Giovanni 20: La parola della risurrezione

1) Pasqua: il primo giorno della nuova creazione (Giovanni 20:1-9)

1 Il primo giorno della settimana, la mattina presto, mentre era ancora buio, Maria Maddalena andò al sepolcro e vide la pietra tolta dal sepolcro. Allora corse verso Simon Pietro e l’altro discepolo che Gesù amava, e disse loro: «Hanno tolto il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’abbiano messo». Pietro e l’altro discepolo uscirono dunque e si avviarono al sepolcro. I due correvano assieme, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse primo al sepolcro; e, chinatosi, vide le fasce per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro, e vide le fasce per terra e il sudario, che era stato sul capo di Gesù, non per terra con le fasce, ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo che era giunto per primo al sepolcro, e vide, e credette. Perché non avevano ancora capito la Scrittura, secondo la quale egli doveva risuscitare dai morti. 10 I discepoli dunque se ne tornarono a casa.

1.1) Buona Pasqua

Buona Pasqua! Si dice spesso, ma se ne capisce il significato? Certo, molti sanno che le sue origini risalgono alla risurrezione di Gesù. È molto evidente, però, che non capiscono il vero significato di questo avvenimento perché dopo tornano alla vita “normale” come se niente fosse. Una Pasqua che non cambia radicalmente ogni aspetto della nostra vita non è la vera Pasqua! O, almeno, siamo noi che non abbiamo compreso le sue radicali implicazioni. Giovanni — il cui vangelo stiamo studiando in questo periodo — non vuole lasciarci andare senza farci riflettere a lungo su queste implicazioni, senza che noi passiamo dalla vita “normale” alla vita “eterna”, la vita che Gesù stesso aveva, e ha ancora, da quando è risuscitato dai morti quella prima domenica pasquale.

1.2) La nuova Genesi

La prima cosa che Giovanni c’insegna è che la Pasqua non è stata niente meno del primo giorno della nuova creazione. Se fino a questo punto abbiamo letto il vangelo attentamente, ci deve risultare facile capirlo. Sin dall’inizio Giovanni presenta il vangelo che scrive come una nuova o una seconda Genesi, indicata dall’esplicito richiamo alle parole iniziali:

1 Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei, e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. (1:1-3)

Ma è subito chiaro che Giovanni non vuole solo ricordare Genesi e la creazione dei cieli e della terra, perché la buona notizia che ha da testimoniare supera di gran lunga quella storia. Questa è la storia della nuova creazione! Mentre in Genesi all’umanità è data la vita vulnerabile alla corruzione, in Gesù è data la vita incorruttibile! Mentre in Genesi le tenebre del peccato invadono il buon creato di Dio e rovinano tutto, in Gesù “la luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta” (1:5).

Da Genesi in poi, da carne nasce solo carne, da sangue nasce solo sangue, ma da ciò che Gesù compie, nascono figli di Dioi quali non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma sono nati da Dio” (1:13). Nella Torah, di cui Genesi è il primo libro, “la legge è stata data per mezzo di Mosè“, ma “la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo” e “della sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia” (1:16-17). Nell’Antico Testamento, “nessun ha mai visto Dio”, ma Gesù, “l’unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere”, e in lui “abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre” (1:14, 18).

Questa è la nuova creazione, promessa nell’Antico Testamento e realizzata solo con la venuta di Gesù Cristo. E Giovanni vuole dirci che è stata quella prima domenica pasquale — il giorno quando Gesù è risuscitato dai morti — che ha inaugurato la nuova creazione. Come lo sappiamo? Consideriamo come Giovanni narra lo svolgimento della morte e della sepoltura di Gesù immediatamente prima della risurrezione:

19:28 Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era già compiuta, affinché si adempisse la Scrittura, disse: «Ho sete». 29 C’era lì un vaso pieno d’aceto; posta dunque una spugna imbevuta d’aceto in cima a un ramo d’issopo, l’accostarono alla sua bocca. 30 Quando Gesù ebbe preso l’aceto, disse: «È compiuto!» E chinato il capo rese lo spirito. 31 Allora i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato (poiché era la Preparazione e quel sabato era un gran giorno), chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe e fossero portati via.

Qui leggiamo che Gesù è stato crocifisso il giorno prima del sabato, cioè il sesto giorno della settimana. E proprio nel momento prima di morire, Gesù dichiara “È compiuto!”. Ora, questo sta a significare certamente che ogni aspetto della nostra salvezza è stato compiuto da Gesù, nel senso che a noi non rimane alcunché da contribuire. Ma Giovanni vuole che vediamo ancora di più. Dov’è nella Bibbia che Dio compie la sua opera il sesto giorno della settimana e poi si riposa il sabato? Sempre in Genesi!

2:3 Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò, perché in esso Dio si riposò da tutta l’opera che aveva creata e fatta.

Abbiamo qui un altro riferimento esplicito alla creazione in Genesi. Alla fine del sesto giorno della settimana, Gesù compie “ogni cosa” (19:28), e poi il settimo giorno, il sabato, si riposa:

19:41 Nel luogo dove egli era stato crocifisso c’era un giardino, e in quel giardino un sepolcro nuovo, dove nessuno era ancora stato deposto. 42 Là dunque deposero Gesù, a motivo della Preparazione dei Giudei, perché il sepolcro era vicino.

È inoltre importante il fatto che Gesù sia stato sepolto in un giardino, perché era stato proprio in un giardino che Dio, dopo aver formato “l’uomo dalla polvere della terra“, “vi pose l’uomo che aveva formato“, il giardino “in Eden” (Genesi 2:7-8). Ciò non è una coincidenza, ma una Dio-incidenza! Indica che la settimana santa costituisce in effetti i sette giorni della nuova creazione che culmina nell’uomo posto nel giardino e Dio che si riposa dopo aver compiuto la sua opera.

Quando, dunque, cominciamo a leggere Giovanni 20, le prime parole dovrebbero acquisire nuovo significato: “Il primo giorno della settimana, la mattina presto, mentre era ancora buio, Maria Maddalena andò al sepolcro…“. Che c’è di speciale di questo “primo giorno della settimana”, di questa “mattina presto”? Questo è infatti il “primo giorno” della nuova creazione, della nuova Genesi che deve essere ancora scritta, dello spazzare via ogni corruzione e dell’inizio della vita eterna incorruttibile. E tutto questo, perché quando “Maria Maddalena andò al sepolcro“, “vide la pietra tolta dal sepolcro“. Il sepolcro era vuoto! Gesù non era più là! Le tenebre della morte non hanno potuto sopraffare la luce della vita eterna! Come Paolo esclama in 2 Corinzi 5:17:

Se uno è in Cristo, egli è una nuova creazione. le cose vecchie sono passate: ecco, sono diventate nuove.

1.3) Il significato della risurrezione

Notiamo però qualcosa di interessante. La narrazione di Giovanni (come quella degli altri vangeli) non è l’equivalente del finale di un film in cui si vede l’eroe vincere il nemico con strepitosi effetti speciali e la colonna sonora che raggiunge l’apice del suo crescendo. Qui, invece, la vittoria dell’eroe è già passata; Giovanni l’ha saltata. Vediamo solo il dopo, quando alcuni seguaci di Gesù scoprono la tomba vuota e le fasce usate per avvolgere la salma per terra. In un film, qualcuno vedrebbe un tale finale come una delusione! Perché allora, alla fine della storia più importante di tutte, Giovanni non ci fornisce il finale eclatante che vogliamo, narrando ogni minimo dettaglio del momento della risurrezione con un linguaggio vivo ed entusiasmante?

È perché quello che conta veramente non è il mero fatto storico della risurrezione stessa — la rianimazione del cadavere di un uomo vissuto circa 2000 anni fa — ma tutto ciò che la risurrezione significa. Molti, ripeto, sanno che la Pasqua ricorda la risurrezione di Gesù, ma pochi vivono vite trasformate da essa. È a questo significato trasformativo che Giovanni vuole invece indirizzare la nostra attenzione, perché il suo scopo, esplicitato alla fine del capitolo, è che entriamo a partecipare noi stessi a questa storia, a partecipare personalmente alla nuova creazione inaugurata da Gesù, cominciando di viverla ora in mezzo alla vecchia.

Ma poi se chiediamo: allora, qual è questo significato che va oltre il mero fatto storico della risurrezione e ci trasforma la vita? In un senso, non possiamo rispondere a questa domanda nei limiti di un solo studio. Se ponessimo questa domanda a Giovanni, lui probabilmente ci risponderebbe così: “dovete tornare e rileggere questo vangelo da capo, perché il significato della risurrezione sta in tutto ciò che vi ho già scritto!” Giovanni, infatti, ci ha preavvisato che sarebbe stato così nel capitolo 2. Allora, quando Gesù è entrato nel tempio che ha scacciato tutti fuori, chiamandolo “casa del Padre mio” (e così chiamandosi Figlio di Dio e facendosi uguale al Padre, 5:18), i Giudei gli hanno domandato un segno per dimostrare che aveva l’autorità di fare tutto ciò. E leggiamo:

19 Gesù rispose loro: «Distruggete questo tempio, e in tre giorni lo farò risorgere!» 20 Allora i Giudei dissero: «Quarantasei anni è durata la costruzione di questo tempio e tu lo faresti risorgere in tre giorni?» 21 Ma egli parlava del tempio del suo corpo.

Poi Giovanni inserisce il seguente commento cruciale:

22 Quando dunque fu risorto dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che egli aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola che Gesù aveva detta.

Ecco! Quando Gesù è risorto (e solo quando fu risorto), i discepoli sono riusciti a comprendere il vero senso di questo detto. È la risurrezione, e solo la risurrezione, che ha convalidato e rivelato il pieno significato della sua persona e opera. Alla luce della risurrezione, comprendiamo, come i discepoli, che Gesù è il vero tempio, di cui il tempio dei Giudei era solo una prefigurazione, la dimora di Dio con l’umanità e il luogo dell’espiazione dei peccati.

Immaginiamo se invece Gesù non fosse risuscitato dai morti, se fosse rimasto lì nella tomba fino ad oggi. Tutto il suo dire di essere “la risurrezione e la vita” (11:25), nonché “il pane della vita eterna” (6:35-40) e “la luce del mondo” (8:12) e l’eterno “IO SONO” prima che Abraamo fosse (8:58), tutto sarebbe risultato sbagliato se non proprio falso e ingannevole. Ma, come Gesù stesso ha predetto, è la risurrezione che conferma la verità di tutto ciò che ha insegnato e fatto. Nel discorso del buon pastore, Gesù aveva dichiarato:

10:18 Nessuno me la toglie [la vita], ma io la depongo da me. Ho il potere di deporla e ho il potere di riprenderla.

Nel lasciarsi crocifiggere, Gesù ha deposto la vita, e nel risuscitare il terzo giorno dopo, Gesù l’ha ripresa. Avendo così il potere sulla vita e sulla morte, Gesù si è dimostrato una volta per sempre di essere il vero Signore e l’unico Salvatore del mondo, la piena rivelazione di Dio e l’unica via che conduce alla verità e alla vita eterna (14:6).

Dire questo, però, è dire troppo poco. Ecco perché Giovanni non è prolisso quando tratta la risurrezione, ma piuttosto riservato. A questo punto, poche parole non sarebbero sufficienti per spiegarne il significato, ma non sono neanche necessarie, perché ci vuole tutto quello che Gesù ha detto e fatto prima per capirlo. Così, Giovanni c’informa alla fine del capitolo:

30 Ora Gesù fece in presenza dei {suoi} discepoli molti altri segni, che non sono scritti in questo libro; 31 ma questi sono stati scritti affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome.

La storia della risurrezione è dunque un invito a diventare discepoli di Gesù anche noi e, attraverso gli scritti lasciati da Giovanni e gli altri apostoli, passare il resto della vita approfondendo sempre di più il significato della persona e dell’opera di Gesù e divenendo sempre più conformi a lui.

1.4) La scuola del discepolato

Attenzione però: la nostra scuola del discepolato non è solo il vangelo di Giovanni e gli altri scritti del Nuovo Testamento che fanno esplicita menzione del nome “Gesù”. Per quanto necessari questi, Giovanni insiste che sono ugualmente necessari gli scritti della “Scrittura”, ovvero l’Antico Testamento. Tornando al 2:22, i discepoli comprendono e credono non solo alle parole che Gesù aveva detto dopo la sua risurrezione, ma anche “credettero alla Scrittura”. Così anche qui nel capitolo 20, subito dopo Maria, Pietro e Giovanni trovano il sepolcro vuoto ma rimangono perplessi sul significato, Giovanni aggiunge nel v.9 che era “perché non avevano ancora capito la Scrittura, secondo la quale egli doveva risuscitare dai morti.

In altre parole, i discepoli, come noi, avevano bisogno della Scrittura per capire il pieno significato della risurrezione. Ma se capire la risurrezione dipende dalla Scrittura, così ne dipende anche capire tutto il resto della persona e dell’opera di Gesù. Infatti, ogni metafora, ogni immagine, ogni frase usata per descrivere Gesù nel vangelo di Giovanni deriva dall’Antico Testamento. Abbiamo già visto quanto Giovanni si riferisce a Genesi, tanto da scrivere il vangelo come il suo sequel! Pensiamo, inoltre, alle seguenti affermazioni esemplari:

Ecco l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo!” (1:28) viene dall’Esodo e dal sistema sacrificale istituito nel libro di Levitico.

«Abbiamo trovato il Messia» (che tradotto vuol dire «Cristo»)” (1:41) viene dal patto che Dio ha fatto con Davide nei libri di Samuele e Cronache.

In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio” (3:5) viene dalla promessa del nuovo patto profetizzato da Ezechia.

Io sono il buon pastore” (10:11) viene dai Salmi e dal frequente uso di quest’immagine nell’Antico Testamento per raffigurare la relazione tra Dio e il suo popolo.

Io sono la vite, voi siete i tralci” (15:5) viene da un’altra figura veterotestamentaria che riassume l’intera storia d’Israele dalla chiamata di Abramo fino all’esilio babilonese e avanti.

Potremmo trovare innumerevoli altri esempi, ma bastano questi per illustrare quanto è necessario l’Antico Testamento — la “Bibbia” di Gesù e degli apostoli — per comprendere pienamente la risurrezione e per vivere anche noi come discepoli di Gesù. Questo, insieme alla testimonianza apostolica trasmessa nel Nuovo Testamento, è dunque la nostra “scuola” del discepolato dove tutti i giorni impariamo a diventare sempre più conformi a Gesù in ogni aspetto della nostra vita.

2) Beati quelli che credono senza vedere (Giovanni 20:11-31)

11 Maria, invece, se ne stava fuori vicino al sepolcro a piangere. Mentre piangeva, si chinò a guardare dentro il sepolcro, 12 ed ecco, vide due angeli, vestiti di bianco, seduti uno al capo e l’altro ai piedi, lì dov’era stato il corpo di Gesù. 13 Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?» Ella rispose loro: «Perché hanno tolto il mio Signore e non so dove l’abbiano deposto». 14 Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. 15 Gesù le disse: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?» Ella, pensando che fosse il giardiniere, gli disse: «Signore, se tu l’hai portato via, dimmi dove l’hai deposto, e io lo prenderò». 16 Gesù le disse: «Maria!» Ella, voltatasi, gli disse in ebraico: «Rabbunì!», che vuol dire: «Maestro!» 17 Gesù le disse: «Non trattenermi, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Io salgo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro”». 18 Maria Maddalena andò ad annunciare ai discepoli che aveva visto il Signore e che egli le aveva detto queste cose.

19 La sera di quello stesso giorno, che era il primo della settimana, mentre le porte del luogo in cui si trovavano i discepoli erano chiuse per timore dei Giudei, Gesù venne e si presentò in mezzo a loro, e disse: «Pace a voi!» 20 E detto questo mostrò [loro] le mani e il costato. I discepoli dunque, veduto il Signore, si rallegrarono. 21 Allora {Gesù} disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre mi ha mandato, anch’io mando voi». 22 Detto questo, soffiò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo. 23 A chi perdonerete i peccati, saranno perdonati; a chi li riterrete, saranno ritenuti».

24 Ora Tommaso, detto Didimo, uno dei dodici, non era con loro quando venne Gesù. 25 Gli altri discepoli dunque gli dissero: «Abbiamo visto il Signore!» Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e se non metto il mio dito nel segno dei chiodi, e se non metto la mia mano nel suo costato, io non crederò». 26 Otto giorni dopo i suoi discepoli erano di nuovo in casa, e Tommaso era con loro. Gesù venne a porte chiuse, e si presentò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!» 27 Poi disse a Tommaso: «Porgi qua il dito e guarda le mie mani; porgi la mano e mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma credente». 28 Tommaso gli rispose: «Signore mio e Dio mio!» 29 Gesù gli disse: «Perché mi hai visto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!»

30 Ora Gesù fece in presenza dei {suoi} discepoli molti altri segni, che non sono scritti in questo libro; 31 ma questi sono stati scritti affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome.

2.1) Ma Gesù è veramente risuscitato?

Adesso consideriamo brevemente il punto principale del resto di Giovanni 20, un punto strettamente legato a ciò che abbiamo appena imparato. Ci sono in realtà molti spunti di riflessione in questi versetti, ma abbiamo tempo per parlare solo di quello che è forse la cosa più importante in questo frangente: come possiamo essere certi di, e credere in, quanto Giovanni ha scritto qui sulla risurrezione di Gesù? Questo, infatti, è la pietra d’inciampo per molti. “Ok, va bene”, diranno dopo tutto questo, “ma sembra poco plausibile — incredibile in realtà — che Gesù sia risuscitato dai morti. Ammetto che se Gesù veramente è risuscitato, consegue tutto il resto: egli è il vero Signore e l’unico Salvatore del mondo. Ma forse la tomba era vuota perché qualcuno ha rubato il suo corpo. Forse Maria e i discepoli l’hanno visto di nuovo in vita solo come un’allucinazione, o perché sulla croce Gesù era solo svenuto e nella tomba ha ripreso coscienza. Senza poterlo vedere con i miei occhi, è impossibile sapere e credere che Gesù sia risuscitato.”

Ora, ci sono vari modi per rispondere a dubbi come questi. La disciplina chiamata “apologetica” mira infatti a fornire prove e ragionamenti che dimostrano l’attendibilità dei vangeli e l’autenticità dei fatti riferiti di Gesù. L’apologetica cristiana ha una certa validità, se usata nel modo giusto, ma è importante notare che non è l’approccio utilizzato da Giovanni stesso. Visto che lo scopo di Giovanni è che “crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio” (v.31), è giusto aspettarsi che sarà l’apostolo stesso a dare la risposta alla questione.

2.2) Vedere per credere?

E Giovanni non ci delude. Ricominciamo da dove ci siamo fermati, al v.9 dove Giovanni spiega che la perplessità di Maria e dei discepoli era “perché non avevano ancora capito la Scrittura, secondo la quale egli doveva risuscitare dai morti. A parte “l’altro discepolo” che nel v.8 sembra aver capito meglio dopo aver visto il sepolcro vuoto, Maria e Pietro vedono, ma non capiscono. La conclusione di Maria, detta prima nel v.2 e poi ripetuta nel v.13, è che “Hanno tolto il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’abbiano messo“. Maria, come Tommaso dopo di lei, non era una credulona, disperata per trovare qualche segno che Gesù non era realmente morto. La morte di Gesù è ormai scontata: i romani erano assassini professionali ed era il terzo giorno che la salma di Gesù giaceva nel sepolcro.

Quindi, quando Maria si mette a piangere nel v.11, non è per la tristezza che Gesù è morto e non lo vedrà più, ma perché il suo corpo sembra essere stato tolto dal sepolcro e deposto altrove. Forse qualcuno l’ha rubato, o più probabile ancora (come ho recentemente sentito sostenere un’archeologa) qualcuno l’ha risepolto sotto terra, visto che all’epoca la sepoltura in tombe scavate nella roccia era riservata alle fascie più alte della società alla quale Gesù non apparteneva. Ma l’idea che Gesù è risuscitato non le entra neanche in mente, perché lei (come noi) sa che i morti non risuscitano.

Similmente i discepoli. Nel v.19, leggiamo che “la sera di quello stesso giorno, che era il primo della settimana, mentre le porte del luogo in cui si trovavano i discepoli erano chiuse per timore dei GiudeiLa sera di quello stesso giorno in cui due di loro, Pietro e Giovanni, hanno visto la tomba vuota con i loro propri occhi, i discepoli sono comunque chiusi in certo luogo, nascosti perché hanno paura di subire la stessa sorte alle mani dei Giudei ora che il loro maestro è stato crocifisso. Questo non è il comportamento di un gruppo di creduloni facilmente ingannati, o di complottisti che hanno rubato il corpo per convincere il mondo che Gesù sia risuscitato dai morti. È possibile che a questo punto tutti sono andati a vedere il sepolcro e confermare con i propri occhi che Gesù non era più lì. Eppure non credono.

Non è nemmeno l’apparenza di Gesù stesso che li convince. Maria lo vede e parla con lui nel giardino vicino al sepolcro, ma non lo riconosce, e infatti lo confonde per il giardiniere (v.14-15)! Neanche i discepoli credono subito quando Gesù appare in mezzo a loro (v.19-20). Luca (24:36-37) riporta che all’inizio i discepoli sono rimasti “sconvolti e atterriti, pensavano di vedere uno spirito” e non Gesù risorto nella carne! Hanno visto sì, ma non hanno potuto credere a quello che hanno visto. All’inizio, erano convinti di allucinare, o forse di vedere un fantasma!

Qual è la lezione di tutto ciò? Semplicemente questo: se quelli che conoscevano meglio Gesù, che lo conoscevano personalmente da anni, non hanno creduto quando hanno visto la tomba vuota e quando hanno visto Gesù fisicamente davanti ai loro occhi, pensiamo noi di fare diversamente? Il punto, già dimostrato tante volte nel vangelo di Giovanni, è che la fede non viene dal vedere. Se insistiamo che per qualsiasi motivo non possiamo sapere se Gesù sia veramente risuscitato o no, e di conseguenza non possiamo credere in lui ma dobbiamo collocarlo a fianco di tutti gli altri grandi leader religiosi o filosofi della storia, commettiamo un gravissimo errore. Come non si può comprendere la risurrezione di Gesù come un mero accaduto storico, così non si può pretendere qualche conferma visibile o tangibile della risurrezione prima di esserne convinti. L’esempio dei discepoli è prova sufficiente: vedere non garantisce la fede.

2.3) La parola più salda

Che cos’è invece che ci convince, che ci fa passare dall’incredulità alla fede, e proprio alla fede che è pronta a seguire Gesù anche fino alla morte? Che cosa spiega la trasformazione dei discepoli da quei timorosi chiusi in camera a quei coraggiosi che solo alcune settimane dopo, alla festa della Pentecoste, rischieranno la vita per predicare il vangelo agli stessi Giudei che hanno fatto crocifiggere Gesù? Notiamo il momento critico di Maria:

16 Gesù le disse: «Maria!» Ella, voltatasi, gli disse in ebraico: «Rabbunì!», che vuol dire: «Maestro!»… 18 Maria Maddalena andò ad annunciare ai discepoli che aveva visto il Signore e che egli le aveva detto queste cose.

Poi i discepoli:

19 Gesù venne e si presentò in mezzo a loro, e disse: «Pace a voi!» 20 E detto questo mostrò [loro] le mani e il costato. I discepoli dunque, veduto il Signore, si rallegrarono. 

E infine Tommaso:

26 Otto giorni dopo i suoi discepoli erano di nuovo in casa, e Tommaso era con loro. Gesù venne a porte chiuse, e si presentò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!» 27 Poi disse a Tommaso: «Porgi qua il dito e guarda le mie mani; porgi la mano e mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma credente». 28 Tommaso gli rispose: «Signore mio e Dio mio!»

Anche se tutte queste esperienze coinvolgono l’apparenza di Gesù, non è vedere Gesù che fa la differenza ma udire ciò che Gesù dice. Maria riconosce Gesù e crede solo quando lui la chiama per nome, ricordando la pecora che riconosce e segue il proprio pastore perché ascolta la sua voce (10:27). Ai discepoli Gesù appare e gli mostra le mani e il costato, ma è solo perché Gesù prima gli dice “Pace a voi!” che si rallegrano quando lo vedono. E nemmeno il famoso caso di Tommaso smentisce, anche se prima insiste che deve vedere Gesù per poter credere (v.25):

Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e se non metto il mio dito nel segno dei chiodi, e se non metto la mia mano nel suo costato, io non crederò».

Notiamo invece che Tommaso alla fine non deve mettere il dito nel segno dei chiodi o la mano nel suo costato, perché è solo dopo aver sentito Gesù dire: “Porgi qua il dito e guarda le mie mani; porgi la mano e mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma credente” che Tommaso confessa: “Signore mio e Dio mio!”. Il testo indica che, contrario a ciò che Tommaso aveva prima pensato, gli è bastato semplicemente sentire le parole di Gesù affinché credesse. Non è a caso che Gesù dunque risponde:

29 Gesù gli disse: «Perché mi hai visto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!»

Dobbiamo dunque imparare bene questa lezione: quelli che hanno visto, come i discepoli, non erano avvantaggiati perché hanno visto. A loro non risultava più facile credere perché hanno potuto vedere con i propri occhi. Al tempo stesso, noi oggi, circa 2000 anni dopo questi fatti, non siamo svantaggiati perché non abbiamo visto Gesù con i nostri occhi. A nessuno risulta più difficile credere perché non può vedere. Perché? Perché abbiamo tutti — testimoni oculari o scettici contemporanei — accesso alla stessa e unica cosa che fa la differenza, che converte l’incredulo in credente e il timoroso in coraggioso testimone: la parola di Dio:

30 Ora Gesù fece in presenza dei {suoi} discepoli molti altri segni, che non sono scritti in questo libro; 31 ma questi sono stati scritti affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome.

Questi sono stati scritti, e sono sufficienti ed efficaci nel convincerci che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e di creare in noi la fede che porta alla vita eterna nel suo nome. Davanti alla parola di Dio, siamo tutti uguali, dal testimone oculare al non vedente, dal più semplice al più istruito, da quello che sembra più propenso a credere all’ateo più resistente e rigido. Come la parola di Dio è la scuola in cui siamo addestrati come discepoli di Gesù, così la parola di Dio è il potere che ci converte dall’incredulità alla fede. In Romani 10:17, Paolo lo dice nel modo più chiaro possibile:

Così la fede viene da ciò che si ascolta, e ciò che si ascolta viene dalla parola di Cristo.

Concludo con la testimonianza personale di uno di quei testimoni oculari di cui abbiamo parlato oggi, l’apostolo Pietro (2 Pietro 1:16-21). Notiamo come lui, pur non negando il privilegio di essere stato un testimone oculare di Gesù, pone comunque l’enfasi sul fondamento ancora più saldo della fede:

16 Infatti vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del nostro Signore Gesù Cristo, non perché siamo andati dietro a favole abilmente inventate, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua maestà. 17 Egli, infatti, ricevette da Dio Padre onore e gloria quando la voce giunta a lui dalla magnifica gloria gli disse: «Questi è il mio diletto Figlio, nel quale mi sono compiaciuto». 18 E noi l’abbiamo udita questa voce che veniva dal cielo, quando eravamo con lui sul monte santo. 19 Abbiamo inoltre la parola profetica più salda: farete bene a prestarle attenzione, come a una lampada splendente in luogo oscuro, fino a quando spunti il giorno e la stella mattutina sorga nei vostri cuori. 20 Sappiate prima di tutto questo: che nessuna profezia della Scrittura proviene da un’interpretazione personale; 21 infatti nessuna profezia venne mai dalla volontà dell’uomo, ma degli uomini hanno parlato da parte di Dio, perché sospinti dallo Spirito Santo.

Guardiamoci dunque dal trascurare la Scrittura, questa “parola profetica più salda”, perché essa è sufficiente ed efficace non solo per creare in noi la fede, ma anche per condurci sani e salvi attraverso la fede fino al giorno del compimento della nuova creazione. Amen!

Giovanni 15:1-17: La Vite e i Tralci

1) Il commiato di Gesù: il contesto di Giovanni 15

1.1) Un brano “scatola”

Il brano su cui mediteremo oggi potrebbe essere quasi considerato uno dei più importanti alla fede cristiana (nonché uno dei miei preferiti!). Ora, dico “quasi” perché, come Paolo afferma in 2 Timoteo 3:16, “ogni scrittura è ispirata da Dio e utile”, e quindi non c’è in realtà un testo biblico superiore a un altro. Allo stesso tempo, ci sono dei brani che distillano tutto quanto il messaggio biblico in poche parole, tanto è vero che sono particolarmente utili a farci capire l’essenza della parola di Dio a farci vedere la visione d’insieme del proposito di Dio per noi, come l’immagine sulla scatola di un puzzle aiuta a mettere tutti i vari pezzi nel posto giusto. In Giovanni 15:1-17, troviamo uno di questi brani “scatola” che ci mostra un’immagine che raffigura l’intera vita cristiana in tutti i suoi aspetti. Potremmo quasi dire che se di tutta la Bibbia avessimo solo questo capitolo, ne avremmo comunque abbastanza per poter vivere bene la vita cristiana.

1.2) Il contesto di Giovanni 13-17

Ma prima di studiarlo, bisogna ambientarlo nel suo contesto nel vangelo di Giovanni. Questo discorso di Gesù fa parte del suo cosiddetto “commiato” in presenza dei suoi discepoli la sera prima della crocifissione. La narrazione del commiato inizia nel capitolo 13 quando Gesù celebra la cena pasquale insieme ai discepoli e si mette a lavargli i piedi. A differenza degli altri vangeli, Giovanni non riferisce la cena stessa e il famoso momento quando Gesù rompe il pane e benedice il calice come simboli del suo corpo e sangue. Come l’ultimo dei quattro evangelisti, Giovanni presume che siamo già familiari con uno o più dei racconti degli altri vangeli, e quindi vuole farci sapere ciò che non è stato ancora riportato. Nessuno può farlo meglio di Giovanni, essendo proprio quello menzionato nel v.23 del capitolo 13: “inclinato sul petto di Gesù, stava uno dei discepoli, quello che Gesù amava”. Essendo testimone oculare dell’ultima cena, Giovanni ritiene importante che sappiamo anche il discorso con cui Gesù lasciò i discepoli prima di andare alla croce. Il discorso vero e proprio inizia nel capitolo 14 e conclude nel capitolo 17 con la preghiera detta “sacerdotale” di Gesù in cui intercede per i discepoli — e per tutti i credenti dopo di loro — in vista della sua imminente partenza.

Per questo motivo, il tema del discorso è uno di conforto, come le parole iniziali di Gesù nel 14:1 indicano:

Il vostro cuore non sia turbato; credete in Dio, e credete anche in me!

È forte considerare che mentre è Gesù che tra poche ore dovrà subire il tormento della croce e l’angoscia del peso di tutti i peccati del mondo, è Gesù che dà conforto ai discepoli! Tanto è bello e meraviglioso, l’intero discorso sarebbe da esaminare oggi, ma è troppo lungo per uno solo studio.

1.3) Il “segreto” della vita cristiana

Quindi dobbiamo limitarci a una sola porzione, 15:1-17, che fornisce l’immagine centrale, quella della vite e dei tralci. Con questa semplice ma ricchissima figura, Gesù rivela il “segreto” della consolazione, di quella pace che secondo Paolo “supera ogni intelligenza” e custodisce i nostri cuori (Filippesi 4:7). Come Gesù dice nel 14:27:

Vi lascio pace; vi do la mia pace. Io non vi do come il mondo dà. Il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti.

In che modo differisce la pace di Gesù dalla pace del mondo? Mentre la pace del mondo va e viene a seconda delle circostanze della vita, il cuore custodito dalla pace di Gesù non si turba e non si sgomenta di fronte alle difficoltà più grandi e le sofferenze più terribili. Perché? È perché la pace che Gesù dà è la sua propria pace, la stessa pace che ha vinto la croce e la morte, ed è questa pace che egli promette ai suoi discepoli. Infatti, le ultime parole del discorso di Gesù prima della sua preghiera sono queste:

Vi ho detto queste cose, affinché abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazione; ma fatevi coraggio, io ho vinto il mondo. (16:33)

Gesù vuole che noi abbiamo la sua pace con cui ha vinto il mondo e tutte le sue tribolazioni affinché li vinciamo anche noi. Come possiamo averla? Ascoltando e mettendo in pratica “queste cose” che qui ha detto. Passiamo adesso al capitolo 15 dove scopriamo il “segreto” della pace cristiana che è, in realtà, il “segreto” di tutta la vita cristiana trionfante.

2) Gesù, la vera vite (Giovanni 15:1-3)

1 Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiuolo. Ogni tralcio che in me non dà frutto lo toglie via, e ogni tralcio che dà frutto lo pota affinché ne dia di più. Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunciata.

2.1) Lo sfondo biblico

Il discorso di Gesù sulla vite e i tralci incomincia con una semplice identificazione nel v.1: Gesù è la vite, e Dio Padre è il vignaiuolo. Notiamo che Gesù non si chiama solo “la vite” ma “la vera vite”. Perché? Ricordiamoci che l’immagine della vite era già in uso nelle Scritture per raffigurare il popolo d’Israele. Di particolare rilevanza è il “canto della vigna” in Isaia 5:1-2:

1 Io voglio cantare per il mio amico il cantico del mio amico per la sua vigna. Il mio amico aveva una vigna sopra una fertile collina. La dissodò, ne tolse via le pietre, vi piantò delle viti scelte, vi costruì in mezzo una torre e vi scavò uno strettoio per pigiare l’uva. Egli si aspettava che facesse uva, invece fece uva selvatica.

Ora, il significato di questa parabola dovrebbe essere abbastanza chiaro, ma nel caso non lo fosse, Isaia stesso ce ne fornisce l’interpretazione nel v.7:

Infatti la vigna del Signore degli eserciti è la casa d’Israele, e gli uomini di Giuda sono la sua piantagione prediletta. Egli si aspettava rettitudine, ed ecco spargimento di sangue; giustizia, ed ecco grida d’angoscia!

Impariamo qui che la vigna rappresenta il popolo d’Israele, piantato allo scopo di portare frutti di giustizia. Questo richiama la vocazione d’Abramo in Genesi 12:1-3, quando Dio l’ha chiamato per diventare il padre di un popolo benedetto che sarebbe stato poi una fonte di benedizione a tutti i popoli della terra. Questa benedizione — il rimedio alla maledizione del peccato e della morte — è raffigurata in Isaia 5 come l’uva che la vigna doveva produrre. Ma anziché l’uva buona di benedizione, la vigna d’Israele aveva prodotto solo “uva selvatica”, cioè frutti di maledizione: “spargimento di sangue” e “grida d’angoscia” a causa della sua ingiustizia. Ma non è che il piano di Dio abbia fallito, perché dopo il giudizio divino che avrebbe tagliato la vigna, Dio ha promesso (Isaia 11) che un ramo sarebbe spuntato dalle radici — dal lignaggio reale di Davide — e che finalmente avrebbe portato i frutti di benedizione promessi al mondo attraverso la discendenza di Abraamo.

2.2) Gesù e il suo popolo

Tornando a Giovanni 15, possiamo adesso capirne meglio il significato: Gesù è la “vera” vite in quanto lui è il rampollo spuntato dalle radici d’Israele che poi è diventato la vigna intera. Come la vera vite, Gesù non rimpiazza Israele, ma lo rappresenta e lo impersona, per compiere la sua vocazione, come dice in Matteo 5:17:

Io sono venuto non per abolire, ma per portare a compimento.

La vocazione dei molti è ora caricata su uno solo; l’esistenza e il destino di tutti sono ora concentrati in quest’uno. Gesù è “la vera vite” che porta il frutto desiderato da Dio che serve a rimediare a tutti i mali del mondo.

Ma come qualsiasi vite, Gesù non è senza i tralci. Anzi, è per mezzo dei suoi tralci che la vite porta frutto. Come dice nel v.2:

2 Ogni tralcio che in me non dà frutto lo toglie via, e ogni tralcio che dà frutto lo pota affinché ne dia di più.

Il primo accenno a chi sono questi tralci fruttiferi è nel v.3:

Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunciata.

In greco, i termini “pota” (v.2) e “puri” (v.3) condividono la stessa radice linguistica. Gesù dice che i suoi discepoli sono “puri” nel senso che sono stati “potati” dalla parola che gli ha annunciato, implicando ovviamente che essi sono i tralci che portano frutto.

2.3) Lo scopo dei tralci

Questo è un punto cruciale nel discorso, perché evidenzia il fatto che lo scopo dei tralci sia appunto quello di portare frutto! È senz’altro una grande benedizione — la più grande, in realtà — essere un tralcio unito alla vite che è Gesù. Ma non sono i tralci a beneficiare del frutto che portano! Lo scopo dell’unione tra la vite e i tralci è il frutto che serve ad altri, come lo era nella vocazione di Abramo e la parabola di Isaia. Gesù dice questo esplicitamente nel v.16:

16 Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi, e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto, e il vostro frutto rimanga…

Non potrebbe essere più chiaro. Tanto è importante, infatti, che ogni tralcio che non porta frutto, il vignaiuolo “lo toglie via” (v.2)! Il popolo che Dio sceglie e con cui stabilisce una relazione speciale esiste proprio per portare benedizione agli altri. Come questo popolo, è già riempito di benedizioni, come il tralcio è pieno della linfa della vite. Sono gli altri non uniti alla vite che hanno bisogno del frutto, e il tralcio che non porta frutto non serve a niente. Va tolto via, infatti, perché non consumi i preziosi nutrienti di cui gli altri tralci hanno bisogno per portare il loro frutto.

3) Noi siamo i tralci (Giovanni 15:4-6)

Dimorate in me, e io dimorerò in voi. Come il tralcio non può da sé dare frutto se non rimane nella vite, così neppure voi se non dimorate in me. Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me, e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete fare nulla. Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio, e si secca; questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano.

3.1) L’imperativo: dimorate

Con tutta questa enfasi sul frutto, è sorprendente che Gesù non prosegua dicendo: “allora, voi discepoli, portate frutto!” Il frutto è lo scopo, ma Gesù non comanda mai: “portate frutto”. Interessante, no? L’imperativo invece è diverso; non “portate frutto” ma “dimorate in me” con la corrispondente promessa “e io dimorerò in voi” (v.4). Il motivo di questo cambiamento di enfasi è chiaro:

Come il tralcio non può da sé dare frutto se non rimane nella vite, così neppure voi se non dimorate in me. (v.4)

Gesù sottolinea questo punto ancora nel v.5 dicendo:

…perché senza di me non potete fare nulla.

Inoltre, l’avvertimento del v.2 — cioè che verrà tolto ogni tralcio che non porta frutto — subisce la stessa trasformazione. Ora nel v.6 è il tralcio che non dimora nella vite che “è gettato via”. Questo indica la causa principale della mancanza di frutto: non perché il tralcio ne sia incapace o non si impegni abbastanza, ma perché non resta unito alla vite. Il tralcio non ha vita in sé; senza la vite “si secca” e muore, e alla fine è utile solo ad alimentare il fuoco.

Detto positivamente, il tralcio che porta frutto lo porta per un solo motivo: esso “dimora” nella vite. Così è con Gesù e i suoi discepoli:

Colui che dimora in me, e nel quale dimoro, porta molto frutto… (v.5)

Il frutto è il risultato, dimorare in Gesù ne è la causa. Ecco il semplice motivo per cui Gesù, pur ponendo accento sul frutto come l’obbiettivo, non comanda che il frutto sia portato. In realtà, è la vite a “pensare” al frutto; i tralci devono solo pensare a rimanere uniti alla vite. Finché sono uniti alla vite, il loro frutto ne è l’inevitabile conseguenza.

3.2) L’assenza del frutto

Sono convinto che una gran parte della frustrazione e dello scoraggiamento dei credenti riguardo ai pochi frutti che portano sia dovuta proprio a quest’errore: di focalizzarsi sul portare frutto anziché sul dimorare in Gesù. Siamo propensi a commettere quest’errore perché, in un senso, è più facile. I frutti sono visibili, concreti e dunque misurabili. Per questo motivo, crediamo che, concentrandoci sui frutti, possiamo valutare quanto siamo bravi come discepoli di Gesù.

Dimorare in Gesù, però, non è qualcosa che possiamo vedere, toccare o contare, e lo riteniamo meno utile allo scopo di rafforzare il nostro ego spirituale. Ma in base a questo scopo non c’è altro che orgoglio, quel primitivo desiderio umano di farsi qualcosa di grande e significativo indipendentemente dal suo Creatore. E cosa succede quando siamo più fissati sui frutti che su Gesù? Non riusciamo più a portare i frutti desiderati, perché abbiamo allentato la nostra presa sulla vite, e non siamo più pieni della sua linfa senza la quale non possiamo fare nulla. Ecco il paradosso: più siamo fissati sui frutti, meno li portiamo, perché meno siamo in comunione con la vera fonte di quei frutti.

3.3) La cosa più importante

Come ho accennato all’inizio di questo studio, scopriamo dunque che tutta la vita cristiana può essere riassunta in quest’unica frase di Gesù: “dimorate in me, e io dimorerò in voi”. Se ci occupiamo di questo e di questo soltanto, tutto il resto seguirà. Questo è solo un altro modo per dire ciò che Gesù ha insegnato in Matteo 6:33: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in più”. Ma qui in Giovanni 15 abbiamo un’immagine viva e memorabile che rende lampante qual è la cosa più importante nella vita cristiana: dimorare in Gesù come il tralcio dimora nella vite perché così si porterà il frutto che Dio il vignaiuolo desidera. E come qualcuno ha osservato, la cosa più importante è che la cosa più importante resti la cosa più importante!

4) Dimorare in Gesù (Giovanni 15:7-17)

Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, così sarete miei discepoli. Come il Padre mi ha amato, così anch’io ho amato voi; dimorate nel mio amore. 10 Se osservate i miei comandamenti, dimorerete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e dimoro nel suo amore. 11 Vi ho detto queste cose, affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia completa.

12 Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi. 13 Nessuno ha amore più grande di quello di dare la sua vita per i suoi amici. 14 Voi siete miei amici, se fate le cose che io vi comando. 15 Io non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo signore; ma vi ho chiamati amici, perché vi ho fatto conoscere tutte le cose che ho udite dal Padre mio. 16 Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi, e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto, e il vostro frutto rimanga; affinché tutto quello che chiederete al Padre, nel mio nome, egli ve lo dia. 17 Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.

4.1) Unione e comunione

Ma se è vero questo, e se dimorare in Gesù è la cosa più importante che dobbiamo sempre tenere come la cosa più importante nella nostra vita, come possiamo farlo? Com’è che dimoriamo in Gesù? Ora, la prima cosa da notare (che diventerà chiaro in quanto segue) è che Gesù parla qui non tanto della nostra unione con lui (intesa come il tralcio viene innestato alla vite) ma della nostra comunione con lui (intesa come il nostro continuo vivere in relazione con lui). Possiamo distinguere tra unione comunione in questo modo: non possiamo avere comunione con Gesù se non siamo uniti a lui; ma, una volta uniti, è possibile che non viviamo sempre in piena comunione con lui.

Possiamo vedere un parallelismo nel matrimonio. Da quando io e mia moglie ci siamo sposati, siamo sempre uniti in questo rapporto, indipendentemente da come ci sentiamo. L’unione del matrimonio è qualcosa di obbiettivo che non aumenta o diminuisce a seconda degli alti e bassi che attraversa. Ma la nostra comunione è soggettiva, e può rafforzarsi o indebolirsi a causa di tanti fattori. Periodi di separazione geografica, emotiva o comunicativa possono ridurre di molto la nostra comunione, anche se rimaniamo sempre uniti come marito e moglie. Ovviamente, la troppa mancanza o la totale assenza di comunione può portare all’annullamento dell’unione matrimoniale, ma il punto principale resta valido.

4.2) La descrizione della relazione vitale

Qui Gesù parla soprattutto della nostra comunione con lui. E poiché parla di comunione, parla di una relazione personale che non può essere ridotta a un manuale di istruzioni. Come in qualsiasi relazione personale, non esiste un set di azioni che, se viene eseguito con precisione, garantisce il risultato desiderato. Ma ci sono dei comportamenti che creano le condizioni favorevoli alla comunione, senza i quali non può esistere. Nei versetti che seguono nel discorso di Gesù, dal 7 al 17, troviamo i comportamenti e le condizioni che caratterizzano coloro che vivono in piena comunione con lui. Ripeto: Gesù non ci spiega, per così dire, il procedimento di una ricetta che assicura di sfornare una torta perfetta. Il testo stesso resiste a tentativi di schematizzarlo in questo modo. Descrive invece le caratteristiche, le abitudini, la “routine” se vogliamo, dei tralci che sono in relazione vitale con la vite e di conseguenza portano molto frutto. Purtroppo non abbiamo il tempo per poter approfondire i vari tratti di questa relazione. Quindi li evidenzierò nel testo e poi lascerò a voi il compito di fare ulteriori riflessioni al riguardo.

4.2.1) La parola e la preghiera

Il primo tratto dei tralci in comunione con la vite non dovrebbe sorprendere l’attento lettore di Giovanni:

Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto.

In Giovanni, Gesù è la Parola di Dio, e come tale le sue parole “sono Spirito e vita” (6:63). Se chiediamo: “che cosa rappresenta la linfa dalla quale nell’immagine della vite i tralci dipendono per portare frutto?” La risposta è questa: lo Spirito di Dio che (letteralmente!) dimora nei credenti e la vita eterna che egli gli conferisce. Come lo spirito dell’uomo è la forza vitale del suo corpo, così è lo Spirito di Dio la forza vitale di coloro che hanno la vita eterna. Paolo si servirà di quest’immagine in Galati 5:23 quando chiama le virtù cristiane “il frutto dello Spirito”. Come Gesù stesso indica altrove nel suo discorso (14:12-17; 16:7-15), è lo Spirito che Gesù, la vite, elargisce sui discepoli, i tralci, affinché essi portino frutto.

Se chiediamo inoltre, come opera lo Spirito di Gesù in noi affinché portiamo frutto? La risposta è chiara nel 16:13-14:

13 quando però sarà venuto lui, lo Spirito della verità, egli vi guiderà in tutta la verità, perché non parlerà di suo, ma dirà tutto quello che avrà udito, e vi annuncerà le cose a venire. 14 Egli mi glorificherà perché prenderà del mio e ve lo annuncerà.

Lo Spirito opera in noi nella misura in cui le parole di Gesù dimorano in noi. Come Gesù dichiara qui senza equivoci, lo Spirito non opera “di suo” ma solo in cooperazione con ciò che Gesù ha annunciato. Ecco perché nel v.7 di Giovanni 15 sono le parole di Gesù che vengono a occupare il suo posto. Notiamo la progressione:

Dimorate in me, e io dimorerò in voi

5 Colui che dimora in me, e nel quale io dimoro, porta molto frutto

Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi

Nei vv.4 e 5, è Gesù che dimora nei discepoli, ma poi nel v.7 sono le parole di Gesù che dimorano in loro. Allora, è Gesù o la sua parola che dimora in noi? La risposta è sì! Gesù dimora in noi, per mezzo del suo Spirito, in quanto le sue parole dimorano in noi. Nel suo discorso, Gesù ricorda più volte ai suoi discepoli che tra poco sarà tolto via dalla loro presenza (14:2-4, 12, 19, 28; 16:5-7). Ma non per questo sarà assente; anzi sarà più presente che mai! Prima della croce, Gesù è stato con i discepoli. Ma dopo, quando torna al Padre, sarà per mezzo dello Spirito nei discepoli. E questo avverrà nella misura in cui la sua parola (che abbiamo anche noi grazie a Giovanni e gli altri scrittori biblici!) dimora in noi. Questa è l’ennesima volta che vediamo quanto è indispensabile la Bibbia alla nostra vita. La parola di Dio deve essere per noi non solo un riferimento occasionale o un’occhiata quotidiana, ma la nostra constante dimora.

Vediamo ancora nel v.7 che inscindibile dalla parola è la preghiera: quando dimoriamo in Gesù (che facciamo in quanto facciamo sì che la parola dimori in noi), chiediamo al Padre quello che vogliamo nel nome di Gesù e così “sarà fatto”. Nel contesto, è chiaro che questa promessa vale solo si avverano prima la condizione: “se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi”. In altre parole, quando la parola di Gesù dimora in noi con il risultato che lo Spirito ci riempie della sua vita — compresi i suoi desideri — ciò che vorremo e chiederemo sarò ciò che Dio stesso vuole da noi: il frutto per cui ci ha innestato in Gesù. Quando il discepolo prega il Padre e gli chiede di adempire la volontà e le promesse rivelate nella sua parola, la risposta sarà sempre “sì”! La preghiera, dunque, è l’espressione esterna della parola che opera all’interno del credente. Se i credenti pregano poco, è probabile che dimori poco la parola in loro.

4.2.2) La gioia

Oltre alla parola che si manifesta nella preghiera, Gesù indica che anche la gioia è un segno della sua presenza in noi:

11 Vi ho detto queste cose, affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia completa.

Dobbiamo distinguere tra la gioia di cui parla Gesù e la felicità come il mondo la pensa. La gioia — che è proprio la gioia di Gesù stesso — non è opposta alla sofferenza o al pianto. Ricordiamo Gesù piangendo e fremendo davanti alla tomba di Lazzaro (11:33-35), e turbato di animo quando pensa all’ora della sua morte (12:27). La felicità del mondo viene cancellata dalla sofferenza, l’angoscia e la morte, ma la gioia di Gesù no. Non è facile sapere come è possibile gioire proprio nel momento in cui si piange, ma questo è il potere della gioia di Gesù in noi. E questa è la chiave: la gioia di Gesù in noi. Resta sempre valida l’immagine della vite e i tralci. Come non possiamo da noi stessi portare frutto, così non possiamo da noi stessi gioire in ogni circostanza, a meno che non dimoriamo in Gesù affinché la sua gioia si manifesti in noi. Ma se la parola di Gesù dimora in noi, Gesù promette che dimorerà in noi anche la sua gioia invincibile. Ecco la beatitudine del tralcio che dimora nella vite.

4.2.3) L’ubbidienza che si manifesta nell’amore

Dopo la parola, la preghiera e la gioia, ancora un’altra caratteristica viene messa in risalto da Gesù:

14 Voi siete miei amici, se fate le cose che io vi comando.

Questo “voi siete miei amici” equivale al “dimorate in me” di prima. Dobbiamo essere cauti di non interpretare questo “se” nel modo sbagliato. Non siamo gli amici di Gesù — ovvero dimoriamo in lui — a causa del nostro fare le cose che egli ci comanda, perché questo contraddice l’insegnamento di Gesù che senza di lui non possiamo fare nulla. La nostra ubbidienza è il risultato di essere amici di Gesù, come il frutto è il risultato del tralcio che dimora nella vite. Ma — e questo è il punto — il frutto dell’ubbidienza è il risultato del tralcio che dimora nella vite. Nessuno può dire di dimorare in Gesù, di essere suo amico, se non ubbidisce a quanto egli ha comandato! Se Gesù dimora in noi, farà sì che noi facciamo ciò che lui desidera!

E che cos’è che Gesù desidera? Quali sono le cose che ci ha comandato? Possiamo riassumerle tutte in una sola parola: amore.

12 Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi…. 17 Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.

Come nell’esempio di Gesù, questo amore non è teorico o astratto ma concreto e pratico:

13 Nessuno ha amore più grande di quello di dare la sua vita per i suoi amici.

L’amore che non passa da parole ai fatti non è amore, proprio come Dio ha mostrato il suo amore principalmente non nel dircelo ma nel mandare Gesù per morire per noi (Giovanni 3:16; Romani 5:8). Così deve essere l’amore dei discepoli di Gesù, gli uni per gli altri.

4.2.4) L’esempio di Gesù

Gesù stesso è infatti il nostro esempio di cosa vuol dire “dimorare in lui”. Al di là di tutti queste caratteristiche quali la parola, la preghiera, la gioia, l’ubbidienza e l’amore, Gesù presenta se stesso come esempio per eccellenza:

Come il Padre mi ha amato, così anch’io ho amato voi; dimorate nel mio amore. 10 Se osservate i miei comandamenti, dimorerete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e dimoro nel suo amore.

Come Gesù ha fatto nei confronti di suo Padre, così facciamo nei confronti di Gesù. Guardiamo come Gesù stesso ha dimorato nell’amore del Padre e ha fatto tutto ciò per cui era stato da lui mandato, e vediamo l’immagine perfetta di come anche noi dobbiamo dimorare nell’amore di Gesù e fare tutto ciò per cui siamo stati da lui mandati nel mondo. Alla fine, se è Gesù stesso che personalmente dimora in noi tramite lo Spirito, non sarà proprio la sua immagine a cui diventeremo sempre più conformi?

5) Considerazioni conclusive

Voglio concludere lo studio di oggi con tre brevi considerazioni che ritengo necessarie alla nostra comprensione di Giovanni 15.

5.1) Un avvertimento

La prima considerazione è un avvertimento: mentre l’assenza del frutto indica necessariamente l’assenza dell’unione del tralcio alla vite, la presenza del frutto non indica necessariamente la presenza della stessa. Dobbiamo tenere presente quelle terrificanti parole di Gesù in Matteo 7:21-23:

21 «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore!” entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. 22 Molti mi diranno in quel giorno: “Signore, Signore, non abbiamo noi profetizzato in nome tuo e in nome tuo cacciato demòni e fatto in nome tuo molte opere potenti?”  23 Allora dichiarerò loro: “Io non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, malfattori!”

Qui vediamo che è possibile manifestare nella vita ciò che sembra frutto vero, ma alla fine sarà rivelato falso. Secondo Gesù, ci saranno molti che nella vita avranno compiuto tante buone opere nel nome di Gesù ma senza essere mai uniti veramente a Gesù. Sarà solo alla fine, al giudizio finale, quando il frutto falso sarà rivelato tale, e perciò dobbiamo guardarci dal presumere che tutto quello che appare come frutto vero sia in realtà frutto vero. Di nuovo, la cosa più importante è l’unione con Gesù, che il tralcio dimori nella vite, perché solo così possiamo assicurarci di non ingannarci e che il frutto che portiamo è frutto vero.

5.2) Un’esortazione

La seconda considerazione è un’esortazione. Ricordiamoci delle parole iniziali del capitolo:

1 Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiuolo. Ogni tralcio che in me non dà frutto lo toglie via, e ogni tralcio che dà frutto lo pota affinché ne dia di più.

Qui Gesù ci fa sapere che non è solo il tralcio sterile che viene in qualche modo tagliato; anche il tralcio fruttifero viene potato “affinché ne dia di più”. Come sa bene qualsiasi vignaiuolo, le viti vanno potate ogni anno per rendere l’uva più buona. Senza la potatura che sopprime le parti invecchiate o malate della pianta, la qualità del frutto si deteriorerà. Per quanto violenta, la potatura è dunque parte normale e frequente dell’esistenza dei tralci ed è indispensabile alla loro vitalità.

Quindi, dobbiamo essere sempre preparati alla potatura del nostro Vignaiuolo divino. Quando Dio ci pota, è perché ci ama, perché vuole renderci sempre più vivi e fruttiferi. La potatura è un processo doloroso; Dio può toglierci parti della vita che noi riteniamo necessarie. Ma se ci affidiamo alla sua cura, convinti che lui è saggio da sapere meglio di noi cosa nella nostra vita va potato, potremo ubbidire all’esortazione di Ebrei 12:7,11:

7 Sopportate queste cose per la vostra correzione…. 11 È vero che qualunque correzione sul momento non sembra recare gioia, ma tristezza; in seguito tuttavia produce un frutto di pace e di giustizia in coloro che sono stati addestrati per mezzo di essa.

5.3) Un incoraggiamento

La terza e ultima considerazione è un incoraggiamento. È possibile sentire (o leggere) un messaggio così e concludere pensando che infine tutto dipenda da noi. Non so quante volte che io, dopo aver predicato il vangelo, evidenziando che Dio ha già fatto tutto in Gesù per salvarci, ho sentito qualcuno con sguardo ansioso dirmi qualcosa come: “Non so se ce la posso fare. È molto difficile!” Tanta è innata e impressa nella nostra natura l’idea che noi dobbiamo contribuire in qualche modo alla nostra salvezza che quasi non comprendiamo il vangelo anche quando viene spiegato nel modo più semplice. Lo stesso vale per quanto riguarda la vita cristiana. Tendiamo a fissare sugli imperativi del testo biblico a tal punto che dimentichiamo gli indicativi. In questo caso, è facile che ci focalizziamo sul fatto che noi dobbiamo dimorare in Cristo, che noi dobbiamo portare frutto perché non vogliamo essere i tralci gettati via e bruciati, e di conseguenza facciamo sì che Giovanni 15 abbia l’effetto contrario a quello che Gesù desidera! Ricordiamoci: Gesù ha detto queste cose affinché abbiamo in lui la pace non la paura, la gioia e non l’ansia. Quindi, finiamo ribadendo l’indicativo che sta alla base di ogni imperativo:

In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, così sarete miei discepoli…. 16 Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi, e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto, e il vostro frutto rimanga; affinché tutto quello che chiederete al Padre, nel mio nome, egli ve lo dia.

Dio vuole che noi dimoriamo in Gesù. Dio vuole che portiamo frutto. E ciò che Dio vuole è ciò che alla fine ottiene. La nostra pace deriva dalla conoscenza che, come Paolo dice in Romani 11:18:

…non sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te.

Se siamo stati innestati in Gesù come tralci nella vite, questa è stata l’opera non nostra ma quella del Vignaiuolo divino. In più, non è tanto la responsabilità dei tralci aggrapparsi alla vite quanto è la responsabilità della vite aggrapparsi ai tralci. Ricordiamoci: i tralci da sé non possono fare nulla, compreso rimanere uniti alla vite! E la vite che sostiene i tralci, che li fa portare frutto e che assicura che essi stiano vivi, sani e ben nutriti. Non dobbiamo pensare, dunque, che in fin dei conti dimorare in Gesù sia la parte, forse anche solo quell’1 per cento, che spetta noi mentre Dio fa il rimanente 99 per cento. Senza la vite non possiamo neanche fare quell’1 per cento. È Gesù la vite che non solo produce il frutto mediante i tralci ma che anche sostiene i tralci affinché dimorino in essa. Così possiamo riposarci nella pace che i tralci che Dio ha voluto innestare nella vite, sarà la sua fedele premura conservarci nella vite, farci crescere verso la maturità e farci portare il frutto che desidera.

Giovanni 3:1-17: La libertà della Parola di Dio

Giovanni 3:1-13

1 C’era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo, uno dei capi dei Giudei. Egli venne di notte da lui e gli disse: «Rabbì, noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio; perché nessuno può fare questi segni che tu fai, se Dio non è con lui». Gesù gli rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio». Nicodemo gli disse: «Come può un uomo nascere quando è già vecchio? Può egli entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere?» Gesù rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non ti meravigliare se ti ho detto: “Bisogna che nasciate di nuovo”. Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito».

Nicodemo replicò e gli disse: «Come possono avvenire queste cose?» 10 Gesù gli rispose: «Tu sei maestro d’Israele e non sai queste cose? 11 In verità, in verità ti dico che noi parliamo di ciò che sappiamo, e testimoniamo di ciò che abbiamo visto; ma voi non ricevete la nostra testimonianza. 12 Se vi ho parlato delle cose terrene e non credete, come crederete se vi parlerò delle cose celesti? 13 Nessuno è salito in cielo, se non colui che è disceso dal cielo: il Figlio dell’uomo. 14 E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato, 15 affinché chiunque crede in lui [non perisca, ma] abbia vita eterna. 16 Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. 17 Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

1) Introduzione: la luce splende nelle tenebre

Il prologo di Giovanni (1:1-18) riassume tutto il contenuto del vangelo e ne anticipa i temi principali. Per capire pienamente questo stupendo brano, dunque, è necessario leggere il resto del vangelo. Ma è vero anche l’opposto: per capire il resto del vangelo è necessario sempre tenere a mente le parole del prologo, e in particolare La Parola che ne è il centro. Dopo il prologo, Giovanni non applica mai più il termine “parola” a Gesù nel vangelo, ma non per questo cessa di essere importante. La Parola che era Dio e con Dio nel principio prima della creazione e che poi è diventata carne per abitare per un tempo in mezzo a noi, questa è la stessa che vediamo in azione in quanto segue.

Vediamo infatti come rivela la sua gloria — la gloria di Dio stesso — ma in un modo che sembra opposto alle nostre solite nozioni di gloria. Per questo, la gloria della Parola, di Gesù Cristo, risulta celata alla maggior parte delle persone che la vede. Di conseguenza, quando Gesù viene in casa sua, nel mondo che lui ha fatto, i suoi non lo ricevono. La luce di Gesù splende nelle tenebre, ma le tenebre non sono in grado di comprenderla (1:5). Infatti, come Giovanni dice nel 3:19:

Il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, e gli uomini hanno amato le tenebre più della luce, perché le loro opere erano malvagie.

Nel secondo capitolo di Giovanni, Gesù fa splendere la luce della sua gloria a un matrimonio in Cana, cambiando l’acqua in vino, ma fra tutti gli invitati solo i discepoli la vedono e credono. Dopodiché, Gesù fa splendere la sua luce nelle tenebre del tempio alla festa di Pasqua, cacciando i mercanti e dichiarando se stesso il vero tempio. I Giudei lì presenti fraintendono però questo gesto, e neanche i discepoli lo capiscono fino a dopo la sua risurrezione (2:18-22). Commentando questo episodio, Giovanni aggiunge che mentre “molti credettero nel suo nome vedendo i segni che egli faceva”, “Gesù non si fidava di loro, perché conosceva tutti” e anche “quello che era nell’uomo” (2:23-25). Questo è perché, come Giovanni ha scritto nel prologo, Gesù è “la vera luce che illumina ogni uomo” (1:9). Alla luce di Gesù, ciò che nelle tenebre appare come fede si rivela come incredulità, e ciò che sembra giusto viene smascherato come ingiustizia. Nelle sue tenebre, l’uomo ama ciò che Dio odia, e odia ciò che Dio ama, ma sotto lo scrutinio della luce di Gesù tutto viene esposto per quello che è veramente.

2) Nicodemo incontra la Parola

Questo ci porta all’inizio del capitolo 3. Giovanni prosegue la sua narrativa dicendo che:

1 C’era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo, uno dei capi dei Giudei. Egli venne di notte da lui e gli disse: «Rabbì, noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio; perché nessuno può fare questi segni che tu fai, se Dio non è con lui».

Probabilmente questo Nicodemo — un uomo chiaramente molto importante e influente tra i Giudei, essendo un fariseo e un capo del popolo — era tra coloro che pochi versetti prima “credettero” in Gesù dopo i segni compiuti nel tempio. Insieme a questi altri, Nicodemo è arrivato alla conclusione che Gesù è “un dottore venuto da Dio”, ed è presumibilmente curioso di scoprirne di più. Deve essere rimasto davvero scioccato, quindi, quando Gesù risponde in modo strano, brusco, se non un po’ (almeno apparentemente) sgarbato:

Gesù gli rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio».

Cosa? Che significa? Come consegue logicamente da quello che Nicodemo ha detto? La risposta di Gesù sembra venire da nulla, come se lui fosse coinvolto in un dialogo completamente diverso. Nicodemo, infatti, esprime la sua perplessità nel versetto successivo:

4 Nicodemo gli disse: «Come può un uomo nascere quando è già vecchio? Può egli entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere?»

Qui Nicodemo vuole dire non solo che le parole di Gesù sembrano poco pertinenti all’occasione ma anche che non hanno proprio senso. È possibile che un uomo come Nicodemo, già di una certa età, possa rientrare nel grembo di sua madre e rinascere? E come risponde Gesù? Chiede scusa per essere stato poco chiaro, o si esprime con parole più semplici? No, anzi ripete semplicemente la stessa cosa:

Gesù rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio.

È vero che Gesù prosegue per spiegarsi più in dettaglio, ma lungi dal rendersi più comprensibile, non fa altro che esasperare la confusione di Nicodemo.

Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non ti meravigliare se ti ho detto: “Bisogna che nasciate di nuovo”. Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito». Nicodemo replicò e gli disse: «Come possono avvenire queste cose?»

3) La libertà della Parola

A questo punto vediamo emergere un tema importante: la libertà assoluta della Parola di Dio. (Qui il termine “parola” è da intendersi come la Parola del 1:1, ma anche in senso secondario come le Scritture per mezzo delle quali la Parola si fa presente e parla con noi.) Per capire meglio questo tema, sarà utile rintracciare i nostri passi. Abbiamo visto all’inizio del capitolo che Nicodemo, avendo in un certo senso creduto in Gesù, viene da Gesù per saperne di più. Ma il lettore attento avrà già notato che qualcosa non va: Nicodemo viene da Gesù “di notte”. Magari Nicodemo aspetta che si faccia notte prima di incontrare Gesù perché, essendo appunto un fariseo e uno dei capi dei Giudei, mette a rischio la sua posizione e reputazione, specie perché il gesto di Gesù nel tempio era malvisto da tanti dei suoi colleghi. In ogni caso, nonostante le motivazioni di Nicodemo, il fatto che venga da Gesù di notte è, secondo Giovanni, un indizio che appartiene ancora al mondo delle tenebre, che la sua fede è in realtà incredulità mascherata.

Nei vv.11-12, infatti, Gesù dice questo esplicitamente a Nicodemo:

11 In verità, in verità ti dico che noi parliamo di ciò che sappiamo, e testimoniamo di ciò che abbiamo visto; ma voi non ricevete la nostra testimonianza. 12 Se vi ho parlato delle cose terrene e non credete, come crederete se vi parlerò delle cose celesti?

È difficile avere certezza sul motivo per cui Gesù parla qui nella prima persona plurale. Potrebbe riferirsi alla testimonianza precedente di Giovanni il battista, oppure (e forse più probabile) si riferisce al Padre e allo Spirito Santo che attraverso le profezie delle Scritture e le opere di Gesù testimoniavano anche essi (5:37-47). In ogni caso, è chiaro qui che Gesù giudica che Nicodemo e gli altri Giudei non hanno ricevuto la loro testimonianza e non hanno creduto quando Gesù ha parlato.

Ma cosa diciamo allora delle prime parole di Nicodemo che sembrano una confessione di fede genuina: “Rabbì [un titolo onorifico dato ai maestri di grande stima], noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio; perché nessuno può fare questi segni che tu fai, se Dio non è con lui”. Se teniamo presente il suo ruolo come fariseo e capo dei Giudei, possiamo intuire che Nicodemo sta dicendo in pratica: “Dopo aver valutato i meriti dei segni che tu fai, Gesù, io e altri miei colleghi, esperti tutti nelle Scritture e scrupolosi nell’osservare le leggi divine, siamo arrivati alla conclusione che tu sei un maestro mandato da Dio. Come sai, io sono uno dei capi dei Giudei e come tale è la mia responsabilità accertare che nessuno insegni dottrine fuorvianti nel nome del Signore. Vorrei autorizzarti ufficialmente come maestro in Israele, ma non tutti i miei colleghi sono ancora convinti, e quindi ho bisogno di chiarire alcuni punti con te…”.

Allora, qualcuno potrebbe chiedere a questo punto: “Ma che problema c’è? Nicodemo non ha confessato fede in Gesù come uno mandato da Dio? Forse la sua fede non è perfetta, forse gli manca un po’ di conoscenza, ma non ha cercato Gesù proprio per saperne di più? I segni compiuti da Gesù non miravano proprio a suscitare questo tipo di desiderio?” Di nuovo, dobbiamo ricordarci che Gesù non giudica in base alle apparenze ma, come “la vera luce che illumina ogni uomo”, penetra sotto la superficie e scopre quello che c’è veramente nel cuore umano. Ed è questa luce penetrante che Gesù fa splendere nelle tenebre nascoste di Nicodemo quando risponde: “In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio” (v.3). Abbiamo detto che questo è un esempio della libertà assoluta della Parola di Dio. Che cosa significa?

A) Libertà dal giudizio

In primo luogo, significa che la Parola di Dio è libera da ogni giudizio umano, sia dalla negazione di chi la rifiuta sia dall’approvazione di chi la riceve. Vediamo questo nel modo in cui Gesù risponde a Nicodemo. Il fatto che la prima risposta di Gesù sia imprevista e incongrua nel contesto del loro dialogo mostra che egli non è costretto a conformarsi agli schemi che l’uomo cerca di imporgli. Il fatto che la seconda risposta di Gesù ribadisca solo quanto detto nella prima mostra che non c’è altro giudice della veridicità della Parola all’infuori della Parola stessa. Questa Parola, ricordiamoci, era “nel principio”, “con Dio” e “Dio” stesso, la Parola per mezzo della quale tutte le cose sono state fatte. Quale di queste cose, dunque, potrebbe erigersi al di sopra di questa Parola per poterla giudicare? O quale di queste cose potrebbe affiancarsi a questa Parola per aiutarla a fornire ulteriori prove della sua potenza e divinità?

L’attendibilità di questa Parola non viene smentita da chi la contesta, e l’efficacia della Parola non viene convalidata da chi la accetta. Il problema della “fede” di Nicodemo che Gesù illumina è proprio quest’idea: “noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio” perché ti abbiamo sottoposto al nostro giudizio, perché abbiamo messo alla prova i segni che hai compiuto, e abbiamo determinato che sei colui che dici di essere. Ma Gesù, che è la Parola di Dio incarnata, non è soggetto al giudizio umano. Non si permette di essere messo alla prova dal mondo che ha fatto lui. Non risponde alle nostre richieste di presentarsi davanti al nostro tribunale. Vedremo infatti nel 19:19-21 che, quando Gesù è arrestato e portato davanti al sommo sacerdote, rifiuterà di rispondere alle domande mirate a coglierlo in fallo. Gesù esige di essere ricevuto come lui decide di presentarsi, in base al potere ‘auto-convalidante’ della sua Parola, senza che si ricorra a prove aggiuntive. Come Gesù dichiara a Nicodemo nel v.13:

13 Nessuno è salito in cielo, se non colui che è disceso dal cielo: il Figlio dell’uomo.

Se solo il Figlio dell’uomo è disceso dal cielo, chi sulla terra è capace di verificare se ciò che dice sulle “cose celesti” è vero? Chi è capace di confutarlo? Chi può dare testimonianza convincente della Parola se non la Parola e soltanto essa?

In breve, Gesù non ritiene importante solo che viene ricevuto ma anche come viene ricevuto. La vera fede non è quella che, come Nicodemo, è disposta a credere solo se Gesù supera l’esame a cui noi lo sottoponiamo. La vera fede invece è quella che si sottomette a Gesù senza pretese o riserve, senza condizioni o rimostranze. La vera fede è quella che riceve Gesù non come una parola fra tante altre, ma come la Parola che è al di sopra di ogni altra, che non può essere messa in dubbio o discussione, che deve bastare come prova sufficiente della propria origine divina. La vera fede è quella che ascolta la Parola e risponde con un semplice e umile “Sì”, perché nient’altro è necessario. La vera fede è quella delle pecore che seguono la voce del pastore semplicemente perché riconoscono la sua voce quando parla (10:4-5). Questa è la libertà della Parola di Dio dal giudizio umano.

B) Libertà dall’obbligo

Ma la Parola è libera anche in un altro senso: libera da qualsiasi obbligo o costrizione. Un altro modo per dire la stessa cosa è: grazia. Questa la vediamo nella seconda risposta di Gesù a Nicodemo:

Gesù rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito.

Qui Gesù spiega più in dettaglio cosa significa “nascere di nuovo”: nascere “d’acqua e di Spirito”. Solo così si può “entrare nel regno di Dio”, nel mondo che sarà risanato e liberato da ogni male sotto il benevolo dominio di Dio e il suo Messia. Perché? “Quello che è nato dalla carne è carne”; cioè la natura umana è sin dalla nascita decaduta e depravata, incapace di liberarsi dal peccato e salvarsi dalla morte. Quindi, per entrare nel mondo in cui il peccato e la morte non esistono più, bisogna nascere “d’acqua e di Spirito”, una frase che ci riporta alla profezia di Ezechiele 36:

25 vi aspergerò d’acqua pura e sarete puri; io vi purificherò di tutte le vostre impurità e di tutti i vostri idoli. 26 Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò dal vostro corpo il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. 27 Metterò dentro di voi il mio Spirito e farò in modo che camminiate secondo le mie leggi, e osserviate e mettiate in pratica le mie prescrizioni.

Qui il Signore promette di fare ciò di cui gli esseri umani non sono capaci: purificarsi da ogni impurità, sbarazzarsi da ogni idolo, trasformarsi da depravati in santi, creare un cuore nuovo che desidera soltanto ubbidire a Dio. E tutto questo il Signore promette di fare per mezzo del suo Spirito che dimorerà dentro di loro, assicurando così che essi cammineranno secondo le sue leggi perfettamente e per sempre. Ma onde evitare qualsiasi fraintendimento, il Signore dichiara senza equivoci:

22 … Io agisco così, non a causa di voi, o casa d’Israele, ma per amore del mio nome santo, che voi avete profanato fra le nazioni dove siete andati.

Dio compirà tutto questo non perché è obbligato a farlo, o a causa di qualche merito che troverà nel suo popolo. Anzi, essi non hanno fatto altro che profanare il suo nome santo! No, Dio li salverà solo per amore del suo nome, per santificarlo in tutto il mondo. In altre parole, questa “nuova nascita”, opera dello Spirito Santo, avverrà solo grazie alla grazia di Dio che è libera da ogni necessità e indebitata a nessuno.

Questo sfondo profetico ci aiuta a capire meglio le parole di Gesù a Nicodemo. Solo se Dio agisce per ricrearci da dentro, mettendo il suo Spirito dentro di noi e togliendoci ogni tendenza al peccato saremo in grado di entrare nel suo regno. E se chiediamo, come Nicodemo, come si può nascere di nuovo, Gesù risponde semplicemente che:

8 Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito.

L’immagine che Gesù usa è forte: il vento è imprevedibile e indomabile. Anche oggi, con tutti gli sviluppi scientifici e tecnologici, nessuno è in grado di controllarlo. Così è l’opera dello Spirito che fa nascere di nuovo. Nessuno è in grado di prevederla, di controllarla, o di guadagnarla. La nuova nascita è un dono di pura grazia che avviene solo quando, dove e come Dio decide. L’uomo è totalmente impotente di farsi nascere di nuovo, di ottenere accesso al regno di Dio. Così annuncia la Parola a Nicodemo: non puoi venire da me nel modo che scegli tu ma solo nel modo che scelgo io. Le mie pecore riconoscono la mia voce e mi seguono quando le chiamo, ma affinché mi seguano devo chiamarle. Come Gesù dirà nel 6:44:

Nessuno può venire a me se il Padre che mi ha mandato non lo attira.

Questa è la libertà della Parola da ogni obbligo.

C) Libertà da impedimenti

Ma se la nuova nascita è solo per grazia, non è dunque impossibile a nessuno. È sconvolgente quando scopriamo, come Nicodemo, che il nostro destino eterno dipende da ciò che non possiamo controllare né possedere, che sta solo nelle mani del Dio sovrano. Viene anche a noi da chiedere: “Come dunque possono avvenire queste cose?”. Ma è proprio perché lo Spirito compie la nuova nascita come soffia il vento che nessuno deve considerarsi escluso o troppo lontano, una causa persa, un caso disperato. Se dipendesse dall’uomo, ci sarebbero molti che non sarebbero all’altezza, per cui non ci sarebbe la più minima speranza di salvezza. Ma poiché non dipende dall’uomo ma solo da Dio, c’è speranza per tutti, a prescindere da tutte le distinzioni che di solito dividono gli esseri umani: ricchi e poveri, giusti e ingiusti, neri e bianchi, forti e deboli. La Parola di Dio è anche libera da ogni impedimento e debolezza.

Per questo motivo, come prosegue Giovanni, chiunque crede in Gesù non perirà ma avrà la vita eterna:

14 E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato, 15 affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna. 16 Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. 17 Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

La giusta risposta al discorso di Gesù non è quella di molti che ribattono: “Allora se è tutto un dono, o ce l’hai o non ce l’hai. Se è tutto per grazia, non ho nessuna responsabilità.” No, chi comprende la grazia si rallegra invece che non deve fare niente se non guardare semplicemente al Figlio dell’uomo innalzato sulla croce, come la gente che moriva nel deserto doveva solo rivolgere lo sguardo al serpente di bronzo innalzato da Mosè per essere salvata. Dio desidera che nessuno sia giudicato ma che tutto il mondo sia salvato per mezzo di suo Figlio, e questa è davvero buona notizia.

4) Conclusione

Concludiamo con qualche breve considerazione pratica. Prima, per quanto riguarda testimoniare Gesù agli altri: egli è la Parola che si convalida da sola, senza aver bisogno di qualche ingegno o eloquenza da parte nostra. Spesso non apriamo la bocca per condividere la nostra fede perché abbiamo paura di non essere capaci di difenderla da obbiezioni complesse o di rispondere a domande difficili. Abbiamo imparato oggi che Gesù è la Parola che si difende da sola, che è essa stessa la risposta a ogni domanda, che è libera da qualsiasi giudizio umano e che rende se stessa efficace nel cuore di chi l’ascolta. Non spetta a noi la responsabilità di convincere gli altri ma solo la responsabilità di condividere la Parola in tutta la sua semplicità.

Secondo, per quanto riguarda la nostra meditazione personale sulle Scritture: non ci viene naturale trovare, come dice Salmo 1, diletto nella Parola di Dio e meditarla giorno e notte. “Ciò che è nato di carne è carne”, e ciò che è carne non trova diletto nella Parola, perché questo diletto è frutto solo dello Spirito Santo che opera proprio tramite la Parola. Quindi, l’unico modo per far crescere il nostro diletto nella Parola è di leggere e meditare la Parola. Come solo la Parola è in grado di convalidarsi nel cuore umano, così solo la Parola è in grado di creare in noi il diletto che ci sprona a meditarla giorno e notte. Più meditiamo la Parola, più crescerà il nostro desiderio di meditarla, e così via.

Infine, per quanto riguarda il nostro carattere cristiano: l’opera della grazia in noi è la stessa prima e dopo la nuova nascita, cioè sempre come soffia il vento. Tanto i credenti quanto i non-credenti non possono controllarla né venire mai in possesso di essa. La Parola di Dio viene a dimorare in noi, ma rimane sempre al di sopra di noi, sempre la Parola che era nel principio con Dio. La consapevolezza di questo deve produrre in noi una grande umiltà, perché se siamo nati dallo Spirito, è solo perché è piaciuto al Vento di Dio soffiare un alito vitale nelle narici della nostra anima, da cui la nostra vita dipende ogni momento. Quindi, non possiamo mai insuperbirci al di sopra degli altri. Ma questa consapevolezza deve produrre in noi anche un grande coraggio per affrontare qualsiasi situazione, perché quella stessa grazia che non meritiamo e non possediamo ci viene concessa giorno dopo giorno dalla pienezza che è in Cristo Gesù (1:16). Infatti, questa grazia è Cristo Gesù stesso, inseparabile dalla sua persona. Come la Parola di Dio è unica, così è la grazia che si trova in lui. Non viene mai per mezzo di un altro: né un prete, né un papa, né un santo, né Maria, né una chiesa, né qualunque altra cosa che è sotto il cielo, ma solo nel nome del Signore Gesù. Ma nel suo nome, siamo più che vincitori in ogni circostanza:

Gli uni confidano nei carri, gli altri nei cavalli; ma noi invocheremo il nome del Signore, del nostro Dio. Quelli si piegano e cadono; ma noi restiamo in piedi e siamo saldi. (Salmo 20:7-8)

Amen!

Giovanni 1.1-2: Nel principio era la Parola

1) La Parola nel principio (Giovanni 1.1)

1:1 Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei, e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini. La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta.

Vi fu un uomo mandato da Dio, il cui nome era Giovanni; egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo di lui. Egli stesso non era la luce, ma venne per rendere testimonianza alla luce. La vera luce che illumina ogni uomo stava venendo nel mondo. 10 Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l’ha conosciuto. 11 È venuto in casa sua, e i suoi non l’hanno ricevuto; 12 ma a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio, a quelli cioè che credono nel suo nome, 13 i quali non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma sono nati da Dio.

14 E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre. 15 Giovanni gli ha reso testimonianza, esclamando: «Era di lui che io dicevo: “Colui che viene dopo di me mi ha preceduto, perché era prima di me. 16 Infatti dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia”». 17 Poiché la legge è stata data per mezzo di Mosè; la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo. 18 Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere.

L’introduzione al vangelo di Giovanni si affianca ai brani biblici più maestosi e insondabili. Non basterebbe un’intera vita di riflessione per approfondire pienamente i diciotto versetti iniziali del primo capitolo. Qualsiasi studio non può essere altro che un cucchiaino d’acqua tratta dall’oceano. Ma un cucchiaino è meglio di niente, ed è questo che cercheremo oggi. Questo brano, inoltre, racconta la storia di Natale. Certo, non si trovano qui Giuseppe, Maria e Gesù bambino nella mangiatoia. Non c’è menzione dei pastori nei campi con le loro pecore, né dei magi che portano i loro regali preziosi. Ma questo non rende il primo capitolo di Giovanni meno “natalizio” rispetto agli altri vangeli. Giovanni sceglie semplicemente di rintracciare la storia di Gesù alle sue vere origini, oltre il tempo e nell’eternità.

A) “Nel principio era la Parola…”

Innanzitutto, Giovanni vuole farci capire che la nascita del nostro Salvatore duemila anni fa in realtà ha avuto inizio “nel principio”, prima che i tempi fossero. Questa frase ci riconduce alle prime parole delle Scritture in Genesi 1.1: “Nel principio Dio creò i cieli e la terra”. In ebraico, “i cieli e la terra” è un modo di dire che sta a significare tutto il cosmo, tutto l’universo e tutto quello che c’è in esso. Nel contesto di Genesi, dunque, la frase “nel principio” significa chiaramente: prima che esistesse qualsiasi cosa all’infuori di Dio, prima che esistesse persino il tempo. Si tratta dell’eternità prima della creazione quando c’era Dio, e Dio solo. Quando si parla dell’eternità prima del tempo, siamo ovviamente di fronte a un muro impenetrabile, un mistero imperscrutabile che la nostra mente è incapace di comprendere e il nostro linguaggio è inadeguato a descrivere. Ma possiamo almeno afferrare l’essenziale: “nel principio” vuol dire semplicemente Dio e nient’altro, Dio nel suo tempo eterno, Dio nella sua vita autosufficiente, Dio nella sua gioia immacolata.

Quindi, rimaniamo subito colpiti quando scopriamo che secondo Giovanni, il soggetto di questo “nel principio” era, ed è, “la Parola”. Non è quello che, in base a Genesi 1.1, ci saremmo aspettati. Eppure, ecco la Parola che prende il posto occupato da Dio in Genesi. È evidente che Giovanni vuole attribuire a questa Parola tutto ciò che appartiene a Dio: la sua eternità, la sua autosufficienza, il suo precedere tutte le cose e tutti i tempi. Per confermare quest’interpretazione, basta dare un’occhiata al v.3: “Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei, e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta.” Se “ogni cosa è stata fatta per mezzo” della Parola, è ovvio che la Parola stessa non può essere stata fatta. Come se quest’affermazione non fosse già abbastanza chiara, Giovanni ne aggiunge un’altra più enfatica: senza la Parola “neppure una delle cose fatte è stata fatta”. Perciò, la Parola è da escludere da tutte le cose create nel principio, perché non esiste nessuna realtà materiale o spirituale all’infuori di Dio — dall’intero universo alla più piccola molecola in esso — che non sia venuta all’esistenza per mezzo suo.

Basta solo questo per confutare i testimoni di Geova che vogliono distorcere la traduzione del resto della frase. Se “nel principio era la Parola”, questo non può significare altro che è la Parola a occupare il posto del Dio Creatore in Genesi 1.

B) …e la Parola era con Dio…”

Ma è altrettanto evidente che Giovanni vuole in un senso distinguere la Parola da Dio, altrimenti avrebbe solo ribadito la dichiarazione di Genesi 1.1: “Nel principio era Dio…”. Questa distinzione è infatti è il punto della seconda frase di Giovanni 1.1, che “la Parola era con Dio”. Da questo impariamo che Giovanni non contraddice Genesi quando afferma che “nel principio era la Parola”. Il fatto che la Parola occupi il posto di Dio non esclude il fatto che Dio esista. La congiunzione “con” in questa frase è da interpretare nella sua letterale semplicità. Nel principio, la Parola esisteva non in modo da escludere l’esistenza di Dio; invece “la Parola era con Dio”. Se in Genesi il creatore è Dio, Giovanni precisa che la Parola era “con Dio” come mezzo della sua opera creatrice. Di nuovo, questo è confermato dal v.3: “Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei…”.

C) “… e la Parola era Dio.”

Ma onde evitare qualsiasi fraintendimento, Giovanni aggiunge una terza affermazione senza la quale il primo versetto sarebbe incompleto: “e la Parola era Dio”. Sbagliamo se concludiamo che, siccome la Parola era “con” Dio nel principio. essa era in qualche modo inferiore a Dio o separabile da Dio o, come sostengono i testimoni di Geova, solo “un dio” (come se ce ne fossero tanti!). No, tutto quello che si attribuisce a Dio va attribuito anche alla Parola. La gloria, la potenza, l’eternità, e l’essere della Parola sono identici a Dio.

Ma “la Parola era Dio” significa di più. La Parola è da pensare come “parte integrante” di Dio stesso; non nel senso che la Parola è “una” parte di un insieme di altre parti (come il motore è una parte di un’automobile) ma che Dio non sarebbe Dio senza la Parola. La Parola appartiene all’identità e all’essenza di Dio, cosicché Dio resta inconoscibile senza riferimento alla Parola. Qui Giovanni in effetti dice: l’origine di tutte le cose è Dio, come afferma Genesi, ma questo Dio è tale solo in quanto esiste con e come la Parola.

Il lato pratico di questa verità è che non si può concepire Dio, non si può conoscere Dio, non si può parlare rettamente di Dio senza riferirsi alla Parola. Questo è l’implicazione della frase “nel principio”: se la Parola era nel principio, essendo con Dio e anche Dio stesso, così tutto il nostro pensare e parlare di Dio deve essere “dal principio” incentrato su questa Parola. E siccome non c’è nessun altro pari a questa Parola nel principio, non c’è nessun altro a cui dobbiamo ricorrere per conoscere Dio. La Parola è tutto ciò che Dio è, ed è dunque l’Alfa e l’Omega, l’inizio e la fine di tutto ciò che possiamo sapere e dire di Dio.

2) La Parola nel tempo (Giovanni 1.2, 14)

Essa era nel principio con Dio.

Ma nonostante tutte le altezze e le profondità che Giovanni 1.1 contiene, non sappiamo ancora a chi si riferisce “la Parola”. Con quale nome dobbiamo chiamare questa Parola? In che modo possiamo conoscerla per poter conoscere Dio per mezzo suo? Giovanni risponde subito nel secondo versetto: “Essa [la Parola] era nel principio con Dio”. A primo sguardo, questo versetto sembra solo ripetere quanto è stato detto nel primo, e potremmo essere tentati di non prestargli lo stesso livello di attenzione ma di saltare subito al v.3. Ma facendo così sbaglieremmo, perché qui si costruisce il ponte cruciale tra l’infinito e il finito, tra l’increato e il creato, tra l’inconoscibile e il conoscibile, tra Dio e l’uomo, estremi tra i quali non esisterebbe altrimenti nessun punto di contatto.

A) “Essa…”

La parola chiave del v.2 è “essa” che designa colui che “era nel principio con Dio”. È vero che “essa” si riferisce alla Parola del v.1, ma non solo: si riferisce anche (e forse soprattutto) all’unica altra menzione esplicita della Parola in questo brano, cioè al v.14: “E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre.” C’è molto da dire su questo versetto, e ci vorrà infatti tutto il resto del vangelo (se non il resto della Bibbia!) per spiegare che cosa significa che la Parola fatta carne “ha abitato per un tempo fra di noi” in modo da rivelare la gloria di Dio. Solo leggendo tutto quello che Giovanni riporterà in seguito — ciò che questa Parola diventata carne ha detto e compiuto — potremo anche noi contemplare la pienezza della grazia e della verità divine che ha manifestato.

Ma il punto importante che concerne il nostro studio su Giovanni 1.1-2 è che la Parola che secondo v.14 “è diventata carne e ha abitato per un tempo” in un certo periodo storico e in un determinato luogo sulla terra è proprio la stessa Parola che “era nel principio con Dio”. Far vedere questo collegamento è la funzione del termine “essa” nel v.2. “Essa”, cioè la Parola che dall’eternità era con Dio ed era Dio stesso, è la stessa Parola che nel tempo “è diventata carne” e ha portato il nome “Gesù Cristo”. Ribaltando la frase, la “essa” del v.2 significa che la Parola che nel tempo “è diventata carne” e chiamata Gesù Cristo è la stessa Parola che dall’eternità era con Dio ed era Dio stesso.

B) La Parola diventata carne

Dopo un po’ di riflessione, ci accorgiamo che quest’ultima è l’affermazione più sbalorditiva. Capire che l’eterna Parola si è fatta uomo in Gesù è un conto; capire che l’uomo Gesù è la Parola che nel principio era con Dio e anche Dio stesso è un altro. La prima affermazione può significare semplicemente che Gesù è venuto dopo un’ulteriore riflessione da parte di Dio sulla condizione del mondo, che dopo la rovina causata del peccato umano, Gesù è subentrato nel proposito di Dio come una specie di “piano B”. Ma in questo caso, il punto della storia non sarebbe Gesù ma altro; Gesù esisterebbe solo per supplire a una mancanza, solo per curare una ferita, solo per risolvere un problema. Ma una volta guarita la malattia, c’è ancora bisogno del rimedio? Dopo che viene riparata una perdita d’acqua in casa, ho ancora bisogno dell’idraulico? Dopo che i miei peccati sono perdonati, ho ancora bisogno del Salvatore?

Secondo me, questo è uno dei motivi per cui tante persone non si rendono conto delle pretese radicali del vangelo, del dominio assoluto di Dio su chi riceve il dono della sua grazia. Si capisce che la Parola che era nel principio con Dio è la stessa che si è fatta uomo in Gesù, ma non si capisce che l’uomo Gesù è lo stesso che nel principio era la Parola con Dio. Che differenza fa questa seconda affermazione? Se l’uomo Gesù è lo stesso che nel principio era la Parola con Dio, vuol dire che egli è il punto, il significato e il fine di tutto ciò che viene dopo. Vuol dire che la nascita di Gesù non è stata un’aggiunta o una modifica al piano originario di Dio. Vuol dire che “nel principio”, prima di fare anche una di tutte le cose che sono state fatte (v.3), c’era la Parola destinata a diventare carne. Vuol dire che quando Dio, per mezzo della Parola, ha fatto “i cieli e la terra”, l’universo e tutto quello che contiene, li ha fatti in vista della Parola fatta carne, allo scopo di essere “Emmanuele”, Dio con noi, il Creatore che si unisce intimamente alle sue creature, il Signore che s’identifica personalmente con il suo popolo. Come ha scritto un certo teologo: “Il mondo è stato fatto affinché Gesù potesse nascere”. Gesù non esiste per il mondo tanto quanto il mondo esiste per lui.

C) Grazia su grazia

Ma nel creare il mondo per manifestarsi in Gesù, Dio non ha agito in modo egoista. Anzi, nel vangelo che segue, Giovanni ci farà vedere quanto è costato alla Parola diventare carne: “Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l’ha conosciuto. È venuto in casa sua, e i suoi non l’hanno ricevuto” (vv.10-11). Non solo non l’hanno ricevuto; l’hanno persino schernito, maltrattato, e infine crocifisso! Per la Parola, farsi uomo costituiva un’infinita condiscendenza, un’inimmaginabile umiliazione, un esporsi a incomprensibili sofferenze e afflizioni. Ma egli era felice di farlo per il suo grande amore: “Poiché Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unigenito Figlio…” (3.16).

E il risultato di questo amore sacrificale? Ce lo dice Giovanni nel v.16 del primo capitolo: “Infatti dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia”. Gesù è lo stesso che nel principio era con Dio, e quindi non c’è fine alle grazie che elargisce su di noi. Gesù è lo stesso che nel principio era Dio, e quindi “è quello che ha fatto conoscere” pienamente il Dio che altrimenti nessuno potrebbe conoscere. Gesù è lo stesso per mezzo del quale tutte le cose sono state fatte, e quindi non dobbiamo mai dubitare che egli farà cooperare tutte le cose per il nostro bene, e mai per il nostro male. Gesù è lo stesso in vista del quale tutte le cose sono state fatte, e quindi ricevere lui significa ricevere con lui anche tutte le cose, ma rifiutare lui significa rifiutare non solo lui ma anche tutte le altre cose. Gesù è lo stesso che nel principio ha fatto risplendere la luce nelle tenebre, e fin d’allora non esistono tenebre capaci di sopraffarla (v.5).

La testimonianza di Giovanni il battista, riferita nel v.15, è dunque vero di ogni essere umano: “Colui che viene dopo di me mi ha preceduto, perché era prima di me.” Gesù ha preceduto non solo noi che siamo nati dopo di lui ma anche tutti coloro che, come Giovanni, erano nati prima di lui. Ecco perché Gesù dichiara nel 8.58: “In verità, in verità vi dico: prima che Abraamo fosse nato, io sono”. Strepitose, incredibili sono queste parole, che sarebbero blasfeme sulle labbra di qualsiasi altra persona. Ma Gesù è giusto nel dirle perché egli è l’IO SONO prima di Abraamo, prima ancora di Adamo. Bisogna dire che quando Genesi 1 afferma che gli esseri umani sono stati creati a immagine di Dio, è stato in realtà a immagine del Dio destinato a diventare l’uomo Gesù!

Per questo motivo, nessuno è da considerarsi escluso dall’amore di Dio incarnato in Gesù, dal suo benevolo proposito di salvare, dalla portata della sua decisione di essere Emmanuele, il Dio anche di chi lo rifiuta. Inoltre, è inutile chiedere “che pertinenza ha Gesù alla mia vita?”, perché la vita di ogni essere umano trova il suo senso e il suo scopo nell’umanità di Cristo. Se è vero, come impariamo in Giovanni 1, che Gesù non esiste per il mondo tanto quanto esiste il mondo per Gesù, allora la domanda più importante che tutti devono porsi è: “che pertinenza ha la mia vita a Gesù?” Siamo stati fatti per mezzo di lui, per lui e in vista di lui, e troveremo solo in lui tutto quello che il nostro cuore desidera.

3) Conclusione

Tutto questo sermone deve molto al grande teologo Karl Barth che più di ogni altro ha messo Gesù al centro di tutte le sue riflessioni sulle Scritture. È dunque opportuno che concludiamo con alcuni commenti che lui ha scritto riguardo ai versetti che abbiamo appena studiato:

Fra Dio e l’uomo vi è la persona di Gesù Cristo: vero Dio e vero uomo egli è infatti il Mediatore fra l’uno e l’altro. In lui, Dio si rivela all’uomo; in lui, l’uomo riconosce Dio; in lui, Dio si pone di fronte all’uomo e l’uomo davanti a Dio, conformemente alla volontà eterna di Dio ed al destino eterno dell’uomo, corrispondente a tale volontà. In lui, Dio indica il suo disegno nei confronti dell’uomo e pronuncia su di lui il giudizio; in lui, salva l’uomo e gli si fa presente in tutta la sua pienezza; in lui, enuncia contemporaneamente la sua esigenza e la sua promessa sull’uomo. In lui, Dio si è legato all’uomo. È dunque a causa di lui che l’uomo esiste. Anche il mondo, teatro della storia intercorrente fra Dio e l’uomo, è stato creato conformemente all’origine ed in previsione del destino assegnati all’uomo in Gesù Cristo.

Questi è l’essenza di Dio, come è originariamente l’essenza dell’uomo; nulla vi è nell’universo che non proceda da lui, che non esista per mezzo di lui e non sia finalizzato a lui; è infatti la Parola di Dio che contiene ogni verità e che non potrebbe essere superata, né limitata da nessun’altra parola; è la decisione di Dio che nessun’altra decisione può precedere, né superare, né accompagnare, perché tutte le decisioni che possono esistere non possono che concorrere al compimento di tale decisione iniziale; è l’origine che esclude ogni altra origine al di fuori di quella che Dio possiede in se medesimo, cosicché nulla vi è che non proceda da lui o per cui si possa cercare l’inizio al di fuori di lui; è la scelta che esclude ogni altra scelta da parte di Dio, in modo che nulla e nessuno al mondo è stato scelto e voluto da Dio prima di lui, senza di lui ed accanto a lui.

In una sola parola: è la scelta (quindi anche l’origine, la decisione, la parola) della libera grazia di Dio. È infatti in forza della sua libera grazia che Dio sceglie di diventare uomo in Gesù Cristo, legandosi all’uomo, onde legarlo a sé. Gesù Cristo è la libera grazia di Dio, se è vero che questa libera grazia non resta confinata nell’essenza intima ed eterna del Padre, ma si manifesta al di fuori, nell’insieme delle vie e delle opere divine; ecco perché non esiste scelta, inizio, origine, decisione o parola divina che lo preceda, che sia al di sopra, di fianco o al di fuori di lui; la libera grazia è infatti l’unico motivo che sostiene tutte le vie e tutte le opere di Dio, manifestantesi all’esterno. (Karl Barth, La dottrina dell’elezione divina, p.305-306).

Basandoci su questa verità, possiamo riposarci nella promessa che Gesù ha fatto ai suoi discepoli in Giovanni 14.1-3:

Il vostro cuore non sia turbato; credete in Dio, e credete anche in me! Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, vi avrei detto forse che io vado a prepararvi un luogo? Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi.

Questa è la speranza di Natale. Amen!

Isaia 40:1-11: L’Avvento della consolazione

1) Introduzione a Isaia 40

Consolate, consolate il mio popolo”: così inizia la seconda e magnifica parte del libro profetico di Isaia. Queste parole introduttive ci fanno capire quale sarà il tema principale del resto del libro. Nei primi 39 capitoli, il messaggio del profeta era dominato dall’oscurità: il peccato del popolo d’Israele e Giuda, la condanna di Dio e lo spettro del suo giusto e tremendo giudizio. Come leggiamo nel 8:21-22.

[Questo popolo] andrà peregrinando per il paese, affranto e affamato; quando avrà fame, si irriterà e maledirà il suo re e il suo Dio. Volgerà lo sguardo in alto, lo volgerà verso terra, ed ecco, non vedrà che difficoltà, tenebre e oscurità piena d’angoscia; sarà sospinto in mezzo a fitte tenebre.

Però, a partire dal capitolo 40, il profeta porta un messaggio di grande consolazione: dopo le tenebre risplenderà la luce. Dopo il peccato ci sarà il perdono. Dopo l’angoscia ci sarà la gioia. Dopo il giudizio ci sarà la salvezza. Per questo motivo, la seconda parte d’Isaia è una porzione delle Scritture particolarmente adatta alla stagione dell’Avvento, come lo è anche a qualsiasi periodo di grande difficoltà, sofferenza, o paura, quando abbiamo bisogno di essere ricordati che dopo la notte spunterà l’alba.

Come Isaia, i profeti erano persone veramente strane. Abbiamo visto in studi precedenti che mentre tutti gli altri dicevano “luce!” i profeti dicevano “tenebre!”. Ma quando gli altri cominciavano a dire “tenebre!”, i profeti cominciavano a dire “luce!”. Le parole dei profeti erano quasi sempre in contraddizione con l’andazzo della società in cui vivevano. Ma non perché erano semplici negazionisti; non avevano nessun programma o scopo personale. Erano chiamati solo ad annunciare la parola di Dio al popolo, ed è perché la parola di Dio è quasi sempre in contraddizione con l’andazzo del mondo che lo era anche la parola dei profeti.

Adesso bisogna ambientare Isaia 40 nel suo contesto storico. Il suo messaggio è rivolto a un popolo che ha perso letteralmente tutto. Dopo l’ultima invasione babilonese nel 587 a.C., il regno di Giuda e la città di Gerusalemme sono rimasti in rovina. È stata una catastrofe a ogni livello: nazionale e personale, politico e religioso. I babilonesi hanno ucciso il re, distrutto il tempio, massacrato una gran parte della popolazione, e deportato quasi tutti gli altri in Babilonia. Solo un piccolissimo residuo dei più miseri rimane in Giuda con poche prospettive di poter sopravvivere. È un momento in cui non ci si può consolare dicendo: “non è la fine del mondo”, perché per loro era praticamente ciò! Geremia (4:23), infatti, descrive la distruzione di Giuda come la de-creazione del cosmo. Non è possibile dunque esagerare quanto è stato disastroso questo evento per il popolo di Giuda.

Ma proprio in mezzo all’angoscia arriva il messaggio del profeta Isaia: “consolate, consolate il mio popolo”. È quasi incredibile che in tali condizioni si possa trovare la consolazione, eppure è proprio questa che Dio vuole che sia annunciata al suo popolo. E se, dopo tutta questa sofferenza, era possibile ai superstiti esiliati essere consolati e, come dice nel v.31, acquistare nuove forze e alzarsi a volo come aquile, così è possibile anche a noi nonostante ogni nostra ansia o afflizione. Rinnovare la speranza che il Signore farà risplendere la luce in mezzo alle tenebre più fitte è il tema della seconda parte di Isaia, come lo è anche della stagione dell’Avvento.

Detto ciò, andiamo ora a leggere i primi 11 versetti di Isaia 40. Questa poesia si suddivide nettamente in quattro strofe che esamineremo una per una.

2) La possibilità della consolazione (40:1-2)

40:1 «Consolate, consolate il mio popolo», dice il vostro Dio. «Parlate al cuore di Gerusalemme e proclamatele che il tempo della sua schiavitù è compiuto; che il debito della sua iniquità è pagato, che essa ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati».

“Consolate…”, “parlate…”, “proclamate…”. A chi sono rivolti questi imperativi? Non lo sappiamo di preciso perché non viene specificato, come non verrà specificato neanche di chi sono le voci che gridano nei versetti successivi. L’effetto di quest’ambiguità è che viene sottolineata la provenienza divina del messaggio anziché il messaggero che lo porta. Questo è importante, perché talmente è inconcepibile a volte la possibilità di essere consolati che appare come un’impossibilità totale. Come il popolo di Giuda, le nostre sofferenze possono aggravarsi al punto tale da rendere inefficace qualsiasi rimedio. Possiamo diventare così acutamente consapevoli della nostra peccaminosità e della nostra colpevolezza davanti a Dio che il perdono sembra impensabile.

In tali momenti, l’unica cosa che conta è sapere che è Dio che dice “consolate il mio popolo”, che è Dio che dichiara la fine della nostra schiavitù, che è Dio che pronuncia la remissione dei debiti e il perdono dei nostri peccati. A dire il vero, non è solo in tali momenti che abbiamo bisogno di sapere che Dio, e soltanto Dio, è la fonte di ogni consolazione. È solo che di solito persistiamo nel cercare la consolazione altrove finché non ci viene tolto ogni altro possibile aiuto o appoggio. La realtà — vivamente illustrata dall’esilio dei giudei in Babilonia — è che la nostra condizione è così misera, il nostro peccato è così grave, e la nostra separazione da Dio è così abissale, che la possibilità di essere risanati, perdonati e riconciliati sta solo in un miracolo di grazia. Così impenetrabili sono le nostre tenebre che può squarciarle solo un nuovo atto di creazione da parte del Dio che nel principio chiamò all’esistenza la luce dal nulla.

La consolazione che Dio promette al popolo non è quindi un artificioso e banale “andrà tutto bene”, come si sente spesso in questo periodo di pandemia. No, la consolazione che Dio promette è, umanamente parlando, un’impossibilità. È una consolazione che si può avere anche in esilio, anche alla fine del mondo, perché non dipende dalle circostanze in cui ci si trova. Ma per questo non dipende — non può dipendere — da forze o capacità umane; può essere solo un miracolo della grazia di Dio. È un miracolo perché solo l’onnipotenza di Dio può compierlo, ed è un miracolo della grazia perché Dio non è obbligato a nessuno di compierlo. È una novità assoluta che solo Dio può creare in mezzo a tutte le vanità che girano sotto il sole. Questa consolazione — l’unica consolazione in grado di fasciare ogni ferita, di cancellare ogni rimpianto, di redimere ogni male — non possiamo realizzarla. Possiamo solo riceverla. Il dono di questa consolazione è esattamente ciò che Dio qui promette al suo popolo, e come riceverlo è il tema dei versetti successivi.

3) La preparazione alla consolazione (40:3-5)

La voce di uno grida: «Preparate nel deserto la via del Signore, appianate nei luoghi aridi una strada per il nostro Dio! Ogni valle sia colmata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; i luoghi scoscesi siano livellati, i luoghi accidentati diventino pianeggianti. Allora la gloria del Signore sarà rivelata e tutti, allo stesso tempo, la vedranno; perché la bocca del Signore l’ha detto».

La seconda strofa della poesia riporta l’annuncio della voce solitaria che grida: “preparate la via del Signore!” In altre parole: non potete realizzare la consolazione, ma potete (in realtà dovete!) prepararvi a riceverla. Questa preparazione consiste nell'”appianare” una via per il Signore “nel deserto”. Qui il riferimento è al deserto che si trova a est del territorio di Giuda. Questo è il deserto attraversato da Israele dopo l’esodo per prendere possesso della terra promessa, ed è lo stesso dove Giovanni il battista, non senza motivo, predicherà il suo messaggio di ravvedimento. È un deserto non sabbioso ma roccioso, pieno di “valli”, “monti” e “colli”, di “luoghi scoscesi” e “accidentati”, esattamente come descritto qui dal profeta. Oggi esiste una strada che va da Gerusalemme e che rende il transito attraverso il deserto abbastanza facile, ma all’epoca no. Il deserto era di percorribilità difficile, tanto difficile infatti che i babilonesi, pur provenendo da quella direzione, dovevano comunque aggirarlo, facendo una lunga deviazione e scendendo verso Giuda dal nord.

I superstiti della deportazione sono dunque chiamati a “preparare la via del Signore”. Ma come possono farlo, se è necessario che il deserto, che ha impedito il passaggio del grande e imponente esercito babilonese, sia prima appianato? Come può il debole residuo di Giuda colmare ogni valle e abbassare ogni monte? Come possiamo farlo noi? Chiaramente il linguaggio qui è simbolico, pur avendo un riferimento concreto alla geografia d’Israele. Le valli e i monti, i luoghi scoscesi e accidentati rappresentano tutto quello che c’è di sbagliato, di storto, di malato e di ingiusto nel mondo e nelle nostre vite. Chi è in grado di mettere a posto tutto ciò? Quale persona, o quale società in tutta la storia è mai riuscita a realizzare la perfezione sulla terra? Gli ostacoli sono troppo formidabili, il territorio è troppo selvaggio, i nostri dolori e i nostri peccati sono troppo gravi da permetterci di attraversare il deserto e trovare un’oasi della consolazione.

La risposta a questa domanda — che cosa spetta al popolo per preparare la via del Signore — si troverà solo nei versetti seguenti, perché qui il Signore evidenzia ancora che lui, e solo lui, può donarci la consolazione di cui abbiamo bisogno. Notiamo che qui è Dio, e solo Dio, che attraversa il deserto. Solo Dio è capace di colmare ogni valle, di abbassare ogni monte e di livellare i luoghi scoscesi. Solo lui può veramente preparare una via. E tutto questo mira a far sì che Dio e Dio solo sia glorificato, affinché “la gloria del Signore” sia “rivelata e tutti, allo stesso tempo”. Dio è più glorificato laddove finisce ogni possibilità umana, laddove fallisce ogni speranza senza un miracolo di nuova creazione, laddove si esaurisce ogni sorgente di consolazione all’infuori di quella divina. “Allora”, e solo allora, sarà rivelata la gloria di Dio in modo che tutti, che siano credenti o non, la vedranno e confesseranno che solo lui è il Signore.

Ma se torniamo alla domanda: quale preparazione spetta al popolo (e anche a noi!) in vista della venuta del Signore?

4) Il paradosso della consolazione (40:6-8)

Una voce dice: «Grida!» E si risponde: «Che griderò?» «Grida che ogni carne è come l’erba e che tutta la sua grazia è come il fiore del campo.  L’erba si secca, il fiore appassisce quando il soffio del Signore vi passa sopra; certo, il popolo è come l’erba. L’erba si secca, il fiore appassisce, ma la parola del nostro Dio dura per sempre».

La risposta (che troviamo nella terza strofa della poesia) è infatti un paradosso. Qui sentiamo di nuovo una voce che grida un messaggio che sembra tutt’altro che consolante. “Ogni carne è come l’erba” che “si secca”. Tutta la “grazia” dell’umanità (il termine ebraico tradotto “grazia” qui significa fedeltà, bontà, proprio il meglio di cui l’umanità è capace) è solo un “fiore del campo” che “appassisce” quando “il soffio del Signore” vi passa sopra. La parola qui tradotta “soffio” è interessante, perché significa non solo “soffio” ma anche “vento” oppure “spirito”. Di nuovo abbiamo a che fare con un riferimento sia concreto sia simbolico. Probabilmente il profeta si riferisce al vento secco e caldo che, nel mese di maggio, veniva dal deserto di Giuda ed poteva cambiare un paesaggio verde in marrone in solo 48 ore. Questo vento però diventa il simbolo dell’azione dello Spirito di Dio che, come dà la vita, è in grado anche di toglierla. E come il vento orientale poteva seccare tutto in poco tempo, così è l’esistenza dell’umanità nei confronti dell’eterno Dio.

Il fatto che l’immagine dell’erba seccata e del fiore appassito si ripeta più volte ci fa capire quanto è cruciale imparare la lezione: la vita umana è fragile e fugace. È vero che lo sappiamo tutti, ma di solito cerchiamo di dimenticarlo. Viviamo come se non fosse così. Ci occupiamo spesso di cose banali e trascuriamo quelle più importanti.  Diamo più importanza alle nostre opere che alle opere di Dio, a ciò che leggiamo nel giornale che a ciò che leggiamo nella Bibbia. Pianifichiamo giorni, settimane, mesi e anni come se ci fossero garanti, e ci arrabbiamo quando qualche imprevisto capovolge tutto, ricordandoci che tale certezza è solo un’illusione.

Ma lungi dall’essere il nemico della consolazione, questa verità è paradossalmente il suo servo. Dio vuole consolare il suo popolo angosciato, e per farlo gli ricorda che la sua esistenza è fugace come l’erba che si secca e fragile come il fiore che appassisce. Sembra strano? Ancora una volta vediamo la stranezza della parola profetica che annuncia la contraddizione della parola di Dio. Il fatto è che vivere come se la nostra vita non fosse fragile e fugace è frutto della nostra arroganza, del nostro desiderio innato di essere indipendenti da Dio, di elevarci al suo livello, di usurpare il suo trono, e di poter determinare il nostro destino come vogliamo. La parola di Dio ci scandalizza proprio perché distrugge la nostra presunzione di essere Dio e non umani, di essere autonomi come il Creatore e non dipendenti come le sue creature. Ma è proprio questa nostra presunzione che ci allontana da Dio, che ci estrania dalla fonte della nostra vita e così ci fa precipitare nelle tenebre della morte. Quindi, abbattere la presunzione umana di essere altro che erba secca fa parte della consolazione di Dio. Siamo noi il deserto secco e morto; siamo noi le valli da colmare, i monti da abbassare, i luoghi scoscesi da livellare. Solo così, saremo veramente preparati alla venuta del Signore e di ricevere la sua consolazione.

Quindi, in che modo dobbiamo noi prepararci alla venuta del Signore? Esattamente come Giovanni il battista ha predicato nel deserto in base a questa profezia: “ravvedetevi!” Nel contesto di Isaia 40, vediamo che il ravvedimento non è tanto un’opera che facciamo quanto il nostro abbandono all’opera di Dio per noi e in noi. Ravvedersi significa ammettere che solo Dio è Dio, e che noi non lo siamo. Ravvedersi significa aprirci a Dio affinché lui colmi le valli e abbassi i monti che sono dentro di noi. Ravvedersi significa lasciarci consolare da Dio e smettere di cercare la consolazione altrove.

Ma questo ovviamente non è l’unica cosa che la voce grida nella terza strofa. Sapere quanto siamo fragili e fugaci non basta se non ci porta alla conoscenza della fermezza e della forza della parola di Dio che, a differenza dell’erba che si secca e il fiore che appassisce, “dura per sempre”. Qualcuno che sta affogando in un fiume si aggrapperà tenacemente a una roccia e non la mollerà. Così noi, più teniamo presente quanto siamo fragili e fugaci, più ci aggrapperemo all’unica cosa durevole in questo mondo: la parola di Dio.

Gli esuli in Babilonia facevano fatica a mantenere fiducia nella promessa di Dio di poterli consolare. Era più facile immaginare che Dio li avesse dimenticati, o che fosse stato incapace di difenderli dai babilonesi. Se il Signore non li avesse potuto proteggere quando erano a casa, come avrebbe potuto liberarli dopo quando erano in terra straniera sotto il dominio di un popolo ostile? Il messaggio d’Isaia mirava a rinnovare la loro fiducia, ricordandogli che nei confronti della promessa della parola di Dio, ogni altra cosa — compresa la grande potenza di Babilonia — non era che erba secca. Non era che erba secca neanche gli esuli stessi, e dunque non potevano nemmeno loro impedire che Dio adempisse la sua promessa di consolarli. Ecco perché è buona notizia sapere che non siamo che erba secca: niente o nessuno — compresi noi stessi — è in grado di fermare l’adempimento della parola di Dio a nostro favore.

5) Il potere della consolazione (40:9-11)

Tu che porti la buona notizia a Sion, sali sopra un alto monte! Tu che porti la buona notizia a Gerusalemme, alza forte la voce! Alzala, non temere! Di’ alle città di Giuda: «Ecco il vostro Dio!» 10 Ecco, il Signore, Dio, viene con potenza, con il suo braccio egli domina. Ecco, il suo salario è con lui, la sua ricompensa lo precede. 11 Come un pastore, egli pascerà il suo gregge: raccoglierà gli agnelli in braccio, li porterà sul petto, condurrà le pecore che allattano.

Arrivando adesso all’ultima strofa della poesia, vediamo che il messaggio del profeta è definito proprio come “vangelo”, “la buona notizia”. Talmente buona è questa notizia, che va annunciata da sopra un alto monte in modo che il più grande numero di persone possa sentirla. Se ogni carne è solo erba secca mentre la parola di Dio dura per sempre, allora non bisogna temere di “alzare forte la voce” e gridarla a squarciagola! E qual è la buona notizia da annunciare in questo modo? “Ecco il vostro Dio!” Questa è il significato della consolazione promessa nel v.1: la venuta e la presenza di Dio stesso. Non possiamo essere veramente consolati — né ora nelle nostre afflizioni né nel futuro in un mondo ricreato — senza Dio. Dio stesso è la consolazione “che supera ogni intelligenza” e che “custodisce i nostri cuori” (Filippesi 4:7). Dio stesso è il contenuto della buona notizia, ed è questo concetto che viene sviluppato nei due versetti successivi.

Qui il profeta presenta due immagini contrastanti. Nel v.10, vediamo il Signore che “viene con potenza, con il suo braccio” con cui domina e porta “il suo salario” e “la sua ricompensa”. Questa è l’immagine di un guerriero che arriva dopo aver trionfato sui suoi nemici, portando il bottino della vittoria da condividere con suo popolo. Ciò che rende quest’immagine particolarmente forte è che questo guerriero divino viene (se teniamo presente il v.3) dal deserto dopo averlo attraversato. Ricordiamoci che i babilonesi, per invadere il regno di Giuda, non potevano arrivare direttamente dalla Babilonia perché in mezzo c’era un deserto invalicabile. Ma al Signore il deserto non presenta nessuna difficoltà. Il grande potere dell’esercito babilonese non è nulla davanti a lui, e sarà in un attimo da lui devastato.

Ma quest’immagine è giustapposta a un’altra che, mentre sembra discordante, è in realtà complementare. Nel v.11, il guerriero divino è raffigurato “come un pastore” che con tenerezza e affetto “raccoglierà gli agnelli in braccio”, li terrà vicino al suo “petto”, e persino i più piccoli e deboli tra di loro — “le pecore che allattano” — troveranno in lui riposo e sicurezza. Di solito, non si associa la tenerezza al guerriero, né il valore in guerra al pastore, ma Isaia sì, perché sono importanti queste associazioni per capire la consolazione di Dio. Chiaramente esiste una certa tensione: come può un guerriero coperto di sangue mostrare tenerezza, e come può un pastore con un agnello in braccio sconfiggere i più feroci e formidabili nemici?

Questa tensione trova la sua risoluzione in un unico nome: Gesù Cristo. Qui in Isaia 40 troviamo una visione che anticipa quella di Apocalisse 5 quando Giovanni vede Gesù come un leone che è anche un agnello, e un agnello che è anche un leone. Il leone è il predatore; l’agnello è la preda. Il leone è forte; l’agnello è debole. Il leone è invincibile in combattimento; l’agnello è l’animale immolato come sacrificio. E Gesù è entrambi allo stesso tempo. Sulla croce è morto in apparente sconfitta, ma proprio così ha trionfato sui nemici più forti: il male, il maligno e la morte. Poi il terzo giorno è risuscitato con potenza e con braccio alzato per dominare sulle nazioni, ma porta sempre le cicatrici della crocifissione nel suo corpo, segni del suo tenero amore per le sue pecore.

È Gesù il vero adempimento della promessa di Isaia 40. Egli è la nostra vera e sufficiente consolazione in ogni afflizione, perché è colui che è venuto, che viene e che verrà di nuovo come guerriero divino e tenero pastore, come il leone vittorioso e l’agnello immolato. Gesù è la promessa consolazione di Isaia 40, perché è di lui che ora si predica in tutta la terra la buona notizia: “Ecco il vostro Dio!” Gesù è la nostra consolazione perché lui è l’eterna Parola di Dio che si è fatta come erba secca affinché noi, l’erba secca, potessimo ricevere il dono della vita eterna. Gesù è la nostra consolazione perché è lui che ha attraversato quel deserto impossibile per venirci incontro, ed è lui che ha colmato ogni valle e abbassato ogni monte, raddrizzando ogni cosa storta e aggiustando ogni cosa rotta. Gesù è la nostra consolazione, perché è lui che ci ha riscattato dalla schiavitù, che ha pagato il debito della nostra iniquità, e che ha preso su di sé l’infinita separazione di Dio causata dai nostri peccati. Quindi, è nella misura in cui fissiamo lo sguardo su Gesù, in cui ci apriamo alla sua opera di trasformare il deserto delle nostre vite in un giardino come Eden, che riceveremo il dono della sua consolazione, il dono che è lui stesso. In comunione con Gesù mediante la sua parola, troveremo una consolazione per ogni dolore, una speranza per ogni difficolta, e un soccorso per ogni nostro bisogno nel momento opportuno.

Concludiamo con un’esortazione. La stagione dell’Avvento — che inizia oggi e che serve per prepararci alla venuta del Signore promessa in Isaia 40 — è un ottimo periodo per rinnovare il nostro impegno di leggere e meditare quotidianamente le Scritture. L’Avvento fa partire un nuovo anno liturgico, e insieme a quello un nuovo piano di lettura che ci accompagnerà fino al prossimo Avvento. Abbiamo visto oggi che niente è duraturo se non la parola di Dio, e l’unico modo in cui noi, come erba secca, possiamo ricevere la vita eterna è rimanere radicati in questo terreno, come un albero piantato vicino ai ruscelli d’acqua. Nel senso primario, questo ha a che fare con la nostra unione che Gesù Cristo. Ma nel senso secondario (ma non meno importante!), questo significa meditazione sulla parola di Dio scritta, come infatti indica il Salmo 1. Secondo lo stesso Gesù, le Scritture sono necessarie per sostenere la nostra vita quanto il pane (Matteo 4:4). Meditare tutti i giorni sulle Scritture è letteralmente una questione di vita e di morte.

Ecco perché abbiamo creato un piano di lettura che facilita questa meditazione quotidiana in porzioni gestibili. So che a volte è difficile trovare il tempo per farlo, ma in fondo è una questione di priorità. Tutti i giorni troviamo almeno dieci minuti per mangiare il pane fisico; perché allora non possiamo trovare almeno dieci minuti per mangiare il pane spirituale? Se veramente facciamo fatica a trovare un momento di tempo dedicato alla parola di Dio, forse ci conviene saltare un pasto per farlo, tanto è importante! Dico questo non per farvi sentire in colpa, ma per incoraggiarvi a fare ciò che occorre per ricevere la consolazione che Dio vuole darci. Se non meditiamo sulle Scritture ogni giorno, non dobbiamo rimanere sopresi quando sentiamo poco la consolazione e la presenza di Dio con noi. Non ha senso pregare: “dacci il nostro cibo quotidiano” se no lo riceviamo quando Dio ce lo offre! Come tanto enfatizzato in Isaia 40, è nella parola di Dio che incontriamo la sua presenza e riceviamo la sua consolazione, ed è dunque di vitale importanza che la ingeriamo quanto il nostro cibo.

Isaia 28: Sia Dio veritiero e ogni uomo bugiardo

1) L’introduzione a Isaia 28

Il brano biblico che studiamo oggi, Isaia 28, apre una suddivisione importante nel libro del profeta Isaia, costituita da una serie di sei lamenti rivolti al regno di Giuda, di cui Gerusalemme era la capitale. Isaia 28 è infatti il primo di questi sei lamenti e dipinge la situazione deplorevole che il profeta è chiamato ad affrontare con la parola di Dio. Isaia proclama quest’oracolo nell’ultima metà dell’ottavo secolo a.C. — un’epoca ovviamente molto lontana dalla nostra — ma questo non lo rende irrilevante per noi oggi. Anzi, il messaggio di questo capitolo è molto attuale e pertinente in quanto anche noi siamo costretti tutti i giorni a fronteggiare lo stesso problema fondamentale: cioè la falsità.

Non so se per voi è così, ma guardando il mondo io mi trovo spesso a pregare come nel Salmo 12:1-2:

Salva, o Signore, poiché non ci sono più giusti e i fedeli vengono a mancare tra i figli degli uomini. Ciascuno mente parlando con il prossimo; parla con labbro adulatore e con cuore doppio.

Dappertutto c’è infatti la falsità in tutte le sue forme: la menzogna, l’inganno, anche la mezza verità che lascia intendere l’opposto della verità. Come qualcuno ha osservato, la falsità non è la cosa peggiore che noi esseri umani facciamo, ma è ciò che ci permette di fare le cose peggiori. È la falsità che permette ai potenti del mondo di sfruttare e di opprimere, rivendicando però di operare a favore dei loro sudditi. È la falsità che permette ai governi di convincere le loro popolazioni che la guerra è necessaria. È la falsità che permette ai criminali di rubare, danneggiare e ammazzare. È la falsità che ci permette di negare che le nostre dipendenze sono veramente dipendenze, impendendoci di trovare aiuto e liberazione. È la falsità che ci permette di giustificare ogni sorta di male, grande o piccolo che sia, convincendoci che abbiamo ragione quando in realtà abbiamo solo torto. È vero, dunque, che mentre la falsità non è la cosa peggiore, è ciò che permette alle cose peggiori di succedere. È davvero difficile saper come vivere in un mondo di falsità, e ancora più difficile mantere fiducia in Dio quando tutto ciò che ci circonda contraddice la sua parola.

Ma in un mondo di falsità — come quello in cui Isaia profetizzò — possiamo comunque trovare forza per credere e speranza per perseverare se facciamo tesoro di questo capitolo, Isaia 28. Possiamo essere molto incoraggiati da questo profeta che fu una voce solitaria della verità in mezzo a un deserto di falsità. Possiamo imparare a vivere come testimoni della parola di Dio nonostante le labbra bugiarde e i cuori doppi che ci assediano da ogni lato. Questo è infatti lo scopo del nostro studio. Essendo letteratura profetica e poetica, Isaia 28 non è di facile comprensione, e quindi procederemo nella seguente maniera. Prima esamineremo il capitolo versetto per versetto per capire bene il suo messaggio. Dopo ne riassumeremo i temi principali per scoprire il significato per noi oggi.

2) Il messaggio di Isaia 28

28:1 Guai alla superba corona degli ubriachi di Efraim e al fiore che appassisce, splendido ornamento che sta sul capo della grassa valle degli storditi dal vino!

Il messaggio che il Signore comanda a Isaia di annunciare al popolo di Giuda comincia con una profezia rivolta invece al popolo di “Efraim”, cioè alle dieci tribù d’Israele che si erano ribellate alla monarchia davidica dopo la morte di Salomone e che avevano formato un regno separato al nord. Questo regno fu distrutto dagli Assiri nel 722 a.C. a causa della sua persistente malvagità, e la profezia riguardante questa distruzione, che Isaia qui riferisce, serve da esempio al regno di Giuda della sorte che aspetta anche esso a causa della sua malvagità.

La prima parola del messaggio di Isaia è semplicemente “guai!”, una parola diametralmente opposta alle apparenze del regno d’Israele. La sua capitale — la città di Samaria — sembra dall’esterno uno “splendido ornamento che sta sul capo della grassa valle”, ma in realtà è un “fiore che appassisce”. Mentre i suoi abitanti si divertono con vino e s’ingannano che va tutto bene, Isaia arriva con una parola contraddittoria e devastante: guai!

28:2-4 Ecco venire, da parte del Signore, un uomo forte, potente, come una tempesta di grandine, un uragano distruttore, come una piena di grandi acque che straripano; egli getta quella corona a terra con violenza. La superba corona degli ubriachi di Efraim sarà calpestata; il fiore che appassisce, lo splendido ornamento che sta sul capo della grassa valle, sarà come il fico primaticcio che precede l’estate: appena uno lo scorge, l’ha in mano e lo ingoia.

Guai! perché il Signore sta mandando contro il regno d’Israele giudizio nella forma di “un uomo forte”, cioè l’impero degli Assiri, che lo annienterà con la violenza di “una tempesta di grandine” e di “un uragano distruttore”. E come il primo fico della stagione, Israele sarà subito e totalmente ingoiato. La sua bellissima corona — la capitale Samaria — “sarà calpestata”, rivelando che la sua prosperità è un’apparenza ingannevole, che la sua felicità è fugace, e che il suo vino è un soporifero che la rende insensibile alla sua imminente rovina.

28:5-6 In quel giorno il Signore degli eserciti sarà una splendida corona, un diadema d’onore al resto del suo popolo,uno spirito di giustizia a colui che siede come giudice, la forza di quelli che respingono il nemico fino alle sue porte.

Ma il giudizio non è l’ultima parola di Dio al suo popolo. Il motivo per cui va calpestata la corona falsa d’Israele è affinché il Signore diventi la vera “splendida corona”. Laddove prima c’era solo ingiustizia, Dio stabilirà la giustizia. Laddove prima c’era solo debolezza e sconfitta davanti al nemico, sarà Dio stesso la forza e la protezione del suo popolo. Questa è la promessa; questa è l’intenzione di Dio nel giudicare.

28:7-8 Ma anche questi barcollano per il vino e vacillano per le bevande inebrianti; sacerdote e profeta barcollano per le bevande inebrianti, affogano nel vino, vacillano per le bevande inebrianti, barcollano mentre hanno visioni, tentennano mentre fanno da giudici. Tutte le tavole sono piene di vomito, di lordure, non c’è più posto pulito.

Non è chiaro a questo punto se il profeta si rivolge ora agli abitanti di Gerusalemme (come fa esplicitamente dal v.14 in poi), o se continua il suo discorso su Israele. Forse tutti e due sono adesso i destinatari. In ogni caso, l’importante è notare che qui Isaia prende di mira specificamente i sacerdoti e i profeti del popolo, i quali si ubriacano anche loro, “barcollano mentre hanno visioni”. Non sono dunque in grado, come sono stati incaricati, di far conoscere la parola di Dio al popolo. Anzi, “tutte le tavole sono piene di vomito”; invece di riempire il paese della conoscenza del Signore, lo riempiono di sporcizia e impurità.

28:9-10 «A chi vuole dare insegnamenti? A chi vuole far capire la lezione? A dei bambini appena divezzati, staccati dalle mammelle? Poiché è un continuo dar precetto dopo precetto, precetto dopo precetto, regola dopo regola, regola dopo regola, un poco qui, un poco là!»

Qui Isaia cita le parole beffarde di questi sacerdoti e profeti che cercano di ridicolizzare il suo messaggio chiamandolo “insegnamenti da bambini”, “un poco qui, un poco là”. Evidentemente i sacerdoti e i profeti si ritengono troppo intelligenti, troppo istruiti, e troppo sofisticati per la predicazione di Isaia che a loro sembra roba da stupidi, sempliciotti e scemi.

28:11 Ebbene, sarà mediante labbra balbuzienti e mediante una lingua straniera che il Signore parlerà a questo popolo.

Poiché essi hanno respinto la parola di Dio come il balbettare di bambini, così il Signore gli parlerà veramente in questa maniera: “mediante labbra balbuzienti” di un invasore straniero, mediante la lingua che parleranno gli assiri (e dopo i babilonesi) quando arrivano per distruggere il paese. Tale giudizio è conforme al disprezzo che il popolo ha avuto nei confronti della parola di Dio.

28:12 Egli aveva detto loro: «Ecco il riposo: lasciar riposare lo stanco; questo è il refrigerio!» Ma quelli non hanno voluto ascoltare.

Questo, infatti, è la parola di Dio che Isaia aveva riferito loro: riposatevi! Come dice ancora nel 30:15: “Poiché così aveva detto il Signore, Dio, il Santo d’Israele: «Nel tornare a me e nello stare sereni sarà la vostra salvezza; nella calma e nella fiducia sarà la vostra forza». Ma voi non avete voluto!” Ciò che diventa chiaro nel capitolo 30 è che, mentre l’esercito assiro che invade e distrugge il regno d’Israele al nord, il regno di Giuda tenta di fare un’alleanza con Egitto per proteggere il suo territorio.

Questo viene fortemente condannato da Isaia perché vuol dire che Giuda sta confidando nell’Egitto anziché nel Signore. Sta mettendo fiducia per la salvezza in quel potere che una volta l’aveva tenuto schiavo e dal quale il Signore, il vero Salvatore, l’aveva liberato! Di conseguenza, Giuda non è in grado di riposarsi nella certezza che sarà il Signore a salvarlo dagli assiri, e l’esortazione di Isaia di fare proprio questo gli sembra del tutto insensata. E così sembra a tutti che sono convinti di doversi salvare da soli con le proprie forze.

28:13 La parola del Signore è stata per loro precetto dopo precetto, precetto dopo precetto, regola dopo regola, regola dopo regola, un poco qui, un poco là, affinché essi andassero a cadere a rovescio, fossero fiaccati, còlti al laccio e presi!

Questa parola del Signore — il comandamento di fidarsi solo di lui e dunque riposarsi nella sua forza — è stata quella che Giuda ha schernito come sciocchezza, come insulto alla sua intelligenza, la cui conseguenza sarà la sua rovina. Ma (e questo è il punto che Isaia proclamerà nel resto del capitolo) il rifiuto della parola di Dio da parte del popolo non ostacolerà la divina intenzione. Anzi, scandalizzare il popolo fa proprio parte del disegno di Dio: “affinché essi andassero a cadere…”. Isaia qui anticipa 1 Corinzi 1:21: Poiché il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria sapienza, è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione.”

28:14 Ascoltate dunque la parola del Signore, o schernitori, che dominate questo popolo di Gerusalemme!

Quindi, nonostante l’ostinazione del popolo di Gerusalemme, il profeta gli comanda di comunque dare ascolto alla parola di Dio. Il rifiuto di ascoltare non è motivo per non predicare, perché anche in questo rifiuto il Signore compie misteriosamente il suo proposito.

28:15 Voi dite: «Noi abbiamo fatto alleanza con la morte, abbiamo fatto un patto con il soggiorno dei morti; quando l’inondante flagello passerà, non giungerà fino a noi, perché abbiamo fatto della menzogna il nostro rifugio e ci siamo messi al sicuro dietro l’inganno».

Ora tocca al profeta farsi beffe delle parole del popolo di Giuda. L’alleanza che hanno fatto con Egitto per la protezione contro gli assiri non è altro che un'”alleanza con la morte”. Ciò di cui Giuda ha fatto il suo rifugio non è altro che menzogna, e ha messo le sue speranze soltanto nell’inganno. È dunque veramente stupido parlare come parla Giuda: “quando l’inondante flagello passerà, non giungerà fino a noi!” Chi è il vero scemo, Isaia chiede: quelli che si fidano della parola di Dio o quelli che si fidano della falsità?

28:16 Perciò così parla il Signore, Dio: «Ecco, io ho posto come fondamento in Sion una pietra, una pietra provata, una pietra angolare preziosa, un fondamento solido; chi confiderà in essa non avrà fretta di fuggire.

Dovremo tornare a questo versetto cruciale alla fine, ma per adesso ci basta notare che, contro gli sforzi inutili di Giuda di salvare il suo regno tramite un’alleanza con Egitto, è il Signore che l’ha fondato, e sarà il Signore a determinare il suo destino. Contro la malriposta fiducia di Giuda nella falsità, la verità di Dio durerà come “una pietra”. Essendo “una pietra provata”, non importa se tutto il popolo di Giuda rifiuta la parola di Dio: essa resiste a ogni prova e attacco.

Essa è infatti non solo la pietra provata ma la pietra che prova. Chi pensa di poterla giudicare sarà da essa giudicato. Chi pensa di poterla schernire sarà da essa schernito. Quindi, non importa se Isaia si trova totalmente da solo a riferire la parola di Dio a un pubblico ostile. Se lui confida in essa, pur essendo da solo, “non avrà fretta di fuggire”, ovvero non rimarrà deluso o sconvolto, ma starà calmo e fermo, fondato sulla pietra angolare.

28:17-20 Io metterò il diritto per livella e la giustizia per piombino; la grandine spazzerà via il rifugio di menzogna e le acque inonderanno il vostro riparo. La vostra alleanza con la morte sarà annullata e il vostro patto con il soggiorno dei morti non reggerà; quando l’inondante flagello passerà, voi sarete da esso calpestati. Ogni volta che passerà, vi afferrerà; poiché passerà mattina dopo mattina, di giorno e di notte; e sarà spaventevole imparare una tale lezione! Poiché il letto sarà troppo corto per distendervisi, e la coperta troppo stretta per avvolgervisi.

Il trionfo finale della parola di Dio che Isaia annuncia sarà rivelato quando essa si avvererà. Quando fallisce l’alleanza di Giuda con Egitto, quando arrivano gli invasori per assediare Gerusalemme, allora sarà spazzato via “il rifugio di menzogna”. Quando Giuda sarà costretto a coricarsi nel letto che ha fatto, scoprirà che esso non è capace di dare il riposo sperato. Quando Giuda sarà calpestato da stranieri, imparerà la verità della parola di Dio, ma quanto “sarà spaventevole imparare una tale lezione!”

28:21 Poiché il Signore sorgerà come al monte Perazim, si adirerà come nella valle di Gabaon, per fare la sua opera, l’opera sua singolare, per compiere il suo lavoro, lavoro inaudito».

Ma più spaventevole di tutto sarà “l’opera … singolare” del Signore, il suo “lavoro inaudito”. Singolare e inaudito perché sarà contro il suo proprio popolo che il Signore sorgerà in giudizio. I richiami “al monte Perazim” e alla “valle di Gabaon” si riferiscono a due momenti importanti quando il Signore ha sconfitto i nemici di Israele, i canaanei (Giosué 10) e i filistei (2 Samuele 5). In base a questi ricordi, Giuda si aspetta che il Signore combatterà di nuovo contro i suoi nemici. Ma la cosa inaudita è che il Signore combatterà invece contro Giuda!

28:22-23 Ora non fate gli schernitori, affinché le vostre catene non abbiano a rafforzarsi! Poiché io ho udito, da parte del Signore, Dio degli eserciti, che è deciso uno sterminio completo di tutto il paese. Porgete orecchio e date ascolto alla mia voce! State attenti e ascoltate la mia parola!

Nella Bibbia, fare “gli schernitori” è la cosa più grave, perché significa non solo rifiutare la parola di Dio, ma anche disprezzarla, farsi beffe di essa. Però, nonostante il pessimo comportamento di Giuda finqui, Isaia continua a supplicarlo di dare ascolto al suo messaggio. Finché il profeta parla, c’è tempo per ravvedersi, c’è tempo per scongiurare lo “sterminio completo” che il Signore ha decretato.

28:24-28 L’agricoltore ara sempre per seminare? Rompe ed erpica sempre la sua terra? Quando ne ha appianata la superficie, non vi semina l’aneto, non vi sparge il comino, non vi mette il frumento a solchi, l’orzo nel luogo designato e la spelta entro i limiti ad essa assegnati? Il suo Dio gli insegna la regola da seguire e lo istruisce. L’aneto non si trebbia con la trebbia, né si fa passare sul comino la ruota del carro; ma l’aneto si batte con il bastone e il comino con la verga. Si trebbia il grano, tuttavia non lo si trebbia sempre; vi si fanno passare sopra la ruota del carro e i cavalli, ma non si schiaccia.

Tuttavia, siccome Giuda persiste nel fare lo schernitore, arriverà il momento che Isaia prevede. Come fa l’agricoltore, Dio romperà ed erpicherà la terra di Giuda. Il popolo sarà trebbiato come grano. Il nemico gli passerà sopra con la ruota del carro. Ma, sempre conforme all’analogia dell’agricoltore, lo scopo di Dio non è di rompere, di trebbiare o di schiacciare per sempre. Le azioni “distruttive” dell’agricoltore servono per preparare il terreno alla semina, proprio come Dio fa morire per poter risuscitare a nuova vita. Inoltre, come “l’aneto non si trebbia con la trebbia” ma piuttosto “si batte con il bastone”, così il giudizio che il Signore ha decretato è esattamente ciò che serve per compiere il suo proposito a favore di Giuda. Non serve più di questo, ma non serve neanche di meno.

28:29 Anche questo procede dal Signore degli eserciti; meravigliosi sono i suoi disegni, grande è la sua saggezza.

Per questo, il discorso di Isaia finisce acclamando la saggezza di Dio nell’eseguire i suoi disegni. Le sue vie sono spesso misteriose e inscrutabili, a volte anche scandalose, ma sono tutte sagge. Quando la verità della sua parola trionferà su ogni falsità umana, allora tutti lo vedranno, persino gli schernitori, e dovranno confessare ciò che adesso confessa solo Isaia: “meravigliosi sono i suoi disegni, grande è la sua saggezza”.

3) Il significato attuale di Isaia 28

Questo è il messaggio di Isaia 28 e il suo significato per il popolo di Giuda nell’ottavo secolo a.C. Ma per noi oggi? Che significato, che pertinenza, che applicazione ha per noi che viviamo nell’XXI secolo d.C.? Possiamo scoprire questo significato nel riassumere due temi principali che sono emersi nel nostro studio.

A) La verità di Dio è più forte della falsità dell’uomo

Il primo tema è che la verità di Dio è più forte della falsità dell’uomo. Abbiamo parlato all’inizio della difficoltà di vivere in un mondo di falsità. Dopo essere stati ingannati tante volte, è quasi impossible non diventare diffidenti verso gli altri, e questo può avere un impatto anche sul nostro modo di vedere Dio. Dubitiamo della parola degli altri, e cominciamo a dubitare della parola di Dio. Oppure, anche se continuiamo a dire che crediamo, possiamo cominciare a dubitare dell’efficacia della parola di Dio, perché vediamo che è quasi sempre rifiutata o negata. Siamo inoltre tentati spesso a tacere la nostra testimonianza: o perché non vogliamo affrontare il rifiuto degli altri, o semplicemente perché siamo poco fiduciosi che avrà qualche effetto.

Qui la persona di Isaia è certamente un buon esempio, ma più importante ancora è il contenuto del suo messaggio. Egli insiste sul fatto (perché Dio insiste sul fatto!) che la verità di Dio è più forte della falsità dell’uomo. La parola di Dio è sempre efficace anche quando la menzogna e l’inganno sembrano prevalere. La verità di Dio è la “pietra provata” che reggerà quando ogni altro edificio umano crollerà. In più, lungi dal mettere in dubbio la parola di Dio, il rifiuto, lo scherno e l’incredulità dell’uomo diventano, nelle mani sovrane del Signore, testimoni involontari della sua efficacia. Come dice Paolo in Romani 3:3-4:

Che vuol dire infatti se alcuni sono stati increduli [nei confronti della parola di Dio]? La loro incredulità annullerà la fedeltà di Dio? No di certo! Anzi, sia Dio riconosciuto veritiero e ogni uomo bugiardo, com’è scritto: «Affinché tu sia riconosciuto giusto nelle tue parole e trionfi quando sei giudicato».

Qui Paolo sintetizza bene il nocciolo del discorso. Quando la falsità umana nega la verità di Dio, non fa altro che far risalire ancora di più che Dio, e Dio solo, è veritiero. Come la luce risplende con più brillantezza negli ambienti più tenebrosi, così Dio può essere più chiaramente riconosciuto come l’unica fonte di verità quando ogni uomo è dimostrato bugiardo. Quindi, come Paolo sostiene, Dio trionfa sempre, sia quando è riconosciuto giusto da coloro che si fidano delle sue parole, sia quando è giudicato dalla superbia umana.

Quando ci sentiamo dunque assediati e inondati dalla falsità del mondo che rifiuta di ascoltare la nostra testimonianza, non perdiamo fiducia nella verità di Dio di trionfare, perché come dimostrato in Isaia, essa è sempre più grande e più forte della resistenza che le viene opposta. Non dobbiamo avere vergogna del vangelo che spesso è ignorato o disprezzato perché, come il messaggio di Isaia, sembra “roba da bambini e da scemi”. Riconosciamo che la saggezza del vangelo sta proprio nella sua apparente follia, che la potenza del vangelo sta proprio nella sua apparente debolezza.

B) La parola di Dio (Gesù!) è la pietra angolare della nostra fiducia e il riposo delle nostre anime.

Il secondo tema è legato al primo, e torna al versetto chiave di Isaia 28:

Perciò così parla il Signore, Dio: «Ecco, io ho posto come fondamento in Sion una pietra, una pietra provata, una pietra angolare preziosa, un fondamento solido; chi confiderà in essa non avrà fretta di fuggire.

Se nel contesto di Isaia questo si riferisce alla parola di Dio che rimane ferma ed efficace contro quelli che la scherniscono, nel senso più grande si riferisce alla Parola che è Gesù Cristo. Questo è esattamente ciò che Paolo dice dopo in Romani 9:33 (per non parlare di tanti altri brani nel Nuovo Testamento che applica quest’immagine a Gesù). Gesù è quella pietra che, secondo Salmo 118:22, i costruttori nella loro intelligenza hanno rifiutato ma che Dio ha fatto diventare la pietra angolare. Gesù è la verità di Dio incarnata che ha subito il più grande rifiuto da parte dell’umanità quando lui è stato crocifisso. Ma come la più grande conferma del potere invincibile della sua parola, Dio lo ha risuscitato dai morti, dimostrando una volta per sempre la sua verità trionferà sempre sulla falsità umana.

Se dunque noi confidiamo in questa pietra, se ne facciamo la pietra angolare della nostra vita, non saremo mai delusi. Non avremo, come dice letteralmente Isaia 28:16, “fretta”, perché troveremo invece riposo nell’essere fondati su questo fondamento. Non correremo sempre di qua e di la, sempre sforzandosi, sempre lavorando, sempre facendo freneticamente senza mai fermarci, convinti che se non ci pensiamo noi, tutto andrà a pezzi. Il segno di quelli che hanno costruito la loro vita su Gesù come pietra angolare è la possibilità — la libertà — di lasciar andare, di non fare, di stare sereni e nella calma perché sappiamo che possiamo fidarci del Signore di salvarci, di prendersi cura di noi, di provvedere a ogni nostro bisogno. Certo, abbiamo tutti doveri e responsabilità irrinunciabili. Ma questi doveri e responsabilità non dovrebbero diventare causa di preoccupazione o ansia come se, se dovessimo venir meno a essi, Dio non sarebbe in grado di comunque provvedere a tutto quello che serve. C’è in realtà una sola cosa necessaria e irrinunciabile:

Fermatevi», dice, «e riconoscete che io sono Dio. (Salmo 46:10)

Che Dio ci conceda la grazia di far tesoro di questa sua parola e di metterla in pratica. Amen.

Genesi 1:1-5 Nel Principio Dio

1) Dio Creò (Genesi 1:1-2)

1 Nel principio Dio creò i cieli e la terra. La terra era informe e vuota, le tenebre coprivano la faccia dell’abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque.

La Bibbia inizia, in Genesi 1:1, con le famose parole: “Nel principio Dio creò i cieli e la terra”. L’enormità del significato di questa sola frase è uguale alle dimensioni dell’universo che essa descrive. Se comprendiamo questo, anche solo in modo parziale, ci cambierà radicalmente la vita. È dunque necessario riflettere bene su questo, meditando attentamente su ogni singola parola.

Nel principio, Dio creò i cieli e la terra.

Nel principio, Dio creò.

Nel principio, Dio.

È interessante notare che la Bibbia non comincia dal punto di vista umano o con un tentativo di provare l’esistenza di Dio quando la maggior parte delle persone pensa di sé come il presupposto dell’esistenza e della ragione. L’influente filosofo francese Renato Cartesio lo disse così: “Penso, quindi sono”. In altre parole, non posso essere veramente certo di niente se non la mia esistenza. Parto sempre dal fatto che io esisto, e valuto tutto in quanto riesco a capirlo rispetto alle mie esperienze. Se credo in Dio, è perché ho giudicato le prove della sua esistenza convincenti. Se non ci credo, forse è perché non credo in ciò che non posso toccare, vedere o sentire. Se cerco Dio, è perché ne sento il bisogno. Se non lo cerco, è perché penso di farcela senza di lui. In ogni caso — credente o non credente, praticante o non praticante — sono sempre io al centro della questione. La questione dell’esistenza di Dio, la questione del suo ruolo nella mia vita, tutto viene determinato in base alla mia capacità di indagare, ragionare, e giudicare.

La Bibbia, al contrario, inizia nel modo opposto. Non offre prove o ragioni per dimostrare l’esistenza di Dio. Non cerca di rendere pertinente la questione alla nostra vita. Dichiara in modo semplice e schietto: “Nel principio, Dio”. Così dovrebbe essere anche il nostro modo di pensare e di fare. Non “nel principio io” ma “nel principio Dio”. Questo deve essere il nostro presupposto di vita, il nostro punto di partenza. L’esistenza di Dio dovrebbe essere per noi più certa del fatto che noi esistiamo. Il nostro approccio non dovrebbe essere “penso, quindi sono” ma “Dio, quindi sono”. L’esistenza di Dio è l’unico, vero, inalterabile, innegabile fatto della realtà. “Nel principio, Dio” e nient’altro. Inoltre, “nel principio Dio creò” significa che, come l’universo, i cieli e la terra, devono tutta la loro esistenza solo a questo, così anche noi. L’apostolo Giovanni, commentando e ampliando Genesi 1 alla luce della venuta della Parola di Dio, Gesù Cristo, spiega:

Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei, e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. (Giovanni 1:1-3)

Negare, dunque, l’esistenza di Dio è la forma di irrazionalità più assurda, perché nega la fonte e l’origine di tutto quello che esiste all’infuori di Dio. Sarebbe simile se un figlio negasse di aver avuto una madre, o se un libro negasse di aver avuto un autore, o se un edificio negasse di aver avuto un architetto. Di conseguenza, partire non dal “nel principio Dio” ma dal “nel principio io” scompiglierà e rovinerà tutto quello che segue.

Ecco perché Salmo 14:1 dichiara senza equivoci: “Lo stolto ha detto nel cuor suo: ‘Non c’è Dio'”. E cosa ne risulta? I versetti successivi (2-3) lo precisano:

Sono corrotti, fanno cose abominevoli; non c’è nessuno che faccia il bene. Il Signore ha guardato dal cielo i figli degli uomini, per vedere se vi è una persona intelligente, che ricerchi Dio. Tutti si sono sviati, tutti sono corrotti, non c’è nessuno che faccia il bene, neppure uno.

“Nel principio Dio” è, secondo Genesi 1:1, la bussola senza la quale navigare questo mondo e questa vita è impossibile. Avere la bussola rotta ci porterà lontano da dove vogliamo e dobbiamo andare.

2) Dio Disse (Genesi 1:3)

Dio disse: «Sia luce!» E luce fu.

Poi nel v.3 di Genesi 1, troviamo un altro dato di fatto che sempre precede e fonda la nostra esistenza e la nostra esperienza: “Dio disse”. Questo Dio che era nel principio, che è egli stesso il principio, non è un dio zitto e muto. Dio è il Dio che dice, che parla, che comunica. E quando parla, chiama all’esistenza le cose che non sono. “Dio disse: “Sia luce!” E luce fu.” Nel principio, Dio non parlò a un altro che esisteva già insieme a lui. Dio parlò alla luce e le diede un comando prima che la luce fosse, ma fu la sua parola stessa, rivolta alla luce inesistente, che portò la luce all’esistenza. Vale a dire, la parola di Dio è efficace; compie la volontà di chi la pronuncia. Così afferma il Signore in Isaia 55:10-11:

Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver annaffiato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, affinché dia seme al seminatore e pane da mangiare, così è della mia parola, uscita dalla mia bocca: essa non torna a me a vuoto, senza aver compiuto ciò che io voglio e condotto a buon fine ciò per cui l’ho mandata.

Così afferma il Signore anche in Geremia 1:12:

Io vigilo sulla mia parola per mandarla a effetto.

E ancora una volta in Giovanni 1, v.5:

La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta.

Se le tenebre mai provassero a resistere alla parola di Dio che chiama la luce dal nulla, non riuscirebbero a contrastarla. “Dio disse: ‘Sia luce'”, e le tenebre non potevano sopraffare il potere del comando divino, ma dovevano arrendersi davanti a esso e cedere spazio all’arrivo della luce.

Questo concetto della parola e del parlare di Dio deve affiancarsi a quello dell’esistenza di Dio: nel principio Dio creò, e nel principio Dio disse. Di nuovo, la Bibbia qui all’inizio non cerca di provare che la parola di Dio è veritiera ed efficace; fa vedere semplicemente che lo è. Non chiede neanche se la parola di Dio sia attinente o importante alla nostra vita, perché “essa era nel principio con Dio” (Giovanni 1:2). Ovvero, la domanda da fare, quella con cui la Bibbia inizia, non è: “È la parola di Dio pertinente alla vita umana?” ma piuttosto: “È la vita umana pertinente alla parola di Dio?” Il principio dell’universo, il fondamento della realtà, il dato di fatto inalterabile prima di ogni nostro pensare, sperimentare e fare è la parola di Dio, come diventa chiaro alla fine di Genesi 1:

26 Poi Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza, e abbiano dominio sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». 27 Dio creò l’uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina. 28 Dio li benedisse; e Dio disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra, rendetevela soggetta, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sopra ogni animale che si muove sulla terra».

Secondo questo, non sono la ragione e l’esperienza umane che convalidano la parola di Dio, ma è la parola di Dio che le crea e costituisce. La parola di Dio, essendo “nel principio con Dio”, non è soggetta al giudizio umano né deriva la sua attendibilità dalla nostra valutazione. È la parola di Dio che è il nostro giudice, la parola di Dio che valuta la nostra fedeltà o meno. Ciò che succede quando si nega “nel principio, Dio” succede anche quando si nega “nel principio Dio disse”. In Genesi 3:2, sarà proprio questa la tentazione del serpente che farà cadere Adamo ed Eva nel peccato, nel decadimento, e infine nella morte:

«Come! Dio vi ha detto di non mangiare da nessun albero del giardino?»

Il messaggio qui è evidente: non dobbiamo mai pensare di poter chiamare in giudizio la parola di Dio; dobbiamo solo dare ascolto, sottometterci e ubbidire a essa. Come fu per l’universo così continua a essere per noi tutti i giorni della nostra vita: nel principio Dio disse. Ecco il motivo per la beatitudine nel Salmo 1 di chi:

…il cui diletto è nella legge del Signore e su quella legge medita giorno e notte. Egli sarà come un albero piantato vicino a ruscelli, il quale dà il suo frutto nella sua stagione e il cui fogliame non appassisce; e tutto quello che fa prospererà. (vv.2-3)

Così in Deuteronomio 32:46-47 il Signore comanda al suo popolo per bocca di Mosè:

Prendete a cuore tutte le parole che oggi pronuncio solennemente davanti a voi. Le prescriverete ai vostri figli, affinché abbiano cura di mettere in pratica tutte le parole di questa legge. Poiché questa non è una parola senza valore per voi: anzi, è la vostra vita.

3) Dio Separò (Genesi 1:4-5)

Dio vide che la luce era buona; e Dio separò la luce dalle tenebre. Dio chiamò la luce «giorno» e le tenebre «notte». Fu sera, poi fu mattina: primo giorno.

C’è ancora un terzo elemento che dobbiamo considerare. Dopo aver creato la luce, il testo di Genesi 1 prosegue dicendo che “Dio vide che la luce era buona; e Dio separò la luce dalle tenebre”. Questo “separare” la luce dalle tenebre fu e rimane indispensabile. Se Dio non avesse separato la luce dalle tenebre, se non avesse chiamato la luce “giorno” e le tenebre “notte”, non avrebbe potuto garantire che le tenebre non avrebbero sopraffato, o almeno confuso, la luce. Questa separazione protegge la luce dalle tenebre, e assicura che le tenebre abbiano sempre un limite oltre il quale non riescono a passare. Questa separazione è la promessa che, nonostante sia la notte, il giorno sicuramente spunterà. Notiamo infatti l’ordine dei giorni in Genesi 1: “Fu sera, poi fu mattina: primo giorno”. Non “fu mattina, poi fu sera”, come se la luce venisse sopraffata dalle tenebre, ma “fu sera, poi fu mattina” per dire: “è la luce che sempre vincerà!” E questo trionfo grazie alla separazione che Dio creò tra la luce e le tenebre, tra il giorno e la notte.

Lo stesso punto è ripetuto nella narrazione dei due giorni successivi nei vv.6-13:

Poi Dio disse: «Vi sia una distesa tra le acque, che separi le acque dalle acque». Dio fece la distesa e separò le acque che erano sotto la distesa dalle acque che erano sopra la distesa. E così fu. Dio chiamò la distesa «cielo». Fu sera, poi fu mattina: secondo giorno.

Poi Dio disse: «Le acque che sono sotto il cielo siano raccolte in un unico luogo e appaia l’asciutto». E così fu. 10 Dio chiamò l’asciutto «terra», e chiamò la raccolta delle acque «mari». Dio vide che questo era buono. 11 Poi Dio disse: «Produca la terra della vegetazione, delle erbe che facciano seme e degli alberi fruttiferi che, secondo la loro specie, portino del frutto avente in sé la propria semenza, sulla terra». E così fu. 12 La terra produsse della vegetazione, delle erbe che facevano seme secondo la loro specie e degli alberi che portavano del frutto avente in sé la propria semenza, secondo la loro specie. Dio vide che questo era buono. 13 Fu sera, poi fu mattina: terzo giorno.

In questi versetti, troviamo la stessa enfasi sulla separazione che Dio effettua tra i vari elementi nella creazione. Nel v.6, Dio crea una distesa (sempre tramite la sua parola!) per separare le acque. Poi nel v.9, Dio ordina alle acque di essere “raccolte in un unico luogo” affinché possa apparire “l’asciutto”. Anche se il testo non usa la parola “separare”, l’idea è sempre quella. Dio separa le acque dalla terra asciutta per permettere alla terra, come prosegue nei vv.11-12, di produrre “della vegetazione, delle erbe … e degli alberi” per portare frutto. Di nuovo vediamo come la separazione che Dio stabilisce tra le acque e l’asciutto è indispensabile alla vita. Se, come dice nel v.2, c’è solo l’acqua sulla superficie, la terra sarà solo “informe e vuota”, incapace di ospitare la vita. Come il limite che Dio impone alle tenebre garantisce che la luce non ne sarà sopraffatta, così anche il limite che Dio impone alle acque garantisce che l’asciutto non sparirà e la vita potrà prosperare. Questo, ovviamente, anticipa il giudizio del diluvio nel cap.7 quando Dio permette che le acque tornino a ricoprire l’asciutto, e di conseguenza ogni essere vivente sull’asciutto muore.

Ecco quindi la necessità del comando di Dio che separa, che limita, che dice anche di no. Il comando, o possiamo anche dire la legge di Dio, è quella che stabilisce l’ordine, che previene il caos, e che crea le condizioni occorrenti alla vita. Senza il comando di Dio, la terra sarebbe informe e vuota, la vita sparirebbe, e la luce sarebbe sopraffatta dalle tenebre. E come l’esistenza e la parola di Dio così anche il comando di Dio: è nel principio. Esso è il presupposto della nostra esistenza, della nostra felicità, e della nostra pace. Abbiamo queste cose solo nella misura in cui ubbidiamo a quello che Dio comanda. Dio dunque parlava seriamente quando nel 2:16-17:

…ordinò all’uomo: «Mangia pure da ogni albero del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai».

Questo, secondo Genesi 1, è il terzo dato di fatto inalterabile e imprescindibile della nostra esistenza. Possiamo provare a ignorarlo, a negarlo, o a contrastarlo, ma l’unico risultato sarà sempre lo stesso: la morte.

4) Il Nuovo Principio

Questo, infatti, è la condizione del mondo in cui viviamo. Il mondo non è come descritto in Genesi 1, in cui le tenebre e le acque — sia quelle letterali sia quelle metaforiche — ubbidiscono sempre alla parola di Dio. A volte la mattina non spunta dopo la notte e la luce sembra avvolta dalle tenebre. A volte le acque non rimangono nel posto assegnato loro ma straripano e inondano e distruggono. Il mondo in cui viviamo appare più “informe e vuoto” che ordinato e prospero. Questo è perché viviamo nel mondo del Genesi 3, il mondo in cui abbiamo messo noi stessi “nel principio” al posto di Dio, in cui abbiamo rifiutato la sua parola e ci siamo ribellati alla sua legge. E ne stiamo pagando le conseguenze. Per tornare al Salmo 14:

Sono corrotti, fanno cose abominevoli; non c’è nessuno che faccia il bene. Il Signore ha guardato dal cielo i figli degli uomini, per vedere se vi è una persona intelligente, che ricerchi Dio. Tutti si sono sviati, tutti sono corrotti, non c’è nessuno che faccia il bene, neppure uno.

Ecco perché nel suo vangelo, Giovanni non si limita a commentare Genesi 1; va oltre la prima creazione per parlare di una nuova:

La vera luce che illumina ogni uomo stava venendo nel mondo. 10 Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l’ha conosciuto. 11 È venuto in casa sua, e i suoi non l’hanno ricevuto; 12 ma a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio, a quelli cioè che credono nel suo nome, 13 i quali non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma sono nati da Dio.

14 E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre. 15 Giovanni gli ha reso testimonianza, esclamando: «Era di lui che io dicevo: “Colui che viene dopo di me mi ha preceduto, perché era prima di me. 16 Infatti dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia”». 17 Poiché la legge è stata data per mezzo di Mosè; la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo. (Giovanni 1:9-17)

Qui vediamo che il Dio Creatore che era nel principio è venuto poi nella sua creazione, divenendo parte di essa in forma umana, per ricreare ciò che si era corrotto e per darci un nuovo principio. Vediamo come la Parola di Dio, il Figlio di Dio stesso, è sceso dal cielo come la pioggia e la neve (per usare il linguaggio di Isaia 55) e non ci è tornato a vuoto, senza aver compiuto ciò per cui era stato mandato. La stessa Parola che era nel principio con Dio per mezzo della quale ogni cosa è stata fatta, questa Parola ha parlato di nuovo in mezzo alle tenebre del peccato e della morte e ha fatto risplendere la luce della vita eterna che non sarà mai sopraffatta. E vediamo che laddove la legge è risultata inefficace a salvare — in questo caso la legge “data per mezzo di Mosè” — “la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo” per togliere il peccato del mondo. Anche se il peccato e la morte abbondano in questo mondo, la grazia che abbiamo ricevuto in Cristo sovrabbonda ancora di più. Infatti è dalla pienezza di Dio in Cristo che abbiamo ricevuto la grazia della salvezza, e per questo abbiamo ricevuto, e riceviamo ancora, grazia su grazia su grazia su grazia su grazia.

Questo è il compimento del messaggio di Genesi 1, e in Cristo abbiamo il privilegio di beneficiarne. Rallegriamoci dunque! Fidiamoci sempre di più del Dio che era nel principio, perché è lui che in Cristo ci ha fatto rinascere a un nuovo principio nella speranza certa che un giorno tutta la creazione sarà fatta nuova, e potremmo allora goderci il mondo di pace, di giustizia e di amore che Dio ha promesso di realizzare. Amen.

1 Tessalonicesi: L’Azione della Parola di Dio

1) La Parola Con Potenza (1:1-10)

1:1 Paolo, Silvano e Timoteo alla chiesa dei Tessalonicesi che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: grazia a voi e pace [da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo]. 2 Noi ringraziamo sempre Dio per voi tutti, nominandovi nelle nostre preghiere, ricordandoci continuamente, davanti al nostro Dio e Padre, dell’opera della vostra fede, delle fatiche del vostro amore e della costanza della vostra speranza nel nostro Signore Gesù Cristo. Conosciamo, fratelli amati da Dio, la vostra elezione. Infatti il nostro vangelo non vi è stato annunciato soltanto con parole, ma anche con potenza, con lo Spirito Santo e con piena convinzione; infatti sapete come ci siamo comportati fra voi, per il vostro bene. Voi siete divenuti imitatori nostri e del Signore, avendo ricevuto la parola in mezzo a molte sofferenze, con la gioia che dà lo Spirito Santo, tanto da diventare un esempio per tutti i credenti della Macedonia e dell’Acaia. Infatti da voi la parola del Signore ha echeggiato non soltanto nella Macedonia e nell’Acaia, ma anzi la fama della fede che avete in Dio si è sparsa in ogni luogo, di modo che non abbiamo bisogno di parlarne; perché essi stessi raccontano quale sia stata la nostra venuta fra voi, e come vi siete convertiti dagli idoli a Dio per servire il Dio vivente e vero, 10 e per aspettare dai cieli il Figlio suo che egli ha risuscitato dai morti, cioè Gesù, che ci libera dall’ira imminente.

Fondamentale alla nostra fede è la Bibbia, l’unica testimonianza autorevole alla rivelazione di Dio all’umanità. La Bibbia, come sappiamo, è un libro, la parola di Dio scritta in parole umane. Questo fatto merita un po’ di riflessione. Perché questa testimonianza prende la forma di un libro? Perché Dio ha fatto sì che la sua parola fosse trasmessa a noi in questa modalità? O più basilare ancora: perché Dio si è rivelato a noi tramite la parola e non, per esempio, tramite una visione? La prima lettera di Paolo ai Tessalonicesi ci dà un’ottima opportunità per riflettere su questo tema, cioè, la centralità della parola alla nostra fede. I cristiani sono prima di tutto “un popolo del libro” perché, come Paolo afferma in 2 Timoteo 3:16-17:

16 Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, 17 perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona.

Solo della Scrittura è dichiarato questo, che è “ispirata da Dio”, e la Scrittura da sola è sufficiente affinché siamo completi e ben preparati per ogni opera buona.

La lettera di 1 Tessalonicesi, scritta da Paolo a una chiesa che aveva fondato nella città di Tessalonica (che esiste ancora oggi) in Grecia, non è un trattato specifico su quest’argomento, ma è pieno di riferimenti a esso. Quando Paolo lasciò la chiesa per fondarne altre altrove, essa era una comunità matura nella fede, ma dopo un po’ i suoi membri si resero conto di aver ancora bisogno del suo aiuto in certe questioni. Paolo, trovandosi lontano da Tessalonica, non poteva essere lì personalmente, e quindi gli scrisse questa lettera, sapendo che essa era in grado di supplire alla sua assenza nei confronti dei credenti tessalonicesi. In questo, vediamo la certezza che Paolo aveva nella parola scritta come strumento efficace dell’opera di Dio nella chiesa. Come spiega chiaramente nel 2:13:

2:13 Per questa ragione anche noi ringraziamo sempre Dio: perché quando riceveste da noi la parola della predicazione di Dio, voi l’accettaste non come parola di uomini, ma, quale essa è veramente, come parola di Dio, la quale opera efficacemente in voi che credete.

Per Paolo, la parola del vangelo, sia annunciata che scritta, “opera efficacemente” in noi che crediamo perché essa, pur provenendo da uomini come Paolo, non è solo la parola dell’uomo ma è veramente la parola di Dio. È questa certezza che vogliamo, e che dobbiamo, avere anche noi, perché se non siamo convinti dell’efficacia della Bibbia, avremo poca motivazione per darle retta. Se invece condividiamo la convinzione di Paolo, saremo sempre più spronati a leggerla, a studiarla, e a metterla in pratica.

La difficoltà che affrontiamo, però, è che viviamo in una cultura che sottovaluta la parola. Spesso si distingue tra “parole” e “fatti”, come se parole contassero meno dei fatti. Per quanto riguarda la parola scritta, è noto che in genere gli italiani non sono grandi lettori di libri. Più ancora, (e soprattutto quando si parla della Bibbia), la parola scritta è spesso considerata complessa, ambigua e difficile da capirsi. La Bibbia in particolare è un libro ritenuto inaccessibile alla persona normale, o anche poco attendibile perché deve essere interpretato. Quante volte ho sentito qualcuno ribattere: “Ma è solo la tua interpretazione!”, come se questo minasse l’autorevolezza delle Scritture! Ma tutto questo è sintomatico della poca fiducia che molti hanno nella parola scritta, e specialmente nella Bibbia, come mezzo efficace di comunicazione. Noi siamo purtroppo condizionati da questa mentalità, e influisce molto sul rapporto che abbiamo con il testo sacro.

Per questo motivo, è importante che riflettiamo bene su come la Bibbia stessa considera il tema della parola, e non possiamo fare meglio che studiarlo in 1 Tessalonicesi. Paolo comincia questa lettera ricordando ai tessalonicesi il vangelo che gli aveva annunciato “non soltanto con parole, ma anche con potenza, con lo Spirito Santo e con piena convinzione” (1:5). Indipendentemente da quello che possiamo pensare di altre parole, la parola del vangelo, Paolo insiste, è potentemente efficace quando viene annunciata perché è accompagnata dallo Spirito Santo che convince chi ascolta della sua verità. Così la parola del vangelo si distingue da altre parole umane nel senso che realizza lo scopo per cui viene comunicata. Il vangelo non è una parola che, come altre parole umane, può essere semplicemente ignorata. Non è una promessa che, come altre promesse umane viene meno. Ottiene l’ascolto quando viene dichiarato, e garantisce il compimento di ciò che prevede. Rimaniamo spesso delusi o ingannati dalle parole che altri dicono, ma questo non succede mai quando la parola del vangelo è trasmessa, perché lo Spirito Santo ne assicura l’efficacia.

Paolo ricorda inoltre ai tessalonicesi che la loro esperienza è testimone di tutto ciò. Sanno che quando il vangelo è stato da Paolo annunciato, la sua potenza si è dimostrata nel fatto che essi sono di conseguenza “divenuti imitatori … del Signore” (1:6). I tessalonicesi hanno “ricevuto la parola in mezzo a molte sofferenze” (1:6), e si sono “convertiti dagli idoli a Dio per servire il Dio vivente e vero” (1:9). Questa conversione — dalle tenebre alla luce, dalla falsità alla verità, dalla morte alla vita, dagli idoli a Gesù — era dovuta non all’eloquenza della predicazione di Paolo ma solo alla potenza della parola annunciata.

Nel 2:3-7, infatti, Paolo respinge esplicitamente ogni tentativo di far accettare il vangelo con strategie o trucchi umani:

3 Perché la nostra predicazione non proviene da finzione, né da motivi impuri, né è fatta con inganno; ma, come siamo stati approvati da Dio che ci ha stimati tali da poterci affidare il vangelo, parliamo in modo da piacere non agli uomini, ma a Dio che prova i nostri cuori. Difatti, non abbiamo mai usato un parlare lusinghevole, come ben sapete, né pretesti ispirati da cupidigia; Dio ne è testimone. E non abbiamo cercato gloria dagli uomini, né da voi, né da altri, sebbene, come apostoli di Cristo, avremmo potuto far valere la nostra autorità; invece, siamo stati mansueti in mezzo a voi, come una nutrice che cura teneramente i suoi bambini.

Paolo non spacciava il vangelo come un venditore di auto. Annunciava il vangelo con sincerità e semplicità, e le vite trasformate come risultato erano la prova dell’efficacia della parola stessa. Tale era la fiducia di Paolo nella potenza della parola che era capace di capovolgere il mondo con un mero sussurro. Il vangelo, in quanto parola di Dio, non è da separare dai “fatti” che sono più concreti. Per Paolo, la parola di Dio è il suo atto. Dio agisce parlando. E quando diamo ascolto alla parola di Dio, permettiamo allo Spirito Santo di entrare nelle nostre vite e di renderci conformi all’immagine di Gesù.

2) La Parola In Azione

A) Insegnare/Istruire (4:2-6, 13-17)

Il resto della lettera di 1 Tessalonicesi si legge quasi come un catalogo delle varie azioni che Dio intraprende nei nostri confronti quando apriamo le nostre orecchie alla sua parola. Consideriamo adesso le diverse opere che Dio compie in noi tramite la sua parola. Ne abbiamo già vista una: tramite la parola del vangelo, Dio ci libera dagli idoli che ci schiavizzano e ci converte a se stesso, l’unico vero Dio, affinché lo serviamo in gioia e in libertà. Ma c’è molto ancora. Attraverso la sua parola Dio ci istruisce e ci insegna la verità che ci rende saldi nella fede e capaci di discernere l’errore. Nel capitolo 4 troviamo due chiari esempi di questo. Nei vv.2-6 leggiamo:

4:Infatti sapete quali istruzioni vi abbiamo date nel nome del Signore Gesù. Perché questa è la volontà di Dio: che vi santifichiate, che vi asteniate dalla fornicazione, che ciascuno di voi sappia possedere il proprio corpo in santità e onore, senza abbandonarsi a passioni disordinate come fanno gli stranieri che non conoscono Dio; che nessuno opprima il fratello né lo sfrutti negli affari; perché il Signore è un vendicatore in tutte queste cose, come già vi abbiamo detto e dichiarato prima.

Qui vediamo come la parola di Dio ci insegna qual è la volontà di Dio per noi, la nostra santificazione. I tessalonicesi, una volta convertiti dagli idoli a servire l’unico vero Dio, dovevano poi imparare a “possedere il proprio corpo in santità e onore”. Questo non era né facile né automatico, perché erano circondati da persone che “non conoscevano” Dio e per cui “abbandonarsi a passioni disordinate” era del tutto normale. Loro invece dovevano vivere in modo totalmente controcorrente, e quindi dovevano essere istruiti in tutta la volontà di Dio per loro. Così anche noi che viviamo in una società che non conosce Dio e che reputa normali stili di vita contrari alla sua volontà, abbiamo altrettanto bisogno di essere istruiti in modo conforme alla santità. Come avviene questo? Qual è la scuola in cui siamo ammaestrati in tutta la volontà di Dio? È la parola di Dio scritta: “Infatti sapete quali istruzioni vi abbiamo date nel nome del Signore Gesù” (4:2).

Poi nei vv.13-17 del capitolo 4, troviamo un altro tipo di insegnamento importante:

4:13 Fratelli, non vogliamo che siate nell’ignoranza riguardo a quelli che dormono, affinché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. 14 Infatti, se crediamo che Gesù morì e risuscitò, crediamo pure che Dio, per mezzo di Gesù, ricondurrà con lui quelli che si sono addormentati. 15 Poiché questo vi diciamo mediante la parola del Signore: che noi viventi, i quali saremo rimasti fino alla venuta del Signore, non precederemo quelli che si sono addormentati; 16 perché il Signore stesso, con un ordine, con voce d’arcangelo e con la tromba di Dio, scenderà dal cielo, e prima risusciteranno i morti in Cristo; 17 poi noi viventi, che saremo rimasti, verremo rapiti insieme con loro, sulle nuvole, a incontrare il Signore nell’aria; e così saremo sempre con il Signore.

Qui vediamo come l’insegnamento della parola di Dio serve per liberarci dall’ignoranza. Evidentemente, i tessalonicesi erano ignoranti “riguardo a quelli che dormono” (cioè i morti) e di conseguenza erano “tristi come gli altri che non hanno speranza” (v.13). Per questo motivo Paolo gli insegna il ritorno di Gesù e la risurrezione. Sappiamo, Paolo dice, che la morte non è l’ultima parola per i credenti. Sono morti, sì, e forse moriremo anche noi se Gesù non torna prima, ma il fatto è che Gesù tornerà, e quando tornerà i morti risusciteranno e saranno riuniti con quelli che sono ancora vivi. Per i credenti è la vita, non la morte, che trionferà, e siamo certi che un giorno saremo tutti insieme nella presenza del Signore per sempre, senza paura, senza angoscia, e senza lacrime. Se non siamo ignoranti ma convinti di questo, non saremo tristi di fronte alla morte “come gli altri che non hanno speranza”. Saremo tristi, certo, ma la nostra tristezza sarà sempre temperata dalla speranza, e piangeremo sapendo che un giorno non piangeremo mai più. Questo è lo scopo dell’insegnamento della parola di Dio, ed è il motivo per cui Paolo, insieme agli altri autori ispirati, ci hanno regalato il tesoro delle sacre Scritture che ci liberano dall’ignoranza e ci riempiono di speranza.

B) Consolare (4:18; 5:9-11)

La seconda azione, legata alla prima, che Dio compie in noi tramite la sua parola è la consolazione. Dopo aver insegnato il ritorno di Cristo, Paolo conclude nel v.18:

4:18 Consolatevi dunque gli uni gli altri con queste parole.

Nello stesso modo, nei vv.9-11 del capitolo 5, Paolo ricorda che, nonostante il male che ci assalisce e il mondo che peggiora sempre di più, il nostro destino non è ira e distruzione ma salvezza e vita eterna che sarà nel giorno in cui Gesù si rivelerà dal cielo.

5:9 Dio infatti non ci ha destinati a ira, ma ad ottenere salvezza per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo, 10 il quale è morto per noi affinché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui. 11 Perciò, consolatevi a vicenda ed edificatevi gli uni gli altri, come d’altronde già fate.

È Dio che ci ha destinati alla salvezza, e sarà lui a portarla a compimento. Inoltre, anche prima del ritorno di Cristo, anche se lo vediamo, e persino in mezzo alla valle dell’ombra della morte, noi “viviamo insieme con” Gesù. Bramiamo il giorno quando la nostra fede cambierà in visione e lo vedremo faccia a faccia, ma nel frattempo noi godiamo di una comunione con lui che nessun dolore o difficoltà ci può togliere. Certo, tendiamo a dimenticare questo, specie quando siamo sopraffatti dalle prove della vita. Se non ci rivolgiamo alla parola, ci priviamo del più grande conforto che abbiamo. Ma quando diamo di nuovo ascolto alla parola di Dio, egli ci ricorda delle sue promesse infallibili, e troviamo una grande consolazione per le nostre anime.

C) Preannunciare/Preparare (3:1-4)

Mediante la sua parola, quindi, Dio ci salva, ci istruisce, ci conforta, ma vediamo anche che ci prepara per renderci saldi in anticipo delle varie difficoltà che possiamo attraverso nella vita.

3:1 Perciò, non potendo più resistere, preferimmo restare soli ad Atene; e mandammo Timoteo, nostro fratello e collaboratore di Dio nel vangelo di Cristo, per confermarvi e confortarvi nella vostra fede, affinché nessuno fosse scosso in mezzo a queste tribolazioni; infatti voi stessi sapete che a questo siamo destinati. Perché anche quando eravamo tra di voi, vi preannunciavamo che avremmo dovuto soffrire, come poi è avvenuto, e voi lo sapete.

Come Paolo fece nei confronti dei tessalonicesi, mandando a loro Timoteo “affinché nessuno fosse scosso in mezzo a queste tribolazioni”, così Dio fa attraverso le Scritture. Esse ci preannunciano che dovremo soffrire in modo che non saremo presi alla sprovvista quando capita. Nel capitolo 5, vv.4-8, la parola ci dice questo esplicitamente usando la metafora del “giorno” e della “notte”:

5:4 Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno abbia a sorprendervi come un ladro; perché voi tutti siete figli di luce e figli del giorno; noi non siamo della notte né delle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma vegliamo e siamo sobri; poiché quelli che dormono, dormono di notte, e quelli che si ubriacano, lo fanno di notte. Ma noi, che siamo del giorno, siamo sobri, avendo rivestito la corazza della fede e dell’amore e preso per elmo la speranza della salvezza.

I credenti, ammaestrati dalla parola, sanno cosa aspettarsi nel mondo, e non rimangono sorpresi quando “come un ladro” vengono le tribolazioni e le angosce. Non rimangono stupiti che il peccato umano sfocia in razzismo e omicidio, come è successo recentemente con la morte di George Floyd negli Stati Uniti. Non rimangono sorpresi neanche quando il mondo intero viene colpito da una pandemia come il COVID-19, perché la parola ha già preannunciato tutto ciò. Come “figli della luce” e “figli del giorno”, i credenti vegliano, sono sobri, e sanno discernere i segni della fine e del ritorno di Cristo. Mentre quelli del mondo “si ubriacano” e “dormono” così che l’arrivo del “ladro” li sconvolge, quelli che si sono rivestiti dell’armatura di Dio sono preparati a tutto, e sanno reagire nel modo giusto. Sono così non grazie alla loro intelligenza o capacità, ma perché tramite la sua parola Dio li ha preparati e li ha fortificati per poter stare forti e fermi in mezzo alla tempesta.

D) Esortare/Ammonire (2:10-12; 4:1, 9-12; 5:14-18)

A volte, però, abbiamo bisogno di essere esortati, ammoniti, e rimproverati. Così Dio fa anche questo nella sua parola. Per esempio, alla fine della lettera, nel 5:14-18, Paolo scrive:

5:14 Vi esortiamo, fratelli, ad ammonire i disordinati, a confortare gli scoraggiati, a sostenere i deboli, a essere pazienti con tutti. 15 Guardate che nessuno renda ad alcuno male per male; anzi cercate sempre il bene gli uni degli altri e quello di tutti. 16 Siate sempre gioiosi; 17 non cessate mai di pregare; 18 in ogni cosa rendete grazie, perché questa è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi.

A volte, quello che ci serve è un rimprovero paterno perché non stiamo facendo ciò che dovremmo fare. Se cadiamo nel peccato, se non dimostriamo l’amore e il perdono di Cristo rendendo invece male per male, se cessiamo di pregare, e non rendiamo grazie in ogni cosa ma piuttosto ci lamentiamo di tutto, abbiamo bisogno della correzione e della disciplina del nostro Padre celeste. E una volta disciplinati, dobbiamo essere incoraggiati a riprendere la giusta via e perseverare in essa. Anche questo Dio fa per mezzo della sua parola. Certo, la disciplina del Signore non è piacevole. A nessuno piace essere rimproverato o corretto, perché il nostro orgoglio vuole che abbiamo sempre ragione. Ma per quanto difficile e doloroso, anche la disciplina è un’opera necessaria che Dio compie nei nostri confronti. Se diamo costante ascolto alla sua parola, spesso possiamo evitare le drastiche misure che a volte Dio deve prendere per farci tornare a lui, perché sarà più difficile che ci allontaniamo da lui o che dimentichiamo le sue esortazioni. Quindi, vediamo per l’ennesima volta l’importanza di meditare sempre sulla parola di Dio, affinché lui possa correggerci prima che lasciamo la retta via

E) Benedire (3:12-13; 5:23-25)

L’ultima azione (almeno per quanto riguarda questo studio) che Dio compie in noi tramite la sua parola è la benedizione. La benedizione può assumere la forma di una preghiera, può essere pronunciata da qualcuno come Paolo, ma quando la leggiamo nelle Scritture possiamo essere certi che costituisce il desiderio di Dio per noi. Nella Bibbia, la benedizione è quella che Dio promette di adempiere nei nostri confronti, anche quando abbiamo poca fiducia che egli è in grado di farlo. Due passaggi in 1 Tessalonicesi sono particolarmente pertinenti al riguardo: 3:12-13 e 5:23-25:

3:12 e quanto a voi, il Signore vi faccia crescere e abbondare in amore gli uni verso gli altri e verso tutti, come anche noi abbondiamo verso di voi, 13 per rendere i vostri cuori saldi, irreprensibili in santità davanti a Dio nostro Padre, quando il nostro Signore Gesù [Cristo] verrà con tutti i suoi santi.

5:23 Or il Dio della pace vi santifichi egli stesso completamente; e l’intero essere vostro, lo spirito, l’anima e il corpo, sia conservato irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. 24 Fedele è colui che vi chiama, ed egli farà anche questo. 25 Fratelli, pregate per noi.

Sappiamo che spesso veniamo meno agli insegnamenti e alle esortazioni della Bibbia. A volte non ci sentiamo consolati dalle consolazioni delle Scritture. Altre volte siamo colti dormendo, come quando Gesù ha trovato i discepoli che si sono addormentati mentre lui pregava nel giardino dei Getsemani. Ci comportiamo meno come i “figli della luce” e più come quelli che si ubriacano di notte. Ma al di là di tutto questo, le benedizioni di Dio su di noi, come questi due esempi qui, sono le promesse che alla fine, sarà Dio a portare a compimento l’opera buona che ha cominciato in noi. Il nostro amore è spesso debole, ma Dio lo farà crescere e abbondare. I nostri cuori sono spesso vacillanti, ma Dio li renderà saldi. Siamo spesso macchiati dai nostri peccati, ma Dio ci santificherà completamente e ci presenterà irreprensibili davanti a se stesso. La nostra fede, come i nostri corpi e le nostre anime, sono vulnerabili agli attacchi del nemico e alle sofferenze della vita, ma Dio ci conserverà per la venuta del nostro Signore Gesù Cristo. Questa è la parola di Dio a noi, e quindi egli la compierà sicuramente. Quanto è prezioso dunque il tesoro che abbiamo nelle sacre Scritture che testimoniano questa parola! Non dovremmo mai trascurarle ma ascoltarle e meditarle giorno e notte, come dice nel Salmo 1. Nella misura in cui diamo ascolto alla parola di Dio scritta, egli farà tutto questo in noi, e molto di più!

Chiudo con Salmo 19:7-11, che riassume bene tutto quanto:

La legge del Signore è perfetta, essa ristora l’anima; la testimonianza del Signore è veritiera, rende saggio il semplice. I precetti del Signore sono giusti, rallegrano il cuore; il comandamento del Signore è limpido, illumina gli occhi. Il timore del Signore è puro, sussiste per sempre; i giudizi del Signore sono verità, tutti quanti sono giusti, 10 sono più desiderabili dell’oro, anzi, più di molto oro finissimo; sono più dolci del miele, anzi, di quello che stilla dai favi. 11 Anche il tuo servo è da essi ammaestrato; v’è gran ricompensa a osservarli.

Luca 3:1-22: La Testimonianza di Giovanni il Battista

1) La Voce che Grida nel Deserto (3:1-6)

3:1 Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, quando Ponzio Pilato era governatore della Giudea, ed Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturea e della Traconitide, e Lisania tetrarca dell’Abilene, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caiafa, la parola di Dio fu diretta a Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. Ed egli andò per tutta la regione intorno al Giordano, predicando un battesimo di ravvedimento per il perdono dei peccati, come sta scritto nel libro delle parole del profeta Isaia: «Voce di uno che grida nel deserto: “Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri. Ogni valle sarà colmata e ogni monte e ogni colle sarà spianato; le vie tortuose saranno fatte diritte e quelle accidentate saranno appianate; e ogni creatura vedrà la salvezza di Dio”».

Nel vangelo, Giovanni il battista compare come adempimento della profezia di Isaia, la “voce di uno che grida nel deserto” per preparare “la via del Signore”. Luca colloca il ministero di Giovanni nel periodo storico durante “l’impero di Tiberio Cesare, quando Ponzio Pilato era governatore della Giudea…” Giovanni cominicia il suo ministero quando “la parola di Dio fu diretta” a lui, una frase che richiama la vocazione dei profeti dell’Antico Testamento. Come tutti i profeti prima di lui, Giovanni non parla di sé né da sé. La sua missione è unica: annunciare la parola di Dio al popolo.

E il deserto è il luogo dove anticamente Dio rivolse la sua parola ai suoi servi. Pensiamo a Mosè che il Signore chiamò nel deserto dove gli apparve nel pruno ardente, agli Israeliti che udirono la voce di Dio parlare dal monte Sinai, o a Elia che, perseguito dalla malvagia regina Jezebel, fuggì nel deserto e lì fu conosolato dal Signore. Così anche adesso, dopo quattrocento anni di silenzio, la parola di Dio si rivolge di nuovo nel deserto per annunciare l’arrivo del grande momento di salvezza.

Il deserto rappresenta anche la totale devozione di Giovanni al suo ministero. Lui esiste solo ed esclusivamente per questo. Abita solitario nel deserto, lontano qualsiasi comodità o distrazione, vivendo solo per servire colui che l’ha chiamato. Lo scopo della sua vita è la trasparenza, di annunciare il suo messaggio in modo che lui scompaia mentre la parola sia chiaramente udita. Perché questo impegno totale? Non è uno qualsiasi a cui Giovanni prepara la via: è il Signore stesso. Egli è il Dio d’Israele ma non solo: è anche il Creatore e il Salvatore di tutta la terra. Per questo motivo la salvezza che porta è per tutti: “ogni creatura vedrà la salvezza di Dio” La venuta del Signore avrà un impatto su tutti, se lo vogliano o no. Devono essere preparati, dunque, per poter ricevere il Signore e la salvezza che egli porta. Il messaggio di Giovanni è di un’importanza eterna; per questo la sua vocazione richiede tutto quello che è e che ha.

2) Il Battesimo di Ravvedimento (3:7-14)

Giovanni dunque diceva alle folle che andavano per essere battezzate da lui: «Razza di vipere, chi vi ha insegnato a sfuggire l’ira futura? Fate dunque dei frutti degni del ravvedimento, e non cominciate a dire in voi stessi: “Noi abbiamo Abraamo per padre!” Perché vi dico che Dio può da queste pietre far sorgere dei figli ad Abraamo. Ormai la scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero dunque che non fa buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco». 10 E la folla lo interrogava, dicendo: «Allora, che dobbiamo fare?» 11 Egli rispondeva loro: «Chi ha due tuniche ne faccia parte a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto». 12 Vennero anche dei pubblicani per essere battezzati e gli dissero: «Maestro, che dobbiamo fare?» 13 Ed egli rispose loro: «Non riscuotete nulla di più di quello che vi è ordinato». 14 Lo interrogarono pure dei soldati, dicendo: «E noi, che dobbiamo fare?» Ed egli a loro: «Non fate estorsioni, non opprimete nessuno con false denunce e accontentatevi della vostra paga».

La preparazione che Giovanni predica è il battesimo, il rito dell’immersione nell’acqua. È subito chiaro, però, che non è il rito di battesimo di per sé che costituisce la preparazione alla venuta del Signore. Giovanni dice chiaro e tondo: “Chi vi ha insegnato a sfuggire l’ira futura? Fate dunque dei frutti degni del ravvedimento”. In altre parole, il battesimo non ha nessun valore o efficacia in sé stesso. Non è il battesimo che salva se rimane senza il ravvedimento che simboleggia. Per questo Giovanni esorta il popolo di fare “frutti degni del ravvedimento”, i frutti che sono la prova concreta e visibile del ravvedimento del cuore.

Non è nemmeno sufficiente contare sul linguaggio e la formazione che uno ha avuto. Giovanni avverte il popolo ancora che non bisogna dire “Noi abbiamo Abraamo per padre”. Per gli ebrei, contava soprattutto la genealogia. Ciò che li assicurava di fare parte del popolo di Dio era avere Abraamo come padre. All’epoca di Gesù, gli ebrei si vantavano di essere nati tali e non gentili, esclusi dalle promesse e dal popolo di Dio. Giovanni invece attacca quest’idea, dicendo che il lignaggio non conta, poiché Dio “può da queste pietre far sorgere dei figli ad Abraamo”.

Non era nuovo questo concetto. Coloro che conoscevano le Scritture dovevano ben sapere che i veri figli di Abraamo non sono quelli biologici ma quelli che Dio chiama all’esistenza da nulla. Non fu Ismaele, figlio di Abraamo e la serva Agar, l’erede della promessa, ma lo fu invece Isacco, il figlio nato da Sara che era stata sempre sterile. Inoltre, non fu Esau, il figlio maggiore di Isacco, ad ereditare la promessa, ma Giacobbe, il figlio minore, nato dalla stessa madre, Rebecca. Le narrative bibliche di Abraamo e i patriarchi forniscono ampie prove che i figli “secondo la carne” non sono automaticamente eredi della promessa, ma che lo sono coloro che Dio fa tali secondo la sua grazia.

Perciò, le parole di Giovanni sono pienamente coerenti con le Scritture, e in più anticipano un tema centrale nel vangelo di Luca: non sono i “degni” o i “meritevoli” o i “bravi” o i “giusti” che il Signore accoglie come parte del suo popolo, ma proprio l’opposto. Sono le persone meno adatte che entrano per prime nel regno di Dio: gli indegni, i non meritevoli, gli incapaci e i cattivi. Questi sono le “pietre” dalle quali Dio fa sorgere dei figli ad Abraamo, che dimostrano che siamo salvati solo per grazia indipendentamente dai nostri meriti o demeriti.

Questo tema viene sottolineato nel seguente dialogo che Giovanni ha con la folla. In particolare spiccano due gruppi: i pubblicani e i soldati (che senz’altro erano romani). Agli occhi degli ebrei, questi erano da escludere dalla salvezza di Dio a prescindere. I pubblicani erano considerati traditori della nazione, e i soldati erano gli oppressori stranieri. Eppure eccoli tra folla a cui Giovanni predica il messaggio di ravvedimento. Il significato è palese: anche essi possono ereditare la salvezza e entrare nel regno di Dio. Il Signore che Giovanni annuncia non viene tanto per i giusti quanto per gli ingiusti, come sono i malati, non i sani, che hanno bisogno del medico. Essi sono le pietre che Dio farà diventare figli di Abraamo. Questo è il scandalo della grazia che Luca evidenzierà sempre nei capitoli del suo vangelo.

È vero che Giovanni insiste sulla necessità dei frutti di ravvedimento, anche nei confronti di questi ultimi. Dice ai pubblicani: “Non riscuotete nulla di più di quello che vi è ordinato”, e ai soldati: “Non fate estorsioni, non opprimete nessuno con false denunce e accontentatevi della vostra paga”. Attenzione però: la parola chiave è “frutti”. I frutti non producono la vita; la vita produce i frutti. Se ci sono i frutti, c’è prima la vita che viene dal ravvedimento. Quindi, Giovanni non dice qui: “Fate del bene e diventerete degni della grazia di Dio”. Dice invece: “Fate così per mostrare che avete già ricevuto la grazia di Dio e che siete stati trasformati da essa”. Non è mai sufficiente dire che la grazia ci accetta come siamo, senza aggiungere che la grazia non ci lascia mai come siamo. In Tito 2:11-14, l’apostolo Paolo lo spiega in termini inequivocabili:

Infatti la grazia di Dio, salvifica per tutti gli uomini, si è manifestata, e ci insegna a rinunciare all’empietà e alle passioni mondane, per vivere in questo mondo moderatamente, giustamente e in modo santo, aspettando la beata speranza e l’apparizione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore, Cristo Gesù. Egli ha dato se stesso per noi per riscattarci da ogni iniquità e purificarsi un popolo che gli appartenga, zelante nelle opere buone.

3) Il Battesimo in Spirito Santo (3:15- )

15 Ora il popolo era in attesa e tutti si domandavano in cuor loro se Giovanni fosse il Cristo. 16 Giovanni rispose, dicendo a tutti: «Io vi battezzo in acqua; ma viene colui che è più forte di me, al quale io non sono degno di sciogliere il legaccio dei calzari. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. 17 Egli ha in mano il suo ventilabro per ripulire interamente la sua aia e raccogliere il grano nel suo granaio; ma la pula, la brucerà con fuoco inestinguibile». 18 Così, con molte e varie esortazioni evangelizzava il popolo; 19 ma Erode il tetrarca, rimproverato da lui a proposito di Erodiade, moglie di suo fratello, e per tutte le malvagità che aveva commesso, 20 aggiunse a tutte le altre anche questa: rinchiuse Giovanni in prigione.

21 Ora, mentre tutto il popolo si faceva battezzare, anche Gesù fu battezzato; e, mentre pregava, si aprì il cielo 22 e lo Spirito Santo scese su di lui in forma corporea, come una colomba; e venne una voce dal cielo [che diceva]: «Tu sei il mio diletto Figlio; in te mi sono compiaciuto».

È a questo punto nella narrativa che la trasparenza di Giovanni diventa esplicita, dal momento in cui la folla comincia a chiedersi se Giovanni sia il Cristo. Giovanni risponde subito, eliminando qualsiasi dubbio. Non solo non è il Cristo, ma non è nemmeno “degno di sciogliere il legaccio dei suoi calzari”, un lavoro considerato talmente sporco che neanche gli schiavi dovevano farlo ai loro padroni. La differenza che Giovanni pone tra Cristo e sé stesso è abissale: la vocazione di Giovanni, per quanto importante, non ha niente a che vedere con il ministero di colui che egli annuncia. Il battesimo di Giovanni è solo un battesimo in acqua, mentre il battesimo di Cristo sarà un battesimo “in Spirito Santo e fuoco”. Quest’ultimo è quello che conta, di cui il battesimo di Giovanni nell’acqua è solo un simbolo.

Ancora una volta troviamo la netta distinzione tra il battesimo come rito e la realtà che rappresenta. Giovanni sa che il suo battesimo, come quello effettuato da qualsiasi altro essere umano, non è in grado di compiere ciò che solo il battesimo del Messia può fare. Il battesimo nell’acqua lava il corpo ma lascia il cuore invariato e il peccato intatto. Solo il battesimo nello Spirito Santo è capace di purificare l’essere umano dentro e fuori, corpo e anima, carne e cuore. E chi può battezzare nello Spirito di Dio, se non solo Dio? Ecco perché Giovanni è ostinato nell’insistere di non essere il Cristo e di non poter battezzare in modo efficace.

Qui Giovanni funge da grande esempio di testimonianza. Da testimone l’unico scopo di Giovanni è quello di dirigere tutta l’attenzione a Gesù e non a sé stesso. Nella “Crocifissione” dipinta da Matthias Grünewald, la figura di Giovanni il battista appare con l’indice della mano destra estesa per indicare Gesù crocifisso. Nel dipinto la figura dominante è quella di Gesù sulla croce; Giovanni si trova alla periferia, cercando di indirizzare tutta la nostra attenzione esclusivamente su Cristo. Quest’immagine rispecchia esattamente ciò che Giovanni fece in realtà, ed è sempre l’unico scopo del testimone.

Questo dovrebbe incoraggiarci perché quando si tratta di dover testimoniare il vangelo, noi facilmente ci lasciamo sopraffare dalla paura e dall’ansia. Ma di solito la nostra paura e la nostra ansia sono dovute al fatto che in primis pensiamo a noi stessi, se noi siamo all’altezza di farlo, se noi siamo capaci di rispondere alle eventuali domande, se noi siamo in grado di persuadere la persona del vangelo. Ma questo atteggiamento è del tutto sbagliato in quanto il testimone non è niente: tutta la sua attenzione si deve incentrare su Gesù che è l’oggetto della testimonianza. Quest’umiltà, esemplificata da Giovanni, non è solo giusta nei confronti di Gesù, ma è anche liberatoria!

L’altra cosa che dovrebbe incoraggiarci è proprio la serietà del vangelo: Egli ha in mano il suo ventilabro per ripulire interamente la sua aia e raccogliere il grano nel suo granaio; ma la pula, la brucerà con fuoco inestinguibile”. Gesù è venuto, e verrà una seconda volta, per battezzare in Spirito Santo e fuoco. Questi non sono due battesimi — uno in Spirito Santo e uno in fuoco — ma uno solo. Lo Spirito Santo è infatti il fuoco di Dio, e chi viene in lui battezzato è o purificato e distrutto. Che sia chiaro: Gesù viene per salvare, e solo per salvare. Ma salvare vuol dire distruggere tutto ciò che rovina e uccide, cioè il male e il peccato. Come non c’è remissione dei peccati senza lo spargimento del sangue, non c’è neanche salvezza dai peccati senza il giudizio del fuoco. Gesù viene per “ripulire interamente” il mondo che i nostri peccati hanno rovinato, e brucerà tutta la pula “con fuoco inestinguibile” per poter raccogliere il grano puro.

Ecco l’urgenza del vangelo, il motivo per cui Giovanni dedicò tutta la sua vita a predicarlo. Come profetizzato da Isaia, ogni creatura vedrà la salvezza di Dio, ogni creatura dovrà passare per il fuoco del giudizio il quale consumerà la pula e purificherà il grano. La differenza tra questi due si manifesta nel ravvedimento. Chi si ravvede sarà purificato alla salvezza; chi si ostina nei propri peccati sarà divoratò come la pula nel fuoco.

Attenzione di nuovo però: né Giovanni né Luca presentano il ravvedimento come causa o fonte della salvezza. Come non è il battesimo nell’acqua che salva, non è neanche il nostro ravvedimento che ci salva. Questo è il significato del battesimo di Gesù stesso, cosa che di per sé non sembra avere molto senso. Che bisogno aveva Gesù di sottomettersi al battesimo di ravvedimento. Lui è il Signore tre volte santo che viene per battezzare in Spirito Santo e fuoco! Perché allora si fa battezzare da Giovanni, il testimone che non è degno di scogliere il legaccio dei suoi calzari?

Il motivo è semplice: non perché lui ne aveva bisogno ma perché noi ne avevamo bisogno. Nessun battesimo, nessun ravvedimento, nessuna buona opera è mai in grado di salvare l’essere umano che è prigionero e schiavo del peccato. L’unico Salvatore è colui che battezza in Spirito Santo e fuoco, ed è colui che nel suo battesimo si è immedesimato con noi nella nostra condizione perduta e peccatrice, pur rimanendo egli stesso senza peccato. Il battesimo di Gesù è il gesto che anticipa il battesimo del fuoco che dovrà subire sulla croce, quando, caricandosi dei nostri peccati e sostituendosi al nostro posto sotto il giudizio divino, passa attraverso quel fuoco inestinguibile che nessun altro avrebbe potuto sopportare. La buona notizia del vangelo è questa: che noi, uniti per fede a Cristo, siamo già passati con lui e in lui attraverso il fuoco del giudizio. Sono i nostri peccati che nella sua morte Gesù ha distrutto senza distruggere noi peccatori. Chiunque dunque riconosce e accetta questo fatto di essere unito a Cristo beneficia di tutto ciò che egli è per noi. Il suo battesimo è nostro, il suo ravvedimento vicario è nostro, la sua morte è nostra, e così la sua risurrezione e vita indistruttibile sono le nostre, e saranno rivelate quando Gesù ritorna una seconda volta.

Quando comprendiamo veramente le ricchezze e le profondità e le bellezze di Gesù e del suo vangelo, saremo anche noi come Giovanni il battista, vivendo non per noi stessi ma unicamente per il nostro Salvatore e Signore. Che sia così in ognuno di noi. Amen.

Luca 1:39-45: Dalla Bocca dei Bambini

26 Al sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città di Galilea, chiamata Nazaret, 27 a una vergine fidanzata a un uomo chiamato Giuseppe, della casa di Davide; e il nome della vergine era Maria. 28 E quando [l’angelo] fu entrato da lei, disse: «Ti saluto, o favorita dalla grazia; il Signore è con te». 29 Ella [, vedutolo,] fu turbata a queste parole, e si domandava che cosa volesse dire un tale saluto. 30 L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. 31 Ecco, tu concepirai e partorirai un figlio, e gli porrai nome Gesù. 32 Questi sarà grande e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo, e il Signore Dio gli darà il trono di Davide, suo padre. 33 Egli regnerà sulla casa di Giacobbe in eterno e il suo regno non avrà mai fine». 34 Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, dal momento che non conosco uomo?» 35 L’angelo le rispose: «Lo Spirito Santo verrà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà dell’ombra sua; perciò, anche colui che nascerà sarà chiamato Santo, Figlio di Dio. 36 Ecco, Elisabetta, tua parente, ha concepito anche lei un figlio nella sua vecchiaia, e questo è il sesto mese per lei, che era chiamata sterile; 37 poiché nessuna parola di Dio rimarrà inefficace». 38 Maria disse: «Ecco, io sono la serva del Signore; mi sia fatto secondo la tua parola». E l’angelo partì da lei.

1) La Progenie della Donna (1:39-42)

39 In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta nella regione montuosa, in una città di Giuda, 40 ed entrò in casa di Zaccaria e salutò Elisabetta. 41 Appena Elisabetta udì il saluto di Maria, il bambino le balzò nel grembo; ed Elisabetta fu piena di Spirito Santo, 42 e ad alta voce esclamò: «Benedetta sei tu fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno!

Se volessimo riassumere il messaggio di questo episodio narrato da Luca l’evangelista, sarebbe opportuno citare il Salmo 8:2:

Dalla bocca dei bambini e dei lattanti hai tratto una forza, a causa dei tuoi nemici, per ridurre al silenzio l’avversario e il vendicatore.

Nel salmo Davide loda il Signore per aver trionfato sui suoi potenti avversari e nemici — coloro che si oppongono al suo amore e al suo benevolo proposito per il mondo — nel modo più inaspettato, cioè tramite la “forza” di deboli bambini. Il significato di questo diventerà più chiaro dopo aver riflettuto su questo breve episodio narrato da Luca all’inzio del suo vangelo. A questo punto, ha già raccontato la storia del vecchio sacerdote Zaccaria e sua moglie, Elisabetta, che erano giunti alla vecchiaia senza mai aver avuto figli a causa della sterilità. Anticipando la concezione miracolosa di Gesù, l’angelo del Signore appare a Zaccaria per annunciargli che Elisabetta, da tutta la vita sterile, concepirà un bambino che sarà Giovanni il battista, profeta e precursore del Messia mandato per preparargli la via. Poco dopo l’angelo appare anche a Maria, nipote di Zaccaria e Elisabetta, per annunciare la notizia ancora più strabiliante che lei, pur essendo una ragazzina vergine, concepirà e partorirà il Messia stesso, il bambino Gesù.

Questo ci porta a Luca 1:39-45 che narra il primo incontro di Elisabetta e Maria dopo questi fatti straordinari. Poiché Maria abitava a Nazaret, un paesino al nord della terra d’Israele, mentre Elisabetta abitava in Giuda al sud, si mette subito in viaggio per andare a trovare sua zia. Questi pochi versetti raccontano la conversazione che avviene quando Maria arriva, una conversazione che a prima lettura potrebbe sembrare poco rilevante. Ma quando ci soffermiamo per approfondirla, scopriamo che noi, circa duemila anni dopo, avvertiamo ancora le scosse sismiche che emanano da essa.

Consideriamo dunque la prima cosa che dice Elisabetta a Maria nella forma di una benedizione: “Benedetta sei tu fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno!” (v.42). Luca sottolinea l’importanza di questa esclamazione dicendo che Elisabette “fu piena di Spirito Santo” (v.41). Elisabetta parla sotto l’ispirazione dello Spirito di Dio, ossia in qualità di profetessa. Le sue parole non sono i soliti “auguri” delle mamme incinte; sono parole che, come ogni parola di Dio, non rimarranno inefficaci.

La benedizione di Elisabetta si richiama a due passaggi nell’Antico Testamento che insieme fanno luce sul suo significato. Il primo si trova in Genesis 3:16 quando, dopo la ribellione di Adamo ed Eva contro il comandamento di Dio, Eva ascolta con tristezza la maledizione che ne risulterà:

«Io moltiplicherò grandemente le tue pene e i dolori della tua gravidanza; con dolore partorirai figli; i tuoi desideri si volgeranno verso tuo marito ed egli dominerà su di te».

Ricordandoci che ciò non fu la volontà di Dio nei confronti di Eva ma l’inevitabile conseguenza della sua trasgressione, sentiamo nella benedizione di Elisabetta il capovolgimento di questa situazione: “benedetto è il frutto del tuo seno”. Il primo figlio che Eva partorisce è Caino il quale ucciderà il suo fratello più piccolo. ma il primo figlio che Maria partorirà porterà la vita al mondo. Per quanto gioioso il momento della nascita di un bambino, sappiamo che prima o poi la sua vita finirà nella morte. Ma grazie al bambino nato a Maria, sappiamo che quella morte non deve essere la fine, perché in lui essa “è stata sommersa nella vittoria” (1 Corinzi 15:54).

Questa vittoria è già prevista in Genesi 3 dove, nel v.15, Dio fa questa promessa al serpente:

Io porrò inimicizia fra te e la donna, e fra la tua progenie e la progenie di lei; questa progenie ti schiaccerà il capo e tu le ferirai il calcagno.

Anche se il parto sarà sempre una fonte di dolore e finirà sempre nella morte, sarà comunque un discendente di Eva che schiaccerà il capo del serpente, che metterà fine al male, alla morte, alla maledizione e al maligno stesso.

L’adempimento di questa promessa trova una prefigurazione nella figura di Iael, il secondo riferimento all’Antico Testamento presente nella benedizione di Elisabetta: “Benedetta sei tu fra le donne”. In Giudici 5:24 leggiamo:

Benedetta sia fra le donne Iael, moglie di Eber, il Cheneo! Fra le donne che stanno sotto le tende, sia benedetta!

Questo versetto si trova all’interno del cantico di Debora, una dei giudici d’Israele nel periodo quando non c’era ancora un re. Oppresso dai canaaniti a causa dei suoi peccati, Israele si rivolge finalmente al Signore, ed egli suscita Debora come giudice per liberarlo. Dopo la battaglia in cui i canaaniti vengono sconfitti, il loro capo, Sisera, si dà alla fuga e cerca rifugio presso l’uomo Eber, che Sisera pensa sia un amico dei canaaniti. Stremato dalla battaglia, Sisera si addormenta nella tenda di Eber, ma mentre dorme, Iael, la moglie di Eber, prende un martello e un piuolo della tenda e glielo pianta nella tempia, uccidendolo e danda vittoria definitiva agli israeliti.

Per festeggiare la vittoria, Debora canta un cantico che viene riproposto in Giudici 5:

Benedetta sia fra le donne Iael, moglie di Eber, il Cheneo! Fra le donne che stanno sotto le tende, sia benedetta! Egli chiese dell’acqua e lei gli diede del latte; in una coppa d’onore gli offerse della crema. Con una mano prese il piuolo, e con la destra il martello degli operai; colpì Sisera, gli spaccò la testa, gli fracassò e gli trapassò le tempie. Ai piedi di Iael egli si piegò, cadde, giacque disteso; ai suoi piedi si piegò e cadde; là, dove si piegò, cadde esanime. (vv.24-27)

Per quanto violento e sanguinoso, questo episodio si aggancia alla promessa di Genesi 3:15 grazie alla maniera in cui Iael uccide Sisera. In Genesi 3:15, Dio promette che “la progenie della donna” schiaccerà il capo del serpente, e qui in Giudici 5:24-27 è Iael, una donna, letteralmente spacca il capo dell’oppressore d’Israele. Questo non fu certamente il vero adempimento della promessa di Dio, ma in quel periodo fu sufficiente per ravvivare la speranza d’Israele in essa. Quando però Elisabetta riprende questa frase e l’applica a Maria — “Benedetta sei tu fra le donne” — dichiara profeticamente che il momento del vero adempimento della promessa è arrivato. Il bambino che Maria partorirà farà molto più di Iael: spaccherà la testa dell’oppressore di tutta l’umanità, liberandola dal peccato e dalla morte. Come spesso accade nella Bibbia, parole che sulla superficie appaiono dolci e docili sono in realtà una dichiarazione di guerra e di vittoria sui nemici di Dio.

2) La Testimonianza di Bambini (1:43-44)

43 Come mai mi è dato che la madre del mio Signore venga da me? 44 Poiché ecco, non appena la voce del tuo saluto mi è giunta agli orecchi, per la gioia il bambino mi è balzato nel grembo.

Ma c’è un altro tema importante nella storia di Debora e di Iael che ricompare nel discorso di Elisabetta. Nel cantico di Debora, molti degli uomini forti d’Israele vengono svergognati per non aver assistito alla battaglia, mentre la vittoria è avvenuta tramite la mano di donne. In genere, le donne, come i bambini, non sono reputate per la loro forza in battaglia. Ma come piace al Signore, il suo popolo non fu liberato tramite la forza degli uomini, ma attraverso la “debolezza” (solo apparente, ovviamente!) delle donne.

Così è anche nel primo capitolo di Luca. Una vecchia donna sterile partorirà il grande profeta che annuncerà l’arrivo del Messia, e una giovane ragazza vergine partorirà il Messia stesso. Molti ci prendono in giro perché crediamo che Gesù “nacque da Maria vergine”. Eppure qui vediamo perché doveva succedere proprio così: per far vedere in modo chiaro e inequivocabile che Dio e Dio solo può salvarci. L’uomo nel suo orgoglio è testardo nell’insistere di potersi salvare da solo, e di poter rimanere lui sul trono dell’universo. Dio sceglie invece di far concepire il Salvatore nel grembo di una vergine affinché nessuno se ne vanti. Ecco il vero motivo per cui molti non accettano la nascita verginale di Gesù: è umiliante, un’offesa, un’assalto contro il nostro orgoglio e la nostra illusione di essere auto-sufficienti.

In armonia con questo tema, Elisabetta dice che è stato il suo bimbo nel suo grembo a farle sapere chi è che Maria porta nel suo: “appena la voce del tuo saluto mi è giunta agli orecchi, per la gioia il bambino mi è balzato nel grembo”. È la testimonianza del non ancora nato Giovanni il battista che fa conoscere il Messia a Elisabetta. Come disse Davide in Salmo 8:2:

Dalla bocca dei bambini e dei lattanti hai tratto una forza, a causa dei tuoi nemici, per ridurre al silenzio l’avversario e il vendicatore.

Questo è senz’altro uno dei temi principali dell’intera Bibbia. Non ci annuncia solo la buona notizia che Dio ci salva, ma anche come ci salva — per mezzo di ciò che appare debole, ridicolo, e persino impossibile! Il Salvatore del mondo nasce in modo “irrazionale” per svergognare la ragione umana, come egli salverà il mondo in modo scandaloso e folle per svergognare il potere e l’auto-sufficenza umani.  

I Giudei infatti chiedono miracoli e i Greci cercano sapienza, ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo e per gli stranieri pazzia; ma per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio. (1 Corinzi 1:22-24)

Questo per “ridurre al silenzio” il vanto umano e per gridare ad alta voce la glora di Dio. Questo per abbassare l’orgoglio umano e per esaltare il suo potere e la sua grazia. Ed è bene che Dio lo faccia: non possiamo salvarci da soli, perché siamo noi stessi da cui dobbiamo essere salvati!

Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi: è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti. (Efesini 2:8-9)

3) La Beatitudine della Fede (1:45)

45 Beata è colei che ha creduto che quanto le è stato detto da parte del Signore avrà compimento».

Il discorso di Elisabetta finisce con un’ultima benedizione. Maria è “beata” soprattutto perché “ha creduto che quanto le è stato detto da parte del Signore avrà compimento”. Nella narrativa, questo si riallaccia all’annuncio dell’angelo a Maria che lei sarebbe stata la madre del Messia.

34 Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, dal momento che non conosco uomo?» 35 L’angelo le rispose: «Lo Spirito Santo verrà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà dell’ombra sua; perciò, anche colui che nascerà sarà chiamato Santo, Figlio di Dio. 36 Ecco, Elisabetta, tua parente, ha concepito anche lei un figlio nella sua vecchiaia, e questo è il sesto mese per lei, che era chiamata sterile; 37 poiché nessuna parola di Dio rimarrà inefficace». 38 Maria disse: «Ecco, io sono la serva del Signore; mi sia fatto secondo la tua parola». E l’angelo partì da lei. (1:34-38)

Maria era giovane ma non ingenua; sapeva perfettamente che vergini non concepiscono figli. Ma la risposta dell’angelo disse tutto “lo Spirito Santo verrà su di te…” In altre parole, sarà un miracolo, punto e basta. Nessuna parola di Dio rimane inefficace. “E Dio disse: ‘Sia luce’, e luce fu”. Così anche qui: Dio disse: “la vergine concepirà”, e la vergine ha concepito. Alla fine, è così semplice. Dio lo dice, e così sarà. Siamo noi che complichiamo le cose con i nostri dubbi, domande, ragioni, discussioni, obbiezioni, ecc. Maria qui fa da esemplare di fede: “Ecco, io sono la serva del Signore; mi sia fatto secondo la tua parola”. Sembra assurdo, ridicolo, impossibile, ma se Dio dice che sarà così, sarà così, e la sua parola va sempre creduta.

Luca scrive tutto ciò non tanto per esaltare la persona di Maria, ma per invitare tutti noi che lo leggiamo a porre la stessa fiducia nella parola di Dio. Qui Elisabetta rivolge la benedizione a Maria che “ha creduto che quanto le è stato detto da parte del Signore avrà compimento”. Ma non solo. Nel capitolo 11 di Luca leggiamo che:

27 Mentre [Gesù] diceva queste cose, dalla folla una donna alzò la voce e gli disse: «Beato il grembo che ti portò e le mammelle che tu poppasti!» Ma egli disse: 28 «Beati piuttosto quelli che ascoltano la parola di Dio e la osservano!»

La benedizione concessa a Maria non fu in fondo diversa da quella che tutti noi possiamo ricevere quando ascoltiamo la parola di Dio e l’osserviamo. Uno degli errori più gravi della chiesa romana è di innalzare Maria a un livello spirituale che per noi “meri mortali” è inaccessibile. La lieta notizia del vangelo è che la stessa benedizione che Maria ha ricevuto, possiamo riceverla anche noi. La Bibbia promette che lo stesso Gesù concepito nel grembo di Maria viene formato anche in noi che l’accettiamo con la semplice fede che risponde: “Sono il servo del Signore; mi sia fatto secondo la tua parola”. Questo Natale, la parola di Dio ci annuncia questa promessa, e ci invita a semplicemente accettarla, senza negarla, rifiutarla, o metterla in discussione:

ma quando giunse la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare quelli che erano sotto la legge, affinché noi ricevessimo l’adozione. E, perché siete figli, Dio ha mandato lo Spirito del Figlio suo nei nostri cuori, che grida: «Abbà, Padre». Così tu non sei più servo, ma figlio; e se sei figlio, sei anche erede per grazia di Dio.