Apocalisse 6: I Sigilli della Storia e l’Ira dell’Agnello

1) Introduzione

6:1 Poi vidi quando l’Agnello aprì uno dei sette sigilli

Quando l’apostolo Paolo si riferisce al “buon combattimento della fede” (1 Timoteo 6:12), parla di una questione che affronta tutte le persone a prescindere dalle loro prospettive religiose. Siamo costantemente assaliti da voci che cercano di persuaderci di porre fiducia in esse, dalle pubblicità che vogliono farci credere che saremo felici se compriamo il prodotto che vendono, ai politici che promettono di realizzare i nostri sogni più grandi se li votiamo. Questo è evidente anche nella pandemia COVID perché (come ho sentito qualcuno dire recentemente) è difficile sapere la verità del virus quando esperti da ogni lato — dai catastrofisti ai complottisti — ci danno informazioni contraddittorie. Tutti i giorni sentiamo dichiarazioni, affermazioni, e opinioni che mirano a ottenere la nostra fiducia, e noi siamo costretti a lottare per capire a chi dobbiamo ascoltare e a chi no. Anche quelli che dicono di non fidarsi più di nessuno stanno semplicemente mettendo tutta la loro fiducia in se stessi, cioè nella loro intelligenza e nelle loro capacità di discernere la verità dalla menzogna. Alla fine, tutto questo non è altro che un “combattimento di fede”: tra quelli che combattono per vincere la nostra fiducia e noi che cerchiamo di capire a chi o a cosa dare retta.

Ciò che rende in particolare la fede cristiana un combattimento è che essa riguarda soprattutto cose che non si possono vedere con gli occhi o toccare con le mani. Non voglio dire che la fede cristiana manchi di concretezza o praticità, ma solo che in fondo essa si basa sulla parola di Dio. Crediamo che sia così perché Dio ha detto che è così. In più, crediamo che sia così perché Gesù Cristo, la Parola di Dio in carne umana, ci ha fatto vedere in se stesso che è così. Tuttavia, resta vero che, come dice Paolo in 2 Corinzi 5:7, “camminiamo per fede e non per visione”, e di conseguenza anche il più forte e convinto credente avrà a volte dei dubbi al riguardo. Dopo un po’ che i nostri amici, conoscenti, colleghi di lavoro, vicini di casa, o anche familiari ci dicono che dobbiamo essere mezzo pazzi per credere in Gesù, cominciamo anche noi a chiederci se è così. Ecco qui l’importanza del libro dell’Apocalisse.

“Apocalisse”, che letteralmente vuol dire “svelare”, è stato scritto dall’apostolo Giovanni alle chiese che erano, a continuano a essere, tentati a credere che il mondo sia così come ci appare: che i primi siano i primi e gli ultimi siano gli ultimi, che i grandi non servano gli altri ma si facciano servire dagli altri, che i vincitori siano i forti, i belli, i ricchi e i bravi, e spesso che il male sia pù potente del bene. Lo scopo di Apocalisse è di smascherare queste percezioni ed esporre i loro inganni, di togliere il velo che ci nasconde il vero potere dell’universo e farci vedere che, come afferma 1 Giovanni 5:4: “questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede”. Per quanto sembra strano e misterioso, il libro dell’Apocalisse è un’arma indispensabile nel buon combattimento della fede del credente.

Nei capitoli 4 e 5 di Apocalisse, Giovanni riesce a sbirciare “dietro le quinte”, e vede il trono celeste di Dio attorno al quale le creature viventi e gli angeli cantano incessantemente le lodi dell’Altissimo. Nella visione che Giovanni riferisce vediamo che sul trono più alto del cosmo non c’è né uomo né nessun’altra creatura ma Dio Creatore del cielo e della terra. Egli è il sovrano assoluto e indiscusso, e tiene nella sua mano un libro sigillato da sette sigilli. Questo è il libro che rappresenta il suo piano per il compimento della storia dell’universo. I suoi decreti che sono scritti dentro sono “fedeli e veritieri”, e nessuno è in grado di contrastarli o frustrarne l’adempimento.

Poi, Giovanni vede nella visione che nessuno è degno e capace di aprire il libro e rivelarne il contenuto se non uno solo: il Signore Gesù Cristo, raffigurato come il Leone vincitore e l’Agnello immolato per togliere il peccato del mondo. Gesù e Gesù solo ha sconfitto i potere del male e della morte, ed è a lui Dio ha dato il nome al di sopra di ogni altro nome, e il potere al di sopra di ogni altro potere. Apocalisse ci fa vedere che Gesù è il Signore di tutto e di tutti; non solo in un senso spirituale divorziato dalle realtà fisiche, politiche, scientifiche, storiche, e culturali del mondo; non solo un signore tra tanti altri. Lui è il Signore di tutto ciò. Ed è dunque solo lui che è degno e in grado di prendere in mano il libro del destino del mondo e aprirne i sigilli, dando così il via agli avvenimenti che alla fine porteranno alla vittoria finale di Dio e della venuta del suo regno in ogni angolo del mondo. Il capitolo 6 di Apocalisse rivela il contenuto del libro e narra questi avvenimenti man mano che Gesù — sempre designato “l’Agnello” — apre i sigilli del libro uno alla volta. Tutto questo mira a fortificare la nostra fede, a rendere più ferma la nostra risolutezza di essere fedeli a Cristo, e ad avere coraggio e franchezza nel testimoniarlo agli altri. Consideriamo adesso il contenuto dei sigilli.

2) I Primi Quattro Sigilli: I Quattro Cavalli (6:1-8)

A) 1° sigillo: il cavallo bianco (vv.1-2)

6:1 Poi vidi quando l’Agnello aprì uno dei sette sigilli e udii una delle quattro creature viventi, che diceva con voce come di tuono: «Vieni». Guardai e vidi un cavallo bianco. Colui che lo cavalcava aveva un arco; e gli fu data una corona, ed egli venne fuori da vincitore, e per vincere.

Quando l’Agnello apre il primo sigillo, Giovanni vede venir fuori un cavallo bianco, e il cavaliere che ha un arco. Questo è il primo dei famosi “quattro cavalli dell’Apocalisse” che molti conoscono anche tra quelli che non hanno mai letto la Bibbia. Le immagini di questi cavalli e dei loro cavalieri sono ovviamente simboliche, come il linguaggio in tutto il libro di Apocalisse. Come Gesù non è letteralmente un agnello, così non c’è letteralmente un cavallo bianco col cavaliere che ha un arco. Il significato è da ricercare in ciò che questi cavalli e gli altri simboli rappresentano. Qui il colore del cavallo è importante: bianco, lo stesso colore che indossa Gesù e lo stesso colore del cavallo sul quale egli tornerà nel capitolo 19 per stabilire il suo regno sulla terra. Ma è chiaro che non è Gesù a calvacare questo cavallo, perché è Gesù ad aprire il sigillo che gli permette di venir fuori!

No, questo cavaliere è un impostore, una pallida imitazione di Cristo che viene fuori “da vincitore, e per vincere”. Altrove questo è chiamato “l’anticristo” o “lo spirito dell’anticristo” per tenta di usurpare il posto che spetta solo a Gesù. Nel capitolo 5, è Gesù solo che viene acclamato il vincitore, ma qui vediamo un altro che si arroga lo stesso titolo e diritto. Questo cavaliere rappresenta ogni cosa o ogni persona all’infuori di Cristo che pretende di essere “la via, la verità e la vita”. Può essere un politico o un partito politico; può essere una filosofia o ideologia, puo essere il denaro, può essere persino un prodotto sul mercato che promette di cambiare la nostra vita in bene se ci fidiamo dei produttori abbastanza da spendere i nostri soldi per comprarlo. In poche parole, il cavaliere bianco — l’anticristo — è un idolo, quello che chiede la fiducia e la lealtà che spettano solo a Cristo. E considerando quanto è diffusa l’idolatria nel mondo, non è difficile vedere quanto è efficace questo cavaliere nel “vincere” i cuori, le menti, e le anime delle persone.

B) 2° sigillo: il cavallo rosso (vv.3-4)

Quando l’Agnello aprì il secondo sigillo, udii la seconda creatura vivente che diceva: «Vieni». E venne fuori un altro cavallo, rosso; e a colui che lo cavalcava fu dato di togliere la pace dalla terra affinché gli uomini si uccidessero gli uni gli altri, e gli fu data una grande spada.

L’apertura del secondo sigillo fa venire fuori un cavallo rosso, il colore del sangue. Questo è infatti ciò che accade, perché il cavaliere rosso toglie la pace dalla terra e fomenta conflitti dai quali risultano tanti morti. Naturalmente i conflitti più gravi e sanguinosi sono le guerre, ma l’impatto di questo cavallo è ben più ampio. Anche liti tra vicini di casa possono sfociare in violenza. È difficile, se non impossibile, che passiamo una giornata senza imbatterci in qualche conflitto, o uno in cui siamo coinvolti o uno di cui siamo testimoni. La storia umana è una storia del conflitto, e così sarà fino alla fine. Finché l’uomo è ingannato dallo spirito dell’anticristo e va dietro a idoli, sarà disposto a fare qualsiasi cosa per ottenere quello che desidera, anche quando deve far male agli altri.

C) 3° sigillo: il cavallo nero (vv.5-6)

Quando l’Agnello aprì il terzo sigillo, udii la terza creatura vivente che diceva: «Vieni». Guardai e vidi un cavallo nero; e colui che lo cavalcava aveva una bilancia in mano. E udii come una voce in mezzo alle quattro creature viventi, che diceva: «Una misura di frumento per un denaro e tre misure d’orzo per un denaro, ma non danneggiare né l’olio né il vino».

Il terzo sigillo fa venire fuori un cavallo nero, il colore che rappresenta il male, la corruzione, l’ingiustizia e la sofferenza. Il cavaliere ha in mano una bilancia che dovrebbe simboleggiare la giustizia, ma in questo caso è l’opposto. Le misure usate per il frumento e l’orzo — alimenti di base — sono tante volte aumentate rispetto a quelle giuste, mentre l’olio e il vino — alimenti di lusso — rimangono invariati. Questo indica un’ingiustizia economica in cui i poveri vengono sfruttati in modo che non possano comprare da mangiare mentre i ricchi continuano a godersi i loro cibi succulenti.

D) 4° sigillo: il cavallo giallastro (vv.7-8)

Quando l’Agnello aprì il quarto sigillo, udii la voce della quarta creatura vivente che diceva: «Vieni». Guardai e vidi un cavallo giallastro; e colui che lo cavalcava si chiamava Morte, e gli veniva dietro l’Ades. Fu dato loro potere sulla quarta parte della terra, per uccidere con la spada, con la fame, con la mortalità e con le belve della terra.

L’Agnello apre il quarto sigillo e fa uscire il quarto e ultimo cavallo di colore giallastro, il colore della malattia e del morire. Questo cavaliere si chiama appunto “Morte”, ed è seguito dall’Ades, il soggiorno dei morti. Egli rappresenta l’effetto cumulativo dei tre cavalli precedenti: laddove c’è la guerra si muore di spada; laddove c’è sfruttamento economico si muore di fame e di malattia. A questi flagelli viene aggiunta la morte dovuta alle “belve della terra”, che sicuramente sono gli animali ma forse anche esseri umani che si comportano come tali. Spesso nei salmi i malvagi sono paragonati alle belve proprio perché le loro azioni sono disumane e perché disumanizzano le loro vittime. Comunque sia, la conseguenza di questi quattro cavalli è che la quarta parte del mondo viene colpita e uccisa, una devastazione tremenda e inimmaginabile.

A questo punto ci conviene riflettere brevemente su quanto abbiamo visto fin qui. La prima cosa importante da notare è l’ottica nella quale questi primi quattro sigilli ci fanno vedere gli avvenimenti terribili nella storia e nei giorni nostri. Tutti — conflitti, guerre, ingiustizie, corruzione, povertà, fame, pesti, cattiveria umana — fanno parte del libro che Dio ha scritto riguardante il destino del mondo. I quattro cavalli e i loro cavalieri entrano nella storia solo quando l’Agnello apre i sigilli del libro. In più, notiamo l’uso della forma passiva dei verbi: al cavaliere bianco “fu data una corona” (v.2); al cavaliere rosso “fu dato di togliere la pace dalla terra” e “gli fu data una grande spada” (v.4); al cavaliere giallastro e all’Ades “fu dato loro potere sulla quarte parte della terra per uccidere” (v.8). Per quanto riguarda il cavallo nero, è una voce “in mezzo alle quattro creature viventi” (v.6) che conducono le lodi attorno al trono di Dio che annuncia la sofferenza che seguirà. Il significato di questo è chiaro: i cavalieri possono affliggere il mondo solo nella misura in cui l’Agnello di Dio gli permette di farlo. Tutto quello che sembra il male sfrenato e fuori controllo è in realtà soggetto alla sovranità del Signore Gesù Cristo.

La seconda cosa importante da notare è che questi cavalli rappresentano soltanto le conseguenze naturali e inevitabili della ribellione umana contro Dio. È vero che i cavalli escono solo quando l’Agnello apre i sigilli del libro, ma ciò non significa che l’Agnello sia l’autore dei mali che portano. Il cavaliere bianco vince quelli che scelgono di andare dietro a idoli anziché adorare Dio. Il cavaliere rosso toglie la pace e fomenta il conflitto a quelli che si sono fatti nemici di Dio. Il cavaliere nero porta l’ingiustizia in mezzo a quelli che trasgrediscono la legge di Dio e si sono resi ingiusti davanti a lui. Il cavaliere giallastro uccide quelli che si sono allontanati dal loro Creatore e l’unica fonte della loro vita. In effetti, i sigilli danno agli esseri umani ciò che essi stessi hanno scelto. Hanno preferito gli idoli a Dio, la ribellione all’ubbidienza, l’ingiustizia alla giustizia, la morte dell’autonomia alla vita della sottomissione. Quindi, nel far entrare i quattro cavalieri nel mondo, Dio è perfettamente giusto.

Il punto di tutto ciò è doppio. Per i credenti, il messaggio è di incoraggiamento e conforto. Non bisogna mai pensare che il male sia più forte del bene, che la luce rischi di essere ingoiata dalle tenebre. Per quanto terribili e tremende, le forze del male non possono fare altro che Dio gli permette di fare, e per quanto misterioso, il proposito di Dio farà cooperare ogni male “al bene di quelli che amano Dio e che sono chiamati secondo il suo disegno” (Romani 8:28). Per i non credenti, il messaggio è di ravvedimento e salvezza. Se gli esseri umani abbandoneranno gli idoli, se saranno riconciliati con Dio, se ubbidiranno alla sua volontà e se si rivolgeranno a lui con tutto il cuore, troveranno perdono e vita eterna. Alla fine, per quanto severo, il giudizio di Dio è la manifestazione della sua misericordia che rifiuta di permettere agli esseri umani di rifiutare il suo benevolo proposito nei loro confronti.

3) Il Quinto Sigillo: I Martiri (6:9-11)

Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di quelli che erano stati uccisi per la parola di Dio e per la testimonianza che avevano resa. 10 Essi gridarono a gran voce: «Fino a quando aspetterai, o Signore santo e veritiero, per fare giustizia e vendicare il nostro sangue su quelli che abitano sulla la terra?» 11 E a ciascuno di essi fu data una veste bianca e fu loro detto che si riposassero ancora un po’ di tempo, finché fosse completo il numero dei loro compagni di servizio e dei loro fratelli, che dovevano essere uccisi come loro.

Quando l’Agnello apre il quinto sigillo, Giovanni vede qualcosa di nuovo. Non è più la terra ma il cielo che si mette a fuoco, in particolare “l’altare” che si trova nel tempio celeste di Dio. Sotto l’altare Giovanni vede “le anime di quelli che erano stati uccisi per la parola di Dio e per la testimonianza che avevano resa” (v.9). Questi sono i martiri che sembrano essere stati sconfitti dal mondo ma in realtà, come leggiamo nel 12:11, “hanno vinto per mezzo del sangue dell’Agnello e per mezzo della parola della loro testimonianza; e non hanno amato la loro vita, tanto da esporla alla morte”. Come l’Agnello ha vinto per mezzo della croce, così anche i martiri che rimangono fedeli a lui fino alla morte. È da ricordare che l’accezione originaria del termine “martire” era semplicemente “testimone”, e in questo senso tutti i credenti sono martiri quando testimoniano Gesù con coraggio e costanza.

Ma nella visione di Giovanni vengono specificati i martiri uccisi per la loro testimonianza perché esemplificano nel modo più chiaro la fede che neanche la morte può abbattere. Giovanni sente inoltre le loro suppliche che Dio intervenga per mettere fine al male e alla violenza e ristabilire la pace e la giustizia nel mondo, vendicando così il loro sangue. Gli viene detto di risposarsi “ancora un po’ di tempo” perché non è ancora “completo il numero dei loro compagni di servizio” (v.11). Anche qui il messaggio è doppio. Prima, ci conforta sapere che ci sarà una fine alle nostre sofferenze, e che la cosa peggiore che il mondo possa fare è ucciderci, aprendoci la porta a entrare nella presenza del Signore e del riposo da tutte le nostre sofferenze. Ma questo ci avverte anche che dobbiamo essere sempre pronti alla sofferenza, e persino al martirio in questo mondo, perché il numero di quelli che “devono essere uccisi” non è ancora completo.

4) Il Sesto Sigillo: L’Ira dell’Agnello (6:12-17)

12 Poi vidi quando l’Agnello aprì il sesto sigillo; e si fece un gran terremoto. Il sole diventò nero come un sacco di crine e la luna diventò tutta come sangue; 13 le stelle del cielo caddero sulla terra come quando un fico scosso da un forte vento lascia cadere i suoi fichi immaturi. 14 Il cielo si ritirò come una pergamena che si arrotola, e ogni montagna e ogni isola furono rimosse dal loro luogo. 15 I re della terra, i grandi, i generali, i ricchi, i potenti e ogni schiavo e ogni uomo libero si nascosero nelle spelonche e tra le rocce dei monti. 16 E dicevano ai monti e alle rocce: «Cadeteci addosso, nascondeteci dalla presenza di colui che siede sul trono e dall’ira dell’Agnello; 17 perché è venuto il gran giorno della loro ira. Chi può resistere?»

Ma il tempo per trattenere il giudizio finale non si prolungherà per sempre, e Dio risponderà alle preghiere dei santi di “fare giustizia e vendicare il loro sangue su quelli che abitano sulla terra” (v.10). Il tempo trascorso tra l’apertura del quinto e del sesto sigilli non è specificato, ma quanto è certo che è scritto nel libro di Dio tanto è certo che verrà “il gran giorno dell’ira dell’Agnello”. L’apertura del sesto sigillo ci porta sulla soglia della venuta del regno di Dio, quando finalmente sarà fatta la volontà di Dio come in cielo così anche in terra. Ma perché questo avvenga, Dio deve spacciare via tutto quello che lo impedisca. Così il giudizio finale sarà totale e universale. Il sole diventerà “nero come un sacco di crine” e la luna “tutta come sangue” (v.12). Il cielo si ritirerà, e “ogni montagna e ogni isola” saranno “rimosse dal loro luogo” (vv.13-14). Anche queste immagini sono simboliche, indicando la grandezza dello sconvolgimento che il giudizio di Dio effettuerà, tanto da far sembrare che persino “le stelle del cielo” stiano cadendo “sulla terra come quando un fico scosso da un forte vento lascia cadere i suoi fichi immaturi” (v.13).

In quel giorno, nessuno potrà resistere, e nella sua visione Giovanni vede che tutti saranno colpiti, indipendentemente dal loro potere, dalle loro ricchezze, o dall’onore con cui il mondo li acclama. Nessuno tra “i re della terra, i grandi, i generali, i ricchi, i potenti e ogni schiavo e ogni uomo libero” scamperà. Se la pandemia COVID è stata un grande livellatore colpendo tutti senza discriminare o fare favoritismi, il giudizio di Dio lo sarà ancora di più. E tanto terrificante sarà “l’ira dell’Agnello” che gli uomini preferiranno essere schiacciati dai monti e dalle rocce. Proviamo a immaginare uno spavento così grande da umiliare i più arroganti, da impoverire i più ricchi e da abbattere i più forti. Così sarà il gran giorno dell’ira dell’Agnello, e anche se sembra tardare, il suo futuro arrivo è certo, essendo scritto nel libro nella mano dell’Agnello.

Ma anche questo è la manifestazione della misercordia e dell’amore di Dio. Non è a caso che si tratti dell’ira “dell’Agnello”, lo stesso Agnello che si è sacrificato per togliere il peccato. Il Giudice del mondo non è altro che il Salvatore del mondo. Colui che versa la sua ira sul mondo non è altro che colui che si è sostituito al posto del mondo sotto la stessa ira. L’ira dell’Agnello è dunque l’ira del suo amore, l’amore che rifiuta di essere rifiutato, l’amore che non resta indifferente di fronte a ciò che distrugge l’amato, l’amore che è consumante come un fuoco e feroce come un urugano. L’ira dell’Agnello è lo stesso amore che ha rivelato sulla croce che ora viene manifestato in modo irresistibile e inarrestabile nei confronti di ogni singolo essere umano. E il motivo per cui a Giovanni fu concesso di vedere in anticipo questo giorno e poi di scriverlo a noi è affinché ogni peccatore abbia l’opportunità di ravvedersi e prepararsi al suo arrivo, e affinché ogni credente si fortifichi nella propria fede e speranza, mantendo ferma la testimonianza di Gesù Cristo fino alla morte.

Ecco perché abbiamo tanto bisogno di meditare a lungo su Apocalisse, perché l’inizio del libro stesso pronuncia questa benedizione: “Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e serbano le cose che vi sono scritte, perché il tempo è vicino” (1:3). Non ci resta altro che fare esattamente questo. Che Dio ci conceda la grazia tramite la sua parola di perseverare fino alla fine, rimanendo fedeli a lui e costanti nella nostra testimonianza. Amen.

1 Tessalonicesi: L’Azione della Parola di Dio

1) La Parola Con Potenza (1:1-10)

1:1 Paolo, Silvano e Timoteo alla chiesa dei Tessalonicesi che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: grazia a voi e pace [da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo]. 2 Noi ringraziamo sempre Dio per voi tutti, nominandovi nelle nostre preghiere, ricordandoci continuamente, davanti al nostro Dio e Padre, dell’opera della vostra fede, delle fatiche del vostro amore e della costanza della vostra speranza nel nostro Signore Gesù Cristo. Conosciamo, fratelli amati da Dio, la vostra elezione. Infatti il nostro vangelo non vi è stato annunciato soltanto con parole, ma anche con potenza, con lo Spirito Santo e con piena convinzione; infatti sapete come ci siamo comportati fra voi, per il vostro bene. Voi siete divenuti imitatori nostri e del Signore, avendo ricevuto la parola in mezzo a molte sofferenze, con la gioia che dà lo Spirito Santo, tanto da diventare un esempio per tutti i credenti della Macedonia e dell’Acaia. Infatti da voi la parola del Signore ha echeggiato non soltanto nella Macedonia e nell’Acaia, ma anzi la fama della fede che avete in Dio si è sparsa in ogni luogo, di modo che non abbiamo bisogno di parlarne; perché essi stessi raccontano quale sia stata la nostra venuta fra voi, e come vi siete convertiti dagli idoli a Dio per servire il Dio vivente e vero, 10 e per aspettare dai cieli il Figlio suo che egli ha risuscitato dai morti, cioè Gesù, che ci libera dall’ira imminente.

Fondamentale alla nostra fede è la Bibbia, l’unica testimonianza autorevole alla rivelazione di Dio all’umanità. La Bibbia, come sappiamo, è un libro, la parola di Dio scritta in parole umane. Questo fatto merita un po’ di riflessione. Perché questa testimonianza prende la forma di un libro? Perché Dio ha fatto sì che la sua parola fosse trasmessa a noi in questa modalità? O più basilare ancora: perché Dio si è rivelato a noi tramite la parola e non, per esempio, tramite una visione? La prima lettera di Paolo ai Tessalonicesi ci dà un’ottima opportunità per riflettere su questo tema, cioè, la centralità della parola alla nostra fede. I cristiani sono prima di tutto “un popolo del libro” perché, come Paolo afferma in 2 Timoteo 3:16-17:

16 Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, 17 perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona.

Solo della Scrittura è dichiarato questo, che è “ispirata da Dio”, e la Scrittura da sola è sufficiente affinché siamo completi e ben preparati per ogni opera buona.

La lettera di 1 Tessalonicesi, scritta da Paolo a una chiesa che aveva fondato nella città di Tessalonica (che esiste ancora oggi) in Grecia, non è un trattato specifico su quest’argomento, ma è pieno di riferimenti a esso. Quando Paolo lasciò la chiesa per fondarne altre altrove, essa era una comunità matura nella fede, ma dopo un po’ i suoi membri si resero conto di aver ancora bisogno del suo aiuto in certe questioni. Paolo, trovandosi lontano da Tessalonica, non poteva essere lì personalmente, e quindi gli scrisse questa lettera, sapendo che essa era in grado di supplire alla sua assenza nei confronti dei credenti tessalonicesi. In questo, vediamo la certezza che Paolo aveva nella parola scritta come strumento efficace dell’opera di Dio nella chiesa. Come spiega chiaramente nel 2:13:

2:13 Per questa ragione anche noi ringraziamo sempre Dio: perché quando riceveste da noi la parola della predicazione di Dio, voi l’accettaste non come parola di uomini, ma, quale essa è veramente, come parola di Dio, la quale opera efficacemente in voi che credete.

Per Paolo, la parola del vangelo, sia annunciata che scritta, “opera efficacemente” in noi che crediamo perché essa, pur provenendo da uomini come Paolo, non è solo la parola dell’uomo ma è veramente la parola di Dio. È questa certezza che vogliamo, e che dobbiamo, avere anche noi, perché se non siamo convinti dell’efficacia della Bibbia, avremo poca motivazione per darle retta. Se invece condividiamo la convinzione di Paolo, saremo sempre più spronati a leggerla, a studiarla, e a metterla in pratica.

La difficoltà che affrontiamo, però, è che viviamo in una cultura che sottovaluta la parola. Spesso si distingue tra “parole” e “fatti”, come se parole contassero meno dei fatti. Per quanto riguarda la parola scritta, è noto che in genere gli italiani non sono grandi lettori di libri. Più ancora, (e soprattutto quando si parla della Bibbia), la parola scritta è spesso considerata complessa, ambigua e difficile da capirsi. La Bibbia in particolare è un libro ritenuto inaccessibile alla persona normale, o anche poco attendibile perché deve essere interpretato. Quante volte ho sentito qualcuno ribattere: “Ma è solo la tua interpretazione!”, come se questo minasse l’autorevolezza delle Scritture! Ma tutto questo è sintomatico della poca fiducia che molti hanno nella parola scritta, e specialmente nella Bibbia, come mezzo efficace di comunicazione. Noi siamo purtroppo condizionati da questa mentalità, e influisce molto sul rapporto che abbiamo con il testo sacro.

Per questo motivo, è importante che riflettiamo bene su come la Bibbia stessa considera il tema della parola, e non possiamo fare meglio che studiarlo in 1 Tessalonicesi. Paolo comincia questa lettera ricordando ai tessalonicesi il vangelo che gli aveva annunciato “non soltanto con parole, ma anche con potenza, con lo Spirito Santo e con piena convinzione” (1:5). Indipendentemente da quello che possiamo pensare di altre parole, la parola del vangelo, Paolo insiste, è potentemente efficace quando viene annunciata perché è accompagnata dallo Spirito Santo che convince chi ascolta della sua verità. Così la parola del vangelo si distingue da altre parole umane nel senso che realizza lo scopo per cui viene comunicata. Il vangelo non è una parola che, come altre parole umane, può essere semplicemente ignorata. Non è una promessa che, come altre promesse umane viene meno. Ottiene l’ascolto quando viene dichiarato, e garantisce il compimento di ciò che prevede. Rimaniamo spesso delusi o ingannati dalle parole che altri dicono, ma questo non succede mai quando la parola del vangelo è trasmessa, perché lo Spirito Santo ne assicura l’efficacia.

Paolo ricorda inoltre ai tessalonicesi che la loro esperienza è testimone di tutto ciò. Sanno che quando il vangelo è stato da Paolo annunciato, la sua potenza si è dimostrata nel fatto che essi sono di conseguenza “divenuti imitatori … del Signore” (1:6). I tessalonicesi hanno “ricevuto la parola in mezzo a molte sofferenze” (1:6), e si sono “convertiti dagli idoli a Dio per servire il Dio vivente e vero” (1:9). Questa conversione — dalle tenebre alla luce, dalla falsità alla verità, dalla morte alla vita, dagli idoli a Gesù — era dovuta non all’eloquenza della predicazione di Paolo ma solo alla potenza della parola annunciata.

Nel 2:3-7, infatti, Paolo respinge esplicitamente ogni tentativo di far accettare il vangelo con strategie o trucchi umani:

3 Perché la nostra predicazione non proviene da finzione, né da motivi impuri, né è fatta con inganno; ma, come siamo stati approvati da Dio che ci ha stimati tali da poterci affidare il vangelo, parliamo in modo da piacere non agli uomini, ma a Dio che prova i nostri cuori. Difatti, non abbiamo mai usato un parlare lusinghevole, come ben sapete, né pretesti ispirati da cupidigia; Dio ne è testimone. E non abbiamo cercato gloria dagli uomini, né da voi, né da altri, sebbene, come apostoli di Cristo, avremmo potuto far valere la nostra autorità; invece, siamo stati mansueti in mezzo a voi, come una nutrice che cura teneramente i suoi bambini.

Paolo non spacciava il vangelo come un venditore di auto. Annunciava il vangelo con sincerità e semplicità, e le vite trasformate come risultato erano la prova dell’efficacia della parola stessa. Tale era la fiducia di Paolo nella potenza della parola che era capace di capovolgere il mondo con un mero sussurro. Il vangelo, in quanto parola di Dio, non è da separare dai “fatti” che sono più concreti. Per Paolo, la parola di Dio è il suo atto. Dio agisce parlando. E quando diamo ascolto alla parola di Dio, permettiamo allo Spirito Santo di entrare nelle nostre vite e di renderci conformi all’immagine di Gesù.

2) La Parola In Azione

A) Insegnare/Istruire (4:2-6, 13-17)

Il resto della lettera di 1 Tessalonicesi si legge quasi come un catalogo delle varie azioni che Dio intraprende nei nostri confronti quando apriamo le nostre orecchie alla sua parola. Consideriamo adesso le diverse opere che Dio compie in noi tramite la sua parola. Ne abbiamo già vista una: tramite la parola del vangelo, Dio ci libera dagli idoli che ci schiavizzano e ci converte a se stesso, l’unico vero Dio, affinché lo serviamo in gioia e in libertà. Ma c’è molto ancora. Attraverso la sua parola Dio ci istruisce e ci insegna la verità che ci rende saldi nella fede e capaci di discernere l’errore. Nel capitolo 4 troviamo due chiari esempi di questo. Nei vv.2-6 leggiamo:

4:Infatti sapete quali istruzioni vi abbiamo date nel nome del Signore Gesù. Perché questa è la volontà di Dio: che vi santifichiate, che vi asteniate dalla fornicazione, che ciascuno di voi sappia possedere il proprio corpo in santità e onore, senza abbandonarsi a passioni disordinate come fanno gli stranieri che non conoscono Dio; che nessuno opprima il fratello né lo sfrutti negli affari; perché il Signore è un vendicatore in tutte queste cose, come già vi abbiamo detto e dichiarato prima.

Qui vediamo come la parola di Dio ci insegna qual è la volontà di Dio per noi, la nostra santificazione. I tessalonicesi, una volta convertiti dagli idoli a servire l’unico vero Dio, dovevano poi imparare a “possedere il proprio corpo in santità e onore”. Questo non era né facile né automatico, perché erano circondati da persone che “non conoscevano” Dio e per cui “abbandonarsi a passioni disordinate” era del tutto normale. Loro invece dovevano vivere in modo totalmente controcorrente, e quindi dovevano essere istruiti in tutta la volontà di Dio per loro. Così anche noi che viviamo in una società che non conosce Dio e che reputa normali stili di vita contrari alla sua volontà, abbiamo altrettanto bisogno di essere istruiti in modo conforme alla santità. Come avviene questo? Qual è la scuola in cui siamo ammaestrati in tutta la volontà di Dio? È la parola di Dio scritta: “Infatti sapete quali istruzioni vi abbiamo date nel nome del Signore Gesù” (4:2).

Poi nei vv.13-17 del capitolo 4, troviamo un altro tipo di insegnamento importante:

4:13 Fratelli, non vogliamo che siate nell’ignoranza riguardo a quelli che dormono, affinché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. 14 Infatti, se crediamo che Gesù morì e risuscitò, crediamo pure che Dio, per mezzo di Gesù, ricondurrà con lui quelli che si sono addormentati. 15 Poiché questo vi diciamo mediante la parola del Signore: che noi viventi, i quali saremo rimasti fino alla venuta del Signore, non precederemo quelli che si sono addormentati; 16 perché il Signore stesso, con un ordine, con voce d’arcangelo e con la tromba di Dio, scenderà dal cielo, e prima risusciteranno i morti in Cristo; 17 poi noi viventi, che saremo rimasti, verremo rapiti insieme con loro, sulle nuvole, a incontrare il Signore nell’aria; e così saremo sempre con il Signore.

Qui vediamo come l’insegnamento della parola di Dio serve per liberarci dall’ignoranza. Evidentemente, i tessalonicesi erano ignoranti “riguardo a quelli che dormono” (cioè i morti) e di conseguenza erano “tristi come gli altri che non hanno speranza” (v.13). Per questo motivo Paolo gli insegna il ritorno di Gesù e la risurrezione. Sappiamo, Paolo dice, che la morte non è l’ultima parola per i credenti. Sono morti, sì, e forse moriremo anche noi se Gesù non torna prima, ma il fatto è che Gesù tornerà, e quando tornerà i morti risusciteranno e saranno riuniti con quelli che sono ancora vivi. Per i credenti è la vita, non la morte, che trionferà, e siamo certi che un giorno saremo tutti insieme nella presenza del Signore per sempre, senza paura, senza angoscia, e senza lacrime. Se non siamo ignoranti ma convinti di questo, non saremo tristi di fronte alla morte “come gli altri che non hanno speranza”. Saremo tristi, certo, ma la nostra tristezza sarà sempre temperata dalla speranza, e piangeremo sapendo che un giorno non piangeremo mai più. Questo è lo scopo dell’insegnamento della parola di Dio, ed è il motivo per cui Paolo, insieme agli altri autori ispirati, ci hanno regalato il tesoro delle sacre Scritture che ci liberano dall’ignoranza e ci riempiono di speranza.

B) Consolare (4:18; 5:9-11)

La seconda azione, legata alla prima, che Dio compie in noi tramite la sua parola è la consolazione. Dopo aver insegnato il ritorno di Cristo, Paolo conclude nel v.18:

4:18 Consolatevi dunque gli uni gli altri con queste parole.

Nello stesso modo, nei vv.9-11 del capitolo 5, Paolo ricorda che, nonostante il male che ci assalisce e il mondo che peggiora sempre di più, il nostro destino non è ira e distruzione ma salvezza e vita eterna che sarà nel giorno in cui Gesù si rivelerà dal cielo.

5:9 Dio infatti non ci ha destinati a ira, ma ad ottenere salvezza per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo, 10 il quale è morto per noi affinché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui. 11 Perciò, consolatevi a vicenda ed edificatevi gli uni gli altri, come d’altronde già fate.

È Dio che ci ha destinati alla salvezza, e sarà lui a portarla a compimento. Inoltre, anche prima del ritorno di Cristo, anche se lo vediamo, e persino in mezzo alla valle dell’ombra della morte, noi “viviamo insieme con” Gesù. Bramiamo il giorno quando la nostra fede cambierà in visione e lo vedremo faccia a faccia, ma nel frattempo noi godiamo di una comunione con lui che nessun dolore o difficoltà ci può togliere. Certo, tendiamo a dimenticare questo, specie quando siamo sopraffatti dalle prove della vita. Se non ci rivolgiamo alla parola, ci priviamo del più grande conforto che abbiamo. Ma quando diamo di nuovo ascolto alla parola di Dio, egli ci ricorda delle sue promesse infallibili, e troviamo una grande consolazione per le nostre anime.

C) Preannunciare/Preparare (3:1-4)

Mediante la sua parola, quindi, Dio ci salva, ci istruisce, ci conforta, ma vediamo anche che ci prepara per renderci saldi in anticipo delle varie difficoltà che possiamo attraverso nella vita.

3:1 Perciò, non potendo più resistere, preferimmo restare soli ad Atene; e mandammo Timoteo, nostro fratello e collaboratore di Dio nel vangelo di Cristo, per confermarvi e confortarvi nella vostra fede, affinché nessuno fosse scosso in mezzo a queste tribolazioni; infatti voi stessi sapete che a questo siamo destinati. Perché anche quando eravamo tra di voi, vi preannunciavamo che avremmo dovuto soffrire, come poi è avvenuto, e voi lo sapete.

Come Paolo fece nei confronti dei tessalonicesi, mandando a loro Timoteo “affinché nessuno fosse scosso in mezzo a queste tribolazioni”, così Dio fa attraverso le Scritture. Esse ci preannunciano che dovremo soffrire in modo che non saremo presi alla sprovvista quando capita. Nel capitolo 5, vv.4-8, la parola ci dice questo esplicitamente usando la metafora del “giorno” e della “notte”:

5:4 Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno abbia a sorprendervi come un ladro; perché voi tutti siete figli di luce e figli del giorno; noi non siamo della notte né delle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma vegliamo e siamo sobri; poiché quelli che dormono, dormono di notte, e quelli che si ubriacano, lo fanno di notte. Ma noi, che siamo del giorno, siamo sobri, avendo rivestito la corazza della fede e dell’amore e preso per elmo la speranza della salvezza.

I credenti, ammaestrati dalla parola, sanno cosa aspettarsi nel mondo, e non rimangono sorpresi quando “come un ladro” vengono le tribolazioni e le angosce. Non rimangono stupiti che il peccato umano sfocia in razzismo e omicidio, come è successo recentemente con la morte di George Floyd negli Stati Uniti. Non rimangono sorpresi neanche quando il mondo intero viene colpito da una pandemia come il COVID-19, perché la parola ha già preannunciato tutto ciò. Come “figli della luce” e “figli del giorno”, i credenti vegliano, sono sobri, e sanno discernere i segni della fine e del ritorno di Cristo. Mentre quelli del mondo “si ubriacano” e “dormono” così che l’arrivo del “ladro” li sconvolge, quelli che si sono rivestiti dell’armatura di Dio sono preparati a tutto, e sanno reagire nel modo giusto. Sono così non grazie alla loro intelligenza o capacità, ma perché tramite la sua parola Dio li ha preparati e li ha fortificati per poter stare forti e fermi in mezzo alla tempesta.

D) Esortare/Ammonire (2:10-12; 4:1, 9-12; 5:14-18)

A volte, però, abbiamo bisogno di essere esortati, ammoniti, e rimproverati. Così Dio fa anche questo nella sua parola. Per esempio, alla fine della lettera, nel 5:14-18, Paolo scrive:

5:14 Vi esortiamo, fratelli, ad ammonire i disordinati, a confortare gli scoraggiati, a sostenere i deboli, a essere pazienti con tutti. 15 Guardate che nessuno renda ad alcuno male per male; anzi cercate sempre il bene gli uni degli altri e quello di tutti. 16 Siate sempre gioiosi; 17 non cessate mai di pregare; 18 in ogni cosa rendete grazie, perché questa è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi.

A volte, quello che ci serve è un rimprovero paterno perché non stiamo facendo ciò che dovremmo fare. Se cadiamo nel peccato, se non dimostriamo l’amore e il perdono di Cristo rendendo invece male per male, se cessiamo di pregare, e non rendiamo grazie in ogni cosa ma piuttosto ci lamentiamo di tutto, abbiamo bisogno della correzione e della disciplina del nostro Padre celeste. E una volta disciplinati, dobbiamo essere incoraggiati a riprendere la giusta via e perseverare in essa. Anche questo Dio fa per mezzo della sua parola. Certo, la disciplina del Signore non è piacevole. A nessuno piace essere rimproverato o corretto, perché il nostro orgoglio vuole che abbiamo sempre ragione. Ma per quanto difficile e doloroso, anche la disciplina è un’opera necessaria che Dio compie nei nostri confronti. Se diamo costante ascolto alla sua parola, spesso possiamo evitare le drastiche misure che a volte Dio deve prendere per farci tornare a lui, perché sarà più difficile che ci allontaniamo da lui o che dimentichiamo le sue esortazioni. Quindi, vediamo per l’ennesima volta l’importanza di meditare sempre sulla parola di Dio, affinché lui possa correggerci prima che lasciamo la retta via

E) Benedire (3:12-13; 5:23-25)

L’ultima azione (almeno per quanto riguarda questo studio) che Dio compie in noi tramite la sua parola è la benedizione. La benedizione può assumere la forma di una preghiera, può essere pronunciata da qualcuno come Paolo, ma quando la leggiamo nelle Scritture possiamo essere certi che costituisce il desiderio di Dio per noi. Nella Bibbia, la benedizione è quella che Dio promette di adempiere nei nostri confronti, anche quando abbiamo poca fiducia che egli è in grado di farlo. Due passaggi in 1 Tessalonicesi sono particolarmente pertinenti al riguardo: 3:12-13 e 5:23-25:

3:12 e quanto a voi, il Signore vi faccia crescere e abbondare in amore gli uni verso gli altri e verso tutti, come anche noi abbondiamo verso di voi, 13 per rendere i vostri cuori saldi, irreprensibili in santità davanti a Dio nostro Padre, quando il nostro Signore Gesù [Cristo] verrà con tutti i suoi santi.

5:23 Or il Dio della pace vi santifichi egli stesso completamente; e l’intero essere vostro, lo spirito, l’anima e il corpo, sia conservato irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. 24 Fedele è colui che vi chiama, ed egli farà anche questo. 25 Fratelli, pregate per noi.

Sappiamo che spesso veniamo meno agli insegnamenti e alle esortazioni della Bibbia. A volte non ci sentiamo consolati dalle consolazioni delle Scritture. Altre volte siamo colti dormendo, come quando Gesù ha trovato i discepoli che si sono addormentati mentre lui pregava nel giardino dei Getsemani. Ci comportiamo meno come i “figli della luce” e più come quelli che si ubriacano di notte. Ma al di là di tutto questo, le benedizioni di Dio su di noi, come questi due esempi qui, sono le promesse che alla fine, sarà Dio a portare a compimento l’opera buona che ha cominciato in noi. Il nostro amore è spesso debole, ma Dio lo farà crescere e abbondare. I nostri cuori sono spesso vacillanti, ma Dio li renderà saldi. Siamo spesso macchiati dai nostri peccati, ma Dio ci santificherà completamente e ci presenterà irreprensibili davanti a se stesso. La nostra fede, come i nostri corpi e le nostre anime, sono vulnerabili agli attacchi del nemico e alle sofferenze della vita, ma Dio ci conserverà per la venuta del nostro Signore Gesù Cristo. Questa è la parola di Dio a noi, e quindi egli la compierà sicuramente. Quanto è prezioso dunque il tesoro che abbiamo nelle sacre Scritture che testimoniano questa parola! Non dovremmo mai trascurarle ma ascoltarle e meditarle giorno e notte, come dice nel Salmo 1. Nella misura in cui diamo ascolto alla parola di Dio scritta, egli farà tutto questo in noi, e molto di più!

Chiudo con Salmo 19:7-11, che riassume bene tutto quanto:

La legge del Signore è perfetta, essa ristora l’anima; la testimonianza del Signore è veritiera, rende saggio il semplice. I precetti del Signore sono giusti, rallegrano il cuore; il comandamento del Signore è limpido, illumina gli occhi. Il timore del Signore è puro, sussiste per sempre; i giudizi del Signore sono verità, tutti quanti sono giusti, 10 sono più desiderabili dell’oro, anzi, più di molto oro finissimo; sono più dolci del miele, anzi, di quello che stilla dai favi. 11 Anche il tuo servo è da essi ammaestrato; v’è gran ricompensa a osservarli.

Atti 1-2: Il Vangelo Al Tempo Presente

1:1 Nel mio primo libro, o Teofilo, ho parlato di tutto quello che Gesù cominciò a fare e a insegnare fino al giorno che fu elevato in cielo, dopo aver dato mediante lo Spirito Santo delle istruzioni agli apostoli che aveva scelti. Ai quali anche, dopo che ebbe sofferto, si presentò vivente con molte prove, facendosi vedere da loro per quaranta giorni, parlando delle cose relative al regno di Dio.

Trovandosi con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’attuazione della promessa del Padre, «la quale», egli disse, «avete udita da me. Perché Giovanni battezzò, sì con acqua, ma voi sarete battezzati in Spirito Santo fra non molti giorni». Quelli dunque che erano riuniti gli domandarono: «Signore, è in questo tempo che ristabilirai il regno a Israele?» Egli rispose loro: «Non spetta a voi sapere i tempi o i momenti che il Padre ha riservato alla propria autorità. Ma voi riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all’estremità della terra».

Dette queste cose, mentre essi guardavano, fu elevato; e una nuvola, accogliendolo, lo sottrasse ai loro sguardi. 10 E come essi avevano gli occhi fissi al cielo, mentre egli se ne andava, due uomini in vesti bianche si presentarono a loro e dissero: 11 «Uomini di Galilea, perché state a guardare verso il cielo? Questo Gesù, che vi è stato tolto ed è stato elevato in cielo, ritornerà nella medesima maniera in cui lo avete visto andare in cielo».

2:1 Quando il giorno della Pentecoste giunse, tutti erano insieme nello stesso luogo. Improvvisamente si fece dal cielo un suono come di vento impetuoso che soffia, e riempì tutta la casa dov’essi erano seduti. Apparvero loro delle lingue come di fuoco che si dividevano e se ne posò una su ciascuno di loro. Tutti furono riempiti di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro di esprimersi.

Or a Gerusalemme soggiornavano dei Giudei, uomini religiosi di ogni nazione che è sotto il cielo. Quando avvenne quel suono, la folla si raccolse e fu confusa, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. E si stupivano e si meravigliavano, dicendo [l’un l’altro]: «Tutti questi che parlano non sono Galilei? Come mai li udiamo parlare ciascuno nella nostra propria lingua natìa? Noi Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, 10 della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia cirenaica e pellegrini romani, 11 tanto Giudei che proseliti, Cretesi e Arabi, li udiamo parlare delle grandi cose di Dio nelle nostre lingue». 12 Tutti si stupivano ed erano perplessi, dicendo l’un l’altro: «Che cosa significa questo?» 13 Ma altri li deridevano e dicevano: «Sono pieni di vino dolce».

14 Ma Pietro, levatosi in piedi con gli undici, alzò la voce e parlò loro così: «Uomini di Giudea, e voi tutti che abitate in Gerusalemme, vi sia noto questo e ascoltate attentamente le mie parole. 15 Questi non sono ubriachi, come voi supponete, perché è soltanto la terza ora del giorno; 16 ma questo è quanto fu annunciato per mezzo del profeta Gioele: 17 “Avverrà negli ultimi giorni”, dice Dio, “che io spanderò il mio Spirito sopra ogni persona; i vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno, i vostri giovani avranno delle visioni, e i vostri vecchi sogneranno dei sogni. 18 Anche sui miei servi e sulle mie serve, in quei giorni, spanderò il mio Spirito e profetizzeranno. 19 Farò prodigi su nel cielo e segni giù sulla terra, sangue e fuoco, e vapore di fumo. 20 Il sole sarà mutato in tenebre e la luna in sangue, prima che venga il grande e glorioso giorno del Signore. 21 E avverrà che chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvato”.

22 «Uomini d’Israele, ascoltate queste parole! Gesù il Nazareno, uomo che Dio ha accreditato fra di voi mediante opere potenti, prodigi e segni che Dio fece per mezzo di lui tra di voi, come voi stessi ben sapete, 23 quest’uomo, quando vi fu dato nelle mani per il determinato consiglio e la prescienza di Dio, voi [lo prendeste e], per mano di iniqui, inchiodandolo sulla croce, lo uccideste; 24 ma Dio lo risuscitò, avendolo sciolto dagli angosciosi legami della morte, perché non era possibile che egli fosse da essa trattenuto.

25 Infatti Davide dice di lui: “Io ho avuto il Signore continuamente davanti agli occhi, perché egli è alla mia destra, affinché io non sia smosso. 26 Per questo si è rallegrato il mio cuore, la mia lingua ha giubilato e anche la mia carne riposerà nella speranza; 27 perché tu non lascerai l’anima mia nell’Ades e non permetterai che il tuo Santo subisca la decomposizione. 28 Tu mi hai fatto conoscere le vie della vita. Tu mi riempirai di letizia con la tua presenza”. 29 Fratelli, si può ben dire liberamente riguardo al patriarca Davide che egli morì e fu sepolto; e la sua tomba è ancora al giorno d’oggi tra di noi. 30 Egli dunque, essendo profeta e sapendo che Dio gli aveva promesso con giuramento che sul suo trono avrebbe fatto sedere uno dei suoi discendenti, 31 previde la risurrezione di Cristo e ne parlò dicendo che non sarebbe stato lasciato nel soggiorno dei morti, e che la sua carne non avrebbe subìto la decomposizione.

32 Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato; di ciò noi tutti siamo testimoni. 33 Egli dunque, essendo stato esaltato dalla destra di Dio e avendo ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, ha sparso quello che ora vedete e udite. 34 Davide infatti non è salito in cielo; eppure egli stesso dice: «Il Signore ha detto al mio Signore: “Siedi alla mia destra, 35 finché io abbia posto i tuoi nemici come sgabello dei tuoi piedi”»36 Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso».

37 Udite queste cose, essi furono compunti nel cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Fratelli, che dobbiamo fare?» 38 E Pietro [disse] a loro: «Ravvedetevi e ciascuno di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e voi riceverete il dono dello Spirito Santo. 39 Perché per voi è la promessa, per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, per quanti il Signore, nostro Dio, ne chiamerà». 40 E con molte altre parole li scongiurava e li esortava, dicendo: «Salvatevi da questa perversa generazione». 41 Quelli che accettarono la sua parola furono battezzati; e in quel giorno furono aggiunte a loro circa tremila persone.

1) Introduzione al Libro di Atti

Come indicato nel prima versetto, il libro di Atti è il secondo volume che scrive Luca l’evangelista. Se il primo libro — cioè il vangelo di Luca — parla di “tutto quello che Gesù cominciò a fare e a insegnare fino al giorno che fu elevato in cielo”, il suo secondo libro — che si chiama “Atti” — riporta ciò che avviene dopo aver dato mediante lo Spirito Santo delle istruzioni agli apostoli che aveva scelti” (1:1-2). Precisando questo, Luca ci dà la chiave interpretativa per l’intero libro: Atti, come il vangelo di Luca, è la storia di quello che Gesù ha fatto (e, come vedremo, continua a fare) nel mondo mediante lo Spirito Santo.

Capire questo è indispensabile perché nella vita cristiana siamo propensi a commettere due gravi errori. Da un lato possiamo pensare che, siccome Gesù non si vede più sulla terra (essendo stato elevato in cielo), siamo noi a dover portare a compimento la sua opera, a trasformare il mondo nel regno di Dio. Ci comportiamo come se Gesù non fosse più presente o attivo nel mondo, come se avesse lasciato una lacuna che adesso noi dobbiamo riempire con il nostro fare e operare. D’altronde la nostra fede può indebolirsi quando vediamo il mondo o le nostre vite andare sempre peggiorando, senza che ci qualche traccia o segno della presenza di Gesù. In entrambi i casi, il problema deriva dall’errata idea che dopo la sua morte e la sua risurrezione Gesù si ritirò dal mondo, lasciandoci soli e dipendenti dalle nostre forze e capacità per andare avanti. Il messaggio dei primi due capitoli di Atti smentisce quest’ipotesi, facendoci sapere che l’ascensione di Gesù inaugura piuttosto una nuova fase nella storia della salvezza, una fase che dura fino ad oggi. Infatti, l’ascensione si può in un certo senso chiamare l’aspetto continuativo del vangelo, ovvero “il vangelo al tempo presente”. Che cosa significa?

Il credo apostolico ci aiuterà a capire. Prendiamo nota in particolare dei tempi verbali in quanto segue:

[Io credo] in Gesù Cristo, suo unico Figlio, nostro Signore,
il quale fu concepito di Spirito Santo, nacque da Maria Vergine,
patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, mori e fu sepolto; discese agli inferi;
il terzo giorno risuscitò da morte;
salì al cielo, siede alla destra di Dio Padre onnipotente:
di là verrà a giudicare i vivi e i morti.

I primi verbi sono tutti al passato, testimoniando che Gesù ha già compiuto la nostra salvezza in pieno senza che noi dobbiamo aggiungere alcunché. Come afferma Ebrei 10:11-14:

11 Mentre ogni sacerdote sta in piedi ogni giorno a svolgere il suo servizio e a offrire ripetutamente gli stessi sacrifici, che non possono mai togliere i peccati, 12 egli, dopo aver offerto un unico sacrificio per i peccati, e per sempre, si è seduto alla destra di Dio 13 e aspetta soltanto che i suoi nemici siano posti come sgabello dei suoi piedi. 14 Infatti con un’unica offerta egli ha reso perfetti per sempre quelli che sono santificati.

L’ultimo verbo in questa sequenza del credo è al futuro (di là verrà…). L’unico verbo al presente è quello che segue la frase “salì al cielo”, cioè “siede alla destra di Dio Padre onnipotente”. I tempi verbali nel credo non sono casuali. Parlano del fatto che viviamo tra i tempi quando Gesù si manifestò e quando si manifesterà visibilmente di nuovo sulla terra. Ma questo non vuol dire che il nostro tempo sia una pausa, un’interruzione, o una “quarantena” nell’adempimento del piano di Dio. Anzi, questo è il periodo quando Gesù, salito al cielo, adesso siede alla destra di Dio Padre a svolgere una nuova fase della sua opera che, una volta completata, egli tornerà in gloria per rivelarne il compimento in tutto il creato. Ma che cosa sta facendo Gesù da quando è salito in cielo? E che cosa vuol dire per i suoi discepoli (tra i quali siamo anche noi!) che lui ha lasciato sulla terra? Questo è ciò che Luca vuole farci sapere (ma soprattutto ciò che vuole farci vivere!) attraverso il libro di Atti, e in particolare nei primi due capitoli che stiamo adesso studiando.

2) Tre Parole Chiave: Regno, Spirito, Testimoni

Per trovare risposta a queste domande, notiamo tre parole chiave che riassumono il messaggio principale di questi capitoli: regno, Spirito e testimoni. Prendiamo un momento per riflettere su ognuno di questi termini.

A) Regno

La prima parola chiave è “regno”. Dall’inizio del suo primo libro, Luca presenta Gesù come un re — o meglio dire il re — venuto nel mondo per adempiere tutte le promesse di Dio e per realizzare tutte le speranze del popolo di Dio per un mondo risanato e ricreato, liberato dal male, dal maligno e dalla morte. In poche parole, Luca presenta Gesù come il Messia, e tutto quello che Gesù dice e fa durante il suo ministero pubblico dà ampia e convincente testimonianza di questo fatto. La crocifissione di Gesù, però, sembra mettere tutto in dubbio, perché lo fa apparire come un fallito, un impostore oppure un grande bugiardo. Il Messia dovrebbe insediarsi sul trono, non lasciarsi inchiodare sulla croce! Il Messia dovrebbe vincere i suoi nemici, non essere sconfitti da essi! Questa è la delusione espressa dai due discepoli in Luca 24:21 quando Gesù li incontra dopo la sua risurrezione sulla via di Emmaus: “Noi speravamo che fosse lui che avrebbe liberato Israele; invece, con tutto ciò, ecco il terzo giorno da quando sono accadute queste cose.”

Ma è appunto la risurrezione che cambia tutto, nella quale Gesù rivendica il suo essere Messia e inaugura il regno di Dio. Dopo essere stato condannato da tutti come un criminale, è la risurrezione che giustifica Gesù come vero Signore del mondo, perché per mezzo di essa Dio dichiara al mondo: “Questo Gesù, che voi avete condannato e ucciso, e il mio diletto Figlio nel quale mi sono compiaciuto.” Questo spiega perché il libro di Atti inizia riportando che “dopo che ebbe sofferto, [Gesù] si presentò vivente con molte prove, facendosi vedere da loro per quaranta giorni, parlando delle cose relative al regno di Dio” (1:3). Come Luca nel suo vangelo ricapitola la predicazione di Gesù con la frase: “la buona notizia del regno di Dio” (Luca 4:43), così qui all’inizio di Atti. Nei quaranti giorni dopo la risurrezione e prima dell’ascensione, Gesù parla ai suoi discepoli “delle cose relative al regno di Dio”.

Non ci stupisce quindi che il sermone predicato da Pietro il giorno di Pentecoste (cinquanta giorni dopo la Pasqua) s’incentra sulla dichiarazione che Gesù è il Messia e Signore, costituito tale quando Dio lo ha risuscitato:

33 Egli dunque, essendo stato esaltato dalla destra di Dio e avendo ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, ha sparso quello che ora vedete e udite. 34 Davide infatti non è salito in cielo; eppure egli stesso dice: «Il Signore ha detto al mio Signore: “Siedi alla mia destra, 35 finché io abbia posto i tuoi nemici come sgabello dei tuoi piedi”»36 Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso».

Questa è la chiave per capire il significato dell’ascensione di Gesù: ascendere per sedersi, come afferma il credo, alla destra di Dio sul suo trono celeste, per regnare come il vero Sovrano del mondo fino a quando gli saranno sottoposti tutti i popoli della terra. Se Gesù, dopo aver tolto i peccati del mondo sulla croce, ha rivendicato il suo essere il Signore quando è risorto dalla morte, nell’ascendere in cielo egli ha preso il suo meritato posto alla destra di Dio, insediandosi sul trono del cosmo. L’apostolo Paolo lo spiega bene in Efesini 1:20-22 scrivendo:

Questa potente efficacia della sua forza [Dio] l’ha mostrata in Cristo, quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla propria destra nei luoghi celesti, 21 al di sopra di ogni principato, autorità, potenza, signoria e di ogni altro nome che si nomina non solo in questo mondo, ma anche in quello futuro. 22 Ogni cosa egli ha posta sotto i suoi piedi e lo ha dato per capo supremo alla chiesa.

Lungi dunque dal ritirarsi o assentarsi dal mondo, Gesù, nell’ascendere in cielo, è diventato in un senso più coinvolto e più attivo nel mondo. È diventato anche più vicino a ognuno di noi! Prima della sua ascensione ha vissuto e operato solo nel paese d’Israele, ma dopo la sua ascensione è spiritualmente presente e operativo in tutti i paesi del mondo e nei cuori dei suoi discepoli, regnando per far crescere e fortificare sempre di più il suo regno in tutta la terra. Ma come fa questo se lui è in cielo? Passiamo alla seconda parola chiave: Spirito.

B) Spirito

Dopo l’ascensione di Gesù, l’evento più rimarchevole in Atti 1-2 e la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli il giorno di Pentecoste. Questi due movimenti — l’ascesa di Gesù e la discesa dello Spirito — costituiscono un punto assolutamente critico per capire il resto del libro, e in realtà per capire il resto del Nuovo Testamento. Gesù ascende al trono di Dio in cielo e da lì lui (notiamo bene questo) sparge lo Spirito sugli apostoli, rivestendoli di potenza per la loro missione. Pietro rende chiaro questo — cioè che è Gesù ad aver sparso su di loro lo Spirito — per rispondere a coloro che, avendo sentito gli apostoli parlare nelle lingue diverse delle varie etnie riunite a Gerusalemme per la festa, “si stupivano ed erano perplessi, dicendo l’un l’altro: «Che cosa significa questo?» Ma altri li deridevano e dicevano: «Sono pieni di vino dolce»” (2:12-13). È lo Spirito, come sostiene Pietro nel suo sermone, e non l’ubriachezza, che spiega il segno delle lingue, esattamente come aveva profetizzato il profeta Gioele.

Poi, nel v.33, Pietro arriva al nocciolo della questione: “Egli dunque, essendo stato esaltato dalla destra di Dio e avendo ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, ha sparso quello che ora vedete e udite.” Questo merita un momento di riflessione per approfondire la relazione tra la discesa dello Spirito e l’opera che Gesù sta svolgendo da quando si è seduto sul trono in cielo. Qui Luca vuole insegnarci due aspetti fondamentali di questa relazione.

  • Lo Spirito è la potenza personale di Dio che compie l’opera di Cristo nel mondo

Nel 1:4, Gesù ordina ai suoi discepoli di “non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’attuazione della promessa del Padre”, cioè il battesimo dello Spirito che Giovanni il battista aveva solo anticipato. Perché i discepoli dovevano aspettare a Gerusalemme anziché cominciare subito a predicare dappertutto il vangelo? Perché, come Gesù dice nel 1:8, dovevano prima ricevere la “potenza” dello Spirito Santo per poterlo fare. La loro missione (che tratteremo tra poco) era impossibile se non solo per la potenza dello Spirito. Solo l’opera della Spirito spiega perché in quel giorno di Pentecose tre mila persone credettero al vangelo, molte delle quali (come accusa Pietro) avevano crocifisso Gesù solo cinquanta giorni prima. Come e perché avvenne questa trasformazione di cuore? L’unica risposta è la potenza dello Spirito. 

Ma ricordiamoci: è Gesù che battezza con lo Spirito, ed è dunque Gesù che compie la sua opera per mezzo dello Spirito. Quindi, per rispondere alla nostra domanda precedente: com’è che Gesù continua a essere presente e attivo nel mondo anche quando non lo si vede perché siede alla destra di Dio in cielo? Risposta: tramite il suo Spirito che media la presenza del Re e dunque e del suo regno. Laddove c’è lo Spirito c’è il Re Gesù, e laddove c’è il Re Gesù c’è il suo regno.

  • Lo Spirito è la benedizione principale del regno

Per questo motivo (e questo è il secondo aspetto), è lo Spirito stesso che è la benedizione principale del regno di Dio. Nel 2:38, Pietro chiama lo Spirito “il dono”: “ravvedetevi e ciascuno di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e voi riceverete il dono dello Spirito Santo.” Prosegue dicendo che lo Spirito “per voi è la promessa, per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, per quanti il Signore, nostro Dio, ne chiamerà” (2:39). Qui Pietro chiama lo Spirito “la promessa” perché, come prima ha detto citando il profeta Gioele, Dio aveva promesso secoli prima che quando sarebbe arrivato il grande giorno della salvezza, egli avrebbe sparso il suo Spirito sopra ogni persona (2:17). Il parlare in lingue che ha tanto stupito la gente che ascoltava gli apostoli serviva appunto per testimonare la presenza dello Spirito, quale segno e dono della salvezza di Dio.

Questo ci ricorda che  Dio non ci salva solo per liberarci da qualcosa ma soprattutto per qualcosa: ci libera dal male e dalla morte per portarci in communione con sé. Dio stesso è il dono più grande che possa mai darci. Quando Dio ci dona il suo Spirito, ci dona se stesso, e la sua presenza che dimora in noi ci permette di vivere una relazione personale con Gesù che lo ha sparso nei nostri cuori, e in Gesù viviamo una relazione personale con Dio Padre.

C) Testimoni

Ora, tutto quello che abbiamo detto fin qui potrebbe lasciare ancora una domanda da fare: se Gesù, benché invisibile, non è assente ma presente e attivo nel mondo per mezzo del suo Spirito, operando per portare a compimento il regno che ha inaugurato nella sua morte e risurrezione, qual è il nostro ruolo come i suoi discepoli? Certo, non vogliamo commettere l’errore di pensare che, visto che Gesù non c’è, siamo noi a dovere portare avanti l’opera che lui ha solo incominciato. Ma non vogliamo neanche commettere l’opposto errore, cioè pensare che, siccome è solo Gesù che può portare a compimento il suo regno nel mondo mediante lo Spirito, non abbiamo dunque nessuna responsibilità nei suoi confronti.

La parola chiave che ci aiuta a evitare entrambi questi errori è “testimoni” che troviamo nel 1:8. Qui Gesù risponde alla domanda dei discepoli: “Signore, è in questo tempo che ristabilirai il regno in Israele?” Prima, Gesù gli dice che “non spetta a voi sapere i tempi o i momenti che il Padre ha riservato alla propria autorità”. Notiamo che Gesù non smentisce la speranza che il regno sarà ristabilito in Israele e poi in tutto il mondo, come i profeti dell’Antico Testamento avevano ampiamente predetto. No, quello che Gesù contrasta è il desiderio dei discepoli di sapere quando il regno di Dio apparirà in tutta la sua gloria e pienezza. Non spetta ai discepoli sapere i tempi (solo Dio li sa), ma gli spetta una altra cosa: “Ma voi riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all’estremità della terra”.

Qui Gesù definisce i suoi discepoli e la loro missione che continua fino a oggi con il termine “testimoni”. È cruciale che comprendiamo questo punto, perché un testimone è importante, ma non nel senso che compie il fatto in questione. Un testimone è uno che attesta un atto compiuto da qualcun altro in modo da darne conferma ad altri. I discepoli, dunque, non sono salvatori che possono togliere i peccati. Non sono mediatori che possono concedere la grazia o riconciliare altri con Dio. Questo, a proposito, è una delle differenze più significative e determinanti tra noi evangelici e i cattolici romani. Nella prospettiva cattolica, la chiesa si ritiene mediatore tra Dio e gli uomini, capace di concedere la grazia, perdonare peccati, e mediare la presenza di Gesù al mondo.

Questo è ben diverso da quello che vediamo qui in Atti, dove Gesù chiama i suoi discepoli semplicemente “testimoni”. Ma quanto è grande il privilegio di essere “solo” testimoni, riconoscendo che la salvezza del mondo non dipende in nessun modo da noi, dando tutta la gloria solo a Dio, e riposandoci nell’opera che lui ha compiuto a nostro favore. Quanto è incoraggiante sapere che non c’è nulla che dobbiamo aggiungere all’opera compiuta da Gesù a nostro favore, che tutto quello che serve alla nostra salvezza è stato perfettamente compiuto già da Gesù una volta per sempre! Quanto è bello dire insieme a Pietro: “Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato; di ciò noi tutti siamo testimoni” (2:32), spostando tutta l’attenzione da noi a lui. In questo scopriamo la nostra vocazione e la nostra vera ragione di esistere: proclamare “le virtù di colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa” (1 Pietro 2:9). Così facendo, la nostra testimonianza diventa una sorte di anteprima di ciò che faremo per tutta l’eternità quando, dopo che il regno di Dio si sarà rivelato in tutta la terra, canteremo le lodi di Dio insieme a tutte le creature nel cielo e sulla terra: “Degno è l’Agnello, che è stato immolato, di ricevere la potenza, le ricchezze, la sapienza, la forza, l’onore, la gloria e la lode…. A colui che siede sul trono, e all’Agnello, siano la lode, l’onore, la gloria e la potenza, nei secoli dei secoli” (Apocalisse 5:12-13).

Alleluia, amen!

Luca 13: Avvicinandosi a Gerusalemme

Il capitolo 13 del vangelo di Luca può apparire come una “collana di perle”, brevi gemme di insegnamenti di Gesù poste l’una dopo l’altra in modo casuale senza un filo conduttore. Quest’impressione non è però corretta, poiché tutto il capitolo s’impernia su quello riportato nel v.22: “Egli attraversava città e villaggi, insegnando e avvicinandosi a Gerusalemme.” Se ci fosse qualche dubbio circa il significato di questa frase, le parole di Gesù nel v.33 lo toglierebbe: “Ma bisogna che io cammini oggi, domani e dopodomani, perché non può essere che un profeta muoia fuori di Gerusalemme.” Nel 9:51 abbiamo visto che “Poi, mentre si avvicinava il tempo in cui sarebbe stato tolto dal mondo, Gesù si mise risolutamente in cammino per andare a Gerusalemme.” Tutto ciò che segue, finché Gesù non arriva alla croce, lo porta verso questo atroce destino. Lungi dall’essere una vittima d’ingiustizia, Gesù è deciso su quello che deve fare, lo scopo per cui è venuto: sacrificarsi per “togliere il peccato del mondo”, e nulla gli impedirà di compiere la sua missione.

Quando dunque leggiamo nel v.22 che Gesù insegnava mentre si avvicinava a Gerusalemme, scopriamo il filo conduttore dell’intero capitolo: è l’insegnamento di Gesù che si avvicina all’ora della sua morte. Deve camminare “oggi, domani e dopodomani” ma poi, arrivato a Gerusalemme, si fermerà, poiché lì sarà tradito, arrestato e poi crocifisso. In quest’ottica, i vari insegnamenti di Gesù in questo capitolo esprimono tutti quanti un forte senso di urgenza. Quando si sa di avvicinarsi alla morte, tutto diventa chiaro e serio. Tutto si mette a fuoco. Si discernono subito le cose che contano e quelle sono solo distrazioni. Non si ha tempo per svaghi inutili, perché ogni minuto è prezioso e deve essere sfruttato al massimo. Non si parla più a mezze parole, rischiando di non farsi capire o rimandando conversazioni importanti. Si va subito al necessario, all’indisensabile, lasciando perdere l’interessante o il divertente che però in fin dei conti è di nessun valore. Gesù, insomma, parla sia ai suoi discepoli sia a coloro che incontra lungo la strada in termini succinti e schietti, chiamandoli a prestare urgente attenzione alle cose che contano per l’eternità. Sa che presto morirà, e quindi le sue parole sono come un laser che penetra subito nel cuore e che pretende una reazione immediata. O, pure usare l’immagine di Ebrei 4:12:

Infatti la parola di Dio è vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a doppio taglio, e penetrante fino a dividere l’anima dallo spirito, le giunture dalle midolla; essa giudica i sentimenti e i pensieri del cuore.

Alla fine, vedremo che tutti i vari insegnamenti di Gesù riferiti in questo capitolo portano alla sua dichiarazione nei vv.34-35:

34 Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! 35 Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata [deserta]. Io vi dico che non mi vedrete più, fino al giorno in cui direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”».

1) Perirete Tutti Allo Stesso Modo (13:1-9, 18-21)

In quello stesso tempo vennero alcuni a riferirgli il fatto dei Galilei il cui sangue Pilato aveva mescolato con i loro sacrifici. Egli rispose loro: «Pensate che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, perché hanno sofferto quelle cose? No, vi dico; ma se non vi ravvedete, perirete tutti allo stesso modo. O quei diciotto sui quali cadde la torre in Siloe e li uccise, pensate che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico; ma se non vi ravvedete, perirete tutti allo stesso modo».

Disse anche questa parabola: «Un tale aveva un fico piantato nella sua vigna; andò a cercarvi del frutto e non ne trovò. Disse dunque al vignaiuolo: “Ecco, sono ormai tre anni che vengo a cercar frutto da questo fico e non ne trovo. Taglialo! Perché sta lì a sfruttare il terreno?” Ma l’altro gli rispose: “Signore, lascialo ancora quest’anno; gli zapperò intorno e gli metterò del concime. Forse darà frutto in avvenire; se no, lo taglierai”»…

18 Diceva ancora: «A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo paragonerò? 19 È simile a un granello di senape che un uomo ha preso e gettato nel suo orto; ed è cresciuto ed è divenuto un [grande] albero, e gli uccelli del cielo si sono riparati sui suoi rami». 20 E di nuovo disse: «A che cosa paragonerò il regno di Dio? 21 Esso è simile al lievito che una donna ha preso e nascosto in tre misure di farina, finché fu tutta lievitata».

In questi insegnamenti, Gesù pone l’accento sull’urgenza di ravvedimento senza il quale “perirete tutti allo stesso modo”. Così Gesù affronta la tragedia riferitagli “dei Galilei il cui sangue Pilato aveva mescolato con i loro sacrifici”, e anche di “quei diciotto sui quali cadde la torre in Siloe e li uccise”. La prospettiva che Gesù che dà è utile per interpretare eventi simili, se parliamo di guerre, di malattie, di catastrofi naturali, o di qualsiasi altro male che si può subire in questo mondo. Spesso ci si chiede: “ma perché questo?”, cercandone una ragione o forse qualcuno a cui dare colpa. Ma come dovremo ben sapere a questo punto nel vangelo, Gesù non risponde mai alle nostre domande come ci aspettiamo o vogliamo.

In questo caso Gesù ribalta la domanda verso chi gliela pone, verso di noi: “pensate che questi fossero più peccatori degli altri?” Non ci spiega il perché. Rifiuta di incolpare qualcuno in particolare. Gesù invece risponde con questo avvertimento: “se non vi ravvedete, perirete tutti allo stesso modo”. Gesù non ha tempo da perdere in discorsi filosofoci sul problema del male; non gli interessa soddisfare le nostre curiosità. Va subito al cuore della questione: la cosa più importante non è mai di capire perché succede questo o quest’altro male, ma di chiederci se noi siamo a posto davanti al nostro Signore e Giudice al quale ognuno di noi dovrà rendere conto. Tornando a Ebrei 4:

E non v’è nessuna creatura che possa nascondersi davanti a lui; ma tutte le cose sono nude e scoperte davanti agli occhi di colui al quale dobbiamo rendere conto. (v.13)

Seguono poi delle parabole che, ciascuna nel modo suo, sottolineano l’urgenza di ravvedersi ora senza rimandare o procrastinare. È vero che un fico piantato, un granello di senape seminato, e il lievito mescolato nell’impasto prendono del tempo a maturare, ma (e questo è il punto di Gesù) non si deve mai presumere di avere sempre più tempo a disposizione prima che arrivi il padrone a richiederne i frutti. È vero che, come afferma 2 Pietro 3:9, Dio “è paziente verso di voi, non volendo che qualcuno perisca, ma che tutti giungano al ravvedimento”. Ma è altrettanto vero che, come Paolo avverte in Romani 2:3-5, che la pazienza di Dio che ci concede l’opportunità per ravvederci non durerà per sempre:

Pensi tu, o uomo, che giudichi quelli che fanno tali cose e le fai tu stesso, di scampare al giudizio di Dio? Oppure disprezzi le ricchezze della sua bontà, della sua pazienza e della sua costanza, non riconoscendo che la bontà di Dio ti spinge al ravvedimento? Tu, invece, con la tua ostinazione e con l’impenitenza del tuo cuore, ti accumuli un tesoro d’ira per il giorno dell’ira e della rivelazione del giusto giudizio di Dio.

Quindi, Gesù, avvicinandosi alla sua morte, non ha tempo da perdere nel chiamare la gente al ravvedimento. Questo messaggio è altrettanto urgente oggi, perché a nessuno è garantito un altro giorno di vita. In realtà, a nessuno è garantito un altro minuto di vita.

2) Allontanatevi da Me Voi Malfattori (13:10-17, 22-30)

10 Gesù stava insegnando di sabato in una delle sinagoghe. 11 Ecco una donna, che da diciotto anni aveva uno spirito che la rendeva inferma, ed era tutta curva e assolutamente incapace di raddrizzarsi. 12 Gesù, vedutala, la chiamò a sé e le disse: «Donna, tu sei liberata dalla tua infermità». 13 Pose le mani su di lei e, nello stesso momento, ella fu raddrizzata e glorificava Dio. 14 Or il capo della sinagoga, indignato che Gesù avesse fatto una guarigione di sabato, disse alla folla: «Ci sono sei giorni nei quali si deve lavorare; venite dunque in quelli a farvi guarire, e non in giorno di sabato». 15 Ma il Signore gli rispose: «Ipocriti! Ciascuno di voi non scioglie, di sabato, il suo bue o il suo asino dalla mangiatoia per condurlo a bere? 16 E questa, che è figlia di Abraamo, e che Satana aveva tenuto legata per ben diciotto anni, non doveva essere sciolta da questo legame in giorno di sabato?» 17 Mentre diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, e la moltitudine si rallegrava di tutte le opere gloriose da lui compiute.

22 Egli attraversava città e villaggi, insegnando e avvicinandosi a Gerusalemme. 23 Un tale gli disse: «Signore, sono pochi i salvati?» Ed egli disse loro: 24 «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché io vi dico che molti cercheranno di entrare e non potranno. 25 Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, stando di fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, [Signore,] aprici”. Ed egli vi risponderà: “Io non so da dove venite”. 26 Allora comincerete a dire: “Noi abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza, e tu hai insegnato nelle nostre piazze!” 27 Ed egli dirà: “Io vi dico che non so da dove venite. Allontanatevi da me, voi tutti, malfattori”. 28 Là ci sarà pianto e stridor di denti, quando vedrete Abraamo, Isacco, Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, e voi ne sarete buttati fuori. 29 E ne verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno, e staranno a tavola nel regno di Dio. 30 Ecco, vi sono degli ultimi che saranno primi e dei primi che saranno ultimi».

Negli insegnamenti successivi, Gesù incontra un gruppo di persone un po’ diverse. Se il primo gruppo consiste di quelli che devono svegliarsi all’urgenza di ravvedersi, questo secondo gruppo consiste di quelli che credono di essere a posto con Dio ma in realtà non lo sono. Rappresentanti di questi sono i religiosi nella sinagoga che s’indignano quando Gesù guarisce una donna inferma nel giorno di sabato. Gesù non spreca tempo prima di smascherare l’ipocrisia di questi che si reputano portavoce di Dio e guardiani della giustizia: “Ipocriti! Ciascuno di voi non scioglie, di sabato, il suo bue o il suo asino dalla mangiatoia per condurlo a bere?” Senza entrare nelle complessità legali dei dibattiti ebraici, basta capire che Gesù lancia ai suoi critici la stessa condanna di Matteo 23:23-24:

23 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché pagate la decima della menta, dell’aneto e del comino e trascurate le cose più importanti della legge: il giudizio, la misericordia e la fede. Queste sono le cose che bisognava fare, senza tralasciare le altre. 24 Guide cieche, che filtrate il moscerino e inghiottite il cammello!

Nel loro “filtrare il moscerino e inghiottire il cammello”, i critici religiosi di Gesù dimostrano di essere in realtà privi della giustizia che professano di avere. Pagano la decima della menta, dell’aneto e del comino ma trascurano le cose più importanti: il giudizio, la misericordia e la fede. Sono ingannatori e auto-ingannati: si ritengono vicini a Dio ma ne sono lontanissimi.

Così Gesù avverte tutti che incontra lungo il suo percorso verso Gerusalemme che si saranno molti che nel giorno di giudizio si crederanno capaci di superarlo ma rimarrano sconvolti dalla sentenza divina: “Io vi dico che non so da dove venite. Allontanatevi da me, voi tutti, malfattori”. Non posso immaginare parole più terribili di queste che prenderanno alla sprovvista una gran parte di persone che ai propri occhi erano a posto con Dio. Questi sono i primi che nell’ultimo giorno diventeranno gli ultimi, gettati laddove “ci sarà pianto e stridor di denti”. Ecco l’urgenza di “sforzarsi per entrare per la porta stretta”.

Gesù qui non intende destabilizzare l’autentica fede di quelli che credono veramente in lui, ma piuttosto quella presunzione di coloro che si auto-giustificano in base alle proprie opere. Non deve avere paura chi dice insieme all’apostolo Paolo in Filippesi 3:8-9:

Anzi, a dire il vero, ritengo che ogni cosa sia un danno di fronte all’eccellenza della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho rinunciato a tutto; io considero queste cose come tanta spazzatura al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui non con una giustizia mia, derivante dalla legge, ma con quella che si ha mediante la fede in Cristo: la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede.

Quest’attitudine è l’opposta della presunzione di essere a posto con Dio grazie alla propria giustizia e che si scandalizza sempre di fronte alla grazia di Dio. Ma dato che molti si ingannano proprio in questo modo, Gesù di nuovo rifiuta di parlargli in termini leggeri e comodi. L’ora della sua morte si avvicina, e dunque diventa sempre più urgente la necessità di chiamare al ravvedimento non solo i “peccatori” ma anche i “giusti”.

3) Bisogna che Io Cammini Oggi (13:31-35)

31 In quello stesso momento vennero alcuni farisei a dirgli: «Parti e vattene di qui, perché Erode vuol farti morire». 32 Ed egli disse loro: «Andate a dire a quella volpe: “Ecco, io scaccio i demòni, compio guarigioni oggi e domani, e il terzo giorno avrò terminato”. 33 Ma bisogna che io cammini oggi, domani e dopodomani, perché non può essere che un profeta muoia fuori di Gerusalemme.

34 Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! 35 Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata [deserta]. Io vi dico che non mi vedrete più, fino al giorno in cui direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”».

Alla fine del capitolo, Gesù esplicita il filo conduttore in tutti questi suoi insegnamenti. Venuto a sapere anche Erode vuole farlo morire, Gesù rimane imperturbato e risponde: “Andate a dire a quella volpe: ‘Ecco, io scaccio i demoni, compio guarigioni oggi e domani, e il terzo giorno avrò terminato'”. Sebbene un po’ enigmatico, il significato di questa frase è palese: Gesù tra poco compierà la sua missione, predicando il regno di Dio, dimostrandolo con i suoi segni miracolosi, e sconfiggendo il male tramite la sua morte e la sua risurrezione. Nessuno, compreso il presuntuoso Erode, sarà in grado di impedirglielo. Se si riesce a uccidere Gesù, non si farà altro che cooperare al compimento del suo obbiettivo!

Ma è a questo punto che Gesù, pur promettendo la sua vittoria inevitabile, piange il rifiuto di coloro che, come Erode, lo portano alla croce. Qui Gesù usa un’immagine commovente: “quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto”. L’immagine è della gallina che cova i suoi pulcini e li protegge esponendo se stessa ai pericoli. Per esempio, in caso d’incendio, la chioccia copre i pulcini con il proprio corpo, lasciandosi uccidere dalle fiamme, ma conservando in vita i suoi piccoli.

In questa similitudine, Gesù è la chioccia che si frappone tra le “fiamme” del giudizio divino e coloro a esso destinati. In questo capitolo, Gesù ha ribadito più volte e con urgenza la terribile minaccia del giudizio di Dio che, ricordiamoci, è conforme al suo amore in quanto necessario per ristabilire la giustizia in un mondo ingiusto. Alla luce di ciò, Gesù insiste sul bisogno che tutti hanno del ravvedimento, sia i “peccatori” che i “giusti”. Ma qui Gesù aggiunge due principi di vitale importanza: 1) è Gesù stesso che si sacrifica per salvarci da questo giudizio (lo scopo della sua morte imminente) e 2) ravvedersi non vuol dire altro che trovare rifiugio sotto le “ali” amorevoli e potenti di Gesù.

Consideriamo dunque la bontà di Dio nella sua severità! Quanto è grande il suo amore per cui prende il nostro posto sotto il giudizio divino, caricandosi dei nostri peccati e subendo nella sua persona la pena delle nostre colpe! Quanto è grande anche la sua potenza per cui, tramite il suo unico sacrificio sulla croce, ha compiuto una volta per sempre la nostra salvezza senza che bisogni aggiungere alla sua opera alcuna cosa! Quanto è grande la sua misericordia per cui invita tutti, persino coloro che lo hanno inchiodato sulla croce, a rifiugarsi sotto le sue ali, e piange ogni rifiuto di farlo. In verità, è la bontà di Dio — non la minaccia o la paura — che ci spinge al ravvedimento. Quando comprendiamo l’amore, la potenza e la misericordia di Dio rivelati in Gesù, che cosa potrebbe impedirci o farci esitare dal correre subito da lui, rinunciando a ogni ingiustizia o anche giustizia nostra, e rifiugiandosi sotto le sue ali? Che cosa potrebbe tenerci ancora lontani da lui?

Il messaggio del vangelo è tremendo sì, ma la sua bellezza e la sua bontà non hanno paragone. Non aspettiamo ancora un secondo; corriamo subito da Gesù e troveremo in lui tutto quello che potremmo mai desiderare, e molto più ancora. Amen.

Luca 9:1-27: Il Potere e La Passione del Regno di Dio

1) Il Potere del Regno (9:1-9)

Gesù, convocati i dodici, diede loro potere e autorità su tutti i demòni e di guarire le malattie. Li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire {i malati}. E disse loro: «Non prendete nulla per il viaggio: né bastone, né sacca, né pane, né denaro, e non abbiate tunica di ricambio. In qualunque casa entrerete, rimanete lì e da lì ripartite. Quanto a quelli che non vi riceveranno, uscendo da quella città, scuotete [persino] la polvere dai vostri piedi, in testimonianza contro di loro». Ed essi, partiti, andavano di villaggio in villaggio, evangelizzando e operando guarigioni dappertutto.

Erode il tetrarca udì parlare di tutti quei fatti; ne era perplesso, perché alcuni dicevano: «Giovanni è risuscitato dai morti», altri dicevano: «È apparso Elia» e altri: «È risuscitato uno degli antichi profeti». Ma Erode disse: «Giovanni l’ho fatto decapitare; chi è dunque costui del quale sento dire queste cose?» E cercava di vederlo.

In questo capitolo nel v.51, vedremo che “mentre si avvicinava il tempo in cui sarebbe stato tolto dal mondo, Gesù si mise risolutamente in cammino per andare a Gerusalemme.” Per questo motivo, leggiamo nel v.1 che “Gesù, convocati i dodici, diede loro potere e autorità su tutti i demòni e di guarire le malattie. Li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire {i malati}”. Le istruzioni di Gesù agli apostoli, riportate nei vv.2-5, riguardano questo momento specifico nel ministero di Gesù è perciò non sono applicabili a noi oggi. L’importanza di divulgare il messaggio di Gesù in tutti i villaggi della Galilea prima della sua crocifissione era talmente urgente che gli apostoli non dovevano appesantirsi di cose non strettamente necessarie a questa missione. Leggeri per essere veloci, questo era il ragionamento degli ordini di Gesù. 

Non dovremmo dunque perdere di vista il punto saliente qui: il potere del regno di Dio e della conseguente urgenza di ravvedersi alla luce di esso. Gesù pone l’accento sull’inevitabilità dell’arrivo del suo regno. Gli apostoli devono “annunciare il regno di Dio” e darne prove guarendo i malati e scacciando demoni. Questi segni servivano a dimostrare il potere del regno di Dio, testimoniando così che esso stava arrivando indipendentemente dal volere umano. Persino i suoi opponenti non sono in grado di ostacolarlo, perché gli apostoli, “uscendo da quella città” che l’aveva rifiutato, devono “scuotere la polvere” dai loro piedi “in testimonianza contro di loro” (v.5). Il loro rifiuto non può impedire che il regno arrivi (proprio come nessuno potrà trattenere Gesù dall’mettersi “risolutamente in cammino per andare a Gerusalemme” per morire e risuscitare). Il loro rifiuto vuol dire solo che a loro il regno porterà rovina e non la salvezza che è il suo unico scopo. Gli apostoli devono chiamare gli abitanti di questi paesi al ravvedimento ma non possono forzargli la mano. Devono, e possono, solo essere fedeli al comando di Gesù.

Il breve commento inserito qui riguardante Erode sembra sottolineare questo fatto. Erode aveva fatto decapitare Giovanni il battista, il profeta che aveva preparato la via del Signore e del suo regno predicando un messaggio di ravvedimento. Erode, come già sappiamo, aveva imprigionato Giovanni per la sua predicazione e qui Luca ci informa che l’aveva fatto anche decapitare. Erode, insomma, rappresentava l’opposizione del potere umano contro la promessa del regno di Dio. Quando sente parlare di Gesù, però, Erode ne rimane perplesso, chiedendosi come sia possibile tutto ciò. Nel mettere fine alla vita Giovanni, Erode si riteneva capace di mettere fine anche al messaggio che egli predicava, ma non era così. Che si uccida Giovanni, che si uccida pure Gesù, ma nulla può impedire che il regno di Dio arrivi col potere sulla terra. Anzi, l’opposizione umana di questo tipo, come vedremo alla fine di Luca, contribuisce solo al compimento del piano sovrano di Dio.

L’applicazione pratica per noi è molto semplice. Nel testimoniare il vangelo, non dovremmo mai avere paura di nulla. Non dovremmo mai lasciarci intimidire da nessuno, neanche uno come Erode. La vittoria del regno di Dio è sicura perché il suo potere è invincibile.

2) La Possibilità della Missione (9:10-17)

10 Gli apostoli ritornarono e raccontarono a Gesù tutte le cose che avevano fatte; ed egli li prese con sé e si ritirò in disparte verso una città chiamata Betsàida. 11 Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono; ed egli li accolse e parlava loro del regno di Dio, e guariva quelli che avevano bisogno di guarigione.

12 Or il giorno cominciava a declinare; e i dodici, avvicinatisi, gli dissero: «Lascia andare la folla, perché se ne vada per i villaggi e per le campagne vicine per trovarvi cibo e alloggio, perché qui siamo in un luogo deserto». 13 Ma egli disse loro: «Date loro voi da mangiare». Ed essi obiettarono: «Noi non abbiamo altro che cinque pani e due pesci; a meno che non andiamo noi a comprar dei viveri per tutta questa gente». 14 Perché c’erano circa cinquemila uomini. Ed egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di una cinquantina». 15 E così li fecero accomodare tutti. 16 Poi Gesù prese i cinque pani e i due pesci, alzò lo sguardo al cielo e li benedisse, li spezzò e li diede ai suoi discepoli perché li distribuissero alla gente. 17 Tutti mangiarono e furono saziati, e dei pezzi avanzati si portarono via dodici ceste.

Proseguendo nel capitolo, leggiamo la storia di uno dei miracoli più famosi di Gesù, la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Cominciamo a scopriamo il significato di questo episodio quando notiamo come “gli apostoli ritornarono e raccontarono a Gesù tutte le cose che avevano fatte”. Senza dubbio hanno fatto cose meravogliose, guarendo i malati e scacciando i demoni come Gesù. In questo modo dimostrano che stanno diventando ciò che Gesù gli aveva promesso, “pescatori di uomini”. Ma la loro formazione non è ancora completa, e Gesù coglie l’occasione di insegnargli una lezione indispensabile. Il contesto è questo: Gesù si ritira in disparte con i suoi discepoli, ma la folla li segue ed egli le parla ancora del regno di Dio e guarisce i malati. Alla fine della giornata, i discepoli chiedono a Gesù di “lasciar andare la folla perché se ne vada per i villaggi e per la campagne vicine per trovarvi cibo e alloggio”. L’ordine di Gesù sembra però assurdo: “date loro voi da mangiare”. I discepoli naturalmente rimangono confusi: “Noi non abbiamo altro che cinque pani e due pesci”. Come possono allora dare da mangiare a circa cinquemila uomini, non contando le donne e i bambini?

La risposta è semplice: non possono farlo. Perché dunque Gesù gli ordina di fare qualcosa di impossibile? Vuole insegnargli che la missione che li ha mandati a compiere nei villaggi della Galilea (e la missione che li manderà a compiere dopo la sua ascensione) non dipende dalle loro capacità ma dalle sue. La missione di annunciare il regno di Dio e di chiamare il mondo al ravvedimento è tanto impossible quanto l’ordine di dare da mangiare a migliaia di persone con solo cinque pani e due pesci. Considerando le nostre risorse e il bisogno del mondo, ci verrebbe solo da obiettare come i discepoli, lamentandoci dell’impossibilità del nostro incarico.

Ma ciò che è impossibile per noi non lo è per Gesù. Lo dimostra chiaramente quando prende i cinque pani e i due pesci e, dopo aver pregato, li spezza e li dà ai discepoli per distribuirli alla folla. Miracolosamente, dopo essere passati per le mani di Gesù, quei pani e pesci diventano più che sufficienti per provvedere ai bisogno della gente, lasciando addirittura dodici ceste di pezzi avanzati. Questo segno — una cesta avanzata per ognuno dei dodici apostoli — implica che quando i discepoli dipendono pienamente e solamente da Gesù, avranno non solo abbastanza per compiere la loro missione ma anche ciò che occorre a loro stessi. In tutto questo, non saranno mai gli apostoli a fornire né la forza né le risorse necessarie al compimento della loro vocazione. Solo Gesù può farlo, e con questo segno Gesù promette che lo farà. Così, il potere del regno di Dio manifestato nei vv.2-9 è qui dimostrato di dipendere esclusivamente dalla persona di Gesù Cristo.

Ancora un’applicazione per noi che si aggancia a quella di prima: non dobbiamo mai pensare che la nostra incapacità di testimoniare Gesù — come la nostra incapacità di ubbidire a qualsiasi comandamento del Signore — significhi che non possiamo farlo o che ne siamo esenti. Se Gesù ci dà un compito da fare, anche se sembra impossibile, sarà lui a farlo in noi e per mezzo di noi. Sarà lui a prendere i nostri pochi pani e pesci e usarli per sfamare il mondo intero.

3) La Passione del Cristo (7:18-27)

18 Mentre egli stava pregando in disparte, i discepoli erano con lui; ed egli domandò loro: «Chi dice la gente che io sia?» 19 E quelli risposero: «Alcuni dicono Giovanni il battista; altri, Elia, e altri, uno dei profeti antichi che è risuscitato». 20 Ed egli disse loro: «E voi, chi dite che io sia?» Pietro rispose: «Il Cristo di Dio». 21 Ed egli ordinò loro di non dirlo a nessuno, e aggiunse: 22 «Bisogna che il Figlio dell’uomo soffra molte cose e sia respinto dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, sia ucciso e risusciti il terzo giorno».

23 Diceva poi a tutti: «Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua. 24 Perché chi vorrà salvare la sua vita la perderà, ma chi avrà perduto la propria vita per causa mia la salverà. 25 Infatti, che serve all’uomo guadagnare tutto il mondo, se poi perde o rovina se stesso? 26 Perché se uno ha vergogna di me e delle mie parole, il Figlio dell’uomo avrà vergogna di lui, quando verrà nella gloria sua e del Padre e dei santi angeli. 27 Ora io vi dico in verità che alcuni di quelli che sono qui presenti non gusteranno la morte, finché non abbiano visto il regno di Dio».

Dopo tutto quello che gli apostoli hanno visto e udito fin qui, sarebbe comprensibile se avessero comunque l’idea sbagliata circa il regno di Dio e del potere del suo Re. Ecco Gesù che nessun altro potere, nemmeno un potente come Erode, riesce a fermare. Ecco Gesù che con cinque pani e due pesci sfama migliaia di persone. Certamente questo è un re che tutti vorremmo, un re in grado di soddisfare ogni nostro desiderio, un re che potremmo usare per realizzare ogni nostri sogno, un re che, se fosse dalla nostra parte, ci faremmo diventare invincibili.

Ma questo non è il Re che Gesù è. Non è lo scopo della sua missione. Non è il modo in cui si rivela il suo potere. Il suo regno non è solo una forma più efficace e potente di qualsiasi altro regno umano. No, il regno di Dio fa irruzione nel mondo, travolgendo ogni altro regno e potere e instaurando una realtà radicalmente e imprevidibilmente nuova. Gesù è un re che ridimensiona totalmente il concetto di potere, che mette in discussione ogni sistema politico, filosofico, religioso, scientifico e altro. Gesù, in altre parole, è il Cristo di Dio la cui missione è di soffrire, di morire, e poi di vincere la morte mediante la sua risurrezione.

Questa rivelazione cade come una bomba atomica sui discepoli, e per questo motivo non erano ancora in grado di capirla né di farla conoscere ad altri. L’avranno compresa nel futuro, ma solo dopo la risurrezione e l’ascensione di Gesù e con la discesa dello Spirito. Alla fine del vangelo, Luca riporterà il seguente in 24:44-48

44 Poi disse loro: «Queste sono le cose che io vi dicevo quand’ero ancora con voi: che si dovevano compiere tutte le cose scritte di me nella legge di Mosè, nei profeti e nei Salmi». 45 Allora aprì loro la mente per capire le Scritture e disse loro: 46 «Così è scritto, che il Cristo avrebbe sofferto e sarebbe risorto dai morti il terzo giorno, 47 e che nel suo nome si sarebbe predicato il ravvedimento per il perdonodei peccati a tutte le genti, cominciando da Gerusalemme. 48 Voi siete testimoni di queste cose».

Solo dopo la risurrezione di Gesù i discepoli capiranno il vero potere del regno di Dio rivelato nell’apparente debolezza della croce, la vera vittoria di Gesù rivelata nella sua apparente sconfitta, e la vera liberazione che è venuto per portare, la liberazione dal peccato e dalla morte.

Ma ora, rivelato tutto questo, è anche chiaro il significato delle parole di Gesù che seguono nel testo di oggi:

23 Diceva poi a tutti: «Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua. 24 Perché chi vorrà salvare la sua vita la perderà, ma chi avrà perduto la propria vita per causa mia la salverà. 25 Infatti, che serve all’uomo guadagnare tutto il mondo, se poi perde o rovina se stesso?  26 Perché se uno ha vergogna di me e delle mie parole, il Figlio dell’uomo avrà vergogna di lui, quando verrà nella gloria sua e del Padre e dei santi angeli.

Se il potere del regno di Dio è manifestato nella passione della croce, se il nostro Maestro è venuto per rinunciare a se stesso e prendere la sua croce per ubbidire alla volontà di suo Padre, è ovvia qual è sarà l’applicazione per noi oggi: se vogliamo far parte di questo regno e se vogliamo seguire questo Re, anche noi dobbiamo rinunciare a noi stessi, prendere la nostra croce — ogni giorno! — e seguirlo. Paradossalmente, sarà nel perdere la nostra vita per causa di Gesù che essa sarà alla fine salvata. Certo, soffriremo, saremo perseguitati, e alcuni di noi, come Giovanni il battista, saranno messi a morte. Ma se non abbiamo vergogna di Gesù e delle sue parole, se invece testimoniamo con franchezza e fedeltà anche quando il mondo ci maltratta, sappiamo che Gesù, la cui opinione conta di più, non avrà vergogna di noi quando ritorna per portare a compimento il suo regno. Se questo sembra difficile (o anche impossibile!), ricordiamoci bene la lezione di questo capitolo: l’invincibile potere del regno di Dio è all’opera in noi, e quando noi non abbiamo le forze per portare la nostra croce, sarà Gesù sempre a farlo per noi, come ha già fatto al nostro posto.

La Storia della Chiesa in un Anno: Finché Egli Venga (52/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: Finché Egli Venga (52/52)

La conclusione della storia della chiesa rimane ancora incompiuta. Cominciando a Pentecoste, essa andrà sempre avanti fino al giorno dell’apparizione di Gesù Cristo nella sua gloria. Infatti, duemila anni sono passati d’allora fino ad adesso, e di questa storia abbiamo visto solo qualche spaccato. Analoga al paradosso che in Cristo siamo simultaneamente peccatori e santi, la storia della chiesa è piena di alti e bassi, di fede e infedeltà, di verità ed eresia, di coraggio e codardia. E ciò continuerà a essere “finché egli venga” (1 Corinzi 11:26). Però, lungi dall’impedire il compimento del proposito di Dio, la nostra debolezza non fa altro che porre in rilievo il potere di Dio: “noi abbiamo questo tesoro in vasi di terra, affinché questa grande potenza sia attribuita a Dio e non a noi” (2 Corinzi 4:7).

Questo percorso attraverso due millenni di storia mira a farci conoscere quella “grande schiera di testimoni” che ci circonda, che ora tifa per noi mentre “corriamo con perseveranza la gara che ci è proposta, fissando lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta” (Ebrei 12:1-2). Infatti, tocca adesso a noi portare avanti la missione del vangelo in mezzo alla nostra generazione storta e perversa, nella quale risplendete come astri nel mondo, tenendo alta la parola di vita” (Filippesi 2:15-16).

Questa è la nostra storia, e ne siamo i protagonisti. Probabilmente nessuno scriverà la nostra biografia o menzionarci nei libri di storia. Faremo parte di quella moltitudine, “proveniente da tutte le nazioni, tribù, popoli e lingue” (Apocalisse 7:9), i cui nomi verranno dimenticati dal mondo ma resteranno sempre “scritti nel libro della vita dell’Agnello” (Apocalisse 21:27). Gesù non ci chiede di diventare famosi ma di rimanere fedeli, rinunciando “all’empietà e alle passioni mondane, per vivere in questo mondo moderatamente, giustamente e in modo santo, aspettando la beata speranza e l’apparizione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore, Cristo Gesù” (Tito 2:12-13). 

La gara che ci è proposta sarà ardua e dolorosa, ma mentre corriamo con perseveranza, il Signore ci ha dato una benedizione di valore inestimabile: essere membri del suo corpo, ossia la sua chiesa che sta edificando e contro la quale le porte dell’Ades non vinceranno mai (Matteo 16:18). Insieme a questa comunità di fratelli e sorelle, troviamo tutto ciò di cui abbiamo bisogno per vincere, ricordandoci dell’insegnamento del Signore Gesù che

…nella notte in cui fu tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me». Nello stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne berrete, in memoria di me. Poiché ogni volta che mangiate questo pane e bevete da questo calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga». (1 Corinzi 11:23-26)

Amen! Vieni Signore Gesù!

La Storia della Chiesa in un Anno: Il Patto di Losanna (50/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: Il Patto di Losanna (50/52)

In qualità di membri della Chiesa di Cristo provenienti da più di 150 nazioni, partecipanti al Congresso Internazionale sull’Evangelizzazione del mondo che si è svolto qui a Losanna, lodiamo Dio per la sua grande salvezza e ci rallegriamo della comunione che egli ci ha donato con sé e gli uni con gli altri…. Noi sosteniamo che il Vangelo è la Buona Notizia per l’intero mondo e siamo determinati, in ragione della sua grazia, a ubbidire al mandato di Cristo che ci ordina di proclamarlo a tutta l’umanità, facendo discepoli in ogni nazione. (Il Patto di Losanna, Introduzione)

A differenza del Concilio Vatican II che ambì all’ecumenismo ma venne meno a causa delle sue peculiarità romane (a.es. la confusione di Maria con Cristo in qualità di unico mediatore), il primo Congresso Internazionale sull’Evangelizzazione del Mondo, tenuto a Losanna presso il Palais de Beaulieu, rivendicò che il potere e la possibilità di riconciliare tutte le nazioni, lingue e tribù della terra sotto un solo capo non derivano da edifici terrestri e figure umane (come la chiesa romana e il papa), ma dal vangelo di Gesù Cristo che di tutti i popoli, sia ebrei sia gentili:

…ne ha fatto uno solo e ha abbattuto il muro di separazione, abolendo nel suo corpo terreno la causa dell’inimicizia, e per riconciliarli tutti e due con Dio in un corpo unico mediante la croce, sulla quale fece morire l’inimicizia. (Efesini 2:14, 16)

Il congresso, organizzato e gestito da leader evangelici come l’evangelista Billy Graham e il teologo inglese John Stott, radunò circa 2700 rappresentanti di varie confessioni cristiane e provenienti da più di 150 nazioni, uniti dalla sola fede in Cristo Gesù quale unico Salvatore e Signore del mondo. Il Patto di Losanna, redatto durante i giorni del congresso (dal 16 al 25 luglio 1974), dichiara senza equivoci che “Non c’è infatti altro nome [all’infuori di Gesù] per mezzo del quale veniamo salvati” (3).

Il Patto sostiene, inoltre, che è proprio l’unicità di Cristo che conferisce al vangelo la sua portata universale. Poiché “l’uomo non è giustificato per le opere della legge, ma soltanto per mezzo della fede in Cristo Gesù” (Galati 2:16), non bisogna aggiungere nulla in più come criterio di unità (come sottomissione alla gerarchia romana). “Non c’è qui né Giudeo né Greco; non c’è né schiavo né libero; non c’è né maschio né femmina; perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù” (Galati 3:28).

Così, il Patto di Losanna, un documento veramente ecumenico in quanto incentrato esclusivamente su Gesù Cristo, conclude con questo invito, a cui vogliamo anche noi partecipare:

Per concludere, alla luce di ciò che crediamo e che abbiamo cercato di presentare e alla luce del nostro impegno, stipuliamo un solenne Patto con Dio e tra di noi per pregare, pianificare e agire insieme per l’evangelizzazione dell’intero pianeta. Invitiamo tutti a unirsi a noi. Possa Dio aiutarci con la sua grazia e per la sua gloria a essere fedeli a questo impegno! Amen. Alleluia.

La Storia della Chiesa in un Anno: Johann Christoph Blumhardt e il Combattimento Spirituale (46/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: Johann Christoph Blumhardt e il Combattimento Spirituale (46/52)

L’intervento del Dio vivente è più forte oggi di quanto molti credono. Dio vuole manifestarsi come colui che è qualcosa e che fa qualcosa adesso. Parlando del Regno di Dio, proclamiamo che Gesù Cristo non è morto. Egli non è semplicemente qualcuno che è apparso duemila anni fa, un personaggio del passato di cui conserviamo alcuni ricordi e insegnamenti. No, proprio come Gesù ha vissuto duemila anni fa, vive ancora oggi. Egli vuole trionfare in mezzo a noi per l’onore di Dio. (Christoph Friedrich Blumhardt)

Oggi come oggi molti sono contenti di essere “religiosi” o “spirituali” se ciò non li disturba o complica le loro vite. Per loro, Dio è più un’idea che il Signore vivente, e il regno di Dio è più una frase pia che una forza operativa. La vita e il ministero di Johann Christoph Blumhardt (1805-1880) però rendono insostenibile questa mentalità. Blumhardt era il pastore tedesco della piccola parrocchia luterana a Möttlingen, situato nello stato di Baden-Württemberg, quando, nel 1841, una giovane ragazza di nome Gottliebin Dittus gli si presentò soffrendo di tormenti inspiegabili e apparentemente incurabili. Mentre le sue afflizioni avevano lasciato perplessi i medici, a Blumhardt bastò poco tempo per capire che erano dovute all’oppressione diabolica.

Così iniziò il combattimento di Blumhardt per l’anima e il corpo di Gottliebin non “contro sangue e carne, ma contro i principati, contro le potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità, che sono nei luoghi celesti” (Efesini 6:12). Per questo motivo, le armi del suo combattimento consistevano di: “la verità per cintura”, “la corazza della giustizia”, “come calzature … lo zelo dato dal vangelo della pace”, “lo scudo della fede”, “l’elmo della salvezza” e “la spada dello Spirito, che è la parola di Dio” (Efesini 6:14-17). Soprattutto, Blumhardt si accorse nella necessità di pregare “in ogni tempo, per mezzo dello Spirito, con ogni preghiera e supplica … con ogni perseveranza” (Efesini 6:18).

La lotta di Blumhardt durò due anni finché non si udì il grido dell’ultimo demonio rimasto: “Gesù è vincitore!” D’allora in poi, la vittoria di Gesù e del suo regno sul maligno si manifestarono sempre di più a Möttlingen e nei dintorni: peccati confessati, tanti convertiti, malattie guarite, rapporti risanati, fervore spirituale ravvivato, e molto altro ancora. Blumhardt insistette sempre che tali benedizioni discendevano solo dalla mano potente di Dio con lo scopo di dare un assaggio del suo regno avvenire.

Mentre non siamo mai noi a far vedere la potenza e la vittoria del regno di Dio, Gesù ci ha arruolato per svolgere un indispensabile servizio: pregare incessantemente: “Venga il tuo regno!” Se ce ne rendiamo conto o no, siamo sempre coinvolti nello stesso combattimento in cui lottò Blumhardt, e come lui dobbiamo sempre mettere in pratica questo comandamento: “prendete la completa armatura di Dio, affinché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver compiuto tutto il vostro dovere” (Efesini 6:13).

La Storia della Chiesa in un Anno: William Carey e la Nascita di Missioni Moderne (44/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: William Carey e la Nascita delle Missioni Moderne (44/52)

La conversione di una sola anima è degna del lavoro di una vita intera. Ci è stata data questa grazia di annunciare agli stranieri le insondabili ricchezze di Cristo. Resisti, dunque; rimani costante nel tuo impegno e affida a Dio il risultato. (William Carey)

All’epoca della nascita di William Carey (1761-1834) in Inghilterra, la chiesa evangelica in molti luoghi aveva perso di vista la missione di evangelizzare e fondare chiese tra “tutte le nazioni, tribù, popoli e lingue” (Apocalisse 7:9). Vari ne furono i motivi, ma uno si rileva nell’aneddoto raccontato circa l’esperienza del giovane Carey a una riunione di pastori. Quando Carey si alzò per proporre come argomento di discussione “il dovere dei credenti di spandere il vangelo nelle nazioni pagane”, il moderatore della riunione gli replicò: “Giovane uomo, siediti. Quando Dio vorrà convertire i pagani lo farà senza il mio ed il tuo aiuto!”.

Nonostante l’opposizione di molti credenti, Carey restò convinto che il grande mandato (Matteo 28:19-20) rimane valido fino al ritorno di Cristo che ordinò:

Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate.

Finché non tutti i popoli del mondo si battezzano e imparano a osservare tutti quanti i comandamenti di Gesù, la sua chiesa ha l’obbligo di andare ovunque essi si trovino per farne i suoi discepoli. William Carey, dunque, pur lavorando come semplice calzolaio, continuò a promuovere instancabilmente l’opera missionaria in tutto il mondo. Il motto che Carey predicò dappertutto fu: “Aspèttati grandi cose da Dio; tenta grandi cose per Dio!”

Gli sforzi di Carey finalmente portarono alla creazione della Società Missionaria Battista nel 1792, e Carey stesso salpò per l’India insieme alla sua famiglia nel 1793. Successivamente altri missionari l’avrebbero seguito, ispirati al suo esempio e mandati dalla stessa società missionaria. In India, Carey riuscì a tradurre la Bibbia nelle varie lingue indigene, evangelizzare centinaia di persone, fondare scuole primarie e l’Università di Serampore e alleviare problemi dovuti alla povertà diffusa e alle caste sociali.

Tutto ciò non fu però senza costo. Oltre alle tipiche difficoltà relative a vivere in un paese straniero, Carey subì gravi lutti personali. Undici mesi dopo essere arrivati in India, uno dei suoi figli, Peter, morì all’età di cinque anni. La moglie di Carey, Dorothy, fu colpita da un crollo mentale e soffrì di esaurimento nervoso fino alla sua morte nel 1807. L’anno seguente Carey si risposò, ma anche la seconda moglie morì tredici anni dopo nel 1821, seguita poco dopo da Felix, il suo figlio più grande. La vita di William Carey, ricordato come “il padre delle missioni moderne”, esemplifica le parole di Gesù in Giovanni 12:24:

In verità, in verità vi dico che se il granello di frumento caduto in terra non muore, rimane solo; ma se muore, produce molto frutto.

Matteo 26:57-75: Quella Bella Confessione di Fede

1) La Falsa Testimonianza (26:57-63)

57 Quelli che avevano preso Gesù lo condussero da Caiafa, sommo sacerdote, presso il quale erano riuniti gli scribi e gli anziani. 58 Pietro lo seguiva da lontano, finché giunsero al cortile del sommo sacerdote; ed entrò, mettendosi a sedere con le guardie, per vedere come la vicenda sarebbe finita. 59 I capi dei sacerdoti[, gli anziani] e tutto il sinedrio cercavano qualche falsa testimonianza contro Gesù per farlo morire; 60 e non ne trovavano, benché si fossero fatti avanti molti falsi testimoni. 61 Alla fine se ne fecero avanti due, che dissero: «Costui ha detto: “Io posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni”». 62 E il sommo sacerdote, alzatosi in piedi, gli disse: «Non rispondi nulla? Non senti quello che testimoniano costoro contro di te?» 63 Ma Gesù taceva. E il sommo sacerdote gli disse: «Ti scongiuro per il Dio vivente di dirci se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio». 64 Gesù gli rispose: «Tu l’hai detto…

Dopo l’agonia di Gesù nel giardino dei Getsemani, Giuda Iscariota, uno dei suoi dodici discepoli, lo tradisce, conducendo una folla armata per arrestarlo e identificandolo con un bacio. Gesù viene preso (o meglio, si lascia prendere) da loro, i quali lo portano davanti al sinedrio, il consiglio governante degli ebrei e presediato da Caiafa, il sommo sacerdote, per essere processato e condannato. Nel narrare questi avvenimenti, Matteo sottolinea per l’innesima volta che Gesù è stato arrestato e processato perché lui lo vuole. In 26:51-54 scrive come nel giardino:

51 Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù, stesa la mano, tirò fuori la sua spada e, colpito il servo del sommo sacerdote, gli recise l’orecchio. 52 Allora Gesù gli disse: «Riponi la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada periranno di spada. 53 Credi forse che io non potrei pregare il Padre mio che mi mandi in questo istante più di dodici legioni d’angeli? 54 Come dunque si adempirebbero le Scritture, secondo le quali bisogna che così avvenga?»

Gesù non è una vittima indifesa, ma il Signore che sta per dare la sua vita per la salvezza del mondo, come Dio aveva promesso nelle Scritture. Tutto si svolge secondo il piano di Dio, e Gesù rimane sempre in controllo. Come Gesù dichiara in Giovanni 10:17-18: “io depongo la mia vita per riprenderla poi. Nessuno me la toglie, ma io la depongo da me. Ho il potere di deporla e ho il potere di riprenderla.”

Nel descrivere il processo di Gesù, Matteo mette in risalto il concetto di “testimonianza”: la falsa testimonianza del sinedrio, la codarda testimonianza di Pietro e ciò che Paolo chiama in 1 Timoteo 6:13 “quella bella confessione” o testimonianza di Gesù. Esaminando queste tre forme di testimonianza relative a Gesù, possiamo imparare molto per quanto concerne la testimonianza che anche noi dobbiamo rendere di Gesù al mondo.

In primo luogo consideriamo la falsa testimonianza del sinedrio. Il significato del processo di Gesù diventa più chiaro se teniamo a mente due punti riguardanti le leggi dell’epoca. Innanzitutto, è importante sapere che il sinedrio nonché il sommo sacerdote non avevano, sotto l’impero romano, il potere di giustiziare trasgressori della legge. I casi nei quali era in discussione la pena di morte dovevano essere presentati alle autorità romane, le quali solo avevano il diritto di pronunciare ed eseguire la sentenza di morte. Questo spiega perché che il sinedrio si riunisce per processare Gesù anziché ucciderlo subito. Non possono farlo, e per certi versi non gli conviene farlo data la popolarità di cui Gesù godeva. Meglio lasciare che i romani siano i “cattivi” in questa vicenda, e si riuniscono per trovare qualche accusa contro Gesù che agli occhi dei romani avrebbe meritato la pena di morte.

Il secondo punto da tenere presente è che la legge ebraica richiedeva che, per prevenire accuse false, un minimo di due testimoni dovessero concordare prima di condannare qualcuno di un misfatto. Questo spiega perché i capi religiosi trovino difficoltà nel portare un’accusa contro Gesù: “cercavano qualche falsa testimonianza contro Gesù per farlo morire; e non ne trovavano, benché si fossero fatti avanti molti falsi testimoni” (vv.59-60) evidentemente perché non si presentavano almeno due testimoni, pur essendo falsi, che concordassero. È solo nel v.61 quando “alla fine se ne fecero avanti due, che dissero: «Costui ha detto: “Io posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni”»” che il sinedrio riesce a trovare un pretesto per accusare Gesù davanti al governatore romano.

Questi due punti servono per illuminare il messaggio che Matteo vuole comunicare qui, cioè la doppia ironia del processo di Gesù. La prima ironia consiste nel fatto che i capi religiosi cerchino di rispettare la legge in tutti i suoi aspetti tranne quello più importante: la giustizia. Fanno tutto per ottenere la sentenza di morte in modo legale, ma la sentenza di morte del Figlio di Dio! Adempiono le parole di Gesù in 23:23-24:

23 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché pagate la decima della menta, dell’aneto e del comino e trascurate le cose più importanti della legge: il giudizio, la misericordia e la fede. Queste sono le cose che bisognava fare, senza tralasciare le altre. 24 Guide cieche, che filtrate il moscerino e inghiottite il cammello!

La seconda ironia è ancora più tragica, perché nel giudicare Gesù, si auto-giudicano essi stessi. Lo si vede nel modo in cui cercano la testimonianza, sebbene falsa, per far morire Gesù, e così pervertono la giustizia. Il giudice che giudica ingiustamente in realtà giudica se stesso. Inoltre, la risposta di Gesù, quando finalmente decide di rispondere, lo mette in evidenza. Caiafa, sapendo che i profeti avevano predetto che sarebbe stato il Cristo a ricostruire il tempio (a.es. Zaccaria 6:12), coglie l’occasione fornita dai due testimoni del v.61 per chiedere direttamente a Gesù se egli pretendesse di essere il Cristo. Ottenendo una risposta affermativa, avrebbe avuto motivo per accusare Gesù davanti al governatore romano. Gesù infatti risponde nell’affermativo, ma dicendo “Tu l’hai detto” (v.64). In altre parole, la confessione che Gesù è il Cristo viene dalla bocca del sommo sacerdote, e così Gesù gli dice in effetti che la sua condanna da parte di Caiafa e del sinedrio è inescusabile.

2) La Codarda Testimonianza (26:69-75)

69 Pietro, intanto, stava seduto fuori nel cortile e una serva gli si avvicinò, dicendo: «Anche tu eri con Gesù il Galileo». 70 Ma egli lo negò davanti a tutti, dicendo: «Non so che cosa dici». 71 Come fu uscito nell’atrio, un’altra lo vide e disse a coloro che erano là: «[Anche] costui era con Gesù il Nazareno». 72 Ed egli negò di nuovo giurando: «Non conosco quell’uomo». 73 Di lì a poco, coloro che erano presenti si avvicinarono e dissero a Pietro: «Certo anche tu sei di quelli, perché anche il tuo parlare ti fa riconoscere». 74 Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quell’uomo!» In quell’istante il gallo cantò. 75 Pietro si ricordò delle parole di Gesù che [gli] aveva dette: «Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». E, andato fuori, pianse amaramente.

In secondo luogo, Matteo confronta la falsa testimonianza dei capi religiosi con la codarda testimonianza di Pietro, per non parlare della mancata testimonianza degli altri discepoli che hanno tutti abbandonato Gesù nel momento del suo arresto. Pietro, come ci dice v.58, “seguiva da lontano … per vedere come la vicenda sarebbe finita”. Seguiva da lontano, naturalmente, perché aveva paura di fare la stessa fine di Gesù. Nonostante le sue precauzioni, viene riconosciuto tre volte come uno dei seguaci di Gesù, e tre volte giura di non conoscerlo. Questo, è da ricordare, è lo stesso Pietro che poche ore prima ha giurato a Gesù: “Quand’anche dovessi morire con te, non ti rinnegherò” (v.35). Interessante come la molto vantata bravura di Pietro di fronte alla morte nel v.35 crolla subito nei confronti di una semplice serva nel v.70!

Il fatto che Pietro rinneghi Gesù tre volte dimostra che non è stato un piccolo lapsus. Altre due volte Pietro ha avuto l’opportunità di confessare Gesù davanti agli altri, e altre due volte l’ha rinnegato. E non solo: ogni volta che lo rinnega Pietro diventa sempre più deciso e veemente, persino aggiungendo imprecazioni ai suoi giuramenti la terza volta. Tanto è inescusabile Caiafa per aver portato falsa testimonianza contro Gesù, quanto è inescusabile Pietro per aver portato codarda testimonianza di Gesù.

Ma non dobbiamo giudicare Pietro severamente qui, altrimenti ci troveremo noi stessi al banco degli imputati! È praticamente garantito che anche noi, se fossimo stati al posto di Pietro, avremmo fatto la stessa cosa. Noi infatti neghiamo di conoscere Gesù per molto meno, in situazioni molto meno pericolose! Forse non rinneghiamo Gesù in modo così esplicito, giurando e imprecando di non conoscerlo, ma anche lo stare in silenzio quando dovremmo invece testimoniare Gesù è una forma di negazione. Siamo come Pietro sempre quando, data l’occasione di testimoniare Gesù con la bocca ad altri, taciamo o cerchiamo di nascondere la nostra confessione di fede in lui. L’esempio di Pietro ci avverte che siamo tutti, anche quelli come Pietro che si reputano i credenti più forti e coraggiosi, deboli e fragili, pronti ad abbandonare Gesù in momenti di grande difficoltà o pericolo.

3) La Bella Testimonianza (26:64-68)

64 Gesù gli rispose: «Tu l’hai detto; anzi vi dico che da ora in poi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nuvole del cielo». 65 Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti, dicendo: «Egli ha bestemmiato; che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Ecco, ora avete udito la [sua] bestemmia; 66 che ve ne pare?» Ed essi risposero: «È reo di morte». 67 Allora gli sputarono in viso e gli diedero dei pugni e altri lo schiaffeggiarono, 68 dicendo: «Indovina, Cristo! Chi ti ha percosso?»

A differenza della falsa testimonianza dei capi religiosi e della codarda testimonianza di Pietro, Gesù emerge nella narrativa come (per citare Apocalisse 3:14) l’unico “testimone fedele e veritiero”. Alla domanda di Caiafa circa la sua identità come il Cristo, Gesù sapeva benissimo la conseguenza di rispondere con verità e franchezza – la morte. E non risponde in modo enigmatico o ambiguo; si riferisce a Daniele 7:13-14 e rivendica il suo diritto di sedersi sul trono di Dio e di condividere l’autorità divina! Poiché Caiafa è già deciso che Gesù non può essere il Figlio di Dio, per esclusione c’è una sola conclusione: Gesù è un bestemmiatore e deve morire.

La risposta di Gesù è ancora più provocatoria di quanto possa sembrare all’inizio. Nel contesto di Daniele 7 da cui Gesù riprende l’immagine del “Figlio dell’uomo”, questa figura viene sulle nuvole e si siede alla destra di Dio dopo essere stata perseguitata e apparentemente sconfitta dalle bestie che simboleggiano i regni malvagi e nemici di Dio. Questo figlio dell’uomo sembra sopraffatto dalle bestie, ma Dio interviene per giudicare, esaltando il figlio dell’uomo e punendo le bestie. Nell’applicare la profezia di Daniele a se stesso, Gesù non solo si eleva all’autorità di Dio, ma lascia intendere che i suoi avversari sono le bestie malvagie! Implicito dunque nella dichiarazione di Gesù è un giudizio contro i suoi giudici: “credete ora di potermi condannare, ma il giudizio di Dio rivelerà come io sono il suo Figlio diletto e giusto, e che voi siete perciò condannati.”

La brutta notizia che il processo di Gesù ci annuncia è che anche noi siamo condannati per aver portato falsa o codarda o mancata testimonianza di Gesù. Matteo non mette in rilievo solo come Gesù è un testimone fedele e veritiero, ma anche come Gesù è l’unico testimone fedele e veritiero. In un modo o l’altro, tutti vengono meno: i capi religiosi mentono, i discepoli fuggono, Pietro rinnega, i romani condannano e giustiziano. Gesù è l’unico a testimoniare la verità, e di testimoniare con franchezza fino alla morte. Certo, non c’eravamo noi, ma se ci fossimo stati, ci saremmo schierati dalla parte sbagliata. In realtà, il processo di Gesù è stato un processo cosmico: tutta l’umanità da un lato e Gesù solo dall’altro. Tutti noi abbiamo contribuito in qualche modo alla falsità che esiste nel mondo; con ogni menzogna (anche quelle non direttamente riguardanti Dio) noi ci opponiamo al Dio di verità in cui non c’è la minima falsità. E quando Dio ha risuscitato Gesù dalla morte dopo la crocifissione, lo ha giudicato il Giusto e dunque ha giudicato ognuno di noi falso.

Ma questa brutta notizia serve solo per farci apprezzare di più la buona notizia, che è infatti lo scopo principale di questo testo. Mentre la condanna di Gesù significa in realtà la nostra condanna (come anche del tutto il mondo), significa anche (e nel senso più importante) la nostra giustificazione. Se vediamo la condanna di Gesù tornare contro di noi, la vediamo poi tornare per noi, cioè al nostro posto e al nostro favore. Vediamo questo da quello che precede. Gesù qui è l’unico testimone fedele e veritiero perché in un senso ha già affrontato e sconfitto la paura nel giardino di Getsemani tramite le sue ardenti lotte di preghiera. Di nuovo, Gesù è l’unico a vegliare in preghiera, e perciò è l’unico a non cadere in tentazione di fronte alla morte. Questo è perché ha detto ai discepoli: “vegliate e pregate, affinché non cadiate in tentazione” (v.41). I discepoli, compreso Pietro, si sono addormentati e dunque sono venuti meno nell’ora della tentazione quando Gesù è stato arrestato e processato.

Ma da questo episodio impariamo che lungi dal condannare i discepoli per essersi addormentati (benché giustamente li rimprovera), Gesù veglia e prega non solo per se stesso, ma anche per loro. Il “calice” che doveva bere rappresenta infatti la condanna che spettava ai suoi discepoli, e a tutti noi che siamo stati trovati falsi al banco degli imputati. Come i discepoli si sono addormentati, Gesù ha vegliato e pregato per loro e al loro posto. Come i discepoli sono fuggito, Gesù è rimasto fermo, Come il sinedrio ha testimoniato il falso, Gesù ha testimoniato il vero. Come Pietro lo ha rinnegato, Gesù ha fatto “quella bella confessione di fede” pur sapendo che gli sarebbe costato la vita. E ciò che Gesù ha fatto per loro, ha fatto anche per noi. Gesù. il giusto giudice e il fedele testimone si è lasciato condannare come un peccatore e un bugiardo affinché noi, i veri peccatori e bugiardi, potessimo diventare giusti e fedeli in lui.

Chiudo con due considerazioni pratiche. Se abbiamo posto fiducia in Gesù come il nostro Salvatore e Sostituto, la Verità che copre la nostra falsità, come dobbiamo vivere? Vi propongo due punti per ulteriore riflessione. Primo, Gesù è certamente un esempio per noi in quanto ha reso vera e fedele testimonianza nel momento della prova perché aveva prima reso a Dio preghiere in silenzio e solitudine. Il potere e la franchezza per testimoniare non viene da noi, ma da Dio solo. Se Gesù aveva bisogno di pregare suo Padre per avere la forza per testimoniare come doveva, quanto di più ne abbiamo bisogno noi!

Secondo, più che un esempio, possiamo continuare a guardare a Gesù come quell’unico testimone fedele e veritiero. Solo perché Gesù è adesso “seduto alla destra della Potenza” in cielo non vuol dire che abbia smesso di testimoniare! Infatti, tutte le volte che noi apriamo la bocca per testimoniarlo con fedeltà alla sua parola, la sua promessa è che sarà egli stesso a testimonare per mezzo di noi tramite il suo Spirito che dimora in noi. Quando ci prepariamo in preghiera e dipendiamo fiduciosamente da lui, siamo certi che sarà lui a essere in noi e per mezzo di noi lo stesso testimone fedele e veritiero che è stato davanti al sinedrio. Questo è l’incoraggiante messaggio del libro di Atti, in cui vediamo Pietro, che poche settimane prima ha rinnegato Gesù tre volte, alzarsi in piedi davanti a quelle stesse persone (e non solo) e testimoniare Gesù con potere, fedeltà e franchezza. Questo non è stato Pietro, ma Gesù Cristo in lui. Ed è lo stesso Gesù che testimonia ancora oggi per mezzo nostro. Così l’apostolo Paolo esorta Timoteo (1 Tim. 6:12-15):

12 Combatti il buon combattimento della fede, afferra la vita eterna alla quale sei stato chiamato e in vista della quale hai fatto quella bella confessione di fede in presenza di molti testimoni. 13 Al cospetto di Dio, che dà vita a tutte le cose, e di Cristo Gesù, che rese testimonianza davanti a Ponzio Pilato con quella bella confessione di fede, 14 ti ordino di osservare questo comandamento da uomo senza macchia, irreprensibile, fino all’apparizione del nostro Signore Gesù Cristo, 15 la quale sarà a suo tempo manifestata dal beato e unico sovrano, il Re dei re e Signore dei signori