Isaia 28: Sia Dio veritiero e ogni uomo bugiardo

1) L’introduzione a Isaia 28

Il brano biblico che studiamo oggi, Isaia 28, apre una suddivisione importante nel libro del profeta Isaia, costituita da una serie di sei lamenti rivolti al regno di Giuda, di cui Gerusalemme era la capitale. Isaia 28 è infatti il primo di questi sei lamenti e dipinge la situazione deplorevole che il profeta è chiamato ad affrontare con la parola di Dio. Isaia proclama quest’oracolo nell’ultima metà dell’ottavo secolo a.C. — un’epoca ovviamente molto lontana dalla nostra — ma questo non lo rende irrilevante per noi oggi. Anzi, il messaggio di questo capitolo è molto attuale e pertinente in quanto anche noi siamo costretti tutti i giorni a fronteggiare lo stesso problema fondamentale: cioè la falsità.

Non so se per voi è così, ma guardando il mondo io mi trovo spesso a pregare come nel Salmo 12:1-2:

Salva, o Signore, poiché non ci sono più giusti e i fedeli vengono a mancare tra i figli degli uomini. Ciascuno mente parlando con il prossimo; parla con labbro adulatore e con cuore doppio.

Dappertutto c’è infatti la falsità in tutte le sue forme: la menzogna, l’inganno, anche la mezza verità che lascia intendere l’opposto della verità. Come qualcuno ha osservato, la falsità non è la cosa peggiore che noi esseri umani facciamo, ma è ciò che ci permette di fare le cose peggiori. È la falsità che permette ai potenti del mondo di sfruttare e di opprimere, rivendicando però di operare a favore dei loro sudditi. È la falsità che permette ai governi di convincere le loro popolazioni che la guerra è necessaria. È la falsità che permette ai criminali di rubare, danneggiare e ammazzare. È la falsità che ci permette di negare che le nostre dipendenze sono veramente dipendenze, impendendoci di trovare aiuto e liberazione. È la falsità che ci permette di giustificare ogni sorta di male, grande o piccolo che sia, convincendoci che abbiamo ragione quando in realtà abbiamo solo torto. È vero, dunque, che mentre la falsità non è la cosa peggiore, è ciò che permette alle cose peggiori di succedere. È davvero difficile saper come vivere in un mondo di falsità, e ancora più difficile mantere fiducia in Dio quando tutto ciò che ci circonda contraddice la sua parola.

Ma in un mondo di falsità — come quello in cui Isaia profetizzò — possiamo comunque trovare forza per credere e speranza per perseverare se facciamo tesoro di questo capitolo, Isaia 28. Possiamo essere molto incoraggiati da questo profeta che fu una voce solitaria della verità in mezzo a un deserto di falsità. Possiamo imparare a vivere come testimoni della parola di Dio nonostante le labbra bugiarde e i cuori doppi che ci assediano da ogni lato. Questo è infatti lo scopo del nostro studio. Essendo letteratura profetica e poetica, Isaia 28 non è di facile comprensione, e quindi procederemo nella seguente maniera. Prima esamineremo il capitolo versetto per versetto per capire bene il suo messaggio. Dopo ne riassumeremo i temi principali per scoprire il significato per noi oggi.

2) Il messaggio di Isaia 28

28:1 Guai alla superba corona degli ubriachi di Efraim e al fiore che appassisce, splendido ornamento che sta sul capo della grassa valle degli storditi dal vino!

Il messaggio che il Signore comanda a Isaia di annunciare al popolo di Giuda comincia con una profezia rivolta invece al popolo di “Efraim”, cioè alle dieci tribù d’Israele che si erano ribellate alla monarchia davidica dopo la morte di Salomone e che avevano formato un regno separato al nord. Questo regno fu distrutto dagli Assiri nel 722 a.C. a causa della sua persistente malvagità, e la profezia riguardante questa distruzione, che Isaia qui riferisce, serve da esempio al regno di Giuda della sorte che aspetta anche esso a causa della sua malvagità.

La prima parola del messaggio di Isaia è semplicemente “guai!”, una parola diametralmente opposta alle apparenze del regno d’Israele. La sua capitale — la città di Samaria — sembra dall’esterno uno “splendido ornamento che sta sul capo della grassa valle”, ma in realtà è un “fiore che appassisce”. Mentre i suoi abitanti si divertono con vino e s’ingannano che va tutto bene, Isaia arriva con una parola contraddittoria e devastante: guai!

28:2-4 Ecco venire, da parte del Signore, un uomo forte, potente, come una tempesta di grandine, un uragano distruttore, come una piena di grandi acque che straripano; egli getta quella corona a terra con violenza. La superba corona degli ubriachi di Efraim sarà calpestata; il fiore che appassisce, lo splendido ornamento che sta sul capo della grassa valle, sarà come il fico primaticcio che precede l’estate: appena uno lo scorge, l’ha in mano e lo ingoia.

Guai! perché il Signore sta mandando contro il regno d’Israele giudizio nella forma di “un uomo forte”, cioè l’impero degli Assiri, che lo annienterà con la violenza di “una tempesta di grandine” e di “un uragano distruttore”. E come il primo fico della stagione, Israele sarà subito e totalmente ingoiato. La sua bellissima corona — la capitale Samaria — “sarà calpestata”, rivelando che la sua prosperità è un’apparenza ingannevole, che la sua felicità è fugace, e che il suo vino è un soporifero che la rende insensibile alla sua imminente rovina.

28:5-6 In quel giorno il Signore degli eserciti sarà una splendida corona, un diadema d’onore al resto del suo popolo,uno spirito di giustizia a colui che siede come giudice, la forza di quelli che respingono il nemico fino alle sue porte.

Ma il giudizio non è l’ultima parola di Dio al suo popolo. Il motivo per cui va calpestata la corona falsa d’Israele è affinché il Signore diventi la vera “splendida corona”. Laddove prima c’era solo ingiustizia, Dio stabilirà la giustizia. Laddove prima c’era solo debolezza e sconfitta davanti al nemico, sarà Dio stesso la forza e la protezione del suo popolo. Questa è la promessa; questa è l’intenzione di Dio nel giudicare.

28:7-8 Ma anche questi barcollano per il vino e vacillano per le bevande inebrianti; sacerdote e profeta barcollano per le bevande inebrianti, affogano nel vino, vacillano per le bevande inebrianti, barcollano mentre hanno visioni, tentennano mentre fanno da giudici. Tutte le tavole sono piene di vomito, di lordure, non c’è più posto pulito.

Non è chiaro a questo punto se il profeta si rivolge ora agli abitanti di Gerusalemme (come fa esplicitamente dal v.14 in poi), o se continua il suo discorso su Israele. Forse tutti e due sono adesso i destinatari. In ogni caso, l’importante è notare che qui Isaia prende di mira specificamente i sacerdoti e i profeti del popolo, i quali si ubriacano anche loro, “barcollano mentre hanno visioni”. Non sono dunque in grado, come sono stati incaricati, di far conoscere la parola di Dio al popolo. Anzi, “tutte le tavole sono piene di vomito”; invece di riempire il paese della conoscenza del Signore, lo riempiono di sporcizia e impurità.

28:9-10 «A chi vuole dare insegnamenti? A chi vuole far capire la lezione? A dei bambini appena divezzati, staccati dalle mammelle? Poiché è un continuo dar precetto dopo precetto, precetto dopo precetto, regola dopo regola, regola dopo regola, un poco qui, un poco là!»

Qui Isaia cita le parole beffarde di questi sacerdoti e profeti che cercano di ridicolizzare il suo messaggio chiamandolo “insegnamenti da bambini”, “un poco qui, un poco là”. Evidentemente i sacerdoti e i profeti si ritengono troppo intelligenti, troppo istruiti, e troppo sofisticati per la predicazione di Isaia che a loro sembra roba da stupidi, sempliciotti e scemi.

28:11 Ebbene, sarà mediante labbra balbuzienti e mediante una lingua straniera che il Signore parlerà a questo popolo.

Poiché essi hanno respinto la parola di Dio come il balbettare di bambini, così il Signore gli parlerà veramente in questa maniera: “mediante labbra balbuzienti” di un invasore straniero, mediante la lingua che parleranno gli assiri (e dopo i babilonesi) quando arrivano per distruggere il paese. Tale giudizio è conforme al disprezzo che il popolo ha avuto nei confronti della parola di Dio.

28:12 Egli aveva detto loro: «Ecco il riposo: lasciar riposare lo stanco; questo è il refrigerio!» Ma quelli non hanno voluto ascoltare.

Questo, infatti, è la parola di Dio che Isaia aveva riferito loro: riposatevi! Come dice ancora nel 30:15: “Poiché così aveva detto il Signore, Dio, il Santo d’Israele: «Nel tornare a me e nello stare sereni sarà la vostra salvezza; nella calma e nella fiducia sarà la vostra forza». Ma voi non avete voluto!” Ciò che diventa chiaro nel capitolo 30 è che, mentre l’esercito assiro che invade e distrugge il regno d’Israele al nord, il regno di Giuda tenta di fare un’alleanza con Egitto per proteggere il suo territorio.

Questo viene fortemente condannato da Isaia perché vuol dire che Giuda sta confidando nell’Egitto anziché nel Signore. Sta mettendo fiducia per la salvezza in quel potere che una volta l’aveva tenuto schiavo e dal quale il Signore, il vero Salvatore, l’aveva liberato! Di conseguenza, Giuda non è in grado di riposarsi nella certezza che sarà il Signore a salvarlo dagli assiri, e l’esortazione di Isaia di fare proprio questo gli sembra del tutto insensata. E così sembra a tutti che sono convinti di doversi salvare da soli con le proprie forze.

28:13 La parola del Signore è stata per loro precetto dopo precetto, precetto dopo precetto, regola dopo regola, regola dopo regola, un poco qui, un poco là, affinché essi andassero a cadere a rovescio, fossero fiaccati, còlti al laccio e presi!

Questa parola del Signore — il comandamento di fidarsi solo di lui e dunque riposarsi nella sua forza — è stata quella che Giuda ha schernito come sciocchezza, come insulto alla sua intelligenza, la cui conseguenza sarà la sua rovina. Ma (e questo è il punto che Isaia proclamerà nel resto del capitolo) il rifiuto della parola di Dio da parte del popolo non ostacolerà la divina intenzione. Anzi, scandalizzare il popolo fa proprio parte del disegno di Dio: “affinché essi andassero a cadere…”. Isaia qui anticipa 1 Corinzi 1:21: Poiché il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria sapienza, è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione.”

28:14 Ascoltate dunque la parola del Signore, o schernitori, che dominate questo popolo di Gerusalemme!

Quindi, nonostante l’ostinazione del popolo di Gerusalemme, il profeta gli comanda di comunque dare ascolto alla parola di Dio. Il rifiuto di ascoltare non è motivo per non predicare, perché anche in questo rifiuto il Signore compie misteriosamente il suo proposito.

28:15 Voi dite: «Noi abbiamo fatto alleanza con la morte, abbiamo fatto un patto con il soggiorno dei morti; quando l’inondante flagello passerà, non giungerà fino a noi, perché abbiamo fatto della menzogna il nostro rifugio e ci siamo messi al sicuro dietro l’inganno».

Ora tocca al profeta farsi beffe delle parole del popolo di Giuda. L’alleanza che hanno fatto con Egitto per la protezione contro gli assiri non è altro che un'”alleanza con la morte”. Ciò di cui Giuda ha fatto il suo rifugio non è altro che menzogna, e ha messo le sue speranze soltanto nell’inganno. È dunque veramente stupido parlare come parla Giuda: “quando l’inondante flagello passerà, non giungerà fino a noi!” Chi è il vero scemo, Isaia chiede: quelli che si fidano della parola di Dio o quelli che si fidano della falsità?

28:16 Perciò così parla il Signore, Dio: «Ecco, io ho posto come fondamento in Sion una pietra, una pietra provata, una pietra angolare preziosa, un fondamento solido; chi confiderà in essa non avrà fretta di fuggire.

Dovremo tornare a questo versetto cruciale alla fine, ma per adesso ci basta notare che, contro gli sforzi inutili di Giuda di salvare il suo regno tramite un’alleanza con Egitto, è il Signore che l’ha fondato, e sarà il Signore a determinare il suo destino. Contro la malriposta fiducia di Giuda nella falsità, la verità di Dio durerà come “una pietra”. Essendo “una pietra provata”, non importa se tutto il popolo di Giuda rifiuta la parola di Dio: essa resiste a ogni prova e attacco.

Essa è infatti non solo la pietra provata ma la pietra che prova. Chi pensa di poterla giudicare sarà da essa giudicato. Chi pensa di poterla schernire sarà da essa schernito. Quindi, non importa se Isaia si trova totalmente da solo a riferire la parola di Dio a un pubblico ostile. Se lui confida in essa, pur essendo da solo, “non avrà fretta di fuggire”, ovvero non rimarrà deluso o sconvolto, ma starà calmo e fermo, fondato sulla pietra angolare.

28:17-20 Io metterò il diritto per livella e la giustizia per piombino; la grandine spazzerà via il rifugio di menzogna e le acque inonderanno il vostro riparo. La vostra alleanza con la morte sarà annullata e il vostro patto con il soggiorno dei morti non reggerà; quando l’inondante flagello passerà, voi sarete da esso calpestati. Ogni volta che passerà, vi afferrerà; poiché passerà mattina dopo mattina, di giorno e di notte; e sarà spaventevole imparare una tale lezione! Poiché il letto sarà troppo corto per distendervisi, e la coperta troppo stretta per avvolgervisi.

Il trionfo finale della parola di Dio che Isaia annuncia sarà rivelato quando essa si avvererà. Quando fallisce l’alleanza di Giuda con Egitto, quando arrivano gli invasori per assediare Gerusalemme, allora sarà spazzato via “il rifugio di menzogna”. Quando Giuda sarà costretto a coricarsi nel letto che ha fatto, scoprirà che esso non è capace di dare il riposo sperato. Quando Giuda sarà calpestato da stranieri, imparerà la verità della parola di Dio, ma quanto “sarà spaventevole imparare una tale lezione!”

28:21 Poiché il Signore sorgerà come al monte Perazim, si adirerà come nella valle di Gabaon, per fare la sua opera, l’opera sua singolare, per compiere il suo lavoro, lavoro inaudito».

Ma più spaventevole di tutto sarà “l’opera … singolare” del Signore, il suo “lavoro inaudito”. Singolare e inaudito perché sarà contro il suo proprio popolo che il Signore sorgerà in giudizio. I richiami “al monte Perazim” e alla “valle di Gabaon” si riferiscono a due momenti importanti quando il Signore ha sconfitto i nemici di Israele, i canaanei (Giosué 10) e i filistei (2 Samuele 5). In base a questi ricordi, Giuda si aspetta che il Signore combatterà di nuovo contro i suoi nemici. Ma la cosa inaudita è che il Signore combatterà invece contro Giuda!

28:22-23 Ora non fate gli schernitori, affinché le vostre catene non abbiano a rafforzarsi! Poiché io ho udito, da parte del Signore, Dio degli eserciti, che è deciso uno sterminio completo di tutto il paese. Porgete orecchio e date ascolto alla mia voce! State attenti e ascoltate la mia parola!

Nella Bibbia, fare “gli schernitori” è la cosa più grave, perché significa non solo rifiutare la parola di Dio, ma anche disprezzarla, farsi beffe di essa. Però, nonostante il pessimo comportamento di Giuda finqui, Isaia continua a supplicarlo di dare ascolto al suo messaggio. Finché il profeta parla, c’è tempo per ravvedersi, c’è tempo per scongiurare lo “sterminio completo” che il Signore ha decretato.

28:24-28 L’agricoltore ara sempre per seminare? Rompe ed erpica sempre la sua terra? Quando ne ha appianata la superficie, non vi semina l’aneto, non vi sparge il comino, non vi mette il frumento a solchi, l’orzo nel luogo designato e la spelta entro i limiti ad essa assegnati? Il suo Dio gli insegna la regola da seguire e lo istruisce. L’aneto non si trebbia con la trebbia, né si fa passare sul comino la ruota del carro; ma l’aneto si batte con il bastone e il comino con la verga. Si trebbia il grano, tuttavia non lo si trebbia sempre; vi si fanno passare sopra la ruota del carro e i cavalli, ma non si schiaccia.

Tuttavia, siccome Giuda persiste nel fare lo schernitore, arriverà il momento che Isaia prevede. Come fa l’agricoltore, Dio romperà ed erpicherà la terra di Giuda. Il popolo sarà trebbiato come grano. Il nemico gli passerà sopra con la ruota del carro. Ma, sempre conforme all’analogia dell’agricoltore, lo scopo di Dio non è di rompere, di trebbiare o di schiacciare per sempre. Le azioni “distruttive” dell’agricoltore servono per preparare il terreno alla semina, proprio come Dio fa morire per poter risuscitare a nuova vita. Inoltre, come “l’aneto non si trebbia con la trebbia” ma piuttosto “si batte con il bastone”, così il giudizio che il Signore ha decretato è esattamente ciò che serve per compiere il suo proposito a favore di Giuda. Non serve più di questo, ma non serve neanche di meno.

28:29 Anche questo procede dal Signore degli eserciti; meravigliosi sono i suoi disegni, grande è la sua saggezza.

Per questo, il discorso di Isaia finisce acclamando la saggezza di Dio nell’eseguire i suoi disegni. Le sue vie sono spesso misteriose e inscrutabili, a volte anche scandalose, ma sono tutte sagge. Quando la verità della sua parola trionferà su ogni falsità umana, allora tutti lo vedranno, persino gli schernitori, e dovranno confessare ciò che adesso confessa solo Isaia: “meravigliosi sono i suoi disegni, grande è la sua saggezza”.

3) Il significato attuale di Isaia 28

Questo è il messaggio di Isaia 28 e il suo significato per il popolo di Giuda nell’ottavo secolo a.C. Ma per noi oggi? Che significato, che pertinenza, che applicazione ha per noi che viviamo nell’XXI secolo d.C.? Possiamo scoprire questo significato nel riassumere due temi principali che sono emersi nel nostro studio.

A) La verità di Dio è più forte della falsità dell’uomo

Il primo tema è che la verità di Dio è più forte della falsità dell’uomo. Abbiamo parlato all’inizio della difficoltà di vivere in un mondo di falsità. Dopo essere stati ingannati tante volte, è quasi impossible non diventare diffidenti verso gli altri, e questo può avere un impatto anche sul nostro modo di vedere Dio. Dubitiamo della parola degli altri, e cominciamo a dubitare della parola di Dio. Oppure, anche se continuiamo a dire che crediamo, possiamo cominciare a dubitare dell’efficacia della parola di Dio, perché vediamo che è quasi sempre rifiutata o negata. Siamo inoltre tentati spesso a tacere la nostra testimonianza: o perché non vogliamo affrontare il rifiuto degli altri, o semplicemente perché siamo poco fiduciosi che avrà qualche effetto.

Qui la persona di Isaia è certamente un buon esempio, ma più importante ancora è il contenuto del suo messaggio. Egli insiste sul fatto (perché Dio insiste sul fatto!) che la verità di Dio è più forte della falsità dell’uomo. La parola di Dio è sempre efficace anche quando la menzogna e l’inganno sembrano prevalere. La verità di Dio è la “pietra provata” che reggerà quando ogni altro edificio umano crollerà. In più, lungi dal mettere in dubbio la parola di Dio, il rifiuto, lo scherno e l’incredulità dell’uomo diventano, nelle mani sovrane del Signore, testimoni involontari della sua efficacia. Come dice Paolo in Romani 3:3-4:

Che vuol dire infatti se alcuni sono stati increduli [nei confronti della parola di Dio]? La loro incredulità annullerà la fedeltà di Dio? No di certo! Anzi, sia Dio riconosciuto veritiero e ogni uomo bugiardo, com’è scritto: «Affinché tu sia riconosciuto giusto nelle tue parole e trionfi quando sei giudicato».

Qui Paolo sintetizza bene il nocciolo del discorso. Quando la falsità umana nega la verità di Dio, non fa altro che far risalire ancora di più che Dio, e Dio solo, è veritiero. Come la luce risplende con più brillantezza negli ambienti più tenebrosi, così Dio può essere più chiaramente riconosciuto come l’unica fonte di verità quando ogni uomo è dimostrato bugiardo. Quindi, come Paolo sostiene, Dio trionfa sempre, sia quando è riconosciuto giusto da coloro che si fidano delle sue parole, sia quando è giudicato dalla superbia umana.

Quando ci sentiamo dunque assediati e inondati dalla falsità del mondo che rifiuta di ascoltare la nostra testimonianza, non perdiamo fiducia nella verità di Dio di trionfare, perché come dimostrato in Isaia, essa è sempre più grande e più forte della resistenza che le viene opposta. Non dobbiamo avere vergogna del vangelo che spesso è ignorato o disprezzato perché, come il messaggio di Isaia, sembra “roba da bambini e da scemi”. Riconosciamo che la saggezza del vangelo sta proprio nella sua apparente follia, che la potenza del vangelo sta proprio nella sua apparente debolezza.

B) La parola di Dio (Gesù!) è la pietra angolare della nostra fiducia e il riposo delle nostre anime.

Il secondo tema è legato al primo, e torna al versetto chiave di Isaia 28:

Perciò così parla il Signore, Dio: «Ecco, io ho posto come fondamento in Sion una pietra, una pietra provata, una pietra angolare preziosa, un fondamento solido; chi confiderà in essa non avrà fretta di fuggire.

Se nel contesto di Isaia questo si riferisce alla parola di Dio che rimane ferma ed efficace contro quelli che la scherniscono, nel senso più grande si riferisce alla Parola che è Gesù Cristo. Questo è esattamente ciò che Paolo dice dopo in Romani 9:33 (per non parlare di tanti altri brani nel Nuovo Testamento che applica quest’immagine a Gesù). Gesù è quella pietra che, secondo Salmo 118:22, i costruttori nella loro intelligenza hanno rifiutato ma che Dio ha fatto diventare la pietra angolare. Gesù è la verità di Dio incarnata che ha subito il più grande rifiuto da parte dell’umanità quando lui è stato crocifisso. Ma come la più grande conferma del potere invincibile della sua parola, Dio lo ha risuscitato dai morti, dimostrando una volta per sempre la sua verità trionferà sempre sulla falsità umana.

Se dunque noi confidiamo in questa pietra, se ne facciamo la pietra angolare della nostra vita, non saremo mai delusi. Non avremo, come dice letteralmente Isaia 28:16, “fretta”, perché troveremo invece riposo nell’essere fondati su questo fondamento. Non correremo sempre di qua e di la, sempre sforzandosi, sempre lavorando, sempre facendo freneticamente senza mai fermarci, convinti che se non ci pensiamo noi, tutto andrà a pezzi. Il segno di quelli che hanno costruito la loro vita su Gesù come pietra angolare è la possibilità — la libertà — di lasciar andare, di non fare, di stare sereni e nella calma perché sappiamo che possiamo fidarci del Signore di salvarci, di prendersi cura di noi, di provvedere a ogni nostro bisogno. Certo, abbiamo tutti doveri e responsabilità irrinunciabili. Ma questi doveri e responsabilità non dovrebbero diventare causa di preoccupazione o ansia come se, se dovessimo venir meno a essi, Dio non sarebbe in grado di comunque provvedere a tutto quello che serve. C’è in realtà una sola cosa necessaria e irrinunciabile:

Fermatevi», dice, «e riconoscete che io sono Dio. (Salmo 46:10)

Che Dio ci conceda la grazia di far tesoro di questa sua parola e di metterla in pratica. Amen.

Genesi 1:1-5 Nel Principio Dio

1) Dio Creò (Genesi 1:1-2)

1 Nel principio Dio creò i cieli e la terra. La terra era informe e vuota, le tenebre coprivano la faccia dell’abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque.

La Bibbia inizia, in Genesi 1:1, con le famose parole: “Nel principio Dio creò i cieli e la terra”. L’enormità del significato di questa sola frase è uguale alle dimensioni dell’universo che essa descrive. Se comprendiamo questo, anche solo in modo parziale, ci cambierà radicalmente la vita. È dunque necessario riflettere bene su questo, meditando attentamente su ogni singola parola.

Nel principio, Dio creò i cieli e la terra.

Nel principio, Dio creò.

Nel principio, Dio.

È interessante notare che la Bibbia non comincia dal punto di vista umano o con un tentativo di provare l’esistenza di Dio quando la maggior parte delle persone pensa di sé come il presupposto dell’esistenza e della ragione. L’influente filosofo francese Renato Cartesio lo disse così: “Penso, quindi sono”. In altre parole, non posso essere veramente certo di niente se non la mia esistenza. Parto sempre dal fatto che io esisto, e valuto tutto in quanto riesco a capirlo rispetto alle mie esperienze. Se credo in Dio, è perché ho giudicato le prove della sua esistenza convincenti. Se non ci credo, forse è perché non credo in ciò che non posso toccare, vedere o sentire. Se cerco Dio, è perché ne sento il bisogno. Se non lo cerco, è perché penso di farcela senza di lui. In ogni caso — credente o non credente, praticante o non praticante — sono sempre io al centro della questione. La questione dell’esistenza di Dio, la questione del suo ruolo nella mia vita, tutto viene determinato in base alla mia capacità di indagare, ragionare, e giudicare.

La Bibbia, al contrario, inizia nel modo opposto. Non offre prove o ragioni per dimostrare l’esistenza di Dio. Non cerca di rendere pertinente la questione alla nostra vita. Dichiara in modo semplice e schietto: “Nel principio, Dio”. Così dovrebbe essere anche il nostro modo di pensare e di fare. Non “nel principio io” ma “nel principio Dio”. Questo deve essere il nostro presupposto di vita, il nostro punto di partenza. L’esistenza di Dio dovrebbe essere per noi più certa del fatto che noi esistiamo. Il nostro approccio non dovrebbe essere “penso, quindi sono” ma “Dio, quindi sono”. L’esistenza di Dio è l’unico, vero, inalterabile, innegabile fatto della realtà. “Nel principio, Dio” e nient’altro. Inoltre, “nel principio Dio creò” significa che, come l’universo, i cieli e la terra, devono tutta la loro esistenza solo a questo, così anche noi. L’apostolo Giovanni, commentando e ampliando Genesi 1 alla luce della venuta della Parola di Dio, Gesù Cristo, spiega:

Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei, e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. (Giovanni 1:1-3)

Negare, dunque, l’esistenza di Dio è la forma di irrazionalità più assurda, perché nega la fonte e l’origine di tutto quello che esiste all’infuori di Dio. Sarebbe simile se un figlio negasse di aver avuto una madre, o se un libro negasse di aver avuto un autore, o se un edificio negasse di aver avuto un architetto. Di conseguenza, partire non dal “nel principio Dio” ma dal “nel principio io” scompiglierà e rovinerà tutto quello che segue.

Ecco perché Salmo 14:1 dichiara senza equivoci: “Lo stolto ha detto nel cuor suo: ‘Non c’è Dio'”. E cosa ne risulta? I versetti successivi (2-3) lo precisano:

Sono corrotti, fanno cose abominevoli; non c’è nessuno che faccia il bene. Il Signore ha guardato dal cielo i figli degli uomini, per vedere se vi è una persona intelligente, che ricerchi Dio. Tutti si sono sviati, tutti sono corrotti, non c’è nessuno che faccia il bene, neppure uno.

“Nel principio Dio” è, secondo Genesi 1:1, la bussola senza la quale navigare questo mondo e questa vita è impossibile. Avere la bussola rotta ci porterà lontano da dove vogliamo e dobbiamo andare.

2) Dio Disse (Genesi 1:3)

Dio disse: «Sia luce!» E luce fu.

Poi nel v.3 di Genesi 1, troviamo un altro dato di fatto che sempre precede e fonda la nostra esistenza e la nostra esperienza: “Dio disse”. Questo Dio che era nel principio, che è egli stesso il principio, non è un dio zitto e muto. Dio è il Dio che dice, che parla, che comunica. E quando parla, chiama all’esistenza le cose che non sono. “Dio disse: “Sia luce!” E luce fu.” Nel principio, Dio non parlò a un altro che esisteva già insieme a lui. Dio parlò alla luce e le diede un comando prima che la luce fosse, ma fu la sua parola stessa, rivolta alla luce inesistente, che portò la luce all’esistenza. Vale a dire, la parola di Dio è efficace; compie la volontà di chi la pronuncia. Così afferma il Signore in Isaia 55:10-11:

Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver annaffiato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, affinché dia seme al seminatore e pane da mangiare, così è della mia parola, uscita dalla mia bocca: essa non torna a me a vuoto, senza aver compiuto ciò che io voglio e condotto a buon fine ciò per cui l’ho mandata.

Così afferma il Signore anche in Geremia 1:12:

Io vigilo sulla mia parola per mandarla a effetto.

E ancora una volta in Giovanni 1, v.5:

La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta.

Se le tenebre mai provassero a resistere alla parola di Dio che chiama la luce dal nulla, non riuscirebbero a contrastarla. “Dio disse: ‘Sia luce'”, e le tenebre non potevano sopraffare il potere del comando divino, ma dovevano arrendersi davanti a esso e cedere spazio all’arrivo della luce.

Questo concetto della parola e del parlare di Dio deve affiancarsi a quello dell’esistenza di Dio: nel principio Dio creò, e nel principio Dio disse. Di nuovo, la Bibbia qui all’inizio non cerca di provare che la parola di Dio è veritiera ed efficace; fa vedere semplicemente che lo è. Non chiede neanche se la parola di Dio sia attinente o importante alla nostra vita, perché “essa era nel principio con Dio” (Giovanni 1:2). Ovvero, la domanda da fare, quella con cui la Bibbia inizia, non è: “È la parola di Dio pertinente alla vita umana?” ma piuttosto: “È la vita umana pertinente alla parola di Dio?” Il principio dell’universo, il fondamento della realtà, il dato di fatto inalterabile prima di ogni nostro pensare, sperimentare e fare è la parola di Dio, come diventa chiaro alla fine di Genesi 1:

26 Poi Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza, e abbiano dominio sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». 27 Dio creò l’uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina. 28 Dio li benedisse; e Dio disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra, rendetevela soggetta, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sopra ogni animale che si muove sulla terra».

Secondo questo, non sono la ragione e l’esperienza umane che convalidano la parola di Dio, ma è la parola di Dio che le crea e costituisce. La parola di Dio, essendo “nel principio con Dio”, non è soggetta al giudizio umano né deriva la sua attendibilità dalla nostra valutazione. È la parola di Dio che è il nostro giudice, la parola di Dio che valuta la nostra fedeltà o meno. Ciò che succede quando si nega “nel principio, Dio” succede anche quando si nega “nel principio Dio disse”. In Genesi 3:2, sarà proprio questa la tentazione del serpente che farà cadere Adamo ed Eva nel peccato, nel decadimento, e infine nella morte:

«Come! Dio vi ha detto di non mangiare da nessun albero del giardino?»

Il messaggio qui è evidente: non dobbiamo mai pensare di poter chiamare in giudizio la parola di Dio; dobbiamo solo dare ascolto, sottometterci e ubbidire a essa. Come fu per l’universo così continua a essere per noi tutti i giorni della nostra vita: nel principio Dio disse. Ecco il motivo per la beatitudine nel Salmo 1 di chi:

…il cui diletto è nella legge del Signore e su quella legge medita giorno e notte. Egli sarà come un albero piantato vicino a ruscelli, il quale dà il suo frutto nella sua stagione e il cui fogliame non appassisce; e tutto quello che fa prospererà. (vv.2-3)

Così in Deuteronomio 32:46-47 il Signore comanda al suo popolo per bocca di Mosè:

Prendete a cuore tutte le parole che oggi pronuncio solennemente davanti a voi. Le prescriverete ai vostri figli, affinché abbiano cura di mettere in pratica tutte le parole di questa legge. Poiché questa non è una parola senza valore per voi: anzi, è la vostra vita.

3) Dio Separò (Genesi 1:4-5)

Dio vide che la luce era buona; e Dio separò la luce dalle tenebre. Dio chiamò la luce «giorno» e le tenebre «notte». Fu sera, poi fu mattina: primo giorno.

C’è ancora un terzo elemento che dobbiamo considerare. Dopo aver creato la luce, il testo di Genesi 1 prosegue dicendo che “Dio vide che la luce era buona; e Dio separò la luce dalle tenebre”. Questo “separare” la luce dalle tenebre fu e rimane indispensabile. Se Dio non avesse separato la luce dalle tenebre, se non avesse chiamato la luce “giorno” e le tenebre “notte”, non avrebbe potuto garantire che le tenebre non avrebbero sopraffato, o almeno confuso, la luce. Questa separazione protegge la luce dalle tenebre, e assicura che le tenebre abbiano sempre un limite oltre il quale non riescono a passare. Questa separazione è la promessa che, nonostante sia la notte, il giorno sicuramente spunterà. Notiamo infatti l’ordine dei giorni in Genesi 1: “Fu sera, poi fu mattina: primo giorno”. Non “fu mattina, poi fu sera”, come se la luce venisse sopraffata dalle tenebre, ma “fu sera, poi fu mattina” per dire: “è la luce che sempre vincerà!” E questo trionfo grazie alla separazione che Dio creò tra la luce e le tenebre, tra il giorno e la notte.

Lo stesso punto è ripetuto nella narrazione dei due giorni successivi nei vv.6-13:

Poi Dio disse: «Vi sia una distesa tra le acque, che separi le acque dalle acque». Dio fece la distesa e separò le acque che erano sotto la distesa dalle acque che erano sopra la distesa. E così fu. Dio chiamò la distesa «cielo». Fu sera, poi fu mattina: secondo giorno.

Poi Dio disse: «Le acque che sono sotto il cielo siano raccolte in un unico luogo e appaia l’asciutto». E così fu. 10 Dio chiamò l’asciutto «terra», e chiamò la raccolta delle acque «mari». Dio vide che questo era buono. 11 Poi Dio disse: «Produca la terra della vegetazione, delle erbe che facciano seme e degli alberi fruttiferi che, secondo la loro specie, portino del frutto avente in sé la propria semenza, sulla terra». E così fu. 12 La terra produsse della vegetazione, delle erbe che facevano seme secondo la loro specie e degli alberi che portavano del frutto avente in sé la propria semenza, secondo la loro specie. Dio vide che questo era buono. 13 Fu sera, poi fu mattina: terzo giorno.

In questi versetti, troviamo la stessa enfasi sulla separazione che Dio effettua tra i vari elementi nella creazione. Nel v.6, Dio crea una distesa (sempre tramite la sua parola!) per separare le acque. Poi nel v.9, Dio ordina alle acque di essere “raccolte in un unico luogo” affinché possa apparire “l’asciutto”. Anche se il testo non usa la parola “separare”, l’idea è sempre quella. Dio separa le acque dalla terra asciutta per permettere alla terra, come prosegue nei vv.11-12, di produrre “della vegetazione, delle erbe … e degli alberi” per portare frutto. Di nuovo vediamo come la separazione che Dio stabilisce tra le acque e l’asciutto è indispensabile alla vita. Se, come dice nel v.2, c’è solo l’acqua sulla superficie, la terra sarà solo “informe e vuota”, incapace di ospitare la vita. Come il limite che Dio impone alle tenebre garantisce che la luce non ne sarà sopraffatta, così anche il limite che Dio impone alle acque garantisce che l’asciutto non sparirà e la vita potrà prosperare. Questo, ovviamente, anticipa il giudizio del diluvio nel cap.7 quando Dio permette che le acque tornino a ricoprire l’asciutto, e di conseguenza ogni essere vivente sull’asciutto muore.

Ecco quindi la necessità del comando di Dio che separa, che limita, che dice anche di no. Il comando, o possiamo anche dire la legge di Dio, è quella che stabilisce l’ordine, che previene il caos, e che crea le condizioni occorrenti alla vita. Senza il comando di Dio, la terra sarebbe informe e vuota, la vita sparirebbe, e la luce sarebbe sopraffatta dalle tenebre. E come l’esistenza e la parola di Dio così anche il comando di Dio: è nel principio. Esso è il presupposto della nostra esistenza, della nostra felicità, e della nostra pace. Abbiamo queste cose solo nella misura in cui ubbidiamo a quello che Dio comanda. Dio dunque parlava seriamente quando nel 2:16-17:

…ordinò all’uomo: «Mangia pure da ogni albero del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai».

Questo, secondo Genesi 1, è il terzo dato di fatto inalterabile e imprescindibile della nostra esistenza. Possiamo provare a ignorarlo, a negarlo, o a contrastarlo, ma l’unico risultato sarà sempre lo stesso: la morte.

4) Il Nuovo Principio

Questo, infatti, è la condizione del mondo in cui viviamo. Il mondo non è come descritto in Genesi 1, in cui le tenebre e le acque — sia quelle letterali sia quelle metaforiche — ubbidiscono sempre alla parola di Dio. A volte la mattina non spunta dopo la notte e la luce sembra avvolta dalle tenebre. A volte le acque non rimangono nel posto assegnato loro ma straripano e inondano e distruggono. Il mondo in cui viviamo appare più “informe e vuoto” che ordinato e prospero. Questo è perché viviamo nel mondo del Genesi 3, il mondo in cui abbiamo messo noi stessi “nel principio” al posto di Dio, in cui abbiamo rifiutato la sua parola e ci siamo ribellati alla sua legge. E ne stiamo pagando le conseguenze. Per tornare al Salmo 14:

Sono corrotti, fanno cose abominevoli; non c’è nessuno che faccia il bene. Il Signore ha guardato dal cielo i figli degli uomini, per vedere se vi è una persona intelligente, che ricerchi Dio. Tutti si sono sviati, tutti sono corrotti, non c’è nessuno che faccia il bene, neppure uno.

Ecco perché nel suo vangelo, Giovanni non si limita a commentare Genesi 1; va oltre la prima creazione per parlare di una nuova:

La vera luce che illumina ogni uomo stava venendo nel mondo. 10 Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l’ha conosciuto. 11 È venuto in casa sua, e i suoi non l’hanno ricevuto; 12 ma a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio, a quelli cioè che credono nel suo nome, 13 i quali non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma sono nati da Dio.

14 E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre. 15 Giovanni gli ha reso testimonianza, esclamando: «Era di lui che io dicevo: “Colui che viene dopo di me mi ha preceduto, perché era prima di me. 16 Infatti dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia”». 17 Poiché la legge è stata data per mezzo di Mosè; la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo. (Giovanni 1:9-17)

Qui vediamo che il Dio Creatore che era nel principio è venuto poi nella sua creazione, divenendo parte di essa in forma umana, per ricreare ciò che si era corrotto e per darci un nuovo principio. Vediamo come la Parola di Dio, il Figlio di Dio stesso, è sceso dal cielo come la pioggia e la neve (per usare il linguaggio di Isaia 55) e non ci è tornato a vuoto, senza aver compiuto ciò per cui era stato mandato. La stessa Parola che era nel principio con Dio per mezzo della quale ogni cosa è stata fatta, questa Parola ha parlato di nuovo in mezzo alle tenebre del peccato e della morte e ha fatto risplendere la luce della vita eterna che non sarà mai sopraffatta. E vediamo che laddove la legge è risultata inefficace a salvare — in questo caso la legge “data per mezzo di Mosè” — “la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo” per togliere il peccato del mondo. Anche se il peccato e la morte abbondano in questo mondo, la grazia che abbiamo ricevuto in Cristo sovrabbonda ancora di più. Infatti è dalla pienezza di Dio in Cristo che abbiamo ricevuto la grazia della salvezza, e per questo abbiamo ricevuto, e riceviamo ancora, grazia su grazia su grazia su grazia su grazia.

Questo è il compimento del messaggio di Genesi 1, e in Cristo abbiamo il privilegio di beneficiarne. Rallegriamoci dunque! Fidiamoci sempre di più del Dio che era nel principio, perché è lui che in Cristo ci ha fatto rinascere a un nuovo principio nella speranza certa che un giorno tutta la creazione sarà fatta nuova, e potremmo allora goderci il mondo di pace, di giustizia e di amore che Dio ha promesso di realizzare. Amen.

1 Tessalonicesi: L’Azione della Parola di Dio

1) La Parola Con Potenza (1:1-10)

1:1 Paolo, Silvano e Timoteo alla chiesa dei Tessalonicesi che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: grazia a voi e pace [da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo]. 2 Noi ringraziamo sempre Dio per voi tutti, nominandovi nelle nostre preghiere, ricordandoci continuamente, davanti al nostro Dio e Padre, dell’opera della vostra fede, delle fatiche del vostro amore e della costanza della vostra speranza nel nostro Signore Gesù Cristo. Conosciamo, fratelli amati da Dio, la vostra elezione. Infatti il nostro vangelo non vi è stato annunciato soltanto con parole, ma anche con potenza, con lo Spirito Santo e con piena convinzione; infatti sapete come ci siamo comportati fra voi, per il vostro bene. Voi siete divenuti imitatori nostri e del Signore, avendo ricevuto la parola in mezzo a molte sofferenze, con la gioia che dà lo Spirito Santo, tanto da diventare un esempio per tutti i credenti della Macedonia e dell’Acaia. Infatti da voi la parola del Signore ha echeggiato non soltanto nella Macedonia e nell’Acaia, ma anzi la fama della fede che avete in Dio si è sparsa in ogni luogo, di modo che non abbiamo bisogno di parlarne; perché essi stessi raccontano quale sia stata la nostra venuta fra voi, e come vi siete convertiti dagli idoli a Dio per servire il Dio vivente e vero, 10 e per aspettare dai cieli il Figlio suo che egli ha risuscitato dai morti, cioè Gesù, che ci libera dall’ira imminente.

Fondamentale alla nostra fede è la Bibbia, l’unica testimonianza autorevole alla rivelazione di Dio all’umanità. La Bibbia, come sappiamo, è un libro, la parola di Dio scritta in parole umane. Questo fatto merita un po’ di riflessione. Perché questa testimonianza prende la forma di un libro? Perché Dio ha fatto sì che la sua parola fosse trasmessa a noi in questa modalità? O più basilare ancora: perché Dio si è rivelato a noi tramite la parola e non, per esempio, tramite una visione? La prima lettera di Paolo ai Tessalonicesi ci dà un’ottima opportunità per riflettere su questo tema, cioè, la centralità della parola alla nostra fede. I cristiani sono prima di tutto “un popolo del libro” perché, come Paolo afferma in 2 Timoteo 3:16-17:

16 Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, 17 perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona.

Solo della Scrittura è dichiarato questo, che è “ispirata da Dio”, e la Scrittura da sola è sufficiente affinché siamo completi e ben preparati per ogni opera buona.

La lettera di 1 Tessalonicesi, scritta da Paolo a una chiesa che aveva fondato nella città di Tessalonica (che esiste ancora oggi) in Grecia, non è un trattato specifico su quest’argomento, ma è pieno di riferimenti a esso. Quando Paolo lasciò la chiesa per fondarne altre altrove, essa era una comunità matura nella fede, ma dopo un po’ i suoi membri si resero conto di aver ancora bisogno del suo aiuto in certe questioni. Paolo, trovandosi lontano da Tessalonica, non poteva essere lì personalmente, e quindi gli scrisse questa lettera, sapendo che essa era in grado di supplire alla sua assenza nei confronti dei credenti tessalonicesi. In questo, vediamo la certezza che Paolo aveva nella parola scritta come strumento efficace dell’opera di Dio nella chiesa. Come spiega chiaramente nel 2:13:

2:13 Per questa ragione anche noi ringraziamo sempre Dio: perché quando riceveste da noi la parola della predicazione di Dio, voi l’accettaste non come parola di uomini, ma, quale essa è veramente, come parola di Dio, la quale opera efficacemente in voi che credete.

Per Paolo, la parola del vangelo, sia annunciata che scritta, “opera efficacemente” in noi che crediamo perché essa, pur provenendo da uomini come Paolo, non è solo la parola dell’uomo ma è veramente la parola di Dio. È questa certezza che vogliamo, e che dobbiamo, avere anche noi, perché se non siamo convinti dell’efficacia della Bibbia, avremo poca motivazione per darle retta. Se invece condividiamo la convinzione di Paolo, saremo sempre più spronati a leggerla, a studiarla, e a metterla in pratica.

La difficoltà che affrontiamo, però, è che viviamo in una cultura che sottovaluta la parola. Spesso si distingue tra “parole” e “fatti”, come se parole contassero meno dei fatti. Per quanto riguarda la parola scritta, è noto che in genere gli italiani non sono grandi lettori di libri. Più ancora, (e soprattutto quando si parla della Bibbia), la parola scritta è spesso considerata complessa, ambigua e difficile da capirsi. La Bibbia in particolare è un libro ritenuto inaccessibile alla persona normale, o anche poco attendibile perché deve essere interpretato. Quante volte ho sentito qualcuno ribattere: “Ma è solo la tua interpretazione!”, come se questo minasse l’autorevolezza delle Scritture! Ma tutto questo è sintomatico della poca fiducia che molti hanno nella parola scritta, e specialmente nella Bibbia, come mezzo efficace di comunicazione. Noi siamo purtroppo condizionati da questa mentalità, e influisce molto sul rapporto che abbiamo con il testo sacro.

Per questo motivo, è importante che riflettiamo bene su come la Bibbia stessa considera il tema della parola, e non possiamo fare meglio che studiarlo in 1 Tessalonicesi. Paolo comincia questa lettera ricordando ai tessalonicesi il vangelo che gli aveva annunciato “non soltanto con parole, ma anche con potenza, con lo Spirito Santo e con piena convinzione” (1:5). Indipendentemente da quello che possiamo pensare di altre parole, la parola del vangelo, Paolo insiste, è potentemente efficace quando viene annunciata perché è accompagnata dallo Spirito Santo che convince chi ascolta della sua verità. Così la parola del vangelo si distingue da altre parole umane nel senso che realizza lo scopo per cui viene comunicata. Il vangelo non è una parola che, come altre parole umane, può essere semplicemente ignorata. Non è una promessa che, come altre promesse umane viene meno. Ottiene l’ascolto quando viene dichiarato, e garantisce il compimento di ciò che prevede. Rimaniamo spesso delusi o ingannati dalle parole che altri dicono, ma questo non succede mai quando la parola del vangelo è trasmessa, perché lo Spirito Santo ne assicura l’efficacia.

Paolo ricorda inoltre ai tessalonicesi che la loro esperienza è testimone di tutto ciò. Sanno che quando il vangelo è stato da Paolo annunciato, la sua potenza si è dimostrata nel fatto che essi sono di conseguenza “divenuti imitatori … del Signore” (1:6). I tessalonicesi hanno “ricevuto la parola in mezzo a molte sofferenze” (1:6), e si sono “convertiti dagli idoli a Dio per servire il Dio vivente e vero” (1:9). Questa conversione — dalle tenebre alla luce, dalla falsità alla verità, dalla morte alla vita, dagli idoli a Gesù — era dovuta non all’eloquenza della predicazione di Paolo ma solo alla potenza della parola annunciata.

Nel 2:3-7, infatti, Paolo respinge esplicitamente ogni tentativo di far accettare il vangelo con strategie o trucchi umani:

3 Perché la nostra predicazione non proviene da finzione, né da motivi impuri, né è fatta con inganno; ma, come siamo stati approvati da Dio che ci ha stimati tali da poterci affidare il vangelo, parliamo in modo da piacere non agli uomini, ma a Dio che prova i nostri cuori. Difatti, non abbiamo mai usato un parlare lusinghevole, come ben sapete, né pretesti ispirati da cupidigia; Dio ne è testimone. E non abbiamo cercato gloria dagli uomini, né da voi, né da altri, sebbene, come apostoli di Cristo, avremmo potuto far valere la nostra autorità; invece, siamo stati mansueti in mezzo a voi, come una nutrice che cura teneramente i suoi bambini.

Paolo non spacciava il vangelo come un venditore di auto. Annunciava il vangelo con sincerità e semplicità, e le vite trasformate come risultato erano la prova dell’efficacia della parola stessa. Tale era la fiducia di Paolo nella potenza della parola che era capace di capovolgere il mondo con un mero sussurro. Il vangelo, in quanto parola di Dio, non è da separare dai “fatti” che sono più concreti. Per Paolo, la parola di Dio è il suo atto. Dio agisce parlando. E quando diamo ascolto alla parola di Dio, permettiamo allo Spirito Santo di entrare nelle nostre vite e di renderci conformi all’immagine di Gesù.

2) La Parola In Azione

A) Insegnare/Istruire (4:2-6, 13-17)

Il resto della lettera di 1 Tessalonicesi si legge quasi come un catalogo delle varie azioni che Dio intraprende nei nostri confronti quando apriamo le nostre orecchie alla sua parola. Consideriamo adesso le diverse opere che Dio compie in noi tramite la sua parola. Ne abbiamo già vista una: tramite la parola del vangelo, Dio ci libera dagli idoli che ci schiavizzano e ci converte a se stesso, l’unico vero Dio, affinché lo serviamo in gioia e in libertà. Ma c’è molto ancora. Attraverso la sua parola Dio ci istruisce e ci insegna la verità che ci rende saldi nella fede e capaci di discernere l’errore. Nel capitolo 4 troviamo due chiari esempi di questo. Nei vv.2-6 leggiamo:

4:Infatti sapete quali istruzioni vi abbiamo date nel nome del Signore Gesù. Perché questa è la volontà di Dio: che vi santifichiate, che vi asteniate dalla fornicazione, che ciascuno di voi sappia possedere il proprio corpo in santità e onore, senza abbandonarsi a passioni disordinate come fanno gli stranieri che non conoscono Dio; che nessuno opprima il fratello né lo sfrutti negli affari; perché il Signore è un vendicatore in tutte queste cose, come già vi abbiamo detto e dichiarato prima.

Qui vediamo come la parola di Dio ci insegna qual è la volontà di Dio per noi, la nostra santificazione. I tessalonicesi, una volta convertiti dagli idoli a servire l’unico vero Dio, dovevano poi imparare a “possedere il proprio corpo in santità e onore”. Questo non era né facile né automatico, perché erano circondati da persone che “non conoscevano” Dio e per cui “abbandonarsi a passioni disordinate” era del tutto normale. Loro invece dovevano vivere in modo totalmente controcorrente, e quindi dovevano essere istruiti in tutta la volontà di Dio per loro. Così anche noi che viviamo in una società che non conosce Dio e che reputa normali stili di vita contrari alla sua volontà, abbiamo altrettanto bisogno di essere istruiti in modo conforme alla santità. Come avviene questo? Qual è la scuola in cui siamo ammaestrati in tutta la volontà di Dio? È la parola di Dio scritta: “Infatti sapete quali istruzioni vi abbiamo date nel nome del Signore Gesù” (4:2).

Poi nei vv.13-17 del capitolo 4, troviamo un altro tipo di insegnamento importante:

4:13 Fratelli, non vogliamo che siate nell’ignoranza riguardo a quelli che dormono, affinché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. 14 Infatti, se crediamo che Gesù morì e risuscitò, crediamo pure che Dio, per mezzo di Gesù, ricondurrà con lui quelli che si sono addormentati. 15 Poiché questo vi diciamo mediante la parola del Signore: che noi viventi, i quali saremo rimasti fino alla venuta del Signore, non precederemo quelli che si sono addormentati; 16 perché il Signore stesso, con un ordine, con voce d’arcangelo e con la tromba di Dio, scenderà dal cielo, e prima risusciteranno i morti in Cristo; 17 poi noi viventi, che saremo rimasti, verremo rapiti insieme con loro, sulle nuvole, a incontrare il Signore nell’aria; e così saremo sempre con il Signore.

Qui vediamo come l’insegnamento della parola di Dio serve per liberarci dall’ignoranza. Evidentemente, i tessalonicesi erano ignoranti “riguardo a quelli che dormono” (cioè i morti) e di conseguenza erano “tristi come gli altri che non hanno speranza” (v.13). Per questo motivo Paolo gli insegna il ritorno di Gesù e la risurrezione. Sappiamo, Paolo dice, che la morte non è l’ultima parola per i credenti. Sono morti, sì, e forse moriremo anche noi se Gesù non torna prima, ma il fatto è che Gesù tornerà, e quando tornerà i morti risusciteranno e saranno riuniti con quelli che sono ancora vivi. Per i credenti è la vita, non la morte, che trionferà, e siamo certi che un giorno saremo tutti insieme nella presenza del Signore per sempre, senza paura, senza angoscia, e senza lacrime. Se non siamo ignoranti ma convinti di questo, non saremo tristi di fronte alla morte “come gli altri che non hanno speranza”. Saremo tristi, certo, ma la nostra tristezza sarà sempre temperata dalla speranza, e piangeremo sapendo che un giorno non piangeremo mai più. Questo è lo scopo dell’insegnamento della parola di Dio, ed è il motivo per cui Paolo, insieme agli altri autori ispirati, ci hanno regalato il tesoro delle sacre Scritture che ci liberano dall’ignoranza e ci riempiono di speranza.

B) Consolare (4:18; 5:9-11)

La seconda azione, legata alla prima, che Dio compie in noi tramite la sua parola è la consolazione. Dopo aver insegnato il ritorno di Cristo, Paolo conclude nel v.18:

4:18 Consolatevi dunque gli uni gli altri con queste parole.

Nello stesso modo, nei vv.9-11 del capitolo 5, Paolo ricorda che, nonostante il male che ci assalisce e il mondo che peggiora sempre di più, il nostro destino non è ira e distruzione ma salvezza e vita eterna che sarà nel giorno in cui Gesù si rivelerà dal cielo.

5:9 Dio infatti non ci ha destinati a ira, ma ad ottenere salvezza per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo, 10 il quale è morto per noi affinché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui. 11 Perciò, consolatevi a vicenda ed edificatevi gli uni gli altri, come d’altronde già fate.

È Dio che ci ha destinati alla salvezza, e sarà lui a portarla a compimento. Inoltre, anche prima del ritorno di Cristo, anche se lo vediamo, e persino in mezzo alla valle dell’ombra della morte, noi “viviamo insieme con” Gesù. Bramiamo il giorno quando la nostra fede cambierà in visione e lo vedremo faccia a faccia, ma nel frattempo noi godiamo di una comunione con lui che nessun dolore o difficoltà ci può togliere. Certo, tendiamo a dimenticare questo, specie quando siamo sopraffatti dalle prove della vita. Se non ci rivolgiamo alla parola, ci priviamo del più grande conforto che abbiamo. Ma quando diamo di nuovo ascolto alla parola di Dio, egli ci ricorda delle sue promesse infallibili, e troviamo una grande consolazione per le nostre anime.

C) Preannunciare/Preparare (3:1-4)

Mediante la sua parola, quindi, Dio ci salva, ci istruisce, ci conforta, ma vediamo anche che ci prepara per renderci saldi in anticipo delle varie difficoltà che possiamo attraverso nella vita.

3:1 Perciò, non potendo più resistere, preferimmo restare soli ad Atene; e mandammo Timoteo, nostro fratello e collaboratore di Dio nel vangelo di Cristo, per confermarvi e confortarvi nella vostra fede, affinché nessuno fosse scosso in mezzo a queste tribolazioni; infatti voi stessi sapete che a questo siamo destinati. Perché anche quando eravamo tra di voi, vi preannunciavamo che avremmo dovuto soffrire, come poi è avvenuto, e voi lo sapete.

Come Paolo fece nei confronti dei tessalonicesi, mandando a loro Timoteo “affinché nessuno fosse scosso in mezzo a queste tribolazioni”, così Dio fa attraverso le Scritture. Esse ci preannunciano che dovremo soffrire in modo che non saremo presi alla sprovvista quando capita. Nel capitolo 5, vv.4-8, la parola ci dice questo esplicitamente usando la metafora del “giorno” e della “notte”:

5:4 Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno abbia a sorprendervi come un ladro; perché voi tutti siete figli di luce e figli del giorno; noi non siamo della notte né delle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma vegliamo e siamo sobri; poiché quelli che dormono, dormono di notte, e quelli che si ubriacano, lo fanno di notte. Ma noi, che siamo del giorno, siamo sobri, avendo rivestito la corazza della fede e dell’amore e preso per elmo la speranza della salvezza.

I credenti, ammaestrati dalla parola, sanno cosa aspettarsi nel mondo, e non rimangono sorpresi quando “come un ladro” vengono le tribolazioni e le angosce. Non rimangono stupiti che il peccato umano sfocia in razzismo e omicidio, come è successo recentemente con la morte di George Floyd negli Stati Uniti. Non rimangono sorpresi neanche quando il mondo intero viene colpito da una pandemia come il COVID-19, perché la parola ha già preannunciato tutto ciò. Come “figli della luce” e “figli del giorno”, i credenti vegliano, sono sobri, e sanno discernere i segni della fine e del ritorno di Cristo. Mentre quelli del mondo “si ubriacano” e “dormono” così che l’arrivo del “ladro” li sconvolge, quelli che si sono rivestiti dell’armatura di Dio sono preparati a tutto, e sanno reagire nel modo giusto. Sono così non grazie alla loro intelligenza o capacità, ma perché tramite la sua parola Dio li ha preparati e li ha fortificati per poter stare forti e fermi in mezzo alla tempesta.

D) Esortare/Ammonire (2:10-12; 4:1, 9-12; 5:14-18)

A volte, però, abbiamo bisogno di essere esortati, ammoniti, e rimproverati. Così Dio fa anche questo nella sua parola. Per esempio, alla fine della lettera, nel 5:14-18, Paolo scrive:

5:14 Vi esortiamo, fratelli, ad ammonire i disordinati, a confortare gli scoraggiati, a sostenere i deboli, a essere pazienti con tutti. 15 Guardate che nessuno renda ad alcuno male per male; anzi cercate sempre il bene gli uni degli altri e quello di tutti. 16 Siate sempre gioiosi; 17 non cessate mai di pregare; 18 in ogni cosa rendete grazie, perché questa è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi.

A volte, quello che ci serve è un rimprovero paterno perché non stiamo facendo ciò che dovremmo fare. Se cadiamo nel peccato, se non dimostriamo l’amore e il perdono di Cristo rendendo invece male per male, se cessiamo di pregare, e non rendiamo grazie in ogni cosa ma piuttosto ci lamentiamo di tutto, abbiamo bisogno della correzione e della disciplina del nostro Padre celeste. E una volta disciplinati, dobbiamo essere incoraggiati a riprendere la giusta via e perseverare in essa. Anche questo Dio fa per mezzo della sua parola. Certo, la disciplina del Signore non è piacevole. A nessuno piace essere rimproverato o corretto, perché il nostro orgoglio vuole che abbiamo sempre ragione. Ma per quanto difficile e doloroso, anche la disciplina è un’opera necessaria che Dio compie nei nostri confronti. Se diamo costante ascolto alla sua parola, spesso possiamo evitare le drastiche misure che a volte Dio deve prendere per farci tornare a lui, perché sarà più difficile che ci allontaniamo da lui o che dimentichiamo le sue esortazioni. Quindi, vediamo per l’ennesima volta l’importanza di meditare sempre sulla parola di Dio, affinché lui possa correggerci prima che lasciamo la retta via

E) Benedire (3:12-13; 5:23-25)

L’ultima azione (almeno per quanto riguarda questo studio) che Dio compie in noi tramite la sua parola è la benedizione. La benedizione può assumere la forma di una preghiera, può essere pronunciata da qualcuno come Paolo, ma quando la leggiamo nelle Scritture possiamo essere certi che costituisce il desiderio di Dio per noi. Nella Bibbia, la benedizione è quella che Dio promette di adempiere nei nostri confronti, anche quando abbiamo poca fiducia che egli è in grado di farlo. Due passaggi in 1 Tessalonicesi sono particolarmente pertinenti al riguardo: 3:12-13 e 5:23-25:

3:12 e quanto a voi, il Signore vi faccia crescere e abbondare in amore gli uni verso gli altri e verso tutti, come anche noi abbondiamo verso di voi, 13 per rendere i vostri cuori saldi, irreprensibili in santità davanti a Dio nostro Padre, quando il nostro Signore Gesù [Cristo] verrà con tutti i suoi santi.

5:23 Or il Dio della pace vi santifichi egli stesso completamente; e l’intero essere vostro, lo spirito, l’anima e il corpo, sia conservato irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. 24 Fedele è colui che vi chiama, ed egli farà anche questo. 25 Fratelli, pregate per noi.

Sappiamo che spesso veniamo meno agli insegnamenti e alle esortazioni della Bibbia. A volte non ci sentiamo consolati dalle consolazioni delle Scritture. Altre volte siamo colti dormendo, come quando Gesù ha trovato i discepoli che si sono addormentati mentre lui pregava nel giardino dei Getsemani. Ci comportiamo meno come i “figli della luce” e più come quelli che si ubriacano di notte. Ma al di là di tutto questo, le benedizioni di Dio su di noi, come questi due esempi qui, sono le promesse che alla fine, sarà Dio a portare a compimento l’opera buona che ha cominciato in noi. Il nostro amore è spesso debole, ma Dio lo farà crescere e abbondare. I nostri cuori sono spesso vacillanti, ma Dio li renderà saldi. Siamo spesso macchiati dai nostri peccati, ma Dio ci santificherà completamente e ci presenterà irreprensibili davanti a se stesso. La nostra fede, come i nostri corpi e le nostre anime, sono vulnerabili agli attacchi del nemico e alle sofferenze della vita, ma Dio ci conserverà per la venuta del nostro Signore Gesù Cristo. Questa è la parola di Dio a noi, e quindi egli la compierà sicuramente. Quanto è prezioso dunque il tesoro che abbiamo nelle sacre Scritture che testimoniano questa parola! Non dovremmo mai trascurarle ma ascoltarle e meditarle giorno e notte, come dice nel Salmo 1. Nella misura in cui diamo ascolto alla parola di Dio scritta, egli farà tutto questo in noi, e molto di più!

Chiudo con Salmo 19:7-11, che riassume bene tutto quanto:

La legge del Signore è perfetta, essa ristora l’anima; la testimonianza del Signore è veritiera, rende saggio il semplice. I precetti del Signore sono giusti, rallegrano il cuore; il comandamento del Signore è limpido, illumina gli occhi. Il timore del Signore è puro, sussiste per sempre; i giudizi del Signore sono verità, tutti quanti sono giusti, 10 sono più desiderabili dell’oro, anzi, più di molto oro finissimo; sono più dolci del miele, anzi, di quello che stilla dai favi. 11 Anche il tuo servo è da essi ammaestrato; v’è gran ricompensa a osservarli.

Luca 3:1-22: La Testimonianza di Giovanni il Battista

1) La Voce che Grida nel Deserto (3:1-6)

3:1 Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, quando Ponzio Pilato era governatore della Giudea, ed Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturea e della Traconitide, e Lisania tetrarca dell’Abilene, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caiafa, la parola di Dio fu diretta a Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. Ed egli andò per tutta la regione intorno al Giordano, predicando un battesimo di ravvedimento per il perdono dei peccati, come sta scritto nel libro delle parole del profeta Isaia: «Voce di uno che grida nel deserto: “Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri. Ogni valle sarà colmata e ogni monte e ogni colle sarà spianato; le vie tortuose saranno fatte diritte e quelle accidentate saranno appianate; e ogni creatura vedrà la salvezza di Dio”».

Nel vangelo, Giovanni il battista compare come adempimento della profezia di Isaia, la “voce di uno che grida nel deserto” per preparare “la via del Signore”. Luca colloca il ministero di Giovanni nel periodo storico durante “l’impero di Tiberio Cesare, quando Ponzio Pilato era governatore della Giudea…” Giovanni cominicia il suo ministero quando “la parola di Dio fu diretta” a lui, una frase che richiama la vocazione dei profeti dell’Antico Testamento. Come tutti i profeti prima di lui, Giovanni non parla di sé né da sé. La sua missione è unica: annunciare la parola di Dio al popolo.

E il deserto è il luogo dove anticamente Dio rivolse la sua parola ai suoi servi. Pensiamo a Mosè che il Signore chiamò nel deserto dove gli apparve nel pruno ardente, agli Israeliti che udirono la voce di Dio parlare dal monte Sinai, o a Elia che, perseguito dalla malvagia regina Jezebel, fuggì nel deserto e lì fu conosolato dal Signore. Così anche adesso, dopo quattrocento anni di silenzio, la parola di Dio si rivolge di nuovo nel deserto per annunciare l’arrivo del grande momento di salvezza.

Il deserto rappresenta anche la totale devozione di Giovanni al suo ministero. Lui esiste solo ed esclusivamente per questo. Abita solitario nel deserto, lontano qualsiasi comodità o distrazione, vivendo solo per servire colui che l’ha chiamato. Lo scopo della sua vita è la trasparenza, di annunciare il suo messaggio in modo che lui scompaia mentre la parola sia chiaramente udita. Perché questo impegno totale? Non è uno qualsiasi a cui Giovanni prepara la via: è il Signore stesso. Egli è il Dio d’Israele ma non solo: è anche il Creatore e il Salvatore di tutta la terra. Per questo motivo la salvezza che porta è per tutti: “ogni creatura vedrà la salvezza di Dio” La venuta del Signore avrà un impatto su tutti, se lo vogliano o no. Devono essere preparati, dunque, per poter ricevere il Signore e la salvezza che egli porta. Il messaggio di Giovanni è di un’importanza eterna; per questo la sua vocazione richiede tutto quello che è e che ha.

2) Il Battesimo di Ravvedimento (3:7-14)

Giovanni dunque diceva alle folle che andavano per essere battezzate da lui: «Razza di vipere, chi vi ha insegnato a sfuggire l’ira futura? Fate dunque dei frutti degni del ravvedimento, e non cominciate a dire in voi stessi: “Noi abbiamo Abraamo per padre!” Perché vi dico che Dio può da queste pietre far sorgere dei figli ad Abraamo. Ormai la scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero dunque che non fa buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco». 10 E la folla lo interrogava, dicendo: «Allora, che dobbiamo fare?» 11 Egli rispondeva loro: «Chi ha due tuniche ne faccia parte a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto». 12 Vennero anche dei pubblicani per essere battezzati e gli dissero: «Maestro, che dobbiamo fare?» 13 Ed egli rispose loro: «Non riscuotete nulla di più di quello che vi è ordinato». 14 Lo interrogarono pure dei soldati, dicendo: «E noi, che dobbiamo fare?» Ed egli a loro: «Non fate estorsioni, non opprimete nessuno con false denunce e accontentatevi della vostra paga».

La preparazione che Giovanni predica è il battesimo, il rito dell’immersione nell’acqua. È subito chiaro, però, che non è il rito di battesimo di per sé che costituisce la preparazione alla venuta del Signore. Giovanni dice chiaro e tondo: “Chi vi ha insegnato a sfuggire l’ira futura? Fate dunque dei frutti degni del ravvedimento”. In altre parole, il battesimo non ha nessun valore o efficacia in sé stesso. Non è il battesimo che salva se rimane senza il ravvedimento che simboleggia. Per questo Giovanni esorta il popolo di fare “frutti degni del ravvedimento”, i frutti che sono la prova concreta e visibile del ravvedimento del cuore.

Non è nemmeno sufficiente contare sul linguaggio e la formazione che uno ha avuto. Giovanni avverte il popolo ancora che non bisogna dire “Noi abbiamo Abraamo per padre”. Per gli ebrei, contava soprattutto la genealogia. Ciò che li assicurava di fare parte del popolo di Dio era avere Abraamo come padre. All’epoca di Gesù, gli ebrei si vantavano di essere nati tali e non gentili, esclusi dalle promesse e dal popolo di Dio. Giovanni invece attacca quest’idea, dicendo che il lignaggio non conta, poiché Dio “può da queste pietre far sorgere dei figli ad Abraamo”.

Non era nuovo questo concetto. Coloro che conoscevano le Scritture dovevano ben sapere che i veri figli di Abraamo non sono quelli biologici ma quelli che Dio chiama all’esistenza da nulla. Non fu Ismaele, figlio di Abraamo e la serva Agar, l’erede della promessa, ma lo fu invece Isacco, il figlio nato da Sara che era stata sempre sterile. Inoltre, non fu Esau, il figlio maggiore di Isacco, ad ereditare la promessa, ma Giacobbe, il figlio minore, nato dalla stessa madre, Rebecca. Le narrative bibliche di Abraamo e i patriarchi forniscono ampie prove che i figli “secondo la carne” non sono automaticamente eredi della promessa, ma che lo sono coloro che Dio fa tali secondo la sua grazia.

Perciò, le parole di Giovanni sono pienamente coerenti con le Scritture, e in più anticipano un tema centrale nel vangelo di Luca: non sono i “degni” o i “meritevoli” o i “bravi” o i “giusti” che il Signore accoglie come parte del suo popolo, ma proprio l’opposto. Sono le persone meno adatte che entrano per prime nel regno di Dio: gli indegni, i non meritevoli, gli incapaci e i cattivi. Questi sono le “pietre” dalle quali Dio fa sorgere dei figli ad Abraamo, che dimostrano che siamo salvati solo per grazia indipendentamente dai nostri meriti o demeriti.

Questo tema viene sottolineato nel seguente dialogo che Giovanni ha con la folla. In particolare spiccano due gruppi: i pubblicani e i soldati (che senz’altro erano romani). Agli occhi degli ebrei, questi erano da escludere dalla salvezza di Dio a prescindere. I pubblicani erano considerati traditori della nazione, e i soldati erano gli oppressori stranieri. Eppure eccoli tra folla a cui Giovanni predica il messaggio di ravvedimento. Il significato è palese: anche essi possono ereditare la salvezza e entrare nel regno di Dio. Il Signore che Giovanni annuncia non viene tanto per i giusti quanto per gli ingiusti, come sono i malati, non i sani, che hanno bisogno del medico. Essi sono le pietre che Dio farà diventare figli di Abraamo. Questo è il scandalo della grazia che Luca evidenzierà sempre nei capitoli del suo vangelo.

È vero che Giovanni insiste sulla necessità dei frutti di ravvedimento, anche nei confronti di questi ultimi. Dice ai pubblicani: “Non riscuotete nulla di più di quello che vi è ordinato”, e ai soldati: “Non fate estorsioni, non opprimete nessuno con false denunce e accontentatevi della vostra paga”. Attenzione però: la parola chiave è “frutti”. I frutti non producono la vita; la vita produce i frutti. Se ci sono i frutti, c’è prima la vita che viene dal ravvedimento. Quindi, Giovanni non dice qui: “Fate del bene e diventerete degni della grazia di Dio”. Dice invece: “Fate così per mostrare che avete già ricevuto la grazia di Dio e che siete stati trasformati da essa”. Non è mai sufficiente dire che la grazia ci accetta come siamo, senza aggiungere che la grazia non ci lascia mai come siamo. In Tito 2:11-14, l’apostolo Paolo lo spiega in termini inequivocabili:

Infatti la grazia di Dio, salvifica per tutti gli uomini, si è manifestata, e ci insegna a rinunciare all’empietà e alle passioni mondane, per vivere in questo mondo moderatamente, giustamente e in modo santo, aspettando la beata speranza e l’apparizione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore, Cristo Gesù. Egli ha dato se stesso per noi per riscattarci da ogni iniquità e purificarsi un popolo che gli appartenga, zelante nelle opere buone.

3) Il Battesimo in Spirito Santo (3:15- )

15 Ora il popolo era in attesa e tutti si domandavano in cuor loro se Giovanni fosse il Cristo. 16 Giovanni rispose, dicendo a tutti: «Io vi battezzo in acqua; ma viene colui che è più forte di me, al quale io non sono degno di sciogliere il legaccio dei calzari. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. 17 Egli ha in mano il suo ventilabro per ripulire interamente la sua aia e raccogliere il grano nel suo granaio; ma la pula, la brucerà con fuoco inestinguibile». 18 Così, con molte e varie esortazioni evangelizzava il popolo; 19 ma Erode il tetrarca, rimproverato da lui a proposito di Erodiade, moglie di suo fratello, e per tutte le malvagità che aveva commesso, 20 aggiunse a tutte le altre anche questa: rinchiuse Giovanni in prigione.

21 Ora, mentre tutto il popolo si faceva battezzare, anche Gesù fu battezzato; e, mentre pregava, si aprì il cielo 22 e lo Spirito Santo scese su di lui in forma corporea, come una colomba; e venne una voce dal cielo [che diceva]: «Tu sei il mio diletto Figlio; in te mi sono compiaciuto».

È a questo punto nella narrativa che la trasparenza di Giovanni diventa esplicita, dal momento in cui la folla comincia a chiedersi se Giovanni sia il Cristo. Giovanni risponde subito, eliminando qualsiasi dubbio. Non solo non è il Cristo, ma non è nemmeno “degno di sciogliere il legaccio dei suoi calzari”, un lavoro considerato talmente sporco che neanche gli schiavi dovevano farlo ai loro padroni. La differenza che Giovanni pone tra Cristo e sé stesso è abissale: la vocazione di Giovanni, per quanto importante, non ha niente a che vedere con il ministero di colui che egli annuncia. Il battesimo di Giovanni è solo un battesimo in acqua, mentre il battesimo di Cristo sarà un battesimo “in Spirito Santo e fuoco”. Quest’ultimo è quello che conta, di cui il battesimo di Giovanni nell’acqua è solo un simbolo.

Ancora una volta troviamo la netta distinzione tra il battesimo come rito e la realtà che rappresenta. Giovanni sa che il suo battesimo, come quello effettuato da qualsiasi altro essere umano, non è in grado di compiere ciò che solo il battesimo del Messia può fare. Il battesimo nell’acqua lava il corpo ma lascia il cuore invariato e il peccato intatto. Solo il battesimo nello Spirito Santo è capace di purificare l’essere umano dentro e fuori, corpo e anima, carne e cuore. E chi può battezzare nello Spirito di Dio, se non solo Dio? Ecco perché Giovanni è ostinato nell’insistere di non essere il Cristo e di non poter battezzare in modo efficace.

Qui Giovanni funge da grande esempio di testimonianza. Da testimone l’unico scopo di Giovanni è quello di dirigere tutta l’attenzione a Gesù e non a sé stesso. Nella “Crocifissione” dipinta da Matthias Grünewald, la figura di Giovanni il battista appare con l’indice della mano destra estesa per indicare Gesù crocifisso. Nel dipinto la figura dominante è quella di Gesù sulla croce; Giovanni si trova alla periferia, cercando di indirizzare tutta la nostra attenzione esclusivamente su Cristo. Quest’immagine rispecchia esattamente ciò che Giovanni fece in realtà, ed è sempre l’unico scopo del testimone.

Questo dovrebbe incoraggiarci perché quando si tratta di dover testimoniare il vangelo, noi facilmente ci lasciamo sopraffare dalla paura e dall’ansia. Ma di solito la nostra paura e la nostra ansia sono dovute al fatto che in primis pensiamo a noi stessi, se noi siamo all’altezza di farlo, se noi siamo capaci di rispondere alle eventuali domande, se noi siamo in grado di persuadere la persona del vangelo. Ma questo atteggiamento è del tutto sbagliato in quanto il testimone non è niente: tutta la sua attenzione si deve incentrare su Gesù che è l’oggetto della testimonianza. Quest’umiltà, esemplificata da Giovanni, non è solo giusta nei confronti di Gesù, ma è anche liberatoria!

L’altra cosa che dovrebbe incoraggiarci è proprio la serietà del vangelo: Egli ha in mano il suo ventilabro per ripulire interamente la sua aia e raccogliere il grano nel suo granaio; ma la pula, la brucerà con fuoco inestinguibile”. Gesù è venuto, e verrà una seconda volta, per battezzare in Spirito Santo e fuoco. Questi non sono due battesimi — uno in Spirito Santo e uno in fuoco — ma uno solo. Lo Spirito Santo è infatti il fuoco di Dio, e chi viene in lui battezzato è o purificato e distrutto. Che sia chiaro: Gesù viene per salvare, e solo per salvare. Ma salvare vuol dire distruggere tutto ciò che rovina e uccide, cioè il male e il peccato. Come non c’è remissione dei peccati senza lo spargimento del sangue, non c’è neanche salvezza dai peccati senza il giudizio del fuoco. Gesù viene per “ripulire interamente” il mondo che i nostri peccati hanno rovinato, e brucerà tutta la pula “con fuoco inestinguibile” per poter raccogliere il grano puro.

Ecco l’urgenza del vangelo, il motivo per cui Giovanni dedicò tutta la sua vita a predicarlo. Come profetizzato da Isaia, ogni creatura vedrà la salvezza di Dio, ogni creatura dovrà passare per il fuoco del giudizio il quale consumerà la pula e purificherà il grano. La differenza tra questi due si manifesta nel ravvedimento. Chi si ravvede sarà purificato alla salvezza; chi si ostina nei propri peccati sarà divoratò come la pula nel fuoco.

Attenzione di nuovo però: né Giovanni né Luca presentano il ravvedimento come causa o fonte della salvezza. Come non è il battesimo nell’acqua che salva, non è neanche il nostro ravvedimento che ci salva. Questo è il significato del battesimo di Gesù stesso, cosa che di per sé non sembra avere molto senso. Che bisogno aveva Gesù di sottomettersi al battesimo di ravvedimento. Lui è il Signore tre volte santo che viene per battezzare in Spirito Santo e fuoco! Perché allora si fa battezzare da Giovanni, il testimone che non è degno di scogliere il legaccio dei suoi calzari?

Il motivo è semplice: non perché lui ne aveva bisogno ma perché noi ne avevamo bisogno. Nessun battesimo, nessun ravvedimento, nessuna buona opera è mai in grado di salvare l’essere umano che è prigionero e schiavo del peccato. L’unico Salvatore è colui che battezza in Spirito Santo e fuoco, ed è colui che nel suo battesimo si è immedesimato con noi nella nostra condizione perduta e peccatrice, pur rimanendo egli stesso senza peccato. Il battesimo di Gesù è il gesto che anticipa il battesimo del fuoco che dovrà subire sulla croce, quando, caricandosi dei nostri peccati e sostituendosi al nostro posto sotto il giudizio divino, passa attraverso quel fuoco inestinguibile che nessun altro avrebbe potuto sopportare. La buona notizia del vangelo è questa: che noi, uniti per fede a Cristo, siamo già passati con lui e in lui attraverso il fuoco del giudizio. Sono i nostri peccati che nella sua morte Gesù ha distrutto senza distruggere noi peccatori. Chiunque dunque riconosce e accetta questo fatto di essere unito a Cristo beneficia di tutto ciò che egli è per noi. Il suo battesimo è nostro, il suo ravvedimento vicario è nostro, la sua morte è nostra, e così la sua risurrezione e vita indistruttibile sono le nostre, e saranno rivelate quando Gesù ritorna una seconda volta.

Quando comprendiamo veramente le ricchezze e le profondità e le bellezze di Gesù e del suo vangelo, saremo anche noi come Giovanni il battista, vivendo non per noi stessi ma unicamente per il nostro Salvatore e Signore. Che sia così in ognuno di noi. Amen.

Luca 1:39-45: Dalla Bocca dei Bambini

26 Al sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città di Galilea, chiamata Nazaret, 27 a una vergine fidanzata a un uomo chiamato Giuseppe, della casa di Davide; e il nome della vergine era Maria. 28 E quando [l’angelo] fu entrato da lei, disse: «Ti saluto, o favorita dalla grazia; il Signore è con te». 29 Ella [, vedutolo,] fu turbata a queste parole, e si domandava che cosa volesse dire un tale saluto. 30 L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. 31 Ecco, tu concepirai e partorirai un figlio, e gli porrai nome Gesù. 32 Questi sarà grande e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo, e il Signore Dio gli darà il trono di Davide, suo padre. 33 Egli regnerà sulla casa di Giacobbe in eterno e il suo regno non avrà mai fine». 34 Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, dal momento che non conosco uomo?» 35 L’angelo le rispose: «Lo Spirito Santo verrà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà dell’ombra sua; perciò, anche colui che nascerà sarà chiamato Santo, Figlio di Dio. 36 Ecco, Elisabetta, tua parente, ha concepito anche lei un figlio nella sua vecchiaia, e questo è il sesto mese per lei, che era chiamata sterile; 37 poiché nessuna parola di Dio rimarrà inefficace». 38 Maria disse: «Ecco, io sono la serva del Signore; mi sia fatto secondo la tua parola». E l’angelo partì da lei.

1) La Progenie della Donna (1:39-42)

39 In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta nella regione montuosa, in una città di Giuda, 40 ed entrò in casa di Zaccaria e salutò Elisabetta. 41 Appena Elisabetta udì il saluto di Maria, il bambino le balzò nel grembo; ed Elisabetta fu piena di Spirito Santo, 42 e ad alta voce esclamò: «Benedetta sei tu fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno!

Se volessimo riassumere il messaggio di questo episodio narrato da Luca l’evangelista, sarebbe opportuno citare il Salmo 8:2:

Dalla bocca dei bambini e dei lattanti hai tratto una forza, a causa dei tuoi nemici, per ridurre al silenzio l’avversario e il vendicatore.

Nel salmo Davide loda il Signore per aver trionfato sui suoi potenti avversari e nemici — coloro che si oppongono al suo amore e al suo benevolo proposito per il mondo — nel modo più inaspettato, cioè tramite la “forza” di deboli bambini. Il significato di questo diventerà più chiaro dopo aver riflettuto su questo breve episodio narrato da Luca all’inzio del suo vangelo. A questo punto, ha già raccontato la storia del vecchio sacerdote Zaccaria e sua moglie, Elisabetta, che erano giunti alla vecchiaia senza mai aver avuto figli a causa della sterilità. Anticipando la concezione miracolosa di Gesù, l’angelo del Signore appare a Zaccaria per annunciargli che Elisabetta, da tutta la vita sterile, concepirà un bambino che sarà Giovanni il battista, profeta e precursore del Messia mandato per preparargli la via. Poco dopo l’angelo appare anche a Maria, nipote di Zaccaria e Elisabetta, per annunciare la notizia ancora più strabiliante che lei, pur essendo una ragazzina vergine, concepirà e partorirà il Messia stesso, il bambino Gesù.

Questo ci porta a Luca 1:39-45 che narra il primo incontro di Elisabetta e Maria dopo questi fatti straordinari. Poiché Maria abitava a Nazaret, un paesino al nord della terra d’Israele, mentre Elisabetta abitava in Giuda al sud, si mette subito in viaggio per andare a trovare sua zia. Questi pochi versetti raccontano la conversazione che avviene quando Maria arriva, una conversazione che a prima lettura potrebbe sembrare poco rilevante. Ma quando ci soffermiamo per approfondirla, scopriamo che noi, circa duemila anni dopo, avvertiamo ancora le scosse sismiche che emanano da essa.

Consideriamo dunque la prima cosa che dice Elisabetta a Maria nella forma di una benedizione: “Benedetta sei tu fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno!” (v.42). Luca sottolinea l’importanza di questa esclamazione dicendo che Elisabette “fu piena di Spirito Santo” (v.41). Elisabetta parla sotto l’ispirazione dello Spirito di Dio, ossia in qualità di profetessa. Le sue parole non sono i soliti “auguri” delle mamme incinte; sono parole che, come ogni parola di Dio, non rimarranno inefficaci.

La benedizione di Elisabetta si richiama a due passaggi nell’Antico Testamento che insieme fanno luce sul suo significato. Il primo si trova in Genesis 3:16 quando, dopo la ribellione di Adamo ed Eva contro il comandamento di Dio, Eva ascolta con tristezza la maledizione che ne risulterà:

«Io moltiplicherò grandemente le tue pene e i dolori della tua gravidanza; con dolore partorirai figli; i tuoi desideri si volgeranno verso tuo marito ed egli dominerà su di te».

Ricordandoci che ciò non fu la volontà di Dio nei confronti di Eva ma l’inevitabile conseguenza della sua trasgressione, sentiamo nella benedizione di Elisabetta il capovolgimento di questa situazione: “benedetto è il frutto del tuo seno”. Il primo figlio che Eva partorisce è Caino il quale ucciderà il suo fratello più piccolo. ma il primo figlio che Maria partorirà porterà la vita al mondo. Per quanto gioioso il momento della nascita di un bambino, sappiamo che prima o poi la sua vita finirà nella morte. Ma grazie al bambino nato a Maria, sappiamo che quella morte non deve essere la fine, perché in lui essa “è stata sommersa nella vittoria” (1 Corinzi 15:54).

Questa vittoria è già prevista in Genesi 3 dove, nel v.15, Dio fa questa promessa al serpente:

Io porrò inimicizia fra te e la donna, e fra la tua progenie e la progenie di lei; questa progenie ti schiaccerà il capo e tu le ferirai il calcagno.

Anche se il parto sarà sempre una fonte di dolore e finirà sempre nella morte, sarà comunque un discendente di Eva che schiaccerà il capo del serpente, che metterà fine al male, alla morte, alla maledizione e al maligno stesso.

L’adempimento di questa promessa trova una prefigurazione nella figura di Iael, il secondo riferimento all’Antico Testamento presente nella benedizione di Elisabetta: “Benedetta sei tu fra le donne”. In Giudici 5:24 leggiamo:

Benedetta sia fra le donne Iael, moglie di Eber, il Cheneo! Fra le donne che stanno sotto le tende, sia benedetta!

Questo versetto si trova all’interno del cantico di Debora, una dei giudici d’Israele nel periodo quando non c’era ancora un re. Oppresso dai canaaniti a causa dei suoi peccati, Israele si rivolge finalmente al Signore, ed egli suscita Debora come giudice per liberarlo. Dopo la battaglia in cui i canaaniti vengono sconfitti, il loro capo, Sisera, si dà alla fuga e cerca rifugio presso l’uomo Eber, che Sisera pensa sia un amico dei canaaniti. Stremato dalla battaglia, Sisera si addormenta nella tenda di Eber, ma mentre dorme, Iael, la moglie di Eber, prende un martello e un piuolo della tenda e glielo pianta nella tempia, uccidendolo e danda vittoria definitiva agli israeliti.

Per festeggiare la vittoria, Debora canta un cantico che viene riproposto in Giudici 5:

Benedetta sia fra le donne Iael, moglie di Eber, il Cheneo! Fra le donne che stanno sotto le tende, sia benedetta! Egli chiese dell’acqua e lei gli diede del latte; in una coppa d’onore gli offerse della crema. Con una mano prese il piuolo, e con la destra il martello degli operai; colpì Sisera, gli spaccò la testa, gli fracassò e gli trapassò le tempie. Ai piedi di Iael egli si piegò, cadde, giacque disteso; ai suoi piedi si piegò e cadde; là, dove si piegò, cadde esanime. (vv.24-27)

Per quanto violento e sanguinoso, questo episodio si aggancia alla promessa di Genesi 3:15 grazie alla maniera in cui Iael uccide Sisera. In Genesi 3:15, Dio promette che “la progenie della donna” schiaccerà il capo del serpente, e qui in Giudici 5:24-27 è Iael, una donna, letteralmente spacca il capo dell’oppressore d’Israele. Questo non fu certamente il vero adempimento della promessa di Dio, ma in quel periodo fu sufficiente per ravvivare la speranza d’Israele in essa. Quando però Elisabetta riprende questa frase e l’applica a Maria — “Benedetta sei tu fra le donne” — dichiara profeticamente che il momento del vero adempimento della promessa è arrivato. Il bambino che Maria partorirà farà molto più di Iael: spaccherà la testa dell’oppressore di tutta l’umanità, liberandola dal peccato e dalla morte. Come spesso accade nella Bibbia, parole che sulla superficie appaiono dolci e docili sono in realtà una dichiarazione di guerra e di vittoria sui nemici di Dio.

2) La Testimonianza di Bambini (1:43-44)

43 Come mai mi è dato che la madre del mio Signore venga da me? 44 Poiché ecco, non appena la voce del tuo saluto mi è giunta agli orecchi, per la gioia il bambino mi è balzato nel grembo.

Ma c’è un altro tema importante nella storia di Debora e di Iael che ricompare nel discorso di Elisabetta. Nel cantico di Debora, molti degli uomini forti d’Israele vengono svergognati per non aver assistito alla battaglia, mentre la vittoria è avvenuta tramite la mano di donne. In genere, le donne, come i bambini, non sono reputate per la loro forza in battaglia. Ma come piace al Signore, il suo popolo non fu liberato tramite la forza degli uomini, ma attraverso la “debolezza” (solo apparente, ovviamente!) delle donne.

Così è anche nel primo capitolo di Luca. Una vecchia donna sterile partorirà il grande profeta che annuncerà l’arrivo del Messia, e una giovane ragazza vergine partorirà il Messia stesso. Molti ci prendono in giro perché crediamo che Gesù “nacque da Maria vergine”. Eppure qui vediamo perché doveva succedere proprio così: per far vedere in modo chiaro e inequivocabile che Dio e Dio solo può salvarci. L’uomo nel suo orgoglio è testardo nell’insistere di potersi salvare da solo, e di poter rimanere lui sul trono dell’universo. Dio sceglie invece di far concepire il Salvatore nel grembo di una vergine affinché nessuno se ne vanti. Ecco il vero motivo per cui molti non accettano la nascita verginale di Gesù: è umiliante, un’offesa, un’assalto contro il nostro orgoglio e la nostra illusione di essere auto-sufficienti.

In armonia con questo tema, Elisabetta dice che è stato il suo bimbo nel suo grembo a farle sapere chi è che Maria porta nel suo: “appena la voce del tuo saluto mi è giunta agli orecchi, per la gioia il bambino mi è balzato nel grembo”. È la testimonianza del non ancora nato Giovanni il battista che fa conoscere il Messia a Elisabetta. Come disse Davide in Salmo 8:2:

Dalla bocca dei bambini e dei lattanti hai tratto una forza, a causa dei tuoi nemici, per ridurre al silenzio l’avversario e il vendicatore.

Questo è senz’altro uno dei temi principali dell’intera Bibbia. Non ci annuncia solo la buona notizia che Dio ci salva, ma anche come ci salva — per mezzo di ciò che appare debole, ridicolo, e persino impossibile! Il Salvatore del mondo nasce in modo “irrazionale” per svergognare la ragione umana, come egli salverà il mondo in modo scandaloso e folle per svergognare il potere e l’auto-sufficenza umani.  

I Giudei infatti chiedono miracoli e i Greci cercano sapienza, ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo e per gli stranieri pazzia; ma per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio. (1 Corinzi 1:22-24)

Questo per “ridurre al silenzio” il vanto umano e per gridare ad alta voce la glora di Dio. Questo per abbassare l’orgoglio umano e per esaltare il suo potere e la sua grazia. Ed è bene che Dio lo faccia: non possiamo salvarci da soli, perché siamo noi stessi da cui dobbiamo essere salvati!

Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi: è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti. (Efesini 2:8-9)

3) La Beatitudine della Fede (1:45)

45 Beata è colei che ha creduto che quanto le è stato detto da parte del Signore avrà compimento».

Il discorso di Elisabetta finisce con un’ultima benedizione. Maria è “beata” soprattutto perché “ha creduto che quanto le è stato detto da parte del Signore avrà compimento”. Nella narrativa, questo si riallaccia all’annuncio dell’angelo a Maria che lei sarebbe stata la madre del Messia.

34 Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, dal momento che non conosco uomo?» 35 L’angelo le rispose: «Lo Spirito Santo verrà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà dell’ombra sua; perciò, anche colui che nascerà sarà chiamato Santo, Figlio di Dio. 36 Ecco, Elisabetta, tua parente, ha concepito anche lei un figlio nella sua vecchiaia, e questo è il sesto mese per lei, che era chiamata sterile; 37 poiché nessuna parola di Dio rimarrà inefficace». 38 Maria disse: «Ecco, io sono la serva del Signore; mi sia fatto secondo la tua parola». E l’angelo partì da lei. (1:34-38)

Maria era giovane ma non ingenua; sapeva perfettamente che vergini non concepiscono figli. Ma la risposta dell’angelo disse tutto “lo Spirito Santo verrà su di te…” In altre parole, sarà un miracolo, punto e basta. Nessuna parola di Dio rimane inefficace. “E Dio disse: ‘Sia luce’, e luce fu”. Così anche qui: Dio disse: “la vergine concepirà”, e la vergine ha concepito. Alla fine, è così semplice. Dio lo dice, e così sarà. Siamo noi che complichiamo le cose con i nostri dubbi, domande, ragioni, discussioni, obbiezioni, ecc. Maria qui fa da esemplare di fede: “Ecco, io sono la serva del Signore; mi sia fatto secondo la tua parola”. Sembra assurdo, ridicolo, impossibile, ma se Dio dice che sarà così, sarà così, e la sua parola va sempre creduta.

Luca scrive tutto ciò non tanto per esaltare la persona di Maria, ma per invitare tutti noi che lo leggiamo a porre la stessa fiducia nella parola di Dio. Qui Elisabetta rivolge la benedizione a Maria che “ha creduto che quanto le è stato detto da parte del Signore avrà compimento”. Ma non solo. Nel capitolo 11 di Luca leggiamo che:

27 Mentre [Gesù] diceva queste cose, dalla folla una donna alzò la voce e gli disse: «Beato il grembo che ti portò e le mammelle che tu poppasti!» Ma egli disse: 28 «Beati piuttosto quelli che ascoltano la parola di Dio e la osservano!»

La benedizione concessa a Maria non fu in fondo diversa da quella che tutti noi possiamo ricevere quando ascoltiamo la parola di Dio e l’osserviamo. Uno degli errori più gravi della chiesa romana è di innalzare Maria a un livello spirituale che per noi “meri mortali” è inaccessibile. La lieta notizia del vangelo è che la stessa benedizione che Maria ha ricevuto, possiamo riceverla anche noi. La Bibbia promette che lo stesso Gesù concepito nel grembo di Maria viene formato anche in noi che l’accettiamo con la semplice fede che risponde: “Sono il servo del Signore; mi sia fatto secondo la tua parola”. Questo Natale, la parola di Dio ci annuncia questa promessa, e ci invita a semplicemente accettarla, senza negarla, rifiutarla, o metterla in discussione:

ma quando giunse la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare quelli che erano sotto la legge, affinché noi ricevessimo l’adozione. E, perché siete figli, Dio ha mandato lo Spirito del Figlio suo nei nostri cuori, che grida: «Abbà, Padre». Così tu non sei più servo, ma figlio; e se sei figlio, sei anche erede per grazia di Dio.

La Storia della Chiesa in un Anno: Karl Barth e l’Unica Parola di Dio (47/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: Karl Barth e l’Unica Parola di Dio (47/52)

Gesù Cristo è lui stesso questa elezione gratuita di Dio e di conseguenza, la Parola e la decisione divine, l’origine e l’inizio inglobanti in maniera assolutamente esaustiva tutte le altre parole, decisioni, inizi particolari (Karl Barth, La Dottrina dell’Elezione Divina, 305-306).

Nato a Basilea nel 1886, il teologo svizzero Karl Barth rivoluzionò il mondo del XX secolo. Dopo essersi imbevuto della teologia del protestantesimo liberale, Barth venne a rifiutarla quando, come pastore a Safenwil in Svizzera, scoprì che essa non era in grado di rispondere alle problematiche delle persone nella sua chiesa. Avevano bisogno di udire la parola del Dio vero e vivente, non la voce proveniente dai propri cuori.

Quest’epifania portò Barth a mettere l’accento sull’assoluta obiettività della parola di Dio che fa irruzione nella storia e stravolge ogni pensiero, ogni progetto e ogni sistema umano. In particolare, Barth insistette (come avrebbe poi scritto nella Dichiarazione di Barmen) che “Gesù Cristo, cosi come ci viene attestato nella Sacra Scrittura, è l’unica parola di Dio. Ad essa dobbiamo prestare ascolto; in essa dobbiamo confidare e ad essa dobbiamo obbedire in vita ed in morte.”

Durante la sua lunga carriera come professore di teologia presso le università di Münster (1925-1930), Bonn (1930-1935), e Basilea (1935-1962), e poi fino alla sua morte nel 1968, Barth lavorò instancabilmente per applicare questa convinzione a ogni aspetto del pensiero e della vita cristiani. Frutto di circa trent’anni di fatica fu la monumentale ma incompiuta Dogmatica Ecclesiale, un’opera di oltre otto mille pagine suddivise in tredici volumi. Qui Barth espose una visione della fede cristiana incessantemente concentrata sulla persona e sull’opera di Gesù Cristo. Tra i suoi contributi inestimabili si ricordano in particolare i seguenti:

La dottrina della predestinazione (l’elezione): Barth ridimensionò la dottrina, da sempre intensamente dibattuta, della predestinazione in chiave cristologica: Gesù Cristo è sia il Dio che elegge sia l’uomo eletto. Siamo eletti solo perché siamo tali in Cristo che è l’unico vero Eletto di Dio, come siamo figli di Dio solo perché siamo adottati in Gesù l’unico vero Figlio di Dio (Efesini 1:4-5). Così, la dottrina della predestinazione non diventa il “Sì” di Dio ad alcuni e il suo “No” agli altri, ma solo il suo “Sì” a tutti (2 Corinzi 1:18-20). L’elezione è in realtà una persona: Gesù Cristo.

La dottrina della rivelazione: Basandosi sulla verità che Gesù è l’unica via, verità e vita (Giovanni 14:6), Barth negò la possibilità di conoscere Dio se non solo come si rivela in Cristo. L’essere umano non può conoscere Dio tramite le sue capacità ma solo in quanto Dio si fa conoscere per mezzo di Gesù (Giovanni 1:18).

La dottrina delle sacre Scritture: L’enfasi di Barth su Cristo quale unica Parola di Dio influì sulla dottrina delle sacre Scritture. Se Cristo è l’unica vera Parola di Dio, le Scritture lo sono solo in senso secondario, in quante esse rendono testimonianza di lui (Giovanni 5:39). Lungi però dal diminuire l’importanza della Bibbia, Barth l’aumentò, considerandola così non un libro qualsiasi la cui efficacia dipende dalla sua interpretazione, ma come lo strumento per mezzo del quale Gesù Cristo ci incontra e ci parla personalmente.

Deuteronomio 34:1 – Giosuè 1:9: Oh Qual Fondamento!

1) La Morte di Mosè (Deuteronomio 34:1-9)

34:1 Poi Mosè salì dalle pianure di Moab sul monte Nebo, in vetta al Pisga, che è di fronte a Gerico. E il Signore gli fece vedere tutto il paese: Galaad fino a Dan, tutto Neftali, il paese di Efraim e di Manasse, tutto il paese di Giuda fino al mare occidentale, la regione meridionale, il bacino del Giordano e la valle di Gerico, città delle palme, fino a Soar. Il Signore gli disse: «Questo è il paese riguardo al quale io feci ad Abraamo, a Isacco e a Giacobbe, questo giuramento: “Io lo darò ai tuoi discendenti”. Te l’ho fatto vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai». Mosè, servo del Signore, morì là nel paese di Moab, come il Signore aveva comandato. E il Signore lo seppellì nella valle, nel paese di Moab, di fronte a Bet-Peor; e nessuno fino a oggi ha mai saputo dov’è la sua tomba. Mosè aveva centovent’anni quando morì; la vista non gli si era indebolita e il vigore non gli era venuto meno. I figli d’Israele lo piansero nelle pianure di Moab per trenta giorni; si compirono così i giorni del pianto per il lutto per Mosè. Giosuè, figlio di Nun, fu pieno dello Spirito di sapienza, perché Mosè aveva imposto le mani sul suo capo; e i figli d’Israele gli ubbidirono e fecero quello che il Signore aveva comandato a Mosè. 

Come il libro di Genesi finisce con la morte di Giacobbe e Giuseppe, così il libro di Deuteronomio (e con esso la Torah, cioè il Pentateuco) finisce con la morte di Mosè, il personaggio che domina la prima parte della Bibbia, dall’Esodo al Deuteronomio. La scena di quest’ultimo capitolo è triste e commovente. Mosè, l’uomo di cui Dio si servì per liberare Israele dalla schiavitù, guidarlo attraverso il mare e il deserto, stabilire con esso il patto, trasmettere la sua legge, e portare il popolo al confine della terra promessa, muore prima di poterci entrare. In un certo senso, tutta la sua vita culmina in questo momento, quando Dio sta per mantenere la sua antica promessa di un paese fatta ai patriarchi; ma ora gli è concesso solo di vedere la terra promessa da lontano. Mosè deve morire prima, dall’altra parte del fiume Giordano, a causa della sua disubbidienza al comandamento di Dio di far sgorgare l’acqua dalla roccia parlando anziché percuotendola.

La morte di Mosè costituisce una crisi per il popolo d’Israele. La generazione che sta per entrare nel paese di Canaan per prenderne possesso non conosce altra guida umana, ed è per questo totalmente spaesata. La gravità del lutto è segnata da trenta giorni di pianto che tutto il popolo fa nella pianura di Moab. Certo, prima di morire Mosè aveva imposto le mani su Giosuè, suo compagno e collaboratore, per nominarlo il suo successore. Al tempo stesso (e come rimarca il testo nel v.10), “non c’è mai più stato in Israele un profeta simile a Mosè, con il quale il Signore abbia trattato faccia a faccia.” Ciò significa che Giosuè, per quanto capace di guidare il popolo, non potrà mai essere pari a Mosè.

In gioco dunque è il futuro d’Israele e l’adempimento della promessa di Dio. L’interrogativo che la morte di Mosè pone al popolo è questo: sarà possibile senza Mosè prendere possesso del paese di Canaan e mantenere comunione con il Signore? Se Mosè fu il grande liberatore dall’Egitto e l’indispensabile mediatore tra Israele e il Signore, quale speranza c’è che il suo ministero possa continuare tramite un altro? Durante questi trenta giorni di pianto, Israele affronta un futuro incerto e un tempo instabile.

2) La Vocazione di Giosuè (Giosuè 1:1-5)

1:1 Dopo la morte di Mosè, servo del Signore, il Signore parlò a Giosuè, figlio di Nun, servo di Mosè, e gli disse: «Mosè, mio servo, è morto. Àlzati dunque, attraversa questo Giordano, tu con tutto questo popolo, per entrare nel paese che io do ai figli d’Israele. Ogni luogo che la pianta del vostro piede calcherà, io ve lo do, come ho detto a Mosè, dal deserto e dal Libano che vedi là sino al gran fiume, il fiume Eufrate, tutto il paese degli Ittiti sino al mar Grande, verso occidente: quello sarà il vostro territorio. Nessuno potrà resistere di fronte a te tutti i giorni della tua vita; come sono stato con Mosè, così sarò con te; io non ti lascerò e non ti abbandonerò. 

Il primo capitolo del libro successivo, Giosuè, risponde a questo interrogativo. È il Signore a cominciare a parlare a Giosuè, promettendogli che nonostante la morte di Mosè, Israele riuscirà a prendere possesso della terra promessa. Lungi dal mettere in dubbio la promessa del Signore, la morte di Mosè, pur essendo tragica, non impedirà che Dio manterrà la sua parola. Egli sarà con Giosuè com’è stato con Mosè, ed è ciò che garantisce la continuità del suo patto con Israele. Nel proposito di Dio, la morte di un grande servo non costituisce un ostacolo, perché è sempre Dio stesso che “vigila sulla sua parola per mandarla a effetto” (Geremia 1:12).

3) La Costanza della Parola di Dio (Giosuè 1:6-9)

Sii forte e coraggioso, perché tu metterai questo popolo in possesso del paese che giurai ai loro padri di dar loro. Solo sii molto forte e coraggioso; abbi cura di mettere in pratica tutta la legge che Mosè, mio servo, ti ha data; non te ne sviare né a destra né a sinistra, affinché tu prosperi dovunque andrai. Questo libro della legge non si allontani mai dalla tua bocca, ma meditalo, giorno e notte; abbi cura di mettere in pratica tutto ciò che vi è scritto; poiché allora riuscirai in tutte le tue imprese, allora prospererai. Non te l’ho io comandato? Sii forte e coraggioso; non ti spaventare e non ti sgomentare, perché il Signore, il tuo Dio, sarà con te dovunque andrai».

Questa promessa di Dio a Giosuè e a tutto il popolo prende forma concreta nei versetti successivi. Tre volte nei vv.6-9 il Signore esorta Giosuè dicendo: “Sii forte e coraggioso”. Anche se Mosè è morto, “sii forte e coraggioso”. Anche se il futuro sembra incerto, “sii forte e coraggioso”. Anche se il paese che dovete entrare è pieno di popoli formidabili e giganti potenti, “sii forte e coraggioso”.

Poi (e questo è importante), vediamo come Dio annette a quest’esortazione i motivi per cui Giosuè e il popolo devono essere forti e coraggiosi:

  • “Sii forte e coraggioso, perché tu metterai questo popolo in possesso del paese” (v.6).
  • “Sii forte e coraggioso; abbi cura di mettere in pratica … questo libro della legge” (v.7-8).
  • “Sii forte e coraggioso;… perché il Signore, il tuo Dio, sarà con te” (v.9)

Confrontare queste frasi fa emergere il parallelismo tra il comandamento che Dio ribadisce nel presente (vv.6, 9) e il comandamento dato per mezzo di Mosè e scritto nel libro della legge (vv.7-8). In altre parole, la parola di Dio che Giosuè ode direttamente dal Signore è, dal Signore stesso, fatta equivalere alla parola di Dio che Mosè aveva udito e scritto nel libro della legge.

L’importanza di quest’osservazione non può essere sopravalutata. La certezza della promessa di Dio e il coraggio del popolo che deriva da essa si fondano non solo sulla parola che si ode quando Dio parla “ad alta voce” ma ugualmente sulla parola che si legge nel libro che egli ha scritto per mano dei suoi servi come Mosè. Questo contrasta l’idea, molto comune, che la Bibbia — il libro completo della parola di Dio scritta — è un libro come qualsiasi altro: inerte finché non viene letto e interpretato dal lettore. La realtà però è ben diversa: nella Bibbia si ode la voce di Dio tanto quanto se Dio parlasse direttamente a noi ad alta voce. Parlando a Giosuè il Signore dice che in effetti sono la stessa cosa: sentire la sua voce in modo udibile o sentire la sua voce in forma scritta nel libro ispirato. Non dobbiamo mai pensare di essere svantaggiati rispetto a coloro che hanno udito la voce di Dio con le proprie orecchie, proprio come Giosuè non doveva ritenersi svantaggiato di non udire la voce di Dio come Mosè. In realtà, leggere “il libro della legge” significa “udire la voce di Dio”.

Un chiaro esempio di questo nel Nuovo Testamento è Ebrei 3:7-8; 4:7:

Perciò, come dice lo Spirito Santo: «Oggi, se udite la sua vocenon indurite i vostri cuori come nel giorno della ribellione, come nel giorno della tentazione nel deserto,… Dio stabilisce di nuovo un giorno – oggi – dicendo per mezzo di Davide, dopo tanto tempo, come si è detto prima: «Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori!»

Qui il testo cita dal Salmo 95 — un salmo scritto centinaia di anni prima — ma premettendo “come dice lo Spirito Santo”. Notiamo bene: non come disse lo Spirito Santo, ma come dice lo Spirito Santo. L’autore di questa lettera  vuol dire che lo stesso Spirito che ispirò la composizione di queste parole è lo stesso Spirito che continua a parlare mediante queste parole ogni volta che vengono lette. Perciò nel 4:7 l’autore enfatizza che oggi, mentre leggiamo questo salmo, Dio ci sta dicendo: “Oggi, se udite la mia voce”! Questa è la domanda principale di cui dobbiamo occuparci nei confronti della Bibbia: udiamo la voce di Dio quando la leggiamo?

Tutto ciò ci riporta al problema di Deuteronomio 34. Senza Mosè, come farà il popolo a prendere possesso del paese di Canaan? Come può essere certo che Dio manterrà la sua promessa? Come può rimanere in comunione con il Signore? Come può essere forte e coraggioso davanti a nemici e ostacoli apparentemente imbattibili? La risposta è questa: meditando il libro del Signore giorno e notte e mettendolo in pratica. L’immutabilità delle parole incise da Dio nelle tavole di pietra su Sinai simboleggia l’immutabilità della promessa di Dio di cui otteniamo certezza nelle sacre Scritture. Gli esseri umani vengono e se ne vanno, si alzano e cadono, ci infondono speranza ma poi ci deludono, ma la parola di Dio scritta rimane efficace per sempre. Mai dobbiamo confidare nell’uomo ma solo nella parola di Dio, come in 1 Pietro 1:24-25:

Ogni carne è come l’erba, e ogni sua gloria come il fiore dell’erba. L’erba diventa secca e il fiore cade, ma la parola del Signore rimane in eterno.

4) Un Profeta Simile a Mosè (Deuteronomio 34:10-12)

10 Non c’è mai più stato in Israele un profeta simile a Mosè, con il quale il Signore abbia trattato faccia a faccia. 11 Nessuno è stato simile a lui in tutti quei segni e miracoli che il Signore lo mandò a fare nel paese d’Egitto contro il faraone, contro tutti i suoi servi e contro tutto il suo paese; 12 né simile a lui in quegli atti potenti e in tutte quelle grandi cose tremende che Mosè fece davanti agli occhi di tutto Israele.

L’ultima parola da dire su questi capitoli è quella che tutto l’Antico Testamento testimonia. Il “libro della legge” è, come detto più volte, la parola di Dio, ma solo in senso derivato. È la parola di Dio in quanto testimone ispirato dell’unica Parola di Dio vera e propria, Gesù Cristo. Notiamo come la chiusura di Deuteronomio, e così dell’intera Torah, ci proietta verso il futuro. Gli ultimi versetti, riflettendo sul ministero di Mosè, conclude che “non c’è mai più stato in Israele un profeta simile a Mosè”. Mai più uno “con il quale il Signore abbia trattato faccia a faccia”. Mai più uno “simile a lui in tutti quei segni e miracoli … contro il faraone”. Mai più uno “simile a luie in quegli atti potenti e in tutte quelle grandi cose tremende”. Il redattore, che aggiunse questi commenti, non volle solo asserire che prima di Mosè non c’era mai stato uno come lui, ma che neanche dopo di lui “c’è mai stato un profeta simile”. Chiaramente, questi commenti hanno lo scopo di infondere speranze per la venuta di un altro simile a Mosè, o magari anche superiore a lui.

Tornando alla lettera agli Ebrei, questo è esattamente la buona notizia che leggiamo:

3:1 Perciò, fratelli santi, che siete partecipi della celeste vocazione, considerate Gesù, l’apostolo e il sommo sacerdote della fede che professiamo, il quale è fedele a colui che lo ha costituito, come anche lo fu Mosè, in tutta la casa di Dio. Gesù, anzi, è stato ritenuto degno di una gloria tanto più grande di quella di Mosè quanto chi costruisce una casa ha maggior onore della casa stessa. Certo ogni casa è costruita da qualcuno, ma chi ha costruito tutte le cose è Dio. Mosè fu fedele in tutta la casa di Dio come servitore per rendere testimonianza di ciò che doveva essere annunciato, ma Cristo lo è come Figlio, sopra la sua casa; e la sua casa siamo noi se manteniamo ferma la nostra franchezza e la speranza di cui ci vantiamo.

Mosè era stato un grande profeta e servo di Dio, ma per quanto grande, Gesù lo è molto di più. Infatti, il paragone tra questi due è simile si assomiglia alla differenza tra la casa e il costruttore. Mosè fu un grande servo nella casa di Dio, ma Gesù l’ha costruita! Mosè fu un servo nella casa di Dio, ma Gesù è il Figlio che governa la casa di Dio. Se la parola di Dio fu trasmessa al popolo per mezzo di Mosè, essa gli viene incontro personalmente in Gesù. Gesù è infatti l’apostolo e il sommo sacerdote per eccellenza, non solo perché lui è se stesso la parola di Dio incarnata, ma anche perché quando è morto non è rimasto seppellito laddove nessuno poteva trovarlo come Mosè. Tre giorni dopo la sua morte, Gesù è uscito dalla tomba. Essa è stata trovata vuota, e lui si è fatto vedere in carne incorruttibile, mai più per gustare la morte.

Perciò Gesù continua sempre come l’apostolo e il sommo sacerdote. Egli è la Parola che rimane in eterno mentre ogni altra cosa appasisce come l’erba del campo. Seguendo lui, non ci troviamo mai senza guida o capo, spaesati in una terra straniera con un futuro incerto. Restiamo certi nella speranza che ci condurrà sani e salvi nella terra promessa del suo regno nonostante gli ostacoli o i nemici che affronteremo. E quando meditiamo giorno e notte le Scritture e le mettiamo in pratica, troviamo quella forza e quel coraggio di cui abbiamo bisogno per vivere come “più che vincitori”! Oh qual fondamento abbiamo in Gesù e la sua parola!

Deuteronomio 5: Voce di Fuoco

1) Le Dieci Parole del Patto (5:1-22)

Mosè convocò tutto Israele e disse loro: «Ascolta, Israele, le leggi e le prescrizioni che oggi io proclamo davanti a voi; imparatele e mettetele diligentemente in pratica. Il Signore, il nostro Dio, stabilì con noi un patto in Oreb. Il Signore non stabilì questo patto con i nostri padri, ma con noi, che siamo qui oggi tutti quanti in vita. Il Signore vi parlò faccia a faccia sul monte, dal fuoco. Io stavo allora fra il Signore e voi per riferirvi la parola del Signore, perché voi avevate paura di quel fuoco e non siete saliti sul monte. 

Egli disse: “Io sono il Signore, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla casa di schiavitù. Non avere altri dèi oltre a me. Non farti scultura, immagine alcuna delle cose che sono lassù nel cielo o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra. Non ti prostrare davanti a loro e non li servire, perché io, il Signore, il tuo Dio, sono un Dio geloso; punisco l’iniquità dei padri sui figli fino alla terza e alla quarta generazione di quelli che mi odiano, 10 e uso bontà fino alla millesima generazione, verso quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti. 11 Non pronunciare il nome del Signore, Dio tuo, invano, poiché il Signore non riterrà innocente chi pronuncia il suo nome invano. 

12 Osserva il giorno del riposo per santificarlo, come il Signore, il tuo Dio, ti ha comandato. 13 Lavora sei giorni, e fa’ tutto il tuo lavoro, 14 ma il settimo è giorno di riposo, consacrato al Signore Dio tuo; non fare in esso nessun lavoro ordinario, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo servo, né la tua serva, né il tuo bue, né il tuo asino, né il tuo bestiame, né lo straniero che abita nella tua città, affinché il tuo servo e la tua serva si riposino come te. 15 Ricòrdati che sei stato schiavo nel paese d’Egitto e che il Signore, il tuo Dio, ti ha fatto uscire di là con mano potente e con braccio steso; perciò il Signore, il tuo Dio, ti ordina di osservare il giorno del riposo. 16 Onora tuo padre e tua madre, come il Signore, il tuo Dio, ti ha ordinato, affinché i tuoi giorni siano prolungati e affinché venga a te del bene sulla terra che il Signore, il tuo Dio, ti dà. 17 Non uccidere. 18 Non commettere adulterio. 19 Non rubare. 20 Non attestare il falso contro il tuo prossimo. 21 Non concupire la moglie del tuo prossimo; non bramare la casa del tuo prossimo, né il suo campo, né il suo servo, né la sua serva, né il suo bue, né il suo asino, né cosa alcuna del tuo prossimo”. 22 «Queste parole pronunciò il Signore parlando a tutta la vostra assemblea, sul monte, dal fuoco, dalla nuvola, dall’oscurità, con voce forte, e non aggiunse altro. Le scrisse su due tavole di pietra e me le diede.

Dopo l’esodo, Mosè guida il popolo d’Israele, appena liberato dalla schiavitù, al monte Sinai, qui chiamato anche “Oreb”. È lì che Dio gli dà le due tavole di pietra su cui son incise le “dieci parole”, che solitamente si chiamano i dieci comandamenti. Come il Padre nostro, i dieci comandamenti risultano familiari anche a chi non conosce bene la Bibbia. Purtroppo, risultano familiari solo in quanto una serie di regole o principi generali e inveterati, cioè astratti dal loro contesto originario. Lo scopo di questo messaggio non è di approfondire i dieci comandamenti stessi (in ebraico chiamati “le dieci parole”) ma di ri-ambientarli per capirne meglio il significato radicale, ben diverso da un “manuale di istruzioni” per la vita.

Va notato subito che nei vv.1-3 questi comandamenti si trovano nel contesto del patto stabilito da Dio a Sinai. Non costituiscono i comandamenti di Dio per tutto il mondo in senso generale ma i “voti nuziali” del rapporto di amore e di fedeltà instaurato da Dio con Israele. Come le promesse pronunciate durante la cerimonia del matrimonio definiscono gli impegni reciproci necessari affinché il nuovo rapporto duri per tutta la vita degli sposi, così i dieci comandamenti riassumono i doveri imposti a Israele perché continui a godersi le benedizioni della loro elezione.

Precisiamo due punti critici. Primo, questi doveri, come quelli giurati da due sposi, non sono onerosi ma dilettevoli, se infatti sono radicati nell’amore vero. Secondo, questi doveri procedono da, e non procurano, la grazia di Dio. La prima parola, il primo comandamento non è in realtà “Non avere altri dèi oltre a me” ma “Io sono il Signore, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla casa di schiavitù.” Israele è il popolo già eletto da Dio, già amato da Dio, già benedetto da Dio. Il tema costante del libro di Esodo è che Dio libera il suo popolo perché si ricorda delle promesse fatte, per pura grazia, ad Abraamo, a Isacco e a Giacobbe. Nessun altro motivo. Quindi, come insistiamo a volte anche fino alla nausea, l’amore di Dio è sempre incondizionato dalle nostre opere, sia buone che cattive. Dio ci ama soltanto perché ci ama, e basta, come la mamma ama il bambino che ha ancora in grembo e non ha ancora fatto nulla per dimostrarsi “degno” del suo amore.

Questo è dunque il significato principale dei dieci comandamenti, i voti nuziali che esprimono l’amore di Israele per il Dio che l’ha scelto e l’ha salvato per il suo amore e la sua fedeltà alle sue promesse. Quando Mosè afferma che “il Signore non stabilì questo patto con i nostri padri, ma con noi, che siamo qui oggi tutti quanti in vita”, non vuole negare la validità del patto anche nei confronti della generazione precedente perita durante i quarant’anni di vagabondaggio nel deserto, ma vuole enfatizzare l’attualità del patto nei confronti della generazione successiva, quella che stava per entrare nel paese di Canaan per prenderne possesso. La parola di Dio, pronunciata e scritta nel passato, rimane sempre rilevante ed attuale per il popolo di Dio.

2) Il Timore del Popolo (5:23-27)

23 Quando udiste la voce che usciva dalle tenebre, mentre il monte era tutto in fiamme, i vostri capi tribù e i vostri anziani si accostarono tutti a me, 24 e diceste: “Ecco, il Signore, il nostro Dio, ci ha fatto vedere la sua gloria e la sua maestà e noi abbiamo udito la sua voce dal fuoco; oggi abbiamo visto che Dio ha parlato con l’uomo e l’uomo è rimasto vivo. 25 Ma ora perché dovremmo morire? Questo gran fuoco ci consumerà; noi moriremo se continuiamo a udire la voce del Signore, il nostro Dio. 26 Poiché qual è il mortale, chiunque egli sia, che abbia udito come noi la voce del Dio vivente parlare dal fuoco e sia rimasto vivo? 27 Avvicìnati tu e ascolta tutto ciò che il Signore, il nostro Dio, dirà; poi ci riferirai tutto ciò che il Signore, il nostro Dio, ti avrà detto, e noi l’ascolteremo e lo faremo”.

A questo punto nel testo, il discorso di Mosè prende una svolta interessante. Ricorda al popolo come al Sinai gli disse di avere paura di udire la voce di Dio parlare dal fuoco sul monte. Questo merita un po’ di attenzione. Abbiamo osservato in passato come la Bibbia afferma che “nessuno può vedere il volto di Dio e vivere”. Dio infatti dichiara proprio questo quando Mosè gli chiede di vedere la sua gloria. Ma è altrettanto vero, come scopriamo qui, che nessuno può sentire la voce di Dio e vivere. Notiamo bene ciò che il popolo dice: “Questo gran fuoco ci consumerà; noi moriremo se continuiamo a udire la voce del Signore” (v.25). Qui, udire la voce di Dio equivale a essere consumati dal grande fuoco che simboleggia la presenze e la gloria di Dio. Ripetutamente in Deuteronomio il parlare di Dio è associato al fuoco: quando Dio parla, divampa un fuoco consumante. Similmente il Salmo 29:3-9 descrive il parlare di Dio così:

La voce del Signore è sulle acque; il Dio di gloria tuona; il Signore è sulle grandi acque. La voce del Signore è potente, la voce del Signore è piena di maestà. La voce del Signore rompe i cedri; il Signore spezza i cedri del Libano. Fa saltellare i monti come vitelli, il Libano e l’Ermon come giovani bufali. La voce del Signore fa guizzare i fulmini. La voce del Signore fa tremare il deserto; il Signore fa tremare il deserto di Cades. La voce del Signore fa partorire le cerve e sfronda le selve. E nel suo tempio tutto esclama: «Gloria!»

Questo fatto sfugge a coloro che pretendono che Dio risponda alle loro domande e alle loro esigenze, lamentandosi che Dio stia zitto nei loro confronti. Non sanno che in realtà se Dio gli rispondesse come essi vogliono, sarebbero consumati dal fuoco della sua voce! È la misericordia di Dio che spesso non risponde a noi nel modo in cui pretendiamo, misericordia che tace di fronte alle nostre rimostranze affinché non siamo divorati dal tuono del suo parlare! È l’ennesimo esempio di come non sappiamo cosa chiediamo, e la grazia di Dio che non ci dà ciò che vogliamo ma ciò di cui abbiamo bisogno.

Eppure, c’è un problema. Questa stessa voce che il popolo temeva era la sua vita. Senza la voce e la parola di Dio, il popolo sarebbe perito. Dopo, in Deuteronomio 8:3 Mosè dichiara:

…l’uomo non vive soltanto di pane, ma che vive di tutto quello che procede dalla bocca del Signore

E ancora nel 32:47:

Poiché questa non è una parola senza valore per voi: anzi, è la vostra vita; per questa parola prolungherete i vostri giorni nel paese del quale andate a prendere possesso, passando il Giordano.

Il problema, sia per loro che per noi oggi, è questo: nessuno può udire la voce di Dio e vivere; ma allo stesso tempo nessuno può vivere se non ode la voce di Dio. Qual è dunque la soluzione?

3) Il Mediatore della Parola (5:28-33)

28 Il Signore udì le vostre parole, mentre mi parlavate; e il Signore mi disse: “Io ho udito le parole che questo popolo ti ha rivolto; tutto quello che hanno detto sta bene. 29 Oh, avessero sempre un simile cuore da temermi e da osservare tutti i miei comandamenti, affinché venga del bene a loro e ai loro figli per sempre! 30 Va’ e di’ loro: ‘Tornate alle vostre tende’. 31 Tu invece resta qui con me e io ti dirò tutti i comandamenti, tutte le leggi e le prescrizioni che insegnerai loro, perché le mettano in pratica nel paese che io do loro in possesso”. 32 Abbiate dunque cura di fare ciò che il Signore, il vostro Dio, vi ha comandato; non ve ne sviate né a destra né a sinistra; 33 camminate in tutto e per tutto per la via che il Signore, il vostro Dio, vi ha prescritta, affinché viviate e siate felici e prolunghiate i vostri giorni nel paese che voi possederete.

Innanzitutto, vediamo che il Signore approva il timore che il popolo ha nei suoi confronti: “tutto quello che hanno detto sta bene”. E non solo dice questo ma anche: “avessero sempre un simile cuore da temermi e da osservare tutti i miei comandamenti!” Troviamo il negativo di questo nel Salmo 36:1 che avverte:

L’iniquità parla all’empio nell’intimo del suo cuore; non c’è timor di Dio davanti agli occhi suo.

In altre parole, il timore di Dio è necessario perché ubbidiamo al Signore e evitiamo il peccato. Secondo le Scritture, è cattivo chi non ha timore di Dio! Dall’altro canto, bisogna precisare che non si tratta di una paura che ci allontanerebbe dalla parola di Dio. Ribadiamo: essa è la nostra vita. Allora?

Come Dio provvide per Abraamo che si trovò tra due scelte apparentamente impossibili — sacrificare suo figlio, Isacco, o disubbidire al comandamento di Dio — egli provvede ancora una volta qui. Nei vv. 30-31 ordina a Mosè: “Va’ e di’ loro: ‘Tornate alle vostre tende’. Tu invece resta qui con me e io ti dirò tutti i comandamenti, tutte le leggi e le prescrizioni che insegnerai loro, perché le mettano in pratica nel paese che io do loro in possesso”. Ciò che serviva al popolo affinché potesse udire la voce fiammeggiante di Dio e allo stesso tempo di non esserne consumati era un mediatore, uno come Mosè che potesse fungere da portavoce di Dio, ricevendo la sua parola e riferendola al popolo. Questo è esattamente quello che Mosè fece, come anche fece vedere al popolo il riflesso della gloria di Dio nel suo viso quando scese dall’incontrare Dio sul monte. In questo modo, il popolo poteva udire — ma più importante ancora vivere! — la parola di Dio e non perire. In quest’ottica, vediamo tutto il libro di Deuteronomio come risultato della mediazione di Mosè che ricorda a Israele la legge del Signore e l’esorta a camminare fedelmente in essa.

Ovviamente, Mosè non era veramente in grado di fare da mediatore della voce di Dio, proprio come i sacrifici degli animali non erano in grado di togliere il peccato. Deuteronomio testimonia come Mosè riuscì a riferire al popolo ciò che aveva udito, ma in questo modo la voce di Dio rimaneva a distanza dal popolo. Israele udiva la parola di Dio solo “per sentito dire”, cioè mediante la bocca di Mosè. Per questo motivo, il potere per essere trasformati per poter mettere in pratica i comandamenti del Signore mancava al popolo. Ecco perché Dio parla così: “avessero sempre un simile cuore da temermi e da osservare tutti i miei comandamenti”. Lascia intendere, chiaramente, che il popolo non aveva veramente un cuore da temere Dio e da osservare tutti i suoi comandamenti. Come 1 Pietro 1:23 insegna: siamo “rigenerati non da seme corruttibile, ma incorruttibile, cioè mediante la parola vivente e permanente di Dio”. Se la parola di Dio non viene seminata in noi, rimanendo sempre a distanza, come possiamo essere rigenerati per camminare in novità di vita?

Ecco perché, come sempre, l’Antico Testamento ci porta a Gesù come compimento e unica speranza. Gesù è il mediatore migliore, perché non solo ci riferisce la parola di Dio, egli è la parola di Dio. In Gesù la parola di Dio ha eliminato la distanza e ci ha portato incontro a essa. Gesù è la voce di Dio infuocata che tuonò sul Sinai, ma è anche l’umano che l’ode personalmente e la vive perfettamente. In Gesù abbiamo la capacità di udire la parola di Dio senza esserne consumati. Abbiamo la possibilità di ascoltarla, di riceverla come seme incorruttibile nel nostro cuore e nella nostra anima, e di essere da essa risuscitati a novità di vita. E Gesù promette che quando dimoriamo nelle parole dateci nelle sacre Scritture, è in lui stesso che in realtà dimoriamo. Nella Bibbia, incontriamo Gesù che è la parola di Dio e la nostra vita in persona.

Noi che abbiamo beneficiato — e beneficiamo tuttora — della parola di Dio in Gesù siamo chiamati a “ardere” come testimoni “fiammeggianti”. Come il viso di Mosè brillò con il riflesso della gloria di Dio quando scese da Sinari, così anche noi brilliamo con il riflesso del fuoco della parola di Dio quando essa dimora in noi. Mi è sempre piaciuta la storia dei due che incontrano Gesù sulla via di Emmaus. Dopo che riconoscono Gesù risorto dalla morte, Luca 24:32, 35 riporta che:

Ed essi dissero l’uno all’altro: «Non sentivamo forse ardere il cuore {dentro di noi} mentre egli ci parlava per la via e ci spiegava le Scritture?»…  Essi pure raccontarono le cose avvenute loro per la via, e come era stato da loro riconosciuto nello spezzare il pane. 

L’effetto della parola di Gesù su questi due è lo stesso su tutti coloro che l’incontrano. Prima il cuore comincia ad ardere dentro di noi, e poi siamo da questo fuoco spinti a testimoniare ciò che abbiamo udito. Simile è anche Geremia 20:9:

Se dico: «Io non lo menzionerò più, non parlerò più nel suo nome», c’è nel mio cuore come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzo di contenerlo, ma non posso.

Questa dovrebbe essere l’esperienza di tutti noi: non riusciamo a contenere la parola di Dio in noi, perché arde così intensamente che viene fuori dalla nostra bocca anche se non lo vogliamo!

Concludo con un’ultimo versetto, Isaia 66:2, dove Dio dice chiaro e tondo ciò che deve essere il nostro atteggiamento rispetto alla sua parola:

Ecco su chi io poserò lo sguardo: su colui che è umile, che ha lo spirito afflitto e trema alla mia parola.

Genesi 49:28-50:26: Morti Nella Fede

49:28 Tutti costoro sono gli antenati delle dodici tribù d’Israele; questo è ciò che il loro padre disse loro, quando li benedisse. Li benedisse, dando a ciascuno la sua benedizione particolare. 29 Poi diede loro i suoi ordini e disse: «Io sto per essere riunito al mio popolo. Seppellitemi con i miei padri nella grotta che è nel campo di Efron l’Ittita, 30 nella grotta che è nel campo di Macpela, di fronte a Mamre, nel paese di Canaan, la quale Abraamo comprò con il campo da Efron l’Ittita, come sepolcro di sua proprietà. 31 Qui furono sepolti Abraamo e sua moglie Sara; furono sepolti Isacco e Rebecca sua moglie, e qui io seppellii Lea. 32 Il campo e la grotta che vi si trova furono comprati presso i figli di Chet». 33 Quando Giacobbe ebbe finito di dare questi ordini ai suoi figli, ritirò i piedi nel letto, spirò e fu riunito al suo popolo.

50:1 Allora Giuseppe si gettò sulla faccia di suo padre, pianse su di lui e lo baciò. Poi Giuseppe ordinò ai medici che erano al suo servizio di imbalsamare suo padre; e i medici imbalsamarono Israele. Ci vollero quaranta giorni, perché tanto è il tempo che si impiega a imbalsamare. E gli Egiziani lo piansero settanta giorni. Quando i giorni del lutto fatto per lui furono passati, Giuseppe parlò alla casa del faraone, dicendo: «Se ora ho trovato grazia ai vostri occhi, fate giungere agli orecchi del faraone queste parole: “Mio padre mi ha fatto giurare e mi ha detto: ‘Ecco, io muoio; seppelliscimi nel mio sepolcro, che mi sono scavato nel paese di Canaan’. Ora dunque, permetti che io salga e seppellisca mio padre; poi tornerò”». Il faraone rispose: «Sali e seppellisci tuo padre come ti ha fatto giurare».

Allora Giuseppe salì a seppellire suo padre e con lui salirono tutti i servitori del faraone, gli anziani della sua casa e tutti gli anziani del paese d’Egitto, tutta la casa di Giuseppe e i suoi fratelli e la casa di suo padre. Non lasciarono nella terra di Goscen che i loro bambini, le loro greggi e i loro armenti. Con lui salirono pure carri e cavalieri, così da formare un corteo numerosissimo. 10 Quando giunsero all’aia di Atad, che è oltre il Giordano, vi furono grandi e profondi lamenti. Giuseppe fece a suo padre un lutto di sette giorni. 11 Quando gli abitanti del paese, i Cananei, videro il lutto dell’aia di Atad, dissero: «Questo è un grave lutto per gli Egiziani!» Perciò fu messo il nome di Abel-Misraim a quell’aia, che è oltre il Giordano. 12 I figli di Giacobbe fecero per lui quello che egli aveva ordinato loro: 13 lo trasportarono nel paese di Canaan e lo seppellirono nella grotta del campo di Macpela, che Abraamo aveva comprato con il campo da Efron l’Ittita, come sepolcro di sua proprietà, di fronte a Mamre. 14 Giuseppe, dopo aver sepolto suo padre, tornò in Egitto con i suoi fratelli e con tutti quelli che erano saliti con lui a seppellire suo padre.

15 I fratelli di Giuseppe, quando videro che il loro padre era morto, dissero: «Chi sa se Giuseppe non ci porterà odio e non ci renderà tutto il male che gli abbiamo fatto?» 16 Perciò mandarono a dire a Giuseppe: «Tuo padre, prima di morire, diede quest’ordine: 17 “Dite così a Giuseppe: ‘Perdona ora ai tuoi fratelli il loro misfatto e il loro peccato; perché ti hanno fatto del male’”. Ti prego, perdona dunque ora il misfatto dei servi del Dio di tuo padre!» Giuseppe, quando gli parlarono così, pianse. 18 I suoi fratelli vennero anch’essi, s’inchinarono ai suoi piedi e dissero: «Ecco, siamo tuoi servi». 19 Giuseppe disse loro: «Non temete. Sono io forse al posto di Dio? 20 Voi avevate pensato del male contro di me, ma Dio ha pensato di convertirlo in bene per compiere quello che oggi avviene: per conservare in vita un popolo numeroso. 21 Ora dunque non temete. Io provvederò al sostentamento per voi e i vostri figli». Così li confortò e parlò al loro cuore.

22 Giuseppe abitò in Egitto con la casa di suo padre; egli visse centodieci anni. 23 Giuseppe vide i figli di Efraim, fino alla terza generazione; anche i figli di Machir, figlio di Manasse, nacquero sulle sue ginocchia. 24 Giuseppe disse ai suoi fratelli: «Io sto per morire, ma Dio per certo vi visiterà e vi farà salire, da questo paese, nel paese che promise con giuramento ad Abraamo, a Isacco e a Giacobbe». 25 Giuseppe fece giurare i figli d’Israele, dicendo: «Dio per certo vi visiterà; allora portate via da qui le mie ossa». 26 Poi Giuseppe morì, all’età di centodieci anni; e fu imbalsamato e deposto in un sarcofago in Egitto.

1) Tristezza

Il libro di Genesi finisce sia con la tristezza sia con la speranza. La fine è triste perché, mentre inizia con la creazione di Dio che conferisce la vita, la bellezza e la bontà, conclude con la morte. Alla fine del penultimo capitolo muore Giacobbe, il patriarca e padre delle dodici tribù d’Israele. Poi, l’ultimo versetto del libro riporta la morte di Giuseppe, uno dei dodici figli d’Israele e protagonista dei drammatici avvenimenti narrati nei capitoli precedenti.

È infatti l’importanza di Giuseppe che rende la sua morte così commovente. Il tutto comincia nel capitolo 37 quando i fratelli di Giuseppe lo vendono in schiavitù per invidia del favoritismo di loro padre nei suoi confronti. Giuseppe va in Egitto e diventa servo nella casa di Potifar, un ufficiale del faraone. A un certo punto, la moglie di Potifar accusa Giuseppe di averla violentata, un crimine di cui Giuseppe è invece innocente. Così Giuseppe finisce in prigione dove languisce per anni.

Grazie a una serie di avvenimenti straordinari orchestrati dal Signore, Giuseppe viene liberato e promosso come vicerè su tutto il paese di Egitto. A faraone Dio dà un sogno e a Giuseppe ne dà l’interpretazione che riguarda un periodo di terribile carestia che durerà sette anni. Oltre all’interpretazione Giuseppe offre al faraone saggi consigli di come preparare il paese alla carestia, il che agli occhi del faraone rende Giuseppe l’uomo perfetto per organizzare e gestire i preparativi.

È in questo modo che Giuseppe per mezzo delle sue sofferenze, ascende al potere in Egitto, un potere che usa poi per salvare le vite della popolazione di Egitto e non solo. Salva anche la vita dei suoi familiari, compresi i suoi fratelli che l’hanno venduto in schiavitù. Le parole di Giuseppe ai suoi fratelli dopo la morte del loro padre riassumono tutto:

«Non temete. Sono io forse al posto di Dio? Voi avevate pensato del male contro di me, ma Dio ha pensato di convertirlo in bene per compiere quello che oggi avviene: per conservare in vita un popolo numeroso. Ora dunque non temete. Io provvederò al sostentamento per voi e i vostri figli». Così li confortò e parlò al loro cuore. (Genesi 50:19-21)

La tristezza è dunque palpabile solo qualche versetto dopo quando il libro di Genesi chiude con la morte di Giuseppe, un uomo che ben esemplifica la promessa di Dio che tramite la discendenza di Abraamo tutte le famiglie della terra saranno benedette. In un tempo di grande carestia quando la gente moriva di fame, fu Giuseppe a provvedere al sostentamento non solo per la sua famiglia che aveva perdonato, ma anche al sostentamento del popolo d’Egitto e delle nazioni circostanti. Per mezzo di Giuseppe, il mondo fu letteralmente benedetto in una crisi di maledizione. La morte di Giuseppe quindi segnala che, nonostante tutto il bene da lui fatto, non fu lui a compiere pienamente la promessa di Dio.

Ma in un senso ancora più profondo, la tristezza della fine di Genesi deriva dal fatto stesso della morte. La morte, conseguenza del peccato e parte della maledizione, non faceva parte del mondo come Dio l’aveva creato. La morte di Giuseppe è solo l’ultima di una lunghissima serie di morti cominciando da Adamo ed Eva. Infatti, come Paolo afferma in Romani 5:14, la morte regnò su tutti, non lasciando sfuggire nemmeno uno. La morte di Giuseppe simboleggia la rovina universale nella quale cadde il buon creato di Dio.

2) Speranza

Questa tristezza però è temperata dalla speranza che promette un risultato finale che rispecchia quello della storia di Giuseppe. Come Dio convertì in bene il male pensato contro Giuseppe dai suoi fratelli, così convertirà in bene il male originale che portò al decadimento del creato. Questa promessa sarà portata avanti, come sappiamo, dal linguaggio di Abraamo, focalizzato sul popolo disceso da Israele, cioè da Giacobbe e dai dodici figli a lui nati. È Giuseppe che, poco prima di morire, ribadisce questa speranza radicata nella promessa di Dio fatta a suo padre, Giacobbe, a suo nonno, Isacco, e a suo bisnonno, Abraamo. Leggiamo in Genesi 50:24-25:

24 Giuseppe disse ai suoi fratelli: «Io sto per morire, ma Dio per certo vi visiterà e vi farà salire, da questo paese, nel paese che promise con giuramento ad Abraamo, a Isacco e a Giacobbe». 25 Giuseppe fece giurare i figli d’Israele, dicendo: «Dio per certo vi visiterà; allora portate via da qui le mie ossa».

Questi versetti meritano particolare attenzione in quanto evidenziati dalla lettera agli Ebrei nel Nuovo Testamento. Nell’undicesimo capitolo, quel famoso “albo d’onore” di uomini e donne di fede nella Bibbia, Giuseppe è elogiato proprio per questo:

22 Per fede Giuseppe, quando stava per morire, fece menzione dell’esodo dei figli d’Israele e diede disposizioni circa le sue ossa.

Questo è notevole. Quando l’autore di Ebrei arrivò a Giuseppe nel proseguimento nella storia biblica, scelse di sottolineare la fede espressa alla fine della sua vita riguardante “l’esodo dei figli d’Israele e … le sue ossa”. Rispetto a tutte le prove affrontate da Giuseppe che richiesero una grande fiducia nel Signore, quest’ultima riceve viene messa in rilievo. Ritengo curioso che, secondo Ebrei, le disposizioni di Giuseppe circa le sue ossa costituirono un atto di fede in un senso più grande di quelli manifestati durante tutta la sua vita fino a quel momento. Come mai? Si trova la risposta nel v.13 di Ebrei 11:

13 Tutti costoro sono morti nella fede, senza ricevere le cose promesse, ma le hanno vedute e salutate da lontano, confessando di essere forestieri e pellegrini sulla terra. 

Secondo Ebrei, la caratteristica da lodare della fede di Giuseppe e degli altri come Noè, Abraamo, Sara, e Mosè fu la speranza con la quale credettero fino alla morte. Tutti questi morirono nella fede anche se non avevano ricevuto o visto con i propri occhi le cose promesse. A loro fu concesso solo di “salutare da lontano” il compimento delle promesse di Dio. Questo è proprio quell’aspetto della fede in Dio che si chiama “speranza” che Paolo definisce così in Romani 8:24-25:

24 Poiché siamo stati salvati in speranza. Or la speranza di ciò che si vede non è speranza; difatti, quello che uno vede perché lo spererebbe ancora? 25 Ma se speriamo ciò che non vediamo, lo aspettiamo con pazienza.

In altre parole, la speranza della fede è la certezza che Dio manterrà le sue promesse anche quando, fino alla morte, non si vede che Dio le ha mantenute. La speranza è la convinzione della fede che non si lascia ingannare dalle apparenze (che spesso sembrano contraddire la promessa di Dio) ma che si fida dell’invisibile parola di Dio.

Questa è la fede dimostrata da Giuseppe alla fine della sua vita. La sua menzione dell’esodo e le istruzioni circa le sue ossa richiamano la promessa di Dio ad Abraamo anni prima riferita in 15:13-14:

13 Il Signore disse ad Abramo: «Sappi per certo che i tuoi discendenti dimoreranno come stranieri in un paese che non sarà loro: saranno fatti schiavi e saranno oppressi per quattrocento anni; 14 ma io giudicherò la nazione di cui saranno stati servi e, dopo questo, se ne partiranno con grandi ricchezze.

Giuseppe, consapevole delle promesse di Dio a suo bisnonno, sapeva che il soggiorno d’Israele in Egitto sarebbe diventato la schiavitù del popolo, come anche egli era stato schiavo in Egitto. Ma sapeva anche, e n’era certo, che Dio avrebbe liberato Israele quattrocento anni dopo e gli avrebbe dato in possesso il paese promesso ad Abraamo. Per questo Giuseppe fa giurare ai suoi parenti: “Dio per certo vi visiterà; allora portate via da qui le mie ossa.” 

L’autore di Ebrei sottolinea questa frase come massima espressione della fede di Giuseppe perché riguarda un futuro adempimento della promessa di Dio che Giuseppe stesso non non ha mai visto e non vivrà per vedere. Questa è la più grande prova della fede, quando dobbiamo fidarci di Dio pur non vedendo l’adempimento della sua promessa. Qui Giuseppe non ha altra prova della parola di Dio se non la parola stessa. La fede di Giuseppe si basa sulla certezza che nessuna parola di Dio rimane inefficace. Da questo consegue che ogni parola di Dio è da sola sufficiente per sostenere la fede. Non abbiamo bisogno di altre prove all’infuori della parola di Dio per essere certi che possiamo fidarci totalmente della parola di Dio. Come nel caso di Giuseppe, arrivano momenti e periodi nella vita quando ci troviamo di fronte alla domanda: possiamo credere alla parola di Dio quando l’unica cosa che abbiamo è la parola di Dio? Quando manca qualsiasi altra prova, basta la parola di Dio per sostenere la nostra fede in essa?

3) Compimento

La risposta, come lo fu per Giuseppe, dovrebbe essere di Sì! Ma sarebbe sbagliato concludere che la nostra fede nella parola di Dio sia un mero salto nel buio. Ebrei 11 prosegue dicendo:

39 Tutti costoro [compreso Giuseppe], pur avendo avuto buona testimonianza per la loro fede, non ottennero ciò che era stato promesso; 40 perché Dio aveva in vista per noi qualcosa di meglio, in modo che loro non giungessero alla perfezione senza di noi. 12:1 Anche noi, dunque, poiché siamo circondati da una così grande schiera di testimoni, deponiamo ogni peso e il peccato che così facilmente ci avvolge, e corriamo con perseveranza la gara che ci è proposta, fissando lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta.

Ripetendo che i nostri antenati nella fede “non ottennero ciò che era stato promesso”, ne aggiunge il motivo: “perché Dio aveva in vista per noi qualcosa di meglio, in modo che loro non giungessero alla perfezione senza di noi”. Quella perfezione è quella che si è realizzata in Gesù, “colui che crea la fede e la rende perfetta”. Vale a dire, il compimento di ogni promessa e di ogni proposito di Dio si ha in Gesù Cristo. Gesù è la vera Parola di Dio le cui autorevolezza e attendibilità derivano da nessuna fonte se non da se stessa. La fede come quella di Giuseppe che supera ogni tentazione e circostanza non deriva dalle capacità umane di credere, ma dalla Parola che crea la fede e la rende perfetta. Perciò Paolo dichiara in Romani 10:17:

Così la fede viene da ciò che si ascolta, e ciò che si ascolta viene dalla parola di Cristo.

La morale della storia? È semplice: fissiamo “lo sguardo su Gesù”. Niente o nessun altro può creare in noi la fede, e niente o nessun altro può renderla perfetta e sostenerla fino alla morte, anche davanti a ogni sorta di difficoltà e contraddizione. Se vogliamo credere con la fede di Giuseppe, allora dobbiamo guardare ciò che lui ha visto e salutato da lontano: Gesù Cristo, la Parola di Dio.

2 Timoteo 3:1-17: Tu Invece…

1) Tempi Difficili (3:1-9)

Or sappi questo: negli ultimi giorni verranno tempi difficili; perché gli uomini saranno egoisti, amanti del denaro, vanagloriosi, superbi, bestemmiatori, ribelli ai genitori, ingrati, irreligiosi, insensibili, sleali, calunniatori, intemperanti, spietati, senza amore per il bene, traditori, sconsiderati, orgogliosi, amanti del piacere anziché di Dio, aventi l’apparenza della pietà, mentre ne hanno rinnegato la potenza. Anche da costoro allontànati! Poiché nel numero di costoro ci sono quelli che si insinuano nelle case e circuiscono donnette cariche di peccati, agitate da varie passioni, le quali cercano sempre di imparare e non possono mai giungere alla conoscenza della verità. E come Iannè e Iambrè si opposero a Mosè, così anche costoro si oppongono alla verità: uomini dalla mente corrotta, che non hanno dato buona prova quanto alla fede. Ma non andranno più oltre, perché la loro stoltezza sarà manifesta a tutti, come fu quella di quegli uomini.

È sempre interessante sapere quali sono le ultime parole di una persona prima di morire. A volte mi chiedo anche io, che cosa dirò con i miei ultimi respiri? Che cosa vorrò lasciare come “ultimo testamento” e ricordo a coloro che mi sopravvivranno? Questa domanda interessa perché le ultime parole di una persona indicano (se ha la possibilità di rifletterci prima) ciò che ritiene più importante.

Leggendo la seconda lettera di Paolo a Timoteo, scopriamo le ultime parole — gli ultimi insegnamenti, le ultime esortazioni, gli ultimi incoraggiamenti — che il grande apostolo volle lasciare al suo carissimo discepolo e collaboratore. In questa breve lettera, sentiamo “l’ultimo testamento” di Paolo che rivela infatti ciò che ritiene più importante. Da quello che scrive nel 4:6, Paolo sa che il momento della sua morte è vicina —  “Quanto a me, io sto per essere offerto in libazione, e il tempo della mia partenza è giunto” — e vuole dunque incoraggiare Timoteo a portare avanti il ministero del vangelo che ha fedelmente compiuto. Per questioni di tempo, abbiamo selezionato il terzo capitolo di questa lettera che imparare l’essenza di quello che Paolo vuole trasmettere a Timoteo nel poco tempo che gli rimane.

Questo capitolo si divide in due parti. La prima parte tratta i “tempi difficili” che Paolo prevede venire “negli ultimi giorni”, e la seconda parte, dal v.10 in poi, descrive il modo controcorrente — “tu invece…” — in cui il cristiano deve vivere. Consideriamo adesso la prima parte. Paolo avverte Timoteo che verranno, come appena detto, “tempi difficili” “negli ultimi giorni”. Segue poi un elenco dei vari mali che caratterizzeranno questi tempi, alcuni che si spiegano da soli e altri che meritano qualche commento in più. Paolo dice che gli uomini saranno:

  1. egoisti,
  2. amanti del denaro: infatti, non c’è male che l’uomo non sia disposto di fare per procurarsi più soldi.
  3. vanagloriosi,
  4. superbi,
  5. bestemmiatori,
  6. ribelli ai genitori: Paolo non vuole che pensiamo che i tempi difficili siano tutta colpa di adulti, perché anche i bambini ribelli ai genitori ci contribuscono!
  7. ingrati: Ma è l’ingratitudine davvero da elencare qui come causa dei tempi difficili? Certamente, perché la gratitudine non lascia spazio al malcontento e dunque né all’avidità o all’invidia, attitudini che poi sfociano nell’ingiustizia e nel conflitto di ogni genere.
  8. irreligiosi,
  9. insensibili,
  10. sleali,
  11. calunniatori,
  12. intemperanti,
  13. spietati,
  14. senza amore per il bene,
  15. traditori,
  16. sconsiderati,
  17. orgogliosi,
  18. amanti del piacere anziché di Dio,
  19. aventi l’apparenza della pietà, mentre ne hanno rinnegato la potenza: Paolo non vuole che attribuiamo tutti i mali del mondo solo ai cosiddetti “cattivi”, ma anche a coloro che hanno solo l’apparenza della pietà. Da fuori, questi sembrano “bravi” e “buoni”, e in molti sensi lo sono. Ma come i farisei, la loro è una bontà senza Gesù, e perciò non è per niente bontà.
  20. quelli che si insinuano nelle case e circuiscono donnette cariche di peccati, agitate da varie passioni,
  21. cercano sempre di imparare e non possono mai giungere alla conoscenza della verità: si oppongono alla verità:
  22. Anche questo, se ci pensiamo bene, è sorprendente. Oggi come oggi, è nobile essere alla ricerca della verità, ma guai se si afferma di averla trovata! “Nessuno può sapere la verità” è considerato umile mentre “la verità è questa” è considerato arrogante. Paolo, però, non potrebbe essere meno d’accordo. Per lui, essere sempre e solo alla ricerca della verità senza mai giungerci vuol dire opporsi alla verità. Ricordiamoci: Non prendere una decisione per Gesù è prendere una decisione contro Gesù.
  23. uomini dalla mente corrotta, che non hanno dato buona prova quanto alla fede.

A mio avviso, una descrizione più accurata dei tempi in cui viviamo noi non può essere trovata. Se non sapessimo che Paolo scriveva queste parole sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, rimarremmo forse sconvolti dalle sue capacità preveggenti! Ma tra tutti i mali che Paolo menziona qui, non dobbiamo lasciarci sfuggire il punto fondamentale, ciò che Paolo ritiene la causa principale dei tempi difficili nei quali viviamo. Rammentiamo come Paolo inizia questo discorso: “Or sappi questo: negli ultimi giorni verranno tempi difficili; perché gli uomini saranno…” Tutto quello che segue approfondisce questa semplice dichiarazione. Che cosa ne consegue? Secondo Paolo, i tempi difficili nei quali viviamo, e di tutti i mali che affliggono, sono dovuti a noi: “perché gli uomini saranno…”. In altre parole, non possiamo accusare Dio di essere responsabile per il pasticcio di cui abbiamo fatto il mondo. Giacomo 1:13-15 lo dice in modo inequivocabile:

13 Nessuno, quando è tentato, dica: «Sono tentato da Dio», perché Dio non può essere tentato dal male, ed egli stesso non tenta nessuno; 14 invece ognuno è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce. 15 Poi la concupiscenza, quando ha concepito, partorisce il peccato; e il peccato, quando è compiuto, produce la morte.

Il mondo è pieno del male e della morte perché è pieno di esseri umani che, come Paolo asserisce nel v.8, sono “dalla mente corrotta”. Tutto qui.

2) Tu Invece … Prepàrati!

10 Tu invece hai seguito da vicino il mio insegnamento, la mia condotta, i miei propositi, la mia fede, la mia pazienza, il mio amore, la mia costanza, 11 le mie persecuzioni, le mie sofferenze, quello che mi accadde ad Antiochia, a Iconio e a Listra. Sai quali persecuzioni ho sopportato, e il Signore mi ha liberato da tutte. 12 Del resto, tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati. 13 Ma gli uomini malvagi e gli impostori andranno di male in peggio, ingannando gli altri ed essendo ingannati.

Questo discorso però non serve tanto per diagnosticare i problemi del mondo quanto per esortare il cristiano a vivere e a testimoniare fedelmente. Paolo non vuole che c’inganniamo circa la difficoltà di “vivere piamente in Cristo Gesù”, aspettandoci o pretendendo che Dio ci dia una vita tranquilla e serena, senza dolore o sofferenza. Non fraintendiamoci: in Cristo abbiamo una pace che, secondo Paolo in Filippesi 4:7, “supera ogni intelligenza” e che “custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù.” Ma ricordiamoci che Paolo scrisse queste parole mentre era imprigionato ingiustamente, solo per aver predicato il vangelo! La pace che è nostra in Cristo non è la promessa che Dio renderà le nostre circostanze migliori ma che renderà noi capaci di superare le circostanze peggiori!

Dunque, la prima esortazione di Paolo a Timoteo — e a tutti noi — è di essere preparati per soffrire per il nome di Cristo. Nel v.10 Paolo comincia: “Tu invece…”. Vale a dire: “mentre è vero che viviamo in tempi difficili, circondati da ogni tipo di male, tentati di rinunciare alla nostra confessione di fede e di lasciarci condurre dalla corrente di questo mondo, dobbiamo invece vivere totalmente controcorrente.” E il primo passo per vivere controcorrente è di prepararci alle difficoltà che ci spettano.

Per questo Paolo ricorda a Timoteo nei vv.10-11 il suo esempio personale di vita:

hai seguito da vicino il mio insegnamento, la mia condotta, i miei propositi, la mia fede, la mia pazienza, il mio amore, la mia costanza, le mie persecuzioni, le mie sofferenze, quello che mi accadde ad Antiochia, a Iconio e a Listra. Sai quali persecuzioni ho sopportato, e il Signore mi ha liberato da tutte.

Lungi dall’essere un’esibizione “virtuosistica”, la vita di Paolo esemplifica come dovrebbe essere la vita cristiana in generale. Come afferma nel v.12: “tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati”. Non potrebbe essere più chiaro di così. La vita cristiana normale, e non straordinaria, dovrebbe suscitare la persecuzione in qualche forma. Se non siamo mai perseguitati per la nostra fede, dobbiamo chiederci seriamente se stiamo veramente vivendo piamente in Cristo Gesù! Certo, questo non significa che saremo perseguitati fino al martirio (anche se non dovremmo mai escludere questa possibilità), ma in qualche forma e in qualche modo la persecuzione è caratteriza il cristiano che in mezzo ai tempi difficili descritti da Paolo prima vive piamente in Cristo Gesù.

Il resto della Bibbia dà ampia conferma di questo. La prima lettera di Pietra è altrettanto lampante (4:1-4, 12-16):

1 Poiché dunque Cristo ha sofferto nella carne, anche voi armatevi dello stesso pensiero, che, cioè, colui che ha sofferto nella carne rinuncia al peccato, 2 per consacrare il tempo che gli resta da vivere nella carne, non più alle passioni degli uomini, ma alla volontà di Dio. 3 Basta con il tempo trascorso a soddisfare la volontà dei pagani vivendo nelle dissolutezze, nelle passioni, nelle ubriachezze, nelle orge, nelle gozzoviglie, e nelle illecite pratiche idolatriche. 4 Per questo trovano strano che voi non corriate con loro agli stessi eccessi di dissolutezza e parlano male di voi….

12 Carissimi, non vi stupite per l’incendio che divampa in mezzo a voi per provarvi, come se vi accadesse qualcosa di strano. 13 Anzi, rallegratevi in quanto partecipate alle sofferenze di Cristo, perché anche al momento della rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare. 14 Se siete insultati per il nome di Cristo, beati voi! Perché lo Spirito di gloria, lo Spirito di Dio, riposa su di voi. 15 Nessuno di voi abbia a soffrire come omicida, o ladro, o malfattore, o perché si immischia nei fatti altrui; 16 ma se uno soffre come cristiano, non se ne vergogni, anzi glorifichi Dio, portando questo nome.

Se è vero che “gli uomini malvagi e gli impostori andranno di male in peggio, ingannando gli altri ed essendo ingannati” (2 Tim. 3:13), non dovremmo stupirci che “tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati”. Quindi, prepariamoci!

3) Tu Invece … Persevera!

14 Tu, invece, persevera nelle cose che hai imparate e di cui hai acquistato la certezza, sapendo da chi le hai imparate, 15 e che fin da bambino hai avuto conoscenza delle sacre Scritture, le quali possono darti la sapienza che conduce alla salvezza mediante la fede in Cristo Gesù. 16 Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, 17 perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona.

Come però ci prepariamo? Forse qualcuno si scoraggia o si spaventa già a sentire tutto questo! Non dovremmo perderci d’animo, perché Paolo non ci lascia senza un aiuto efficace e sufficiente a ogni nostro bisogno. La parola chiave qui è “persevera”. Come Timoteo, dobbiamo perseverare nelle cose (riferite all’insegnamento del vangelo) che abbiamo imparato e di cui abbiamo acquistato la certezza. Notiamo una grande differenza con coloro che “cercano sempre di imparare ma non giungono mai alla conoscenza della verità” (v.7). Possiamo — anzi dobbiamo! — essere certi della conoscenza che abbiamo di Gesù Cristo e del suo vangelo. Questa certezza deriva non da qualche capacità nostra di comprendere il vangelo, ma dal fatto che esso sia la parola di Dio. Sono da mettere in dubbio i nostri dubbi circa la parola di Dio anziché la parola stessa! Mentre ogni altra parola dipende dalla capacità di chi ascolta di capirla, la parola di Dio crea questa capacità in chi non ce l’ha. Siccome nessuna parola di Dio rimarrà inefficace, neanche la nostra incapacità di capirla può ostacolarne la comprensione.

Questo è ciò che vuol dire l’affermazione di Paolo — indispensabile alla nostra conoscenza di che cos’è la Bibbia — che “ogni Scrittura è ispirata da Dio” (v.16). La Bibbia differisce da ogni altro libro in questo: è tutta quanta ispirata (letteralmente “espirata”) da Dio. “Ogni Scrittura”, cioè ogni libro, ogni capitolo, ogni versetto, e persino ogni parola sono ispirati, “espirati”, enunciati dalla bocca di Dio. Sebbene scritti da uomini, lo Spirito di Dio ha fatto sì che scrissero esattamente ciò che desiderava. E lo stesso Spirito che ha ispirato ogni Scrittura è colui che ancora adesso parla a noi per mezzo di essa. Quando dunque leggiamo la Bibbia, è in realtà la voce del Dio vivente che ascoltiamo in qualunque momento o luogo in cui siamo.

Perciò, Paolo afferma ancora che ogni Scrittura è “utile”. Il Dio che ha ispirato ogni Scrittura e lo stesso Dio che garantirne la comprensione. Importante è la dichiarazione di Dio in Geremia 1:12: “Io vigilo sulla mia parola per mandarla a effetto”. Dio non parla per poi lasciare in dubbio la comprensione della sua parola. Dio vigila sulla sua parola per renderla sempre efficace e utile.

Ma utile a che scopo? Paolo lo dice chiaramente: “a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia”, e questo “perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona” (vv.16-17). Qui torniamo alla domanda di prima: come ci prepariamo in questi tempi difficili a vivere piamente in Cristo quando la sofferenza è inevitabile? È la parola di Dio che ascoltiamo in ogni Scrittura che ci fornisce tutto quello di cui abbiamo bisogno. Le Scritture ci insegnano tutto ciò che dobbiamo sapere, ci riprendono per le nostre mancanze, ci correggono per portarci sulla strada giusta, e ci educano alla giustizia affinché camminiamo sempre per essa. Paolo non dice che abbiamo bisogno di ulteriori mezzi o strumenti. Le Scritture sono efficaci e anche sufficienti per renderci completi e ben preparati per ogni opera buona. Da questo deriva la storica convinzione della Riforma protestante di “sola Scrittura“. Se ci dedichiamo all’ascolto e allo studio delle Scritture, Dio promette di renderci preparati e capaci di fare la sua volontà nonostante le difficoltà o le sofferenze che dovremo affrontare.

Attenzione però: le Scritture non operano in noi ex opere operato (per usare una frase della teologia romana), cioè semplicemente perché vengono lette. In altre parole, non diventiamo completi e preparati a ogni opera buona automaticamente quando ascoltiamo o leggiamo la Bibbia. Anche il diavolo conosce bene le Scritture (visto che le ha citate per tentare Gesù nel deserto); anzi le conosce meglio di noi! No, la Bibbia non è un talismano, un libro le cui pagine sono fisicamente impregnate di poteri magici. Come dice Paolo qui, sentiamo la parola di Dio nelle Scritture quando siamo attenti alla Parola di cui rendono testimonianza. Notiamo bene quello che Paolo dice: le Scritture “possono darti la sapienza che conduce alla salvezza mediante la fede in Cristo Gesù” (v.15). Le Scritture non ci danno la sapienza che conduce alla salvezza mediante le nostre opere. Le Scritture non sono principalmente una fonte di fatti storici, né un insieme di principi teologici, né un manuale di istruzioni per la vita. Contengono tutte queste cose, ma le Scritture esistono principalmente per testimoniare Cristo!

Se vogliamo ascoltare nella Bibbia la parola di Dio, se vogliamo che essa operi in noi efficacemente per renderci completi e ben preparati a ogni opera buona in questi tempi difficili, dobbiamo leggerla, studiarla, ascoltarla, e meditarla per quello che è: la testimonianza ispirata e autorevole di Gesù Cristo e la salvezza che si ha solo in lui. Ricordiamoci delle parole di Gesù in Giovanni 5:39 quando ha rimproverato i giudei per il loro modo sbagliato di leggere le Scritture:

Voi investigate le Scritture perché pensate di avere per mezzo di esse vita eterna, ed esse son quelle che rendono testimonianza di me.

Quindi, ancora una volta torniamo sempre a Cristo, la Parola di Dio che rende efficaci e utili tutte le parole ispirate nelle Scritture. È Cristo nelle Scritture che ci insegna, che ci riprende, che ci corregge, e che ci educa alla giustizia. È Cristo nelle Scritture che ci rende completi e preparati a ogni opera buona. È Cristo nelle Scritture che ci fortifica per vivere piamente in questi tempi difficili. Avendo questo grandissimo dono potente, facciamone tesoro, e diamoci costantemente all’ascolto, allo studio, e alla meditazione della sacre Scritture.