Osea 1-2: Il dono della delusione

1) Il profeta e la prostituta (Osea 1:1-2:1)

1:1 Parola del Signore rivolta a Osea, figlio di Beeri, al tempo di Uzzia, di Iotam, di Acaz, di Ezechia, re di Giuda, e al tempo di Geroboamo, figlio di Ioas, re d’Israele.

Il Signore cominciò a parlare a Osea e gli disse: «Va’, prenditi in moglie una prostituta e genera figli di prostituzione, perché il paese si prostituisce, abbandonando il Signore». Egli andò e prese Gomer, figlia di Diblaim; lei concepì e gli partorì un figlio. Il Signore gli disse: «Chiamalo Izreel, perché tra poco io punirò la casa di Ieu per il sangue versato a Izreel, e porrò fine al regno della casa d’Israele. Quel giorno avverrà che io spezzerò l’arco d’Israele nella valle di Izreel». Lei concepì di nuovo e partorì una figlia. Il Signore disse a Osea: «Chiamala Lo-Ruama, perché io non avrò più compassione della casa d’Israele in modo da perdonarla. Ma avrò compassione della casa di Giuda; li salverò mediante il Signore, il loro Dio. Non li salverò con l’arco, né con la spada, né con la guerra, né con cavalli, né con cavalieri». Quando lei ebbe divezzato Lo-Ruama, concepì e partorì un figlio. Il Signore disse a Osea: «Chiamalo Lo-Ammi, perché voi non siete mio popolo e io non sarò per voi.

10 «Tuttavia, il numero dei figli d’Israele sarà come la sabbia del mare, che non si può misurare né contare. Avverrà che invece di dir loro, come si diceva: “Voi non siete mio popolo”, sarà loro detto: “Siete figli del Dio vivente”. 11 I figli di Giuda e i figli d’Israele si raduneranno, si daranno un unico capo e marceranno fuori dal paese; perché sarà grande il giorno di Izreel. 2:1 «Dite ai vostri fratelli: “Ammi!” e alle vostre sorelle: “Ruama!”

Il profeta Osea, il primo dei cosiddetti “profeti minori”, è attivo nello stesso periodo di Isaia, la seconda metà del ottavo secolo a.C. Però, mentre Isaia profetizza principalmente nel regno di Giuda, al sud, Osea svolge il suo ministero nel regno d’Israele, al nord. Tra tutti i profeti, ciò che rende Osea particolarmente indimenticabile è il suo matrimonio con una prostituta chiamata Gomer. Forse più scioccante ancora è il fatto che sia stato Dio a ordinargli di sposarla! Ma il motivo diventa subito chiaro nel v.2:

Va’, prenditi in moglie una prostituta e genera figli di prostituzione, perché il paese si prostituisce, abbandonando il Signore.

Come tutti i profeti dell’epoca, Osea non deve solo annunciare il messaggio affidatogli dal Signore, ma deve anche diventare una parabola vivente di esso. Questo messaggio, che esamineremo in più dettaglio nel secondo capitolo, consiste fondamentalmente nella condanna della “prostituzione” spirituale d’Israele che aveva abbandonato il Signore per altri “amanti”, cioè gli dèi falsi e gli idoli delle nazioni circostanti.

Secondo il comandamento di Dio, Osea deve illustrare il suo messaggio non solo sposando una prostituta ma generando anche “figli di prostituzione”. Così nascono tre figli a cui Osea dà nomi — sempre seguendo l’ordine del Signore — i quali pronunciano la sentenza divina sul popolo. Il primo figlio che nasce si chiama Izreel, un nome che significa “Dio semina” e designa una grande valle particolarmente fertile nel nord d’Israele. Ma, come accennato nei vv.4-5, più che altro è sangue che i re d’Israele hanno seminato in quella valle. Sappiamo infatti dalla storia che la valle d’Izreel è uno dei posti che ha visto più guerre e violenza in tutto il mondo, fino ai nostri giorni. Per il sangue versato, Dio promette di punire la monarchia d’Israele e porre fine al suo regno, e il nome del primo figlio di Osea annuncia proprio questo.

Poi Gomer partorisce una figlia, e il Signore dice a Osea di chiamarla Lo-Ruama, un nome che significa “niente misericordia mostrata”, proprio perché nel giudicare il regno d’Israele non ne avrà compassione in modo da scongiurare la sua rovina totale. Il terzo e l’ultimo figlio che nasce a Osea è chiamato Lo-Ammi, un nome che vuol dire “non il mio popolo”, di nuovo perché Israele sarà trattato non più come il popolo eletto di Dio ma come una delle altre nazioni pagane che infatti Israele ha voluto imitare nell’idolatria.

Così scopriamo come non solo la voce di Osea ma tutta la sua vita diventa la portatrice della parola di Dio. La relazione tra Osea e Gomer monta un piccolo spettacolo che permette a Israele di vedere in forma concreta ed esplicita la sua infedeltà verso Dio, il suo vero Sposo. Poiché Osea è destinato a subire l’angoscia e la gelosia nell’osservare sua moglie vendere il proprio corpo ad altri uomini, così Israele si accorgerà dell’angoscia e della gelosia che Dio prova nei suoi confronti. E i figli nati dall’unione di Osea e Gomer testimoniano la condanna che Dio ha pronunciato sul suo popolo adultero e che presto porterà a compimento.

Tuttavia, come sempre, lo scopo finale di Dio nel giudicare Israele (che avviene nell’anno 722 a.C. durante l’invasione degli assiri) non è la sua distruzione ma la sua redenzione. Questo viene dichiarato alla fine del capitolo 1. Dio dice che i nomi dei figli di Osea cambieranno. Il figlio chiamato “Non il mio popolo” si chiamerà “il mio popolo”, perché Israele sarà di nuovo il popolo di Dio. La figlia chiamata “Niente misercordia mostrata” si chiamerà “misericordia mostrata” perché, dopo averlo giudicato, Dio avrà di nuovo compassione del suo popolo e lo riscatterà.

Ma prima che questa promessa si avveri, Osea deve far sapere a Israele tutto quanto il messaggio che Dio gli ha rivolto. Se nel primo capitolo vediamo come questo messaggio prende forma nella vita di Osea, nel secondo capitolo vediamo come questo messaggio viene predicato nelle parole di Osea, ed è qui che vogliamo concentrarci per il resto di questo studio. Così proseguiamo nella lettura.

2) La prostituzione d’Israele (Osea 2:1-5, 8)

«Contestate vostra madre, contestatela! perché lei non è più mia moglie e io non sono più suo marito! Tolga dalla sua faccia le sue prostituzioni e i suoi adultèri dal suo petto; altrimenti io la spoglierò nuda, la metterò com’era nel giorno che nacque, la renderò simile a un deserto, la ridurrò come una terra arida e la farò morire di sete. Non avrò pietà dei suoi figli, perché sono figli di prostituzione, perché la loro madre si è prostituita; colei che li ha concepiti ha fatto cose vergognose, poiché ha detto: “Seguirò i miei amanti, che mi danno il mio pane, la mia acqua, la mia lana, il mio lino, il mio olio e le mie bevande”…. Lei non si è resa conto che io le davo il grano, il vino, l’olio; io le prodigavo l’argento e l’oro, che essi hanno usato per Baal!

In questi versetti, Dio parla per mezzo di Osea a Israele come a una moglie prostituta e spiega in dettaglio la sua infedeltà. Impariamo qui due cose importanti. Prima, l’altro “amante” per cui Israele ha abbandonato il Signore e con cui si prostituisce è il dio Baal. All’epoca, Baal era una delle divinità più popolari, e questo per due motivi. In primo luogo, Baal era il dio della tempesta, della pioggia, e dunque della fertilità. La società israelita era in gran parte agricola e dipendeva dalla fertilità della terra. La siccità minacciava la sua sopravvivenza. Quindi, non è difficile capire perché gli israeliti erano facilmente indotti ad adottare il culto di Baal. Se si muore senza la pioggia, bisogna onorare il dio che la manda o la trattiene!

Ma c’è un altro motivo che rendeva il culto di Baal molto attraente: la pratica della prostituzione sacra. Per onorare Baal, il dio della fertilità, si andava al santuario locale e ci si accoppiava con le prostitute a lui consacrate. In questo modo, si credeva di poter stimolare Baal a rendere la terra fertile. Chiaramente, il culto di Baal era molto seducente anche per i piaceri carnali che coinvolgeva. Quindi, la metafora della prostituzione usata da Osea per rappresentare il peccato d’Israele non era solo una metafora. Prostituendosi spiritualmente con Baal, Israele si prostituiva letteralmente, commettendo atti sessuali abominevoli. La sua condizione morale rispecchiava la sua condizione spirituale.

Non dovremmo però pensare che la società israelita dell’ottavo secolo a.C. fosse per questo in degrado o rovina. Questa è la seconda cosa che impariamo qui. Se potessimo fare un viaggio nel tempo e visitare il regno d’Israele d’allora, vedremmo una società in genere prospera, ricca e benestante. Come scopriamo nei vv.5 e 8, abbondavano il grano, il vino, l’olio, la lana, il lino, l’argento e l’oro. Da ciò che Dio dice nel v.3 — che avrebbe reso Israele “simile a un deserto … come una terra arida” —possiamo dedurre che la terra era invece fertile e florida. Il fatto è che il Baalismo sembrava funzionare. Da quando gli israeliti avevano cominciato ad adorare Baal come suo dio, hanno goduto di una grande prosperità materiale. I campi producevano tanto grano, le vigne producevano tanto vino, gli olivi producevano tant’olio, e tutto ciò generava grandi guadagni economici per gli abitanti. Perché allora dovevano rinunciare a Baal se lui gli procurava ricchezza e felicità?

Questo merita un momento di riflessione. Servire il Signore è spesso difficile, ma servire Baal è facile. Seguire il Signore richiede rinunciare a noi stessi e portare la croce; seguire Baal promette di soddisfare tutti i nostri desideri con i piaceri del mondo. Il Signore pretende che camminiamo non per visione ma per fede nell’invisible; Baal si presenta ai nostri sensi in forma tangibile e immediata. In altre parole, guardando le apparenze, fidarsi del Signore sembra deludere mentre fidarsi di Baal sembra funzionare. Così si lamenta il salmista nel Salmo 73:3-5:

Poiché invidiavo i prepotenti, vedendo la prosperità dei malvagi. Poiché per loro non vi sono dolori, il loro corpo è sano e ben nutrito. Non sono tribolati come gli altri mortali, né sono colpiti come gli altri uomini.

Ma come il salmista si accorge alla fine del salmo, è solo apparentemente che il Baalismo — come l’idolatria in generale — funziona. È vero che rinunciare alla fede in Dio sembra procurarci dei benefici concreti e immediati. Tante persone che una volta credevano ma dopo decidono di lasciare la fede cristiana testimoniano di stare più sereni e contenti. Non sentono più un senso di colpa; non portano più il peso dell’ubbidienza. Non pensano di dover rendere conto a qualche giudice divino. Si ritengono liberi di vivere le loro vite come vogliono, di fare qualsiasi cosa che li rende felici e di non doversi occupare di come gli altri credono e si comportano. Ma come vediamo qui in Osea, questi “benefici” sono soltanto apparenze ingannevoli. Baal e tutti i nostri idoli sono contenti di farci star bene se stare bene ci allontana dal Signore. Come la trappola prende il topo non con il veleno ma con il formaggio, il peccato ci cattura non con il dolore ma con il piacere. È sempre pericoloso prendere decisioni di fede in base a ciò che ci fa star bene. Baal ci farà sempre star meglio (almeno all’inizio) se cerchiamo lui anziché il Signore. Questo è perché gli israeliti erano indotti a prostituirsi con gli idoli, ed è il motivo perché anche noi facciamo la stessa cosa oggi.

Dio, però, è troppo geloso da permettere che il suo popolo si prostituisca con altri amanti. In quello che segue, troviamo la sua risposta all’infedeltà di sua moglie.

3) La delusione della prostituzione (Osea 2:6-7, 9-13)

Perciò, ecco, io ti sbarrerò la via con delle spine; la circonderò di un muro, così che non troverà più i suoi sentieri. Correrà dietro ai suoi amanti, ma non li raggiungerà; li cercherà, ma non li troverà. Allora dirà: “Tornerò al mio primo marito, perché allora stavo meglio di adesso”….

9 Perciò io riprenderò il mio grano a suo tempo e il mio vino nella sua stagione; le strapperò la mia lana e il mio lino, che servivano a coprire la sua nudità. 10 Ora scoprirò la sua vergogna agli occhi dei suoi amanti, e nessuno la salverà dalla mia mano. 11 Farò cessare tutte le sue gioie, le sue feste, i suoi noviluni, i suoi sabati e tutte le sue solennità. 12 Devasterò le sue vigne e i suoi fichi, di cui diceva: “Sono il compenso che mi hanno dato i miei amanti”. Io li ridurrò in un bosco e li divoreranno gli animali della campagna. 13 La punirò a causa dei giorni dei Baal, quando bruciava loro incenso e, ornata dei suoi pendenti e dei suoi gioielli, seguiva i suoi amanti e dimenticava me», dice il Signore.

Come accennato nel v.3, il Signore promette di frustrare la prostituzione del suo popolo. Sbarrerà la via sulla quale Israele corre dietro ai suoi amanti. Farà in modo che “li cercherà ma non li troverà”. Nei vv.5-6, Israele attribuisce la sua prosperità e felicità a Baal, non rendendosi conto che ogni benedizione viene solo dal Signore. Perciò Dio dichiara che toglierà a Israele il grano e il vino, la lana e il lino, per fargli capire che tutto ciò è suo. Metterà fine alle “gioie” e alle “feste” d’Israele; devasterà le sue “vigne” e i suoi “fichi”, strapperà via i suoi “pendenti” e i suoi “gioielli”. In poche parole, Dio non permetterà più a Israele di trovare soddisfazione in Baal, ma solo delusione.

Ma non inganniamoci. Anche questo è il dono di Dio. Per quanto la soddisfazione, la felicità, e la prosperità siano i grandi doni di Dio, è altrettanto grande il suo dono della delusione. Secondo il v.7, è un dono rimanere delusi dai nostri altri amanti finché non diciamo: Tornerò al mio primo marito, perché allora stavo meglio di adesso”. È un dono, ad esempio, quando si rimane delusi al lavoro perché fallisce un progetto importante. È un dono quando mariti e mogli o fidanzati rimangono delusi perché uno viene ferito dall’amato. È un dono quando i genitori rimangono delusi dai propri figli che fanno scelte sbagliate, o quando i figli rimangono delusi dai genitori che sono assenti, o troppo severi o permissivi. È un dono quando un nuovo giocattolo, o un nuova macchina, o qualsiasi altro nuovo acquisto risulta difettoso. È un dono quando i vecchi sono privati delle loro capacità fisiche e quando i giovani sono privati dei loro sogni e prospettive per il futuro. È un dono quando una pandemia capovolge il mondo intero e mette in crisi tutti i nostri piani, e quando gli sforzi dei politici e dei medici di contrastarla non sono molto efficaci.

Non fraintendetemi. Non sto dicendo che queste cose siano di per sé buone o desiderabili. Il proposito più grande di Dio per noi (come vedremo nei versetti successivi) non è la maledizione ma la benedizione, non la tristezza ma la felicità, non la morte ma la vita. Tuttavia, Osea c’insegna che tutte le cose che ci fanno rimanere delusi sono doni di Dio in quanto ci fanno capire che Baal — in qualunque forma che egli prenda anche oggi — è un dio falso, che le sue promesse sono menzogne, e che correre tra le sue braccia è prostituzione che porta alla distruzione. La delusione è un dono di Dio quando ci fa imparare la lezione dell’Ecclesiaste (1:2, 14): 

Vanità delle vanità, tutto è vanità…. Io ho visto tutto ciò che si fa sotto il sole, ed ecco, tutto è vanità, è un correre dietro al vento.

Il messaggio dell’Ecclesiaste, come quello di Osea 2, può sembrare deprimente, ma in realtà è l’unico modo per trovare la vera gioia. Siamo così inclini ad abbandonare il Signore per altri amanti, le promesse del peccato sono così attraenti, il frutto proibito che ci fa morire ha un gusto così piacevole, che spesso Dio deve farci il dono della delusione prima che siamo capaci e disposti a ricevere il dono della vera soddisfazione che viene solo da lui, un tesoro che nulla, neanche la morte, può mai togliere. Per usare l’immagine di C.S. Lewis, Dio deve farci rimanere delusi dal fango nel quale siamo contenti di giocare per invogliarci ad andare con lui in vacanza al mare.

Sapere che la delusione in questo senso è un dono di Dio dovrebbe aiutarci molto nella vita. Quando le nostre aspettative vengono meno, quando le nostre prospettive per il futuro spariscono, quando i nostri sogni s’infrangono contro la dura realtà della vita, dobbiamo cogliere queste occasioni per rinnovare la nostra speranza unicamente in Dio. Quando “la tignola e la ruggine consumano”, quando “i ladri scassinano e rubano”, dobbiamo ricordarci l’ammonimento di Gesù di non farci “tesori sulla terra” ma “tesori in cielo” (Matteo 6:19-20), di cercare “prima il regno di Dio e la sua giustizia” (Matteo 6:33). Quando noi, stanchi e stufi delle infinite pressioni della quotidianità, ci chiediamo: “Che senso ha tutto questo?”, dobbiamo tornare alla risposta della parola di Dio: il senso che cerchiamo, solo Dio ce lo può dare, e lo avremo solo in quanto rimaniamo in comunione con lui. Come la soddisfazione della vita è il dono di Dio, così è anche la delusione, e dobbiamo accettare tutte e due con gratitudine e fiducia nel proposito di Dio per noi. Ciò che ci permette di accettare la delusione con gratitudine e fiducia è quello che segue nel resto di Osea 2.

4) La gioia del (ri)fidanzamento (Osea 2:14-23)

14 «Perciò, ecco, io l’attirerò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. 15 Di là le darò le sue vigne e la valle di Acor come porta di speranza; là mi risponderà come ai giorni della sua gioventù, come ai giorni che uscì dal paese d’Egitto. 16 Quel giorno avverrà», dice il Signore, «che tu mi chiamerai: “Marito mio!” e non mi chiamerai più: “Mio Baal!” 17 Io toglierò dalla sua bocca i nomi dei Baal, e il loro nome non sarà più pronunciato. 18 Quel giorno io farò per loro un patto con le bestie dei campi, con gli uccelli del cielo e con i rettili del suolo; spezzerò e allontanerò dal paese l’arco, la spada, la guerra, e li farò riposare al sicuro. 19 Io ti fidanzerò a me per l’eternità; ti fidanzerò a me in giustizia e in equità, in benevolenza e in compassioni. 20 Ti fidanzerò a me in fedeltà, e tu conoscerai il Signore. 21 Quel giorno avverrà che io ti risponderò», dice il Signore, «risponderò al cielo, ed esso risponderà alla terra; 22 la terra risponderà al grano, al vino, all’olio, e questi risponderanno a Izreel. 23 Io lo seminerò per me in questa terra, e avrò compassione di Lo-Ruama; e dirò a Lo-Ammi: “Tu sei mio popolo!” ed egli mi risponderà: “Mio Dio!”»

Come accennato prima, il dono della delusione non è eterno ma temporaneo; non è il più grande proposito di Dio per noi ma solo il passo penultimo verso il suo compimento. Come ampiamente dimostrato in questi versetti, Dio intende ritrovare sua moglie prostituta, ripulirla dalle sue impurità, riottenere i suoi affetti, e risposarla in fedeltà e giustizia per sempre. Dio la conduce nel deserto per parlare teneramente al suo cuore, per ricatturare l’amore “della sua gioventù”, quando liberò Israele da schiavitù e fece con esso un patto eterno. E ciò che Dio intende fare, lo compierà infallibilmente. Israele non chiamerà più Baal come “marito”, ma solo il Signore. Quando il Signore gli dirà: “Tu sei il mio popolo,” Israele risponderà: “Mio Dio”.

Questo, secondo Osea, sarà il risultato del dono della delusione che Dio darà al suo popolo, e questo dono non sarà invano. Come nessuna parola di Dio sarà inefficace, così nemmeno lo sarà la delusione che egli pone come limite a ogni piacere, a ogni progetto, a ogni prospettiva che abbiamo in questa vita. Imparate, Osea dice a Israele, che il senso di questa vita consiste proprio nel suo non avere senso, e quando permettete che il non-senso di questa vita vi faccia cercare Dio ad esclusione di ogni altro, sarete in grado di ricevere ogni dono di Dio, persino il dono della delusione, con gratitudine, fiduciosi che alla fine si vedrà che tutto ha avuto veramente un senso.

Ma se gli israeliti avevano motivo per avere fiducia nella promessa di Dio, noi ne abbiamo di più. La promessa di Dio di riscattare e risposare sua moglie prostituta, la vediamo già adempiuta in Gesù Cristo. Gesù è lo Sposo che secondo Efesini 5:25-27:

ha amato la chiesa e ha dato se stesso per lei, per santificarla dopo averla purificata lavandola con l’acqua della parola, per farla comparire davanti a sé, gloriosa, senza macchia, senza ruga o altri simili difetti, ma santa e irreprensibile.

Ma in Cristo non guardiamo solo indietro fidandoci di quello che ha fatto per noi sulla croce, ma anche avanti sperando in quello che farà nel futuro quando tornerà per manifestare il suo regno in tutto il mondo. Come anticipa il canto di Apocalisse 19:7-8:

Rallegriamoci ed esultiamo e diamo a lui la gloria, perché sono giunte le nozze dell’Agnello e la sua sposa si è preparata. Le è stato dato di vestirsi di lino fino, risplendente e puro; poiché il lino fino sono le opere giuste dei santi.

Nel frattempo, mentre aspettiamo la rivelazione di Gesù e il compimento delle promesse di Dio, se il lavoro ci delude, è per farci dipendere più dall’opera di Gesù al nostro posto. Se l’amore dei nostri familiari ci delude, è per farci apprezzare di più l’amore infallibile del nostro Padre celeste. Se il nostro corpo ci delude a causa di qualche debolezza, male o malattia, è per farci sperare di più nella risurrezione di Cristo che è la primizia di tutti quelli che muoiono in lui. Se i nostri tesori sulla terra ci deludono quando si rompono o si perdono, è per ricordarci dell’importanza di farci tesori in cielo. Qualsiasi delusione che sia, è un invito da parte di Dio di fissare il nostro sguardo sempre di più su Gesù, convinti che chiunque crede in lui non sarà mai veramente deluso (Romani 10:11). Amen.

Genesi 27-28: Il Cacciatore Divino

1) Il Cacciatore Soppiantato (Genesi 27:1-45)

27:1 Isacco era invecchiato e i suoi occhi indeboliti non ci vedevano più. Allora egli chiamò Esaù, suo figlio maggiore, e gli disse: «Figlio mio!» Quello rispose: «Eccomi!» E Isacco: «Ecco, io sono vecchio e non so il giorno della mia morte. Ora prendi, ti prego, le tue armi, le tue frecce e il tuo arco, va’ fuori nei campi e prendimi un po’ di selvaggina. Poi preparami una pietanza saporita, di quelle che mi piacciono; portamela perché io la mangi e ti benedica prima che io muoia». Rebecca stava ad ascoltare mentre Isacco parlava a suo figlio Esaù. Ed Esaù se ne andò nei campi per cacciare della selvaggina e portarla a suo padre.

Rebecca parlò a suo figlio Giacobbe e gli disse: «Ho udito tuo padre che parlava con tuo fratello Esaù, e gli diceva: “Portami un po’ di selvaggina e fammi una pietanza saporita perché io la mangi e ti benedica davanti al Signore, prima che io muoia”. Ora, figlio mio, ubbidisci alla mia voce e fa’ quello che ti comando. Va’ al gregge e prendimi due buoni capretti e io ne farò una pietanza saporita per tuo padre, di quelle che gli piacciono. 10 Tu la porterai a tuo padre, perché la mangi e così ti benedica prima che egli muoia». 11 Giacobbe disse a Rebecca sua madre: «Mio fratello Esaù è peloso, e io no. 12 Può darsi che mio padre mi tasti e mi consideri un impostore e mi attirerò addosso una maledizione invece di una benedizione». 13 Sua madre gli rispose: «Questa maledizione ricada su di me, figlio mio! Ubbidisci pure alla mia voce e va’ a prendermi i capretti». 14 Egli dunque andò a prenderli e li portò a sua madre; e sua madre ne preparò una pietanza saporita, di quelle che piacevano al padre di lui. 15 Poi Rebecca prese i più bei vestiti di Esaù, suo figlio maggiore, i quali erano in casa presso di lei, e li fece indossare a Giacobbe suo figlio minore; 16 con le pelli dei capretti gli coprì le mani e il collo, che erano senza peli. 17 Poi mise in mano a suo figlio Giacobbe la pietanza saporita e il pane che aveva preparato.

18 Egli andò da suo padre e gli disse: «Padre mio!» Isacco rispose: «Eccomi; chi sei tu, figlio mio?» 19 Giacobbe disse a suo padre: «Sono Esaù, il tuo primogenito. Ho fatto come tu mi hai detto. Àlzati, ti prego, mettiti a sedere e mangia la mia selvaggina, perché tu mi benedica». 20 Isacco disse a suo figlio: «Come hai fatto a trovarne così presto, figlio mio?» E quello rispose: «Perché il Signore, il tuo Dio, l’ha fatta venire sulla mia via». 21 Allora Isacco disse a Giacobbe: «Avvicìnati, figlio mio, e lascia che io ti tasti, per sapere se sei proprio mio figlio Esaù, o no». 22 Giacobbe s’avvicinò a suo padre Isacco; e, come questi lo ebbe tastato, disse: «La voce è la voce di Giacobbe, ma le mani sono le mani di Esaù». 23 Non lo riconobbe, perché le sue mani erano pelose come le mani di suo fratello Esaù, e lo benedisse. 24 Disse: «Tu sei proprio mio figlio Esaù?» Egli rispose: «Sì». 25 E Isacco gli disse: «Portami da mangiare la selvaggina di mio figlio, e io ti benedirò». Giacobbe gliene servì, e Isacco mangiò. Giacobbe gli portò anche del vino, ed egli bevve.

26 Poi suo padre Isacco gli disse: «Ora avvicìnati e baciami, figlio mio». 27 Egli s’avvicinò e lo baciò. E Isacco sentì l’odore dei vestiti, e lo benedisse dicendo: «Ecco, l’odore di mio figlio è come l’odore di un campo, che il Signore ha benedetto. 28 Dio ti conceda la rugiada del cielo, la fertilità della terra e abbondanza di frumento e di vino. 29 Ti servano i popoli e le nazioni s’inchinino davanti a te. Sii padrone dei tuoi fratelli e i figli di tua madre s’inchinino davanti a te. Maledetto sia chiunque ti maledice, benedetto sia chiunque ti benedice!»

30 Appena Isacco ebbe finito di benedire Giacobbe e Giacobbe se ne fu andato dalla presenza di suo padre Isacco, Esaù suo fratello giunse dalla caccia. 31 Anch’egli preparò una pietanza saporita, la portò a suo padre e gli disse: «Si alzi mio padre, e mangi della selvaggina di suo figlio, perché mi benedica». 32 Suo padre Isacco gli disse: «Chi sei tu?» Ed egli rispose: «Sono Esaù, tuo figlio primogenito». 33 Isacco fu preso da un tremito fortissimo e disse: «E allora, chi è colui che ha preso della selvaggina e me l’ha portata? Io ho mangiato di tutto prima che tu venissi, e l’ho benedetto; e benedetto egli sarà». 34 Quando Esaù udì le parole di suo padre, emise un grido forte e amarissimo. Poi disse a suo padre: «Benedici anche me, padre mio». 35 Isacco rispose: «Tuo fratello è venuto con inganno e si è preso la tua benedizione». 36 Ed Esaù: «Non è forse a ragione che egli è stato chiamato Giacobbe? Mi ha già soppiantato due volte: mi tolse la mia primogenitura, ed ecco che ora mi ha tolto la mia benedizione». Poi aggiunse: «Non hai serbato qualche benedizione per me?» 37 Isacco rispose e disse a Esaù: «Io l’ho costituito tuo padrone, gli ho dato tutti i suoi fratelli per servi e l’ho provveduto di frumento e di vino; che potrei dunque fare per te, figlio mio?» 38 Allora Esaù disse a suo padre: «Hai tu questa sola benedizione, padre mio? Benedici anche me, padre mio!» Quindi Esaù alzò la voce e pianse. 39 Suo padre Isacco rispose e gli disse: «Ecco, la tua dimora sarà priva della fertilità della terra e della rugiada che scende dal cielo. 40 Tu vivrai della tua spada, e sarai servo di tuo fratello; ma avverrà che, conducendo una vita errante, tu spezzerai il suo giogo dal tuo collo».

41 Esaù odiava Giacobbe a causa della benedizione datagli da suo padre, e disse in cuor suo: «I giorni del lutto di mio padre si avvicinano, allora ucciderò mio fratello Giacobbe». 42 Furono riferite a Rebecca le parole di Esaù, suo figlio maggiore, e lei mandò a chiamare Giacobbe, suo figlio minore, e gli disse: «Esaù, tuo fratello, vuole vendicarsi e ucciderti. 43 Ora, figlio mio, ubbidisci alla mia voce; lèvati e fuggi a Caran da mio fratello Labano, 44 rimani laggiù, finché il furore di tuo fratello sia passato, 45 finché l’ira di tuo fratello si sia stornata da te ed egli abbia dimenticato quello che tu gli hai fatto. Allora io manderò a farti ritornare da laggiù. Perché dovrei essere privata di voi due in uno stesso giorno?»

Giacobbe è uno dei personaggi più affascinanti nella Bibbia. Non è un uomo che fa da esemplare morale. In Genesi 25, nasce un attimo dopo il suo gemello, Esaù, tenendo il calcagno di quest’ultimo. Per questo viene chiamato Giacobbe, un nome che in ebraico è associato alla parola per “calcagno” ma anche ai termini “seguire” e “soppiantare”. Nella storia riportata subito dopo, vediamo che questo descrive perfettamente il suo carattere. Esaù, presentato come “un esperto cacciatore”, torna stremato dai suoi sforzi nei campi e vede Giacobbe che ha preparato una minestra. Giacobbe però gliene offre solo a patto che Esaù gli dia in cambio la sua primogenitura, il diritto che gli spetta essendo appunto il primogenito (anche se solo per pochi secondi). Non si tratta ovviamente di un inganno, che succede dopo nel cap. 27, ma Giacobbe chiaramente si approfitta della stanchezza di suo fratello per ottenere l’eredità del loro padre, Isacco, in un modo poco lodevole.

Questa vicenda ci prepara per quanto avviene successivamente quando, nel cap. 27, Giacobbe di nuovo si approfitta del suo fratello cacciatore, questa volta per rubargli la benedizione del padre con l’aiuto di sua madre, Rebecca. Isacco, ci viene detto, è praticamente cieco, e chiede a Esaù di andare a caccia e prendergli un po’ di selvaggina perché possa mangiarla e poi dargli la sua benedizione. Questa benedizione, come vediamo soprattutto nel v.29, non è una parola vuota ma conferisce la promessa di Dio ad Abraamo, che…

Ti servano i popoli e le nazioni s’inchinino davanti a te. Sii padrone dei tuoi fratelli e i figli di tua madre s’inchinino davanti a te. Maledetto sia chiunque ti maledice, benedetto sia chiunque ti benedice!

Giacobbe, quindi, per la seconda volta adempie il significato del suo nome e soppianta Esaù, travestendosi da cacciatore e fungendo di essere lui. Isacco sembra un po’ sospettoso, ma alla fine l’inganno funziona e Isacco pronuncia la sua benedizione su Giacobbe, convinto che lui sia invece Esaù.

La conclusione della narrativa è prevedibile. Esaù torna finalmente dalla caccia, prepara il cibo e poi lo porta a suo padre, aspettandosi di ricevere la sua benedizione. Tutti e due poi rimangono sbigottiti quando si accorgono dell’inganno. Esaù, prima mortificato ma poi adirato contro Giacobbe, giura di ucciderlo per vendicarsi, passando così da cacciatore di animali a cacciatore di suo fratello. Giacobbe è dunque costretto a fuggire, non più il soppiantore ma la preda, la vittima del suo proprio successo.

2) Il Cacciatore Divino (Genesi 28:10-15)

10 Giacobbe partì da Beer-Sceba e andò verso Caran. 11 Giunse ad un certo luogo e vi passò la notte, perché il sole era già tramontato. Prese una delle pietre del luogo, se la mise per capezzale e lì si coricò. 12 Fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima toccava il cielo; e gli angeli di Dio salivano e scendevano per la scala. 13 Il Signore stava al di sopra di essa e gli disse: «Io sono il Signore, il Dio di Abraamo tuo padre e il Dio d’Isacco. La terra sulla quale tu stai coricato, io la darò a te e alla tua discendenza. 14 La tua discendenza sarà come la polvere della terra e tu ti estenderai a occidente e a oriente, a settentrione e a meridione, e tutte le famiglie della terra saranno benedette in te e nella tua discendenza. 15 Io sono con te, e ti proteggerò dovunque tu andrai e ti ricondurrò in questo paese, perché io non ti abbandonerò prima di aver fatto quello che ti ho detto».

Questa vicenda però crea le condizioni necessarie per la stupenda rivelazione di Dio nel cap.28, il tema che vogliamo approfondire nel resto di questo messaggio. Questa rivelazione è stupenda proprio in quanto è in grado di rivoluzionare la nostra idea di Dio e, di conseguenza, la nostra vita. Per introdurre questo concetto, bisogna prima prendere una breve pausa dalla storia di Giacobbe e precisare un’idea comune che molti hanno di Dio, ovvero quello del dio “giudice imparziale”. Quando dico “il dio giudice imparziale”, non sto parlando del vero senso biblico secondo cui Dio è giudice ed è imparziale, cioè che egli mette a posto ciò che è guasto, raddrizza ciò che è storto, e risana ciò che è malato, senza accettare tangenti o fare favoritismi in base all’etnia, al sesso, al livello economico, e così via. Sto parlando dell’idea di un dio come arbitro totalmente disinteressato, il dio dalle braccia incrociate che aspetta per vedere se ci dimostriamo buoni o cattivi prima di decidere se premiarci o punirci.

Ovviamente c’è la versione più crudele, il dio che non vede l’ora di coglierci in qualche peccato o fallo e fulminarci nella sua ira. C’è anche la versione più carina, il dio “babbo natale” a cui piace farci regali ma che comunque deve prima verificare che non siamo sulla lista dei bimbi cattivi. La cosa comune in qualsiasi versione di quest’idea è che dio non prende azione nei nostri confronti finché noi non prendiamo azione nei suoi confronti. Lui ci ama solo dopo che noi amiamo lui. Ci benedice solo dopo che ubbidiamo ai suoi comandamenti. Ci premia solo dopo che noi dimostriamo di essere persone brave, buone e dunque meritevoli.

Quest’idea si manifesta poi in varie forme concrete e pratiche. C’è la forma religiosa: cerco di vivere come Dio vuole, attenendomi ai suoi precetti, frequentando la chiesa, pregando, facendo opere di carità e benevolenza, sempre con la speranza che Dio mi contraccambierà tutto il bene che ho fatto. Se credo di esserci riuscito, sarò propenso a diventarne orgoglioso e disprezzare, o considerare inferiori, quelli che non sono all’altezza. Dall’altra parte, se mi ritengo un fallito, o se non vedo che Dio mi tratta come penso di essere degno, sarò suscettibile alla delusione, alla depressione e persino alla rabbia. Questo contribuisce alla manifestazione irreligiosa di quest’idea, quando non voglio niente a che fare con un tale dio. O mollo la mia fede perché sono stanco di provare dopo aver fallito tante volte, o mi stufo dell’ipocrisia delle persone religiose, di coloro che “predicano bene ma razzolano male”, e non vedo la giustizia di Dio che dovrebbe punire quelli e aiutare altri che, pur essendo non credenti, sono a mio avviso brave persone. In ogni caso, sia per il religioso sia per l’irreligioso, l’idea del dio “giudice imparziale” porta conseguenze negative.

Tornando adesso alla storia di Giacobbe in Genesi 28, scopriamo come Dio si rivela in modo assolutamente opposto, in modo davvero rivoluzionario per quanto riguarda le nostre idee di lui, non come “giudice imparziale” ma piuttosto come “cacciatore divino”. Abbiamo già notato che l’episodio raccontato nel cap.27 s’impernia sul tema della caccia. Isacco chiede a suo figlio Esaù, l’esperto cacciatore, di prendergli selvaggina affinché possa benedirlo prima di morire. L’inganno di Giacobbe risulta efficace perché impersona un cacciatore. Ma quando Esaù viene a conoscenza di ciò che è successo, impiega le sue capacità da cacciatore per inseguire e uccidere Giacobbe che ormai è diventato la preda.

Mentre però Giacobbe cerca di scappare da suo fratello, la narrativa prende una svolta inaspettata e sorprendente: è Dio che appare all’improvviso lungo il suo percorso come il vero cacciatore. Accade di notte, mentre Giacobbe dorme in un luogo a lui sconosciuto ed è dunque particolarmente vulnerabile e indifeso. In un sogno, Dio si manifesta a Giacobbe in cima a una scala per la quale gli angeli salgono e scendono. Da lì la parola di Dio (sempre il mezzo principale tramite cui Dio si rivela agli esseri umani) si rivolge a Giacobbe e gli fa la stessa promessa che ha fatto ad Abraamo e Isacco:

La terra sulla quale tu stai coricato, io la darò a te e alla tua discendenza. La tua discendenza sarà come la polvere della terra … e tutte le famiglie della terra saranno benedette in te e nella tua discendenza. Io sono con te, e ti proteggerò dovunque tu andrai…

È di vitale importanza notare che alla fine Dio sottolinea il carattere incondizionato di questa promessa:

…io non ti abbandonerò prima di aver fatto quello che ti ho detto.

Questo è rafforzato dall’immagine della scala che richiama gli ziggurat, quelle enormi strutture dotate di una rampa di scale centrale costruite dai popoli antichi per giungere all’altezza delle divinità. La scala che Giacobbe vede invece funziona nel modo contrario: non è Giacobbe che deve salire per incontrare Dio, ma è Dio che scende, per mezzo della sua parola (di cui gli angeli sono raffigurati come i portatori), per incontrare Giacobbe. Il sogno di Giuseppe è letteralmente il capovolgimento degli antichi concetti pagani della deità, e anche dei nostri. Il Dio di Abraamo e di Isacco — e da ora in poi il Dio anche di Giacobbe — non è il dio “giudice imparziale” o “tiranno spietato” o “babbo natale” che aspetta che noi costruiamo una scala per raggiungere lui. Egli è il “cacciatore divino” che prende l’iniziativa, che va alla ricerca di quelli che non lo cercano, che persino vogliono scappare da lui, e che riesce a trovarci anche nei luoghi che sembrano più lontani dalla sua presenza. Ma a differenza di Esaù che insegue Giacobbe per fargli del male, Dio lo insegue per fargli del bene, per benedirlo oltre misura e oltre immaginazione.

E tutto questo non perché Giacobbe si è dimostrato degno di tali benedizioni; anzi, dalla nascita è un manipolatore, un ingannatore, un soppiantore. Davanti al dio “giudice imparziale”, Giacobbe sarebbe rifiutato e condannato. Ma davanti al Cacciatore Divino, è accolto e prezioso. Questo Dio ama Giacobbe prima che Giacobbe ami lui. Lo benedice prima che Giacobbe gli ubbidisca. Gli da promesse meravigliose prima che Giacobbe dimostri di esserne degno (cosa che in realtà non fa mai!).

3) La Preda di Dio (Genesi 28:16-22)

16 Quando Giacobbe si svegliò dal sonno, disse: «Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo!» 17 Ebbe paura e disse: «Com’è tremendo questo luogo! Questa non è altro che la casa di Dio, e questa è la porta del cielo!» 18 Giacobbe si alzò la mattina di buon’ora, prese la pietra che aveva messa come capezzale, la pose come pietra commemorativa e vi versò sopra dell’olio. 19 E chiamò quel luogo Betel; mentre prima di allora il nome della città era Luz. 20 Giacobbe fece un voto, dicendo: «Se Dio è con me, se mi protegge durante questo viaggio che sto facendo, se mi dà pane da mangiare e vesti da coprirmi, 21 e se ritorno sano e salvo alla casa di mio padre, il Signore sarà il mio Dio 22 e questa pietra, che ho eretta come monumento, sarà la casa di Dio; di tutto quello che tu mi darai, io certamente ti darò la decima».

La risposta di Giacobbe conferma tutto questo. Dopo essersi svegliato dice: “Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo!” In realtà, Giacobbe era sempre inconsapevole della presenza di Dio nella sua vita. Questa è la prima volta nella sua storia che se ne renda conto. Giacobbe non era mai un uomo di fede, evidente dal fatto che pensava di dover manipolare le persone attorno a lui e controllare le circostanze in cui si trovava per ottenere ciò che desiderava.

Tuttavia, nonostante la sua incredulità, o almeno la sua indifferenza circa la presenza di Dio nella sua vita, Dio era lì presente. Malgrado il suo “io non lo sapevo”, il Signore l’ha seguito fino a quel luogo sconosciuto. Pur fuggendo da casa sua, Giacobbe si è trovato inaspettatamente e involontariamente in “Betel”, che tradotto vuol dire “casa di Dio”. E anche se alla fine Giacobbe non risponde con una fede vera e sincera in quanto dice “il Signore sarà il mio Dio” solo se quest’ultimo adempie una serie di condizioni (se Dio è con me, se mi protegge durante questo viaggio, se mi dà pane da mangiare e vesti da coprirmi, se ritorno sano e salvo alla casa di mio padre), Dio non viene meno nel compiere tutte le sue promesse. Giacobbe è sempre stato infedele nei confronti di Dio, e lo sarà ancora, ma Dio è sempre stato, è, e sarà sempre fedele nei suoi confronti. Nonostante i falli e i peccati di Giacobbe, Dio non lo abbandonerà mai ma continuerà a inseguirlo finché non avrà adempiuto tutto quanto il suo proposito benevolo nei suoi confronti. Il Dio di Abraamo e di Isacco è risoluto a essere il Dio anche di Giacobbe, anche se Giacobbe non è ancora sicuro se lo vuole o meno. Questo è il carattere del Dio vero, del “Cacciatore Divino”.

Ma per quanto stupenda nei confronti di Giacobbe, questa rivelazione del Cacciatore Divino giunge al culmine nella persona di Gesù Cristo nei confronti del mondo intero. Nel vangelo di Giovanni capitolo 1 (che abbiamo già visto come una “seconda Genesi”), leggiamo la storia del primo incontro di Filippo e Natanaele (che diventeranno discepoli e apostoli) con Gesù in cui la scala di Giacobbe fa una nuova apparizione:

45 Filippo trovò Natanaele e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella legge e i profeti: Gesù da Nazaret, [il] figlio di Giuseppe». 46 Natanaele gli disse: «Può forse venire qualcosa di buono da Nazaret?» Filippo gli rispose: «Vieni a vedere». 47 Gesù vide Natanaele che gli veniva incontro e disse di lui: «Ecco un vero Israelita in cui non c’è falsità». 48 Natanaele gli chiese: «Da che cosa mi conosci?» Gesù gli rispose: «Prima che Filippo ti chiamasse, quando eri sotto il fico, io ti ho visto». 49 Natanaele gli rispose: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele». 50 Gesù rispose e gli disse: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto il fico, tu credi? Tu vedrai cose maggiori di queste». 51 Poi gli disse: «In verità, in verità vi dico che [da ora in poi] vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo».

Qui non è in realtà una scala che collega il cielo con la terra ma Gesù stesso. Egli è, come Giovanni dice nel 1:14, la Parola di Dio che “è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, pieno di grazia e di verità”. Gesù è la presenza di Dio che non ha aspettato che venissimo da lui ma che ci è venuta a cercare mentre eravamo come Giacobbe: inconsapevoli, indifferenti e increduli. Oppure, per usare l’immagine di Luca 15:3-6, Gesù è il buon pastore che, smarrita una delle sue pecore, lascia le altre novantanove e “va dietro a quella perduta finché non la ritrova”. Gesù è “l’amico dei peccatori” (Luca 7:34) che invita gli indegni a casa sua per mangiare e bere a tavola con lui. Gesù è il grande medico che viene non per i sani ma per i malati (Luca 5:31-32). E soprattutto, Gesù è l’amore di Dio che pagherà qualsiasi prezzo per riacquistarci, che infatti ha pagato il prezzo più caro, spargendo il suo sangue e sacrificando la sua vita sulla croce per salvarci. Così afferma 1 Giovanni 4:10:

In questo è l’amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma che egli ha amato noi, e ha mandato suo Figlio per essere il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati.

Quanto cambierà la nostra vita se noi veramente afferriamo questo “amore cacciatore” di Dio in Cristo! Quanto coraggio avremo quando finalmente comprendiamo con tutto il cuore che Dio non smetterà di inseguirci con la sua grazia finché non sperimentiamo la pienezza delle sue benedizioni. Quanta speranza ci darà la certezza che Dio è per noi, che sta sempre dalla nostra parte, che rimane fedele a noi anche quando noi ci dimostriamo infedeli a lui. E quanto sarà grande la libertà di vivere nella conoscenza che, come Paolo dichiara in Romani 8:32-34:

Colui che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per noi tutti, non ci donerà forse anche tutte le cose con lui? Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio è colui che li giustifica. Chi li condannerà? Cristo Gesùè colui che è morto e, ancor più, è risuscitato, è alla destra di Dio e anche intercede per noi.

Che Dio ci conceda tutti la grazia in Cristo di poter credere veramente tutto questo e di vivere nella forza che viene dal sapere che ovunque ci troviamo — persino in un luogo sconosciuto scappando da uno che ci vuole uccidere — siamo sempre nelle mani e nella presenza del Cacciatore Divino che non ci abbandonerà prima di aver adempiuto tutte le sue promesse al nostro riguardo. Amen.

Luca 5: Otri Nuovi Per Vino Nuovo

1) Otri Nuovi Per Vino Nuovo (5:33-39)

33 Essi gli dissero: «I discepoli di Giovanni digiunano spesso e pregano, così pure quelli dei farisei; i tuoi invece mangiano e bevono». 34 Gesù disse loro: «Potete far digiunare gli amici dello sposo, mentre lo sposo è con loro? 35 Ma verranno i giorni in cui lo sposo sarà loro tolto; allora, in quei giorni, digiuneranno». 36 Disse loro anche una parabola: «Nessuno strappa un pezzo da un vestito nuovo per metterlo a un vestito vecchio, altrimenti strappa il nuovo e il pezzo tolto dal nuovo non si adatta al vecchio. 37 Nessuno mette vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino nuovo fa scoppiare gli otri e si spande, e gli otri vanno perduti. 38 Ma il vino nuovo va messo in otri nuovi [e l’uno e gli altri si conservano]. 39 {E} nessuno, che abbia bevuto vino vecchio, ne desidera [subito] del nuovo, perché dice: “Il vecchio è buono”».

Il quinto capitolo del vangelo di Luca spiega perché comprendere e testimoniare Cristo risulta difficile. Spesso ci scoraggiamo quando i nostri sforzi di far capire il vangelo sembrano inutili, o quando veniamo presi in giro per la nostra fede “irrazionale”, oppure anche quando noi stessi c’imbattiamo in dubbi o difficoltà nel credere. Senza sminuire queste problematiche, Luca 5 ci fornisce un’ottica nuova attraverso la quale possiamo vederle per poterle superare.

Cominciamo con la parabola del vino nuovo che Gesù racconta alla fine del capitolo. Il contesto della parabola è questa: alcuni farisei e scribi (gli stessi che criticano Gesù per aver mangiato con i pubblicani e i peccatori, che vedremo tra poco) chiedono perché Gesù non fa digiunare i suoi discepoli come altri religiosi. Gesù risponde con due parabole, entrambe con lo stesso significato: non si può riparare un vestito vecchio con un pezzo da un vestito nuovo, proprio come non si possono usare otri vecchi per contenere vino nuovo. Che cosa vuol dire?

Notiamo prima come Gesù risponde ai suoi critici prima con una domanda sua: “Potete far digiunare gli amici dello sposo mentre lo sposo è con loro?” Qui Gesù usa una metafora, radicata nell’Antico Testamento, per descrivere se stesso: egli è lo sposo, e i suoi discepoli sono gli amici dello sposo, ed è l’ora del banchetto delle nozze per cui non c’è bisogno di digiunare! Nell’Antico Testamento (come nel Nuovo), Dio parla dell’adempimento delle sue promesse a favore del suo popolo in termini di un matrimono. È facile capire perché. Il giorno del matrimonio è uno dei più felici che ci possano essere, quando si compie la molto attesa unione tra un uomo e una donna. Così Dio aveva promesso di unirsi al suo popolo in modo irrevocabile, salvandolo dai suoi peccati e eliminando tutte le cose che interferiscono con la sua felicità eterna (come il male e la morte).

Usando questa metafora, Gesù dice che il giorno delle nozze — del compimento delle promesse di Dio — è finalmente arrivato con la sua venuta. Dice che la sua venuta ha creato una realtà talmente nuova e radicale che non si può comprendere secondo i vecchi schemi. Questo è il significato delle parabole. Come si usava all’epoca, si faceva fermentare il vino in otri di peli animali. Man mano che il vino s’invecchiava, così l’otre si allargava a causa dei gas emessi. Una volta usato, l’otre non poteva essere usato per far fermentare altro vino nuovo, essendo già giunto al limite della sua elasticità. Se si riempiva un otre vecchio di vino nuovo, l’otre scoppiava e rovinava sia l’otre che il vino nuovo.

Analogamente, Gesù dice, ogni tentativo per capire lui e il significato della sua venuta secondo gli schemi già esistenti — siano mentali, culturali, religiosi, politici, razionali, ecc. — è destinato a fallire. Il vangelo di Gesù, cioè il vino nuovo, non può essere contenuto o spiegato o compreso da quello che il mondo conosce o capisce. Il vangelo fa scoppiare ogni idea o filosofia o religione o politica o usanza o scienza che il mondo può concepire. Ecco perché, secondo Gesù, è talmente difficile comprenderlo o crederlo o testimoniarlo: non si adegua a ciò che noi pretendiamo che sia ma pretende che ci adeguiamo noi a esso.

2) Amico dei Peccatori (5:27-32)

27 Dopo queste cose, egli uscì e notò un pubblicano, di nome Levi, che sedeva al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». 28 Ed egli, lasciata ogni cosa, si alzò e si mise a seguirlo. 29 Levi gli preparò un grande banchetto in casa sua; e una gran folla di pubblicani e di altre persone erano a tavola con loro. 30 I farisei e i loro scribi mormoravano contro i suoi discepoli, dicendo: «Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?» 31 Gesù rispose loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, bensì i malati. 32 Io non sono venuto a chiamare dei giusti, ma dei peccatori a ravvedimento».

Se leggiamo Luca 5 a ritroso, troviamo una serie di episodi che illustrano “il vino nuovo” di Gesù. Abbiamo già notato che è stata la domanda dei farisei e degli scribi a creare l’occasione per la parabola del vino nuovo. Se leggiamo dal v.27, scopriamo che la loro domanda segue la risposta di Gesù alla loro critica: “Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?” Gesù infatti mangiava a casa di Levi, il pubblicano che poi sarebbe diventato il discepolo che conosciamo meglio come Matteo. Evidentemente la compagnia che Gesù teneva attorno al tavolo ha scandalizzato i farisei e gli scribi. Tutti sapevano che rompere pane insieme a persone come pubblicani ed altri peccatori significava accettarle e amarle, mentre i farisei e altri “religiosi bravi” consideravano tali persone da condannare. Uno come Gesù che rivendicava il diritto di rappresentare e parlare da parte di Dio non poteva certamente accogliere peccatori come questi!

Tuttavia, sono proprio queste persone — tutte le persone sbagliate — per cui Gesù dice di essere venuto. Infatti, come Gesù asserisce, sono i peccatori, non i “giusti” ad aver bisogno di lui, come i malati e non i sani hanno bisogno del medico. Il punto, e ciò che “fa scoppiare l’otre vecchio”, è la natura scandolosa della grazia che Gesà mostra mangiando con i pubblicani e i peccatori. Questa grazia è scandalosa prima perché se Gesù dice di essere venuto per noi, vuol dire che siamo dei peccatori e non dei giusti che ci piace pensare! Questa grazia è ancora più scandalosa quando comprendiamo come le azioni di Gesù rivelano che nessuno può meritarsi il favore di Dio. È necessario sempre ribadire questo concetto perché, per quanto familiare, è in realtà totalmente estraneo alle nostre esperienze. Per quanto facile dire: “è tutto per grazia”, è difficile accettarla. Non riusciamo ad accettare che non possiamo guadagnare la grazia, che non possiamo dimostrarci degno del favore di Dio, che, nei momenti quando scorgiamo l’orrenda depravazione dei nostri cuori, è allora che Dio afferma il suo grande amore per noi. Accettare la grazia è umiliante, ed essa fa scoppiare il vecchio otre del nostro orgoglio. Ecco perché è così difficile comprenderla e farla comprendere.

3) Autorità di Perdonare (5:17-26)

17 Un giorno Gesù stava insegnando, e c’erano là seduti dei farisei e dei dottori della legge, venuti da tutti i villaggi della Galilea, della Giudea e da Gerusalemme; e la potenza del Signore era con lui per compiere guarigioni. 18 Ed ecco degli uomini che portavano sopra un letto un uomo che era paralizzato, e cercavano di farlo entrare e di metterlo davanti a lui. 19 Non trovando modo d’introdurlo a causa della folla, salirono sul tetto e, fatta un’apertura fra le tegole, lo calarono giù con il lettuccio, lì nel mezzo, davanti a Gesù. 20 Ed egli, veduta la loro fede, disse [a lui]: «Uomo, i tuoi peccati ti sono perdonati». 21 Allora gli scribi e i farisei cominciarono a ragionare, dicendo: «Chi è costui che pronuncia bestemmie? Chi può perdonare i peccati se non Dio solo?» 22 Ma Gesù, conosciuti i loro pensieri, disse loro: «Di cosa ragionate nei vostri cuori? 23 Che cosa è più facile, dire: “I tuoi peccati ti sono perdonati” oppure dire: “Àlzati e cammina”? 24 Ora, affinché sappiate che il Figlio dell’uomo ha sulla terra il potere di perdonare i peccati, io ti dico», disse all’uomo paralizzato, «àlzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua». 25 E subito egli si alzò in loro presenza, prese ciò su cui giaceva e se ne andò a casa sua, glorificando Dio. 26 Tutti furono presi da stupore e glorificavano Dio; e, pieni di spavento, dicevano: «Oggi abbiamo visto cose straordinarie».

Andando ancora indietro nel capitolo, questo tema si sviluppa di più. La storia è famosa: alcuni uomini fanno un’apertura nel tetto della casa in cui Gesù è circondato da una grande folla per poter mettergli davanti il loro amico paralizzato. Scioccante però è quando Gesù, vedendo l’uomo e la sua infermità, prima non dice “Àlzati e cammina” ma “i tuoi peccati ti sono perdonati”. Ma come si può permettere Gesù di dire qualcosa del genere? È ovvio che l’uomo ha una grave condizione e ha bisogno di essere guarito. In più, come può Gesù pretendere di perdonare i suoi peccati? Come ragionano giustamente gli scribi e i farsei, “Chi può perdonare i peccati se non Dio solo?”. Dirlo è veramente una bestemmia se lo dice un mero mortale!

Ma Gesù non è un mero mortale, e sa benissimo ciò che sta rivendicando. Quando dice di avere il potere di perdonare i peccati, dice di essere uguale a Dio! Ma in più, Gesù pretende di saper meglio di qualsiasi altro la vera malattia di quest’uomo. Anche se vero che Gesù lo guarisce fisicamente, questo serve come segno della sua guarigione spirituale, la guarigione dal peccato. Il mondo diagnostica i suoi problemi in tutti i modi tranne che questo: il peccato. Prova a dire a qualcuno di oggi che il suo problema principale, il problema dal quale provengono tutti i suoi altri problemi e persino tutti i problemi del mondo, è il peccato, e probabilmente ti riderà in faccia. L’idea che il peccato è il nostro problema più grande e che, di conseguenza, il nostro bisogno più grande è di essere perdonati e riconciliati con Dio, è totalmente estranea al mondo in cui viviamo. Eppure questo è esattamente ciò che il vangelo di Gesù Cristo dichiara, il vino nuovo che fa scoppiare il vecchio otre. Se rifiutiamo di accettare la diagnosi di Gesù, rifiuteremo anche il rimedio che lui ci offre, il rimedio del suo perdono ottenuto per noi attraverso la sua morte in croce. Ancora una volta: questo è perché è talmente difficile comprendere e far comprendere il vangelo di Gesù Cristo.

4) Santità Contagiosa (5:12-16)

12 Mentre egli si trovava in una di quelle città, ecco un uomo tutto coperto di lebbra, il quale, veduto Gesù, si gettò con la faccia a terra e lo pregò, dicendo: «Signore, se vuoi, tu puoi purificarmi». 13 Ed egli, stesa la mano, lo toccò, dicendo: «Lo voglio, sii purificato». E subito la lebbra sparì da lui. 14 Poi Gesù gli comandò di non dirlo a nessuno. «Ma va’», gli disse, «mòstrati al sacerdote e offri per la tua purificazione ciò che Mosè ha prescritto; e ciò serva loro di testimonianza». 15 Però la fama di lui si spandeva sempre più; e grandi folle si radunavano per udirlo ed essere [da lui] guarite dalle loro infermità. 16 Ma egli si ritirava nei luoghi deserti e pregava.

Prima di guarire l’uomo paralizzato, Gesù guarisce un lebbroso in un modo che di nuovo fa scoppiare il vecchio otre. È praticamente una legge universale che la malattia, e non la salute, che contagia. La lebbre è un esempio lampante. All’epoca di Gesù, i lebbroso dovevano rimanere isolati lontani da tutte le altre persone, talmente contagiosa era la loro malattia. Ma qui vediamo Gesù che non mantiene le solite distanze ma si avvicina al lebbroso e non solo: lo tocca con le mani. Sorprendentemente, è la salute di Gesù che “infetta” il lebbroso e non vice versa. Mai successa una cosa simile! Ma nel contesto di Luca 5, sappiamo che sta succedendo qualcosa di più. Non è solo la salute di Gesù, ma la sua santità che è contagiosa. Questo è perché Gesù può stare insieme con, e anche toccare, gli impuri senza rendersi impuro. Nella presenza di Gesù, i lebbrosi vengono purificati, come anche i peccatori vengono non solo perdonati, ma anche santificati e trasformati a sua immagine.

Ecco però l’offesa. Nessuno di noi è in grado di fare questo; solo Gesù lo è. Nessuno di noi può salvare qualcuno altro. Gesù è l’unico Salvatore del mondo. Solo Gesù con la sua morte ha potuto togliere i peccati del mondo. Solo Gesù con la sua risurrezione ha potuto vincere la morte e uscire dalla tomba come la primizia della nuova creazione. Nessun altro in tutta la storia del mondo ha mai fatto e non farai mai ciò che Gesù ha fatto. Per questo Gesù e Gesù solo è il Salvatore, la Via, la Verità, e la Vita, l’unico nome sotto il cielo per mezzo del quale noi possiamo essere salvati. Tutto questo è illustrato nella guarigione del lebbroso, perché solo Gesù ha la “santità contagiosa”.

5) Pescatori di Uomini (5:1-11)

5:1 Mentre egli stava in piedi sulla riva del lago di Gennesaret e la folla si stringeva intorno a lui per udire la parola di Dio, Gesù vide due barche ferme a riva: da esse i pescatori erano smontati e lavavano le reti. Montato su una di quelle barche, che era di Simone, lo pregò di scostarsi un poco da terra; poi, sedutosi sulla barca, insegnava alla folla. Com’ebbe terminato di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo, e gettate le vostre reti per pescare». Simone [gli] rispose: «Maestro, tutta la notte ci siamo affaticati e non abbiamo preso nulla; però, secondo la tua parola, getterò le reti». E, fatto così, presero una tal quantità di pesci, che le loro reti si rompevano. Allora fecero segno ai loro compagni dell’altra barca di venire ad aiutarli. Quelli vennero e riempirono tutte e due le barche, tanto che affondavano. Simon Pietro, veduto ciò, si gettò ai piedi di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Perché spavento aveva colto lui e tutti quelli che erano con lui, per la quantità di pesci che avevano presi, 10 e così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone. Allora Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». 11 Ed essi, tratte le barche a terra, lasciarono ogni cosa e lo seguirono.

Questo ci porta, infine, all’inizio del capitolo 5 dove tutto questo diventa molto personale. Luca narra la chiamata dei discepoli, ma la narra in modo particolare. Mentre Matteo e Marco evidenziano l’immediata risposta da parte dei discepoli alla chiamata di Gesù, Luca pone l’enfasi sull’efficacia della chiamata stessa di creare in loro questa risposta. Dopo aver pescato per una notte intera senza prendere niente, Simon Pietro e gli altri con lui (come Giacomo e Giovanni) sono stanchi e scoraggiati. Arriva Gesù, e gli dice di provare a gettare le reti nel mare ancora una volta. Ora, qualcuno ha definito la follia in questo modo: “fare sempre le stesse cose aspettandosi risultati diversi”. Secondo questa definizione, l’ordine di Gesù sarebbe infatti folle, se non per il fatto che sia stato Gesù a darlo. Pur avendo dei dubbi forti, Pietro e gli altri fanno come Gesù ha comandato, e prendono “una tal quantità di pesci che le loro reti si rompevano”. A questo punto nella narrativa, Gesù li chiama a seguirlo, promettendo di farli diventare “pescatori di uomini”.

Il punto è duplice. Spesso gli insegnamenti di Gesù, come quelli di tutta la Bibbia, sembrano folli. Il modo per diventare più grande è diventare più umile? Sono gli ultimi che saranno i primi nel regno di Dio? Sono benedetti i poveri di spirito? La vita si ottiene quando la perdiamo in Cristo? Possiamo trovare noi stessi solo quando rinunciamo a noi stessi e prendere la croce per seguire Gesù? Agli occhi del mondo, tutto ciò non ha molto senso; appare in realtà pazzia e scandalo. Ma questo è il vino nuovo che fa scoppiare gli otri vecchi. Nonostante la follia e lo scandalo del vangelo di Cristo, esso è la sapienza e la potenza di Dio di salvarci.

Secondo, l’efficiaca di questi insegnamenti sta proprio nella persona che ci li ha dati. Possiamo pescare tutta la notte e non prendere niente. Ma quando Gesù ci dice di gettare le nostre reti di nuovo nel mare, la quantità di pesci che prendiamo sarà oltre misura. La cosa più saggia è sempre fare ciò che Gesù dice, di accettare pienamente la sua parola senza esitazione o dubbio, anche se a volte ci sembra strano, pazzo o scandaloso. Questo non avviene grazie alle nostre capacità, ma solo grazie alla grazia di Dio.

Allora, perché aspettare ancora? Mettiamo subito in pratica tutto quello che la parola di Dio ci dice. Sicuramente farà scoppiare i nostri “vecchi otri”, ma quando assaggiamo il vino nuovo che l’otre nuovo contiene, non rimpiangeremo mai la nostra scelta.

La Storia della Chiesa in un Anno: Karl Barth e l’Unica Parola di Dio (47/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: Karl Barth e l’Unica Parola di Dio (47/52)

Gesù Cristo è lui stesso questa elezione gratuita di Dio e di conseguenza, la Parola e la decisione divine, l’origine e l’inizio inglobanti in maniera assolutamente esaustiva tutte le altre parole, decisioni, inizi particolari (Karl Barth, La Dottrina dell’Elezione Divina, 305-306).

Nato a Basilea nel 1886, il teologo svizzero Karl Barth rivoluzionò il mondo del XX secolo. Dopo essersi imbevuto della teologia del protestantesimo liberale, Barth venne a rifiutarla quando, come pastore a Safenwil in Svizzera, scoprì che essa non era in grado di rispondere alle problematiche delle persone nella sua chiesa. Avevano bisogno di udire la parola del Dio vero e vivente, non la voce proveniente dai propri cuori.

Quest’epifania portò Barth a mettere l’accento sull’assoluta obiettività della parola di Dio che fa irruzione nella storia e stravolge ogni pensiero, ogni progetto e ogni sistema umano. In particolare, Barth insistette (come avrebbe poi scritto nella Dichiarazione di Barmen) che “Gesù Cristo, cosi come ci viene attestato nella Sacra Scrittura, è l’unica parola di Dio. Ad essa dobbiamo prestare ascolto; in essa dobbiamo confidare e ad essa dobbiamo obbedire in vita ed in morte.”

Durante la sua lunga carriera come professore di teologia presso le università di Münster (1925-1930), Bonn (1930-1935), e Basilea (1935-1962), e poi fino alla sua morte nel 1968, Barth lavorò instancabilmente per applicare questa convinzione a ogni aspetto del pensiero e della vita cristiani. Frutto di circa trent’anni di fatica fu la monumentale ma incompiuta Dogmatica Ecclesiale, un’opera di oltre otto mille pagine suddivise in tredici volumi. Qui Barth espose una visione della fede cristiana incessantemente concentrata sulla persona e sull’opera di Gesù Cristo. Tra i suoi contributi inestimabili si ricordano in particolare i seguenti:

La dottrina della predestinazione (l’elezione): Barth ridimensionò la dottrina, da sempre intensamente dibattuta, della predestinazione in chiave cristologica: Gesù Cristo è sia il Dio che elegge sia l’uomo eletto. Siamo eletti solo perché siamo tali in Cristo che è l’unico vero Eletto di Dio, come siamo figli di Dio solo perché siamo adottati in Gesù l’unico vero Figlio di Dio (Efesini 1:4-5). Così, la dottrina della predestinazione non diventa il “Sì” di Dio ad alcuni e il suo “No” agli altri, ma solo il suo “Sì” a tutti (2 Corinzi 1:18-20). L’elezione è in realtà una persona: Gesù Cristo.

La dottrina della rivelazione: Basandosi sulla verità che Gesù è l’unica via, verità e vita (Giovanni 14:6), Barth negò la possibilità di conoscere Dio se non solo come si rivela in Cristo. L’essere umano non può conoscere Dio tramite le sue capacità ma solo in quanto Dio si fa conoscere per mezzo di Gesù (Giovanni 1:18).

La dottrina delle sacre Scritture: L’enfasi di Barth su Cristo quale unica Parola di Dio influì sulla dottrina delle sacre Scritture. Se Cristo è l’unica vera Parola di Dio, le Scritture lo sono solo in senso secondario, in quante esse rendono testimonianza di lui (Giovanni 5:39). Lungi però dal diminuire l’importanza della Bibbia, Barth l’aumentò, considerandola così non un libro qualsiasi la cui efficacia dipende dalla sua interpretazione, ma come lo strumento per mezzo del quale Gesù Cristo ci incontra e ci parla personalmente.

Genesi 21:1-8: La Divina Commedia

1) Dio Mi Ha Dato di che Ridere (21:1-8)

21:1 Il Signore visitò Sara come aveva detto; e il Signore fece a Sara come aveva annunciato. Sara concepì e partorì un figlio ad Abraamo, quando egli era vecchio, al tempo che Dio gli aveva fissato. Abraamo chiamò Isacco il figlio che gli era nato, che Sara gli aveva partorito. Abraamo circoncise suo figlio Isacco all’età di otto giorni, come Dio gli aveva comandato. Abraamo aveva cent’anni quando gli nacque suo figlio Isacco. Sara disse: «Dio mi ha dato di che ridere; chiunque l’udrà riderà con me». E aggiunse: «Chi avrebbe mai detto ad Abraamo che Sara avrebbe allattato figli? Eppure io gli ho partorito un figlio nella sua vecchiaia». Il bambino dunque crebbe e fu divezzato. Nel giorno che Isacco fu divezzato, Abraamo fece un grande banchetto.

Spesso si dice che Dio ha un senso di umorismo, ed è anche vero. Per quanto seria, la Bibbia narra una storia comica che fa ridere, e lo fa deliberatamente. Per certi versi, il vangelo è una commedia, la commedia di Dio prima che ci fosse la “Divina Commedia” di Dante! Possiamo infatti intendere le parole di Paolo in 1 Corinzi 1 in questo modo:

18 Poiché la predicazione della croce è pazzia per quelli che periscono, ma per noi, che veniamo salvati, è la potenza di Dio;… 26 Infatti, fratelli, guardate la vostra vocazione; non ci sono tra di voi molti sapienti secondo la carne, né molti potenti, né molti nobili; 27 ma Dio ha scelto le cose pazze del mondo per svergognare i sapienti; Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti; 28 Dio ha scelto le cose ignobili del mondo e le cose disprezzate, anzi le cose che non sono, per ridurre al niente le cose che sono, 29 perché nessuno si vanti di fronte a Dio.

Sintomatico della nostra condizione peccaminosa è prenderci troppo seriamente. Ci prendiamo troppo seriamente quando pensiamo di poter controllare le situazioni e i risultati della nostra vita, quando pensiamo di essere in qualche modo più bravi di altri, quando pensiamo di essere indispensabili al buon funzionamento del mondo. Troviamo un esempio in Genesi 11:4-5 quando gli esseri umani dopo il diluvio dicono:

«Venite, costruiamoci una città e una torre la cui cima giunga fino al cielo; acquistiamoci fama, affinché non siamo dispersi sulla faccia di tutta la terra». Il Signore discese per vedere la città e la torre che i figli degli uomini costruivano.

L’ironia di questo scenario è divertente. Gli esseri umani credono di poter costruire “una torre la cui cima giunga fino al cielo”, ma Dio deve “discendere per vedere la città e la torre che i figli degli uomini costruivano”. Ovviamente Dio non deve letteralmente discendere per vedere la torre. Ma il testo usa questa frase retoricamente per ridicolizzare le arroganti pretese di queste persone: esse si reputano dei grandi, ma in realtà sono talmente piccoli e irrilevanti che quasi Dio non riesce a vederli dal cielo! Simile è Salmo 2:1-4:

Perché questo tumulto fra le nazioni, e perché meditano i popoli cose vane? I re della terra si danno convegno e i prìncipi congiurano insieme contro il Signore e contro il suo Unto, dicendo: «Spezziamo i loro legami e liberiamoci dalle loro catene». Colui che siede nei cieli ne riderà; il Signore si farà beffe di loro.

Questa è la “santa derisione” del Signore nei confronti di chi si ritene capace, nella sua folle arroganza, di opporsi a Dio e al suo volere. Fra i suoi altri effetti, il peccato ci rende stupidi, ed è grazia di Dio che ce lo fa sapere beffandosi della nostra assurdità!

Una caratteristica di coloro che conoscono per esperienza la grazia di Dio è appunto un senso di umorismo soprattutto verso se stessi, una certa “leggerezza di essere” che difficilmente si offende, che ride dei propri errori, che riesce a perdonarsi. Buon esempio di questo è il re Davide che risponde a sua moglie quando lei lo disprezza per aver ballato davanti a tutti come “un uomo da nulla”:

«L’ho fatto davanti al Signore che mi ha scelto invece di tuo padre e di tutta la sua casa per stabilirmi principe d’Israele, del popolo del Signore; sì, davanti al Signore ho fatto festa. 22 Anzi mi abbasserò anche più di così e mi renderò umile ai miei occhi; ma da quelle serve di cui parli, proprio da loro, sarò onorato!» (2 Samuele 6:20-22)

Tutto ciò serve per aiutarci a capire il testo di oggi tratto dal libro di Genesi, nel 21:1-8, che narra la nascita di Isacco, figlio di Abraamo e Sara. Prima di commentarlo, diamo un’occhiata ai due brani precedenti che prevedono questa nascita miracolosa:

17:1 Quando Abramo ebbe novantanove anni, il Signore gli apparve e gli disse: «Io sono il Dio onnipotente; cammina alla mia presenza e sii integro; e io stabilirò il mio patto fra me e te e ti moltiplicherò grandemente». Allora Abramo si prostrò con la faccia a terra e Dio gli parlò, dicendo: «Quanto a me, ecco il patto che faccio con te: tu diventerai padre di una moltitudine di nazioni; non sarai più chiamato Abramo, ma il tuo nome sarà Abraamo, poiché io ti costituisco padre di una moltitudine di nazioni. Ti farò moltiplicare grandemente, ti farò divenire nazioni e da te usciranno dei re. Stabilirò il mio patto fra me e te e i tuoi discendenti dopo di te, di generazione in generazione; sarà un patto eterno per il quale io sarò il Dio tuo e della tua discendenza dopo di te. A te e alla tua discendenza dopo di te darò il paese dove abiti come straniero: tutto il paese di Canaan, in possesso perenne; e sarò loro Dio»….

15 Dio disse ad Abraamo: «Quanto a Sarai tua moglie, non la chiamare più Sarai; il suo nome sarà, invece, Sara. 16 Io la benedirò e da lei ti darò anche un figlio; la benedirò e diventerà nazioni; re di popoli usciranno da lei». 17 Allora Abraamo si prostrò con la faccia a terra, rise, e disse in cuor suo: «Nascerà un figlio a un uomo di cent’anni? E Sara partorirà ora che ha novant’anni?» 18 Abraamo disse a Dio: «Oh, possa almeno Ismaele vivere davanti a te!» 19 Dio rispose: «No, Sara, tua moglie, ti partorirà un figlio e tu gli porrai nome Isacco. Io stabilirò il mio patto con lui, un patto eterno per la sua discendenza dopo di lui. 20 Quanto a Ismaele, io ti ho esaudito. Ecco, io l’ho benedetto e farò in modo che si moltiplichi e si accresca straordinariamente. Egli genererà dodici prìncipi e io farò di lui una grande nazione. 21 Ma stabilirò il mio patto con Isacco, che Sara ti partorirà in questa stagione il prossimo anno».

18:9 Poi essi gli dissero: «Dov’è Sara, tua moglie?» Ed egli rispose: «È là nella tenda». 10 E l’altro: «Tornerò certamente da te fra un anno; allora Sara, tua moglie, avrà un figlio». Sara intanto stava ad ascoltare all’ingresso della tenda, che era dietro di lui. 11 Abraamo e Sara erano vecchi, ben avanti negli anni, e Sara non aveva più i corsi ordinari delle donne. 12 Sara rise dentro di sé, dicendo: «Vecchia come sono, dovrei avere tali piaceri? Anche il mio signore è vecchio!» 13 Il Signore disse ad Abraamo: «Perché mai ha riso Sara, dicendo: “Partorirei io per davvero, vecchia come sono?” 14 Vi è forse qualcosa che sia troppo difficile per il Signore? Al tempo fissato, l’anno prossimo, tornerò e Sara avrà un figlio». 15 Allora Sara negò, dicendo: «Non ho riso»; perché ebbe paura. Ma egli disse: «Invece hai riso!»

Notiamo due punti importanti. Il primo è che Abraamo e la sua famiglia sono centrali al compimento del piano di Dio per la salvezza del mondo. Dopo Genesi 3, la promessa di Dio per rimediare al peccato e alle conseguenti maledizione e morte è la nascita del Salvatore dal lignaggio di Eva. Questo lignaggio ora si concentra nella famiglia di Abraamo per mezzo della quale Dio porterà benedizione, al posto della maledizione, a “tutte le famiglie della terra” (12:3). Non è esagerato dire che a questo punto nella storia, tutte le speranze del mondo dipendono da Abraamo e la sua discendenza.

Il secondo punto, però, introduce un problema apparentemente insormontabile. La moglie di Abraamo, Sara, è sterile, e anche se non lo fosse, ormai non sarebbe più in grado di fare figli avendo circa 90 anni. Abraamo, da parte sua, ne ha circa 100, perciò non sembra che ci siano più speranze. Un figlio, Ismaele, è nato ad Abraamo tramite Hagar, la serva di Sara, ma la promessa di Dio è stata esplicita: è il figlio di Abraamo nato da Sara che sarà portatore della benedizione. Il problema, dunque, è ovvio. Tutte le speranze del mondo dipendono dalla nascita di un figlio ad Abraamo e Sara, ma orma non ci sono più speranze che a loro possa nascere un figlio.

Tuttavia, tutto ciò ci prepara solo per la battuta finale, quando il senso di umorismo di Dio — che abbatte ogni presunzione umana — sarà rivelato. Esattamente come Dio ha promesso, Sara concepisce e partorisce un figlio. Non gli sfugge la battuta: come Sara esclama, “Dio mi ha dato di che ridere; chiunque l’udrà riderà con me…. Chi avrebbe mai detto ad Abraamo che Sara avrebbe allattato figlio? Eppure gli ho partorito un figlio nella sua vecchiaia”! (21:6-7). Chi infatti gli avrebbe mai detto, se non solo Dio la cui parola risulta sempre efficace? Così chiamano il bambino Isacco che significa appunto “ridere”.

Che sia una battuta voluta da Dio e non uno scherzo casuale è chiaro da quanto scritto al v.2: “Sara concepì e partorì un figlio ad Abraamo, quando egli era vecchio, al tempo che Dio gli aveva fissato”. Quest’ultima frase è la chiave: il bambino nato “al tempo che Dio aveva fissato”. È Dio che ha voluto che Isacco nascesse quando, umanamente parlando, non c’erano più speranze che nascesse. È Dio che l’ha dato ad Abraamo e a Sara solo quando per loro era fisicamente e biologicamente impossibile fare un figlio.

Mentre tutto il resto del mondo, esemplificato dalla torre di Babele, si credeva capace di costruire una torre fino al cielo e così acquistarsi fama, Dio fa vedere attraverso la nascita impossibile di Isacco che, come dice l’Ecclesiaste 1:14: “Io ho visto tutto ciò che si fa sotto il sole, ed ecco, tutto è vanità, è un correre dietro al vento.” La nascita di Isacco, giustamente chiamato “ridere”, è il grande scherzo di Dio contro le presunte forze e capacità umane. Nel portare così al mondo il figlio il cui lignaggio avrebbe compiuto il piano della salvezza al mondo, Dio mostra di essere l’unico in grado di salvare gli esseri umani. Ridicolizzando ogni speranza che si fonda sulle capacità umane, Dio si rivela l’unica vera speranza del mondo.

In realtà, non è proprio corretto dire che la nascita di Isacco è stata la battuta finale nella storia del mondo. L’ultima frase di Sara anticipa ciò che il profeta Isaia avrebbe detto secoli dopo:

Chi ha creduto a quello che abbiamo annunciato? A chi è stato rivelato il braccio del SignoreEgli è cresciuto davanti a lui come una pianticella, come una radice che esce da un arido suolo; non aveva forma né bellezza da attirare i nostri sguardi, né aspetto tale da piacerci. Disprezzato e abbandonato dagli uomini, uomo di dolore, familiare con la sofferenza, pari a colui davanti al quale ciascuno si nasconde la faccia, era spregiato, e noi non ne facemmo stima alcuna. Tuttavia erano le nostre malattie che egli portava, erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato; ma noi lo ritenevamo colpito, percosso da Dio e umiliato! Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni, stroncato a causa delle nostre iniquità; il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui e mediante le sue lividure noi siamo stati guariti. (Isaia 53:1-5)

Chi infatti avrebbe mai immaginato che il Salvatore del mondo sarebbe stato un povero falegname crocifisso dai romani come un criminale qualsiasi? Eppure è stato proprio così. Come Dio ha scelto di mantenere la sua promessa di un figlio ad Abraamo e Sara attraverso la pazzia e lo scandalo di un grembo sterile e vecchio, così ha scelto di mantenere la sua promessa di salvezza al mondo attraverso la pazzia e lo scandalo della croce.

E così anche noi facciamo parte di questa divina commedia! Nel brano citato all’inizio da 1 Corinzi 1, Paolo ci esorta:

26 Infatti, fratelli, guardate la vostra vocazione; non ci sono tra di voi molti sapienti secondo la carne, né molti potenti, né molti nobili; 27 ma Dio ha scelto le cose pazze del mondo per svergognare i sapienti; Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti; 28 Dio ha scelto le cose ignobili del mondo e le cose disprezzate, anzi le cose che non sono, per ridurre al niente le cose che sono, 29 perché nessuno si vanti di fronte a Dio.

Quando penso a me stesso, sapendo troppo bene i miei difetti, mi fa ridere il fatto che Dio mi abbia amato così tanto che è morto sulla croce per me in Cristo! Un tale amore è incomprensibile; lo chiamerei anche ridicolo in quanto ne sono totalmente indegno! Eppure, questa è la battuta, che Dio ha voluto salvare me (e anche te), uno scemo peccatore, tramite la pazzia e lo scandalo della croce. Ci potrebbe essere qualcosa di più buffo?

In pratica, questo dovrebbe creare in noi quell’atteggiamento di cui abbiamo parlato prima. Non dovrei offendermi se qualcuno mi prende in giro visto quanto, per così dire, sono stato preso in giro dall’amore di Dio! Non dovrei abbattermi quando il diavolo mi sussura nell’orecchio e nel cuore delle accuse dei miei peccati. Dovrei invece rispondere come ha consigliato Martin Lutero: “Quando il diavolo ti rinfaccia i tuoi peccati e ti dichiara che ti meriti la morte e l’inferno, digli questo: ‘Ammetto di meritarmi la morte e l’inferno, ma che me ne importa? Poiché conosco Colui che ha sofferto e ha fatto espiazione al mio posto. Lui si chiama Gesù Cristo, Figlio di Dio, e laddove egli è, ci sarò anche io!” Infine, questo dovrebbe riempirci di franchezza e di coraggio nel predicare il vangelo. Se, come Paolo dice in 1 Corinzi 1, Dio ha scelto le cose pazze, le cose deboli, le cose ignobili e le cose disprezzate per essere i suoi testimoni, non dobbiamo vergognarci a essere chiamati così! A noi basta essere amati, giustificati e santificati da Dio in Cristo. Se ci capita di essere presi in giro per il nome di Cristo, allora ridiamo!

Matteo 23: La Bontà e la Severità di Dio

1) La Severità di Dio nella sua Bontà (23:1)

Allora Gesù parlò alla folla e ai suoi discepoli…

Il capitolo 23 del vangelo di Matteo ci invita a seguire l’esortazione di Paolo in Romani 11:22 “Considera dunque la bontà e la severità di Dio”. Il discorso di Gesù qui dimostra infatti sia la severità di Dio nella sua bontà (la sua condanna dei farisei e degli scribi) e la bontà di Dio nella sua severità (il suo lamento su Gerusalemme). Inoltre, questo discorso fa vedere come la bontà e la severità di Dio non sono due cose separate come due binari paralleli ma sono implicate l’una nell’altra.

È importante dire questo per contrastare l’idea purtroppo molto diffusa che Gesù rappresenta un Dio di amore dolce e tenero mentre l’Antico Testamento ci presenta un Dio di vendetta e di violenza. Difficilmente si possono leggere le parole di Gesù in Matteo 23 e arrivare a una tale conclusione, perché 1) il giudizio che Gesù pronuncia contro i capi religiosi è tanto pesante quanto qualsiasi giudizio che troviamo nell’Antico Testamento, e 2) la giustapposizione di questo giudizio con il commuovente espressione dell’amore di Gesù alla fine del suo discorso ci obbliga a ripensare totalmente le nostre nozioni di “amore” e di “giudizio”, di “bontà” e di “severità”. Saremo costretti a concludere, insieme a Paolo, che la bontà di Dio è sempre severa e la severità di Dio è sempre buona. La descrizione dell’amore nel Cantico dei Cantici 8:6-7 ne è indicativo:

L’amore è forte come la morte, la gelosia è dura come il soggiorno dei morti. I suoi ardori sono ardori di fuoco, fiamma potente. Le grandi acque non potrebbero spegnere l’amore, i fiumi non potrebbero sommergerlo.

Per capire tutto ciò, dobbiamo volgere la nostra attenzione al testo del vangelo. Innanzitutto il contesto: le azioni di Gesù all’inizio della “Settimana Santa” costituivano il “momento della verità” quando una presa di posizione nei suoi confronti era necessaria. Di fronte alle pretese di Gesù di essere il Messia e il Figlio di Dio a cui tutti devono ubbidire, ogni persona doveva (come ogni persona deve fare ancora oggi) decidere se sottomettersi a Gesù quale Signore e Salvatore oppure ucciderlo come un pericoloso criminale. Gesù ha sfidato in modo particolare le autorità ebraiche, cioè i capi dei sacerdoti, gli scribi e i farisei, minacciando la loro influenza sul popolo, la loro posizione di potere e le loro fonti di guadagno e di ricchezze. Come Gesù ha dichiarato nella parabola dei malvagi vignaiuoli, la loro reazione era praticamente scontata: Gesù doveva morire.

Il discorso di Gesù in Matteo 23 è l’ultima parola che egli ha da dire al loro riguardo, e consiste in una serie di sette “guai” che richiama le condanne profetiche contro Israele nell’Antico Testamento. Da un lato, questi guai potrebbero sembrare solo le invettive disinibite della vittima disperata che sa che la sua sorte è determinata e non c’è niente più da fare. Non è il caso qui, però, perché Gesù parla con potere e autorità, non per disperazione. I capi religiosi lo hanno condannato a morte, ma è Gesù che emerge come il vero giudice, colui contro il quale ogni condanna umana torna a condannare il condannatore.

Mentre Gesù chiaramente punta il dito contro alcune pratiche religiose particolari al suo tempo, individua le tendenze che caratterizzano sempre la religione in tutte le sue forme e manifestazioni in qualsiasi luogo e tempo. Le chiese evangeliche, per prime, non sono immuni. Facciamo bene, dunque, a dargli retta, considerando attentamente come “la bontà e la severità di Dio” sono rivelate nei sette guai dichiarati da Gesù.

2) I Sette Guai (23:13-36)

A) 1° Guaio: porte serrate (vv.13-14)

13 «Ma guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché serrate il regno dei cieli davanti alla gente; poiché non vi entrate voi, né lasciate entrare quelli che cercano di entrare. 14 [Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché divorate le case delle vedove e fate lunghe preghiere per mettervi in mostra; perciò riceverete una maggiore condanna.]

Nel primo guaio, Gesù condanna gli scribi e i farisei per aver serrato il regno di Dio non solo per se stessi ma anche per altri. Nel rifiutare Gesù quale unica porta, essi si auto-escludono dal regno di Dio. Ma nel indurre altri a seguire il loro esempio, li inducono ad auto-escludersene anche loro. Ognuno è responsabile davanti a Dio per le proprie scelte, e nessuno potrà incolpare qualcun altro per essere rimasto fuori dal regno di Dio. Ma gli scribi e i farisei portano “una maggiore condanna” in quanto, come il diavolo, li hanno trascinati nell’incredulità. Purtroppo questo non è un caso unico, poiché succede tutte le volte quando persone influenti o autorevoli nella chiesa (preti, pastori, insegnanti, ecc.) traggono altri in inganno in modo che non pongano fiducia in Gesù Cristo. Perciò Giacomo, il fratello di Gesù, scrive nella sua lettera questo avvertimento (3:1): “Fratelli miei, non siate in molti a fare da maestri, sapendo che ne subiremo un più severo giudizio”.

B) 2° Guaio: proseliti ingannati (v.15)

15 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché viaggiate per mare e per terra per fare un proselito; e quando lo avete fatto, lo rendete figlio della geenna il doppio di voi.

Nel secondo guaio, Gesù condanna gli sforzi degli scribi e dei farisei per fare proseliti. Questo non è perché Gesù si oppone all’evangelizzazione, anzi la comanda ai suoi discepoli! Il problema è quello che Gesù ha individuato nel capitolo 15:6 quando ha criticato i farisei dicendo: “Così avete annullato la parola di Dio a motivo della vostra tradizione … insegnando dottrine che sono precetti d’uomini.” Quando i farisei facevano proseliti, non era la parola di Dio che gli insegnavano ma i loro propri ragionamenti che, pur spacciandosi come comandamenti di Dio, annullavano in realtà la parola di Dio. Quindi, se qualcuno si convertiva al loro modo di credere, si convertiva al diavolo piuttosto che a Dio! Questo è un altro avvertimento molto serio che vale per tutti: bisogna badare alla dottrina che crediamo e insegniamo, perché è letteralmente una question di vita e di morte. Dire “così dice il Signore” quando egli non dice così avrà conseguenze eterne per noi e per i nostri ascoltatori!

C) 3° Guaio: giuramenti stolti (vv.16-22)

16 Guai a voi, guide cieche, che dite: “Se uno giura per il tempio, non importa; ma se giura per l’oro del tempio, resta obbligato”. 17 Stolti e ciechi! Che cosa è più grande: l’oro o il tempio che santifica l’oro? 18 E se uno, voi dite, giura per l’altare, non importa; ma se giura per l’offerta che c’è sopra, resta obbligato. 19 [Stolti e] ciechi! Che cosa è più grande: l’offerta o l’altare che santifica l’offerta? 20 Chi dunque giura per l’altare, giura per esso e per tutto quello che c’è sopra; 21 e chi giura per il tempio, giura per esso e per Colui che lo abita; 22 e chi giura per il cielo, giura per il trono di Dio e per Colui che vi siede sopra.

Il terzo guaio risulta un po’ più difficile da comprendere, ma è evidente che richiama l’insegnamento di Gesù nel sermone sul monte sui giuramenti (5:33-37):

Avete anche udito che fu detto agli antichi: “Non giurare il falso; da’ al Signore quello che gli hai promesso con giuramento”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio; né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi; né per Gerusalemme, perché è la città del gran Re. Non giurare neppure per il tuo capo, poiché tu non puoi far diventare un solo capello bianco o nero. Ma il vostro parlare sia: “Sì, sì; no, no”; poiché il di più viene dal maligno.

Questo modo di fare giuramenti dei farisei tentava di usare le cose di Dio per manipolare persone o situazioni al loro beneficio. Gesù dichiara invece che Dio, il suo nome, la sua casa, i suoi comandamenti, ecc. non sono cose messe a nostra disposizione che possiamo utilizzare per i nostri obiettivi egoisti. Se abbiamo una giusta riverenza di Dio, non lo useremo come uno strumento utile a ulteriori fini, e non dovremo ricorrere ai giuramenti per dare credibilità alle nostre parole. Come figli di Dio, dovremmo essere talmente fidati che il nostro parlare è solo “sì” e “no”. Di nuovo, la tentazione di usare Dio per scopi personali anziché temere Dio e cercare i suoi scopi è più che comune nella religione sino a oggi. Infatti, si può dire che se la vera fede è l’uomo che si sottomette alla volontà di Dio, la religione è il tentativo di costringere Dio a sottomettersi alla volontà dell’uomo.

D) 4° Guaio: opere trascurate (vv.23-24)

23 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché pagate la decima della menta, dell’aneto e del comino e trascurate le cose più importanti della legge: il giudizio, la misericordia e la fede. Queste sono le cose che bisognava fare, senza tralasciare le altre. 24 Guide cieche, che filtrate il moscerino e inghiottite il cammello!

Il quarto guaio condanna gli scribi e i farisei per essersi focalizzati sui minimi dettagli della legge mentre ne trascuravano i punti centrali, quali la giustizia, la misericordia e la fede. L’espressione che Gesù usa è forte: filtrano il moscerino e inghiottono il cammello! Immaginate la fatica necessaria per calcolare la decima della raccolta di varie erbe e spezie come la menta, l’aneto e il comino per poi non dare una mano al prossimo che ne ha bisogno! Eppure questa è l’ipocrisia dei religiosi condannati da Gesù, ed è la stessa ipocrisia che la religione in genere coltiva.

Il motivo è semplice: la religione è in fondo il tentativo umano di raggiungere Dio e di guadagnare il suo favore. È lo strumento che l’uomo usa per controllare il proprio destino. È molto più facile controllare il proprio destino se si possono quantificare le opere buone che bisogna fare. È molto più facile salire fino a Dio se si sanno quali e quanti gradini ci sono per arrivarci. Ma la misericordia, l’amore, la giustizia, la fede, chi può calcolarli? Come puoi sapere quanta misericordia mostrare, quanta fede avere, quanto amore dare per essere sicuro che Dio ti gradisce? Ecco perché la religione si concentra sui dettagli come pagare la decima della menta, o non mangiare la carne il venerdì, o pregare il rosario almeno una volta al giorno — rende il percorso a Dio concreto e tangibile. Ma nel concentrarsi su questi dettagli, si perdono di vista le cose più importanti, e la religione diventa un motivo di orgoglio per chi crede di osservare tutto scrupolosamente.

E) 5°/6° Guai: sporcizie interiori/sepolcri imbiancati (vv.25-28)

25 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, mentre dentro sono pieni di rapina e d’intemperanza. 26 Fariseo cieco, pulisci prima l’interno del bicchiere [e del piatto], affinché anche l’esterno diventi pulito. 27 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché siete simili a sepolcri imbiancati, che appaiono belli di fuori, ma dentro sono pieni d’ossa di morti e d’ogni immondizia. 28 Così anche voi, di fuori sembrate giusti alla gente, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità.

Siccome sono molto simili, il quinto e il sesto guai possono essere trattati insieme. Qui Gesù condanna gli scribi e i farisei per aver pulito e abbellito le apparenze ma di aver lasciato sporco e corrotto il cuore. Di nuovo le immagini sono forti: i religiosi puliscono l’esterno del bicchiere dentro la feccia; imbiancano i sepolcri per farli apparire belli dall’esterno, ma sono sempre sepolcri che contengono solo cadaveri e ossa. Questo è proprio il significato dell’ipocrisia, ed è il meglio che la religione può compiere. L’uomo è incapace di salvarsi da solo, perché nessun sforzo umano, neanche il più “religioso” o “buono”, è in grado di purificarlo dal peccato. Così Paolo afferma in Colossesi 2:20-23:

…perché … vi lasciate imporre dei precetti quali: «Non toccare, non assaggiare, non maneggiare» (tutte cose destinate a scomparire con l’uso), secondo i comandamenti e le dottrine degli uomini? Quelle cose hanno, è vero, una reputazione di sapienza per quel tanto che è in esse di culto volontario, di umiltà e di austerità nel trattare il corpo, ma non hanno alcun valore; servono solo a soddisfare la carne.

F) 7° Guaio: profeti assassinati (vv.29-36)

29 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché costruite i sepolcri ai profeti e adornate le tombe dei giusti 30 e dite: “Se fossimo vissuti ai tempi dei nostri padri, non saremmo stati loro complici nello spargere il sangue dei profeti!” 31 In tal modo voi testimoniate contro voi stessi, di essere figli di coloro che uccisero i profeti. 32 E colmate pure la misura dei vostri padri! 33 Serpenti, razza di vipere, come scamperete al giudizio della geenna? 34 Perciò ecco, io vi mando dei profeti, dei saggi e degli scribi; di questi, alcuni ne ucciderete e metterete in croce; altri ne flagellerete nelle vostre sinagoghe e li perseguiterete di città in città, 35 affinché ricada su di voi tutto il sangue giusto sparso sulla terra, dal sangue del giusto Abele, fino al sangue di Zaccaria, figlio di Berechia, che voi uccideste fra il tempio e l’altare. 36 Io vi dico in verità che tutto ciò ricadrà su questa generazione.

Il settimo e ultimo guaio in un senso riassume tutti i precedenti. Essendo “figli di coloro che uccisero i profeti” e uccidendoli anche loro, gli scribi e i farisei si rivelano come i nemici di Dio che glieli ha mandati. La loro religione, come la religione in genere, pretende di stare da parte di Dio e di parlare nel nome di Dio, ma in realtà è diametralmente opposta a Dio. Il problema della religione non è che sia un po’ fuorviante e deve solo essere corretta; è ribelle e come il tempio a Gerusalemme deve essere abbattuta. Il pericolo che i servitori di Dio affrontano sempre è che comincino a edificare non la chiesa di Gesù Cristo, ma monumenti alla loro gloria personale. Se ciò accade, quelli che si reputano servi di Dio non sono altro che nemici di Dio.

Infine, dunque, scopriamo in questo discorso di Gesù rivolto contro i capi religiosi dell’epoca quello che Dio pensa della religione che l’uomo erige come una scala per giungere a lui. Tutti questi guai individuano sintomi della malattia della religione, che in fondo è solo una forma del peccato originale, cioè il desiderio dell’uomo di innalzarsi al livello di Dio, il desiderio della creatura di vivere autonoma dal suo Creatore. La religione è semplicemente una maschera di pietà che nasconde la nostra ribellione contro Dio. Per riprendere l’immagine di Gesù, la religione è un sepolcro imbiancato che appare bello di fuori ma dentro è pieno d’ossa di morti e d’ogni immondizia. Questo ci serve di avvertimento, in modo che non cadiamo anche noi nella stessa trappola dei religiosi ebraici. Non insuperbiamoci, ma diamo retta all’esortazione di Paolo in 1 Corinzi 10:12: “Perciò, chi pensa di stare in piedi guardi di non cadere.”

3) La Bontà di Dio nella sua Severità (23:37-39)

37 «Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! 38 Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata deserta. 39 Infatti vi dico che da ora in avanti non mi vedrete più, finché non direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”».

Come detto all’inizio, il discorso di Gesù ci fa capire non solo la severità di Dio nella sua bontà, ma anche la bontà di Dio nella sua severità. Ed è proprio qui alla fine del discorso che vediamo infatti quanto è grande l’amore di Dio anche quando giudica. Qui nel lamento di Gesù su Gerusalemme, scopriamo che i “guai” sono come le lacrime del genitore che piange un figlio prodigo anziché i fulmini lanciati da una deità arrabbiata. L’immagine che Gesù usa per descrivere la sua tristezza circa il rifiuto di Israele è quella della chioccia che raccoglie i suoi pulcini sotto le ali. Uno studioso che ha esaminato quest’immagine ha trovato che non solo trasmette l’idea della tenera cura della chioccia per i suoi piccoli, ma dell’amore che sacrifica la vita per salvare altri. L’immagine è della chioccia che raccoglie i pulcini sotto le sue ali quando c’è un incendio perché lei sia l’unica ad esporsi alle fiamme. Una volta spento il fuoco, la chioccia è morta bruciata, ma i suoi piccoli sono salvi.

Questo è l’amore di Dio manifestato in Gesù. Il giudizio da Gesù pronunciato sui suoi contemporanei è lo stesso giudizio dal quale egli vuole salvarli, dando la sua vita al posto della loro. Lamenta come la loro casa sarà lasciata deserta perché essi non vogliono rifugiarsi sotto le ali di Gesù che tra qualche giorno si arrenderà alla morte in croce per far cadere su di se stesso il loro giudizio. Questa è la bontà di Dio nella sua severità, che mentre deve agire severamente contro il peccato, egli si sottomette per primo a questa severità al posto dei peccatori affinché siano salvati.

Questo è il vangelo, che contraddice la religione. La religione ti dice: “Devi fare questo per farti amare da Dio”, ma il vangelo ti dice: “Dio ti ha tanto amato che ha già fatto tutto per te e al tuo posto. Ora non ti rimane niente se non ricevere gratuitamente il dono del perdono”. I farisei dicevano: “devi fare tutto”, ma Gesù dice: “tutto è già fatto”. Che amore meraviglioso! Che grazia stupenda! In Gesù Cristo, Dio stesso si è sottoposto al suo proprio giudizio per dare a noi la libertà dal peccato. Gesù è diventato come noi peccatori (persino come i peccatori più religiosi!) affinché noi potessimo diventare come lui. Questo è, in nuce, il vangelo. Quando comprendiamo questo, comprendiamo tutto. Per mezzo del vangelo siamo liberati dalla tirannia della religione e dal fardello di dover guadagnare il favore di Dio tramite le nostre opere, e in Gesù siamo accolti nella casa e nella famiglia di Dio come i suoi amati e preziosi figli. Non c’è notizia più buona o lieta di questa!

Matteo 19:16-20:16: Stupenda Grazia

1) Una Grazia Severa: Il Giovane Ricco, Parte 1 (19:16-

16 Ed ecco, un tale gli si avvicinò e disse: «Maestro, che devo fare di buono per avere la vita eterna?» 17 Gesù gli rispose: «Perché m’interroghi intorno a ciò che è buono? Uno solo è il buono. Ma se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». 18 «Quali?» gli chiese. E Gesù rispose: «Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso. 19 Onora tuo padre e tua madre, e ama il tuo prossimo come te stesso». 20 E il giovane a lui: «Tutte queste cose le ho osservate; che mi manca ancora?» 21 Gesù gli disse: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che hai e dàllo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; poi, vieni e seguimi». 22 Ma il giovane, udita questa parola, se ne andò rattristato, perché aveva molti beni.

A) Introduzione

Tra tutti gli insegnamenti nella Bibbia che possiamo trovare complessi da comprendere, difficili da accettare, o persino sconvolgenti o offensivi alle nostre sensibilitià, quello che, a mio avviso, è il più complesso, difficile, sconvolgente e offensivo è in realtà uno poco percepito come tale: la grazia. Più insegno la Bibbia e ne discuto il suo contenuto con persone varie, più mi rendo conto quanto la grazia, pur essendo un termine molto conosciuto, è un concetto poco compreso e come comprenderla veramente può costituire un’esperienza traumatizzante e terrificante. Infatti, se non siamo mai rimasti, come i discepoli nel testo di oggi, totalmente sbigottiti e scandalizzati di fronte alla grazia e a Gesù che è la grazia di Dio incarnata, è improbabile che l’abbiamo realmente capita.

B) La vita eterna

Nel testo tratto dal vangelo di Matteo che oggi consideriamo, vediamo un esempio lampante di cose avviene quando uno incontra per la prima volta la grazia di Dio in Gesù Cristo. Matteo ci fornisce questo esempio nell’episodio qui narrato del “giovane ricco” (così come viene chiamato negli altri vangeli). La storia inizia con il giovane ricco che viene da Gesù per chiedergli: “che devo fare di buono per avere la vita eterna?” (19:16).

Questa non è una domanda frequentemente posta e discussa dalla gente di oggi, ma è una domanda che tocca un argomento che prima o poi tutti devono affrontare. Anche se sappiamo che 10 su 10 muoiono, e che non ne fuggiremo né noi stessi né nessuno dei nostri cari, siamo profondamente turbati quando succede. Ormai la morte dovrebbe essere del tutto normale, ma quando ci tocca in modo personale, sentiamo fino nelle ossa che è sbagliata. Facciamo ciò che vogliamo per dimenticarla o distrarci da essa, ma è inevitabile che ognuno faccia i conti con la morte e di cosa viene dopo. Poiché domani non è mai garantito, è meglio che provvediamo a preparci prima che sia troppo tardi, e almeno in questo il giovane che si occupa di questo fatto fa da buon esempio. In effetti il giovane vuole sapere se si può essere certi circa il proprio future dopo la morte. Esiste una speranza di una vita eterna, una vita talmente forte che né male né malattia né morte potrebbero mai distruggere?

C) Il comandamento di Gesù

È interessante come Gesù risponde subito con un’altra domanda, interrogando il giovane riguardo al suo concetto del “buono”, un argomento a cui dovremo tornare tra poco. Adesso notiamo come Gesù inizialmente gli indica i comandamenti di Dio i quali, se fossero rispettati interamente e perfettamente, porterebbero una certezza della vita eterna in un mondo paradisaico.

Più interessante ancora, però, è la risposta del giovane che rivendica di aver osservato tutti i comandamenti, persino quello che dice: “ama il tuo prossimo come te stesso”. Gesù ribatte poi ordinandogli di vendere tutti i suoi beni (al giovane, essendo ricco) e di dare il ricavato ai poveri. Vediamo subito come Gesù fa venire a galla la sua ipocrisia in quanto il giovane, pur affermando di amare il suo prossimo come se stesso, non vuole condividere i suoi abbondanti beni con chi ne ha veramente bisogno. Quando in cambio del sacrificio dei suoi beni Gesù gli offre l’opportunità di seguirlo e avere tesoro in cielo, il giovane se ne va “rattristato” più attaccato alle sue ricchezze che a Gesù stesso.

A prima vista, le parole di Gesù nei confronti di questo giovane possono sembrare dure e severe, se non proprio prepotenti o troppo esigenti. Ma se, dopo aver letto questa storia, reagiamo con un senso di sorpresa, di perplessità, di sgomento o di antipatia, è un buon segno, perché significa che stiamo cominciando a vedere la grazia di Dio per ciò che è. E, come illustrato dalla reazione del giovane ricco, siccome la grazia di Dio può apparire come tutt’altro che grazia, Gesù racconta ai discepoli una parabola che aiuta a capirla di più. Essendo una specie di “commentario” su quel che è appena avvenuto, la parabola ci invita a riflettere un po’ sulla natura della grazia di Dio per capire meglio la “severa” grazia di Gesù.

2)  Una Grazia Offensiva: La Parabola della Paga “Iniqua” (20:1-16)

20:1 «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa, il quale uscì di mattino presto per assumere dei lavoratori per la sua vigna. Accordatosi con i lavoratori per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna. Uscito di nuovo verso l’ora terza, ne vide altri che se ne stavano sulla piazza disoccupati e disse loro: “Andate anche voi nella vigna e vi darò ciò che è giusto”. Ed essi andarono. Poi, uscito ancora verso la sesta e la nona ora, fece lo stesso. Uscito verso l’undicesima [ora], ne trovò degli altri che se ne stavano là [inoperosi] e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno iperosi?” Essi gli dissero: “Perché nessuno ci ha assunti”. Egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Fattosi sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, cominciando dagli ultimi fino ai primi”. Allora vennero quelli dell’undicesima ora e ricevettero un denaro ciascuno. 10 Venuti i primi, pensavano di ricevere di più; ma ebbero anch’essi un denaro per ciascuno. 11 Perciò, nel riceverlo, mormoravano contro il padrone di casa dicendo: 12 “Questi ultimi hanno fatto un’ora sola e tu li hai trattati come noi che abbiamo sopportato il peso della giornata e sofferto il caldo”. 13 Ma egli, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, non ti faccio alcun torto; non ti sei accordato con me per un denaro? 14 Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare a quest’ultimo quanto a te. 15 Non mi è lecito fare del mio ciò che voglio? O vedi tu di mal occhio che io sia buono?” 16 Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi.

A) L’attacco della grazia contro la nostra giustizia (20:13)

La parabola che Gesù racconta a questo punto colpisce per ciò che all’inizio appare come un’ingiustizia. Al mattino presto, un certo padrone assume alcuni per lavorare nella sua vigna, offrendogli un denaro che all’epoca era la paga media per una giornata di lavoro. Tutto sembra andare bene finché il padrone assume altri dopo, alcuni dei quali assume quando rimane solo un’ora di lavoro e, terminati i lavori, dà la stessa paga a tutti a prescindere dal numero di ore lavorative. Quelli assunti per primi se ne lamentano, reclamando che dovrebbero essere pagati di più per compensargli il tempo maggiore di lavoro. È poi la risposta del padrone che, nella bocca di Gesù, espone il carattere “offensivo” della grazia: offensivo sia perché ci offende sia perché lo fa mettendoci sotto attacco.

Prima, Gesù mostra come la grazia attacca la nostra idea di giustizia. Osserviamo come i primi lavoratori mormorano contro il padrone: “Questi ultimi hanno fatto un’ora sola e tu li hai trattati come noi che abbiamo sopportato il peso della giornata e sofferto il caldo” (v.12). La loro lamentela è effettivamente questa: “quello che hai fatto non è giusto!” E magari gli diamo ragione, perché riteniamo giusto che chi lavora di più venga retribuito di più. Al posto loro, anche noi probabilmente ci lamenteremmo!

Ma notiamo bene come risponde il padrone: “Amico, non ti faccio alcun torto; non ti sei accordato con me per un denaro?” (v.13). Interessante, no? In realtà il padrone ha ragione: i primi lavoratori avevano “firmato un contratto di lavoro”, accordandosi di lavorare per l’intera giornata per un denaro, la tipica paga considerata all’epoca “giusta”. Ed è esattamente questa paga che essi ricevono. In questo il padrone non gli ha fatto nessun torto. Qual è dunque il motivo per cui sembra abbia fatto un’ingiustizia? È perché la grazia, qui esemplificata dalla generosità del padrone, mette sottosopra il nostro concetto di giustizia. 

B) L’attacco contro la nostra bontà (20:15)

Il padrone infatti si giustifica chiedendogli: “Non mi è lecito fare del mio ciò che voglio? O vedi tu di mal occhio che io sia buono?” (v.15). Questa frase è chiave; il padrone non ha dato un denaro anche a chi ha lavorato per una ora sola perché fosse ingiusto ma perché era buono e generoso! A differenza dei primi, gli ultimi non avevano fatto un lavoro meritevole di un denaro intero, e quindi la decisione del padrone di darglielo è stata un atto di pura grazia.

Ma notiamo (e questo è il punto saliente) che i primi vedono la grazia del padrone come qualcosa di negativo, non di positivo. Vedono “di mal occhio” che il padrone “sia buono”. Essi vedono la giustizia del padrone e la chiamano “ingiustizia”; vedono il bene fatto dal padrone e lo chiamano “male”. In poche parole, rimangono offesi dalla grazia del padrone.

C) L’attacco contro noi stessi (20:16)

La parabola di Gesù non è ovviamente una storia riguardanti un certo padrone e i suoi lavoratori, ma riguarda noi. E questo è il genio delle parabole: ci immergono nella storia e non scopriamo di essere noi stessi sotto attacco finché non è troppo tardi! Nella mia esperienza, la prima reazione di chi ascolta questa parabola è di identificarsi con i primi lavoratori, e di dargli ragione nel loro reclamo contro il padrone. Ma ecco il gioco: nel momento in cui ci mettiamo dalla parte dei primi, dimostriamo di essere noi stessi il bersaglio principale. Noi siamo quelli che chiamano “ingiusta” la giustizia di Dio. Noi siamo quelli che chiamano “male” la bontà di Dio. Noi siamo quelli che si reputano meritevoli nei confronti di Dio e perciò rimaniamo sconvolti, offesi e scandalizzati dalla grazia.

La grazia rifiuta di riconoscere ciò che consideriamo meritevole. La grazia infatti contraddice il nostro concetto del merito, come noi contraddiciamo la giustizia e la bontà di Dio. Incontrare la grazia di Dio è un’esperienza traumatizzante perché essa ci fa vedere come siamo diametralmente opposti a Dio, come ciò di cui ci vantiamo è in realtà vergognoso, come non solo i nostri “peccati” ma anche il meglio di noi è davanti a Dio come un mucchio puzzolente di spazzatura e letame. La grazia ci condanna non solo per la nostra cattiveria ma anche (e forse di più!) per la nostra bontà! Ciò che crediamo ci avvicini a Dio in realtà ci allontani da lui. Se ci riteniamo tra i primi, ci troveremo tra gli ultimi.

3) Una Grazia Sovrana: Il Giovane Ricco, Parte 2 (19:23-30)

23 E Gesù disse ai suoi discepoli: «Io vi dico in verità che difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. 24 E ripeto: è più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio». 25 I discepoli, udito questo, furono sbigottiti e dicevano: «Chi dunque può essere salvato?» 26 Gesù, fissando lo sguardo su di loro, disse: «Agli uomini questo è impossibile; ma a Dio ogni cosa è possibile».

27 Allora Pietro, replicando, gli disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato ogni cosa e ti abbiamo seguito; che ne avremo dunque?» 28 E Gesù disse loro: «Io vi dico in verità che nella nuova creazione, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, anche voi che mi avete seguito sarete seduti su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele. 29 E chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, [o moglie,] o figli, o campi a causa del mio nome, ne riceverà cento volte tanto ed erediterà la vita eterna. 30 Ma molti primi saranno ultimi e gli ultimi, primi.

Tornando ora al giovane ricco, possiamo capire meglio perché Gesù gli ha detto di vendere tutti i suoi beni, di darli ai poveri, e poi di diventare il suo discepolo. In 19:23-26, approfittando dell’occasione, Gesù usa l’esempio del giovane ricco per insegnare ai discepoli una lezione importante: quanto è difficile entrare nel suo regno ed ereditare la vita eterna! Per uno come il giovane ricco, infatti, “è più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio” (19:24). I discepoli rimangono sbigottiti, chiedendosi che se un uomo apparentemente di grande successo sia morale che materiale ha questa difficoltà (che in realtà è più impossibilità che difficoltà!), che speranza ci potrebbe essere per tutti gli altri meno fortunati? Gesù conferma le loro paure: agli uomini è impossibile salvarsi. Solo Dio ci può salvare.

Se siamo di natura talmente opposti a Dio che chiamiamo ingiusta la sua giustizia, cattiva la sua bontà, e buia la sua luce, abbiamo bisogno di un intervento radicale. Non stiamo male avendo bisogno di una cura; siamo morti e abbiamo bisogno di risurrezione. Pensando di essere giusti, siamo sottosopra, e solo un’opera di Dio indipendente dal nostro operato può rimetterci a posto. Poiché persino i nostri meriti sono in verità demeriti, ogni opera nostra non può che allontanarci di più da Dio. Trovandoci in queste condizioni, l’unica nostra speranza è che Dio non ci tratti secondo le nostre opere ma secondo la sua bontà, che ci sconfigga nella nostra ribellione, che superi la nostra resistenza e che ci risusciti a nuova vita. Questa è la grazia.

Salvati dunque per sola grazia, siamo ora totalmente sottoposti alla signoria di Gesù e alla sovranità della sua grazia. Pensiamo alla parabola dei lavoratori. I primi credevano di avere ragione per poter sporgere una rimostranza nei confronti del padrone, perché, per il lavoro fatto, pensavano che il padrone fosse obbligato nei loro confronti. Dall’altro canto, gli ultimi, avendo ricevuto una grazia del tutto immeritata, non avevano né ragione né motivo per lamentarsi. Anzi, dovevano al padrone tanta gratitudine!

Il punto cruciale è questo: se ci salvassimo per le nostre opere, manterremo una misura di autonomia nei confronti di Dio; ma siccome siamo salvati per sola grazia, non apparteniamo più a noi stessi ma solo a colui che ci ha salvato. L’apostolo Paolo lo dice così in 2 Corinzi 5:14-15:

14 infatti l’amore di Cristo ci costringe, perché siamo giunti a questa conclusione: che uno solo morì per tutti, quindi tutti morirono; 15 e che egli morì per tutti, affinché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro.

Questo è, in poche parole, l’offesa ma anche la meraviglia della grazia: in Cristo siamo messi a morte – tutto ciò che siamo, che abbiamo, che facciamo. Come il giovane ricco, perdiamo tutto che appartiene alla nostra vecchia vita. Ma nel morire in Cristo, siamo rivivificati a nuova vita; non una nuova vita solo un po’ migliore, ma la vita eterna di Cristo stesso, la vita che è più forte del male, più forte della malattia, e più forte della morte. La grazia ci sembra togliere tutto, ma ci toglie solo quello che alla fine risulterà temporaneo e corruttibile per darci in cambio ciò che è eterno e incorruttibile. La grazia ci dà la certezza che nonostante qualsiasi perdita o dolore o sofferenza affronteremo in questa vita, Dio ci terrà fermi nelle sue mani per sempre, e la vittoria di Cristo sulla morte un giorno sarà anche la nostra. Grazie a lui per la sua grazia!

Galati 1: La Rivelazione di Gesù Cristo

1) Paolo, Apostolo (1:1-5)

A) Per mezzo di Gesù Cristo (vv.1-2)

Paolo, apostolo non da parte di uomini né per mezzo di un uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti, e tutti i fratelli che sono con me, alle chiese della Galazia;

La prima volta che incontriamo l’apostolo Paolo nel Nuovo Testamento è in Atti 7:58 quando lui, allora chiamato Saulo, assisteva al martirio di Stefano. Da quel punto fino alla sua conversione, Saulo ha perseguitato la comunità cristiana, come dice lui qui in Galati 1:13, “a oltranza … e la devastavo”. Nella seconda parte di questo capitolo, Paolo riferirà più della sua storia, ma qui è sufficiente notare che questo grande persecutore della chiesa poi è diventato un suo grande apostolo e missionario. Paolo, scrivendo alle chiese che ha fondato nella regione della Galazia (l’odierna Turchia) durante il suo primo viaggio missionario, si presenta in modo tale da evidenziare (per motivi che scopriremo dopo) la stupenda grazia di Dio manifestata nei suoi confronti:

Paolo, apostolo non da parte di uomini né per mezzo di un uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti.

L’unica spiegazione per queste prime due parole — “Paolo, apostolo” invece di “Paolo, persecutore” — è che egli è tale solo a causa della grazia di Cristo e la potenza di Dio nel risuscitare i morti. Mentre questa grazia potente è stata rivelata pienamente nella risurrezione di Cristo, si è dimostrata anche in Paolo quando ha “risuscitato” anche lui quando era morto nei suoi peccati. Ecco perché Paolo, nelle prime parole di questa lettera ai Galati, vuole dichiarare inequivocabilmente che solo per la grazia di Dio è quello che è. Sta per rimproverarli, e vuole fargli capire innanzitutto che non parla come un superiore a degli inferiori, ma come uno salvato e costituito apostolo solo per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre.

B) Secondo la volontà di Dio Padre (vv.3-5)

grazia a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo, che ha dato se stesso per i nostri peccati, per sottrarci al presente secolo malvagio, secondo la volontà del nostro Dio e Padre, al quale sia la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Com’è consueto, Paolo saluta i Galati con la benedizione: “grazia a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo”. Ma per Paolo questa benedizione non è una mera formalità; mette in risalto la verità fondamentale a quanto segue: la grazia per cui siamo salvati dai nostri peccati e liberati dal male che regna nel mondo è la persona di Gesù Cristo che ha sacrificato se stesso sulla croce. E l’immenso amore manifestato in Gesù rivela il cuore di Dio e il suo benevolo proposito nei nostri confronti. Dietro le spalle di Gesù non c’è un altro dio, nascosto e misterioso, perché tutto ciò che Gesù ha fatto per noi, l’ha fatto “secondo la volontà del nostro Dio e Padre”. Se non per Gesù, non oseremmo mai immaginare un Dio così buono quando siamo così cattivi, così benevolo quando siamo così egoisti, così amorevole quando siamo così ribelli, così fedele quando siamo così infedeli. Sembra troppo buono per essere vero, ma Cristo ci fa vedere che è così! Ecco perché scoppiamo in canti e grida di gioia: al lui sia la gloria nei secoli dei secoli!

2) Un Altro Vangelo (1:6-10)

A) Che non c’è un altro vangelo (vv.6-7)

Mi meraviglio che così presto voi passiate da colui che vi ha chiamati mediante la grazia a un altro vangelo; ché poi non c’è un altro vangelo, però ci sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo. 

Dopo questa breve introduzione, Paolo si lancia subito nella polemica che costituisce la sua preoccupazione centrale in questa lettera. Paolo esprime il suo sbigottimento che solo poco tempo dopo aver accettato il vangelo, i Galati adesso vogliano passare “da colui che vi ha chiamati mediante la grazia a un altro vangelo” che in realtà non è un altro vangelo — perché il vangelo è uno solo — ma solo il tentativo di sovvertire, corrompere, il vangelo di Cristo.

Notiamo, prima, come Paolo concepisce il vangelo: non solo come un messaggio ma come una persona. “Passare dal vangelo” non significa solo “passare dal messaggio” ma “passare da colui che vi ha chiamati”! Il vangelo è, infatti, la persona di Gesù Cristo, e la persona di Cristo costituisce il messaggio del vangelo. Dall’altro canto, come non possiamo mai separare la persona di Cristo dal messaggio del vangelo, non possiamo neanche separare il messaggio del vangelo dalla persona di Cristo. Il messaggio ci fa conoscere la persona, e la persona ci unisce a se stesso tramite il messaggio. Di conseguenza, sbagliare il messaggio — aggiungendo qualcosa, togliendo qualcosa, o modificandolo — significa sbagliare la persona. Se dico che mia moglie ha capelli biondi e occhi azzurri quando in realtà ha capelli scuri e occhi marroni, voi penserete che io stia parlando di qualcun altro! Nello stesso modo, se cambio o distorco il messaggio del vangelo, non è Cristo e il Dio in lui rivelato di cui sto parlando!

Ecco perché Paolo ragiona in questo modo: voi Galati avete dato ascolto a questi “alcuni che … vogliono sovvertire il vangelo di Cristo” e perciò, abbandonando il vangelo, abbandonate Cristo stesso! Ecco anche perché Paolo rimane stupefatto: abbandonare Cristo significa abbandonare il Dio che vi ama così tanto che è venuto in Cristo per dare la sua vita per voi, che vi ha liberati dai vostri peccati e dal presente secolo malvagio, e vi garantisce la speranza della risurrezione dai morti! Come mai quest’idea potrebbe mai venirvi in mente? È impensabile!

B) Sia anatema! (vv.8-10)

Ma anche se noi o un angelo dal cielo vi annunciasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunciato, sia anatema. Come abbiamo già detto, lo ripeto di nuovo anche adesso: se qualcuno vi annuncia un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anatema. 10 Vado forse cercando il favore degli uomini, o quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se cercassi ancora di piacere agli uomini, non sarei servo di Cristo.

Senza capire tutto ciò, le successive parole di Paolo potrebbero sembrarci esagerate: sia anatema chiunque vi annunci un messaggio diverso dal vangelo che avete ricevuto da me. Questo anatema è grave quanto è grande la benedizione all’inizio della lettera. “Anatema” significa dannazione, maledizione, perdizione! Paolo dice in effetti: “Sia dannato, maledetto, eternamente perduto chi vi insegna qualsiasi cosa all’infuori del vangelo di Cristo come se fosse il vangelo di Cristo!” Paolo è così turbato che lo ripete ancora una volta, e include anche se stesso e gli angeli! Che audacia! “Anche se noi un angelo dal cielo vi annunciasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunciato, sia anatema.”

Questo sembrerà esagerato solo se non capiamo la posta in gioco, che il vangelo di Cristo è una questione di vita e morte. Anzi, è la questione di vita eterna e morte eterna. Cosa potrebbe essere più importante? E se qualcuno sovverte il vangelo di Cristo, se lo modifica o distorce in qualsiasi modo, cosicché contribuisce alla rovina eterna di qualcuno, l’anatema è esattamente quello che ci vuole! Dunque, non abbiamo ancora capito il vangelo se non la pensiamo come Paolo, se non proviamo lo stesso turbamento o sbigottimento nei confronti di chi lo sovverte, se non possiamo dire insieme al salmista: “Fiumi di lacrime mi scendono dagli occhi, perché la tua legge non è osservata” (Sl 119:136). Certo, se siamo così zelanti per il vangelo, non faremo molto piacere agli altri; anzi, saremo chiamati “fanatici” o “estremisti” o “pericolosi”. Ma, come afferma Paolo, non possiamo servire due padroni: o cerchiamo di piacere agli uomini o di piacere a Dio, ma non possiamo piacere a tutti a due. Servire Cristo significa inevitabilmente scandalizzare gli uomini.

3) Per Rivelazione di Gesù Cristo (1:11-24)

A) La testimonianza di un persecutore (vv.11-14)

11 Vi dichiaro, fratelli, che il vangelo da me annunciato non è opera d’uomo; 12 perché io stesso non l’ho ricevuto né l’ho imparato da un uomo, ma l’ho ricevuto per rivelazione di Gesù Cristo. 13 Infatti voi avete udito quale sia stata la mia condotta nel passato, quando ero nel giudaismo; come perseguitavo a oltranza la chiesa di Dio, e la devastavo; 14 e mi distinguevo nel giudaismo più di molti coetanei tra i miei connazionali, perché ero estremamente zelante nelle tradizioni dei miei padri.

Serve dunque una forte e chiara convinzione del vangelo. Questa convinzione Paolo la radica nella sua testimonianza personale. Come possiamo sapere che il vangelo è così essenziale, così indispensabile che merita una tale fedeltà, un tale zelo, un tale impegno per conservarlo da ogni fraintendimento o attacco? Paolo risponde che è semplicemente per questo motivo: “il vangelo da me annunciato non è opera d’uomo” ma è la “rivelazione di Gesù Cristo”. Il vangelo è il messaggio dell’opera divina, effettuata dalla persona divina che si è fatto uomo, secondo la volontà divina stabilita da tutta l’eternità per il genere umano. In quanto “rivelazione di Gesù Cristo”, il vangelo rivela Dio stesso — il suo essere, il suo volere, il suo fare — è infatti l’auto-rivelazione di Dio. Il messaggio del vangelo non è dunque solo la rivelazione di Dio in Cristo, è anche Dio nella sua rivelazione. Nel vangelo abbiamo a che fare non con una verità qualsiasi; abbiamo a che fare con Dio stesso, il Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra e il giudice di tutti, i vivi e i morti.

Paolo è convinto di questo, e vuole che i Galati, e anche noi, ne siamo altrettanto convinti, e perciò narra la sua testimonianza personale che fornisce prova concreta dell’origine divina del vangelo. Lui dice in effetti: “Considerate me; io sono l’esempio numero uno. Sapete com’ero prima di conoscere Cristo, come perseguitavo a oltranza la chiesa di Dio, e la devastavo; e mi distinguevo nel giudaismo più di molti coetanei tra i miei connazionali, perché ero estremamente zelante nelle tradizioni dei miei padri. In altre parole, nessuno poteva farmi cambiare idea; ero talmente convinto di servire Dio nel perseguitare la chiesa, ero talmente zelante nelle tradizioni che contradiccevano il vangelo di Cristo, che senza il suo intervento diretto e immediato, mi sarei ostinato in questo percorso fino al mio ultimo respiro.”

B) Un trofeo di grazia (vv.15-24)

15 Ma Dio che m’aveva prescelto fin dal seno di mia madre e mi ha chiamato mediante la sua grazia, si compiacque 16 di rivelare in me il Figlio suo perché io lo annunciassi fra gli stranieri. Allora io non mi consigliai con nessun uomo, 17 né salii a Gerusalemme da quelli che erano stati apostoli prima di me, ma me ne andai subito in Arabia; quindi ritornai a Damasco. 18 Poi, dopo tre anni, salii a Gerusalemme per visitare Cefa e stetti da lui quindici giorni; 19 e non vidi nessun altro degli apostoli, ma solo Giacomo, il fratello del Signore. 20 Ora, riguardo a ciò che vi scrivo, ecco, vi dichiaro, davanti a Dio, che non mento. 21 Poi andai nelle regioni della Siria e della Cilicia; 22 ma ero sconosciuto personalmente alle chiese di Giudea, che sono in Cristo; 23 esse sentivano soltanto dire: «Colui che una volta ci perseguitava, ora predica la fede che nel passato cercava di distruggere». 24 E per causa mia glorificavano Dio.

“Ma”, Paolo prosegue, ed è un grandissimo “ma”; “ma Dio che m’aveva prescelto fin dal seno di mia madre e mi ha chiamato mediante la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché io lo annunciassi fra gli stranieri”. L’evento a cui Paolo si riferisce qui lo racconta più dettagliatamente in Atti 26:9-16:

Quanto a me, in verità pensai di dover lavorare attivamente contro il nome di Gesù il Nazareno. 10 Questo infatti feci a Gerusalemme; e avendone ricevuta l’autorizzazione dai capi dei sacerdoti, io rinchiusi nelle prigioni molti dei santi; e quando erano messi a morte, io davo il mio voto. 11 E spesso, in tutte le sinagoghe, punendoli, li costringevo a bestemmiare; e, infuriato oltremodo contro di loro, li perseguitavo fin nelle città straniere.

12 Mentre mi dedicavo a queste cose e andavo a Damasco con l’autorità e l’incarico da parte dei capi dei sacerdoti, 13 a mezzogiorno vidi per strada … una luce dal cielo, più splendente del sole, la quale sfolgorò intorno a me e ai miei compagni di viaggio. 14 Tutti noi cademmo a terra, e io udii una voce che mi disse in lingua ebraica: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Ti è duro ricalcitrare contro il pungolo”. 15 Io dissi: “Chi sei, Signore?” E il Signore rispose: “Io sono Gesù, che tu perseguiti. 16 Ma àlzati e sta’ in piedi, perché per questo ti sono apparso: per farti ministro e testimone delle cose che hai viste, e di quelle per le quali ti apparirò ancora…

Il Signore ci incontra, ci attira, e ci sveglia alla verità in vari modi, ma con Paolo un solo approccio era possibile: ha dovuto buttarlo a terra, accecarlo con una luce più splendente del sole, e impadronirsene direttamente tramite un incontro personale innegabile. Per questo, Paolo continua in Atti 26:19-20:

19 … io non sono stato disubbidiente alla visione celeste; 20 ma, prima a quelli di Damasco, poi a Gerusalemme e per tutto il paese della Giudea e fra le nazioni, ho predicato che si ravvedano e si convertano a Dio, facendo opere degne del ravvedimento.

Oppure, come dice in Galati 1:16: “Allora io non mi consigliai con nessun uomo”; cioè il vangelo che ho cominciato a predicare “non l’ho ricevuto né l’ho imparato da un uomo, ma l’ho ricevuto per rivelazione di Gesù Cristo” (v.12). Il vangelo, come la conversione di Paolo, non è spiegabile in termini solamente umani. Paolo testimonia, infatti, che quelli che lo avevano conosciuto solo come un grande nemico e persecutore della chiesa “sentivano soltanto dire: ‘Colui che una volta ci perseguitava, ora predica la fede che nel passato cercava di distruggere'”. Com’era avvenuto questa trasformazione, nessuno sapeva, almeno all’inizio; è stata solo ed esclusivamente l’opera della sovrana grazia di Dio rivelata in Gesù Cristo.

Il punto di tutto ciò? Il Cristo che ha trasformato la vita di Paolo è lo stesso che è all’opera per trasformare noi e gli altri che ci circondano. Il vangelo che Cristo ha rivelato a Paolo è lo stesso che ci è stato tramandato in questa lettera, e anche in tutti gli scritti degli apostoli che Cristo ha personalmente costituito per questa ragione. E la grazia che ha salvatore un persecutore come Paolo è la stessa che può salvare qualsiasi altra persona. Come Paolo scriverà tanti anni dopo a Timoteo:

13 prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento; ma misericordia mi è stata usata, perché agivo per ignoranza nella mia incredulità, 14 e la grazia del Signore nostro è sovrabbondata con la fede e con l’amore che è in Cristo Gesù. 15 Certa è quest’affermazione e degna di essere pienamente accettata: che Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, dei quali io sono il primo. 16 Ma per questo mi è stata fatta misericordia, affinché Gesù Cristo dimostrasse in me, per primo, tutta la sua pazienza, e io servissi di esempio a quanti in seguito avrebbero creduto in lui per avere vita eterna (1 Timoteo 1:13-16).

Ecco perché bisogna lavorare, lottare anche, per conservare il messaggio del vangelo come ci è stato tramandato: solo il vangelo, rivelato da Cristo e predicato dagli apostoli, ci fa conoscere Dio e ci riconcilia con lui attraverso l’unione con Cristo. L’unica speranza del mondo è Cristo, ma Cristo è rivelato solo nel vangelo. Dunque, ascoltiamo e pratichiamo con ogni perseveranza l’esortazione di Paolo ai Galati, simile a quella data anche ai Colossesi (1:22-23):

22 ora egli vi ha riconciliati nel corpo della sua carne, per mezzo della sua morte, per farvi comparire davanti a sé santi, senza difetto e irreprensibili, 23 se appunto perseverate nella fede, fondati e saldi e senza lasciarvi smuovere dalla speranza del vangelo che avete ascoltato.

Marco 10:32-52: Che Cosa Vuoi che Io Ti Faccia?

1) Timore (10:32-34)

32 Mentre erano in cammino salendo a Gerusalemme, Gesù andava davanti a loro; essi erano turbati; quelli che seguivano erano pieni di timore. Egli prese di nuovo da parte i dodici e cominciò a dir loro le cose che stavano per accadergli: 33 «Noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà dato nelle mani dei capi dei sacerdoti e degli scribi. Essi lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani, 34 i quali lo scherniranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno; ma dopo tre giorni egli risusciterà».

Avviciandosi sempre di più a Gerusalemme, i discepoli provano un senso di timore. Hanno ancora dei grandi sogni (come vedremo nei prossimi versetti), ma tutto questo parlare di sofferenza e crocifissione da parte di Gesù li ha frastonati. E come per rendere più acuto il loro turbamento, Gesù ripete lungo la via quanto gli ha già detto riguardo al suo obbiettivo: va a Gerusalemme non per essere riconosciuto come re ma per essere trattato come un criminale e un peccatore. Questo lo sappiamo già, ma serve nella narrativa per far spiccare ciò che segue.

2) Gloria (10:35-40)

A) L’incomprensione dei discepoli (vv.35-37)

35 Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, si avvicinarono a lui, dicendogli: «Maestro, desideriamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». 36 Egli disse loro: «Che volete che io faccia per voi?» 37 Essi gli dissero: «Concedici di sedere uno alla tua destra e l’altro alla tua sinistra nella tua gloria».

Ci ricordiamo che nel capitolo 8, Pietro (portavoce degli altri discepoli) ha rimproverato Gesù quando Gesù ha cominciato a spiegargli apertamente la sua intenzione di morire a Gerusalemme. Mentre i discepoli riconoscevano Gesù quale Cristo, il Figlio di Dio, non riuscivano ad accettare l’idea di un Messia crocifisso. Adesso, avvicinandosi a Gerusalemme, i discepoli ancora non riescono ad accettarla. Perché? Qui Marco ce lo fa sapere: i discepoli — in questo caso Giacomo e Giovanni che, insieme a Pietro, costituiscono i seguaci più intimi con Gesù — hanno l’ambizione di “sedere uno alla tua destra e l’altro alla tua sinistra [cioè le posizioni di più onore e potere] nella tua gloria”. Nonostante le esplicite dichiarazioni di Gesù, Giacomo e Giovanni insistono che alla fine Gesù farà quello che loro desiderano. Gesù entrerà a Gerusalemme per stabilirsi sul trono di Davide per dominare sulle nazioni, e Giacomo e Giovanni vogliono assicurarsi in anticipo di stare al suo fianco. Vogliono prenotare i posti più importanti nel regno che Gesù sta per inaugurare.

Interessante è notare come Gesù gli risponde all’inizio: “Che volete che io faccia per voi?” Teniamo a mente questa domanda, perché apparirà un’altra volta nel testo che stiamo esaminando. La loro risposta è quella che abbiamo appena letto. Vogliono infatti che Gesù faccia la loro volontà, che si conformi alle loro idee, che adempia alle loro aspettative!

B) L’ignoranza dei discepoli (vv.38-40)

38 Ma Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete voi bere il calice che io bevo, o essere battezzati del battesimo del quale io sono battezzato?» 39 Essi gli dissero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Voi certo berrete il calice che io bevo e sarete battezzati del battesimo del quale io sono battezzato; 40 ma quanto al sedersi alla mia destra o alla mia sinistra, non sta a me concederlo, ma è per quelli a cui è stato preparato».

Come tutte le volte quando insistiamo che ‘sia fatta la nostra volontà’, Gesù gli spiega che non sanno quello che chiedono. In effetti Gesù gli dice di ‘no’, ma glielo dice con tanto amore. Il calice che Gesù deve bere, il battesimo del quale sarà battezzato, queste cose sarebbero insopportabili per qualsiasi altro. Giacomo e Giovanni pensano di poter bere il calice di Gesù e di essere battezzati del suo battesimo, ma non hanno nessuna idea di quello che stanno dicendo. E Gesù lo sa! Gesù sa che il suo calice e il suo battesimo li distruggerebbero, a meno che Gesù non li sopporti prima.

Insomma, il volere di Giacomo e Giovanni porterebbe alla loro rovina. Gesù sa che solo lui è in grado di sopportare la croce per i peccati del mondo, e vieta ai discepoli di accompagnarlo fino alla fine. Certo, il giorno verrà quando anche loro condivideranno le sue sofferenze, ma in quel giorno le potranno sopportare nella vittoria che è loro in Gesù.

3) Guarigione (10:46-52)

A) La comprensione del cieco (vv.46-48)

46 Poi giunsero a Gerico. E come Gesù usciva da Gerico con i suoi discepoli e con una gran folla, il figlio di Timeo, Bartimeo, cieco mendicante, sedeva presso la strada. 47 Udito che chi passava era Gesù il Nazareno, si mise a gridare e a dire: «Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà di me!» 48 E molti lo sgridavano perché tacesse, ma quello gridava più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!»

Come nel capitolo 8, così anche qui Marco confronta l’incompresione dei discepoli con la guarigione di un cieco. L’avvenimento ha luogo appena Gesù e discepoli escono da Gerico. Questo è significativo, perché Gerico è l’ultima città prima di arrivare a Gerusalemme lungo il percorso intrapreso da Gesù. Dopo questo, infatti, e all’inizio del capitolo successivo, sarà il “giorno delle palme” quando Gesù entrerà a Gerusalemme. Quindi, siamo solo pochi giorni prima dell’ultima settimana di Gesù.

Partendo da Gerico, Gesù è circondato da una grande folla, ma una sola voce si distingue tra le altre, la voce di un cieco mendicante di nome Bartimeo. Il suo grido è semplice ma insistente: “Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!” Ciò che ci colpisce è proprio l’insistenza di Bartimeo; molte persone cercano di farlo tacere, ma ogni loro tentativo non fa altro che incoraggiarlo a gridare più forte. Un po’ sfacciato, forse anche un po’ maleducato, ma Bartimeo non si lascia scoraggiare, perché è risoluto nel suo desiderio di farsi notare da Gesù e ricevere la sua misericordia. Bartimeo qui ricorda un po’ Giacobbe che mentre lottava con l’angelo del Signore esclamò: “Non ti lascerò andare prima che tu mi abbia benedetto!” (Gen. 32:26).

B) La fede del cieco (vv.49-52)

49 Gesù, fermatosi, disse: «Chiamatelo!» E chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio, àlzati! Egli ti chiama». 50 Allora il cieco, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. 51 E Gesù, rivolgendosi a lui, gli disse: «Che cosa vuoi che ti faccia?» Il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io recuperi la vista». 52 Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». In quell’istante egli recuperò la vista e lo seguiva per la via.

La tenacia di Bartimeo viene ricompensata, e Gesù lo fa chiamare a sé. Non deve chiamarlo più di una volta, perché Bartimeo getta via il suo mantello e balza in piedi per il suo entusiasmo. Gesù allora gli fa la stessa domanda che ha fatto a Giacomo e Giovanni poco fa: “Che cosa vuoi che ti faccia?” Senza esitazione Bartimeo dice: “che io recuperi la vista”. Anziché rispondergli, come ai discepoli, “non sai quello che chiedi”, Gesù risponde positivamente, affermando che “la tua fede ti ha salvato”. Poi Marco aggiunge che Bartimeo non solo recupera la vista proprio in quell’instante, ma che comincia a seguire Gesù per la via, la via che noi sappiamo conduce a Gerusalemme.

Interessante notare che sia Giacomo e Giovanni sia Bartimeo vengono da Gesù con forte desiderio, e la domanda che Gesù pone a loro è la stessa: “Che cosa volete/vuoi che io faccia?” Questo parallelismo non è casuale; è invece l’indicazione che Marco ci chiede di riflettere sulle differenze tra le due vicende. Nella prima, Gesù rifiuta la richiesta di Giacomo e Giovanni, ma nella seconda la concede. Se ci chiediamo perché, forse concludiamo che, mentre Giacomo e Giovanni chiedono che Gesù faccia la loro volontà, Bartimeo chiede l’opposto. Ma non è esattamente così, perché anche Bartimeo chiede che sia fatta la sua volontà: vuole essere guarito! Che cosa dunque spiega la differenza? Perché Gesù riconosce in Bartimeo la fede, mentre nei discepoli l’incomprensione e l’incredulità?

La prima differenza da notare è che la richiesta di Giacomo e Giovanni scaturisce dall’egoismo, ma la richiesta di Bartimeo dall’umiltà. Questo si vede chiaramente: Giacomo e Giovanni chiedono i posti più prestigiosi, più autorevoli, più importanti accanto a Gesù, ma Bartimeo chiede semplicemente la pietà. Giacomo e Giovanni si rivolgono a Gesù dipendendo dai loro presunti meriti, ma Bartimeo si rivolge a Gesù dipendendo totalmente dalla misericordia di Gesù. Giacomo e Giovanni vogliono che Gesù dia gloria a loro, ma Bartimeo vuole dare gloria a Gesù. Giacomo e Giovanni desiderano che Gesù segua il percorso da loro determinato (verso il potere), ma Bartimeo desidera soltanto seguire Gesù per a via che Gesù ha determinato (verso la croce). In tutto questo, Bartimeo è l’esempio della vera fede.

La seconda differenza da notare è che mentre la volontà di Giacomo e Giovanni è contraria alla volontà di Gesù, la volontà di Bartimeo è conforme alla volontò di Gesù, e per questo Gesù dice di “no” ai primi e di “sì” al secondo. Gesù non è venuto per compiere la nostra volontà, perché noi non sappiamo neanche quello di cui abbiamo veramente bisogno. Gesù non è venuto solo per rimediare alla nostra condizione, ma anche per farci capire quale è la nostra condizione! Siccome non sappiamo ciò di cui abbiamo veramente bisogno, non sappiamo neanche cosa chiedere a Dio. Alla richiesta dei discepoli Gesù ha detto di “no”, perché non è venuto per coronare i loro (né i nostri) sogni.

Dall’altro canto, quando impariamo da Gesù quali sono i nostri veri bisogni, e quando impariamo anche quali sono i suoi stupendi e meravigliosi propositi nei nostri confronti, impariamo a pregare meglio e a pregare con più certezza di ricevere ciò che chiediamo. Impariamo, infatti, che Gesù desidera mostrarci misercordia e compassione! Bartimeo ha potuto insistere e insistere, ignorando il disprezzo degli altri e dimostrando una fede salda e tenace perché sapeva che la volontà di Gesù è di essere misericordioso verso tutti quelli che, senza forza e senza meriti, si rivolgono a lui come l’unica speranza di salvezza. Bartimeo sicuramente avrebbe già sentito parlare della grande compassione di Gesù, e di come non ha mai respinto la richiesta degli umili. L’autore della lettera agli Ebrei (2:17-18) approfondisce questo tema quando scrive:

Perciò [Gesù] doveva diventare simile ai suoi fratelli in ogni cosa, per essere un misericordioso e fedele sommo sacerdote nelle cose che riguardano Dio, per compiere l’espiazione dei peccati del popolo. Infatti, poiché egli stesso ha sofferto la tentazione, può venire in aiuto di quelli che sono tentati.

La misericordia di Gesù nei nostri confronti non ha limiti, perché lui, essendo stati nei nostri panni e avendo subito ogni sorta di tentazione e debolezza, si può immedesimare con noi in ogni aspetto della vita. Perciò, è sempre pronto e desideroso di venirci in aiuto! Ecco perché Bartimeo non ha smesso di “importunare” Gesù finché non ha ricevuto la pietà che cercava: sapeva che Gesù ama mostrare pietà! Quanto è bello pregare e sapere con certezza che otterremo ciò che chiediamo!

4) Servizio (10:41-45)

A) Il mondo sottosopra (vv.41-44)

41 I dieci, udito ciò, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. 42 Ma Gesù, chiamatili a sé, disse loro: «Voi sapete che quelli che sono reputati prìncipi delle nazioni le signoreggiano e che i loro grandi esercitano autorità su di esse. 43 Ma non è così tra di voi; anzi, chiunque vorrà essere grande fra voi sarà vostro servitore; 44 e chiunque tra di voi vorrà essere primo sarà servo di tutti.

Prima di concludere, è opportuno tornare alle fondamenta di tutto questo. Perché Gesù rifiuta la preghiera dei “degni” ma esaudisce la preghiera dei “mendicanti”? Per molti, questo è scandaloso! Nel brano parallelo in Luca 19:1-10, Luca racconta come a Gerico Gesù ha incontrato un altro uomo chiamato Zaccheo che era pubblicano. Come a Bartimeo, anche a Zaccheo Gesù annuncia la buona notizia della sua salvezza. Luca ci dice poi che “veduto questo, tutti mormoravano, dicendo: ‘È andato ad alloggiare in casa di un peccatore!'” (v.7). Che scandalo, infatti, che Gesù mostra amore verso uno che non se lo merita! E come se il mondo fosse stato messo sottosopra!

Se così sembra, è perché così lo è. Come Gesù insegna a Giacomo e Giovanni, e a tutti i discepoli con loro, il suo regno si basa non sul merito ma sulla grazia. Nel regno di Dio, i primi sono gli ultimi e gli ultimi sono i primi. Nel regno di Dio, i più grandi e i più importanti non sono i potenti e i famosi, ma i servi e gli umili. Il regno di Dio, infatti, effettua un cambiamento radicale e un capovolgimento totale nel mondo. Nulla è come prima. E mentre all’uomo naturale il regno di Dio sembra del tutto sottosopra, in realtà, come Gesù afferma, il suo regno è ciò che finalmente mette tutto in ordine! Niente è più distorto o abnorme del peccato!

B) La croce cambia tutto (v.45)

45 Poiché anche il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti».

Il regno di Dio, a sua volta, è così perché al centro di esso c’è la croce di Cristo. Come abbiamo visto tante volte nel vangelo, il regno di Dio non opera come uno tsunami che travolge tutto quello che gli sta davanti, ma come un piccolo seme che sparisce sotto terra e germoglia in modo impercettibile. In altre parole, il potere del regno è la croce. È la croce di Cristo che costituisce la svolta definitiva e determinante di tutta la storia umana. È la croce che ha cambiato tutto, che ha messo il mondo sottosopra, o meglio dire, girato giusto. È la croce di Cristo che ci fa capire cosa signifia “grandezza” (cioè piccolezza) e “gloria” (cioè umiltà) e “importanza” (cioè servizio).

La croce rivela il carattere e il cuore di Dio, che ci ha amato fino a caricarsi dei nostri peccati e sottoporsi alla nostra condanna. Questo non è un dio che pretende che lo serviamo, ma il Dio che pretende semplicemente che ci lasciamo servire da lui! Incredibile! Come il profeta Isaia (64:4) ha esclamato: “Mai si era udito, mai orecchio aveva sentito dire, mai occhio aveva visto che un altro dio, all’infuori di te, agisse in favore di chi spera in lui.” Mai un Dio come il Dio rivelato in Cristo crocifisso! Mai un amore così straordinario! Mai una bontà così generosa! Mai una misercordia così smisurata! Per questo noi cantiamo con cuori pieni di gioia: “Quanto è bello, quanto è grande, quanto è forte il nome di Gesù Cristo”, il nome ineguagliabile e unico, al di sopra di ogni nome in cielo e sulla terra! Allelujah e amen.

Marco 2:13-3:6: Lo Scandalo della Grazia

Ripasso: La scorsa volta abbiamo studiato “l’inizio del vangelo di Gesù Cristo”, cioè i primi quindici versetti del vangelo di Marco che non solo introducono il libro ma che anche riassumono il messaggio del vangelo stesso. Attraverso il ministero di Giovanni il battista e il battesimo e la tentazione di Gesù nel deserto, Marco ci ha fatto capire la buona notizia di ciò che Dio ha fatto in Cristo per salvarci, compiendo non solo la sua parte ma anche la nostra. Gesù è presentato sia come il Dio che battezza sia come l’uomo battezzato. Questo significa che in Gesù Dio ha fatto sua la nostra condizione, si è immedesimato con noi nella nostra debolezza, sofferenza, e morte, per liberarci da tutte le cose di cui eravamo schiavi. Il Figlio di Dio è diventato come noi, affinché noi potessimo diventare come lui. Egli si è sostituito a noi anche nel nostro ravvedimento e fede verso Dio, così che letteralmente ogni aspetto della nostra salvezza è compiuto e contenuto in lui.

1) Il Medico (2:13-17)

13 Gesù uscì di nuovo verso il mare; e tutta la gente andava da lui, ed egli insegnava loro. 14 E passando vide Levi, figlio d’Alfeo, seduto al banco delle imposte e gli disse: «Seguimi». Ed egli, alzatosi, lo seguì. 15 Mentre Gesù era a tavola in casa di lui, molti pubblicani e peccatori erano anch’essi a tavola con lui e con i suoi discepoli; poiché ce n’erano molti che lo seguivano. 16 Gli scribi che erano tra i farisei, vedutolo mangiare con i pubblicani e con i peccatori, dicevano ai suoi discepoli: «Come mai mangia [e beve] con i pubblicani e i peccatori?» 17 Gesù, udito questo, disse loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Io non sono venuto a chiamare dei giusti, ma dei peccatori [a ravvedimento]».

Proseguendo nella narrativa, Marco ci racconta una serie di quattro episodi tratti dal successivo ministero pubblico di Gesù in Galilea. Al primo sguardo, questi episodi possono sembrare come racconti raggruppati un po’ a casaccio, come se Marco li scrivesse man mano che gli tornavano in mente. Ma non è in realtà così. In ognuno di essi, Marco ci presenta Gesù in quattro prospettive complementari, come una serie di dipinti che fanno vedere Gesù in luci diversi che lo illuminano da ogni angolo. Marco, però, non ci propone questi dipinti di Gesù in maniera statica, come in opere di natura morta. Gesù emerge come una figura dinamica, quasi “cinematografica”, e la progressiva rivelazione della sua persona incita a un progressivo conflitto con i capi religiosi, fino a quando la grazia di Dio manifestata in Gesù diventa uno scandalo e pietra d’inciampo per molti.

Il primo episodio qui è la chiamata di Levi, cioè il discepolo Matteo, che prima era un pubblicano, considerato un ladro e un traditore del popolo ebraico. Persone più disprezzate e odiate dei pubblicani non ce n’erano, e quindi è comprensibile il motivo per cui Gesù provoca un grande scandalo. Gesù non solo chiama Levi a seguirlo e diventare il suo discepolo (cosa che di solito era riservata solo ai più bravi giovani ebraici), ma anche perché Gesù si ferma poi a casa sua e mangia a tavola con lui e con altri come lui! Per gli ebrei, mangiare insieme era un segno di parità, di accoglienza, di approvazione. Gli scribi e i farisei non avrebbero mai mangiato con pubblicani o altri che reputavano “peccatori”, perché altrimenti (così pensavano) si sarebbero contaminati. Erano i leader religiosi — i preti, i vescovi, i pastori! — e non potevano affatto mischiarsi con “tale gente”.

Gesù, però, si mette a tavola con questi pubblicani e peccatori. Non è sorprendente se ci ricordiamo dell’inizio del vangelo, quando Gesù si è sottoposto al battesimo di ravvedimento, identificandosi con noi peccatori pur essendo egli stesso il perfetto Figlio di Dio. Qui c’è veramente da stupirsi: i cosiddetti “santi” (i farisei) si scandalizzano quando vedono il vero “Santo” stare in compagnia di peccatori! Allora, qual è la vera santità? Quella che mantiene le distanze dal peccato, o quella che si avvicina per salvare dal peccato? Come i farisei, è facile pensare che Dio ama i buoni e odia i cattivi, che premierà i primi e punirà i secondi. Ma qui troviamo una situazione contraria: Gesù, Dio fattosi uomo, che ama i cattivi e scandalizza i buoni. Non che non ami anche i buoni, infatti sono i buoni che di solito devono essere scandalizzati per poter accettare la grazia!

Ecco perché Gesù proferisce queste meravigliose parole: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati.” Dovrebbe essere ovvio questo! In altre parole, sono i peccatori — non quelli che si credono già giusti e a posto con Dio — che hanno bisogno della medicina della grazia. Certamente anche i farisei sono malati e hanno bisogno della grazia, ma finché si ritengono sani e giusti, ne saranno sempre scandalizzati. Questo spiega perché molte persone, ancora oggi, non riescono ad accettare il vangelo: non vogliono ammettere di essere malati. Non vogliono ammettere di essere incapaci di mettersi a posto con Dio, di salvarsi da soli. Non sopportano l’idea di essere tanto bisognosi della grazia quanto i peccatori nei cui confronti si sentono superiori.

Ma questo è lo scandalo della grazia quando abbiamo a che fare con Gesù. E sarà sempre lo scandalo quando il vangelo viene rettamente predicato. Come scrive l’apostolo Paolo in 1 Corinzi 1:18: “Poiché la predicazione della croce è pazzia per quelli che periscono, ma per noi, che veniamo salvati, è la potenza di Dio”. È importante che ci sia questo scandalo, perché è proprio ciò che rende il vangelo scandaloso che lo rende anche buona notizia! I farisei si sono scandalizzati, ma Levi si è indubbiamente rallegrato. Finché la sua salvezza dipendeva da lui, non aveva nessuna speranza! Ma quando ha incontrato la stupenda grazia di Gesù che dice: “Non sono venuto per i giusti ma per i peccatori”, si è reso conto che non dipendeva da lui ma da Gesù che si era adoperato per la sua salvezza. Recentemente ho conosciuto con un signore che, pensando di dissuadermi dal parlare con lui, mi ha avvisato: “sono un bestemmiatore!” Ricordandomi di questo brano, gli ho risposto: “Ottimo! Gesù è venuto per salvare bestemmiatori!”

2) Lo Sposo (2:18-22)

18 I discepoli di Giovanni e i farisei erano soliti digiunare. Alcuni andarono da Gesù e gli dissero: «Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano e i tuoi discepoli non digiunano?» 19 Gesù disse loro: «Possono gli amici dello sposo digiunare mentre lo sposo è con loro? Finché hanno con sé lo sposo, non possono digiunare. 20 Ma verranno i giorni in cui lo sposo sarà loro tolto; e allora, in quei giorni, digiuneranno. 21 Nessuno cuce un pezzo di stoffa nuova sopra un vestito vecchio, altrimenti la toppa nuova porta via il vecchio e lo strappo si fa peggiore. 22 Nessuno mette vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino [nuovo] fa scoppiare gli otri, e il vino si perde insieme con gli otri; ma il vino nuovo [va messo] in otri nuovi».

Nel secondo episodio, Gesù risponde alla domanda postagli dai discepoli di Giovanni e i farisei riguardo al digiuno che, per gli ebrei, era di grande importanza per la pietà. Gli ebrei erano soliti digiunare come simbolo del loro forte desiderio che Dio intervenisse per salvarli e compiere le sue promesse. Perciò ritengono strano che un stimato maestro come Gesù non avrebbe digiunato né ordinato ai suoi discepoli di farlo. Vanno dunque da Gesù per chiedergli perché.

Come Gesù ha usato l’immagine del medico per spiegare le sue azioni, così qui ne usa un’altra. “Io sono lo sposo”, dice Gesù, “e la mia presenza significa che il tanto atteso giorno del matrimonio è arrivato!” Nell’Antico Testamento, i profeti avevano spesso utilizzato la metafora del matrimonio per raffigurare la salvezza: Dio è lo sposo e il suo popolo la sposa. Gesù, dunque, vuol dire non solo che lui appunto è Dio, ma che il lungo periodo di attesa è finito. Il giorno del matrimonio è un giorno per festeggiare, per mangiare e bere ed essere felici! Nello stesso modo, il giorno della venuta del Salvatore non è un momento per fare lutto ma per rallegrarsi! Gesù dice in effetti che la vecchia epoca — quella caratterizata dalle pratiche comandate nella legge di Mosè — è passata, e ora è iniziata una totalmente nuova! Come non si può mettere vino nuovo in otri vecchi, non si può neanche aggrapparsi alle vecchie tradizioni nella presenza del Salvatore, perché il fine, lo scopo di quelle tradizioni era di preparare la via per lui!

Come vedremo, però, quelle tradizioni, quelle usanze, anche la legge di Mosè, erano diventate un fine a se stesse. Come Paolo dice in Romani 10:3-4: “Perché, ignorando la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria {giustizia}, non si sono sottomessi alla giustizia di Dio; poiché Cristo è il termine della legge, per la giustificazione di tutti coloro che credono.” Ecco allora un altro motivo per cui la grazia è uno scandalo: richiede il ravvedimento, l’abbandono del nostro vecchio modo di vivere, di fare, di essere, per vivere, fare, ed essere ciò che Dio vuole. Per diventare conformi a Cristo, dobbiamo prima rinunciare a noi stessi, e il vangelo ci esige proprio questo. Ma siccome il nostro desiderio innato è quello di vivere indipendenti da Dio, di vivere come vogliamo noi e non come vuole Dio, troveremo il vangelo sempre scandaloso. La grazia è gratuita, ma ci costa tutto.

3) Il Signore (2:23-28)

23 In un giorno di sabato egli passava per i campi, e i suoi discepoli, strada facendo, si misero a strappare delle spighe. 24 I farisei gli dissero: «Guarda! Perché fanno di sabato quel che non è lecito?» 25 Ed egli disse loro: «Non avete mai letto quel che fece Davide, quando fu nel bisogno ed ebbe fame, egli e coloro che erano con lui? 26 Com’egli, al tempo del sommo sacerdote Abiatar, entrò nella casa di Dio e mangiò i pani di presentazione, che a nessuno è lecito mangiare se non ai sacerdoti, e ne diede anche a quelli che erano con lui?» 27 Poi disse loro: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato; 28 perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato».

Nel terzo episodio, Gesù suscita una discussione relativa al sabato. I farisei si trovano ancora una volta scandalizzati perché vedono Gesù e i suoi discepoli strappare e mangiare spighe di grano. Bisogna ricordare che secondo la legge ebraica, non si doveva fare nessun tipo di lavoro il giorno di sabato, perché doveva essere un giorno di riposo. Secondo l’interpretazione dei farisei, però, Gesù e i suoi discepoli violavano il sabato perché “strappare spighe di grano” era una forma di lavoro.

Senza soffermarci troppo per approfondire pienamente la risposta di Gesù, notiamo il succo del suo discorso nei vv.27-28. I farisei trattavano il sabato come se fosse la cosa principale, come se l’uomo fosse stato solo per rispettare il sabato. Gesù insiste invece sull’opposto. Dio ha dato il sabato al suo popolo come un dono, un giorno alla settimana in cui tutti potevano (e non solo dovevano) riposarsi e recuperare le loro forze. Il sabato era una benedizione, ma i farisei l’avevano cambiata in obbligo. Vale a dire, i farisei non avevano fatto altro che cambiare il riposo in un altro tipo di lavoro! Stranamente, dovevano fare fatica per riposarsi! In realtà, erano i farisei a non rispettare il vero significato del sabato, anche se rispettavano la lettera del comandamento.

Più importante, però, è ciò che Gesù dice in conclusione: “Io sono il signore del sabato”. L’audacia dei farisei è sbalorditiva: Gesù è il Dio che aveva istituito il sabato, e loro pensano di poterlo rimproverare per una sua apparente disubbidienza? Questo è il vero scandalo, l’orgoglio umano che si arroga il diritto di giudicare Dio, di decretare a lui ciò che deve fare o non fare. Il problema, però, era che non conoscevano (o forse meglio dire non volevano conoscere) chi era Gesù veramente. Ecco perché le ultime parole di Gesù in questo contesto sono semplicemente: “Il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato”. Se i farisei avessero conosciuto questo, non si sarebbero scandalizzati di lui.

4) Il Malfattore (3:1-6)

Poi entrò di nuovo nella sinagoga; là stava un uomo che aveva la mano paralizzata. E l’osservavano per vedere se lo avrebbe guarito in giorno di sabato, per poterlo accusare. Egli disse all’uomo che aveva la mano paralizzata: «Àlzati là nel mezzo!» Poi domandò loro: «È permesso, in un giorno di sabato, fare del bene o fare del male? Salvare una persona o ucciderla?» Ma quelli tacevano. Allora Gesù, guardatili tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza del loro cuore, disse all’uomo: «Stendi la [tua] mano!» Egli la stese, e la sua mano tornò sana [come l’altra]. I farisei, usciti, tennero subito consiglio con gli erodiani contro di lui per farlo morire.

Nel quarto episodio, e l’ultimo che consideriamo oggi, porta questo crescente conflitto a un momento critico. Se prima Gesù ha scandalizzato i capi religiosi chiamandosi “medico”, “sposo”, e “signore”, qui viene designato “malfattore”. Si tratta di nuovo del giorno di sabato, ma anziché strappare semplicemente spighe di grano, Gesù guarisce un uomo che ha la mano paralizzata. Notiamo qualche dettaglio importante. L’infermità di quest’uomo è grave, ma non urgente. Vivere con la mano paralizzata è difficile, ma non impossibile. Non era necessario, dunque, che Gesù gliela guarisse subito, quello stesso giorno. Avrebbe potuto aspettare il giorno successivo, il giorno dopo il sabato, per non offendere i farisei. Ma Gesù decide di guarire l’uomo il sabato, pur sapendo che tipo di reazione avrebbe provocato.

Perché? Gesù non era solito offendere tanto per farlo. Aveva sempre uno scopo preciso, e ce l’ha anche qui. Gesù, infatti, espone la condizione ipocrita dei cuori dei farisei quando gli domanda se nel giorno di sabato è meglio fare del bene o del male? La risposta è ovvia, ma i farisei sono intrappolati; non possono dirla senza mostrarsi ipocriti davanti agli altri. Gesù, giustamente indignato e rattristato dalla durezza dei loro cuori, guarisce l’uomo, dimostrandosi il Signore del sabato come ha appena dichiarato.

Più triste ancora è ciò che succede subito dopo: i farisei tengono consiglio per far morire Gesù. Far morire? Non sembra forse un po’ esagerato? Sembra esagerato solo se non abbiamo ancora conosciuto Gesù, perché Gesù non lascia mai a nessuno la possibilità di rimanere indifferente nei suoi confronti. Nei vangelo, tutte le persone che incontrano Gesù prima o poi si trovano in un momento di crisi quando devono decidere o pro o contro Gesù. Non si può incontrare Gesù e rimanere invariati, perché Gesù ci mette a confronto con se stesso, e in lui con la giustizia, l’amore, e la santità di Dio. Ci mette in crisi perché nella sua presenza ci troviamo scrutati dal capo ai piedi e fino alle parti più scure e nascoste del cuore e l’anima. L’incontro con Gesù rivela chi siamo veramente. Dall’esterno, possiamo apparire, come i farisei, buoni e bravi. Ma quando incontriamo Gesù, il nostro vero carattere peccaminoso è esposto alla luce. Ecco perché Gesù suscita in noi o profonda adorazione o profondo odio, e non ci lascia una via di mezzo.

Ma questo episodio illumina anche, ancora una volta, quanto è stupenda la grazia del vangelo! Gesù sapeva benissimo che guarire l’uomo in un giorno di sabato avrebbe spinto i farisei a cominciare a complottare contro di lui, per farlo morire. Eppure, Gesù l’ha guarito. Questo è infatti il vangelo in sintesi: Gesù è venuto per prendere su di se le nostre malattie, persino anche la nostra morte, per poterci dare la sua vita. Qui vediamo Gesù di nuovo nel ruolo del medico, ma con una differenza importante. I medici prescrivono la terapia ai pazienti, ma poi spetta ai pazienti seguirla e guarirsi. Con Gesù non è così, perché in Gesù Dio non è rimasto distante per non contaminarsi; piuttosto è diventato lui stesso il paziente per guarirci da dentro! In Gesù Dio si è avvicinato a noi per “infettarci” con la sua santità contagiosa. Paolo lo dice così in 2 Corinzi 5:21: “Colui che non ha conosciuto peccato, egli lo ha fatto diventare peccato per noi, affinché noi diventassimo giustizia di Dio in lui.”

Questo è infatti lo scandalo della grazia, la grazia che promette di salvarci completamente, senza che facciamo qualsiasi cosa. Ma per salvarci la grazia deve anche cambiarci completamente, perché solo così possiamo essere pienamente guariti. Cristo non è diventato come noi per tenerci compagnia nella nostra miseria. È diventato come affinché noi diventassimo come lui, giustizia di Dio in lui. Per quanto è scandalosa la grazia di Dio, è anche più stupenda e meravigliosa di quanto possiamo mai comprendere!