Atti 19:23-41: Il teatro del vangelo

1) Atti 19: Il vangelo a Efeso

1.1) La città di Efeso

I fatti narrati in Atti 19 accadono all’incirca dell’anno 55 quando Paolo, durante il suo terzo viaggio missionario, arriva a Efeso, una grande e influente città sulla costa dell’Asia Minore, l’odierna Turchia. Luca, l’autore di Atti, indica che il ministero di Paolo a Efeso è stato particolarmente fecondo, non solo nel fondare lì una forte e fervente chiesa ma anche nel far sì che dopo due anni “tutti coloro che abitavano nell’Asia, Giudei e Greci, udirono la Parola del Signore” (19:10). Essendo sulla costa, Efeso aveva un grande porto ed era un importante crocevia di commercio e transito. Questo ha permesso a Paolo di venir in contatto con persone provenienti da lontano e di predicare loro il vangelo, così che Efeso è diventato un centro di ampia diffusione della parola di Dio in tutta quella regione.

Notiamo questo non però per trascurare quel che è successo tra gli abitanti di Efeso stesso, che è stato, in una parola, straordinario. Come vediamo in questo capitolo, Efeso era famoso all’epoca per il culto della dea Diana, alla quale era dedicato uno dei templi più belli del mondo. Questo tempio era infatti una delle sette meravaglie antiche, e genti da tutte le parti venivano lì per adorare. E come accade sempre in luoghi turistici, si era formata una grande industria basata sulla vendita di statuette, “tempietti” (19:24), e altri souvenir legati alla deità.

Inseparable, inoltre, dal culto di Diana a Efeso era la pratica della magia — non quei giochi di prestigio che fanno divertire i bambini a feste di compleanno, ma la magia vera e propria, mirata a far uso dei poteri spirituali sia benevoli che maligni. Gli antichi vivevano con una consapevolezza dell’invisibile realtà spirituale molto più sentita e sviluppata rispetto a noi moderni, ed Efeso era famoso (forse un po’ come Torino oggi!) come centro di conoscenze esoteriche e pratiche occultistiche. Ancora oggi sono conservati talismani, amuleti e manoscritti con incantesimi e riti magici rimasti dall’Efeso antico. Se uno all’epoca voleva aiuto o protezione dagli spiriti maligni, se voleva guarigione da malattie attribuite agli stessi, o se voleva imparare a usufruire delle energie considerate benevole, poteva andare a Efeso sapendo che lì avrebbe trovato risposte alle proprie domande. In poche parole, Efeso era nel mondo antico un baluardo del regno di Satana.

1.2) Il ministero di Paolo

È in questo contesto che Paolo arriva e porta l’arma del regno di Dio, il vangelo di Gesù Cristo. E quanto più forte delle tenebre risulta il potere della Parola! Leggiamo che cosa succede:

Poi entrò nella sinagoga, e qui parlò con molta franchezza per tre mesi, esponendo con discorsi persuasivi le cose relative al regno di Dio. Ma siccome alcuni si ostinavano e rifiutavano di credere dicendo male della Via in presenza della folla, egli, ritiratosi da loro, separò i discepoli e insegnava ogni giorno nella scuola di Tiranno. 10 Questo durò due anni. Così tutti coloro che abitavano nell’Asia, Giudei e Greci, udirono la Parola del Signore. 11 Dio intanto faceva miracoli straordinari per mezzo di Paolo; 12 al punto che si mettevano sopra i malati dei fazzoletti e dei grembiuli che erano stati sul suo corpo, e le malattie scomparivano e gli spiriti maligni uscivano.

13 Or alcuni esorcisti itineranti giudei tentarono anch’essi di invocare il nome del Signore Gesù su quelli che avevano degli spiriti maligni, dicendo: «Io vi scongiuro, per quel Gesù che Paolo annuncia». 14 Quelli che facevano questo erano sette figli di un certo Sceva, giudeo, capo sacerdote. 15 Ma lo spirito maligno rispose loro: «Conosco Gesù, e so chi è Paolo; ma voi chi siete?» 16 E l’uomo che aveva lo spirito maligno si scagliò su tutti loro; e li trattò in modo tale che fuggirono da quella casa, nudi e feriti. 17 Questo fatto fu risaputo da tutti, Giudei e Greci, che abitavano a Efeso; e tutti furono presi da timore, e il nome del Signore Gesù era esaltato. 18 Molti di quelli che avevano creduto venivano a confessare e a dichiarare le cose che avevano fatte. 19 Fra quanti avevano esercitato le arti magiche, molti portarono i loro libri e li bruciarono in presenza di tutti; e, calcolatone il prezzo, trovarono che era di cinquantamila dramme d’argento. 20 Così la Parola di Dio cresceva e si affermava potentemente.

La storia dell’arrivo, non tanto di Paolo, ma della Parola che lui portava è una di grande potenza. I “miracoli straordinari” compiuti da Dio “per mezzo di Paolo” — guarigioni ed esorcismi — dimostravano la superiorità del regno di Dio sul regno di Satana e la supremazia del nome di Gesù al di sopra di ogni altro nome in cielo e sulla terra. Anche la buffa vicenda dei sette figli di Sceva mette in risalto l’autenticità del vangelo predicato da Paolo: i demoni erano in grado di distinguere il vero potere al quale erano costretti a ubbidire da quello che era solo una messinscena. Così, quando Paolo ha predicato il nome di Gesù a Efeso, il suo messaggio è stato confermato (come succede ancora oggi nelle parti del mondo dove il mondo spirituale è più “visibile”) da segni miracolosi innegabili. Quando gli efesini hanno visto il potere del nome di Gesù, il risultato è stato altrettanto straordinario: molti hanno creduto e hanno rinunciato ai loro idoli e alle pratiche demoniache in cui erano stati coinvolti.

Particolarmente indicativo dell’enorme impatto del vangelo a Efeso è il valore dei libri magici che i nuovi credenti hanno distrutto col fuoco. Abbiamo già notato che Efeso era famoso per la produzione di oggetti e manoscritti occultistici, che costituiva una parte non insignificante dell’economia. Qui Luca ci dice che il valore dei libri bruciati “era di cinquantamila dramme d’argento”, una cifra che, tradotta in termini contemporanei, è uguale a circa cinque milioni di euro. Quindi, una somma di non poco conto. Luca ci dice questo per farci capire quanto è stato efficace il vangelo a Efeso, tanto da spronare i nuovi credenti a buttare via in effetti cinque milioni di euro!

1.3) Il tumulto

È ovvio che un colpo così grande all’economia locale non sarebbe passato inosservato. Il resto del capitolo 19 riporta infatti le ripercussioni. Leggiamo dal v.23 in poi:

23 In quel periodo vi fu un gran tumulto a proposito della nuova Via. 24 Perché un tale, di nome Demetrio, orefice, che faceva tempietti di Diana in argento, procurava non poco guadagno agli artigiani. 25 Riuniti questi e gli altri che esercitavano il medesimo mestiere, disse: «Uomini, voi sapete che da questo lavoro proviene la nostra prosperità; 26 e voi vedete e udite che questo Paolo ha persuaso e sviato molta gente non solo a Efeso, ma in quasi tutta l’Asia, dicendo che quelli costruiti con le mani non sono dèi. 27 Non solo vi è pericolo che questo ramo della nostra arte cada in discredito, ma che anche il tempio della grande dea Diana non conti più, e che sia perfino privata della sua maestà colei che tutta l’Asia e il mondo adorano». 28 Essi, udite queste cose, accesi di sdegno, si misero a gridare: «Grande è la Diana degli Efesini!»

29 E la città fu piena di confusione; e trascinando con sé a forza Gaio e Aristarco, macedoni, compagni di viaggio di Paolo, si precipitarono tutti d’accordo verso il teatro. 30 Paolo voleva presentarsi al popolo, ma i discepoli glielo impedirono. 31 Anche alcuni magistrati dell’Asia, che gli erano amici, mandarono a pregarlo di non avventurarsi nel teatro. 32 Intanto, chi gridava una cosa, chi un’altra; infatti l’assemblea era confusa; e i più non sapevano per quale motivo si fossero riuniti. 33 Dalla folla fecero uscire Alessandro, che i Giudei spingevano avanti. E Alessandro, fatto cenno con la mano, voleva tenere un discorso di difesa davanti al popolo. 34 Ma quando si accorsero che era giudeo, tutti, per quasi due ore, si misero a gridare in coro: «Grande è la Diana degli Efesini!»

35 Allora il segretario, calmata la folla, disse: «Uomini di Efeso, c’è forse qualcuno che non sappia che la città degli Efesini è la custode del tempio della grande Diana e della sua immagine caduta dal cielo? 36 Queste cose sono incontestabili; perciò dovete calmarvi e non fare nulla in modo precipitoso; 37 voi infatti avete condotto qua questi uomini, i quali non sono né sacrileghi né bestemmiatori della nostra dea. 38 Se dunque Demetrio e gli artigiani che sono con lui hanno qualcosa contro qualcuno, ci sono i tribunali e ci sono i proconsoli: si facciano citare gli uni e gli altri. 39 Se poi volete ottenere qualcos’altro, la questione si risolverà in un’assemblea regolare. 40 Infatti corriamo il rischio di essere accusati di sedizione per la riunione di oggi, non essendovi ragione alcuna con la quale poter giustificare questo tumulto». 41 Detto questo, sciolse l’assemblea.

Luca dà molta attenzione a questa vicenda, quasi la metà del capitolo. Deve essere dunque molto importante, e nel resto di questo studio ci focalizzeremo su di essa. Cominciamo con la domanda che dobbiamo sempre porre di fronte alle narrative bibliche: perché l’autore ha voluto riferire questa storia? Più di due anni Paolo ha trascorso a Efeso, e Luca avrebbe potuto scrivere tante altre cose, ma ha voluto scrivere e farci sapere questo. Perché? Il racconto del tumulto a Efeso c’insegna almeno tre cose importanti che riguardano ciò che vorrei chiamare “il teatro del vangelo”. Per anticipare: proprio come al teatro — o possiamo includere anche il cinema, o le trasmissioni televisive — si fanno spettacoli che possono, sì, intrattenere, ma di più sono mini-rappresentazioni comiche o tragiche dell’esperienza umana, così anche è la chiesa: la comunità di persone chiamate fuori dal regno di Satana per rappresentare il regno di Dio davanti al mondo. La chiesa è in pratica un “teatro del vangelo”, dove quelli ancora nel regno di Satana possono vedere uno spettacolo (se solo un’anteprima) del regno di Dio, di come sarà il mondo dopo che in Cristo tutte le cose saranno fatte nuove. Il tumulto a Efeso — che non a caso ha luogo nel famoso teatro della città — fornisce a Luca un’ottima occasione per farci comprendere quest’aspetto molto importante della vita cristiana. Consideriamo adesso tre elementi della narrativa che contribuiscono a questo tema.

2) Il teatro del vangelo

2.1) La follia dell’idolatria

Il primo elemento che viene fuori chiaramente è la follia dell’idolatria. Il tumulto che finisce con quasi tutta la città in subbuglio, inzia con un certo Demetrio, orefice, parte del gruppo di artigiani efesini che fanno “tempietti di Diana in argento” (v.24) per vendere ai tanti pellegrini che arrivano a Efeso per adorare la divinità patronale. Luca ci informa che la produzione di questi oggetti “procurava non poco guadagno agli artigiani” (v.24), e sono naturalmente arrabbiati che la predicazione di un certo ebreo di nome Paolo sta facendo crollare la loro attività. Abbiamo già visto l’impatto economico della distruzione dei libri magici. Di conseguenza, questo Demetrio e altri del “medesimo mestiere” (v.25) fomentano un tumulto contro Paolo e gli altri cristiani della città dicendo che “questo Paolo ha persuaso e sviato molta gente non solo a Efeso, ma in quasi tutta l’Asia, dicendo che quelli costruiti con le mani non sono dèi” (v.26).

Ora, è ovvio che l’interesse di Demetrio e gli altri artigiani è principalmente economico, ma sanno che gli efesini sono fieri che la loro città è il centro mondiale del culto di Diana, e su questo fanno leva per suscitare un movimento contro Paolo, per evitare che “il tempio della grande dea Diana non conti più, e che sia perfino privata della sua maestà colei che tutta l’Asia e il mondo adorano” (v.27). Sono furbi, questi artigiani, e con questa retorica riescono a incitare un tumulto contro Paolo. Paolo stesso viene salvato da alcuni “discepoli” e “magistrati” (v.30-31), ma la folla afferra “Gaio e Aristarco, macedoni, compagni di viaggio di Paolo” e li porta al teatro, una grande struttura che poteva ospitare circa ventimila persone (v.29).

Senza nessun intervento, sarebbe finito male per Gaio e Aristarco, ma uno degli ufficiali della città, il “segretario”, riesce a calmare la folla e gli salva la vita. Forse il segretario non è del tutto disinteressato, avvertendo che “corriamo il rischio di essere accusati di sedizione per la riunione di oggi, non essendovi ragione alcuna con la quale poter giustificare questo tumulto” (v.40). Il governo locale era soggetto al potere di Roma, e quindi era meglio per tutti che si risolvesse la questione per vie legali. Il tumulto rischiava di incorrere in una rappresaglia da parte dell’impero, e così “sciolse l’assembea” (41).

L’intervento del segretario nella narrativa serve per evidenziare la follia della folla. Non c’è stata veramente, come dice, “ragione alcuna con la quale poter giustificare questo tumulto”. Ma nel senso che forse neanche il segretario ha capito, non c’è stata ragione alcuna perché ciò che aveva in fondo istigato il tumulto — l’idolatria — è senza ragione, e questo è il punto. L’idolatria — mettere, servire, adorare qualcosa di creato come se fosse il Creatore — è per natura irragionevole e senza senso. Questo viene fuori nella narrativa anche in modo un po’ buffo quando nel v.32 riporta che “chi gridava una cosa, chi un’altra; infatti l’assemblea era confusa; e i più non sapevano per quale motivo si fossero riuniti”. Questo è quello che l’idolatria fa all’essere umano: lo rende stupido e insensato, perché l’essere umano diventa come ciò che adora. Lo dice esplicitamente 2 Re 17:15:

Andarono dietro a cose vane [qui intese come idoli], diventando vani essi stessi.

Può essere un idolo vero e proprio, come Diana di Efeso, o può essere un idolo più subdolo come l’avidità del denaro, cioè l’idolo che hanno maggiormente servito Demetrio e gli artigiani efesini. Ma qualunque cosa sia, l’idolatria porta sempre a questa fine: alla confusione, alla stupidità, all’insensibilità, al caos, e (senza l’intervento di un salvatore) alla morte.

Il lato ironico di questa storia è che l’idolatria si spaccia sempre per bella, buona, amorevole, e tollerante. Il mondo di Paolo non era molto diverso dal nostro in questo aspetto. La cultura greco-romana era politeista, che per definizione tollera un’ampia gamma di idee, filosofie e religioni. Vuoi credere in Diana di Efeso? Va bene! Oppure vuoi credere in Mitra, una divinità solare persiana che aveva un grande seguito nell’impero romano? Va bene anche lui! Vuoi magari servire l’onnipresente dio Mammona, cioè il denaro? Ottimo! Sei libero di scegliere l’opzione religiosa che fa per te. Cosa potrebbe essere più bello, più consolante, più tollerante di questo pluralismo religioso? Ma guai se arriva un Paolo che predica Gesù, nome al di sopra di ogni nome, l’unico Signore al quale ogni ginocchio si piegherà, l’unico Salvatore per il quale siamo salvati! No, un Paolo non possiamo affatto tollerare! Tolleriamo tutto sì, a patto che tutto sia d’accordo con noi! Non possiamo tollerare qualcuno che non tollera tutto! Siamo dunque intolleranti di Paolo e del Gesù che egli predica nel nome della tolleranza!

Questo ragionamento è palesemente ipocrita. Nessuno tollera tutto. Nessuno ama e accetta tutto. Ed è così che oggi, come allora, l’idolatria si nasconde dietro una maschera di bontà e amore verso tutti. Per il mondo, è l’idolatria che ha senso, che ha ragione, è la strada che porta alla pace e alla felicità. Ma quando arriva il vangelo di Cristo, l’illusione scompare, e la farsa viene smascherata. Il vangelo rivela che il diritto del mondo è storto, che l’onore del mondo è vergogna, che la ragione del mondo è irragionevole, e che tutti i suoi idoli sono solo portatori di confusione e morte. Qui, in Atti 19, vediamo uno spettacolo che ci fa vedere la follia dell’idolatria in maniera comica e tragica allo stesso tempo.

Credo non sia un caso che tutto ciò accada in un teatro.

2.2) La spada della testimonianza

Oltre la follia dell’idolatria, il secondo elemento da notare è la “spada” della testimonianza. Abbiamo appena accennato a questo, ma vale la pena approfondirlo. Contro alcune idee popolari, Gesù non era un mero maestro di buona morale, o di amore e pace verso tutti. In Matteo 10:34-36 Gesù stesso ha detto:

34 Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a metter pace, ma spada. 35 Perché sono venuto a mettere l’uomo contro suo padre, la figlia contro sua madre e la nuora contro sua suocera; 36 e i nemici dell’uomo saranno quelli stessi di casa sua.

La “spada” a cui Gesù si riferisce è la parola del vangelo che crea divisione tra chi l’accetta e chi la rifiuta. Questa spada la vediamo all’opera a Efeso, la spada che taglia via una gran parte del guadagno degli artigiani e dei mercanti, che getta l’intera città in confusione, e che mette in pericolo la vita di Paolo e gli altri cristiani. Certo, il tumulto è in fondo provocato, come detto prima, dall’idolatria. Ma finché gli idoli del mondo hanno il monopolio sui cuori, sui pensieri e sui portafogli delle persone, sono contenti di dargli per un po’ l’illusione della pace e della felicità. Sin dal giardino d’Eden, la tentazione al peccato risulta così efficace perché promette il bene. È molto più facile tenere un popolo assoggettato se si offrono loro come schiavi in cambio del bene promesso dai dominatori.

Ma come vediamo in questo spettacolo (letteralmente!) teatrale, il vangelo mostra gli idoli per quelli che sono veramente. Rileggiamo che cosa dice infatti Demetrio:

26 e voi vedete e udite che questo Paolo ha persuaso e sviato molta gente non solo a Efeso, ma in quasi tutta l’Asia, dicendo che quelli costruiti con le mani non sono dèi. 27 Non solo vi è pericolo che questo ramo della nostra arte cada in discredito, ma che anche il tempio della grande dea Diana non conti più, e che sia perfino privata della sua maestà colei che tutta l’Asia e il mondo adorano.

Se Gesù è l’unico Signore, nessun altro lo è. Se Gesù è l’unico vero Dio, nessun altro lo è. Se Gesù è l’unico Salvatore, nessun altro lo è. Il vangelo proclama tutto ciò, e quindi la conclusione di Demetrio è giusta: il vangelo dimostra che “quelli costruiti con le mani non sono dèi”. Ma agli idoli del mondo, che vogliono essere adorati come dèi, non piace essere esposti come idoli, come impostori, contraffazioni e promotori di male e morte anziché pace e vita. Il tumulto a Efeso illustra che cosa succede quando il dominio degli idoli viene minacciato dalla spada del vangelo, la rabbia con cui reagiscono e la violenza che usano. Se hanno crocifisso Gesù, che cosa faranno ai suoi servi? La persecuzione contro i cristiani a Efeso è un esempio di quello che tutti i fedeli testimoni di Gesù devono aspettarsi dal mondo. Se brandiamo la spada del vangelo, non dobbiamo sorprenderci che a qualcuno non piacerà esserne ferita. Ma dobbiamo comunque fortificarci nella conoscenza che se soffriamo a causa della spada del vangelo, partecipiamo alle sofferenze di Cristo e saremo premiati nel tempo giusto. Come dice 1 Pietro 4:12-16:

12 Carissimi, non vi stupite per l’incendio che divampa in mezzo a voi per provarvi, come se vi accadesse qualcosa di strano. 13 Anzi, rallegratevi in quanto partecipate alle sofferenze di Cristo, perché anche al momento della rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare. 14 Se siete insultati per il nome di Cristo, beati voi! Perché lo Spirito di gloria, lo Spirito di Dio, riposa su di voi. 15 Nessuno di voi abbia a soffrire come omicida, o ladro, o malfattore, o perché si immischia nei fatti altrui; 16 ma se uno soffre come cristiano non se ne vergogni, anzi glorifichi Dio, portando questo nome.

2.3) La chiesa teatrale

Il terzo elemento di questa storia ci porta verso la conclusione di questo studio. Il tumulto a Efeso ha luogo nel teatro, suggerendo che qui dobbiamo vedere una specie di spettacolo del regno di Dio, in cui si manifestano la follia dell’idolatria (che di solito passa per saggezza) e la spada del vangelo (che abbatte il regno di Satana e suscita la sua ira). Ma infine, dobbiamo vedere qui che è la chiesa stessa che funge da teatro del vangelo. È evidente che il vero potere dietro tutto quello che accade in Atti 19 è la Parola di Dio: la parola del Cristo crocifisso che (per citare Paolo stesso) “per i Giudei è scandalo, e per gli stranieri pazzia; ma per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio” (1 Corinzi 1:23-24). Ma la Parola non arriva tramite una voce incorporea; Gesù manda i suoi servi per testimoniarla. In Atti 19, è Paolo che arriva come testimone del vangelo, insieme ai suoi colleghi missionari e poi dopo con coloro che credono e vengono battezzati come membri della chiesa. È per questo che, mentre il vero potere in Atti 19 è il vangelo, la figura che rappresenta questo potere è Paolo. È da Paolo che gli Efesini sentono nominare Gesù Cristo. È da Paolo che ascoltano il messaggio che questo Gesù è l’unico vero Dio e i loro dèi non sono altro che idoli. È dunque a Paolo che la loro rabbia viene principalmente indirizzata. È Paolo che si trova in pericolo, ed è a causa della loro associazione con Paolo che Gaio e Aristarco vengono trascinati dalla folla nel teatro.

In tutto questo, quindi, vediamo Paolo e i suoi con-testimoni che sono al centro di questa storia come i rappresentanti in carne e ossa della Parola di Dio. Questi sono gli attori sul palco, e le loro vite costituiscono uno spettacolo del regno di Dio davanti al mondo. E affinché non pensiate che quest’idea sia una sforzatura del testo biblico da parte mia, leggiamo quello che Paolo stesso ha scritto in 1 Corinzi 4:9-13:

Poiché io ritengo che Dio abbia messo in mostra noi, gli apostoli, ultimi fra tutti, come uomini condannati a morte; poiché siamo diventati uno spettacolo [in greco letteralmente “un teatro”] al mondo, agli angeli e agli uomini. 10 Noi siamo pazzi a causa di Cristo, ma voi siete sapienti in Cristo; noi siamo deboli, ma voi siete forti; voi siete onorati, ma noi siamo disprezzati. 11 Fino a questo momento noi abbiamo fame e sete. Siamo nudi, schiaffeggiati e senza fissa dimora, 12 e ci affatichiamo lavorando con le nostre proprie mani; ingiuriati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; diffamati, esortiamo; 13 siamo diventati, e siamo tuttora, come la spazzatura del mondo, come il rifiuto di tutti.

Paolo ha scritto questa lettera alla chiesa di Corinto, sì, ma l’ha scritta mentre era a Efeso (16:8) nel periodo narrato in Atti 19. Anche se non posso saperlo con certezza, sono dell’idea che mentre scriveva queste parole Paolo aveva in mente proprio il tumulto per cui due dei suoi collaboratori erano stati quasi ammazzati nel teatro dalla folla. Forse Paolo, riflettendo su quest’esperienza, l’ha voluta poi usare per descrivere tutta la vita cristiana. Non solo le nostre parole, ma anche le nostre vite — e in particolare le nostre sofferenze e le persecuzioni che subiamo per il nome di Cristo — costituiscono uno spettacolo teatrale in cui il mondo non solo ascolta la nostra testimonianza ma anche vede una rappresentazione delle sofferenze del Cristo crocifisso che predichiamo. La vita del testimone deve essere conforme al contenuto della sua testimonianza. Se il contenuto del messaggio cristiano è in fondo Cristo crocifisso, allora il portatore di questo messaggio cercherà di fare della propria vita un piccolo spettacolo della croce. In quanto è l’intera comunità cristiana e non un qualsiasi credente individuale a essere il testimone del corpo di Cristo crocifisso, è l’intera comunità cristiana che è chiamata a mettere in scena il vangelo, soprattutto nel modo in cui partecipa alle sofferenze di Cristo davanti al mondo che guarda.

Per essere chiari: parliamo di “rappresentare” Cristo e non di “ripresentare” Cristo. Contro la chiesa romana, la comunità cristiana non si sostituisce a Cristo, le sue sofferenze non sono salvifiche, e le sue attività (come la comunione o l’Eucharistia) non ri-presentano al mondo le opere compiute da Gesù una volta per sempre. Ecco perché l’analogia del teatro (o il cinema) è così utile. Se vediamo uno spettacolo che fa vedere un evento storico, sappiamo che quello spettacolo, o quel film, non fa vedere l’evento stesso. Fa vedere una rappresentazione dell’evento, di come poteva essere accaduto, e nel caso di un film storicamente fedele, forse come l’evento è realmente accaduto. Ma noi spettatori non siamo ingannati. Sappiamo che è solo una rappresentazione, solo una testimonianza dell’evento vero.

Così è con la nostra testimonianza cristiana. Le nostre vite non saranno mai più di una pallida rappresentazione e testimonianza di Cristo. Ma, come vediamo in Atti 19, Gesù opera potentemente tramite le nostre povere rappresentazioni e testimonianze per abbattere il regno di Satana e edificare la sua chiesa al suo posto. Come ci saranno sempre errori anche nei film in cui i produttori cercano di rendere tutti i dettagli più veritieri possibile, così qualsiasi “teatro del vangelo” che noi facciamo vedere al mondo avrà grandi problemi e difetti. Sbaglieremo molto, e spesso saremo povere imitazioni di Gesù. Nonostante ciò, a Gesù piace usarci in questo modo, ed è un grande privilegio far parte del cast del più bello spettacolo di tutti: quello del regno di Dio.

Che Dio ci conceda la grazia di essere partecipi sempre più fedeli in questo spettacolo, di sopportare con pazienza e coraggio la nostra porzione delle sofferenze di Cristo, e di essere usati, come lui vuole usarci, per diffondere la sua Parola in un mondo dominato dall’idolatria. Amen.

Giovanni 20: La parola della risurrezione

1) Pasqua: il primo giorno della nuova creazione (Giovanni 20:1-9)

1 Il primo giorno della settimana, la mattina presto, mentre era ancora buio, Maria Maddalena andò al sepolcro e vide la pietra tolta dal sepolcro. Allora corse verso Simon Pietro e l’altro discepolo che Gesù amava, e disse loro: «Hanno tolto il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’abbiano messo». Pietro e l’altro discepolo uscirono dunque e si avviarono al sepolcro. I due correvano assieme, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse primo al sepolcro; e, chinatosi, vide le fasce per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro, e vide le fasce per terra e il sudario, che era stato sul capo di Gesù, non per terra con le fasce, ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo che era giunto per primo al sepolcro, e vide, e credette. Perché non avevano ancora capito la Scrittura, secondo la quale egli doveva risuscitare dai morti. 10 I discepoli dunque se ne tornarono a casa.

1.1) Buona Pasqua

Buona Pasqua! Si dice spesso, ma se ne capisce il significato? Certo, molti sanno che le sue origini risalgono alla risurrezione di Gesù. È molto evidente, però, che non capiscono il vero significato di questo avvenimento perché dopo tornano alla vita “normale” come se niente fosse. Una Pasqua che non cambia radicalmente ogni aspetto della nostra vita non è la vera Pasqua! O, almeno, siamo noi che non abbiamo compreso le sue radicali implicazioni. Giovanni — il cui vangelo stiamo studiando in questo periodo — non vuole lasciarci andare senza farci riflettere a lungo su queste implicazioni, senza che noi passiamo dalla vita “normale” alla vita “eterna”, la vita che Gesù stesso aveva, e ha ancora, da quando è risuscitato dai morti quella prima domenica pasquale.

1.2) La nuova Genesi

La prima cosa che Giovanni c’insegna è che la Pasqua non è stata niente meno del primo giorno della nuova creazione. Se fino a questo punto abbiamo letto il vangelo attentamente, ci deve risultare facile capirlo. Sin dall’inizio Giovanni presenta il vangelo che scrive come una nuova o una seconda Genesi, indicata dall’esplicito richiamo alle parole iniziali:

1 Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei, e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. (1:1-3)

Ma è subito chiaro che Giovanni non vuole solo ricordare Genesi e la creazione dei cieli e della terra, perché la buona notizia che ha da testimoniare supera di gran lunga quella storia. Questa è la storia della nuova creazione! Mentre in Genesi all’umanità è data la vita vulnerabile alla corruzione, in Gesù è data la vita incorruttibile! Mentre in Genesi le tenebre del peccato invadono il buon creato di Dio e rovinano tutto, in Gesù “la luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta” (1:5).

Da Genesi in poi, da carne nasce solo carne, da sangue nasce solo sangue, ma da ciò che Gesù compie, nascono figli di Dioi quali non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma sono nati da Dio” (1:13). Nella Torah, di cui Genesi è il primo libro, “la legge è stata data per mezzo di Mosè“, ma “la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo” e “della sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia” (1:16-17). Nell’Antico Testamento, “nessun ha mai visto Dio”, ma Gesù, “l’unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere”, e in lui “abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre” (1:14, 18).

Questa è la nuova creazione, promessa nell’Antico Testamento e realizzata solo con la venuta di Gesù Cristo. E Giovanni vuole dirci che è stata quella prima domenica pasquale — il giorno quando Gesù è risuscitato dai morti — che ha inaugurato la nuova creazione. Come lo sappiamo? Consideriamo come Giovanni narra lo svolgimento della morte e della sepoltura di Gesù immediatamente prima della risurrezione:

19:28 Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era già compiuta, affinché si adempisse la Scrittura, disse: «Ho sete». 29 C’era lì un vaso pieno d’aceto; posta dunque una spugna imbevuta d’aceto in cima a un ramo d’issopo, l’accostarono alla sua bocca. 30 Quando Gesù ebbe preso l’aceto, disse: «È compiuto!» E chinato il capo rese lo spirito. 31 Allora i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato (poiché era la Preparazione e quel sabato era un gran giorno), chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe e fossero portati via.

Qui leggiamo che Gesù è stato crocifisso il giorno prima del sabato, cioè il sesto giorno della settimana. E proprio nel momento prima di morire, Gesù dichiara “È compiuto!”. Ora, questo sta a significare certamente che ogni aspetto della nostra salvezza è stato compiuto da Gesù, nel senso che a noi non rimane alcunché da contribuire. Ma Giovanni vuole che vediamo ancora di più. Dov’è nella Bibbia che Dio compie la sua opera il sesto giorno della settimana e poi si riposa il sabato? Sempre in Genesi!

2:3 Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò, perché in esso Dio si riposò da tutta l’opera che aveva creata e fatta.

Abbiamo qui un altro riferimento esplicito alla creazione in Genesi. Alla fine del sesto giorno della settimana, Gesù compie “ogni cosa” (19:28), e poi il settimo giorno, il sabato, si riposa:

19:41 Nel luogo dove egli era stato crocifisso c’era un giardino, e in quel giardino un sepolcro nuovo, dove nessuno era ancora stato deposto. 42 Là dunque deposero Gesù, a motivo della Preparazione dei Giudei, perché il sepolcro era vicino.

È inoltre importante il fatto che Gesù sia stato sepolto in un giardino, perché era stato proprio in un giardino che Dio, dopo aver formato “l’uomo dalla polvere della terra“, “vi pose l’uomo che aveva formato“, il giardino “in Eden” (Genesi 2:7-8). Ciò non è una coincidenza, ma una Dio-incidenza! Indica che la settimana santa costituisce in effetti i sette giorni della nuova creazione che culmina nell’uomo posto nel giardino e Dio che si riposa dopo aver compiuto la sua opera.

Quando, dunque, cominciamo a leggere Giovanni 20, le prime parole dovrebbero acquisire nuovo significato: “Il primo giorno della settimana, la mattina presto, mentre era ancora buio, Maria Maddalena andò al sepolcro…“. Che c’è di speciale di questo “primo giorno della settimana”, di questa “mattina presto”? Questo è infatti il “primo giorno” della nuova creazione, della nuova Genesi che deve essere ancora scritta, dello spazzare via ogni corruzione e dell’inizio della vita eterna incorruttibile. E tutto questo, perché quando “Maria Maddalena andò al sepolcro“, “vide la pietra tolta dal sepolcro“. Il sepolcro era vuoto! Gesù non era più là! Le tenebre della morte non hanno potuto sopraffare la luce della vita eterna! Come Paolo esclama in 2 Corinzi 5:17:

Se uno è in Cristo, egli è una nuova creazione. le cose vecchie sono passate: ecco, sono diventate nuove.

1.3) Il significato della risurrezione

Notiamo però qualcosa di interessante. La narrazione di Giovanni (come quella degli altri vangeli) non è l’equivalente del finale di un film in cui si vede l’eroe vincere il nemico con strepitosi effetti speciali e la colonna sonora che raggiunge l’apice del suo crescendo. Qui, invece, la vittoria dell’eroe è già passata; Giovanni l’ha saltata. Vediamo solo il dopo, quando alcuni seguaci di Gesù scoprono la tomba vuota e le fasce usate per avvolgere la salma per terra. In un film, qualcuno vedrebbe un tale finale come una delusione! Perché allora, alla fine della storia più importante di tutte, Giovanni non ci fornisce il finale eclatante che vogliamo, narrando ogni minimo dettaglio del momento della risurrezione con un linguaggio vivo ed entusiasmante?

È perché quello che conta veramente non è il mero fatto storico della risurrezione stessa — la rianimazione del cadavere di un uomo vissuto circa 2000 anni fa — ma tutto ciò che la risurrezione significa. Molti, ripeto, sanno che la Pasqua ricorda la risurrezione di Gesù, ma pochi vivono vite trasformate da essa. È a questo significato trasformativo che Giovanni vuole invece indirizzare la nostra attenzione, perché il suo scopo, esplicitato alla fine del capitolo, è che entriamo a partecipare noi stessi a questa storia, a partecipare personalmente alla nuova creazione inaugurata da Gesù, cominciando di viverla ora in mezzo alla vecchia.

Ma poi se chiediamo: allora, qual è questo significato che va oltre il mero fatto storico della risurrezione e ci trasforma la vita? In un senso, non possiamo rispondere a questa domanda nei limiti di un solo studio. Se ponessimo questa domanda a Giovanni, lui probabilmente ci risponderebbe così: “dovete tornare e rileggere questo vangelo da capo, perché il significato della risurrezione sta in tutto ciò che vi ho già scritto!” Giovanni, infatti, ci ha preavvisato che sarebbe stato così nel capitolo 2. Allora, quando Gesù è entrato nel tempio che ha scacciato tutti fuori, chiamandolo “casa del Padre mio” (e così chiamandosi Figlio di Dio e facendosi uguale al Padre, 5:18), i Giudei gli hanno domandato un segno per dimostrare che aveva l’autorità di fare tutto ciò. E leggiamo:

19 Gesù rispose loro: «Distruggete questo tempio, e in tre giorni lo farò risorgere!» 20 Allora i Giudei dissero: «Quarantasei anni è durata la costruzione di questo tempio e tu lo faresti risorgere in tre giorni?» 21 Ma egli parlava del tempio del suo corpo.

Poi Giovanni inserisce il seguente commento cruciale:

22 Quando dunque fu risorto dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che egli aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola che Gesù aveva detta.

Ecco! Quando Gesù è risorto (e solo quando fu risorto), i discepoli sono riusciti a comprendere il vero senso di questo detto. È la risurrezione, e solo la risurrezione, che ha convalidato e rivelato il pieno significato della sua persona e opera. Alla luce della risurrezione, comprendiamo, come i discepoli, che Gesù è il vero tempio, di cui il tempio dei Giudei era solo una prefigurazione, la dimora di Dio con l’umanità e il luogo dell’espiazione dei peccati.

Immaginiamo se invece Gesù non fosse risuscitato dai morti, se fosse rimasto lì nella tomba fino ad oggi. Tutto il suo dire di essere “la risurrezione e la vita” (11:25), nonché “il pane della vita eterna” (6:35-40) e “la luce del mondo” (8:12) e l’eterno “IO SONO” prima che Abraamo fosse (8:58), tutto sarebbe risultato sbagliato se non proprio falso e ingannevole. Ma, come Gesù stesso ha predetto, è la risurrezione che conferma la verità di tutto ciò che ha insegnato e fatto. Nel discorso del buon pastore, Gesù aveva dichiarato:

10:18 Nessuno me la toglie [la vita], ma io la depongo da me. Ho il potere di deporla e ho il potere di riprenderla.

Nel lasciarsi crocifiggere, Gesù ha deposto la vita, e nel risuscitare il terzo giorno dopo, Gesù l’ha ripresa. Avendo così il potere sulla vita e sulla morte, Gesù si è dimostrato una volta per sempre di essere il vero Signore e l’unico Salvatore del mondo, la piena rivelazione di Dio e l’unica via che conduce alla verità e alla vita eterna (14:6).

Dire questo, però, è dire troppo poco. Ecco perché Giovanni non è prolisso quando tratta la risurrezione, ma piuttosto riservato. A questo punto, poche parole non sarebbero sufficienti per spiegarne il significato, ma non sono neanche necessarie, perché ci vuole tutto quello che Gesù ha detto e fatto prima per capirlo. Così, Giovanni c’informa alla fine del capitolo:

30 Ora Gesù fece in presenza dei {suoi} discepoli molti altri segni, che non sono scritti in questo libro; 31 ma questi sono stati scritti affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome.

La storia della risurrezione è dunque un invito a diventare discepoli di Gesù anche noi e, attraverso gli scritti lasciati da Giovanni e gli altri apostoli, passare il resto della vita approfondendo sempre di più il significato della persona e dell’opera di Gesù e divenendo sempre più conformi a lui.

1.4) La scuola del discepolato

Attenzione però: la nostra scuola del discepolato non è solo il vangelo di Giovanni e gli altri scritti del Nuovo Testamento che fanno esplicita menzione del nome “Gesù”. Per quanto necessari questi, Giovanni insiste che sono ugualmente necessari gli scritti della “Scrittura”, ovvero l’Antico Testamento. Tornando al 2:22, i discepoli comprendono e credono non solo alle parole che Gesù aveva detto dopo la sua risurrezione, ma anche “credettero alla Scrittura”. Così anche qui nel capitolo 20, subito dopo Maria, Pietro e Giovanni trovano il sepolcro vuoto ma rimangono perplessi sul significato, Giovanni aggiunge nel v.9 che era “perché non avevano ancora capito la Scrittura, secondo la quale egli doveva risuscitare dai morti.

In altre parole, i discepoli, come noi, avevano bisogno della Scrittura per capire il pieno significato della risurrezione. Ma se capire la risurrezione dipende dalla Scrittura, così ne dipende anche capire tutto il resto della persona e dell’opera di Gesù. Infatti, ogni metafora, ogni immagine, ogni frase usata per descrivere Gesù nel vangelo di Giovanni deriva dall’Antico Testamento. Abbiamo già visto quanto Giovanni si riferisce a Genesi, tanto da scrivere il vangelo come il suo sequel! Pensiamo, inoltre, alle seguenti affermazioni esemplari:

Ecco l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo!” (1:28) viene dall’Esodo e dal sistema sacrificale istituito nel libro di Levitico.

«Abbiamo trovato il Messia» (che tradotto vuol dire «Cristo»)” (1:41) viene dal patto che Dio ha fatto con Davide nei libri di Samuele e Cronache.

In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio” (3:5) viene dalla promessa del nuovo patto profetizzato da Ezechia.

Io sono il buon pastore” (10:11) viene dai Salmi e dal frequente uso di quest’immagine nell’Antico Testamento per raffigurare la relazione tra Dio e il suo popolo.

Io sono la vite, voi siete i tralci” (15:5) viene da un’altra figura veterotestamentaria che riassume l’intera storia d’Israele dalla chiamata di Abramo fino all’esilio babilonese e avanti.

Potremmo trovare innumerevoli altri esempi, ma bastano questi per illustrare quanto è necessario l’Antico Testamento — la “Bibbia” di Gesù e degli apostoli — per comprendere pienamente la risurrezione e per vivere anche noi come discepoli di Gesù. Questo, insieme alla testimonianza apostolica trasmessa nel Nuovo Testamento, è dunque la nostra “scuola” del discepolato dove tutti i giorni impariamo a diventare sempre più conformi a Gesù in ogni aspetto della nostra vita.

2) Beati quelli che credono senza vedere (Giovanni 20:11-31)

11 Maria, invece, se ne stava fuori vicino al sepolcro a piangere. Mentre piangeva, si chinò a guardare dentro il sepolcro, 12 ed ecco, vide due angeli, vestiti di bianco, seduti uno al capo e l’altro ai piedi, lì dov’era stato il corpo di Gesù. 13 Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?» Ella rispose loro: «Perché hanno tolto il mio Signore e non so dove l’abbiano deposto». 14 Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. 15 Gesù le disse: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?» Ella, pensando che fosse il giardiniere, gli disse: «Signore, se tu l’hai portato via, dimmi dove l’hai deposto, e io lo prenderò». 16 Gesù le disse: «Maria!» Ella, voltatasi, gli disse in ebraico: «Rabbunì!», che vuol dire: «Maestro!» 17 Gesù le disse: «Non trattenermi, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Io salgo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro”». 18 Maria Maddalena andò ad annunciare ai discepoli che aveva visto il Signore e che egli le aveva detto queste cose.

19 La sera di quello stesso giorno, che era il primo della settimana, mentre le porte del luogo in cui si trovavano i discepoli erano chiuse per timore dei Giudei, Gesù venne e si presentò in mezzo a loro, e disse: «Pace a voi!» 20 E detto questo mostrò [loro] le mani e il costato. I discepoli dunque, veduto il Signore, si rallegrarono. 21 Allora {Gesù} disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre mi ha mandato, anch’io mando voi». 22 Detto questo, soffiò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo. 23 A chi perdonerete i peccati, saranno perdonati; a chi li riterrete, saranno ritenuti».

24 Ora Tommaso, detto Didimo, uno dei dodici, non era con loro quando venne Gesù. 25 Gli altri discepoli dunque gli dissero: «Abbiamo visto il Signore!» Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e se non metto il mio dito nel segno dei chiodi, e se non metto la mia mano nel suo costato, io non crederò». 26 Otto giorni dopo i suoi discepoli erano di nuovo in casa, e Tommaso era con loro. Gesù venne a porte chiuse, e si presentò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!» 27 Poi disse a Tommaso: «Porgi qua il dito e guarda le mie mani; porgi la mano e mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma credente». 28 Tommaso gli rispose: «Signore mio e Dio mio!» 29 Gesù gli disse: «Perché mi hai visto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!»

30 Ora Gesù fece in presenza dei {suoi} discepoli molti altri segni, che non sono scritti in questo libro; 31 ma questi sono stati scritti affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome.

2.1) Ma Gesù è veramente risuscitato?

Adesso consideriamo brevemente il punto principale del resto di Giovanni 20, un punto strettamente legato a ciò che abbiamo appena imparato. Ci sono in realtà molti spunti di riflessione in questi versetti, ma abbiamo tempo per parlare solo di quello che è forse la cosa più importante in questo frangente: come possiamo essere certi di, e credere in, quanto Giovanni ha scritto qui sulla risurrezione di Gesù? Questo, infatti, è la pietra d’inciampo per molti. “Ok, va bene”, diranno dopo tutto questo, “ma sembra poco plausibile — incredibile in realtà — che Gesù sia risuscitato dai morti. Ammetto che se Gesù veramente è risuscitato, consegue tutto il resto: egli è il vero Signore e l’unico Salvatore del mondo. Ma forse la tomba era vuota perché qualcuno ha rubato il suo corpo. Forse Maria e i discepoli l’hanno visto di nuovo in vita solo come un’allucinazione, o perché sulla croce Gesù era solo svenuto e nella tomba ha ripreso coscienza. Senza poterlo vedere con i miei occhi, è impossibile sapere e credere che Gesù sia risuscitato.”

Ora, ci sono vari modi per rispondere a dubbi come questi. La disciplina chiamata “apologetica” mira infatti a fornire prove e ragionamenti che dimostrano l’attendibilità dei vangeli e l’autenticità dei fatti riferiti di Gesù. L’apologetica cristiana ha una certa validità, se usata nel modo giusto, ma è importante notare che non è l’approccio utilizzato da Giovanni stesso. Visto che lo scopo di Giovanni è che “crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio” (v.31), è giusto aspettarsi che sarà l’apostolo stesso a dare la risposta alla questione.

2.2) Vedere per credere?

E Giovanni non ci delude. Ricominciamo da dove ci siamo fermati, al v.9 dove Giovanni spiega che la perplessità di Maria e dei discepoli era “perché non avevano ancora capito la Scrittura, secondo la quale egli doveva risuscitare dai morti. A parte “l’altro discepolo” che nel v.8 sembra aver capito meglio dopo aver visto il sepolcro vuoto, Maria e Pietro vedono, ma non capiscono. La conclusione di Maria, detta prima nel v.2 e poi ripetuta nel v.13, è che “Hanno tolto il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’abbiano messo“. Maria, come Tommaso dopo di lei, non era una credulona, disperata per trovare qualche segno che Gesù non era realmente morto. La morte di Gesù è ormai scontata: i romani erano assassini professionali ed era il terzo giorno che la salma di Gesù giaceva nel sepolcro.

Quindi, quando Maria si mette a piangere nel v.11, non è per la tristezza che Gesù è morto e non lo vedrà più, ma perché il suo corpo sembra essere stato tolto dal sepolcro e deposto altrove. Forse qualcuno l’ha rubato, o più probabile ancora (come ho recentemente sentito sostenere un’archeologa) qualcuno l’ha risepolto sotto terra, visto che all’epoca la sepoltura in tombe scavate nella roccia era riservata alle fascie più alte della società alla quale Gesù non apparteneva. Ma l’idea che Gesù è risuscitato non le entra neanche in mente, perché lei (come noi) sa che i morti non risuscitano.

Similmente i discepoli. Nel v.19, leggiamo che “la sera di quello stesso giorno, che era il primo della settimana, mentre le porte del luogo in cui si trovavano i discepoli erano chiuse per timore dei GiudeiLa sera di quello stesso giorno in cui due di loro, Pietro e Giovanni, hanno visto la tomba vuota con i loro propri occhi, i discepoli sono comunque chiusi in certo luogo, nascosti perché hanno paura di subire la stessa sorte alle mani dei Giudei ora che il loro maestro è stato crocifisso. Questo non è il comportamento di un gruppo di creduloni facilmente ingannati, o di complottisti che hanno rubato il corpo per convincere il mondo che Gesù sia risuscitato dai morti. È possibile che a questo punto tutti sono andati a vedere il sepolcro e confermare con i propri occhi che Gesù non era più lì. Eppure non credono.

Non è nemmeno l’apparenza di Gesù stesso che li convince. Maria lo vede e parla con lui nel giardino vicino al sepolcro, ma non lo riconosce, e infatti lo confonde per il giardiniere (v.14-15)! Neanche i discepoli credono subito quando Gesù appare in mezzo a loro (v.19-20). Luca (24:36-37) riporta che all’inizio i discepoli sono rimasti “sconvolti e atterriti, pensavano di vedere uno spirito” e non Gesù risorto nella carne! Hanno visto sì, ma non hanno potuto credere a quello che hanno visto. All’inizio, erano convinti di allucinare, o forse di vedere un fantasma!

Qual è la lezione di tutto ciò? Semplicemente questo: se quelli che conoscevano meglio Gesù, che lo conoscevano personalmente da anni, non hanno creduto quando hanno visto la tomba vuota e quando hanno visto Gesù fisicamente davanti ai loro occhi, pensiamo noi di fare diversamente? Il punto, già dimostrato tante volte nel vangelo di Giovanni, è che la fede non viene dal vedere. Se insistiamo che per qualsiasi motivo non possiamo sapere se Gesù sia veramente risuscitato o no, e di conseguenza non possiamo credere in lui ma dobbiamo collocarlo a fianco di tutti gli altri grandi leader religiosi o filosofi della storia, commettiamo un gravissimo errore. Come non si può comprendere la risurrezione di Gesù come un mero accaduto storico, così non si può pretendere qualche conferma visibile o tangibile della risurrezione prima di esserne convinti. L’esempio dei discepoli è prova sufficiente: vedere non garantisce la fede.

2.3) La parola più salda

Che cos’è invece che ci convince, che ci fa passare dall’incredulità alla fede, e proprio alla fede che è pronta a seguire Gesù anche fino alla morte? Che cosa spiega la trasformazione dei discepoli da quei timorosi chiusi in camera a quei coraggiosi che solo alcune settimane dopo, alla festa della Pentecoste, rischieranno la vita per predicare il vangelo agli stessi Giudei che hanno fatto crocifiggere Gesù? Notiamo il momento critico di Maria:

16 Gesù le disse: «Maria!» Ella, voltatasi, gli disse in ebraico: «Rabbunì!», che vuol dire: «Maestro!»… 18 Maria Maddalena andò ad annunciare ai discepoli che aveva visto il Signore e che egli le aveva detto queste cose.

Poi i discepoli:

19 Gesù venne e si presentò in mezzo a loro, e disse: «Pace a voi!» 20 E detto questo mostrò [loro] le mani e il costato. I discepoli dunque, veduto il Signore, si rallegrarono. 

E infine Tommaso:

26 Otto giorni dopo i suoi discepoli erano di nuovo in casa, e Tommaso era con loro. Gesù venne a porte chiuse, e si presentò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!» 27 Poi disse a Tommaso: «Porgi qua il dito e guarda le mie mani; porgi la mano e mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma credente». 28 Tommaso gli rispose: «Signore mio e Dio mio!»

Anche se tutte queste esperienze coinvolgono l’apparenza di Gesù, non è vedere Gesù che fa la differenza ma udire ciò che Gesù dice. Maria riconosce Gesù e crede solo quando lui la chiama per nome, ricordando la pecora che riconosce e segue il proprio pastore perché ascolta la sua voce (10:27). Ai discepoli Gesù appare e gli mostra le mani e il costato, ma è solo perché Gesù prima gli dice “Pace a voi!” che si rallegrano quando lo vedono. E nemmeno il famoso caso di Tommaso smentisce, anche se prima insiste che deve vedere Gesù per poter credere (v.25):

Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e se non metto il mio dito nel segno dei chiodi, e se non metto la mia mano nel suo costato, io non crederò».

Notiamo invece che Tommaso alla fine non deve mettere il dito nel segno dei chiodi o la mano nel suo costato, perché è solo dopo aver sentito Gesù dire: “Porgi qua il dito e guarda le mie mani; porgi la mano e mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma credente” che Tommaso confessa: “Signore mio e Dio mio!”. Il testo indica che, contrario a ciò che Tommaso aveva prima pensato, gli è bastato semplicemente sentire le parole di Gesù affinché credesse. Non è a caso che Gesù dunque risponde:

29 Gesù gli disse: «Perché mi hai visto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!»

Dobbiamo dunque imparare bene questa lezione: quelli che hanno visto, come i discepoli, non erano avvantaggiati perché hanno visto. A loro non risultava più facile credere perché hanno potuto vedere con i propri occhi. Al tempo stesso, noi oggi, circa 2000 anni dopo questi fatti, non siamo svantaggiati perché non abbiamo visto Gesù con i nostri occhi. A nessuno risulta più difficile credere perché non può vedere. Perché? Perché abbiamo tutti — testimoni oculari o scettici contemporanei — accesso alla stessa e unica cosa che fa la differenza, che converte l’incredulo in credente e il timoroso in coraggioso testimone: la parola di Dio:

30 Ora Gesù fece in presenza dei {suoi} discepoli molti altri segni, che non sono scritti in questo libro; 31 ma questi sono stati scritti affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome.

Questi sono stati scritti, e sono sufficienti ed efficaci nel convincerci che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e di creare in noi la fede che porta alla vita eterna nel suo nome. Davanti alla parola di Dio, siamo tutti uguali, dal testimone oculare al non vedente, dal più semplice al più istruito, da quello che sembra più propenso a credere all’ateo più resistente e rigido. Come la parola di Dio è la scuola in cui siamo addestrati come discepoli di Gesù, così la parola di Dio è il potere che ci converte dall’incredulità alla fede. In Romani 10:17, Paolo lo dice nel modo più chiaro possibile:

Così la fede viene da ciò che si ascolta, e ciò che si ascolta viene dalla parola di Cristo.

Concludo con la testimonianza personale di uno di quei testimoni oculari di cui abbiamo parlato oggi, l’apostolo Pietro (2 Pietro 1:16-21). Notiamo come lui, pur non negando il privilegio di essere stato un testimone oculare di Gesù, pone comunque l’enfasi sul fondamento ancora più saldo della fede:

16 Infatti vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del nostro Signore Gesù Cristo, non perché siamo andati dietro a favole abilmente inventate, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua maestà. 17 Egli, infatti, ricevette da Dio Padre onore e gloria quando la voce giunta a lui dalla magnifica gloria gli disse: «Questi è il mio diletto Figlio, nel quale mi sono compiaciuto». 18 E noi l’abbiamo udita questa voce che veniva dal cielo, quando eravamo con lui sul monte santo. 19 Abbiamo inoltre la parola profetica più salda: farete bene a prestarle attenzione, come a una lampada splendente in luogo oscuro, fino a quando spunti il giorno e la stella mattutina sorga nei vostri cuori. 20 Sappiate prima di tutto questo: che nessuna profezia della Scrittura proviene da un’interpretazione personale; 21 infatti nessuna profezia venne mai dalla volontà dell’uomo, ma degli uomini hanno parlato da parte di Dio, perché sospinti dallo Spirito Santo.

Guardiamoci dunque dal trascurare la Scrittura, questa “parola profetica più salda”, perché essa è sufficiente ed efficace non solo per creare in noi la fede, ma anche per condurci sani e salvi attraverso la fede fino al giorno del compimento della nuova creazione. Amen!

Giovanni 15:1-17: La Vite e i Tralci

1) Il commiato di Gesù: il contesto di Giovanni 15

1.1) Un brano “scatola”

Il brano su cui mediteremo oggi potrebbe essere quasi considerato uno dei più importanti alla fede cristiana (nonché uno dei miei preferiti!). Ora, dico “quasi” perché, come Paolo afferma in 2 Timoteo 3:16, “ogni scrittura è ispirata da Dio e utile”, e quindi non c’è in realtà un testo biblico superiore a un altro. Allo stesso tempo, ci sono dei brani che distillano tutto quanto il messaggio biblico in poche parole, tanto è vero che sono particolarmente utili a farci capire l’essenza della parola di Dio a farci vedere la visione d’insieme del proposito di Dio per noi, come l’immagine sulla scatola di un puzzle aiuta a mettere tutti i vari pezzi nel posto giusto. In Giovanni 15:1-17, troviamo uno di questi brani “scatola” che ci mostra un’immagine che raffigura l’intera vita cristiana in tutti i suoi aspetti. Potremmo quasi dire che se di tutta la Bibbia avessimo solo questo capitolo, ne avremmo comunque abbastanza per poter vivere bene la vita cristiana.

1.2) Il contesto di Giovanni 13-17

Ma prima di studiarlo, bisogna ambientarlo nel suo contesto nel vangelo di Giovanni. Questo discorso di Gesù fa parte del suo cosiddetto “commiato” in presenza dei suoi discepoli la sera prima della crocifissione. La narrazione del commiato inizia nel capitolo 13 quando Gesù celebra la cena pasquale insieme ai discepoli e si mette a lavargli i piedi. A differenza degli altri vangeli, Giovanni non riferisce la cena stessa e il famoso momento quando Gesù rompe il pane e benedice il calice come simboli del suo corpo e sangue. Come l’ultimo dei quattro evangelisti, Giovanni presume che siamo già familiari con uno o più dei racconti degli altri vangeli, e quindi vuole farci sapere ciò che non è stato ancora riportato. Nessuno può farlo meglio di Giovanni, essendo proprio quello menzionato nel v.23 del capitolo 13: “inclinato sul petto di Gesù, stava uno dei discepoli, quello che Gesù amava”. Essendo testimone oculare dell’ultima cena, Giovanni ritiene importante che sappiamo anche il discorso con cui Gesù lasciò i discepoli prima di andare alla croce. Il discorso vero e proprio inizia nel capitolo 14 e conclude nel capitolo 17 con la preghiera detta “sacerdotale” di Gesù in cui intercede per i discepoli — e per tutti i credenti dopo di loro — in vista della sua imminente partenza.

Per questo motivo, il tema del discorso è uno di conforto, come le parole iniziali di Gesù nel 14:1 indicano:

Il vostro cuore non sia turbato; credete in Dio, e credete anche in me!

È forte considerare che mentre è Gesù che tra poche ore dovrà subire il tormento della croce e l’angoscia del peso di tutti i peccati del mondo, è Gesù che dà conforto ai discepoli! Tanto è bello e meraviglioso, l’intero discorso sarebbe da esaminare oggi, ma è troppo lungo per uno solo studio.

1.3) Il “segreto” della vita cristiana

Quindi dobbiamo limitarci a una sola porzione, 15:1-17, che fornisce l’immagine centrale, quella della vite e dei tralci. Con questa semplice ma ricchissima figura, Gesù rivela il “segreto” della consolazione, di quella pace che secondo Paolo “supera ogni intelligenza” e custodisce i nostri cuori (Filippesi 4:7). Come Gesù dice nel 14:27:

Vi lascio pace; vi do la mia pace. Io non vi do come il mondo dà. Il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti.

In che modo differisce la pace di Gesù dalla pace del mondo? Mentre la pace del mondo va e viene a seconda delle circostanze della vita, il cuore custodito dalla pace di Gesù non si turba e non si sgomenta di fronte alle difficoltà più grandi e le sofferenze più terribili. Perché? È perché la pace che Gesù dà è la sua propria pace, la stessa pace che ha vinto la croce e la morte, ed è questa pace che egli promette ai suoi discepoli. Infatti, le ultime parole del discorso di Gesù prima della sua preghiera sono queste:

Vi ho detto queste cose, affinché abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazione; ma fatevi coraggio, io ho vinto il mondo. (16:33)

Gesù vuole che noi abbiamo la sua pace con cui ha vinto il mondo e tutte le sue tribolazioni affinché li vinciamo anche noi. Come possiamo averla? Ascoltando e mettendo in pratica “queste cose” che qui ha detto. Passiamo adesso al capitolo 15 dove scopriamo il “segreto” della pace cristiana che è, in realtà, il “segreto” di tutta la vita cristiana trionfante.

2) Gesù, la vera vite (Giovanni 15:1-3)

1 Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiuolo. Ogni tralcio che in me non dà frutto lo toglie via, e ogni tralcio che dà frutto lo pota affinché ne dia di più. Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunciata.

2.1) Lo sfondo biblico

Il discorso di Gesù sulla vite e i tralci incomincia con una semplice identificazione nel v.1: Gesù è la vite, e Dio Padre è il vignaiuolo. Notiamo che Gesù non si chiama solo “la vite” ma “la vera vite”. Perché? Ricordiamoci che l’immagine della vite era già in uso nelle Scritture per raffigurare il popolo d’Israele. Di particolare rilevanza è il “canto della vigna” in Isaia 5:1-2:

1 Io voglio cantare per il mio amico il cantico del mio amico per la sua vigna. Il mio amico aveva una vigna sopra una fertile collina. La dissodò, ne tolse via le pietre, vi piantò delle viti scelte, vi costruì in mezzo una torre e vi scavò uno strettoio per pigiare l’uva. Egli si aspettava che facesse uva, invece fece uva selvatica.

Ora, il significato di questa parabola dovrebbe essere abbastanza chiaro, ma nel caso non lo fosse, Isaia stesso ce ne fornisce l’interpretazione nel v.7:

Infatti la vigna del Signore degli eserciti è la casa d’Israele, e gli uomini di Giuda sono la sua piantagione prediletta. Egli si aspettava rettitudine, ed ecco spargimento di sangue; giustizia, ed ecco grida d’angoscia!

Impariamo qui che la vigna rappresenta il popolo d’Israele, piantato allo scopo di portare frutti di giustizia. Questo richiama la vocazione d’Abramo in Genesi 12:1-3, quando Dio l’ha chiamato per diventare il padre di un popolo benedetto che sarebbe stato poi una fonte di benedizione a tutti i popoli della terra. Questa benedizione — il rimedio alla maledizione del peccato e della morte — è raffigurata in Isaia 5 come l’uva che la vigna doveva produrre. Ma anziché l’uva buona di benedizione, la vigna d’Israele aveva prodotto solo “uva selvatica”, cioè frutti di maledizione: “spargimento di sangue” e “grida d’angoscia” a causa della sua ingiustizia. Ma non è che il piano di Dio abbia fallito, perché dopo il giudizio divino che avrebbe tagliato la vigna, Dio ha promesso (Isaia 11) che un ramo sarebbe spuntato dalle radici — dal lignaggio reale di Davide — e che finalmente avrebbe portato i frutti di benedizione promessi al mondo attraverso la discendenza di Abraamo.

2.2) Gesù e il suo popolo

Tornando a Giovanni 15, possiamo adesso capirne meglio il significato: Gesù è la “vera” vite in quanto lui è il rampollo spuntato dalle radici d’Israele che poi è diventato la vigna intera. Come la vera vite, Gesù non rimpiazza Israele, ma lo rappresenta e lo impersona, per compiere la sua vocazione, come dice in Matteo 5:17:

Io sono venuto non per abolire, ma per portare a compimento.

La vocazione dei molti è ora caricata su uno solo; l’esistenza e il destino di tutti sono ora concentrati in quest’uno. Gesù è “la vera vite” che porta il frutto desiderato da Dio che serve a rimediare a tutti i mali del mondo.

Ma come qualsiasi vite, Gesù non è senza i tralci. Anzi, è per mezzo dei suoi tralci che la vite porta frutto. Come dice nel v.2:

2 Ogni tralcio che in me non dà frutto lo toglie via, e ogni tralcio che dà frutto lo pota affinché ne dia di più.

Il primo accenno a chi sono questi tralci fruttiferi è nel v.3:

Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunciata.

In greco, i termini “pota” (v.2) e “puri” (v.3) condividono la stessa radice linguistica. Gesù dice che i suoi discepoli sono “puri” nel senso che sono stati “potati” dalla parola che gli ha annunciato, implicando ovviamente che essi sono i tralci che portano frutto.

2.3) Lo scopo dei tralci

Questo è un punto cruciale nel discorso, perché evidenzia il fatto che lo scopo dei tralci sia appunto quello di portare frutto! È senz’altro una grande benedizione — la più grande, in realtà — essere un tralcio unito alla vite che è Gesù. Ma non sono i tralci a beneficiare del frutto che portano! Lo scopo dell’unione tra la vite e i tralci è il frutto che serve ad altri, come lo era nella vocazione di Abramo e la parabola di Isaia. Gesù dice questo esplicitamente nel v.16:

16 Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi, e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto, e il vostro frutto rimanga…

Non potrebbe essere più chiaro. Tanto è importante, infatti, che ogni tralcio che non porta frutto, il vignaiuolo “lo toglie via” (v.2)! Il popolo che Dio sceglie e con cui stabilisce una relazione speciale esiste proprio per portare benedizione agli altri. Come questo popolo, è già riempito di benedizioni, come il tralcio è pieno della linfa della vite. Sono gli altri non uniti alla vite che hanno bisogno del frutto, e il tralcio che non porta frutto non serve a niente. Va tolto via, infatti, perché non consumi i preziosi nutrienti di cui gli altri tralci hanno bisogno per portare il loro frutto.

3) Noi siamo i tralci (Giovanni 15:4-6)

Dimorate in me, e io dimorerò in voi. Come il tralcio non può da sé dare frutto se non rimane nella vite, così neppure voi se non dimorate in me. Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me, e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete fare nulla. Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio, e si secca; questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano.

3.1) L’imperativo: dimorate

Con tutta questa enfasi sul frutto, è sorprendente che Gesù non prosegua dicendo: “allora, voi discepoli, portate frutto!” Il frutto è lo scopo, ma Gesù non comanda mai: “portate frutto”. Interessante, no? L’imperativo invece è diverso; non “portate frutto” ma “dimorate in me” con la corrispondente promessa “e io dimorerò in voi” (v.4). Il motivo di questo cambiamento di enfasi è chiaro:

Come il tralcio non può da sé dare frutto se non rimane nella vite, così neppure voi se non dimorate in me. (v.4)

Gesù sottolinea questo punto ancora nel v.5 dicendo:

…perché senza di me non potete fare nulla.

Inoltre, l’avvertimento del v.2 — cioè che verrà tolto ogni tralcio che non porta frutto — subisce la stessa trasformazione. Ora nel v.6 è il tralcio che non dimora nella vite che “è gettato via”. Questo indica la causa principale della mancanza di frutto: non perché il tralcio ne sia incapace o non si impegni abbastanza, ma perché non resta unito alla vite. Il tralcio non ha vita in sé; senza la vite “si secca” e muore, e alla fine è utile solo ad alimentare il fuoco.

Detto positivamente, il tralcio che porta frutto lo porta per un solo motivo: esso “dimora” nella vite. Così è con Gesù e i suoi discepoli:

Colui che dimora in me, e nel quale dimoro, porta molto frutto… (v.5)

Il frutto è il risultato, dimorare in Gesù ne è la causa. Ecco il semplice motivo per cui Gesù, pur ponendo accento sul frutto come l’obbiettivo, non comanda che il frutto sia portato. In realtà, è la vite a “pensare” al frutto; i tralci devono solo pensare a rimanere uniti alla vite. Finché sono uniti alla vite, il loro frutto ne è l’inevitabile conseguenza.

3.2) L’assenza del frutto

Sono convinto che una gran parte della frustrazione e dello scoraggiamento dei credenti riguardo ai pochi frutti che portano sia dovuta proprio a quest’errore: di focalizzarsi sul portare frutto anziché sul dimorare in Gesù. Siamo propensi a commettere quest’errore perché, in un senso, è più facile. I frutti sono visibili, concreti e dunque misurabili. Per questo motivo, crediamo che, concentrandoci sui frutti, possiamo valutare quanto siamo bravi come discepoli di Gesù.

Dimorare in Gesù, però, non è qualcosa che possiamo vedere, toccare o contare, e lo riteniamo meno utile allo scopo di rafforzare il nostro ego spirituale. Ma in base a questo scopo non c’è altro che orgoglio, quel primitivo desiderio umano di farsi qualcosa di grande e significativo indipendentemente dal suo Creatore. E cosa succede quando siamo più fissati sui frutti che su Gesù? Non riusciamo più a portare i frutti desiderati, perché abbiamo allentato la nostra presa sulla vite, e non siamo più pieni della sua linfa senza la quale non possiamo fare nulla. Ecco il paradosso: più siamo fissati sui frutti, meno li portiamo, perché meno siamo in comunione con la vera fonte di quei frutti.

3.3) La cosa più importante

Come ho accennato all’inizio di questo studio, scopriamo dunque che tutta la vita cristiana può essere riassunta in quest’unica frase di Gesù: “dimorate in me, e io dimorerò in voi”. Se ci occupiamo di questo e di questo soltanto, tutto il resto seguirà. Questo è solo un altro modo per dire ciò che Gesù ha insegnato in Matteo 6:33: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in più”. Ma qui in Giovanni 15 abbiamo un’immagine viva e memorabile che rende lampante qual è la cosa più importante nella vita cristiana: dimorare in Gesù come il tralcio dimora nella vite perché così si porterà il frutto che Dio il vignaiuolo desidera. E come qualcuno ha osservato, la cosa più importante è che la cosa più importante resti la cosa più importante!

4) Dimorare in Gesù (Giovanni 15:7-17)

Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, così sarete miei discepoli. Come il Padre mi ha amato, così anch’io ho amato voi; dimorate nel mio amore. 10 Se osservate i miei comandamenti, dimorerete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e dimoro nel suo amore. 11 Vi ho detto queste cose, affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia completa.

12 Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi. 13 Nessuno ha amore più grande di quello di dare la sua vita per i suoi amici. 14 Voi siete miei amici, se fate le cose che io vi comando. 15 Io non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo signore; ma vi ho chiamati amici, perché vi ho fatto conoscere tutte le cose che ho udite dal Padre mio. 16 Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi, e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto, e il vostro frutto rimanga; affinché tutto quello che chiederete al Padre, nel mio nome, egli ve lo dia. 17 Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.

4.1) Unione e comunione

Ma se è vero questo, e se dimorare in Gesù è la cosa più importante che dobbiamo sempre tenere come la cosa più importante nella nostra vita, come possiamo farlo? Com’è che dimoriamo in Gesù? Ora, la prima cosa da notare (che diventerà chiaro in quanto segue) è che Gesù parla qui non tanto della nostra unione con lui (intesa come il tralcio viene innestato alla vite) ma della nostra comunione con lui (intesa come il nostro continuo vivere in relazione con lui). Possiamo distinguere tra unione comunione in questo modo: non possiamo avere comunione con Gesù se non siamo uniti a lui; ma, una volta uniti, è possibile che non viviamo sempre in piena comunione con lui.

Possiamo vedere un parallelismo nel matrimonio. Da quando io e mia moglie ci siamo sposati, siamo sempre uniti in questo rapporto, indipendentemente da come ci sentiamo. L’unione del matrimonio è qualcosa di obbiettivo che non aumenta o diminuisce a seconda degli alti e bassi che attraversa. Ma la nostra comunione è soggettiva, e può rafforzarsi o indebolirsi a causa di tanti fattori. Periodi di separazione geografica, emotiva o comunicativa possono ridurre di molto la nostra comunione, anche se rimaniamo sempre uniti come marito e moglie. Ovviamente, la troppa mancanza o la totale assenza di comunione può portare all’annullamento dell’unione matrimoniale, ma il punto principale resta valido.

4.2) La descrizione della relazione vitale

Qui Gesù parla soprattutto della nostra comunione con lui. E poiché parla di comunione, parla di una relazione personale che non può essere ridotta a un manuale di istruzioni. Come in qualsiasi relazione personale, non esiste un set di azioni che, se viene eseguito con precisione, garantisce il risultato desiderato. Ma ci sono dei comportamenti che creano le condizioni favorevoli alla comunione, senza i quali non può esistere. Nei versetti che seguono nel discorso di Gesù, dal 7 al 17, troviamo i comportamenti e le condizioni che caratterizzano coloro che vivono in piena comunione con lui. Ripeto: Gesù non ci spiega, per così dire, il procedimento di una ricetta che assicura di sfornare una torta perfetta. Il testo stesso resiste a tentativi di schematizzarlo in questo modo. Descrive invece le caratteristiche, le abitudini, la “routine” se vogliamo, dei tralci che sono in relazione vitale con la vite e di conseguenza portano molto frutto. Purtroppo non abbiamo il tempo per poter approfondire i vari tratti di questa relazione. Quindi li evidenzierò nel testo e poi lascerò a voi il compito di fare ulteriori riflessioni al riguardo.

4.2.1) La parola e la preghiera

Il primo tratto dei tralci in comunione con la vite non dovrebbe sorprendere l’attento lettore di Giovanni:

Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto.

In Giovanni, Gesù è la Parola di Dio, e come tale le sue parole “sono Spirito e vita” (6:63). Se chiediamo: “che cosa rappresenta la linfa dalla quale nell’immagine della vite i tralci dipendono per portare frutto?” La risposta è questa: lo Spirito di Dio che (letteralmente!) dimora nei credenti e la vita eterna che egli gli conferisce. Come lo spirito dell’uomo è la forza vitale del suo corpo, così è lo Spirito di Dio la forza vitale di coloro che hanno la vita eterna. Paolo si servirà di quest’immagine in Galati 5:23 quando chiama le virtù cristiane “il frutto dello Spirito”. Come Gesù stesso indica altrove nel suo discorso (14:12-17; 16:7-15), è lo Spirito che Gesù, la vite, elargisce sui discepoli, i tralci, affinché essi portino frutto.

Se chiediamo inoltre, come opera lo Spirito di Gesù in noi affinché portiamo frutto? La risposta è chiara nel 16:13-14:

13 quando però sarà venuto lui, lo Spirito della verità, egli vi guiderà in tutta la verità, perché non parlerà di suo, ma dirà tutto quello che avrà udito, e vi annuncerà le cose a venire. 14 Egli mi glorificherà perché prenderà del mio e ve lo annuncerà.

Lo Spirito opera in noi nella misura in cui le parole di Gesù dimorano in noi. Come Gesù dichiara qui senza equivoci, lo Spirito non opera “di suo” ma solo in cooperazione con ciò che Gesù ha annunciato. Ecco perché nel v.7 di Giovanni 15 sono le parole di Gesù che vengono a occupare il suo posto. Notiamo la progressione:

Dimorate in me, e io dimorerò in voi

5 Colui che dimora in me, e nel quale io dimoro, porta molto frutto

Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi

Nei vv.4 e 5, è Gesù che dimora nei discepoli, ma poi nel v.7 sono le parole di Gesù che dimorano in loro. Allora, è Gesù o la sua parola che dimora in noi? La risposta è sì! Gesù dimora in noi, per mezzo del suo Spirito, in quanto le sue parole dimorano in noi. Nel suo discorso, Gesù ricorda più volte ai suoi discepoli che tra poco sarà tolto via dalla loro presenza (14:2-4, 12, 19, 28; 16:5-7). Ma non per questo sarà assente; anzi sarà più presente che mai! Prima della croce, Gesù è stato con i discepoli. Ma dopo, quando torna al Padre, sarà per mezzo dello Spirito nei discepoli. E questo avverrà nella misura in cui la sua parola (che abbiamo anche noi grazie a Giovanni e gli altri scrittori biblici!) dimora in noi. Questa è l’ennesima volta che vediamo quanto è indispensabile la Bibbia alla nostra vita. La parola di Dio deve essere per noi non solo un riferimento occasionale o un’occhiata quotidiana, ma la nostra constante dimora.

Vediamo ancora nel v.7 che inscindibile dalla parola è la preghiera: quando dimoriamo in Gesù (che facciamo in quanto facciamo sì che la parola dimori in noi), chiediamo al Padre quello che vogliamo nel nome di Gesù e così “sarà fatto”. Nel contesto, è chiaro che questa promessa vale solo si avverano prima la condizione: “se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi”. In altre parole, quando la parola di Gesù dimora in noi con il risultato che lo Spirito ci riempie della sua vita — compresi i suoi desideri — ciò che vorremo e chiederemo sarò ciò che Dio stesso vuole da noi: il frutto per cui ci ha innestato in Gesù. Quando il discepolo prega il Padre e gli chiede di adempire la volontà e le promesse rivelate nella sua parola, la risposta sarà sempre “sì”! La preghiera, dunque, è l’espressione esterna della parola che opera all’interno del credente. Se i credenti pregano poco, è probabile che dimori poco la parola in loro.

4.2.2) La gioia

Oltre alla parola che si manifesta nella preghiera, Gesù indica che anche la gioia è un segno della sua presenza in noi:

11 Vi ho detto queste cose, affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia completa.

Dobbiamo distinguere tra la gioia di cui parla Gesù e la felicità come il mondo la pensa. La gioia — che è proprio la gioia di Gesù stesso — non è opposta alla sofferenza o al pianto. Ricordiamo Gesù piangendo e fremendo davanti alla tomba di Lazzaro (11:33-35), e turbato di animo quando pensa all’ora della sua morte (12:27). La felicità del mondo viene cancellata dalla sofferenza, l’angoscia e la morte, ma la gioia di Gesù no. Non è facile sapere come è possibile gioire proprio nel momento in cui si piange, ma questo è il potere della gioia di Gesù in noi. E questa è la chiave: la gioia di Gesù in noi. Resta sempre valida l’immagine della vite e i tralci. Come non possiamo da noi stessi portare frutto, così non possiamo da noi stessi gioire in ogni circostanza, a meno che non dimoriamo in Gesù affinché la sua gioia si manifesti in noi. Ma se la parola di Gesù dimora in noi, Gesù promette che dimorerà in noi anche la sua gioia invincibile. Ecco la beatitudine del tralcio che dimora nella vite.

4.2.3) L’ubbidienza che si manifesta nell’amore

Dopo la parola, la preghiera e la gioia, ancora un’altra caratteristica viene messa in risalto da Gesù:

14 Voi siete miei amici, se fate le cose che io vi comando.

Questo “voi siete miei amici” equivale al “dimorate in me” di prima. Dobbiamo essere cauti di non interpretare questo “se” nel modo sbagliato. Non siamo gli amici di Gesù — ovvero dimoriamo in lui — a causa del nostro fare le cose che egli ci comanda, perché questo contraddice l’insegnamento di Gesù che senza di lui non possiamo fare nulla. La nostra ubbidienza è il risultato di essere amici di Gesù, come il frutto è il risultato del tralcio che dimora nella vite. Ma — e questo è il punto — il frutto dell’ubbidienza è il risultato del tralcio che dimora nella vite. Nessuno può dire di dimorare in Gesù, di essere suo amico, se non ubbidisce a quanto egli ha comandato! Se Gesù dimora in noi, farà sì che noi facciamo ciò che lui desidera!

E che cos’è che Gesù desidera? Quali sono le cose che ci ha comandato? Possiamo riassumerle tutte in una sola parola: amore.

12 Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi…. 17 Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.

Come nell’esempio di Gesù, questo amore non è teorico o astratto ma concreto e pratico:

13 Nessuno ha amore più grande di quello di dare la sua vita per i suoi amici.

L’amore che non passa da parole ai fatti non è amore, proprio come Dio ha mostrato il suo amore principalmente non nel dircelo ma nel mandare Gesù per morire per noi (Giovanni 3:16; Romani 5:8). Così deve essere l’amore dei discepoli di Gesù, gli uni per gli altri.

4.2.4) L’esempio di Gesù

Gesù stesso è infatti il nostro esempio di cosa vuol dire “dimorare in lui”. Al di là di tutti queste caratteristiche quali la parola, la preghiera, la gioia, l’ubbidienza e l’amore, Gesù presenta se stesso come esempio per eccellenza:

Come il Padre mi ha amato, così anch’io ho amato voi; dimorate nel mio amore. 10 Se osservate i miei comandamenti, dimorerete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e dimoro nel suo amore.

Come Gesù ha fatto nei confronti di suo Padre, così facciamo nei confronti di Gesù. Guardiamo come Gesù stesso ha dimorato nell’amore del Padre e ha fatto tutto ciò per cui era stato da lui mandato, e vediamo l’immagine perfetta di come anche noi dobbiamo dimorare nell’amore di Gesù e fare tutto ciò per cui siamo stati da lui mandati nel mondo. Alla fine, se è Gesù stesso che personalmente dimora in noi tramite lo Spirito, non sarà proprio la sua immagine a cui diventeremo sempre più conformi?

5) Considerazioni conclusive

Voglio concludere lo studio di oggi con tre brevi considerazioni che ritengo necessarie alla nostra comprensione di Giovanni 15.

5.1) Un avvertimento

La prima considerazione è un avvertimento: mentre l’assenza del frutto indica necessariamente l’assenza dell’unione del tralcio alla vite, la presenza del frutto non indica necessariamente la presenza della stessa. Dobbiamo tenere presente quelle terrificanti parole di Gesù in Matteo 7:21-23:

21 «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore!” entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. 22 Molti mi diranno in quel giorno: “Signore, Signore, non abbiamo noi profetizzato in nome tuo e in nome tuo cacciato demòni e fatto in nome tuo molte opere potenti?”  23 Allora dichiarerò loro: “Io non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, malfattori!”

Qui vediamo che è possibile manifestare nella vita ciò che sembra frutto vero, ma alla fine sarà rivelato falso. Secondo Gesù, ci saranno molti che nella vita avranno compiuto tante buone opere nel nome di Gesù ma senza essere mai uniti veramente a Gesù. Sarà solo alla fine, al giudizio finale, quando il frutto falso sarà rivelato tale, e perciò dobbiamo guardarci dal presumere che tutto quello che appare come frutto vero sia in realtà frutto vero. Di nuovo, la cosa più importante è l’unione con Gesù, che il tralcio dimori nella vite, perché solo così possiamo assicurarci di non ingannarci e che il frutto che portiamo è frutto vero.

5.2) Un’esortazione

La seconda considerazione è un’esortazione. Ricordiamoci delle parole iniziali del capitolo:

1 Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiuolo. Ogni tralcio che in me non dà frutto lo toglie via, e ogni tralcio che dà frutto lo pota affinché ne dia di più.

Qui Gesù ci fa sapere che non è solo il tralcio sterile che viene in qualche modo tagliato; anche il tralcio fruttifero viene potato “affinché ne dia di più”. Come sa bene qualsiasi vignaiuolo, le viti vanno potate ogni anno per rendere l’uva più buona. Senza la potatura che sopprime le parti invecchiate o malate della pianta, la qualità del frutto si deteriorerà. Per quanto violenta, la potatura è dunque parte normale e frequente dell’esistenza dei tralci ed è indispensabile alla loro vitalità.

Quindi, dobbiamo essere sempre preparati alla potatura del nostro Vignaiuolo divino. Quando Dio ci pota, è perché ci ama, perché vuole renderci sempre più vivi e fruttiferi. La potatura è un processo doloroso; Dio può toglierci parti della vita che noi riteniamo necessarie. Ma se ci affidiamo alla sua cura, convinti che lui è saggio da sapere meglio di noi cosa nella nostra vita va potato, potremo ubbidire all’esortazione di Ebrei 12:7,11:

7 Sopportate queste cose per la vostra correzione…. 11 È vero che qualunque correzione sul momento non sembra recare gioia, ma tristezza; in seguito tuttavia produce un frutto di pace e di giustizia in coloro che sono stati addestrati per mezzo di essa.

5.3) Un incoraggiamento

La terza e ultima considerazione è un incoraggiamento. È possibile sentire (o leggere) un messaggio così e concludere pensando che infine tutto dipenda da noi. Non so quante volte che io, dopo aver predicato il vangelo, evidenziando che Dio ha già fatto tutto in Gesù per salvarci, ho sentito qualcuno con sguardo ansioso dirmi qualcosa come: “Non so se ce la posso fare. È molto difficile!” Tanta è innata e impressa nella nostra natura l’idea che noi dobbiamo contribuire in qualche modo alla nostra salvezza che quasi non comprendiamo il vangelo anche quando viene spiegato nel modo più semplice. Lo stesso vale per quanto riguarda la vita cristiana. Tendiamo a fissare sugli imperativi del testo biblico a tal punto che dimentichiamo gli indicativi. In questo caso, è facile che ci focalizziamo sul fatto che noi dobbiamo dimorare in Cristo, che noi dobbiamo portare frutto perché non vogliamo essere i tralci gettati via e bruciati, e di conseguenza facciamo sì che Giovanni 15 abbia l’effetto contrario a quello che Gesù desidera! Ricordiamoci: Gesù ha detto queste cose affinché abbiamo in lui la pace non la paura, la gioia e non l’ansia. Quindi, finiamo ribadendo l’indicativo che sta alla base di ogni imperativo:

In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, così sarete miei discepoli…. 16 Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi, e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto, e il vostro frutto rimanga; affinché tutto quello che chiederete al Padre, nel mio nome, egli ve lo dia.

Dio vuole che noi dimoriamo in Gesù. Dio vuole che portiamo frutto. E ciò che Dio vuole è ciò che alla fine ottiene. La nostra pace deriva dalla conoscenza che, come Paolo dice in Romani 11:18:

…non sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te.

Se siamo stati innestati in Gesù come tralci nella vite, questa è stata l’opera non nostra ma quella del Vignaiuolo divino. In più, non è tanto la responsabilità dei tralci aggrapparsi alla vite quanto è la responsabilità della vite aggrapparsi ai tralci. Ricordiamoci: i tralci da sé non possono fare nulla, compreso rimanere uniti alla vite! E la vite che sostiene i tralci, che li fa portare frutto e che assicura che essi stiano vivi, sani e ben nutriti. Non dobbiamo pensare, dunque, che in fin dei conti dimorare in Gesù sia la parte, forse anche solo quell’1 per cento, che spetta noi mentre Dio fa il rimanente 99 per cento. Senza la vite non possiamo neanche fare quell’1 per cento. È Gesù la vite che non solo produce il frutto mediante i tralci ma che anche sostiene i tralci affinché dimorino in essa. Così possiamo riposarci nella pace che i tralci che Dio ha voluto innestare nella vite, sarà la sua fedele premura conservarci nella vite, farci crescere verso la maturità e farci portare il frutto che desidera.

Giovanni 11: La Risurrezione e la Vita

1) Affinché crediate… (Giovanni 20:30-31)

A) Lo scopo di Giovanni

Nel nostro studio di Giovanni, abbiamo fatto costante riferimento al prologo (1:1-18) per ricordarci sempre dei temi centrali del vangelo. La Parola che nel principio era con Dio ed era Dio stesso è diventata carne per abitare tra di noi e così farci conoscere il Dio che nessuno ha mai visto. Ma non abbiamo ancora guardato in avanti, alla conclusione nel 20:30-31, dove Giovanni esplicita il motivo per cui ha scritto questo vangelo. Leggiamolo adesso:

30 Ora Gesù fece in presenza dei {suoi} discepoli molti altri segni, che non sono scritti in questo libro; 31 ma questi sono stati scritti affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome.

Ecco chiaramente lo scopo di Giovanni: affinché crediamo in Gesù. Certo, questo non è l’obiettivo più grande perché “credendo, abbiate vita nel suo nome”. La destinazione finale è la vita eterna in Gesù, la partecipazione nella sua vita che ha vinto il peccato e la morte e che ci permette di dimorare nella presenza di Dio per tutta l’eternità. Ma, come Gesù stesso dichiara in 14:6, la fede in lui è l’unica strada che conduce a questa destinazione, ed è dunque la fede che ha per noi un’importanza determinante.

Se colleghiamo l’inizio e la fine del vangelo, vediamo così il quadro completo: la Parola di Dio è diventata carne in Gesù Cristo per farci conoscere Dio affinché noi, conoscendolo tramite quanto è stato scritto, crediamo in lui e riceviamo la vita eterna. Quindi, è la conoscenza di Dio rivelata in Gesù che precede e crea la fede. E, anche se Giovanni avrebbe potuto scrivere altro (i “molti altri segni che non sono scritti in questo libro”), quello che ha scritto è sufficiente per condurci alla fede. In altre parole, nessuno, dopo aver letto il vangelo di Giovanni, può dire di aver ancora bisogno di altro per credere — altre prove, altre testimonianze, altre rivelazioni — perché quel è stato scritto basta “affinche crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio”.

B) Il problema della morte

Teniamo presente tutto ciò quando cominciamo a riflettere su Giovanni 11, in cui troviamo la storia della risurrezione di Lazzaro, l’amico di Gesù. Teniamolo presente, perché è proprio qui che Giovanni ci aiuta a superare uno dei più grandi ostacoli alla fede: credere che Dio è amore nonostante la sofferenza nel mondo, e soprattutto la morte che mette fine a tutto. Anche una vita vissuta nelle migliori condizioni immaginabili sotto il sole non può scappare da questa dura realtà. Grande o piccolo, ricco o povero, bello o brutto, buono o cattivo, ogni essere umano finisce nella tomba. Le altre difficoltà, afflizioni, e angoscie della vita sono solo un pallido riflesso della sorte che prima o poi deve toccare a tutti.

Ora, questo cosiddetto “problema del male” è antico quanto il mondo e diffuso come l’aria che respiriamo. In qualche modo, tutte le religioni e filosofie cercano di farsene una ragione. Ma il problema del male e della morte diventa particolarmente acuto quando si tratta del Dio rivelato in Gesù, colui che è definito come “amore” (1 Giovanni 4:8, 16). Come riconciliare il Dio che è amore con l’esistenza del male e della morte? Sarebbe molto più facile riconciliare Dio con l’esistenza del male e della morte se lui fosse definito invece “cattivo” o “crudele” o “maligno”. Ma il Dio che è amore, e amore soltanto? Molti pensano infatti che sia impossibile credere in Dio data la realtà del mondo in cui viviamo. L’obbiezione viene spesso formulata così: se un dio esiste, non può essere il Dio della Bibbia, perché se fosse onnipotente, non sarebbe un dio d’amore; oppure, se fosse un dio d’amore, non sarebbe onnipotente, altrimenti non ci permetterebbe di soffrire e morire. Di conseguenza, molti ritengono l’idea di Dio, almeno com’è rivelato nelle Scritture, letteralmente incredibile, perché è diametralmente opposta alle nostre esperienze.

C) La soluzione di Giovanni 11

In Giovanni 11, questo problema — concentrato nella malattia e la morte di Lazzaro — viene direttamente affrontato. Giovanni sa che questo problema è grave, che sembra insormontabile, e quindi riferisce questo fatto per rispondere, affinché, anche di fronte a quel male che affligge e infine distrugge la vita, possiamo credere in Gesù e, credendo, abbiamo la vita nel suo nome. Fino a questo punto nel vangelo, abbiamo visto dei segni che anticipano la salvezza e la nuova creazione che Dio intende fare: la trasformazione dell’acqua in vino, la purificazione del tempio, la guarigione dei malati, il miracoloso provvedimento di pane in un luogo deserto. Però, se Dio viene meno proprio nel momento più critico — quando arriva il ladro Morte per scassinare e rubare la vita umana — tutto il resto risulterà vano e insensato. Dunque, “affinché crediamo”, è assolutamente necessario che si trovi una soluzione al problema della morte; o più specificamente, una soluzione che ci permetta di credere nel Dio che è amore nonostante la realtà della morte.

Ecco l’importanza di Giovanni 11. Ma prima una breve premessa: bisogna notare che, per rispondere al problema della morte, Giovanni non ci dà una spiegazione ma una storia. Non dobbiamo aspettarci dunque di scoprire qualche sillogismo logico che tolga ogni mistero o slogan motivazionale che allevi ogni dolore. La vita è troppo complessa, e le vie di Dio sono troppo inscrutabili che possiamo sbarazzarci di ogni dubbio riguardo alla questione. Giovanni 11 invece ci racconta una storia, una storia che non ci fornisce un principio “onni-esplicativo” ma ci invita piùttosto ad aggrapparci a una Persona onnipotente e onniamorevole.

2) L’amore onnipotente che lascia morire (Giovanni 11:1-18)

1 C’era un ammalato, un certo Lazzaro di Betania, del villaggio di Maria e di Marta, sua sorella. Maria era quella che unse il Signore di olio profumato e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; Lazzaro, suo fratello, era malato. Le sorelle dunque mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». Gesù, udito ciò, disse: «Questa malattia non è per la morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio sia glorificato».

Or Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro; come ebbe udito che egli era malato, si trattenne ancora due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Torniamo in Giudea!» I discepoli gli dissero: «Rabbì, proprio adesso i Giudei cercavano di lapidarti, e tu vuoi tornare là?» Gesù rispose: «Non vi sono dodici ore nel giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; 10 ma se uno cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui». 11 Così parlò; poi disse loro: «Il nostro amico Lazzaro si è addormentato, ma vado a svegliarlo». 12 Perciò i discepoli gli dissero: «Signore, se egli dorme sarà salvo». 13 Or Gesù aveva parlato della morte di lui, ma essi pensarono che avesse parlato del dormire del sonno. 14 Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto, 15 e per voi mi rallegro di non essere stato là, affinché crediate; ma ora, andiamo da lui!» 16 Allora Tommaso, detto Didimo, disse ai condiscepoli: «Andiamo anche noi, per morire con lui!» 17 Gesù dunque, arrivato, trovò che Lazzaro era già da quattro giorni nel sepolcro. 18 Or Betania distava da Gerusalemme circa quindici stadi, 19 e molti Giudei erano andati da Marta e Maria per consolarle del [loro] fratello.

I lineamenti della storia sono abbastanza semplici. Un uomo di nome Lazzaro, fratello di Maria e Marta e amico di Gesù, si ammala e sta sulla soglia della morte. Lazzaro abita con le sue sorelle a Betania, un piccolo villaggio nei dintorni di Gerusalemme, e mandano a chiamare Gesù, sapendo che lui è capace di guarire Lazzaro prima che muoia. In questo periodo, Gesù rimane fuori da Gerusalemme perché i Giudei lì sono decisi che Gesù deve essere ucciso, ma la sua ora non è ancora venuta. Gesù alla fine arriva, ma troppo tardi per guarire Lazzaro; l’ammalato ormai è morto e già sepolto nella tomba. Chi conosce questa storia sa già come andrà a finire: Gesù è potente non solo sulla malattia ma anche sulla morte, e quindi risusciterà Lazzaro e chiamarlo fuori dalla tomba.

Riassunta così, la storia di Lazzaro è già forte, perché non succede tutti i giorni che i morti risuscitino. Ma il vero potere di questa storia sta nei piccoli dettagli che richiedono più riflessione per capire il loro significato. Non possiamo in una sola mezz’oretta approfondire tutto, quindi considerate questo studio come un inizio e uno stimolo a ulteriore riflessione da parte vostra. Evidenzierò per voi alcuni di questi dettagli significativi e farò qualche commento al riguardo, ma spetterà a voi portare avanti la riflessione che certamente ripagherà molte volte il tempo impiegato per farlo.

Il primo dettaglio da notare è come Giovanni mette in risalto l’amore di Gesù per Lazzaro. L’uomo malato non è uno qualsiasi; nel v.3 è “colui che tu [Gesù] ami è malato”. Nell’appello di Maria e Marta, questo fatto chiaramente accentua l’urgenza della situazione: “Gesù, il tuo molto amato amico sta per morire; quindi vieni subito!” Ma questo non è solo una strategia retorica, perché Giovanni stesso poi commenta nel v.5 che “Gesù amava” Lazzaro e non solo: amava anche Marta e Maria. E come se questo non bastasse per convincerci, Giovanni riporta ancora nel v.36 come “i Giudei dicevano: «Guarda come lo amava!»” dopo che essi hanno visto Gesù piangere davanti alla tomba dove Lazzaro era sepolto. Ben tre volte, quindi, il testo insiste che Gesù amava Lazzaro, e quanto l’amava vista la sua angoscia davanti alla tomba!

Bisogna poi notare un secondo dettaglio importante: il potere di Gesù di fronte alla morte. Per chi conosce Gesù e ha visto altri segni da lui compiuti, è ormai scontato che lui è capace di guarire i malati. La conoscenza di questo suo potere è implicita nella richiesta di Maria e Marta. Anche se non glielo chiedono esplicitamente, il loro messaggio a Gesù: “Signore, ecco, colui che tu ami è malato” lascia intendere il loro desiderio: “Vieni presto perché solo tu puoi salvare Lazzaro dalla morte!” La fiducia delle sorelle in Gesù è evidente dopo quando sia Marta sia Maria gli dicono: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto” (vs.21, 32).

In questo modo, il testo ci costringe a concludere sia che Gesù amava tantissimo Lazzaro e le sue sorelle sia che Gesù aveva il potere di guarire Lazzaro e salvargli la vita. Ricordando che è in Gesù che veniamo a conoscere Dio, dobbiamo concludere inoltre che non esiste veramente una contraddizione tra l’amore e la potenza di Dio. Forse non comprendiamo, di fronte al male e alla morte, come Dio può essere sia amorevole che onnipotente, ma, dopo aver letto la storia di Lazzaro, nessuno può usare questo problema per giustificare la propria incredulità perché, detto semplicemente, in Gesù vediamo sia il Dio che ama sia il Dio che può salvare da ogni male.

Ma questo non significa che la fede deve chiudere gli occhi al problema del male. Anzi, Giovanni risponderebbe che il problema è in realtà più grave di quanto lo scettico pensi! Questo è il terzo dettaglio importante che ci potrebbe facilmente sfuggire. Rileggiamo vs.5-6 con grande attenzione:

Or Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro; come ebbe udito che egli era malato, si trattenne ancora due giorni nel luogo dove si trovava.

Purtroppo questa traduzione, la Nuova Riveduta, offusca un po’ il collegamento cruciale tra questi due versetti. Leggiamoli nella Nuova Diodati che è più chiara:

Or Gesú amava Marta, sua sorella e Lazzaro. Come dunque ebbe inteso che Lazzaro era malato, si trattenne ancora due giorni nel luogo dove egli era.

La parola chiave è “dunque” nel v.6, e rende sconvolgente tutta questa vicenda. Gesù amava Lazzaro e le sue sorelle, e “dunque”, per questo motivo “si trattenne ancora due giorni”, facendo in modo da arrivare troppo tardi per poter guarire Lazzaro. Ma come? Se avessi scritto io questo capitolo, avrei detto invece: “Or Gesù amava Marta, sua sorella e Lazzaro; tuttavia si trattenne ancora due giorni”. Ma il testo dice il contrario: Gesù si trattiene e non viene subito quando sente che Lazzaro sta per morire proprio perché ama lui e le sue sorelle. È l’amore di Gesù che lo costringe a non venire in tempo per guarire Lazzaro! È perché Gesù ama Lazzaro e le sue sorelle così tanto che si trattiene ancora due giorni deliberatamente per lasciare che Lazzaro muoia! Ma che tipo di amore è questo? Possiamo chiamarlo “amore”? Forse è meglio chiamarlo “indifferenza” o “negligenza” o persino “odio”! Oggi, se un medico lasciasse morire deliberatamente un suo paziente, sarebbe legalmente colpevole di un grave reato! Immaginiamo se poi, per difendersi in tribunale, un tale medico direbbe di averlo fatto per il suo grande amore del paziente. Lo chiameremmo pazzo, o psicopatico!

Così infatti molti accusano Dio, se esiste, di non essere amorevole, o di non essere potente da salvare. Ed è proprio qui nella storia di Lazzaro che giungiamo al punto decisivo dove dobbiamo rispondere alla seguente domanda: vogliamo insistere che Dio abbia torto perché non si conforma al nostro concetto di “amore”, o siamo disposti ad ammettere di avere torto noi nel modo in cui spesso pensiamo cos’è l’amore di Dio e lasciarci istruire dalla sua parola? Per dirlo in termini paolini: vogliamo continuare a essere conformati al pensiero del mondo, o ci lasceremo trasformare “mediante il rinnovamento della [nostra] mente” (Romani 12:2)? Se optiamo (come spero!) per il rinnovamento della nostra mente, dobbiamo accettare che l’amore onnipotente di Dio è quello che a volte dice di no, che si trattiene e arriva in ritardo alle nostre richieste, e persino che lascia morire.

3) L’amore onnipotente che piange (Giovanni 11:20-37)

20 Come Marta ebbe udito che Gesù veniva, gli andò incontro; ma Maria stava seduta in casa. 21 Marta dunque disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto; 22 {ma} anche adesso so che tutto quello che chiederai a Dio, Dio te lo darà». 23 Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà». 24 Marta gli disse: «Lo so che risusciterà, nella risurrezione, nell’ultimo giorno». 25 Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà, 26 e chiunque vive e crede in me, non morirà mai. Credi tu questo?» 27 Ella gli disse: «Sì, Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che doveva venire nel mondo».

28 Detto questo, se ne andò e chiamò di nascosto Maria, sua sorella, dicendole: «Il Maestro è qui, e ti chiama». 29 Ed ella, udito questo, si alzò in fretta e andò da lui. 30 Or Gesù non era ancora entrato nel villaggio, ma era sempre nel luogo dove Marta lo aveva incontrato. 31 Perciò i Giudei che erano in casa con lei e la consolavano, vedendo che Maria si era alzata in fretta ed era uscita, la seguirono, supponendo che si recasse al sepolcro a piangere. 32 Appena Maria fu giunta dov’era Gesù e lo ebbe visto, gli si gettò ai piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto». 33 Quando Gesù la vide piangere, e vide piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, fremette nello spirito, si turbò e disse: 34 «Dove lo avete deposto?» Essi gli dissero: «Signore, vieni a vedere!» 35 Gesù pianse. 36 Perciò i Giudei dicevano: «Guarda come lo amava!» 37 Ma alcuni di loro dicevano: «Non poteva, lui che ha aperto gli occhi al cieco, far sì che questi non morisse?»

Forse a questo punto, ci troviamo a dire con gli ex-discepoli di Gesù in 6:60: “Questo parlare è duro; chi può ascoltarlo?” Però, se siamo convinti, come lo era Pietro, che non abbiamo nessun altro a cui andare che abbia “parole di vita eterna” (6:68), ci aggrapperemo più forte che mai a Gesù, anche se non capiamo tutto. Ma grazie a Dio, la storia di Lazzaro non finisce qui, e proseguendo nella lettura scopriamo che pur essendo l’amore onnipotente che lascia morire, l’amore onnipotente di Dio è quello che piange insieme a noi, che prova ogni tristezza del nostro cuore, che non rimane distante o indifferente dalle nostre sofferenze ma che s’immedesima con noi nei momenti più difficili della vita, l’amore che ci accompagna attraverso la valle dell’ombra della morte (Salmo 23:4).

Questo fatto mi stupisce tutte le volte che leggo questa storia. Secondo me, Giovanni 11:35 è, nonostante la sua semplicità, una delle frasi più sbalorditive in tutta la Bibbia: “Gesù pianse”. Nel v.38, vediamo quanto infatti è profondo il lamento di Gesù davanti alla tomba del suo amico: “Gesù dunque, fremendo di nuovo in se stesso, andò al sepolcro”. Le parole qui nel greco originale trasmettono il senso di grande turbamento emotivo, una tristezza che si trasforma in rabbia, un’angoscia così profonda che non può essere espressa in parole. Questo è come Gesù pianse davanti alla tomba di Lazzaro: non in modo superficiale o insincero ma con tutto il peso tremendo e devastante che accompagna la perdita di un caro.

Ciò che rende il pianto di Gesù ancora più stupefacente è il fatto che avrebbe potuto guarire Lazzaro prima che morisse, e che era pienamente consapevole del miracolo che avrebbe presto compiuto per risuscitarlo. Il nostro concetto dell’amore di Dio, dunque, deve essere abbastanza grande da poter comprendere anche questo.  Sarebbe facile pensare che, siccome Gesù è arrivato deliberatamente in ritardo, non avrebbe dovuto poi piangere per ciò che lui stesso ha permesso. Sarebbe altrettanto facile pensare che Gesù non avrebbe dovuto piangere perché sapeva che avrebbe presto riabbracciato il suo amico!

Ma di nuovo dobbiamo lasciarci istruire dalla parola di Dio e non da quello che riteniamo logico o ragionevole. L’amore che ha lasciato morire Lazzaro è lo stesso amore che piange profondamente davanti alla tomba di Lazzaro anche se intende richiamare Lazzaro dalla morte. In altre parole, non dobbiamo correre con fretta dall’inizio di questa storia alla sua risoluzione. Nella nostra riflessione, dobbiamo trascorrere un bel po’ di tempo insieme a Gesù davanti alla tomba e, vedendo le sue lacrime e ascoltando i suoi singhiozzi e sentendo il suo corpo fremere di angoscia, dobbiamo meravigliarci del suo amore che cammina con noi attraverso la valle dell’ombra della morte, anche quando è stato lo stesso amore che all’inizio ci ha condotto in quella valle. È il nostro concetto dell’amore di Dio capace di comprendere tutti e due questi fatti?

4) L’amore onnipotente che risuscita i morti (Giovanni 11:38-46)

38 Gesù dunque, fremendo di nuovo in se stesso, andò al sepolcro. Era una grotta, e una pietra era posta all’apertura. 39 Gesù disse: «Togliete la pietra!» Marta, la sorella del morto, gli disse: «Signore, egli puzza già, perché siamo al quarto giorno». 40 Gesù le disse: «Non ti ho detto che se credi, vedrai la gloria di Dio?» 41 Tolsero dunque la pietra. Gesù, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre, ti ringrazio perché mi hai esaudito. 42 Io sapevo bene che tu mi esaudisci sempre; ma ho detto questo a motivo della folla che mi circonda, affinché credano che tu mi hai mandato». 43 Detto questo, gridò ad alta voce: «Lazzaro, vieni fuori!» 44 Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti da fasce, e il viso coperto da un sudario. Gesù disse loro: «Scioglietelo e lasciatelo andare». 45 Perciò molti dei Giudei che erano venuti da Maria, e che avevano visto ciò che egli aveva fatto, credettero in lui. 46 Ma alcuni di loro andarono dai farisei e raccontarono loro quello che Gesù aveva fatto.

L’amore di Dio non intende però lasciarci in quella valle per sempre. Gesù piange davanti alla tomba di Lazzaro, ma non si arrende alla sua sorte. Poiché ci ama, s’identifica con noi nelle nostre sofferenze. Ma poiché il suo amore è onnipotente, s’impegna a liberarcene, e persino da quel nemico che ci è sempre risultato invincibile, la morte. Per dimostrare questo in modo tangibile, Gesù non permette che la morte di Lazzaro abbia l’ultima parola. Gesù è la Parola di Dio, e sarà lui ad avere l’ultima parola. E quello che vediamo qui al punto culminante della storia stupisce ancora per la sua semplicità. Davanti alla tomba, Gesù comanda ad alta voce: “Lazzaro, vieni fuori!” (v.43).

E così, il morto torna in vita e esce dalla tomba. Non c’è qui qualche rito sofisticato, l’invocazione di qualche potere superiore, l’uso di qualche innovazione tecnologica. Solo queste tre parole bastano per fare ciò che l’uomo con tutta la sua intelligenza e genialità non è mai riuscito, e non riuscirà mai, a fare: vincere la morte. E queste tre parole fanno rivivere Lazzaro non perché abbiano qualche potere in sé; qualsiasi altro lì presente avrebbe potuto dirle senza aver nessun risultato. No, queste tre semplici parole risuscitano il morto perché provengono da colui che è la Parola di Dio incarnata, colui che nel principio ha formato l’uomo dalla terra e che in grado di riformarlo anche dopo la sua morte.

Ma dobbiamo essere chiari su un certo punto. Ciò che Gesù fa nei confronti di Lazzaro è un segno. La risurrezione di Lazzaro non costituisce il compimento della nuova creazione; non è un miracolo da ripetersi nei confronti di tutti i credenti che muoiono. Come segno, è un’anteprima della nuova creazione, una prefigurazione che infonde speranza di cose future che non si vedono ancora. Ma come segno, è solo un’anteprima, solo una prefigurazione. E lo sappiamo perché la vita a cui Lazzaro è tornato non era la vita eterna e incorruttibile che sarà nostra nei nuovi cieli e la nuova terra. Lazzaro poteva, e doveva, morire di nuovo (12:10).

Ma come segno, la risurrezione di Lazzaro non è neanche da sottovalutare in quanto fornisce una prova concreta e convincente che ciò che Dio nel suo amore vuole fare per noi è anche onnipotente a farlo. Se Dio lascia morire coloro che ama perché li ama, e anche perché lui intende risuscitarli a nuova vita. Rileggiamo vs.25-26:

25 Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà, 26 e chiunque vive e crede in me, non morirà mai. Credi tu questo?» 

Far vedere questo è il punto centrale dell’intera storia. Come succede nel vangelo di Giovanni, Gesù dà testimonianza di se stesso nelle sue parole, e conferma la sua testimonianza attraverso i suoi segni. Gesù è la luce del mondo, e quindi restituisce la vista all’uomo cieco. Gesù è il pane della vita, e quindi moltiplica poco pane per sfamare un’enorme folla. Qui, Gesù si rivela come “la risurrezione e la vita”, e quindi riporta in vita un uomo morto. E come sempre, questa testimonianza riguarda Gesù stesso. Gesù non solo dà la luce; egli è la luce. Gesù non solo dà il pane; egli è il pane. Così anche qui: Gesù non solo dà nuova vita; egli è nuova vita.

In altre parole, Gesù vuole farci sapere che la risurrezione e la vita si possono avere solo in quanto si ha Gesù. La vita eterna non è un dono che Gesù ci dà separato dalla sua persona. Essere risuscitati dalla morte e ricevere il dono della vita eterna sono solo modi diversi per dire: essere uniti a Gesù, partecipare alla sua vita, come un ramo viene innestato all’albero e vive perché riceve i nutrienti e la linfa dalle radici e dal tronco. Il ramo non ha nessuna vita in sé; se viene troncato dall’albero, muore. Così noi non abbiamo, né avremo mai la vita eterna in noi stessi, ma solo in quanto siamo “innestati” all’albero che è Gesù e della sua vita che come linfa scorre nelle vene della nostra anima.

Com’è che veniamo uniti a Gesù come rami innestati all’albero? Gesù risponde: “chi crede in me, anche se muore, vivrà”. È per fede. Ricordiamoci lo scopo di Giovanni:

Questi sono stati scritti affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome. (20:31).

E se riflettiamo bene, scopriamo che questa è la risposta di Gesù al problema del male e della morte. Abbiamo già detto che non c’è nessuna contraddizione tra l’amore di Dio e la sua onnipotenza. Anzi, notando che Gesù non è arrivato in tempo per guarire Lazzaro perché l’amava, abbiamo imparato che l’amore onnipotente di Dio a volte dice di no alle nostre richieste, che si trattiene, che non interviene in tempo, che lascia morire. E Dio fa questo non a dispetto del suo amore ma a causa del suo amore per noi. Ma non abbiamo ancora scoperto perché questo trattenersi, questo arrivare troppo tardi, questo lasciar morire è l’espressione e non la contraddizione del suo amore. Quindi, chiediamo: perché? È possibile spiegare perché questo è infatti amore e non indifferenza, negligenza o odio?

Sì, è possibile. È sempre Gesù che è la risposta alle nostre domande. Abbiamo prima evidenziato l’accento posto in questa storia sull’amore, per quanto strano e scandaloso alle nostre sensibilità, che Gesù aveva per Lazzaro e le sue sorelle. Adesso bisogna rimarcare anche l’accento posto da Gesù sulla fede:

40 Gesù le disse: «Non ti ho detto che se credi, vedrai la gloria di Dio?»

41 Gesù, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre, ti ringrazio perché mi hai esaudito. 42 Io sapevo bene che tu mi esaudisci sempre; ma ho detto questo a motivo della folla che mi circonda, affinché credano che tu mi hai mandato».

Particolarmente importante è ciò che Gesù dice ai discepoli prima di partire:

14 Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto, 15 e per voi mi rallegro di non essere stato là, affinché crediate…»

Qui Gesù dice “apertamente” il motivo per cui non ha risposto subito alla richiesta di Maria e Marta e ha lasciato invece che Lazzaro morisse: per creare in loro (e in noi che leggiamo!) la fede. Solo rifiutando di guarire Lazzaro e lasciandolo morire Gesù ha potuto dimostrare di essere la risurrezione e la vita. Certo, avrebbe potuto guarire Lazzaro prima, ma così si sarebbe dimostrato solo un potente guaritore o un bravissimo medico.

Ma noi abbiamo bisogno di più. Il nostro nemico più grande non è la malattia ma la morte. Se Gesù fosse potente da guarire i malati ma non da risuscitare i morti, non sarebbe un vero salvatore. Se l’amore di Dio ci potesse aiutare nella sofferenza ma non nella morte, non sarebbe degno della nostra fiducia. No, abbiamo bisogno di un salvatore potente da risuscitare i morti e del Dio il cui amore ci conserva persino attraverso la valle della morte. E per dimostrarsi questo potente salvatore e Dio amorevole, Gesù ha dovuto lasciar morire Lazzaro, perché solo così ha potuto, nel risuscitarlo, dare un segno concreto e convincente di essere la risurrezione e la vita, e di essere degno di tutta la nostra fiducia.

Quindi, possiamo riassumere tutto così: tanto è importante che crediamo in Gesù che Dio è disposto anche a lasciar morire se questo è quello che serve per portarci alla fede. L’amore è, in fondo, ciò che vuole bene all’altro, che gli vuole infatti il bene più grande. Ora, se il nostro bene più grande è di avere la vita eterna, e se possiamo avere la vita eterna solo credendo in Gesù, allora tutto quello che serve per condurci alla fede in Gesù è amore. Siccome la fede in Gesù è più importante della salute, più importante ancora della vita stessa, allora Dio ci ama quando fa ciò che occorre per portarci a essa, anche fino a lasciar morire. Questo è infatti il motivo per cui Gesù dice che seguire lui significa morire con lui, e con queste sue parole da Luca 9:23-24 concludiamo:

23 Diceva poi a tutti: «Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua. 24 Perché chi vorrà salvare la sua vita la perderà, ma chi avrà perduto la propria vita per causa mia la salverà.

Amen.

Giovanni 9: La benedizione della cecità

1) La luce del mondo (Giovanni 9:1-5)

1 Passando vide un uomo che era cieco fin dalla nascita. I suoi discepoli lo interrogarono, dicendo: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?» Gesù rispose: «Né lui ha peccato, né i suoi genitori; ma è così affinché le opere di Dio siano manifestate in lui. Bisogna che io compia le opere di colui che mi ha mandato mentre è giorno; la notte viene in cui nessuno può operare. Mentre sono nel mondo, io sono la luce del mondo».

Nel capitolo 9 del vangelo di Giovanni, vediamo cristallizzarsi alcuni dei temi principali sempre presenti nella narrativa sin dall’inizio: la luce contro le tenebre; il giorno contro la notte. Ricordiamo in particolare vv.4-9 del primo capitolo:

In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini. La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta. Vi fu un uomo mandato da Dio, il cui nome era Giovanni; egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo di lui. Egli stesso non era la luce, ma venne per rendere testimonianza alla luce. La vera luce che illumina ogni uomo stava venendo nel mondo.

Abbiamo visto nei vari episodi raccontati finora l’impatto di questa “vera luce” sul mondo delle tenebre, riassunto nel 3:19-21:

19 … la luce è venuta nel mondo, e gli uomini hanno amato le tenebre più della luce, perché le loro opere erano malvagie. 2Perché chiunque fa cose malvagie odia la luce e non viene alla luce, affinché le sue opere non siano scoperte; 21 ma chi mette in pratica la verità viene alla luce, affinché le sue opere siano manifestate, perché sono fatte in Dio.

Poi nel capitolo 7, abbiamo imparato che l’incomprensione e l’incredulità da parte dei molti nei confronti della luce non sono dovute solo al loro rifiuto di comprendere e credere ma anche (e soprattutto!) alla decisione da parte della luce stessa di splendere in modo da manifestarsi soltanto agli occhi della fede. Il conflitto fra Gesù e i Giudei nel capitolo 8 ha dimostrato l’assoluta incompatibilità della luce e le tenebre, l’impossibilità di conciliarsi o di concedere un momento di tregua (evidenziata dal tentativo dei Giudei di lapidare Gesù nel v.59). La guerra tra la luce di Dio e le tenebre del mondo infurierà finché non ci sia vincitore.

Ora, nel capitolo 9, questa guerra si concentra intorno a un povero uomo, mendicante perché “cieco fin dalla nascita”. Quest’uomo, pur essendo letteralmente cieco, diventa nel vangelo di Giovanni un simbolo della lotta tra la luce e le tenebre proprio perché la sua particolare afflizione è una vivida illustrazione della realtà spirituale che di solito passa inosservata. Giovanni riferisce la guarigione di quest’uomo come un fatto realmente avvenuto, ma vuole anche che vediamo in esso una sorta di parabola che rende visibile la guerra spirituale e anticipa quale ne sarà il risultato. Il suo scopo per noi lettori è che diventiamo più consapevoli della realtà invisibile in cui siamo costantemente immersi e della guerra spirituale in cui siamo sempre coinvolti, e che la nostra fede si rafforzi affinché, come dice Paolo in Efesini 6:13, possiamo “resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver compiuto tutto il [nostro] dovere”.

Ma dobbiamo essere cauti se, dopo aver letto i primi cinque versetti di Giovanni 9, pensiamo di poter prevedere già come andrà a finire. I discepoli servono da avvertimento, perché quando, in compagnia di Gesù, incontrano l’uomo cieco, credono di aver già intuito la causa della sua miseria:

«Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?»

Certo, ai discepoli resta il dubbio su chi ha sbagliato per aver causato la cecità dell’uomo, ma la possibilità che si sbaglino loro non gli viene affatto in mente. Sono convinti di aver inquadrato la situazione, e quindi (probabilmente) come si risolverà.

Ma alla loro domanda Gesù fa com’è solito fare e fa esplodere gli schemi:

Né lui ha peccato, né i suoi genitori; ma è così affinché le opere di Dio siano manifestate in lui.

Questo merita un momento di riflessione, perché come i discepoli, anche noi siamo propensi a ‘schematizzare’ la vita, soprattutto le sue difficoltà, per farcene una ragione, chiedendo: “perché è successo questo?”. Ma la Bibbia non ci permette di essere dogmatici sul “perché”. A volte nelle Scritture, la sofferenza è il castigo divino per il peccato. In Numeri 12, Miriam, la sorella di Mosè, viene colpita dalla lebbra perché comincia a parlare contro suo fratello. Ma non è sempre così. Giobbe infatti viene afflitto da una malattia molto dolorosa proprio perché rifiuta di rinunciare alla sua fede in Dio quando passa attraverso una serie di terribili tragedie.

Non possiamo dunque, in base alle Scritture, dire sempre con certezza che una particolare difficoltà è dovuta a una particolare causa. Questo è perché le Scritture, in genere, non sono neanche interessate a risolvere la questione, perché alla fine non aiuta. Che importanza ha veramente sapere “chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco”? Tanto l’uomo rimane cieco! No, quello che interessa alle Scritture (perché è quello che interessa a Gesù) è come “le opere di Dio” saranno “manifestate in lui” quando recupera la vista. Queste sono “le opere” che Gesù dice di essere stato mandato per fare: non per spiegare un filosofico “perché” della sofferenza, ma per disperdere le tenebre, per creare un nuovo giorno di luce e libertà, per rimediare a tutto quello che affligge e distrugge il buon creato di Dio. Questa è la luce che, se camminiamo in essa invece di preoccuparci di questioni inutili, renderà sicuro ogni nostro passo. Solo se ci atteniamo a ciò che Dio ha rivelato in Gesù possiamo vivere nel nuovo giorno che ha creato; tutto il resto appartiene alla notte.

Quindi, quando ci troviamo nella sofferenza, la nostra domanda non dovrebbe essere: “perché mi è successo questo?” ma piuttosto: “come manifesterà Dio la sua fedeltà, il suo potere, la sua grazia, e il suo amore in questo?” Spesso non potremmo mai sapere il perché, ma possiamo sempre essere certi che in tutto e in tutti Dio ha un disegno “affinché le sue opere siano manifestate”, affinché la sua luce risplenda sempre di più.

2) La nuova creazione (Giovanni 9:6-13)

Detto questo, sputò in terra, fece del fango con la saliva, gli spalmò il fango sugli occhi e gli disse: «Va’, làvati nella vasca di Siloe» (che significa «mandato»). Egli dunque andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Perciò i vicini e quelli che l’avevano visto prima, perché era mendicante, dicevano: «Non è questo colui che stava seduto a chiedere l’elemosina?» Alcuni dicevano: «È lui». Altri dicevano: «No, ma gli somiglia». Egli diceva: «Sono io». 10 Allora essi gli domandarono: «Com’è che ti sono stati aperti gli occhi?» 11 Egli rispose: «Quell’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me ne ha spalmato gli occhi e mi ha detto: “Va’ a Siloe e làvati”. Io quindi sono andato, mi son lavato e ho recuperato la vista». 12 Ed essi gli dissero: «Dov’è costui?» Egli rispose: «Non so». 13 Condussero dai farisei colui che era stato cieco. 14 Or era in giorno di sabato che Gesù aveva fatto il fango e gli aveva aperto gli occhi.

“Detto questo”, Gesù si mette subito al lavoro nel v.6. La sua metodologia nel guarire l’uomo può sembrare strana: sputa in terra, fa del fango e gli spalma il fango sugli occhi. Perché? Anche se il testo non ce lo dice esplicitamente, lascia intendere che Gesù fa sì che la guarigione del cieco sia considerata un atto di nuova creazione, un tema a cui abbiamo già accennato. Come Dio formò l’uomo dalla terra in Genesi 2, così Gesù “forma” dalla terra occhi nuovi che permetterà al cieco di vedere (e non solo fisicamente ma anche spiritualmente!). Questo è confermato quando scopriamo nel v.14 che:

…era in giorno di sabato che Gesù aveva fatto il fango e gli aveva aperto gli occhi.

Perché di nuovo è importante sapere questo come nel caso del paralitico in Giovanni 5? Sempre in Genesi 2, leggiamo che:

Il settimo giorno Dio compì l’opera che aveva fatta, e si riposò…

Mentre il sabato era dunque il giorno del riposo anche per i Giudei, Gesù continuava a operare perché, dopo la caduta di Genesi 3, c’era una nuova creazione da fare, di cui l’uomo cieco diventa un bellissimo campione. Finché non tutte le cose saranno fatte nuove (Apocalisse 21:5), Dio continuerà a operare, e così opera Gesù, non solo durante la settimana ma anche — e soprattutto — in giorno di sabato!

Ma di nuovo non tutti comprendono che la guarigione dell’uomo indica l’arrivo della nuova creazione in mezzo a quella vecchia. Non tutti rimangono convinti che è proprio lui, l’uomo nato cieco, che ora ci vede (v.9). Com’è possibile? Ma l’uomo insiste: “Sono io”, e la gente vuole sapere: “Com’è che ti sono stati aperti gli occhi?” (v.10). L’uomo non sa dire altro che nominare “quell’uomo che si chiama Gesù” (v.11), e la gente decide di portare il fatto all’attenzione dei farisei che dovrebbero essere in grado di constatare la verità.

3) Il giudizio delle tenebre (Giovanni 9:15-41)

1) La falsa indagine (9:15-23)

15 I farisei dunque gli domandarono di nuovo come egli avesse recuperato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». 16 Perciò alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non è da Dio perché non osserva il sabato». Ma altri dicevano: «Come può un uomo peccatore compiere tali segni?» E vi era disaccordo tra di loro. 17 Essi dunque dissero di nuovo al cieco: «Tu, che dici di lui, poiché ti ha aperto gli occhi?» Egli rispose: «È un profeta». 18 I Giudei però non credettero che lui fosse stato cieco e avesse recuperato la vista, finché non ebbero chiamato i genitori di colui che aveva recuperato la vista 19 e li ebbero interrogati così: «È questo vostro figlio che dite essere nato cieco? Com’è dunque che ora ci vede?» 20 I suoi genitori risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; 21 ma come ora ci veda non lo sappiamo, né sappiamo chi gli abbia aperto gli occhi; domandatelo a lui; egli è adulto, parlerà lui di sé». 22 Questo dissero i suoi genitori perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che se uno avesse riconosciuto Gesù come Cristo, sarebbe stato espulso dalla sinagoga. 23 Per questo i suoi genitori dissero: «Egli è adulto, domandatelo a lui».

Così nel v.15 incomincia il “processo” che concluderà alla fine del capitolo con un “giudizio” che dichiarerà il vincitore del conflitto tra la luce di Dio e le tenebre del mondo. Abbiamo iniziato il nostro studio caratterizzando questo conflitto come una “guerra”, e questo linguaggio resta ancora valido anche se adesso il testo ci costringe a parlarne in termini di un processo legale. In ogni caso, lo scontro è sempre presente, e quando non esiste possibilità di fare pace, ci potrà essere alla fine un solo vincitore.

I farisei aprono un’indagine per appurare i fatti. Dopo aver interrogato l’uomo, non si concordano sull’accaduto. Alcuni condannano Gesù a prescindere perché sembra aver violato il sabato, ma altri dubitano che un tale trasgressore possa “compiere tali segni” (v.16). Molti, inoltre, non credono neanche che l’uomo guarito sia stato veramente cieco. Decidono dunque di convocare e interrogare i genitori dell’uomo; chi conoscerà meglio l’uomo guarito se non i propri genitori? Però, di fronte alle domande dei Giudei, i genitori danno solo riposte evasive: “Sì, questo è nostro figlio. Sì, è nato cieco. Pare che adesso ci veda, ma come non lo sappiamo, e non lo sappiamo nemmeno chi l’abbia guarito. Se vi interessa avere risposte a queste domande, bisogna chiedere a lui, tanto è un adulto responsabile!”

Poi nel vv.22 Giovanni aggiunge un commento penetrante e illuminante:

22 Questo dissero i suoi genitori perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che se uno avesse riconosciuto Gesù come Cristo, sarebbe stato espulso dalla sinagoga.

Questo commento ci dice non solo che i genitori dell’uomo guarito probabilmente sanno più di quanto vogliano ammettere e rispondono così perché hanno paura dei Giudei, ma anche (e più importante ancora) che hanno paura perché i Giudei hanno “già” deciso di scomunicare dalla sinagoga chiunque avrebbe riconosciuto Gesù come Cristo, una punizione che all’epoca comportava non solo un’esclusione religiosa ma anche un totale ostracismo sociale. Ma più della severità delle conseguenze, qui scopriamo che il verdetto ricercato dai Giudei è stato già determinato in anticipo. Questo processo è una farsa, la loro indagine è falsa, perché la loro intenzione non è di scoprire la verità ma di sovvertirla! Hanno già nei loro cuori pronunciato giudizio contro Gesù e stanno solo cercando qualche pretesto per poterlo screditare pubblicamente. Se riescono a dimostrare che l’uomo apparentemente guarito è invece un bugiardo, possono accusare Gesù di inganno. Se l’uomo è stato effettivamente guarito, possono comunque condannare Gesù per aver violato il sabato.

B) La vera testimonianza (9:24-24)

24 Essi dunque chiamarono per la seconda volta l’uomo che era stato cieco, e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». 25 Egli dunque rispose: «Se egli sia un peccatore, non lo so; una cosa so: che ero cieco e ora ci vedo». 26 Essi allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?» 27 Egli rispose loro: «Ve l’ho già detto e voi non avete ascoltato. Perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare suoi discepoli anche voi?» 28 Essi lo insultarono e dissero: «Tu sei discepolo di costui! Noi siamo discepoli di Mosè. 29 Noi sappiamo che a Mosè Dio ha parlato; ma in quanto a costui, non sappiamo di dove sia». 30 L’uomo rispose loro: «Questo poi è strano, che voi non sappiate di dove sia; eppure mi ha aperto gli occhi! 31 Si sa che Dio non esaudisce i peccatori; ma se uno è pio e fa la volontà di Dio, egli lo esaudisce. 32 Da che mondo è mondo non si è mai udito che uno abbia aperto gli occhi a uno nato cieco. 33 Se quest’uomo non fosse da Dio, non potrebbe fare nulla». 34 Essi gli risposero: «Tu sei tutto quanto nato nel peccato e insegni a noi?» E lo cacciarono fuori.

È nel v.24 che i Giudei scoprono le loro carte quando di nuovo interrogano l’uomo guarito, ma questa volta le loro domande diventano un ordine quando cominciano a perdere la pazienza:

«Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore».

I Giudei non sono interessati alla verità; nessuna prova riuscirà a fargli cambiare idea. Hanno già determinato nelle loro menti che Gesù è un peccatore. Particolarmente indicativa è la frase: “Da’ gloria a Dio”, perché queste sono le stesse parole con cui Giosuè costringe Acan a confessare il peccato che ha commesso quando ha rubato alcuni dei tesori interdetti di Gerico (Giosuè 7:19). Nel contesto di Giosuè 7, Acan era stato già individuato dal Signore come il colpevole davanti a tutto il popolo d’Israele, quindi sarebbe stato inutile provare a negarlo. Qui la convinzione dei Giudei è altrettanto risoluta: “Dai, ammetti che Gesù è un peccatore, è inutile dire altrimenti”.

A questo punto, la testimonianza dell’uomo guarito costituisce un netto contrasto con le azioni dei Giudei. Mentre essi vogliono solo propagare falsità, l’uomo guarito può solo testimoniare la verità:

25 una cosa so: che ero cieco e ora ci vedo.

Quando i Giudei gli chiedono ancora come è stato guarito, l’uomo rimane quasi divertito:

27… Ve l’ho già detto e voi non avete ascoltato. Perché volete udirlo di nuovo?

Poi, forse un po’ ingenuamente (o forse anche no!), l’uomo gli fa una domanda provocatoria:

Volete forse diventare suoi discepoli anche voi?

A questo i Giudei replicano prima con insulti e disprezzo, ma poi la situazione diventa grave quando, ai loro occhi, quest’uomo “nato nel peccato” (v.34, e qui ricordiamo la domanda dei discepoli nel v.2) si arroga il diritto di insegnare a loro, i maestri istruiti e stimati. Chiaramente, l’uomo non si comporta in modo arrogante o presuntuoso nei loro confronti; egli testimonia soltanto la semplice verità che dovrebbe essere ovvia a qualsiasi osservatore obiettivo:

33 Se quest’uomo [Gesù] non fosse da Dio, non potrebbe fare nulla.

Il problema, però, è che nessuno qui è un osservatore obiettivo, e quindi, scandalizzati oltre misura, i Giudei cacciano l’uomo fuori, esattamente come i suoi genitori temevano.

C) Il grande rovescio (9:35-41)

35 Gesù udì che lo avevano cacciato fuori; e, trovatolo, gli disse: «Credi nel Figlio dell’uomo?» 36 Quegli rispose: «Chi è, Signore, perché io creda in lui?» 37 Gesù gli disse: «Tu l’hai già visto; è colui che ti sta parlando». 38 Egli disse: «Signore, io credo». E l’adorò. 39 Gesù disse: «Io sono venuto in questo mondo per fare un giudizio, affinché quelli che non vedono vedano, e quelli che vedono diventino ciechi». 40 Alcuni farisei, che erano con lui, udirono queste cose e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?» 41 Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane.

Pur essendo perso alla sinagoga, l’uomo viene trovato da Gesù. E non solo, perché è a questo punto che Gesù gli si rivela come il Cristo, il “Figlio dell’uomo”, e l’uomo guarito dalla cecità fisica viene guarito anche dalla cecità spirituale:

38 Egli disse: «Signore, io credo». E l’adorò.

È interessante che Gesù si riveli pienamente all’uomo solo dopo che viene espulso dai Giudei, come per sottolineare ancora una volta che bisogna credere per vedere, e non viceversa. Ma il punto principale è altro, ed è qui che scopriamo il risultato del processo, il vincitore del conflitto, cioè il “giudizio” che nel v.39 Gesù dice di essere venuto per fare. Qual è questo giudizio?

…affinché quelli che non vedono vedano, e quelli che vedono diventino ciechi.

Dobbiamo riflettere bene su questa frase in quanto distilla in poche parole tutto il messaggio di Giovanni 9. E, come detto prima, dobbiamo essere cauti nel presumere di sapere già che cosa significa.

Il significato della prima parte della frase — “affinché quelli che non vedono vedano” — è più trasparente. Questo descrive perfettamente l’esperienza dell’uomo nato cieco che poi viene guarito da Gesù. All’inizio del capitolo, era un misero mendicante a causa della sua cecità, ma dopo aver incontrato Gesù, è stato reso capace di vedere non solo con gli occhi del corpo ma anche con gli occhi della fede, e per questo ha creduto e anche adorato Gesù come il Signore.

Ma che cosa vuol dire la seconda parte della frase: affinché “quelli che vedono diventino ciechi”? Di nuovo, in un senso, anche questa è abbastanza chiara grazie all’esempio dei Giudei. Quando dichiarano nel v.24: “Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore”, lasciano intendere che loro, a differenza dell’uomo cieco, sono in grado di discernere la falsità in Gesù e non essere da lui ingannati. Lasciano intendere anche che loro, a differenza di Gesù, non sono peccatori. Poi, quando nel v.34 chiamano l’uomo guarito un peccatore che non ha nessun diritto di insegnare a loro, lasciano intendere che loro, a differenza di chiunque altro, sono i custodi e maestri della verità. In poche parole, questi sono quelli che “vedono” ma, dopo aver incontrato Gesù, diventano ciechi. La stessa luce che illumina gli occhi di uno può, come il sole, abbagliare gli occhi di un altro.

Ma è proprio qui che dobbiamo essere molto cauti, di non identificarci subito con il cieco che diventa vedente e dissociarci dai vedenti che diventano ciechi. Questo è il pericolo a cui abbiamo accennato prima, la presunzione di sapere come tutto andrà a finire. Il giudizio è questo, che Gesù ha fatto sì che “quelli che vedono diventino ciechi”; ma una volta diventati ciechi, non è possibile che valga anche per loro la prima parte del giudizio? Se i vedenti si trovano adesso nel posto occupato dal cieco, non è possibile che anche loro possano incontrare Gesù come Guaritore e non come Accecatore? È possibile che la luce del mondo che prima li ha abbagliati possa dopo illuminarli? Ricordiamoci che l’uomo che alla fine del capitolo è capace di vedere era cieco all’inizio; cioè anche lui ha dovuto essere per un tempo cieco affinché potesse essere guarito da Gesù. Non è possibile dunque che Dio deve far sì che tutti diventino ciechi affinché tutti diventino vedenti?

E se questo è vero — se la severità di Dio risulta alla fine benevola — non è possibile che sia vero anche il contrario — che la benevolenza di Dio può risultare alla fine severa? Quelli che prima erano ciechi ma poi guariti dalla grazia di Dio, possono presumere sempre di vedere mentre tutti gli altri sono ancora ciechi? Non può il loro vedere — tutto dovuto alla grazia di Dio — diventare una forma di cecità se s’insuperbiscono nei confronti dei non ancora guariti? E se succede questo, non può la benevolenza di Dio — la stessa benevolenza che li ha guariti dalla cecità — non può risultare severa nei loro confronti per umiliarli, per ricordargli che anche loro sono ciechi se non per la grazia che non hanno meritato?

Questo è infatti l’insegnamento di Paolo in Romani 11:17-23 dove, invece della cecità, usa l’analogia dei rami selvatici (cioè i ciechi) che vengono innestati al posto dei rami naturali (cioè i vedenti):

17 Se alcuni rami sono stati troncati, mentre tu, che sei olivo selvatico, sei stato innestato al loro posto e sei diventato partecipe della radice e della linfa dell’olivo, 18 non insuperbirti contro i rami; ma se ti insuperbisci, sappi che non sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te. 19 Allora tu dirai: «Sono stati troncati i rami perché fossi innestato io». 20 Bene: essi sono stati troncati per la loro incredulità e tu rimani stabile per la fede; non insuperbirti, ma temi. 21 Perché se Dio non ha risparmiato i rami naturali, non risparmierà neppure te. 22 Considera dunque la bontà e la severità di Dio: la severità verso quelli che sono caduti; ma verso di te la bontà di Dio, purché tu perseveri nella sua bontà; altrimenti, anche tu sarai reciso. 23 Allo stesso modo anche quelli, se non perseverano nella loro incredulità, saranno innestati; perché Dio ha la potenza di innestarli di nuovo.

Questo è infatti ciò che impariamo in Giovanni 9. Consideriamo la bontà e la severità di Dio, la bontà che guarisce i ciechi e la severità che acceca i vedenti, ma anche la bontà che può guarire i vedenti accecati e la severità che può accecare di nuovo i guariti. Non ci si può beffare di Dio, non si può prendere alla leggera la sua grazia né trattarla come la propria prerogativa. Se Dio nella sua severità benevola ci ha abbattuto affinché ci ravvedessimo, la sua benevolenza severa dovrebbe tenerci lì in ginocchio pentiti e contriti davanti a lui. Dobbiamo gioire perché in Gesù siamo diventati figli di Dio, ma non dobbiamo gioire perché siamo diventati figli di Dio noi non altri. Servite il Signore con timore e gioite con tremore” ci esorta Salmo 2:11, e il principio della saggezza è il timore del Signore” ci insegna Proverbi 9:10.

E alla fine, tutto questo è dovuto, come sempre, alla croce di Cristo a cui Giovanni 9 ci prepara ulteriormente. Qual è la risposta giusta se chiediamo: È la croce di Cristo la rivelazione della bontà di Dio o della severità di Dio? È la manifestazione della grazia di Dio o del giudizio di Dio? È il fulgore della luce che illumina gli occhi o che abbaglia gli occhi? La risposta non può essere “o questo o quello” ma “sia questo che quello”. La croce è il luogo dove Dio ha rivelato la sua bontà nella sua severità verso Gesù al posto di noi peccatori, ed è anche il luogo dove Dio ha rivelato la sua severità verso i nostri peccati nella sua bontà nel caricarli su Gesù. La croce ha manifestato la grazia di Dio nel giudicare in Gesù tutte le colpe del mondo, e ha manifestato anche il giudizio di Dio nel perdonarle tutte una volta per sempre. Sulla croce, Gesù si è dimostrato “la vera luce che illumina ogni uomo” (Giovanni 1:9), perché lì ha aperto gli occhi di un centurione pagano affinché credesse in lui, ma allo stesso tempo ha accecato gli occhi dei Giudei che potevano solo insultarlo come una pallida imitazione del Messia. Ma non va dimenticato che molti di questi stessi Giudei, quello stesso anno alla festa della Pentecoste, hanno ascoltato la testimonianza di Pietro e gli altri apostoli e, compunti nel cuore, si sono ravveduti anche loro e sono stati battezzati nel nome di Gesù per il perdono dei peccati (Atti 2:37-41).

Il messaggio di Giovanni 9 dovrebbe essere dunque semplice ma forte, incoraggiante ma impressionante, portando conforto ma anche facendo riflettere, sia per credenti sia per non credenti. Nessuno occhio è troppo cieco che Dio non lo possa guarire, e nessuno occhio è così guarito che non abbia ancora costante bisogno della grazia per non tornare a essere cieco. I vedenti devono umiliarsi sotto la severità benevola di Dio, confessando la loro cecità e ravvedendosi della loro illusione di poterci vedere. I ciechi devono rallegrarsi della benevolenza severa di Dio, che li ha fatti essere per un tempo ciechi affinché possano ora essere guariti e veder manifestarsi le opere di Dio in loro.

Concludiamo tornando a Romani 11 per vedere come Paolo ha concluso il discorso che abbiamo citato prima:

33 Oh, profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto inscrutabili sono i suoi giudizi e ininvestigabili le sue vie! 34 Infatti «chi ha conosciuto il pensiero del Signore? O chi è stato suo consigliere?» 35 «O chi gli ha dato qualcosa per primo, sì da riceverne il contraccambio?» 36 Perché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui sia la gloria in eterno. Amen.

Giovanni 7: Il Dio Velato

1) La Parola che rivela Dio

Arrivando al capitolo 7 del vangelo di Giovanni, “dopo queste cose” (v.1) riportate nel capitolo 6, ci vuole poco prima che ci accorgiamo di dover trattare una questione spinosa. Se, com’è necessario, teniamo sempre presente il prologo di Giovanni (1:1-18) mentre leggiamo questo capitolo, c’imbattiamo subito in una difficoltà. Se è vero che Gesù, la Parola di Dio, è venuto nel mondo per farci conoscere il Dio che nessuno ha mai visto, perché allora c’è così tanta confusione su chi è? Se la Parola è diventata carne per rivelare la gloria di Dio, perché la gente non riesce a vederla? Se Dio vuole che abbiamo idee chiare su chi è e qual è il suo proposito per noi, perché non ce le fa avere in modo che non rimanga più nessun dubbio? Questa domanda infatti è centrale in Giovanni 7. Notiamo quante volte, nonostante i tanti segni e discorsi di Gesù, c’è ancora tanta perplessità, e persino conflitto, sulla sua identità:

12 Vi era tra la folla un gran mormorio riguardo a lui. Alcuni dicevano: «È un uomo per bene!», altri dicevano: «No, anzi, svia la gente!» 13 Nessuno però parlava di lui apertamente, per paura dei Giudei.

15 Perciò i Giudei si meravigliavano e dicevano: «Come mai conosce le Scritture senza aver fatto studi?»

20 La gente rispose: «Tu hai un demonio! Chi cerca di ucciderti?»

25 Perciò alcuni di Gerusalemme dicevano: «Non è questi colui che cercano di uccidere? 26 Eppure, ecco, egli parla liberamente e non gli dicono nulla. Che i capi abbiano riconosciuto per davvero che egli è il Cristo? 27 Eppure, costui sappiamo di dov’è; ma quando il Cristo verrà, nessuno saprà di dove egli sia».

35 Perciò i Giudei dissero tra di loro: «Dove andrà dunque ché noi non lo troveremo? Andrà forse da quelli che sono dispersi tra i Greci, a insegnare ai Greci? 36 Che significano queste sue parole: “Voi mi cercherete e non mi troverete” e: “Dove io sarò, voi non potete venire”?»

40 Una parte dunque della gente, udite quelle parole, diceva: «Questi è davvero il profeta». 41 Altri dicevano: «Questi è il Cristo». Altri, invece, dicevano: «Ma è forse dalla Galilea che viene il Cristo? 42 La Scrittura non dice forse che il Cristo viene dalla discendenza di Davide e da Betlemme, il villaggio dove stava Davide?» 43 Vi fu dunque dissenso, tra la gente, a causa sua.

La domanda suscitata da questo capitolo non si limita solo ai Giudei all’epoca di Gesù; resta tuttora una domanda diffusa e pertinente. Quanto più facile, pensiamo, sarebbe testimoniare Gesù se Dio scrivesse nel cielo con le nuvole: “Io sono Dio! Credete in Gesù come vostro Signore e Salvatore!” Quanto più facile sarebbe parlare di lui se lui, come al battesimo di Gesù, desse conferma con la sua propria voce dicendo: “Questi sono i miei servi; ascoltateli!” E quanto più facile sarebbe credere se Dio si manifestasse in modo visibile e tangibile agli occhi di tutti. Sarebbe molto più difficile, se non impossibile, essere atei o agnostici nei suoi confronti, no? Perché invece sembra che Dio si veli, si nasconda, lasciando il mondo nelle tenebre di così tante religioni e filosofie false? Se Dio ha così tanto “amato il mondo che ha dato il suo unigenito Figlio affinché chiunque crede in lui non perisca ma abbia vita eterna” (3:16), perché non si rivela in modo che tutti non possano fare altro che credere?

Così infatti i fratelli di Gesù lo esortano a fare all’inizio di Giovanni 7:

Or la festa dei Giudei, detta delle Capanne, era vicina. [Questa festa, si ricordi, era una delle tre feste che gli ebrei erano obbligati a celebrare a Gerusalemme] 3 Perciò i suoi fratelli gli dissero: «Parti di qua e va’ in Giudea, affinché anche i tuoi discepoli vedano le opere che tu fai. Poiché nessuno agisce in segreto quando cerca di essere riconosciuto pubblicamente. Se tu fai queste cose, manifèstati al mondo».

A primo sguardo, i fratelli di Gesù (che, sì, sono i suoi veri fratelli, nati dopo di lui a Giuseppe e Maria dopo per vie naturali) sembrano essere motivati da buone intenzioni, ma Giovanni subito aggiunge il seguente commento:

Poiché neppure i suoi fratelli credevano in lui.

Qui vediamo perché è importante sapere (contrario all’insegnamento della Chiesa di Roma) che questi sono i veri fratelli di Gesù. Questi sono quelli che sono cresciuti insieme a Gesù, nella stessa famiglia, con gli stessi genitori, che dunque conoscono Gesù meglio di tutti gli altri. E se neppure loro credono in lui dopo tutto questo tempo, se pretendono che Gesù si manifesti in modo più chiaro e convincente prima di credere, allora che speranza c’è che qualcun altro crederà?

Per quanto inquietante, questa domanda lo diventa ancora di più nel caso di qualcuno che (a differenza dei fratelli di Gesù) sembra cercare il Signore con un sincero desiderio di credere ma non riesce a trovarlo, qualcuno che vuole sentire la sua voce ma sente solo il silenzio, qualcuno che chiede qualche piccolo segno della sua presenza ma non vede niente. Che facciamo nei confronti di chi echeggia le parole di Giobbe:

23:3 Oh, sapessi dove trovarlo! Potessi arrivare fino al suo trono! Esporrei la mia causa davanti a lui, riempirei d’argomenti la mia bocca. 5 Saprei quel che mi risponderebbe, capirei quello che avrebbe da dirmi…. Ma ecco, se vado a oriente, egli non c’è; se a occidente, non lo trovo; se a settentrione, quando vi opera, io non lo vedo; si nasconde egli a sud, io non lo scorgo.

Possiamo dunque formulare la difficoltà di Giovanni 7 con la seguente domanda: se in Gesù Dio è rivelato, perché invece rimane velato agli occhi di così tante persone? Una risposta, che è anche giusta, è che queste persone semplicemente non vogliono vedere, non vogliono capire, non vogliono credere. Come dice Giovanni 3:20:

Perché chiunque fa cose malvagie odia la luce e non viene alla luce, affinché le sue opere non siano scoperte.

Ma pur essendo giusta, questa risposta è solo parziale. Dobbiamo anche considerare che cosa ci insegna Giovanni 7.

2) La Parola che vela Dio

La risposta che troviamo in Giovanni 7 (in concomitanza con gli ultimi versetti del capitolo 6) è tutt’altro che confortante, almeno all’inizio. Innanzitutto, notiamo cosa dice il primo versetto:

1 Dopo queste cose, Gesù se ne andava per la Galilea, non volendo fare altrettanto in Giudea perché i Giudei cercavano di ucciderlo.

La prima frase: “Dopo queste cose” è molto importante perché collega ciò che segue nel capitolo 7 — in particolare la confusione, il dissenso e anche la rabbia violenta dei Giudei nei confronti di Gesù — con gli avvenimenti del capitolo 6. Quindi ci conviene ripassarli brevemente. Giovanni 6 apre con un altro dei segni miracolosi di Gesù, la moltiplicazione dei pani per la grande folla. Dopo, quando Gesù se ne va a un altro luogo e la folla lo segue, cercandolo “per farlo re” (v.15), Gesù risponde con un lungo discorso sulla vera natura del “pane che viene dal cielo” (v.32), l’unico pane che dà la vita eterna (v.27), il pane che è Gesù stesso (v.35). Il risultato è che molti si scandalizzano, “molti dei suoi discepoli, dopo aver udito, dissero: «Questo parlare è duro; chi può ascoltarlo?»” (v.60). Anziché accontentarli con un parlare più ‘orecchiabile’, Gesù gli rivolge altre parole dure e, di conseguenza, leggiamo che “da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui” (v.66). Sembra che Gesù stia provando deliberatamente a provocarli, a offenderli, a ridurre il numero dei suoi discepoli, proprio l’opposto dell’evangelizzazione!

Magari — potremmo pensare — si tratta solo di un caso eccezionale, o magari abbiamo solo noi capito male la sua intenzione. Certamente Gesù vuole attirare la gente a sé, non respingerla! Vuole farsi conoscere, non nascondersi! Ma quest’idea non sopravvive all’assalto del capitolo 7 quando Gesù, rispondendo all’appello dei suoi fratelli di manifestarsi pubblicamente alla festa a Gerusalemme, rifiuta completamente dicendo:

… «Il mio tempo non è ancora venuto; il vostro tempo, invece, è sempre pronto. Il mondo non può odiare voi; ma odia me, perché io testimonio di lui che le sue opere sono malvagie. Salite voi alla festa; io non salgo a questa festa, perché il mio tempo non è ancora compiuto». Dette queste cose, rimase in Galilea.

Ora, potremmo dedurre che Gesù rifiuti di andare a Gerusalemme perché lì i Giudei “cercavano di ucciderlo” (vs.1). È una spiegazione plausibile, ma non corretta. Se Gesù temesse la morte, non avrebbe fatto quel che leggiamo nel v.14:

14 Verso la metà della festa, Gesù salì al tempio e si mise a insegnare.

E ancora nei vv.37-38:

37 Nell’ultimo giorno, il giorno più solenne della festa, Gesù stando in piedi esclamò: «Se qualcuno ha sete, venga a me e beva. 38 Chi crede in me, come ha detto la Scrittura, fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno».

Facendo così, Gesù mette a rischio la sua vita, un fatto notato anche dalla gente nei vv.25-26. Quindi, il motivo principale per cui Gesù rifiuta di manifestarsi apertamente alla festa non può essere che abbia paura di morire. Gesù è pienamente consapevole che alcuni dei Giudei vogliono arrestarlo, ma è anche consapevole che nessuno gli metterà le mani addosso …

… perché l’ora sua non era ancora venuta. (v.30)

Quando Gesù dice che non salirà alla festa, vuol dire che non salirà con i suoi fratelli e nel modo in cui vogliono loro. Gesù ha ogni intenzione di andarci, confermato dal fatto che:

10 Ma quando i suoi fratelli furono saliti alla festa, allora vi salì anche lui; non palesemente, ma come di nascosto.

In netto contrasto con la pretesa dei suoi fratelli che lui si presenti a Gerusalemme come un VIP all’Ariston per il Festival di San Remo, Gesù ci va da solo, quasi in segreto, per evitare in tutti i modi di fare scalpore quando arriva.

Riassumiamo e consideriamo adesso gli straordinari fatti riferiti in questo capitolo: Gesù, venuto nel mondo per far conoscere Dio e il suo proposito, evita di farsi conoscere in modo chiaro e indubitabile proprio nel momento in cui ha l’occasione di farlo davanti al maggior numero possibile di persone. E se si chiede perché, non si può rispondere che Gesù fa questo involontariamente. Abbiamo visto che Gesù ha esplicitamente rifiutato la richiesta dei suoi fratelli di manifestarsi in modo eclatante e indiscutibile alla festa, che c’è andato piuttosto “come di nascosto”. E non si può rispondere nemmeno che Gesù lo fa per paura di morire; sa che l’ora sua non è ancora venuta.

Quindi, abbiamo una sola risposta che ci lascia sconvolti: Gesù vuole che la situazione descritta in Giovanni 7 sia così. Gesù non vuole chiarire ogni dubbio della gente. Gesù non vuole risolvere ogni dissenso. Gesù non vuole togliere ogni perplessità. Gesù non vuole presentarsi con prove talmente convincenti che tutti devono per forza riconoscere chi è. Diversamente, Gesù vuole rivelarsi ma solo in modo velato. Gesù vuole farsi conoscere ma solo in modo ‘difficilmente’ conoscibile. Se, come abbiamo imparato in Giovanni 5, il volere del Padre e del Figlio è un solo volere, dobbiamo concludere che quando Dio vuole rivelarsi, si rivela solo in modo velato. Quando Dio vuole farsi conoscere, si fa conoscere solo in modo ‘difficilmente’ conoscibile.

Perciò, per chi è familiare con il Gesù di Giovanni 7, non sarà sorprendente che Dio non fornisca prove innegabili della sua esistenza, che non dia segni visibili della sua presenza, che non si rivolga a noi con una voce udibile. È certamente capace di fare tutto ciò, e non bisogna escludere la possibilità che lo faccia in qualche caso raro, ma in Gesù scopriamo che in generale lui non lo fa perché non vuole farlo. Vuole invece rivelarsi in modo che rimanga allo stesso tempo velato a un gran numero di persone. Molti lo possono cercano, ma Dio non sempre vuole farsi trovare, come infatti Gesù dice nei vv.33-34:

33 Perciò Gesù disse: «Io sono ancora con voi per poco tempo, poi me ne vado a colui che mi ha mandato. 34 Voi mi cercherete e non mi troverete; e dove io sarò, voi non potete venire».

Questo è il Dio rivelato in Gesù. Siamo sgomenti?

3) La Parola che vela Dio per rivelarLo

A questo punto, è giusto chiedere: “ma perché?”. È giusto chiederlo, in primis perché il testo stesso c’invita a farlo, ma anche perché conoscere Dio è la cosa più importante della vita. Se la Parola è diventata carne per farci conoscere Dio, perché allora fa sì che quella conoscenza rimanga in gran parte inconoscibile? E come allora possiamo essere certi di conoscere Dio?

La risposta a queste domande la troviamo principalmente nei vv.14-24. La frase chiave si trova nel v.24 quando Gesù esorta i Giudei a:

24 Non giudicate secondo l’apparenza, ma giudicate secondo giustizia».

Cosa vuol dire? Chiaramente dobbiamo guardare i versetti precedenti. Cominciamo al v.21:

21 Gesù rispose loro: «Un’opera sola ho fatto, e tutti ve ne meravigliate. 22 Mosè vi ha dato la circoncisione (non che venga da Mosè, ma viene dai padri); e voi circoncidete l’uomo in giorno di sabato. 23 Se un uomo riceve la circoncisione di sabato affinché la legge di Mosè non sia violata, vi adirate voi contro di me perché in giorno di sabato ho guarito un uomo tutto intero?

Questa “opera sola” a cui Gesù si riferisce è quella narrata in Giovanni 5 quando ha guarito un paralitico, sempre a Gerusalemme (e quindi bene nota tra i Giudei), in giorno di sabato. I Giudei poi hanno condannato Gesù di aver trasgredito la legge del sabato e hanno anche cominciato a cercare di ucciderlo. Secondo Gesù, i Giudei hanno fatto così perché hanno giudicato “secondo l’apparenza” e non “secondo giustizia”. Per portare a galla la loro ipocrisia, Gesù cita l’esempio della circoncisione. Nella legge di Mosè, i bambini maschili andavano circoncisi l’ottavo giorno dopo la loro nascita (Levitico 12:3). Ma c’era un problema quando capitava che l’ottavo giorno era un sabato. Si creava un’apparente contraddizione. Per ubbidire alla legge della circoncisione, il bambino andava circonciso anche di sabato. Ma per ubbidire alla legge del sabato, il bambino non andava circonciso perché era un “lavoro”. Che fare allora? I Giudei risolvevano il dilemma cercando di intuire il vero “spirito” della legge, e concludevano che la circoncisione aveva precedenza sul sabato. Anche se, giudicando “secondo l’apparenza”, i Giudei violavano il sabato per circoncidere un bambino nell’ottavo giorno, essi si ritenevano giusti nel farlo perché giudicavano invece secondo la vera giustizia richiesta dalla legge.

Gesù parla dunque della capacità di discernere la verità che sulla superficie non è sempre subito apparente. Ciò che appare come un’infrazione della legge può essere invece l’adempimento della stessa quando il suo vero significato è compreso. Ecco perché Gesù sostiene che i Giudei sbagliavano nel condannarlo per aver guarito il paralitico in giorno di sabato: giudicavano solo secondo l’apparenza e non secondo la vera giustizia che la legge del sabato richiedeva. Non è la guarigione di un paralitico la massima espressione del riposo previsto dal sabato?

Ma notiamo che questo discorso di Gesù risponde all’accusa dei Giudei nel v.20:

20 La gente rispose: «Tu hai un demonio! Chi cerca di ucciderti?»

Vediamo qui che il conflitto più grande tra Gesù e i Giudei non riguarda questioni interpretative della legge mosaica, ma (come abbiamo visto ripetutamente in questo capitolo) l’identità di Gesù. È Gesù riempito da un demonio o dallo Spirito Santo? È Gesù il figlio del diavolo o il Figlio di Dio? Nell’accusare Gesù di avere un demonio, i Giudei giudicavano di nuovo “secondo l’apparenza”, ma questa volta in maniera molto più grave, quasi oltre il cosiddetto “punto del non ritorno”. Ma ricordiamoci: questo è il punto a cui Gesù costringe tutti ad arrivare, dove bisogna o condannarlo come il diavolo o cadere in ginocchio davanti a lui come il Signore.

Era proprio per spingere i Giudei a questo punto di decisione che Gesù gli ha detto nel v.19:

19 Mosè non vi ha forse dato la legge? Eppure nessuno di voi mette in pratica la legge! Perché cercate di uccidermi?»

Queste sono parole veramente provocatorie e offensive. Gesù sta nel tempio, nel cuore della fede giudaica, dove l’intero edificio e tutto il sistema esistono solo per adempiere la legge, dove i Giudei lì presenti impiegano tutte le loro forze e dedicano ogni aspetto della loro vita a questo unico scopo, di mettere in pratica tutta quanta la legge in ogni suo minimo dettaglio. E qui Gesù osa dire che nessuno di loro lo fa? Come si permette? Non è sorprendente che loro si arrabbiano e l’accusano di avere un demonio!

Questa però non è la prima volta che Gesù gli rivolge questa critica. Sempre nel capitolo 5, dopo la guarigione del paralitico, Gesù dichiara:

45 Non crediate che io sia colui che vi accuserà davanti al Padre; c’è chi vi accusa, ed è Mosè, nel quale avete riposto la vostra speranza. 46 Infatti, se credeste a Mosè, credereste anche a me; poiché egli ha scritto di me. 47 Ma se non credete ai suoi scritti, come crederete alle mie parole?

Questo ci aiuta a capire come mai Gesù può dire a questi Giudei devoti e zelanti che nonostante la loro scrupolosa osservanza della legge, non la mettono in pratica. Se avessero giudicato secondo giustizia, avrebbero capito che il vero scopo della legge di Mosè è di dare testimonianza di Gesù, e che l’unico modo dunque per mettere in pratica la legge è di credere in lui! Ma loro giudicavano secondo l’apparenza, e quindi potevano vedere Gesù solo come un demonio.

Abbiamo adesso una risposta parziale alla nostra domanda. Se la rivelazione di Dio rimane velata alla maggioranza, come possiamo essere certi di poterla apprendere? Bisogna penetrare nel profondo sotto la superficie. Bisogna discernere tra il vero e l’ovvio. Bisogna giudicare secondo giustizia e non secondo l’apparenza. In altre parole, bisogna guardare Gesù con gli occhi della fede. Ascoltiamo attentamente le parole di Gesù nei vv.16-18:

16 Gesù quindi rispose loro: «La mia dottrina [il termine tradotto “dottrina” significa semplicemente “insegnamento” in greco] non è mia, ma di colui che mi ha mandato. 17 Se uno vuole fare la volontà di lui, conoscerà se questa dottrina è da Dio o se io parlo di mio. 18 Chi parla di suo cerca la propria gloria; ma chi cerca la gloria di colui che l’ha mandato, è veritiero e non vi è ingiustizia in lui.

Gesù afferma ciò che il vangelo di Giovanni ha sempre sostenuto sin dal primo capitolo: Gesù è l’unica Parola per mezzo della quale Dio si rivela al mondo. L’insegnamento di Gesù non è di un maestro qualsiasi; è l’insegnamento che proviene da Dio stesso. Ma — e questo è il punto cruciale — solo chi “vuole fare la volontà” di Dio conoscerà questo insegnamento è da Dio. Cioè, solo chi crede già in lui, solo chi ha un cuore disposto a ubbidire alla sua sovrana volontà, solo chi ha rinunciato a qualsiasi presunzione di poter giudicare la sua parola e si lascia invece giudicare da essa, solo chi cerca non la propria gloria ma la gloria di Dio, solo questa persona sarà in grado di “giudicare secondo giustizia” e non “secondo l’apparenza”, e di poter conoscere Dio com’è rivelato in Gesù.

È chiaro in Giovanni 7 che non bisogna vedere per poter credere, ma bisogna credere per poter vedere! A questo punto nel vangelo, quanti segni hanno già visto i Giudei, compresa la guarigione del paralitico, eppure concludono che Gesù ha un demonio! La rivelazione di Dio rimane velata a tutti se non a quelli che la vedono con gli occhi della fede. La conoscenza di Dio, pur essendo completa in Gesù, è inconoscibile a tutti se non a quelli dal cuore umile e ubbidiente. La parola di Dio, pur essendo rivolta a tutti, è incomprensibile a tutti se non a quelli che abbandonano ogni forma di auto-giustificazione e si sottomettono senza riserve al suo giudizio.

Questo spiega perché Gesù rifiuta di fare un’apparenza strepitosa alla festa: avrebbe solo incoraggiato la gente a giudicare “secondo l’apparenza”. Questo spiega anche perché ancora oggi non esaudisce le nostre richieste (o più spesso alle nostre pretese!) di manifestarsi nei modi che noi esigiamo, secondo i criteri della fede che noi abbiamo stabilito, di darci le prove che ci permetterebbero di camminare per visione e non per fede. Se Dio sopraffacesse ogni dubbio o dissenso, se costringesse ogni ateo o agnostico di riconoscere la sua esistenza, se impiegasse la sua onnipotenza per distruggere ogni idolo, se gridasse ad alta voce in tutto il mondo, se mettesse segni nelle stelle e gettasse fuoco dal cielo, non lascerebbe spazio alla fede. Ma il Dio velato — il Dio rivelato in Gesù! — è il Dio che si può conoscere solo per fede.

Da che cosa si può riconoscere la fede che giudica secondo giustizia e distinguerla ogni altra forma di conoscenza che giudica secondo l’apparenza? Essa si accontenta di una sola cosa: la parola di Dio. Come Gesù ha detto nel capitolo 6:

63 È lo Spirito che vivifica; la carne non è di alcuna utilità; le parole che vi ho dette sono spirito e vita.

Qui Pietro è il modello della fede che vede ciò che rimane velato alla maggioranza che volta le spalle a Gesù:

67 Perciò Gesù disse ai dodici: «Non volete andarvene anche voi?» 68 Simon Pietro gli rispose: «Signore, da chi andremmo noi? Tu hai parole di vita eterna!»

Gesù ha le parole di vita eterna e nessun altro! Solo le sue parole — che ci sono state trasmesse nelle sacre Scritture — ci conferiscono spirito e vita! Altro non è di alcuna utilità! Senza la parola di Dio, nessun’altra rivelazione di Dio (per quanto miracolosa o tangibile) sarà mai sufficiente. Con la parola di Dio, nessun’altra rivelazione di Dio sarà mai necessaria.

Concludiamo tornando alla nostra domanda “perché”. Se la Parola è diventata carne per far conoscere Dio al mondo, perché fa sì che quella conoscenza rimanga inconoscibile a tutti se non a quelli che la ricevono con fede e ubbidienza? L’unica risposta che possiamo dare è quella accennata nella frase: “il mio tempo non è ancora venuto” (v.6). Sappiamo che il tempo a cui Gesù si riferisce è l’ora della sua morte sulla croce quando compirà la sua missione, la salvezza del mondo. Quell’ora sarà anche l’apice della rivelazione della gloria di Dio in lui (12:23-28). Ma chi potrebbe mai vedere la gloria di Dio nell’orrore della croce? Chi potrebbe comprendere l’amore di Dio nella violenza e nell’odio della croce? Chi potrebbe discernere la massima manifestazione della potenza di Dio nella totale debolezza di un uomo crocifisso? Non chi giudica secondo l’apparenza, ma solo chi guarda quell’uomo crocifisso con gli occhi della fede. E deve essere così! Solo in Cristo crocifisso Dio ha potuto salvare il mondo, e solo in Cristo crocifisso ha potuto rivelarsi al mondo, e quindi solo chi per fede vede il Cristo dietro il velo del crocifisso comprenderà questa salvezza e questa rivelazione.

Qui le parole di Paolo in 1 Corinzi 1:21-24 sono particolarmente adatte:

21 Poiché il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria sapienza, è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione. 22 I Giudei infatti chiedono miracoli e i Greci cercano sapienza, 23 ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo e per gli stranieri pazzia; 24 ma per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio.

Che Dio conceda a tutti la fede per conoscere Cristo nella predicazione del vangelo. Amen!

Giovanni 5:1-30: Come il Padre, Così il Figlio

1) Il Signore del sabato (Giovanni 5:1-18)

Continuando il nostro percorso nel vangelo di Giovanni, riprendiamo la narrativa nel capitolo 5 che riporta la guarigione di un paralitico.

A) La guarigione del paralitico (5:1-9)

1 Dopo queste cose ci fu una festa dei Giudei, e Gesù salì a Gerusalemme. Or a Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, c’è una vasca, chiamata in ebraico Betesda, che ha cinque portici. Sotto questi portici giaceva un gran numero d’infermi, di ciechi, di zoppi, di paralitici [, i quali aspettavano l’agitarsi dell’acqua, perché un angelo, in determinati momenti, scendeva nella vasca e agitava l’acqua; e il primo che vi scendeva dopo che l’acqua era stata agitata, era guarito di qualunque malattia fosse colpito]. Là c’era un uomo che da trentotto anni era infermo. Gesù, vedutolo che giaceva e sapendo che già da lungo tempo stava così, gli disse: «Vuoi guarire?» L’infermo gli rispose: «Signore, io non ho nessuno che, quando l’acqua è mossa, mi metta nella vasca, e mentre ci vengo io, un altro vi scende prima di me». Gesù gli disse: «Àlzati, prendi il tuo lettuccio e cammina». In quell’istante quell’uomo fu guarito; e, preso il suo lettuccio, si mise a camminare.

Lo svolgimento di questa storia non è complicato, (a parte qualche domanda che potrebbe suscitarsi a causa del materiale tra le parentesi nei vv.3-4 che probabilmente non si trovavano nel testo scritto da Giovanni). Gesù, arrivato a Gerusalemme per una festa, vede lì un uomo paralitico, e lo guarisce. L’uomo, che “da trentotto anni era infermo”, diventa immediatamente capace di alzarsi, prendere il suo lettuccio e camminare, grazie al potere compassionevole di Gesù.

Ma, come Giovanni ci ricorda ripetutamente, questo “miracolo” è in realtà un segno che mira non solo a guarire il paralitico, ma soprattutto di rivelare l’identità del Guaritore. Questo è evidente dal fatto che Giovanni dedichi meno spazio alla guarigione stessa (vv.1-9) che a quello che ne consegue: la reazione dei Giudei (vv.10-16) e il discorso di Gesù che spiega il significato del suo atto (vv.17-47). Cominciamo con la reazione dei Giudei:

B) Il giorno di sabato (5:10-16)

10 Quel giorno era un sabato; perciò i Giudei dissero all’uomo guarito: «È sabato, e non ti è permesso portare il tuo lettuccio». 11 Ma egli rispose loro: «Colui che mi ha guarito mi ha detto: “Prendi il tuo lettuccio e cammina”». 12 Essi gli domandarono: «Chi è l’uomo che ti ha detto: “Prendi [il tuo lettuccio] e cammina”?» 13 Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato, perché in quel luogo c’era molta gente. 14 Più tardi Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: «Ecco, tu sei guarito; non peccare più, ché non ti accada di peggio». 15 L’uomo se ne andò, e disse ai Giudei che colui che lo aveva guarito era Gesù. 16 Per questo i Giudei perseguitavano Gesù; perché faceva queste cose di sabato.

Due volte Giovanni ci informa che Gesù guarisce il paralitico quando è il giorno di sabato (vv.10, 16), Questo, e non il miracolo, diventa il motivo per cui i Giudei cominciano a perseguitare Gesù, e persino cercano di ucciderlo, perché nella Torah (e infatti nei Dieci Comandamenti) era severamente vietato agli ebrei fare qualsiasi tipo di “lavoro ordinario” (Esodo 20:8-11). Secondo i Giudei a Gerusalemme, chiaramente, la guarigione del paralitico è da considerarsi un “lavoro”, e di conseguenza Gesù è da condannare a morte. È interessante notare che nessuno si oppone a Gesù cercando smentire l’accaduto — tanto innegabile è il suo potere miracoloso. Ciò che scandalizza l’uomo moderno era per loro un fatto indiscutibile: Gesù era in grado di fare l’impossibile e guarire istantaneamente un uomo infermo da trentotto anni. Ciò invece che ha scandalizzato i Giudei è stato il giorno in cui Gesù l’ha fatto: il giorno di sabato, il giorno santo, riservato esclusivamente all’adorazione del Signore e dunque da non essere dedicato a nient’altro.

Potremmo chiederci: ma perché Gesù ha guarito il paralitico proprio allora? Non avrebbe potuto aspettare il giorno successivo per evitare di offendere i Giudei? Certo, Gesù avrebbe potuto aspettare il giorno successivo, ma così avrebbe minato lo scopo principale per cui ha compiuto il segno: dichiararsi il “Signore del sabato”. Questo titolo, riportato negli altri vangeli (Mt 12:8; Mc 2:28; Lc 6:5), è ovviamente assente dal racconto di Giovanni, ma troviamo lo stesso concetto nella semplice ma stupefacente riposta di Gesù nel v.17.

C) Il Padre mio opera (5:17-18)

17 Gesù rispose loro: «Il Padre mio opera fino ad ora, e anch’io opero». 18 Per questo i Giudei più che mai cercavano di ucciderlo, perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio.

Forse a noi queste parole di Gesù sembrano piuttosto innocue, ma non quando ne comprendiamo il pieno significato! Basta vedere la reazione dei Giudei: se prima hanno cercato di ucciderlo, ora, dopo aver sentito ciò che Gesù ha detto, lo fanno “più che mai”! Giovanni ci aiuta a capire la situazione: adesso il problema non è solo che Gesù ha violato il sabato guarendo il paralitico; ha anche chiamato “Dio suo Padre”, e così “si è fatto uguale a Dio”. Agli occhi dei Giudei, Gesù ha commesso la trasgressione più grave: la blasfemia. Ma perché i Giudei hanno interpretato (giustamente!) le parole di Gesù in questo modo? Perché “chiamare Dio suo Padre” equivale a “farsi uguale a Dio”. Non tutti la pensano così, come per esempio i Testimoni di Geova che non esitano a nominare Gesù “Figlio di Dio” pur ritenendolo un essere inferiore a Dio Padre.

Ci sono due cose importanti da tenere a mente. La prima è che la frase “figlio di…” era (ed è ancora oggi) per gli ebrei un modo di dire che significa “avere il carattere/la natura di…”. Spesso questo si perde in traduzione. Cito qualche esempio. In Genesi 12:4, leggiamo che “Abramo aveva settantacinque anni quando partì da Caran” per indirizzarsi verso la terra di Canaan. Nel testo ebraico si legge letteralmente: “Abramo [fu] figlio di settantacinque anni”. Ovviamente, non vuol dire che Abramo fu il figlio di un uomo chiamato “settantacinque anni”! Per indicare l’età in ebraico, si dice “figlio di … anni”. In questo caso, essere “figlio di settantacinque anni” descrive una caratteristica di Abramo: in quel momento aveva settantacinque anni. Un altro esempio si trova in 2 Samuele 12:5 quando il re Davide pronuncia la sentenza di morte: “Com’è vero che il Signore vive, colui che ha fatto questo merita la morte”. Ma nel testo ebraico, le parole letterali di Davide sono: “[è] figlio di morte colui che ha fatto questo”. Di nuovo, è palese che il colpevole qui non è letteralmente il figlio della morte. “Figlio di morte” significa invece che il colpevole è degno di morire per quel che ha fatto, che possiede il carattere di uno destinato alla morte.

Così, quando leggiamo in Giovanni 8:44 che Gesù chiama alcuni Giudei “figli del diavolo”, capiamo che ciò ha a che fare con la loro natura. Come il diavolo “è stato omicida fin dal principio e non si è attenuto alla verità”, così questi Giudei rigettano la verità insegnata da Gesù e cercano di ucciderlo. Lo stesso vale per ciò che Gesù dice di se stesso nel 5:17. Chiamando “Dio suo Padre”, Gesù si fa uguale a Dio, perché (usando questo modo di dire ebraico) dichiara così di possedere la stessa natura di Dio. Contrario a quanto sostenuto dai Testimoni di Geova, “essere Figlio di Dio” in questo senso vuol dire “essere uguale a Dio”. E come tale, Gesù asserisce: “il Padre mio opera fino ad ora, e anch’io opero”.

Questa è la seconda cosa importante da tenere a mente. Gesù la spiegherà in più dettaglio nel suo discorso successivo. In breve, vuol dire questo: Gesù rivendica il suo diritto di “trasgredire” la legge del sabato (anche se nel senso più vero non la trasgredisce ma l’adempie) perché è uguale a chi l’ha decretata. Gesù è uguale al Dio d’Israele che ha dato al suo popolo il comandamento del sabato in Esodo. Per questo motivo, il sabato non è il signore di Gesù, ma Gesù è il Signore del sabato! Nessuno tranne Dio potrebbe dire qualcosa del genere.

Ma le parole di Gesù significano anche di più. Ricordiamoci che quando Dio ha dato a Israele la legge del sabato in Esodo 20, ne ha spiegato il motivo così:

…poiché in sei giorni il Signore fece i cieli, la terra, il mare e tutto ciò che è in essi, e si riposò il settimo giorno; perciò il Signore ha benedetto il giorno del riposo e lo ha santificato. (v.11)

Quindi, Gesù dice anche di essere uguale al Dio che “nel principio … creò i cieli e la terra” (Genesi 1:1), e di operare proprio come opera il Padre sin d’allora. Se Dio opera anche il giorno di sabato (che nessuno dei Giudei negherebbe, sapendo che la continua esistenza del creato dipende costantemente dal sostegno del Creatore), così il Figlio — che è uguale al Padre — ha anche lui l’autorità di operare anche il giorno di sabato. Infatti deve operare, altrimenti l’intero creato, compresi i suoi avversari, cesserebbero di esistere! Gesù dice in effetti: “Voi volete uccidermi perché opero di sabato, ma non sapete che se io smettessi mai di operare, voi smettereste di vivere!” Ecco perché le parole di Gesù hanno così tanto indignato i Giudei!

A questo punto, Gesù si approfitta del momento per approfondire il significato di ciò che ha appena detto. Cosa significa che l’opera di Gesù è uguale all’opera di Dio Padre, e che importanza ha non solo per i Giudei d’allora ma per noi oggi? Proseguiamo al suo discorso nei versetti successivi.

2) Come il Padre, così anche il Figlio (5:19-30)

19 Gesù quindi rispose e disse loro: «In verità, in verità vi dico che il Figlio non può da se stesso fare cosa alcuna, se non ciò che vede fare dal Padre; perché le cose che il Padre fa, anche il Figlio le fa ugualmente. 20 Perché il Padre ama il Figlio e gli mostra tutto quello che egli fa; e gli mostrerà opere maggiori di queste, affinché ne restiate meravigliati.

21 Infatti, come il Padre risuscita i morti e li vivifica, così anche il Figlio vivifica chi vuole.

22 Inoltre, il Padre non giudica nessuno, ma ha affidato tutto il giudizio al Figlio, 23 affinché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio non onora il Padre che lo ha mandato.

24 In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato ha vita eterna; e non viene in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. 25 In verità, in verità vi dico: l’ora viene, anzi è già venuta, che i morti udranno la voce del Figlio di Dio; e quelli che l’avranno udita, vivranno. 26 Perché come il Padre ha vita in se stesso, così ha dato anche al Figlio di avere vita in se stesso;

27 e gli ha dato autorità di giudicare, perché è il Figlio dell’uomo.

28 Non vi meravigliate di questo; perché l’ora viene in cui tutti quelli che sono nelle tombe udranno la sua voce e ne verranno fuori: 29 quelli che hanno operato bene, in risurrezione di vita; quelli che hanno operato male, in risurrezione di giudizio.

30 Io non posso fare nulla da me stesso; come odo, giudico, e il mio giudizio è giusto, perché cerco non la mia propria volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.

È più facile capire il senso di questo discorso quando constatiamo che forma un chiasmo, cioè una struttura letteraria che consiste nel ripetere due serie di frasi o concetti, la seconda volta nell’ordine inverso rispetto alla prima. Vediamo che l’inizio del discorso corrisponde alla fine (vv.19-20), che il mezzo del discorso ne costituisce il cuore (vv.24-26), e che gli altri due set intermediari si rispecchiano a vicenda (vv.21 e 28-29, vv.22-23 e 27). Quindi, ci sono in totale quattro raggruppamenti di materiale che tratteremo uno per uno.

A) Il Figlio fa le cose che fa il Padre (vv.19-20, 30)

Nel primo raggruppamento, troviamo che Gesù afferma: “il Figlio non può da se stesso fare cosa alcuna” (v.19), e similmente: “Io non posso fare nulla da me stesso” (v.30). A prima vista, questo potrebbe dare l’impressione (come infatti sostengono i Testimoni di Geova) che Gesù si ritiene inferiore a Dio. Ma leggendolo attentamente, scopriamo che non è per niente così. Se Gesù fosse inferiore a Dio, non potrebbe affermare subito dopo: “perché le cose che il Padre fa, anche il Figlio le fa ugualmente”. In altre parole, tutto ciò che il Dio onnipotente è capace di fare, anche il Figlio è capace di farlo. Non c’è nulla che il Padre possa fare che il Figlio non possa fare ugualmente. Ma questo non sarebbe vero, però, se il Figlio non fosse uguale a Dio!

Perché allora Gesù dice che “non può da se stesso fare cosa alcuna”? Il motivo è semplice: Gesù rifiuta di volere o di operare da solo, ma solo unitamente al volere e all’operare del Padre. Come il Padre e il Figlio, pur essendo due persone distinte, hanno un solo essere divino, così hanno un solo volere e un solo operare. Il Figlio non fa mai qualcosa che non fa il Padre, e il Padre non fa mai qualcosa che non fa il Figlio. È vero che c’è un ordine: il Padre “mostra [al Figlio] tutto quello che egli fa”, che il Padre manda il Figlio, e non viceversa. Ma resta comunque vero che non c’è opera del Padre che non venga operata ugualmente dal Figlio. Se il Figlio fa qualcosa, sappiamo è perché il Padre fa lo stesso. Se il Figlio non fa qualcosa, è perché il Padre non fa quella cosa.

B) Risurrezione (vv.21, 28-29)

I prossimi due raggruppamenti nel discorso forniscono due esempi specifici di questi co-volere e co-operare del Padre e del Figlio. (Sarebbe anche giusto aggiungere lo Spirito Santo in quanto terza persona divina della Trinità. Ma poiché il discorso di Gesù parla specificamente del Padre e del Figlio, ci atterremo a questo.) Il primo esempio, che troviamo nel v.21 e poi di nuovo nei vv.28-29, riguarda l’opera della risurrezione: “come il Padre risuscita i morti e li vivifica, così anche il Figlio vivifica chi vuole”. Tutti infatti saranno risuscitati alla fine dell’età presente: “quelli che hanno operato bene, in risurrezione di vita; quelli che hanno operato male, in risurrezione di giudizio”.

(Apro qui una piccola parentesi affinché non si fraintenda il significato di questa frase. Cosa vuol dire, secondo Gesù, “operare bene”? Ce lo dice nel capitolo successivo, v.29: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato». “Quelli che hanno operato bene”, che erediteranno la vita eterna, non sono dunque le persone che l’hanno meritata tramite le loro opere buone, ma che hanno semplicemente creduto in Gesù. Chiusa parentesi.)

Come solo Dio ha il potere di chiamare all’esistenza i cieli e la terra dal nulla, così solo Dio ha il potere di chiamare in vita i morti dalla tomba, e questo è esattamente ciò che fa anche il Figlio insieme al Padre. Poiché il Figlio fa sempre la volontà del Padre, il Figlio vuole risuscitare chi il Padre vuole risuscitare. Poiché il Figlio fa ugualmente ciò che fa il Padre, il Padre vivifica chi il Figlio vivifica.

C) Giudizio (vv.22-23, 27)

Lo stesso concetto applica anche al giudizio, come Gesù afferma nei vv.22-23 e 27. Nell’Antico Testamento, l’autorità di giudicare il mondo è riservata esclusivamente a Dio (Deut. 32:35), ma qui Gesù la rivendica per se stesso! Questo non contraddice l’Antico Testamento, perché come abbiamo imparato, tutto ciò che il Padre fa, il Figlio lo fa ugualmente. E Dio lo vuole così, “affinché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre”. Il Figlio fa le stesse opere del Padre, ed è dunque degno della stessa gloria, la stessa lode e la stessa adorazione che spettano soltanto a Dio. Tanto è vero questo che “chi non onora il Figlio non onora il Padre che lo ha mandato”.

Questa è l’ironia dei Testimoni di Geova: reputano il Figlio inferiore al Padre perché pensano di dare così il giusto onore a Dio, ma non si rendono conto che quando non onorano il Figlio come il Padre, non onorano nessuno dei due! Così è per tutte le religioni del mondo: se non adorano Gesù come l’unico vero Dio, non adorano l’unico vero Dio. Non importa quanto si loda “Dio” se non si loda Gesù. Ecco perché Gesù deve essere al centro non solo di tutto il nostro pensare e di tutto il nostro parlare di Dio ma anche di tutto il nostro adorare Dio.

D) Vita eterna (vv.24-26)

Così arriviamo al cuore del discorso, vv.24-26, dove scopriamo l’immensa importanza del co-volere e del co-operare del Padre e del Figlio (senza ovviamente dimenticarci dello Spirito Santo). È letteralmente una questione di vita eterna o morte eterna:

24 In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato ha vita eterna; e non viene in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita.

Chi non viene in giudizio ma eredita la vita eterna? Notiamo bene: “chi ascolta la mia parola” — cioè la parola di Gesù — “e crede a colui che mi ha mandato” — cioè il Padre. Abbiamo capito? Noi possiamo credere al Padre solo nella misura in cui ascoltiamo Gesù. Questo è perché quando Gesù parla, è la parola del Padre che ascoltiamo, e quando il Padre vuole portarci a credere in lui, ci parla per mezzo (e solo per mezzo!) di Gesù. Ma come potrebbe essere vero questo se il Figlio e il Padre non fossero uguali, se non fossero identici il loro volere e il loro operare? Ascoltare Gesù equivale ad ascoltare Dio, ma il rifiuto di credere in Gesù equivale al rifiuto di credere in Dio. La vita che il Padre ha “in se stesso”, la vita da cui il nostro destino eterno dipende, la vita a cui siamo stati creati per partecipare, è proprio la vita che il Figlio ha in se stesso, ed è solo nel Figlio che noi abbiamo accesso a questa vita, perché solo il Figlio ha assunto la nostra umanità per poter condividere con noi umani la vita che ha il Padre (v.26).

Questi sono pensieri molto profondi, e magari non di facile o immediata comprensione. Forse ci aiuterà un piccolo esercizio d’immaginazione. Immaginiamo (come dicono i Testimoni di Geova) che Gesù non fosse uguale a Dio in ogni senso, e che dunque neanche il suo operare fosse identico a quello di Dio in ogni senso. Quali sarebbero le conseguenze? In primo luogo, significherebbe che in Gesù non avremmo a che fare con Dio stesso. Gesù sarebbe come tutti gli altri profeti o messaggeri angelici, un intermediario che tiene il “mittente” lontano dai “destinatari”. Dio rimarrebbe sempre a distanza da noi, sempre inaccessibile, sempre invisibile, sempre inconoscibile direttamente. Stare in presenza di Gesù non sarebbe stare in presenza di Dio, e quindi non potremmo mai avere in Gesù una relazione personale con Dio. Gesù sarebbe invece un muro invalicabile tra Dio e noi.

In secondo luogo, non potremmo mai essere totalmente certi che quando ascoltiamo le parole di Gesù, ascoltiamo le parole di Dio stesso. Come potremmo essere certi che qualcosa non è andato perso nel passaggio da Dio a Gesù, e poi da Gesù a noi? Senza avere accesso diretto alla voce di Dio, non potremmo mai verificare se la voce di Gesù comunicasse perfettamente la volontà di Dio. Per quanto affidabile, Gesù sarebbe sempre una creatura di Dio, un uomo come noi, e come tale sarebbe sempre fallibile. Quindi, la nostra fede, basata com’è sulla parola di Gesù, sarebbe solo un salto cieco nel vuoto.

In più, non potremmo mai essere pienamente convinti che il sacrificio di Gesù sulla croce per noi è la manifestazione dell’amore di Dio per noi. Se il cuore di Gesù non fosse il cuore di Dio, come potremmo sapere se l’amore di Gesù per noi è uguale all’amore di Dio per noi? Se la grazia di Gesù nel perdonare i peccatori non fosse identica alla grazia di Dio nel perdonare i peccatori, come potremmo essere rassicurati che, pur essendo perdonati da Gesù, siamo stati anche perdonati da Dio? Potrebbe essere possibile che Gesù, essendo anche uomo, fosse più comprensivo, più compassionevole di Dio nei nostri confronti, più disposto a perdonarci. Come potremmo avere pace nel sapere di essere giustificati in Gesù, se non fossimo certi che il giudizio pronunciato da Gesù è lo stesso pronunciato da Dio? Non sarebbe possibile che, dopo una vita passata a credere di essere giusti davanti a Gesù arrivassimo al giudizio finale di Dio solo per scoprire che non siamo giusti anche davanti a lui? Nonostante la nostra fiducia in Gesù, avremmo sempre paura, o almeno tanti dubbi, che Dio (che resterebbe celato nell’ombra dietro le sue spalle) ci amasse come ci ami Gesù. Crollerebbe così tutta la nostra speranza, l’unica cosa che ci permette di superare le difficoltà e le prove dei tutti i giorni.

Così, vediamo quanto è importante sapere questa verità, che il Figlio (insieme allo Spirito) è uguale al Padre, e che tutte “le cose che il Padre fa, anche il Figlio le fa ugualmente” (v.19). Ciò che potrebbe sembrare una nozione teologica poco pratica è in realtà la base e la forza della nostra fiducia in Dio e la nostra speranza per il futuro. Grazie a questa verità, sappiamo che quando abbiamo a che fare con l’uomo Gesù, abbiamo a che fare anche con Dio stesso; sappiamo di avere accesso diretto al Padre, di avere una relazione personale con lui, perché Gesù non è un mero tramite; egli è uno con il Padre, e il Padre è uno con lui. Non dobbiamo mai chiedere come Filippo nel 14:8: “mostraci il Padre!”, perché, come gli risponde Gesù: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (v.9).

Amen e amen!

Giovanni 3:1-17: La libertà della Parola di Dio

Giovanni 3:1-13

1 C’era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo, uno dei capi dei Giudei. Egli venne di notte da lui e gli disse: «Rabbì, noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio; perché nessuno può fare questi segni che tu fai, se Dio non è con lui». Gesù gli rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio». Nicodemo gli disse: «Come può un uomo nascere quando è già vecchio? Può egli entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere?» Gesù rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non ti meravigliare se ti ho detto: “Bisogna che nasciate di nuovo”. Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito».

Nicodemo replicò e gli disse: «Come possono avvenire queste cose?» 10 Gesù gli rispose: «Tu sei maestro d’Israele e non sai queste cose? 11 In verità, in verità ti dico che noi parliamo di ciò che sappiamo, e testimoniamo di ciò che abbiamo visto; ma voi non ricevete la nostra testimonianza. 12 Se vi ho parlato delle cose terrene e non credete, come crederete se vi parlerò delle cose celesti? 13 Nessuno è salito in cielo, se non colui che è disceso dal cielo: il Figlio dell’uomo. 14 E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato, 15 affinché chiunque crede in lui [non perisca, ma] abbia vita eterna. 16 Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. 17 Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

1) Introduzione: la luce splende nelle tenebre

Il prologo di Giovanni (1:1-18) riassume tutto il contenuto del vangelo e ne anticipa i temi principali. Per capire pienamente questo stupendo brano, dunque, è necessario leggere il resto del vangelo. Ma è vero anche l’opposto: per capire il resto del vangelo è necessario sempre tenere a mente le parole del prologo, e in particolare La Parola che ne è il centro. Dopo il prologo, Giovanni non applica mai più il termine “parola” a Gesù nel vangelo, ma non per questo cessa di essere importante. La Parola che era Dio e con Dio nel principio prima della creazione e che poi è diventata carne per abitare per un tempo in mezzo a noi, questa è la stessa che vediamo in azione in quanto segue.

Vediamo infatti come rivela la sua gloria — la gloria di Dio stesso — ma in un modo che sembra opposto alle nostre solite nozioni di gloria. Per questo, la gloria della Parola, di Gesù Cristo, risulta celata alla maggior parte delle persone che la vede. Di conseguenza, quando Gesù viene in casa sua, nel mondo che lui ha fatto, i suoi non lo ricevono. La luce di Gesù splende nelle tenebre, ma le tenebre non sono in grado di comprenderla (1:5). Infatti, come Giovanni dice nel 3:19:

Il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, e gli uomini hanno amato le tenebre più della luce, perché le loro opere erano malvagie.

Nel secondo capitolo di Giovanni, Gesù fa splendere la luce della sua gloria a un matrimonio in Cana, cambiando l’acqua in vino, ma fra tutti gli invitati solo i discepoli la vedono e credono. Dopodiché, Gesù fa splendere la sua luce nelle tenebre del tempio alla festa di Pasqua, cacciando i mercanti e dichiarando se stesso il vero tempio. I Giudei lì presenti fraintendono però questo gesto, e neanche i discepoli lo capiscono fino a dopo la sua risurrezione (2:18-22). Commentando questo episodio, Giovanni aggiunge che mentre “molti credettero nel suo nome vedendo i segni che egli faceva”, “Gesù non si fidava di loro, perché conosceva tutti” e anche “quello che era nell’uomo” (2:23-25). Questo è perché, come Giovanni ha scritto nel prologo, Gesù è “la vera luce che illumina ogni uomo” (1:9). Alla luce di Gesù, ciò che nelle tenebre appare come fede si rivela come incredulità, e ciò che sembra giusto viene smascherato come ingiustizia. Nelle sue tenebre, l’uomo ama ciò che Dio odia, e odia ciò che Dio ama, ma sotto lo scrutinio della luce di Gesù tutto viene esposto per quello che è veramente.

2) Nicodemo incontra la Parola

Questo ci porta all’inizio del capitolo 3. Giovanni prosegue la sua narrativa dicendo che:

1 C’era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo, uno dei capi dei Giudei. Egli venne di notte da lui e gli disse: «Rabbì, noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio; perché nessuno può fare questi segni che tu fai, se Dio non è con lui».

Probabilmente questo Nicodemo — un uomo chiaramente molto importante e influente tra i Giudei, essendo un fariseo e un capo del popolo — era tra coloro che pochi versetti prima “credettero” in Gesù dopo i segni compiuti nel tempio. Insieme a questi altri, Nicodemo è arrivato alla conclusione che Gesù è “un dottore venuto da Dio”, ed è presumibilmente curioso di scoprirne di più. Deve essere rimasto davvero scioccato, quindi, quando Gesù risponde in modo strano, brusco, se non un po’ (almeno apparentemente) sgarbato:

Gesù gli rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio».

Cosa? Che significa? Come consegue logicamente da quello che Nicodemo ha detto? La risposta di Gesù sembra venire da nulla, come se lui fosse coinvolto in un dialogo completamente diverso. Nicodemo, infatti, esprime la sua perplessità nel versetto successivo:

4 Nicodemo gli disse: «Come può un uomo nascere quando è già vecchio? Può egli entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere?»

Qui Nicodemo vuole dire non solo che le parole di Gesù sembrano poco pertinenti all’occasione ma anche che non hanno proprio senso. È possibile che un uomo come Nicodemo, già di una certa età, possa rientrare nel grembo di sua madre e rinascere? E come risponde Gesù? Chiede scusa per essere stato poco chiaro, o si esprime con parole più semplici? No, anzi ripete semplicemente la stessa cosa:

Gesù rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio.

È vero che Gesù prosegue per spiegarsi più in dettaglio, ma lungi dal rendersi più comprensibile, non fa altro che esasperare la confusione di Nicodemo.

Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non ti meravigliare se ti ho detto: “Bisogna che nasciate di nuovo”. Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito». Nicodemo replicò e gli disse: «Come possono avvenire queste cose?»

3) La libertà della Parola

A questo punto vediamo emergere un tema importante: la libertà assoluta della Parola di Dio. (Qui il termine “parola” è da intendersi come la Parola del 1:1, ma anche in senso secondario come le Scritture per mezzo delle quali la Parola si fa presente e parla con noi.) Per capire meglio questo tema, sarà utile rintracciare i nostri passi. Abbiamo visto all’inizio del capitolo che Nicodemo, avendo in un certo senso creduto in Gesù, viene da Gesù per saperne di più. Ma il lettore attento avrà già notato che qualcosa non va: Nicodemo viene da Gesù “di notte”. Magari Nicodemo aspetta che si faccia notte prima di incontrare Gesù perché, essendo appunto un fariseo e uno dei capi dei Giudei, mette a rischio la sua posizione e reputazione, specie perché il gesto di Gesù nel tempio era malvisto da tanti dei suoi colleghi. In ogni caso, nonostante le motivazioni di Nicodemo, il fatto che venga da Gesù di notte è, secondo Giovanni, un indizio che appartiene ancora al mondo delle tenebre, che la sua fede è in realtà incredulità mascherata.

Nei vv.11-12, infatti, Gesù dice questo esplicitamente a Nicodemo:

11 In verità, in verità ti dico che noi parliamo di ciò che sappiamo, e testimoniamo di ciò che abbiamo visto; ma voi non ricevete la nostra testimonianza. 12 Se vi ho parlato delle cose terrene e non credete, come crederete se vi parlerò delle cose celesti?

È difficile avere certezza sul motivo per cui Gesù parla qui nella prima persona plurale. Potrebbe riferirsi alla testimonianza precedente di Giovanni il battista, oppure (e forse più probabile) si riferisce al Padre e allo Spirito Santo che attraverso le profezie delle Scritture e le opere di Gesù testimoniavano anche essi (5:37-47). In ogni caso, è chiaro qui che Gesù giudica che Nicodemo e gli altri Giudei non hanno ricevuto la loro testimonianza e non hanno creduto quando Gesù ha parlato.

Ma cosa diciamo allora delle prime parole di Nicodemo che sembrano una confessione di fede genuina: “Rabbì [un titolo onorifico dato ai maestri di grande stima], noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio; perché nessuno può fare questi segni che tu fai, se Dio non è con lui”. Se teniamo presente il suo ruolo come fariseo e capo dei Giudei, possiamo intuire che Nicodemo sta dicendo in pratica: “Dopo aver valutato i meriti dei segni che tu fai, Gesù, io e altri miei colleghi, esperti tutti nelle Scritture e scrupolosi nell’osservare le leggi divine, siamo arrivati alla conclusione che tu sei un maestro mandato da Dio. Come sai, io sono uno dei capi dei Giudei e come tale è la mia responsabilità accertare che nessuno insegni dottrine fuorvianti nel nome del Signore. Vorrei autorizzarti ufficialmente come maestro in Israele, ma non tutti i miei colleghi sono ancora convinti, e quindi ho bisogno di chiarire alcuni punti con te…”.

Allora, qualcuno potrebbe chiedere a questo punto: “Ma che problema c’è? Nicodemo non ha confessato fede in Gesù come uno mandato da Dio? Forse la sua fede non è perfetta, forse gli manca un po’ di conoscenza, ma non ha cercato Gesù proprio per saperne di più? I segni compiuti da Gesù non miravano proprio a suscitare questo tipo di desiderio?” Di nuovo, dobbiamo ricordarci che Gesù non giudica in base alle apparenze ma, come “la vera luce che illumina ogni uomo”, penetra sotto la superficie e scopre quello che c’è veramente nel cuore umano. Ed è questa luce penetrante che Gesù fa splendere nelle tenebre nascoste di Nicodemo quando risponde: “In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio” (v.3). Abbiamo detto che questo è un esempio della libertà assoluta della Parola di Dio. Che cosa significa?

A) Libertà dal giudizio

In primo luogo, significa che la Parola di Dio è libera da ogni giudizio umano, sia dalla negazione di chi la rifiuta sia dall’approvazione di chi la riceve. Vediamo questo nel modo in cui Gesù risponde a Nicodemo. Il fatto che la prima risposta di Gesù sia imprevista e incongrua nel contesto del loro dialogo mostra che egli non è costretto a conformarsi agli schemi che l’uomo cerca di imporgli. Il fatto che la seconda risposta di Gesù ribadisca solo quanto detto nella prima mostra che non c’è altro giudice della veridicità della Parola all’infuori della Parola stessa. Questa Parola, ricordiamoci, era “nel principio”, “con Dio” e “Dio” stesso, la Parola per mezzo della quale tutte le cose sono state fatte. Quale di queste cose, dunque, potrebbe erigersi al di sopra di questa Parola per poterla giudicare? O quale di queste cose potrebbe affiancarsi a questa Parola per aiutarla a fornire ulteriori prove della sua potenza e divinità?

L’attendibilità di questa Parola non viene smentita da chi la contesta, e l’efficacia della Parola non viene convalidata da chi la accetta. Il problema della “fede” di Nicodemo che Gesù illumina è proprio quest’idea: “noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio” perché ti abbiamo sottoposto al nostro giudizio, perché abbiamo messo alla prova i segni che hai compiuto, e abbiamo determinato che sei colui che dici di essere. Ma Gesù, che è la Parola di Dio incarnata, non è soggetto al giudizio umano. Non si permette di essere messo alla prova dal mondo che ha fatto lui. Non risponde alle nostre richieste di presentarsi davanti al nostro tribunale. Vedremo infatti nel 19:19-21 che, quando Gesù è arrestato e portato davanti al sommo sacerdote, rifiuterà di rispondere alle domande mirate a coglierlo in fallo. Gesù esige di essere ricevuto come lui decide di presentarsi, in base al potere ‘auto-convalidante’ della sua Parola, senza che si ricorra a prove aggiuntive. Come Gesù dichiara a Nicodemo nel v.13:

13 Nessuno è salito in cielo, se non colui che è disceso dal cielo: il Figlio dell’uomo.

Se solo il Figlio dell’uomo è disceso dal cielo, chi sulla terra è capace di verificare se ciò che dice sulle “cose celesti” è vero? Chi è capace di confutarlo? Chi può dare testimonianza convincente della Parola se non la Parola e soltanto essa?

In breve, Gesù non ritiene importante solo che viene ricevuto ma anche come viene ricevuto. La vera fede non è quella che, come Nicodemo, è disposta a credere solo se Gesù supera l’esame a cui noi lo sottoponiamo. La vera fede invece è quella che si sottomette a Gesù senza pretese o riserve, senza condizioni o rimostranze. La vera fede è quella che riceve Gesù non come una parola fra tante altre, ma come la Parola che è al di sopra di ogni altra, che non può essere messa in dubbio o discussione, che deve bastare come prova sufficiente della propria origine divina. La vera fede è quella che ascolta la Parola e risponde con un semplice e umile “Sì”, perché nient’altro è necessario. La vera fede è quella delle pecore che seguono la voce del pastore semplicemente perché riconoscono la sua voce quando parla (10:4-5). Questa è la libertà della Parola di Dio dal giudizio umano.

B) Libertà dall’obbligo

Ma la Parola è libera anche in un altro senso: libera da qualsiasi obbligo o costrizione. Un altro modo per dire la stessa cosa è: grazia. Questa la vediamo nella seconda risposta di Gesù a Nicodemo:

Gesù rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito.

Qui Gesù spiega più in dettaglio cosa significa “nascere di nuovo”: nascere “d’acqua e di Spirito”. Solo così si può “entrare nel regno di Dio”, nel mondo che sarà risanato e liberato da ogni male sotto il benevolo dominio di Dio e il suo Messia. Perché? “Quello che è nato dalla carne è carne”; cioè la natura umana è sin dalla nascita decaduta e depravata, incapace di liberarsi dal peccato e salvarsi dalla morte. Quindi, per entrare nel mondo in cui il peccato e la morte non esistono più, bisogna nascere “d’acqua e di Spirito”, una frase che ci riporta alla profezia di Ezechiele 36:

25 vi aspergerò d’acqua pura e sarete puri; io vi purificherò di tutte le vostre impurità e di tutti i vostri idoli. 26 Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò dal vostro corpo il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. 27 Metterò dentro di voi il mio Spirito e farò in modo che camminiate secondo le mie leggi, e osserviate e mettiate in pratica le mie prescrizioni.

Qui il Signore promette di fare ciò di cui gli esseri umani non sono capaci: purificarsi da ogni impurità, sbarazzarsi da ogni idolo, trasformarsi da depravati in santi, creare un cuore nuovo che desidera soltanto ubbidire a Dio. E tutto questo il Signore promette di fare per mezzo del suo Spirito che dimorerà dentro di loro, assicurando così che essi cammineranno secondo le sue leggi perfettamente e per sempre. Ma onde evitare qualsiasi fraintendimento, il Signore dichiara senza equivoci:

22 … Io agisco così, non a causa di voi, o casa d’Israele, ma per amore del mio nome santo, che voi avete profanato fra le nazioni dove siete andati.

Dio compirà tutto questo non perché è obbligato a farlo, o a causa di qualche merito che troverà nel suo popolo. Anzi, essi non hanno fatto altro che profanare il suo nome santo! No, Dio li salverà solo per amore del suo nome, per santificarlo in tutto il mondo. In altre parole, questa “nuova nascita”, opera dello Spirito Santo, avverrà solo grazie alla grazia di Dio che è libera da ogni necessità e indebitata a nessuno.

Questo sfondo profetico ci aiuta a capire meglio le parole di Gesù a Nicodemo. Solo se Dio agisce per ricrearci da dentro, mettendo il suo Spirito dentro di noi e togliendoci ogni tendenza al peccato saremo in grado di entrare nel suo regno. E se chiediamo, come Nicodemo, come si può nascere di nuovo, Gesù risponde semplicemente che:

8 Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito.

L’immagine che Gesù usa è forte: il vento è imprevedibile e indomabile. Anche oggi, con tutti gli sviluppi scientifici e tecnologici, nessuno è in grado di controllarlo. Così è l’opera dello Spirito che fa nascere di nuovo. Nessuno è in grado di prevederla, di controllarla, o di guadagnarla. La nuova nascita è un dono di pura grazia che avviene solo quando, dove e come Dio decide. L’uomo è totalmente impotente di farsi nascere di nuovo, di ottenere accesso al regno di Dio. Così annuncia la Parola a Nicodemo: non puoi venire da me nel modo che scegli tu ma solo nel modo che scelgo io. Le mie pecore riconoscono la mia voce e mi seguono quando le chiamo, ma affinché mi seguano devo chiamarle. Come Gesù dirà nel 6:44:

Nessuno può venire a me se il Padre che mi ha mandato non lo attira.

Questa è la libertà della Parola da ogni obbligo.

C) Libertà da impedimenti

Ma se la nuova nascita è solo per grazia, non è dunque impossibile a nessuno. È sconvolgente quando scopriamo, come Nicodemo, che il nostro destino eterno dipende da ciò che non possiamo controllare né possedere, che sta solo nelle mani del Dio sovrano. Viene anche a noi da chiedere: “Come dunque possono avvenire queste cose?”. Ma è proprio perché lo Spirito compie la nuova nascita come soffia il vento che nessuno deve considerarsi escluso o troppo lontano, una causa persa, un caso disperato. Se dipendesse dall’uomo, ci sarebbero molti che non sarebbero all’altezza, per cui non ci sarebbe la più minima speranza di salvezza. Ma poiché non dipende dall’uomo ma solo da Dio, c’è speranza per tutti, a prescindere da tutte le distinzioni che di solito dividono gli esseri umani: ricchi e poveri, giusti e ingiusti, neri e bianchi, forti e deboli. La Parola di Dio è anche libera da ogni impedimento e debolezza.

Per questo motivo, come prosegue Giovanni, chiunque crede in Gesù non perirà ma avrà la vita eterna:

14 E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato, 15 affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna. 16 Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. 17 Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

La giusta risposta al discorso di Gesù non è quella di molti che ribattono: “Allora se è tutto un dono, o ce l’hai o non ce l’hai. Se è tutto per grazia, non ho nessuna responsabilità.” No, chi comprende la grazia si rallegra invece che non deve fare niente se non guardare semplicemente al Figlio dell’uomo innalzato sulla croce, come la gente che moriva nel deserto doveva solo rivolgere lo sguardo al serpente di bronzo innalzato da Mosè per essere salvata. Dio desidera che nessuno sia giudicato ma che tutto il mondo sia salvato per mezzo di suo Figlio, e questa è davvero buona notizia.

4) Conclusione

Concludiamo con qualche breve considerazione pratica. Prima, per quanto riguarda testimoniare Gesù agli altri: egli è la Parola che si convalida da sola, senza aver bisogno di qualche ingegno o eloquenza da parte nostra. Spesso non apriamo la bocca per condividere la nostra fede perché abbiamo paura di non essere capaci di difenderla da obbiezioni complesse o di rispondere a domande difficili. Abbiamo imparato oggi che Gesù è la Parola che si difende da sola, che è essa stessa la risposta a ogni domanda, che è libera da qualsiasi giudizio umano e che rende se stessa efficace nel cuore di chi l’ascolta. Non spetta a noi la responsabilità di convincere gli altri ma solo la responsabilità di condividere la Parola in tutta la sua semplicità.

Secondo, per quanto riguarda la nostra meditazione personale sulle Scritture: non ci viene naturale trovare, come dice Salmo 1, diletto nella Parola di Dio e meditarla giorno e notte. “Ciò che è nato di carne è carne”, e ciò che è carne non trova diletto nella Parola, perché questo diletto è frutto solo dello Spirito Santo che opera proprio tramite la Parola. Quindi, l’unico modo per far crescere il nostro diletto nella Parola è di leggere e meditare la Parola. Come solo la Parola è in grado di convalidarsi nel cuore umano, così solo la Parola è in grado di creare in noi il diletto che ci sprona a meditarla giorno e notte. Più meditiamo la Parola, più crescerà il nostro desiderio di meditarla, e così via.

Infine, per quanto riguarda il nostro carattere cristiano: l’opera della grazia in noi è la stessa prima e dopo la nuova nascita, cioè sempre come soffia il vento. Tanto i credenti quanto i non-credenti non possono controllarla né venire mai in possesso di essa. La Parola di Dio viene a dimorare in noi, ma rimane sempre al di sopra di noi, sempre la Parola che era nel principio con Dio. La consapevolezza di questo deve produrre in noi una grande umiltà, perché se siamo nati dallo Spirito, è solo perché è piaciuto al Vento di Dio soffiare un alito vitale nelle narici della nostra anima, da cui la nostra vita dipende ogni momento. Quindi, non possiamo mai insuperbirci al di sopra degli altri. Ma questa consapevolezza deve produrre in noi anche un grande coraggio per affrontare qualsiasi situazione, perché quella stessa grazia che non meritiamo e non possediamo ci viene concessa giorno dopo giorno dalla pienezza che è in Cristo Gesù (1:16). Infatti, questa grazia è Cristo Gesù stesso, inseparabile dalla sua persona. Come la Parola di Dio è unica, così è la grazia che si trova in lui. Non viene mai per mezzo di un altro: né un prete, né un papa, né un santo, né Maria, né una chiesa, né qualunque altra cosa che è sotto il cielo, ma solo nel nome del Signore Gesù. Ma nel suo nome, siamo più che vincitori in ogni circostanza:

Gli uni confidano nei carri, gli altri nei cavalli; ma noi invocheremo il nome del Signore, del nostro Dio. Quelli si piegano e cadono; ma noi restiamo in piedi e siamo saldi. (Salmo 20:7-8)

Amen!

Giovanni 1.1-2: Nel principio era la Parola

1) La Parola nel principio (Giovanni 1.1)

1:1 Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei, e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini. La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta.

Vi fu un uomo mandato da Dio, il cui nome era Giovanni; egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo di lui. Egli stesso non era la luce, ma venne per rendere testimonianza alla luce. La vera luce che illumina ogni uomo stava venendo nel mondo. 10 Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l’ha conosciuto. 11 È venuto in casa sua, e i suoi non l’hanno ricevuto; 12 ma a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio, a quelli cioè che credono nel suo nome, 13 i quali non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma sono nati da Dio.

14 E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre. 15 Giovanni gli ha reso testimonianza, esclamando: «Era di lui che io dicevo: “Colui che viene dopo di me mi ha preceduto, perché era prima di me. 16 Infatti dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia”». 17 Poiché la legge è stata data per mezzo di Mosè; la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo. 18 Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere.

L’introduzione al vangelo di Giovanni si affianca ai brani biblici più maestosi e insondabili. Non basterebbe un’intera vita di riflessione per approfondire pienamente i diciotto versetti iniziali del primo capitolo. Qualsiasi studio non può essere altro che un cucchiaino d’acqua tratta dall’oceano. Ma un cucchiaino è meglio di niente, ed è questo che cercheremo oggi. Questo brano, inoltre, racconta la storia di Natale. Certo, non si trovano qui Giuseppe, Maria e Gesù bambino nella mangiatoia. Non c’è menzione dei pastori nei campi con le loro pecore, né dei magi che portano i loro regali preziosi. Ma questo non rende il primo capitolo di Giovanni meno “natalizio” rispetto agli altri vangeli. Giovanni sceglie semplicemente di rintracciare la storia di Gesù alle sue vere origini, oltre il tempo e nell’eternità.

A) “Nel principio era la Parola…”

Innanzitutto, Giovanni vuole farci capire che la nascita del nostro Salvatore duemila anni fa in realtà ha avuto inizio “nel principio”, prima che i tempi fossero. Questa frase ci riconduce alle prime parole delle Scritture in Genesi 1.1: “Nel principio Dio creò i cieli e la terra”. In ebraico, “i cieli e la terra” è un modo di dire che sta a significare tutto il cosmo, tutto l’universo e tutto quello che c’è in esso. Nel contesto di Genesi, dunque, la frase “nel principio” significa chiaramente: prima che esistesse qualsiasi cosa all’infuori di Dio, prima che esistesse persino il tempo. Si tratta dell’eternità prima della creazione quando c’era Dio, e Dio solo. Quando si parla dell’eternità prima del tempo, siamo ovviamente di fronte a un muro impenetrabile, un mistero imperscrutabile che la nostra mente è incapace di comprendere e il nostro linguaggio è inadeguato a descrivere. Ma possiamo almeno afferrare l’essenziale: “nel principio” vuol dire semplicemente Dio e nient’altro, Dio nel suo tempo eterno, Dio nella sua vita autosufficiente, Dio nella sua gioia immacolata.

Quindi, rimaniamo subito colpiti quando scopriamo che secondo Giovanni, il soggetto di questo “nel principio” era, ed è, “la Parola”. Non è quello che, in base a Genesi 1.1, ci saremmo aspettati. Eppure, ecco la Parola che prende il posto occupato da Dio in Genesi. È evidente che Giovanni vuole attribuire a questa Parola tutto ciò che appartiene a Dio: la sua eternità, la sua autosufficienza, il suo precedere tutte le cose e tutti i tempi. Per confermare quest’interpretazione, basta dare un’occhiata al v.3: “Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei, e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta.” Se “ogni cosa è stata fatta per mezzo” della Parola, è ovvio che la Parola stessa non può essere stata fatta. Come se quest’affermazione non fosse già abbastanza chiara, Giovanni ne aggiunge un’altra più enfatica: senza la Parola “neppure una delle cose fatte è stata fatta”. Perciò, la Parola è da escludere da tutte le cose create nel principio, perché non esiste nessuna realtà materiale o spirituale all’infuori di Dio — dall’intero universo alla più piccola molecola in esso — che non sia venuta all’esistenza per mezzo suo.

Basta solo questo per confutare i testimoni di Geova che vogliono distorcere la traduzione del resto della frase. Se “nel principio era la Parola”, questo non può significare altro che è la Parola a occupare il posto del Dio Creatore in Genesi 1.

B) …e la Parola era con Dio…”

Ma è altrettanto evidente che Giovanni vuole in un senso distinguere la Parola da Dio, altrimenti avrebbe solo ribadito la dichiarazione di Genesi 1.1: “Nel principio era Dio…”. Questa distinzione è infatti è il punto della seconda frase di Giovanni 1.1, che “la Parola era con Dio”. Da questo impariamo che Giovanni non contraddice Genesi quando afferma che “nel principio era la Parola”. Il fatto che la Parola occupi il posto di Dio non esclude il fatto che Dio esista. La congiunzione “con” in questa frase è da interpretare nella sua letterale semplicità. Nel principio, la Parola esisteva non in modo da escludere l’esistenza di Dio; invece “la Parola era con Dio”. Se in Genesi il creatore è Dio, Giovanni precisa che la Parola era “con Dio” come mezzo della sua opera creatrice. Di nuovo, questo è confermato dal v.3: “Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei…”.

C) “… e la Parola era Dio.”

Ma onde evitare qualsiasi fraintendimento, Giovanni aggiunge una terza affermazione senza la quale il primo versetto sarebbe incompleto: “e la Parola era Dio”. Sbagliamo se concludiamo che, siccome la Parola era “con” Dio nel principio. essa era in qualche modo inferiore a Dio o separabile da Dio o, come sostengono i testimoni di Geova, solo “un dio” (come se ce ne fossero tanti!). No, tutto quello che si attribuisce a Dio va attribuito anche alla Parola. La gloria, la potenza, l’eternità, e l’essere della Parola sono identici a Dio.

Ma “la Parola era Dio” significa di più. La Parola è da pensare come “parte integrante” di Dio stesso; non nel senso che la Parola è “una” parte di un insieme di altre parti (come il motore è una parte di un’automobile) ma che Dio non sarebbe Dio senza la Parola. La Parola appartiene all’identità e all’essenza di Dio, cosicché Dio resta inconoscibile senza riferimento alla Parola. Qui Giovanni in effetti dice: l’origine di tutte le cose è Dio, come afferma Genesi, ma questo Dio è tale solo in quanto esiste con e come la Parola.

Il lato pratico di questa verità è che non si può concepire Dio, non si può conoscere Dio, non si può parlare rettamente di Dio senza riferirsi alla Parola. Questo è l’implicazione della frase “nel principio”: se la Parola era nel principio, essendo con Dio e anche Dio stesso, così tutto il nostro pensare e parlare di Dio deve essere “dal principio” incentrato su questa Parola. E siccome non c’è nessun altro pari a questa Parola nel principio, non c’è nessun altro a cui dobbiamo ricorrere per conoscere Dio. La Parola è tutto ciò che Dio è, ed è dunque l’Alfa e l’Omega, l’inizio e la fine di tutto ciò che possiamo sapere e dire di Dio.

2) La Parola nel tempo (Giovanni 1.2, 14)

Essa era nel principio con Dio.

Ma nonostante tutte le altezze e le profondità che Giovanni 1.1 contiene, non sappiamo ancora a chi si riferisce “la Parola”. Con quale nome dobbiamo chiamare questa Parola? In che modo possiamo conoscerla per poter conoscere Dio per mezzo suo? Giovanni risponde subito nel secondo versetto: “Essa [la Parola] era nel principio con Dio”. A primo sguardo, questo versetto sembra solo ripetere quanto è stato detto nel primo, e potremmo essere tentati di non prestargli lo stesso livello di attenzione ma di saltare subito al v.3. Ma facendo così sbaglieremmo, perché qui si costruisce il ponte cruciale tra l’infinito e il finito, tra l’increato e il creato, tra l’inconoscibile e il conoscibile, tra Dio e l’uomo, estremi tra i quali non esisterebbe altrimenti nessun punto di contatto.

A) “Essa…”

La parola chiave del v.2 è “essa” che designa colui che “era nel principio con Dio”. È vero che “essa” si riferisce alla Parola del v.1, ma non solo: si riferisce anche (e forse soprattutto) all’unica altra menzione esplicita della Parola in questo brano, cioè al v.14: “E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre.” C’è molto da dire su questo versetto, e ci vorrà infatti tutto il resto del vangelo (se non il resto della Bibbia!) per spiegare che cosa significa che la Parola fatta carne “ha abitato per un tempo fra di noi” in modo da rivelare la gloria di Dio. Solo leggendo tutto quello che Giovanni riporterà in seguito — ciò che questa Parola diventata carne ha detto e compiuto — potremo anche noi contemplare la pienezza della grazia e della verità divine che ha manifestato.

Ma il punto importante che concerne il nostro studio su Giovanni 1.1-2 è che la Parola che secondo v.14 “è diventata carne e ha abitato per un tempo” in un certo periodo storico e in un determinato luogo sulla terra è proprio la stessa Parola che “era nel principio con Dio”. Far vedere questo collegamento è la funzione del termine “essa” nel v.2. “Essa”, cioè la Parola che dall’eternità era con Dio ed era Dio stesso, è la stessa Parola che nel tempo “è diventata carne” e ha portato il nome “Gesù Cristo”. Ribaltando la frase, la “essa” del v.2 significa che la Parola che nel tempo “è diventata carne” e chiamata Gesù Cristo è la stessa Parola che dall’eternità era con Dio ed era Dio stesso.

B) La Parola diventata carne

Dopo un po’ di riflessione, ci accorgiamo che quest’ultima è l’affermazione più sbalorditiva. Capire che l’eterna Parola si è fatta uomo in Gesù è un conto; capire che l’uomo Gesù è la Parola che nel principio era con Dio e anche Dio stesso è un altro. La prima affermazione può significare semplicemente che Gesù è venuto dopo un’ulteriore riflessione da parte di Dio sulla condizione del mondo, che dopo la rovina causata del peccato umano, Gesù è subentrato nel proposito di Dio come una specie di “piano B”. Ma in questo caso, il punto della storia non sarebbe Gesù ma altro; Gesù esisterebbe solo per supplire a una mancanza, solo per curare una ferita, solo per risolvere un problema. Ma una volta guarita la malattia, c’è ancora bisogno del rimedio? Dopo che viene riparata una perdita d’acqua in casa, ho ancora bisogno dell’idraulico? Dopo che i miei peccati sono perdonati, ho ancora bisogno del Salvatore?

Secondo me, questo è uno dei motivi per cui tante persone non si rendono conto delle pretese radicali del vangelo, del dominio assoluto di Dio su chi riceve il dono della sua grazia. Si capisce che la Parola che era nel principio con Dio è la stessa che si è fatta uomo in Gesù, ma non si capisce che l’uomo Gesù è lo stesso che nel principio era la Parola con Dio. Che differenza fa questa seconda affermazione? Se l’uomo Gesù è lo stesso che nel principio era la Parola con Dio, vuol dire che egli è il punto, il significato e il fine di tutto ciò che viene dopo. Vuol dire che la nascita di Gesù non è stata un’aggiunta o una modifica al piano originario di Dio. Vuol dire che “nel principio”, prima di fare anche una di tutte le cose che sono state fatte (v.3), c’era la Parola destinata a diventare carne. Vuol dire che quando Dio, per mezzo della Parola, ha fatto “i cieli e la terra”, l’universo e tutto quello che contiene, li ha fatti in vista della Parola fatta carne, allo scopo di essere “Emmanuele”, Dio con noi, il Creatore che si unisce intimamente alle sue creature, il Signore che s’identifica personalmente con il suo popolo. Come ha scritto un certo teologo: “Il mondo è stato fatto affinché Gesù potesse nascere”. Gesù non esiste per il mondo tanto quanto il mondo esiste per lui.

C) Grazia su grazia

Ma nel creare il mondo per manifestarsi in Gesù, Dio non ha agito in modo egoista. Anzi, nel vangelo che segue, Giovanni ci farà vedere quanto è costato alla Parola diventare carne: “Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l’ha conosciuto. È venuto in casa sua, e i suoi non l’hanno ricevuto” (vv.10-11). Non solo non l’hanno ricevuto; l’hanno persino schernito, maltrattato, e infine crocifisso! Per la Parola, farsi uomo costituiva un’infinita condiscendenza, un’inimmaginabile umiliazione, un esporsi a incomprensibili sofferenze e afflizioni. Ma egli era felice di farlo per il suo grande amore: “Poiché Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unigenito Figlio…” (3.16).

E il risultato di questo amore sacrificale? Ce lo dice Giovanni nel v.16 del primo capitolo: “Infatti dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia”. Gesù è lo stesso che nel principio era con Dio, e quindi non c’è fine alle grazie che elargisce su di noi. Gesù è lo stesso che nel principio era Dio, e quindi “è quello che ha fatto conoscere” pienamente il Dio che altrimenti nessuno potrebbe conoscere. Gesù è lo stesso per mezzo del quale tutte le cose sono state fatte, e quindi non dobbiamo mai dubitare che egli farà cooperare tutte le cose per il nostro bene, e mai per il nostro male. Gesù è lo stesso in vista del quale tutte le cose sono state fatte, e quindi ricevere lui significa ricevere con lui anche tutte le cose, ma rifiutare lui significa rifiutare non solo lui ma anche tutte le altre cose. Gesù è lo stesso che nel principio ha fatto risplendere la luce nelle tenebre, e fin d’allora non esistono tenebre capaci di sopraffarla (v.5).

La testimonianza di Giovanni il battista, riferita nel v.15, è dunque vero di ogni essere umano: “Colui che viene dopo di me mi ha preceduto, perché era prima di me.” Gesù ha preceduto non solo noi che siamo nati dopo di lui ma anche tutti coloro che, come Giovanni, erano nati prima di lui. Ecco perché Gesù dichiara nel 8.58: “In verità, in verità vi dico: prima che Abraamo fosse nato, io sono”. Strepitose, incredibili sono queste parole, che sarebbero blasfeme sulle labbra di qualsiasi altra persona. Ma Gesù è giusto nel dirle perché egli è l’IO SONO prima di Abraamo, prima ancora di Adamo. Bisogna dire che quando Genesi 1 afferma che gli esseri umani sono stati creati a immagine di Dio, è stato in realtà a immagine del Dio destinato a diventare l’uomo Gesù!

Per questo motivo, nessuno è da considerarsi escluso dall’amore di Dio incarnato in Gesù, dal suo benevolo proposito di salvare, dalla portata della sua decisione di essere Emmanuele, il Dio anche di chi lo rifiuta. Inoltre, è inutile chiedere “che pertinenza ha Gesù alla mia vita?”, perché la vita di ogni essere umano trova il suo senso e il suo scopo nell’umanità di Cristo. Se è vero, come impariamo in Giovanni 1, che Gesù non esiste per il mondo tanto quanto esiste il mondo per Gesù, allora la domanda più importante che tutti devono porsi è: “che pertinenza ha la mia vita a Gesù?” Siamo stati fatti per mezzo di lui, per lui e in vista di lui, e troveremo solo in lui tutto quello che il nostro cuore desidera.

3) Conclusione

Tutto questo sermone deve molto al grande teologo Karl Barth che più di ogni altro ha messo Gesù al centro di tutte le sue riflessioni sulle Scritture. È dunque opportuno che concludiamo con alcuni commenti che lui ha scritto riguardo ai versetti che abbiamo appena studiato:

Fra Dio e l’uomo vi è la persona di Gesù Cristo: vero Dio e vero uomo egli è infatti il Mediatore fra l’uno e l’altro. In lui, Dio si rivela all’uomo; in lui, l’uomo riconosce Dio; in lui, Dio si pone di fronte all’uomo e l’uomo davanti a Dio, conformemente alla volontà eterna di Dio ed al destino eterno dell’uomo, corrispondente a tale volontà. In lui, Dio indica il suo disegno nei confronti dell’uomo e pronuncia su di lui il giudizio; in lui, salva l’uomo e gli si fa presente in tutta la sua pienezza; in lui, enuncia contemporaneamente la sua esigenza e la sua promessa sull’uomo. In lui, Dio si è legato all’uomo. È dunque a causa di lui che l’uomo esiste. Anche il mondo, teatro della storia intercorrente fra Dio e l’uomo, è stato creato conformemente all’origine ed in previsione del destino assegnati all’uomo in Gesù Cristo.

Questi è l’essenza di Dio, come è originariamente l’essenza dell’uomo; nulla vi è nell’universo che non proceda da lui, che non esista per mezzo di lui e non sia finalizzato a lui; è infatti la Parola di Dio che contiene ogni verità e che non potrebbe essere superata, né limitata da nessun’altra parola; è la decisione di Dio che nessun’altra decisione può precedere, né superare, né accompagnare, perché tutte le decisioni che possono esistere non possono che concorrere al compimento di tale decisione iniziale; è l’origine che esclude ogni altra origine al di fuori di quella che Dio possiede in se medesimo, cosicché nulla vi è che non proceda da lui o per cui si possa cercare l’inizio al di fuori di lui; è la scelta che esclude ogni altra scelta da parte di Dio, in modo che nulla e nessuno al mondo è stato scelto e voluto da Dio prima di lui, senza di lui ed accanto a lui.

In una sola parola: è la scelta (quindi anche l’origine, la decisione, la parola) della libera grazia di Dio. È infatti in forza della sua libera grazia che Dio sceglie di diventare uomo in Gesù Cristo, legandosi all’uomo, onde legarlo a sé. Gesù Cristo è la libera grazia di Dio, se è vero che questa libera grazia non resta confinata nell’essenza intima ed eterna del Padre, ma si manifesta al di fuori, nell’insieme delle vie e delle opere divine; ecco perché non esiste scelta, inizio, origine, decisione o parola divina che lo preceda, che sia al di sopra, di fianco o al di fuori di lui; la libera grazia è infatti l’unico motivo che sostiene tutte le vie e tutte le opere di Dio, manifestantesi all’esterno. (Karl Barth, La dottrina dell’elezione divina, p.305-306).

Basandoci su questa verità, possiamo riposarci nella promessa che Gesù ha fatto ai suoi discepoli in Giovanni 14.1-3:

Il vostro cuore non sia turbato; credete in Dio, e credete anche in me! Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, vi avrei detto forse che io vado a prepararvi un luogo? Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi.

Questa è la speranza di Natale. Amen!

Apocalisse 6: I Sigilli della Storia e l’Ira dell’Agnello

1) Introduzione

6:1 Poi vidi quando l’Agnello aprì uno dei sette sigilli

Quando l’apostolo Paolo si riferisce al “buon combattimento della fede” (1 Timoteo 6:12), parla di una questione che affronta tutte le persone a prescindere dalle loro prospettive religiose. Siamo costantemente assaliti da voci che cercano di persuaderci di porre fiducia in esse, dalle pubblicità che vogliono farci credere che saremo felici se compriamo il prodotto che vendono, ai politici che promettono di realizzare i nostri sogni più grandi se li votiamo. Questo è evidente anche nella pandemia COVID perché (come ho sentito qualcuno dire recentemente) è difficile sapere la verità del virus quando esperti da ogni lato — dai catastrofisti ai complottisti — ci danno informazioni contraddittorie. Tutti i giorni sentiamo dichiarazioni, affermazioni, e opinioni che mirano a ottenere la nostra fiducia, e noi siamo costretti a lottare per capire a chi dobbiamo ascoltare e a chi no. Anche quelli che dicono di non fidarsi più di nessuno stanno semplicemente mettendo tutta la loro fiducia in se stessi, cioè nella loro intelligenza e nelle loro capacità di discernere la verità dalla menzogna. Alla fine, tutto questo non è altro che un “combattimento di fede”: tra quelli che combattono per vincere la nostra fiducia e noi che cerchiamo di capire a chi o a cosa dare retta.

Ciò che rende in particolare la fede cristiana un combattimento è che essa riguarda soprattutto cose che non si possono vedere con gli occhi o toccare con le mani. Non voglio dire che la fede cristiana manchi di concretezza o praticità, ma solo che in fondo essa si basa sulla parola di Dio. Crediamo che sia così perché Dio ha detto che è così. In più, crediamo che sia così perché Gesù Cristo, la Parola di Dio in carne umana, ci ha fatto vedere in se stesso che è così. Tuttavia, resta vero che, come dice Paolo in 2 Corinzi 5:7, “camminiamo per fede e non per visione”, e di conseguenza anche il più forte e convinto credente avrà a volte dei dubbi al riguardo. Dopo un po’ che i nostri amici, conoscenti, colleghi di lavoro, vicini di casa, o anche familiari ci dicono che dobbiamo essere mezzo pazzi per credere in Gesù, cominciamo anche noi a chiederci se è così. Ecco qui l’importanza del libro dell’Apocalisse.

“Apocalisse”, che letteralmente vuol dire “svelare”, è stato scritto dall’apostolo Giovanni alle chiese che erano, a continuano a essere, tentati a credere che il mondo sia così come ci appare: che i primi siano i primi e gli ultimi siano gli ultimi, che i grandi non servano gli altri ma si facciano servire dagli altri, che i vincitori siano i forti, i belli, i ricchi e i bravi, e spesso che il male sia pù potente del bene. Lo scopo di Apocalisse è di smascherare queste percezioni ed esporre i loro inganni, di togliere il velo che ci nasconde il vero potere dell’universo e farci vedere che, come afferma 1 Giovanni 5:4: “questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede”. Per quanto sembra strano e misterioso, il libro dell’Apocalisse è un’arma indispensabile nel buon combattimento della fede del credente.

Nei capitoli 4 e 5 di Apocalisse, Giovanni riesce a sbirciare “dietro le quinte”, e vede il trono celeste di Dio attorno al quale le creature viventi e gli angeli cantano incessantemente le lodi dell’Altissimo. Nella visione che Giovanni riferisce vediamo che sul trono più alto del cosmo non c’è né uomo né nessun’altra creatura ma Dio Creatore del cielo e della terra. Egli è il sovrano assoluto e indiscusso, e tiene nella sua mano un libro sigillato da sette sigilli. Questo è il libro che rappresenta il suo piano per il compimento della storia dell’universo. I suoi decreti che sono scritti dentro sono “fedeli e veritieri”, e nessuno è in grado di contrastarli o frustrarne l’adempimento.

Poi, Giovanni vede nella visione che nessuno è degno e capace di aprire il libro e rivelarne il contenuto se non uno solo: il Signore Gesù Cristo, raffigurato come il Leone vincitore e l’Agnello immolato per togliere il peccato del mondo. Gesù e Gesù solo ha sconfitto i potere del male e della morte, ed è a lui Dio ha dato il nome al di sopra di ogni altro nome, e il potere al di sopra di ogni altro potere. Apocalisse ci fa vedere che Gesù è il Signore di tutto e di tutti; non solo in un senso spirituale divorziato dalle realtà fisiche, politiche, scientifiche, storiche, e culturali del mondo; non solo un signore tra tanti altri. Lui è il Signore di tutto ciò. Ed è dunque solo lui che è degno e in grado di prendere in mano il libro del destino del mondo e aprirne i sigilli, dando così il via agli avvenimenti che alla fine porteranno alla vittoria finale di Dio e della venuta del suo regno in ogni angolo del mondo. Il capitolo 6 di Apocalisse rivela il contenuto del libro e narra questi avvenimenti man mano che Gesù — sempre designato “l’Agnello” — apre i sigilli del libro uno alla volta. Tutto questo mira a fortificare la nostra fede, a rendere più ferma la nostra risolutezza di essere fedeli a Cristo, e ad avere coraggio e franchezza nel testimoniarlo agli altri. Consideriamo adesso il contenuto dei sigilli.

2) I Primi Quattro Sigilli: I Quattro Cavalli (6:1-8)

A) 1° sigillo: il cavallo bianco (vv.1-2)

6:1 Poi vidi quando l’Agnello aprì uno dei sette sigilli e udii una delle quattro creature viventi, che diceva con voce come di tuono: «Vieni». Guardai e vidi un cavallo bianco. Colui che lo cavalcava aveva un arco; e gli fu data una corona, ed egli venne fuori da vincitore, e per vincere.

Quando l’Agnello apre il primo sigillo, Giovanni vede venir fuori un cavallo bianco, e il cavaliere che ha un arco. Questo è il primo dei famosi “quattro cavalli dell’Apocalisse” che molti conoscono anche tra quelli che non hanno mai letto la Bibbia. Le immagini di questi cavalli e dei loro cavalieri sono ovviamente simboliche, come il linguaggio in tutto il libro di Apocalisse. Come Gesù non è letteralmente un agnello, così non c’è letteralmente un cavallo bianco col cavaliere che ha un arco. Il significato è da ricercare in ciò che questi cavalli e gli altri simboli rappresentano. Qui il colore del cavallo è importante: bianco, lo stesso colore che indossa Gesù e lo stesso colore del cavallo sul quale egli tornerà nel capitolo 19 per stabilire il suo regno sulla terra. Ma è chiaro che non è Gesù a calvacare questo cavallo, perché è Gesù ad aprire il sigillo che gli permette di venir fuori!

No, questo cavaliere è un impostore, una pallida imitazione di Cristo che viene fuori “da vincitore, e per vincere”. Altrove questo è chiamato “l’anticristo” o “lo spirito dell’anticristo” per tenta di usurpare il posto che spetta solo a Gesù. Nel capitolo 5, è Gesù solo che viene acclamato il vincitore, ma qui vediamo un altro che si arroga lo stesso titolo e diritto. Questo cavaliere rappresenta ogni cosa o ogni persona all’infuori di Cristo che pretende di essere “la via, la verità e la vita”. Può essere un politico o un partito politico; può essere una filosofia o ideologia, puo essere il denaro, può essere persino un prodotto sul mercato che promette di cambiare la nostra vita in bene se ci fidiamo dei produttori abbastanza da spendere i nostri soldi per comprarlo. In poche parole, il cavaliere bianco — l’anticristo — è un idolo, quello che chiede la fiducia e la lealtà che spettano solo a Cristo. E considerando quanto è diffusa l’idolatria nel mondo, non è difficile vedere quanto è efficace questo cavaliere nel “vincere” i cuori, le menti, e le anime delle persone.

B) 2° sigillo: il cavallo rosso (vv.3-4)

Quando l’Agnello aprì il secondo sigillo, udii la seconda creatura vivente che diceva: «Vieni». E venne fuori un altro cavallo, rosso; e a colui che lo cavalcava fu dato di togliere la pace dalla terra affinché gli uomini si uccidessero gli uni gli altri, e gli fu data una grande spada.

L’apertura del secondo sigillo fa venire fuori un cavallo rosso, il colore del sangue. Questo è infatti ciò che accade, perché il cavaliere rosso toglie la pace dalla terra e fomenta conflitti dai quali risultano tanti morti. Naturalmente i conflitti più gravi e sanguinosi sono le guerre, ma l’impatto di questo cavallo è ben più ampio. Anche liti tra vicini di casa possono sfociare in violenza. È difficile, se non impossibile, che passiamo una giornata senza imbatterci in qualche conflitto, o uno in cui siamo coinvolti o uno di cui siamo testimoni. La storia umana è una storia del conflitto, e così sarà fino alla fine. Finché l’uomo è ingannato dallo spirito dell’anticristo e va dietro a idoli, sarà disposto a fare qualsiasi cosa per ottenere quello che desidera, anche quando deve far male agli altri.

C) 3° sigillo: il cavallo nero (vv.5-6)

Quando l’Agnello aprì il terzo sigillo, udii la terza creatura vivente che diceva: «Vieni». Guardai e vidi un cavallo nero; e colui che lo cavalcava aveva una bilancia in mano. E udii come una voce in mezzo alle quattro creature viventi, che diceva: «Una misura di frumento per un denaro e tre misure d’orzo per un denaro, ma non danneggiare né l’olio né il vino».

Il terzo sigillo fa venire fuori un cavallo nero, il colore che rappresenta il male, la corruzione, l’ingiustizia e la sofferenza. Il cavaliere ha in mano una bilancia che dovrebbe simboleggiare la giustizia, ma in questo caso è l’opposto. Le misure usate per il frumento e l’orzo — alimenti di base — sono tante volte aumentate rispetto a quelle giuste, mentre l’olio e il vino — alimenti di lusso — rimangono invariati. Questo indica un’ingiustizia economica in cui i poveri vengono sfruttati in modo che non possano comprare da mangiare mentre i ricchi continuano a godersi i loro cibi succulenti.

D) 4° sigillo: il cavallo giallastro (vv.7-8)

Quando l’Agnello aprì il quarto sigillo, udii la voce della quarta creatura vivente che diceva: «Vieni». Guardai e vidi un cavallo giallastro; e colui che lo cavalcava si chiamava Morte, e gli veniva dietro l’Ades. Fu dato loro potere sulla quarta parte della terra, per uccidere con la spada, con la fame, con la mortalità e con le belve della terra.

L’Agnello apre il quarto sigillo e fa uscire il quarto e ultimo cavallo di colore giallastro, il colore della malattia e del morire. Questo cavaliere si chiama appunto “Morte”, ed è seguito dall’Ades, il soggiorno dei morti. Egli rappresenta l’effetto cumulativo dei tre cavalli precedenti: laddove c’è la guerra si muore di spada; laddove c’è sfruttamento economico si muore di fame e di malattia. A questi flagelli viene aggiunta la morte dovuta alle “belve della terra”, che sicuramente sono gli animali ma forse anche esseri umani che si comportano come tali. Spesso nei salmi i malvagi sono paragonati alle belve proprio perché le loro azioni sono disumane e perché disumanizzano le loro vittime. Comunque sia, la conseguenza di questi quattro cavalli è che la quarta parte del mondo viene colpita e uccisa, una devastazione tremenda e inimmaginabile.

A questo punto ci conviene riflettere brevemente su quanto abbiamo visto fin qui. La prima cosa importante da notare è l’ottica nella quale questi primi quattro sigilli ci fanno vedere gli avvenimenti terribili nella storia e nei giorni nostri. Tutti — conflitti, guerre, ingiustizie, corruzione, povertà, fame, pesti, cattiveria umana — fanno parte del libro che Dio ha scritto riguardante il destino del mondo. I quattro cavalli e i loro cavalieri entrano nella storia solo quando l’Agnello apre i sigilli del libro. In più, notiamo l’uso della forma passiva dei verbi: al cavaliere bianco “fu data una corona” (v.2); al cavaliere rosso “fu dato di togliere la pace dalla terra” e “gli fu data una grande spada” (v.4); al cavaliere giallastro e all’Ades “fu dato loro potere sulla quarte parte della terra per uccidere” (v.8). Per quanto riguarda il cavallo nero, è una voce “in mezzo alle quattro creature viventi” (v.6) che conducono le lodi attorno al trono di Dio che annuncia la sofferenza che seguirà. Il significato di questo è chiaro: i cavalieri possono affliggere il mondo solo nella misura in cui l’Agnello di Dio gli permette di farlo. Tutto quello che sembra il male sfrenato e fuori controllo è in realtà soggetto alla sovranità del Signore Gesù Cristo.

La seconda cosa importante da notare è che questi cavalli rappresentano soltanto le conseguenze naturali e inevitabili della ribellione umana contro Dio. È vero che i cavalli escono solo quando l’Agnello apre i sigilli del libro, ma ciò non significa che l’Agnello sia l’autore dei mali che portano. Il cavaliere bianco vince quelli che scelgono di andare dietro a idoli anziché adorare Dio. Il cavaliere rosso toglie la pace e fomenta il conflitto a quelli che si sono fatti nemici di Dio. Il cavaliere nero porta l’ingiustizia in mezzo a quelli che trasgrediscono la legge di Dio e si sono resi ingiusti davanti a lui. Il cavaliere giallastro uccide quelli che si sono allontanati dal loro Creatore e l’unica fonte della loro vita. In effetti, i sigilli danno agli esseri umani ciò che essi stessi hanno scelto. Hanno preferito gli idoli a Dio, la ribellione all’ubbidienza, l’ingiustizia alla giustizia, la morte dell’autonomia alla vita della sottomissione. Quindi, nel far entrare i quattro cavalieri nel mondo, Dio è perfettamente giusto.

Il punto di tutto ciò è doppio. Per i credenti, il messaggio è di incoraggiamento e conforto. Non bisogna mai pensare che il male sia più forte del bene, che la luce rischi di essere ingoiata dalle tenebre. Per quanto terribili e tremende, le forze del male non possono fare altro che Dio gli permette di fare, e per quanto misterioso, il proposito di Dio farà cooperare ogni male “al bene di quelli che amano Dio e che sono chiamati secondo il suo disegno” (Romani 8:28). Per i non credenti, il messaggio è di ravvedimento e salvezza. Se gli esseri umani abbandoneranno gli idoli, se saranno riconciliati con Dio, se ubbidiranno alla sua volontà e se si rivolgeranno a lui con tutto il cuore, troveranno perdono e vita eterna. Alla fine, per quanto severo, il giudizio di Dio è la manifestazione della sua misericordia che rifiuta di permettere agli esseri umani di rifiutare il suo benevolo proposito nei loro confronti.

3) Il Quinto Sigillo: I Martiri (6:9-11)

Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di quelli che erano stati uccisi per la parola di Dio e per la testimonianza che avevano resa. 10 Essi gridarono a gran voce: «Fino a quando aspetterai, o Signore santo e veritiero, per fare giustizia e vendicare il nostro sangue su quelli che abitano sulla la terra?» 11 E a ciascuno di essi fu data una veste bianca e fu loro detto che si riposassero ancora un po’ di tempo, finché fosse completo il numero dei loro compagni di servizio e dei loro fratelli, che dovevano essere uccisi come loro.

Quando l’Agnello apre il quinto sigillo, Giovanni vede qualcosa di nuovo. Non è più la terra ma il cielo che si mette a fuoco, in particolare “l’altare” che si trova nel tempio celeste di Dio. Sotto l’altare Giovanni vede “le anime di quelli che erano stati uccisi per la parola di Dio e per la testimonianza che avevano resa” (v.9). Questi sono i martiri che sembrano essere stati sconfitti dal mondo ma in realtà, come leggiamo nel 12:11, “hanno vinto per mezzo del sangue dell’Agnello e per mezzo della parola della loro testimonianza; e non hanno amato la loro vita, tanto da esporla alla morte”. Come l’Agnello ha vinto per mezzo della croce, così anche i martiri che rimangono fedeli a lui fino alla morte. È da ricordare che l’accezione originaria del termine “martire” era semplicemente “testimone”, e in questo senso tutti i credenti sono martiri quando testimoniano Gesù con coraggio e costanza.

Ma nella visione di Giovanni vengono specificati i martiri uccisi per la loro testimonianza perché esemplificano nel modo più chiaro la fede che neanche la morte può abbattere. Giovanni sente inoltre le loro suppliche che Dio intervenga per mettere fine al male e alla violenza e ristabilire la pace e la giustizia nel mondo, vendicando così il loro sangue. Gli viene detto di risposarsi “ancora un po’ di tempo” perché non è ancora “completo il numero dei loro compagni di servizio” (v.11). Anche qui il messaggio è doppio. Prima, ci conforta sapere che ci sarà una fine alle nostre sofferenze, e che la cosa peggiore che il mondo possa fare è ucciderci, aprendoci la porta a entrare nella presenza del Signore e del riposo da tutte le nostre sofferenze. Ma questo ci avverte anche che dobbiamo essere sempre pronti alla sofferenza, e persino al martirio in questo mondo, perché il numero di quelli che “devono essere uccisi” non è ancora completo.

4) Il Sesto Sigillo: L’Ira dell’Agnello (6:12-17)

12 Poi vidi quando l’Agnello aprì il sesto sigillo; e si fece un gran terremoto. Il sole diventò nero come un sacco di crine e la luna diventò tutta come sangue; 13 le stelle del cielo caddero sulla terra come quando un fico scosso da un forte vento lascia cadere i suoi fichi immaturi. 14 Il cielo si ritirò come una pergamena che si arrotola, e ogni montagna e ogni isola furono rimosse dal loro luogo. 15 I re della terra, i grandi, i generali, i ricchi, i potenti e ogni schiavo e ogni uomo libero si nascosero nelle spelonche e tra le rocce dei monti. 16 E dicevano ai monti e alle rocce: «Cadeteci addosso, nascondeteci dalla presenza di colui che siede sul trono e dall’ira dell’Agnello; 17 perché è venuto il gran giorno della loro ira. Chi può resistere?»

Ma il tempo per trattenere il giudizio finale non si prolungherà per sempre, e Dio risponderà alle preghiere dei santi di “fare giustizia e vendicare il loro sangue su quelli che abitano sulla terra” (v.10). Il tempo trascorso tra l’apertura del quinto e del sesto sigilli non è specificato, ma quanto è certo che è scritto nel libro di Dio tanto è certo che verrà “il gran giorno dell’ira dell’Agnello”. L’apertura del sesto sigillo ci porta sulla soglia della venuta del regno di Dio, quando finalmente sarà fatta la volontà di Dio come in cielo così anche in terra. Ma perché questo avvenga, Dio deve spacciare via tutto quello che lo impedisca. Così il giudizio finale sarà totale e universale. Il sole diventerà “nero come un sacco di crine” e la luna “tutta come sangue” (v.12). Il cielo si ritirerà, e “ogni montagna e ogni isola” saranno “rimosse dal loro luogo” (vv.13-14). Anche queste immagini sono simboliche, indicando la grandezza dello sconvolgimento che il giudizio di Dio effettuerà, tanto da far sembrare che persino “le stelle del cielo” stiano cadendo “sulla terra come quando un fico scosso da un forte vento lascia cadere i suoi fichi immaturi” (v.13).

In quel giorno, nessuno potrà resistere, e nella sua visione Giovanni vede che tutti saranno colpiti, indipendentemente dal loro potere, dalle loro ricchezze, o dall’onore con cui il mondo li acclama. Nessuno tra “i re della terra, i grandi, i generali, i ricchi, i potenti e ogni schiavo e ogni uomo libero” scamperà. Se la pandemia COVID è stata un grande livellatore colpendo tutti senza discriminare o fare favoritismi, il giudizio di Dio lo sarà ancora di più. E tanto terrificante sarà “l’ira dell’Agnello” che gli uomini preferiranno essere schiacciati dai monti e dalle rocce. Proviamo a immaginare uno spavento così grande da umiliare i più arroganti, da impoverire i più ricchi e da abbattere i più forti. Così sarà il gran giorno dell’ira dell’Agnello, e anche se sembra tardare, il suo futuro arrivo è certo, essendo scritto nel libro nella mano dell’Agnello.

Ma anche questo è la manifestazione della misercordia e dell’amore di Dio. Non è a caso che si tratti dell’ira “dell’Agnello”, lo stesso Agnello che si è sacrificato per togliere il peccato. Il Giudice del mondo non è altro che il Salvatore del mondo. Colui che versa la sua ira sul mondo non è altro che colui che si è sostituito al posto del mondo sotto la stessa ira. L’ira dell’Agnello è dunque l’ira del suo amore, l’amore che rifiuta di essere rifiutato, l’amore che non resta indifferente di fronte a ciò che distrugge l’amato, l’amore che è consumante come un fuoco e feroce come un urugano. L’ira dell’Agnello è lo stesso amore che ha rivelato sulla croce che ora viene manifestato in modo irresistibile e inarrestabile nei confronti di ogni singolo essere umano. E il motivo per cui a Giovanni fu concesso di vedere in anticipo questo giorno e poi di scriverlo a noi è affinché ogni peccatore abbia l’opportunità di ravvedersi e prepararsi al suo arrivo, e affinché ogni credente si fortifichi nella propria fede e speranza, mantendo ferma la testimonianza di Gesù Cristo fino alla morte.

Ecco perché abbiamo tanto bisogno di meditare a lungo su Apocalisse, perché l’inizio del libro stesso pronuncia questa benedizione: “Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e serbano le cose che vi sono scritte, perché il tempo è vicino” (1:3). Non ci resta altro che fare esattamente questo. Che Dio ci conceda la grazia tramite la sua parola di perseverare fino alla fine, rimanendo fedeli a lui e costanti nella nostra testimonianza. Amen.