:

…io non ti abbandonerò prima di aver fatto quello che ti ho detto.

Questo è rafforzato dall’immagine della scala che richiama gli ziggurat, quelle enormi strutture dotate di una rampa di scale centrale costruite dai popoli antichi per giungere all’altezza delle divinità. La scala che Giacobbe vede invece funziona nel modo contrario: non è Giacobbe che deve salire per incontrare Dio, ma è Dio che scende, per mezzo della sua parola (di cui gli angeli sono raffigurati come i portatori), per incontrare Giacobbe. Il sogno di Giuseppe è letteralmente il capovolgimento degli antichi concetti pagani della deità, e anche dei nostri. Il Dio di Abraamo e di Isacco — e da ora in poi il Dio anche di Giacobbe — non è il dio “giudice imparziale” o “tiranno spietato” o “babbo natale” che aspetta che noi costruiamo una scala per raggiungere lui. Egli è il “cacciatore divino” che prende l’iniziativa, che va alla ricerca di quelli che non lo cercano, che persino vogliono scappare da lui, e che riesce a trovarci anche nei luoghi che sembrano più lontani dalla sua presenza. Ma a differenza di Esaù che insegue Giacobbe per fargli del male, Dio lo insegue per fargli del bene, per benedirlo oltre misura e oltre immaginazione.

E tutto questo non perché Giacobbe si è dimostrato degno di tali benedizioni; anzi, dalla nascita è un manipolatore, un ingannatore, un soppiantore. Davanti al dio “giudice imparziale”, Giacobbe sarebbe rifiutato e condannato. Ma davanti al Cacciatore Divino, è accolto e prezioso. Questo Dio ama Giacobbe prima che Giacobbe ami lui. Lo benedice prima che Giacobbe gli ubbidisca. Gli da promesse meravigliose prima che Giacobbe dimostri di esserne degno (cosa che in realtà non fa mai!).

3) La Preda di Dio (Genesi 28:16-22)

16 Quando Giacobbe si svegliò dal sonno, disse: «Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo!» 17 Ebbe paura e disse: «Com’è tremendo questo luogo! Questa non è altro che la casa di Dio, e questa è la porta del cielo!» 18 Giacobbe si alzò la mattina di buon’ora, prese la pietra che aveva messa come capezzale, la pose come pietra commemorativa e vi versò sopra dell’olio. 19 E chiamò quel luogo Betel; mentre prima di allora il nome della città era Luz. 20 Giacobbe fece un voto, dicendo: «Se Dio è con me, se mi protegge durante questo viaggio che sto facendo, se mi dà pane da mangiare e vesti da coprirmi, 21 e se ritorno sano e salvo alla casa di mio padre, il Signore sarà il mio Dio 22 e questa pietra, che ho eretta come monumento, sarà la casa di Dio; di tutto quello che tu mi darai, io certamente ti darò la decima».

La risposta di Giacobbe conferma tutto questo. Dopo essersi svegliato dice: “Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo!” In realtà, Giacobbe era sempre inconsapevole della presenza di Dio nella sua vita. Questa è la prima volta nella sua storia che se ne renda conto. Giacobbe non era mai un uomo di fede, evidente dal fatto che pensava di dover manipolare le persone attorno a lui e controllare le circostanze in cui si trovava per ottenere ciò che desiderava.

Tuttavia, nonostante la sua incredulità, o almeno la sua indifferenza circa la presenza di Dio nella sua vita, Dio era lì presente. Malgrado il suo “io non lo sapevo”, il Signore l’ha seguito fino a quel luogo sconosciuto. Pur fuggendo da casa sua, Giacobbe si è trovato inaspettatamente e involontariamente in “Betel”, che tradotto vuol dire “casa di Dio”. E anche se alla fine Giacobbe non risponde con una fede vera e sincera in quanto dice “il Signore sarà il mio Dio” solo se quest’ultimo adempie una serie di condizioni (se Dio è con me, se mi protegge durante questo viaggio, se mi dà pane da mangiare e vesti da coprirmi, se ritorno sano e salvo alla casa di mio padre), Dio non viene meno nel compiere tutte le sue promesse. Giacobbe è sempre stato infedele nei confronti di Dio, e lo sarà ancora, ma Dio è sempre stato, è, e sarà sempre fedele nei suoi confronti. Nonostante i falli e i peccati di Giacobbe, Dio non lo abbandonerà mai ma continuerà a inseguirlo finché non avrà adempiuto tutto quanto il suo proposito benevolo nei suoi confronti. Il Dio di Abraamo e di Isacco è risoluto a essere il Dio anche di Giacobbe, anche se Giacobbe non è ancora sicuro se lo vuole o meno. Questo è il carattere del Dio vero, del “Cacciatore Divino”.

Ma per quanto stupenda nei confronti di Giacobbe, questa rivelazione del Cacciatore Divino giunge al culmine nella persona di Gesù Cristo nei confronti del mondo intero. Nel vangelo di Giovanni capitolo 1 (che abbiamo già visto come una “seconda Genesi”), leggiamo la storia del primo incontro di Filippo e Natanaele (che diventeranno discepoli e apostoli) con Gesù in cui la scala di Giacobbe fa una nuova apparizione:

45 Filippo trovò Natanaele e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella legge e i profeti: Gesù da Nazaret, [il] figlio di Giuseppe». 46 Natanaele gli disse: «Può forse venire qualcosa di buono da Nazaret?» Filippo gli rispose: «Vieni a vedere». 47 Gesù vide Natanaele che gli veniva incontro e disse di lui: «Ecco un vero Israelita in cui non c’è falsità». 48 Natanaele gli chiese: «Da che cosa mi conosci?» Gesù gli rispose: «Prima che Filippo ti chiamasse, quando eri sotto il fico, io ti ho visto». 49 Natanaele gli rispose: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele». 50 Gesù rispose e gli disse: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto il fico, tu credi? Tu vedrai cose maggiori di queste». 51 Poi gli disse: «In verità, in verità vi dico che [da ora in poi] vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo».

Qui non è in realtà una scala che collega il cielo con la terra ma Gesù stesso. Egli è, come Giovanni dice nel 1:14, la Parola di Dio che “è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, pieno di grazia e di verità”. Gesù è la presenza di Dio che non ha aspettato che venissimo da lui ma che ci è venuta a cercare mentre eravamo come Giacobbe: inconsapevoli, indifferenti e increduli. Oppure, per usare l’immagine di Luca 15:3-6, Gesù è il buon pastore che, smarrita una delle sue pecore, lascia le altre novantanove e “va dietro a quella perduta finché non la ritrova”. Gesù è “l’amico dei peccatori” (Luca 7:34) che invita gli indegni a casa sua per mangiare e bere a tavola con lui. Gesù è il grande medico che viene non per i sani ma per i malati (Luca 5:31-32). E soprattutto, Gesù è l’amore di Dio che pagherà qualsiasi prezzo per riacquistarci, che infatti ha pagato il prezzo più caro, spargendo il suo sangue e sacrificando la sua vita sulla croce per salvarci. Così afferma 1 Giovanni 4:10:

In questo è l’amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma che egli ha amato noi, e ha mandato suo Figlio per essere il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati.

Quanto cambierà la nostra vita se noi veramente afferriamo questo “amore cacciatore” di Dio in Cristo! Quanto coraggio avremo quando finalmente comprendiamo con tutto il cuore che Dio non smetterà di inseguirci con la sua grazia finché non sperimentiamo la pienezza delle sue benedizioni. Quanta speranza ci darà la certezza che Dio è per noi, che sta sempre dalla nostra parte, che rimane fedele a noi anche quando noi ci dimostriamo infedeli a lui. E quanto sarà grande la libertà di vivere nella conoscenza che, come Paolo dichiara in Romani 8:32-34:

Colui che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per noi tutti, non ci donerà forse anche tutte le cose con lui? Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio è colui che li giustifica. Chi li condannerà? Cristo Gesùè colui che è morto e, ancor più, è risuscitato, è alla destra di Dio e anche intercede per noi.

Che Dio ci conceda tutti la grazia in Cristo di poter credere veramente tutto questo e di vivere nella forza che viene dal sapere che ovunque ci troviamo — persino in un luogo sconosciuto scappando da uno che ci vuole uccidere — siamo sempre nelle mani e nella presenza del Cacciatore Divino che non ci abbandonerà prima di aver adempiuto tutte le sue promesse al nostro riguardo. Amen.

Luca 5: Otri Nuovi Per Vino Nuovo

1) Otri Nuovi Per Vino Nuovo (5:33-39)

33 Essi gli dissero: «I discepoli di Giovanni digiunano spesso e pregano, così pure quelli dei farisei; i tuoi invece mangiano e bevono». 34 Gesù disse loro: «Potete far digiunare gli amici dello sposo, mentre lo sposo è con loro? 35 Ma verranno i giorni in cui lo sposo sarà loro tolto; allora, in quei giorni, digiuneranno». 36 Disse loro anche una parabola: «Nessuno strappa un pezzo da un vestito nuovo per metterlo a un vestito vecchio, altrimenti strappa il nuovo e il pezzo tolto dal nuovo non si adatta al vecchio. 37 Nessuno mette vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino nuovo fa scoppiare gli otri e si spande, e gli otri vanno perduti. 38 Ma il vino nuovo va messo in otri nuovi [e l’uno e gli altri si conservano]. 39 {E} nessuno, che abbia bevuto vino vecchio, ne desidera [subito] del nuovo, perché dice: “Il vecchio è buono”».

Il quinto capitolo del vangelo di Luca spiega perché comprendere e testimoniare Cristo risulta difficile. Spesso ci scoraggiamo quando i nostri sforzi di far capire il vangelo sembrano inutili, o quando veniamo presi in giro per la nostra fede “irrazionale”, oppure anche quando noi stessi c’imbattiamo in dubbi o difficoltà nel credere. Senza sminuire queste problematiche, Luca 5 ci fornisce un’ottica nuova attraverso la quale possiamo vederle per poterle superare.

Cominciamo con la parabola del vino nuovo che Gesù racconta alla fine del capitolo. Il contesto della parabola è questa: alcuni farisei e scribi (gli stessi che criticano Gesù per aver mangiato con i pubblicani e i peccatori, che vedremo tra poco) chiedono perché Gesù non fa digiunare i suoi discepoli come altri religiosi. Gesù risponde con due parabole, entrambe con lo stesso significato: non si può riparare un vestito vecchio con un pezzo da un vestito nuovo, proprio come non si possono usare otri vecchi per contenere vino nuovo. Che cosa vuol dire?

Notiamo prima come Gesù risponde ai suoi critici prima con una domanda sua: “Potete far digiunare gli amici dello sposo mentre lo sposo è con loro?” Qui Gesù usa una metafora, radicata nell’Antico Testamento, per descrivere se stesso: egli è lo sposo, e i suoi discepoli sono gli amici dello sposo, ed è l’ora del banchetto delle nozze per cui non c’è bisogno di digiunare! Nell’Antico Testamento (come nel Nuovo), Dio parla dell’adempimento delle sue promesse a favore del suo popolo in termini di un matrimono. È facile capire perché. Il giorno del matrimonio è uno dei più felici che ci possano essere, quando si compie la molto attesa unione tra un uomo e una donna. Così Dio aveva promesso di unirsi al suo popolo in modo irrevocabile, salvandolo dai suoi peccati e eliminando tutte le cose che interferiscono con la sua felicità eterna (come il male e la morte).

Usando questa metafora, Gesù dice che il giorno delle nozze — del compimento delle promesse di Dio — è finalmente arrivato con la sua venuta. Dice che la sua venuta ha creato una realtà talmente nuova e radicale che non si può comprendere secondo i vecchi schemi. Questo è il significato delle parabole. Come si usava all’epoca, si faceva fermentare il vino in otri di peli animali. Man mano che il vino s’invecchiava, così l’otre si allargava a causa dei gas emessi. Una volta usato, l’otre non poteva essere usato per far fermentare altro vino nuovo, essendo già giunto al limite della sua elasticità. Se si riempiva un otre vecchio di vino nuovo, l’otre scoppiava e rovinava sia l’otre che il vino nuovo.

Analogamente, Gesù dice, ogni tentativo per capire lui e il significato della sua venuta secondo gli schemi già esistenti — siano mentali, culturali, religiosi, politici, razionali, ecc. — è destinato a fallire. Il vangelo di Gesù, cioè il vino nuovo, non può essere contenuto o spiegato o compreso da quello che il mondo conosce o capisce. Il vangelo fa scoppiare ogni idea o filosofia o religione o politica o usanza o scienza che il mondo può concepire. Ecco perché, secondo Gesù, è talmente difficile comprenderlo o crederlo o testimoniarlo: non si adegua a ciò che noi pretendiamo che sia ma pretende che ci adeguiamo noi a esso.

2) Amico dei Peccatori (5:27-32)

27 Dopo queste cose, egli uscì e notò un pubblicano, di nome Levi, che sedeva al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». 28 Ed egli, lasciata ogni cosa, si alzò e si mise a seguirlo. 29 Levi gli preparò un grande banchetto in casa sua; e una gran folla di pubblicani e di altre persone erano a tavola con loro. 30 I farisei e i loro scribi mormoravano contro i suoi discepoli, dicendo: «Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?» 31 Gesù rispose loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, bensì i malati. 32 Io non sono venuto a chiamare dei giusti, ma dei peccatori a ravvedimento».

Se leggiamo Luca 5 a ritroso, troviamo una serie di episodi che illustrano “il vino nuovo” di Gesù. Abbiamo già notato che è stata la domanda dei farisei e degli scribi a creare l’occasione per la parabola del vino nuovo. Se leggiamo dal v.27, scopriamo che la loro domanda segue la risposta di Gesù alla loro critica: “Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?” Gesù infatti mangiava a casa di Levi, il pubblicano che poi sarebbe diventato il discepolo che conosciamo meglio come Matteo. Evidentemente la compagnia che Gesù teneva attorno al tavolo ha scandalizzato i farisei e gli scribi. Tutti sapevano che rompere pane insieme a persone come pubblicani ed altri peccatori significava accettarle e amarle, mentre i farisei e altri “religiosi bravi” consideravano tali persone da condannare. Uno come Gesù che rivendicava il diritto di rappresentare e parlare da parte di Dio non poteva certamente accogliere peccatori come questi!

Tuttavia, sono proprio queste persone — tutte le persone sbagliate — per cui Gesù dice di essere venuto. Infatti, come Gesù asserisce, sono i peccatori, non i “giusti” ad aver bisogno di lui, come i malati e non i sani hanno bisogno del medico. Il punto, e ciò che “fa scoppiare l’otre vecchio”, è la natura scandolosa della grazia che Gesà mostra mangiando con i pubblicani e i peccatori. Questa grazia è scandalosa prima perché se Gesù dice di essere venuto per noi, vuol dire che siamo dei peccatori e non dei giusti che ci piace pensare! Questa grazia è ancora più scandalosa quando comprendiamo come le azioni di Gesù rivelano che nessuno può meritarsi il favore di Dio. È necessario sempre ribadire questo concetto perché, per quanto familiare, è in realtà totalmente estraneo alle nostre esperienze. Per quanto facile dire: “è tutto per grazia”, è difficile accettarla. Non riusciamo ad accettare che non possiamo guadagnare la grazia, che non possiamo dimostrarci degno del favore di Dio, che, nei momenti quando scorgiamo l’orrenda depravazione dei nostri cuori, è allora che Dio afferma il suo grande amore per noi. Accettare la grazia è umiliante, ed essa fa scoppiare il vecchio otre del nostro orgoglio. Ecco perché è così difficile comprenderla e farla comprendere.

3) Autorità di Perdonare (5:17-26)

17 Un giorno Gesù stava insegnando, e c’erano là seduti dei farisei e dei dottori della legge, venuti da tutti i villaggi della Galilea, della Giudea e da Gerusalemme; e la potenza del Signore era con lui per compiere guarigioni. 18 Ed ecco degli uomini che portavano sopra un letto un uomo che era paralizzato, e cercavano di farlo entrare e di metterlo davanti a lui. 19 Non trovando modo d’introdurlo a causa della folla, salirono sul tetto e, fatta un’apertura fra le tegole, lo calarono giù con il lettuccio, lì nel mezzo, davanti a Gesù. 20 Ed egli, veduta la loro fede, disse [a lui]: «Uomo, i tuoi peccati ti sono perdonati». 21 Allora gli scribi e i farisei cominciarono a ragionare, dicendo: «Chi è costui che pronuncia bestemmie? Chi può perdonare i peccati se non Dio solo?» 22 Ma Gesù, conosciuti i loro pensieri, disse loro: «Di cosa ragionate nei vostri cuori? 23 Che cosa è più facile, dire: “I tuoi peccati ti sono perdonati” oppure dire: “Àlzati e cammina”? 24 Ora, affinché sappiate che il Figlio dell’uomo ha sulla terra il potere di perdonare i peccati, io ti dico», disse all’uomo paralizzato, «àlzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua». 25 E subito egli si alzò in loro presenza, prese ciò su cui giaceva e se ne andò a casa sua, glorificando Dio. 26 Tutti furono presi da stupore e glorificavano Dio; e, pieni di spavento, dicevano: «Oggi abbiamo visto cose straordinarie».

Andando ancora indietro nel capitolo, questo tema si sviluppa di più. La storia è famosa: alcuni uomini fanno un’apertura nel tetto della casa in cui Gesù è circondato da una grande folla per poter mettergli davanti il loro amico paralizzato. Scioccante però è quando Gesù, vedendo l’uomo e la sua infermità, prima non dice “Àlzati e cammina” ma “i tuoi peccati ti sono perdonati”. Ma come si può permettere Gesù di dire qualcosa del genere? È ovvio che l’uomo ha una grave condizione e ha bisogno di essere guarito. In più, come può Gesù pretendere di perdonare i suoi peccati? Come ragionano giustamente gli scribi e i farsei, “Chi può perdonare i peccati se non Dio solo?”. Dirlo è veramente una bestemmia se lo dice un mero mortale!

Ma Gesù non è un mero mortale, e sa benissimo ciò che sta rivendicando. Quando dice di avere il potere di perdonare i peccati, dice di essere uguale a Dio! Ma in più, Gesù pretende di saper meglio di qualsiasi altro la vera malattia di quest’uomo. Anche se vero che Gesù lo guarisce fisicamente, questo serve come segno della sua guarigione spirituale, la guarigione dal peccato. Il mondo diagnostica i suoi problemi in tutti i modi tranne che questo: il peccato. Prova a dire a qualcuno di oggi che il suo problema principale, il problema dal quale provengono tutti i suoi altri problemi e persino tutti i problemi del mondo, è il peccato, e probabilmente ti riderà in faccia. L’idea che il peccato è il nostro problema più grande e che, di conseguenza, il nostro bisogno più grande è di essere perdonati e riconciliati con Dio, è totalmente estranea al mondo in cui viviamo. Eppure questo è esattamente ciò che il vangelo di Gesù Cristo dichiara, il vino nuovo che fa scoppiare il vecchio otre. Se rifiutiamo di accettare la diagnosi di Gesù, rifiuteremo anche il rimedio che lui ci offre, il rimedio del suo perdono ottenuto per noi attraverso la sua morte in croce. Ancora una volta: questo è perché è talmente difficile comprendere e far comprendere il vangelo di Gesù Cristo.

4) Santità Contagiosa (5:12-16)

12 Mentre egli si trovava in una di quelle città, ecco un uomo tutto coperto di lebbra, il quale, veduto Gesù, si gettò con la faccia a terra e lo pregò, dicendo: «Signore, se vuoi, tu puoi purificarmi». 13 Ed egli, stesa la mano, lo toccò, dicendo: «Lo voglio, sii purificato». E subito la lebbra sparì da lui. 14 Poi Gesù gli comandò di non dirlo a nessuno. «Ma va’», gli disse, «mòstrati al sacerdote e offri per la tua purificazione ciò che Mosè ha prescritto; e ciò serva loro di testimonianza». 15 Però la fama di lui si spandeva sempre più; e grandi folle si radunavano per udirlo ed essere [da lui] guarite dalle loro infermità. 16 Ma egli si ritirava nei luoghi deserti e pregava.

Prima di guarire l’uomo paralizzato, Gesù guarisce un lebbroso in un modo che di nuovo fa scoppiare il vecchio otre. È praticamente una legge universale che la malattia, e non la salute, che contagia. La lebbre è un esempio lampante. All’epoca di Gesù, i lebbroso dovevano rimanere isolati lontani da tutte le altre persone, talmente contagiosa era la loro malattia. Ma qui vediamo Gesù che non mantiene le solite distanze ma si avvicina al lebbroso e non solo: lo tocca con le mani. Sorprendentemente, è la salute di Gesù che “infetta” il lebbroso e non vice versa. Mai successa una cosa simile! Ma nel contesto di Luca 5, sappiamo che sta succedendo qualcosa di più. Non è solo la salute di Gesù, ma la sua santità che è contagiosa. Questo è perché Gesù può stare insieme con, e anche toccare, gli impuri senza rendersi impuro. Nella presenza di Gesù, i lebbrosi vengono purificati, come anche i peccatori vengono non solo perdonati, ma anche santificati e trasformati a sua immagine.

Ecco però l’offesa. Nessuno di noi è in grado di fare questo; solo Gesù lo è. Nessuno di noi può salvare qualcuno altro. Gesù è l’unico Salvatore del mondo. Solo Gesù con la sua morte ha potuto togliere i peccati del mondo. Solo Gesù con la sua risurrezione ha potuto vincere la morte e uscire dalla tomba come la primizia della nuova creazione. Nessun altro in tutta la storia del mondo ha mai fatto e non farai mai ciò che Gesù ha fatto. Per questo Gesù e Gesù solo è il Salvatore, la Via, la Verità, e la Vita, l’unico nome sotto il cielo per mezzo del quale noi possiamo essere salvati. Tutto questo è illustrato nella guarigione del lebbroso, perché solo Gesù ha la “santità contagiosa”.

5) Pescatori di Uomini (5:1-11)

5:1 Mentre egli stava in piedi sulla riva del lago di Gennesaret e la folla si stringeva intorno a lui per udire la parola di Dio, Gesù vide due barche ferme a riva: da esse i pescatori erano smontati e lavavano le reti. Montato su una di quelle barche, che era di Simone, lo pregò di scostarsi un poco da terra; poi, sedutosi sulla barca, insegnava alla folla. Com’ebbe terminato di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo, e gettate le vostre reti per pescare». Simone [gli] rispose: «Maestro, tutta la notte ci siamo affaticati e non abbiamo preso nulla; però, secondo la tua parola, getterò le reti». E, fatto così, presero una tal quantità di pesci, che le loro reti si rompevano. Allora fecero segno ai loro compagni dell’altra barca di venire ad aiutarli. Quelli vennero e riempirono tutte e due le barche, tanto che affondavano. Simon Pietro, veduto ciò, si gettò ai piedi di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Perché spavento aveva colto lui e tutti quelli che erano con lui, per la quantità di pesci che avevano presi, 10 e così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone. Allora Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». 11 Ed essi, tratte le barche a terra, lasciarono ogni cosa e lo seguirono.

Questo ci porta, infine, all’inizio del capitolo 5 dove tutto questo diventa molto personale. Luca narra la chiamata dei discepoli, ma la narra in modo particolare. Mentre Matteo e Marco evidenziano l’immediata risposta da parte dei discepoli alla chiamata di Gesù, Luca pone l’enfasi sull’efficacia della chiamata stessa di creare in loro questa risposta. Dopo aver pescato per una notte intera senza prendere niente, Simon Pietro e gli altri con lui (come Giacomo e Giovanni) sono stanchi e scoraggiati. Arriva Gesù, e gli dice di provare a gettare le reti nel mare ancora una volta. Ora, qualcuno ha definito la follia in questo modo: “fare sempre le stesse cose aspettandosi risultati diversi”. Secondo questa definizione, l’ordine di Gesù sarebbe infatti folle, se non per il fatto che sia stato Gesù a darlo. Pur avendo dei dubbi forti, Pietro e gli altri fanno come Gesù ha comandato, e prendono “una tal quantità di pesci che le loro reti si rompevano”. A questo punto nella narrativa, Gesù li chiama a seguirlo, promettendo di farli diventare “pescatori di uomini”.

Il punto è duplice. Spesso gli insegnamenti di Gesù, come quelli di tutta la Bibbia, sembrano folli. Il modo per diventare più grande è diventare più umile? Sono gli ultimi che saranno i primi nel regno di Dio? Sono benedetti i poveri di spirito? La vita si ottiene quando la perdiamo in Cristo? Possiamo trovare noi stessi solo quando rinunciamo a noi stessi e prendere la croce per seguire Gesù? Agli occhi del mondo, tutto ciò non ha molto senso; appare in realtà pazzia e scandalo. Ma questo è il vino nuovo che fa scoppiare gli otri vecchi. Nonostante la follia e lo scandalo del vangelo di Cristo, esso è la sapienza e la potenza di Dio di salvarci.

Secondo, l’efficiaca di questi insegnamenti sta proprio nella persona che ci li ha dati. Possiamo pescare tutta la notte e non prendere niente. Ma quando Gesù ci dice di gettare le nostre reti di nuovo nel mare, la quantità di pesci che prendiamo sarà oltre misura. La cosa più saggia è sempre fare ciò che Gesù dice, di accettare pienamente la sua parola senza esitazione o dubbio, anche se a volte ci sembra strano, pazzo o scandaloso. Questo non avviene grazie alle nostre capacità, ma solo grazie alla grazia di Dio.

Allora, perché aspettare ancora? Mettiamo subito in pratica tutto quello che la parola di Dio ci dice. Sicuramente farà scoppiare i nostri “vecchi otri”, ma quando assaggiamo il vino nuovo che l’otre nuovo contiene, non rimpiangeremo mai la nostra scelta.

La Storia della Chiesa in un Anno: Karl Barth e l’Unica Parola di Dio (47/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: Karl Barth e l’Unica Parola di Dio (47/52)

Gesù Cristo è lui stesso questa elezione gratuita di Dio e di conseguenza, la Parola e la decisione divine, l’origine e l’inizio inglobanti in maniera assolutamente esaustiva tutte le altre parole, decisioni, inizi particolari (Karl Barth, La Dottrina dell’Elezione Divina, 305-306).

Nato a Basilea nel 1886, il teologo svizzero Karl Barth rivoluzionò il mondo del XX secolo. Dopo essersi imbevuto della teologia del protestantesimo liberale, Barth venne a rifiutarla quando, come pastore a Safenwil in Svizzera, scoprì che essa non era in grado di rispondere alle problematiche delle persone nella sua chiesa. Avevano bisogno di udire la parola del Dio vero e vivente, non la voce proveniente dai propri cuori.

Quest’epifania portò Barth a mettere l’accento sull’assoluta obiettività della parola di Dio che fa irruzione nella storia e stravolge ogni pensiero, ogni progetto e ogni sistema umano. In particolare, Barth insistette (come avrebbe poi scritto nella Dichiarazione di Barmen) che “Gesù Cristo, cosi come ci viene attestato nella Sacra Scrittura, è l’unica parola di Dio. Ad essa dobbiamo prestare ascolto; in essa dobbiamo confidare e ad essa dobbiamo obbedire in vita ed in morte.”

Durante la sua lunga carriera come professore di teologia presso le università di Münster (1925-1930), Bonn (1930-1935), e Basilea (1935-1962), e poi fino alla sua morte nel 1968, Barth lavorò instancabilmente per applicare questa convinzione a ogni aspetto del pensiero e della vita cristiani. Frutto di circa trent’anni di fatica fu la monumentale ma incompiuta Dogmatica Ecclesiale, un’opera di oltre otto mille pagine suddivise in tredici volumi. Qui Barth espose una visione della fede cristiana incessantemente concentrata sulla persona e sull’opera di Gesù Cristo. Tra i suoi contributi inestimabili si ricordano in particolare i seguenti:

La dottrina della predestinazione (l’elezione): Barth ridimensionò la dottrina, da sempre intensamente dibattuta, della predestinazione in chiave cristologica: Gesù Cristo è sia il Dio che elegge sia l’uomo eletto. Siamo eletti solo perché siamo tali in Cristo che è l’unico vero Eletto di Dio, come siamo figli di Dio solo perché siamo adottati in Gesù l’unico vero Figlio di Dio (Efesini 1:4-5). Così, la dottrina della predestinazione non diventa il “Sì” di Dio ad alcuni e il suo “No” agli altri, ma solo il suo “Sì” a tutti (2 Corinzi 1:18-20). L’elezione è in realtà una persona: Gesù Cristo.

La dottrina della rivelazione: Basandosi sulla verità che Gesù è l’unica via, verità e vita (Giovanni 14:6), Barth negò la possibilità di conoscere Dio se non solo come si rivela in Cristo. L’essere umano non può conoscere Dio tramite le sue capacità ma solo in quanto Dio si fa conoscere per mezzo di Gesù (Giovanni 1:18).

La dottrina delle sacre Scritture: L’enfasi di Barth su Cristo quale unica Parola di Dio influì sulla dottrina delle sacre Scritture. Se Cristo è l’unica vera Parola di Dio, le Scritture lo sono solo in senso secondario, in quante esse rendono testimonianza di lui (Giovanni 5:39). Lungi però dal diminuire l’importanza della Bibbia, Barth l’aumentò, considerandola così non un libro qualsiasi la cui efficacia dipende dalla sua interpretazione, ma come lo strumento per mezzo del quale Gesù Cristo ci incontra e ci parla personalmente.

Genesi 21:1-8: La Divina Commedia

1) Dio Mi Ha Dato di che Ridere (21:1-8)

21:1 Il Signore visitò Sara come aveva detto; e il Signore fece a Sara come aveva annunciato. Sara concepì e partorì un figlio ad Abraamo, quando egli era vecchio, al tempo che Dio gli aveva fissato. Abraamo chiamò Isacco il figlio che gli era nato, che Sara gli aveva partorito. Abraamo circoncise suo figlio Isacco all’età di otto giorni, come Dio gli aveva comandato. Abraamo aveva cent’anni quando gli nacque suo figlio Isacco. Sara disse: «Dio mi ha dato di che ridere; chiunque l’udrà riderà con me». E aggiunse: «Chi avrebbe mai detto ad Abraamo che Sara avrebbe allattato figli? Eppure io gli ho partorito un figlio nella sua vecchiaia». Il bambino dunque crebbe e fu divezzato. Nel giorno che Isacco fu divezzato, Abraamo fece un grande banchetto.

Spesso si dice che Dio ha un senso di umorismo, ed è anche vero. Per quanto seria, la Bibbia narra una storia comica che fa ridere, e lo fa deliberatamente. Per certi versi, il vangelo è una commedia, la commedia di Dio prima che ci fosse la “Divina Commedia” di Dante! Possiamo infatti intendere le parole di Paolo in 1 Corinzi 1 in questo modo:

18 Poiché la predicazione della croce è pazzia per quelli che periscono, ma per noi, che veniamo salvati, è la potenza di Dio;… 26 Infatti, fratelli, guardate la vostra vocazione; non ci sono tra di voi molti sapienti secondo la carne, né molti potenti, né molti nobili; 27 ma Dio ha scelto le cose pazze del mondo per svergognare i sapienti; Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti; 28 Dio ha scelto le cose ignobili del mondo e le cose disprezzate, anzi le cose che non sono, per ridurre al niente le cose che sono, 29 perché nessuno si vanti di fronte a Dio.

Sintomatico della nostra condizione peccaminosa è prenderci troppo seriamente. Ci prendiamo troppo seriamente quando pensiamo di poter controllare le situazioni e i risultati della nostra vita, quando pensiamo di essere in qualche modo più bravi di altri, quando pensiamo di essere indispensabili al buon funzionamento del mondo. Troviamo un esempio in Genesi 11:4-5 quando gli esseri umani dopo il diluvio dicono:

«Venite, costruiamoci una città e una torre la cui cima giunga fino al cielo; acquistiamoci fama, affinché non siamo dispersi sulla faccia di tutta la terra». Il Signore discese per vedere la città e la torre che i figli degli uomini costruivano.

L’ironia di questo scenario è divertente. Gli esseri umani credono di poter costruire “una torre la cui cima giunga fino al cielo”, ma Dio deve “discendere per vedere la città e la torre che i figli degli uomini costruivano”. Ovviamente Dio non deve letteralmente discendere per vedere la torre. Ma il testo usa questa frase retoricamente per ridicolizzare le arroganti pretese di queste persone: esse si reputano dei grandi, ma in realtà sono talmente piccoli e irrilevanti che quasi Dio non riesce a vederli dal cielo! Simile è Salmo 2:1-4:

Perché questo tumulto fra le nazioni, e perché meditano i popoli cose vane? I re della terra si danno convegno e i prìncipi congiurano insieme contro il Signore e contro il suo Unto, dicendo: «Spezziamo i loro legami e liberiamoci dalle loro catene». Colui che siede nei cieli ne riderà; il Signore si farà beffe di loro.

Questa è la “santa derisione” del Signore nei confronti di chi si ritene capace, nella sua folle arroganza, di opporsi a Dio e al suo volere. Fra i suoi altri effetti, il peccato ci rende stupidi, ed è grazia di Dio che ce lo fa sapere beffandosi della nostra assurdità!

Una caratteristica di coloro che conoscono per esperienza la grazia di Dio è appunto un senso di umorismo soprattutto verso se stessi, una certa “leggerezza di essere” che difficilmente si offende, che ride dei propri errori, che riesce a perdonarsi. Buon esempio di questo è il re Davide che risponde a sua moglie quando lei lo disprezza per aver ballato davanti a tutti come “un uomo da nulla”:

«L’ho fatto davanti al Signore che mi ha scelto invece di tuo padre e di tutta la sua casa per stabilirmi principe d’Israele, del popolo del Signore; sì, davanti al Signore ho fatto festa. 22 Anzi mi abbasserò anche più di così e mi renderò umile ai miei occhi; ma da quelle serve di cui parli, proprio da loro, sarò onorato!» (2 Samuele 6:20-22)

Tutto ciò serve per aiutarci a capire il testo di oggi tratto dal libro di Genesi, nel 21:1-8, che narra la nascita di Isacco, figlio di Abraamo e Sara. Prima di commentarlo, diamo un’occhiata ai due brani precedenti che prevedono questa nascita miracolosa:

17:1 Quando Abramo ebbe novantanove anni, il Signore gli apparve e gli disse: «Io sono il Dio onnipotente; cammina alla mia presenza e sii integro; e io stabilirò il mio patto fra me e te e ti moltiplicherò grandemente». Allora Abramo si prostrò con la faccia a terra e Dio gli parlò, dicendo: «Quanto a me, ecco il patto che faccio con te: tu diventerai padre di una moltitudine di nazioni; non sarai più chiamato Abramo, ma il tuo nome sarà Abraamo, poiché io ti costituisco padre di una moltitudine di nazioni. Ti farò moltiplicare grandemente, ti farò divenire nazioni e da te usciranno dei re. Stabilirò il mio patto fra me e te e i tuoi discendenti dopo di te, di generazione in generazione; sarà un patto eterno per il quale io sarò il Dio tuo e della tua discendenza dopo di te. A te e alla tua discendenza dopo di te darò il paese dove abiti come straniero: tutto il paese di Canaan, in possesso perenne; e sarò loro Dio»….

15 Dio disse ad Abraamo: «Quanto a Sarai tua moglie, non la chiamare più Sarai; il suo nome sarà, invece, Sara. 16 Io la benedirò e da lei ti darò anche un figlio; la benedirò e diventerà nazioni; re di popoli usciranno da lei». 17 Allora Abraamo si prostrò con la faccia a terra, rise, e disse in cuor suo: «Nascerà un figlio a un uomo di cent’anni? E Sara partorirà ora che ha novant’anni?» 18 Abraamo disse a Dio: «Oh, possa almeno Ismaele vivere davanti a te!» 19 Dio rispose: «No, Sara, tua moglie, ti partorirà un figlio e tu gli porrai nome Isacco. Io stabilirò il mio patto con lui, un patto eterno per la sua discendenza dopo di lui. 20 Quanto a Ismaele, io ti ho esaudito. Ecco, io l’ho benedetto e farò in modo che si moltiplichi e si accresca straordinariamente. Egli genererà dodici prìncipi e io farò di lui una grande nazione. 21 Ma stabilirò il mio patto con Isacco, che Sara ti partorirà in questa stagione il prossimo anno».

18:9 Poi essi gli dissero: «Dov’è Sara, tua moglie?» Ed egli rispose: «È là nella tenda». 10 E l’altro: «Tornerò certamente da te fra un anno; allora Sara, tua moglie, avrà un figlio». Sara intanto stava ad ascoltare all’ingresso della tenda, che era dietro di lui. 11 Abraamo e Sara erano vecchi, ben avanti negli anni, e Sara non aveva più i corsi ordinari delle donne. 12 Sara rise dentro di sé, dicendo: «Vecchia come sono, dovrei avere tali piaceri? Anche il mio signore è vecchio!» 13 Il Signore disse ad Abraamo: «Perché mai ha riso Sara, dicendo: “Partorirei io per davvero, vecchia come sono?” 14 Vi è forse qualcosa che sia troppo difficile per il Signore? Al tempo fissato, l’anno prossimo, tornerò e Sara avrà un figlio». 15 Allora Sara negò, dicendo: «Non ho riso»; perché ebbe paura. Ma egli disse: «Invece hai riso!»

Notiamo due punti importanti. Il primo è che Abraamo e la sua famiglia sono centrali al compimento del piano di Dio per la salvezza del mondo. Dopo Genesi 3, la promessa di Dio per rimediare al peccato e alle conseguenti maledizione e morte è la nascita del Salvatore dal lignaggio di Eva. Questo lignaggio ora si concentra nella famiglia di Abraamo per mezzo della quale Dio porterà benedizione, al posto della maledizione, a “tutte le famiglie della terra” (12:3). Non è esagerato dire che a questo punto nella storia, tutte le speranze del mondo dipendono da Abraamo e la sua discendenza.

Il secondo punto, però, introduce un problema apparentemente insormontabile. La moglie di Abraamo, Sara, è sterile, e anche se non lo fosse, ormai non sarebbe più in grado di fare figli avendo circa 90 anni. Abraamo, da parte sua, ne ha circa 100, perciò non sembra che ci siano più speranze. Un figlio, Ismaele, è nato ad Abraamo tramite Hagar, la serva di Sara, ma la promessa di Dio è stata esplicita: è il figlio di Abraamo nato da Sara che sarà portatore della benedizione. Il problema, dunque, è ovvio. Tutte le speranze del mondo dipendono dalla nascita di un figlio ad Abraamo e Sara, ma orma non ci sono più speranze che a loro possa nascere un figlio.

Tuttavia, tutto ciò ci prepara solo per la battuta finale, quando il senso di umorismo di Dio — che abbatte ogni presunzione umana — sarà rivelato. Esattamente come Dio ha promesso, Sara concepisce e partorisce un figlio. Non gli sfugge la battuta: come Sara esclama, “Dio mi ha dato di che ridere; chiunque l’udrà riderà con me…. Chi avrebbe mai detto ad Abraamo che Sara avrebbe allattato figlio? Eppure gli ho partorito un figlio nella sua vecchiaia”! (21:6-7). Chi infatti gli avrebbe mai detto, se non solo Dio la cui parola risulta sempre efficace? Così chiamano il bambino Isacco che significa appunto “ridere”.

Che sia una battuta voluta da Dio e non uno scherzo casuale è chiaro da quanto scritto al v.2: “Sara concepì e partorì un figlio ad Abraamo, quando egli era vecchio, al tempo che Dio gli aveva fissato”. Quest’ultima frase è la chiave: il bambino nato “al tempo che Dio aveva fissato”. È Dio che ha voluto che Isacco nascesse quando, umanamente parlando, non c’erano più speranze che nascesse. È Dio che l’ha dato ad Abraamo e a Sara solo quando per loro era fisicamente e biologicamente impossibile fare un figlio.

Mentre tutto il resto del mondo, esemplificato dalla torre di Babele, si credeva capace di costruire una torre fino al cielo e così acquistarsi fama, Dio fa vedere attraverso la nascita impossibile di Isacco che, come dice l’Ecclesiaste 1:14: “Io ho visto tutto ciò che si fa sotto il sole, ed ecco, tutto è vanità, è un correre dietro al vento.” La nascita di Isacco, giustamente chiamato “ridere”, è il grande scherzo di Dio contro le presunte forze e capacità umane. Nel portare così al mondo il figlio il cui lignaggio avrebbe compiuto il piano della salvezza al mondo, Dio mostra di essere l’unico in grado di salvare gli esseri umani. Ridicolizzando ogni speranza che si fonda sulle capacità umane, Dio si rivela l’unica vera speranza del mondo.

In realtà, non è proprio corretto dire che la nascita di Isacco è stata la battuta finale nella storia del mondo. L’ultima frase di Sara anticipa ciò che il profeta Isaia avrebbe detto secoli dopo:

Chi ha creduto a quello che abbiamo annunciato? A chi è stato rivelato il braccio del SignoreEgli è cresciuto davanti a lui come una pianticella, come una radice che esce da un arido suolo; non aveva forma né bellezza da attirare i nostri sguardi, né aspetto tale da piacerci. Disprezzato e abbandonato dagli uomini, uomo di dolore, familiare con la sofferenza, pari a colui davanti al quale ciascuno si nasconde la faccia, era spregiato, e noi non ne facemmo stima alcuna. Tuttavia erano le nostre malattie che egli portava, erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato; ma noi lo ritenevamo colpito, percosso da Dio e umiliato! Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni, stroncato a causa delle nostre iniquità; il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui e mediante le sue lividure noi siamo stati guariti. (Isaia 53:1-5)

Chi infatti avrebbe mai immaginato che il Salvatore del mondo sarebbe stato un povero falegname crocifisso dai romani come un criminale qualsiasi? Eppure è stato proprio così. Come Dio ha scelto di mantenere la sua promessa di un figlio ad Abraamo e Sara attraverso la pazzia e lo scandalo di un grembo sterile e vecchio, così ha scelto di mantenere la sua promessa di salvezza al mondo attraverso la pazzia e lo scandalo della croce.

E così anche noi facciamo parte di questa divina commedia! Nel brano citato all’inizio da 1 Corinzi 1, Paolo ci esorta:

26 Infatti, fratelli, guardate la vostra vocazione; non ci sono tra di voi molti sapienti secondo la carne, né molti potenti, né molti nobili; 27 ma Dio ha scelto le cose pazze del mondo per svergognare i sapienti; Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti; 28 Dio ha scelto le cose ignobili del mondo e le cose disprezzate, anzi le cose che non sono, per ridurre al niente le cose che sono, 29 perché nessuno si vanti di fronte a Dio.

Quando penso a me stesso, sapendo troppo bene i miei difetti, mi fa ridere il fatto che Dio mi abbia amato così tanto che è morto sulla croce per me in Cristo! Un tale amore è incomprensibile; lo chiamerei anche ridicolo in quanto ne sono totalmente indegno! Eppure, questa è la battuta, che Dio ha voluto salvare me (e anche te), uno scemo peccatore, tramite la pazzia e lo scandalo della croce. Ci potrebbe essere qualcosa di più buffo?

In pratica, questo dovrebbe creare in noi quell’atteggiamento di cui abbiamo parlato prima. Non dovrei offendermi se qualcuno mi prende in giro visto quanto, per così dire, sono stato preso in giro dall’amore di Dio! Non dovrei abbattermi quando il diavolo mi sussura nell’orecchio e nel cuore delle accuse dei miei peccati. Dovrei invece rispondere come ha consigliato Martin Lutero: “Quando il diavolo ti rinfaccia i tuoi peccati e ti dichiara che ti meriti la morte e l’inferno, digli questo: ‘Ammetto di meritarmi la morte e l’inferno, ma che me ne importa? Poiché conosco Colui che ha sofferto e ha fatto espiazione al mio posto. Lui si chiama Gesù Cristo, Figlio di Dio, e laddove egli è, ci sarò anche io!” Infine, questo dovrebbe riempirci di franchezza e di coraggio nel predicare il vangelo. Se, come Paolo dice in 1 Corinzi 1, Dio ha scelto le cose pazze, le cose deboli, le cose ignobili e le cose disprezzate per essere i suoi testimoni, non dobbiamo vergognarci a essere chiamati così! A noi basta essere amati, giustificati e santificati da Dio in Cristo. Se ci capita di essere presi in giro per il nome di Cristo, allora ridiamo!

Matteo 23: La Bontà e la Severità di Dio

1) La Severità di Dio nella sua Bontà (23:1)

Allora Gesù parlò alla folla e ai suoi discepoli…

Il capitolo 23 del vangelo di Matteo ci invita a seguire l’esortazione di Paolo in Romani 11:22 “Considera dunque la bontà e la severità di Dio”. Il discorso di Gesù qui dimostra infatti sia la severità di Dio nella sua bontà (la sua condanna dei farisei e degli scribi) e la bontà di Dio nella sua severità (il suo lamento su Gerusalemme). Inoltre, questo discorso fa vedere come la bontà e la severità di Dio non sono due cose separate come due binari paralleli ma sono implicate l’una nell’altra.

È importante dire questo per contrastare l’idea purtroppo molto diffusa che Gesù rappresenta un Dio di amore dolce e tenero mentre l’Antico Testamento ci presenta un Dio di vendetta e di violenza. Difficilmente si possono leggere le parole di Gesù in Matteo 23 e arrivare a una tale conclusione, perché 1) il giudizio che Gesù pronuncia contro i capi religiosi è tanto pesante quanto qualsiasi giudizio che troviamo nell’Antico Testamento, e 2) la giustapposizione di questo giudizio con il commuovente espressione dell’amore di Gesù alla fine del suo discorso ci obbliga a ripensare totalmente le nostre nozioni di “amore” e di “giudizio”, di “bontà” e di “severità”. Saremo costretti a concludere, insieme a Paolo, che la bontà di Dio è sempre severa e la severità di Dio è sempre buona. La descrizione dell’amore nel Cantico dei Cantici 8:6-7 ne è indicativo:

L’amore è forte come la morte, la gelosia è dura come il soggiorno dei morti. I suoi ardori sono ardori di fuoco, fiamma potente. Le grandi acque non potrebbero spegnere l’amore, i fiumi non potrebbero sommergerlo.

Per capire tutto ciò, dobbiamo volgere la nostra attenzione al testo del vangelo. Innanzitutto il contesto: le azioni di Gesù all’inizio della “Settimana Santa” costituivano il “momento della verità” quando una presa di posizione nei suoi confronti era necessaria. Di fronte alle pretese di Gesù di essere il Messia e il Figlio di Dio a cui tutti devono ubbidire, ogni persona doveva (come ogni persona deve fare ancora oggi) decidere se sottomettersi a Gesù quale Signore e Salvatore oppure ucciderlo come un pericoloso criminale. Gesù ha sfidato in modo particolare le autorità ebraiche, cioè i capi dei sacerdoti, gli scribi e i farisei, minacciando la loro influenza sul popolo, la loro posizione di potere e le loro fonti di guadagno e di ricchezze. Come Gesù ha dichiarato nella parabola dei malvagi vignaiuoli, la loro reazione era praticamente scontata: Gesù doveva morire.

Il discorso di Gesù in Matteo 23 è l’ultima parola che egli ha da dire al loro riguardo, e consiste in una serie di sette “guai” che richiama le condanne profetiche contro Israele nell’Antico Testamento. Da un lato, questi guai potrebbero sembrare solo le invettive disinibite della vittima disperata che sa che la sua sorte è determinata e non c’è niente più da fare. Non è il caso qui, però, perché Gesù parla con potere e autorità, non per disperazione. I capi religiosi lo hanno condannato a morte, ma è Gesù che emerge come il vero giudice, colui contro il quale ogni condanna umana torna a condannare il condannatore.

Mentre Gesù chiaramente punta il dito contro alcune pratiche religiose particolari al suo tempo, individua le tendenze che caratterizzano sempre la religione in tutte le sue forme e manifestazioni in qualsiasi luogo e tempo. Le chiese evangeliche, per prime, non sono immuni. Facciamo bene, dunque, a dargli retta, considerando attentamente come “la bontà e la severità di Dio” sono rivelate nei sette guai dichiarati da Gesù.

2) I Sette Guai (23:13-36)

A) 1° Guaio: porte serrate (vv.13-14)

13 «Ma guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché serrate il regno dei cieli davanti alla gente; poiché non vi entrate voi, né lasciate entrare quelli che cercano di entrare. 14 [Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché divorate le case delle vedove e fate lunghe preghiere per mettervi in mostra; perciò riceverete una maggiore condanna.]

Nel primo guaio, Gesù condanna gli scribi e i farisei per aver serrato il regno di Dio non solo per se stessi ma anche per altri. Nel rifiutare Gesù quale unica porta, essi si auto-escludono dal regno di Dio. Ma nel indurre altri a seguire il loro esempio, li inducono ad auto-escludersene anche loro. Ognuno è responsabile davanti a Dio per le proprie scelte, e nessuno potrà incolpare qualcun altro per essere rimasto fuori dal regno di Dio. Ma gli scribi e i farisei portano “una maggiore condanna” in quanto, come il diavolo, li hanno trascinati nell’incredulità. Purtroppo questo non è un caso unico, poiché succede tutte le volte quando persone influenti o autorevoli nella chiesa (preti, pastori, insegnanti, ecc.) traggono altri in inganno in modo che non pongano fiducia in Gesù Cristo. Perciò Giacomo, il fratello di Gesù, scrive nella sua lettera questo avvertimento (3:1): “Fratelli miei, non siate in molti a fare da maestri, sapendo che ne subiremo un più severo giudizio”.

B) 2° Guaio: proseliti ingannati (v.15)

15 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché viaggiate per mare e per terra per fare un proselito; e quando lo avete fatto, lo rendete figlio della geenna il doppio di voi.

Nel secondo guaio, Gesù condanna gli sforzi degli scribi e dei farisei per fare proseliti. Questo non è perché Gesù si oppone all’evangelizzazione, anzi la comanda ai suoi discepoli! Il problema è quello che Gesù ha individuato nel capitolo 15:6 quando ha criticato i farisei dicendo: “Così avete annullato la parola di Dio a motivo della vostra tradizione … insegnando dottrine che sono precetti d’uomini.” Quando i farisei facevano proseliti, non era la parola di Dio che gli insegnavano ma i loro propri ragionamenti che, pur spacciandosi come comandamenti di Dio, annullavano in realtà la parola di Dio. Quindi, se qualcuno si convertiva al loro modo di credere, si convertiva al diavolo piuttosto che a Dio! Questo è un altro avvertimento molto serio che vale per tutti: bisogna badare alla dottrina che crediamo e insegniamo, perché è letteralmente una question di vita e di morte. Dire “così dice il Signore” quando egli non dice così avrà conseguenze eterne per noi e per i nostri ascoltatori!

C) 3° Guaio: giuramenti stolti (vv.16-22)

16 Guai a voi, guide cieche, che dite: “Se uno giura per il tempio, non importa; ma se giura per l’oro del tempio, resta obbligato”. 17 Stolti e ciechi! Che cosa è più grande: l’oro o il tempio che santifica l’oro? 18 E se uno, voi dite, giura per l’altare, non importa; ma se giura per l’offerta che c’è sopra, resta obbligato. 19 [Stolti e] ciechi! Che cosa è più grande: l’offerta o l’altare che santifica l’offerta? 20 Chi dunque giura per l’altare, giura per esso e per tutto quello che c’è sopra; 21 e chi giura per il tempio, giura per esso e per Colui che lo abita; 22 e chi giura per il cielo, giura per il trono di Dio e per Colui che vi siede sopra.

Il terzo guaio risulta un po’ più difficile da comprendere, ma è evidente che richiama l’insegnamento di Gesù nel sermone sul monte sui giuramenti (5:33-37):

Avete anche udito che fu detto agli antichi: “Non giurare il falso; da’ al Signore quello che gli hai promesso con giuramento”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio; né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi; né per Gerusalemme, perché è la città del gran Re. Non giurare neppure per il tuo capo, poiché tu non puoi far diventare un solo capello bianco o nero. Ma il vostro parlare sia: “Sì, sì; no, no”; poiché il di più viene dal maligno.

Questo modo di fare giuramenti dei farisei tentava di usare le cose di Dio per manipolare persone o situazioni al loro beneficio. Gesù dichiara invece che Dio, il suo nome, la sua casa, i suoi comandamenti, ecc. non sono cose messe a nostra disposizione che possiamo utilizzare per i nostri obiettivi egoisti. Se abbiamo una giusta riverenza di Dio, non lo useremo come uno strumento utile a ulteriori fini, e non dovremo ricorrere ai giuramenti per dare credibilità alle nostre parole. Come figli di Dio, dovremmo essere talmente fidati che il nostro parlare è solo “sì” e “no”. Di nuovo, la tentazione di usare Dio per scopi personali anziché temere Dio e cercare i suoi scopi è più che comune nella religione sino a oggi. Infatti, si può dire che se la vera fede è l’uomo che si sottomette alla volontà di Dio, la religione è il tentativo di costringere Dio a sottomettersi alla volontà dell’uomo.

D) 4° Guaio: opere trascurate (vv.23-24)

23 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché pagate la decima della menta, dell’aneto e del comino e trascurate le cose più importanti della legge: il giudizio, la misericordia e la fede. Queste sono le cose che bisognava fare, senza tralasciare le altre. 24 Guide cieche, che filtrate il moscerino e inghiottite il cammello!

Il quarto guaio condanna gli scribi e i farisei per essersi focalizzati sui minimi dettagli della legge mentre ne trascuravano i punti centrali, quali la giustizia, la misericordia e la fede. L’espressione che Gesù usa è forte: filtrano il moscerino e inghiottono il cammello! Immaginate la fatica necessaria per calcolare la decima della raccolta di varie erbe e spezie come la menta, l’aneto e il comino per poi non dare una mano al prossimo che ne ha bisogno! Eppure questa è l’ipocrisia dei religiosi condannati da Gesù, ed è la stessa ipocrisia che la religione in genere coltiva.

Il motivo è semplice: la religione è in fondo il tentativo umano di raggiungere Dio e di guadagnare il suo favore. È lo strumento che l’uomo usa per controllare il proprio destino. È molto più facile controllare il proprio destino se si possono quantificare le opere buone che bisogna fare. È molto più facile salire fino a Dio se si sanno quali e quanti gradini ci sono per arrivarci. Ma la misericordia, l’amore, la giustizia, la fede, chi può calcolarli? Come puoi sapere quanta misericordia mostrare, quanta fede avere, quanto amore dare per essere sicuro che Dio ti gradisce? Ecco perché la religione si concentra sui dettagli come pagare la decima della menta, o non mangiare la carne il venerdì, o pregare il rosario almeno una volta al giorno — rende il percorso a Dio concreto e tangibile. Ma nel concentrarsi su questi dettagli, si perdono di vista le cose più importanti, e la religione diventa un motivo di orgoglio per chi crede di osservare tutto scrupolosamente.

E) 5°/6° Guai: sporcizie interiori/sepolcri imbiancati (vv.25-28)

25 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, mentre dentro sono pieni di rapina e d’intemperanza. 26 Fariseo cieco, pulisci prima l’interno del bicchiere [e del piatto], affinché anche l’esterno diventi pulito. 27 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché siete simili a sepolcri imbiancati, che appaiono belli di fuori, ma dentro sono pieni d’ossa di morti e d’ogni immondizia. 28 Così anche voi, di fuori sembrate giusti alla gente, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità.

Siccome sono molto simili, il quinto e il sesto guai possono essere trattati insieme. Qui Gesù condanna gli scribi e i farisei per aver pulito e abbellito le apparenze ma di aver lasciato sporco e corrotto il cuore. Di nuovo le immagini sono forti: i religiosi puliscono l’esterno del bicchiere dentro la feccia; imbiancano i sepolcri per farli apparire belli dall’esterno, ma sono sempre sepolcri che contengono solo cadaveri e ossa. Questo è proprio il significato dell’ipocrisia, ed è il meglio che la religione può compiere. L’uomo è incapace di salvarsi da solo, perché nessun sforzo umano, neanche il più “religioso” o “buono”, è in grado di purificarlo dal peccato. Così Paolo afferma in Colossesi 2:20-23:

…perché … vi lasciate imporre dei precetti quali: «Non toccare, non assaggiare, non maneggiare» (tutte cose destinate a scomparire con l’uso), secondo i comandamenti e le dottrine degli uomini? Quelle cose hanno, è vero, una reputazione di sapienza per quel tanto che è in esse di culto volontario, di umiltà e di austerità nel trattare il corpo, ma non hanno alcun valore; servono solo a soddisfare la carne.

F) 7° Guaio: profeti assassinati (vv.29-36)

29 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché costruite i sepolcri ai profeti e adornate le tombe dei giusti 30 e dite: “Se fossimo vissuti ai tempi dei nostri padri, non saremmo stati loro complici nello spargere il sangue dei profeti!” 31 In tal modo voi testimoniate contro voi stessi, di essere figli di coloro che uccisero i profeti. 32 E colmate pure la misura dei vostri padri! 33 Serpenti, razza di vipere, come scamperete al giudizio della geenna? 34 Perciò ecco, io vi mando dei profeti, dei saggi e degli scribi; di questi, alcuni ne ucciderete e metterete in croce; altri ne flagellerete nelle vostre sinagoghe e li perseguiterete di città in città, 35 affinché ricada su di voi tutto il sangue giusto sparso sulla terra, dal sangue del giusto Abele, fino al sangue di Zaccaria, figlio di Berechia, che voi uccideste fra il tempio e l’altare. 36 Io vi dico in verità che tutto ciò ricadrà su questa generazione.

Il settimo e ultimo guaio in un senso riassume tutti i precedenti. Essendo “figli di coloro che uccisero i profeti” e uccidendoli anche loro, gli scribi e i farisei si rivelano come i nemici di Dio che glieli ha mandati. La loro religione, come la religione in genere, pretende di stare da parte di Dio e di parlare nel nome di Dio, ma in realtà è diametralmente opposta a Dio. Il problema della religione non è che sia un po’ fuorviante e deve solo essere corretta; è ribelle e come il tempio a Gerusalemme deve essere abbattuta. Il pericolo che i servitori di Dio affrontano sempre è che comincino a edificare non la chiesa di Gesù Cristo, ma monumenti alla loro gloria personale. Se ciò accade, quelli che si reputano servi di Dio non sono altro che nemici di Dio.

Infine, dunque, scopriamo in questo discorso di Gesù rivolto contro i capi religiosi dell’epoca quello che Dio pensa della religione che l’uomo erige come una scala per giungere a lui. Tutti questi guai individuano sintomi della malattia della religione, che in fondo è solo una forma del peccato originale, cioè il desiderio dell’uomo di innalzarsi al livello di Dio, il desiderio della creatura di vivere autonoma dal suo Creatore. La religione è semplicemente una maschera di pietà che nasconde la nostra ribellione contro Dio. Per riprendere l’immagine di Gesù, la religione è un sepolcro imbiancato che appare bello di fuori ma dentro è pieno d’ossa di morti e d’ogni immondizia. Questo ci serve di avvertimento, in modo che non cadiamo anche noi nella stessa trappola dei religiosi ebraici. Non insuperbiamoci, ma diamo retta all’esortazione di Paolo in 1 Corinzi 10:12: “Perciò, chi pensa di stare in piedi guardi di non cadere.”

3) La Bontà di Dio nella sua Severità (23:37-39)

37 «Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! 38 Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata deserta. 39 Infatti vi dico che da ora in avanti non mi vedrete più, finché non direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”».

Come detto all’inizio, il discorso di Gesù ci fa capire non solo la severità di Dio nella sua bontà, ma anche la bontà di Dio nella sua severità. Ed è proprio qui alla fine del discorso che vediamo infatti quanto è grande l’amore di Dio anche quando giudica. Qui nel lamento di Gesù su Gerusalemme, scopriamo che i “guai” sono come le lacrime del genitore che piange un figlio prodigo anziché i fulmini lanciati da una deità arrabbiata. L’immagine che Gesù usa per descrivere la sua tristezza circa il rifiuto di Israele è quella della chioccia che raccoglie i suoi pulcini sotto le ali. Uno studioso che ha esaminato quest’immagine ha trovato che non solo trasmette l’idea della tenera cura della chioccia per i suoi piccoli, ma dell’amore che sacrifica la vita per salvare altri. L’immagine è della chioccia che raccoglie i pulcini sotto le sue ali quando c’è un incendio perché lei sia l’unica ad esporsi alle fiamme. Una volta spento il fuoco, la chioccia è morta bruciata, ma i suoi piccoli sono salvi.

Questo è l’amore di Dio manifestato in Gesù. Il giudizio da Gesù pronunciato sui suoi contemporanei è lo stesso giudizio dal quale egli vuole salvarli, dando la sua vita al posto della loro. Lamenta come la loro casa sarà lasciata deserta perché essi non vogliono rifugiarsi sotto le ali di Gesù che tra qualche giorno si arrenderà alla morte in croce per far cadere su di se stesso il loro giudizio. Questa è la bontà di Dio nella sua severità, che mentre deve agire severamente contro il peccato, egli si sottomette per primo a questa severità al posto dei peccatori affinché siano salvati.

Questo è il vangelo, che contraddice la religione. La religione ti dice: “Devi fare questo per farti amare da Dio”, ma il vangelo ti dice: “Dio ti ha tanto amato che ha già fatto tutto per te e al tuo posto. Ora non ti rimane niente se non ricevere gratuitamente il dono del perdono”. I farisei dicevano: “devi fare tutto”, ma Gesù dice: “tutto è già fatto”. Che amore meraviglioso! Che grazia stupenda! In Gesù Cristo, Dio stesso si è sottoposto al suo proprio giudizio per dare a noi la libertà dal peccato. Gesù è diventato come noi peccatori (persino come i peccatori più religiosi!) affinché noi potessimo diventare come lui. Questo è, in nuce, il vangelo. Quando comprendiamo questo, comprendiamo tutto. Per mezzo del vangelo siamo liberati dalla tirannia della religione e dal fardello di dover guadagnare il favore di Dio tramite le nostre opere, e in Gesù siamo accolti nella casa e nella famiglia di Dio come i suoi amati e preziosi figli. Non c’è notizia più buona o lieta di questa!

Matteo 19:16-20:16: Stupenda Grazia

1) Una Grazia Severa: Il Giovane Ricco, Parte 1 (19:16-

16 Ed ecco, un tale gli si avvicinò e disse: «Maestro, che devo fare di buono per avere la vita eterna?» 17 Gesù gli rispose: «Perché m’interroghi intorno a ciò che è buono? Uno solo è il buono. Ma se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». 18 «Quali?» gli chiese. E Gesù rispose: «Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso. 19 Onora tuo padre e tua madre, e ama il tuo prossimo come te stesso». 20 E il giovane a lui: «Tutte queste cose le ho osservate; che mi manca ancora?» 21 Gesù gli disse: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che hai e dàllo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; poi, vieni e seguimi». 22 Ma il giovane, udita questa parola, se ne andò rattristato, perché aveva molti beni.

A) Introduzione

Tra tutti gli insegnamenti nella Bibbia che possiamo trovare complessi da comprendere, difficili da accettare, o persino sconvolgenti o offensivi alle nostre sensibilitià, quello che, a mio avviso, è il più complesso, difficile, sconvolgente e offensivo è in realtà uno poco percepito come tale: la grazia. Più insegno la Bibbia e ne discuto il suo contenuto con persone varie, più mi rendo conto quanto la grazia, pur essendo un termine molto conosciuto, è un concetto poco compreso e come comprenderla veramente può costituire un’esperienza traumatizzante e terrificante. Infatti, se non siamo mai rimasti, come i discepoli nel testo di oggi, totalmente sbigottiti e scandalizzati di fronte alla grazia e a Gesù che è la grazia di Dio incarnata, è improbabile che l’abbiamo realmente capita.

B) La vita eterna

Nel testo tratto dal vangelo di Matteo che oggi consideriamo, vediamo un esempio lampante di cose avviene quando uno incontra per la prima volta la grazia di Dio in Gesù Cristo. Matteo ci fornisce questo esempio nell’episodio qui narrato del “giovane ricco” (così come viene chiamato negli altri vangeli). La storia inizia con il giovane ricco che viene da Gesù per chiedergli: “che devo fare di buono per avere la vita eterna?” (19:16).

Questa non è una domanda frequentemente posta e discussa dalla gente di oggi, ma è una domanda che tocca un argomento che prima o poi tutti devono affrontare. Anche se sappiamo che 10 su 10 muoiono, e che non ne fuggiremo né noi stessi né nessuno dei nostri cari, siamo profondamente turbati quando succede. Ormai la morte dovrebbe essere del tutto normale, ma quando ci tocca in modo personale, sentiamo fino nelle ossa che è sbagliata. Facciamo ciò che vogliamo per dimenticarla o distrarci da essa, ma è inevitabile che ognuno faccia i conti con la morte e di cosa viene dopo. Poiché domani non è mai garantito, è meglio che provvediamo a preparci prima che sia troppo tardi, e almeno in questo il giovane che si occupa di questo fatto fa da buon esempio. In effetti il giovane vuole sapere se si può essere certi circa il proprio future dopo la morte. Esiste una speranza di una vita eterna, una vita talmente forte che né male né malattia né morte potrebbero mai distruggere?

C) Il comandamento di Gesù

È interessante come Gesù risponde subito con un’altra domanda, interrogando il giovane riguardo al suo concetto del “buono”, un argomento a cui dovremo tornare tra poco. Adesso notiamo come Gesù inizialmente gli indica i comandamenti di Dio i quali, se fossero rispettati interamente e perfettamente, porterebbero una certezza della vita eterna in un mondo paradisaico.

Più interessante ancora, però, è la risposta del giovane che rivendica di aver osservato tutti i comandamenti, persino quello che dice: “ama il tuo prossimo come te stesso”. Gesù ribatte poi ordinandogli di vendere tutti i suoi beni (al giovane, essendo ricco) e di dare il ricavato ai poveri. Vediamo subito come Gesù fa venire a galla la sua ipocrisia in quanto il giovane, pur affermando di amare il suo prossimo come se stesso, non vuole condividere i suoi abbondanti beni con chi ne ha veramente bisogno. Quando in cambio del sacrificio dei suoi beni Gesù gli offre l’opportunità di seguirlo e avere tesoro in cielo, il giovane se ne va “rattristato” più attaccato alle sue ricchezze che a Gesù stesso.

A prima vista, le parole di Gesù nei confronti di questo giovane possono sembrare dure e severe, se non proprio prepotenti o troppo esigenti. Ma se, dopo aver letto questa storia, reagiamo con un senso di sorpresa, di perplessità, di sgomento o di antipatia, è un buon segno, perché significa che stiamo cominciando a vedere la grazia di Dio per ciò che è. E, come illustrato dalla reazione del giovane ricco, siccome la grazia di Dio può apparire come tutt’altro che grazia, Gesù racconta ai discepoli una parabola che aiuta a capirla di più. Essendo una specie di “commentario” su quel che è appena avvenuto, la parabola ci invita a riflettere un po’ sulla natura della grazia di Dio per capire meglio la “severa” grazia di Gesù.

2)  Una Grazia Offensiva: La Parabola della Paga “Iniqua” (20:1-16)

20:1 «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa, il quale uscì di mattino presto per assumere dei lavoratori per la sua vigna. Accordatosi con i lavoratori per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna. Uscito di nuovo verso l’ora terza, ne vide altri che se ne stavano sulla piazza disoccupati e disse loro: “Andate anche voi nella vigna e vi darò ciò che è giusto”. Ed essi andarono. Poi, uscito ancora verso la sesta e la nona ora, fece lo stesso. Uscito verso l’undicesima [ora], ne trovò degli altri che se ne stavano là [inoperosi] e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno iperosi?” Essi gli dissero: “Perché nessuno ci ha assunti”. Egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Fattosi sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, cominciando dagli ultimi fino ai primi”. Allora vennero quelli dell’undicesima ora e ricevettero un denaro ciascuno. 10 Venuti i primi, pensavano di ricevere di più; ma ebbero anch’essi un denaro per ciascuno. 11 Perciò, nel riceverlo, mormoravano contro il padrone di casa dicendo: 12 “Questi ultimi hanno fatto un’ora sola e tu li hai trattati come noi che abbiamo sopportato il peso della giornata e sofferto il caldo”. 13 Ma egli, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, non ti faccio alcun torto; non ti sei accordato con me per un denaro? 14 Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare a quest’ultimo quanto a te. 15 Non mi è lecito fare del mio ciò che voglio? O vedi tu di mal occhio che io sia buono?” 16 Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi.

A) L’attacco della grazia contro la nostra giustizia (20:13)

La parabola che Gesù racconta a questo punto colpisce per ciò che all’inizio appare come un’ingiustizia. Al mattino presto, un certo padrone assume alcuni per lavorare nella sua vigna, offrendogli un denaro che all’epoca era la paga media per una giornata di lavoro. Tutto sembra andare bene finché il padrone assume altri dopo, alcuni dei quali assume quando rimane solo un’ora di lavoro e, terminati i lavori, dà la stessa paga a tutti a prescindere dal numero di ore lavorative. Quelli assunti per primi se ne lamentano, reclamando che dovrebbero essere pagati di più per compensargli il tempo maggiore di lavoro. È poi la risposta del padrone che, nella bocca di Gesù, espone il carattere “offensivo” della grazia: offensivo sia perché ci offende sia perché lo fa mettendoci sotto attacco.

Prima, Gesù mostra come la grazia attacca la nostra idea di giustizia. Osserviamo come i primi lavoratori mormorano contro il padrone: “Questi ultimi hanno fatto un’ora sola e tu li hai trattati come noi che abbiamo sopportato il peso della giornata e sofferto il caldo” (v.12). La loro lamentela è effettivamente questa: “quello che hai fatto non è giusto!” E magari gli diamo ragione, perché riteniamo giusto che chi lavora di più venga retribuito di più. Al posto loro, anche noi probabilmente ci lamenteremmo!

Ma notiamo bene come risponde il padrone: “Amico, non ti faccio alcun torto; non ti sei accordato con me per un denaro?” (v.13). Interessante, no? In realtà il padrone ha ragione: i primi lavoratori avevano “firmato un contratto di lavoro”, accordandosi di lavorare per l’intera giornata per un denaro, la tipica paga considerata all’epoca “giusta”. Ed è esattamente questa paga che essi ricevono. In questo il padrone non gli ha fatto nessun torto. Qual è dunque il motivo per cui sembra abbia fatto un’ingiustizia? È perché la grazia, qui esemplificata dalla generosità del padrone, mette sottosopra il nostro concetto di giustizia. 

B) L’attacco contro la nostra bontà (20:15)

Il padrone infatti si giustifica chiedendogli: “Non mi è lecito fare del mio ciò che voglio? O vedi tu di mal occhio che io sia buono?” (v.15). Questa frase è chiave; il padrone non ha dato un denaro anche a chi ha lavorato per una ora sola perché fosse ingiusto ma perché era buono e generoso! A differenza dei primi, gli ultimi non avevano fatto un lavoro meritevole di un denaro intero, e quindi la decisione del padrone di darglielo è stata un atto di pura grazia.

Ma notiamo (e questo è il punto saliente) che i primi vedono la grazia del padrone come qualcosa di negativo, non di positivo. Vedono “di mal occhio” che il padrone “sia buono”. Essi vedono la giustizia del padrone e la chiamano “ingiustizia”; vedono il bene fatto dal padrone e lo chiamano “male”. In poche parole, rimangono offesi dalla grazia del padrone.

C) L’attacco contro noi stessi (20:16)

La parabola di Gesù non è ovviamente una storia riguardanti un certo padrone e i suoi lavoratori, ma riguarda noi. E questo è il genio delle parabole: ci immergono nella storia e non scopriamo di essere noi stessi sotto attacco finché non è troppo tardi! Nella mia esperienza, la prima reazione di chi ascolta questa parabola è di identificarsi con i primi lavoratori, e di dargli ragione nel loro reclamo contro il padrone. Ma ecco il gioco: nel momento in cui ci mettiamo dalla parte dei primi, dimostriamo di essere noi stessi il bersaglio principale. Noi siamo quelli che chiamano “ingiusta” la giustizia di Dio. Noi siamo quelli che chiamano “male” la bontà di Dio. Noi siamo quelli che si reputano meritevoli nei confronti di Dio e perciò rimaniamo sconvolti, offesi e scandalizzati dalla grazia.

La grazia rifiuta di riconoscere ciò che consideriamo meritevole. La grazia infatti contraddice il nostro concetto del merito, come noi contraddiciamo la giustizia e la bontà di Dio. Incontrare la grazia di Dio è un’esperienza traumatizzante perché essa ci fa vedere come siamo diametralmente opposti a Dio, come ciò di cui ci vantiamo è in realtà vergognoso, come non solo i nostri “peccati” ma anche il meglio di noi è davanti a Dio come un mucchio puzzolente di spazzatura e letame. La grazia ci condanna non solo per la nostra cattiveria ma anche (e forse di più!) per la nostra bontà! Ciò che crediamo ci avvicini a Dio in realtà ci allontani da lui. Se ci riteniamo tra i primi, ci troveremo tra gli ultimi.

3) Una Grazia Sovrana: Il Giovane Ricco, Parte 2 (19:23-30)

23 E Gesù disse ai suoi discepoli: «Io vi dico in verità che difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. 24 E ripeto: è più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio». 25 I discepoli, udito questo, furono sbigottiti e dicevano: «Chi dunque può essere salvato?» 26 Gesù, fissando lo sguardo su di loro, disse: «Agli uomini questo è impossibile; ma a Dio ogni cosa è possibile».

27 Allora Pietro, replicando, gli disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato ogni cosa e ti abbiamo seguito; che ne avremo dunque?» 28 E Gesù disse loro: «Io vi dico in verità che nella nuova creazione, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, anche voi che mi avete seguito sarete seduti su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele. 29 E chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, [o moglie,] o figli, o campi a causa del mio nome, ne riceverà cento volte tanto ed erediterà la vita eterna. 30 Ma molti primi saranno ultimi e gli ultimi, primi.

Tornando ora al giovane ricco, possiamo capire meglio perché Gesù gli ha detto di vendere tutti i suoi beni, di darli ai poveri, e poi di diventare il suo discepolo. In 19:23-26, approfittando dell’occasione, Gesù usa l’esempio del giovane ricco per insegnare ai discepoli una lezione importante: quanto è difficile entrare nel suo regno ed ereditare la vita eterna! Per uno come il giovane ricco, infatti, “è più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio” (19:24). I discepoli rimangono sbigottiti, chiedendosi che se un uomo apparentemente di grande successo sia morale che materiale ha questa difficoltà (che in realtà è più impossibilità che difficoltà!), che speranza ci potrebbe essere per tutti gli altri meno fortunati? Gesù conferma le loro paure: agli uomini è impossibile salvarsi. Solo Dio ci può salvare.

Se siamo di natura talmente opposti a Dio che chiamiamo ingiusta la sua giustizia, cattiva la sua bontà, e buia la sua luce, abbiamo bisogno di un intervento radicale. Non stiamo male avendo bisogno di una cura; siamo morti e abbiamo bisogno di risurrezione. Pensando di essere giusti, siamo sottosopra, e solo un’opera di Dio indipendente dal nostro operato può rimetterci a posto. Poiché persino i nostri meriti sono in verità demeriti, ogni opera nostra non può che allontanarci di più da Dio. Trovandoci in queste condizioni, l’unica nostra speranza è che Dio non ci tratti secondo le nostre opere ma secondo la sua bontà, che ci sconfigga nella nostra ribellione, che superi la nostra resistenza e che ci risusciti a nuova vita. Questa è la grazia.

Salvati dunque per sola grazia, siamo ora totalmente sottoposti alla signoria di Gesù e alla sovranità della sua grazia. Pensiamo alla parabola dei lavoratori. I primi credevano di avere ragione per poter sporgere una rimostranza nei confronti del padrone, perché, per il lavoro fatto, pensavano che il padrone fosse obbligato nei loro confronti. Dall’altro canto, gli ultimi, avendo ricevuto una grazia del tutto immeritata, non avevano né ragione né motivo per lamentarsi. Anzi, dovevano al padrone tanta gratitudine!

Il punto cruciale è questo: se ci salvassimo per le nostre opere, manterremo una misura di autonomia nei confronti di Dio; ma siccome siamo salvati per sola grazia, non apparteniamo più a noi stessi ma solo a colui che ci ha salvato. L’apostolo Paolo lo dice così in 2 Corinzi 5:14-15:

14 infatti l’amore di Cristo ci costringe, perché siamo giunti a questa conclusione: che uno solo morì per tutti, quindi tutti morirono; 15 e che egli morì per tutti, affinché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro.

Questo è, in poche parole, l’offesa ma anche la meraviglia della grazia: in Cristo siamo messi a morte – tutto ciò che siamo, che abbiamo, che facciamo. Come il giovane ricco, perdiamo tutto che appartiene alla nostra vecchia vita. Ma nel morire in Cristo, siamo rivivificati a nuova vita; non una nuova vita solo un po’ migliore, ma la vita eterna di Cristo stesso, la vita che è più forte del male, più forte della malattia, e più forte della morte. La grazia ci sembra togliere tutto, ma ci toglie solo quello che alla fine risulterà temporaneo e corruttibile per darci in cambio ciò che è eterno e incorruttibile. La grazia ci dà la certezza che nonostante qualsiasi perdita o dolore o sofferenza affronteremo in questa vita, Dio ci terrà fermi nelle sue mani per sempre, e la vittoria di Cristo sulla morte un giorno sarà anche la nostra. Grazie a lui per la sua grazia!