Giovanni 1.1-2: Nel principio era la Parola

1) La Parola nel principio (Giovanni 1.1)

1:1 Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei, e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini. La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta.

Vi fu un uomo mandato da Dio, il cui nome era Giovanni; egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo di lui. Egli stesso non era la luce, ma venne per rendere testimonianza alla luce. La vera luce che illumina ogni uomo stava venendo nel mondo. 10 Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l’ha conosciuto. 11 È venuto in casa sua, e i suoi non l’hanno ricevuto; 12 ma a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio, a quelli cioè che credono nel suo nome, 13 i quali non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma sono nati da Dio.

14 E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre. 15 Giovanni gli ha reso testimonianza, esclamando: «Era di lui che io dicevo: “Colui che viene dopo di me mi ha preceduto, perché era prima di me. 16 Infatti dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia”». 17 Poiché la legge è stata data per mezzo di Mosè; la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo. 18 Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere.

L’introduzione al vangelo di Giovanni si affianca ai brani biblici più maestosi e insondabili. Non basterebbe un’intera vita di riflessione per approfondire pienamente i diciotto versetti iniziali del primo capitolo. Qualsiasi studio non può essere altro che un cucchiaino d’acqua tratta dall’oceano. Ma un cucchiaino è meglio di niente, ed è questo che cercheremo oggi. Questo brano, inoltre, racconta la storia di Natale. Certo, non si trovano qui Giuseppe, Maria e Gesù bambino nella mangiatoia. Non c’è menzione dei pastori nei campi con le loro pecore, né dei magi che portano i loro regali preziosi. Ma questo non rende il primo capitolo di Giovanni meno “natalizio” rispetto agli altri vangeli. Giovanni sceglie semplicemente di rintracciare la storia di Gesù alle sue vere origini, oltre il tempo e nell’eternità.

A) “Nel principio era la Parola…”

Innanzitutto, Giovanni vuole farci capire che la nascita del nostro Salvatore duemila anni fa in realtà ha avuto inizio “nel principio”, prima che i tempi fossero. Questa frase ci riconduce alle prime parole delle Scritture in Genesi 1.1: “Nel principio Dio creò i cieli e la terra”. In ebraico, “i cieli e la terra” è un modo di dire che sta a significare tutto il cosmo, tutto l’universo e tutto quello che c’è in esso. Nel contesto di Genesi, dunque, la frase “nel principio” significa chiaramente: prima che esistesse qualsiasi cosa all’infuori di Dio, prima che esistesse persino il tempo. Si tratta dell’eternità prima della creazione quando c’era Dio, e Dio solo. Quando si parla dell’eternità prima del tempo, siamo ovviamente di fronte a un muro impenetrabile, un mistero imperscrutabile che la nostra mente è incapace di comprendere e il nostro linguaggio è inadeguato a descrivere. Ma possiamo almeno afferrare l’essenziale: “nel principio” vuol dire semplicemente Dio e nient’altro, Dio nel suo tempo eterno, Dio nella sua vita autosufficiente, Dio nella sua gioia immacolata.

Quindi, rimaniamo subito colpiti quando scopriamo che secondo Giovanni, il soggetto di questo “nel principio” era, ed è, “la Parola”. Non è quello che, in base a Genesi 1.1, ci saremmo aspettati. Eppure, ecco la Parola che prende il posto occupato da Dio in Genesi. È evidente che Giovanni vuole attribuire a questa Parola tutto ciò che appartiene a Dio: la sua eternità, la sua autosufficienza, il suo precedere tutte le cose e tutti i tempi. Per confermare quest’interpretazione, basta dare un’occhiata al v.3: “Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei, e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta.” Se “ogni cosa è stata fatta per mezzo” della Parola, è ovvio che la Parola stessa non può essere stata fatta. Come se quest’affermazione non fosse già abbastanza chiara, Giovanni ne aggiunge un’altra più enfatica: senza la Parola “neppure una delle cose fatte è stata fatta”. Perciò, la Parola è da escludere da tutte le cose create nel principio, perché non esiste nessuna realtà materiale o spirituale all’infuori di Dio — dall’intero universo alla più piccola molecola in esso — che non sia venuta all’esistenza per mezzo suo.

Basta solo questo per confutare i testimoni di Geova che vogliono distorcere la traduzione del resto della frase. Se “nel principio era la Parola”, questo non può significare altro che è la Parola a occupare il posto del Dio Creatore in Genesi 1.

B) …e la Parola era con Dio…”

Ma è altrettanto evidente che Giovanni vuole in un senso distinguere la Parola da Dio, altrimenti avrebbe solo ribadito la dichiarazione di Genesi 1.1: “Nel principio era Dio…”. Questa distinzione è infatti è il punto della seconda frase di Giovanni 1.1, che “la Parola era con Dio”. Da questo impariamo che Giovanni non contraddice Genesi quando afferma che “nel principio era la Parola”. Il fatto che la Parola occupi il posto di Dio non esclude il fatto che Dio esista. La congiunzione “con” in questa frase è da interpretare nella sua letterale semplicità. Nel principio, la Parola esisteva non in modo da escludere l’esistenza di Dio; invece “la Parola era con Dio”. Se in Genesi il creatore è Dio, Giovanni precisa che la Parola era “con Dio” come mezzo della sua opera creatrice. Di nuovo, questo è confermato dal v.3: “Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei…”.

C) “… e la Parola era Dio.”

Ma onde evitare qualsiasi fraintendimento, Giovanni aggiunge una terza affermazione senza la quale il primo versetto sarebbe incompleto: “e la Parola era Dio”. Sbagliamo se concludiamo che, siccome la Parola era “con” Dio nel principio. essa era in qualche modo inferiore a Dio o separabile da Dio o, come sostengono i testimoni di Geova, solo “un dio” (come se ce ne fossero tanti!). No, tutto quello che si attribuisce a Dio va attribuito anche alla Parola. La gloria, la potenza, l’eternità, e l’essere della Parola sono identici a Dio.

Ma “la Parola era Dio” significa di più. La Parola è da pensare come “parte integrante” di Dio stesso; non nel senso che la Parola è “una” parte di un insieme di altre parti (come il motore è una parte di un’automobile) ma che Dio non sarebbe Dio senza la Parola. La Parola appartiene all’identità e all’essenza di Dio, cosicché Dio resta inconoscibile senza riferimento alla Parola. Qui Giovanni in effetti dice: l’origine di tutte le cose è Dio, come afferma Genesi, ma questo Dio è tale solo in quanto esiste con e come la Parola.

Il lato pratico di questa verità è che non si può concepire Dio, non si può conoscere Dio, non si può parlare rettamente di Dio senza riferirsi alla Parola. Questo è l’implicazione della frase “nel principio”: se la Parola era nel principio, essendo con Dio e anche Dio stesso, così tutto il nostro pensare e parlare di Dio deve essere “dal principio” incentrato su questa Parola. E siccome non c’è nessun altro pari a questa Parola nel principio, non c’è nessun altro a cui dobbiamo ricorrere per conoscere Dio. La Parola è tutto ciò che Dio è, ed è dunque l’Alfa e l’Omega, l’inizio e la fine di tutto ciò che possiamo sapere e dire di Dio.

2) La Parola nel tempo (Giovanni 1.2, 14)

Essa era nel principio con Dio.

Ma nonostante tutte le altezze e le profondità che Giovanni 1.1 contiene, non sappiamo ancora a chi si riferisce “la Parola”. Con quale nome dobbiamo chiamare questa Parola? In che modo possiamo conoscerla per poter conoscere Dio per mezzo suo? Giovanni risponde subito nel secondo versetto: “Essa [la Parola] era nel principio con Dio”. A primo sguardo, questo versetto sembra solo ripetere quanto è stato detto nel primo, e potremmo essere tentati di non prestargli lo stesso livello di attenzione ma di saltare subito al v.3. Ma facendo così sbaglieremmo, perché qui si costruisce il ponte cruciale tra l’infinito e il finito, tra l’increato e il creato, tra l’inconoscibile e il conoscibile, tra Dio e l’uomo, estremi tra i quali non esisterebbe altrimenti nessun punto di contatto.

A) “Essa…”

La parola chiave del v.2 è “essa” che designa colui che “era nel principio con Dio”. È vero che “essa” si riferisce alla Parola del v.1, ma non solo: si riferisce anche (e forse soprattutto) all’unica altra menzione esplicita della Parola in questo brano, cioè al v.14: “E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre.” C’è molto da dire su questo versetto, e ci vorrà infatti tutto il resto del vangelo (se non il resto della Bibbia!) per spiegare che cosa significa che la Parola fatta carne “ha abitato per un tempo fra di noi” in modo da rivelare la gloria di Dio. Solo leggendo tutto quello che Giovanni riporterà in seguito — ciò che questa Parola diventata carne ha detto e compiuto — potremo anche noi contemplare la pienezza della grazia e della verità divine che ha manifestato.

Ma il punto importante che concerne il nostro studio su Giovanni 1.1-2 è che la Parola che secondo v.14 “è diventata carne e ha abitato per un tempo” in un certo periodo storico e in un determinato luogo sulla terra è proprio la stessa Parola che “era nel principio con Dio”. Far vedere questo collegamento è la funzione del termine “essa” nel v.2. “Essa”, cioè la Parola che dall’eternità era con Dio ed era Dio stesso, è la stessa Parola che nel tempo “è diventata carne” e ha portato il nome “Gesù Cristo”. Ribaltando la frase, la “essa” del v.2 significa che la Parola che nel tempo “è diventata carne” e chiamata Gesù Cristo è la stessa Parola che dall’eternità era con Dio ed era Dio stesso.

B) La Parola diventata carne

Dopo un po’ di riflessione, ci accorgiamo che quest’ultima è l’affermazione più sbalorditiva. Capire che l’eterna Parola si è fatta uomo in Gesù è un conto; capire che l’uomo Gesù è la Parola che nel principio era con Dio e anche Dio stesso è un altro. La prima affermazione può significare semplicemente che Gesù è venuto dopo un’ulteriore riflessione da parte di Dio sulla condizione del mondo, che dopo la rovina causata del peccato umano, Gesù è subentrato nel proposito di Dio come una specie di “piano B”. Ma in questo caso, il punto della storia non sarebbe Gesù ma altro; Gesù esisterebbe solo per supplire a una mancanza, solo per curare una ferita, solo per risolvere un problema. Ma una volta guarita la malattia, c’è ancora bisogno del rimedio? Dopo che viene riparata una perdita d’acqua in casa, ho ancora bisogno dell’idraulico? Dopo che i miei peccati sono perdonati, ho ancora bisogno del Salvatore?

Secondo me, questo è uno dei motivi per cui tante persone non si rendono conto delle pretese radicali del vangelo, del dominio assoluto di Dio su chi riceve il dono della sua grazia. Si capisce che la Parola che era nel principio con Dio è la stessa che si è fatta uomo in Gesù, ma non si capisce che l’uomo Gesù è lo stesso che nel principio era la Parola con Dio. Che differenza fa questa seconda affermazione? Se l’uomo Gesù è lo stesso che nel principio era la Parola con Dio, vuol dire che egli è il punto, il significato e il fine di tutto ciò che viene dopo. Vuol dire che la nascita di Gesù non è stata un’aggiunta o una modifica al piano originario di Dio. Vuol dire che “nel principio”, prima di fare anche una di tutte le cose che sono state fatte (v.3), c’era la Parola destinata a diventare carne. Vuol dire che quando Dio, per mezzo della Parola, ha fatto “i cieli e la terra”, l’universo e tutto quello che contiene, li ha fatti in vista della Parola fatta carne, allo scopo di essere “Emmanuele”, Dio con noi, il Creatore che si unisce intimamente alle sue creature, il Signore che s’identifica personalmente con il suo popolo. Come ha scritto un certo teologo: “Il mondo è stato fatto affinché Gesù potesse nascere”. Gesù non esiste per il mondo tanto quanto il mondo esiste per lui.

C) Grazia su grazia

Ma nel creare il mondo per manifestarsi in Gesù, Dio non ha agito in modo egoista. Anzi, nel vangelo che segue, Giovanni ci farà vedere quanto è costato alla Parola diventare carne: “Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l’ha conosciuto. È venuto in casa sua, e i suoi non l’hanno ricevuto” (vv.10-11). Non solo non l’hanno ricevuto; l’hanno persino schernito, maltrattato, e infine crocifisso! Per la Parola, farsi uomo costituiva un’infinita condiscendenza, un’inimmaginabile umiliazione, un esporsi a incomprensibili sofferenze e afflizioni. Ma egli era felice di farlo per il suo grande amore: “Poiché Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unigenito Figlio…” (3.16).

E il risultato di questo amore sacrificale? Ce lo dice Giovanni nel v.16 del primo capitolo: “Infatti dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia”. Gesù è lo stesso che nel principio era con Dio, e quindi non c’è fine alle grazie che elargisce su di noi. Gesù è lo stesso che nel principio era Dio, e quindi “è quello che ha fatto conoscere” pienamente il Dio che altrimenti nessuno potrebbe conoscere. Gesù è lo stesso per mezzo del quale tutte le cose sono state fatte, e quindi non dobbiamo mai dubitare che egli farà cooperare tutte le cose per il nostro bene, e mai per il nostro male. Gesù è lo stesso in vista del quale tutte le cose sono state fatte, e quindi ricevere lui significa ricevere con lui anche tutte le cose, ma rifiutare lui significa rifiutare non solo lui ma anche tutte le altre cose. Gesù è lo stesso che nel principio ha fatto risplendere la luce nelle tenebre, e fin d’allora non esistono tenebre capaci di sopraffarla (v.5).

La testimonianza di Giovanni il battista, riferita nel v.15, è dunque vero di ogni essere umano: “Colui che viene dopo di me mi ha preceduto, perché era prima di me.” Gesù ha preceduto non solo noi che siamo nati dopo di lui ma anche tutti coloro che, come Giovanni, erano nati prima di lui. Ecco perché Gesù dichiara nel 8.58: “In verità, in verità vi dico: prima che Abraamo fosse nato, io sono”. Strepitose, incredibili sono queste parole, che sarebbero blasfeme sulle labbra di qualsiasi altra persona. Ma Gesù è giusto nel dirle perché egli è l’IO SONO prima di Abraamo, prima ancora di Adamo. Bisogna dire che quando Genesi 1 afferma che gli esseri umani sono stati creati a immagine di Dio, è stato in realtà a immagine del Dio destinato a diventare l’uomo Gesù!

Per questo motivo, nessuno è da considerarsi escluso dall’amore di Dio incarnato in Gesù, dal suo benevolo proposito di salvare, dalla portata della sua decisione di essere Emmanuele, il Dio anche di chi lo rifiuta. Inoltre, è inutile chiedere “che pertinenza ha Gesù alla mia vita?”, perché la vita di ogni essere umano trova il suo senso e il suo scopo nell’umanità di Cristo. Se è vero, come impariamo in Giovanni 1, che Gesù non esiste per il mondo tanto quanto esiste il mondo per Gesù, allora la domanda più importante che tutti devono porsi è: “che pertinenza ha la mia vita a Gesù?” Siamo stati fatti per mezzo di lui, per lui e in vista di lui, e troveremo solo in lui tutto quello che il nostro cuore desidera.

3) Conclusione

Tutto questo sermone deve molto al grande teologo Karl Barth che più di ogni altro ha messo Gesù al centro di tutte le sue riflessioni sulle Scritture. È dunque opportuno che concludiamo con alcuni commenti che lui ha scritto riguardo ai versetti che abbiamo appena studiato:

Fra Dio e l’uomo vi è la persona di Gesù Cristo: vero Dio e vero uomo egli è infatti il Mediatore fra l’uno e l’altro. In lui, Dio si rivela all’uomo; in lui, l’uomo riconosce Dio; in lui, Dio si pone di fronte all’uomo e l’uomo davanti a Dio, conformemente alla volontà eterna di Dio ed al destino eterno dell’uomo, corrispondente a tale volontà. In lui, Dio indica il suo disegno nei confronti dell’uomo e pronuncia su di lui il giudizio; in lui, salva l’uomo e gli si fa presente in tutta la sua pienezza; in lui, enuncia contemporaneamente la sua esigenza e la sua promessa sull’uomo. In lui, Dio si è legato all’uomo. È dunque a causa di lui che l’uomo esiste. Anche il mondo, teatro della storia intercorrente fra Dio e l’uomo, è stato creato conformemente all’origine ed in previsione del destino assegnati all’uomo in Gesù Cristo.

Questi è l’essenza di Dio, come è originariamente l’essenza dell’uomo; nulla vi è nell’universo che non proceda da lui, che non esista per mezzo di lui e non sia finalizzato a lui; è infatti la Parola di Dio che contiene ogni verità e che non potrebbe essere superata, né limitata da nessun’altra parola; è la decisione di Dio che nessun’altra decisione può precedere, né superare, né accompagnare, perché tutte le decisioni che possono esistere non possono che concorrere al compimento di tale decisione iniziale; è l’origine che esclude ogni altra origine al di fuori di quella che Dio possiede in se medesimo, cosicché nulla vi è che non proceda da lui o per cui si possa cercare l’inizio al di fuori di lui; è la scelta che esclude ogni altra scelta da parte di Dio, in modo che nulla e nessuno al mondo è stato scelto e voluto da Dio prima di lui, senza di lui ed accanto a lui.

In una sola parola: è la scelta (quindi anche l’origine, la decisione, la parola) della libera grazia di Dio. È infatti in forza della sua libera grazia che Dio sceglie di diventare uomo in Gesù Cristo, legandosi all’uomo, onde legarlo a sé. Gesù Cristo è la libera grazia di Dio, se è vero che questa libera grazia non resta confinata nell’essenza intima ed eterna del Padre, ma si manifesta al di fuori, nell’insieme delle vie e delle opere divine; ecco perché non esiste scelta, inizio, origine, decisione o parola divina che lo preceda, che sia al di sopra, di fianco o al di fuori di lui; la libera grazia è infatti l’unico motivo che sostiene tutte le vie e tutte le opere di Dio, manifestantesi all’esterno. (Karl Barth, La dottrina dell’elezione divina, p.305-306).

Basandoci su questa verità, possiamo riposarci nella promessa che Gesù ha fatto ai suoi discepoli in Giovanni 14.1-3:

Il vostro cuore non sia turbato; credete in Dio, e credete anche in me! Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, vi avrei detto forse che io vado a prepararvi un luogo? Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi.

Questa è la speranza di Natale. Amen!

La Storia della Chiesa in un Anno: Karl Barth e l’Unica Parola di Dio (47/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: Karl Barth e l’Unica Parola di Dio (47/52)

Gesù Cristo è lui stesso questa elezione gratuita di Dio e di conseguenza, la Parola e la decisione divine, l’origine e l’inizio inglobanti in maniera assolutamente esaustiva tutte le altre parole, decisioni, inizi particolari (Karl Barth, La Dottrina dell’Elezione Divina, 305-306).

Nato a Basilea nel 1886, il teologo svizzero Karl Barth rivoluzionò il mondo del XX secolo. Dopo essersi imbevuto della teologia del protestantesimo liberale, Barth venne a rifiutarla quando, come pastore a Safenwil in Svizzera, scoprì che essa non era in grado di rispondere alle problematiche delle persone nella sua chiesa. Avevano bisogno di udire la parola del Dio vero e vivente, non la voce proveniente dai propri cuori.

Quest’epifania portò Barth a mettere l’accento sull’assoluta obiettività della parola di Dio che fa irruzione nella storia e stravolge ogni pensiero, ogni progetto e ogni sistema umano. In particolare, Barth insistette (come avrebbe poi scritto nella Dichiarazione di Barmen) che “Gesù Cristo, cosi come ci viene attestato nella Sacra Scrittura, è l’unica parola di Dio. Ad essa dobbiamo prestare ascolto; in essa dobbiamo confidare e ad essa dobbiamo obbedire in vita ed in morte.”

Durante la sua lunga carriera come professore di teologia presso le università di Münster (1925-1930), Bonn (1930-1935), e Basilea (1935-1962), e poi fino alla sua morte nel 1968, Barth lavorò instancabilmente per applicare questa convinzione a ogni aspetto del pensiero e della vita cristiani. Frutto di circa trent’anni di fatica fu la monumentale ma incompiuta Dogmatica Ecclesiale, un’opera di oltre otto mille pagine suddivise in tredici volumi. Qui Barth espose una visione della fede cristiana incessantemente concentrata sulla persona e sull’opera di Gesù Cristo. Tra i suoi contributi inestimabili si ricordano in particolare i seguenti:

La dottrina della predestinazione (l’elezione): Barth ridimensionò la dottrina, da sempre intensamente dibattuta, della predestinazione in chiave cristologica: Gesù Cristo è sia il Dio che elegge sia l’uomo eletto. Siamo eletti solo perché siamo tali in Cristo che è l’unico vero Eletto di Dio, come siamo figli di Dio solo perché siamo adottati in Gesù l’unico vero Figlio di Dio (Efesini 1:4-5). Così, la dottrina della predestinazione non diventa il “Sì” di Dio ad alcuni e il suo “No” agli altri, ma solo il suo “Sì” a tutti (2 Corinzi 1:18-20). L’elezione è in realtà una persona: Gesù Cristo.

La dottrina della rivelazione: Basandosi sulla verità che Gesù è l’unica via, verità e vita (Giovanni 14:6), Barth negò la possibilità di conoscere Dio se non solo come si rivela in Cristo. L’essere umano non può conoscere Dio tramite le sue capacità ma solo in quanto Dio si fa conoscere per mezzo di Gesù (Giovanni 1:18).

La dottrina delle sacre Scritture: L’enfasi di Barth su Cristo quale unica Parola di Dio influì sulla dottrina delle sacre Scritture. Se Cristo è l’unica vera Parola di Dio, le Scritture lo sono solo in senso secondario, in quante esse rendono testimonianza di lui (Giovanni 5:39). Lungi però dal diminuire l’importanza della Bibbia, Barth l’aumentò, considerandola così non un libro qualsiasi la cui efficacia dipende dalla sua interpretazione, ma come lo strumento per mezzo del quale Gesù Cristo ci incontra e ci parla personalmente.

Ebrei 2:5-18: L’Umanità di Dio

1) Vediamo Gesù (1:1-4; 2:5-9)

1:1 Dio, dopo aver parlato anticamente molte volte e in molte maniere ai padri per mezzo dei profeti, in questi ultimi giorni ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che egli ha costituito erede di tutte le cose, mediante il quale ha pure creato i mondi. Egli, che è splendore della sua gloria e impronta della sua essenza, e che sostiene tutte le cose con la parola della sua potenza, dopo aver fatto [egli stesso] la purificazione dei [nostri] peccati, si è seduto alla destra della Maestà nei luoghi altissimi. Così è diventato di tanto superiore agli angeli, di quanto il nome che ha ereditato è più eccellente del loro.

2:5 Difatti, non è ad angeli che Dio ha sottoposto il mondo futuro del quale parliamo; anzi, qualcuno in un passo della Scrittura ha reso questa testimonianza: «Che cos’è l’uomo perché tu ti ricordi di lui o il figlio dell’uomo perché tu ti curi di lui? Tu lo hai fatto di poco inferiore agli angeli; lo hai coronato di gloria e d’onore; tu hai posto ogni cosa sotto i suoi piedi»Avendogli sottoposto tutte le cose, Dio non ha lasciato nulla che non gli sia soggetto. Al presente però non vediamo ancora che tutte le cose gli siano sottoposte; però vediamo colui che è stato fatto di poco inferiore agli angeli, cioè Gesù, coronato di gloria e di onore a motivo della morte che ha sofferto, affinché, per la grazia di Dio, gustasse la morte per tutti.

Il tema che emerge ripetutamente nel Nuovo Testamento è quello che Karl Barth chiamò “l’umanità di Dio”, cioè il fatto che in Gesù Cristo veniamo a conoscere il Dio che non ha voluto essere Dio senza l’essere umano. Dio, pur essendo perfettamente auto-sufficiente, ha eletto in Cristo di legare la sua esistenza a noi in modo indissolubile, unendosi irrevocabilmente all’umanità nella persona di Gesù Cristo incarnato. La domanda del salmista nel Salmo 8 — “Che cos’è l’uomo perché tu ti ricordi di lui o il figlio dell’uomo perché tu ti curi di lui?” — trova la sua risposta in questa persona, Gesù Cristo, colui che “è stato fatto di poco inferiore agli angeli” e “coronato di gloria e di onore a motivo della morte che ha sofferto”.

La domanda del salmo che l’autore agli Ebrei cita in questi versetti deriva dalla sua riflessione sul creato: considerando l’incomprensibile magnificenza dell’universo, l’essere umano appare irrilevante e trascurabile, eppure Dio si degna di relazionarsi con e prendersi cura di lui. Non solo: il salmista rimane stupito di come Dio “lo ha coronato di gloria e d’onore” e “posto ogni cosa sotto i suoi piedi”, un riferimento alla creazione dell’umanità a immagine e somiglianza di Dio in Genesi 1. Secondo Ebrei, questo meraviglioso mistero ha senso solo perché esiste Gesù, colui che di Dio “è splendore della sua gloria e impronta della sua essenza” e, al tempo stesso, “doveva diventare simile ai suoi fratelli in ogni cosa” (v.17).

In Gesù, dunque, scopriamo di avere a che fare non con una deità inaccessibile o inconoscibile o indifferente ma del Dio che si è umiliato perfino a “gustare la morte per tutti”. In Gesù, veniamo a conoscere il Dio che ama incondizionatamente e che fa conoscere il suo amore in modo talmente chiaro e convincente che non lo possiamo mai mettere in discussione. Quando infatti consideriamo Gesù e la morte che ha sofferto per noi, non dobbiamo mai dubitare della profondità e della costanza del suo amore per noi.

Tuttavia ci viene spesso da dubitarne, perché, come il predicatore qui ammette, “Al presente però non vediamo ancora che tutte le cose gli siano sottoposte”. La realtà che vediamo sembra presentare una contraddizione all’amore di Dio che la Bibbia ci testimonia. L’ingiustizia e la malvagità delle quali l’essere umano è capace rispecchia tutt’altro che l’immagine e la somiglianza di Dio, tanto che cominciamo a chiederci se Dio ci ami veramente, o se addirittura esista. La fede che la Bibbia ci propone sarebbe insostenibile di fronte agli orrori del mondo se non per Gesù. Certo, non vediamo un mondo che appare coerente con l’amore di Dio, ma vediamo Gesù, e in lui troviamo tutto ciò di cui la nostra fede ha bisogno per vincere le paure, le domande, le preoccupazioni, e i dubbi più tremendi.

2) L’Autore della Salvezza (2:10-13)

10 Infatti, per condurre molti figli alla gloria, era giusto che colui, a causa del quale e per mezzo del quale sono tutte le cose, rendesse perfetto, per via di sofferenze, l’autore della loro salvezza. 11 Sia colui che santifica sia quelli che sono santificati provengono tutti da uno; per questo egli non si vergogna di chiamarli fratelli, 12 dicendo: «Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli; in mezzo all’assemblea canterò la tua lode»13 E di nuovo: «Io metterò la mia fiducia in lui»E inoltre: «Ecco me e i figli che Dio mi ha dati». 

La certezza dell’amore di Dio in Cristo che ci aiuta di superare qualsiasi prova è ancorata, come il predicatore spiega qui, nella misura dell’identificazione di Gesù con noi nella sua incarnazione. Oltre alla sua morte, il testo menziona tre modi in cui Gesù ci assicura dell’amore infallibile di Dio.

Il primo è la sofferenza attraverso la quale Gesù si è reso “perfetto” per diventare l’autore della nostra salvezza. Sembra strano che dice “rendere perfetto”? Sarebbe una frase blasfema, se non per il profondo immedesimarsi di Gesù nella nostra condizione umana. Egli non è venuto come un uomo non toccato dalla nostra miseria, ma come “uomo di dolore, familiare con la sofferenza” (Isaia 53:3). Gesù non si è tenuto lontano dalle debolezze che noi sopportiamo, facendo sì che la sua impeccabilità umana fosse ottenuta solo per l’ardua via della tentazione.

Che sia chiaro: come il Figlio di Dio, Gesù non poteva peccare. Ma assumendo il sangue e la carne che tutti noi abbiamo in comune (v.14), Gesù ha dovuto “forgiare” attraverso il fuoco della sofferenza la sua perfezione. Ha dovuto “battere il ferro” della nostra volontà ribelle per renderla di nuovo malleabile in conformità alla volontà di Dio. La perfezione di Gesù non è stata “automatica” semplicemente in virtù del suo essere Figlio di Dio, poiché, facendosi simile a noi in ogni cosa, ha dovuto realizzare, sotto le condizioni del mondo decaduto in cui viviamo, l’ubbidienza perfetta che tutti gli esseri umani devono a Dio ma di cui nessun essere umano è capace.

Consegue da questo la seconda garanzia dell’amore di Dio nei nostri confronti: Gesù si è fatto nostro fratello. Il Figlio di Dio mediante il quale “ha creato pure i mondi” e che “sostiene tutte le cose con la parola della sua potenza” (1:2-3) è colui che non si è vergognato di chiamarci “fratelli”, diventando egli stesso nostro fratello nella carne. Come egli è il Figlio di Dio Padre, la sua incarnazione significa non solo che è diventato simile a noi in ogni cosa, ma che ha fatto noi diventare come lui in ogni cosa.

Quest’idea è ribadita chiaramente in Giovanni 1:12-14: il Figlio di Dio a è diventato carne per dare a tutti coloro che credono nel suo nome il diritto di essere chiamati figli di Dio. Ovviamente una grande differenza distingue noi come figli di Dio da Gesù come Figlio di Dio: noi siamo santificati, e Gesù solo ci santifica (v.11). Non saremo mai noi a santificare nessuno, e Gesù non sarà mai colui a essere santificato da nessuno. Questa differenza è imprescindibile. Però, questa differenza non ci separa da Gesù; anzi è proprio questa che ci lega a lui per sempre. Solo Dio ci ha fatto diventare suoi figli in Gesù, e perciò nessun altro può mai farci diventare altro.

Avendo Gesù come nostro sostituto e nostro fratello, abbiamo un terzo pilastro incrollabile che tiene salda la nostra fede nell’amore di Dio, proprio la fede di Gesù stesso. La catena di citazioni da Salmi e da Isaia colpisce perché è preceduta dall’asserzione che è Gesù — colui che non si vergogna di chiamarci fratelli — a dire queste parole. Ma notiamo bene quali parole il testo attribuisce a Gesù:

“Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli; in mezzo all’assemblea canterò la tua lode…. Io metterò la mia fiducia in lui…. Ecco me e i figli che Dio mi ha dati.”

Qui è Gesù che annuncia (predica) il nome di Dio e conduce la lode in mezzo all’assemblea dei suoi fratelli (la chiesa). È Gesù che mette fiducia in Dio. È Gesù che per primo si presenta a Dio come rappresentante di tutti i figli di Dio. In altre parole, ci riposiamo nella certezza che siamo ben accolti nella presenza di Dio come suoi figli non per la nostra capacità di aver fede in lui ma per la capacità di Gesù di aver fede per noi! Quando ci riuniamo per ascoltare la parola di Dio, è Gesù che ce l’annuncia. Quando cantiamo le lodi, è Gesù che ci conduce. Tutto questo serve per ancorare la nostra fede nella certezza dell’amore di Dio, perché sappiamo che anche se la nostra fiducia in Dio viene meno, siamo tenuti nella fiducia che Gesù ha al nostro posto. Sappiamo che anche se le nostre preghiere sono deboli, le preghiere di Gesù al nostro favore sono sempre efficaci. Sappiamo che anche se la nostra lode non è degna della gloria di Dio, lo è la lode che Gesù canta insieme a noi.

3) Un Misericordioso e Fedele Sommo Sacerdote (2:14-18)

14 Poiché dunque i figli hanno in comune sangue e carne, egli pure vi ha similmente partecipato, per distruggere, con la sua morte, colui che aveva il potere sulla morte, cioè il diavolo, 15 e liberare tutti quelli che dal timore della morte erano tenuti schiavi per tutta la loro vita. 16 Infatti, egli non viene in aiuto ad angeli, ma viene in aiuto alla discendenza di Abraamo. 17 Perciò egli doveva diventare simile ai suoi fratelli in ogni cosa, per essere un misericordioso e fedele sommo sacerdote nelle cose che riguardano Dio, per compiere l’espiazione dei peccati del popolo. 18 Infatti, poiché egli stesso ha sofferto la tentazione, può venire in aiuto di quelli che sono tentati.

Ancorati saldamente nell’amore di Dio grazie all’umanità “vicaria” di Gesù, siamo resi capaci di affrontare e di vincere ogni prova nella vita, compresa la morte. E se ci pensiamo bene, chi non teme la morte non ha bisogno di temere niente o nessun altro. Ma come mai non dobbiamo temere la morte? È perché Gesù, affrontando la morte nella nostra carne e nel nostro posto, l’ha sconfitta e l’ha resa impotente.

L’arma più formidabile che il nostro avversario, il diavolo, ha contro di noi è il peccato e la morte che ne risulta. Ma guardiamo che cosa ha fatto Gesù. Compiendo espiazione dei nostri peccati e subendo egli stesso la morte che n’è la conseguenza, queste cose non hanno più potere su di noi, e così dunque nemmeno il diavolo. Notiamo le forti parole usate per descrivere l’opera di Gesù per noi: ha “distrutto” il diavolo; ha “liberato” noi che ne eravamo “schiavi”, e ora fa da misericordioso e fedele sommo sacerdote presso il Padre in cielo per garantire la nostra salvezza eterna.

Nel frattempo, mentre aspettiamo la rivelazione di Cristo quando si manifesterà per portare questa salvezza a compimento in noi, abbiamo un aiuto sempre pronto ed efficace per superare qualsiasi tentazione. Siccome Gesù è diventato simile a noi in ogni cosa eppure è rimasto senza peccato, è in grado di “simpatizzare con noi nelle nostre debolezze”, e noi possiamo accostarci “con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovare grazia ed essere soccorsi al momento opportuno” (4:15-16). Anche se le tentazioni più forti e tremende ci assaliscono, Gesù che le ha superate tutte ha promesso di aiutare anche noi a superarle. Non abbattiamoci dunque, poiché finché fissiamo lo sguardo su Gesù, vediamo colui che ha vinto il peccato, il diavolo e la morte, e abbiamo la certezza che anche noi li vinceremo.

Colossesi 1:15-23: Affinché Abbia Il Primato

Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, e il fratello Timoteo ai santi e fedeli fratelli in Cristo che sono in Colosse: grazia a voi e pace da Dio, nostro Padre. Noi ringraziamo Dio, Padre del nostro Signore Gesù Cristo, pregando sempre per voi, perché abbiamo sentito parlare della vostra fede in Cristo Gesù e dell’amore che avete per tutti i santi, a causa della speranza che vi è riservata nei cieli, della quale avete già sentito parlare mediante la predicazione della verità del vangelo. Esso è in mezzo a voi, e nel mondo intero porta frutto e cresce, come avviene anche tra di voi dal giorno che ascoltaste e conosceste la grazia di Dio in verità, secondo quello che avete imparato da Epafra, il nostro caro compagno di servizio, che è fedele ministro di Cristo per voi. Egli ci ha anche fatto conoscere il vostro amore nello Spirito.

Perciò anche noi, dal giorno che abbiamo saputo questo, non cessiamo di pregare per voi e di domandare che siate ricolmi della profonda conoscenza della volontà di Dio con ogni sapienza e intelligenza spirituale, 10 perché camminiate in modo degno del Signore per piacergli in ogni cosa, portando frutto in ogni opera buona e crescendo nella conoscenza di Dio; 11 fortificati in ogni cosa dalla sua gloriosa potenza, per essere sempre pazienti e perseveranti; 12 ringraziando con gioia il Padre che vi ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce. 13 Dio ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasportati nel regno del suo amato Figlio. 14 In lui abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati.

Non ci stanchiamo mai di ribadire che Gesù Cristo deve essere l’inizio e la fine, il centro e il perimetro, la forma e il contenuto della nostra fede. Leggiamo la Bibbia correttamente solo se la leggiamo come testimonianza di Gesù. Conosciamo Dio solo se lo conosciamo in Gesù. Preghiamo Dio solo se lo preghiamo nel nome di Gesù. Siamo riconciliati con Dio solo se siamo uniti per fede a Gesù. Gesù solo è la via, la verità e la vita (Giov. 14:6): la via perché solo lui ci porta a Dio, la verità perché solo in lui possiamo essere certi di ciò che sappaimo, e la vita perché solo in lui abbiamo la speranza della risurrezione e la vita eterna.

Non c’è forse nessun altro scritto nella Bibbia che evidenzi l’unicità di Gesù come la lettera di Paolo ai Colossesi, redatta dall’apostolo per contrastare falsi insegnamenti nella chiesa di Colosse che cercavano di diminuire la sufficienza di Cristo e supplirne le mancanze con altre filosofie e tradizioni umane. Paolo ribatte con un “NO!” forte e inequivocabile. Colossesi 2:8-10 ci dice tutto:

Guardate che nessuno faccia di voi sua preda con la filosofia e con vani raggiri secondo la tradizione degli uomini e gli elementi del mondo e non secondo Cristo; perché in lui abita corporalmente tutta la pienezza della Deità; 10 e voi avete tutto pienamente in lui, che è il capo di ogni principato e di ogni potestà.

Nel primo capitolo, Paolo getta le fondamenta teologiche che reggono quest’affermazione. Nei vv.15-23, un passo breve ma insondabilmente profondo, Paolo spiega le ragioni per cui Cristo è tutto in tutti: è il proposito eterno di Dio che Cristo abbia il primato nella creazione, nella riconciliazione, e nella redenzione. Consideriamo ora ognuno di questi tre punti.

1) Il Primato Nella Creazione (1:15-17)

15 Egli è l’immagine del Dio invisibile, il primogenito di ogni creatura; 16 poiché in lui sono state create tutte le cose che sono nei cieli e sulla terra, le visibili e le invisibili: troni, signorie, principati, potestà; tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. 17 Egli è prima di ogni cosa e tutte le cose sussistono in lui.

Un grande teologo del secondo secolo d.C., Ireneo di Lione, parafrasò la prima parte del v.15 così: “il Padre è l’invisibile del Figlio, ma il Figlio è il visibile del Padre”. Ireneo scrisse queste parole nella sua opera intitolata “Contro Eresie” in cui, come indica il titolo, si oppose alle eresie che già in quell’epoca erano spuntate e minacciavano le verità fondamentali del vangelo. Nella storia della chiesa, le eresie più pericolose sembrano sorgere sempre intorno alla persona di Cristo, e in particolare riguardo alla sua relazione a Dio. Solitamente si tende a porre l’accento o sulla divinità di Gesù o sulla sua umanità talmente tanto che si nega effettivamente o l’una o l’altra. Si fa fatica a comprendere come Gesù può essere sia pienamente Dio che pienamente l’uomo, e perciò si trascura uno per ridurre la tensione percepita.

Come notò Ireneo, Colossesi 1:15 non dovrebbe lasciare nessun dubbio. Gesù è “l’immagine del Dio invisibile”, cioè “il visibile del Padre” che è “l’invisibile del Figlio”. Questo indica la piena uguaglianza del Figlio al Padre, perché se il Figlio non fosse uguale al Padre in ogni senso (tranne il fatto di non essere il Padre), come potrebbe essere il visible del Padre? Se è vero che, come Gesù stesso dichiara in Giovanni 14:9: “Chi ha visto me, ha visto il Padre”, Gesù deve essere uguale al Padre, altrimenti il Dio rivelato in Gesù non sarebbe veramente il Padre. Forse Gesù potrebbe rispecchiare il Padre in qualche modo come la luna rispecchia il sole, ma non diremmo mai che “chi vede la luna ha visto il sole”. Se nel Figlio vediamo il Padre in modo totale e completo così che non rimanga nessun aspetto di Dio nascosto o offuscato, Gesù deve essere uguale al Padre in totale e completo.

“Però,” qualcuno potrebbe replicare, “Paolo dice subito dopo che Gesù è ‘il primogenito di ogni creatura’. Quindi non può essere uguale al Padre, essendo lui stesso la prima creatura.” I testimoni di Geova, infatti, usano questo ragionamento. Colossesi 1:15 è una delle prime Scritture che tirano fuori quando tentano di convincerti che Gesù non è uguale al Padre. Come dunque rispondiamo? Al primo sguardo, potrebbe apparire proprio così.

Teniamo presenti due punti. In primo luogo, la primogenitura, per gli ebrei, aveva più a che fare con i diritti dell’eredità, e non dell’ordine della nascita. Basta pensare a Esau e Giacobbe. Benché nato dopo Esau, Giacobbe è diventato il “primogenito” in quanto ha ottenuto la primogenitura, il diritto di ereditare ciò che apparteneva a suo padre, Isacco.

In secondo luogo, è importante che lasciamo che Paolo si spieghi, senza imporgli il significato che vogliamo attribuire ai termini che usa. Paolo infatti si spiega subito nei vv.16-17. Gesù è “il primogenito di ogni creatura poiché in lui sono state create tutte le cose che sono nei cieli e sulla terra…. Egli è prima di ogni cosa.” Paolo non dice che in Cristo sono state create tutte le “altre” cose, come traduce la versione dei testimoni di Geova. No, Paolo asserisce che in Cristo sono state create “tutte le cose”, e poi che “egli è prima di ogni cosa”, non prima di ogni “altra” cosa. Ne consegue che non dobbiamo intendere la frase “il primogenito di ogni creatura” nel senso che Cristo si trova tra “tutte le cose” che sono state create, altrimenti vv.16-17 non avrebbero senso.

Come allora dobbiamo interpretare v.15? Bisogna ricordarci di chi Paolo parla: di Gesù Cristo. In altre parole, Paolo non parla del “Figlio di Dio” distinto dalla sua esistenza come Gesù, cioè distinto dalla “Parola che è diventata carne” (Giov. 1:14). Quando Paolo afferma che Gesù è “il primogenito di ogni creatura”, dobbiamo realizzare che è il Figlio incarnato di cui parla, il Gesù nato dalla vergine Maria e concepito dallo Spirito Santo, pienamente uomo e pienamente Dio.

Come un altro teologo importante nella storia, Atanasio di Alessandria, osservò contro gli ariani che nel quarto secolo d.C. negavano (come i testimoni di Geova) la piena divinità di Gesù, Gesù è il “primogenito di ogni creatura” non perché il Figlio sia stato creato, ma perché il Figlio-diventato-uomo costituisce sin dall’eternità il principio di tutte le vie e le opere di Dio. Ciò non significa che Gesù esiste sin dall’eternità nel suo stato incarnato, perché è diventato tale solo quando è nato da Maria. Che cosa vuol dire allora? Paolo ce lo dice alla fine del v.16: “tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui.” Non solo l’intero creato è venuto all’esistenza per mezzo di Gesù ma anche in vista di lui. In altre parole, anche se il Figlio di Dio non si è incarnato fino a tantissimo tempo dopo la creazione, Dio ha creato tutto affinché il Figlio potesse incarnarsi. Come un teologo contemporaneo ha detto, “Il mondo fu creato affinché Cristo potesse nascere.”

Se colleghiamo questa sbalorditiva verità con quella che “tutte le cose sussistono in lui”, arriviamo alla stupenda conclusione che l’universo e tutto ciò che è in esso esiste per Gesù. Ogni creatura, ogni animale, e ogni essere umano esiste per e in Gesù. Questo vale tanto per quelli che lo sanno quanto per quelli che non lo sanno. Il punto saliente è questo: Cristo deve avere il primato nel nostro pensare, parlare e vivere perché ha già il primato in tutto. Proprio come è scemo chi pensa di poter resistere alla forza della gravità e salta dal tetto di un grattacielo per volare come un uccello, così è scemo anche chi pensa di poter vivere senza Gesù, come anche egli ha avvertito in Giovanni 15:6: “Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio, e si secca; questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano.” Se Gesù ha il primato nella creazione, così deve avere il primato anche nella nostra vita.

2) Il Primato Nella Riconciliazione (1:18-20)

18 Egli è il capo del corpo, cioè della chiesa; egli che è il principio, il primogenito dai morti, affinché in ogni cosa abbia il primato. 19 Poiché al Padre piacque di far abitare in lui tutta la pienezza 20 e di riconciliare con sé tutte le cose per mezzo di lui, avendo fatto la pace mediante il sangue della sua croce; per mezzo di lui, dico, tanto le cose che sono sulla terra, quanto quelle che sono nei cieli.

C’è un secondo senso in cui Gesù ha il primato, cioè nella riconciliazione. È necessario che Paolo lo spieghi, perché qualcuno potrebbe riconoscere che Gesù ha avuto il primato nella creazione, ma che adesso il mondo appartiene alle forze spirituali del male, al peccato e alla morte. I falsi insegnamenti a Colosse erano nati per questo motivo: anche se Gesù è sufficiente per assicurare il nostro destino eterno, nel frattempo, mentre i credenti vengono assaliti da poteri malvagi, essi hanno bisogno di altri aiuti per esserne liberati.

Paolo dunque sottolinea che lo stesso Gesù nel quale e per il quale il mondo è stato creato è proprio colui che per mezzo del quale il mondo è stato riconciliato a Dio. In questi versetti, Paolo insiste che la portata della riconciliazione che Dio ha effettuato in Cristo sulla croce è uguale alla portata della creazione. In altre parole, dopo la croce, il male non ha più potere vero su qualche sfera della creazione dove Gesù non regna. In Cristo, tutte le cose che sono state create per mezzo di lui sono state anche riconciliate per mezzo di lui, “mediate il sangue della sua croce”. Paolo afferma senza equivoci: “tanto le cose che sono sulla terra quanto quelle che sono nei cieli”.

È vero che il mondo come lo percepiamo non appare riconciliato. Questa è infatti una “pietra d’inciampo” che per molti diventa un motivo per non credere al vangelo. Anche noi credenti, di fronte agli indicibili mali nel mondo, possiamo essere tentati di dubitare della portata universale della riconciliazione effettuata in Cristo. In tali casi, però, Paolo ci richiama al fatto della risurrezione, che Cristo è il “primogenito dei morti”. Certo, non vediamo il mondo riconciliato, risanato, e risuscitato come lo sarà un giorno, ma vediamo Cristo che è la “primizia” di quel che si rivelerà in futuro. Se Cristo è il “visibile” del Dio invisibile, è anche il “visibile” della riconciliazione di tutte le cose che è altrettanto invisibile, ora “nascosta con Cristo in Dio” (3:3). Camminare per fede e non per visione vuol dire che viviamo in questa nuova realtà anche se ci rimane celata nel tempo presente.

Come applicazione pratica, questa verità ci aiuta quando testimoniamo il vangelo ad altri. Dobbiamo parlare del vangelo come se fosse vero anche per quelli che non lo credono, perché è vero anche per quelli che non lo credono. Quando parliamo con qualcuno che non crede in Gesù, dobbiamo sempre tenere a mente che questa persona appartiene comunque a Cristo — prima perché esiste per mezzo di Cristo, ma secondo perché Cristo è morto per riconcilare anche lei a Dio. Lei può cercare di resistere e negare questa realtà, ma non la può negare. Un giorno anche le sue ginocchia piegheranno e la sua lingua confesserà che Gesù Cristo è il Signore.

3) Il Primato Nella Redenzione (1:21-23)

21 Anche voi, che un tempo eravate estranei e nemici a causa dei vostri pensieri e delle vostre opere malvagie, 22 ora egli vi ha riconciliati nel corpo della sua carne, per mezzo della sua morte, per farvi comparire davanti a sé santi, senza difetto e irreprensibili, 23 se appunto perseverate nella fede, fondati e saldi e senza lasciarvi smuovere dalla speranza del vangelo che avete ascoltato, il quale è stato predicato a ogni creatura sotto il cielo e di cui io, Paolo, sono diventato servitore.

Se questo è vero, non saranno tutti salvati alla fine? Paolo ci avverte dall’arrivare a questa conclusione. Siamo stati riconciliati in Cristo quando è morto, già prima che credessimo in lui, anche prima che nascessimo! Eppure, Paolo afferma anche che compariremo davanti a lui “santi, senza difetto e irreprensibili”, cioè pienamente redenti e santificati, “se appunto perseverate nella fede fondati e saldi e senza lasciarvi smuovere dalla speranza del vangelo che avete ascoltato”.

Sembra una contraddizione? Non lo è. La chiave è di prendere sul serio cià che Paolo dice nel v.22: “egli vi ha riconcilati nel corpo della sua carne”. Qui Paolo non usa la sua solita espressione “in Cristo” o “in lui” ma “nel corpo della sua carne”. La nostra riconciliazione è letteralmente in Cristo, non in noi stessi. È così che Paolo riesce ad affermare, da un lato, che in Cristo tutte le cose in cielo e sulla terra sono state riconciliate a Dio e, dall’altro, che quella riconciliazione si manifesterà solo in coloro che credono in lui e perseverano nella loro fede. Se la nostra riconciliazione è in Cristo, e in nessun altro o da nessun’altra parte, è solo uniti a lui che possiamo beneficiarne. E il legame per mezzo del quale siamo “uniti” a Cristo e il segno che beneficiamo della sua opera a nostro favore è la fede. Come la riconciliazione in Cristo si manifesterà in coloro che perseverano invece nel rifiutarla rimane un mistero, ma possiamo affermare che il loro rifiuto, anche se porta alla loro perdizione eterna, non diminuisce l’efficacia della rinconciliazione operata in Cristo anche a loro favore. Anzi, è paradossalmente perché l’opera di Cristo vale anche per gli increduli che rimarranno perduti: vorrebbero allontanarsi da Dio, ma Dio non li lascerà mai andare, e sarà proprio questo che li tormenterà come l’inferno.

In conclusione, facciamo bene a dare retta all’esortazione pratica che Paolo rivolge nel 2:6-7 in base a queste profonde verità:

Come dunque avete ricevuto Cristo Gesù, il Signore, così camminate in lui; radicati ed edificati in lui, saldi nella fede, come vi è stata insegnata, e abbondando nel ringraziamento.

Che Dio ci conceda la grazia di camminare e di crescere sempre di più in Cristo e di abbondare nel ringraziamente, e che ci usi in questo modo di testimoniare questa grazia agli altri che non la conoscono.

Matteo 3:13-4:17: Liberaci dal Maligno

1) L’Inizio del Ministero di Gesù (3:13-17; 4:12-17)

3:13 Allora Gesù dalla Galilea si recò al Giordano da Giovanni per essere da lui battezzato. 14 Ma questi vi si opponeva dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?» 15 Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, poiché conviene che noi adempiamo in questo modo ogni giustizia». Allora Giovanni lo lasciò fare. 16 Gesù, appena fu battezzato, salì fuori dall’acqua; ed ecco, i cieli {gli} si aprirono ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. 17 Ed ecco una voce dai cieli che disse: «Questo è il mio diletto Figlio, nel quale mi sono compiaciuto»….

12 Gesù, udito che Giovanni era stato messo in prigione, si ritirò in Galilea. 13 E, lasciata Nazaret, venne ad abitare in Capernaum, città sul mare, ai confini di Zabulon e di Neftali, 14 affinché si adempisse quello che era stato detto dal profeta Isaia: 15 «Il paese di Zabulon e il paese di Neftali, sulla via del mare, di là dal Giordano, la Galilea dei pagani, 16 il popolo che stava nelle tenebre, ha visto una gran luce; su quelli che erano nella contrada e nell’ombra della morte una luce si è levata». 17 Da quel tempo Gesù cominciò a predicare e a dire: «Ravvedetevi, perché il regno dei cieli è vicino».

A questo punto nel vangelo, Matteo si mette a narrare come la missione di Gesù — “salvare il suo popolo dai loro peccati” (1:21) — ha avuto inizio. Tutto comincia con il battesimo di Gesù quando egli viene da Giovanni il battista per farsi battezzare. In passato abbiamo avuto varie occasioni per approfondire il significato del battesimo di Gesù in quanto simbolo della sua totale identificazione con noi peccatori nella nostra condizione, pur essendo egli stesso impeccabile, per liberarci dal peccato e per farci diventare partecipi della sua santità.

A noi dunque basta notare come il battesimo di Gesù, pieno com’è di significato simbolico, segnala anche l’inizio del suo ministero pubblico. È qui che Gesù viene pubblicamente dichiarato e presentato al popolo d’Israele come “Figlio di Dio”, colui nel quale Dio stesso si è compiaciuto e colui a cui bisogna dare ascolto e ubbidienza. Questo Gesù, come Matteo evidenzia ripetutamente nel vangelo, è il Cristo, il Messia, il potentissimo Re che Dio aveva promesso di mandare per stabilire il suo regno non solo in Israele, ma fino alle estremità della terra. Giovanni il battista, avendo compiuto la sua vocazione di preannunciare la venuta di Gesù e di chiamare il popolo d’Israele al ravvedimento per essere pronto e preparato, viene arrestato perché, come dice in Giovanni 3:30, “Bisogna che egli cresca e che io diminuisca”. Giovanni si toglie di mezzo quando Gesù è pronto per iniziare la sua missione proprio affinché quest’ultimo possa avere il primato. Non è casuale che Gesù cominci a predicare il regno di Dio solo dopo Giovanni viene messo in prigione.

Ma come vediamo nel testo, non passiamo subito dal battesimo di Gesù all’inizio del suo ministero di predicazione. In mezzo c’è la narrativa, assolutamente critica a tutto ciò osservato fino adesso, della tentazione di Gesù. Questo momento della sua vita, che dalle apparenze sembrerebbe di poca importanza (cioè un uomo che semplicemente passa 40 giorni di solitudine nel deserto?), è in realtà di vitale importanza, e adesso vogliamo dedicare il resto di questo studio a scoprirne i motivi. Possiamo schematizzare questi motivi nella seguente maniera: A) Ricapitolazione, B) Rappresentanza, e C) Riscatto.

2) La Tentazione di Gesù (4:1-11)

4:1 Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. E, dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. E il tentatore, avvicinatosi, gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, ordina che queste pietre diventino pani». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di pane soltanto vivrà l’uomo, ma di ogni parola che proviene dalla bocca di Dio”». 

Allora il diavolo lo portò con sé nella città santa, lo pose sul pinnacolo del tempio, e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù; poiché sta scritto: “Egli darà ordini ai suoi angeli a tuo riguardo” e “Essi ti porteranno sulle loro mani, perché tu non urti col piede contro una pietra”». Gesù gli rispose: «È altresì scritto: “Non tentare il Signore Dio tuo”». 

Di nuovo il diavolo lo portò con sé sopra un monte altissimo, gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose ti darò, se tu ti prostri e mi adori». 10 Allora Gesù gli disse: «Vattene, Satana, poiché sta scritto: “Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi il culto”». 11 Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli si avvicinarono a lui e lo servivano.

A) Ricapitolazione

Innanzitutto, notiamo come lo stesso Spirito disceso su Gesù al suo battesimo lo conduce, come primo passo, nel deserto “per essere tentato dal diavolo”. Perché questo? Troviamo la prima risposta se leggiamo la narrativa attenti ai vari richiami all’Antico Testamento. Questo sarà particolarmente importante nel vangelo di Matteo, il cui scopo è di dimostrare che Gesù rappresenta l’adempimento di tutte le promesse di Dio al popolo d’Israele, promesse fattegli non solo per loro ma anche attraverso loro a favore del mondo intero: “in te [Abramo] saranno benedette tutte le famiglie della terra” (Genesi 12:3).

Pensiamo ai vari richiami all’esodo nella narrativa della nascita e dell’infanzia di Gesù: il re Erode, come il faraone, prova a distruggere ogni possibile minaccia al suo potere massacrando i bambini maschili, credendo così di prevenire alla nascita di un salvatore del popolo ebraico. Poi, Gesù viene portato letteralmente in Egitto quando l’angelo del Signore ordina a Giuseppe di rifugiarsi lì, adempiendo così la profezia di Osea (11:1) che “fuori d’Egitto chiamai mio figlio”.

Adesso, in Matteo 3 e 4, vediamo come Gesù passa attraverso le acque e poi entra nel deserto dove digiuna per un periodo di 40 giorni, richiamando così Israele che, appena liberato da Egitto, è passato per mezzo delle acque del Mar Rosso e poi ha vagato nel deserto per un periodo di 40 anni. Si aggiungono altre similitudini quando Gesù risponde alle tre principali tentazioni del diavolo citando Deuteronomio, un libro della Scrittura risalente al periodo del vagabondaggio di Israele nel deserto. Consideriamo, per esempio, il contesto di Deuteronomio in cui Gesù ricava la sua risposta alla prima tentazione. Qui in Deuteronomio 8:1-3, alla fine dei 40 anni di peregrinazione di Israele, Mosè esorta il popolo dicendo:

8:1 Abbiate cura di mettere in pratica tutti i comandamenti che oggi vi do, affinché viviate, moltiplichiate ed entriate in possesso del paese che il Signore giurò di dare ai vostri padri. Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, il tuo Dio, ti ha fatto fare in questi quarant’anni nel deserto per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandamenti. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per insegnarti che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che vive di tutto quello che procede dalla bocca del Signore.

Una notevole differenza emerge però a questo punto: mentre Israele è stato umiliato e messo alla prova nel deserto per 40 anni a causa della sua disubbidienza al comandamento di Dio, Gesù rimane nel deserto per 40 giorni a motivo della sua ubbidienza allo Spirito di Dio che lo ha condotto lì. Questa osservazione ci porta al primo motivo per cui Gesù deve affrontare la tentazione nel deserto: per adempiere “ogni giustizia” (3:15) di cui Israele mancava. Come l’acqua non arriva in casa se il tubo che la porta è intasato, così la benedizione di salvezza promessa ad Abramo non poteva arrivare a tutte le famiglie della terra finché la discendenza di Abramo era come un tubo intasato di peccato e di ingiustizia.

Ecco perché Matteo narra la storia di Gesù come la “ricapitolazione” della storia di Israele: in ogni tappa della sua vita, Gesù rivive le esperienze di Israele per ribaltare i suoi fallimenti. Siccome Israele era stato un servo infedele che aveva ostacolato l’adempimento del proposito di Dio per il mondo, Gesù è “subentrato” come il servo fedele — come il vero Israele — per rimediare all’infedeltà della discendenza di Abramo e così diventare fonte di benedizione per tutto il mondo. Le tentazioni affrontate e superate da Gesù nel deserto rappresentano, dunque, la vittoria della giustizia di Dio sull’ingiustiza umana rispecchiata nell’esperienza di Israele.

B) Rappresentanza

Dico questo così perché Matteo non presenta la tentazione di Gesù nel deserto come se fosse esclusivamente il rimedio all’ingiustizia di Israele, ma anche all’ingiustiza di tutta l’umanità, di ogni singolo essere umano. Gesù affronta le tentazioni del diavolo non solo per fare ricapitolazione delle esperienze d’Israele ma anche per fare rappresentanza al posto di ogni peccatore schiavizzato sotto il potere del maligno. Lo sappiamo perché le tre tentazioni dirette a Gesù sono le stesse tentazioni che, pur presentandosi in forme superficialmente diverse, il diavolo lancia contro tutti noi. Ebrei 4:15 afferma infatti che Gesù “è stato tentato come noi in ogni cosa, senza commettere peccato”. La verità di questa affermazione risulta convincente quando ci ricordiamo come l’apostolo Giovanni nella sua prima epistola (2:16) distilla l’essenza delle tentazioni comuni a tutti gli esseri umani in questi tre modi:

16 Perché tutto ciò che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo.

In fondo, le tentazioni del maligno sono costituite da questi tre elementi: 1) la concupiscenza (cioè il desiderio disordinato e idolatrico) della carne, 2) la concupiscenza degli occhi e 3) la superbia della vita. Leggendo la narrativa di Matteo 4 in questa ottica, scopriamo come il diavolo non fa altro che “rivestire” queste tentazioni in forme mirate alla persona di Gesù.

  1. La concupiscenza della carne

È dir poco che dopo 40 giorni di digiuno totale Gesù “ebbe fame”. Come l’acqua e l’aria, il nostro fisico ha bisogno di cibo per il suo sostentamento. Quando ne è privo, non desidera altro quanto desidera mangiare. Quando, dunque, il diavolo cerca di indurre Gesù a trasformare pietre in pani, prova a suscitare in lui la “concupiscenza della carne”, il desiderio che non è di per sé sbagliato, ma diventa sbagliato quando ci porta a soddisfarlo in modi, in tempi o in quantità che Dio ha proibito. Il desiderio della carne — che sia di mangiare o di bere o di amore o di sesso o di piacere o di felicità — si muta in concupiscenza quando rifiutiamo di fidarci di Dio di darci “il nostro pane quotidiano” e cominciamo a cercarlo da solo.

Qui il diavolo tenta Gesù di fare ciò che di per sé non sarebbe sbagliato (come non lo era ad Adamo ed Eva il mangiare il frutto dell’albero), ma che Dio in quel momento e per i suoi benevoli motivi gli ha proibito. Gesù, come abbiamo appena detto, è nel deserto per ribaltare il fallimento d’Israele che, di fronte alla scarsità di sostentamento nel deserto, ha cominciato a dubitare dell’amore e del potere di Dio e a pretendere che egli gli desse da mangiare nella misura dei loro desideri. Gesù non deve trasformare pietre in pane qui non perché un tale atto sarebbe peccato ma perché comporterebbe un rifiuto di dipendere pienamente da Dio e da Dio solo. Ecco perché Gesù risponde con le sopraccitate parole di Deuteronomio: più di mangiare pane, l’essere umano ha bisogno della parola di Dio per la vita. Ecco l’ubbidienza della fede di Gesù: posto davanti a una questione di vita e di morte, Gesù sceglie l’unica cosa necessaria: è meglio ubbidire a Dio che alle concupiscenze della carne.

2. La concupiscenza degli occhi

La seconda tentazione comune a tutti noi è rappresentata dal terzo modo in cui il diavolo tenta Gesù, cioè la concupiscenza degli occhi. Quando il diavolo mostra a Gesù tutti i regni del mondo che ritiene sottoposti al suo potere, e promette di darglieli solo se Gesù gli si prostra davanti e lo adora, c’è un senso in cui il diavolo ha ragione. Se tutto il mondo fosse stato già sottoposto a Gesù come il proprio Signore, egli non avrebbe avuto bisogno di venire in carne umana e di umiliarsi fino alla morte in croce. Se il diavolo non avesse un po’ di ragione, Gesù non avrebbe insegnato ai suoi discepoli di pregare: “venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà come in cielo così anche in terra”.

Quando, dunque, il diavolo gli sussurra nell’orecchio: “Ascolta Gesù, potresti compiere la tua missione — ottennere l’ubbidienza e l’adorazione di tutti i popoli come il Signore del mondo — in modo molto più semplice. Non dovresti continuare a vivere in queste condizioni umilianti di miseria umana, non dovresti percorre l’ardua via che ti porterà solo alla croce. Se fai questo semplice gesto — se ti prostri davanti a me e mi adori — allora otterrai in un istante tutto ciò che desideri”.

Ma questa scelta — la scelta della via “facile” anziché quella giusta — è quella che Gesù rifiuta senza esitazione. Gesù cita di nuovo Deuteronomio dove Dio per bocca di Mosè ha detto che tutta l’adorazione, tutto l’onore, e tutta la gloria spettavano solo a lui, scegliendo così di adorare Dio e Dio solo, costi quello che costerà. Gesù sa, infatti, che rimanere fedele a Dio gli costerà la sua vita, ma è risoluto. Gesù sa che non ci sono scorciatoie alla croce, ma che ogni difficoltà e ogni sofferenza sono elementi indispensabili nel portare a termine la volontà di Dio.

3. La superbia della vita

La terza tentazione comune a tutti noi, cioè la superbia della vita, si manifesta quando il diavolo tenta Gesù di gettarsi giù dal pinnacolo del tempio. Questo posto, in piena vista degli adoratori nel tempio, dei sacerdoti e dei leader religiosi, delle autorità romane e dell’intera popolazione di Gerusalemme e di Giudea, avrebbe permesso a Gesù di potersi presentare come il Messia che tutti si aspettavano e desideravano, un Messia di apparenze spettacolari ed eclatanti, un Messia innegabilmente affermato e autorizzato da Dio. La tentazione fa leva sul desiderio umano di essere stimato, applaudito e acclamato dalle folle. Così il diavolo cerca di convincere Gesù: “Se vai avanti come hai cominciato, alla fine nessuno ti crederà, nessuno ti seguirà, e così nessuno beneficerà dell’opera che sei venuto per fare. Se invece mi dai retta e fai come ti dico io, tutti ti crederanno, tutti ti seguiranno, e così tutti beneficeranno dell’opera che sei venuto per fare”.

Questo però è esattamente quello che Gesù rifiuta. La vocazione di Gesù culminerà alla croce, considerata dal mondo uno scandalo e una pazzia. La tentazione della “superbia della vita” costituisce dunque una contraddizione totale alla volontà di Dio Padre. Di nuovo Gesù si trova di fronte a due scelte diametralmente opposte: vivere per la gloria di Dio o per la gloria personale. La scelta di Gesù è inequivocabile: “Non tenterò mai il Signore Dio mio, ma mi affiderò e ubbidirò pienamente a lui.”

In sintesi, le tentazioni che sono comuni a tutti gli esseri umani sono quelle che Gesù nel deserto affronta. Ma mentre nessuno è stato mai capace di superare sempre queste tentazioni, mentre tutti noi prima o poi cadiamo e pecchiamo, Gesù è uscito dalla sua battaglia contro il maligno il vincintore indiscutibile. Come affermiamo ogni domenica attorno alla tavola del Signore: “non abbiamo fatto le cose che avremmo dovuto fare, e abbiamo fatto le cose che non avremmo dovuto fare, e non c’è salute in noi. Tuttavia, Gesù assunse interamente la nostra umanità, senza commettere peccato, e fece le cose che avremmo dovuto fare affinché noi fossimo guariti.” E ricordiamoci di come concludiamo: “Non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù”. Non c’è DUNQUE più nessuna condanna, perché mentre noi ci siamo arresi, e ci arrendiamo tuttora, alle tentazioni del maligno, Gesù le ha vinte, e in lui la sua vittoria diventa anche la nostra. Questo è il meraviglioso annuncio del vangelo: siamo stati sconfitti dal maligno, ma in Cristo siamo più che vincitori!

C) Riscatto

In conclusione, la vittoria di Gesù sul maligno nel deserto è il motivo per cui possiamo pregare con speranza e certezza: “non ci esporre alla tentazione, e liberaci dal maligno”. In Cristo abbiamo già vinto la tentazione, e siamo stati già liberati dal maligno. La nostra lotta quotidiana non è di vincere il male e il maligno, ma di ricordarci e di appropriarci della vittoria che Cristo ha ottenuto. Come dichiara Ebrei 2:14-15:

14 Poiché dunque i figli hanno in comune sangue e carne, egli pure vi ha similmente partecipato, per distruggere, con la sua morte, colui che aveva il potere sulla morte, cioè il diavolo, 15 e liberare tutti quelli che dal timore della morte erano tenuti schiavi per tutta la loro vita.

Ecco il nostro grido di battaglia! Gesù ha già distrutto con la sua morte il diavolo che aveva il potere sulla morte. Con la sua morte, Gesù ci ha già liberato dal timore della morte e dalla schiavitù al peccato. Se uno che appartiene a Cristo cade in peccato o vive in paura o ansia, è perché ha dimenticato che in Cristo il potere del peccato è stato già sconfitto e lo spettro della morte è scomparso. Il rimedio è non di sforzarci di più per vincere ma di riposarci di più nella vittoria di Gesù.

Questo è perché troviamo la nostra forza per superare la tentazione, il peccato, la paura, e l’ansia che ci assaliscono tutti i giorni con Gesù, per così dire, nel deserto, lontani dalle solite distrazioni e semplicemente in comunione con lui:

Salmo 46:10: «Fermatevi», dice, «e riconoscete che io sono Dio.»

Isaia 40:31: Quelli che sperano nel Signore acquistano nuove forze, si alzano a volo come aquile, corrono e non si stancano, camminano e non si affaticano.

Isaia 30:15: Poiché così aveva detto il Signore, Dio, il Santo d’Israele: «Nel tornare a me e nello stare sereni sarà la vostra salvezza; nella calma e nella fiducia sarà la vostra forza».

Matteo 11:28: Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo.

Matteo 1:18-25: Dio Con Noi

1) Per Opera Dello Spirito Santo (1:18-20)

18 La nascita di Gesù Cristo avvenne in questo modo. Maria, sua madre, era stata promessa sposa a Giuseppe e, prima che fossero venuti a stare insieme, si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. 19 Giuseppe, suo marito, che era uomo giusto e non voleva esporla a infamia, si propose di lasciarla segretamente. 20 Ma mentre aveva queste cose nell’animo, un angelo del Signore gli apparve in sogno, dicendo: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua moglie; perché ciò che in lei è generato, viene dallo Spirito Santo.

Oggi è la quarta e l’ultima domenica dell’Avvento, il che significa che siamo sulla soglia della nascita di Gesù. Nella prima parte del capitolo iniziale, Matteo traccia la genealogia di Gesù a partire dal patriarca Abramo fino a suo padre “adottivo”, Giuseppe. Dico padre “adottivo” perché, pur non essendo il termine perfettamente adeguato, sta ad indicare un aspetto della nascita di Gesù che Matteo ritiene critico per la giusta comprensione: cioè Gesù non nasce per vie normali, concepito dall’unione di un uomo e di una donna. Nasce invece in modo miracoloso, da una giovane ragazza vergine di nome Maria.

Nella sua narrativa di come “la nascita di Gesù Cristo avvenne”, Matteo sottolinea come Maria, la promessa sposa di Giuseppe, si trova incinta senza che siano “venuti a stare insieme”. Quasi incredibile è questo, ma Matteo non esita ad affermarlo. Oggi come oggi, l’affermazione della nascita verginale di Gesù è spesso considerata assurda. Se uno dice di crederci, viene preso in giro come uno scemo. Spesso, se l’edificio della fede cristiana sembra cominciare a crollare, la fede nella nascita verginale di Gesù è uno dei primi pilastri a cadere. Eppure, questa affermazione non è periferica, nascosta alle margini della nostra fede. Anzi, come testimonia il anche il credo, essa è decisamente centrale. Perché?

Importante è notare come ben due volte Matteo afferma che il conceptimento di Gesù è dovuto all’opera dello “Spirito Santo”. Se crediamo, sempre come dichiara il credo, in “Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra”, non è faticoso credere che egli sia anche in grado di far concepire un bambino nel grembo di una vergine. Se da nulla Dio ha chiamato all’esistenza tutto l’universo, quanto difficile deve essere per lui chiamare all’esistenza miracolosamente un solo bambino?

Quando affermiamo la nascita verginale di Gesù, non affermiamo qualcosa di irrazionale. Come Matteo, affermiamo semplicemente che lo stesso Spirito che in Genesi 1:2 “aleggiava sulla superficie delle acque” per dare vita alla terra che in quel momento era “informe e vuota” aleggiava di nuovo su un grembo anche esso “informe e vuoto” — non toccato da uomo — per dare vita al bambino la cui intera vita sarà un continuo miracolo. Secondo il profeta Isaia (32:15), lo Spirito di Dio è colui che, quando viene “dall’alto”, fa divenire “il deserto … un frutteto” e “il frutteto … come una foresta”. In altre parole, lo Spirito fa di un terreno sterile un orto fecondo. Così fa anche del grembo vergine.

Non è neanche il caso che Matteo, come Giuseppe e gli altri che vivevano all’epoca, fossero più ingenui o superstiziosi rispetto a noi moderni che, grazie alla scienza, sappiamo che una tale cosa non potrebbe mai capitare. Neanche allora erano le vergini solite concepire senza rapporti sessuali! Giuseppe non era un cretino. Infatti, come Matteo narra, Giuseppe giunge all’unica conclusione che gli sembra ragionevole quando viene a sapere che Maria è incinta: lei deve essere colpevole di fornicazione! Ecco perché Giuseppe “propose di lasciarla”, ma essendo uomo giusto e misericordioso, non voleva neanche “esporla all’infamia”. Giuseppe non considera nemmeno la possibilità che Maria potrebbe essere ancora vergine. È per questo che l’angelo del Signore deve apparirgli in sogno per dirgli che cosa è realmente successo.

Ma queste sono solo considerazioni che aiutano a togliere eventuali obbiezioni. Il significato della nascita verginale di Gesù è tutto’altro, e sta nell’annuncio dell’angelo riguardo al destino di questo bambino. Perché egli è stato generato in Maria non dall’uomo ma dallo Spirito Santo di Dio onnipotente e creatore? La risposta si trova nel nome che Giuseppe dovrà al bambino: Gesù.

2) Salverà Il Suo Popolo (1:21)

21 Ella partorirà un figlio, e tu gli porrai nome Gesù, perché è lui che salverà il suo popolo dai loro peccati».

Il nome “Gesù” — in ebraico “Ieshua” — rivela infatti quale sarà la missione e l’opera del figlio di Maria. Egli “salverà il suo popolo dai loro peccati”. “Gesù” vuol dire “il Signore salva”, ed è per questo bambino dunque il nome per eccellenza. Questo nome, pur essendo molto breve, riassume tutta la storia della Bibbia dall’eternità passata all’eternità futura, contiene tutti i tesori della conoscenza di Dio, e porta a compimento tutte le promesse di Dio e le speranze umane di un mondo ricreato e risanato. Per aiutarci a comprendere questo incomprensibile nome, Matteo ci riporterà (nei due versetti seguenti) al profeta Isaia che risale all’ottavo secolo prima di Gesù. Questo profeta che aveva preannunciato la nascita verginale di Cristo è lo stesso che aveva anche promesso la salvezza di Dio:

35:1  Il deserto e la terra arida si rallegreranno, la solitudine gioirà e fiorirà come la rosa; si coprirà di fiori, festeggerà con gioia e canti d’esultanza; le sarà data la gloria del Libano, la magnificenza del Carmelo e di Saron. Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio. Fortificate le mani infiacchite, rafforzate le ginocchia vacillanti! Dite a quelli che hanno il cuore smarrito: «Siate forti, non temete! Ecco il vostro Dio! Verrà la vendetta, la retribuzione di Dio; verrà egli stesso a salvarvi». 

Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e saranno sturati gli orecchi dei sordi; allora lo zoppo salterà come un cervo e la lingua del muto canterà di gioia, perché delle acque sgorgheranno nel deserto e dei torrenti nei luoghi solitari. Il terreno riarso diventerà un lago e il suolo assetato si muterà in sorgenti d’acqua; nel luogo dove dimorano gli sciacalli vi sarà erba, canne e giunchi. Là sarà una strada maestra, una via che sarà chiamata «la Via Santa»; nessun impuro vi passerà. Essa sarà per quelli che la seguiranno, per quelli soltanto; anche gli insensati non potranno smarrirvisi. In quella via non ci saranno leoni; nessuna bestia feroce vi metterà piede o vi apparirà, ma vi cammineranno i redenti. 10 I riscattati dal Signore torneranno, verranno a Sion con canti di gioia; una gioia eterna coronerà il loro capo; otterranno gioia e letizia; il dolore e il gemito scompariranno.

Ora, il fatto che il bambino che, secondo l’annuncio dell’angelo a Giuseppe, compierà questa salvezza nasca dalla vergine fa risalire come essa sarà un’opera di sola grazia. Proprio come Gesù è concepito per opera dello Spirito Santo e non grazie all’intervento umano, così neanche la salvezza che egli compierà deve essere considerata un’opera unicamente divina, non frutto di qualche collaborazione tra Dio e l’uomo. L’angelo non appare a Giuseppe prima per chiedere il suo permesso di far rimanere incinta Maria. Nemmeno nel vangelo secondo Luca quando l’angelo appare a Maria è la nascita di Gesù proposta a condizione della sua cooperazione: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco, tu concepirai e partorirai un figlio, e gli porrai nome Gesù” (Luca 1:30-31). Quando l’angelo appare a Maria, la decisione è stata già divinamente presa: hai trovato grazia presso Dio … tu concepirai e partorirai un figlio. È già determinato!

Il punto saliente di tutto ciò è, per citare di nuovo Isaia (2:17), questo: “L’alterigia dell’uomo sarà umiliata, e l’orgoglio di ognuno sarà abbassato; il Signore solo sarà esaltato in quel giorno.” Per distruggere qualsiasi idea o pretesa dell’uomo di poter contribuire qualcosa alla sua propria salvezza, Dio lo esclude letteralmente sin dall’inizio. Come Dio fa sì che nessuno possa arrogarsi un po’ dell’onore o del merito di aver portato al mondo il Salvatore, così nessuno può mai arrogarsi un po’ dell’onore o del merito di aver cooperato minimamente al compimento della propria salvezza. Come dichiara l’apostolo Paolo in Efesini 2:8-9: “Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi: è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti”. Più chiaro di così non potrebbe mai essere! La salvezza, come la nascita di Gesù, è un dono di grazia che possiamo soltanto ricevere a mani vuote, dando tutta la gloria e tutte le grazie solo a lui!

Se, dunque, qualcuno obbieta alla nascita verginale di Gesù dicendo: “Non è biologicamente possibile; non succede mai che le vergini concepiscano bambini!”, la riposta è semplice: lungi da smentire la nascita verginale di Gesù, l’impossibilità biologica è paradossalmente la ragione per accettarla! Siccome la salvezza è per sola grazia senza nessuna cooperazione o collaborazione umana, così anche il Salvatore stesso doveva nascere, in maniera miracolosa, senza l’intervento dell’uomo, per non lasciare nessun dubbio che la nascita di questo bambino è l’opera unica ed esclusiva di Dio solo.

3) Sarà Posto Nome Emmanuele (1:22-23)

22 Tutto ciò avvenne, affinché si adempisse quello che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: 23 «La vergine sarà incinta e partorirà un figlio, al quale sarà posto nome Emmanuele».

Ma non possiamo limitarci ad affermare solo questo riguardo alla nascita di Gesù, poiché Matteo ha altro da dirci. Riferendosi alle parole di Isaia (7:14), Matteo ci rivela forse l’aspetto più stupendo e stupefacente della nascita di questo bambino: il figlio che la vergine partorirà si chiamerà non solo “Gesù”, il Signore salva, ma anche “Emmanuele” che vuol dire “Dio con noi”!

Qui cominciamo a sfiorare il mistero più grande e bello di Natale, a intravedere ciò che possiamo contemplare tutta la vita senza mai sondarlo, a conoscere quel che sorpassa ogni conoscenza: il mistero di Dio che in Gesù Cristo si è fatto uomo. Nel nome “Emmanuele”, Dio con noi, pronunciamo con poche sillabe una realtà di cui canteremo le lodi per tutta l’eternità. Chi potrebbe mai comprendere pienamente cosa significa? È comprensibile che Dio onnipotente, il creatore di cielo e della terra, in questo bambino sia presente in mezzo a noi? È comprensibile che quando Giuseppe e Maria prendono in braccio questo bambino, prendano in braccio colui che tiene tutto l’universo nelle sue mani? È comprensibile che quando baciano il suo piccolo viso, bacino il volto di Dio? È comprensibile che un bambino nato in uno specifico momento di tempo sia colui che esiste sin dall’eternità senza mai avuto inizio?

Ora, è già commovente pensare a tutte le implicazioni del nome Emmanuele, ma la meraviglia di esso diventa sempre più palpabile quando ci ricordiamo del contesto in cui ci troviamo. Riguardando la genealogia di Gesù, vediamo come il “noi” con cui Dio è include un gran numero di persone che sicuramente non ne erano degni. Consideriamo qualche esempio:

Abraamo: un uomo che vive lontano da casa, sposato con una donna sterile, senza dimora fissa, senza figli e senza sicurezza o certezza se non per una promessa divina che non vede mai realizzarsi.

Giacobbe: il meno amato di due fratelli, un ingannatore e bugiardo, costretto a allontanarsi da casa sua per paura di essere ucciso da suo fratello, un uomo la cui vita è una continua lotta con Dio (Israele).

Giuda e Tamar: un uomo che ha tradito e venduto uno dei suoi fratelli come schiavo, e che poi fa rimanere incinta sua nuora pensando che lei fosse una prostituta.

Raab: una donna pagana e prostituta che tradisce la sua città aiutando gli ebrei a conquistarla.

Rut: una moabita — che doveva rimanere esclusa dalla comunità ebraica — che dopo aver subito la morte di suo morte, lascia il suo paese per accompagnare sua suocera a Betlemme, anche se quest’ultima a destinata a vivere in grande miseria e povertà.

Davide e Bat-Sceba: un grande re che comunque violenta una donna e fa uccidere suo marito per poterla sposare.

Salomone: un figlio dell’unione di Davide e Bat-Sceba che verse la fine della sua vita abbandona il Signore e si dà all’adorazione di divinità false

Ieconia: un re del lignaggio di Davide che, per la sua infedeltà al Signore, perde il trono e viene deportato in un paese straniero.

Giuseppe: un uomo di sangue reale ma, per colpe dei suoi padri, deve vivere a stento lavorando come falegname, ed è costretto a sopportare la vergogna e la calunnia dovute alla gravidanza della sua fidanzata.

Matteo non tenta di nascondere i lati oscuri della genealogia di Gesù; anzi li mette in piena luce per farci capire che questo bambino non è “Dio con noi” che siamo i più bravi, i più intelligenti, e i più belli del mondo. No, questo è “Doi con noi” tutti, anche noi che siamo i più miseri, i più brutti, i più scemi, i più peccatori! Se Gesù è Dio con gente come questa, è sicuramente Dio con noi tutti! Ebrei 2:14-18 spiega il significato di questo così:

14 Poiché dunque i figli hanno in comune sangue e carne, egli pure vi ha similmente partecipato, per distruggere, con la sua morte, colui che aveva il potere sulla morte, cioè il diavolo, 15 e liberare tutti quelli che dal timore della morte erano tenuti schiavi per tutta la loro vita. 16 Infatti, egli non viene in aiuto ad angeli, ma viene in aiuto alla discendenza di Abraamo. 17 Perciò egli doveva diventare simile ai suoi fratelli in ogni cosa, per essere un misericordioso e fedele sommo sacerdote nelle cose che riguardano Dio, per compiere l’espiazione dei peccati del popolo. 18 Infatti, poiché egli stesso ha sofferto la tentazione, può venire in aiuto di quelli che sono tentati.

Nel nome di Emmanuele, dunque, troviamo il messaggio del vangelo. Se ogni altra religione e filosofia del mondo cerca di spiegarci cosa dobbiamo fare per raggiungere Dio, il vangelo ci annuncia cosa Dio ha fatto in Gesù per raggiungere noi. In Gesù, veniamo a conoscere chi è Dio, e il Dio che conosciamo è colui che ci ha amati “mentre eravamo ancora peccatori” tanto che ha mandato Cristo per morire per noi. Paolo afferma questo in Romani 5:6-8:

Infatti, mentre noi eravamo ancora senza forza, Cristo, a suo tempo, è morto per gli empi. Difficilmente uno morirebbe per un giusto, ma forse per una persona buona qualcuno avrebbe il coraggio di morire; Dio invece mostra il proprio amore per noi in questo: che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.

Ci può essere un amore più grande di questo? È un amore quasi troppo bello da essere vero? Ma questo stupendo amore è quello che Dio ha manifestato nella nascita di Gesù Emmanuele, Dio con noi.

4) Fece Come l’Angelo Del Signore Aveva Comandato (1:24-25)

24 Giuseppe, destatosi dal sonno, fece come l’angelo del Signore gli aveva comandato e prese con sé sua moglie; 25 e non ebbe con lei rapporti coniugali finché ella non ebbe partorito un figlio; e gli pose nome Gesù.

In conclusione, vediamo come la reazione di Giuseppe all’annuncio dell’angelo è stata la semplice ubbidienza. Egli “fece come l’angelo del Signore gli aveva comandato”, non più e non meno. La semplice ubbidienza di Giuseppe viene dalla sua semplice fiducia nella parola del Signore. Per quanto irrazionale ed incredibile la sua parola potesse sembrare, Giuseppe non ha provato a essere “più intelligente di Dio”, rispondendo con innumerevoli obbiezioni o lamentele o battute. Ha solo ubbidito, dimostrando così la sua ferma fiducia nella parola e nel potere del Signore.

Qualcuno potrebbe replicare che credere alla nascita verginale di Gesù è roba da bambino. Ma ricordiamoci che sarà lo stesso Gesù a dire in Matteo 18:3: “In verità vi dico: se non cambiate e non diventate come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli.” Spesso ci risulta difficile mantenere la professione della nostra fede quando essa diventa oggetto di derisione, di insulti, o di disprezzo. A nessuno piace essere chiamato pazzo o stupido o scemo o cretino o ingenuo. Ma ricordiamoci anche di queste parole di Paolo in 1 Corinzi 1:18-25, un uomo che sapeva benissimo cosa significa essere maltrattati a causa di Cristo:

18 Poiché la predicazione della croce è pazzia per quelli che periscono, ma per noi, che veniamo salvati, è la potenza di Dio; 19 infatti sta scritto: «Io farò perire la sapienza dei saggi e annienterò l’intelligenza degli intelligenti». 20 Dov’è il sapiente? Dov’è lo scriba? Dov’è il contestatore di questo secolo? Non ha forse Dio reso pazza la sapienza del mondo? 21 Poiché il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria sapienza, è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione. 22 I Giudei infatti chiedono miracoli e i Greci cercano sapienza, 23 ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo e per gli stranieri pazzia; 24 ma per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio; 25 poiché la pazzia di Dio è più saggia degli uomini e la debolezza di Dio è più forte degli uomini.

Se manteniamo fedele la nostra testimonianza anche quando siamo perseguitati per essa, abbiamo questa salda promessa di Gesù: “Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io riconoscerò lui davanti al Padre mio che è nei cieli” (Matteo 10:32). Sicuramente non c’è onore più grande di questo!

1 Timoteo 1:12-2:8: Un Solo Mediatore, Cristo Gesù Uomo

1) Gesù Cristo, Salvatore (1:12-20)

1:12 Io ringrazio colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù, nostro Signore, per avermi stimato degno della sua fiducia, ponendo al suo servizio me, 13 che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento; ma misericordia mi è stata usata, perché agivo per ignoranza nella mia incredulità, 14 e la grazia del Signore nostro è sovrabbondata con la fede e con l’amore che è in Cristo Gesù. 15 Certa è quest’affermazione e degna di essere pienamente accettata: che Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, dei quali io sono il primo. 16 Ma per questo mi è stata fatta misericordia, affinché Gesù Cristo dimostrasse in me, per primo, tutta la sua pazienza, e io servissi di esempio a quanti in seguito avrebbero creduto in lui per avere vita eterna. 17 Al Re eterno, immortale, invisibile, all’unico Dio, siano onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen. 18 Ti affido questo incarico, Timoteo, figlio mio, in armonia con le profezie che sono state in precedenza fatte a tuo riguardo, perché tu combatta in virtù di esse la buona battaglia, 19 conservando la fede e una buona coscienza, alla quale alcuni hanno rinunciato e, così, hanno fatto naufragio quanto alla fede. 20 Tra questi sono Imeneo e Alessandro, che ho consegnati a Satana affinché imparino a non bestemmiare.

L’apostolo Paolo ha scritto due lettere al suo collaboratore Timoteo per incoraggiarlo nel suo ministero a Efeso. Paolo aveva fondato la chiesa a Efeso, ed è stata un’opera particolarmente feconda. La chiesa è cresciuta rapida e forte, e da lì furono fondate altre chiese nelle regioni circostanti. Paolo aveva mandato Timoteo a Efeso per guidare la sempre crescente opera, e ha scritto due lettere per dargli consigli, esortazioni, e avvertimenti. Nel primo capitolo della prima lettera, Paolo ricorda Timoteo della centralità del vangelo che, come scrive in Galati, gli è stato rivelato da Gesù stesso. Paolo riassume questo vangelo nel v.15 dicendo: “Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori”. Ancora come in Galati, Paolo evidenzia com’è egli stesso un esempio vivente del vangelo che predica: non solo “Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori”, ma anche “dei quali io sono il primo”. Mentre Paolo andava a Damasco per perseguitare la chiesa lì, Gesù gli è apparso per salvarlo dalle sue vie malvagie e farlo diventare il suo testimone e apostolo. Perché proprio Paolo che era stato “bestemmiatore” e “persecutore” e “violento”? Nel v.16 Paolo spiega:

Ma per questo mi è stata fatta misericordia, affinché Gesù Cristo dimostrasse in me, per primo, tutta la sua pazienza, e io servissi di esempio a quanti in seguito avrebbero creduto in lui per avere vita eterna.

In altre parole, se Dio ha voluto e ha potuto salvare uno come Paolo, vuole e può salvare chiunque! L’incarico di Timoteo a Efeso, dunque, è di “conservare la fede e una buona coscienza”, specialmente perché alcune persone “hanno rinunciato e, così, hanno fatto naufragio quanto alla fede” (v.19). Il vangelo è la più buona notizia che ci sia, ed è per mezzo di esso che Gesù chiama i peccatori (anche i più grandi come Paolo!) a se stesso. Perciò, bisogna lottare per conservare il vangelo, perché se perdiamo quello, perdiamo tutto.

2) Gesù Cristo, Mediatore (2:1-5)

A) Pregare per tutti (vv.1-2)

2:1 Esorto dunque, prima di ogni altra cosa, che si facciano suppliche, preghiere, intercessioni, ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che sono costituiti in autorità, affinché possiamo condurre una vita tranquilla e quieta in tutta pietà e dignità.

Ora, nel capitolo 2 (e questo è la porzione della lettera su cui vogliamo soffermarci e riflettere oggi), Paolo comincia a dare a Timoteo istruzioni ed esortazioni varie. La prima esortazione è questa: “che si facciano suppliche, preghiere, intercessioni, ringraziamenti per tutti gli uomini”. In particolare, Paolo pone enfasi sulle preghiere da fare “per i re e per tutti quelli che sono costituiti in autorità”. Ma qual è lo scopo di queste preghiere? Paolo continua dicendo: “affinché possiamo condurre una vita tranquilla e quieta in tutta pietà e dignità”. Se ci fermiamo qui, potremmo pensare che lo scopo di queste preghiere per gli altri è che noi possiamo stare bene, ma in realtà non è così. Scopriamo nei prossimi versetti che queste preghiere mirano alla salvezza di “tutti gli uomini”. Vedremo perché questo è il caso tra poco, ma qui è sufficente fare due osservazioni.

Prima, il motivo per cui dobbiamo pregare “per i re e per tutti quelli che sono costituiti in autorità affinché possiamo condurre una vita tranquilla e quieta in tutta pietà e dignità” è per permettere la libera testimonianza del vangelo. Se le autorità governano bene e giustamente, non cercheranno di opporsi al vangelo, e dunque preghiamo che possiamo vivere sotte di esse in pace e serenità non per il nostro benessere personale, ma per poter rendere testimonianza a Gesù senza impedimento.

La seconda osservazione è che per Paolo, la preghiera è tanto importante al progresso del vangelo quanto è importante la testimonianza stessa. È interessante infatti notare che Paolo (che avrà molto da dire in seguito riguardo alla predicazione del vangelo) esorta “prima di ogni altra cosa che si facciano suppliche preghiere, intercessioni, ringraziamenti” a proposito del progresso del vangelo. Un vecchio detto afferma che “prima di parlare di Dio alle persone, bisogna parlare delle persone a Dio”. Come abbiamo visto anche in Atti 4, l’efficacia e la franchezza della testimonianza della chiesa deriva dallo Spirito Santo che la riempie e la fortifica, e lo Spirito Santo riempie e fortifica la chiesa in risposta alle sue preghiere. Pregare, dunque, è un elemento basilare e indispensabile nel ministero del vangelo.

B) Per la salvezza di tutti (vv.3-5)

Questo è buono e gradito davanti a Dio, nostro Salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e vengano alla conoscenza della verità. Infatti c’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo,

Nei vv.3-5, Paolo chiarisce tutto ciò. L’esortazione di pregare per tutti è radicata nella volontà di Dio che vuole salvare tutti. Paolo afferma che pregare in questo modo “è buono e gradito davanti a Dio” proprio perché il suo desiderio è che “tutti gli uomini siano salvati e vengano alla conoscenza della verità”. Il collegamento è ovvio, no? Dio vuole che preghiamo per tutti, perché egli vuole salvare tutti. Se Dio fosse già contento del numero delle persone già alla conoscenza della verità, non bisognerebbe pregare per tutti gli altri che non hanno creduto ancora. Ma poiché Dio che è “nostro Salvatore” vuole che “tutti siano salvati”, vuole anche (e ci esorta) che preghiamo per questo.

Sembra un po’ audace, comunque, avere la presunzione di dire “io so quello che Dio vuole”. Potremmo forse rispondere a Paolo: “Ma Paolo, come sai che Dio vuole che tutti siano salvati, e che noi dunque preghiamo per questo? Come fai a sapere che Dio desidera che tutti siano salvati e non (come credono certi cristiani) solo alcuni?” Paolo cerca di rispondere a questo interrogativo, spiegandoci proprio come si può sapere qual è il volere di Dio nei confronti che tutti gli esseri umani, come si può sapere che il proposito di Dio verso tutti è solo benevolo, amorevole e salvifico, solo di “sì” e non di “no”. La risposta è quella che è sempre: lo sappiamo in Gesù Cristo!

Dobbiamo approfondire il collegamento logico tra v.4 e v.5. V.5 fornisce la ragione per cui sappiamo qual è il volere di Dio nei confronti di tutti: è perché “c’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo”. Paolo inizia il suo ragionamento così: noi sappiamo che Dio è uno solo, e dunque egli deve essere il Dio di tutti. Notiamo come Paolo fa un ragionamento simile in Romani 3:29-30:

29 Dio è forse soltanto il Dio dei Giudei? Non è egli anche il Dio degli altri popoli? Certo, è anche il Dio degli altri popoli, 30 poiché c’è un solo Dio, il quale giustificherà il circonciso per fede, e l’incirconciso ugualmente per mezzo della fede.

Abbiamo capito il senso di questo ragionamento? Paolo smantella la ridicola idea che Dio appartiene solo agli ebrei. Gli ebrei appartengono a Dio, ma Dio non appartiene a loro. Che credano in lui o no, Dio è lo stesso Dio per tutti, perché Dio è uno solo. Se ci fossero più dèi, allora sarebbe logico dire che nessuno di loro è il dio di tutti. Ma siccome Dio è uno solo, l’unica conclusione ragionevole è che Dio è il Dio di tutti.

Ma poi Paolo estende questo ragionamento al mediatore, Cristo Gesù. Come Dio è uno solo e dunque il Dio di tutti, così anche Cristo è uno solo e dunque il mediatore di tutti. Dio non ha mandato due salvatori, due mediatori, ma uno solo, e uno solo per tutti. Quindi, Paolo dice, il suo volere nei confronti di tutti deve essere uno solo. Gesù Cristo è infatti il volere di Dio incarnato; Dio non ha un altro volere misterioso nascosto dietro le spalle di Gesù. E Paolo ha già dichiarato inequivocabilmente qual è stato il volere di Dio rivelato in Cristo: “Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori” (1:15). Ecco, dunque, come sappiamo che Dio vuole che tutti siano salvati: Gesù è venuto per salvare, non per condannare, e poiché Gesù è l’unico mediatore tra Dio e tutti gli esseri umani, sappiamo che Dio vuole che per mezzo di Gesù tutti siano salvati! Questo, poi, è il motivo perché è buono e gradito a Dio pregare per la salvezza di tutti: è ciò che Dio vuole in Cristo!

3) Gesù Cristo, Rivelatore (2:6)

che ha dato se stesso come prezzo di riscatto per tutti; questa è la testimonianza resa a suo tempo

“Ma”, potremmo chiedere ancora, “come fai a sapere, Paolo, che Cristo è venuto nel mondo solo per salvare e non per condannare i peccatori?” “È semplice”, Paolo risponde, “perché Dio ha reso la testimonianza di questo quando Gesù ha dato se stesso come prezzo di riscatti per tutti sulla croce”. La morte di Cristo sulla croce è stata la riconciliazione del mondo, sì, ma non solo: è stata anche la rivelazione della riconciliazione del mondo. Lì sulla croce, Gesù ha sofferto la morte che accomuna tutti noi esseri umani. Gesù era un uomo, sì, ma non solo: era anche “uomo”, o meglio “umano”. Incarnandosi, il Figlio di Dio si è unito a noi nella nostra condizione comune, ha assunto l’umanità che tutti noi abbiamo. Nella sua morte sulla croce, dunque, Gesù ha rappresentato e si è sostituito a tutti, perché è morto nella stessa carne di tutti. Non può essere, dunque, che sia morto solo per alcuni! Ecco perché sappiamo che Gesù è venuto solo per salvare tutti: perché è morto al posto di tutti! Forse nell’Antico Testamento quando Dio interveniva soprattutto nei confronti di Israele, non era sempre evidente qual era il suo volere nei confronti di tutti gli altri. Ma la croce di Cristo “è la testimonianza resa a suo tempo”, la rivelazione che la riconciliazione effettuata in Cristo è stata effettuata per tutti.

4) Gesù Cristo, Fratello (2:7-8)

e della quale io fui costituito predicatore e apostolo (io dico il vero [in Cristo], non mento), per istruire gli stranieri nella fede e nella verità. Io voglio dunque che gli uomini preghino in ogni luogo, alzando mani pure, senza ira e senza dispute.

Tutto questo porta Paolo a capo del suo discorso. Cristo lo ha costuito “predicatore e apostolo”, non per tenere il vangelo un segreto, ma per “istruire gli stranieri [cioè ogni popolo e ogni nazione e ogni persona] nella fede e nella verità. Dio vuole che tutti siano salvati e vengano alla conoscenza della verità, e quindi costituisce la sua chiesa — qui rappresentata da Paolo — il testimone del vangelo. Il termine “apostolo” significa letteralmente: “messaggero”. Paolo è stato mandato da Gesù come il suo messaggero per predicare la buona notizia che Dio vuole salvare tutti e che, in realtà tutti sono stati già riconciliati in lui. In un senso, Paolo parla di Gesù come nostro fratello: Gesù è colui che ci ha fatto conoscere il benevolo proposito di Dio nei nostri confronti, e ci invita a partecipare con lui nel farlo conoscere a tutti gli altri che non l’hanno ancora sentito.

Ecco perché Paolo ripete la sua esortazione inziale: “Io voglio dunque che gli uomini preghino in ogni luogo, alzando mani pure, senza ira e senza dispute.” Il volere di Dio si compierà attraverso la predicazione del vangelo a tutto il mondo, ma il vangelo non sarà predicato a tutto il mondo senza il potere che viene dato attraverso la preghiera. Abbiamo dunque non solo un grandissimo motivo per pregare per il progresso del vangelo nel mondo (cioè che in Cristo Dio ha rivelato il suo benevolo proposito di riconciliazione nei confronti di tutti) ma anche una grandissima certezza che ci fa perseverare nella preghiera: che il vangelo sia predicato in tutto il mondo è il volere di Dio. Infatti, Gesù stesso ha promesso ai suoi discepoli: “questo vangelo del regno sarà predicato in tutto il mondo, affinché ne sia resa testimonianza a tutte le genti; allora verrà la fine” (Matteo 23:14). Allora, preghiamo e predichiamo con franchezza e speranza, sapendo che in Cristo la fine è già certa e la vittoria sarà nostra!

Marco 14:26-42: Il Pastore Percosso, le Pecore Disperse

1) Le Pecore Disperse

26 Dopo che ebbero cantato l’inno, uscirono per andare al monte degli Ulivi. 27 Gesù disse loro: «Voi tutti sarete scandalizzati perché è scritto: “Io percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse”. 28 Ma dopo che sarò risuscitato vi precederò in Galilea». 29 Allora Pietro gli disse: «Quand’anche tutti fossero scandalizzati, io però non lo sarò!» 30 Gesù gli disse: «In verità ti dico che tu, oggi, in questa stessa notte, prima che il gallo abbia cantato due volte, mi rinnegherai tre volte». 31 Ma egli diceva più fermamente ancora: «Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò». Lo stesso dicevano pure tutti gli altri.

Dopo aver celebrato la Pasqua, Gesù e i suoi discepoli escono dalla città e attraversano la valle che separa Gerusalemme dal Monte degli Ulivi per giungere al giardino di Getsemani. Percorrendo quella poca distanza, Gesù avverte i suoi discepoli che saranno tutti scandalizzati per causa sua. Come profetizzato da Zaccaria (13:7), i discepoli come pecore saranno dispersi quando il loro pastore, Gesù, è percosso. In altre parole, la fedeltà e il coraggio dei discepoli verranno meno di fronte al pericolo, e quando la situazione si fa critica, abbandoneranno Gesù.

Le parole di Gesù cominciano ad adempiersi subito, perché Pietro infatti rimane scandalizzato dal solo pensiero che anche lui verrà meno. Come ha protestato contro l’idea che Gesù doveva morire, così protesta di nuovo contro l’idea che anche lui abbandonerà il suo amato Maestro. Ma Gesù, sapendo tutto, ha riservato una parola particolare per lui. Non solo Pietro l’abbandonerà come gli altri discepoli, ma lo rinnegherà ben tre volte prima che la notte finisca! Nonostante ciò, Pietro, come gli altri, insiste più fermamente ancora: “Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò”.

Noi che conosciamo già questa storia, sappiamo che i discepoli faranno esattamente quello che Gesù ha predetto. Ma se fossimo al loro posto, potremmo forse capire perché obbiettano così fortemente. Ma come i discepoli dimostrano, tendiamo tutti a sopravvalutare le nostre forze e capacità. Ma Dio non è ingannato dalle nostre pretese e promesse. Come Giovanni 2:24-25 dice: “Ma Gesù non si fidava di loro, perché conosceva tutti, e perché non aveva bisogno della testimonianza di nessuno sull’uomo, poiché egli stesso conosceva quello che era nell’uomo.” Dio ci conosce meglio di noi stessi, e non è impressionato dal nostro presunto impegno nei suoi confronti. È meglio essere sempre onesti con Dio e ammettere quanto in realtà siamo deboli e mancanti. Come Gesù afferma in Giovanni 15:5: “senza di me non potete fare nulla”.

Ma come ogni cosa che accade a questo punto nel vangelo, neanche l’infedeltà dei discepoli è una sfortuna imprevista. Anzi, secondo la profezia di Zaccaria, è necessario che le pecore siano disperse! Le pecore sono deboli, non sono capaci di compiere l’opera del pastore, nemmeno di aiutarlo. Il pastore, e lui soltanto, è in grado di salvare le pecore, e dunque sarà paradossalmente la loro infedeltà nei suoi confronti che permetterà al pastore di liberarle dal pericolo che solo lui può affrontare. Certamente questo non scusa la loro infedeltà; essa sarà una terribile vergogna. Tuttavia, come il tradimento di Giuda, l’ingiustizia dei capi religiosi, la violenza dei romani, e l’odio delle forze malvagie dietro le quinte, Dio userà il peggio del male per compiere il meglio del suo proposito. Dobbiamo trovare qui un grande motivo per farci coraggio, perché se Dio è per noi, nessuno può essere contro di noi, neanche noi stessi!

2) Il Pastore Percosso

32 Poi giunsero in un podere detto Getsemani, ed egli disse ai suoi discepoli: «Sedete qui finché io abbia pregato». 33 Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a essere spaventato e angosciato. 34 E disse loro: «L’anima mia è oppressa da tristezza mortale; rimanete qui e vegliate». 35 Andato un po’ più avanti, si gettò a terra; e pregava che, se fosse possibile, quell’ora passasse oltre da lui. 36 Diceva: «Abbà, Padre! Ogni cosa ti è possibile; allontana da me questo calice! Però non quello che io voglio, ma quello che tu vuoi». 37 Poi venne, li trovò che dormivano e disse a Pietro: «Simone! Dormi? Non sei stato capace di vegliare un’ora sola? 38 Vegliate e pregate, affinché non cadiate in tentazione; lo spirito è pronto, ma la carne è debole». 39 Di nuovo andò e pregò, dicendo le medesime parole. 40 Ritornato, li trovò che dormivano perché gli occhi loro erano appesantiti; e non sapevano che rispondergli. 41 Venne la terza volta e disse loro: «Dormite pure, ormai, e riposatevi! Basta! L’ora è venuta: ecco, il Figlio dell’uomo è consegnato nelle mani dei peccatori. 42 Alzatevi, andiamo; ecco, colui che mi tradisce è vicino».

Adesso Gesù e i discepoli giungono al giardino di Getsemani dove rimarranno finché Gesù non è consegnato nelle mani dai suoi avversari. Gesù viene qui deliberatamente, prima perché è il luogo dove Giuda sa trovare Gesù per poterlo tradire, ma secondo perché si deve preparare a quanto sta per accadergli. È ancora vero quello che abbiamo imparato finora: Gesù è in controllo, ed è la sua volontà risoluta di compiere la sua missione in ubbidienza a suo Padre e per amore delle sue pecore. Ma questo non significa che mantenere questa risolutezza gli sia facile o automatico. Gesù è il Figlio di Dio, ma è anche il Figlio dell’uomo, suscettibile alle debolezze, alle tentazioni, e alle paure comuni a tutti gli esseri umani.

Ed è questo che viene mostrato così chiaramente nella lotta di Gesù nel giardino. La descrizione della scena non è finta, un bello spettacolo fatto da Gesù tanto per apparire come un uomo come noi. Quando Marco dice che Gesù “cominciò a essere spaventato e angosciato”, si tratta di un vero spavento, una vera angoscia che Gesù prova. Quando Gesù stesso dice: “L’anima mia è oppressa da tristezza mortale”, si tratta di una vera oppressione dell’anima dovuta a una vera tristezza mortale. Quando Gesù chiede ai discepoli di vegliare e pregare con lui, è perché ne ha bisogno! “Vegliate e pregate affinché non cadiate in tentazione”; non solo i discepoli, ma Gesù è qui nel giardino per vegliare e pregare per non cadere in tentazione. La debolezza della carne di cui Gesù parla è la debolezza che Gesù stesso conosce per esperienza, essendo diventato simile a noi in ogni cosa, senza commettere peccato. La sua lotta in preghiera, dunque, è una lotta vera e reale, in questione di morte e di vita: se non rimane fedele fino alla morte, non compierà la salvezza del mondo.

Qui sono da notare tre cose importanti. Prima, le parole di Gesù riguardo al fallimento dei discepoli cominciano già ad avverarsi. Certo, non hanno ancora abbandonato o rinnegato Gesù, ma il semplice fatto che non riescono a vegliare e pregare con e per Gesù un’ora sola è un presagio inquietante. Le pecore si stanno già disperdendo, e il pastore comincia a sentire le percosse che lo uccideranno. Da questo punto in poi, Gesù sarà solo nell’affrontare i poteri del male, del maligno, e della morte, e solo la sua totale fiducia nel suo Padre lo sosterrà durante la sua ultima e più grande prova. Le preghiere ardenti di Gesù dimostrano questa totale dipendenza da Dio.

Secondo, la lotta di Gesù nel giardino ci fa capire qual è infatti la sofferenza più grande che deve subire. L’angoscia di essere tradito, abbandonato, rinnegato, e rifiutato dai suoi sarà sicuramente straziante. I dolori fisici dovuti alla flagellazione e alla crocifissione saranno inimmaginabili. La vergogna di essere “contato fra i malfattori” ed esposto all’umiliazione pubblica sarà tremenda. Ma in realtà, tutti questi mali rappresentano solo minimamente il suo vero e più orrendo tormento: il calice del giudizio divino. Tutte le afflizioni che si possono subire a causa degli uomini e dei demoni non sono paragonabili alla piena misura dell’ira di Dio contro il peccato. L’ira di Dio non è altro che l’onnipotente “No!” del suo amore alla nostra auto-distruzione. È il Creatore che condanna il potere della de-creazione all’annientamento. L’ira di Dio, dunque, è assolutamente insopportabile per tutti se non Dio stesso. Qui in Gesù che prega gridando e piangendo nel giardino, vediamo non solo il Dio che condanna il peccato del mondo, ma anche l’uomo che lotta per sottoporsi a questa condanna per subirla in pieno. È questo il motivo per l’angoscia, lo spavento, l’oppressione, e della tristezza mortale di Gesù.

Ma terzo, Gesù entra in questa lotta non per se stesso, per qualche peccato suo, perché ha sempre vissuto senza peccato! La condanna a cui lotta per sottoporsi non è la sua ma la nostra! La volontà umana che a stento si arrende alla volontà divina dicendo: “non quello che io voglio, ma quello che tu vuoi” è la nostra volontà che Gesù ha santificato. La sua è l’unica vita umana in tutta la storia a essere perfetta, santa, giusta, e irreprensibile. Non è una coincidenza che è proprio un giardino, dove l’umanità cadde per la prima volta in tentazione e disubbidienza, in cui la tentazione sarà per la prima volta superata e la disubbidenza per la prima volta sopraffata dall’ubbidienza. L’incrollabile fiducia che Gesù dimostra qui in Dio, la sua perfetta sottomissione alla volontà di suo Padre e la sua ferma determinazione di ubbidirgli sino alla morte, lui l’ha fatto a nostro favore e al nostro posto. Come Adamo ha fallito dicendo: “Non la tua ma la mia volontà sia fatta”, così Gesù vince dicendo il contrario: “Non la mia ma la tua volontà sia fatta”. Rovesciando la ribellione di Adamo, Gesù rovescia anche la maledizione dovuta a essa. L’apostolo Paolo lo spiega in questo modo in Romani 5:17-21:

17 Infatti, se per la trasgressione di uno solo la morte ha regnato a causa di quell’uno, tanto più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo di quell’uno che è Gesù Cristo. 18 Dunque, come con una sola trasgressione la condanna si è estesa a tutti gli uomini, così pure, con un solo atto di giustizia, la giustificazione che dà la vita si è estesa a tutti gli uomini. 19 Infatti, come per la disubbidienza di un solo uomo i molti sono stati resi peccatori, così anche per l’ubbidienza di uno solo i molti saranno costituiti giusti. 20 La legge poi è intervenuta a moltiplicare la trasgressione; ma dove il peccato è abbondato, la grazia è sovrabbondata, 21 affinché, come il peccato regnò mediante la morte, così pure la grazia regni mediante la giustizia a vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore.

3) L’Autore di Salvezza

Se Marco ci fornisce qui il resoconto dei fatti accaduti nel giardino di Getsemani, l’autore di Ebrei (5:7-9) ci offre una riflessione profonda sul significato di questi fatti quando scrive:

Nei giorni della sua carne, con alte grida e con lacrime, egli offrì preghiere e suppliche a colui che poteva salvarlo dalla morte ed è stato esaudito per la sua pietà. Benché fosse Figlio, imparò l’ubbidienza dalle cose che soffrì; e, reso perfetto, divenne per tutti quelli che gli ubbidiscono autore di salvezza eterna,

Mentre questi versetti caratterizzano l’intera vita di Gesù, riguardano soprattutto le preghiere e suppliche che Gesù ha offerto con alte grida e con lacrime nel giardino di Getsemani, pochi momenti prima del suo tradimento. E perché, secondo Ebrei, Gesù ha fatto questo? Ce lo dice nei vv.8-9: Gesù “imparò l’ubbidienza dalle cose che soffrì” per essere “reso perfetto”. Vi sembra strano? Gesù, il Figlio di Dio, ha dovuto imparare l’ubbidienza ed essere reso perfetto? Non era già perfetto? Se doveva diventare perfetto, significa che prima era imperfetto?

Questi versetti possono sembrare sconcertanti se non ricordiamo che Gesù, “benché fosse Figlio” di Dio, era anche Figlio dell’uomo. Citando Ebrei 2:17 prima, abbiamo notato che Gesù “doveva diventare simile ai suoi fratelli in ogni cosa … per compiere l’espiazione dei peccati”: simile a noi in ogni cosa, entrando nella nostra condizione debole e decaduta per poterla redimere e purificare dall’interno per mezzo della sua “santità contagiosa”. Gesù ha dovuto imparare l’ubbidienza perché noi eravamo disubbidienti. Gesù è dovuto diventare perfetto perché noi eravamo imperfetti. Gesù ha dovuto mantenere fiducia e pietà sino alla morte perché noi avevamo dimostrato infedeltà e impietà in maniera degna della morte. Questo è perché il brano prosegue per affermare che, una volta reso perfetto, Gesù “divenne per tutti quelli che gli ubbidiscono autore di salvezza eterna”. Solo così Gesù poteva divenire l’autore della nostra salvezza! Solo la sua fiducia al posto della nostra sfiducia, la sua ubbidienza al posto della nostra disubbidienza, la sua pietà al posto della nostra malvagità; insomma il suo tutto al posto del nostro niente bastava per salvarci, e per salvarci eternamente. Certamente noi non eravamo, né siamo ancora, in grado di fare tutto questo, ma solo il Figlio di Dio divenuto il Figlio dell’uomo al posto di tutti gli uomini, compresi anche noi.

Dunque, alla conclusione della nostra meditazione sulla lotta e la sofferenza di Gesù nel giardino di Getsemani, non possiamo fare meglio che tenere a mente le bellissime parole del profeta Isaia (53:4-6, 11):

Tuttavia erano le nostre malattie che egli portava, erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato; ma noi lo ritenevamo colpito, percosso da Dio e umiliato! Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni, stroncato a causa delle nostre iniquità; il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui e mediante le sue lividure noi siamo stati guariti. Noi tutti eravamo smarriti come pecore, ognuno di noi seguiva la propria via; ma il Signore ha fatto ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti…. 11 Dopo il tormento dell’anima sua vedrà la luce e sarà soddisfatto; per la sua conoscenza, il mio servo, il giusto, renderà giusti i molti, si caricherà egli stesso delle loro iniquità.

Matteo 2:1-18: Dopo Le Tenebre, Luce!

Matteo 2:1-12

1 Gesù era nato in Betlemme di Giudea, all’epoca del re Erode. Dei magi d’Oriente arrivarono a Gerusalemme, dicendo: 2 «Dov’è il re dei Giudei che è nato? Poiché noi abbiamo visto la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo».
3 Udito questo, il re Erode fu turbato, e tutta Gerusalemme con lui. 4 Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informò da loro dove il Cristo doveva nascere. 5 Essi gli dissero: «In Betlemme di Giudea; poiché così è stato scritto per mezzo del profeta:
6 “E tu, Betlemme, terra di Giuda,
non sei affatto la minima fra le città principali di Giuda;
perché da te uscirà un principe, che pascerà il mio popolo Israele”».
7 Allora Erode, chiamati di nascosto i magi, s’informò esattamente da loro del tempo in cui la stella era apparsa; 8 e, mandandoli a Betlemme, disse loro: «Andate e chiedete informazioni precise sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, affinché anch’io vada ad adorarlo».
9 Essi dunque, udito il re, partirono; e la stella, che avevano vista in Oriente, andava davanti a loro finché, giunta al luogo dov’era il bambino, vi si fermò sopra. 10 Quando videro la stella, si rallegrarono di grandissima gioia. 11 Entrati nella casa, videro il bambino con Maria, sua madre; prostratisi, lo adorarono; e, aperti i loro tesori, gli offrirono dei doni: oro, incenso e mirra. 12 Poi, avvertiti in sogno di non ripassare da Erode, tornarono al loro paese per un’altra via.

13 Dopo che furono partiti, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e restaci finché io non te lo dico; perché Erode sta per cercare il bambino per farlo morire». 14 Egli dunque si alzò, prese di notte il bambino e sua madre, e si ritirò in Egitto. 15 Là rimase fino alla morte di Erode, affinché si adempisse quello che fu detto dal Signore per mezzo del profeta: «Fuori d’Egitto chiamai mio figlio».

16 Allora Erode, vedendosi beffato dai magi, si adirò moltissimo, e mandò a uccidere tutti i maschi che erano in Betlemme e in tutto il suo territorio dall’età di due anni in giù, secondo il tempo del quale si era esattamente informato dai magi. 17 Allora si adempì quello che era stato detto per bocca del profeta Geremia:
 18 «Un grido si è udito in Rama,
un pianto e un lamento grande:
 Rachele piange i suoi figli
e rifiuta di essere consolata,
perché non sono più».

Il testo di un canto popolare di Natale dice:

Passiamo un piccolo Natale felice / Lascia che il tuo cuore sia leggero da adesso in poi / I nostri problemi saranno fuori di vista / Eccoci qui come ai vecchi tempi / I felici giorni d’oro di un tempo / Amici fedeli che ci sono cari si radunano a noi ancora una volta / Passiamo un piccolo Natale felice / Trascorri le tue feste natalizie allegramente / Da adesso in poi i nostri problemi saranno molto lontani

È vero questo? Il Natale deve essere un periodo di felicità in cui dimentichiamo tutti i nostri problemi e ci raduniamo con tutti i nostri cari? Ma cosa succede quando i nostri problemi sono talmenti grossi che non ci lasciano in pace, o quando non abbiamo più cari con cui radunarci? Cosa succede quando ci sentiamo esclusi dalla felicità a causa del grande dolore che proviamo? Il Natale può avere qualche significato per noi in tali condizioni? La porzione delle Sacre Scritture che consideriamo oggi, Matteo 2:1-18 dice assolutamente di sì.

1) L’Esodo

A) Schiavitù (Esodo 1:8-14, 22)

Sorse sopra l’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe. Egli disse al suo popolo: «Ecco, il popolo dei figli d’Israele è più numeroso e più potente di noi. 10 Usiamo prudenza con esso, affinché non si moltiplichi e, in caso di guerra, non si unisca ai nostri nemici per combattere contro di noi e poi andarsene dal paese». 11 Stabilirono dunque sopra Israele dei sorveglianti ai lavori, per opprimerlo con le loro angherie. Israele costruì al faraone le città che servivano da magazzini, Pitom e Ramses. 12 Ma quanto più lo opprimevano, tanto più il popolo si moltiplicava e si estendeva; e gli Egiziani nutrirono avversione per i figli d’Israele. 13 Così essi obbligarono i figli d’Israele a lavorare duramente. 14 Amareggiarono la loro vita con una rigida schiavitù, adoperandoli nei lavori d’argilla e di mattoni e in ogni sorta di lavori nei campi. Imponevano loro tutti questi lavori con asprezza…. 22 Allora il faraone diede quest’ordine al suo popolo: «Ogni maschio che nasce, gettatelo nel Fiume, ma lasciate vivere tutte le femmine».

Le vicende raccontate in questo capitolo, avvenute durante i primi due anni dopo la nascita di Gesù, ricordano molto l’Esodo, la storia della liberazione d’Israele da schiavitù in Egitto. Matteo, infatti, scrive con l’intenzione di far vedere le similitudini, non casuali, tra la nascita di Gesù e la nascita di Mosè. Ripassiamo allora alcuni dettagli rilevanti.

Il libro dell’Esodo inizia con l’assoggettamento del popolo d’Israele dagli egiziani. Alla fine di Genesi, Giacobbe e i suoi familiari si trasferiscono in Egitto dove suo figlio Giuseppe è viceré, e si salvano così dalla grande carestia che allora affliggeva tutto il paese. Anni dopo, però, la famiglia di Israele continua a moltiplicarsi come il Signore ha promesso, e gli egiziani, comandati da faraone, rendono Israele schiavo perché ne hanno paura. I loro sforzi sono inutili, però, perché Israele cresce sempre di più, e dunque faraone ordina che tutti i bambini maschi siano uccisi per evitare eventuali rivolte.

B) Speranza (Esodo 2:1-2)

2:1 Un uomo della casa di Levi andò e prese in moglie una figlia di Levi. Questa donna concepì, partorì un figlio e, vedendo quanto era bello, lo tenne nascosto tre mesi.

Nonostante tutto questo, la speranza sorge con la nascita di un bambino, individuato all’inizio del capitolo 2, che si chiamerà Mosè. Sarà Mosè che, tanti anni dopo, diventerà l’uomo per mezzo del quale Dio libererà Israele dalla loro schiavitù.

C) Peggioramento (Esodo 5:5-9, 19-23)

Il faraone disse: «Ecco, ora il popolo è numeroso nel paese e voi gli fate interrompere i lavori che gli sono imposti». Perciò quello stesso giorno il faraone diede quest’ordine agli ispettori del popolo e ai suoi sorveglianti: «Voi non darete più, come prima, la paglia al popolo per fare i mattoni; vadano essi a raccogliersi la paglia! Comunque imponete loro la stessa quantità di mattoni di prima, senza diminuzione; perché sono dei pigri; perciò gridano, dicendo: “Andiamo a offrire sacrifici al nostro Dio”! Questa gente sia caricata di lavoro e si occupi di quello, senza badare a parole bugiarde»….

19 I sorveglianti dei figli d’Israele si videro ridotti a mal partito, perché si diceva loro: «Non diminuite per nulla il numero dei mattoni impostovi giorno per giorno». 20 Uscendo dal faraone, incontrarono Mosè e Aaronne, che stavano ad aspettarli, 21 e dissero loro: «Il Signore volga il suo sguardo su di voi e giudichi! poiché ci avete messi in cattiva luce davanti al faraone e davanti ai suoi servi e avete messo nella loro mano una spada per ucciderci». 22 Allora Mosè tornò dal Signore e disse: «Signore, perché hai fatto del male a questo popolo? Perché dunque mi hai mandato? 23 Infatti, da quando sono andato dal faraone per parlargli in tuo nome, egli ha maltrattato questo popolo e tu non hai affatto liberato il tuo popolo».

Notiamo, però, che non va tutto liscio. Anzi, quando il Signore manda Mosè da faraone per dirgli di liberare Israele, l’effetto è il contrario. Anziché migliorare la situazione, questo primo “tentativo” di salvare Israele fa solo peggiorare la sua sofferenza. La domanda di Mosè a Dio è del tutto comprensibile: “perché hai fatto del male a questo popolo?” Pur avendo promesso salvezza attraverso di Mosè, Dio sembra solo aver reso la schiavitù d’Israele più dura. Dio sembra aver smentito le loro speranze, sembra essere venuto meno alla sua parola.

Ora noi sappiamo come finisce questa storia, e alla fine Dio mantiene la sua promessa e salva il suo popolo. Ma non prima che la sofferenza diventi più grave. La luce risplende nelle tenebre, ma non prima che le tenebre diventino più fitte. E nel momento in cui le tenebre diventano più fitte, diventa anche più difficile mantenere la fiducia nella parola di Dio.

Questa è prima o poi l’esperienza di tutti i credenti. Ci troviamo in difficoltà, siamo malati, perdiamo lavoro, o muore un caro parente, e gridiamo al Signore: aiuto! Salvaci! Vieni per soccorrerci! Non ne possiamo più! E cosa succede? Niente. O peggio ancora: la difficoltà diventa più difficile, la malattia diventa più grave, le bollette diventano più costose, o muore ancora un altro caro parente! Come mai? Dio ci sta prendendo in giro? Mi ricordo di un periodo particolare nella mia vita quando non volevo più pregare perché sembrava che Dio facesse sempre il contrario di quello che glielo chiedevo. È difficile, molto difficile mantenere fiducia in Dio in tali circostanze.

2) Liberazione (Matteo 2:16)

16 Allora Erode, vedendosi beffato dai magi, si adirò moltissimo, e mandò a uccidere tutti i maschi che erano in Betlemme e in tutto il suo territorio dall’età di due anni in giù, secondo il tempo del quale si era esattamente informato dai magi. 

Quando torniamo a Matteo 2, vediamo una situazione molto simile. Israele aspetta di nuovo un salvatore, uno come Mosè che l’avrebbe liberato non solo dalla schiavitù esterna ma anche da quella interna: la schiavitù al peccato, al male, e alla morte. Quanto è buona quindi la notizia che Giuseppe, il fidanzato di Maria, sente quando un angelo gli dice che “Ella partorirai un figlio, e tu gli porrai il nome Gesù, perché è lui che salverà il suo popolo dai loro peccati” (1:21). Finalmente il Salvatore promesso, il nuovo Mosè, sta per venire! Sarà lui, il bambino nato a Maria e chiamato Gesù, che “salverà il suo popolo dai loro peccati”! Che motivo di speranza e gioia!

Ma come in Esodo così anche qui. Non va tutto liscio. Anzi, la situazione peggiora. Il re Erode era un re spietato, noto per aver assassinato molti membri della sua famiglia (per non parlare di innumerevoli altri) perché li sospettava di complotti o tradimenti. Erode, dunque, rappresentava per molti ebrei tutto ciò da cui avevano bisogno di essere salvati. Pregavano: “salvaci, O Dio, da quest’uomo sanguinoso e tutti coloro che, come lui, perpetrano cose violente e malvagie contro il tuo popolo!”

Immaginiamo, quindi, come noi avremmo reagito. Dio manda il suo messaggero per annunciare la venuta del Salvatore, il quale poi nasce a Betlemme all’ombra del palazzo reale di Erode. E quando Erode viene a sapere che il Salvatore è nato, si infuria e cerca in ogni modo di ucciderlo, persino ordinando la morte di tutti maschi nel suo dominio che avevano due anni o meno. Ma come? Se Gesù è il Salvatore, allora il mondo dovrebbe cominciare a migliorare, non peggiorare! Perché Dio ha promesso che Gesù avrebbe salvato il suo popolo, ma quando arriva, la sua presenza causa in un senso la morte di tanti bambini del popolo?

Paradossalmente, Matteo vuole incoraggiarci con questo. Lungi da far indebolire la nostra fiducia in Dio, pensa di poterla fortificare in questo modo. Perché? Attraverso questa narrativa che corrisponde all’Esodo, Matteo conferma che Gesù è il nuovo e miglior Mosè, il vero liberatore del popolo di Dio. Come Dio aveva liberato il popolo d’Israele da schiavitù tramite Mosè nonostante l’opposizione di faraone, Dio libererà il suo popolo dalla vera schiavitù, il peccato, la radice di ogni altra forma di schiavitù, tramite Gesù.

Ma il male non se ne va docile; non si arrende facilmente. Anzi, come un animale ferito, diventa più feroce, più ostile, più intransigente quando vede la sua fine imminente. È proprio la presenza, la vicinanza del Salvatore che sprona il male a montare il suo attacco più forte e disperato. Come dice Apocalisse 12:12: “Guai a voi, o terra, o mare! Perché il diavolo è sceso verso di voi con gran furore, sapendo di avere poco tempo”. Dunque, Matteo vuole insegnarci una verità importante: come la nascita di Gesù ha provocato l’assassinio di tanti bambini, così le tenebre si oscurano di più quando la luce minaccia di squarciarle. Ciò che Gesù dice ai suoi discepoli in Luca 21:10-12, 28 riassume bene il messaggio di Matteo 2:

10 Allora disse loro: «Insorgerà nazione contro nazione e regno contro regno; 11 vi saranno grandi terremoti e, in vari luoghi, pestilenze e carestie; vi saranno fenomeni spaventosi e grandi segni dal cielo. 12 Ma prima di tutte queste cose, vi metteranno le mani addosso e vi perseguiteranno consegnandovi alle sinagoghe e mettendovi in prigione, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome…. 28 Ma quando queste cose cominceranno ad avvenire, rialzatevi, levate il capo, perché la vostra liberazione si avvicina».

3) Consolazione (Matteo 2:17-18)

17 Allora si adempì quello che era stato detto per bocca del profeta Geremia:
 18 «Un grido si è udito in Rama,
un pianto e un lamento grande:
 Rachele piange i suoi figli
e rifiuta di essere consolata,
perché non sono più».

A conferma di ciò, Matteo cita il profeta Geremia e afferma che in questo modo le sue parole si sono adempiute. Ma quali parole? Parole di dolore e lamento, di sofferenza e pianto? Sì, ma molto di più. In fondo sono parole di consolazione. La citazione di Geremia 31:15 si trova, infatti, in ciò che si chiama “il libro della consolazione,” in cui Dio rivela al popolo sofferente il suo futuro glorioso. Nei versetti che seguono quello sopraccitato (Ger. 31:16-17, 25) leggiamo questo:

Così parla il Signore: ‘Trattieni la tua voce dal piangere, i tuoi occhi dal versare lacrime; poiché l’opera tua sarà ricompensata,’ dice il Signore; ‘essi ritorneranno dal paese del nemico; 17 c’è speranza per il tuo avvenire», dice il Signore; «i tuoi figli ritorneranno entro le loro frontiere…. 25 Poiché io ristorerò l’anima stanca, sazierò ogni anima languente.

Qui Dio promette non solo di redimere il suo popolo, ma di redimere (ricompensare) anche le sue sofferenze affinché esse diventino occasione della gioia, il dolore diventi occasione del conforto, la desolazione diventi occasione dell’appagamento, l’angoscia diventi occasione del riposo, l’amarezza diventi occasione della dolcezza. Come ha profetizzato anche Gioele (2:25-26):

Vi compenserò delle annate divorate dal grillo, dalla cavalletta, dalla locusta e dal bruco, il grande esercito che avevo mandato contro di voi. Mangerete a sazietà e loderete il nome del Signore, vostro Dio, che avrà operato per voi meraviglie, e il mio popolo non sarà mai più coperto di vergogna.

Matteo non ci offre facili o semplici spiegazioni per il male perpetrato da Erode, né per qualsiasi altro male o sofferenza che viviamo. Ci offre una storia che dà un senso alle nostre sofferenze: anche se non capiremo mai il perché, Dio promette di entrare nel nostro dolore e redimerlo pienamente. Questo è esattamente ciò che fa quando, alla fine del vangelo di Matteo, Gesù muore sulla croce, prendendo su di se stesso ogni nostro peccato, sofferenza, e persino la nostra morte. Come ha predetto il profeta Isaia (53:4-5):

Tuttavia erano le nostre malattie che egli portava, erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato; ma noi lo ritenevamo colpito, percosso da Dio e umiliato! Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni, stroncato a causa delle nostre iniquità; il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui e mediante le sue lividure noi siamo stati guariti.

La crocifissione di Gesù è stata l’atto più malvagio, il crimine più oltraggioso in tutta la storia. È stata la dimostrazione più sconvolgente del potere del male che il mondo abbia mai visto. Eppure, è stata al tempo stesso il momento in cui Dio in Gesù ha dimostrato più gloriosamente il suo amore e la sua grazia. È stata simultaneamente il male più terribile e il bene più grande, il buio più oscuro e la luce più risplendente, l’odio più orrendo e l’amore più meraviglioso. Sulla croce Gesù ha subito il male peggiore, l’ha conquistato e l’ha reso il suo schiavo, compiendo attraverso di esso la salvezza del mondo.

In Cristo, perciò, abbiamo una speranza incrollabile che supera ogni difficoltà e dolore di questa vita. Come Paolo spiega in 2 Corinzi 4:8-10, 16-18:

Noi siamo tribolati in ogni maniera, ma non ridotti all’estremo; perplessi, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; atterrati, ma non uccisi; 10 portiamo sempre nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo;... 16 Perciò non ci scoraggiamo; ma, anche se il nostro uomo esteriore si va disfacendo, il nostro uomo interiore si rinnova di giorno in giorno. 17 Perché la nostra momentanea, leggera afflizione ci produce un sempre più grande, smisurato peso eterno di gloria, 18 mentre abbiamo lo sguardo intento non alle cose che si vedono, ma a quelle che non si vedono; poiché le cose che si vedono sono per un tempo, ma quelle che non si vedono sono eterne.

Forse non troveremo il perché delle nostre sofferenze, ma a causa della croce ci aggrappiamo alla promessa e alla speranza che Gesù ha redento tutto. Nemmeno un briciolo della nostra sofferenza andrà sprecato, e alla fine vedremo che Dio si sarà servito di ogni sofferenza per compiere una gloria e una gioia maggiore che altrimenti non sarebbe stata possibile.

 

Luca 2:1-20: Il Dio della Mangiatoia

1. La Nascita del Messia (2:1-7)

In quel tempo uscì un decreto da parte di Cesare Augusto, che ordinava il censimento di tutto l’impero. Questo fu il primo censimento fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Dalla Galilea, dalla città di Nazaret, anche Giuseppe salì in Giudea, alla città di Davide chiamata Betlemme, perché era della casa e della famiglia di Davide, per farsi registrare con Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre erano là, si compì per lei il tempo del parto; ed ella diede alla luce il suo figlio primogenito, lo fasciò e lo coricò in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo.

A) La storia di due re

Nel primo capitolo del vangelo, Luca ci permette di ascoltare insieme a Maria l’annuncio dell’angelo Gabriele riguardo al figlio che da lei nascerà. Egli dichiara:

31 Ecco, tu concepirai e partorirai un figlio, e gli porrai nome Gesù. 32 Questi sarà grande e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo, e il Signore Dio gli darà il trono di Davide, suo padre. 33 Egli regnerà sulla casa di Giacobbe in eterno e il suo regno non avrà mai fine. 

Ora, però, quando cominciamo a leggere il secondo capitolo, siamo colpiti da ciò che potrebbe sembrarci una grande incongruenza. Siamo arrivati a questo punto, sapendo che questa è senz’altro una nascita straordinaria. La nascita di questo bambino rappresenta la svolta nella storia umana e nel piano salvifico di Dio. Tutte le speranze di Israele sono concentrate su questo momento, quando finalmente nascerà il promesso e lungo aspettato Messia, il figlio di Davide che salverà il suo popolo e stabilirà il suo regno di pace e giustizia fino alle estremità della terra. Visto chi è che sta per nascere — il Figlio di Dio, il potente Salvatore che vincerà i suoi nemici, il Re supremo di tutto il mondo — ci sembra strano, quasi contraddittorio, il modo in cui lui arriva.

Notiamo tre curiosità che Luca sottolinea qui. La prima cosa che Luca ci dice è che Gesù nascerà sotto il dominio di Cesare Augusto, l’imperatore romano che si reputava “figlio di dio” e “signore del mondo”. Vale a dire, il mondo in cui Gesù nasce è già dominato da un re, l’imperatore romano, che rivendica per se stesso i nomi e i titoli che Gabriele ha attribuito a Gesù. E sappiamo dalla storia come Cesare Augusto era asceso al potere e come governava: attraverso il suo ingegno politico e il potere militare che aveva a disposizione. Dopo aver sconfitto tutti i suoi rivali, Cesare è rimasto l’unico sovrano indiscutibile sull’impero, e guai a qualsiasi popolo o persona che cercava di opporsi a lui.

B) Un modo strano per accogliere il Messia

Se sappiamo un po’ di Cesare Augusto, ci colpirà come un altro “Figlio di Dio” e “Sovrano del mondo” (in questo caso il vero!) nasce. I suoi genitori (e questa è la seconda cosa che Luca sottolinea) non sono persone distinte o benestanti. Non hanno certamente grandi poteri politici o militari. Giuseppe è ovviamente del lignaggio di Davide, ma quel lignaggio è stato privato dal suo potere quando i babilonesi hanno distrutto Gerusalemme nel 586 a.C. Giuseppe, dunque, è un uomo semplice, abitando lontano dal suo proprio paese, Betlemme, probabilmente perché ha dovuto spostarsi per cercare lavoro. In ogni caso, Luca ci fa capire chi è che comanda: è Cesare Augusto, poiché Giuseppe, pur essendo discendente di Davide, deve ubbidire al decreto imperiale e fare un lungo e pericoloso viaggio con Maria che è agli sgoccioli della gravidanza.

Terzo, Luca ci racconta come il tempo del parto è arrivato mentre Giuseppe e Maria erano lì a Betlemme, ma non c’è posto per loro nell’albergo. Per questo motivo, il bambino Gesù — il Figlio di Dio e il Creatore dell’universo — viene coricato in una mangiatoia per animali. Pensiamoci un attimo. È questo il benvenuto degno del Salvatore e il Signore del mondo? Forse si tratta di incidente bizzarro, un avvenimento casuale? Forse si tratta del bambino sbagliato? Come può il Messia nascere in quelle condizioni?

La cosa sbalorditiva di tutto questo è che fa parte del piano sovrano di Dio. Non è per caso che Gesù nasce e viene messo in una mangiatoia per gli animali. Infatti, circa 700 anni prima, il profeta Michea (5:1) aveva profetizzato che il Cristo sarebbe nato a Betlemme in umili condizioni: “Ma da te, o Betlemme, Efrata, piccola per essere tra le migliaia di Giuda, da te mi uscirà colui che sarà dominatore in Israele, le cui origini risalgono ai tempi antichi, ai giorni eterni.” Scopriamo, dunque, che la nascita di Gesù a Betlemme, e in quelle condizioni particolari, non era dovuta a vicende casuali o ai decreti imperiali ma al proposito di Dio.

2) Il Segno del Messia (2.8-20)

In quella stessa regione c’erano dei pastori che stavano nei campi e di notte facevano la guardia al loro gregge. E [ecco] un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore risplendé intorno a loro, e furono presi da gran timore. 10 L’angelo disse loro: «Non temete, perché io vi porto la buona notizia di una grande gioia che tutto il popolo avrà: 11 “Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo, il Signore. 12 E questo vi servirà di segno: troverete un bambino avvolto in fasce e coricato in una mangiatoia”».

13 E a un tratto vi fu con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: 14 «Gloria a Dio nei luoghi altissimi e pace in terra agli uomini che egli gradisce!» 15 Quando gli angeli se ne furono andati verso il cielo, i pastori dicevano tra di loro: «Andiamo fino a Betlemme e vediamo ciò che è avvenuto e che il Signore ci ha fatto sapere». 16 Andarono in fretta e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia; 17 e, vedutolo, divulgarono quello che era stato loro detto di quel bambino. 18 E tutti quelli che li udirono si meravigliarono delle cose dette loro dai pastori. 19 Maria serbava in sé tutte queste cose, meditandole in cuor suo. 20 E i pastori tornarono indietro, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato loro annunciato.

Proseguendo nel racconto, impariamo quanto è significante il fatto che Gesù sia nato in questo modo quando notiamo l’enfasi particolare che Luca mette sulla mangiatoia quale segno della nascita del Messia. Nel v.8, Luca sposta l’attenzione da Giuseppe e Maria a un gruppo di pastori vicino a Betlemme, a cui un angelo appare per annunciare la buona notizia (il vangelo!) della nascita di Gesù: “È nato per voi un Salvatore, che è il Cristo, il Signore.” Notiamo bene ciò che l’angelo dice subito dopo: “E questo vi servirà di segno: troverete un bambino avvolto in fasce e coricato in una mangiatoia.” Non è per caso che non c’era posto nell’albergo e che così Gesù è stato coricato in una mangiatoia – la mangiatoia è il segno dell’arrivo del Cristo! Dio ha operato in modo che Gesù nascesse a Betlemme e fosse coricato in una mangiatoia, perché voleva usare la mangiatoia come segno principale della sua venuta nel mondo.

Questo suscita un domanda: se Gesù è la piena rivelazione di Dio, chi è questo Dio che si serve di una mangiatoia come segno del suo arrivo? Chi è questo Dio che ha tutta l’autorità, tutta la potenza, che è degno di tutta la nostra adorazione e ubbidienza, eppure sceglie di segnare il suo avvento nel mondo con una mangiatoia? Questo va contro i modi in cui i potenti del mondo esercitano la loro influenza. Quando arrivano i re, i politici, gli star, i famosi, i potenti, e gli influenti vogliono sempre essere accolti con feste, celebrazioni, fotografi, giornalisti, videocamere, ecc. Ma quando il Dio dell’universo è arrivato, ha scelto una mangiatoia.

3) Il Dio della Mangiatoia

A) Il Dio che serve

Riflettiamo ora su questa domanda. La prima risposta che possiamo dare alla luce del vangelo che segue è questa: il Dio che sceglie la mangiatoia per segnare il suo arrivo nel mondo è un Dio che viene per servire, non per essere servito. Questo è infatti ciò che Gesù dichiara all’ultima cena in Luca 22:24-27: 

24 Fra di loro nacque anche una contesa: chi di essi fosse considerato il più grande. 25 Ma egli disse loro: «I re delle nazioni le signoreggiano, e quelli che le sottomettono al loro dominio sono chiamati benefattori. 26 Ma per voi non deve essere così; anzi, il più grande tra di voi sia come il più piccolo, e chi governa come colui che serve. 27 Perché, chi è più grande: colui che è a tavola oppure colui che serve? Non è forse colui che è a tavola? Ma io sono in mezzo a voi come colui che serve.

Se Gesù fosse venuto per essere servito, sarebbe arrivato in gloria affinché che tutto lo vedessero e gli dessero il loro servizio. Ma è venuto in una mangiatoia in mezzo agli animali per far capire che il suo scopo era quello di servire noi.

Questo è incredibile, perché capovolge ogni nozione umana del divino. Circa 700 anni prima, il profeta Isaia (64:4) aveva espresso la sua meraviglia così: “Mai si era udito, mai orecchio aveva sentito dire, mai occhio aveva visto che un altro dio, all’infuori di te, agisse in favore di chi spera in lui.” In tutte le altre religioni del mondo, siamo noi che dobbiamo servire Dio o gli dèi. Così Dio, o gli dèi, ci premiano in base alla qualità del nostro servizio e delle nostre buone opere. Questo tipo di dio è un dio dei bravi, dei capaci, dei potenti, degli influenti, dei superiori, di quelli che sono meglio degli altri. Ma se questo è vero, che speranza c’è per gli incapaci, gli emarginati, gli oppressi, i poveri, gli inferiori?

Solo il Dio della Bibbia, il Dio della mangiatoia, è il Dio che non vuole essere servito ma che vuole servire, che è venuto per dare la sua vita come prezzo di riscatto per noi. Solo Gesù, il Dio della mangiatoia, può dare speranza a quelli che non ce l’hanno, a quelli che non sono all’altezza, perché lui è all’altezza. Ecco perché i primi che hanno sentito la buona notizia della nascita erano delle persone disprezzate: pastori. Noi diciamo che dobbiamo servire Dio, ma in realtà è Dio che vuole servire noi. Che speranza questo fatto dovrebbe darci! Il Dio dell’universo, il Dio onnipotente, il Dio altissimo è il Dio che ha promesso di servire noi, di usare tutta la sua onnipotenza con cui ha creato i cieli e la terra e usarla per servirci. Perché non vorremmo affidarci completamente a questo Dio e sottometterci totalmente alla sua autorità?

B) Il Dio rivela la sua gloria

Ancora contrario al nostro usuale modo di pensare, il Dio della mangiatoia — il Dio che viene non per essere servito ma per servire — è il Dio di gloria. Dopo che l’angelo ha annunciato che il segno del Cristo è la mangiatoia, Luca (2:14) ci dice come una moltitudine di angeli hanno proclamato: “Gloria a Dio nei luoghi altissimi!” Paradossalmente, il Dio della mangiatoia è il Dio della gloria, ed è per mezzo della mangiatoia che la sua gloria si rivela di più.

Quando pensiamo alla grande umiliazione di Gesù, venendo dalla gloria del cielo per essere coricato in una mangiatoia in mezzo agli animali, nato in una famiglia povera e disprezzata, perseguitato da un re che voleva ucciderlo, non vediamo la brillanza della sua gloria? Quando meditiamo il fatto che Gesù ha fatto tutto questo per identificarsi con noi nelle nostre sofferenze, nelle nostre debolezze, e nelle nostre difficoltà, non si suscita in voi in grande desiderio di lodarlo per le meraviglie del suo amore, della sua misericordia, della sua grazia? Come afferma l’apostolo Paolo in Filippesi 2:6-11:

Pur essendo in forma di Dio, non considerò l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma spogliò se stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; trovato esteriormente come un uomo, umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce. Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome, affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sotto terra, e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre.

Questo fatto deve distruggere l’idea che dobbiamo essere grandi, importanti, bravi e capaci agli occhi del mondo per contare. La gloria si vede nell’umiltà; la forza si rivela nella debolezza; la grandezza si dimostra nel servizio agli altri.

C) Il Dio che muore in croce

Questo paradosso — il Dio che rivela la sua gloria attraverso la sua umiliazione — alla fine ci porta a capire che il Dio della mangiatoia è il Dio che muore in croce. Questo è infatti il paradosso della croce: la vittoria tramite la sconfitta. Gesù è venuto per compiere tutto quello che è stato detto di lui in Luca 1 — di stabilire il suo regno in tutta la terra e salvare tutti coloro che confidano in lui — ma il compimento di ciò è accaduto in modo paradossale. Gesù era il vero Re del mondo, ma invece di sedersi su un trono, è stato ucciso sulla croce. Invece di portare una corona d’oro, ha portato una corona di spine. Gesù ha vinto i suoi nemici, ma li ha vinti lasciandosi sconfiggere da loro. Ha fatto vedere che i veri nemici non erano i romani, ma il maligno, il peccato e la morte.

Gesù è il Salvatore del mondo, ma a differenza di Cesare Augusto (e tutti gli altri cesari dopo di lui) che ha rivendicato anche lui questo titolo, Gesù salva non tramite la violenza o l’intimidazione, ma attraverso il sacrificio e il servizio. La croce non è stata la sua sorte imprevista; è stata invece, fin da prima della creazione del mondo, la meta della vita di Gesù sulla terra, come dice 1 Pietro 1:18b-20a:

…siete stati riscattati … con il prezioso sangue di Cristo, come quello di un agnello senza difetto né macchia[, g]ià designato prima della fondazione del mondo.

Quindi, la mangiatoia è l’inizio adeguato per uno che viene per servire, soffrire, e sacrificarsi per il mondo. La mangiatoia rappresenta lo scopo di Gesù nel venire: dare la sua vita come prezzo di riscatto per noi: “Non aveva forma né bellezza da attirare i nostri sguardi, né aspetto tale da piacerci. Disprezzato e abbandonato dagli uomini, uomo di dolore, familiare con la sofferenza…” (Isaia 53.2-3)

D) Il Dio che è per tutti

Infine, impariamo che il Dio della mangiatoia è il Dio che è venuto per salvare tutti, e dunque vuole che tutti vengano alla conoscenza della verità. Sentiamo ancora una volta l’annuncio dell’angelo ai pastori: “io vi porto la buona notizia [il vangelo] di una grande gioia che tutto il popolo avrà.” Vale a dire, il vangelo di Gesù Cristo è la buona notizia che va annunciata a tutti! Quando ascoltiamo e crediamo al vangelo, non diventa poi la nostra proprietà. Il vangelo fa di noi a nostra volta dei messaggeri che lo riportano ad altri, come hanno fatto i pastori dopo aver ricevuto l’annuncio dell’angelo (2:16-18):

Andarono in fretta e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia; e, vedutolo, divulgarono quello che era stato loro detto di quel bambino. 18 E tutti quelli che li udirono si meravigliarono delle cose dette loro dai pastori.

Problematico è il modo in cui sovente concepiamo il vangelo come se terminasse a noi: come noi possiamo essere perdonati, come noi possiamo avere la vita eterna, come noi possiamo affrontare i problemi della vita. Ma il vangelo non riguarda solo noi. È la buona notizia di ciò che Dio ha compiuto per mezzo di Gesù, ed è per tutti. Il messaggio di Gesù si diffonde dunque per mezzo di noi, noi che, come i pastori, abbiamo ricevuto il vangelo con grande gioia, e così con grande gioia lo convidiamo con tutti gli altri. Se il vangelo di Luca incomincia con: “Vi porto la buona notizia di una grande gioia che tutto il popolo avrà,” (2:10), conclude così: 

Così è scritto, che il Cristo avrebbe sofferto e sarebbe risorto dai morti il terzo giorno, e che nel suo nome si sarebbe predicato il ravvedimento per il perdono dei peccati a tutte le genti, cominciando da Gerusalemme. Voi siete testimoni di queste cose (24.26-28).

Il segno dell’avvento di Dio per salvare il mondo è stato la mangiatoia. Quelli che sono salvati da questo Dio della mangiatoia diventano anche essi stessi dei segni che continuano a indicare al mondo dove lui si trova. Che sia così anche tra di noi. Amen.