Levitico 26: Per essere il vostro Dio

1) Introduzione (Levitico 26:1-2)

26:1 «“Non vi farete e non metterete in piedi né idoli, né sculture, né monumenti. Nel vostro paese non rizzerete pietre scolpite per prostrarvi davanti a loro, poiché io sono il Signore vostro Dio. Osserverete i miei sabati e porterete rispetto al mio santuario. Io sono il Signore.

Come non tante persone, io amo l’Antico Testamento. Lo amo per tanti motivi, ma soprattutto per come vedo in esso rivelarsi il Dio di Gesù Cristo che conosciamo nel Nuovo Testamento. Certo, l’Antico Testamento non parla in questi termini specifici, ma, per chi ha occhi per vedere e orecchie per udire, il Dio manifestato in esso è colui che ci ha amato così tanto che è venuto in Gesù Cristo per morire in croce per salvarci mentre eravamo ancora i suoi nemici e peccatori. Non mi stanco mai di ripetere questo: il Dio dell’Antico Testamento è il Dio di Gesù Cristo, colui che, secondo Ebrei 13:8, “è lo stesso ieri, oggi e in eterno”.

Problematici per molti, però, sono brani come quello che stiamo considerando oggi, Levitico 26. A dire il vero, tutto il libro di Levitico risulta difficile alle sensibilità contemporanee. È un libro di leggi che sembrano non finire mai. Si occupa di tante prescrizioni riguardanti il culto del tabernacolo, il sacerdozio levitico e il sacrificio di animali che, nella migliore delle ipotesi, appaiono al lettore contemporaneo antiquati e irrilevanti alle questioni del mondo attuale.

Lasciando però tutto questo a parte, il capitolo 26 di Levitico (che costituisce il suo culmine) apparentemente presenta Dio come lo stereotipato giudice severo che non tollera la più minima infrazione della sua legge ed è sempre pronto a infliggere le punizioni più estreme e devastanti. “Io vi resisterò con furore e vi castigherò sette volte di più per i vostri peccati. Mangerete la carne dei vostri figli e delle vostre figlie” (vv.28-29). Sul serio? Questo Dio, si pensa, è l’opposto della figura di Gesù Cristo che predicava un messaggio di amore, perdono e compassione. Questa caratterizzazione di Dio è, per molti, un buon motivo per non leggere l’Antico Testamento, o la Bibbia in generale, o persino per rifiutare Dio stesso: “se questo è il Dio della Bibbia, è meglio evitarlo!”

Una tale idea, benché comune, è del tutto sbagliata. Che sia del tutto sbagliata si capisce quando si impiega il tempo necessario per approfondire il linguaggio di Levitico 26 alla luce del suo contesto. Se così facciamo, vedremo che questo capitolo, insieme all’intero libro di Levitico, non sarà più un sasso d’inciampo ma una preziosa testimonianza della grandezza dell’amore di Dio per noi, lo stesso amore che si è rivelato supremamente in Gesù suo Figlio. Vedremo che (per anticipare la conclusione del capitolo nel v.45) Dio ci ama così tanto che non c’è limite a quello che farà “per essere il nostro Dio”.

Cominciamo dunque con il contesto. Qual è il significato del libro di Levitico e di questo capitolo in particolare?

2) La mia dimora in mezzo a voi (Levitico 26:1-13, 46)

26:1 «“Non vi farete e non metterete in piedi né idoli, né sculture, né monumenti. Nel vostro paese non rizzerete pietre scolpite per prostrarvi davanti a loro, poiché io sono il Signore vostro Dio. Osserverete i miei sabati e porterete rispetto al mio santuario. Io sono il Signore.

Se vi comportate secondo le mie leggi, se osservate i miei comandamenti e li mettete in pratica, io vi darò le piogge nella loro stagione, la terra darà i suoi prodotti e gli alberi della campagna daranno i loro frutti. La trebbiatura vi durerà fino alla vendemmia, e la vendemmia vi durerà fino alla semina; mangerete a sazietà il vostro pane e vivrete sicuri nel vostro paese. Io farò sì che la pace regni nel paese; voi vi coricherete e non ci sarà chi vi spaventi; farò sparire dal paese le bestie feroci e la spada non passerà per il vostro paese. Voi inseguirete i vostri nemici ed essi cadranno davanti a voi per la spada. Cinque di voi ne inseguiranno cento, cento di voi ne inseguiranno diecimila, e i vostri nemici cadranno davanti a voi per la spada. Io mi volgerò verso di voi, vi renderò fecondi e vi moltiplicherò e manterrò il mio patto con voi. 10 Voi mangerete il raccolto dell’anno precedente e, quando sarà vecchio, lo tirerete fuori per fare posto a quello nuovo. 11 Io stabilirò la mia dimora in mezzo a voi e non vi detesterò. 12 Camminerò tra di voi, sarò vostro Dio e voi sarete mio popolo. 13 Io sono il Signore vostro Dio; vi ho fatto uscire dal paese d’Egitto per liberarvi dalla schiavitù; ho spezzato il vostro giogo e vi ho fatto camminare a testa alta….

46 Tali sono gli statuti, le prescrizioni e le leggi che il Signore stabilì tra sé e i figli d’Israele, sul monte Sinai, per mezzo di Mosè.

C’è molto che possiamo scoprire sul significato di Levitico solo da questo capitolo. Il libro contiene “gli statuti, le prescrizioni e le leggi che il Signore stabilì tra sé e i figli d’Israele, sul monte Sinai, per mezzo di Mosè” (v.46). Dopo aver liberato Israele dalla schiavitù in Egitto, Dio lo conduce al monte Sinai nel deserto dove lo costituisce “mio popolo” con il patto di cui questi comandamenti fanno parte integrante (vv.12-13). Indicano come Israele dovrà essere un popolo santo, rispecchiando così la santità del suo Dio. La santità del popolo è indispensabile visto che Dio ha stabilito, e stabilirà ancora, il suo “santuario”, cioè la sua “dimora” mezzo a loro (vv.2, 11).

Letto alla luce dell’intera narrativa della Bibbia fino a questo punto, il ruolo d’Israele qui acquisisce un’importanza cruciale. Questi sono i discendenti di Abraamo attraverso i quali Dio ha promesso di portare benedizione a tutte le famiglie della terra. Questa benedizione è il rovesciamento della maledizione introdotta in Genesi 3, le terribili conseguenze del peccato illustrate dall’espulsione di Adamo ed Eva fuori dal giardino d’Eden e nel dominio della morte. Il giardino, secondo Genesi 2, fu il santuario originale, la dimora del Creatore in mezzo alle sue creature dove esse potevano vivere appieno la comunione per cui Dio le aveva create. Ma Dio promise che non avrebbe permesso al peccato di rovinare tutto per sempre. Aveva un piano per togliere il peccato, per distruggere la morte, per riconciliare l’umanità con se stesso, e per ripristinare la loro comunione in eterno.

Questo piano giunge a una tappa importante quando, alla fine di Esodo, Mosè finisce la costruzione del tabernacolo e la gloria del Signore — in forma di una nuvola e del fuoco — lo riempie, indicando che Dio finalmente è tornato ad abitare in mezzo agli esseri umani, rappresentati dai figli d’Israele. Questo tabernacolo è “l’ambasciata” della nuova creazione, e questo momento anticipa ciò che Dio intende compiere in tutto il mondo, facendolo diventare la sua santa dimora.

Israele, però, si è già dimostrato, e si dimostrerà ancora, un popolo tutt’altro che santo. È testardo e disubbidiente, propenso all’idolatria e incline all’incredulità. Come può dunque il “tre volte santo” Dio dimorare in mezzo a un popolo così impuro? Questo è il tema dominante di Levitico e l’interrogativo al cuore di tutti i suoi precetti e insegnamenti. La risposta è quella che leggiamo qui in Levitico 26:3: “Se vi comportate secondo le mie leggi, se osservate i miei comandamenti e li mettete in pratica”, allora il popolo godrà di tutte le benedizioni che risultano dall’essere in piena comunione con Dio. Levitico insegna a Israele come essere un popolo santo in modo da poter ospitare la presenza di Dio tra di loro.

È necessario notare che le benedizioni qui promesse non sono premi di cui Israele deve dimostrarsi degno e meritevole. Nel v.13 Dio gli ricorda esplicitamente: “Io sono il Signore vostro Dio; vi ho fatto uscire dal paese d’Egitto per liberarvi dalla schiavitù”. In altre parole, il Signore è già il loro Dio; non devono comportarsi bene prima che egli lo diventi. Il Signore li ha già liberati dalla schiavitù; non devono compiere opere buone prima che egli agisca a loro favore. Il fatto che il Signore gli dià questa legge per insegnargli la santità è già un dono di grazia e un segno del suo amore, perché implica che essi non siano ancora santi, altrimenti a che scopo servirebbe la legge? Le benedizioni che Dio promette a condizione dell’ubbidienza non sono quindi da intendersi come il premio per un popolo meritevole ma piuttosto come il risultato “normale” di quando si vive in piena comunione con Dio nella sua presenza. Descrivono il benessere che consegue solo, ma sempre, dalla vita santa. La santità non è un mezzo per ottenere altre cose più desiderabili; è se stessa il suo proprio premio maggiore.

3) Resisterò alla vostra resistenza (Levitico 26:18-39)

14 «“Ma se non mi date ascolto e se non mettete in pratica tutti questi comandamenti, 15 se disprezzate le mie leggi e detestate le mie prescrizioni non mettendo in pratica tutti i miei comandamenti e così rompete il mio patto, 16 ecco quel che vi farò a mia volta: manderò contro di voi il terrore, la consunzione e la febbre, che annebbieranno i vostri occhi e consumeranno la vostra vita, e seminerete invano la vostra semenza: la mangeranno i vostri nemici. 17 Volgerò la mia faccia contro di voi e voi sarete sconfitti dai vostri nemici; quelli che vi odiano vi domineranno e vi darete alla fuga senza che nessuno vi insegua.

18 Se nemmeno dopo questo vorrete darmi ascolto, io vi castigherò sette volte di più per i vostri peccati. 19 Spezzerò la superbia della vostra forza, farò in modo che il vostro cielo sia come di ferro e la vostra terra come di bronzo. 20 La vostra forza si consumerà invano, poiché la vostra terra non darà i suoi prodotti e gli alberi della campagna non daranno i loro frutti.

21 E se mi resistete con la vostra condotta e non volete darmi ascolto, io vi colpirò sette volte di più, secondo i vostri peccati. 22 Manderò contro di voi le bestie feroci, che vi rapiranno i figli, stermineranno il vostro bestiame, vi ridurranno a un piccolo numero, e le vostre strade diventeranno deserte.

23 E se, nonostante questi castighi, non volete correggervi per tornare a me, ma con la vostra condotta mi resisterete, anche io vi resisterò 24 e vi colpirò sette volte di più per i vostri peccati. 25 Manderò contro di voi la spada, che farà vendetta per la trasgressione del mio patto; voi vi raccoglierete nelle vostre città, ma io manderò in mezzo a voi la peste e sarete dati in mano al nemico. 26 Quando vi toglierò il sostegno del pane, dieci donne cuoceranno il vostro pane in uno stesso forno, vi distribuiranno il vostro pane a peso e mangerete, ma non vi sazierete.

27 E se, nonostante tutto questo, non volete darmi ascolto, ma con la vostra condotta mi resisterete, 28 anch’io vi resisterò con furore e vi castigherò sette volte di più per i vostri peccati. 29 Mangerete la carne dei vostri figli e delle vostre figlie. 30 Io distruggerò i vostri alti luoghi, spezzerò le vostre statue consacrate al sole, ammucchierò i vostri cadaveri sui resti dei vostri idoli e vi detesterò. 31 Ridurrò le vostre città a deserti, desolerò i vostri santuari e non aspirerò più il soave odore dei vostri profumi. 32 Desolerò il paese; e i vostri nemici che vi abiteranno ne saranno stupefatti. 33 E, quanto a voi, io vi disperderò fra le nazioni e vi inseguirò a spada tratta; il vostro paese sarà desolato e le vostre città saranno deserte.

34 Allora la terra si godrà i suoi sabati per tutto il tempo che rimarrà desolata e che voi sarete nel paese dei vostri nemici; allora la terra si riposerà e si godrà i suoi sabati. 35 Per tutto il tempo che rimarrà desolata avrà il riposo che non ebbe nei vostri sabati, quando voi l’abitavate. 36 Quanto ai superstiti fra di voi, io toglierò il coraggio dal loro cuore nel paese dei loro nemici; il rumore di una foglia agitata li metterà in fuga; fuggiranno come si fugge davanti alla spada e cadranno senza che nessuno li insegua. 37 Precipiteranno l’uno sopra l’altro come davanti alla spada, senza che nessuno li insegua, e voi non potrete resistere davanti ai vostri nemici. 38 Perirete fra le nazioni e il paese dei vostri nemici vi divorerà. 39 I superstiti fra di voi saranno afflitti nei paesi dei loro nemici a causa delle proprie iniquità; e saranno afflitti anche a causa delle iniquità dei loro padri.

Che dunque dobbiamo dire riguardo alle maledizioni che seguono nei versetti successivi? È Dio che cambia idea nei confronti del suo popolo, o che fa vedere che il suo amore non è in realtà incondizionato, perché sembra convertirsi in rabbia quando il popolo non rispetta i suoi comandamenti? O forse esiste un’altra possibilità, cioè che, anche se non si può guadagnare il favore di Dio all’inizio, lo si può perdere se non si mantiene una perfetta ubbidienza alla sua volontà? Queste sono domande non insignificanti, perché il modo in cui rispondiamo determinerà, in gran parte, se vorremo avvicinarci a questo Dio oppure allontanarcene.

Per rispondere, la prima cosa da fare è attendere a come Dio introduce ogni serie di maledizioni che manderà contro il popolo per spiegare il motivo per cui lo farà:

14 «“Ma se non mi date ascolto …

18 Se nemmeno dopo questo vorrete darmi ascolto, io vi castigherò…

21 E se mi resistete con la vostra condotta e non volete darmi ascolto, io vi colpirò…

23 E se, nonostante questi castighi, non volete correggervi per tornare a me, ma con la vostra condotta mi resisterete, anche io vi resisterò…

27 E se, nonostante tutto questo, non volete darmi ascolto, ma con la vostra condotta mi resisterete, 28 anch’io vi resisterò con furore…

Evidenziando queste frasi, vediamo subito che Dio non agisce nei confronti del suo popolo come un giudice severo ma come un padre addolorato per la ribellione di suo figlio. Ogni frase indica come Dio, dopo aver mandato una serie di castighi al popolo, si trattiene un momento per vedere se esso ha imparato la lezione. Questo non è un dio che trova soddisfazione nell’affliggere peccati, o un dio che esagera la punizione rispetto al misfatto. Questo è il Padre celeste amorevole che, con ogni castigo, desidera far tornare il suo figlio prodigo a sé, ed è pronto a perdonare e a smettere di castigare nel momento in cui il figlio si fa correggere.

Ma bisogna dire di più. C’è anche una parola molto interessante che si ripete più volte: resistere. Vs. 21: “se mi resistete…”; vs.23: “se, nonostante questi castighi … con la vostra condotta mi resisterete…”; vs. 27: “se, nonostante tutto questo … con la vostra condotta mi resisterete…”. E notiamo come il Signore risponde: vs.23: “…anche io vi resisterò…”; vs.28: “…anch’io vi resisterò con furore”; e poi ancora nel vs.41: “…peccati per i quali anch’io avrò dovuto resistere loro…”. A primo sguardo, questo potrebbe sembrare un esempio del famoso principio: “occhio per occhio, dente per dente”. Vale a dire, voi fate male a me, e quindi io faccio male a voi. Voi avete offeso me, quindi io vi faccio pagarne le conseguenze.

In realtà, però, non è così. Il Signore non è quella divinità capricciosa che all’improvviso cambia idea o che cambia il modo in cui ci tratta in base al suo umore. Egli è lo stesso Dio che nel v.13 ha ricordato a Israele nel v.13: “Io sono il Signore vostro Dio; vi ho fatto uscire dal paese d’Egitto per liberarvi dalla schiavitù; ho spezzato il vostro giogo e vi ho fatto camminare a testa alta.” Quando, per spiegare il motivo per cui manda queste terribili afflizioni, Dio dice: “anche io vi resisterò”, è per amore e non per rancore o vendetta personale che lo fa. Avverte il popolo: “se mi resistete, sappiate che io resisterò alla vostra resistenza! Se mi rifiutate, sappiate che io rifiuterò il vostro rifiuto”. Perché Dio deve resistere alla resistenza del suo popolo? Perché deve rifiutare il suo rifiuto? È perché lo ama, e il suo amore è così grande e inarrestabile che non c’è limite a quello che farà per compiere tutto il bene che ha promesso di fargli.

Vediamo chiaramente, dunque, che l’ira di Dio, lungi dall’essere opposta al suo amore, è il suo amore. L’ira di Dio è la forma che il suo amore assume nei confronti di ciò che lo rifiuta, di ciò che tenta di evitare le sue benedizioni, di ciò che pone resistenza al compimento del suo benevolo proposito. Quando Dio promette, da un lato, benedizioni per l’ubbidienza e, dall’altro, maledizioni per la disubbidienza, non è Dio che cambia, mutando il suo amore in ostilità. Cambia solo la maniera in cui si esprime il suo amore. È proprio perché Dio ama in modo incondizionato che rifiuta di lasciar andare il suo popolo quando esso cerca di scappare. È il buon pastore che rifiuta di permettere alla pecora smarrita di rimanere per sempre perduta. L’ira di Dio è il grande “No!” dell’amore di Dio all’uomo che pretende: “non la tua volontà, ma la mia sia fatta!”

4) Per essere il vostro Dio (Levitico 26:40-45)

40 «“E confesseranno la loro iniquità e l’iniquità dei loro padri, l’iniquità delle trasgressioni commesse contro di me e della resistenza oppostami, 41 peccati per i quali anch’io avrò dovuto resistere loro e deportarli nel paese dei loro nemici; ma allora, se il cuore loro incirconciso si umilierà e se accetteranno la punizione della loro iniquità, 42 io mi ricorderò del mio patto con Giacobbe, mi ricorderò del mio patto con Isacco e del mio patto con Abraamo, e mi ricorderò del paese; 43 poiché il paese sarà abbandonato da loro e si godrà i suoi sabati mentre rimarrà desolato, senza di loro. Essi sconteranno la loro colpa per aver detestato le mie prescrizioni e avere avuto in avversione le mie leggi. 44 Ma, nonostante tutto questo, quando saranno nel paese dei loro nemici, io non li disprezzerò e non li prenderò in avversione fino al punto d’annientarli del tutto e di rompere il mio patto con loro; poiché io sono il Signore loro Dio; 45 ma per amor loro mi ricorderò del patto stretto con i loro antenati, che feci uscire dal paese d’Egitto, sotto gli occhi delle nazioni, per essere il loro Dio. Io sono il Signore”».

Ecco perché fallisce l’idea che il Dio “severo dell’Antico Testamento” è contrario al Dio “amorevole del Nuovo”. Ecco perché fallisce anche l’obbiezione che dice: “non potrei mai credere in un dio d’ira, ma solo in in dio d’amore”. La severità di Dio è la misura dell’intensità del suo amore. Questo è bellissimamente affermato nell’ultimo versetto del capitolo. Dio promette che, dopo aver fatto piombare tutte queste maledizioni sul suo popolo, non lo metterà allo sterminio totale ma “per amor loro mi ricorderò del patto stretto con i loro antenati … per essere il loro Dio”. Per amor loro. Per essere il loro Dio. Questo è infatti cosa vuol dire “l’amore di Dio”, e cosa l’amore di Dio vuole. Per essere il loro, e anche il nostro Dio. Dio è talmente risoluto e determinato di essere il nostro Dio e di fare di noi il suo popolo che non si limiterà a niente per compierlo. Nessun ostacolo è troppo grande. Nessuna resistenza è troppo forte. Nessun rifiuto è troppo definitivo. Egli sarà il nostro Dio, e noi saremo il suo popolo. Costi quello che costi (e, secondo Levitico 26, il costo può essere decisamente alto!), Dio compirà il suo benevolo proposito nei nostri confronti.

La più grande conferma di questo non è però la testimonianza di Levitico 26 ma la croce di Gesù Cristo nella quale sia le benedizioni sia le maledizioni di Levitico si compiono nel modo più grande e assoluto. L’apostolo Paolo lo spiega così in Galati 3:10, 13-14:

10 Infatti tutti quelli che si basano sulle opere della legge sono sotto maledizione, perché è scritto: «Maledetto chiunque non si attiene a tutte le cose scritte nel libro della legge per metterle in pratica»…. 13 Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, essendo divenuto maledizione per noi (poiché sta scritto: «Maledetto chiunque è appeso al legno»), 14 affinché la benedizione di Abraamo venisse sugli stranieri in Cristo Gesù, e ricevessimo, per mezzo della fede, lo Spirito promesso.

Che grande amore è infatti questo! Gesù Cristo, l’unico che era veramente degno di ogni benedizione (essendone in realtà lui la fonte!) si è fatto diventare maledizione al posto di tutti noi che, come Israele, siamo testardi e disubbidienti, propensi all’idolatria e inclini all’incredulità. In Levitico, le maledizioni erano destinate a peccatori come noi. Ma in Gesù, vediamo Dio che prende su di sé queste maledizioni per dare a noi peccatori le benedizioni che non potremmo mai ottenere altrimenti. Grazie al sacrificio di Gesù, adesso noi riceviamo “la benedizione di Abraamo … per mezzo della fede, lo Spirito promesso”. In Gesù, vediamo che veramente non c’è limite a quello che Dio nel suo amore farà per benedirci, anche se richiede la morte del proprio Figlio!

Voglio lasciarvi con un’ultima immagine. Alla fine del Salmo 23, il salmista afferma: “Certo, beni e bontà m’accompagneranno tutti i giorni della mia vita”. Il verbo qui tradotto “accompagneranno” è in realtà molto più forte in ebraico. Letteralmente vuol dire “inseguire”, ed è un termine che di solito viene usato in contesti di guerra per descrivere, per esempio, un esercito che “insegue” un nemico sconfitto per distruggerlo fino all’ultimo uomo. In Salmo 23:6, il salmista usa questa stessa parola per descrivere la sua certezza che la bontà del Signore lo “inseguirà”. Il senso è della frase è questo: il Dio di cui una volta ero nemico ha sconfitto la mia ribellione, e adesso le sue benedizioni e la sua bontà mi inseguiranno tutti i giorni della mia vita, e non smetteranno di inseguirmi finché non sperimento appieno tutto il bene che il Signore vuol farmi. Questo è davvero un grande amore! Questa è davvero una grande speranza!

Genesi 1:1-5 Nel Principio Dio

1) Dio Creò (Genesi 1:1-2)

1 Nel principio Dio creò i cieli e la terra. La terra era informe e vuota, le tenebre coprivano la faccia dell’abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque.

La Bibbia inizia, in Genesi 1:1, con le famose parole: “Nel principio Dio creò i cieli e la terra”. L’enormità del significato di questa sola frase è uguale alle dimensioni dell’universo che essa descrive. Se comprendiamo questo, anche solo in modo parziale, ci cambierà radicalmente la vita. È dunque necessario riflettere bene su questo, meditando attentamente su ogni singola parola.

Nel principio, Dio creò i cieli e la terra.

Nel principio, Dio creò.

Nel principio, Dio.

È interessante notare che la Bibbia non comincia dal punto di vista umano o con un tentativo di provare l’esistenza di Dio quando la maggior parte delle persone pensa di sé come il presupposto dell’esistenza e della ragione. L’influente filosofo francese Renato Cartesio lo disse così: “Penso, quindi sono”. In altre parole, non posso essere veramente certo di niente se non la mia esistenza. Parto sempre dal fatto che io esisto, e valuto tutto in quanto riesco a capirlo rispetto alle mie esperienze. Se credo in Dio, è perché ho giudicato le prove della sua esistenza convincenti. Se non ci credo, forse è perché non credo in ciò che non posso toccare, vedere o sentire. Se cerco Dio, è perché ne sento il bisogno. Se non lo cerco, è perché penso di farcela senza di lui. In ogni caso — credente o non credente, praticante o non praticante — sono sempre io al centro della questione. La questione dell’esistenza di Dio, la questione del suo ruolo nella mia vita, tutto viene determinato in base alla mia capacità di indagare, ragionare, e giudicare.

La Bibbia, al contrario, inizia nel modo opposto. Non offre prove o ragioni per dimostrare l’esistenza di Dio. Non cerca di rendere pertinente la questione alla nostra vita. Dichiara in modo semplice e schietto: “Nel principio, Dio”. Così dovrebbe essere anche il nostro modo di pensare e di fare. Non “nel principio io” ma “nel principio Dio”. Questo deve essere il nostro presupposto di vita, il nostro punto di partenza. L’esistenza di Dio dovrebbe essere per noi più certa del fatto che noi esistiamo. Il nostro approccio non dovrebbe essere “penso, quindi sono” ma “Dio, quindi sono”. L’esistenza di Dio è l’unico, vero, inalterabile, innegabile fatto della realtà. “Nel principio, Dio” e nient’altro. Inoltre, “nel principio Dio creò” significa che, come l’universo, i cieli e la terra, devono tutta la loro esistenza solo a questo, così anche noi. L’apostolo Giovanni, commentando e ampliando Genesi 1 alla luce della venuta della Parola di Dio, Gesù Cristo, spiega:

Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei, e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. (Giovanni 1:1-3)

Negare, dunque, l’esistenza di Dio è la forma di irrazionalità più assurda, perché nega la fonte e l’origine di tutto quello che esiste all’infuori di Dio. Sarebbe simile se un figlio negasse di aver avuto una madre, o se un libro negasse di aver avuto un autore, o se un edificio negasse di aver avuto un architetto. Di conseguenza, partire non dal “nel principio Dio” ma dal “nel principio io” scompiglierà e rovinerà tutto quello che segue.

Ecco perché Salmo 14:1 dichiara senza equivoci: “Lo stolto ha detto nel cuor suo: ‘Non c’è Dio'”. E cosa ne risulta? I versetti successivi (2-3) lo precisano:

Sono corrotti, fanno cose abominevoli; non c’è nessuno che faccia il bene. Il Signore ha guardato dal cielo i figli degli uomini, per vedere se vi è una persona intelligente, che ricerchi Dio. Tutti si sono sviati, tutti sono corrotti, non c’è nessuno che faccia il bene, neppure uno.

“Nel principio Dio” è, secondo Genesi 1:1, la bussola senza la quale navigare questo mondo e questa vita è impossibile. Avere la bussola rotta ci porterà lontano da dove vogliamo e dobbiamo andare.

2) Dio Disse (Genesi 1:3)

Dio disse: «Sia luce!» E luce fu.

Poi nel v.3 di Genesi 1, troviamo un altro dato di fatto che sempre precede e fonda la nostra esistenza e la nostra esperienza: “Dio disse”. Questo Dio che era nel principio, che è egli stesso il principio, non è un dio zitto e muto. Dio è il Dio che dice, che parla, che comunica. E quando parla, chiama all’esistenza le cose che non sono. “Dio disse: “Sia luce!” E luce fu.” Nel principio, Dio non parlò a un altro che esisteva già insieme a lui. Dio parlò alla luce e le diede un comando prima che la luce fosse, ma fu la sua parola stessa, rivolta alla luce inesistente, che portò la luce all’esistenza. Vale a dire, la parola di Dio è efficace; compie la volontà di chi la pronuncia. Così afferma il Signore in Isaia 55:10-11:

Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver annaffiato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, affinché dia seme al seminatore e pane da mangiare, così è della mia parola, uscita dalla mia bocca: essa non torna a me a vuoto, senza aver compiuto ciò che io voglio e condotto a buon fine ciò per cui l’ho mandata.

Così afferma il Signore anche in Geremia 1:12:

Io vigilo sulla mia parola per mandarla a effetto.

E ancora una volta in Giovanni 1, v.5:

La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta.

Se le tenebre mai provassero a resistere alla parola di Dio che chiama la luce dal nulla, non riuscirebbero a contrastarla. “Dio disse: ‘Sia luce'”, e le tenebre non potevano sopraffare il potere del comando divino, ma dovevano arrendersi davanti a esso e cedere spazio all’arrivo della luce.

Questo concetto della parola e del parlare di Dio deve affiancarsi a quello dell’esistenza di Dio: nel principio Dio creò, e nel principio Dio disse. Di nuovo, la Bibbia qui all’inizio non cerca di provare che la parola di Dio è veritiera ed efficace; fa vedere semplicemente che lo è. Non chiede neanche se la parola di Dio sia attinente o importante alla nostra vita, perché “essa era nel principio con Dio” (Giovanni 1:2). Ovvero, la domanda da fare, quella con cui la Bibbia inizia, non è: “È la parola di Dio pertinente alla vita umana?” ma piuttosto: “È la vita umana pertinente alla parola di Dio?” Il principio dell’universo, il fondamento della realtà, il dato di fatto inalterabile prima di ogni nostro pensare, sperimentare e fare è la parola di Dio, come diventa chiaro alla fine di Genesi 1:

26 Poi Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza, e abbiano dominio sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». 27 Dio creò l’uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina. 28 Dio li benedisse; e Dio disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra, rendetevela soggetta, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sopra ogni animale che si muove sulla terra».

Secondo questo, non sono la ragione e l’esperienza umane che convalidano la parola di Dio, ma è la parola di Dio che le crea e costituisce. La parola di Dio, essendo “nel principio con Dio”, non è soggetta al giudizio umano né deriva la sua attendibilità dalla nostra valutazione. È la parola di Dio che è il nostro giudice, la parola di Dio che valuta la nostra fedeltà o meno. Ciò che succede quando si nega “nel principio, Dio” succede anche quando si nega “nel principio Dio disse”. In Genesi 3:2, sarà proprio questa la tentazione del serpente che farà cadere Adamo ed Eva nel peccato, nel decadimento, e infine nella morte:

«Come! Dio vi ha detto di non mangiare da nessun albero del giardino?»

Il messaggio qui è evidente: non dobbiamo mai pensare di poter chiamare in giudizio la parola di Dio; dobbiamo solo dare ascolto, sottometterci e ubbidire a essa. Come fu per l’universo così continua a essere per noi tutti i giorni della nostra vita: nel principio Dio disse. Ecco il motivo per la beatitudine nel Salmo 1 di chi:

…il cui diletto è nella legge del Signore e su quella legge medita giorno e notte. Egli sarà come un albero piantato vicino a ruscelli, il quale dà il suo frutto nella sua stagione e il cui fogliame non appassisce; e tutto quello che fa prospererà. (vv.2-3)

Così in Deuteronomio 32:46-47 il Signore comanda al suo popolo per bocca di Mosè:

Prendete a cuore tutte le parole che oggi pronuncio solennemente davanti a voi. Le prescriverete ai vostri figli, affinché abbiano cura di mettere in pratica tutte le parole di questa legge. Poiché questa non è una parola senza valore per voi: anzi, è la vostra vita.

3) Dio Separò (Genesi 1:4-5)

Dio vide che la luce era buona; e Dio separò la luce dalle tenebre. Dio chiamò la luce «giorno» e le tenebre «notte». Fu sera, poi fu mattina: primo giorno.

C’è ancora un terzo elemento che dobbiamo considerare. Dopo aver creato la luce, il testo di Genesi 1 prosegue dicendo che “Dio vide che la luce era buona; e Dio separò la luce dalle tenebre”. Questo “separare” la luce dalle tenebre fu e rimane indispensabile. Se Dio non avesse separato la luce dalle tenebre, se non avesse chiamato la luce “giorno” e le tenebre “notte”, non avrebbe potuto garantire che le tenebre non avrebbero sopraffato, o almeno confuso, la luce. Questa separazione protegge la luce dalle tenebre, e assicura che le tenebre abbiano sempre un limite oltre il quale non riescono a passare. Questa separazione è la promessa che, nonostante sia la notte, il giorno sicuramente spunterà. Notiamo infatti l’ordine dei giorni in Genesi 1: “Fu sera, poi fu mattina: primo giorno”. Non “fu mattina, poi fu sera”, come se la luce venisse sopraffata dalle tenebre, ma “fu sera, poi fu mattina” per dire: “è la luce che sempre vincerà!” E questo trionfo grazie alla separazione che Dio creò tra la luce e le tenebre, tra il giorno e la notte.

Lo stesso punto è ripetuto nella narrazione dei due giorni successivi nei vv.6-13:

Poi Dio disse: «Vi sia una distesa tra le acque, che separi le acque dalle acque». Dio fece la distesa e separò le acque che erano sotto la distesa dalle acque che erano sopra la distesa. E così fu. Dio chiamò la distesa «cielo». Fu sera, poi fu mattina: secondo giorno.

Poi Dio disse: «Le acque che sono sotto il cielo siano raccolte in un unico luogo e appaia l’asciutto». E così fu. 10 Dio chiamò l’asciutto «terra», e chiamò la raccolta delle acque «mari». Dio vide che questo era buono. 11 Poi Dio disse: «Produca la terra della vegetazione, delle erbe che facciano seme e degli alberi fruttiferi che, secondo la loro specie, portino del frutto avente in sé la propria semenza, sulla terra». E così fu. 12 La terra produsse della vegetazione, delle erbe che facevano seme secondo la loro specie e degli alberi che portavano del frutto avente in sé la propria semenza, secondo la loro specie. Dio vide che questo era buono. 13 Fu sera, poi fu mattina: terzo giorno.

In questi versetti, troviamo la stessa enfasi sulla separazione che Dio effettua tra i vari elementi nella creazione. Nel v.6, Dio crea una distesa (sempre tramite la sua parola!) per separare le acque. Poi nel v.9, Dio ordina alle acque di essere “raccolte in un unico luogo” affinché possa apparire “l’asciutto”. Anche se il testo non usa la parola “separare”, l’idea è sempre quella. Dio separa le acque dalla terra asciutta per permettere alla terra, come prosegue nei vv.11-12, di produrre “della vegetazione, delle erbe … e degli alberi” per portare frutto. Di nuovo vediamo come la separazione che Dio stabilisce tra le acque e l’asciutto è indispensabile alla vita. Se, come dice nel v.2, c’è solo l’acqua sulla superficie, la terra sarà solo “informe e vuota”, incapace di ospitare la vita. Come il limite che Dio impone alle tenebre garantisce che la luce non ne sarà sopraffatta, così anche il limite che Dio impone alle acque garantisce che l’asciutto non sparirà e la vita potrà prosperare. Questo, ovviamente, anticipa il giudizio del diluvio nel cap.7 quando Dio permette che le acque tornino a ricoprire l’asciutto, e di conseguenza ogni essere vivente sull’asciutto muore.

Ecco quindi la necessità del comando di Dio che separa, che limita, che dice anche di no. Il comando, o possiamo anche dire la legge di Dio, è quella che stabilisce l’ordine, che previene il caos, e che crea le condizioni occorrenti alla vita. Senza il comando di Dio, la terra sarebbe informe e vuota, la vita sparirebbe, e la luce sarebbe sopraffatta dalle tenebre. E come l’esistenza e la parola di Dio così anche il comando di Dio: è nel principio. Esso è il presupposto della nostra esistenza, della nostra felicità, e della nostra pace. Abbiamo queste cose solo nella misura in cui ubbidiamo a quello che Dio comanda. Dio dunque parlava seriamente quando nel 2:16-17:

…ordinò all’uomo: «Mangia pure da ogni albero del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai».

Questo, secondo Genesi 1, è il terzo dato di fatto inalterabile e imprescindibile della nostra esistenza. Possiamo provare a ignorarlo, a negarlo, o a contrastarlo, ma l’unico risultato sarà sempre lo stesso: la morte.

4) Il Nuovo Principio

Questo, infatti, è la condizione del mondo in cui viviamo. Il mondo non è come descritto in Genesi 1, in cui le tenebre e le acque — sia quelle letterali sia quelle metaforiche — ubbidiscono sempre alla parola di Dio. A volte la mattina non spunta dopo la notte e la luce sembra avvolta dalle tenebre. A volte le acque non rimangono nel posto assegnato loro ma straripano e inondano e distruggono. Il mondo in cui viviamo appare più “informe e vuoto” che ordinato e prospero. Questo è perché viviamo nel mondo del Genesi 3, il mondo in cui abbiamo messo noi stessi “nel principio” al posto di Dio, in cui abbiamo rifiutato la sua parola e ci siamo ribellati alla sua legge. E ne stiamo pagando le conseguenze. Per tornare al Salmo 14:

Sono corrotti, fanno cose abominevoli; non c’è nessuno che faccia il bene. Il Signore ha guardato dal cielo i figli degli uomini, per vedere se vi è una persona intelligente, che ricerchi Dio. Tutti si sono sviati, tutti sono corrotti, non c’è nessuno che faccia il bene, neppure uno.

Ecco perché nel suo vangelo, Giovanni non si limita a commentare Genesi 1; va oltre la prima creazione per parlare di una nuova:

La vera luce che illumina ogni uomo stava venendo nel mondo. 10 Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l’ha conosciuto. 11 È venuto in casa sua, e i suoi non l’hanno ricevuto; 12 ma a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio, a quelli cioè che credono nel suo nome, 13 i quali non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma sono nati da Dio.

14 E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre. 15 Giovanni gli ha reso testimonianza, esclamando: «Era di lui che io dicevo: “Colui che viene dopo di me mi ha preceduto, perché era prima di me. 16 Infatti dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia”». 17 Poiché la legge è stata data per mezzo di Mosè; la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo. (Giovanni 1:9-17)

Qui vediamo che il Dio Creatore che era nel principio è venuto poi nella sua creazione, divenendo parte di essa in forma umana, per ricreare ciò che si era corrotto e per darci un nuovo principio. Vediamo come la Parola di Dio, il Figlio di Dio stesso, è sceso dal cielo come la pioggia e la neve (per usare il linguaggio di Isaia 55) e non ci è tornato a vuoto, senza aver compiuto ciò per cui era stato mandato. La stessa Parola che era nel principio con Dio per mezzo della quale ogni cosa è stata fatta, questa Parola ha parlato di nuovo in mezzo alle tenebre del peccato e della morte e ha fatto risplendere la luce della vita eterna che non sarà mai sopraffatta. E vediamo che laddove la legge è risultata inefficace a salvare — in questo caso la legge “data per mezzo di Mosè” — “la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo” per togliere il peccato del mondo. Anche se il peccato e la morte abbondano in questo mondo, la grazia che abbiamo ricevuto in Cristo sovrabbonda ancora di più. Infatti è dalla pienezza di Dio in Cristo che abbiamo ricevuto la grazia della salvezza, e per questo abbiamo ricevuto, e riceviamo ancora, grazia su grazia su grazia su grazia su grazia.

Questo è il compimento del messaggio di Genesi 1, e in Cristo abbiamo il privilegio di beneficiarne. Rallegriamoci dunque! Fidiamoci sempre di più del Dio che era nel principio, perché è lui che in Cristo ci ha fatto rinascere a un nuovo principio nella speranza certa che un giorno tutta la creazione sarà fatta nuova, e potremmo allora goderci il mondo di pace, di giustizia e di amore che Dio ha promesso di realizzare. Amen.