Giudici 3: La Satira della Salvezza

1) La storia secondo la Bibbia (Giudici 3:1-11)

3:1 Questi sono i popoli che il Signore lasciò stare per mettere alla prova, per mezzo di essi, Israele, cioè tutti quelli che non avevano visto le guerre di Canaan. Egli voleva soltanto che le nuove generazioni dei figli d’Israele conoscessero e imparassero la guerra: quelli, per lo meno, che non l’avevano mai vista prima. Questi popoli erano: i cinque prìncipi dei Filistei, tutti i Cananei, i Sidoni e gli Ivvei, che abitavano la montagna del Libano, dal monte Baal-Ermon fino all’ingresso di Camat. Queste nazioni servirono a mettere Israele alla prova, per vedere se Israele avrebbe ubbidito ai comandamenti che il Signore aveva dato ai loro padri per mezzo di Mosè. Così i figli d’Israele abitarono in mezzo ai Cananei, agli Ittiti, agli Amorei, ai Ferezei, agli Ivvei e ai Gebusei; sposarono le loro figlie, diedero le proprie figlie come spose ai loro figli e servirono i loro dèi.

I figli d’Israele fecero ciò che è male agli occhi del Signore; dimenticarono il Signore, il loro Dio, e servirono gli idoli di Baal e di Astarte. Perciò l’ira del Signore si accese contro Israele ed egli li diede nelle mani di Cusan-Risataim, re di Mesopotamia; e i figli d’Israele furono servi di Cusan-Risataim per otto anni.

Poi i figli d’Israele gridarono al Signore, e il Signore fece sorgere per loro un liberatore: Otniel, figlio di Chenaz, fratello minore di Caleb; ed egli li liberò. 10 Lo Spirito del Signore venne su di lui ed egli fu giudice d’Israele; uscì a combattere e il Signore gli diede nelle mani Cusan-Risataim, re di Mesopotamia; e la sua mano fu potente contro Cusan-Risataim. 11 Il paese ebbe pace per quarant’anni; poi Otniel, figlio di Chenaz, morì.

La storia narrata nella Bibbia è storia interpretata. Non è storia riportata secondo criteri moderni che privilegiano un mero resoconto degli avvenimenti del passato. La storia della Bibbia è la storia riferita dalla prospettiva di Dio. Il suo scopo non è di farci sapere ciò che è accaduto in passato come fatti puramente storici (lasciandoci di conseguenza come spettatori disinteressati), ma di farci adottare un determinato punto di vista su questi fatti (quello ovviamente di Dio) e di coinvolgerci come partecipi attivi in essi.

Sapere questo è importante per due motivi principali. In primo luogo, il nostro obbiettivo nel leggere la Bibbia (in particolare i libri storici) non deve essere solo capire che cosa è successo (come il diluvio o l’esodo) ma anche come la Bibbia lo narra, prestando particolare attenzione alle enfasi, ai dettagli, alle ripetizioni, o anche alle esclusioni presenti. Nella narrativa biblica, nulla viene menzionato a caso, niente è superfluo. Tutti i dettagli — anche quelli apparentemente insignificanti — sono in realtà critici per la comprensione del testo. È solo quando attendiamo a questi particolari (e non solo ai lineamenti generali della storia) che riusciamo a comprendere la specifica prospettiva che il testo vuole farci avere. Vedremo fra un po’ un chiaro esempio di questo nella storia di Eud in Giudici 3. Vedremo che il libro di Giudici non vuole solo farci sapere che Eud assassinò un re pagano e così ne liberò il popolo d’Israele, ma che vuole anche darci la giusta interpretazione di questa vicenda.

In secondo luogo, più leggiamo la Bibbia in questo modo, più impareremo a interpretare rettamente non solo le storie bibliche, ma la storia in generale. L’ottica nella quale la Bibbia ci fa capire gli specifici avvenimenti che essa riferisce diventerà l’ottica nella quale cominceremo a capire qualsiasi avvenimento, passato, presente o futuro, sia personale sia mondiale. Leggere la Bibbia è la scuola in cui impariamo a leggere il mondo, a vederlo come Dio lo vede. Quando siamo ammaestrati dalle Scritture nel modo giusto per interpretare la storia che esse riportano, siamo resi capaci di interpretare nel modo giusto la storia del mondo in generale. Per adattare una frase di CS Lewis, la Bibbia è come il sole: la sua luce ci permette di vedere non solo esso ma anche tutto il resto della realtà che ci circonda. Una persona ben ammaestrata dalla parola di Dio nell’interpretare la storia sarà quella descritta da Gesù in Luca 21:26-28: mentre “gli uomini verranno meno per la paurosa attesa di quello che starà per accadere al mondo”, lei “si rialzerà” e “leverà il capo” perché sa che “la sua liberazione si avvicina”.

Questi punti sono di grande importanza per quanto riguarda il libro di Giudici, un libro di non facile lettura perché le sue storie sono spesso pesanti e sanguinose, e i suoi personaggi, anche i suoi cosiddetti “eroi”, sono di carattere discutibile. Basta pensare alla figura di Sansone, per esempio. Questo libro ci può facilmente lasciare perplessi: in un libro “sacro” come la Bibbia, che cosa facciamo di queste storie piene di violenza, crudeltà, sesso e abominazioni di ogni sorta? La chiave interpretativa ci viene fornita nel v.7 di Giudici 3: I figli d’Israele fecero ciò che è male agli occhi del Signore; dimenticarono il Signore, il loro Dio, e servirono gli idoli…”. Il libro di Giudici ci fa vedere le terribili conseguenze — senza smussarle o edulcorarle — dell’idolatria che nasce dal dimenticare il Signore. Ce le fa vedere attraverso un serie di episodi in cui, nonostante la grazia mostratagli da Dio, il suo popolo torna sempre “a fare ciò che è male agli occhi del Signore” (v.12).

Ma più che il peccato abbondante da parte del popolo, il libro di Giudici ci fa vedere la grazia di Dio che sovrabbonda laddove abbonda il peccato. Nel momento in cui il popolo si lascia correggere da Dio (che per castigarlo permette a un oppressore pagano di affliggerlo per un certo periodo), Dio manda un giudice, un liberatore, che salva Israele e lo riporta a servire di nuovo il Signore. Nelle figure di questi giudici vediamo una prefigurazione del più grande giudice e liberatore, Gesù Cristo. Ma a questo tema torneremo alla fine del messaggio. Adesso consideriamo la storia di Eud in Giudici 3:12-29 e, alla luce del nostro discorso introduttivo, chiediamo: che cosa succede in questa storia e qual è l’interpretazione che il testo dà a essa?

2) La satira della salvezza (Giudici 3:12-29)

A) Il contesto (3:12-14)

12 I figli d’Israele continuarono a fare ciò che è male agli occhi del Signore; così il Signore rese forte Eglon, re di Moab, contro Israele, perché essi avevano fatto ciò che è male agli occhi del Signore. 13 Eglon radunò intorno a sé i figli di Ammon e di Amalec; poi marciò contro Israele, lo sconfisse e s’impadronì della città delle palme. 14 I figli d’Israele furono servi di Eglon, re di Moab, per diciotto anni.

La storia di Eud inizia come le altre in Giudici: “i figli d’Israele continuarono a fare ciò che a male agli occhi del Signore”, e di conseguenza Dio li dà in potere di un tiranno straniero — Eglon, re di Moab — che li opprime. Due dettagli qui ci aiutano a capire il significato di questo castigo: 1) “Eglon … sconfisse e s’impadronì della citta delle palme” e 2) “i figli d’Israele furono servi di Eglon, re di Moab”. “Città delle palme” è un soprannome per la città di Gerico, la prima conquista d’Israele nella terra promessa, e la servitù d’Israele richiama la sua schiavitù in Egitto. In altre parole, questo castigo costituisce una regressione di Israele alle sue condizioni prima dell’esodo. Come Genesi interpreta il peccato come la de-creazione, un ritorno alle tenebre del caos e al vuoto della non-esistenza, così Giudici interpreta la ribellione d’Israele come la negazione dell’esodo, un ritorno all’angoscia della schiavitù in un paese straniero. Come indicato nel v.14, questo periodo di soggiogamento dura diciotto anni, fin a quando…

B) Caratteristiche della satira (3:15-17)

15 I figli d’Israele gridarono al Signore ed egli fece sorgere per loro un liberatore: Eud, figlio di Ghera, beniaminita, che era mancino. I figli d’Israele mandarono per mezzo di lui un regalo a Eglon, re di Moab. 16 Eud si fece una spada a due tagli, lunga un cubito, e la cinse sotto la sua veste, al fianco destro. 17 Quindi offrì il regalo a Eglon, re di Moab, che era un uomo molto grasso.

…”i figli d’Israele gridarono al Signore”. Di nuovo come nel libro d’Esodo, il Signore è pronto ad ascoltare le suppliche del suo popolo e a intervenire per liberarlo. Quando il popolo si lascia correggere dal castigo del Signore e si ravvede, abbandonando gli idoli e tornando da lui, egli fa “sorgere per loro un liberatore”. In questo caso, il liberatore è il giudice Eud, “beniaminita, che era mancino”. Ricordandoci dell’importanza anche dei minimi dettagli, facciamo bene a chiederci: ma perché il testo dice questo? Che importanza ha sapere che Eud era mancino? E perché, quando nel v.17 si parla di nuovo di Eglon, ci viene detto che “era un uomo molto grasso”?

Ci aiuterà sapere che il nome “Beniamino” (da cui deriva il termine “beniaminita”, cioè della tribù di Beniamino) vuol dire “figlio della mia destra”. Questo nome è forte, perché per gli ebrei, la destra era un simbolo di potere. È interessante dunque, se non un po’ comico, che Eud, uno dei “figli della mia destra”, è in realtà mancino. Un liberatore mancino? Non proprio quello che ci si aspettava. Per quanto riguarda Eglon, invece, che importanza ha sapere che era un uomo molto grasso? Ci aiuterà sapere che il suo nome assomiglia molto alla parola ebraica che significa “vitello”. Ora il fatto di essere molto grasso acquisisce un nuovo significato, anche questo comico: il grande e forte re che opprime Israele da diciotto anni non è in realtà altro che un vitello ingrassato, e quindi pronto al macello pur essendone completamente inconsapevole.

Questi due dettagli che servono per caratterizzare i due personaggi principali in questa storia ci fanno capire che si tratta di una satira. Che la narrativa di Eud e Eglon sia un resoconto storico è evidente, ma la sua caratterizzazione del tiranno Eglon come un vitello ingrassato e del liberatore Eud come un uomo dalla mano “sbagliata” ci fornisce la chiave interpretativa: la prospettiva di questa storia è satirica, e sarà proprio per mezzo della sua ironia, del suo sarcasmo, del suo umorismo mordace che trasmetterà il suo messaggio.

In quest’ottica, proseguiamo nella lettura…

C) Il re “vitello” al macello (3:18-26)

18 Quando ebbe finito la presentazione del regalo, rimandò la gente che l’aveva portato. 19 Ma egli, giunto agli idoli che sono presso a Ghilgal, tornò indietro e disse: «O re, io ho qualcosa da dirti in segreto». Il re disse: «Silenzio!» Tutti quelli che gli stavano intorno, uscirono. 20 Allora Eud si avvicinò al re, che stava seduto nella sala di sopra, riservata a lui solo, per prendervi il fresco, e gli disse: «Ho una parola da dirti da parte di Dio». Eglon si alzò dal suo seggio; 21 ed Eud, stesa la mano sinistra, prese la spada dal suo fianco destro e gliela piantò nel ventre. 22 Anche l’elsa entrò dopo la lama; e il grasso si rinchiuse attorno alla lama, poiché egli non gli ritirò dal ventre la spada, che gli usciva da dietro. 23 Poi Eud uscì nel portico, chiuse le porte della sala di sopra e mise il chiavistello. 24 Quando fu uscito, vennero i servi, i quali guardarono, ed ecco che le porte della sala di sopra erano chiuse con il chiavistello; e dissero: «Certo egli fa i suoi bisogni nello stanzino della sala fresca». 25 Tanto aspettarono, che ne furono preoccupati; e poiché il re non apriva le porte della sala, quelli presero la chiave, aprirono, ed ecco che il loro signore era steso per terra, morto. 26 Mentre essi indugiavano, Eud si diede alla fuga, passò oltre gli idoli e si mise in salvo a Seira.

Leggendo il resto della storia, scopriamo che essa s’impernia proprio sul fatto che Eud sia mancino e che Eglon sia grasso. Dopo essersi presentato davanti a Eglon per fargli un regalo (come suddito che deve rendere omaggio al proprio sovrano), Eud indica al re che ha un segreto da dirgli (presumibilmente in qualità di servizio segreto), ma poi precisa che si tratta in realtà di “una parola … da parte di Dio”. All’insaputa di Eglon, questa parola è in verità una spada che gli toglierà la vita, ma non lo sa e non lo può anticipare proprio perché Eud è mancino. È la mano destra che di solito si usa per colpire, e quindi il movimento della sinistra di Eud non avverte il re del pericolo. Quello che inizialmente sembra un difetto di Eud (un figlio “della destra” che è invece mancino) si rivela alla fine la sua forza. Per Eglon, essere grasso fa sì che la spada venga totalmente “ingoiata” dal suo ventre, prevenendo qualsiasi schizzo di sangue e permettendo a Eud di uscire pulito dalla sua sala e scappare via senza avvertire i suoi servi.

Poi si aggiunge un altro dettaglio che purtroppo è stato offuscato nella traduzione. Nel v.22 quando implica che la spada “gli usciva da dietro”, in realtà il testo ebraico dice che non la spada ma le feci uscirono dal re. Questo dettaglio, che all’inizio sembra disgustoso, risulta anche esso cruciale per lo scopo della storia: il motivo per cui i servi rimangono fuori dalla sala del re a lungo e così danno a Eud il tempo necessario per scappare è perché, come dicono nel v.24: “Certo egli fa i suoi bisogni nello stanzino della sala fresca”. Qui l’umorismo ridicolizzante della narrativa giunge al culmine: è vero che il re faceva i suoi bisogni, ma in un senso totalmente diverso da quello che pensavano i servi! Ecco il grande e potente re nemico d’Israele, morto come un vitello ingrassato e nelle sue feci, ed ecco i suoi servi troppo stupidi da sapere ciò che è successo proprio nella sala davanti a loro!

D) L’umiliazione (3:27-30)

27 Quando fu arrivato, suonò la tromba nella regione montuosa di Efraim, e i figli d’Israele scesero con lui dalla regione montuosa, ed egli si mise alla loro testa. 28 Disse loro: «Seguitemi, perché il Signore vi ha dato nelle mani i Moabiti, vostri nemici». Quelli scesero dietro a lui, s’impadronirono dei guadi del Giordano per impedire il passaggio ai Moabiti e non lasciarono passare nessuno. 29 In quel tempo sconfissero circa diecimila Moabiti, tutti robusti e valorosi; non ne scampò neppure uno. 30 Così, in quel giorno, Moab fu umiliato sotto la mano d’Israele e il paese ebbe pace per ottant’anni.

Dopo l’assassinio di Eglon, Eud raduna i figli d’Israele e fa ciò che per diciotto anni gli era impossibile: sconfiggono i Moabiti (circa diecimila guerrieri, tutti “robusti e valorosi”), sterminandoli tutti. E notiamo l’ultima frase della storia nel v.30: “Così, in quel giorno, Moab fu umiliato sotto la mano d’Israele”. Il grande e potente oppressore d’Israele da diciotto anni sconfitto in un solo giorno! Umiliato infatti! E questo è il punto: Moab e il suo re vengono umiliati non solo nell’avvenimento qui narrato, ma proprio nella narrativa stessa. Il modo in cui la narrativa è stata scritta — come satira — fa lo stesso effetto dell’evento narrato. Mettendo in ridicolo Eglon e il suo esercito, umilia di nuovo questo apparentemente imbattibile oppressore del popolo di Dio.

La storia di Eud, dunque, serve non solo per farci sapere ciò che è accaduto in quel momento storico, ma anche per formare la nostra percezione del mondo intero. Dal nostro punto di vista, un uomo come Eglon sarebbe davvero un nemico invincibile, ma dal punto di vista di Dio, egli è solo un vitello ingrassato pronto al macello e troppo stupido per saperlo. Mentre noi tendiamo a mettere fiducia nella forza e nelle capacità umane, Dio si serve di solito della debolezza per insegnarci che tutto dipende da lui, e non da noi.

Possiamo riassumere la lezione della storia di Eud citando Giacomo 4:6: “Dio resiste ai superbi e dà grazia agli umili”. Quando Israele s’insuperbisce, Dio lo castiga per insegnargli l’umiltà. Ma quando il popolo si umilia, Dio lo libera dall’oppressore, usando proprio “le cose deboli del mondo per svergognare le forti”, come infatti Paolo scrive in 1 Corinzi 1:27-29:

Dio ha scelto le cose pazze del mondo per svergognare i sapienti; Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti; Dio ha scelto le cose ignobili del mondo e le cose disprezzate, anzi le cose che non sono, per ridurre al niente le cose che sono, perché nessuno si vanti di fronte a Dio.

Se ci lasciamo istruire dalla storia di Eud, vedremo non solo questa storia ma tutta la storia — tutto il mondo infatti! — in quest’ottica, e questo cambierà radicalmente il modo in cui viviamo.

3) La satira della croce 

Se abbiamo veramente occhi per vedere, però, vedremo che alla fine la storia di Eud ci insegna questo messaggio perché anticipa la storia più grande di tutte, la storia che, come quella di Eud, è in effetti una grande satira. È la satira di cui Paolo parlava in 1 Corinzi, la più grande “presa in giro” di tutti i tempi. Ascoltiamo di nuovo 1 Corinzi 1:

20 Dov’è il sapiente? Dov’è lo scriba? Dov’è il contestatore di questo secolo? Non ha forse Dio reso pazza la sapienza del mondo? 21 Poiché il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria sapienza, è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione. 22 I Giudei infatti chiedono miracoli e i Greci cercano sapienza, 23 ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo e per gli stranieri pazzia; 24 ma per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio.

Che cos’è la croce di Cristo se non un grande scherzo, nel senso che per mezzo di essa Dio una volta per sempre ha umiliato i superbi, reso pazzi i sapienti, e spezzato la forza dei potenti? È proprio Gesù il vero “Eud” che sembrava tutt’altro che un salvatore. Come Eud, Gesù ha compiuto la salvezza del suo popolo in un modo del tutto inaspettato. Come ne parlò il profeta Isaia (53:2-5):

non aveva forma né bellezza da attirare i nostri sguardi, né aspetto tale da piacerci. Disprezzato e abbandonato dagli uomini, uomo di dolore, familiare con la sofferenza, pari a colui davanti al quale ciascuno si nasconde la faccia, era spregiato, e noi non ne facemmo stima alcuna. Tuttavia erano le nostre malattie che egli portava, erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato; ma noi lo ritenevamo colpito, percosso da Dio e umiliato! Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni, stroncato a causa delle nostre iniquità; il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui e mediante le sue lividure noi siamo stati guariti.

Prendendo spunto da questa profezia, possiamo anche vedere, se solo un po’ stranamente, una prefigurazione di Cristo nella figura di Eglon. Dice ancora Isaia nel v.7:

Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la bocca. Come l’agnello condotto al mattatoio, come la pecora muta davanti a chi la tosa, egli non aprì la bocca.

Eglon anticipa Gesù in questo senso: come Eglon, anche Gesù era il grande e potente re (in realtà il più grande e il più potente re di tutti) che, nonostante la sua gloria e potenza, è stato umiliato e ucciso come un animale al macello. Come Giudici 3 ridicolizza Eglon nel modo in cui è stato ucciso, così anche i vangeli narrano come Gesù, sulla croce, è stato disprezzato e ridicolizzato proprio per essersi chiamato “il re dei giudei”, per essere stato un salvatore che sembrava non capace di salvare se stesso. E ancora come Eglon, l’assassinio di Gesù ha effettuato la salvezza del suo popolo. Ma le similitudini finiscono qui, perché mentre Eglon è stato una vittima ignara, Gesù invece ha offerto se stesso volontariamente come sacrificio di amore.

Questa storia — la storia del vangelo — è la vera ottica divina tramite cui dobbiamo comprendere la storia della nostra vita e la storia del mondo. Non solo dunque la storia di Eud, ma è la più grande storia del vangelo (che la storia di Eud anticipa!) che ci ammaestra come pensare, come parlare, e come vivere bene in questo mondo. Ci saranno sempre tante cose che non capiremo; ci saranno periodi — come i diciotto anni dell’oppressione di Moab — che vivremo senza sapere il perché. Ma quando teniamo lo sguardo fisso su Gesù, “colui che crea la fede e la rende perfetta”, avremo tutto quello che ci serve per affrontare ogni circostanza:

Per la gioia che gli era posta dinanzi egli sopportò la croce, disprezzando l’infamia, e si è seduto alla destra del trono di Dio. Considerate perciò colui che ha sopportato una simile ostilità contro la sua persona da parte dei peccatori, affinché non vi stanchiate perdendovi d’animo. (Ebrei 12:2-3)

Amen!

Neemia 8:1-12: La Gioia del Signore è la Nostra Forza

1) Ascoltare la Parola di Dio (8:1-3)

Tutto il popolo si radunò come un sol uomo sulla piazza che è davanti alla porta delle Acque, e disse a Esdra, lo scriba, che portasse il libro della legge di Mosè che il Signore aveva data a Israele. Il primo giorno del settimo mese, il sacerdote Esdra portò la legge davanti all’assemblea, composta di uomini, di donne e di tutti quelli che erano in grado di capire.

Per ambientare la parte della narrativa che oggi prendiamo in considerazione, parliamo un momento del libro di Neemia. Come dice l’introduzione nella versione della Bibbia che usiamo:

Redatto in stile autobiografico, il libro di Neemia reca il nome del suo protagonista e ne narra l’attività in qualità di governatore di Giuda (tra il 446-445 e il 432-431 a.C.), con particolare enfasi sulla ricostruzione delle mura di Gerusalemme da egli intrapresa.

Ulteriori informazioni importanti troviamo nei primi versetti del libro stesso:

1:1 Parole di Neemia, figlio di Acalia. «Nel mese di Chisleu del ventesimo anno, mentre mi trovavo nel castello di Susa, Anani, un mio fratello, e alcuni altri uomini arrivarono da Giuda. Io li interrogai riguardo ai Giudei scampati, superstiti della deportazione, e riguardo a Gerusalemme. E quelli mi risposero: “I superstiti della deportazione sono là, nella provincia, in gran miseria e nell’umiliazione; le mura di Gerusalemme restano in rovina e le sue porte sono consumate dal fuoco”. Quando udii queste parole mi misi seduto, piansi, e per molti giorni fui in grande tristezza. Digiunai e pregai davanti al Dio del cielo.

Ciò che ricaviamo da questo è che siamo nel periodo dell’esilio d’Israele, e l’uomo che funzione sia come protagonista sia come autore del libro, Neemia, serve il re dell’impero medo-persiano circa 150 anni dopo la distruzione di Gerusalemme dai babilonesi nel 586 a.C. Ormai la Babilonia è stata conquistata (come il Signore aveva infatti promesso tramite i profeti come Abacuc), e la superpotenza mondiale è appunto il regno dei Medi e dei Persiani. Anche prima di questo, sempre sotto il dominio medo-persiano, e grazie all’editto del re Ciro, gli ebrei — chiamati qui anche Giudei in quanto provengono dalla Giudea — hanno cominciato a rimpatriare. Neemia, invece, si trova a Susa, dove si trova la sede del re, e lì serve al re come suo coppiere.

Il libro di Neemia si apre con l’arrivo di alcuni ebrei dalla Giudea, da Gerusalemme, e aggiornano Neemia riguardante la condizione dei superstiti che vivono a Gerusalemme e nei dintorni. Saputo come essi vivono “in gran miseria e nell’umiliazione”, vulnerabili all’attacco a causa delle mura di Gerusalemme che ancora “restano in rovina e le sue porte sono consumate dal fuoco”, Neemia rimane sconvolto e angosciato, e comincia a digiunare e pregare il Signore. Successivamente Neemia è autorizzato dal re di tornare a Gerusalemme e di ricostruirne le mura, e lo costituisce anche governatore della regione.

A questo punto nel libro, le mura sono state ricostruite nonostante i grandi pericoli che Neemia e i suoi colleghi devono affrontare, ed è ora di rallegrarsi e festeggiare quanto il Signore ha compiuto a loro favore. Nei vv.15-16 del capitolo 6 leggiamo:

15 Le mura furono portate a termine il venticinquesimo giorno di Elul, in cinquantadue giorni. 16 E quando tutti i nostri nemici lo seppero, tutte le nazioni circostanti furono prese da timore e provarono una grande umiliazione, perché riconobbero che quest’opera si era compiuta con l’aiuto del nostro Dio.

Questo è il contesto in cui troviamo i Giudei nel capitolo 8. Dietro le appena ricostruite mura, il popolo “si raduna come un sol uomo sulla piazza” per ascoltare la lettura del “libro della legge di Mosè”, la parola di Dio scritta come l’avevano all’epoca. Lo scriba Esdra, un sacerdote incaricato di leggere il libro della legge, si alza in mezzo al popolo, e “dalla mattina presto fino a mezzogiorno” tutto il popolo ne ascolta la lettura. Anche se non sappiamo esattamente quanto tempo passa qui, ma non è esagerato pensare che almeno cinque o sei ore passano mentre Esdra legge la parola di Dio ad alta voce. Incredibilmente, Neemia non indica la più minima noia da parte del popolo. Anzi, per tutto il tempo, “tutto il popolo tendeva l’orecchio per sentire il libro della legge”. Questo modo di dire “tendere l’orecchio per sentire” è un’espressione che significa prestare attenzione e ascoltare in modo concentrato e deliberato. Il popolo è lì per un solo motivo e non si occupa di altro se non dell’ascolto della parola di Dio.

Questo potrebbe sembrarci incredibile, dato che noi sovente facciamo fatica (o diciamo di faticare) a trovare tempo o a concentrarci per leggere le Scritture solo per cinque minuti! Figuriamoci sei ore di ascolto senza pausa o interruzione! Perché questo? Ricordiamo le parole centrali della legge che Esdra leggeva al popolo in Deuteronomio 6:4-9:

Ascolta, Israele: il Signore, il nostro Dio, è l’unico SignoreTu amerai dunque il Signore, il tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima tua e con tutte le tue forze. Questi comandamenti, che oggi ti do, ti staranno nel cuore; li inculcherai ai tuoi figli, ne parlerai quando te ne starai seduto in casa tua, quando sarai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, te li metterai sulla fronte in mezzo agli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle porte della tua città.

Questi versetti, nei quali troviamo il più grande e importante comandamento nel quale tutta la legge è contenuta, iniziamo con l’esortazione all’ascolto: “Ascolta, Israele”! Non c’è niente di più importante di questo. La responsabilità umana nei confronti di Dio è riassunta in quest’unica e semplice parola: “ascolta”! È dall’ascolto della parola di Dio che viene la fede in essa e l’amore che Dio vuole da noi. Tanto importante è l’ascolto che Dio ordina al popolo di meditare e di parlare della sua parola “quando te ne starai seduto in casa tua” e “quando sarai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai”. In altre parole: sempre e ovunque deve essere la parola di Dio la meditazione del nostro cuore e il discorso della nostra bocca. Tanto siamo propensi e dimenticarla e trascurarla che dobbiamo con intenzione e disciplina meditare giorno e notte sulla parola di Dio.

La gran parte dell’Antico Testamento poi testimonia i guai nei quali incorriamo quando non l’ascoltiamo così. Ripetutamente i profeti individuano la mancanza o il rifiuto dell’ascolto come la radice della ribellione, dell’infedeltà e dell’idolatria d’Israele. Il profeta Amos (8:11-13), molto prima del periodo dell’esilio, aveva profetizzato un giorno quando il popolo si sarebbe reso conto troppo tardi di questo suo tremendo errore:

11 «Ecco, vengono i giorni», dice il Signore, Dio, «in cui io manderò la fame nel paese, non fame di pane o sete d’acqua, ma la fame e la sete di ascoltare la parola del Signore12 Allora, vagando da un mare all’altro, dal settentrione al levante, correranno qua e là in cerca della parola del Signore, ma non la troveranno. 13 Quel giorno le belle ragazze e i giovani verranno meno per la sete.

Come anche oggi, la gente (si pensa in particolare alle belle ragazze e ai giovani che spesso non potrebbero essere meno interessati alla parola di Dio) avrebbe sofferto la fame della parola di Dio tanto che avrebbe fatto di tutto e di più per trovarla, ma senza riuscirci. Pensate: essere così affamati della parola di Dio che “si vaga da un mare all’altro, dal settentrione al levante” per trovarla! Il popolo di Gerusalemme nel periodo di Neemia è quello che ha vissuto questa fame, e dunque non si annoia — anzi lo desidera più di ogni altra cosa e con tutto il cuore — ascoltare la parola di Dio. Ecco perché sta lì in piedi per almeno cinque o sei ore solo per ascoltare mentre Esdra la legge! E noi che abbiamo la parola di Dio a portata di mano? Ci nutriamo di essa prima che ne venga la fame insaziabile?

2) Onorare la Parola di Dio (8:4-8)

Esdra, lo scriba, stava sopra un palco di legno, che era stato fatto apposta; accanto a lui stavano, a destra, Mattitia, Sema, Anania, Uria, Chilchia e Maaseia; a sinistra, Pedaia, Misael, Malchia, Casum, Casbaddana, Zaccaria e Mesullam. Esdra aprì il libro in presenza di tutto il popolo, poiché stava nel posto più elevato; e, appena aperto il libro, tutto il popolo si alzò in piedi. Esdra benedisse il Signore, Dio grande, e tutto il popolo rispose: «Amen, amen», alzando le mani; e s’inchinarono e si prostrarono con la faccia a terra davanti al Signore. Iesua, Bani, Serebia, Iamin, Accub, Sabbetai, Odia, Maaseia, Chelita, Azaria, Iozabad, Anan, Pelaia e gli altri Leviti spiegavano la legge al popolo, e tutti stavano in piedi al loro posto. Essi leggevano nel libro della legge di Dio in modo comprensibile; ne davano il senso, per far capire al popolo quello che leggevano.

Proseguendo nel testo, vediamo come e quanto il popolo non solo dà ascolto alla parola di Dio, ma le dà anche onore in quanto è la parola di Dio. Notiamo i vari spunti che fanno vedere la riverenza e il timore con i quali il popolo si prepara ad ascoltare. 1) Esdra, poiché deve leggere lui, sta “nel posto più elevato” “sopra un palco di legno, che era stato fatto apposta”. Il fatto che Esdra legge il libro della legge così non è casuale: la sua posizione in alto rappresenta simbolicamente la suprema autorevolezza del libro e l’altissima stima di esso da parte del popolo. 2) Prima che Esdra legga, tutti “s’inchinarono e si prostrarono con la faccia a terra”. 3) Poi, mentre Esdra legge, “tutti stavano in piedi al loro posto”, un gesto di grande rispetto verso ciò che viene letto. 4) In più, non solo Esdra, ma insieme a lui molti altri sacerdoti della tribù di Levi spiegano il senso della legge al popolo perché sia comprensibile a tutti. Non basta che la legge si legga; bisogna far sì che il popolo la capisca.

Attenzione però: ciò non vuol dire che il popolo fosse incapace di capire senza che qualcuno ne spiegasse il senso. Teniamo presente che la legge è stata scritta in ebraico, ma il popolo, essendo stato deportato in luoghi di lingua straniera ed essendo tornato in Israele di madre lingua aramaica, non era per questo motivo in grado di capire il significato della legge.

Ma forse ci viene da chiedere: è giusto onorare un libro in questo modo? Alcuni, tra cui qualche cattolico romano, ci accuserebbe di “bibliatria”, cioè l’idolatria nel senso di adorare la Bibbia. Questo ci avverte della tentazione di vedere la Bibbia come se fosse una specie di talismano, come se avesse qualche potere inerente in se stessa. No, per quanto riguarda la sua composizione — carta, inchiostro, frasi e parole — non differisce da altri libri. Ciò che distingue la Bibbia da tutti gli altri libri, però, è che in esso ascoltiamo la voce di Dio. Le sacre Scritture sono lo strumento che Dio ha scelto e ispirato per farci udire la sua voce, così che quando ascoltiamo questo libro, non sentiamo altro che la voce del Dio vivente che in esso ci parla tuttora. Ecco perché Neemia dice che quando Esdra aprì il libro della legge, tutti “s’inchinarono e si prostrarono con la faccia a terra davanti al Signore” (v.6). In altre parole, quando Esdra apre il libro della legge e comincia a leggerla, il popolo si rende conto che il Signore stesso, di persona, che stanno per incontrare e ascoltare per mezzo delle parole contenute in essa.

Impariamo dunque questo principio fondamentale: onoriamo la Bibbia come la parola di Dio perché in essa Dio ci parla e ci incontra. Ascoltandola, dovremmo in un senso inchinarci e prostrarci con la faccia terra, in umile sottomissione e adorazione del nostro Dio. E che privilegio è questo! Come Isaia 66:1-2 ci insegna:

Così parla il Signore: «Il cielo è il mio trono e la terra è lo sgabello dei miei piedi; quale casa potreste costruirmi? Quale potrebbe essere il luogo del mio riposo? Tutte queste cose le ha fatte la mia mano e così sono tutte venute all’esistenza», dice il Signore. «Ecco su chi io poserò lo sguardo: su colui che è umile, che ha lo spirito afflitto e trema alla mia parola.

Quando noi con umiltà tremiamo alla parola di Dio, sappiamo che è su di noi che il Dio onnipotente dell’universo posa il suo sguardo!

3) Gioire della Parola di Dio (8:9-12)

Neemia, che era il governatore, Esdra, sacerdote e scriba, e i Leviti, che insegnavano, dissero a tutto il popolo: «Questo giorno è consacrato al Signore vostro Dio; non siate tristi e non piangete!» Tutto il popolo infatti piangeva, ascoltando le parole della legge. 10 Poi Neemia disse loro: «Andate, mangiate cibi grassi e bevete bevande dolci, e mandate delle porzioni a quelli che non hanno preparato nulla per loro; perché questo giorno è consacrato al nostro Signore; non siate tristi; perché la gioia del Signore è la vostra forza». 11 I Leviti calmavano tutto il popolo, dicendo: «Tacete, perché questo giorno è santo; non siate tristi!» 12 Tutto il popolo se ne andò a mangiare, a bere, a mandare porzioni ai poveri e a fare gran festa, perché avevano capito le parole che erano state loro spiegate.

Tutto questo non significa, però, che questo giorno dell’ascolto è stato tetro e austero. Anzi, proprio il contrario! Notiamo bene quello che Neemia racconta dopo: quando il popolo si mette a piangere a causa delle parole che ascoltano (probabilmente perché oltre a consolarci, la parola di Dio ci convince del peccato), Neemia, Esdra, e tutti i sacerdoti esortano il popolo di non piangere per la tristezza ma di festeggiare per la gioia! Dobbiamo sbarazzarci della nozione che la riverenza con cui dobbiamo dare ascolto alla parola di Dio equivalga alla mancanza di allegria e di felicità. Tutt’altro: il popolo deve invece mangiare cibi grassi e bere bevande dolci, deve cantare e ridere e ballare! Il giorno santo del Signore — che anticipa e prefigura la santità eterna del regno di Dio — deve essere un giorno del sorriso e non del muso lungo. Questo è perché quando è domenica e vengo al culto, spesso dico agli altri che “vado a festeggiare”. Mentre si usa dire “vado in chiesa” o “vado a messa” o “vado a pregare” (che non sono di per sé sbagliati), soprende quando dico invece “vado a festeggiare”. Ma festeggiare è esattamente ciò che dovremmo fare la domenica, festeggiare l’amore e la bontà del Signore che ci ha salvato e ci ha promesso un’eredità incorruttibile ed eterna.

Tutto dipende da come vediamo la parola di Dio. Se la vediamo come un elenco di regole da rispettare o una serie di doveri pesanti e noiosi che Dio ci impone. Certo, se la Bibbia fosse questa, faremmo fatica a rallegrarci quando l’ascoltiamo. Se invece capiamo che la Bibbia è fondamentalmente vangelo, cioè buona notizia, allora avremo ragione per gioire. In sostanza il messaggio della Bibbia è quello che l’angelo ha annunciato ai pastori di Betlemme in Luca 2:10-11:

Non temete, perché io vi porto la buona notizia di una grande gioia che tutto il popolo avrà: Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo, il Signore.

Quando sappiamo che tutta la Bibbia testimonia Cristo e l’amore di Dio mostrato in lui, Cristo crocifisso per distruggere il male e la morte, Cristo risuscitato per garantire la nostra vita eterna, Cristo che tornerà per stabilire il suo regno in tutto il mondo, allora avremo ampio motivo per esultare! Quando, insomma, ascoltiamo la Bibbia come il canto di amore che Dio canta per noi, come il buon annuncio non di ciò che dobbiamo fare per raggiungere lui ma di ciò che Dio ha già fatto per raggiungere noi, troveremo in essa la gioia che niente o nessuno ci potrebbe mai togliere.

Questo è perché Neemia proclama al popolo la semplice ma stupenda frase: “la gioia del Signore è la vostra forza” (v.10). Notiamo bene: non la nostra gioia, ma la gioia del Signore è la nostra forza. Questa gioia che trascende e vince ogni tristezza, che non dipende dalle nostre circostanze, che accompagna la pace che supera ogni intelligenza e che custodisci i nostri cuori e i nostri pensieri dalla paura e dalla preoccupazione, è la gioia di Dio stesso ha in sé. Questa è la gioia per cui Cristo “sopportò la croce, disprezzando l’infamia, e si è seduto alla destra del trono di Dio” (Eb. 12:2). E com’è che possiamo conoscere e sperimentare questa gioia che ci dà la forza di portare anche la nostra croce nel percorso cristiano? Gesù ci dice in Giovanni 15:10: 

 Vi ho detto queste cose, affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia completa.

Ecco il segreto: ciò che Gesù ha detto — cioè la parola di Dio in Gesù, la parola di Dio che è Gesù — quando l’ascoltiamo e farne tesoro, quando lui dimora in noi e noi in lui, allora la sua gioia che ha vinto la croce sarà anche in noi, ed essa sarà per sempre la nostra forza. Amen.

La Storia della Chiesa in un Anno: Giovanni Calvino e la Perfetta Scuola di Cristo (33/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: Giovanni Calvino e la Perfetta Scuola di Cristo (33/52)

 All’infuori di Cristo non c’è nulla che giova conoscere. (Giovanni Calvino, Istituzione, II.xv.2)

 Nel XVI secolo la riscoperta del vangelo fece breccia non solo in Germania, ma anche in Svizzera e in Francia, testimonianza che l’opera veniva da Dio. Per esempio, Huldrych Zwingli (1484-1531), un contemporaneo di Lutero, avviò la Riforma a Zurigo, e dopo la sua morte Heinrich Bullinger (1504-1575) la portò avanti. La Riforma giunse poi a Basilea e a Strasburgo grazie all’impegno di Giovanni Ecolampadio (1482-1531) e Martin Bucer (1491-1551), rispettivamente.

Il riformatore che, salvo Lutero stesso, lasciò l’impronta indelebile sulla chiesa evangelica fu “quel francese”, il riformatore di Ginevra, Giovanni Calvino (1509-1564). Esiliato dalla Francia per le sue convinzioni “eretiche”, Calvino arrivò a Ginevra nel 1536, l’anno stesso in cui la città aveva aderito alla Riforma. Sotto la guida di Calvino, Ginevra si trasformò in ciò che il riformatore scozzese John Knox chiamò “la più perfetta scuola di Cristo”: un esemplare della chiesa riformata, un centro di formazione missionaria e pastorale, e un rifugio per tutti coloro che venivano perseguitati per la fede evangelica.

Pur essendo maggiormente noto per il cosiddetto “calvinismo” (sistema teologico non del tutto riconducibile al suo omonimo), la vera importanza di Calvino è tutt’altro. In primo luogo, Calvino basò tutto sulla Parola di Dio, convinto che bisogna “cercare Dio solo nella sua Parola, di pensare a lui guidati solamente da essa e di affermare di lui solo quanto sia in essa attinto e preso” (I.xiii.21). In secondo luogo, Calvino, a differenza delle speculazioni scolastiche, cercò di attenersi strettamente alla rivelazione di Dio in Gesù Cristo. Secondo lui, “la totalità ed i singoli elementi della nostra salvezza sono rinchiusi in Gesù Cristo; bisogna perciò guardarsi dal farne derivare la minima porzione da altra fonte…. In lui insomma è il tesoro di tutti i beni e da lui dobbiamo attingere per essere saziati, non altrove” (II.xvi.19). Secondo Calvino, dunque, le Scritture vanno interpretate sempre nell’ottica di Cristo, la Parola di Dio di cui tutte le parole della Bibbia danno testimonianza (Giov. 5:39).

Infine, Calvino insistette che la teologia non è mai un mero esercizio teorico ma che è sempre “utile a … educare alla giustizia”. L’obiettivo della sana dottrina è la pietà che Calvino definì “un senso di venerazione e di amore per Dio congiunti insieme, a cui siamo condotti dalla conoscenza dei beni da lui largiti”. E perché è così importante la pietà? Calvino risponde: “Fintantoché́ gli uomini non hanno chiaramente impresso nel cuore il pensiero che tutto debbono a Dio, che sono teneramente nutriti sotto il suo sguardo paterno, finché; insomma, non lo considerano autore di ogni bene, in modo da non desiderare altro che lui, mai gli si sottometteranno con sincera devozione” (I.ii.1).

È questo che soprattutto Calvino desiderò insegnare alla sua “perfetta scuola di Cristo”. Faremmo bene a imitarlo.

Salmo 1,1-2: Tutto Inizia Qui (Il Salmo del Giorno, 1/365)

Salmo 1 è la “porta” all’intero libro dei salmi che può essere chiamato “la Bibbia in miniatura”. Questo salmo, insieme al successivo, ci prepara a comprendere e a praticare bene tutto ciò che il salterio ha da trasmetterci. Ora consideriamolo:

Beato l’uomo che non cammina secondo il consiglio degli empi, che non si ferma nella via dei peccatori, né si siede in compagnia degli schernitori,

Racchiudendo con Salmo 2 l’introduzione all’intero libro che segue (segnalato nel 1:1 e 2:12 dalla parola “beato/i”), il salterio inizia pronunciando una benedizione speciale per chi dà retta alla sua saggezza e impara da esso a percorrere la retta via. Mentre nel v.2 il salmista caratterizzerà questa persona in termini positivi, qui nel v.1 la descrive attraverso una serie di negazioni che tracciano la graduale progressione (o meglio discesa) di chi, al contrario, si lascia influenzare dagli empi e finisce nel diventare empio egli stesso. Prima si comincia a dargli ascolto (si cammina secondo il loro consiglio), poi ci si mette a imitarli (ci si ferma nella loro via), e infine ci si unisce completamente a loro (ci si siede nella loro compagnia).

ma il cui diletto è nella legge del Signore e su quella legge medita giorno e notte.

A differenza di chi medita sul consiglio degli empi, il giusto (ossia il “beato”) si distingue per la sua constante meditazione, giorno e notte, sul consiglio (la “legge”) del Signore, la parola della sua istruzione. Tale meditazione è frutto non di dovere ma di diletto. Ciò in cui troviamo il nostro diletto più grande è ciò a cui ci dedicheremo giorno e notte. Dunque, il giusto che trova la benedizione del Signore è segnato principalmente dal diletto nella parola di Dio, e per questo egli cammina, si ferma, e si siede nella presenza di Dio, non nella compagnia degli empi.

Secoli dopo la scrittura di questo salmo, l’apostolo Giovanni identificherà Gesù Cristo come la “Parola” di Dio nel senso definitivo, in quanto non era la parola che riguardava Dio ma la Parola che “era Dio” egli stesso (Giov. 1,1). La massima e perfetta rivelazione di Dio è dunque Gesù, dietro le cui spalle non si nasconde nessun altro. Ecco perché Gesù stesso dichiara: “Voi investigate le Scritture perché pensate di avere per mezzo di esse vita eterna, ed esse son quelle che rendono testimonianza di me” (Giov. 5,39). In altre parole, non possiamo trarre nessun beneficio dalle parole delle Scritture se non meditiamo in esse sulla Parola di cui parlano. Infatti, è in questa Parola che la persona beata trova il suo diletto supremo, la persona che considera tutto “un danno di fronte all’eccellenza della conoscenza di Cristo Gesù” (Fil. 3,8).

La Storia della Chiesa in un Anno: Giovanni Crisostomo, Girolamo, e il Potere della Parola (13/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: Giovanni Crisostomo, Girolamo, e il Potere della Parola (13/52)

Dai mezzi usati da Dio si vede come la stoltezza di Dio sia più saggia della sapienza degli uomini, e come la sua debolezza sia più forte della fortezza umana. In che senso più forte? Nel senso che la croce, nonostante gli uomini, si è affermata su tutto l’universo e ha attirato a sé tutti gli uomini. Molti hanno tentato di sopprimere il nome del Crocifisso, ma hanno ottenuto l’effetto contrario. Questo nome rifiorì sempre di più e si sviluppò con progresso crescente (Giovanni Crisostomo, Omelie sulla prima lettera ai Corinzi, 4.3.4; PG 61, 34-36)

Nella prefazione all’opera In Chrysostomi (vol.9, col.834-835), il riformatore Giovanni Calvino scrisse: “Benché l’omelia sia qualcosa che consiste in una varietà di elementi, l’interpretazione della Scrittura è comunque la sua priorità. In questo ambito, nessuna persona sensata negherebbe che il nostro Crisostomo primeggia su tutti gli antichi scrittori attualmente conosciuti… Il merito principale del nostro Crisostomo è questo: egli si premurò sempre di non deviare, nemmeno nei minimi dettagli, dal genuino e chiaro significato della Scrittura e di non concedersi alcuna libertà di distorcere il senso semplice delle parole.”

Benché famoso per le sue doti oratorie (il suo soprannome significa appunto “bocca d’oro), Giovanni chiamato “Crisostomo” (349ca-407 d.C.), diacono e sacerdote ad Antiochia e poi arcivescovo di Costantinopoli, si distinse per la sua rigorosa fedeltà nell’esporre le Scritture secondo il senso inteso dai suoi autori. Questo approccio contrastava quello utilizzato da molti dei suoi contemporanei, ossia l’interpretazione allegorica. Crisostomo detestava il metodo allegorico perché sfociava in ogni sorta di interpretazione speculativa e fantasiosa, smussando “la testimonianza di … Gesù Cristo e lui crocifisso” che rende impotente la forza umana e “pazza la sapienza del mondo” (1 Cor. 1:20; 2:1-2). Secondo Crisostomo, la responsabilità dell’interprete è di attenersi strettamente al significato originario dei testi biblici in modo da sentire la voce di Dio senza impedimento.

Insieme a Crisostomo, Girolamo (347-420 d.C.) è anche ricordato per la sua dedizione alla Scrittura. Svolgendo il duplice ruolo di teologo e linguista, Girolamo si impegnò a tradurre l’intera Bibbia dalle lingue originali (l’ebraico, l’aramaico, e il greco) in latino, la lingua corrente della chiesa occidentale. Il risultato fu la Vulgata, e per finirla Girolamo impiegò circa ventitré anni della sua vita, dovendosi anche trasferire in Israele (dove dopo fondò un monastero) per perfezionare la sua padronanza della lingua ebraica.

È tragico che la traduzione di Girolamo, eseguita per rendere la Bibbia accessibile a tutti i cristiani dell’epoca, divenisse nel medioevo uno strumento per fare il contrario: impedire ai laici di leggere e incontrare personalmente la divina rivelazione attestata nella Scrittura. Ciononostante, la parola di Dio, come affermò Crisostomo, non può essere mai soppressa ma rifiora sempre e si sviluppa con progresso crescente. Nel corso della storia, la voce di Dio che parla nella Bibbia si libera da ogni tentativo di domarla o imprigionarla e rivendica la sua unica e assoluta autorità.

La Storia della Chiesa in un Anno: Origene di Alessandria (7/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: Origene di Alessandria (6/52)

Gli stoici infatti sostengono che quando il più forte degli elementi preverrà, tutte le cose si muteranno in fuoco. Ma la nostra fede è che la Parola preverrà su tutto il creato razionale…. Perché, pur essendoci malattie e ferite del corpo che nessuna capacità medica può guarire, noi sosteniamo che nella mente non esiste nessun male troppo forte da non poter essere vinto dalla Suprema Parola e Dio. Poiché più forte di tutti i mali nell’anima è la Parola. (Origene di Alessandria, Contra Celsum, 8,72)

Una delle figure più controverse nella storia della chiesa fu Origene di Alessandria (185-254 d.C. circa), soprannominato Adamanzio, cioè “l’uomo di acciaio”, a causa delle sue severe pratiche ascetiche. Dopo il martirio di suo padre nel 202, il giovane Origene, il più grande di sette figli, si assunse la responsabilità di mantenere la sua famiglia. Particolarmente dotato di grandi capacità intellettuali, Origene si associò alla famosa scuola teologica di Alessandria, dove esercitò un’enorme influenza che avrebbe segnato il pensiero cristiano anche tanti secoli dopo.

Opposto dal vescovo Demetrio, Origene fu espulso da Alessandria (232 d.C.) e si trasferì a Cesarea marittima (Israele) dove fondò una nuova scuola teologica e continuò il suo lavoro per tanti anni. Nonostante la sua età sempre più avanzata, Origene non frenò la sua prolifica produzione letteraria. Anche quando fu imprigionato e torturato durante la persecuzione di Decio, non abiurò la sua fede e proseguì il suo lavoro teologico. Morì non tanto tempo, soccombendo presumibilmente alle ferite subite durante la sua incarcerazione.

Grazie al suo genio, Origene svettava sui suoi contemporanei, dimostrandosi esperto in filosofia, teologia, filologia, apologetica, ed esegesi biblica. Tra le migliaia dei suoi scritti (per non parlare delle sue orazioni e prediche), Origene sviluppò le discipline della teologia sistematica (De principiis) e del commentario biblico. Problematiche, però, furono le sue prospettive su un gran numero di luoghi dottrinali e filosofici. Amalgamò l’insegnamento scritturale al pensiero platonico e avanzò concetti come la preesistenza delle anime, l’universale salvezza finale, e l’eterna subordinazione del Figlio di Dio al Padre. Quest’ultimo avrebbe condotto a gravi eresie come l’arianesimo che negava la piena divinità di Cristo. In più, la sua esegesi allegorica delle Scritture aprì le porte ad ogni sorta di interpretazione speculativa e fantasiosa.

Malgrado questi errori (che non sono da sottovalutare), non possiamo non ammirare lo zelo inestinguibile con cui Origene cercò, per tutta la sua vita, di approfondire e disseminare la Parola di Dio. Possiamo imparare molto dal suo impegno infaticabile, persino durante periodi di dura afflizione e persecuzione, di testimoniare e difendere la fede cristiana in un mondo nemico e ostile al vangelo. L’esempio di Origene ci richiama all’esortazione dell’apostolo Paolo a Timoteo: “predica la parola, insisti in ogni occasione favorevole e sfavorevole, convinci, rimprovera, esorta con ogni tipo di insegnamento e pazienza,… sii vigilante in ogni cosa, sopporta le sofferenze, svolgi il compito di evangelista, adempi fedelmente il tuo ministero” (2 Tim. 4,2, 5).

La Storia della Chiesa in un Anno: Ireneo di Lione (5/52)

La Storia della Chies in un Anno: Ireneo di Lione (5/52)

La Chiesa, sparsa in tutto il mondo,… ricevette dagli apostoli e dai loro discepoli la fede nell’unico Dio, Padre onnipotente, che fece il cielo la terra e il mare e tutto ciò che in essi è contenuto. La Chiesa accolse la fede nell’unico Gesù Cristo, Figlio di Dio, incarnatosi per la nostra salvezza. Credette nello Spirito Santo che per mezzo dei profeti manifestò il disegno divino di salvezza… Avendo ricevuto, come dissi, tale messaggio e tale fede, la Chiesa li custodisce con estrema cura … benché ovunque disseminata. Vi aderisce unanimemente quasi avesse una sola anima e un solo cuore. Li proclama, li insegna e li trasmette all’unisono, come possedesse un’unica bocca. (Ireneo di Lione, Contro le Eresie, 1,10,1-3)

Ireneo di Lione (130-202 d.C.) fu uno degli esponenti più importanti della fede cristiana ortodossa contro il pericolo dell’eresia. Nato a Smirne, Ireneo fu discepolo di Policarpo che, a sua volta, era stato discepolo dell’apostolo Giovanni. Nel 177-178 d.C., Ireneo assunse l’incarico del vescovato a Lione dopo il martirio del vescovo precedente, e poi si impegnò ad evangelizzare tutta la Gallia circostante.

Parte di questa missione fu l’opposizione ai falsi insegnamenti che corrompevano il vangelo. Perciò, Ireneo scrisse la sua opera Contro le Eresie per contrastare lo gnosticismo, un’aberrazione filosofica che, pur reputandosi ‘cristiana’, si distingueva per la sua visione dualistica (l’idea che il mondo materiale è intrinsecamente malvagio e solo lo spirito è puro), le sue nozioni speculative sull’esistenza di vari esseri divini che fungevano da mediatori tra la deità suprema e il mondo, e la sua concezione di salvezza come gnosi, cioè l’apprendimento di una sapienza spirituale nascosta alla maggior parte dell’umanità.

Nel rifiutare gli gnostici, Ireneo dimostrò l’incoerenza delle loro dottrine, facendo appello alla regola fidei, ovvero il riassunto della fede cristiana cattolica e apostolica. La regola serviva da metro fidato che permise a Ireneo di valutare la correttezza o meno di varie interpretazioni delle Scritture e di fornirne l’esposizione retta. Tanti secoli dopo, possiamo ancora imparare molto dai suoi approfondimenti biblici. Ne elenchiamo tre:

1) Contro lo gnosticismo, Dio non si serve di mediatori per compiere tutte le sue opere di creazione, rivelazione, e redenzione, ma le fece con le sue proprie “mani”, ossia la sua Parola (suo Figlio) e il suo Spirito.

2) Ancora contro lo gnosticismo, la conoscenza di Dio non è un mistero comprensibile solo a pochi; piuttosto è pienamente rivelata a tutti in Gesù Cristo.

3) Infine, Cristo, quale l’ultimo Adamo (Rom. 5,12-21), ci riconciliò con Dio attraverso tutto il corso della sua vita, dalla nascita all’ascensione, ricapitolando in se stesso la vita e la storia dell’umanità. In altre parole, Gesù si sostituì al nostro posto e nella nostra carne per offrire al Padre l’ubbidienza di cui eravamo incapaci e subire la morte cui eravamo condannati. Come esclamò l’apostolo Pietro, “Cristo ha sofferto una volta per i peccati, lui giusto per gli ingiusti, per condurvi a Dio” (1 Pietro 3,18). Amen!

Evangelico, Cattolico, e Riformato

Il titolo di quest’articolo viene dal libro scritto da George Hunsinger sulla teologia di Karl Barth. Non ho intenzione di parlare di questo libro adesso; lo menziono solo perché il suo titolo fornisce un utile riassunto dei tipi di argomenti che vorrei esplorare qui sul Riformissio. Questo non significa che quello che scriverò qui avrà sempre a che fare con9780802865502 questi tre temi. Essi, comunque, ben rappresentano gli argomenti generali che vorrei affrontare su questo blog. Quindi, che cosa voglio dire con questi tre termini?

Evangelico

Il termine ‘evangelico’ soffre a volte di fraintendimenti, ambiguità, o abusi. Perciò, vorrei rivendicare questo termine e recuperare il suo significato fondamentale in quanto esso deriva dall’Evangelo. I veri cristiani sono persone dell’Evangelo e pertanto sono ‘Evangelici’. È vero che siamo salvati da Cristo, ma, com’anche Giovanni Calvino disse, Cristo non è mai, per così dire, ‘nudo’ ma è sempre vestito del suo Evangelo. Senza l’Evangelo, non abbiamo niente. Con l’Evangelo, abbiamo tutto. Secondo Atti 1:8, i discepoli di Gesù sono principalmente i suoi ‘testimoni’, e possono adempiere a questa missione solo se rimangono fedeli all’Evangelo. Per questo motivo, ho intenzione di parlare di questioni che in qualche modo hanno a che vedere con la giusta comprensione dell’Evangelo affinché possiamo assicurarci che il messaggio che proclamiamo è veramente ciò che deve essere. Questo significa che a volte dovrò esaminare gli insegnamenti di alcuni che si reputano ‘Evangelici’ ma le cui idee riguardanti l’Evangelo potrebbero essere un po’ problematiche. Mentre il mio scopo non è quello di essere troppo critico o polemico, l’analisi critica dei punti di vista diversi è talvolta necessaria per poter poi offrire un’alternativa migliore. Per riassumere, sono convinto che in fin dei conti, non si può essere ‘Evangelici’ senza l’Evangelo. Quindi, la mia motivazione principale nello scrivere articoli su questo blog è il mio desiderio di essere, e di incoraggiare altri ad essere, fedeli all’Evangelo.

Cattolico

So che in Italia, il termine ‘cattolico’ è quasi sempre associato alla Chiesa Cattolica Romana, anche se il suo significanto è molto più ampio. Io lo uso, dunque, con due sensi diversi. Prima di tutto, sono interessato a parlare di argomenti che riguardano appunto questo senso più comune di ‘cattolico’. L’Italia è un paese che da secoli è dominato dal Cattolicesimo Romano e dove la Riforma Protestante ha avuto poco impatto durevole. Come Protestante Evangelico, devo affrontare (come, presumo, anche molti che leggeranno questo blog) tutti i giorni le sfide che la Chiesa di Roma mi pone davanti. Mentre molti Protestanti ed Evangelici nel mondo ritengono che il Cattolicesimo sia ormai molto vicino, se non quasi identico, alla storica fede della Riforma e della Bibbia, io continuo a credere fortemente che, nonostante alcuni reali cambiamenti avvenuti nella Chiesa Romana, i problemi identificati dai primi Riformatori Protestanti non siano stati ancora risolti. La Riforma è tanto pertinente al giorno d’oggi quanto lo era nel XVI secolo. Quindi, vorrei affrontare, dalla prospettiva Protestante, alcune questioni che riguardano il Cattolicesimo Romano e il suo rapporto con le chiese della Riforma. Di nuovo, il mio scopo principale non è quello di essere critico, anche se, poiché amo la chiesa di Gesù Cristo, mi rendo conto che a volte è necessario criticare per poter poi ricostruire.

Il secondo senso in cui uso la parola ‘cattolico’ riguarda il suo significato originario, cioè ‘universale’. Ammetto che per una gran parte della mia vita (e probabilmente come una reazione al Cattolicesimo) sono stato ignorante dei grandi tesori che si trovano nella storia e nella tradizione della chiesa cattolica (attenzione, non Romana ma intesa come universale). È un errore pensare che il grande slogan della Riforma – sola Scrittura – significa ‘solo io e la Bibbia’. I Riformatori sapevano che non leggiamo mai la Bibbia senza presupposti o preconcetti che possono distorcere la nostra interpretazione. Abbiamo sempre bisogno di leggere le sacre Scritture insieme al resto della chiesa di Cristo universale, insieme a ciò che Ebrei 12:1 chiama la “grande schiera di testimoni” che ci hanno preceduto e che ci circondano. Se stiamo attenti, ci accorgiamo che i libri della Bibbia non furono quasi mai destinati a soli individui; di solito furono scritti alla comunità di Dio (per esempio al popolo d’Israele, o all’intera chiesa di Corinto o di Efeso) con l’intenzione di essere letti ed ascoltati in un contesto communitario. Per questo motivo, vorrei interagire con diversi teologi importanti della storia cristiana su questo blog per fornire delle risorse che ci possono aiutare nella nostra vocazione di promuovere la riforma della chiesa. In questo momento (anche se sempre soggetto a modifiche future) i miei interessi principali sono l’epoca patristica (come Ireneo ed Atanasio), il secolo della Riforma (come Martin Lutero e Giovanni Calvino), e il periodo moderno/contemporaneo (come Karl Barth e T.F. Torrance). Non citerò questi teologi come se avessero un’autorevolezza allo stesso livello della Parola di Dio. Li citerò invece come esseri umani fallibili che, nonostante i loro errori, possono aiutarci come insegnati e fratelli in Cristo ad ascoltare meglio la Parola di Dio. Per riassumere, mi interessa un ‘recupero’ teologico che approfitta delle ricchezze del passato per rinnovare la chiesa nel presente.

Riformato

Mi sono già identificato come Protestante ed Evangelico. Per essere più preciso, sono Battista Riformato. Sono Battista perché credo nella natura confessante della chiesa, e sono Riformato perché mi colloco nella tradizione teologica che proviene dalla Riforma e in particolare dal pensiero di Giovanni Calvino. Questo non vuol dire che sono d’accordo con tutto ciò che Calvino e i suoi eredi fecero e insegnarono. C’è infatti molto che non condivido, per non parlare del discorso del battesimo! Ciononostante, sono convinto che la tradizione Riformata funziona al meglio quando cerca di essere semper reformanda – cioè quando si riforma sempre secondo la Parola di Dio. Anche se non è ben conosciuto, è il cosiddetto ‘Calvinismo Evangelico’ (che differisce in parte dalla teologia federale della Confessione di Westminster e risale invece alla Confessione Scozzese di 1560 e trova la sua espressione contemporanea nella teologia di T.F. Torrance) con cui mi identifico di più. Siccome questa corrente della tradizione Riformata è poco conosciuta in Italia (perché è più radicata nella lingua inglese e nel terreno scozzese), spero di poter diffondere e rendere accessibili agli italiani le sue idee principali. È quest’espressione della fede Riformata che trovo più convincente e più fedele all’Evangelo, il che mi porta di nuovo al capo di quest’articolo!

Buona lettura!