Giovanni 11: La Risurrezione e la Vita

1) Affinché crediate… (Giovanni 20:30-31)

A) Lo scopo di Giovanni

Nel nostro studio di Giovanni, abbiamo fatto costante riferimento al prologo (1:1-18) per ricordarci sempre dei temi centrali del vangelo. La Parola che nel principio era con Dio ed era Dio stesso è diventata carne per abitare tra di noi e così farci conoscere il Dio che nessuno ha mai visto. Ma non abbiamo ancora guardato in avanti, alla conclusione nel 20:30-31, dove Giovanni esplicita il motivo per cui ha scritto questo vangelo. Leggiamolo adesso:

30 Ora Gesù fece in presenza dei {suoi} discepoli molti altri segni, che non sono scritti in questo libro; 31 ma questi sono stati scritti affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome.

Ecco chiaramente lo scopo di Giovanni: affinché crediamo in Gesù. Certo, questo non è l’obiettivo più grande perché “credendo, abbiate vita nel suo nome”. La destinazione finale è la vita eterna in Gesù, la partecipazione nella sua vita che ha vinto il peccato e la morte e che ci permette di dimorare nella presenza di Dio per tutta l’eternità. Ma, come Gesù stesso dichiara in 14:6, la fede in lui è l’unica strada che conduce a questa destinazione, ed è dunque la fede che ha per noi un’importanza determinante.

Se colleghiamo l’inizio e la fine del vangelo, vediamo così il quadro completo: la Parola di Dio è diventata carne in Gesù Cristo per farci conoscere Dio affinché noi, conoscendolo tramite quanto è stato scritto, crediamo in lui e riceviamo la vita eterna. Quindi, è la conoscenza di Dio rivelata in Gesù che precede e crea la fede. E, anche se Giovanni avrebbe potuto scrivere altro (i “molti altri segni che non sono scritti in questo libro”), quello che ha scritto è sufficiente per condurci alla fede. In altre parole, nessuno, dopo aver letto il vangelo di Giovanni, può dire di aver ancora bisogno di altro per credere — altre prove, altre testimonianze, altre rivelazioni — perché quel è stato scritto basta “affinche crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio”.

B) Il problema della morte

Teniamo presente tutto ciò quando cominciamo a riflettere su Giovanni 11, in cui troviamo la storia della risurrezione di Lazzaro, l’amico di Gesù. Teniamolo presente, perché è proprio qui che Giovanni ci aiuta a superare uno dei più grandi ostacoli alla fede: credere che Dio è amore nonostante la sofferenza nel mondo, e soprattutto la morte che mette fine a tutto. Anche una vita vissuta nelle migliori condizioni immaginabili sotto il sole non può scappare da questa dura realtà. Grande o piccolo, ricco o povero, bello o brutto, buono o cattivo, ogni essere umano finisce nella tomba. Le altre difficoltà, afflizioni, e angoscie della vita sono solo un pallido riflesso della sorte che prima o poi deve toccare a tutti.

Ora, questo cosiddetto “problema del male” è antico quanto il mondo e diffuso come l’aria che respiriamo. In qualche modo, tutte le religioni e filosofie cercano di farsene una ragione. Ma il problema del male e della morte diventa particolarmente acuto quando si tratta del Dio rivelato in Gesù, colui che è definito come “amore” (1 Giovanni 4:8, 16). Come riconciliare il Dio che è amore con l’esistenza del male e della morte? Sarebbe molto più facile riconciliare Dio con l’esistenza del male e della morte se lui fosse definito invece “cattivo” o “crudele” o “maligno”. Ma il Dio che è amore, e amore soltanto? Molti pensano infatti che sia impossibile credere in Dio data la realtà del mondo in cui viviamo. L’obbiezione viene spesso formulata così: se un dio esiste, non può essere il Dio della Bibbia, perché se fosse onnipotente, non sarebbe un dio d’amore; oppure, se fosse un dio d’amore, non sarebbe onnipotente, altrimenti non ci permetterebbe di soffrire e morire. Di conseguenza, molti ritengono l’idea di Dio, almeno com’è rivelato nelle Scritture, letteralmente incredibile, perché è diametralmente opposta alle nostre esperienze.

C) La soluzione di Giovanni 11

In Giovanni 11, questo problema — concentrato nella malattia e la morte di Lazzaro — viene direttamente affrontato. Giovanni sa che questo problema è grave, che sembra insormontabile, e quindi riferisce questo fatto per rispondere, affinché, anche di fronte a quel male che affligge e infine distrugge la vita, possiamo credere in Gesù e, credendo, abbiamo la vita nel suo nome. Fino a questo punto nel vangelo, abbiamo visto dei segni che anticipano la salvezza e la nuova creazione che Dio intende fare: la trasformazione dell’acqua in vino, la purificazione del tempio, la guarigione dei malati, il miracoloso provvedimento di pane in un luogo deserto. Però, se Dio viene meno proprio nel momento più critico — quando arriva il ladro Morte per scassinare e rubare la vita umana — tutto il resto risulterà vano e insensato. Dunque, “affinché crediamo”, è assolutamente necessario che si trovi una soluzione al problema della morte; o più specificamente, una soluzione che ci permetta di credere nel Dio che è amore nonostante la realtà della morte.

Ecco l’importanza di Giovanni 11. Ma prima una breve premessa: bisogna notare che, per rispondere al problema della morte, Giovanni non ci dà una spiegazione ma una storia. Non dobbiamo aspettarci dunque di scoprire qualche sillogismo logico che tolga ogni mistero o slogan motivazionale che allevi ogni dolore. La vita è troppo complessa, e le vie di Dio sono troppo inscrutabili che possiamo sbarazzarci di ogni dubbio riguardo alla questione. Giovanni 11 invece ci racconta una storia, una storia che non ci fornisce un principio “onni-esplicativo” ma ci invita piùttosto ad aggrapparci a una Persona onnipotente e onniamorevole.

2) L’amore onnipotente che lascia morire (Giovanni 11:1-18)

1 C’era un ammalato, un certo Lazzaro di Betania, del villaggio di Maria e di Marta, sua sorella. Maria era quella che unse il Signore di olio profumato e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; Lazzaro, suo fratello, era malato. Le sorelle dunque mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». Gesù, udito ciò, disse: «Questa malattia non è per la morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio sia glorificato».

Or Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro; come ebbe udito che egli era malato, si trattenne ancora due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Torniamo in Giudea!» I discepoli gli dissero: «Rabbì, proprio adesso i Giudei cercavano di lapidarti, e tu vuoi tornare là?» Gesù rispose: «Non vi sono dodici ore nel giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; 10 ma se uno cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui». 11 Così parlò; poi disse loro: «Il nostro amico Lazzaro si è addormentato, ma vado a svegliarlo». 12 Perciò i discepoli gli dissero: «Signore, se egli dorme sarà salvo». 13 Or Gesù aveva parlato della morte di lui, ma essi pensarono che avesse parlato del dormire del sonno. 14 Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto, 15 e per voi mi rallegro di non essere stato là, affinché crediate; ma ora, andiamo da lui!» 16 Allora Tommaso, detto Didimo, disse ai condiscepoli: «Andiamo anche noi, per morire con lui!» 17 Gesù dunque, arrivato, trovò che Lazzaro era già da quattro giorni nel sepolcro. 18 Or Betania distava da Gerusalemme circa quindici stadi, 19 e molti Giudei erano andati da Marta e Maria per consolarle del [loro] fratello.

I lineamenti della storia sono abbastanza semplici. Un uomo di nome Lazzaro, fratello di Maria e Marta e amico di Gesù, si ammala e sta sulla soglia della morte. Lazzaro abita con le sue sorelle a Betania, un piccolo villaggio nei dintorni di Gerusalemme, e mandano a chiamare Gesù, sapendo che lui è capace di guarire Lazzaro prima che muoia. In questo periodo, Gesù rimane fuori da Gerusalemme perché i Giudei lì sono decisi che Gesù deve essere ucciso, ma la sua ora non è ancora venuta. Gesù alla fine arriva, ma troppo tardi per guarire Lazzaro; l’ammalato ormai è morto e già sepolto nella tomba. Chi conosce questa storia sa già come andrà a finire: Gesù è potente non solo sulla malattia ma anche sulla morte, e quindi risusciterà Lazzaro e chiamarlo fuori dalla tomba.

Riassunta così, la storia di Lazzaro è già forte, perché non succede tutti i giorni che i morti risuscitino. Ma il vero potere di questa storia sta nei piccoli dettagli che richiedono più riflessione per capire il loro significato. Non possiamo in una sola mezz’oretta approfondire tutto, quindi considerate questo studio come un inizio e uno stimolo a ulteriore riflessione da parte vostra. Evidenzierò per voi alcuni di questi dettagli significativi e farò qualche commento al riguardo, ma spetterà a voi portare avanti la riflessione che certamente ripagherà molte volte il tempo impiegato per farlo.

Il primo dettaglio da notare è come Giovanni mette in risalto l’amore di Gesù per Lazzaro. L’uomo malato non è uno qualsiasi; nel v.3 è “colui che tu [Gesù] ami è malato”. Nell’appello di Maria e Marta, questo fatto chiaramente accentua l’urgenza della situazione: “Gesù, il tuo molto amato amico sta per morire; quindi vieni subito!” Ma questo non è solo una strategia retorica, perché Giovanni stesso poi commenta nel v.5 che “Gesù amava” Lazzaro e non solo: amava anche Marta e Maria. E come se questo non bastasse per convincerci, Giovanni riporta ancora nel v.36 come “i Giudei dicevano: «Guarda come lo amava!»” dopo che essi hanno visto Gesù piangere davanti alla tomba dove Lazzaro era sepolto. Ben tre volte, quindi, il testo insiste che Gesù amava Lazzaro, e quanto l’amava vista la sua angoscia davanti alla tomba!

Bisogna poi notare un secondo dettaglio importante: il potere di Gesù di fronte alla morte. Per chi conosce Gesù e ha visto altri segni da lui compiuti, è ormai scontato che lui è capace di guarire i malati. La conoscenza di questo suo potere è implicita nella richiesta di Maria e Marta. Anche se non glielo chiedono esplicitamente, il loro messaggio a Gesù: “Signore, ecco, colui che tu ami è malato” lascia intendere il loro desiderio: “Vieni presto perché solo tu puoi salvare Lazzaro dalla morte!” La fiducia delle sorelle in Gesù è evidente dopo quando sia Marta sia Maria gli dicono: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto” (vs.21, 32).

In questo modo, il testo ci costringe a concludere sia che Gesù amava tantissimo Lazzaro e le sue sorelle sia che Gesù aveva il potere di guarire Lazzaro e salvargli la vita. Ricordando che è in Gesù che veniamo a conoscere Dio, dobbiamo concludere inoltre che non esiste veramente una contraddizione tra l’amore e la potenza di Dio. Forse non comprendiamo, di fronte al male e alla morte, come Dio può essere sia amorevole che onnipotente, ma, dopo aver letto la storia di Lazzaro, nessuno può usare questo problema per giustificare la propria incredulità perché, detto semplicemente, in Gesù vediamo sia il Dio che ama sia il Dio che può salvare da ogni male.

Ma questo non significa che la fede deve chiudere gli occhi al problema del male. Anzi, Giovanni risponderebbe che il problema è in realtà più grave di quanto lo scettico pensi! Questo è il terzo dettaglio importante che ci potrebbe facilmente sfuggire. Rileggiamo vs.5-6 con grande attenzione:

Or Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro; come ebbe udito che egli era malato, si trattenne ancora due giorni nel luogo dove si trovava.

Purtroppo questa traduzione, la Nuova Riveduta, offusca un po’ il collegamento cruciale tra questi due versetti. Leggiamoli nella Nuova Diodati che è più chiara:

Or Gesú amava Marta, sua sorella e Lazzaro. Come dunque ebbe inteso che Lazzaro era malato, si trattenne ancora due giorni nel luogo dove egli era.

La parola chiave è “dunque” nel v.6, e rende sconvolgente tutta questa vicenda. Gesù amava Lazzaro e le sue sorelle, e “dunque”, per questo motivo “si trattenne ancora due giorni”, facendo in modo da arrivare troppo tardi per poter guarire Lazzaro. Ma come? Se avessi scritto io questo capitolo, avrei detto invece: “Or Gesù amava Marta, sua sorella e Lazzaro; tuttavia si trattenne ancora due giorni”. Ma il testo dice il contrario: Gesù si trattiene e non viene subito quando sente che Lazzaro sta per morire proprio perché ama lui e le sue sorelle. È l’amore di Gesù che lo costringe a non venire in tempo per guarire Lazzaro! È perché Gesù ama Lazzaro e le sue sorelle così tanto che si trattiene ancora due giorni deliberatamente per lasciare che Lazzaro muoia! Ma che tipo di amore è questo? Possiamo chiamarlo “amore”? Forse è meglio chiamarlo “indifferenza” o “negligenza” o persino “odio”! Oggi, se un medico lasciasse morire deliberatamente un suo paziente, sarebbe legalmente colpevole di un grave reato! Immaginiamo se poi, per difendersi in tribunale, un tale medico direbbe di averlo fatto per il suo grande amore del paziente. Lo chiameremmo pazzo, o psicopatico!

Così infatti molti accusano Dio, se esiste, di non essere amorevole, o di non essere potente da salvare. Ed è proprio qui nella storia di Lazzaro che giungiamo al punto decisivo dove dobbiamo rispondere alla seguente domanda: vogliamo insistere che Dio abbia torto perché non si conforma al nostro concetto di “amore”, o siamo disposti ad ammettere di avere torto noi nel modo in cui spesso pensiamo cos’è l’amore di Dio e lasciarci istruire dalla sua parola? Per dirlo in termini paolini: vogliamo continuare a essere conformati al pensiero del mondo, o ci lasceremo trasformare “mediante il rinnovamento della [nostra] mente” (Romani 12:2)? Se optiamo (come spero!) per il rinnovamento della nostra mente, dobbiamo accettare che l’amore onnipotente di Dio è quello che a volte dice di no, che si trattiene e arriva in ritardo alle nostre richieste, e persino che lascia morire.

3) L’amore onnipotente che piange (Giovanni 11:20-37)

20 Come Marta ebbe udito che Gesù veniva, gli andò incontro; ma Maria stava seduta in casa. 21 Marta dunque disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto; 22 {ma} anche adesso so che tutto quello che chiederai a Dio, Dio te lo darà». 23 Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà». 24 Marta gli disse: «Lo so che risusciterà, nella risurrezione, nell’ultimo giorno». 25 Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà, 26 e chiunque vive e crede in me, non morirà mai. Credi tu questo?» 27 Ella gli disse: «Sì, Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che doveva venire nel mondo».

28 Detto questo, se ne andò e chiamò di nascosto Maria, sua sorella, dicendole: «Il Maestro è qui, e ti chiama». 29 Ed ella, udito questo, si alzò in fretta e andò da lui. 30 Or Gesù non era ancora entrato nel villaggio, ma era sempre nel luogo dove Marta lo aveva incontrato. 31 Perciò i Giudei che erano in casa con lei e la consolavano, vedendo che Maria si era alzata in fretta ed era uscita, la seguirono, supponendo che si recasse al sepolcro a piangere. 32 Appena Maria fu giunta dov’era Gesù e lo ebbe visto, gli si gettò ai piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto». 33 Quando Gesù la vide piangere, e vide piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, fremette nello spirito, si turbò e disse: 34 «Dove lo avete deposto?» Essi gli dissero: «Signore, vieni a vedere!» 35 Gesù pianse. 36 Perciò i Giudei dicevano: «Guarda come lo amava!» 37 Ma alcuni di loro dicevano: «Non poteva, lui che ha aperto gli occhi al cieco, far sì che questi non morisse?»

Forse a questo punto, ci troviamo a dire con gli ex-discepoli di Gesù in 6:60: “Questo parlare è duro; chi può ascoltarlo?” Però, se siamo convinti, come lo era Pietro, che non abbiamo nessun altro a cui andare che abbia “parole di vita eterna” (6:68), ci aggrapperemo più forte che mai a Gesù, anche se non capiamo tutto. Ma grazie a Dio, la storia di Lazzaro non finisce qui, e proseguendo nella lettura scopriamo che pur essendo l’amore onnipotente che lascia morire, l’amore onnipotente di Dio è quello che piange insieme a noi, che prova ogni tristezza del nostro cuore, che non rimane distante o indifferente dalle nostre sofferenze ma che s’immedesima con noi nei momenti più difficili della vita, l’amore che ci accompagna attraverso la valle dell’ombra della morte (Salmo 23:4).

Questo fatto mi stupisce tutte le volte che leggo questa storia. Secondo me, Giovanni 11:35 è, nonostante la sua semplicità, una delle frasi più sbalorditive in tutta la Bibbia: “Gesù pianse”. Nel v.38, vediamo quanto infatti è profondo il lamento di Gesù davanti alla tomba del suo amico: “Gesù dunque, fremendo di nuovo in se stesso, andò al sepolcro”. Le parole qui nel greco originale trasmettono il senso di grande turbamento emotivo, una tristezza che si trasforma in rabbia, un’angoscia così profonda che non può essere espressa in parole. Questo è come Gesù pianse davanti alla tomba di Lazzaro: non in modo superficiale o insincero ma con tutto il peso tremendo e devastante che accompagna la perdita di un caro.

Ciò che rende il pianto di Gesù ancora più stupefacente è il fatto che avrebbe potuto guarire Lazzaro prima che morisse, e che era pienamente consapevole del miracolo che avrebbe presto compiuto per risuscitarlo. Il nostro concetto dell’amore di Dio, dunque, deve essere abbastanza grande da poter comprendere anche questo.  Sarebbe facile pensare che, siccome Gesù è arrivato deliberatamente in ritardo, non avrebbe dovuto poi piangere per ciò che lui stesso ha permesso. Sarebbe altrettanto facile pensare che Gesù non avrebbe dovuto piangere perché sapeva che avrebbe presto riabbracciato il suo amico!

Ma di nuovo dobbiamo lasciarci istruire dalla parola di Dio e non da quello che riteniamo logico o ragionevole. L’amore che ha lasciato morire Lazzaro è lo stesso amore che piange profondamente davanti alla tomba di Lazzaro anche se intende richiamare Lazzaro dalla morte. In altre parole, non dobbiamo correre con fretta dall’inizio di questa storia alla sua risoluzione. Nella nostra riflessione, dobbiamo trascorrere un bel po’ di tempo insieme a Gesù davanti alla tomba e, vedendo le sue lacrime e ascoltando i suoi singhiozzi e sentendo il suo corpo fremere di angoscia, dobbiamo meravigliarci del suo amore che cammina con noi attraverso la valle dell’ombra della morte, anche quando è stato lo stesso amore che all’inizio ci ha condotto in quella valle. È il nostro concetto dell’amore di Dio capace di comprendere tutti e due questi fatti?

4) L’amore onnipotente che risuscita i morti (Giovanni 11:38-46)

38 Gesù dunque, fremendo di nuovo in se stesso, andò al sepolcro. Era una grotta, e una pietra era posta all’apertura. 39 Gesù disse: «Togliete la pietra!» Marta, la sorella del morto, gli disse: «Signore, egli puzza già, perché siamo al quarto giorno». 40 Gesù le disse: «Non ti ho detto che se credi, vedrai la gloria di Dio?» 41 Tolsero dunque la pietra. Gesù, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre, ti ringrazio perché mi hai esaudito. 42 Io sapevo bene che tu mi esaudisci sempre; ma ho detto questo a motivo della folla che mi circonda, affinché credano che tu mi hai mandato». 43 Detto questo, gridò ad alta voce: «Lazzaro, vieni fuori!» 44 Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti da fasce, e il viso coperto da un sudario. Gesù disse loro: «Scioglietelo e lasciatelo andare». 45 Perciò molti dei Giudei che erano venuti da Maria, e che avevano visto ciò che egli aveva fatto, credettero in lui. 46 Ma alcuni di loro andarono dai farisei e raccontarono loro quello che Gesù aveva fatto.

L’amore di Dio non intende però lasciarci in quella valle per sempre. Gesù piange davanti alla tomba di Lazzaro, ma non si arrende alla sua sorte. Poiché ci ama, s’identifica con noi nelle nostre sofferenze. Ma poiché il suo amore è onnipotente, s’impegna a liberarcene, e persino da quel nemico che ci è sempre risultato invincibile, la morte. Per dimostrare questo in modo tangibile, Gesù non permette che la morte di Lazzaro abbia l’ultima parola. Gesù è la Parola di Dio, e sarà lui ad avere l’ultima parola. E quello che vediamo qui al punto culminante della storia stupisce ancora per la sua semplicità. Davanti alla tomba, Gesù comanda ad alta voce: “Lazzaro, vieni fuori!” (v.43).

E così, il morto torna in vita e esce dalla tomba. Non c’è qui qualche rito sofisticato, l’invocazione di qualche potere superiore, l’uso di qualche innovazione tecnologica. Solo queste tre parole bastano per fare ciò che l’uomo con tutta la sua intelligenza e genialità non è mai riuscito, e non riuscirà mai, a fare: vincere la morte. E queste tre parole fanno rivivere Lazzaro non perché abbiano qualche potere in sé; qualsiasi altro lì presente avrebbe potuto dirle senza aver nessun risultato. No, queste tre semplici parole risuscitano il morto perché provengono da colui che è la Parola di Dio incarnata, colui che nel principio ha formato l’uomo dalla terra e che in grado di riformarlo anche dopo la sua morte.

Ma dobbiamo essere chiari su un certo punto. Ciò che Gesù fa nei confronti di Lazzaro è un segno. La risurrezione di Lazzaro non costituisce il compimento della nuova creazione; non è un miracolo da ripetersi nei confronti di tutti i credenti che muoiono. Come segno, è un’anteprima della nuova creazione, una prefigurazione che infonde speranza di cose future che non si vedono ancora. Ma come segno, è solo un’anteprima, solo una prefigurazione. E lo sappiamo perché la vita a cui Lazzaro è tornato non era la vita eterna e incorruttibile che sarà nostra nei nuovi cieli e la nuova terra. Lazzaro poteva, e doveva, morire di nuovo (12:10).

Ma come segno, la risurrezione di Lazzaro non è neanche da sottovalutare in quanto fornisce una prova concreta e convincente che ciò che Dio nel suo amore vuole fare per noi è anche onnipotente a farlo. Se Dio lascia morire coloro che ama perché li ama, e anche perché lui intende risuscitarli a nuova vita. Rileggiamo vs.25-26:

25 Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà, 26 e chiunque vive e crede in me, non morirà mai. Credi tu questo?» 

Far vedere questo è il punto centrale dell’intera storia. Come succede nel vangelo di Giovanni, Gesù dà testimonianza di se stesso nelle sue parole, e conferma la sua testimonianza attraverso i suoi segni. Gesù è la luce del mondo, e quindi restituisce la vista all’uomo cieco. Gesù è il pane della vita, e quindi moltiplica poco pane per sfamare un’enorme folla. Qui, Gesù si rivela come “la risurrezione e la vita”, e quindi riporta in vita un uomo morto. E come sempre, questa testimonianza riguarda Gesù stesso. Gesù non solo dà la luce; egli è la luce. Gesù non solo dà il pane; egli è il pane. Così anche qui: Gesù non solo dà nuova vita; egli è nuova vita.

In altre parole, Gesù vuole farci sapere che la risurrezione e la vita si possono avere solo in quanto si ha Gesù. La vita eterna non è un dono che Gesù ci dà separato dalla sua persona. Essere risuscitati dalla morte e ricevere il dono della vita eterna sono solo modi diversi per dire: essere uniti a Gesù, partecipare alla sua vita, come un ramo viene innestato all’albero e vive perché riceve i nutrienti e la linfa dalle radici e dal tronco. Il ramo non ha nessuna vita in sé; se viene troncato dall’albero, muore. Così noi non abbiamo, né avremo mai la vita eterna in noi stessi, ma solo in quanto siamo “innestati” all’albero che è Gesù e della sua vita che come linfa scorre nelle vene della nostra anima.

Com’è che veniamo uniti a Gesù come rami innestati all’albero? Gesù risponde: “chi crede in me, anche se muore, vivrà”. È per fede. Ricordiamoci lo scopo di Giovanni:

Questi sono stati scritti affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome. (20:31).

E se riflettiamo bene, scopriamo che questa è la risposta di Gesù al problema del male e della morte. Abbiamo già detto che non c’è nessuna contraddizione tra l’amore di Dio e la sua onnipotenza. Anzi, notando che Gesù non è arrivato in tempo per guarire Lazzaro perché l’amava, abbiamo imparato che l’amore onnipotente di Dio a volte dice di no alle nostre richieste, che si trattiene, che non interviene in tempo, che lascia morire. E Dio fa questo non a dispetto del suo amore ma a causa del suo amore per noi. Ma non abbiamo ancora scoperto perché questo trattenersi, questo arrivare troppo tardi, questo lasciar morire è l’espressione e non la contraddizione del suo amore. Quindi, chiediamo: perché? È possibile spiegare perché questo è infatti amore e non indifferenza, negligenza o odio?

Sì, è possibile. È sempre Gesù che è la risposta alle nostre domande. Abbiamo prima evidenziato l’accento posto in questa storia sull’amore, per quanto strano e scandaloso alle nostre sensibilità, che Gesù aveva per Lazzaro e le sue sorelle. Adesso bisogna rimarcare anche l’accento posto da Gesù sulla fede:

40 Gesù le disse: «Non ti ho detto che se credi, vedrai la gloria di Dio?»

41 Gesù, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre, ti ringrazio perché mi hai esaudito. 42 Io sapevo bene che tu mi esaudisci sempre; ma ho detto questo a motivo della folla che mi circonda, affinché credano che tu mi hai mandato».

Particolarmente importante è ciò che Gesù dice ai discepoli prima di partire:

14 Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto, 15 e per voi mi rallegro di non essere stato là, affinché crediate…»

Qui Gesù dice “apertamente” il motivo per cui non ha risposto subito alla richiesta di Maria e Marta e ha lasciato invece che Lazzaro morisse: per creare in loro (e in noi che leggiamo!) la fede. Solo rifiutando di guarire Lazzaro e lasciandolo morire Gesù ha potuto dimostrare di essere la risurrezione e la vita. Certo, avrebbe potuto guarire Lazzaro prima, ma così si sarebbe dimostrato solo un potente guaritore o un bravissimo medico.

Ma noi abbiamo bisogno di più. Il nostro nemico più grande non è la malattia ma la morte. Se Gesù fosse potente da guarire i malati ma non da risuscitare i morti, non sarebbe un vero salvatore. Se l’amore di Dio ci potesse aiutare nella sofferenza ma non nella morte, non sarebbe degno della nostra fiducia. No, abbiamo bisogno di un salvatore potente da risuscitare i morti e del Dio il cui amore ci conserva persino attraverso la valle della morte. E per dimostrarsi questo potente salvatore e Dio amorevole, Gesù ha dovuto lasciar morire Lazzaro, perché solo così ha potuto, nel risuscitarlo, dare un segno concreto e convincente di essere la risurrezione e la vita, e di essere degno di tutta la nostra fiducia.

Quindi, possiamo riassumere tutto così: tanto è importante che crediamo in Gesù che Dio è disposto anche a lasciar morire se questo è quello che serve per portarci alla fede. L’amore è, in fondo, ciò che vuole bene all’altro, che gli vuole infatti il bene più grande. Ora, se il nostro bene più grande è di avere la vita eterna, e se possiamo avere la vita eterna solo credendo in Gesù, allora tutto quello che serve per condurci alla fede in Gesù è amore. Siccome la fede in Gesù è più importante della salute, più importante ancora della vita stessa, allora Dio ci ama quando fa ciò che occorre per portarci a essa, anche fino a lasciar morire. Questo è infatti il motivo per cui Gesù dice che seguire lui significa morire con lui, e con queste sue parole da Luca 9:23-24 concludiamo:

23 Diceva poi a tutti: «Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua. 24 Perché chi vorrà salvare la sua vita la perderà, ma chi avrà perduto la propria vita per causa mia la salverà.

Amen.

Luca 21:5-37: Levate il Capo Perché La Liberazione Si Avvicina

1) I Segni della Fine (21:5-24)

Mentre alcuni parlavano del tempio, di come fosse adorno di belle pietre e di doni votivi, egli disse: «Verranno giorni in cui di tutte queste cose che voi ammirate non sarà lasciata pietra su pietra che non sia diroccata». Essi gli domandarono: «Maestro, quando avverranno dunque queste cose? E quale sarà il segno che tutte queste cose stanno per compiersi?»

Egli disse: «Guardate di non farvi ingannare; perché molti verranno in nome mio, dicendo: “Sono io”; e: “Il tempo è vicino”. Non andate [dunque] dietro a loro. Quando sentirete parlare di guerre e di sommosse, non siate spaventati, perché bisogna che queste cose avvengano prima; ma la fine non verrà subito». 10 Allora disse loro: «Insorgerà nazione contro nazione e regno contro regno; 11 vi saranno grandi terremoti e, in vari luoghi, pestilenze e carestie; vi saranno fenomeni spaventosi e grandi segni dal cielo. 12 Ma prima di tutte queste cose, vi metteranno le mani addosso e vi perseguiteranno consegnandovi alle sinagoghe e mettendovi in prigione, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome. 13 Ma ciò vi darà occasione di rendere testimonianza. 14 Mettetevi dunque in cuore di non premeditare come rispondere a vostra difesa, 15 perché io vi darò una parola e una sapienza alle quali tutti i vostri avversari non potranno opporsi né contraddire. 16 Voi sarete traditi perfino da genitori, fratelli, parenti e amici; faranno morire parecchi di voi 17 e sarete odiati da tutti a causa del mio nome; 18 ma neppure un capello del vostro capo perirà. 19 Con la vostra costanza salverete le vostre vite.

20 «Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, allora sappiate che la sua devastazione è vicina. 21 Allora quelli che sono in Giudea fuggano sui monti, e quelli che sono in città se ne allontanino; e quelli che sono nella campagna non entrino nella città. 22 Perché quelli sono giorni di vendetta, affinché si adempia tutto quello che è stato scritto. 23 Guai alle donne che saranno incinte, e a quelle che allatteranno in quei giorni! Perché vi sarà grande calamità nel paese e ira su questo popolo. 24 Cadranno sotto il taglio della spada e saranno condotti prigionieri fra tutti i popoli; e Gerusalemme sarà calpestata dai popoli, finché i tempi delle nazioni siano compiuti.

25 Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle; sulla terra, angoscia delle nazioni, spaventate dal rimbombo del mare e delle onde. 26 Gli uomini verranno meno per la paurosa attesa di quello che starà per accadere al mondo, poiché le potenze dei cieli saranno scrollate. 27 Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nuvola con potenza e grande gloria.

A) Il contesto del discorso di Gesù (vv.5-7)

Il capitolo 21 del vangelo di Luca riporta uno dei discorsi più famosi di Gesù, quello che concerne “gli ultimi tempi”. Ci sono tante interpretazioni riguardanti i vari dettagli e simboli presenti nel discorso, ma non dovremmo per questo perdere di vista il messaggio principale che Gesù voleva trasmettere ai suoi discepoli che vale tanto per noi oggi quanto per loro. Il messaggio è questo (v.28): “Ma quando queste cose cominceranno ad avvenire, rialzatevi, levate il capo, perché la vostra liberazione si avvicina”. È un messaggio dunque di speranza e di incoraggiamento per tempi instabili e tribolati, proprio come quello che stiamo attraversando adesso. È un messaggio che ci permette di “non temere se la terra è sconvolta”, come ci esorta Salmo 46:2. È un messaggio che ci infonda la “costanza” fino alla salvezza delle nostre vite, come dichiara Gesù nel v. 19 di questo capitolo. Quindi, è importante che ne facciamo tesoro.

Innanzitutto però dobbiamo capire il contesto e l’occasione del discorso di Gesù. Notiamo come “alcuni parlavano del tempio, di come fosse adorno di belle pietre e di doni votivi”, e che Gesù risponde annunciando: “verranno giorni in cui di tutte queste cose che voi ammirate non sarà lasciata pietra su pietra che non sia diroccata”. Ricordiamoci che il tempio, oltre ad essere il luogo di culto centrale degli ebrei, era anche il loro simbolo nazionale più importante. Senza la monarchia davidica che era caduta durante l’invasione babilonese nel sesto secolo a.C., il tempio — ricostruito da Erode — fungeva da simbolo dell’esistenza e dell’identità del popolo ebraico. Il tempio, tramite il culto, i sacrifici e il sacerdozio, serviva per garantire la presenza di Dio in mezzo a loro e la loro sopravvivenza come popolo.

Anche se non facile, dobbiamo cercare di immaginarci quanto catastrofica sarebbe stata (e che poi fu davvero) la sua distruzione. Quando nell’anno 70 d.C. i romani compirono questa profezia di Gesù e distrussero il tempio, non passò tanto tempo prima che Israele cessasse di esistere come una sola nazione nel suo paese, una situazione che sarebbe durata fino al secolo scorso. In poche parole, la fine del tempio significava la fine d’Israele come nazione. Perciò, è comprensibile che i discepoli gli chiedano subito nel v.7: “Maestro, quando avverranno dunque queste cose? E quale sarà il segno che tutte queste cose stanno per compiersi?” Vogliono, devono sapere quando succederà tutto questo perché devono essere preparati. Sono queste le domande a cui Gesù risponde con il discorso che il resto del capitolo riferisce.

B) La devastazione di Gerusalemme (vv.20-24)

Mentre leggiamo il discorso è necessario tenere a mente questi fatti. Il riferimento principale di Gesù non è il lontano futuro ma ciò che accadrà a Gerusalemme durante le vite dei suoi discepoli, come afferma chiaramente nel v.32: “In verità vi dico che questa generazione non passerà prima che tutte queste cose siano avvenute.” Ancora più convincente è l’esortazione ai suoi discepoli nel vv.20-21: “Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, allora sappiate che la sua devastazione è vicina. Allora quelli che sono in Giudea fuggano sui monti, e quelli che sono in città se ne allontanino; e quelli che sono nella campagna non entrino nella città.” E ancora nei vv.23-24: Guai alle donne che saranno incinte, e a quelle che allatteranno in quei giorni! Perché vi sarà grande calamità nel paese e ira su questo popolo. Cadranno sotto il taglio della spada e saranno condotti prigionieri fra tutti i popoli; e Gerusalemme sarà calpestata dai popoli, finché i tempi delle nazioni siano compiuti.”

Dovrebbe essere evidente che queste dichiarazioni hanno a che fare con la città di Gerusalemme e il popolo ebraico del primo secolo e, come la storia conferma, furono adempiute nell’anno 70 d.C. Non dobbiamo dunque interpretare questo discorso di Gesù come se parlasse principalmente di tutti i tempi successivi fino ai giorni nostri.

C) La prospettiva profetica del discorso (vv.25-27)

Tutto ciò non significa, però, che il discorso di Gesù non sia attuale per noi oggi. Dobbiamo tenere a mente anche un altro fatto, quello della “prospettiva profetica” che troviamo spesso negli scritti profetici della Bibbia. Nella prospettiva profetica, eventi futuri vengono spesso condensati o sovrapposti in modo da renderli indistinguibili gli uni dagli altri. Oppure, una certa profezia può avere due o più riferimenti: uno nel futuro immediato e un altro nel futuro lontano. In questo caso, il primo adempimento della profezia funge da “anteprima” o “anticipazione” del secondo (o eventualmente di un terzo o di un quarto) adempimento.

Un esempio lampante è la promessa di Genesi 3:15 quando Dio, parlando al serpente nel giardino d’Eden, annuncia: “Io porrò inimicizia fra te e la donna, e fra la tua progenie e la progenie di lei; questa progenie ti schiaccerà il capo e tu le ferirai il calcagno». Questa promessa, come ben sappiamo, fu adempiuta da Gesù quando morì e poi risuscitò, trionfando sul peccato e sulla morte. Tempo fa, però, quando abbiamo studiato il primo capitolo di Luca, abbiamo scoperto che questa profezia ebbe un adempimento già prima in Giudici 5:24-27 dove una donna chiamata Iael viene lodata per aver letteralmente schiacciato la testa del nemico d’Israele, cioè di Sisera, condottiero dell’esercito del re che per tanti anni aveva oppresso il popolo. In Luca 1:42, Elisabetta va a trovare Maria e usa le parole di Giudici 5:24 per benedire la madre di Gesù. Il punto di tutto questo è che prima di essere pienamente adempiuta da Gesù, la promessa di Genesi 3:15 ebbe altri adempimenti preliminari — come nell’episodio di Iael in Giudici — che anticipavano il più grande adempimento ancora a venire.

Il discorso di Gesù in Luca 21 manifesta questo tipo di prospettiva profetica. Essa viene fuori in modo particolare nei vv.25-27 che parlano di “segni nel sole, nella luna e nelle stelle; sulla terra, angoscia delle nazioni, spaventate dal rimbombo del mare e delle onde. Gli uomini verranno meno per la paurosa attesa di quello che starà per accadere al mondo, poiché le potenze dei cieli saranno scrollate.” Notiamo qui che siamo passati da ciò che accadrà a Gerusalemme a ciò che accadrà “al mondo”, proprio prima del ritorno di Gesù “su una nuvola con potenza e grande gloria”. Queste osservazioni indicano che, mentre Gesù si riferiva principalmente agli eventi che avrebbero portato alla distruzione del tempio nel 70 d.C., nella prospettiva profetica fanno da “anteprima” di ciò che succederà in tutti i tempi fino al ritorno di Cristo.

2) La Vostra Liberazione Si Avvicina (21:28)

28 Ma quando queste cose cominceranno ad avvenire, rialzatevi, levate il capo, perché la vostra liberazione si avvicina».

È a questo punto nel capitolo che giungiamo al punto centrale del discorso di Gesù, l’esortazione che vale tanto per noi oggi quanto valeva per i suoi discepoli nel primo secolo. I discepoli di Gesù di tutti i tempi e in tutti i luoghi dovrebbero essere caratterizzati così: quando “queste cose” avvengono, noi ci rialziamo, leviamo il capo, perché la nostra liberazione si avvicina. Quali sono “queste cose” di cui Gesù parlava? Sono i “segni” profetizzati da Gesù nei vv.8-18, i segni che precedettero la distruzione di Gerusalemme in Israele nel primo secolo e gli stessi segni che, al livello mondiale, precederanno il ritorno di Gesù. Riassumendo, questi segni sono:

  • Ingannatori (v.8)
  • Guerre e sommosse, nazione contro nazione (vv.9-10)
  • Terremoti (v.11)
  • Pestilenze (v.11)
  • Carestie (v.11)
  • Fenomeni spaventosi (v.11)
  • Grandi segni dal cielo (v.11)
  • Persecuzione (vv.12, 16-17)

Questo è rimarchevole. A differenza di coloro che (secondo v.26) “verranno meno per la paurosa attesa di quello che starà per accadere al mondo”, i seguaci di Gesù devono rialzarsi e levare il capo. Mentre tutti gli altri vedono il mondo afflitto da guerre e disastri naturali, epidemie e ingiustizie, e a causa di tutto ciò perdono fiducia, si disperano e si arrabbiano con Dio, i discepoli di Gesù rafforzano la loro fiducia, aumentano la loro speranza e si riposano nella pace di Dio. Lungi dall’essere per loro un motivo di ansia e di angoscia, questi tremendi avvenimenti diventano per loro occasione di una fede più forte e di una speranza più certa. Come mai?

La risposta di Gesù ci dice tutto: “perché la vostra liberazione si avvicina”. Per il discepolo di Gesù, tutte queste brutte cose non sono altro che i segni della loro liberazione, proprio come per una donna incinta le doglie del parto sono i segni che presto nascerà la gioia di una nuova vita. E per l’attento lettore del vangelo di Luca, questa promessa è fondata nella realtà della morte e della risurrezione di Gesù stesso. Nel senso più grande, i segni predetti da Gesù si riferiscono alla tribolazione che lui doveva subire solo qualche giorno dopo. Notiamo come Luca nel capitolo 23 narra la morte di Gesù sulla croce:

44 Era circa l’ora sesta, e si fecero tenebre su tutto il paese fino all’ora nona; 45 il sole si oscurò e la cortina del tempio si squarciò nel mezzo. 46 E Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani rimetto lo spirito mio». Detto questo, spirò. 47 Il centurione, veduto ciò che era accaduto, glorificava Dio, dicendo: «Veramente quest’uomo era giusto». 48 E tutta la folla che assisteva a questo spettacolo, vedute le cose che erano accadute, se ne tornava battendosi il petto.

Qui c’è tutto: fenomeni spaventosi, grandi segni dal cielo, terremoti, lo squarciarsi della cortina davanti al luogo santissimo nel tempio, e della gente venuta meno per ciò che accadeva. Poi la morte di Gesù stesso, colui che in tanti modi differenti si era presentato come il nuovo e vero tempio. In realtà, dunque, tutto questo discorso riguarda Gesù stesso, come leggiamo in Giovanni 2:19-22:

19 Gesù rispose loro: «Distruggete questo tempio, e in tre giorni lo farò risorgere!» 20 Allora i Giudei dissero: «Quarantasei anni è durata la costruzione di questo tempio e tu lo faresti risorgere in tre giorni?» 21 Ma egli parlava del tempio del suo corpo. 22 Quando dunque fu risorto dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che egli aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola che Gesù aveva detta.

Fu Gesù che vide tutti questi terribili segni ma poi levò il capo e pregò: “Padre, nelle tue mani rimetto lo spirito mio”, perché sapeva che la sua liberazione era vicina, che il terzo giorno dopo Dio Padre lo avrebbe risuscitato da morte e l’avrebbe poi esaltato alla sua destra in cielo. È Gesù dunque che è la nostra speranza vivente, il motivo per cui anche noi possiamo vedere le afflizione e le difficoltà di questo mondo ma allo stesso tempo rialzarci e levare il capo mentre tutti gli altri si disperano. Noi saremo in grado di mantenere la fiducia e la speranza nella misura in cui, come dice Ebrei 12:2, fissiamo “lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta. Per la gioia che gli era posta dinanzi egli sopportò la croce, disprezzando l’infamia, e si è seduto alla destra del trono di Dio.”

Da questo impariamo che la “liberazione” di cui Gesù parla qui non significa “essere risparmati” dalle vicissitudini difficili e dolorose di questo mondo decaduto, ma è la promessa della salvezza e della vita eterna nel nuovo creato. Gesù è sempre il modello: si è seduto alla destra del trono di Dio solo dopo aver sopportato la croce. Leggiamo di nuovo le parole di Gesù nei vv. 16-18:

16 Voi sarete traditi perfino da genitori, fratelli, parenti e amici; faranno morire parecchi di voi 17 e sarete odiati da tutti a causa del mio nome; 18 ma neppure un capello del vostro capo perirà. 19 Con la vostra costanza salverete le vostre vite.

Non è interessante questo? Prima Gesù avverte i suoi discepoli che saranno traditi, odiati, ed alcuni messi a morte per causa sua, ma poi promette che “neppure un capello del vostro capo perirà”. Vale quest’ultima promessa anche se vieniamo ammazzati? Sì, perché la speranza di cui Gesù parla va oltre questa vita. 1 Corinzi 15:19:

Se abbiamo sperato in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miseri fra tutti gli uomini.

Qual è dunque questa speranza? La risurrezione alla vita eterna. Ancora 1 Corinzi 15 (vv.20-23):

20 Ma ora Cristo è stato risuscitato dai morti, primizia di quelli che sono morti. 21 Infatti, poiché per mezzo di un uomo è venuta la morte, così anche per mezzo di un uomo è venuta la risurrezione dei morti. 22 Poiché, come tutti muoiono in Adamo, così anche in Cristo saranno tutti vivificati; 23 ma ciascuno al suo turno: Cristo, la primizia; poi quelli che sono di Cristo, alla sua venuta

È questa speranza, fondata nella morte e nella risurrezione di Gesù, che ci permette di rialzarci e levare il capo anche in mezzo alle circostanze più angoscianti mentre tutto il mondo ci crolla addosso.

3) Badate a Voi Stessi (21:29-38)

29 Disse loro una parabola: «Guardate il fico e tutti gli alberi; 30 quando cominciano a germogliare, voi, guardando, riconoscete da voi stessi che l’estate è ormai vicina. 31 Così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino. 32 In verità vi dico che questa generazione non passerà prima che tutte queste cose siano avvenute. 33 Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.

34 Badate a voi stessi, perché i vostri cuori non siano intorpiditi da stravizio, da ubriachezza, dalle ansiose preoccupazioni di questa vita, e che quel giorno non vi venga addosso all’improvviso come un laccio; 35 perché verrà sopra tutti quelli che abitano su tutta la terra. 36 Vegliate dunque, pregando in ogni momento, affinché siate in grado di scampare a tutte queste cose che stanno per venire, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo». 37 Di giorno Gesù insegnava nel tempio; poi usciva e passava la notte sul monte detto degli Ulivi. 38 E tutto il popolo, la mattina presto, andava da lui nel tempio per ascoltarlo.

Non manteniamo questa speranza automaticamente. Non ci viene naturale fidarci di Dio contro ogni apparenza al contrario. Ecco perché Gesù conclude il suo discorso con tre esortazioni che, mettendole in pratiche, saremo (come dice nel v.36) “in grado di scampare a tutte queste cose che stanno per venire, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo”.

A) Sappiate (vv.29-33)

La prima cosa che Gesù ci esorta a fare è sapere: “sappiate”. Come si può sapere che l’estate è vicina quando gli alberi cominciano a germogliare, così quando vediamo “accadere queste cose”, dobbiamo sapere “che il regno di Dio è vicino”. Questo “sappiate” si riallaccia ai comandi precedenti di Gesù: “Non fatevi ingannare” (v.8) e “non siate spaventati” (v.9). Se non sappiamo interpretare i segni dei tempi, saremo facilmente spaventati da ciò che accade. Se non sappiamo che la morte deve sempre precedere la risurrezione, che la croce deve sempre precedere la corona, saremo travolti dalle difficoltà e dai dolori della vita. Se non sappiamo la verità, saremo facilmente ingannati dalla falsità. La speranza viene dalla conoscenza della verità, e la conoscenza della verità viene dalla parola di Gesù: “il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (v.33). La prima cosa che dobbiamo fare dunque è conoscere la parola di Dio. Essa dura in eterno anche quando tutto il resto crolla. Che grande dono è la parola di Dio che in tempi incerti e instabili, possiamo stare fermi su quella roccia che non cambia mai!

B) Vegliate (vv.34-36)

La seconda cosa da fare è vegliare: “vegliate dunque”. Sapere la verità della parola di Dio è solo l’inizio, perché non ci sarà di nessun aiuto se stiamo dormendo. Dobbiamo stare attenti, facendo attenzione “perché i nostri cuori non siano intorpiditi da stravizio, da ubriachezza, dalle ansiose preoccupazioni di questa vita, e che quel giorno non vi venga addosso all’improvviso come un laccio.” L’apostolo Paolo ribadisce quest’idea in 1 Tessalonicesi 5:1-8:

1 Quanto poi ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; perché voi stessi sapete molto bene che il giorno del Signore verrà come viene un ladro nella notte. Quando diranno: «Pace e sicurezza», allora una rovina improvvisa verrà loro addosso, come le doglie alla donna incinta; e non scamperanno. Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno abbia a sorprendervi come un ladro; perché voi tutti siete figli di luce e figli del giorno; noi non siamo della notte né delle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma vegliamo e siamo sobri; poiché quelli che dormono, dormono di notte, e quelli che si ubriacano, lo fanno di notte. Ma noi, che siamo del giorno, siamo sobri, avendo rivestito la corazza della fede e dell’amore e preso per elmo la speranza della salvezza.

C) Pregate in ogni momento (v.36-37)

Per Gesù, “vegliare” ha un significato ben preciso: “Vegliate dunque, pregando in ogni momento…”. Questa è la sua terza esortazione a noi. Senza pregare, conoscere la parola di Dio e vegliare attentamente non saranno sufficienti per mantenere ferma la speranza. Dobbiamo pregare, e pregare “in ogni momento”. Solo così saremo “in grado di scampare a tutte queste cose che stanno per venire, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo”, irreprensibili e senza vergogna. Ancora una volta Gesù è il nostro esempio perfetto. Luca ci dice nel v.37 che “di giorno Gesù insegnava nel tempio; poi usciva e passava la notte sul monte detto degli Ulivi.” Questo anticipa ciò che succederà nel capitolo seguente quando Gesù passerà tutta la notte prima della sua crocifissione in preghiera, ricordando ai suoi discepoli: “Pregate di non entrare in tentazione” (22:40). Persino Gesù dovette pregare “in ogni momento” per avere la forza e la fiducia di sopportare la croce. Quanto di più noi abbiamo bisogno di fare la stessa cosa! Ma sarà proprio lì, quando anche noi ci inginocchiamo per pregare in mezzo all’agonia e all’angoscia del giardino che troveremo in Gesù non solo un buon esempio, ma anche nostro fratello e pronto sostegno. Concludiamo con le familiari ma bellissime parole di Ebrei 4:14-16 che non mi stanco mai di ripetere:

14 Avendo dunque un grande sommo sacerdote che è passato attraverso i cieli, Gesù, il Figlio di Dio, stiamo fermi nella fede che professiamo. 15 Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non possa simpatizzare con noi nelle nostre debolezze, poiché egli è stato tentato come noi in ogni cosa, senza commettere peccato. 16 Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovare grazia ed essere soccorsi al momento opportuno.

Amen!

2 Timoteo 3:1-17: Tu Invece…

1) Tempi Difficili (3:1-9)

Or sappi questo: negli ultimi giorni verranno tempi difficili; perché gli uomini saranno egoisti, amanti del denaro, vanagloriosi, superbi, bestemmiatori, ribelli ai genitori, ingrati, irreligiosi, insensibili, sleali, calunniatori, intemperanti, spietati, senza amore per il bene, traditori, sconsiderati, orgogliosi, amanti del piacere anziché di Dio, aventi l’apparenza della pietà, mentre ne hanno rinnegato la potenza. Anche da costoro allontànati! Poiché nel numero di costoro ci sono quelli che si insinuano nelle case e circuiscono donnette cariche di peccati, agitate da varie passioni, le quali cercano sempre di imparare e non possono mai giungere alla conoscenza della verità. E come Iannè e Iambrè si opposero a Mosè, così anche costoro si oppongono alla verità: uomini dalla mente corrotta, che non hanno dato buona prova quanto alla fede. Ma non andranno più oltre, perché la loro stoltezza sarà manifesta a tutti, come fu quella di quegli uomini.

È sempre interessante sapere quali sono le ultime parole di una persona prima di morire. A volte mi chiedo anche io, che cosa dirò con i miei ultimi respiri? Che cosa vorrò lasciare come “ultimo testamento” e ricordo a coloro che mi sopravvivranno? Questa domanda interessa perché le ultime parole di una persona indicano (se ha la possibilità di rifletterci prima) ciò che ritiene più importante.

Leggendo la seconda lettera di Paolo a Timoteo, scopriamo le ultime parole — gli ultimi insegnamenti, le ultime esortazioni, gli ultimi incoraggiamenti — che il grande apostolo volle lasciare al suo carissimo discepolo e collaboratore. In questa breve lettera, sentiamo “l’ultimo testamento” di Paolo che rivela infatti ciò che ritiene più importante. Da quello che scrive nel 4:6, Paolo sa che il momento della sua morte è vicina —  “Quanto a me, io sto per essere offerto in libazione, e il tempo della mia partenza è giunto” — e vuole dunque incoraggiare Timoteo a portare avanti il ministero del vangelo che ha fedelmente compiuto. Per questioni di tempo, abbiamo selezionato il terzo capitolo di questa lettera che imparare l’essenza di quello che Paolo vuole trasmettere a Timoteo nel poco tempo che gli rimane.

Questo capitolo si divide in due parti. La prima parte tratta i “tempi difficili” che Paolo prevede venire “negli ultimi giorni”, e la seconda parte, dal v.10 in poi, descrive il modo controcorrente — “tu invece…” — in cui il cristiano deve vivere. Consideriamo adesso la prima parte. Paolo avverte Timoteo che verranno, come appena detto, “tempi difficili” “negli ultimi giorni”. Segue poi un elenco dei vari mali che caratterizzeranno questi tempi, alcuni che si spiegano da soli e altri che meritano qualche commento in più. Paolo dice che gli uomini saranno:

  1. egoisti,
  2. amanti del denaro: infatti, non c’è male che l’uomo non sia disposto di fare per procurarsi più soldi.
  3. vanagloriosi,
  4. superbi,
  5. bestemmiatori,
  6. ribelli ai genitori: Paolo non vuole che pensiamo che i tempi difficili siano tutta colpa di adulti, perché anche i bambini ribelli ai genitori ci contribuscono!
  7. ingrati: Ma è l’ingratitudine davvero da elencare qui come causa dei tempi difficili? Certamente, perché la gratitudine non lascia spazio al malcontento e dunque né all’avidità o all’invidia, attitudini che poi sfociano nell’ingiustizia e nel conflitto di ogni genere.
  8. irreligiosi,
  9. insensibili,
  10. sleali,
  11. calunniatori,
  12. intemperanti,
  13. spietati,
  14. senza amore per il bene,
  15. traditori,
  16. sconsiderati,
  17. orgogliosi,
  18. amanti del piacere anziché di Dio,
  19. aventi l’apparenza della pietà, mentre ne hanno rinnegato la potenza: Paolo non vuole che attribuiamo tutti i mali del mondo solo ai cosiddetti “cattivi”, ma anche a coloro che hanno solo l’apparenza della pietà. Da fuori, questi sembrano “bravi” e “buoni”, e in molti sensi lo sono. Ma come i farisei, la loro è una bontà senza Gesù, e perciò non è per niente bontà.
  20. quelli che si insinuano nelle case e circuiscono donnette cariche di peccati, agitate da varie passioni,
  21. cercano sempre di imparare e non possono mai giungere alla conoscenza della verità: si oppongono alla verità:
  22. Anche questo, se ci pensiamo bene, è sorprendente. Oggi come oggi, è nobile essere alla ricerca della verità, ma guai se si afferma di averla trovata! “Nessuno può sapere la verità” è considerato umile mentre “la verità è questa” è considerato arrogante. Paolo, però, non potrebbe essere meno d’accordo. Per lui, essere sempre e solo alla ricerca della verità senza mai giungerci vuol dire opporsi alla verità. Ricordiamoci: Non prendere una decisione per Gesù è prendere una decisione contro Gesù.
  23. uomini dalla mente corrotta, che non hanno dato buona prova quanto alla fede.

A mio avviso, una descrizione più accurata dei tempi in cui viviamo noi non può essere trovata. Se non sapessimo che Paolo scriveva queste parole sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, rimarremmo forse sconvolti dalle sue capacità preveggenti! Ma tra tutti i mali che Paolo menziona qui, non dobbiamo lasciarci sfuggire il punto fondamentale, ciò che Paolo ritiene la causa principale dei tempi difficili nei quali viviamo. Rammentiamo come Paolo inizia questo discorso: “Or sappi questo: negli ultimi giorni verranno tempi difficili; perché gli uomini saranno…” Tutto quello che segue approfondisce questa semplice dichiarazione. Che cosa ne consegue? Secondo Paolo, i tempi difficili nei quali viviamo, e di tutti i mali che affliggono, sono dovuti a noi: “perché gli uomini saranno…”. In altre parole, non possiamo accusare Dio di essere responsabile per il pasticcio di cui abbiamo fatto il mondo. Giacomo 1:13-15 lo dice in modo inequivocabile:

13 Nessuno, quando è tentato, dica: «Sono tentato da Dio», perché Dio non può essere tentato dal male, ed egli stesso non tenta nessuno; 14 invece ognuno è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce. 15 Poi la concupiscenza, quando ha concepito, partorisce il peccato; e il peccato, quando è compiuto, produce la morte.

Il mondo è pieno del male e della morte perché è pieno di esseri umani che, come Paolo asserisce nel v.8, sono “dalla mente corrotta”. Tutto qui.

2) Tu Invece … Prepàrati!

10 Tu invece hai seguito da vicino il mio insegnamento, la mia condotta, i miei propositi, la mia fede, la mia pazienza, il mio amore, la mia costanza, 11 le mie persecuzioni, le mie sofferenze, quello che mi accadde ad Antiochia, a Iconio e a Listra. Sai quali persecuzioni ho sopportato, e il Signore mi ha liberato da tutte. 12 Del resto, tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati. 13 Ma gli uomini malvagi e gli impostori andranno di male in peggio, ingannando gli altri ed essendo ingannati.

Questo discorso però non serve tanto per diagnosticare i problemi del mondo quanto per esortare il cristiano a vivere e a testimoniare fedelmente. Paolo non vuole che c’inganniamo circa la difficoltà di “vivere piamente in Cristo Gesù”, aspettandoci o pretendendo che Dio ci dia una vita tranquilla e serena, senza dolore o sofferenza. Non fraintendiamoci: in Cristo abbiamo una pace che, secondo Paolo in Filippesi 4:7, “supera ogni intelligenza” e che “custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù.” Ma ricordiamoci che Paolo scrisse queste parole mentre era imprigionato ingiustamente, solo per aver predicato il vangelo! La pace che è nostra in Cristo non è la promessa che Dio renderà le nostre circostanze migliori ma che renderà noi capaci di superare le circostanze peggiori!

Dunque, la prima esortazione di Paolo a Timoteo — e a tutti noi — è di essere preparati per soffrire per il nome di Cristo. Nel v.10 Paolo comincia: “Tu invece…”. Vale a dire: “mentre è vero che viviamo in tempi difficili, circondati da ogni tipo di male, tentati di rinunciare alla nostra confessione di fede e di lasciarci condurre dalla corrente di questo mondo, dobbiamo invece vivere totalmente controcorrente.” E il primo passo per vivere controcorrente è di prepararci alle difficoltà che ci spettano.

Per questo Paolo ricorda a Timoteo nei vv.10-11 il suo esempio personale di vita:

hai seguito da vicino il mio insegnamento, la mia condotta, i miei propositi, la mia fede, la mia pazienza, il mio amore, la mia costanza, le mie persecuzioni, le mie sofferenze, quello che mi accadde ad Antiochia, a Iconio e a Listra. Sai quali persecuzioni ho sopportato, e il Signore mi ha liberato da tutte.

Lungi dall’essere un’esibizione “virtuosistica”, la vita di Paolo esemplifica come dovrebbe essere la vita cristiana in generale. Come afferma nel v.12: “tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati”. Non potrebbe essere più chiaro di così. La vita cristiana normale, e non straordinaria, dovrebbe suscitare la persecuzione in qualche forma. Se non siamo mai perseguitati per la nostra fede, dobbiamo chiederci seriamente se stiamo veramente vivendo piamente in Cristo Gesù! Certo, questo non significa che saremo perseguitati fino al martirio (anche se non dovremmo mai escludere questa possibilità), ma in qualche forma e in qualche modo la persecuzione è caratteriza il cristiano che in mezzo ai tempi difficili descritti da Paolo prima vive piamente in Cristo Gesù.

Il resto della Bibbia dà ampia conferma di questo. La prima lettera di Pietra è altrettanto lampante (4:1-4, 12-16):

1 Poiché dunque Cristo ha sofferto nella carne, anche voi armatevi dello stesso pensiero, che, cioè, colui che ha sofferto nella carne rinuncia al peccato, 2 per consacrare il tempo che gli resta da vivere nella carne, non più alle passioni degli uomini, ma alla volontà di Dio. 3 Basta con il tempo trascorso a soddisfare la volontà dei pagani vivendo nelle dissolutezze, nelle passioni, nelle ubriachezze, nelle orge, nelle gozzoviglie, e nelle illecite pratiche idolatriche. 4 Per questo trovano strano che voi non corriate con loro agli stessi eccessi di dissolutezza e parlano male di voi….

12 Carissimi, non vi stupite per l’incendio che divampa in mezzo a voi per provarvi, come se vi accadesse qualcosa di strano. 13 Anzi, rallegratevi in quanto partecipate alle sofferenze di Cristo, perché anche al momento della rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare. 14 Se siete insultati per il nome di Cristo, beati voi! Perché lo Spirito di gloria, lo Spirito di Dio, riposa su di voi. 15 Nessuno di voi abbia a soffrire come omicida, o ladro, o malfattore, o perché si immischia nei fatti altrui; 16 ma se uno soffre come cristiano, non se ne vergogni, anzi glorifichi Dio, portando questo nome.

Se è vero che “gli uomini malvagi e gli impostori andranno di male in peggio, ingannando gli altri ed essendo ingannati” (2 Tim. 3:13), non dovremmo stupirci che “tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati”. Quindi, prepariamoci!

3) Tu Invece … Persevera!

14 Tu, invece, persevera nelle cose che hai imparate e di cui hai acquistato la certezza, sapendo da chi le hai imparate, 15 e che fin da bambino hai avuto conoscenza delle sacre Scritture, le quali possono darti la sapienza che conduce alla salvezza mediante la fede in Cristo Gesù. 16 Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, 17 perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona.

Come però ci prepariamo? Forse qualcuno si scoraggia o si spaventa già a sentire tutto questo! Non dovremmo perderci d’animo, perché Paolo non ci lascia senza un aiuto efficace e sufficiente a ogni nostro bisogno. La parola chiave qui è “persevera”. Come Timoteo, dobbiamo perseverare nelle cose (riferite all’insegnamento del vangelo) che abbiamo imparato e di cui abbiamo acquistato la certezza. Notiamo una grande differenza con coloro che “cercano sempre di imparare ma non giungono mai alla conoscenza della verità” (v.7). Possiamo — anzi dobbiamo! — essere certi della conoscenza che abbiamo di Gesù Cristo e del suo vangelo. Questa certezza deriva non da qualche capacità nostra di comprendere il vangelo, ma dal fatto che esso sia la parola di Dio. Sono da mettere in dubbio i nostri dubbi circa la parola di Dio anziché la parola stessa! Mentre ogni altra parola dipende dalla capacità di chi ascolta di capirla, la parola di Dio crea questa capacità in chi non ce l’ha. Siccome nessuna parola di Dio rimarrà inefficace, neanche la nostra incapacità di capirla può ostacolarne la comprensione.

Questo è ciò che vuol dire l’affermazione di Paolo — indispensabile alla nostra conoscenza di che cos’è la Bibbia — che “ogni Scrittura è ispirata da Dio” (v.16). La Bibbia differisce da ogni altro libro in questo: è tutta quanta ispirata (letteralmente “espirata”) da Dio. “Ogni Scrittura”, cioè ogni libro, ogni capitolo, ogni versetto, e persino ogni parola sono ispirati, “espirati”, enunciati dalla bocca di Dio. Sebbene scritti da uomini, lo Spirito di Dio ha fatto sì che scrissero esattamente ciò che desiderava. E lo stesso Spirito che ha ispirato ogni Scrittura è colui che ancora adesso parla a noi per mezzo di essa. Quando dunque leggiamo la Bibbia, è in realtà la voce del Dio vivente che ascoltiamo in qualunque momento o luogo in cui siamo.

Perciò, Paolo afferma ancora che ogni Scrittura è “utile”. Il Dio che ha ispirato ogni Scrittura e lo stesso Dio che garantirne la comprensione. Importante è la dichiarazione di Dio in Geremia 1:12: “Io vigilo sulla mia parola per mandarla a effetto”. Dio non parla per poi lasciare in dubbio la comprensione della sua parola. Dio vigila sulla sua parola per renderla sempre efficace e utile.

Ma utile a che scopo? Paolo lo dice chiaramente: “a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia”, e questo “perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona” (vv.16-17). Qui torniamo alla domanda di prima: come ci prepariamo in questi tempi difficili a vivere piamente in Cristo quando la sofferenza è inevitabile? È la parola di Dio che ascoltiamo in ogni Scrittura che ci fornisce tutto quello di cui abbiamo bisogno. Le Scritture ci insegnano tutto ciò che dobbiamo sapere, ci riprendono per le nostre mancanze, ci correggono per portarci sulla strada giusta, e ci educano alla giustizia affinché camminiamo sempre per essa. Paolo non dice che abbiamo bisogno di ulteriori mezzi o strumenti. Le Scritture sono efficaci e anche sufficienti per renderci completi e ben preparati per ogni opera buona. Da questo deriva la storica convinzione della Riforma protestante di “sola Scrittura“. Se ci dedichiamo all’ascolto e allo studio delle Scritture, Dio promette di renderci preparati e capaci di fare la sua volontà nonostante le difficoltà o le sofferenze che dovremo affrontare.

Attenzione però: le Scritture non operano in noi ex opere operato (per usare una frase della teologia romana), cioè semplicemente perché vengono lette. In altre parole, non diventiamo completi e preparati a ogni opera buona automaticamente quando ascoltiamo o leggiamo la Bibbia. Anche il diavolo conosce bene le Scritture (visto che le ha citate per tentare Gesù nel deserto); anzi le conosce meglio di noi! No, la Bibbia non è un talismano, un libro le cui pagine sono fisicamente impregnate di poteri magici. Come dice Paolo qui, sentiamo la parola di Dio nelle Scritture quando siamo attenti alla Parola di cui rendono testimonianza. Notiamo bene quello che Paolo dice: le Scritture “possono darti la sapienza che conduce alla salvezza mediante la fede in Cristo Gesù” (v.15). Le Scritture non ci danno la sapienza che conduce alla salvezza mediante le nostre opere. Le Scritture non sono principalmente una fonte di fatti storici, né un insieme di principi teologici, né un manuale di istruzioni per la vita. Contengono tutte queste cose, ma le Scritture esistono principalmente per testimoniare Cristo!

Se vogliamo ascoltare nella Bibbia la parola di Dio, se vogliamo che essa operi in noi efficacemente per renderci completi e ben preparati a ogni opera buona in questi tempi difficili, dobbiamo leggerla, studiarla, ascoltarla, e meditarla per quello che è: la testimonianza ispirata e autorevole di Gesù Cristo e la salvezza che si ha solo in lui. Ricordiamoci delle parole di Gesù in Giovanni 5:39 quando ha rimproverato i giudei per il loro modo sbagliato di leggere le Scritture:

Voi investigate le Scritture perché pensate di avere per mezzo di esse vita eterna, ed esse son quelle che rendono testimonianza di me.

Quindi, ancora una volta torniamo sempre a Cristo, la Parola di Dio che rende efficaci e utili tutte le parole ispirate nelle Scritture. È Cristo nelle Scritture che ci insegna, che ci riprende, che ci corregge, e che ci educa alla giustizia. È Cristo nelle Scritture che ci rende completi e preparati a ogni opera buona. È Cristo nelle Scritture che ci fortifica per vivere piamente in questi tempi difficili. Avendo questo grandissimo dono potente, facciamone tesoro, e diamoci costantemente all’ascolto, allo studio, e alla meditazione della sacre Scritture.

1 Re 11:1-13: Per Amore del Cristo

1) Lo Sviamento del Re (1 Re 11:1-8)

Il re Salomone, oltre alla figlia del faraone, amò molte donne straniere: delle Moabite, delle Ammonite, delle Idumee, delle Sidonie, delle Ittite, donne appartenenti ai popoli dei quali il Signore aveva detto ai figli d’Israele: «Non andate da loro e non vengano essi da voi, poiché essi certo pervertirebbero il vostro cuore per farvi seguire i loro dèi». A tali donne si unì Salomone nei suoi amori. Ed ebbe settecento principesse per mogli e trecento concubine; e le sue mogli gli pervertirono il cuore. Al tempo della vecchiaia di Salomone, le sue mogli gli fecero volgere il cuore verso altri dèi; e il suo cuore non appartenne interamente al Signore suo Dio, come il cuore di Davide suo padre. Salomone seguì Astarte, divinità dei Sidoni, e Milcom, l’abominevole divinità degli Ammoniti. Così Salomone fece ciò che è male agli occhi del Signore e non seguì pienamente il Signore, come aveva fatto Davide suo padre. Fu allora che Salomone costruì, sul monte che sta di fronte a Gerusalemme, un alto luogo per Chemos, l’abominevole divinità di Moab, e per Moloc, l’abominevole divinità dei figli di Ammon. Fece così per tutte le sue donne straniere, le quali offrivano profumi e sacrifici ai loro dèi.

Nel nostro percorso attraverso la storia della Bibbia, siamo arrivati al periodo della monarchia di Israele. Dopo il fallimento del regno di Saul, Dio sceglie un altro re, un uomo secondo il suo cuore, di nome Davide. Davide è un esempio lampante della grazia di Dio, poiché prima non era nessuno, un semplice ragazzo pastore e il più piccolo della sua famiglia. Eppure, grazie alla grazia di Dio, lui diventa il più grande re d’Israele. Ma anche Davide cade in disubbidienza quando desidera Bat-Sceba, la moglie di un altro, commette adulterio con lei, e quando lei rimane incinta, Davide fa ammazzare il marito per nascondere il fatto. Ma Dio non toglie il regno a Davide come ha fatto a Saul, perché gli ha promesso con un giuramento che non avrebbe mai ritirato la sua grazia da Davide e dal suo lignaggio regale.

Ora, dopo la morte di Davide, Salomone – il figlio nato a Davide proprio da Bat-Sceba – è re d’Israele, e sotto il suo governo il regno d’Israele giunge al suo apice. All’inizio del suo regno, Dio dice a Salomone che gli darà qualsiasi cosa che desidera. Quando Salomone risponde che desidera la saggezza per sapere governare bene il popolo di Dio, il Signore se ne compiace così tanto – che ha chiesto saggezza e non ricchezza o vittoria sui suoi nemici – che gli promette di aggiungere anche tutto il resto. Così leggiamo alla fine di 1 Re 10 (vv.23-27):

23 Così il re Salomone fu il più grande di tutti i re della terra per ricchezze e per saggezza. 24 E tutto il mondo cercava di vedere Salomone per udire la saggezza che Dio gli aveva messa in cuore. 25 Ognuno gli portava il suo dono: vasi d’argento, vasi d’oro, vesti, armi, aromi, cavalli e muli; e questo avveniva ogni anno. 26 Salomone radunò carri e cavalieri, ed ebbe millequattrocento carri e dodicimila cavalieri, che distribuì nelle città dove teneva i suoi carri e in Gerusalemme presso di sé. 27 Durante il suo regno l’argento a Gerusalemme diventò comune come le pietre, e i cedri tanto abbondanti quanto i sicomori della pianura.

Subito dopo, però, all’inizio del capitolo 11, Salomone si allontana del Signore a motivo delle numerosissime donne straniere che ama. Volendo piacere a queste donne, Salomone introduce nel culto ebraico l’adorazione di divinità straniere, il che comporta anche pratiche abominevoli come il sacrificio di bambini, che a Moloc, per esempio, venivano bruciati vivi. Non dobbiamo incolpare le donne principalmente, perché il testo ci ricorda come il Signore aveva proibito al suo popolo di unirsi in questo modo ai pagani circostanti. Ma Salomone non dà ascolto alla parola di Dio, e all’apice del suo potere e della sua prosperità, prende tutte le donne che desidera. La frase chiave che spiega il motivo per questo si trova al v.4: il cuore di Salomone “non appartenne interamente al Signore suo Dio”.

È bene che riflettiamo un momento su questa frase, perché rivela una tentazione alla quale tutti noi ci arrendiamo. Quando il testo dice che il cuore di Salomone non appartenne interamente al Signore, ci fa capire che a un certo punto, Salomone ha cominciato ad amare e desiderare più i doni di Dio che Dio stesso. Benedetto grandemente dal Signore – un regno stabile, immense ricchezze, una fama internazionale – Salomone comincia ad aggrapparsi di più alle benedizioni che a colui lo ha benedetto. Anziché ricordare che lui, come suo padre, deve tutto alla sola grazia di Dio, Salomone si crede degno di questo regno, di queste ricchezze, di questa fama. E nel momento in cui comincia ad amare e desiderare i doni di Dio più di Dio stesso, cade in idolatria, il che succede quando anche noi facciamo la stessa cosa.

Allora, i doni di Dio, come i doni in generale, mirano a rafforzare e approfondire la sua relazione con noi, non a farci allontanare da lui. Immaginate se per il nostro anniversario mia moglie mi regala una nuova chitarra come segno del suo amore e io comincio a suonarla così tanto che non le parlo più perché preferisco suonare e passo più tempo a suonare che a stare con lei. Questo sarebbe l’opposto del motivo per cui mia moglie mi ha regalato una chitarra, se il suo regalo di amore mi facesse allontanare da lei. Così è con Dio, ma in modo infinitamente più grande. Dalla creazione, Dio ha sempre avvertito le sue creature che se ci allontaniamo da lui – come hanno fatto Adamo ed Eva quando hanno desiderato un pezzo di frutta che Dio – finiremo sempre nei guai, nella rovina, privati di luce, vita, gioia, amore. Siccome Dio è l’unica fonte della nostra vita – ci dona ogni nostro respiro e battito del cuore – allontanarsi da lui non può portare ad altro se non alla morte.

2) Il Castigo del Re (1 Re 11:9-11)

Il Signore s’indignò contro Salomone, perché il cuore di lui si era allontanato dal Signore, Dio d’Israele, che gli era apparso due volte 10 e gli aveva ordinato, a questo proposito, di non andare dietro ad altri dèi; ma egli non osservò l’ordine datogli dal Signore. 11 Il Signore disse a Salomone: «Poiché tu hai agito a questo modo e non hai osservato il mio patto e le leggi che ti avevo date, io ti toglierò il regno e lo darò al tuo servo.

Quando, dunque, leggiamo come il Signore “s’indignò contro Salomone” e promette di togliergli il regno e darlo al suo servo, non dobbiamo interpretarlo come se Dio fosse cambiato nei suoi confronti, amandolo prima ma ora odiandolo. Anzi, il Signore fa questo perché ama Salomone, perché rifiuta di ritirare la sua grazia da lui. Qui, il giudizio pronunciato viene dall’amore di Dio che rifiuta di accettare il rifiuto di Salomone. Intendiamoci bene: il Signore non si allontana da lui, rifiutandolo a motivo del rifiuto di Salomone. No, non è Salomone che Dio rifiuta ma il rifiuto di Salomone! Dio castiga Salomone, non perché si è allontanato anche lui, ma proprio perché rifiuta di lasciar andare Salomone per conto suo. Dio lo tiene fermamente nella sua mano, ed è per questo che quando Salomone se ne batte contro, si fa male!

Il testo ci ricorda che questo avviene “perché il cuore di lui si era allontanato dal Signore” a motivo delle tante benedizioni concessegli da Dio. Siccome Salomone si fa trascinare nel peccato a causa del potere e del successo del suo regno, è dunque un castigo appropriato che Dio gli tolga la maggior parte del suo regno. Effettivamente così Dio gli dice: “Poiché tu desideri i miei doni più di me, te li toglierò affinché tu capisca che più dei miei doni hai bisogno di me, affinché il tuo cuore non si allontani più da me.” È così che il Signore disciplina chi ama, come afferma Ebrei 12:5-6:

«Figlio mio, non disprezzare la disciplina del Signore, e non ti perdere d’animo quando sei da lui ripreso; perché il Signore corregge quelli che egli ama, e punisce tutti coloro che riconosce come figli».

3) Per l’Amore del Re (1 Re 11:12-13)

12 Nondimeno, per amore di Davide tuo padre, io non farò questo durante la tua vita, ma strapperò il regno dalle mani di tuo figlio. 13 Però non gli strapperò tutto il regno, ma lascerò una tribù a tuo figlio, per amore di Davide mio servo e per amore di Gerusalemme che io ho scelto».

Tuttavia, come già accennato, Dio non toglie a Salomone tutto il suo regno, ma gli promette una tribù come la sua eredità, e che questa divisione del regno che non avverrà durante la sua vita. Leggendo avanti in 1 e 2 Re, scopriamo come si avvera la promessa di Dio. Geroboamo — che incontriamo più tardi in questo capitolo — è il servo di Salomone che poi, quando quest’ultimo è morto, si ribellerà a Roboamo, il figlio di Salomone e il successore al suo trono, e riuscirà a farsi re delle dieci tribù d’Israele del nord. Così nascerà il regno d’Israele, diviso dal regno di Giuda, al sud, dove la casa regale di Davide continuerà. Il resto di 1 e 2 Re riporterà la duplice narrativa di questi due regni e dei loro rispettivi re.

Importante da notare è che mentre il regno d’Israele sarà tormentato e instabile, subendo un colpo di stato dopo un altro a causa dell’incessante ribellione da parte dei suoi re, il regno di Giuda rimarrà più o meno stabile. Mentre pochi re del nord riescono a tramandare il trono ai propri figli — spesso perché vengono assassinati — i discendenti di Davide non manca mai sul trono di Giuda, anche quando i re si dimostranto tanto malvagi quanto quelli del nord. Secondo il testo, c’è un solo motivo per questo: “per amore di Davide” Dio lascerà al figlio (e ai figli) di Salomone sempre il regno di Giuda, e il regno di Giuda non mancherà mai di un re disceso da Davide. La frase chiave ripetuta non solo qui ma anche dopo in questo capitolo è questa: per amore di Davide. Ma che cosa significa?

In primis, si riferisce indietro alla promessa di Dio fatta a Davide in 2 Samuele 7 (vv.12, 14-16):

12 Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu riposerai con i tuoi padri, io innalzerò al trono dopo di te la tua discendenza, il figlio che sarà uscito da te, e stabilirò saldamente il suo regno…. 14 Io sarò per lui un padre ed egli mi sarà figlio; e se fa del male, lo castigherò con vergate da uomini e con colpi da figli di uomini, 15 ma la mia grazia non si ritirerà da lui, come si è ritirata da Saul, che io ho rimosso davanti a te. 16 La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a te e il tuo trono sarà reso stabile per sempre.

“Per amore di Davide” significa, dunque, la fedeltà di Dio alla sua promessa di rimanere sempre fedele ai discendenti di Davide indipendentemente dalla loro fedeltà a lui. Come mi piace ripetere: la fedeltà di Dio nei nostri confronti non dipende dalla nostra fedeltà nei nostri confronti. Il suo castigo non fa eccezione; anzi, quando Dio ci castiga (anziché abbandonarci), è perché lui rimane fedele verso di noi proprio quando noi rimaniamo infedeli a lui. Ecco perché Dio conserva sempre per la casa di Davide una tribù: non può negare la sua parola senza negare se stesso.

Ma dobbiamo dire di più. “Per amore di Davide” non guarda solo indietro ma anche in avanti. Dio non promette di conservare la casa di Davide senza motivo, ma per adempiere un’altra promessa fatta secoli prima in Genesi 49:10:

Lo scettro non sarà rimosso da Giuda, né sarà allontanato il bastone del comando dai suoi piedi, finché venga colui al quale esso appartiene e a cui ubbidiranno i popoli.

In quest’ottica, la promessa di Dio a Davide è un ripetizione e una riconferma della sua promessa fatta già in Genesi secondo la quale la tribù di Giuda — la tribù di Davide e la sua discendenza — avrebbe sempre posseduto “lo scettro” del regno, ma solo fino a un certo punto: “finché venga colui al quale esso appartiene e a cui ubbidiranno i popoli”. In altre parole, Dio sceglie Davide e la sua famiglia come custodi dello scettro regale. Questo scettro, che secondo Genesi 49:10 simboleggia un dominio universale, non appartiene a Davide, né a Salomone né a nessun altro figlio suo se non uno: Gesù Cristo.

Questo è importante per noi in due sensi. In primo luogo, ci incoraggia a vivere con fiducia e speranza nella parola di Dio anche quando tutto il mondo sembra solo andar peggiorando. Secoli dopo, in un momento di crisi nazionale, quando Giuda è assediata da invasori e le condizioni diventano talmente grave che la gente di Gerusalemme ricorre al cannibalismo per sopravvivere, il profeta Geremia (33:14-15) incoraggia il popolo con queste parole:

“Ecco, i giorni vengono”, dice il Signore, “in cui io manderò ad effetto la buona parola che ho pronunciata riguardo alla casa d’Israele e riguardo alla casa di Giuda. In quei giorni e in quel tempo io farò germogliare per Davide un germoglio di giustizia, ed esso eserciterà il diritto e la giustizia nel paese.”

In altre parole, “per amore di Davide” Dio ci verrà in aiuto. Si ricorderà della sua promessa a Davide, e ci libererà da tutti questi mali perché noi siamo il popolo del suo regno. Quindi, dice Geremia, non perdetevi d’animo. Fortificatevi e confidate nel Signore, che per amore di Dio ci salverà!

In secondo luogo, abbiamo ancora più motivo di Geremia per confidare nel Signore, nonostante il mondo in cui noi viviamo oggi. Il nostro grido di protesta contro ogni ansia, angoscia, dubbio, preoccupazione, o paura è questo: per amore del figlio di Davide che ha adempiuto ogni promessa di Dio, Gesù Cristo! Non mi stancherò mai di ricordarvi delle stupende parole di Paolo in Romani 8:

Non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù perché la legge dello Spirito della vita in Cristo Gesù mi ha liberato dalla legge del peccato e della morte. Infatti, ciò che era impossibile alla legge, perché la carne la rendeva impotente, Dio lo ha fatto, mandando il proprio Figlio in carne simile a carne di peccato e, a motivo del peccato, ha condannato il peccato nella carne….

31 Che diremo dunque riguardo a queste cose? Se Dio è per noi chi sarà contro di noi? 32 Colui che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per noi tutti, non ci donerà forse anche tutte le cose con lui? 33 Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio è colui che li giustifica. 34 Chi li condannerà? Cristo Gesù è colui che è morto e, ancor più, è risuscitato, è alla destra di Dio e anche intercede per noi. 35 Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Sarà forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?… 37 Ma, in tutte queste cose, noi siamo più che vincitori, in virtù di colui che ci ha amati. 38 Infatti sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, 39 né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potranno separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore.

Quando dunque noi siamo assediati dalla tentazione del peccato, o dalla angoscia del mondo in cui viviamo, o dalle paure e preoccupazioni di un futuro incerto, possiamo gridare insieme a Paolo e tutta la comunione dei santi di tutti i tempi: in Cristo Gesù, siamo più che vincitori, perchè grazie a lui nulla potrà separarci mai dall’amore di Dio nostro Padre. Più certa della morte stessa è la certezza che Dio salverà tutti coloro che sperano in lui e che invocano il nome del Signore Gesù Cristo.

1 Samuele 13:1-14: Aspettare il Signore

1) Il Regno di Saul (13:1)

Saul aveva trent’anni quando cominciò a regnare; e regnò quarantadue anni sopra Israele.

A) Israele ha bisogno di un re (Giudici 21:25)

21:25 In quel tempo non c’era re in Israele; ognuno faceva quello che gli pareva meglio.

Dopo aver brevemente trattato i libri di Giosuè e Giudici, arriviamo oggi al libro di 1 Samuele, il cui tema, ripreso nei libri successivi di Samuele, Re e Cronache, è la monarchia davidica. Il capitolo 13 di 1 Samuele inizia però con l’incoronazone di Saul come primo re d’Israele. Il libro di Giudici in particolare ha fatto vedere quanto c’era bisogno di un re. Per tanti anni dopo la conquista della terra promessa, Israele abbandonò il Signore ripetutamente, diventando poi preda degli altri popoli circostanti, e godendosi un po’ di pace solo quando Dio suscitò dei giudici per liberarlo da essi. Ma nulla impediva a Israele di tornare alle sue vie infedeli e idolatre, tanto che non c’era limite ai peccati e ai mali che il popolo di Dio era disposto a commettere. L’ultima frase di Giudici riassume questa situazione in questi termini: “ognuno faceva quello che gli pareva meglio”, perché “in quel tempo non c’era re in Israele”. Mentre non regnava un re in Israele, regnava invece l’anarchia.

B) Israele pretende un re (1 Samuele 12:8-15)

12:8 Dopo che Giacobbe fu entrato in Egitto, i vostri padri gridarono al Signore e il Signoremandò Mosè e Aaronne, i quali fecero uscire i vostri padri dall’Egitto e li fecero abitare in questo luogo. Ma essi dimenticarono il Signore, il loro Dio, ed egli li diede in potere di Sisera, capo dell’esercito di Asor, e in potere dei Filistei e del re di Moab, i quali mossero loro guerra. 10 Allora gridarono al Signore e dissero: “Abbiamo peccato, perché abbiamo abbandonato il Signore e abbiamo servito gli idoli di Baal e di Astarte; ma ora liberaci dalle mani dei nostri nemici, e serviremo te”. 11 Il Signore mandò Ierubbaal, Bedan, Iefte e Samuele, e vi liberò dalle mani dei nemici che vi circondavano, e viveste al sicuro. 12 Ma quando udiste che Naas, re dei figli di Ammon, marciava contro di voi, mi diceste: “No, deve regnare su di noi un re”, mentre il Signore, il vostro Dio, era il vostro re. 1

Ecco dunque il re che vi siete scelto, che avete chiesto; il Signore ha costituito un re su di voi. 14 Se temete il Signore, lo servite e ubbidite alla sua voce, se non siete ribelli al comandamento del Signore, e tanto voi quanto il re che regna su di voi seguite il Signore, il vostro Dio, bene; 15 ma se non ubbidite alla voce del Signore, se vi ribellate al comandamento del Signore, la mano del Signore sarà contro di voi, come fu contro i vostri padri.

Il libri di 1 e 2 Samuele narrano dunque come Dio provvede a questo bisogno. Egli costituirà un re sul suo popolo, ma, come leggiamo nel capitolo 12, è il popolo a pretendere un re prima che Dio glielo dia, per paura dell’invasione degli Ammoniti. In altre parole, Israele non si accontenta di Dio come re nel frattempo; il popolo richiede un re — umano e visibile — per essere come le altre nazioni e perché egli possa proteggere il popolo da questa e altre simili minacce. Ecco perché Samuele, un sacerdote e profeta, condanna Israele per questa sua richiesta: non voleva aspettare il Signore con pazienza, fidandosi del suo potere e della sua cura mentre attendeva che il Signore gli concedesse un re nel momento opportuno.

Proiettandosi verso Gesù, sappiamo che è sempre stato il piano di Dio di costituire la monarchia in Israele per essere una preparazione e una prefigurazione del regno di Gesù. Ma il popolo pecca in quanto non si fida di Dio e non aspetta che egli mantenga la sua promessa secondo i suoi tempi. Questo si ripeterà come tema principale anche nel capitolo 13. Eppure, qui troviamo un altro esempio di come Dio è sempre capace di usare ciò che contraddice la sua volontà per portarla a compimento. Come vedremo, però, il peccato porta sempre conseguenze, previste nel avvertimento che Samuele dà al popolo nei vv.14-15.

2) La Prova di Saul (13:2-8)

Saul si scelse tremila uomini d’Israele: duemila stavano con lui a Micmas e sul monte di Betel e mille con Gionatan a Ghibea di Beniamino; rimandò invece il resto del popolo ognuno alla sua tenda. Gionatan batté la guarnigione dei Filistei che stava a Gheba; e i Filistei lo seppero. Allora Saul suonò la tromba per tutto il paese e disse: «Lo sappiano gli Ebrei!» E tutto Israele sentì dire: «Saul ha battuto la guarnigione dei Filistei e Israele si è reso odioso ai Filistei». Così il popolo fu convocato a Ghilgal per seguire Saul.

I Filistei si radunarono per combattere contro Israele; avevano trentamila carri, seimila cavalieri e gente numerosa come la sabbia che è sulla riva del mare. Salirono dunque e si accamparono a Micmas, a oriente di Bet-Aven. Gli Israeliti, vedendosi ridotti a mal partito perché il popolo era messo alle strette, si nascosero nelle caverne, nelle macchie, tra le rocce, nelle buche e nelle cisterne. Ci furono degli Ebrei che passarono il Giordano per andare nel paese di Gad e di Galaad. Quanto a Saul, egli era ancora a Ghilgal, e tutto il popolo che lo seguiva tremava. Egli aspettò sette giorni, secondo il termine fissato da Samuele; ma Samuele non giungeva a Ghilgal e il popolo cominciò a disperdersi e ad abbandonarlo.

Ora torniamo al capitolo 13, dove Saul è appena diventato re d’Israele. Quasi subito Saul viene messo alla prova, come infatti Samuele ha predetto: Saul temerà il Signore, servendolo e ubbidendo alla sua voce? O disubbidirà alla voce del Signore, ribellandosi ai suoi comandamenti? È facile giurare fedeltà a Dio con la bocca, ma si sarà fedeli quando si è messi alle strette?

La prima occasione quando il regno di Saul è messo alla prova si svolge in questo modo. Sin da quando Israele è entrato nel paese di Canaan per prenderne possesso secondo la promessa di Dio, un popolo chiamato i filistei è stato sempre una spina nella carne d’Israele. I filistei erano forti in guerra e tecnologicamente più avanzati di Israele. Alla fine del capitolo, il narratore ci dice che solo i filistei avevano fabbri che sapevano lavorare con ferro, e dunque solo i filistei avevano armi come carri, spade e lance. Senza questi strumenti, Israele era molto svantaggiato in battaglia.

Allora nei vv.2-4, Saul riesce a ottenere una vittoria eclatante sui filistei, galvanizzando così tutto Israele a unirsi a lui per continuare a combattere. La reazione dei filistei, però, è tutt’altro che arrendersi. Essi invece tornano con “trentamila carri, seimila cavalieri e gente numerosa come la sabbia che è sulla riva del mare.” Comprensibilmente, Israele rimane sgomento e si disperde, credendosi impotenti davanti a una così grande esercito. Saul, nel frattempo, attende l’arrivo di Samuele per sapere dal Signore cosa fare. I giorni passano, e la situazione si fa sempre più critica mentre i guerrieri abbandonano il loro re. Ed ecco il momento di prova: che cosa farà Saul?

3) La Caduta di Saul (13:9-15)

A) Il peccato di Saul (vv.9-13a)

Allora Saul disse: «Portatemi l’olocausto e i sacrifici di riconoscenza»; e offrì l’olocausto. 10 Aveva appena finito di offrire l’olocausto, che arrivò Samuele; Saul gli uscì incontro per salutarlo. 11 Ma Samuele gli disse: «Che hai fatto?» Saul rispose: «Siccome vedevo che il popolo si disperdeva e mi abbandonava, che tu non giungevi nel giorno stabilito e che i Filistei erano radunati a Micmas, mi sono detto: 12 “Ora i Filistei mi piomberanno addosso a Ghilgal e io non ho ancora implorato il Signore!” Così mi sono fatto forza e ho offerto l’olocausto». 13 Allora Samuele disse a Saul: «Tu hai agito stoltamente; non hai osservato il comandamento che il Signore, il tuo Dio, ti aveva dato.

Tragicamente, Saul viene meno quando decide di “farsi forza” e offrire l’olocausto. Saul spiega il motivo per cui ha offerto sacrifici al Signore quando Samuele finalmente arriva: “vedevo che” 1) “il popolo si disperdeva e mi abbandonava”, 2) “tu non giungevi nel giorno stabilito”, e 3) “i Filistei erano radunati a Micmas” contro di lui. Poiché ha visto questi tre problemi urgenti, si è sentito costretto a offrire sacrifici per implorare il Signore. Samuele, però, gli accusa di aver “agito stoltamente” e “non osservato il comandamento del Signore”.

Se ci sembra strano che questo gesto di Saul costituisca un peccato, dobbiamo ricordarci che sotto il patto mosaico nell’Antico Testamento, l’offrire sacrifici di questo tipo, cioè olocausti, era l’incarico riservato esclusivamente ai sacerdoti nati dalla tribù di Levi. Questa disposizione provvedeva a conservare la purezza rituale dei sacrifici, perché solo i sacerdoti levitici erano consacrati al servizio del culto e si mantevano puri per questo scopo. Saul, che era della tribù di Beniamino, non era né consacrato né puro per poter toccare gli olocausti senza contaminarli. Nel senso più grande, però, la legge comandava questo per conservare chiaro il segno che puntava a Gesù, come dice Ebrei 8:4b-5; 9:11-12:

…coloro che offrono i doni secondo la legge … celebrano un culto che è rappresentazione e ombra delle cose celesti, come fu detto da Dio a Mosè quando questi stava per costruire il tabernacolo: «Guarda», disse, «di fare ogni cosa secondo il modello che ti è stato mostrato sul monte»…. Ma venuto Cristo, sommo sacerdote dei beni futuri, egli, attraverso un tabernacolo più grande e più perfetto, non fatto da mano d’uomo, cioè, non di questa creazione, è entrato una volta per sempre nel luogo santissimo, non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue. Così ci ha acquistato una redenzione eterna.

In ogni caso, Saul ha peccato fondamentalmente per lo stesso motivo per cui tutti noi pecchiamo: mancanza di fede nella parola e nella promessa di Dio. Notiamo bene il suo ragionamento nel v.11: “Siccome vedevo che…”. Quando ha visto il suo esercito disperdersi e la forza nemica schierarsi contro di lui e Samuele non arrivare, non credeva che la parola di Dio fosse più certa e affidabile che la situazione che vedeva con i suoi occhi. Non credeva veramente che “un uomo con Dio è sempre nella maggioranza” (John Knox), e che Dio non tardiva nel venirgli in aiuto. Non manteneva ferma la fiducia nella promessa del Signore che:

Nel tornare a me e nello stare sereni sarà la vostra salvezza; nella calma e nella fiducia sarà la vostra forza». Ma voi non avete voluto! (Isaia 30:15).

Infatti, Saul non ha voluto! Ma l’inganno si è trovato proprio nel modo in cui Saul coprire il suo peccato con una patina di pietà: “io non ho ancora implorato il Signore!” (v.12). Qui troviamo un principio molto importante da imparare: come ha detto il pastore americano Tim Keller, l’inganno — soprattutto l’auto-inganno — non è la cosa peggiore che facciamo, ma è il motivo per cui possiamo fare le cose peggiori.

B) La conseguenza del peccato (vv.13b-14a)

Il Signore avrebbe stabilito il tuo regno sopra Israele per sempre. 14 Ora invece il tuo regno non durerà.

Samuele adesso riferisce a Saul da parte di Dio ciò che gli accadrà come conseguenza: il suo regno fallirà e avrà una fine. Sin dall’inizio del suo regno, Saul dunque sapeva che non avrebbe lasciato un lignaggio regale, non avrebbe fatto sedere suo figlio sul trono dopo di lui. Il resto del libro di 1 Samuele narra i disperati ma inutili sforzi di Saul di evitare questa conseguenza, ma avverrà esattamente secondo la parola di Dio e Saul morirà alla fine del libro sconfitto e vergognato. Di nuovo, se questa conseguenza sembra troppo dura e severa, dobbiamo tener presente che Dio tratta Saul in qualità di re, e che, secondo un principio biblico importante, il destino del popolo è sempre determinato dalla fedeltà (o in questo caso l’infedeltà) del re. Un re che avrebbe seguito il percorso di Saul avrebbe portato il suo popolo subito alla rovina.

C) La promessa di un nuovo re (vv.14b)

Il Signore si è cercato un uomo secondo il suo cuore, e il Signore l’ha destinato a essere principe del suo popolo, poiché tu non hai osservato quello che il Signore t’aveva ordinato».

Per quanto tragica, la caduta di Saul aveva esito positivo grazie alla sovranità di Dio che usa ogni male per compiere il bene. Samuele annuncia che il Signore “si è cercato un uomo secondo il suo cuore” e “l’ha destinato a essere principe del suo popolo”. Nell’immediato, questa parola riguarda Davide, che diventerà poi il più grande re nella storia d’Israele e il progenitore di una monarchia stabile. Ma nella Bibbia, Davide è importante soprattutto perché è l’antenato e la prefigurazione del vero principe del popolo di Dio, colui che è veramente un uomo secondo il cuore di Dio perché incarna il cuore di Dio in se stesso, Gesù Cristo. In ultima analisi, la caduta di Saul ha fatto sì che nascesse il Salvatore del mondo, il cui regno mette fine a ogni male.

Questo è vangelo, buona notizia, non solo perché è l’innesima prova di come Dio converte ogni male in bene, ma che in Cristo Gesù abbiamo un re e sacerdote che capisce cosa significa essere tentato a disperare e abbandonare fiducia in Dio — basta pensare al suo grido dalla croce “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” — ma allo stesso tempo ha vinto quella tentazione col potere divino che ora mette a nostra disposizione. A differenza di Saul, noi abbiamo un re che ha già vinto ogni paura, ogni difficoltà, ogni dubbio, e ogni tentazione, così che quando veniamo a lui, troviamo veramente riposo per le nostre anime. Avendo Cristo come nostro re, sappiamo di essere stati già liberati dal potere del male e del maligno, e di vivere in un regno di pace e libertà che non avrà mai fine. Come Paolo afferma in Colossesi 1:13-14:

13 Dio ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasportati nel regno del suo amato Figlio. 14 In lui abbiamo la redenzione per mezzo del suo sangue, il perdono dei peccati.

Sapendo questo, possiamo far nostra la preghiera di Salmo 27 che il re Davide ha scritto secoli prima, anticipando la speranza che è nostra in Cristo Gesù:

Il Signore è la mia luce e la mia salvezza; di chi temerò? Il Signore è il baluardo della mia vita; di chi avrò paura? Quando i malvagi, che mi sono avversari e nemici, mi hanno assalito per divorarmi, essi stessi hanno vacillato e sono caduti. Se un esercito si accampasse contro di me, il mio cuore non avrebbe paura; se infuriasse la battaglia contro di me, anche allora sarei fiducioso.

Una cosa ho chiesto al Signore, e quella ricerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per contemplare la bellezza del Signore e meditare nel suo tempio. Poiché egli mi nasconderà nella sua tenda in giorno di sventura, mi custodirà nel luogo più segreto della sua dimora, mi porterà in alto sopra una roccia. E ora la mia testa s’innalza sui miei nemici che mi circondano. Offrirò nella sua dimora sacrifici con gioia; canterò e salmeggerò al Signore.

O Signore, ascolta la mia voce quando t’invoco; abbi pietà di me, e rispondimi. Il mio cuore mi dice da parte tua: «Cercate il mio volto!» Io cerco il tuo volto, o SignoreNon nascondermi il tuo volto, non respingere con ira il tuo servo; tu sei stato il mio aiuto; non lasciarmi e non abbandonarmi, o Dio della mia salvezza!

10 Qualora mio padre e mia madre m’abbandonino, il Signore mi accoglierà. 11 O Signore, insegnami la tua via, guidami per un sentiero diritto, a causa dei miei nemici. 12 Non darmi in balìa dei miei nemici; perché sono sorti contro di me falsi testimoni, gente che respira violenza.

13 Ah, se non avessi avuto fede di vedere la bontà del Signore sulla terra dei viventi! 14 Spera nel SignoreSii forte, il tuo cuore si rinfranchi; sì, spera nel Signore!

Apocalisse 6:1-17; 7:9-17: L’Ira dell’Agnello

Introduzione

Apocalisse appare come un libro strano, c’è un buon motivo per questo: al di là delle visioni simboliche, lo scopo di Apocalisse è di fornirci un’ottica diversa — in realtà l’unica vera ottica perché quella di Dio! — sotto la quale dobbiamo interpretare la realtà del mondo in cui ci troviamo. Il mondo secondo Apocalisse appare strano perché, dalla prospettiva di coloro che camminano per visione e non per fede, non è per niente il mondo reale. Ma per coloro che camminano invece per fede e non per visione — i santi salvati dal sangue di Cristo Gesù — Apocalisse ridimensiona totalmente “il mondo reale” per farlo comparire com’è veramente, la realtà reale!

Nei capitolo 4-5, Giovanni, l’autore di questo libro, ci presenta una magnifica visione di Dio Padre e del Signore Gesù Cristo. Cristo è raffigurato come l’Agnello immolato e il Leone vittorioso che è l’unica persona in tutto l’universo degna di prendere il libro tenuto nella destra di Dio e di aprire i suoi sette sigilli. Questo libro contiene la rivelazione del compimento di tutte le cose, e solo Gesù è degno e capace di rivelarne il contenuto. Poi la visione finisce così:

5:13 E tutte le creature che sono nel cielo, sulla terra, sotto la terra e nel mare, e tutte le cose che sono in essi, udii che dicevano: «A colui che siede sul trono, e all’Agnello, siano la lode, l’onore, la gloria e la potenza, nei secoli dei secoli».

A questo punto nella visione, Gesù, ancora raffigurato come l’Agnello, sta per aprire i sette sigilli e rivelare il compimento del proposito di Dio per la sua creazione.

1) I Quattro Cavalieri (6:1-8)

A) Il primo cavaliere: la conquista (vv.1-2)

6:1 Poi vidi quando l’Agnello aprì uno dei sette sigilli e udii una delle quattro creature viventi, che diceva con voce come di tuono: «Vieni». Guardai e vidi un cavallo bianco. Colui che lo cavalcava aveva un arco; e gli fu data una corona, ed egli venne fuori da vincitore, e per vincere.

L’apertura dei primi quattro sigilli corrispondono ai famosi “quattro cavalieri dell’Apocalisse” che qui rappresentano l’andamento della storia che appare tutt’altro che sotto la sovranità di Dio. Il primo cavaliere cavalca un cavallo bianco — il colore della vittoria — e tiene l’arco e vince una corona. Potrebbe sembrare un personaggio positivo, ma collegato con gli altri tre che lo seguono, si capisce subito che il suo è un trionfo di violenza. Il primo cavaliere rappresenta dunque l’adempimento delle parole di Gesù in Matteo 24:6-8:

Voi udrete parlare di guerre e di rumori di guerre; guardate di non turbarvi, infatti bisogna che questo avvenga, ma non sarà ancora la fine. Perché insorgerà nazione contro nazione e regno contro regno; ci saranno carestie e terremoti in vari luoghi; ma tutto questo non sarà che principio di dolori.

B) Il secondo cavaliere: la guerra (vv.3-4)

Quando l’Agnello aprì il secondo sigillo, udii la seconda creatura vivente che diceva: «Vieni». E venne fuori un altro cavallo, rosso; e a colui che lo cavalcava fu dato di togliere la pace dalla terra affinché gli uomini si uccidessero gli uni gli altri, e gli fu data una grande spada.

L’apertura del secondo sigillo poi scatena il secondo cavaliere, rosso come il sangue e armato di una grande spada per togliere la pace dalla terra. Questo cavaliere rappresenta sicuramente la guerra — l’apice della capacità umana di distruggere e uccidere — ma non solo. La storia umana è su ogni livello una di conflitto e non di pace: conflitti internazionali, nazionali, sociali, culturali, politici, religiosi, relazionali, personali, psicologici, ecc. Che la pace universale e durevole sia un sogno umano impossibile non dovrebbe sorprendere i santi che sanno il contenuto del libro dell’Agnello: “Bisogna che questo avvenga…” (Mt. 24:6).

C) Il terzo cavaliere: la fame (vv.5-6)

Quando l’Agnello aprì il terzo sigillo, udii la terza creatura vivente che diceva: «Vieni». Guardai e vidi un cavallo nero; e colui che lo cavalcava aveva una bilancia in mano. E udii come una voce in mezzo alle quattro creature viventi, che diceva: «Una misura di frumento per un denaro e tre misure d’orzo per un denaro, ma non danneggiare né l’olio né il vino».

L’apertura del terzo sigillo fa venire il terzo cavaliere che tiene una bilancia e cavalca un cavallo nero. Il simbolismo qui non è forse immediatamente evidente come gli ultimi due, ma si può facilmente chiarire tutto. Il terzo cavaliere fa in modo che i prezzi per comprare il frumento e l’orzo — che rappresentano gli alimenti dei poveri — aumentino così tanto che non sono più abbordabili. Dall’altro canto, però, l’olio e il vino — alimenti pregiati e simbolici dei ricchi — risultano protetti. Il terzo cavaliere, dunque, colpisce l’economia, e causa grandi disturbi e squilibri affinché i poveri diventino più poveri e i ricchi più ricchi. Ecco l’ironia della bilancia che tiene: la bilancia dovrebbe garantire giuste misure (e giustizia) per tutti, ma fa proprio l’opposto. Violenza, conflitto, e ingiustizia: caratterizzano veramente il nostro mondo!

D) Il quarto cavaliere: la morte (vv.7-8)

Quando l’Agnello aprì il quarto sigillo, udii la voce della quarta creatura vivente che diceva: «Vieni». Guardai e vidi un cavallo giallastro; e colui che lo cavalcava si chiamava Morte, e gli veniva dietro l’Ades. Fu dato loro potere sulla quarta parte della terra, per uccidere con la spada, con la fame, con la mortalità e con le belve della terra.

Il quarto e l’ultimo cavaliere che viene dopo l’apertura del quarto sigillo si chiama “Morte”. Il suo cavallo è giallastro — il colore della malattia e della peste — ed è accompagnato dall’Ades, il soggiorno dei morti. Il quarto cavaliere rappresenta dunque i terribili effetti dovuti all’arrivo di tutti e quattro: la morte causata dalla spada, dalla fame, dalla mortalità e persino dalle belve della terra. Inoltre, non sono pochi che soffrono per causa loro: “fu dato loro potere sulla quarta parte della terra”. Non tutti, certamente, ma comunque tanti!

Forse questa visione suscita una domanda: perché tutto ciò? A che cosa serve? La visione provvederà a rispondere, ma prima essa vuole trasmetterci un messaggio importante per la fede: tutto ciò è contenuto nel libro di Dio e accade solo quando l’Agnello ne apre i sigilli. In altre parole, ogni cosa — la guerra, l’ingiustizia, la malattia, la morte — è governata dalla sovranità di Dio che fa cooperare tutto quanto al bene dei santi. Questo non vuol dire che Dio desideri che tutto questo succeda, ma che nulla succede che Dio non è capace di redimere per compiere il suo proposito benevolo.

2) I Martiri (6:9-11)

Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di quelli che erano stati uccisi per la parola di Dio e per la testimonianza che avevano resa. 10 Essi gridarono a gran voce: «Fino a quando aspetterai, o Signore santo e veritiero, per fare giustizia e vendicare il nostro sangue su quelli che abitano sulla la terra?» 11 E a ciascuno di essi fu data una veste bianca e fu loro detto che si riposassero ancora un po’ di tempo, finché fosse completo il numero dei loro compagni di servizio e dei loro fratelli, che dovevano essere uccisi come loro.

A) Il tumulto della testimonianza (v.9)

Quando si apre il quinto sigillo, la visione cambia radicalmente. La prospettiva si sposta dalla terra al cielo, dal mondo afflitto dal male e dalla morte al riposo dei santi martiri. La visione di questo sigillo svolge due funzioni importanti. Prima, al v.9, svela la ragione più profonda per le molte vicissitudini descritte nei primi quattro sigilli: la testimonianza dei santi, ovvero dei martiri. L’accezione vera del termine martire è appunto “testimone”, e qui scopriamo il motivo per cui esso poi ha acquisito l’ulteriore significato di “chi si sacrifica per una causa”. I testimoni che mantengono una testimonianza fedele nel mondo sono perseguitati e anche a volte messi a morte. La storia della chiesa è infatti la storia di un popolo martirizzato, cioè reso testimone di Gesù Cristo e dunque anche partecipe delle sue sofferenze.

Il punto della visione dei martiri, però, è importante per un altro motivo: la vera ragione per cui nei primi quattro sigilli il mondo è messo sottosopra e fatto piombare nel tumulto e nella sofferenza è dovuta alla testimonianza della chiesa. Come illustrato tante volte in Atti, la predicazione del vangelo accende il fuoco dell’odio e dell’angoscia e della divisione nella terra. Se proseguiamo nel discorso di Gesù riportato in Matteo 24, leggiamo:

Allora vi abbandoneranno all’oppressione e vi uccideranno e sarete odiati da tutte le genti a motivo del mio nome. 10 Allora molti si svieranno, si tradiranno e si odieranno a vicenda. 11 Molti falsi profeti sorgeranno e sedurranno molti. 12 Poiché l’iniquità aumenterà, l’amore dei più si raffredderà. 13 Ma chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato. 14 E questo vangelo del regno sarà predicato in tutto il mondo, affinché ne sia resa testimonianza a tutte le genti; allora verrà la fine.

Notiamo bene: i conflitti e le guerre e i dolori e il subbuglio nei quali il mondo è caduto è inscindibile dalla testimonianza resa dei seguaci di Gesù che sono perseguitati e odiati e uccisi a motivo del suo nome. Il travaglio continuerà finché il vangelo non sarà predicato in tutto il mondo, e solo “allora verrà la fine”. Non è chiaro? I mali di cui leggiamo tutti i giorni nei giornali sono dovuti alla diffusione del vangelo che segnala ai poteri malvagi che il loro tempo è limitato e il giudizio finale gli si sta avvicinando sempre di più! L’animale selvaggio è sempre più pericoloso quanto ha una ferita mortale.

B) Il giudizio dell’ingiustizia (vv.10-11)

La seconda funzione del quinto sigillo è di giustificare i giudizi preliminari dei primi quattro sigilli e poi quello finale scatenato dall’apertura del sesto sigillo. Mentre i santi sono fedeli a Cristo, il mondo per questo li perseguita e li uccide. La persecuzione può assumere varie forme, ma la Bibbia insegna che ogni seguace di Cristo che lo testimonia come dovrebbe soffrirà la persecuzione e l’odio del mondo. È giusto dunque che Dio intervenga a loro favore, liberandoli dai loro oppressori e facendo giustizia nel mondo. Quando il giudizio finale verrà, il vangelo sarà stato predicato ovunque, e tutto il mondo sarà inescusabile davanti a Dio.

3) Il Giudizio Finale (6:12-17)

12 Poi vidi quando l’Agnello aprì il sesto sigillo; e si fece un gran terremoto. Il sole diventò nero come un sacco di crine e la luna diventò tutta come sangue; 13 le stelle del cielo caddero sulla terra come quando un fico scosso da un forte vento lascia cadere i suoi fichi immaturi. 14 Il cielo si ritirò come una pergamena che si arrotola, e ogni montagna e ogni isola furono rimosse dal loro luogo. 15 I re della terra, i grandi, i generali, i ricchi, i potenti e ogni schiavo e ogni uomo libero si nascosero nelle spelonche e tra le rocce dei monti. 16 E dicevano ai monti e alle rocce: «Cadeteci addosso, nascondeteci dalla presenza di colui che siede sul trono e dall’ira dell’Agnello; 17 perché è venuto il gran giorno della loro ira. Chi può resistere?»

A) Il grande livellatore

Il sesto sigillo incute veramente terrore, perché con la sua apertura viene sulla terra “il gran giorno dell’ira” di Dio nel quale nessuno potrà resistere. Il giudizio sarà terrificante sia per la sua intensità sia per la sua universalità. Sarà un giorno in cui tutto il creato tremerà per quello che accadrà. Nessuno scamperà: persino i più grandi, i più ricchi, i più potenti della terra rimarranno terrorizzati quando Cristo si rivela nel giorno del suo ritorno. Allora ogni vanto umano sarà demolito, ogni pretesa smentita, ogni idolo messo a nudo, poiché il giorno di giudizio sarà il “grande livellatore” di tutti gli esseri umani. Tanto spaventoso sarà il giudizio di Dio che sarà preferibile la morte! Tutti gli esseri umani che hanno rifiutato il vangelo pregheranno i monti e le rocce di cadersi adosso piuttosto che essere sottoposti al giudizio divino. Ma in quel giorno, neanche la morte li potrà salvare, ed essi raccoglieranno i frutti della loro ribellione.

B) La misericordia severa (9:20-21)

9:20 Il resto degli uomini che non furono uccisi da questi flagelli non si ravvidero dalle opere delle loro mani; non cessarono di adorare i demòni e gli idoli d’oro, d’argento, di bronzo, di pietra e di legno, che non possono né vedere, né udire, né camminare. 21 Non si ravvidero neppure dai loro omicidi, né dalle loro magie, né dalla loro fornicazione, né dai loro furti.

Ma bisogna notare che questo sarà il giorno dell’ira dell’Agnello. In altre parole, è giudizio fatto da colui che è stato già giudicato al posto dell’umanità. È l’ira di colui che ha già subito pienamente l’ira divina contro il peccato. Questo è il giudizio di Cristo crocifisso che, pur essendo il Leone trionfante, rimane sempre l’Agnello immolato per il peccato del mondo. Questo è, dunque, leggiamo in un brano parallelo, Apocalisse 9:20-21, che l’ira dell’Agnello, sino all’ultimo possibile momento, mira a portare il mondo al ravvedimento. L’ira dell’Agnello è una misericordia severa, una grazia violenta che si oppone con l’onnipotenza di Dio l’opposizione umana al suo grande amore. È la stessa misericordia severa rivelata sulla croce di Cristo, la grazia che si è manifestata nella sua morte violenta per amore di tutti noi. È l’amore che arde così intensamente per i peccatori che rifiuta di mollare o di diminuire anche quando le persone ribelli non si ravvedono dei loro atti auto-distruttivi e non smettono di adorare gli idoli e i demoni che gli vogliono solo male. Tale è il “mistero dell’inquità”, l’incomprensibile assurdità e irrazionalità del peccato, ciò che Karl Barth ha chiamato la “possibilità impossibile”.

4) La Folla Innumerevole (7:9-17)

A) Il compimento della salvezza (vv.9-12)

7:9 Dopo queste cose, guardai e vidi una folla immensa che nessuno poteva contare, proveniente da tutte le nazioni, tribù, popoli e lingue, che stava in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, vestiti di bianche vesti e con delle palme in mano. 10 E gridavano a gran voce, dicendo: «La salvezza appartiene al nostro Dio che siede sul trono, e all’Agnello». 11 E tutti gli angeli erano in piedi intorno al trono, agli anziani e alle quattro creature viventi; essi si prostrarono con la faccia a terra davanti al trono e adorarono Dio, dicendo: 12 «Amen! Al nostro Dio la lode, la gloria, la sapienza, il ringraziamento, l’onore, la potenza e la forza, nei secoli dei secoli! Amen».

La visione giunge al culmine non con il giudizio ma con il compimento della salvezza. Questo è infatti lo scopo finale al quale il giudizio è solo uno strumento. Qui Giovanni vede la folla immensa, troppo grande da essere contata, “proveniente da tutte le nazioni, tribù, popoli e lingue”, perfettamente purificata e pienamente glorificata e per sempre nella presenza di Dio e dell’Agnello. Questa è la rivelazione (l’apocalisse!) della fedeltà di Dio alle sue promesse: Dio aveva giurato ad Abraamo la benedizione che avrebbe cancellato la maledizione del peccato e che si sarebbe estesa a tutte le famiglie della terra. Questo è esattamente ciò che Giovanni vede.

B) L’esortazione alla perseveranza (vv.13-17)

13 Poi uno degli anziani mi rivolse la parola, dicendomi: «Chi sono queste persone vestite di bianco, e da dove sono venute?» 14 Io gli risposi: «Signore mio, tu lo sai». Ed egli mi disse: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione. Essi hanno lavato le loro vesti e le hanno imbiancate nel sangue dell’Agnello. 15 Perciò sono davanti al trono di Dio e lo servono giorno e notte, nel suo tempio; e colui che siede sul trono stenderà la sua tenda su di loro. 16 Non avranno più fame e non avranno più sete, non li colpirà più il sole né alcuna arsura; 17 perché l’Agnello che è in mezzo al trono li pascerà e li guiderà alle sorgenti delle acque della vita; e Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi».

Lungi dal soddisfare la nostra curiosità, questa visione ha uno scopo molto pratico per tutti i santi di tutti i tempi, compresi anche noi. La fine è qui svelata e noi la possiamo sapere. Dio farà nuove tutte le cose, anche tutta la creazione. Distruggerà il peccato, metterà fine alla morte, e asciugherà ogni lacrima dai nostri occhi. Lì nel regno di Dio quando la sua volontà è fatta in terra come in cielo, non ci sarà più pericolo né paura, né fame né sete, né buio né sofferenza, ma solo gioia, pace, amore, verità, giustizia e comunione eterna con Dio stesso nella sua presenza!

Se questo è il destino garantito a tutti coloro che confidano in Cristo e che rimangono costanti in questa fiducia, nulla dovrebbe scoraggarci o deluderci al punto dove rinunciamo alla fede. Nessuna sofferenza o vergogna o persecuzione, anche se porta alla morte, dovrebbe impedirci di dare testimonianza al mondo, annunciando il vangelo di Cristo nonostante i rischi e i sacrifici. Inoltre, nessuna circostanza dovrebbe toglierci la gioia della speranza che abbiamo; non un augurio incerto per un possibile futuro migliore, ma la certezza che è solo una questione di tempo: la nostra vita eterna è nascosta ora con Cristo in Dio, e deve essere solo rivelata nell’ultimo giorno. E sarà sicuramente rivelata, quando, per citare di nuovo Gesù, il vangelo sarà predicato in tutto il mondo. Ora, se questa è la nostra speranza, diamoci da fare, per affrettare il giorno del ritorno di Cristo!

Romani 1:16-23; 3:9-20

1) La Rivelazione del Peccato Umano (3:9-20)

3:9 Che dire dunque? Noi siamo forse superiori? No, affatto! Perché abbiamo già dimostrato che tutti, Giudei e Greci, sono sottoposti al peccato, 10 com’è scritto: «Non c’è nessun giusto, neppure uno. 11 Non c’è nessuno che capisca, non c’è nessuno che cerchi Dio. 12 Tutti si sono sviati, tutti quanti si sono corrotti. Non c’è nessuno che pratichi la bontà, {no,} neppure uno». 13 «La loro gola è un sepolcro aperto; con le loro lingue hanno tramato frode». «Sotto le loro labbra c’è un veleno di serpenti». 14 «La loro bocca è piena di maledizione e di amarezza». 15 «I loro piedi sono veloci a spargere il sangue. 16 Rovina e calamità sono sul loro cammino 17 e non conoscono la via della pace». 18 «Non c’è timor di Dio davanti ai loro occhi». 19 Or noi sappiamo che tutto quel che la legge dice, lo dice a quelli che sono sotto la legge, affinché sia chiusa ogni bocca e tutto il mondo sia riconosciuto colpevole di fronte a Dio; 20 perché mediante le opere della legge nessuno sarà giustificato davanti a lui; infatti la legge dà la conoscenza del peccato.

La lettera di Paolo ai Romani è stata sempre considerata il suo “capolavoro”, non perché sia quella più ispirata, ma perché è quella più teologicamente densa ed esauriente. È stata la lettera che ha stimolato la conversione di Martin Lutero e la Riforma Protestante. È stata anche la lettera che ha liberato Karl Barth dall’ideologia liberale e l’ha fatto diventare il più cristo-centrico (e quindi il più importante!) teologo protestante del secolo scorso. Potremmo studiare solo questa lettera tutta la vita e mai arrivare a conoscerla fino in fondo.

Ma una peculiarità di questa lettera è la sua enfasi sul peccato, ovvero il potere e l’universalità del male sul genero umano. Secondo Paolo, “non c’è nessun giusto, neppure uno. Non c’è nessuno che capisca, non c’è nessuno che cerchi Dio. Tutti si sono sviati, tutti quanti si sono corrotti. Non c’è nessuno che pratichi la bontà, {no,} neppure uno.” I versetti successivi in vari modi affermano questo senza equivoci: tutti gli esseri umani, senza eccezione, dalla testa ai piedi, sono malati e corrotti dal peccato. Una volta, una tale enfasi non creava tanti problemi, perché tutti accettavano più o meno che il mondo era crudele e che questo era dovuto alla cattiveria umana. Oggi, invece, non piace l’idea che siamo peccatori, o almeno che siamo peccatori come li descrive Paolo in Romani. Ci piace pensare che ci siamo più evoluti, che gli sviluppi scientifici promettano un futuro sempre migliore, che in fondo siamo tutti buoni, e la nostra cattiveria non rappresenta la nostra vera natura. A coloro che la pensano così, la descrizione di Paolo della condizione umana può sembrare esagerata, pessimista, o primitiva. C’è qualcuno che si scandalizza, si offende, e se la prende con Paolo!

Prima di mandare Paolo in manicomio, consideriamo come è arrivato a questa conclusione. In primo luogo, notiamo come questi versetti consistono in citazioni bibliche. Questo ci fa capire che, in parte, Paolo non ha voluto basare le sue idee riguardanti la natura umana sulle sue osservazioni personali, ma sull’insegnamento delle sacre Scritture. Questo sarebbe già ragione sufficiente per adottare, per quanto potrebbe sembrare controintuitivo, la posizione di Paolo. Ma non possiamo fermarci solo qui, perché Paolo non si ferma qui. In realtà, la porzione di Romani che stiamo adesso leggendo costituisce la conclusione della prima parte della sua argomentazione. Paolo stesso ricorda ai lettori che “abbiamo già dimostrato che tutti, Giudei e Greci, sono sottoposti al peccato” (3:9). Prima di scrivere questa catena di citazioni bibliche, Paolo aveva già provato questa conclusione, della quale le citazioni bibliche servono come riassunto. In secondo luogo, dunque, dobbiamo guardare indietro per capire il ragionamento di Paolo. Così faremo, anche se questo approccio differisce dal solito, cioè quello di esporre i brani biblici in ordine. Questa volta, lo capiremo meglio tornando indietro.

2) La Rivelazione dell’Ira di Dio (1:18-23)

18 L’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ingiustizia degli uomini che soffocano la verità con l’ingiustizia; 19 poiché quel che si può conoscere di Dio è manifesto in loro, avendolo Dio manifestato loro; 20 infatti le sue qualità invisibili, la sua eterna potenza e divinità, si vedono chiaramente fin dalla creazione del mondo, essendo percepite per mezzo delle opere sue; perciò essi sono inescusabili, 21 perché, pur avendo conosciuto Dio, non lo hanno glorificato come Dio, né lo hanno ringraziato; ma si sono dati a vani ragionamenti e il loro cuore privo d’intelligenza si è ottenebrato. 22 Benché si dichiarino sapienti, sono diventati stolti, 23 e hanno mutato la gloria del Dio incorruttibile in immagini simili a quelle dell’uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili….

Qui al capitolo 1 e versetto 18, ci troviamo all’inizio dell’argomentazione di Paolo che giunge al culmine nei versetti che abbiamo appena letto. Se 3:9-20 ne costituiscono la conclusione, 1:18-23 ne costituiscono, per così dire, “l’arringa di apertura”. Nel v.18, leggiamo la frase cruciale: “L’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ingiustizia degli uomini che soffocano la verità con l’ingiustizia”. Questa è la frase chiave perché prima di parlare dell’empietà e dell’ingiustizia degli uomini (il motivo per cui Paolo concluderà nel capitolo 3 che tutti si sono corrotti, che non c’è nessuno buono), Paolo parla dell’ira di Dio che si rivela contro queste cose.

In primo luogo, questo vuol dire che la conclusione di Paolo riguardo alla condizione umana non è frutto di qualche sua osservazione o analisi, ma di rivelazione divina. È Dio che ci conosce meglio di noi stessi, perché lui ci ha creato, e scruta ogni cuore sulla faccia della terra. Le Scritture dicono che Dio sa già ogni nostra parola prima che la pronunciamo. Il paziente che si sente bene forse non crede all’inizio quando il dottore gli dice che ha una malattia terminale, ma farebbe bene a ascoltare più l’esperto che le sue percezioni personali. Nello stesso modo, quando Dio ci dice come siamo messi, e che siamo messi veramente male, faremmo bene a dargli retta anche se non ci sembra il caso!

In secondo luogo, Paolo asserisce che la vera condizione umana — corrotta e dannata — è rivelata specificamente dall’ira di Dio che si rivela contro di essa. Bisogna fare attenzione qui, perché non siamo abituati a ragionare in questa maniera. Di solito valutiamo se una determinata reazione è appropriata o meno in proporzione alla causa. Un esempio banale: comprendiamo se una persona urla arrabbiata quando le vengono rubati diecimila euro, ma diciamo che questa persona esagera se urla arrabbiata perché le vengono rubati solo dieci centesimi. Ecco un altro motivo di scandalo, pensiamo che Dio esageri nei nostri confronti quando ci giudica per l’empietà e l’ingiustizia. Ma Paolo capovolge questo ragionamento. Lui dice in effetti: “Non siamo noi a valutare se il giudizio di Dio sia proporzionale al nostro peccato, ma è Dio a farci capire la gravità del nostro peccato in proporzione al suo giudizio!”

In terzo luogo, Paolo è più specifico ancora. Non è chiaro nella traduzione che stiamo usando (la Nuova Riveduta), ma nella Nuova Diodati, il collegamento tra v.18 e quello che precede è esplicito: Perché l’ira di Dio si rivela dal cielo sopra ogni empietà e ingiustizia degli uomini, che soffocano la verità nell’ingiustizia”. La parola “perché” ci segnala che anche questo — cioè il fatto che l’ira di Dio si rivela contro il nostro peccato — è anche esso dovuto a un altro fattore ancora più basilare, e per capirlo dobbiamo andare più indietro e leggere vv.16-17.

2) La Rivelazione della Giustizia di Dio (1:16-17)

16 Infatti non mi vergogno del vangelo; perché esso è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo prima e poi del Greco; 17 poiché in esso la giustizia di Dio è rivelata da fede a fede, com’è scritto: «Il giusto per fede vivrà».

Questi versetti riassumono l’intera lettera ai Romani. Nonostante l’enfasi che Paolo mette sul peccato (perché senza la rivelazione di Dio non sappiamo bene cos’è), la sua enfasi principale è ben diversa. Per Paolo, diagnosticare la condizione corrotta dell’umanità non è un fine a se stesso, ma serve invece per mettere in rilievo la gloria e la potenza del vangelo di Gesù Cristo. Questo comprendiamo dal fatto che la rivelazione dell’ira di Dio contro il peccato umano viene sulla scia della rivelazione della giustizia di Dio nel vangelo, la giustizia che equivale alla “potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede”. Questo ragionamento potrebbe sembrare un po’ complesso, quindi cerchiamo di spiegarlo meglio.

Aiuterà se precisiamo ciò che Paolo non sta facendo. Non parte da una certa prospettiva sul genere umano — in questo caso negativa e pessimista — cercando poi di proporre Gesù Cristo come la soluzione. Il problema inerente a questo approccio è che non convincerà nessuno, compreso Paolo stesso! Nella sua lettera ai Filippesi (3:4b, 6b), Paolo spiega che prima di conoscere Cristo, aveva un’opinione molto positiva delle capacità umane:

Se qualcun altro pensa di aver motivo di confidarsi nella carne, io posso farlo molto di più; io … quanto alla giustizia che è nella legge, [ero] irreprensibile. 

Lungi dall’essere denigratorio verso le capacità umane, Paolo confidava molto “nella carne”, cioè in ciò che lui, e altri come lui, era in grado di fare, di diventare, di essere in base alle proprie forze. Quindi, Paolo stesso una volta sarebbe stato per niente convinto dalla mera asserzione che “non c’è nessun giusto, neppure uno”! Che cosa dunque gli ha fatto cambiare idea? Paolo prosegue in Filippesi 3 dicendo:

Ma ciò che per me era un guadagno, l’ho considerato come un danno, a causa di Cristo (3:7).

Ecco la differenza: a causa di Cristo! Prima di conoscere Cristo, Paolo si riteneva giusto e irreprensibile. Il suo incontro con Gesù, invece, l’ha smascherato per rivelare chi era veramente, come ogni pregio, ogni guadagno, ogni attributo di cui era fiero era in realtà solo un danno!

In Romani 1:16-18, la logica è identica. Paolo è giunto alla conclusione che l’intero genere umano, compreso ogni singolo individuo, è empio e ingiusto, corrotto dal peccato e esposto all’ira di Dio contro di esso, a causa della rivelazione della giustizia di Dio in Cristo, la rivelazione che è trasmessa e annunciata nella predicazione del vangelo. In termini più concreti, possiamo dire che è solo la croce di Cristo, la sua morte per i peccati del mondo, è capace di toglierci l’illusione che siamo “abbastanza bravi e buoni” e rivelarci come essere corrotti, impuri, e impotenti.

Come fa questo? Lo fa così: il giudizio divino versato su Gesù sulla croce, di cui le sue sofferenze atroci erano soltanto un povero riflesso, ha rivelato ciò che spettava a tutti noi. La croce ci fa capire che solo così Dio ci poteva salvare. Non ci poteva dare dei buoni consigli e nuovi comandamenti. Non ci poteva dare solo un buon esempio da seguire. No, Dio è dovuto diventare umano per sostituirsi al nostro posto, per assumere interamente la nostra umanità malata e moribonda per poterla guarire dall’interno. Il fatto che Dio stesso è dovuto morire e poi risuscitare al nostro posto rivela che solo l’intervento più radicale era sufficiente, che non eravamo solo persone difettose da migliorare, ma che eravamo persone morte che dovevano risuscitare!

Faccio un esempio banale. Recentemente parlavo con qualcuno che a un certo punto mi ha detto: “Ti perdono”. E io gli ho risposto: “Ma che dici? Che io sappia, non ti ho fatto del male!” Perché ho reagito così? Ho reagito così perché implicito nel perdono è il giudizio. Se questa persona non avesse giudicato una mia azione come sbagliata, non gli sarebbe venuta in mente l’idea di dovermi perdonare. Ma poiché gli avevo fatto un torto senza accorgermene, sono rimasto sconvolto dal suo “ti perdono”, ed è stato proprio quel “ti perdono” che mi ha fatto capire il torto che io, alla mia insaputa, gli avevo fatto.

Qui, secondo Paolo, è successo qualcosa di simile, ma smisuratamente più grande. Noi nasciamo, cresciamo, viviamo, e sappiamo che non siamo perfetti, certamente, ma non siamo neanche bestie! Rispetto ad altri, non abbiamo mai ucciso nessuno (figuramoci quelli che hanno perpetrato un genocidio!), non abbiamo mai violentato un bambino, non abbiamo mai…., e quindi, tutto sommato, siamo abbastanza a posto. Perciò, nei confronti di Dio (chiunque sia), non pensiamo di avere problemi particolari, perché tanto siamo in genere bravi, e sappiamo che  ci perdonerà quei piccoli sbagli che facciamo.

Ma quando per mezzo del vangelo siamo portati davanti alla croce di Cristo, dove Dio dice di sostituirsi al nostro posto, immedesimandosi nella nostra condizione, caricandosi dei nostri peccati, e subendo il giudizio a cui siamo destinati, ogni nostra presunzione svanisce. Come Paolo dice in Romani 3:19, la croce di Cristo chiude ogni bocca e rendere tutto il mondo colpevole davanti a Dio. Lo scrittore C.S. Lewis ha osservato una volta che se il vangelo è vero, la sua importanza è infinita, e non ci permette di adottare mezze misure nei suoi confronti. Se non riusciamo a capire questo, è perché non abbiamo ancora capito il vangelo, non abbiamo mai compreso il significato della croce di Cristo, non abbiamo mai dato ascolto veramente alla parola di Dio che ci rivela tutto questo.

Però, come abbiamo mezionato prima, tutto questo non è un fine a se stesso. Il collegamento tra vv.16-17 e v.18 ci insegna che l’ira di Dio, lungi dall’essere contrario a o incoerente con l’amore di Dio, è in realtà l’espressione dell’amore di Dio nei confronti del peccato umano. Se il peccato è, in fondo, l’umanità che grida “No!” al benevolo e amorevole proposito di Dio per essa, l’ira di Dio è il suo amore che risponde “No!” ancora più forte e decisivo. Se il peccato è l’umanità che rifiuta l’amore di Dio, l’ira di Dio è il suo amore che rifiuta di accettare il nostro rifiuto. Se il peccato è l’umanità che si suicida perché si scinde dall’unica fonte della sua vita, l’ira di Dio è il suo amore che risponde: “Vi amo troppo da abbandonarvi alla vostra auto-distruzione. Non accetto il fatto che le mie creature che amo, tanto da sacrificare me stesso, si allontanino da me e si buttino nell’abisso di un inferno che esse stesse hanno creato. Resisterò fino all’ultima goccia di sangue alla vostra resistenza. Vi cercherò, vi ritroverò, e vi riporterò a casa mia”.

Questo è il vangelo. Questa è la rivelazione della giustizia di Dio che si è manifestata in Gesù Cristo, nella sua morte come l’Agnello di Dio per togliere il peccato del mondo. Ed è alla luce della croce che ci vediamo per la prima volta come siamo veramente, e vedendoci in questa luce, vediamo quanto è grande l’amore di Dio per noi, quanto è stupenda la sua grazia verso di noi, quanto gli dobbiamo e com’è degno della nostra fiducia, ubbidienza e adorazione!

Ecco perché Paolo all’inizio del v.16 dichiara: “Infatti non mi vergogno del vangelo”. Il vangelo per molti è un motivo di vergogna. Molti cristiani si vergognano di parlare apertamente della loro fede in Gesù, avendo paura delle reazioni degli altri. Ma dinanzi a una così grande salvezza, un così grande amore, un così grande Dio, non siamo affatto noi che abbiamo ragione per vergognarci! In Cristo siamo dichiarati giusti davanti a Dio; in Cristo siamo eletti, santi, e amati figli suoi. E se Dio è per noi in questo modo, chi può essere contro di noi? E chi, comprendendo veramente l’amore di Dio rivelato in Cristo, non vorrebbe abbandonare ogni inibizione o intoppo o esitazione e proclamare: “Io sono di Cristo!”

Matteo 2:1-18: Dopo Le Tenebre, Luce!

Matteo 2:1-12

1 Gesù era nato in Betlemme di Giudea, all’epoca del re Erode. Dei magi d’Oriente arrivarono a Gerusalemme, dicendo: 2 «Dov’è il re dei Giudei che è nato? Poiché noi abbiamo visto la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo».
3 Udito questo, il re Erode fu turbato, e tutta Gerusalemme con lui. 4 Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informò da loro dove il Cristo doveva nascere. 5 Essi gli dissero: «In Betlemme di Giudea; poiché così è stato scritto per mezzo del profeta:
6 “E tu, Betlemme, terra di Giuda,
non sei affatto la minima fra le città principali di Giuda;
perché da te uscirà un principe, che pascerà il mio popolo Israele”».
7 Allora Erode, chiamati di nascosto i magi, s’informò esattamente da loro del tempo in cui la stella era apparsa; 8 e, mandandoli a Betlemme, disse loro: «Andate e chiedete informazioni precise sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, affinché anch’io vada ad adorarlo».
9 Essi dunque, udito il re, partirono; e la stella, che avevano vista in Oriente, andava davanti a loro finché, giunta al luogo dov’era il bambino, vi si fermò sopra. 10 Quando videro la stella, si rallegrarono di grandissima gioia. 11 Entrati nella casa, videro il bambino con Maria, sua madre; prostratisi, lo adorarono; e, aperti i loro tesori, gli offrirono dei doni: oro, incenso e mirra. 12 Poi, avvertiti in sogno di non ripassare da Erode, tornarono al loro paese per un’altra via.

13 Dopo che furono partiti, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e restaci finché io non te lo dico; perché Erode sta per cercare il bambino per farlo morire». 14 Egli dunque si alzò, prese di notte il bambino e sua madre, e si ritirò in Egitto. 15 Là rimase fino alla morte di Erode, affinché si adempisse quello che fu detto dal Signore per mezzo del profeta: «Fuori d’Egitto chiamai mio figlio».

16 Allora Erode, vedendosi beffato dai magi, si adirò moltissimo, e mandò a uccidere tutti i maschi che erano in Betlemme e in tutto il suo territorio dall’età di due anni in giù, secondo il tempo del quale si era esattamente informato dai magi. 17 Allora si adempì quello che era stato detto per bocca del profeta Geremia:
 18 «Un grido si è udito in Rama,
un pianto e un lamento grande:
 Rachele piange i suoi figli
e rifiuta di essere consolata,
perché non sono più».

Il testo di un canto popolare di Natale dice:

Passiamo un piccolo Natale felice / Lascia che il tuo cuore sia leggero da adesso in poi / I nostri problemi saranno fuori di vista / Eccoci qui come ai vecchi tempi / I felici giorni d’oro di un tempo / Amici fedeli che ci sono cari si radunano a noi ancora una volta / Passiamo un piccolo Natale felice / Trascorri le tue feste natalizie allegramente / Da adesso in poi i nostri problemi saranno molto lontani

È vero questo? Il Natale deve essere un periodo di felicità in cui dimentichiamo tutti i nostri problemi e ci raduniamo con tutti i nostri cari? Ma cosa succede quando i nostri problemi sono talmenti grossi che non ci lasciano in pace, o quando non abbiamo più cari con cui radunarci? Cosa succede quando ci sentiamo esclusi dalla felicità a causa del grande dolore che proviamo? Il Natale può avere qualche significato per noi in tali condizioni? La porzione delle Sacre Scritture che consideriamo oggi, Matteo 2:1-18 dice assolutamente di sì.

1) L’Esodo

A) Schiavitù (Esodo 1:8-14, 22)

Sorse sopra l’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe. Egli disse al suo popolo: «Ecco, il popolo dei figli d’Israele è più numeroso e più potente di noi. 10 Usiamo prudenza con esso, affinché non si moltiplichi e, in caso di guerra, non si unisca ai nostri nemici per combattere contro di noi e poi andarsene dal paese». 11 Stabilirono dunque sopra Israele dei sorveglianti ai lavori, per opprimerlo con le loro angherie. Israele costruì al faraone le città che servivano da magazzini, Pitom e Ramses. 12 Ma quanto più lo opprimevano, tanto più il popolo si moltiplicava e si estendeva; e gli Egiziani nutrirono avversione per i figli d’Israele. 13 Così essi obbligarono i figli d’Israele a lavorare duramente. 14 Amareggiarono la loro vita con una rigida schiavitù, adoperandoli nei lavori d’argilla e di mattoni e in ogni sorta di lavori nei campi. Imponevano loro tutti questi lavori con asprezza…. 22 Allora il faraone diede quest’ordine al suo popolo: «Ogni maschio che nasce, gettatelo nel Fiume, ma lasciate vivere tutte le femmine».

Le vicende raccontate in questo capitolo, avvenute durante i primi due anni dopo la nascita di Gesù, ricordano molto l’Esodo, la storia della liberazione d’Israele da schiavitù in Egitto. Matteo, infatti, scrive con l’intenzione di far vedere le similitudini, non casuali, tra la nascita di Gesù e la nascita di Mosè. Ripassiamo allora alcuni dettagli rilevanti.

Il libro dell’Esodo inizia con l’assoggettamento del popolo d’Israele dagli egiziani. Alla fine di Genesi, Giacobbe e i suoi familiari si trasferiscono in Egitto dove suo figlio Giuseppe è viceré, e si salvano così dalla grande carestia che allora affliggeva tutto il paese. Anni dopo, però, la famiglia di Israele continua a moltiplicarsi come il Signore ha promesso, e gli egiziani, comandati da faraone, rendono Israele schiavo perché ne hanno paura. I loro sforzi sono inutili, però, perché Israele cresce sempre di più, e dunque faraone ordina che tutti i bambini maschi siano uccisi per evitare eventuali rivolte.

B) Speranza (Esodo 2:1-2)

2:1 Un uomo della casa di Levi andò e prese in moglie una figlia di Levi. Questa donna concepì, partorì un figlio e, vedendo quanto era bello, lo tenne nascosto tre mesi.

Nonostante tutto questo, la speranza sorge con la nascita di un bambino, individuato all’inizio del capitolo 2, che si chiamerà Mosè. Sarà Mosè che, tanti anni dopo, diventerà l’uomo per mezzo del quale Dio libererà Israele dalla loro schiavitù.

C) Peggioramento (Esodo 5:5-9, 19-23)

Il faraone disse: «Ecco, ora il popolo è numeroso nel paese e voi gli fate interrompere i lavori che gli sono imposti». Perciò quello stesso giorno il faraone diede quest’ordine agli ispettori del popolo e ai suoi sorveglianti: «Voi non darete più, come prima, la paglia al popolo per fare i mattoni; vadano essi a raccogliersi la paglia! Comunque imponete loro la stessa quantità di mattoni di prima, senza diminuzione; perché sono dei pigri; perciò gridano, dicendo: “Andiamo a offrire sacrifici al nostro Dio”! Questa gente sia caricata di lavoro e si occupi di quello, senza badare a parole bugiarde»….

19 I sorveglianti dei figli d’Israele si videro ridotti a mal partito, perché si diceva loro: «Non diminuite per nulla il numero dei mattoni impostovi giorno per giorno». 20 Uscendo dal faraone, incontrarono Mosè e Aaronne, che stavano ad aspettarli, 21 e dissero loro: «Il Signore volga il suo sguardo su di voi e giudichi! poiché ci avete messi in cattiva luce davanti al faraone e davanti ai suoi servi e avete messo nella loro mano una spada per ucciderci». 22 Allora Mosè tornò dal Signore e disse: «Signore, perché hai fatto del male a questo popolo? Perché dunque mi hai mandato? 23 Infatti, da quando sono andato dal faraone per parlargli in tuo nome, egli ha maltrattato questo popolo e tu non hai affatto liberato il tuo popolo».

Notiamo, però, che non va tutto liscio. Anzi, quando il Signore manda Mosè da faraone per dirgli di liberare Israele, l’effetto è il contrario. Anziché migliorare la situazione, questo primo “tentativo” di salvare Israele fa solo peggiorare la sua sofferenza. La domanda di Mosè a Dio è del tutto comprensibile: “perché hai fatto del male a questo popolo?” Pur avendo promesso salvezza attraverso di Mosè, Dio sembra solo aver reso la schiavitù d’Israele più dura. Dio sembra aver smentito le loro speranze, sembra essere venuto meno alla sua parola.

Ora noi sappiamo come finisce questa storia, e alla fine Dio mantiene la sua promessa e salva il suo popolo. Ma non prima che la sofferenza diventi più grave. La luce risplende nelle tenebre, ma non prima che le tenebre diventino più fitte. E nel momento in cui le tenebre diventano più fitte, diventa anche più difficile mantenere la fiducia nella parola di Dio.

Questa è prima o poi l’esperienza di tutti i credenti. Ci troviamo in difficoltà, siamo malati, perdiamo lavoro, o muore un caro parente, e gridiamo al Signore: aiuto! Salvaci! Vieni per soccorrerci! Non ne possiamo più! E cosa succede? Niente. O peggio ancora: la difficoltà diventa più difficile, la malattia diventa più grave, le bollette diventano più costose, o muore ancora un altro caro parente! Come mai? Dio ci sta prendendo in giro? Mi ricordo di un periodo particolare nella mia vita quando non volevo più pregare perché sembrava che Dio facesse sempre il contrario di quello che glielo chiedevo. È difficile, molto difficile mantenere fiducia in Dio in tali circostanze.

2) Liberazione (Matteo 2:16)

16 Allora Erode, vedendosi beffato dai magi, si adirò moltissimo, e mandò a uccidere tutti i maschi che erano in Betlemme e in tutto il suo territorio dall’età di due anni in giù, secondo il tempo del quale si era esattamente informato dai magi. 

Quando torniamo a Matteo 2, vediamo una situazione molto simile. Israele aspetta di nuovo un salvatore, uno come Mosè che l’avrebbe liberato non solo dalla schiavitù esterna ma anche da quella interna: la schiavitù al peccato, al male, e alla morte. Quanto è buona quindi la notizia che Giuseppe, il fidanzato di Maria, sente quando un angelo gli dice che “Ella partorirai un figlio, e tu gli porrai il nome Gesù, perché è lui che salverà il suo popolo dai loro peccati” (1:21). Finalmente il Salvatore promesso, il nuovo Mosè, sta per venire! Sarà lui, il bambino nato a Maria e chiamato Gesù, che “salverà il suo popolo dai loro peccati”! Che motivo di speranza e gioia!

Ma come in Esodo così anche qui. Non va tutto liscio. Anzi, la situazione peggiora. Il re Erode era un re spietato, noto per aver assassinato molti membri della sua famiglia (per non parlare di innumerevoli altri) perché li sospettava di complotti o tradimenti. Erode, dunque, rappresentava per molti ebrei tutto ciò da cui avevano bisogno di essere salvati. Pregavano: “salvaci, O Dio, da quest’uomo sanguinoso e tutti coloro che, come lui, perpetrano cose violente e malvagie contro il tuo popolo!”

Immaginiamo, quindi, come noi avremmo reagito. Dio manda il suo messaggero per annunciare la venuta del Salvatore, il quale poi nasce a Betlemme all’ombra del palazzo reale di Erode. E quando Erode viene a sapere che il Salvatore è nato, si infuria e cerca in ogni modo di ucciderlo, persino ordinando la morte di tutti maschi nel suo dominio che avevano due anni o meno. Ma come? Se Gesù è il Salvatore, allora il mondo dovrebbe cominciare a migliorare, non peggiorare! Perché Dio ha promesso che Gesù avrebbe salvato il suo popolo, ma quando arriva, la sua presenza causa in un senso la morte di tanti bambini del popolo?

Paradossalmente, Matteo vuole incoraggiarci con questo. Lungi da far indebolire la nostra fiducia in Dio, pensa di poterla fortificare in questo modo. Perché? Attraverso questa narrativa che corrisponde all’Esodo, Matteo conferma che Gesù è il nuovo e miglior Mosè, il vero liberatore del popolo di Dio. Come Dio aveva liberato il popolo d’Israele da schiavitù tramite Mosè nonostante l’opposizione di faraone, Dio libererà il suo popolo dalla vera schiavitù, il peccato, la radice di ogni altra forma di schiavitù, tramite Gesù.

Ma il male non se ne va docile; non si arrende facilmente. Anzi, come un animale ferito, diventa più feroce, più ostile, più intransigente quando vede la sua fine imminente. È proprio la presenza, la vicinanza del Salvatore che sprona il male a montare il suo attacco più forte e disperato. Come dice Apocalisse 12:12: “Guai a voi, o terra, o mare! Perché il diavolo è sceso verso di voi con gran furore, sapendo di avere poco tempo”. Dunque, Matteo vuole insegnarci una verità importante: come la nascita di Gesù ha provocato l’assassinio di tanti bambini, così le tenebre si oscurano di più quando la luce minaccia di squarciarle. Ciò che Gesù dice ai suoi discepoli in Luca 21:10-12, 28 riassume bene il messaggio di Matteo 2:

10 Allora disse loro: «Insorgerà nazione contro nazione e regno contro regno; 11 vi saranno grandi terremoti e, in vari luoghi, pestilenze e carestie; vi saranno fenomeni spaventosi e grandi segni dal cielo. 12 Ma prima di tutte queste cose, vi metteranno le mani addosso e vi perseguiteranno consegnandovi alle sinagoghe e mettendovi in prigione, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome…. 28 Ma quando queste cose cominceranno ad avvenire, rialzatevi, levate il capo, perché la vostra liberazione si avvicina».

3) Consolazione (Matteo 2:17-18)

17 Allora si adempì quello che era stato detto per bocca del profeta Geremia:
 18 «Un grido si è udito in Rama,
un pianto e un lamento grande:
 Rachele piange i suoi figli
e rifiuta di essere consolata,
perché non sono più».

A conferma di ciò, Matteo cita il profeta Geremia e afferma che in questo modo le sue parole si sono adempiute. Ma quali parole? Parole di dolore e lamento, di sofferenza e pianto? Sì, ma molto di più. In fondo sono parole di consolazione. La citazione di Geremia 31:15 si trova, infatti, in ciò che si chiama “il libro della consolazione,” in cui Dio rivela al popolo sofferente il suo futuro glorioso. Nei versetti che seguono quello sopraccitato (Ger. 31:16-17, 25) leggiamo questo:

Così parla il Signore: ‘Trattieni la tua voce dal piangere, i tuoi occhi dal versare lacrime; poiché l’opera tua sarà ricompensata,’ dice il Signore; ‘essi ritorneranno dal paese del nemico; 17 c’è speranza per il tuo avvenire», dice il Signore; «i tuoi figli ritorneranno entro le loro frontiere…. 25 Poiché io ristorerò l’anima stanca, sazierò ogni anima languente.

Qui Dio promette non solo di redimere il suo popolo, ma di redimere (ricompensare) anche le sue sofferenze affinché esse diventino occasione della gioia, il dolore diventi occasione del conforto, la desolazione diventi occasione dell’appagamento, l’angoscia diventi occasione del riposo, l’amarezza diventi occasione della dolcezza. Come ha profetizzato anche Gioele (2:25-26):

Vi compenserò delle annate divorate dal grillo, dalla cavalletta, dalla locusta e dal bruco, il grande esercito che avevo mandato contro di voi. Mangerete a sazietà e loderete il nome del Signore, vostro Dio, che avrà operato per voi meraviglie, e il mio popolo non sarà mai più coperto di vergogna.

Matteo non ci offre facili o semplici spiegazioni per il male perpetrato da Erode, né per qualsiasi altro male o sofferenza che viviamo. Ci offre una storia che dà un senso alle nostre sofferenze: anche se non capiremo mai il perché, Dio promette di entrare nel nostro dolore e redimerlo pienamente. Questo è esattamente ciò che fa quando, alla fine del vangelo di Matteo, Gesù muore sulla croce, prendendo su di se stesso ogni nostro peccato, sofferenza, e persino la nostra morte. Come ha predetto il profeta Isaia (53:4-5):

Tuttavia erano le nostre malattie che egli portava, erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato; ma noi lo ritenevamo colpito, percosso da Dio e umiliato! Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni, stroncato a causa delle nostre iniquità; il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui e mediante le sue lividure noi siamo stati guariti.

La crocifissione di Gesù è stata l’atto più malvagio, il crimine più oltraggioso in tutta la storia. È stata la dimostrazione più sconvolgente del potere del male che il mondo abbia mai visto. Eppure, è stata al tempo stesso il momento in cui Dio in Gesù ha dimostrato più gloriosamente il suo amore e la sua grazia. È stata simultaneamente il male più terribile e il bene più grande, il buio più oscuro e la luce più risplendente, l’odio più orrendo e l’amore più meraviglioso. Sulla croce Gesù ha subito il male peggiore, l’ha conquistato e l’ha reso il suo schiavo, compiendo attraverso di esso la salvezza del mondo.

In Cristo, perciò, abbiamo una speranza incrollabile che supera ogni difficoltà e dolore di questa vita. Come Paolo spiega in 2 Corinzi 4:8-10, 16-18:

Noi siamo tribolati in ogni maniera, ma non ridotti all’estremo; perplessi, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; atterrati, ma non uccisi; 10 portiamo sempre nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo;... 16 Perciò non ci scoraggiamo; ma, anche se il nostro uomo esteriore si va disfacendo, il nostro uomo interiore si rinnova di giorno in giorno. 17 Perché la nostra momentanea, leggera afflizione ci produce un sempre più grande, smisurato peso eterno di gloria, 18 mentre abbiamo lo sguardo intento non alle cose che si vedono, ma a quelle che non si vedono; poiché le cose che si vedono sono per un tempo, ma quelle che non si vedono sono eterne.

Forse non troveremo il perché delle nostre sofferenze, ma a causa della croce ci aggrappiamo alla promessa e alla speranza che Gesù ha redento tutto. Nemmeno un briciolo della nostra sofferenza andrà sprecato, e alla fine vedremo che Dio si sarà servito di ogni sofferenza per compiere una gloria e una gioia maggiore che altrimenti non sarebbe stata possibile.

 

Levitico 16: Il Giorno dell’Espiazione

1) La preparazione per l’espiazione (Lev. 16:1-10)

Nelle letture bibliche di questa settimana, riflettiamo su alcuni brani in cui vediamo delle “immagini del Messia”, cioè prefigurazioni che ci preparano a capire il significato della venuta di Gesù Cristo. In realtà, tutto l’Antico Testamento ha lo scopo di prefigurare Gesù, di fornire gli schemi nei quali possiamo comprendere la vita e l’opera di Cristo. Questo scopo è particolarmente evidente nel libro di Levitico che si occupa della santità di Dio e di quella richiesta al suo popolo. In Levitico vengono stabiliti i vari sacrifici e ordini sacerdotali che servono per affrontare il peccato del popolo. Nel capitolo 16, il Signore istruisce il popolo circa il giorno dell’anno più importante: il giorno dell’espiazione. Vedremo come il rito levitico dell’espiazione non era in grado di togliere i peccati ma solo anticipare colui che l’avrebbe fatto definitivamente, una volta per sempre.

A) L’avvertimento iniziale (vv.1-2)

Il Signore parlò a Mosè dopo la morte dei due figli di Aaronne, i quali morirono quando si presentarono davanti al Signore. Il Signore disse a Mosè: «Parla ad Aaronne, tuo fratello, e digli di non entrare in qualsiasi tempo nel santuario, di là dalla cortina, davanti al propiziatorio che è sull’arca, affinché non muoia; poiché io apparirò nella nuvola sul propiziatorio.

Nei primi 10 versetti, il Signore parla a Mosè e gli spiega quali sono le preparazioni necessarie da fare prima del rito dell’espiazione. Si riferisce prima alla morte dei due figli di Aaronne, il sommo sacerdote, perché (come Levitico racconta prima) essi si sono presentati per offrire sacrifici strani che il Signore non gli aveva ordinato. Il riferimento dunque serve d’avvertimento ad Aaronne, che non si può entrare nella presenza del Signore come gli pare, che deve osservare attentamente i provvedimenti stabiliti dal Signore per poterlo fare. Il luogo di cui si tratta, ossia il “santuario di là della cortina, davanti al propiziatorio che è sull’arca” del patto, è infatti il luogo santissimo dove la presenza di Dio si manifesta visibilmente sopra l’arca del patto. La coperta dell’arca si chiamava anche “propiziatorio” per motivi che scopriremo più avanti.

B) La purificazione del sacerdote e la presentazione dei sacrifici (vv.3-10)

Aaronne entrerà nel santuario in questo modo: prenderà un toro per un sacrificio per il peccato e un montone per un olocausto. Indosserà la tunica sacra di lino, indosserà sotto la tunica i calzoni di lino; si metterà la cintura di lino e si coprirà il capo con il turbante di lino. Questi sono i paramenti sacri; egli li indosserà dopo essersi lavato il corpo nell’acqua. Dalla comunità dei figli d’Israele prenderà due capri per un sacrificio per il peccato e un montone per un olocausto. Aaronne offrirà il suo toro del sacrificio per il peccato e farà l’espiazione per sé e per la sua casa. Poi prenderà i due capri e li presenterà davanti al Signore all’ingresso della tenda di convegno. Aaronne tirerà a sorte per vedere quale dei due debba essere del Signore e quale di Azazel. Poi Aaronne farà avvicinare il capro che è toccato in sorte al Signore e l’offrirà come sacrificio per il peccato; 10 ma il capro che è toccato in sorte ad Azazel sarà messo vivo davanti al Signore, perché serva a fare l’espiazione per mandarlo poi ad Azazel nel deserto.

Come prima cosa, Aaronne deve entrare nel santuario solo dopo essersi purificato. Anche se deve sempre essere puro per poter svolgere i suoi incarichi, ciò che deve fare in questo giorno non è un incarico qualsiasi. Perciò deve assicurarsi di essere assolutamente puro, fino a lavarsi nell’acqua e indossare i paramenti consacrati solo ed esclusivamente per il giorno dell’espiazione. Poi, insieme al toro che Aaronne deve presentare per se stesso, deve presentare anche due capri (oltre all’olocausto che comunque va offerto tutti i giorni) per tutta la comunità. Dobbiamo cercare di capire l’ansia che prova il sacerdote, e tutto il popolo, durante tutte queste preparazioni. Tutto dipende da questo giorno, perché l’unico modo per cui Dio tre volte santo può dimorare in mezzo a un popolo peccatore è per mezzo dell’espiazione offerta dal sacerdote come rappresentante di tutti.

2) Il rito dell’espiazione (Lev. 16:11-22)

A) L’espiazione per il sacerdote (vv.11-14)

11 Aaronne offrirà dunque il suo toro del sacrificio espiatorio e farà l’espiazione per sé e per la sua casa. Sgozzerà il toro del sacrificio per il peccato per sé. 12 Poi prenderà un turibolo pieno di carboni accesi, tolti dall’altare davanti al Signore, e due manciate di incenso aromatico polverizzato; e porterà ogni cosa di là dalla cortina. 13 Metterà l’incenso sul fuoco davanti al Signore, affinché la nuvola dell’incenso copra il propiziatorio che è sulla testimonianza, e non morirà. 14 Poi prenderà del sangue del toro, aspergerà col dito il propiziatorio verso oriente e farà sette aspersioni del sangue col dito, davanti al propiziatorio.

Fatte le preparazioni, l’ora arriva per il rito stesso. Innanzitutto, Aaronne deve offrire il toro come sacrificio per sé e per la sua casa, cioè tutti i suoi familiari anche loro consacrati come sacerdoti. Questo primo passo è assolutamente necessario, perché il sacerdote non può offrire sacrifici per i peccati degli altri se non ha prima offerto un sacrificio per i suoi peccati. Dopo aver sgozzato il toro sull’altare per i suoi peccati, Aaronne prende il sangue avanzato, insieme a dei carboni accessi e l’incenso, ed entra nel santuario.

A questo punto, per non morire, deve far bruciare l’incenso sui carboni “affinché la nuvola dell’incenso copra il propiziatorio”. Questo è perché sopra il propiziatorio dimora la gloria di Dio, e come Dio aveva detto prima a Mosé, nessuno può vedere pienamente la sua gloria e vivere. La nuvola dell’incenso, rappresentando le preghiere del popolo di Dio, è ciò che fa intercessione, per così dire, per il sacerdote mentre sta nella presenza di Dio. Fatto questo, il sacerdote deve fare sette aspersioni del sangue del toro con il suo dito davanti al propiziatorio. Notiamo che Dio comanda che queste aspersioni siano fatte verso oriente. Questo gesto richiama il giardino d’Eden dove l’uomo stava in perfetta comunione con Dio, ma dopo aver peccato n’è stato espulso e Dio ha posto “a oriente del giardino di Eden i cherubini” (come quelli scolpiti sopra il propiziatorio) che vegliavano sull’ingresso al giardino. Il gesto ricorda, dunque, che la via che riporta all’Eden, alla riconciliazione con Dio, passa solo attraverso il sacrificio e lo spargimento del sangue.

B) La propiziazione per il popolo (vv.15-19)

15 Poi sgozzerà il capro del sacrificio per il peccato, che è per il popolo, e ne porterà il sangue di là dalla cortina; farà con questo sangue quello che ha fatto con il sangue del toro: ne farà l’aspersione sul propiziatorio e davanti al propiziatorio. 16 Così farà l’espiazione per il santuario, a causa delle impurità dei figli d’Israele, delle loro trasgressioni e di tutti i loro peccati. Lo stesso farà per la tenda di convegno che è tra di loro, in mezzo alle loro impurità. 17 Nella tenda di convegno, quando egli entrerà nel santuario per farvi l’espiazione, non ci sarà nessuno, finché egli non sia uscito e non abbia fatto l’espiazione per sé, per la sua casa e per tutta la comunità d’Israele. 18 Egli uscirà verso l’altare che è davanti al Signore e farà l’espiazione per esso; prenderà del sangue del toro e del sangue del capro e lo metterà sui corni dell’altare da ogni lato. 19 Farà sette aspersioni del sangue, con il dito, sull’altare; così lo purificherà e lo santificherà a causa delle impurità dei figli d’Israele.

Fatto il sacrificio per se stesso, Aaronne adesso deve occuparsi del popolo e del tabernacolo. Deve fare il sacrificio per il popolo chiaramente perché è peccatore, ma deve farlo anche per il tabernacolo, perché esso diventa impuro a furia di stare in mezzo al popolo. Aaronne dunque sgozza il primo dei due capri, quello messo a parte per il peccato. Sparge il sangue del capro come ha fatto con quello del toro, sul “propiziatorio”, e poi appena fuori dal santuario nel luogo santo (una specie di anticamera) del tabernacolo, e infine sull’altare che si trova fuori dalla tenda del tabernacolo. Come indicato dal termine “propiziatorio”, il sacrificio di questo primo capro è per fare “propiziazione”. Cosa significa questa parola?

Troviamo la risposta quando confrontiamo i due capri. Nei vv.8-10, vediamo che il primo capro è messo a parte come sacrificio per il peccato (cioè per la propiziazione) mentre il secondo deve stare vivo per fare l’espiazione. In quanto il primo capro muore e il suo sangue viene sparso per il peccato, impariamo che la propiziazione è ciò che porta il peccato alla sua sorte inevitabile: la morte. Come Dio aveva avvertito Adamo ed Eva, la conseguenza del peccato — quel tentativo di rompere con Dio e allontanarsi da lui — è la morte. La propiziazione, dunque, esegue pienamente la sentenza di morte sul peccato così che dopo non c’è più nessuna condanna. Per essere riconciliati con Dio, la propiziazione è di vitale importanza; senza di essa la sentenza di morte rimane. Ma da sola non è sufficiente, perché deve essere accompagnata dall’espiazione, che è il soggetto dei prossimi versetti.

C) L’espiazione per il popolo (vv.20-22)

20 «Quando avrà finito di fare l’espiazione per il santuario, per la tenda di convegno e per l’altare, farà avvicinare il capro vivo. 21 Aaronne poserà tutte e due le mani sul capo del capro vivo, confesserà su di lui tutte le iniquità dei figli d’Israele, tutte le loro trasgressioni, tutti i loro peccati e li metterà sulla testa del capro; poi, per mano di un uomo che ha questo incarico, lo manderà via nel deserto. 22 Quel capro porterà su di sé tutte le loro iniquità in una regione solitaria; esso sarà lasciato andare nel deserto.

Se il capro propiziatorio toglie la condanna del peccato, il capro espiatorio toglie il peccato stesso. Per simboleggiare questo, Aaronne mette le sue mani sul capo del capro in modo da trasferire a esso i peccati dal popolo, e poi lo manda via nel deserto, lontano dalla comunità d’Israele che deve essere santa al Signore. Il secondo capro, dunque, funge da sostituto: mentre è il popolo che, come Adamo ed Eva, dovrebbe essere allontanato dalla presenza di Dio (allontanarsi da Dio è infatti il desiderio del peccato), il capro prende il suo posto. Questo è l’origine della frase “capro espiatorio”, definito come “colui al quale si addossano i torti o le colpe altrui” (Word Reference).

3) La conclusione del rito (vv.23-28)

23 Poi Aaronne entrerà nella tenda di convegno, si spoglierà delle vesti di lino che aveva indossate per entrare nel santuario e le deporrà lì. 24 Si laverà il corpo con acqua in un luogo santo, indosserà i paramenti, uscirà a offrire il suo olocausto e l’olocausto del popolo e farà l’espiazione per sé e per il popolo. 25 Farà bruciare sull’altare il grasso del sacrificio per il peccato. 26 L’uomo che avrà lasciato andare il capro destinato ad Azazel si laverà le vesti, laverà il suo corpo con acqua e dopo questo rientrerà nell’accampamento27 Si porterà fuori dall’accampamento il toro del sacrificio per il peccato e il capro del sacrificio espiatorio, il cui sangue sarà stato portato nel santuario per farvi l’espiazione; e se ne bruceranno le pelli, la carne e gli escrementi. 28 Poi colui che li avrà bruciati si laverà le vesti e laverà il suo corpo con acqua; dopo questo, rientrerà nell’accampamento.

Il paragrafo successivo stabilisce la sequenza di compiti che servono per concludere il rito dell’espiazione, per fare la pulizia necessaria e poi tornare all’attività normale. Per una questione di tempo, non ci soffermiamo su questi dettagli, perché adesso vogliamo fare qualche riflessione su tutto questo, collegando il giorno dell’espiazione alla persona e l’opera di Gesù Cristo.

4) La riflessione sull’espiazione

A) Il Signore provvede (vv.1-2)

In primo luogo, è importante notare che il rito dell’espiazione differisce totalmente dal concetto pagano del sacrificio secondo il quale esso serve per placare gli dèi. In questo senso, gli adoratori devono ottenere, o riottenere, il favore degli dèi attraverso la soddisfazione delle loro esigenze. Levitico 16, invece, presenta una visione diametralmente opposta. Consideriamo le prime parole del capitolo: “Il Signore parlò a Mosè…” Non dobbiamo trascurare la grandezza di queste parole. Qui è il Signore a prendere l’iniziativa nel provvedere all’espiazione dei peccati.

Questo era inaudito nel mondo antico in cui erano gli adoratori, impauriti dall’eventuale vendetta divina, a dover prendere l’iniziativa loro. Con il Signore è il contrario: egli non solo richiede che il suo popolo sia santo; fornisce al popolo anche il modo per essere santo. Questo è il Dio che prima che Abraamo gli offrisse suo figlio come sacrificio (come facevano i pagani), ha provveduto egli stesso il sacrificio al suo posto. Abraamo ha chiamato quel luogo, dove sarebbe stato poi costruito il tempio, “Iavè-Irè” che vuol dire “Al monte del Signore sarà provveduto” (Gen. 22:14). Ad Abraamo, e poi a Israele, Dio disse in effetti: “non siete voi che fate sacrifici per guadagnare il mio amore, sono io che faccio sacrifici per voi, perché vi amo già infinitamente.” Il popolo non offriva sacrifici per acquisire l’amore di Dio, piuttosto Dio ha provveduto i sacrifici per acquisire il popolo che amava già. Quindi, dall’inizio alla fine e su ogni lato, la vita del popolo era circondata e sostenuta dalla grazia e dall’amore di Dio.

B) Il Signore istruisce (vv.3-10)

In secondo luogo, il giorno dell’espiazione mirava a insegnare al popolo (e anche a noi!) che cosa serve per riconciliarci con Dio e ripristinare la comunione tra di noi. Anno dopo anno, il popolo imparava per esperienza la gravità del peccato che esige lo spargimento del sangue, il bisogno di un sacerdote che faccia da mediatore per il popolo, e la necessità del sacrificio sostitutivo, la propiziazione che toglie la condanna e l’espiazione che toglie il peccato. Uno dei motivi, infatti, per cui Gesù non poteva venire nel mondo subito dopo il peccato di Adamo ed Eva era perché il genere umano, ormai totalmente corrotto e accecato, non poteva capire né il suo problema fondamentale né la soluzione necessaria. Solo attraverso la lunga e dura storia d’Israele Dio ha potuto fornire delle immagini, dei simboli, delle tipologie che avrebbero reso comprensibili la persona e l’opera di Gesù al momento opportuno. Senza la storia d’Israele nell’Antico Testamento, non riusciremmo a capire Gesù.

C) Il Signore anticipa (vv.33-34)

29 «Questa sarà per voi una legge perenne: nel settimo mese, il decimo giorno del mese, vi umilierete e non farete nessun lavoro, né colui che è nativo del paese, né lo straniero che abita fra di voi. 30 Poiché in quel giorno si farà l’espiazione per voi, per purificarvi; voi sarete purificati da tutti i vostri peccati, davanti al Signore. 31 È per voi un sabato di riposo solenne e vi umilierete; è una legge perenne. 32 Il sacerdote che ha ricevuto l’unzione ed è stato consacrato per esercitare il sacerdozio al posto di suo padre farà l’espiazione; si vestirà delle vesti di lino, dei paramenti sacri. 33 Farà l’espiazione per il santuario sacro; farà l’espiazione per la tenda di convegno e per l’altare; farà l’espiazione per i sacerdoti e per tutto il popolo della comunità. 34 Questa sarà per voi una legge perenne: fare una volta all’anno, per i figli d’Israele, l’espiazione di tutti i loro peccati». E si fece come il Signore aveva ordinato a Mosè.

Infine, consideriamo gli ultimi versetti del capitolo. Notiamo l’enfasi sul fatto che la legge circa il giorno dell’espiazione è “una legge perenne”. Vale a dire, doveva essere ripetuto anno dopo anno dopo anno. Questo è molto significante, perché ci fa capire che il rito dell’espiazione testimoniava la sua propria incapacità di compiere ciò per cui era stato stabilito. Era una legge perenne perché gli sacrifici di animali non potevano veramente togliere i peccati. Era una legge perenne perché i sacerdoti erano tanto peccatori quanto tutti gli altri, e erano dunque inefficaci nella mediazione tra Dio e il popolo. Ma era soprattutto una legge perenne perché il suo scopo era quello di anticipare la persona e l’opera di Gesù Cristo, il perfetto sacerdote, il perfetto sacrificio, il perfetto tabernacolo. Come scrive l’autore degli Ebrei (10:1-4, 11-14)

La legge, infatti, possiede solo un’ombra dei beni futuri, non la realtà stessa delle cose. Perciò con quei sacrifici, che sono offerti continuamente, anno dopo anno, essa non può rendere perfetti coloro che si avvicinano a Dio. Altrimenti non si sarebbe forse cessato di offrirli, se coloro che rendono il culto, una volta purificati, avessero sentito la loro coscienza sgravata dai peccati? Invece in quei sacrifici viene rinnovato ogni anno il ricordo dei peccati; perché è impossibile che il sangue di tori e di capri tolga i peccati….

11 Mentre ogni sacerdote sta in piedi ogni giorno a svolgere il suo servizio e a offrire ripetutamente gli stessi sacrifici, che non possono mai togliere i peccati, 12 [Gesù Cristo], dopo aver offerto un unico sacrificio per i peccati, e per sempre, si è seduto alla destra di Dio 13 e aspetta soltanto che i suoi nemici siano posti come sgabello dei suoi piedi. 14 Infatti con un’unica offerta egli ha reso perfetti per sempre quelli che sono santificati.

Amen!

Il Vincolo Sacro (1 Samuele 7,15-8,22; 12,18-25)

1) 7,15-8,6: Il periodo dei giudici

7,15 Samuele fu giudice d’Israele per tutto il tempo della sua vita. 16 Egli andava ogni anno a fare il giro di Betel, di Ghilgal e di Mispa, ed esercitava la funzione di giudice d’Israele in tutti quei luoghi. 17 Poi tornava a Rama, dove abitava; là giudicava Israele e là costruì un altare al Signore8,1 Quando Samuele divenne vecchio, nominò i suoi figli giudici d’Israele. Suo figlio primogenito si chiamava Ioel e il secondo Abiia; essi esercitavano la funzione di giudici a Beer-Sceba. I suoi figli però non seguivano le sue orme, ma si lasciavano sviare dall’avidità, accettavano regali e pervertivano il giudizio. 

a) Tempi difficili

Il nostro brano è ambientato nel periodo dei giudici, il periodo della storia d’Israele che seguì l’esodo dall’Egitto e la conquista della terra promessagli da Dio. Era un periodo instabile e pericoloso, perché il popolo scelto e salvato da Dio diventava sempre più ribelle. E come succede tutte le volte in cui cerchiamo di sottrarci al governo di Dio e sederci sul suo trono, la vita e il mondo vanno sempre peggiorando. Anziché dimostrare alle altre nazioni circonstanti la bellezza e la libertà della vita sottomessa a Dio, Israele desiderava diventare come loro, adorando i loro idoli sanguinari e imitando le loro pratiche immorali. Israele era come la sposa amata di Dio che andava in giro prostituendosi con dèi falsi e corrotti. Durante questo periodo, Dio suscitava dei “giudici”, cioè dei leader regionali che riuscivano per un po’ a riportare il popolo alla fedeltà, la giustizia e la pace, ma nel momento in cui i giudici morivano, il popolo cadeva di nuovo nell’idolatria e nella violenza.

b) Allora ed ora

Anche se questo racconto è molto antico, è molto attuale. Anche noi viviamo in tempi instabili e pericolosi, tempi in cui vediamo poca giustizia e poca pace nel mondo. E nemmeno i nostri “giudici”—politici, presidenti, ed altri poteri—sono in grado di risolvere definitivamente i nostri problemi sia sociali sia personali. In poche parole, questo periodo nella storia d’Israele assomiglia molto ai tempi nostri.

2) 8,6-22: Un re come le nazioni

a) La richiesta (vv.4-6)

Allora tutti gli anziani d’Israele si radunarono e andarono da Samuele a Rama per dirgli: «Ecco, tu sei ormai vecchio e i tuoi figli non seguono le tue orme; stabilisci dunque su di noi un re che ci amministri la giustizia, come lo hanno tutte le nazioni». A Samuele dispiacque questa frase: «Dacci un re che amministri la giustizia in mezzo a noi». Perciò Samuele pregò il Signore

Verso la fine di questa epoca, il profeta Samuele funge da giudice, ma i suoi figli non seguono le sue orme. Il popolo è in ansia, poiché Samuele è ormai vecchio e non c’è nessuno che prenda il suo posto. Che cosa fa dunque il popolo? Chiede un re che “amministri la giustizia” come le altre nazioni. Questa richiesta potrebbe sembrarci ragionevole, ma è chiaro che Samuele non n’è contento. Perché? Che cosa c’è di sbagliato nel chiedere un re che amministri la giustizia?

b) L’abbandono (vv.7-8)

Allora il Signore disse a Samuele: «Da’ ascolto alla voce del popolo in tutto quello che ti dirà, poiché essi non hanno respinto te, ma me, affinché io non regni su di loro. Agiscono con te come hanno sempre agito dal giorno che li feci salire dall’Egitto fino a oggi: mi hanno abbandonato per servire altri dèi.

Troviamo la risposta nei versetti 7-8. Chiedere un re è stato, non solo uno sbaglio, ma in realtà un grande peccato, è che esso costituiva infatti l’abbandono del Signore da parte del popolo. Il popolo aveva già un re: Dio stesso, il Creatore e il Signore dell’universo. Chi altro potrebbe essere il suo pari? Nel capitolo precedente, leggiamo come Dio libera e difende il suo popolo con la sua mano onnipotente, e che lo governa con giustizia e amore e grazia tramite la sua parola. Chiedere un re come le altre nazioni, dunque, significa rigettare Dio come re. Significa dire che la sua parola non basta; significa pretendere qualcosa in aggiunta. Ma in più, significa che il popolo desidera ancora diventare come le altre nazioni pagane, e rinuncia al suo grande privilegio e santa vocazione di vivere diversamente, nella libertà e nell’abbondanza di gioia che si hanno nella presenza di Dio. In fondo, questo desiderio rivela ciò che sta al cuore di ogni peccato: l’idolatria.

c) La risposta (vv.9-21)

Ora dunque da’ ascolto alla loro voce; abbi cura però di avvertirli solennemente e di fare loro ben conoscere quale sarà il modo di agire del re che regnerà su di loro». 10 Samuele riferì tutte le parole del Signore al popolo che gli domandava un re. 11 Disse: «Questo sarà il modo di agire del re che regnerà su di voi. Egli prenderà i vostri figli e li metterà sui carri e fra i suoi cavalieri e dovranno correre davanti al suo carro; 12 ne farà dei capitani di migliaia e dei capitani di cinquantine; li metterà ad arare le sue terre e a mietere i suoi campi, a fabbricare le sue armi da guerra e gli attrezzi dei suoi carri. 13 Prenderà le vostre figlie per farsene delle profumiere, delle cuoche, delle fornaie. 14 Prenderà i vostri campi, le vostre vigne, i vostri migliori uliveti per darli ai suoi servitori. 15 Prenderà la decima delle vostre sementi e delle vostre vigne per darla ai suoi eunuchi e ai suoi servitori. 16 Prenderà i vostri servi, le vostre serve, il fiore della vostra gioventù e i vostri asini per adoperarli nei suoi lavori. 17 Prenderà la decima delle vostre greggi e voi sarete suoi schiavi. 18 Allora griderete a causa del re che vi sarete scelto, ma in quel giorno il Signore non vi risponderà». 19 Il popolo rifiutò di dare ascolto alle parole di Samuele e disse: «No! Ci sarà un re su di noi; 20 anche noi saremo come tutte le nazioni; il nostro re amministrerà la giustizia in mezzo a noi, marcerà alla nostra testa e condurrà le nostre guerre». 21 Samuele, udite tutte le parole del popolo, le riferì al Signore, 22 e il Signore disse a Samuele: «Da’ ascolto alla loro voce e fa’ regnare su di loro un re». Samuele disse agli uomini d’Israele: «Ognuno ritorni alla sua città».

Immaginiamoci in questa scena: noi, il popolo d’Israele, desideriamo un re come le altre nazioni. Lo chiediamo a Dio, e Dio ce lo concede subito. Che bello, Dio che risponde subito alla nostra preghiera e ci dà subito quello che gli abbiamo chiesto. No è questo l’esattamente ciò che di solito ci aspettiamo da Dio? Ma notiamo bene una cosa: quando Dio dice a Samuele di dare ascolto alla voce del popolo, aggiunge anche un avvertimento. In effetti, Dio gli dice: “Prima di concedervi la vostra richiesta, dovete sapere quali saranno le conseguenze. Se è un re come le altre nazioni che volete, allora sarà un re come le altre nazioni che avrete. Anziché rendere le vostre vite migliori, il re le renderà più dure. Egli prenderà i vostri beni, i frutti del vostro lavoro, anche i vostri cari familiari. Insomma, egli vi renderà i suoi schiavi, poiché questo è ciò che i re delle altre nazioni fanno. Alla fine, con grida rimpiangerete la richiesta che mi avete fatto. Adesso pensate di poter trovare la giustizia, la pace, e la sicurezza se io vi dò un re, ma in realtà potete trovare queste cose solo se io vi dò me stesso.”

Da questo impariamo una lezione importante. Spesso, la cosa peggiore che Dio ci possa dare è esattamente ciò che gli chiediamo. I nostri cuori sono inclini ad amare altre cose più di Dio, a porre in esse la nostra speranza, a cercare in esse l’appagamento dei nostri desideri. Questo è infatti l’idolatria. Ma la Bibbia ci insegna, come disse sant’Agostino, che Dio ci ha creato per lui, e che i nostri cuori saranno irrequieti finché non trovano la loro quiete in lui. Noi tendiamo a ragionare così: “Se Dio mi amasse veramente, avrebbe fatto quello che gli ho chiesto di fare.” La verità, però, è l’opposta: “Dio spesso non fa quello che gli chiediamo, proprio perché ci ama.”

Eppure tragicamente il popolo non vuole dar ascolto alla parola di Dio, e allora Dio gli concede il re che desiderano. Come la storia successiva mostrerà, questa scelta avrà drastiche ripercussioni, fino alla distruzione del paese e la deportazione del popolo rimanente in esilio. Tale è sempre il risultato del non volere dare ascolto alla parola di Dio, quando a un certo punto Dio ci lascia in balìa delle conseguenze inevitabili dei nostri cuori infedeli e ribelli.

3) 12,18-25: Il vincolo sacro

12,18 Allora Samuele invocò il Signore e quel giorno il Signore mandò tuoni e pioggia; e tutto il popolo ebbe gran timore del Signore e di Samuele. 19 Tutto il popolo disse a Samuele: «Prega il Signore, il tuo Dio, per i tuoi servi, affinché non moriamo; poiché a tutti gli altri nostri peccati abbiamo aggiunto il torto di chiedere per noi un re». 20 Samuele rispose al popolo: «Non temete; è vero, voi avete fatto tutto questo male; tuttavia non allontanatevi dal Signore, ma servitelo con tutto il vostro cuore; 21 non ve ne allontanate, perché andreste dietro a cose vane, che non possono giovare né liberare, perché sono cose vane. 22 Infatti il Signore, per amore del suo grande nome, non abbandonerà il suo popolo, poiché è piaciuto al Signore di fare di voi il suo popolo. 

a) Il nome del Signore (v.22)

Questo non è però la fine della storia. L’avvertimento di Dio al popolo si avvererà, questo è certo, e la sofferenza sarà dura. Tuttavia, in mezzo a tutti questi guai, il Signore rifiuta che la parola del popolo sia l’ultima. A un certo punto, il popolo d’Israele si rende conto di aver peccato nel chiedere un re al Signore. Allora, che speranza c’è? È forse troppo tardi che ci sia una via di salvezza? Ecco la grande misericordia di Dio che non rinfaccia ma che ci viene a cercare quando ci allontaniamo da lui. Samuele riferisce di nuovo la parola di Dio al popolo, una parola di amore e non di amarezza, di conforto e non di condanna. E la parola è questa: “il Signore, per amore del suo grande nome, non abbandonerà il suo popolo”. Per quanto è rassicurante l’affermazione che il Signore non abbandonerà il suo popolo, la cosa più meravigliosa è il motivo per cui Dio promette questo: “per amore del suo grande nome”. Vi sembra strano? Non dovesse dire invece: “per amore del suo popolo”? Perché è per il suo nome che il Signore non l’abbandonerà? 

Questa domanda ci porta proprio all’essenza del messaggio di questo brano. Faremmo bene a ricordarci di Esodo 3,15, quando Dio si rivelò a Mosè e lo chiamò per tornare in Egitto e liberare il suo popolo: “Dio disse ancora a Mosè: ‘Dirai così ai figli d’Israele: “Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe mi ha mandato da voi”. Tale è il mio nome in eterno; così sarò invocato di generazione in generazione'”. Riflettiamo un attimo su questo versetto: Dio non si rivela a Mosè semplicemente dicendo “Io sono Dio”, ma “Io sono il Dio di Abraamo, d’Isaaco, e di Giacobbe”. Questo è stupefacente. Per via dei nostri nomi, la nostra identità dipende dalla famiglia, dalla genealogia, di cui facciamo parte. Qui Dio fa dipendere la sua identità da queste persone, da questo popolo. In effetti dice: “Io mi distinguo in questo modo: io sono il Dio che si è associato, che si è unito, che si è vincolato al popolo d’Israele.”

Capite cosa significa? Significa che a questo punto nella storia della Bibbia, Dio si unisce al popolo d’Israele così strettamente che il suo nome — la sua identità e la sua reputazione tra tutte le altre nazioni — diventa indivisibilmente legato a quello d’Israele. Significa che quando Dio fa grandi promesse come “Non vi abbandonerò mai”, dà se stesso come garanzia. La lettera agli Ebrei nel Nuovo Testamento lo spiega così:

b) Gesù Cristo (Eb. 6,14, 16-20)

13 Infatti, quando Dio fece la promessa ad Abraamo, siccome non poteva giurare per qualcuno maggiore di lui, giurò per se stesso, 14 dicendo: «Certo, ti benedirò e ti moltiplicherò grandemente», … 16 Infatti gli uomini giurano per qualcuno maggiore di loro, e per essi il giuramento è la conferma che pone fine a ogni contestazione. 17 Così Dio, volendo mostrare con maggiore evidenza agli eredi della promessa l’immutabilità del suo proposito, intervenne con un giuramento, 18 affinché mediante due cose immutabili, nelle quali è impossibile che Dio abbia mentito, troviamo una potente consolazione, noi, che abbiamo cercato il nostro rifugio nell’afferrare saldamente la speranza che ci era messa davanti. 19 Questa speranza la teniamo come un’àncora dell’anima, sicura e ferma, che penetra oltre la cortina, 20 dove Gesù è entrato per noi quale precursore…

Quando Dio promette di fare qualcosa, è chiaro che non può prometterlo come facciamo noi, facendo appello a un’autorità maggiore. Autorità maggiore di Dio non esiste. Quindi, l’autore di questa lettera spiega che Dio, volendo assicurare il suo popolo che avrebbe certamente mantenuto la sua parola, non poteva fare altro che dare se stesso come garanzia. E questo è quello che significa “per l’amore del suo grande nome”. Dio ha dato in pegno il suo nome, la sua identità, infatti la sua propria esistenza, per garantire l’adempimento della sua parola, per assicurare il suo popolo che non l’abbandonerà mai.

Ma l’autore agli Ebrei non si limita solo a questo. Notiamo quanto facilmente lui passa dalla promessa fatta ad Abraamo e la sua discendenza a Gesù, anche se essi sono separati da circa 2000 anni. Il motivo è semplice: Gesù è sia la promessa che l’adempimento di essa. Gesù è il Dio che è così serio nel mantenere il suo giuramento, che si è vincolato irrevocabilmente a noi, unendosi alla nostra umanità nella persona di Gesù Cristo, pienamente Dio e pienamente umano. E quando Gesù ha subito la nostra morte, l’ha sconfitta nella sua risurrezione e poi è entrato nella presenza di Dio portandoci anche noi vicariamente con lui, cominciamo a capire quanto è grande l’amore di Dio per noi. Prima di abbandonarci, Dio dovrebbe disfare l’incarnazione di Gesù, cosa che in realtà gli sarebbe impossibile.

Quindi, finché Gesù è Dio e uomo perfettamente uniti in una sola persona, il legame tra Dio e noi non può essere mai sciolto. Ecco perché l’apostolo Paolo esulta in Romani 8,38-39: “Infatti sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potranno separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore.” Vediamo, dunque, come neanche i nostri peccati ci possono separare dall’amore di Dio in Cristo. Come Dio ha convertito il male commesso dal popolo d’Israele in bene, usando la loro ribellione per stabilire il lignaggio regale di Gesù, così in Cristo può redimere ogni nostro sbaglio, peccato ed errore per la sua gloria e il nostro bene eterno.

c) Il vero ravvedimento (vv.23-25)

23 Quanto a me, lungi da me il peccare contro il Signore cessando di pregare per voi! Anzi, io vi mostrerò la buona e diritta via. 24 Solo temete il Signore e servitelo fedelmente, con tutto il vostro cuore; considerate infatti le cose grandi che egli ha fatte per voi! 25 Ma se continuate ad agire malvagiamente, perirete voi e il vostro re».

Come vediamo anche in questi ultimi versetti, la promessa del Signore non ci incoraggia all’indifferenza o alla passività, perché “tanto si avvererà comunque”. Anzi, richiede da noi il ravvedimento, la fede e l’ubbidienza! La ragione è palese: è proprio perché Dio non ci abbandonerà mai, proprio perché si è vincolato irrevocabilmente a noi in Gesù Cristo, che dobbiamo ravvederci e arrenderci a lui. Come un figlio ribelle in castigo si agita e si arrabbia di più quando il genitore gli si avvicina, così anche il tormento eterno di coloro che non si ravvedono sarà appunto questo inscindibile legame. In fondo al peccato c’è sempre il desiderio di allontanarsi da Dio, di sottrarsi al suo governo, di non sottomettersi alla sua parola, di vivere, insomma, in maniera indipendente e autonoma come dèi separati.

Ma dopo l’incarnazione di Gesù, questa possibilità non esiste più. In Cristo, Dio l’ha esclusa, rifiutando di accettare il nostro rifiuto di lui. In Cristo, Dio si è vincolato eternamente a ogni singolo essere umano. Perciò, quelli che persistono nel rifiutare l’amore di Dio in Cristo non troveranno altro che sofferenza eterna, perché eternamente quell’amore si opporrà alla loro ostinata opposizione. Ecco l’invito e il comandamento del vangelo: ravvedetevi e credete in Gesù, perché il suo amore non vi abbandonerà mai!