Giovanni 15:1-17: La Vite e i Tralci

1) Il commiato di Gesù: il contesto di Giovanni 15

1.1) Un brano “scatola”

Il brano su cui mediteremo oggi potrebbe essere quasi considerato uno dei più importanti alla fede cristiana (nonché uno dei miei preferiti!). Ora, dico “quasi” perché, come Paolo afferma in 2 Timoteo 3:16, “ogni scrittura è ispirata da Dio e utile”, e quindi non c’è in realtà un testo biblico superiore a un altro. Allo stesso tempo, ci sono dei brani che distillano tutto quanto il messaggio biblico in poche parole, tanto è vero che sono particolarmente utili a farci capire l’essenza della parola di Dio a farci vedere la visione d’insieme del proposito di Dio per noi, come l’immagine sulla scatola di un puzzle aiuta a mettere tutti i vari pezzi nel posto giusto. In Giovanni 15:1-17, troviamo uno di questi brani “scatola” che ci mostra un’immagine che raffigura l’intera vita cristiana in tutti i suoi aspetti. Potremmo quasi dire che se di tutta la Bibbia avessimo solo questo capitolo, ne avremmo comunque abbastanza per poter vivere bene la vita cristiana.

1.2) Il contesto di Giovanni 13-17

Ma prima di studiarlo, bisogna ambientarlo nel suo contesto nel vangelo di Giovanni. Questo discorso di Gesù fa parte del suo cosiddetto “commiato” in presenza dei suoi discepoli la sera prima della crocifissione. La narrazione del commiato inizia nel capitolo 13 quando Gesù celebra la cena pasquale insieme ai discepoli e si mette a lavargli i piedi. A differenza degli altri vangeli, Giovanni non riferisce la cena stessa e il famoso momento quando Gesù rompe il pane e benedice il calice come simboli del suo corpo e sangue. Come l’ultimo dei quattro evangelisti, Giovanni presume che siamo già familiari con uno o più dei racconti degli altri vangeli, e quindi vuole farci sapere ciò che non è stato ancora riportato. Nessuno può farlo meglio di Giovanni, essendo proprio quello menzionato nel v.23 del capitolo 13: “inclinato sul petto di Gesù, stava uno dei discepoli, quello che Gesù amava”. Essendo testimone oculare dell’ultima cena, Giovanni ritiene importante che sappiamo anche il discorso con cui Gesù lasciò i discepoli prima di andare alla croce. Il discorso vero e proprio inizia nel capitolo 14 e conclude nel capitolo 17 con la preghiera detta “sacerdotale” di Gesù in cui intercede per i discepoli — e per tutti i credenti dopo di loro — in vista della sua imminente partenza.

Per questo motivo, il tema del discorso è uno di conforto, come le parole iniziali di Gesù nel 14:1 indicano:

Il vostro cuore non sia turbato; credete in Dio, e credete anche in me!

È forte considerare che mentre è Gesù che tra poche ore dovrà subire il tormento della croce e l’angoscia del peso di tutti i peccati del mondo, è Gesù che dà conforto ai discepoli! Tanto è bello e meraviglioso, l’intero discorso sarebbe da esaminare oggi, ma è troppo lungo per uno solo studio.

1.3) Il “segreto” della vita cristiana

Quindi dobbiamo limitarci a una sola porzione, 15:1-17, che fornisce l’immagine centrale, quella della vite e dei tralci. Con questa semplice ma ricchissima figura, Gesù rivela il “segreto” della consolazione, di quella pace che secondo Paolo “supera ogni intelligenza” e custodisce i nostri cuori (Filippesi 4:7). Come Gesù dice nel 14:27:

Vi lascio pace; vi do la mia pace. Io non vi do come il mondo dà. Il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti.

In che modo differisce la pace di Gesù dalla pace del mondo? Mentre la pace del mondo va e viene a seconda delle circostanze della vita, il cuore custodito dalla pace di Gesù non si turba e non si sgomenta di fronte alle difficoltà più grandi e le sofferenze più terribili. Perché? È perché la pace che Gesù dà è la sua propria pace, la stessa pace che ha vinto la croce e la morte, ed è questa pace che egli promette ai suoi discepoli. Infatti, le ultime parole del discorso di Gesù prima della sua preghiera sono queste:

Vi ho detto queste cose, affinché abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazione; ma fatevi coraggio, io ho vinto il mondo. (16:33)

Gesù vuole che noi abbiamo la sua pace con cui ha vinto il mondo e tutte le sue tribolazioni affinché li vinciamo anche noi. Come possiamo averla? Ascoltando e mettendo in pratica “queste cose” che qui ha detto. Passiamo adesso al capitolo 15 dove scopriamo il “segreto” della pace cristiana che è, in realtà, il “segreto” di tutta la vita cristiana trionfante.

2) Gesù, la vera vite (Giovanni 15:1-3)

1 Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiuolo. Ogni tralcio che in me non dà frutto lo toglie via, e ogni tralcio che dà frutto lo pota affinché ne dia di più. Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunciata.

2.1) Lo sfondo biblico

Il discorso di Gesù sulla vite e i tralci incomincia con una semplice identificazione nel v.1: Gesù è la vite, e Dio Padre è il vignaiuolo. Notiamo che Gesù non si chiama solo “la vite” ma “la vera vite”. Perché? Ricordiamoci che l’immagine della vite era già in uso nelle Scritture per raffigurare il popolo d’Israele. Di particolare rilevanza è il “canto della vigna” in Isaia 5:1-2:

1 Io voglio cantare per il mio amico il cantico del mio amico per la sua vigna. Il mio amico aveva una vigna sopra una fertile collina. La dissodò, ne tolse via le pietre, vi piantò delle viti scelte, vi costruì in mezzo una torre e vi scavò uno strettoio per pigiare l’uva. Egli si aspettava che facesse uva, invece fece uva selvatica.

Ora, il significato di questa parabola dovrebbe essere abbastanza chiaro, ma nel caso non lo fosse, Isaia stesso ce ne fornisce l’interpretazione nel v.7:

Infatti la vigna del Signore degli eserciti è la casa d’Israele, e gli uomini di Giuda sono la sua piantagione prediletta. Egli si aspettava rettitudine, ed ecco spargimento di sangue; giustizia, ed ecco grida d’angoscia!

Impariamo qui che la vigna rappresenta il popolo d’Israele, piantato allo scopo di portare frutti di giustizia. Questo richiama la vocazione d’Abramo in Genesi 12:1-3, quando Dio l’ha chiamato per diventare il padre di un popolo benedetto che sarebbe stato poi una fonte di benedizione a tutti i popoli della terra. Questa benedizione — il rimedio alla maledizione del peccato e della morte — è raffigurata in Isaia 5 come l’uva che la vigna doveva produrre. Ma anziché l’uva buona di benedizione, la vigna d’Israele aveva prodotto solo “uva selvatica”, cioè frutti di maledizione: “spargimento di sangue” e “grida d’angoscia” a causa della sua ingiustizia. Ma non è che il piano di Dio abbia fallito, perché dopo il giudizio divino che avrebbe tagliato la vigna, Dio ha promesso (Isaia 11) che un ramo sarebbe spuntato dalle radici — dal lignaggio reale di Davide — e che finalmente avrebbe portato i frutti di benedizione promessi al mondo attraverso la discendenza di Abraamo.

2.2) Gesù e il suo popolo

Tornando a Giovanni 15, possiamo adesso capirne meglio il significato: Gesù è la “vera” vite in quanto lui è il rampollo spuntato dalle radici d’Israele che poi è diventato la vigna intera. Come la vera vite, Gesù non rimpiazza Israele, ma lo rappresenta e lo impersona, per compiere la sua vocazione, come dice in Matteo 5:17:

Io sono venuto non per abolire, ma per portare a compimento.

La vocazione dei molti è ora caricata su uno solo; l’esistenza e il destino di tutti sono ora concentrati in quest’uno. Gesù è “la vera vite” che porta il frutto desiderato da Dio che serve a rimediare a tutti i mali del mondo.

Ma come qualsiasi vite, Gesù non è senza i tralci. Anzi, è per mezzo dei suoi tralci che la vite porta frutto. Come dice nel v.2:

2 Ogni tralcio che in me non dà frutto lo toglie via, e ogni tralcio che dà frutto lo pota affinché ne dia di più.

Il primo accenno a chi sono questi tralci fruttiferi è nel v.3:

Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunciata.

In greco, i termini “pota” (v.2) e “puri” (v.3) condividono la stessa radice linguistica. Gesù dice che i suoi discepoli sono “puri” nel senso che sono stati “potati” dalla parola che gli ha annunciato, implicando ovviamente che essi sono i tralci che portano frutto.

2.3) Lo scopo dei tralci

Questo è un punto cruciale nel discorso, perché evidenzia il fatto che lo scopo dei tralci sia appunto quello di portare frutto! È senz’altro una grande benedizione — la più grande, in realtà — essere un tralcio unito alla vite che è Gesù. Ma non sono i tralci a beneficiare del frutto che portano! Lo scopo dell’unione tra la vite e i tralci è il frutto che serve ad altri, come lo era nella vocazione di Abramo e la parabola di Isaia. Gesù dice questo esplicitamente nel v.16:

16 Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi, e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto, e il vostro frutto rimanga…

Non potrebbe essere più chiaro. Tanto è importante, infatti, che ogni tralcio che non porta frutto, il vignaiuolo “lo toglie via” (v.2)! Il popolo che Dio sceglie e con cui stabilisce una relazione speciale esiste proprio per portare benedizione agli altri. Come questo popolo, è già riempito di benedizioni, come il tralcio è pieno della linfa della vite. Sono gli altri non uniti alla vite che hanno bisogno del frutto, e il tralcio che non porta frutto non serve a niente. Va tolto via, infatti, perché non consumi i preziosi nutrienti di cui gli altri tralci hanno bisogno per portare il loro frutto.

3) Noi siamo i tralci (Giovanni 15:4-6)

Dimorate in me, e io dimorerò in voi. Come il tralcio non può da sé dare frutto se non rimane nella vite, così neppure voi se non dimorate in me. Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me, e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete fare nulla. Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio, e si secca; questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano.

3.1) L’imperativo: dimorate

Con tutta questa enfasi sul frutto, è sorprendente che Gesù non prosegua dicendo: “allora, voi discepoli, portate frutto!” Il frutto è lo scopo, ma Gesù non comanda mai: “portate frutto”. Interessante, no? L’imperativo invece è diverso; non “portate frutto” ma “dimorate in me” con la corrispondente promessa “e io dimorerò in voi” (v.4). Il motivo di questo cambiamento di enfasi è chiaro:

Come il tralcio non può da sé dare frutto se non rimane nella vite, così neppure voi se non dimorate in me. (v.4)

Gesù sottolinea questo punto ancora nel v.5 dicendo:

…perché senza di me non potete fare nulla.

Inoltre, l’avvertimento del v.2 — cioè che verrà tolto ogni tralcio che non porta frutto — subisce la stessa trasformazione. Ora nel v.6 è il tralcio che non dimora nella vite che “è gettato via”. Questo indica la causa principale della mancanza di frutto: non perché il tralcio ne sia incapace o non si impegni abbastanza, ma perché non resta unito alla vite. Il tralcio non ha vita in sé; senza la vite “si secca” e muore, e alla fine è utile solo ad alimentare il fuoco.

Detto positivamente, il tralcio che porta frutto lo porta per un solo motivo: esso “dimora” nella vite. Così è con Gesù e i suoi discepoli:

Colui che dimora in me, e nel quale dimoro, porta molto frutto… (v.5)

Il frutto è il risultato, dimorare in Gesù ne è la causa. Ecco il semplice motivo per cui Gesù, pur ponendo accento sul frutto come l’obbiettivo, non comanda che il frutto sia portato. In realtà, è la vite a “pensare” al frutto; i tralci devono solo pensare a rimanere uniti alla vite. Finché sono uniti alla vite, il loro frutto ne è l’inevitabile conseguenza.

3.2) L’assenza del frutto

Sono convinto che una gran parte della frustrazione e dello scoraggiamento dei credenti riguardo ai pochi frutti che portano sia dovuta proprio a quest’errore: di focalizzarsi sul portare frutto anziché sul dimorare in Gesù. Siamo propensi a commettere quest’errore perché, in un senso, è più facile. I frutti sono visibili, concreti e dunque misurabili. Per questo motivo, crediamo che, concentrandoci sui frutti, possiamo valutare quanto siamo bravi come discepoli di Gesù.

Dimorare in Gesù, però, non è qualcosa che possiamo vedere, toccare o contare, e lo riteniamo meno utile allo scopo di rafforzare il nostro ego spirituale. Ma in base a questo scopo non c’è altro che orgoglio, quel primitivo desiderio umano di farsi qualcosa di grande e significativo indipendentemente dal suo Creatore. E cosa succede quando siamo più fissati sui frutti che su Gesù? Non riusciamo più a portare i frutti desiderati, perché abbiamo allentato la nostra presa sulla vite, e non siamo più pieni della sua linfa senza la quale non possiamo fare nulla. Ecco il paradosso: più siamo fissati sui frutti, meno li portiamo, perché meno siamo in comunione con la vera fonte di quei frutti.

3.3) La cosa più importante

Come ho accennato all’inizio di questo studio, scopriamo dunque che tutta la vita cristiana può essere riassunta in quest’unica frase di Gesù: “dimorate in me, e io dimorerò in voi”. Se ci occupiamo di questo e di questo soltanto, tutto il resto seguirà. Questo è solo un altro modo per dire ciò che Gesù ha insegnato in Matteo 6:33: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in più”. Ma qui in Giovanni 15 abbiamo un’immagine viva e memorabile che rende lampante qual è la cosa più importante nella vita cristiana: dimorare in Gesù come il tralcio dimora nella vite perché così si porterà il frutto che Dio il vignaiuolo desidera. E come qualcuno ha osservato, la cosa più importante è che la cosa più importante resti la cosa più importante!

4) Dimorare in Gesù (Giovanni 15:7-17)

Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, così sarete miei discepoli. Come il Padre mi ha amato, così anch’io ho amato voi; dimorate nel mio amore. 10 Se osservate i miei comandamenti, dimorerete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e dimoro nel suo amore. 11 Vi ho detto queste cose, affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia completa.

12 Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi. 13 Nessuno ha amore più grande di quello di dare la sua vita per i suoi amici. 14 Voi siete miei amici, se fate le cose che io vi comando. 15 Io non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo signore; ma vi ho chiamati amici, perché vi ho fatto conoscere tutte le cose che ho udite dal Padre mio. 16 Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi, e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto, e il vostro frutto rimanga; affinché tutto quello che chiederete al Padre, nel mio nome, egli ve lo dia. 17 Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.

4.1) Unione e comunione

Ma se è vero questo, e se dimorare in Gesù è la cosa più importante che dobbiamo sempre tenere come la cosa più importante nella nostra vita, come possiamo farlo? Com’è che dimoriamo in Gesù? Ora, la prima cosa da notare (che diventerà chiaro in quanto segue) è che Gesù parla qui non tanto della nostra unione con lui (intesa come il tralcio viene innestato alla vite) ma della nostra comunione con lui (intesa come il nostro continuo vivere in relazione con lui). Possiamo distinguere tra unione comunione in questo modo: non possiamo avere comunione con Gesù se non siamo uniti a lui; ma, una volta uniti, è possibile che non viviamo sempre in piena comunione con lui.

Possiamo vedere un parallelismo nel matrimonio. Da quando io e mia moglie ci siamo sposati, siamo sempre uniti in questo rapporto, indipendentemente da come ci sentiamo. L’unione del matrimonio è qualcosa di obbiettivo che non aumenta o diminuisce a seconda degli alti e bassi che attraversa. Ma la nostra comunione è soggettiva, e può rafforzarsi o indebolirsi a causa di tanti fattori. Periodi di separazione geografica, emotiva o comunicativa possono ridurre di molto la nostra comunione, anche se rimaniamo sempre uniti come marito e moglie. Ovviamente, la troppa mancanza o la totale assenza di comunione può portare all’annullamento dell’unione matrimoniale, ma il punto principale resta valido.

4.2) La descrizione della relazione vitale

Qui Gesù parla soprattutto della nostra comunione con lui. E poiché parla di comunione, parla di una relazione personale che non può essere ridotta a un manuale di istruzioni. Come in qualsiasi relazione personale, non esiste un set di azioni che, se viene eseguito con precisione, garantisce il risultato desiderato. Ma ci sono dei comportamenti che creano le condizioni favorevoli alla comunione, senza i quali non può esistere. Nei versetti che seguono nel discorso di Gesù, dal 7 al 17, troviamo i comportamenti e le condizioni che caratterizzano coloro che vivono in piena comunione con lui. Ripeto: Gesù non ci spiega, per così dire, il procedimento di una ricetta che assicura di sfornare una torta perfetta. Il testo stesso resiste a tentativi di schematizzarlo in questo modo. Descrive invece le caratteristiche, le abitudini, la “routine” se vogliamo, dei tralci che sono in relazione vitale con la vite e di conseguenza portano molto frutto. Purtroppo non abbiamo il tempo per poter approfondire i vari tratti di questa relazione. Quindi li evidenzierò nel testo e poi lascerò a voi il compito di fare ulteriori riflessioni al riguardo.

4.2.1) La parola e la preghiera

Il primo tratto dei tralci in comunione con la vite non dovrebbe sorprendere l’attento lettore di Giovanni:

Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto.

In Giovanni, Gesù è la Parola di Dio, e come tale le sue parole “sono Spirito e vita” (6:63). Se chiediamo: “che cosa rappresenta la linfa dalla quale nell’immagine della vite i tralci dipendono per portare frutto?” La risposta è questa: lo Spirito di Dio che (letteralmente!) dimora nei credenti e la vita eterna che egli gli conferisce. Come lo spirito dell’uomo è la forza vitale del suo corpo, così è lo Spirito di Dio la forza vitale di coloro che hanno la vita eterna. Paolo si servirà di quest’immagine in Galati 5:23 quando chiama le virtù cristiane “il frutto dello Spirito”. Come Gesù stesso indica altrove nel suo discorso (14:12-17; 16:7-15), è lo Spirito che Gesù, la vite, elargisce sui discepoli, i tralci, affinché essi portino frutto.

Se chiediamo inoltre, come opera lo Spirito di Gesù in noi affinché portiamo frutto? La risposta è chiara nel 16:13-14:

13 quando però sarà venuto lui, lo Spirito della verità, egli vi guiderà in tutta la verità, perché non parlerà di suo, ma dirà tutto quello che avrà udito, e vi annuncerà le cose a venire. 14 Egli mi glorificherà perché prenderà del mio e ve lo annuncerà.

Lo Spirito opera in noi nella misura in cui le parole di Gesù dimorano in noi. Come Gesù dichiara qui senza equivoci, lo Spirito non opera “di suo” ma solo in cooperazione con ciò che Gesù ha annunciato. Ecco perché nel v.7 di Giovanni 15 sono le parole di Gesù che vengono a occupare il suo posto. Notiamo la progressione:

Dimorate in me, e io dimorerò in voi

5 Colui che dimora in me, e nel quale io dimoro, porta molto frutto

Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi

Nei vv.4 e 5, è Gesù che dimora nei discepoli, ma poi nel v.7 sono le parole di Gesù che dimorano in loro. Allora, è Gesù o la sua parola che dimora in noi? La risposta è sì! Gesù dimora in noi, per mezzo del suo Spirito, in quanto le sue parole dimorano in noi. Nel suo discorso, Gesù ricorda più volte ai suoi discepoli che tra poco sarà tolto via dalla loro presenza (14:2-4, 12, 19, 28; 16:5-7). Ma non per questo sarà assente; anzi sarà più presente che mai! Prima della croce, Gesù è stato con i discepoli. Ma dopo, quando torna al Padre, sarà per mezzo dello Spirito nei discepoli. E questo avverrà nella misura in cui la sua parola (che abbiamo anche noi grazie a Giovanni e gli altri scrittori biblici!) dimora in noi. Questa è l’ennesima volta che vediamo quanto è indispensabile la Bibbia alla nostra vita. La parola di Dio deve essere per noi non solo un riferimento occasionale o un’occhiata quotidiana, ma la nostra constante dimora.

Vediamo ancora nel v.7 che inscindibile dalla parola è la preghiera: quando dimoriamo in Gesù (che facciamo in quanto facciamo sì che la parola dimori in noi), chiediamo al Padre quello che vogliamo nel nome di Gesù e così “sarà fatto”. Nel contesto, è chiaro che questa promessa vale solo si avverano prima la condizione: “se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi”. In altre parole, quando la parola di Gesù dimora in noi con il risultato che lo Spirito ci riempie della sua vita — compresi i suoi desideri — ciò che vorremo e chiederemo sarò ciò che Dio stesso vuole da noi: il frutto per cui ci ha innestato in Gesù. Quando il discepolo prega il Padre e gli chiede di adempire la volontà e le promesse rivelate nella sua parola, la risposta sarà sempre “sì”! La preghiera, dunque, è l’espressione esterna della parola che opera all’interno del credente. Se i credenti pregano poco, è probabile che dimori poco la parola in loro.

4.2.2) La gioia

Oltre alla parola che si manifesta nella preghiera, Gesù indica che anche la gioia è un segno della sua presenza in noi:

11 Vi ho detto queste cose, affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia completa.

Dobbiamo distinguere tra la gioia di cui parla Gesù e la felicità come il mondo la pensa. La gioia — che è proprio la gioia di Gesù stesso — non è opposta alla sofferenza o al pianto. Ricordiamo Gesù piangendo e fremendo davanti alla tomba di Lazzaro (11:33-35), e turbato di animo quando pensa all’ora della sua morte (12:27). La felicità del mondo viene cancellata dalla sofferenza, l’angoscia e la morte, ma la gioia di Gesù no. Non è facile sapere come è possibile gioire proprio nel momento in cui si piange, ma questo è il potere della gioia di Gesù in noi. E questa è la chiave: la gioia di Gesù in noi. Resta sempre valida l’immagine della vite e i tralci. Come non possiamo da noi stessi portare frutto, così non possiamo da noi stessi gioire in ogni circostanza, a meno che non dimoriamo in Gesù affinché la sua gioia si manifesti in noi. Ma se la parola di Gesù dimora in noi, Gesù promette che dimorerà in noi anche la sua gioia invincibile. Ecco la beatitudine del tralcio che dimora nella vite.

4.2.3) L’ubbidienza che si manifesta nell’amore

Dopo la parola, la preghiera e la gioia, ancora un’altra caratteristica viene messa in risalto da Gesù:

14 Voi siete miei amici, se fate le cose che io vi comando.

Questo “voi siete miei amici” equivale al “dimorate in me” di prima. Dobbiamo essere cauti di non interpretare questo “se” nel modo sbagliato. Non siamo gli amici di Gesù — ovvero dimoriamo in lui — a causa del nostro fare le cose che egli ci comanda, perché questo contraddice l’insegnamento di Gesù che senza di lui non possiamo fare nulla. La nostra ubbidienza è il risultato di essere amici di Gesù, come il frutto è il risultato del tralcio che dimora nella vite. Ma — e questo è il punto — il frutto dell’ubbidienza è il risultato del tralcio che dimora nella vite. Nessuno può dire di dimorare in Gesù, di essere suo amico, se non ubbidisce a quanto egli ha comandato! Se Gesù dimora in noi, farà sì che noi facciamo ciò che lui desidera!

E che cos’è che Gesù desidera? Quali sono le cose che ci ha comandato? Possiamo riassumerle tutte in una sola parola: amore.

12 Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi…. 17 Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.

Come nell’esempio di Gesù, questo amore non è teorico o astratto ma concreto e pratico:

13 Nessuno ha amore più grande di quello di dare la sua vita per i suoi amici.

L’amore che non passa da parole ai fatti non è amore, proprio come Dio ha mostrato il suo amore principalmente non nel dircelo ma nel mandare Gesù per morire per noi (Giovanni 3:16; Romani 5:8). Così deve essere l’amore dei discepoli di Gesù, gli uni per gli altri.

4.2.4) L’esempio di Gesù

Gesù stesso è infatti il nostro esempio di cosa vuol dire “dimorare in lui”. Al di là di tutti queste caratteristiche quali la parola, la preghiera, la gioia, l’ubbidienza e l’amore, Gesù presenta se stesso come esempio per eccellenza:

Come il Padre mi ha amato, così anch’io ho amato voi; dimorate nel mio amore. 10 Se osservate i miei comandamenti, dimorerete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e dimoro nel suo amore.

Come Gesù ha fatto nei confronti di suo Padre, così facciamo nei confronti di Gesù. Guardiamo come Gesù stesso ha dimorato nell’amore del Padre e ha fatto tutto ciò per cui era stato da lui mandato, e vediamo l’immagine perfetta di come anche noi dobbiamo dimorare nell’amore di Gesù e fare tutto ciò per cui siamo stati da lui mandati nel mondo. Alla fine, se è Gesù stesso che personalmente dimora in noi tramite lo Spirito, non sarà proprio la sua immagine a cui diventeremo sempre più conformi?

5) Considerazioni conclusive

Voglio concludere lo studio di oggi con tre brevi considerazioni che ritengo necessarie alla nostra comprensione di Giovanni 15.

5.1) Un avvertimento

La prima considerazione è un avvertimento: mentre l’assenza del frutto indica necessariamente l’assenza dell’unione del tralcio alla vite, la presenza del frutto non indica necessariamente la presenza della stessa. Dobbiamo tenere presente quelle terrificanti parole di Gesù in Matteo 7:21-23:

21 «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore!” entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. 22 Molti mi diranno in quel giorno: “Signore, Signore, non abbiamo noi profetizzato in nome tuo e in nome tuo cacciato demòni e fatto in nome tuo molte opere potenti?”  23 Allora dichiarerò loro: “Io non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, malfattori!”

Qui vediamo che è possibile manifestare nella vita ciò che sembra frutto vero, ma alla fine sarà rivelato falso. Secondo Gesù, ci saranno molti che nella vita avranno compiuto tante buone opere nel nome di Gesù ma senza essere mai uniti veramente a Gesù. Sarà solo alla fine, al giudizio finale, quando il frutto falso sarà rivelato tale, e perciò dobbiamo guardarci dal presumere che tutto quello che appare come frutto vero sia in realtà frutto vero. Di nuovo, la cosa più importante è l’unione con Gesù, che il tralcio dimori nella vite, perché solo così possiamo assicurarci di non ingannarci e che il frutto che portiamo è frutto vero.

5.2) Un’esortazione

La seconda considerazione è un’esortazione. Ricordiamoci delle parole iniziali del capitolo:

1 Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiuolo. Ogni tralcio che in me non dà frutto lo toglie via, e ogni tralcio che dà frutto lo pota affinché ne dia di più.

Qui Gesù ci fa sapere che non è solo il tralcio sterile che viene in qualche modo tagliato; anche il tralcio fruttifero viene potato “affinché ne dia di più”. Come sa bene qualsiasi vignaiuolo, le viti vanno potate ogni anno per rendere l’uva più buona. Senza la potatura che sopprime le parti invecchiate o malate della pianta, la qualità del frutto si deteriorerà. Per quanto violenta, la potatura è dunque parte normale e frequente dell’esistenza dei tralci ed è indispensabile alla loro vitalità.

Quindi, dobbiamo essere sempre preparati alla potatura del nostro Vignaiuolo divino. Quando Dio ci pota, è perché ci ama, perché vuole renderci sempre più vivi e fruttiferi. La potatura è un processo doloroso; Dio può toglierci parti della vita che noi riteniamo necessarie. Ma se ci affidiamo alla sua cura, convinti che lui è saggio da sapere meglio di noi cosa nella nostra vita va potato, potremo ubbidire all’esortazione di Ebrei 12:7,11:

7 Sopportate queste cose per la vostra correzione…. 11 È vero che qualunque correzione sul momento non sembra recare gioia, ma tristezza; in seguito tuttavia produce un frutto di pace e di giustizia in coloro che sono stati addestrati per mezzo di essa.

5.3) Un incoraggiamento

La terza e ultima considerazione è un incoraggiamento. È possibile sentire (o leggere) un messaggio così e concludere pensando che infine tutto dipenda da noi. Non so quante volte che io, dopo aver predicato il vangelo, evidenziando che Dio ha già fatto tutto in Gesù per salvarci, ho sentito qualcuno con sguardo ansioso dirmi qualcosa come: “Non so se ce la posso fare. È molto difficile!” Tanta è innata e impressa nella nostra natura l’idea che noi dobbiamo contribuire in qualche modo alla nostra salvezza che quasi non comprendiamo il vangelo anche quando viene spiegato nel modo più semplice. Lo stesso vale per quanto riguarda la vita cristiana. Tendiamo a fissare sugli imperativi del testo biblico a tal punto che dimentichiamo gli indicativi. In questo caso, è facile che ci focalizziamo sul fatto che noi dobbiamo dimorare in Cristo, che noi dobbiamo portare frutto perché non vogliamo essere i tralci gettati via e bruciati, e di conseguenza facciamo sì che Giovanni 15 abbia l’effetto contrario a quello che Gesù desidera! Ricordiamoci: Gesù ha detto queste cose affinché abbiamo in lui la pace non la paura, la gioia e non l’ansia. Quindi, finiamo ribadendo l’indicativo che sta alla base di ogni imperativo:

In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, così sarete miei discepoli…. 16 Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi, e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto, e il vostro frutto rimanga; affinché tutto quello che chiederete al Padre, nel mio nome, egli ve lo dia.

Dio vuole che noi dimoriamo in Gesù. Dio vuole che portiamo frutto. E ciò che Dio vuole è ciò che alla fine ottiene. La nostra pace deriva dalla conoscenza che, come Paolo dice in Romani 11:18:

…non sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te.

Se siamo stati innestati in Gesù come tralci nella vite, questa è stata l’opera non nostra ma quella del Vignaiuolo divino. In più, non è tanto la responsabilità dei tralci aggrapparsi alla vite quanto è la responsabilità della vite aggrapparsi ai tralci. Ricordiamoci: i tralci da sé non possono fare nulla, compreso rimanere uniti alla vite! E la vite che sostiene i tralci, che li fa portare frutto e che assicura che essi stiano vivi, sani e ben nutriti. Non dobbiamo pensare, dunque, che in fin dei conti dimorare in Gesù sia la parte, forse anche solo quell’1 per cento, che spetta noi mentre Dio fa il rimanente 99 per cento. Senza la vite non possiamo neanche fare quell’1 per cento. È Gesù la vite che non solo produce il frutto mediante i tralci ma che anche sostiene i tralci affinché dimorino in essa. Così possiamo riposarci nella pace che i tralci che Dio ha voluto innestare nella vite, sarà la sua fedele premura conservarci nella vite, farci crescere verso la maturità e farci portare il frutto che desidera.

2 Corinzi 1:1-11: La Consolazione di Cristo

1) Introduzione (2 Corinzi 1:1-2)

1 Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, e il fratello Timoteo, alla chiesa di Dio che è in Corinto, con tutti i santi che sono in tutta l’Acaia: grazia a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo.

La sofferenza. Poco ci piace parlarne. Ancora meno ci piace sperimentarla. Ma nella vita la sofferenza è inevitabile, e se non ci prepariamo prima che venga, ci troveremo senza la capacità di affrontarla. Un atleta non può aspettare il giorno della gara per iniziare ad allenarsi e pensare di vincere. Similmente non possiamo ritenerci in grado di reggere nel giorno della tempesta se prima non abbiamo costruito una solida base su cui stare. Ecco perché in Matteo 7:24-25 Gesù chiama “avveduto” l’uomo che:

ha costruito la sua casa sopra la roccia. La pioggia è caduta, sono venuti i torrenti, i venti hanno soffiato e hanno investito quella casa; ma essa non è caduta, perché era fondata sulla roccia.

È per aiutarci a costruire la casa della nostra vita sulla roccia che oggi meditiamo sul primo capitolo della seconda lettera di Paolo ai Corinzi, anche se, va riconosciuto subito, Paolo non scrive questa lettera come un trattato sulla sofferenza in generale. L’occasione di 2 Corinzi è ben più specifica. Come diventerà chiaro nel resto della lettera, Paolo scrive alla chiesa di Corinto (da lui fondata qualche anno prima) per difendere il suo apostolato da alcuni “sommi apostoli” (11:5) che cercano di minare la sua autorità e rovinare la sua reputazione tra i membri della chiesa. Paolo chiama questi “sommi apostoli” in senso ironico, perché lungi dall’essere veri apostoli di Cristo, si sono infiltrati nella chiesa predicandovi “un altro Gesù” (come Paolo dice in 11:4), portando un messaggio totalmente opposto al vangelo. La strategia di questi falsi apostoli è subdola ed efficace. Attaccano il messaggero, e, caduto lui, di conseguenza cade anche il suo messaggio. Quando dunque Paolo si difende in 2 Corinzi contro le accuse di questi falsi apostoli, non lo fa per non fare una brutta figura davanti ai corinzi. È invece per evitare che il vangelo di Cristo incorra nel biasimo e nel disonore.

Che c’entra quindi il tema della sofferenza? Evidentemente, i falsi apostoli sfruttavano le varie e molteplici sofferenze che Paolo subiva a causa del suo ministero per screditarlo agli occhi dei corinzi. Troviamo un esempio di quello che essi dicevano di lui nel 10:10:

Qualcuno dice infatti: «Le sue lettere sono severe e forti, ma la sua presenza fisica è debole e la sua parola è cosa da nulla»

In una cultura che, come quella dei corinzi, ammirava i leader forti, ricchi ed eloquenti, questa tattica risultava molto persuasiva. Se Paolo fosse veramente un apostolo, non dovrebbe essere così debole e sofferente. Certamente Dio non permetterebbe al suo grande apostolo di provare così tante afflizioni e dolori!

In 2 Corinzi, Paolo risponde ai suoi avversari stranamente affermando le loro critiche. Non cerca di nascondere le sue sofferenze; non tenta di farsi apparire più forte. Anzi, si vanta, in un certo senso, delle sue sofferenze e debolezze perché sono queste che paradossalmente danno conferma del suo apostolato. Il suo ragionamento è riassunto in 4:7:

Ma noi abbiamo questo tesoro in vasi di terra, affinché questa grande potenza sia attribuita a Dio e non a noi.

Per Paolo, la sofferenza è parte integrante del suo ministero, perché nessuno può confondere così la potenza del vangelo con le capacità dell’apostolo. In più, è incoerente predicare “Cristo crocifisso” senza seguirlo portando la propria croce. Paolo non è contento di solo predicare Cristo crocifisso; desidera rispecchiarlo nel proprio modo di vivere.

Detto questo, siamo adesso pronti per considerare il capitolo inziale di 2 Corinzi in cui Paolo introduce il tema della sofferenza. Ma forse ancora più importante è il tema della consolazione che è nostra in Cristo. Come Paolo insegna, è alla luce della consolazione di Cristo che le ombre delle nostre sofferenze perdono un po’ della loro oscurità. Qui non troviamo una risposta esauriente alla domanda: “perché soffriamo?”, ma la risposta che Paolo ci dà è sufficiente per consolarci nei momenti più difficili della vita. E quando ci aggrappiamo a questa consolazione, non saremo certo liberati dalle nostre sofferenze, ma saremo capaci di sopportarle, mantenendo ferma la nostra speranza in Cristo. In questi versetti, Paolo dà senso alle nostre sofferenze in questi tre modi: 1) siamo consolati per consolare, 2) siamo partecipi delle sofferenze di Cristo, e 3) impariamo a mettere fiducia nel Dio che risuscita i morti.

2) Consolati per Consolare (2 Corinzi 1:3-4)

Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra afflizione affinché, mediante la consolazione con la quale siamo noi stessi da Dio consolati, possiamo consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione;

Nel v.3, Paolo benedice “il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo” per il fatto che egli sia “il Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione”. Mentre è vero che Dio è sovrano su tutto — comprese le nostre sofferenze — la sua sovranità non è fredda o arbitraria come i concetti pagani della “sorte” o del “destino”. Questo è perché Paolo, innanzitutto, pone l’accento sulla misericordia e la consolazione di Dio. Se Dio nella sua sovranità permette che siamo afflitti, lo fa per poterci consolare. Non conosciamo Dio se non prima di tutto come “Padre misericordioso”, e come “Dio di ogni consolazione” non c’è afflizione che lui non sia in grado di consolare. A volte saremo afflitti “oltre le nostre forze” (v.8), ma possiamo essere certi che quando abbonderanno le nostre afflizioni, sovrabbonderanno le consolazioni di Dio. Se ci sentiamo travolti dalle sofferenze, dobbiamo ricordarci che quelle sofferenze saranno presto travolte dalle consolazioni del Signore.

Ma perché Dio desidera consolarci se questo richiede che prima soffriamo? Non sarebbe forse meglio sin dall’inizio non farci soffrire? Paolo risponde subito dicendo che è “affinché, mediante la consolazione con la quale siamo noi stessi da Dio consolati, possiamo consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione”. Come dirà nel 5:15-20, Paolo, insieme a tutti i seguaci di Cristo, “non vivono per se stessi ma per colui che è morto e risuscitato per loro”, facendo “da ambasciatori per Cristo”. Finché viviamo in questo mondo decaduto, la sofferenza sarà parte normale della vita, ed è dunque necessario che gli ambasciatori di Cristo siano in grado di consolare quelli che soffrono. Ma possiamo consolare altri nelle loro sofferenze se non siamo mai stati consolati nelle nostre? Non è certo piacevole, ma è indispensabile che l’ambasciatore di Cristo soffra e sia da Dio consolato in modo da poter poi consolare altri nelle loro sofferenze. Questo è perché Paolo in 2 Timoteo 2:10 dice:

Ecco perché sopporto ogni cosa per amore degli eletti, affinché anch’essi conseguano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna.

Quando anche noi siamo convinti che (per ripetere 5:15) “egli morì per tutti, affinché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro”, potremo anche noi dire la stessa cosa: sopportiamo ogni cosa per amore degli altri, come anche Cristo ha sopportato ogni cosa per amore nostro. Quindi, la prima parte della risposta di Paolo alla domanda: “perché soffriamo?” è questa: per essere consolati da Dio affinché “mediante la consolazione con la quale siamo noi stessi da Dio consolati, possiamo consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione”.

3) Partecipi delle Sofferenze (2 Corinzi 1:5-7)

perché, come abbondano in noi le sofferenze di Cristo, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione. Perciò se siamo afflitti, è per la vostra consolazione e salvezza; se siamo consolati, è per la vostra consolazione, la quale opera efficacemente nel farvi capaci di sopportare le stesse sofferenze che anche noi sopportiamo. La nostra speranza nei vostri riguardi è salda, sapendo che, come siete partecipi delle sofferenze, siete anche partecipi della consolazione.

Se poi chiediamo: “in che modo siamo consolati da Dio?”, Paolo risponde nei vv.5-7. Dio ci consola rassicurandoci che se soffriamo, è perché siamo “partecipi delle sofferenze di Cristo”. In quanto “abbondano in noi le sofferenze di Cristo”, così nella stessa misura “per mezzo di Cristo abbonda anche la nostra consolazione”. In altre parole, la consolazione che sperimentiamo in Cristo è in proporzione a quanto sperimentiamo le sofferenze di Cristo. Anche se forse non sembra all’inizio, sapere questo è una grande consolazione. Come abbiamo già detto, la sofferenza è parte normale della vita, e colpisce tutti indiscriminatamente. Questo non vuol dire ovviamente che nella vita non c’è altro che sofferenza, ma semplicemente che la sofferenza è inevitabile per tutti. Soffrono i ricchi e i poveri, i giovani e i vecchi, i grandi e i piccoli, i famosi e gli sconosciuti, e anche i credenti e i non credenti.

Ma c’è una differenza che distingue la sofferenza tra questi ultimi. Mentre per il non credente la sofferenza è solo quella: sofferenza, per il credente la sofferenza è molto di più: è una partecipazione nelle sofferenze di Cristo. Per il non credente, non c’è mai la certezza che la sofferenza abbia un senso, anche se lo si spera. Ma il credente non deve mai dubitarne perché, pur mancando altre risposte, sa che le sue sofferenze sono condivise con Cristo. Quindi, per il credente, tanto è possibile che le sue sofferenze non abbiano un senso quanto è possibile che le sofferenze di Cristo non abbiano avuto un senso. Non c’è sofferenza nella vita del credente che non sia una partecipazione nelle sofferenze di Cristo, e perciò non c’è sofferenza nella vita del credente che non abbia un senso. Forse questo senso non lo capiamo; forse non lo mai capiremo in questa vita. Ma possiamo essere certi che, come le sofferenze di Cristo sono state efficaci, così lo saranno le nostre allo scopo che Dio sta realizzando.

Ovvio: le nostre sofferenze non sono efficaci nello stesso senso in cui quelle di Cristo sono state efficaci. Le nostre sofferenze non salvano nessuno. Ma sappiamo comunque che nelle mani di colui che è il Salvatore, nulla sarà sprecato, e tutto si rivelerà un giorno di essere avvenuto per un motivo buono e bello. In Romani 8:28 Paolo lo dice così:

Or sappiamo che tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio, i quali sono chiamati secondo il suo disegno.

Io non so di voi, ma se devo soffrire, io voglio che le mie sofferenze siano una partecipazione in quelle di Cristo, così che non devo dubitare che abbiano un senso. Quando siamo convinti di questo, troviamo veramente una grande consolazione.

4) Dio che Risuscita i Morti (2 Corinzi 1:8-10)

Fratelli, non vogliamo che ignoriate, riguardo all’afflizione che ci colse in Asia, che siamo stati grandemente oppressi, oltre le nostre forze, tanto da farci disperare perfino della vita. Anzi, avevamo già noi stessi pronunciato la nostra sentenza di morte, affinché non mettessimo la nostra fiducia in noi stessi, ma in Dio, che risuscita i morti. 10 Egli ci ha liberati e ci libererà da un così gran pericolo di morte, e abbiamo la speranza che ci libererà ancora.

Però, se siamo onesti, dobbiamo ammettere che a volte dimentichiamo queste verità che ci consolano nell’afflizione. A volte il dolore è talmente forte che non riusciamo a pensare ad altro. A volte il male è talmente soffocante, talmente schiacciante che non siamo in grado nemmeno di respirare. In questi momenti, cosa dobbiamo fare? Paolo risponde nei vv.8-10, riconoscendo che è possibile essere “grandemente oppressi, oltre le nostre forze, tanto da farci disperare perfino della vita”. Paolo conosce benissimo la sofferenza che porta alla disperazione, avendo lui stesso vissuto una simile esperienza che qui racconta. Non sappiamo esattamente di quale afflizione Paolo parla qui, l’afflizione che lo “colse in Asia” e che lo fece pronunciare “la nostra sentenza di morte”, ma non importa. L’importante è la ragione per cui, secondo Paolo, Dio gli permise di attraverso ciò che il salmista chiama “la valle dell’ombra della morte”. Questa ragione vale tanto per noi quanto per lui: “affinché non mettessimo la nostra fiducia in noi stessi ma in Dio ch risuscita i morti”.

È troppo facile dire “mi fido di Dio” quando tutto va bene. È difficile dire “mi fido di Dio” quando tutto va male. Ma è un’altra cosa ancora dire “mi fido di Dio” quando soffriamo oltre le nostre forze da sopportarlo, quando è preferibile morire che vivere ancora un altro minuto, quando ci sentiamo abbandonati persino da Dio e, come Giobbe, malediciamo il giorno in cui siamo nati. Il fatto puro e semplice è che non impareremo mai di mettere tutta (veramente tutta!) la nostra fiducia in Dio come il Dio che risuscita i morti finché non ci sentiamo di essere sotto la sentenza di morte. Affinché impariamo a fidarci di Dio di risuscitarci dalla morte, dobbiamo essere portati al punto in cui ci disperiamo perfino della vita. Questo mi ricorda la storia di Abraamo quando Dio gli comandò di offrire suo figlio, Isacco, come sacrificio, e come Ebrei 11:17-19 spiega come Abraamo superò questa prova:

17 Per fede Abraamo, quando fu messo alla prova, offrì Isacco; egli, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito. 18 Eppure Dio gli aveva detto: «È in Isacco che ti sarà data una discendenza». 19 Abraamo era persuaso che Dio è potente da risuscitare anche i morti; e riebbe Isacco come per una specie di risurrezione.

Quando Abraamo salì sul monte con Isacco, non sapeva che Dio lo avrebbe fermato all’ultimo momento e avrebbe dato un montone al posto di suo figlio. Quando alzò il coltello, era convinto che l’avrebbe ucciso ma, come dice in Ebrei, era altrettanto convinto che Dio l’avrebbe risuscitato, avendo già promesso che sarebbe stato per mezzo di Isacco che Abraamo sarebbe diventato padre di una moltitudini di nazioni. Ma come dice Genesi 22:10-12, Abraamo doveva arrivare al punto in cui “stese la mano e prese il coltello per scannare suo figlio” per poter dimostrare se credeva veramente nella promesso di Dio o no. Solo allora l’angelo del Signore “chiamò dal cielo e disse:… Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli male! Ora so che tu temi Dio, poiché non mi hai rifiutato tuo figlio, l’unico tuo.”

Per quanto difficile e straziante è una tale prova, Paolo ci incoraggia nel v.10 dicendo che il risultato è la libertà e la speranza: “Egli ci ha liberati e ci libererà da un così gran pericolo di morte, e abbiamo la speranza che ci libererà ancora.” Quando soffriamo oltre le nostre forze tanto da farci disperare perfino della vita, ma quando in quelle circostanze sperimentiamo personalmente come Dio ci libera, d’allora in poi avremo sempre la speranza che “ci libererà ancora”. Questa speranza — che neanche il più “gran pericolo di morte” può abbattere o distruggere — è il frutto soltanto della sofferenza che fa disperare della vita. La fede che è pura come oro non esce se non dal fuoco. Senza piangere davanti alla tomba come gli amici di Lazzaro in Giovanni 11, non si può avere veramente la certezza che Gesù è “la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà” (Giovanni 11:25). Gesù stesso è il nostro esempio più chiaro: la vittoria della Pasqua ha seguito — e poteva solo seguire — la morte di Venerdì Santo. Prima di ogni corona c’è la croce, e questo è tanto vero per i seguaci di Gesù quanto lo era per il loro Maestro.

Per quanto riguarda la fede, non funziona il “per sentito dire”: bisogna vivere la potenza di Dio di risuscitare i morti per poterci credere veramente. Sono esperienze che non sceglieremmo mai, ma quando Dio nella sua sovrana bontà ce le fa attraversare, il risultato è sempre fede pura, speranza salda, amore profondo e un cuore grato.

5) Cooperate con la Preghiera (2 Corinzi 1:3, 11)

Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione,… 11 Cooperate anche voi con la preghiera, affinché per il favore divino che noi otterremo per mezzo della preghiera di molte persone siano rese grazie da molti per noi.

Abbiamo iniziato questo studio dicendo che è importante essere preparati alla sofferenza. Se non stiamo ora attraversando la valle dell’ombra della morte, possiamo essere certi che prima o poi lo faremo. Che cosa dobbiamo fare quindi per prepararci? Voglio farvi quattro consigli pratici in base a questo testo. Prima di tutto, dobbiamo meditare su e ricordarci spesso delle verità che Paolo insegna qui. Nel momento della sofferenza, è difficile pensare con chiarezza, e non abbiamo spesso la capacità mentale considerare grandi verità teologiche. Ecco perché è necessario (per tornare alla parabola che Gesù usa nel sermone sul monte) costruire la nostra casa sulla roccia prima che la colpisca la tempesta. Se prendiamo il tempo necessario per imparare e meditare sulle grandi verità del vangelo nei tempi di calma, avremo una base solida che ci permetterà di resistere quando nei tempi di tempesta.

Secondo, dobbiamo fare quello che Paolo ci esorta a fare nel v.11: “Cooperate anche voi con la preghiera…”. Come lo studio della Bibbia, così anche la preghiera deve essere il nostro “pane quotidiano” se vogliamo prepararci alla sofferenza. Notiamo che Paolo non dice qui che la preghiera serve solo quando si è oppressi oltre ogni forza. Anche i corinzi che non soffrono come Paolo, devono cooperare con lui nella preghiera, come se fossero nelle stesse condizioni. Come Paolo accenna nel v.6, i corinzi devono essere “capaci di sopportare le stesse sofferenze che anche noi sopportiamo”. La preghiera, come Gesù esemplifica nel giardino di Getsemani, è per “non entrare in tentazione” nell’ora della prova (Luca 22:40). È la preghiera che ci tiene collegati alla potenza di Dio e in comunione con l’amore di Dio che ci sostengono nei periodi difficili e dolorosi della vita.

Terzo, dobbiamo abituarci alla trasparenza con i nostri fratelli e le nostre sorelle in Cristo. In questo capitolo, come nel resto di 2 Corinzi, Paolo è totalmente trasparente nel parlare apertamente e francamente delle sue sofferenze sia fuori che dentro. Non cerca di nascondere nulla per farsi apparire più forte. Anzi, si vanta delle sue debolezze! Per Paolo, la sofferenza e la debolezza non sono cause di imbarazzo o di vergogna ma piuttosto occasioni per esaltare la potenza e la grazia di Dio. Se la consolazione di Dio viene in parte per mezzo di altri che sono stati consolati nelle loro afflizioni, ci priviamo di un grande aiuto che Dio ci ha dato se non siamo onesti con loro circa le difficoltà che stiamo vivendo. E siccome questa trasparenza non è naturale o automatica (spesso infatti è contraria a tutti i nostri istinti), bisogna coltivarla, e coltivarla prima che venga la prova.

Infine, dobbiamo concludere dove abbiamo cominciato all’inizio del brano, e seguire l’esempio di Paolo che sempre e in tutto loda e benedice il Signore: “Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione” (v.3). Lodare Dio nelle sofferenze è difficile, ma è importante e salutare. È la lode che ci porta in alto, al di sopra delle nostre sofferenze, e ci rida la giusta prospettiva su di esse. Nella sofferenza, tendiamo a vedere solo la valle e le sue ombre, dimenticando che in realtà quella valle è solo un tratto temporaneo lungo il nostro percorso. La lode invece ci ricorda di nuovo che quella valle non è la nostra meta finale, che un giorno Dio farà splendere ancora su di noi il sole della gioia, e che nella sua presenza ogni dolore e ogni tristezza fuggiranno via. Fu la lode che permise a Giobbe di superare le sue terribili afflizioni. In Giobbe 1:20-21 leggiamo:

20 Allora Giobbe si alzò, si stracciò il mantello, si rase il capo, si prostrò a terra e adorò dicendo: 21 «Nudo sono uscito dal grembo di mia madre e nudo tornerò in grembo alla terra; il Signore ha dato, il Signore ha tolto; sia benedetto il nome del Signore».

Possiamo essere certi che Giobbe reagì in questo modo perché aveva coltivato un’abitudine di lode nella sua vita molto tempo prima di questo momento. Così è importante che anche noi costruiamo adesso una “casa di lode” affinché, quando arriva la tempesta, potremmo continuare a cantare le lodi di Dio nonostante tutto.

Chiudo con la benedizione di Giuda 24-25 che mi sembra molto appropriata qui. Alla fine, se temiamo la sofferenza, e se ci chiediamo come avremo la forza per sopportarla quando viene, ricordiamoci che non siamo noi ma è Dio che ha promesso di fare questo:

A colui che può preservarvi da ogni caduta e farvi comparire irreprensibili e con gioia davanti alla sua gloria, al Dio unico, nostro Salvatore per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore, siano gloria, maestà, forza e potere prima di tutti i tempi, ora e per tutti i secoli. Amen.

Luca 21:5-37: Levate il Capo Perché La Liberazione Si Avvicina

1) I Segni della Fine (21:5-24)

Mentre alcuni parlavano del tempio, di come fosse adorno di belle pietre e di doni votivi, egli disse: «Verranno giorni in cui di tutte queste cose che voi ammirate non sarà lasciata pietra su pietra che non sia diroccata». Essi gli domandarono: «Maestro, quando avverranno dunque queste cose? E quale sarà il segno che tutte queste cose stanno per compiersi?»

Egli disse: «Guardate di non farvi ingannare; perché molti verranno in nome mio, dicendo: “Sono io”; e: “Il tempo è vicino”. Non andate [dunque] dietro a loro. Quando sentirete parlare di guerre e di sommosse, non siate spaventati, perché bisogna che queste cose avvengano prima; ma la fine non verrà subito». 10 Allora disse loro: «Insorgerà nazione contro nazione e regno contro regno; 11 vi saranno grandi terremoti e, in vari luoghi, pestilenze e carestie; vi saranno fenomeni spaventosi e grandi segni dal cielo. 12 Ma prima di tutte queste cose, vi metteranno le mani addosso e vi perseguiteranno consegnandovi alle sinagoghe e mettendovi in prigione, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome. 13 Ma ciò vi darà occasione di rendere testimonianza. 14 Mettetevi dunque in cuore di non premeditare come rispondere a vostra difesa, 15 perché io vi darò una parola e una sapienza alle quali tutti i vostri avversari non potranno opporsi né contraddire. 16 Voi sarete traditi perfino da genitori, fratelli, parenti e amici; faranno morire parecchi di voi 17 e sarete odiati da tutti a causa del mio nome; 18 ma neppure un capello del vostro capo perirà. 19 Con la vostra costanza salverete le vostre vite.

20 «Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, allora sappiate che la sua devastazione è vicina. 21 Allora quelli che sono in Giudea fuggano sui monti, e quelli che sono in città se ne allontanino; e quelli che sono nella campagna non entrino nella città. 22 Perché quelli sono giorni di vendetta, affinché si adempia tutto quello che è stato scritto. 23 Guai alle donne che saranno incinte, e a quelle che allatteranno in quei giorni! Perché vi sarà grande calamità nel paese e ira su questo popolo. 24 Cadranno sotto il taglio della spada e saranno condotti prigionieri fra tutti i popoli; e Gerusalemme sarà calpestata dai popoli, finché i tempi delle nazioni siano compiuti.

25 Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle; sulla terra, angoscia delle nazioni, spaventate dal rimbombo del mare e delle onde. 26 Gli uomini verranno meno per la paurosa attesa di quello che starà per accadere al mondo, poiché le potenze dei cieli saranno scrollate. 27 Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nuvola con potenza e grande gloria.

A) Il contesto del discorso di Gesù (vv.5-7)

Il capitolo 21 del vangelo di Luca riporta uno dei discorsi più famosi di Gesù, quello che concerne “gli ultimi tempi”. Ci sono tante interpretazioni riguardanti i vari dettagli e simboli presenti nel discorso, ma non dovremmo per questo perdere di vista il messaggio principale che Gesù voleva trasmettere ai suoi discepoli che vale tanto per noi oggi quanto per loro. Il messaggio è questo (v.28): “Ma quando queste cose cominceranno ad avvenire, rialzatevi, levate il capo, perché la vostra liberazione si avvicina”. È un messaggio dunque di speranza e di incoraggiamento per tempi instabili e tribolati, proprio come quello che stiamo attraversando adesso. È un messaggio che ci permette di “non temere se la terra è sconvolta”, come ci esorta Salmo 46:2. È un messaggio che ci infonda la “costanza” fino alla salvezza delle nostre vite, come dichiara Gesù nel v. 19 di questo capitolo. Quindi, è importante che ne facciamo tesoro.

Innanzitutto però dobbiamo capire il contesto e l’occasione del discorso di Gesù. Notiamo come “alcuni parlavano del tempio, di come fosse adorno di belle pietre e di doni votivi”, e che Gesù risponde annunciando: “verranno giorni in cui di tutte queste cose che voi ammirate non sarà lasciata pietra su pietra che non sia diroccata”. Ricordiamoci che il tempio, oltre ad essere il luogo di culto centrale degli ebrei, era anche il loro simbolo nazionale più importante. Senza la monarchia davidica che era caduta durante l’invasione babilonese nel sesto secolo a.C., il tempio — ricostruito da Erode — fungeva da simbolo dell’esistenza e dell’identità del popolo ebraico. Il tempio, tramite il culto, i sacrifici e il sacerdozio, serviva per garantire la presenza di Dio in mezzo a loro e la loro sopravvivenza come popolo.

Anche se non facile, dobbiamo cercare di immaginarci quanto catastrofica sarebbe stata (e che poi fu davvero) la sua distruzione. Quando nell’anno 70 d.C. i romani compirono questa profezia di Gesù e distrussero il tempio, non passò tanto tempo prima che Israele cessasse di esistere come una sola nazione nel suo paese, una situazione che sarebbe durata fino al secolo scorso. In poche parole, la fine del tempio significava la fine d’Israele come nazione. Perciò, è comprensibile che i discepoli gli chiedano subito nel v.7: “Maestro, quando avverranno dunque queste cose? E quale sarà il segno che tutte queste cose stanno per compiersi?” Vogliono, devono sapere quando succederà tutto questo perché devono essere preparati. Sono queste le domande a cui Gesù risponde con il discorso che il resto del capitolo riferisce.

B) La devastazione di Gerusalemme (vv.20-24)

Mentre leggiamo il discorso è necessario tenere a mente questi fatti. Il riferimento principale di Gesù non è il lontano futuro ma ciò che accadrà a Gerusalemme durante le vite dei suoi discepoli, come afferma chiaramente nel v.32: “In verità vi dico che questa generazione non passerà prima che tutte queste cose siano avvenute.” Ancora più convincente è l’esortazione ai suoi discepoli nel vv.20-21: “Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, allora sappiate che la sua devastazione è vicina. Allora quelli che sono in Giudea fuggano sui monti, e quelli che sono in città se ne allontanino; e quelli che sono nella campagna non entrino nella città.” E ancora nei vv.23-24: Guai alle donne che saranno incinte, e a quelle che allatteranno in quei giorni! Perché vi sarà grande calamità nel paese e ira su questo popolo. Cadranno sotto il taglio della spada e saranno condotti prigionieri fra tutti i popoli; e Gerusalemme sarà calpestata dai popoli, finché i tempi delle nazioni siano compiuti.”

Dovrebbe essere evidente che queste dichiarazioni hanno a che fare con la città di Gerusalemme e il popolo ebraico del primo secolo e, come la storia conferma, furono adempiute nell’anno 70 d.C. Non dobbiamo dunque interpretare questo discorso di Gesù come se parlasse principalmente di tutti i tempi successivi fino ai giorni nostri.

C) La prospettiva profetica del discorso (vv.25-27)

Tutto ciò non significa, però, che il discorso di Gesù non sia attuale per noi oggi. Dobbiamo tenere a mente anche un altro fatto, quello della “prospettiva profetica” che troviamo spesso negli scritti profetici della Bibbia. Nella prospettiva profetica, eventi futuri vengono spesso condensati o sovrapposti in modo da renderli indistinguibili gli uni dagli altri. Oppure, una certa profezia può avere due o più riferimenti: uno nel futuro immediato e un altro nel futuro lontano. In questo caso, il primo adempimento della profezia funge da “anteprima” o “anticipazione” del secondo (o eventualmente di un terzo o di un quarto) adempimento.

Un esempio lampante è la promessa di Genesi 3:15 quando Dio, parlando al serpente nel giardino d’Eden, annuncia: “Io porrò inimicizia fra te e la donna, e fra la tua progenie e la progenie di lei; questa progenie ti schiaccerà il capo e tu le ferirai il calcagno». Questa promessa, come ben sappiamo, fu adempiuta da Gesù quando morì e poi risuscitò, trionfando sul peccato e sulla morte. Tempo fa, però, quando abbiamo studiato il primo capitolo di Luca, abbiamo scoperto che questa profezia ebbe un adempimento già prima in Giudici 5:24-27 dove una donna chiamata Iael viene lodata per aver letteralmente schiacciato la testa del nemico d’Israele, cioè di Sisera, condottiero dell’esercito del re che per tanti anni aveva oppresso il popolo. In Luca 1:42, Elisabetta va a trovare Maria e usa le parole di Giudici 5:24 per benedire la madre di Gesù. Il punto di tutto questo è che prima di essere pienamente adempiuta da Gesù, la promessa di Genesi 3:15 ebbe altri adempimenti preliminari — come nell’episodio di Iael in Giudici — che anticipavano il più grande adempimento ancora a venire.

Il discorso di Gesù in Luca 21 manifesta questo tipo di prospettiva profetica. Essa viene fuori in modo particolare nei vv.25-27 che parlano di “segni nel sole, nella luna e nelle stelle; sulla terra, angoscia delle nazioni, spaventate dal rimbombo del mare e delle onde. Gli uomini verranno meno per la paurosa attesa di quello che starà per accadere al mondo, poiché le potenze dei cieli saranno scrollate.” Notiamo qui che siamo passati da ciò che accadrà a Gerusalemme a ciò che accadrà “al mondo”, proprio prima del ritorno di Gesù “su una nuvola con potenza e grande gloria”. Queste osservazioni indicano che, mentre Gesù si riferiva principalmente agli eventi che avrebbero portato alla distruzione del tempio nel 70 d.C., nella prospettiva profetica fanno da “anteprima” di ciò che succederà in tutti i tempi fino al ritorno di Cristo.

2) La Vostra Liberazione Si Avvicina (21:28)

28 Ma quando queste cose cominceranno ad avvenire, rialzatevi, levate il capo, perché la vostra liberazione si avvicina».

È a questo punto nel capitolo che giungiamo al punto centrale del discorso di Gesù, l’esortazione che vale tanto per noi oggi quanto valeva per i suoi discepoli nel primo secolo. I discepoli di Gesù di tutti i tempi e in tutti i luoghi dovrebbero essere caratterizzati così: quando “queste cose” avvengono, noi ci rialziamo, leviamo il capo, perché la nostra liberazione si avvicina. Quali sono “queste cose” di cui Gesù parlava? Sono i “segni” profetizzati da Gesù nei vv.8-18, i segni che precedettero la distruzione di Gerusalemme in Israele nel primo secolo e gli stessi segni che, al livello mondiale, precederanno il ritorno di Gesù. Riassumendo, questi segni sono:

  • Ingannatori (v.8)
  • Guerre e sommosse, nazione contro nazione (vv.9-10)
  • Terremoti (v.11)
  • Pestilenze (v.11)
  • Carestie (v.11)
  • Fenomeni spaventosi (v.11)
  • Grandi segni dal cielo (v.11)
  • Persecuzione (vv.12, 16-17)

Questo è rimarchevole. A differenza di coloro che (secondo v.26) “verranno meno per la paurosa attesa di quello che starà per accadere al mondo”, i seguaci di Gesù devono rialzarsi e levare il capo. Mentre tutti gli altri vedono il mondo afflitto da guerre e disastri naturali, epidemie e ingiustizie, e a causa di tutto ciò perdono fiducia, si disperano e si arrabbiano con Dio, i discepoli di Gesù rafforzano la loro fiducia, aumentano la loro speranza e si riposano nella pace di Dio. Lungi dall’essere per loro un motivo di ansia e di angoscia, questi tremendi avvenimenti diventano per loro occasione di una fede più forte e di una speranza più certa. Come mai?

La risposta di Gesù ci dice tutto: “perché la vostra liberazione si avvicina”. Per il discepolo di Gesù, tutte queste brutte cose non sono altro che i segni della loro liberazione, proprio come per una donna incinta le doglie del parto sono i segni che presto nascerà la gioia di una nuova vita. E per l’attento lettore del vangelo di Luca, questa promessa è fondata nella realtà della morte e della risurrezione di Gesù stesso. Nel senso più grande, i segni predetti da Gesù si riferiscono alla tribolazione che lui doveva subire solo qualche giorno dopo. Notiamo come Luca nel capitolo 23 narra la morte di Gesù sulla croce:

44 Era circa l’ora sesta, e si fecero tenebre su tutto il paese fino all’ora nona; 45 il sole si oscurò e la cortina del tempio si squarciò nel mezzo. 46 E Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani rimetto lo spirito mio». Detto questo, spirò. 47 Il centurione, veduto ciò che era accaduto, glorificava Dio, dicendo: «Veramente quest’uomo era giusto». 48 E tutta la folla che assisteva a questo spettacolo, vedute le cose che erano accadute, se ne tornava battendosi il petto.

Qui c’è tutto: fenomeni spaventosi, grandi segni dal cielo, terremoti, lo squarciarsi della cortina davanti al luogo santissimo nel tempio, e della gente venuta meno per ciò che accadeva. Poi la morte di Gesù stesso, colui che in tanti modi differenti si era presentato come il nuovo e vero tempio. In realtà, dunque, tutto questo discorso riguarda Gesù stesso, come leggiamo in Giovanni 2:19-22:

19 Gesù rispose loro: «Distruggete questo tempio, e in tre giorni lo farò risorgere!» 20 Allora i Giudei dissero: «Quarantasei anni è durata la costruzione di questo tempio e tu lo faresti risorgere in tre giorni?» 21 Ma egli parlava del tempio del suo corpo. 22 Quando dunque fu risorto dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che egli aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola che Gesù aveva detta.

Fu Gesù che vide tutti questi terribili segni ma poi levò il capo e pregò: “Padre, nelle tue mani rimetto lo spirito mio”, perché sapeva che la sua liberazione era vicina, che il terzo giorno dopo Dio Padre lo avrebbe risuscitato da morte e l’avrebbe poi esaltato alla sua destra in cielo. È Gesù dunque che è la nostra speranza vivente, il motivo per cui anche noi possiamo vedere le afflizione e le difficoltà di questo mondo ma allo stesso tempo rialzarci e levare il capo mentre tutti gli altri si disperano. Noi saremo in grado di mantenere la fiducia e la speranza nella misura in cui, come dice Ebrei 12:2, fissiamo “lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta. Per la gioia che gli era posta dinanzi egli sopportò la croce, disprezzando l’infamia, e si è seduto alla destra del trono di Dio.”

Da questo impariamo che la “liberazione” di cui Gesù parla qui non significa “essere risparmati” dalle vicissitudini difficili e dolorose di questo mondo decaduto, ma è la promessa della salvezza e della vita eterna nel nuovo creato. Gesù è sempre il modello: si è seduto alla destra del trono di Dio solo dopo aver sopportato la croce. Leggiamo di nuovo le parole di Gesù nei vv. 16-18:

16 Voi sarete traditi perfino da genitori, fratelli, parenti e amici; faranno morire parecchi di voi 17 e sarete odiati da tutti a causa del mio nome; 18 ma neppure un capello del vostro capo perirà. 19 Con la vostra costanza salverete le vostre vite.

Non è interessante questo? Prima Gesù avverte i suoi discepoli che saranno traditi, odiati, ed alcuni messi a morte per causa sua, ma poi promette che “neppure un capello del vostro capo perirà”. Vale quest’ultima promessa anche se vieniamo ammazzati? Sì, perché la speranza di cui Gesù parla va oltre questa vita. 1 Corinzi 15:19:

Se abbiamo sperato in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miseri fra tutti gli uomini.

Qual è dunque questa speranza? La risurrezione alla vita eterna. Ancora 1 Corinzi 15 (vv.20-23):

20 Ma ora Cristo è stato risuscitato dai morti, primizia di quelli che sono morti. 21 Infatti, poiché per mezzo di un uomo è venuta la morte, così anche per mezzo di un uomo è venuta la risurrezione dei morti. 22 Poiché, come tutti muoiono in Adamo, così anche in Cristo saranno tutti vivificati; 23 ma ciascuno al suo turno: Cristo, la primizia; poi quelli che sono di Cristo, alla sua venuta

È questa speranza, fondata nella morte e nella risurrezione di Gesù, che ci permette di rialzarci e levare il capo anche in mezzo alle circostanze più angoscianti mentre tutto il mondo ci crolla addosso.

3) Badate a Voi Stessi (21:29-38)

29 Disse loro una parabola: «Guardate il fico e tutti gli alberi; 30 quando cominciano a germogliare, voi, guardando, riconoscete da voi stessi che l’estate è ormai vicina. 31 Così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino. 32 In verità vi dico che questa generazione non passerà prima che tutte queste cose siano avvenute. 33 Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.

34 Badate a voi stessi, perché i vostri cuori non siano intorpiditi da stravizio, da ubriachezza, dalle ansiose preoccupazioni di questa vita, e che quel giorno non vi venga addosso all’improvviso come un laccio; 35 perché verrà sopra tutti quelli che abitano su tutta la terra. 36 Vegliate dunque, pregando in ogni momento, affinché siate in grado di scampare a tutte queste cose che stanno per venire, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo». 37 Di giorno Gesù insegnava nel tempio; poi usciva e passava la notte sul monte detto degli Ulivi. 38 E tutto il popolo, la mattina presto, andava da lui nel tempio per ascoltarlo.

Non manteniamo questa speranza automaticamente. Non ci viene naturale fidarci di Dio contro ogni apparenza al contrario. Ecco perché Gesù conclude il suo discorso con tre esortazioni che, mettendole in pratiche, saremo (come dice nel v.36) “in grado di scampare a tutte queste cose che stanno per venire, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo”.

A) Sappiate (vv.29-33)

La prima cosa che Gesù ci esorta a fare è sapere: “sappiate”. Come si può sapere che l’estate è vicina quando gli alberi cominciano a germogliare, così quando vediamo “accadere queste cose”, dobbiamo sapere “che il regno di Dio è vicino”. Questo “sappiate” si riallaccia ai comandi precedenti di Gesù: “Non fatevi ingannare” (v.8) e “non siate spaventati” (v.9). Se non sappiamo interpretare i segni dei tempi, saremo facilmente spaventati da ciò che accade. Se non sappiamo che la morte deve sempre precedere la risurrezione, che la croce deve sempre precedere la corona, saremo travolti dalle difficoltà e dai dolori della vita. Se non sappiamo la verità, saremo facilmente ingannati dalla falsità. La speranza viene dalla conoscenza della verità, e la conoscenza della verità viene dalla parola di Gesù: “il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (v.33). La prima cosa che dobbiamo fare dunque è conoscere la parola di Dio. Essa dura in eterno anche quando tutto il resto crolla. Che grande dono è la parola di Dio che in tempi incerti e instabili, possiamo stare fermi su quella roccia che non cambia mai!

B) Vegliate (vv.34-36)

La seconda cosa da fare è vegliare: “vegliate dunque”. Sapere la verità della parola di Dio è solo l’inizio, perché non ci sarà di nessun aiuto se stiamo dormendo. Dobbiamo stare attenti, facendo attenzione “perché i nostri cuori non siano intorpiditi da stravizio, da ubriachezza, dalle ansiose preoccupazioni di questa vita, e che quel giorno non vi venga addosso all’improvviso come un laccio.” L’apostolo Paolo ribadisce quest’idea in 1 Tessalonicesi 5:1-8:

1 Quanto poi ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; perché voi stessi sapete molto bene che il giorno del Signore verrà come viene un ladro nella notte. Quando diranno: «Pace e sicurezza», allora una rovina improvvisa verrà loro addosso, come le doglie alla donna incinta; e non scamperanno. Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno abbia a sorprendervi come un ladro; perché voi tutti siete figli di luce e figli del giorno; noi non siamo della notte né delle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma vegliamo e siamo sobri; poiché quelli che dormono, dormono di notte, e quelli che si ubriacano, lo fanno di notte. Ma noi, che siamo del giorno, siamo sobri, avendo rivestito la corazza della fede e dell’amore e preso per elmo la speranza della salvezza.

C) Pregate in ogni momento (v.36-37)

Per Gesù, “vegliare” ha un significato ben preciso: “Vegliate dunque, pregando in ogni momento…”. Questa è la sua terza esortazione a noi. Senza pregare, conoscere la parola di Dio e vegliare attentamente non saranno sufficienti per mantenere ferma la speranza. Dobbiamo pregare, e pregare “in ogni momento”. Solo così saremo “in grado di scampare a tutte queste cose che stanno per venire, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo”, irreprensibili e senza vergogna. Ancora una volta Gesù è il nostro esempio perfetto. Luca ci dice nel v.37 che “di giorno Gesù insegnava nel tempio; poi usciva e passava la notte sul monte detto degli Ulivi.” Questo anticipa ciò che succederà nel capitolo seguente quando Gesù passerà tutta la notte prima della sua crocifissione in preghiera, ricordando ai suoi discepoli: “Pregate di non entrare in tentazione” (22:40). Persino Gesù dovette pregare “in ogni momento” per avere la forza e la fiducia di sopportare la croce. Quanto di più noi abbiamo bisogno di fare la stessa cosa! Ma sarà proprio lì, quando anche noi ci inginocchiamo per pregare in mezzo all’agonia e all’angoscia del giardino che troveremo in Gesù non solo un buon esempio, ma anche nostro fratello e pronto sostegno. Concludiamo con le familiari ma bellissime parole di Ebrei 4:14-16 che non mi stanco mai di ripetere:

14 Avendo dunque un grande sommo sacerdote che è passato attraverso i cieli, Gesù, il Figlio di Dio, stiamo fermi nella fede che professiamo. 15 Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non possa simpatizzare con noi nelle nostre debolezze, poiché egli è stato tentato come noi in ogni cosa, senza commettere peccato. 16 Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovare grazia ed essere soccorsi al momento opportuno.

Amen!

2 Cronache 20:1-30: Lode Come Guerra

1) Preghiera (20:1-12)

Perché cantiamo lode al Signore? Non è sufficiente solo dire quanto è grande il Signore? Magari rispondiamo: no, bisogna cantare perché la Bibbia ci comanda di farlo. Va bene, ma c’è un motivo per cui la Bibbia ce lo comanda? Possiamo rispondere ancora: sì, Paolo ci insegna in Efesini 5:19 e Colossesi 3:16 che il canto serve perché i membri della chiesa si ammaestrino a vicenda nella parola di Dio. Questo è già buon motivo per cantare. Ma è proprio necessario il canto per l’insegnamento della parola? Non è questo lo scopo della predicazione e dello studio biblico?

In realtà, queste domande hanno in comune il desiderio di sapere cosa si fa quando la comunità cristiana canta. È un’attività un po’ strana, considerando che la gente di oggi non è solita cantare insieme. Ci aiuterà, dunque, approfondire la questione, e non c’è libro migliore di Cronache. Il cronista pone particolare enfasi sulla musica e sul canto nella sua narrazione della storia di Israele. Riporta come il re Davide costituì gruppi di leviti il cui unico compito era quello di suonare e cantare le lodi del Signore al tempio. Chiaramente, Davide riteneva la musica di gran valore, e il cronista condivide pienamente questa convinzione.

Nelle varie storie riferite in Cronache, questa che stiamo per studiare mette in rilievo il significato del canto per il popolo di Dio non solo per quanto riguardava le funzioni sacerdotali nel tempio ma anche i pericoli e le guerre che esso doveva sovente affrontare. Lunghi dal costituire un mero reportage di fatti storici, il cronista vuole usare questo episodio per spronare i suoi contemporanei, e anche noi oggi, a valorizzare di più il ruole del canto nella comunità di Dio. Il cronista non vuole solo descrivere ciò che è stato fatto nel passato; vuole anche prescrivere ciò che va fatto nel futuro. Vuole insegnarci come il canto è parte integrante della vita e della vocazione del popolo di Dio in vista del compimento del suo proposito per il mondo.

Detto questo, cominciamo a leggere il testo tratto da 2 Cronache 20:

Dopo questi fatti, i figli di Moab e i figli di Ammon, e con loro dei Maoniti, marciarono contro Giosafat per fargli guerra. Vennero dei messaggeri a informare Giosafat, dicendo: «Una gran moltitudine avanza contro di te dall’altra parte del mare, dalla Siria, ed è giunta ad Asason-Tamar, cioè En-Ghedi». Giosafat ebbe paura, si dispose a cercare il Signore e bandì un digiuno per tutto Giuda. Giuda si radunò per implorare aiuto dal Signore, e da tutte quante le città di Giuda venivano gli abitanti a cercare il Signore.

Giosafat, stando in piedi in mezzo all’assemblea di Giuda e di Gerusalemme, nella casa del Signore, davanti al cortile nuovo, disse: «Signore, Dio dei nostri padri, non sei tu Dio dei cieli? Non sei tu che domini su tutti i regni delle nazioni? Non hai tu nelle tue mani la forza e la potenza, in modo che nessuno può resistere contro di te? Non sei stato tu, Dio nostro, a scacciare gli abitanti di questo paese davanti al tuo popolo Israele, e a darlo per sempre alla discendenza di Abraamo, tuo amico? E quelli lo hanno abitato e vi hanno costruito un santuario per il tuo nome, dicendo: “Quando ci cadrà addosso qualche calamità, spada, giudizio, peste o carestia, noi ci presenteremo davanti a questa casa e davanti a te, poiché il tuo nome è in questa casa; a te grideremo nella nostra tribolazione, e tu ci udrai e ci salverai”. 10 Ora ecco che i figli di Ammon e di Moab e quelli del monte Seir, nelle cui terre non permettesti a Israele di entrare quando veniva dal paese d’Egitto – perciò egli si tenne lontano da loro e non li distrusse – 11 eccoli che ora ci ricompensano, venendo a scacciarci dall’eredità di cui ci hai dato il possesso. 12 Dio nostro, non vorrai giudicarli? Poiché noi siamo senza forza di fronte a questa gran moltitudine che avanza contro di noi; noi non sappiamo che fare, ma gli occhi nostri sono su di te!»

Ci troviamo intorno all’anno 850  a.C. Il regno unito d’Israele sotto Davide e Salomone è ormai diviso da tanto tempo, e il re che regna a Gerusalemme sul regno di Giuda è Giosafat. La storia riportata in questo capitolo inizia con la terrificante notizia che una coalizione dei nemici di Giuda, composta dei Moabiti, Ammoniti e Maoniti, si è formata per muovere guerra contro Giosafat e il popolo. La notizia che giunge alle orecchie di Giosafat tratta di una “gran moltitudine” di soldati intenzionati a distruggere il suo regno. Il cronista rende palese che l’esercito nemico è molte volte più numeroso delle forze di Giuda, e che Giosafat, naturalmente ha paura.

Importante però notare la loro reazione: “Giosafat ebbe paura, si dispose a cercare il Signore e bandì un digiuno per tutto Giuda. Giuda si radunò per implorare aiuto dal Signore, e da tutte quante le città di Giuda venivano gli abitanti a cercare il Signore” (vv.3-4). A differenza dai nostri comportamenti più comuni, Giosafat e il popolo non rimangono paralizzati dalla paura né cominciano a preoccuparsi delle loro difese, ma si rivolgono subito e intensamente al Signore in preghiera.

Non abbiamo tempo per analizzare la preghiera riportata dal cronista, ma ci sono tre elementi indispensabili da capire. Innanzitutto, il cronista riferisce tutta quanta la preghiera in molto dettaglio perché fornirci un modello che faremmo bene a imitare in simili momenti di paura, terrore o ansia. Secondo, Giosafat si rivolge subito e intensamente al Signore in preghiera perché è convinto che “Signore, Dio dei nostri padri, non sei tu Dio dei cieli? Non sei tu che domini su tutti i regni delle nazioni? Non hai tu nelle tue mani la forza e la potenza, in modo che nessuno può resistere contro di te?” (v.6). In altre parole, Giosafat non vede una separazione tra “religione” e “vita reale”, tra la “fede” e “il modo in cui il mondo funziona”. Non ritiene la fede in Dio, e di conseguenza la preghiera, come una parte privata, inutile o estranea alla “realtà”, come si sente spesso in giro. È convinto che Dio è sovrano, che egli regna su e opera negli affari delle nazioni e che pregare è, dunque, la reazione più saggia ed efficace che ci sia!

Terzo, l’impotenza di Giosafat e del popolo non diventa un motivo per la disperazione ma per la fiducia nel Dio che viene in aiuto ai deboli: “poiché noi siamo senza forza di fronte a questa gran moltitudine che avanza contro di noi; noi non sappiamo che fare, ma gli occhi nostri sono su di te!” (v.12). Riconoscere che “noi siamo senza forza” dovrebbe farci fissare gli occhi nostri su di Dio, sapendo che il nostro aiuto viene da lui e da nessun altro. Come canta Salmo 46:1: “Dio è per noi un rifugio e una forza, un aiuto sempre pronto nelle difficoltà.”

2) Canto (20:13-25)

13 Tutto Giuda, perfino i loro bambini, le loro mogli e i loro figli stavano in piedi davanti al Signore. 14 Allora lo Spirito del Signore investì in mezzo all’assemblea Iaaziel, figlio di Zaccaria, figlio di Benaia, figlio di Ieiel, figlio di Mattania, il Levita, tra i figli di Asaf. 15 Iaaziel disse: «Porgete orecchio, voi tutti di Giuda, e voi abitanti di Gerusalemme, e tu, o re Giosafat! Così vi dice il Signore: “Non temete e non vi sgomentate a causa di questa gran moltitudine, poiché questa non è battaglia vostra, ma di Dio. 16 Domani scendete contro di loro; eccoli che vengono su per la salita di Sis, e voi li troverete all’estremità della valle, di fronte al deserto di Ieruel. 17 Questa battaglia non sarete voi a combatterla: presentatevi, tenetevi fermi e vedrete la liberazione che il Signore vi darà. O Giuda, o Gerusalemme, non temete e non vi sgomentate; domani uscite contro di loro, e il Signore sarà con voi”».

18 Allora Giosafat chinò la faccia a terra, e tutto Giuda e gli abitanti di Gerusalemme si prostrarono davanti al Signore e l’adorarono. 19 I Leviti tra i figli dei Cheatiti e tra i figli dei Corachiti si alzarono per lodare a gran voce il Signore, Dio d’Israele. 20 La mattina seguente si alzarono presto e si misero in marcia verso il deserto di Tecoa; mentre si mettevano in cammino, Giosafat, stando in piedi, disse: «Ascoltatemi, o Giuda, e voi abitanti di Gerusalemme! Credete nel Signore, vostro Dio, e sarete al sicuro; credete ai suoi profeti e trionferete!» 21 E dopo aver tenuto consiglio con il popolo, stabilì dei cantori che, vestiti dei paramenti sacri, cantassero le lodi del Signore e, camminando alla testa dell’esercito, dicessero: «Celebrate il Signore, perché la sua bontà dura in eterno!»

22 Appena cominciarono i canti di gioia e di lode, il Signore tese un’imboscata contro i figli di Ammon e di Moab e contro quelli del monte Seir che erano venuti contro Giuda; e rimasero sconfitti. 23 I figli di Ammon e di Moab assalirono gli abitanti del monte Seir per votarli allo sterminio e distruggerli; e quand’ebbero annientato gli abitanti di Seir, si diedero a distruggersi a vicenda. 24 Quando gli uomini di Giuda furono giunti sull’altura da cui si scorge il deserto, volsero lo sguardo verso la moltitudine, ed ecco i cadaveri che giacevano a terra; nessuno era scampato. 25 Allora Giosafat e la sua gente andarono a far bottino delle loro spoglie; e fra i cadaveri trovarono abbondanza di ricchezze, di vesti e di oggetti preziosi; ne presero più di quanto ne potessero portare; impiegarono tre giorni a portare via il bottino, tanto era abbondante.

A proposito del canto, arriviamo ora al punto critico e culminante del capitolo. In risposta alla preghiera di Giosafat e del popolo, il Signore gli parla tramite il profeta dicendo: “Questa battaglia non sarete voi a combatterla: presentatevi, tenetevi fermi e vedrete la liberazione che il Signore vi darà. O Giuda, o Gerusalemme, non temete e non vi sgomentate; domani uscite contro di loro, e il Signore sarà con voi” (v.17). Questo è il motivo per cui chi ha fiducia in Dio, pur essendo debole, è il più forte. Questo è il motivo per cui, come disse John Knox, chi è con Dio è sempre nella maggioranza. Il Signore ama dimostrare il suo potere nelle nostre debolezze, così per esaltare l’efficacia della sua grazia e abbassare l’arroganza umana:

ed egli mi ha detto: «La mia grazia ti basta, perché la [mia] potenza si dimostra perfetta nella debolezza». Perciò molto volentieri mi vanterò piuttosto delle mie debolezze, affinché la potenza di Cristo riposi su di me. Per questo mi compiaccio in debolezze, in ingiurie, in necessità, in persecuzioni, in angustie per amore di Cristo; perché quando sono debole, allora sono forte. (2 Corinzi 12:9-10)

Udito questo, Giosafat ubbidisce al Signore e incoraggia il popolo: “Credete nel Signore, vostro Dio, e sarete al sicuro; credete ai suoi profeti e trionferete!” (v.20). Di nuovo, non esiste qui una separazione tra la fede in Dio e la realtà del mondo: chi crede nel Signore trionferà! Poi Giosafat fa qualcosa di strano. Mette “alla testa dell’esercito” non i soldati più bravi e forti, ma “dei cantori che, vestiti dei paramenti sacri” cantano “Celebrate il Signore, perché la sua bontà dura in eterno!” (v.21). Come strategia militare, questa tattica non ha molto senso. Cosa faranno dei cantori contro un’immenso esercito nemico? Non è questo follia e una forma di suicidio? Questa tattica non avrebbe molto senso se non per la promessa di Dio che “questa battaglia non sarete voi a combatterla”. Se vincere la battaglia dipende da noi, cantare alla testa dell’esercito, come pregare e confidare in Dio, è stupido. Ma se è Dio che combatte per noi, allora cantare con fiducia nella sua presenza, nel suo potere e nella sua parola è la cosa più saggia e sensata che ci sia.

Perché la morale della storia sia indubitabile, il cronista descrive ciò che accadde nei seguenti termini: “Appena cominciarono i canti di gioia e di lode, il Signore tese un’imboscata contro i figli di Ammon e di Moab e contro quelli del monte Seir che erano venuti contro Giuda; e rimasero sconfitti” (v.22). Il cronista vuole farci capire che la coincidenza tra “i canti di gioia e di lode” e la sconfitta miracolosa dei nemici di Giuda non fu casuale. Come Dio ha precedentemente risposto alla preghiera di Giosafat, così risponde ai canti di lode del popolo con i quali esso marcia contro il nemico. È nel momento in cui il popolo comincia a cantare al Signore che egli interviene per sconfiggere totalmente la coalizione nemica. Tanto completa fu la sconfitta che, arrivati laddove fu il nemico, i giudei “volsero lo sguardo verso la moltitudine, ed ecco i cadaveri che giacevano a terra; nessuno era scampato” (v.24). La fiducia di Giuda non fu inutile, le sue preghiere non furono rivolte al nulla, e i suoi canti non furono inefficaci. La promessa di Dio valeva più della “realtà” della forza dei nemici. In una situazione apparentemente impossibile, fu la fede in Dio a trionfare.

Ora, non dobbiamo interpretare questa storia come se insegnasse che la vittoria della fede avrà sempre questa forma. La vittoria più grande di Dio sulle forze dei nemici del suo popolo non fu questa, ma piuttosto quando Cristo morì sulla croce. Spesso sono quelli che credono che rimangono uccisi per terra, e i nemici che tornano a casa sani e salvi. Ma la vittoria di questi ultimi è finta, perché come Cristo risuscitò il terzo giorno, così la debolezza della fede vincerà la più grande forza del mondo. La vera fede in Dio parla come i tre amici di Daniele (3:16-18) al re Nabucodonosor:

Sadrac, Mesac e Abed-Nego risposero al re: «O Nabucodonosor, noi non abbiamo bisogno di darti risposta su questo punto. Ma il nostro Dio, che noi serviamo, ha il potere di salvarci, e ci libererà dal fuoco della fornace ardente e dalla tua mano, o re. Anche se questo non accadesse, sappi, o re, che comunque noi non serviremo i tuoi dèi e non adoreremo la statua d’oro che tu hai fatto erigere».

Anche noi possiamo parlare così contro le paure, i pericoli e le preoccupazioni della vita. Il nostro Dio ha il potere di liberarci da questo. Ma anche se ci permette di essere gettati nella fornace ardente, come Cristo risuscitò tre giorni dopo la sua crocifissione, così anche noi risusciteremo vittoriosi nel regno di Dio. La nostra liberazione può non arrivare oggi, ma è certa.

3) Benedizione (20:26-30)

26 Il quarto giorno si radunarono nella Valle di Benedizione, dove benedissero il Signore; per questo, quel luogo è stato chiamato Valle di Benedizione fino a oggi. 27 Tutti gli uomini di Giuda e di Gerusalemme, con a capo Giosafat, partirono con gioia per tornare a Gerusalemme, perché il Signore li aveva colmati di gioia liberandoli dai loro nemici. 28 Ed entrarono a Gerusalemme e nella casa del Signore al suono dei saltèri, delle cetre e delle trombe. 29 Il terrore di Dio s’impadronì di tutti i regni degli altri paesi, quando udirono che il Signore aveva combattuto contro i nemici d’Israele. 30 Il regno di Giosafat ebbe pace; il suo Dio gli diede pace lungo tutti i confini.

Per concludere, torniamo al discorso del canto. La lezione che il cronista vuole insegnarci è chiara: non solo la preghiera, ma il canto è indispensabile per la sua efficacia nelle battaglie — soprattutto spirituali — che noi come comunità cristiana affrontiamo tutti i giorni. Il popolo cantò le lodi del Signore, canti di gioia e di vittoria prima di vedere la vittoria stessa! Dopo la sconfitta dei nemici, il popolo e il re “si radunarono nella Valle della Benedizione, dove benedissero il Signore” (v.26), ma come continuazione di ciò che avevano iniziato prima della battaglia! In altre parole, il popolo cantò prima della battaglia come se essa fossa già vinta perché, secondo la promessa di Dio, la vittoria era già sicura.

Così anche noi dobbiamo aspettare di cantare le lodi del Signore, di cantare rallegrandoci e benedicendo il Signore solo dopo aver visto con gli occhi la risoluzione dei nostri problemi, la liberazione dalle nostre paure e preoccupazioni, la lieta fine alle nostre circostanze difficili. Dobbiamo combattere con il canto stesso, anticipando la vittoria futura nella nostra debolezza presente. E quando combattiamo con il canto di fede, questo brano ci insegna che è in realtà il Signore che combatte per noi e garantisce la vittoria. Questa vittoria possiamo non vederla ora, né domani, né dopodomani, neanche in questa vita. Ma possiamo essere certi che la vedremo. Per questo motivo cantiamo:

Se legioni di demoni ci voglion inghiottire,

Perché per noi il Signore è, non ci farann impaurire

Furioso è il re di queste tenebre

Ma lui fine avrà, sappiamo che basterà

Un detto sol per vincerlo

Quella parola resisterà agli attacchi dei nemici suoi

Promessa della vincita son lo Spirito e i doni

Ci tolgan ogni ben che al mondo appartien

Il corpo uccidan pur, la nostra vita è sicur

Il regno sempre resterà

La Storia della Chiesa in un Anno: Johann Christoph Blumhardt e il Combattimento Spirituale (46/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: Johann Christoph Blumhardt e il Combattimento Spirituale (46/52)

L’intervento del Dio vivente è più forte oggi di quanto molti credono. Dio vuole manifestarsi come colui che è qualcosa e che fa qualcosa adesso. Parlando del Regno di Dio, proclamiamo che Gesù Cristo non è morto. Egli non è semplicemente qualcuno che è apparso duemila anni fa, un personaggio del passato di cui conserviamo alcuni ricordi e insegnamenti. No, proprio come Gesù ha vissuto duemila anni fa, vive ancora oggi. Egli vuole trionfare in mezzo a noi per l’onore di Dio. (Christoph Friedrich Blumhardt)

Oggi come oggi molti sono contenti di essere “religiosi” o “spirituali” se ciò non li disturba o complica le loro vite. Per loro, Dio è più un’idea che il Signore vivente, e il regno di Dio è più una frase pia che una forza operativa. La vita e il ministero di Johann Christoph Blumhardt (1805-1880) però rendono insostenibile questa mentalità. Blumhardt era il pastore tedesco della piccola parrocchia luterana a Möttlingen, situato nello stato di Baden-Württemberg, quando, nel 1841, una giovane ragazza di nome Gottliebin Dittus gli si presentò soffrendo di tormenti inspiegabili e apparentemente incurabili. Mentre le sue afflizioni avevano lasciato perplessi i medici, a Blumhardt bastò poco tempo per capire che erano dovute all’oppressione diabolica.

Così iniziò il combattimento di Blumhardt per l’anima e il corpo di Gottliebin non “contro sangue e carne, ma contro i principati, contro le potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità, che sono nei luoghi celesti” (Efesini 6:12). Per questo motivo, le armi del suo combattimento consistevano di: “la verità per cintura”, “la corazza della giustizia”, “come calzature … lo zelo dato dal vangelo della pace”, “lo scudo della fede”, “l’elmo della salvezza” e “la spada dello Spirito, che è la parola di Dio” (Efesini 6:14-17). Soprattutto, Blumhardt si accorse nella necessità di pregare “in ogni tempo, per mezzo dello Spirito, con ogni preghiera e supplica … con ogni perseveranza” (Efesini 6:18).

La lotta di Blumhardt durò due anni finché non si udì il grido dell’ultimo demonio rimasto: “Gesù è vincitore!” D’allora in poi, la vittoria di Gesù e del suo regno sul maligno si manifestarono sempre di più a Möttlingen e nei dintorni: peccati confessati, tanti convertiti, malattie guarite, rapporti risanati, fervore spirituale ravvivato, e molto altro ancora. Blumhardt insistette sempre che tali benedizioni discendevano solo dalla mano potente di Dio con lo scopo di dare un assaggio del suo regno avvenire.

Mentre non siamo mai noi a far vedere la potenza e la vittoria del regno di Dio, Gesù ci ha arruolato per svolgere un indispensabile servizio: pregare incessantemente: “Venga il tuo regno!” Se ce ne rendiamo conto o no, siamo sempre coinvolti nello stesso combattimento in cui lottò Blumhardt, e come lui dobbiamo sempre mettere in pratica questo comandamento: “prendete la completa armatura di Dio, affinché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver compiuto tutto il vostro dovere” (Efesini 6:13).

Matteo 6:1-13: La Preghiera – Conoscere, Conformarsi, Capovolgere

6:1  «Guardatevi dal praticare la vostra giustizia davanti agli uomini, per essere osservati da loro; altrimenti non ne avrete premio presso il Padre vostro che è nei cieli. Quando dunque fai l’elemosina, non far suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere onorati dagli uomini. Io vi dico in verità che questo è il premio che ne hanno. Ma quando tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra quel che fa la destra, affinché la tua elemosina sia fatta in segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa.

«Quando pregate, non siate come gli ipocriti; poiché essi amano pregare stando in piedi nelle sinagoghe e agli angoli delle piazze per essere visti dagli uomini. Io vi dico in verità che questo è il premio che ne hanno. Ma tu, quando preghi, entra nella tua cameretta e, chiusa la porta, rivolgi la preghiera al Padre tuo che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa. Nel pregare non usate troppe parole come fanno i pagani, i quali pensano di essere esauditi per il gran numero delle loro parole. Non fate dunque come loro, poiché il Padre vostro sa le cose di cui avete bisogno, prima che gliele chiediate.

Voi dunque pregate così: “Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome; 10 venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà, come in cielo, anche in terra. 11 Dacci oggi il nostro pane quotidiano; 12 rimettici i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori; 13 e non ci esporre alla tentazione, ma liberaci dal maligno. [Perché a te appartengono il regno, la potenza e la gloria in eterno. Amen.]”

1) Pregare: Conoscere Dio Come Padre

Questa settimana prendiamo in considerazione l’insegnamento di Gesù sulla preghiera che egli ha dato ai suoi discepoli nel sermone sul monte. È compito difficilissimo cercare di esporre le profondità del “Padre nostro” in un solo sermone, perché è, come un predicatore ha giustamente commentato, “la preghiera che comprende tutto il mondo”. Il nostro obbiettivo oggi non sarà quello di spiegare in dettaglio ogni frase del Padre nostro, ciò che in realtà sarebbe quasi impossibile, ma di situare la preghiera nel contesto in cui viene presentata. Il Padre nostro risulta uno dei testi biblici più noti anche tra coloro che non si reputano credenti, ma è solitamente sentito separato dal suo contesto nel vangelo di Matteo, e per questo ci sfuggono le sue vere ricchezze. In questo studio, vogliamo meditare su tre aspetti del Padre nostro, tre verità che, se le impariamo e poi ne facciamo tesoro, garantiscono di cambiare radicalmente il nostro concetto — e forse più importante la nostra pratica — della preghiera.

La prima verità è che nel Padre nostro veniamo a conoscere Dio appunto come “Padre nostro”. Oggi come oggi si dice spesso che Dio è “nostro Padre celeste” o che “siamo tutti figli di Dio”, ma in realtà le vite di chi lo dice sanno ben poco di cosa significa conoscere Dio come Padre. È importante dunque collegare l’invocazione “Padre nostro” a ciò che avviene quando Gesù viene battezzato: Ed ecco una voce dai cieli che disse: «Questo è il mio diletto Figlio, nel quale mi sono compiaciuto»” (4:17). Questa è la voce di Dio che afferma e avvalora Gesù come Figlio di Dio, ma l’unico vero Figlio di Dio. Tra tutte le persone che venivano da Giovanni per essere da lui battezzate, solo a Gesù si rivolge la voce di Dio, e solo lui è chiamato e riconosciuto suo Figlio. Non solo: Gesù è il “diletto” Figlio nel quale Dio si è compiaciuto.

Questo momento ha un’importanza inestimabile per la nostra conoscenza di Dio. Dio non è fondamentalmente un’essere trascendentale, eterno, immutabile, onnipotente, onnisciente, ecc. Certo, questi aggettivi in un certo senso indicano qualcosa di corretto rispetto a Dio, ma non lo fanno conoscere più che gli aggettivi “magro”, “alto”, e “simpatico” fanno conoscere una determinata persona. Dio non è fondamentalmente un accumulo di attributi superlativi, cioè qualità umane elevate al massimo. I cristiani dei primi secoli usavano un aforismo molto vero basato su Giovanni 1:18: “solo Dio può far conoscere Dio”. Non lo conosciamo ragionando, per così dire, dal basso in alto, partendo da ciò che osserviamo e poi pensando Dio come il massimo di quello. No, la conoscenza di Dio viene dall’alto in basso, da Dio stesso che nega ogni conoscenza di lui costruita dalla ragione umana e si rivela in modo totalmente nuovo e inaspettato.

In Gesù Cristo — che è Emmanuele, Dio con noi che si fa conoscere — scopriamo che la vera “essenza” o “carattere” di Dio sta nell’essere “Padre” di Gesù Cristo, suo Figlio. Attenzione: non “padre” nel senso di un padre umano — anche quello più bravo — e solo ampliato mille volte. Dio è Padre nel senso in cui lo descrive Paolo in Efesini 3:14-15: “Per questo motivo piego le ginocchia davanti al Padre dal quale ogni famiglia nei cieli e sulla terra prende nome…” In altre parole, la paternità di Dio — come la nostra compresione di essa — non deriva dalla paternità umana ma ne è la fonte. Esiste la paternità umana solo perché Dio è il Padre vero, unico, e originale. Se vogliamo conoscere Dio come Padre, non dobbiamo guardare i padri umani e lasciar che essi lo definiscano. Dobbiamo guardare solo come egli si è rivelato in Cristo.

Che cosa impariamo dunque guardando Gesù? Che Dio che si rivela come Padre è amore, gioia e diletto. Dio Padre non è a volte amore e a volte odio, è solo amore. Non è a volta diletto e a volte disgusto; è solo diletto. Come dice 1 Giovanni 1:5: “Dio è luce, e in lui non ci sono tenebre.” O di nuovo Paolo in 2 Corinzi 1:19: “il Figlio di Dio, Cristo Gesù, che è stato da noi predicato fra voi … non è stato «sì» e «no», ma è sempre stato «sì» in lui.” Siccome Dio è Padre, e in Gesù Dio come Padre si rivela amore e solo amore, possiamo legittimamente parafrasare il famoso tredicesimo capitolo di 1 Corinzi (vv.4-8) nel modo seguente:

Dio è paziente, Dio è benevolo; Dio non invidia; Dio non si vanta, Dio non si gonfia, 5 Dio non si comporta in modo sconveniente, Dio non cerca il proprio interesse, Dio non s’inasprisce, Dio non addebita il male, 6 Dio non gode dell’ingiustizia, ma gioisce con la verità; 7 Dio soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa. Dio non verrà mai meno.

Così è Dio. E come si rivolge a Gesù e gli dice quanto lo ama, quanto si compiace in lui già prima che Gesù cominciasse il suo ministero pubblico, così Dio Padre non ama in modo condizionato, solo dopo i suoi figli adempiono a una serie di obblighi e doveri da lui richiesti. No, l’amore di Dio Padre è ciò che ci precede, che ci sostiene, e ci accoglierà un giorno a casa sua a braccia aperte.

Ora, se conosciamo Dio in questo modo: non come qualche ente superiore e dietà remota ma come il Padre che ci vuole più bene di quanto siamo in grado di comprendere, quanto diversa sarà la nostra vita! Gesù ha potuto affrontare ogni difficoltà e sofferenza: l’odio dei religiosi, il tradimento dei suoi amici, il rifiuto da parte di coloro che è venuto per servire, e infine la sua atroce e indicibile morte sulla croce perché lui conosceva nel profondo del suo cuore e della sua anima Dio come Padre. Conoscendo Dio come Padre, non dobbiamo mai dubitare del suo amore per noi, mai dubitare del bene che egli vuole farci, mai dubitare che, come dice Salmo 23:6: “Certo, beni e bontà m’accompagneranno tutti i giorni della mia vita”, a prescindere dalle circostanze in cui ci troviamo.

Pregare, dunque, vuole dire entrare in comunione con e venire a conoscere sempre di più Dio come Padre nostro. Pregare vuol dire conoscere Dio come Gesù lo conosceva. Pregare vuol dire sentire da lui le stesse parole pronunciate su Gesù: “Anche tu _______ sei il mio diletto figlio nel quale mi sono compiaciuto”. Se vediamo la preghiera come mezzo di conoscere Dio così e di stare in comunione con lui, non sarà più un dovere religioso da compiere o un peso che dobbiamo portare, ma la semplice gioia di stare nella presenza di colui che ci ama pazzescamente!

2) Pregare: Conformarsi a Cristo

La seconda verità consegue dalla prima. Poiché Gesù è l’unico vero Figlio di Dio, è solo in lui che possiamo relazionarsi con Dio come Padre nostro. Siccome Gesù è l’unico vero Figlio di Dio, sarebbe l’apice della superbia umana arrogarsi, senza di lui, il diritto di chiamare Dio “Padre”. Ma ciò che sarebbe l’apice della superbia umana diventa l’occasione della manifestazione della stupenda grazia di Dio che in Cristo ci dà questo diritto e privilegio.

È Gesù dunque che ci insegna a pregare così: “Padre nostro, che sei nei cieli…”. Gesù, l’unico Figlio di Dio e uguale al Padre in gloria, potere e onore si affianca a noi, facendosi osso delle nostra ossa e carne della nostra carne, divenendo simile a noi in ogni cosa, salvo il peccato, per farci diventare suoi fratelli e sorelle! Gesù non dice: “Padre mio e Padre vostro”, mantenendo così una certa distanza. Egli dice: “Padre nostro”: tanto il vostro quanto il mio! Il modo in cui Gesù s’identifica con noi indica anche come egli intende farci identificare con lui. È questo lo scopo del pregare il Padre nostro: renderci conformi a lui proprio come lui si è reso conforme a noi.

Consideriamo le richieste del Padre nostro in quest’ottica:

“Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome”, come Gesù ha vissuto in constante comunione con il Padre, sempre desiderando di portare a lui soltanto tutta la gloria e l’onore.

“Venga il tuo regno”, come Gesù è venuto predicando: “Il regno di Dio è vicino” e ne ha dato segni guarendo i malati e scacciando i demoni. Come Gesù ha cercato prima il regno di Dio (6:33), così anche fanno i suoi discepoli quando chiedono questo a Dio.

“Sia fatta la tua volontà, come in cielo, anche in terra”, come Gesù non è venuto per fare la sua volontà ma quella di suo Padre. Infatti, sarà tramite la preghiera che Gesù vincerà la tentazione di ritirarsi dalla croce: “si gettò con la faccia a terra, pregando e dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi oltre da me questo calice! Ma pure, non come voglio io, ma come tu vuoi»” (26:39).

“Dacci oggi il nostro pane quotidiano”, come Gesù non ha ceduto alla tentazione nel deserto di trasformare pietre in pani, ma ha mantenuto la sua fiducia nel Padre di provvedere a ogni suo bisogno.

“Rimettici i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori”, come Gesù è venuto per ottenere il nostro perdono, identificandosi con noi sotto il giudizio di Dio.

“E non ci esporre alla tentazione, ma liberaci dal maligno”, come Gesù ha superato la tentazione e ha vinto il maligno nel deserto.

Insomma, tutte le richieste del Padre nostro derivano proprio dalla vita di Gesù stesso. Riflettono il suo carattere, i suoi desideri, le sue priorità e il suo potere. Pregare il Padre nostro non significa dunque recitare parole vuote, anche se questo potrebbe capitare se le ripetessimo senza prestare attenzione a ciò che diciamo. Seguire l’esempio di Gesù e pregare il Padre nostro, in fede e consapevolezza, vuol dire essere trasformati a sua immagine. Se il nostro desiderio — come dovrebbe infatti essere quello del vero discepolo — è di diventare sempre più conformi a Cristo, il Padre nostro ci insegna che la preghiera che ci mette in comunione con il Padre e ci affianca a Cristo è il mezzo per il quale egli ci conforma sempre più a sua immagine. Che dono è quindi la preghiera!

3) Pregare: Capovolgere il Mondo

L’ultima verità ci aiuta a comprendere l’importanza della preghiera alla nostra vocazione come discepoli di Cristo. L’insegnamento di Gesù sulla preghiera è preceduto da questa esortazione all’inizio del capitolo 6: “Guardatevi dal praticare la vostra giustizia davanti agli uomini”. La preghiera è, in altre parole, è un modo, se non il modo principale, in cui i discepoli di Gesù praticano la giustizia; ecco perché essi devono sapere come farlo giustamente!

Ma che cosa fanno esattamente i discepoli quando pregano seguendo il Padre nostro? Quando si prega, non sembra accadere niente di particolare. Se osserviamo qualcuno che prega, e non osserviamo uno spettacolo, una manifestazione di potere, o una rivoluzione che cambia il mondo. Per molti, infatti, la preghiera è uno spreco di tempo, una forma di misticismo che non sfiora minimamente le difficoltà o le problematiche della vita. “Se vogliamo cambiare le cose, se vogliamo ottenere quello che ci spetta in questa vita, dobbiamo darci da fare! Dobbiamo esigere il cambiamento! Dobbiamo scendere in piazza per protestare! Dobbiamo fare uno sciopero! Dobbiamo votare politici diversi! Dobbiamo, dobbiamo, dobbiamo!”

Rispetto all’attivismo che per molti (anche credenti) è necessario per cambiare il mondo, la preghiera può sembrare poco utile, un lusso per chi se lo può permettere, ma uno spreco per chi deve faticarsi per tirarsi avanti nella vita. Il Padre nostro, invece, capovolge questa mentalità, perché esso ci insegna che il vero modo per ottenere tutto ciò di cui abbiamo bisogno è di dipendere fiduciosamente da Dio, esprimendo questa dipendenza fiduciosa tramite la preghiera. Come Gesù dice alla fine del capitolo 6:

31 Non siate dunque in ansia, dicendo: “Che mangeremo? Che berremo? Di che ci vestiremo?” 32 Perché sono i pagani che ricercano tutte queste cose; il Padre vostro celeste, infatti, sa che avete bisogno di tutte queste cose. 33 Cercate prima il regno {di Dio} e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in più.

Il Padre nostro ci insegna, inoltre, che l’unica speranza che questo mondo ha è che “venga il regno di Dio” e che “sia fatta la sua volontà in terra come in cielo”. Nel suo ministero Gesù ha fatto vedere un mondo sotto il governo di Dio in cui la sua volontà è fatta come in cielo: un mondo senza malattia, senza male, senza tristezza, senza morte, un mondo di perfetta gioia, giustiza e pace. Ora, in quanto Gesù ci invita a unirci al lui nel pregare il Padre nostro, ci invita a partecipare con lui nel far venire il regno di Dio sulla terra! Quando preghiamo “venga il tuo regno”, noi partecipiamo nel farlo venire! Quando preghiamo “sia fatta la tua volontà”, noi partecipiamo nel farla fare in terra come in cielo!

Questo non dovrebbe lasciarci sorpresi, perché ci ha già detto nel capitolo 5 che sono i poveri in spirito, gli afflitti, i mansueti, gli affamati di giustizia, ecc. che entrano nel regno di Dio e ereditano la terra. Non i potenti o i politici o i bravi o gli intelligenti che riescono a cambiare il mondo tramite le proprie forze. No, sono gli umili, i mansueti, i piccoli, i deboli del mondo che rinunciano alle proprie forze e semplicemente supplicano Dio giorno e notte che cambiano il mondo! Qui c’è il mistero della preghiera, che mentre non sembra effettuare niente di importante, essa è in realtà il potere più grande del mondo. Il più piccolo e più debole discepolo di Gesù esercita il potere più grande nel universo quando prega, non perché la preghiera in sé ha qualche potenza innata, ma perché è rivolta al Dio Padre onnipotente che l’ascolta e risponde.

Sono convinto che il giorno quando Gesù ritorna e la sua salvezza è pienamente, visibilmente rivelata, sarà anche rivelato che il vero potere che ha smosso le montange, che ha abbattuto i regni, che ha diffuso il vangelo in tutto il mondo, e che ha sconfitto tutti i poteri del male è il potere dei deboli che pregano. Scopriremo che lungi da essere uno spreco di tempo, le ore passate in preghiera sono quelle più efficaci e importanti, sia per realizzare il proposito di Dio per noi, sia per realizzare il proposito di Dio per tutto il mondo.

Concludo con un ultimo pensiero. Ebrei 7:25 dice questo riguardo all’attività che Cristo svolge tuttora in cielo presso il Padre: “Perciò egli può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio, dal momento che vive sempre per intercedere per loro.” Dopo aver compiuto la nostra salvezza sulla croce, risorto e poi asceso in cielo, Ebrei ci dice che Gesù ora “vive sempre per intercedere”. Non dice che Gesù vive per intercedere ogni tanto; vive per intercedere sempre! Che privilegio è, dunque, essere invitati a intercedere insieme a lui presso il Padre, chiedendo le stesse cose a Dio! Solo questo dovrebbe essere motivo sufficiente per invogliarci a pregare senza mai cessare, come esorta Paolo in 1 Tessalonicesi 5:17. Quando preghiamo il Padre nostro, chiedendogli le cose che Gesù ci ha insegnato, ci uniamo all’attività di Cristo stesso, e sappiamo dunque che quel che facciamo non può mai essere invano! Siamo sicuri, invece, che le nostre preghiere, come quelle di Gesù, saranno esaudite, e che un giorno vedremo con i nostri occhi, sentiremo con le nostre orecchie, e toccheremo con le nostri mani il frutto delle nostre preghiere, il regno di Dio sulla terra.

1 Timoteo 1:12-2:8: Un Solo Mediatore, Cristo Gesù Uomo

1) Gesù Cristo, Salvatore (1:12-20)

1:12 Io ringrazio colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù, nostro Signore, per avermi stimato degno della sua fiducia, ponendo al suo servizio me, 13 che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento; ma misericordia mi è stata usata, perché agivo per ignoranza nella mia incredulità, 14 e la grazia del Signore nostro è sovrabbondata con la fede e con l’amore che è in Cristo Gesù. 15 Certa è quest’affermazione e degna di essere pienamente accettata: che Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, dei quali io sono il primo. 16 Ma per questo mi è stata fatta misericordia, affinché Gesù Cristo dimostrasse in me, per primo, tutta la sua pazienza, e io servissi di esempio a quanti in seguito avrebbero creduto in lui per avere vita eterna. 17 Al Re eterno, immortale, invisibile, all’unico Dio, siano onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen. 18 Ti affido questo incarico, Timoteo, figlio mio, in armonia con le profezie che sono state in precedenza fatte a tuo riguardo, perché tu combatta in virtù di esse la buona battaglia, 19 conservando la fede e una buona coscienza, alla quale alcuni hanno rinunciato e, così, hanno fatto naufragio quanto alla fede. 20 Tra questi sono Imeneo e Alessandro, che ho consegnati a Satana affinché imparino a non bestemmiare.

L’apostolo Paolo ha scritto due lettere al suo collaboratore Timoteo per incoraggiarlo nel suo ministero a Efeso. Paolo aveva fondato la chiesa a Efeso, ed è stata un’opera particolarmente feconda. La chiesa è cresciuta rapida e forte, e da lì furono fondate altre chiese nelle regioni circostanti. Paolo aveva mandato Timoteo a Efeso per guidare la sempre crescente opera, e ha scritto due lettere per dargli consigli, esortazioni, e avvertimenti. Nel primo capitolo della prima lettera, Paolo ricorda Timoteo della centralità del vangelo che, come scrive in Galati, gli è stato rivelato da Gesù stesso. Paolo riassume questo vangelo nel v.15 dicendo: “Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori”. Ancora come in Galati, Paolo evidenzia com’è egli stesso un esempio vivente del vangelo che predica: non solo “Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori”, ma anche “dei quali io sono il primo”. Mentre Paolo andava a Damasco per perseguitare la chiesa lì, Gesù gli è apparso per salvarlo dalle sue vie malvagie e farlo diventare il suo testimone e apostolo. Perché proprio Paolo che era stato “bestemmiatore” e “persecutore” e “violento”? Nel v.16 Paolo spiega:

Ma per questo mi è stata fatta misericordia, affinché Gesù Cristo dimostrasse in me, per primo, tutta la sua pazienza, e io servissi di esempio a quanti in seguito avrebbero creduto in lui per avere vita eterna.

In altre parole, se Dio ha voluto e ha potuto salvare uno come Paolo, vuole e può salvare chiunque! L’incarico di Timoteo a Efeso, dunque, è di “conservare la fede e una buona coscienza”, specialmente perché alcune persone “hanno rinunciato e, così, hanno fatto naufragio quanto alla fede” (v.19). Il vangelo è la più buona notizia che ci sia, ed è per mezzo di esso che Gesù chiama i peccatori (anche i più grandi come Paolo!) a se stesso. Perciò, bisogna lottare per conservare il vangelo, perché se perdiamo quello, perdiamo tutto.

2) Gesù Cristo, Mediatore (2:1-5)

A) Pregare per tutti (vv.1-2)

2:1 Esorto dunque, prima di ogni altra cosa, che si facciano suppliche, preghiere, intercessioni, ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che sono costituiti in autorità, affinché possiamo condurre una vita tranquilla e quieta in tutta pietà e dignità.

Ora, nel capitolo 2 (e questo è la porzione della lettera su cui vogliamo soffermarci e riflettere oggi), Paolo comincia a dare a Timoteo istruzioni ed esortazioni varie. La prima esortazione è questa: “che si facciano suppliche, preghiere, intercessioni, ringraziamenti per tutti gli uomini”. In particolare, Paolo pone enfasi sulle preghiere da fare “per i re e per tutti quelli che sono costituiti in autorità”. Ma qual è lo scopo di queste preghiere? Paolo continua dicendo: “affinché possiamo condurre una vita tranquilla e quieta in tutta pietà e dignità”. Se ci fermiamo qui, potremmo pensare che lo scopo di queste preghiere per gli altri è che noi possiamo stare bene, ma in realtà non è così. Scopriamo nei prossimi versetti che queste preghiere mirano alla salvezza di “tutti gli uomini”. Vedremo perché questo è il caso tra poco, ma qui è sufficente fare due osservazioni.

Prima, il motivo per cui dobbiamo pregare “per i re e per tutti quelli che sono costituiti in autorità affinché possiamo condurre una vita tranquilla e quieta in tutta pietà e dignità” è per permettere la libera testimonianza del vangelo. Se le autorità governano bene e giustamente, non cercheranno di opporsi al vangelo, e dunque preghiamo che possiamo vivere sotte di esse in pace e serenità non per il nostro benessere personale, ma per poter rendere testimonianza a Gesù senza impedimento.

La seconda osservazione è che per Paolo, la preghiera è tanto importante al progresso del vangelo quanto è importante la testimonianza stessa. È interessante infatti notare che Paolo (che avrà molto da dire in seguito riguardo alla predicazione del vangelo) esorta “prima di ogni altra cosa che si facciano suppliche preghiere, intercessioni, ringraziamenti” a proposito del progresso del vangelo. Un vecchio detto afferma che “prima di parlare di Dio alle persone, bisogna parlare delle persone a Dio”. Come abbiamo visto anche in Atti 4, l’efficacia e la franchezza della testimonianza della chiesa deriva dallo Spirito Santo che la riempie e la fortifica, e lo Spirito Santo riempie e fortifica la chiesa in risposta alle sue preghiere. Pregare, dunque, è un elemento basilare e indispensabile nel ministero del vangelo.

B) Per la salvezza di tutti (vv.3-5)

Questo è buono e gradito davanti a Dio, nostro Salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e vengano alla conoscenza della verità. Infatti c’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo,

Nei vv.3-5, Paolo chiarisce tutto ciò. L’esortazione di pregare per tutti è radicata nella volontà di Dio che vuole salvare tutti. Paolo afferma che pregare in questo modo “è buono e gradito davanti a Dio” proprio perché il suo desiderio è che “tutti gli uomini siano salvati e vengano alla conoscenza della verità”. Il collegamento è ovvio, no? Dio vuole che preghiamo per tutti, perché egli vuole salvare tutti. Se Dio fosse già contento del numero delle persone già alla conoscenza della verità, non bisognerebbe pregare per tutti gli altri che non hanno creduto ancora. Ma poiché Dio che è “nostro Salvatore” vuole che “tutti siano salvati”, vuole anche (e ci esorta) che preghiamo per questo.

Sembra un po’ audace, comunque, avere la presunzione di dire “io so quello che Dio vuole”. Potremmo forse rispondere a Paolo: “Ma Paolo, come sai che Dio vuole che tutti siano salvati, e che noi dunque preghiamo per questo? Come fai a sapere che Dio desidera che tutti siano salvati e non (come credono certi cristiani) solo alcuni?” Paolo cerca di rispondere a questo interrogativo, spiegandoci proprio come si può sapere qual è il volere di Dio nei confronti che tutti gli esseri umani, come si può sapere che il proposito di Dio verso tutti è solo benevolo, amorevole e salvifico, solo di “sì” e non di “no”. La risposta è quella che è sempre: lo sappiamo in Gesù Cristo!

Dobbiamo approfondire il collegamento logico tra v.4 e v.5. V.5 fornisce la ragione per cui sappiamo qual è il volere di Dio nei confronti di tutti: è perché “c’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo”. Paolo inizia il suo ragionamento così: noi sappiamo che Dio è uno solo, e dunque egli deve essere il Dio di tutti. Notiamo come Paolo fa un ragionamento simile in Romani 3:29-30:

29 Dio è forse soltanto il Dio dei Giudei? Non è egli anche il Dio degli altri popoli? Certo, è anche il Dio degli altri popoli, 30 poiché c’è un solo Dio, il quale giustificherà il circonciso per fede, e l’incirconciso ugualmente per mezzo della fede.

Abbiamo capito il senso di questo ragionamento? Paolo smantella la ridicola idea che Dio appartiene solo agli ebrei. Gli ebrei appartengono a Dio, ma Dio non appartiene a loro. Che credano in lui o no, Dio è lo stesso Dio per tutti, perché Dio è uno solo. Se ci fossero più dèi, allora sarebbe logico dire che nessuno di loro è il dio di tutti. Ma siccome Dio è uno solo, l’unica conclusione ragionevole è che Dio è il Dio di tutti.

Ma poi Paolo estende questo ragionamento al mediatore, Cristo Gesù. Come Dio è uno solo e dunque il Dio di tutti, così anche Cristo è uno solo e dunque il mediatore di tutti. Dio non ha mandato due salvatori, due mediatori, ma uno solo, e uno solo per tutti. Quindi, Paolo dice, il suo volere nei confronti di tutti deve essere uno solo. Gesù Cristo è infatti il volere di Dio incarnato; Dio non ha un altro volere misterioso nascosto dietro le spalle di Gesù. E Paolo ha già dichiarato inequivocabilmente qual è stato il volere di Dio rivelato in Cristo: “Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori” (1:15). Ecco, dunque, come sappiamo che Dio vuole che tutti siano salvati: Gesù è venuto per salvare, non per condannare, e poiché Gesù è l’unico mediatore tra Dio e tutti gli esseri umani, sappiamo che Dio vuole che per mezzo di Gesù tutti siano salvati! Questo, poi, è il motivo perché è buono e gradito a Dio pregare per la salvezza di tutti: è ciò che Dio vuole in Cristo!

3) Gesù Cristo, Rivelatore (2:6)

che ha dato se stesso come prezzo di riscatto per tutti; questa è la testimonianza resa a suo tempo

“Ma”, potremmo chiedere ancora, “come fai a sapere, Paolo, che Cristo è venuto nel mondo solo per salvare e non per condannare i peccatori?” “È semplice”, Paolo risponde, “perché Dio ha reso la testimonianza di questo quando Gesù ha dato se stesso come prezzo di riscatti per tutti sulla croce”. La morte di Cristo sulla croce è stata la riconciliazione del mondo, sì, ma non solo: è stata anche la rivelazione della riconciliazione del mondo. Lì sulla croce, Gesù ha sofferto la morte che accomuna tutti noi esseri umani. Gesù era un uomo, sì, ma non solo: era anche “uomo”, o meglio “umano”. Incarnandosi, il Figlio di Dio si è unito a noi nella nostra condizione comune, ha assunto l’umanità che tutti noi abbiamo. Nella sua morte sulla croce, dunque, Gesù ha rappresentato e si è sostituito a tutti, perché è morto nella stessa carne di tutti. Non può essere, dunque, che sia morto solo per alcuni! Ecco perché sappiamo che Gesù è venuto solo per salvare tutti: perché è morto al posto di tutti! Forse nell’Antico Testamento quando Dio interveniva soprattutto nei confronti di Israele, non era sempre evidente qual era il suo volere nei confronti di tutti gli altri. Ma la croce di Cristo “è la testimonianza resa a suo tempo”, la rivelazione che la riconciliazione effettuata in Cristo è stata effettuata per tutti.

4) Gesù Cristo, Fratello (2:7-8)

e della quale io fui costituito predicatore e apostolo (io dico il vero [in Cristo], non mento), per istruire gli stranieri nella fede e nella verità. Io voglio dunque che gli uomini preghino in ogni luogo, alzando mani pure, senza ira e senza dispute.

Tutto questo porta Paolo a capo del suo discorso. Cristo lo ha costuito “predicatore e apostolo”, non per tenere il vangelo un segreto, ma per “istruire gli stranieri [cioè ogni popolo e ogni nazione e ogni persona] nella fede e nella verità. Dio vuole che tutti siano salvati e vengano alla conoscenza della verità, e quindi costituisce la sua chiesa — qui rappresentata da Paolo — il testimone del vangelo. Il termine “apostolo” significa letteralmente: “messaggero”. Paolo è stato mandato da Gesù come il suo messaggero per predicare la buona notizia che Dio vuole salvare tutti e che, in realtà tutti sono stati già riconciliati in lui. In un senso, Paolo parla di Gesù come nostro fratello: Gesù è colui che ci ha fatto conoscere il benevolo proposito di Dio nei nostri confronti, e ci invita a partecipare con lui nel farlo conoscere a tutti gli altri che non l’hanno ancora sentito.

Ecco perché Paolo ripete la sua esortazione inziale: “Io voglio dunque che gli uomini preghino in ogni luogo, alzando mani pure, senza ira e senza dispute.” Il volere di Dio si compierà attraverso la predicazione del vangelo a tutto il mondo, ma il vangelo non sarà predicato a tutto il mondo senza il potere che viene dato attraverso la preghiera. Abbiamo dunque non solo un grandissimo motivo per pregare per il progresso del vangelo nel mondo (cioè che in Cristo Dio ha rivelato il suo benevolo proposito di riconciliazione nei confronti di tutti) ma anche una grandissima certezza che ci fa perseverare nella preghiera: che il vangelo sia predicato in tutto il mondo è il volere di Dio. Infatti, Gesù stesso ha promesso ai suoi discepoli: “questo vangelo del regno sarà predicato in tutto il mondo, affinché ne sia resa testimonianza a tutte le genti; allora verrà la fine” (Matteo 23:14). Allora, preghiamo e predichiamo con franchezza e speranza, sapendo che in Cristo la fine è già certa e la vittoria sarà nostra!

Atti 3:1-8; 4:1-31: La Preghiera che Fa Tremare il Mondo

1) La Guarigione (3:1-8)

3:1 Pietro e Giovanni salivano al tempio per la preghiera dell’ora nona, mentre si portava un uomo, zoppo fin dalla nascita, che ogni giorno deponevano presso la porta del tempio detta «Bella» per chiedere l’elemosina a quelli che entravano nel tempio. Vedendo Pietro e Giovanni che stavano per entrare nel tempio, egli chiese loro l’elemosina. Pietro, con Giovanni, fissando gli occhi su di lui, disse: «Guardaci!» Ed egli li guardava attentamente, aspettando di ricevere qualcosa da loro. Ma Pietro disse: «Dell’argento e dell’oro io non ne ho; ma quello che ho, te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!» Lo prese per la mano destra, lo sollevò; e in quell’istante i piedi e le caviglie gli si rafforzarono. E con un balzo si alzò in piedi e cominciò a camminare; ed entrò con loro nel tempio camminando, saltando e lodando Dio.

Dopo l’ascensione di Gesù e la discesa dello Spirito Santo nel giorno delle Pentecoste, nasce la chiesa, il popolo di Dio costituito da non una solo etnicità — l’ebraica — ma da ogni nazione e lingua e tribù e famiglia. Dopo la risurrezione di Gesù, i discepoli pensavano che fosse finalmente l’ora in cui il suo regno avrebbe dato inizio a una nuova epoca di pace, giustizia, e benedizione mondiale. Ma Gesù li ha di nuovo sorpresi: dovevano aspettare ancora il compimento finale di tutte le promesse di Dio. La nuova creazione, compiuta in Gesù stesso, non si sarebbe realizzata fino a un giorno ancora a venire, e nel frattempo — il compimento del regno rimane in sospeso — i discepoli hanno una missione nel mondo. Come Luca riporta in Atti 1:6-8:

Quelli dunque che erano riuniti gli domandarono: «Signore, è in questo tempo che ristabilirai il regno a Israele?» Egli rispose loro: «Non spetta a voi sapere i tempi o i momenti che il Padre ha riservato alla propria autorità. Ma voi riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all’estremità della terra».

Adesso, nei capitoli 3 e 4 di Atti, troviamo i discepoli — ora chiamati apostoli (cioè “mandati”) — pienamente coinvolti in questa missione. Come Gesù aveva testimoniato non solo attraverso la predicazione ma anche segni miracolosi di guarigione, così fanno anche Pietro e Giovanni nel nome di Gesù e nel potere dello Spirito Santo. La guarigione miracolosa dell’uomo zoppo, infatti, crea l’occasione in cui gli apostoli possono testimoniare ancora una volta che Gesù il Nazareno che è stato crocifisso è ora risorto e seduto alla destra di Dio come Signore di tutti. Come vediamo andando avanti, Luca è interessato non tanto al miracolo quanto alla testimonianza resa dopo dagli apostoli.

2) L’Indagine (4:1-12)

A) L’opposizione (vv.1-7)

4:1 Mentre essi parlavano al popolo, giunsero i sacerdoti, il capitano del tempio e i sadducei, indignati perché essi insegnavano al popolo e annunciavano in Gesù la risurrezione dai morti. Misero loro le mani addosso e li gettarono in prigione fino al giorno seguente, perché era già sera. Ma molti di coloro che avevano udito la Parola credettero; e il numero degli uomini salì a circa cinquemila. Il giorno seguente i loro capi, con gli anziani e gli scribi, si riunirono a Gerusalemme con Anna, il sommo sacerdote, Caiafa, Giovanni, Alessandro e tutti quelli che facevano parte della famiglia dei sommi sacerdoti. E, fatti condurre in mezzo a loro Pietro e Giovanni, domandarono: «Con quale potere o in nome di chi avete fatto questo?»

All’inizio del capitolo 4, troviamo gli apostoli nel tempio che insegnano e annunciano al popolo il vangelo di Gesù Cristo risorto dai morti, proprio a causa della guarigione dell’uomo zoppo. La loro predicazione dà non poco fastidio ai capi religiosi, e, come Gesù gli aveva predetto, gli apostoli vengono gettati in prigione. Nonostante la crescente opposizione da parte dei capi religiosi, Luca riporta come “molti di coloro che avevano udito la Parola credettero; e il numero degli uomini salì a circa cinquemila.” Incredibile! Come l’apostolo Paolo scriverà anni dopo in 2 Timoteo 2:9: “per il [vangelo] io soffro fino ad essere incatenato come un malfattore; ma la parola di Dio non è incatenata.”

Ma perché vogliono mettere fine alla diffusione della parola di Cristo, i capi religiosi aprono un’indagine per scoprire la radice del loro “problema”. Convocano dunque Pietro e Giovanni e li interrogano: “Con quale potere o in nome di chi avete fatto questo?” Indubbiamente, Pietro e Giovanni si fanno coraggio, ricordandosi di ciò che Gesù ha detto pochi giorni prima della sua crocifissione (Luca 21:12-13):

12 Ma prima di tutte queste cose, vi metteranno le mani addosso e vi perseguiteranno consegnandovi alle sinagoghe e mettendovi in prigione, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome. 13 Ma ciò vi darà occasione di rendere testimonianza.

B) La testimonianza (vv.8-12)

Allora Pietro, pieno di Spirito Santo, disse loro: «Capi del popolo e anziani, se oggi siamo esaminati a proposito di un beneficio fatto a un uomo infermo, per sapere com’è che quest’uomo è stato guarito, 10 sia noto a tutti voi e a tutto il popolo d’Israele che questo è stato fatto nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, che voi avete crocifisso, e che Dio ha risuscitato dai morti; è per la sua virtù che quest’uomo compare guarito in presenza vostra. 11 Egli è “la pietra che è stata da voi costruttori rifiutata, ed è divenuta la pietra angolare”. 12 In nessun altro è la salvezza; perché non vi è sotto il cielo nessun altro nome che sia stato dato agli uomini, per mezzo del quale noi dobbiamo essere salvati».

L’aspetto del discorso di Pietro che voglio sottolineare qui è il ruolo dello Spirito Santo. È forte, bello, profondo ciò che Pietro dice, ma è fondamentale notare che non è un discorso che aveva premediato, ma che Gesù Cristo, nello Spirito, ha detto attraverso di lui. Tornando alle parole di Gesù riportate in Luca 21 leggiamo:

14 Mettetevi dunque in cuore di non premeditare come rispondere a vostra difesa, 15 perché io vi darò una parola e una sapienza alle quali tutti i vostri avversari non potranno opporsi né contraddire.

Ecco il punto critico: Gesù ha promesso di dare ai suoi discepoli la parola e la sapienza, e la testimonianza resa da Pietro è in realtà Gesù che rende testimonianza di se stesso tramite lo Spirito Santo che riempie il suo testimone.

3) La Minaccia (4:13-22)

13 Essi, vista la franchezza di Pietro e di Giovanni, si meravigliavano, avendo capito che erano popolani senza istruzione; riconoscevano che erano stati con Gesù e, 14 vedendo l’uomo che era stato guarito, lì presente con loro, non potevano dire niente in contrario. 15 Ma, dopo aver ordinato loro di uscire dal sinedrio, si consultarono gli uni gli altri dicendo: 16 «Che faremo a questi uomini? Che un evidente segno miracoloso sia stato fatto per mezzo di loro è noto a tutti gli abitanti di Gerusalemme, e noi non possiamo negarlo. 17 Ma, affinché ciò non si diffonda maggiormente tra il popolo, ordiniamo loro con minacce di non parlare più a nessuno nel nome di costui». 18 E, avendoli chiamati, imposero loro di non parlare né insegnare affatto nel nome di Gesù. 19 Ma Pietro e Giovanni risposero loro: «Giudicate voi se è giusto, davanti a Dio, ubbidire a voi anziché a Dio. 20 Quanto a noi, non possiamo non parlare delle cose che abbiamo viste e udite». 21 Ed essi, minacciatili di nuovo, li lasciarono andare, non trovando assolutamente come poterli punire, a causa del popolo; perché tutti glorificavano Dio per quello che era accaduto. 22 Infatti l’uomo in cui questo miracolo della guarigione era stato compiuto aveva più di quarant’anni.

La reazione da parte dei capi religiosi è una di meraviglia. Come potrebbero questi uomini semplici — pescatori senza istruzione — parlare con una tale franchezza e forza? Si rendono conto che è solo a causa del presenza di Gesù, la sua presenza che è stata con loro e la sua presenza che ora è in loro. La franchezza di Pietro e Giovanni si fa sempre più evidente in quanto segue, perché quando i capi religiosi li minacciano, rispondono semplicemente che devono ubbidire a Dio anziché a loro.

Forse proviamo tanta ammirazione per il coraggio di Pietro e Giovanni nei confronti di capi religiosi e la franchezza con cui testimoniano, ma pensiamo di non esserne capaci noi stessi. Essi erano apostoli, pieni di Spirito Santo, avendo visto Gesù con i propri occhi ed essendo stati fisicamente nella sua presenza. È impensabile, invece, che noi potremmo fare la stessa cosa, no? Non dimentichiamo che anche i capi religiosi sono rimasti sbalorditi che Pietro e Giovanni parlavano in quel modo, proprio perché erano uomini semplici, senza istruzione. Noi, dunque, non possiamo scusarci dicendo, “Ma noi siamo solo persone semplici senza istruzione”! Qual è dunque il segreto?

4) La Preghiera (4:23-31)

A)  La reazione (vv.23-28)

23 Rimessi quindi in libertà, vennero ai loro e riferirono tutte le cose che i capi dei sacerdoti e gli anziani avevano dette. 24 Udito ciò, essi alzarono concordi la voce a Dio e dissero: «Signore, tu sei colui che ha fatto il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che sono in essi; 25 colui che mediante lo Spirito Santo ha detto per bocca del tuo servo Davide, nostro padre: “Perché si sono agitate le nazioni, e i popoli hanno meditato cose vane? 26 I re della terra si sono sollevati, i prìncipi si sono riuniti insieme contro il Signore e contro il suo Cristo”. 27 Proprio in questa città, contro il tuo santo servitore Gesù, che tu hai unto, si sono radunati Erode e Ponzio Pilato, insieme con le nazioni e con tutto il popolo d’Israele, 28 per fare tutte le cose che la tua volontà e il tuo consiglio avevano prestabilito che avvenissero.

Qui arriviamo al punto di questo messaggio, alla preghiera “che fa tremare il mondo”. Di fronte all’opposizione, l’imprigionamento, e la minaccia di peggio ancora, la reazione degli apostoli e di tutta la chiesa è la preghiera. Non cominciano a preoccuparsi o mettersi in ansia; non cercano di trovare modi per evitare più persecuzione; non ripensano la parola di Cristo che devono testimoniare per renderla meno offensiva. La chiesa, invece, prega, e Luca, narrando questo fatto, vuole insegnarci la differenza che la preghiera fa. Allora, che qui troviamo una preghiera è ovvia, ma in che senso è una preghiera che fa tremare il mondo? Facciamo tre osservazioni primarie:

Prima, la chiesa prega insieme. I primi cristiani sono soliti riunirsi, ma in questo momento si riuniscono proprio con l’intenzione di pregare. Luca mette in evidenza il fatto che “essi alzarono concordi la voce a Dio”. Notiamo bene: “alzarono concordi” non le loro voci ma “la voce” a Dio. Quando i membri della chiesa pregano, pregano insieme come se avessero una sola voce. È senz’altro vero che Dio dà ascolto e risponde alle preghiere di cristiani individuali, ma Luca attesta che la preghiera che cristiani offrono concordi con una sola voce possiede un potere speciale. Da questo, impariamo che la chiesa che prega insieme è la chiesa unita e potente; viceversa, la chiesa non prega insieme è una chiesa divisa e debole.

Secondo, la chiesa prega le Scritture. Quando dico “pregare le Scritture”, non voglio dire ovviamente che le Scritture costituiscono l’oggetto a cui rivolgiamo la preghiera. Piuttosto voglio dire che le Scritture costituiscono la preghiera stessa. “Pregare le Scritture” significa rivolgere a Dio le parole che egli stesso ci ha dato proprio per questo motivo. Sempre nella vita, ma soprattutto in momenti di difficoltà, di pericolo, di incertezza, di sofferenza, o di persecuzione, vogliamo sapere che le nostre preghiere siano esaudite. Pregare le Scritture è una garanzia di questo. Quando preghiamo Dio in base alle Scritture, sappiamo di pregare secondo la volontà di Dio, e di conseguenza sappiamo anche che Dio non ci risponderà mai con di “no” ma sempre di “sì”.

Terzo, la chiesa prega le Scritture con Cristo al centro. Non mi stanco mai di ripeterlo: Gesù è il tema di tutte le Scritture, le quali danno testimonianza di lui. I salmi, dei quali la chiesa cita Salmo 2, sono spesso attribuiti nel Nuovo Testamento a Gesù stesso. In altre parole, Gesù non è solo il tema dei salmi, ma anche colui che li prega e canta! Gesù è sia il Dio a cui i salmi sono rivolti sia il salmista che li rivolge a Dio. Quando noi preghiamo nello stesso modo — consapevoli che in realtà è Gesù che prega e intercede non solo per noi ma anche insieme a noi — possiamo essere ancora più certi che la nostra preghiera sarà esaudita. Quando Gesù insegna ai discepoli di pregare così: “Padre nostro…”, quel “nostro” (invece di “mio”) significa che Gesù non ci invita a imitare la sua preghiera ma a partecipare alla sua preghiera. Che privilegio, che Gesù ci invita a unire la nostra voce alla sua, sapendo che il nostro Padre celeste ci esaudisce quanto esaudisce il suo proprio Figlio!

B) La richiesta (vv.27-28)

29 Adesso, Signore, considera le loro minacce e concedi ai tuoi servi di annunciare la tua Parola in tutta franchezza, 30 stendendo la tua mano per guarire, perché si facciano segni e prodigi mediante il nome del tuo santo servitore Gesù».

Queste sono le caratteristiche della preghiera, ma il suo cuore sta nella richiesta dei versetti 29-30: “concedi ai tuoi servi di annunciare la tua Parola in tutta franchezza!” Facciamo ancora tre osservazioni riguardo a questa richiesta.

Prima, la chiesa prega con franchezza, indicata dal fatto che rivendica il diritto di essere identificata con Gesù stesso. Gesù è Il Servo, ma in lui i cristiani possono chiamarsi “servi”. Con Cristo, la chiesa in Atti 4 rimane condannata dai capi religiosi, e nello stesso modo rimane giustificata agli occhi di Dio. Non è una cosa leggera rivolgersi a Dio identificandosi con Gesù stesso, ma è il diritto concesso a tutti quelli che sono per fede uniti a lui.

Secondo, la chiesa non prega di poter evitare la sofferenza e la persecuzione, ma di poter “annunciare la tua parola in tutta franchezza” nonostante la sofferenza e la persecuzione. Ora, non è necessariamente sbagliato pregare di stare bene — per buona salute, per uno stipendio stabile, etc. — ma è sbagliato se preghiamo di stare bene invece di essere fedeli nel testimoniare la parola di Dio. Spesso, testimoniare la parola di Dio ci fa stare male, non bene, e questo non solo perché la parola è offensiva, ma anche perché la sofferenza e la persecuzione sono i modi in cui la parola si diffonde di più! Cristo ha compiuto la sua missione sulla croce; non dobbiamo pensare di poter compiere la nostra diversamente.

Terzo, la chiesa prega perché si accorge che la franchezza, il potere, e la fedeltà nell’annunciare la parola di Cristo non vengono da essa ma solo da Dio. In ultima analisi, il potere della parola è il potere di Dio; il testimone fedele che testimonia attraverso di noi è Gesù; e la franchezza con la quale testimoniamo è l’opera dello Spirito Santo che ci riempie. Se pensiamo di non poter testimoniare come questi primi cristiani, in un senso abbiamo ragione! Non possiamo! Ecco perché noi, come questi primi cristiani, dobbiamo pregare. Se non preghiamo, assidui, concordi, ferventi, non saremo in grado di testimoniare come dobbiamo. Ma dall’altro canto, la chiesa che prega così sarà sicuramente una chiesa coraggiosa, potente, ed efficace.

B) La risposta (v.31)

31 Dopo che ebbero pregato, il luogo dove erano riuniti tremò; e tutti furono riempiti dello Spirito Santo, e annunciavano la Parola di Dio con franchezza.

Questo è infatti la conclusione che Luca scrive. Tanto è potente la preghiera della chiesa che la terra comincia a tremare letteralmente. Dio vuole che la chiesa annunci la parola con franchezza. Quando dunque la chiesa prega di poter annunciare la parola di Dio con franchezza, Dio è più che felice di dire di “sì”! Il resto del libro di Atti narra gli effetti di questa preghiera, come non solo letteralmente ma anche spiritualmente essa fa tremare la terra. O che anche noi possiamo diventare una chiesa che prega così, che sia riempita di Spirito Santo così, che annunci la parola di Dio con franchezza così!

Marco 10:32-52: Che Cosa Vuoi che Io Ti Faccia?

1) Timore (10:32-34)

32 Mentre erano in cammino salendo a Gerusalemme, Gesù andava davanti a loro; essi erano turbati; quelli che seguivano erano pieni di timore. Egli prese di nuovo da parte i dodici e cominciò a dir loro le cose che stavano per accadergli: 33 «Noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà dato nelle mani dei capi dei sacerdoti e degli scribi. Essi lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani, 34 i quali lo scherniranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno; ma dopo tre giorni egli risusciterà».

Avviciandosi sempre di più a Gerusalemme, i discepoli provano un senso di timore. Hanno ancora dei grandi sogni (come vedremo nei prossimi versetti), ma tutto questo parlare di sofferenza e crocifissione da parte di Gesù li ha frastonati. E come per rendere più acuto il loro turbamento, Gesù ripete lungo la via quanto gli ha già detto riguardo al suo obbiettivo: va a Gerusalemme non per essere riconosciuto come re ma per essere trattato come un criminale e un peccatore. Questo lo sappiamo già, ma serve nella narrativa per far spiccare ciò che segue.

2) Gloria (10:35-40)

A) L’incomprensione dei discepoli (vv.35-37)

35 Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, si avvicinarono a lui, dicendogli: «Maestro, desideriamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». 36 Egli disse loro: «Che volete che io faccia per voi?» 37 Essi gli dissero: «Concedici di sedere uno alla tua destra e l’altro alla tua sinistra nella tua gloria».

Ci ricordiamo che nel capitolo 8, Pietro (portavoce degli altri discepoli) ha rimproverato Gesù quando Gesù ha cominciato a spiegargli apertamente la sua intenzione di morire a Gerusalemme. Mentre i discepoli riconoscevano Gesù quale Cristo, il Figlio di Dio, non riuscivano ad accettare l’idea di un Messia crocifisso. Adesso, avvicinandosi a Gerusalemme, i discepoli ancora non riescono ad accettarla. Perché? Qui Marco ce lo fa sapere: i discepoli — in questo caso Giacomo e Giovanni che, insieme a Pietro, costituiscono i seguaci più intimi con Gesù — hanno l’ambizione di “sedere uno alla tua destra e l’altro alla tua sinistra [cioè le posizioni di più onore e potere] nella tua gloria”. Nonostante le esplicite dichiarazioni di Gesù, Giacomo e Giovanni insistono che alla fine Gesù farà quello che loro desiderano. Gesù entrerà a Gerusalemme per stabilirsi sul trono di Davide per dominare sulle nazioni, e Giacomo e Giovanni vogliono assicurarsi in anticipo di stare al suo fianco. Vogliono prenotare i posti più importanti nel regno che Gesù sta per inaugurare.

Interessante è notare come Gesù gli risponde all’inizio: “Che volete che io faccia per voi?” Teniamo a mente questa domanda, perché apparirà un’altra volta nel testo che stiamo esaminando. La loro risposta è quella che abbiamo appena letto. Vogliono infatti che Gesù faccia la loro volontà, che si conformi alle loro idee, che adempia alle loro aspettative!

B) L’ignoranza dei discepoli (vv.38-40)

38 Ma Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete voi bere il calice che io bevo, o essere battezzati del battesimo del quale io sono battezzato?» 39 Essi gli dissero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Voi certo berrete il calice che io bevo e sarete battezzati del battesimo del quale io sono battezzato; 40 ma quanto al sedersi alla mia destra o alla mia sinistra, non sta a me concederlo, ma è per quelli a cui è stato preparato».

Come tutte le volte quando insistiamo che ‘sia fatta la nostra volontà’, Gesù gli spiega che non sanno quello che chiedono. In effetti Gesù gli dice di ‘no’, ma glielo dice con tanto amore. Il calice che Gesù deve bere, il battesimo del quale sarà battezzato, queste cose sarebbero insopportabili per qualsiasi altro. Giacomo e Giovanni pensano di poter bere il calice di Gesù e di essere battezzati del suo battesimo, ma non hanno nessuna idea di quello che stanno dicendo. E Gesù lo sa! Gesù sa che il suo calice e il suo battesimo li distruggerebbero, a meno che Gesù non li sopporti prima.

Insomma, il volere di Giacomo e Giovanni porterebbe alla loro rovina. Gesù sa che solo lui è in grado di sopportare la croce per i peccati del mondo, e vieta ai discepoli di accompagnarlo fino alla fine. Certo, il giorno verrà quando anche loro condivideranno le sue sofferenze, ma in quel giorno le potranno sopportare nella vittoria che è loro in Gesù.

3) Guarigione (10:46-52)

A) La comprensione del cieco (vv.46-48)

46 Poi giunsero a Gerico. E come Gesù usciva da Gerico con i suoi discepoli e con una gran folla, il figlio di Timeo, Bartimeo, cieco mendicante, sedeva presso la strada. 47 Udito che chi passava era Gesù il Nazareno, si mise a gridare e a dire: «Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà di me!» 48 E molti lo sgridavano perché tacesse, ma quello gridava più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!»

Come nel capitolo 8, così anche qui Marco confronta l’incompresione dei discepoli con la guarigione di un cieco. L’avvenimento ha luogo appena Gesù e discepoli escono da Gerico. Questo è significativo, perché Gerico è l’ultima città prima di arrivare a Gerusalemme lungo il percorso intrapreso da Gesù. Dopo questo, infatti, e all’inizio del capitolo successivo, sarà il “giorno delle palme” quando Gesù entrerà a Gerusalemme. Quindi, siamo solo pochi giorni prima dell’ultima settimana di Gesù.

Partendo da Gerico, Gesù è circondato da una grande folla, ma una sola voce si distingue tra le altre, la voce di un cieco mendicante di nome Bartimeo. Il suo grido è semplice ma insistente: “Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!” Ciò che ci colpisce è proprio l’insistenza di Bartimeo; molte persone cercano di farlo tacere, ma ogni loro tentativo non fa altro che incoraggiarlo a gridare più forte. Un po’ sfacciato, forse anche un po’ maleducato, ma Bartimeo non si lascia scoraggiare, perché è risoluto nel suo desiderio di farsi notare da Gesù e ricevere la sua misericordia. Bartimeo qui ricorda un po’ Giacobbe che mentre lottava con l’angelo del Signore esclamò: “Non ti lascerò andare prima che tu mi abbia benedetto!” (Gen. 32:26).

B) La fede del cieco (vv.49-52)

49 Gesù, fermatosi, disse: «Chiamatelo!» E chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio, àlzati! Egli ti chiama». 50 Allora il cieco, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. 51 E Gesù, rivolgendosi a lui, gli disse: «Che cosa vuoi che ti faccia?» Il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io recuperi la vista». 52 Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». In quell’istante egli recuperò la vista e lo seguiva per la via.

La tenacia di Bartimeo viene ricompensata, e Gesù lo fa chiamare a sé. Non deve chiamarlo più di una volta, perché Bartimeo getta via il suo mantello e balza in piedi per il suo entusiasmo. Gesù allora gli fa la stessa domanda che ha fatto a Giacomo e Giovanni poco fa: “Che cosa vuoi che ti faccia?” Senza esitazione Bartimeo dice: “che io recuperi la vista”. Anziché rispondergli, come ai discepoli, “non sai quello che chiedi”, Gesù risponde positivamente, affermando che “la tua fede ti ha salvato”. Poi Marco aggiunge che Bartimeo non solo recupera la vista proprio in quell’instante, ma che comincia a seguire Gesù per la via, la via che noi sappiamo conduce a Gerusalemme.

Interessante notare che sia Giacomo e Giovanni sia Bartimeo vengono da Gesù con forte desiderio, e la domanda che Gesù pone a loro è la stessa: “Che cosa volete/vuoi che io faccia?” Questo parallelismo non è casuale; è invece l’indicazione che Marco ci chiede di riflettere sulle differenze tra le due vicende. Nella prima, Gesù rifiuta la richiesta di Giacomo e Giovanni, ma nella seconda la concede. Se ci chiediamo perché, forse concludiamo che, mentre Giacomo e Giovanni chiedono che Gesù faccia la loro volontà, Bartimeo chiede l’opposto. Ma non è esattamente così, perché anche Bartimeo chiede che sia fatta la sua volontà: vuole essere guarito! Che cosa dunque spiega la differenza? Perché Gesù riconosce in Bartimeo la fede, mentre nei discepoli l’incomprensione e l’incredulità?

La prima differenza da notare è che la richiesta di Giacomo e Giovanni scaturisce dall’egoismo, ma la richiesta di Bartimeo dall’umiltà. Questo si vede chiaramente: Giacomo e Giovanni chiedono i posti più prestigiosi, più autorevoli, più importanti accanto a Gesù, ma Bartimeo chiede semplicemente la pietà. Giacomo e Giovanni si rivolgono a Gesù dipendendo dai loro presunti meriti, ma Bartimeo si rivolge a Gesù dipendendo totalmente dalla misericordia di Gesù. Giacomo e Giovanni vogliono che Gesù dia gloria a loro, ma Bartimeo vuole dare gloria a Gesù. Giacomo e Giovanni desiderano che Gesù segua il percorso da loro determinato (verso il potere), ma Bartimeo desidera soltanto seguire Gesù per a via che Gesù ha determinato (verso la croce). In tutto questo, Bartimeo è l’esempio della vera fede.

La seconda differenza da notare è che mentre la volontà di Giacomo e Giovanni è contraria alla volontà di Gesù, la volontà di Bartimeo è conforme alla volontò di Gesù, e per questo Gesù dice di “no” ai primi e di “sì” al secondo. Gesù non è venuto per compiere la nostra volontà, perché noi non sappiamo neanche quello di cui abbiamo veramente bisogno. Gesù non è venuto solo per rimediare alla nostra condizione, ma anche per farci capire quale è la nostra condizione! Siccome non sappiamo ciò di cui abbiamo veramente bisogno, non sappiamo neanche cosa chiedere a Dio. Alla richiesta dei discepoli Gesù ha detto di “no”, perché non è venuto per coronare i loro (né i nostri) sogni.

Dall’altro canto, quando impariamo da Gesù quali sono i nostri veri bisogni, e quando impariamo anche quali sono i suoi stupendi e meravigliosi propositi nei nostri confronti, impariamo a pregare meglio e a pregare con più certezza di ricevere ciò che chiediamo. Impariamo, infatti, che Gesù desidera mostrarci misercordia e compassione! Bartimeo ha potuto insistere e insistere, ignorando il disprezzo degli altri e dimostrando una fede salda e tenace perché sapeva che la volontà di Gesù è di essere misericordioso verso tutti quelli che, senza forza e senza meriti, si rivolgono a lui come l’unica speranza di salvezza. Bartimeo sicuramente avrebbe già sentito parlare della grande compassione di Gesù, e di come non ha mai respinto la richiesta degli umili. L’autore della lettera agli Ebrei (2:17-18) approfondisce questo tema quando scrive:

Perciò [Gesù] doveva diventare simile ai suoi fratelli in ogni cosa, per essere un misericordioso e fedele sommo sacerdote nelle cose che riguardano Dio, per compiere l’espiazione dei peccati del popolo. Infatti, poiché egli stesso ha sofferto la tentazione, può venire in aiuto di quelli che sono tentati.

La misericordia di Gesù nei nostri confronti non ha limiti, perché lui, essendo stati nei nostri panni e avendo subito ogni sorta di tentazione e debolezza, si può immedesimare con noi in ogni aspetto della vita. Perciò, è sempre pronto e desideroso di venirci in aiuto! Ecco perché Bartimeo non ha smesso di “importunare” Gesù finché non ha ricevuto la pietà che cercava: sapeva che Gesù ama mostrare pietà! Quanto è bello pregare e sapere con certezza che otterremo ciò che chiediamo!

4) Servizio (10:41-45)

A) Il mondo sottosopra (vv.41-44)

41 I dieci, udito ciò, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. 42 Ma Gesù, chiamatili a sé, disse loro: «Voi sapete che quelli che sono reputati prìncipi delle nazioni le signoreggiano e che i loro grandi esercitano autorità su di esse. 43 Ma non è così tra di voi; anzi, chiunque vorrà essere grande fra voi sarà vostro servitore; 44 e chiunque tra di voi vorrà essere primo sarà servo di tutti.

Prima di concludere, è opportuno tornare alle fondamenta di tutto questo. Perché Gesù rifiuta la preghiera dei “degni” ma esaudisce la preghiera dei “mendicanti”? Per molti, questo è scandaloso! Nel brano parallelo in Luca 19:1-10, Luca racconta come a Gerico Gesù ha incontrato un altro uomo chiamato Zaccheo che era pubblicano. Come a Bartimeo, anche a Zaccheo Gesù annuncia la buona notizia della sua salvezza. Luca ci dice poi che “veduto questo, tutti mormoravano, dicendo: ‘È andato ad alloggiare in casa di un peccatore!'” (v.7). Che scandalo, infatti, che Gesù mostra amore verso uno che non se lo merita! E come se il mondo fosse stato messo sottosopra!

Se così sembra, è perché così lo è. Come Gesù insegna a Giacomo e Giovanni, e a tutti i discepoli con loro, il suo regno si basa non sul merito ma sulla grazia. Nel regno di Dio, i primi sono gli ultimi e gli ultimi sono i primi. Nel regno di Dio, i più grandi e i più importanti non sono i potenti e i famosi, ma i servi e gli umili. Il regno di Dio, infatti, effettua un cambiamento radicale e un capovolgimento totale nel mondo. Nulla è come prima. E mentre all’uomo naturale il regno di Dio sembra del tutto sottosopra, in realtà, come Gesù afferma, il suo regno è ciò che finalmente mette tutto in ordine! Niente è più distorto o abnorme del peccato!

B) La croce cambia tutto (v.45)

45 Poiché anche il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti».

Il regno di Dio, a sua volta, è così perché al centro di esso c’è la croce di Cristo. Come abbiamo visto tante volte nel vangelo, il regno di Dio non opera come uno tsunami che travolge tutto quello che gli sta davanti, ma come un piccolo seme che sparisce sotto terra e germoglia in modo impercettibile. In altre parole, il potere del regno è la croce. È la croce di Cristo che costituisce la svolta definitiva e determinante di tutta la storia umana. È la croce che ha cambiato tutto, che ha messo il mondo sottosopra, o meglio dire, girato giusto. È la croce di Cristo che ci fa capire cosa signifia “grandezza” (cioè piccolezza) e “gloria” (cioè umiltà) e “importanza” (cioè servizio).

La croce rivela il carattere e il cuore di Dio, che ci ha amato fino a caricarsi dei nostri peccati e sottoporsi alla nostra condanna. Questo non è un dio che pretende che lo serviamo, ma il Dio che pretende semplicemente che ci lasciamo servire da lui! Incredibile! Come il profeta Isaia (64:4) ha esclamato: “Mai si era udito, mai orecchio aveva sentito dire, mai occhio aveva visto che un altro dio, all’infuori di te, agisse in favore di chi spera in lui.” Mai un Dio come il Dio rivelato in Cristo crocifisso! Mai un amore così straordinario! Mai una bontà così generosa! Mai una misercordia così smisurata! Per questo noi cantiamo con cuori pieni di gioia: “Quanto è bello, quanto è grande, quanto è forte il nome di Gesù Cristo”, il nome ineguagliabile e unico, al di sopra di ogni nome in cielo e sulla terra! Allelujah e amen.

Marco 11:12-25: Il Fico e il Tempio

Introduzione

In queste ultime settimane abbiamo visto che dal capitolo 9 in poi, Gesù si avvia verso Gerusalemme dove compierà la salvezza del mondo tramite il sacrificio della propria vita. Ora, nel capitolo 11, Gesù arriva alla sua destinazione ed entra nella città. Questo è l’avvenimento, celebrato nella domenica delle palme, è spesso ricordato come “l’ingresso trionfale” di Gesù quando viene acclamato e lodato dalla folla come il re davidico finalmente tornato per inaugurare il regno di Dio. Ma come vedremo, Gesù sta per rovesciare (anche in senso letterale!) tutte le aspettative.

1) Il Fico Seccato: Parte Prima (11:12-14)

11 Così Gesù entrò a Gerusalemme nel tempio; e dopo aver osservato ogni cosa intorno, essendo già l’ora tarda, uscì per andare a Betania con i dodici. 12 Il giorno seguente, quando furono usciti da Betania, egli ebbe fame. 13 Veduto di lontano un fico, che aveva delle foglie, andò a vedere se vi trovasse qualche cosa; ma, giunto al fico, non vi trovò nient’altro che foglie; perché non era la stagione dei fichi. 14 E rivolgendosi al fico, gli disse: «Nessuno mangi mai più frutto da te!» E i suoi discepoli l’udirono.

A) Il fico e il tempio

Marco ci dice che per prima cosa, Gesù entra subito nel tempo per osservare ogni cosa intorno. Accenna poi al fatto che Gesù intende farne qualcosa, ma dice che è già l’ora tarda, e dunque Gesù esce con i discepoli per andare a Betania, un piccolo villaggio fuori di Gerusalemme a poca distanza dal tempio. Siccome non sappiamo ancora ciò che Gesù vuole fare, o che cosa ha pensato quando ha osservato il tempio, siamo un po’ in sospeso, curiosi di sentire come questa vicenda andrà a finire.

Ma Marco non ce lo dice subito. Racconta invece ciò che succede mentre Gesù sta tornando al tempio il giorno seguente, come Gesù maledice il fico sterile. Come altre volte nel vangelo quando Marco interrompe la narrativa principale con un’altra storia, forse non ne capiamo subito il significato. Notiamo, però, come Marco interrompe anche il racconto del fico per dirci cosa Gesù fa nel tempio, e poi dopo torna di nuovo al fico. Questo crea una specie di “panino” narrativo, e quando Marco struttura la narrativa in questo modo, ci sta indicando che la storia che racchiude l’altra ci aiuterà a capirne il significato. In questo caso, la storia del fico ci aiuta a capire il significato delle azioni compiute da Gesù nel tempio. Il fico funziona come una parabola vivente del tempio.

B) Nient’altro che foglie

Riflettiamo un po’, dunque, su questa apparantemente strana vicenda del fico. Tornando al tempio, Gesù ha fame e si avvicina a un fico per trovare qualcosa da mangiare. Arrivato al fico, Gesù vede “nient’altro che foglie”, e perciò lo maledice. Sembra strano, però, perché Marco ci dice che non è la stagione dei fichi. Come mai allora fa Gesù questo?

È importante ricordarci che nell’Antico Testamento, si usava l’albero fruttifero (o a volte anche la vigna) spesso come una metafora per il popolo d’Israele. Richiamando l’immagine dell’albero della vita in Eden, Dio ha “piantato” Israele nella terra promessa ad Abraamo, e intendeva che il frutto che Israele avrebbe portato sarebbe stato, come dice in Apocalisse 22:2, per la guarigione delle nazioni. I profeti, però. spesso castigava il popolo per non aver portato il frutto voluto da Dio, e di conseguenza lo avvertiva del giudizio divino che lo avrebbe sradicato dalla terra. Quando il Signore sarebbe venuto alla sua vigna, avrebbe trovato il frutto che desiderava?

Adesso, il Signore sta arrivando. Gesù è il lungo aspettato Messia, venuto nella sua vigna per compiere la guarigione delle nazioni. Ma quando arriva, troverà il frutto che desidera? Oppure, vedrà un fico (cioè il tempio) che è bello da vedere da lontano, ma non ha nient’altro che foglie? Troverà forse un fico non nella stagione dei fichi e quindi non pronto per l’arrivo del suo Signore?

2) Il Tempio Giudicato (11:15-19)

15 Vennero a Gerusalemme e Gesù, entrato nel tempio, si mise a scacciare coloro che vendevano e compravano nel tempio; rovesciò le tavole dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombi; 16 e non permetteva a nessuno di portare oggetti attraverso il tempio. 17 E insegnava, dicendo loro: «Non è scritto: “La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti”? Ma voi ne avete fatto un covo di ladri». 18 I capi dei sacerdoti e gli scribi udirono queste cose e cercavano il modo di farlo morire. Infatti avevano paura di lui, perché tutta la folla era piena d’ammirazione per il suo insegnamento. 19 Quando fu sera, uscirono dalla città.

A) Un gesto tremendo

Ora, possiamo anticipare quale sarà la risposta a questa domanda, e cosa significherà le azioni di Gesù nel tempio. Come ha appena maledetto il fico per la sua mancanza di frutto, così Gesù entra nel tempio e scaccia i mercanti e i cambiavalute, rovesciando le loro tavole e ostacolando le loro funzioni. Ricordiamoci che questa è la settimana della Pasqua quando tutti gli ebrei sono tenuti a venire al tempio e offrire un sacrificio. In altre parole, per coloro che vendono animali per i sacrifici e per i capi religiosi, è la settimana più lucrativa dell’anno. Il gesto di Gesù, dunque, rischia di diminuire il loro guadagno, e non sorprende che i capi religiosi cercano un modo per farlo morire.

Ma Gesù giustifica le sue azioni facendo riferimento ai profeti Geremia e Isaia. Se esaminiamo i rispettivi contesti da cui questi riferimenti sono tratti, riusciamo a capire meglio che cosa Gesù ha fatto nel tempio.

B) Un covo di ladri

Prima, notiamo che Gesù accusa quelli di tempio di averne fatto “un covo di ladri”. Qui Gesù riprende le parole del profeta Geremia (7:1-4, 9-15) che ha pronunciato questo giudizio contro il popolo di Giuda e Gerusalemme poco prima dell’invasione babilonese:

Ecco la parola che fu rivolta a Geremia da parte del Signore«Fèrmati alla porta della casa del Signore e là proclama questa parola: “Ascoltate la parola del Signore, voi tutti, uomini di Giuda, che entrate per queste porte per prostrarvi davanti al SignoreCosì parla il Signore degli eserciti, Dio d’Israele: Cambiate le vostre vie e le vostre opere, e io vi farò abitare in questo luogo. Non ponete la vostra fiducia in parole false, dicendo: ‘Questo è il tempio del Signore, il tempio del Signore, il tempio del Signore!’…

Voi rubate, uccidete, commettete adultèri, giurate il falso, offrite profumi a Baal, andate dietro ad altri dèi che prima non conoscevate, 10 e poi venite a presentarvi davanti a me, in questa casa sulla quale è invocato il mio nome. Voi dite: ‘Siamo salvi!’ Perciò commettete tutte queste abominazioni. 

11 È forse, agli occhi vostri, una spelonca di ladri questa casa sulla quale è invocato il mio nome? Ecco, tutto questo io l’ho visto”, dice il Signore12 “Andate al mio luogo che era a Silo, dove una volta avevo messo il mio nome, e guardate come l’ho trattato, a causa della malvagità del mio popolo d’Israele. 13 Ora, poiché avete commesso tutte queste cose”, dice il Signore, “poiché vi ho parlato, parlato fin dal mattino, e voi non avete dato ascolto, poiché vi ho chiamati e voi non avete risposto, 14 io tratterò questa casa, sulla quale è invocato il mio nome e nella quale riponete la vostra fiducia, e il luogo che ho dato a voi e ai vostri padri, come ho trattato Silo: 15 vi caccerò dalla mia presenza, come ho cacciato tutti i vostri fratelli, tutta la discendenza di Efraim”.

In questa parola profetica, Geremia condanna il popolo di Giuda per aver posto fiducia non in Dio ma nel tempio. Secondo loro, finché avevano il tempio come punto di riferimento, potevano agire in qualsiasi modo che volevano ma poi accontentare Dio attraverso i sacrifici nel tempio. Così rubavano, uccidevano, commettevano ogni sorta di immoralità e idolatria, ma poiché si presentavano dopo nel tempio, pensavano: “Siamo salvi!”

Geremia, dunque, gli dice quanto è inutile porre fiducia nel tempio come la casa di Dio ma poi fare tutto ciò che lo disonorava. Geremia li avverte che il tempio non dà di per sè protezione o salvezza per il popolo (come noi oggi avvertimano i cattolici romani che la chiesa e i sacramenti non salvano ex opere operato, cioè solo perché ci sono e indipendentemente dal cuore della persona che ci partecipa). Geremia ricorda come Dio aveva giudicato e distrutto un precedente luogo di culto a Silo, dichiarando che lo stesso giudizio piomberà anche sul tempio a Gerusalemme.

Nel riferirsi a questa profezia, Gesù dice in effetti: “Come Geremia ha pronunciato giudizio contro il primo tempio a causa della malvagità del popolo, così io sono qui per fare la stessa cosa circa il secondo tempio. Voi pensate di essere posto semplicemente perché avete il tempio, e di poter sfruttare, rubare e opprimere in esso. Ma come Dio ha distrutto il tempio in passato, così sarà distrutto anche questo perché ne avete fatto un covo di ladri.”

C) Una casa di preghiera

Secondo Gesù, il tempio doveva essere invece una “casa di preghiera per tutte le genti”. Qui Gesù riprende una profezia di Isaia che indica il frutto che Dio ha voluto raccogliere dal suo popolo. In Isaia 56:1-7 leggiamo:

Così parla il Signore: «Rispettate il diritto e fate ciò che è giusto; poiché la mia salvezza sta per venire, la mia giustizia sta per essere rivelata. Beato l’uomo che fa così, il figlio dell’uomo che si attiene a questo, che osserva il sabato astenendosi dal profanarlo, che trattiene la mano dal fare qualsiasi male!» Lo straniero che si è unito al Signore non dica: «Certo, il Signore mi escluderà dal suo popolo!» Né dica l’eunuco: «Ecco, io sono un albero secco!» Infatti così parla il Signore circa gli eunuchi che osserveranno i miei sabati, che sceglieranno ciò che a me piace e si atterranno al mio patto: «Io darò loro, nella mia casa e dentro le mie mura, un posto e un nome, che avranno più valore di figli e di figlie; darò loro un nome eterno, che non perirà più. Anche gli stranieri che si saranno uniti al Signore per servirlo, per amare il nome del Signore, per essere suoi servi, tutti quelli che osserveranno il sabato astenendosi dal profanarlo e si atterranno al mio patto, io li condurrò sul mio monte santo e li rallegrerò nella mia casa di preghiera; i loro olocausti e i loro sacrifici saranno graditi sul mio altare, perché la mia casa sarà chiamata una casa di preghiera per tutti i popoli».

Qui Isaia prevede un giorno futuro quando quelli che prima non potevano incontrarsi con Dio al suo tempio — come eunuchi e stranieri — potranno avvincinarsi e ed essere inclusi nella comunione del popolo di Dio. In altre parole, la promessa di Dio ad Abraamo di benedire tutte le famiglie della terra per mezzo di lui si avvererà. La missione di Israele si compierà quando non solo i giudei ma anche tutte le genti si uniranno insieme per pregare e lodare il Signore nella sua presenza. Questo è il significato della frase “la mia casa sarà chiamata una casa di preghiera per tutti i popoli”.

Ma i capi religiosi e i mercanti hanno fatto sì che il tempio servisse solo a loro stessi. Anziché farla una casa di preghiera per tutti, ne hanno fatto una casa di guadagno solo per loro! Anziché usare il tempio per portare benedizione al mondo, essi ne hanno approfittato per per trarre benedizione dal mondo! I frutti dell’albero che erano destinati alla guarigione delle nazioni, i capi religiosi li hanno tenuti tutti per se stessi. Siccome avevano rovesciato il significato e lo scopo per cui Dio aveva stabilito il tempio, così Gesù è entrato per rovesciare il significato e lo scopo per cui essi l’avevano corrotto.

3) Il Fico Seccato: Parte Seconda (11:20-25)

20 La mattina, passando, videro il fico seccato fin dalle radici. 21 Pietro, ricordatosi, gli disse: «Rabbì, vedi, il fico che tu maledicesti è seccato». 22 Gesù rispose e disse loro: «Abbiate fede in Dio! 23 In verità io vi dico che chi dirà a questo monte: “Togliti di là e gettati nel mare”, se non dubita in cuor suo ma crede che quel che dice avverrà, gli sarà fatto. 24 Perciò vi dico: tutte le cose che voi domanderete pregando, credete che le avete ricevute e voi le otterrete. 25 Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate; affinché il Padre vostro, che è nei cieli, vi perdoni le vostre colpe.

A) Il potere della preghiera

Adesso Marco torna alla vicenda del fico, e ci dice che quando Gesù e i discepoli passano la seconda volta, si rendono conto che il fico si è seccato fin dalle radici, affinché si adempissero le parole di Gesù: “Nessuno mangi mai più frutto da te.” Il punto è questo: come il giudizio di Gesù contro il fico è stato efficace, così sarà anche il suo giudizio contro il tempio. Il suo gesto nel tempio, benché momentaneo, prevede il giudizio che lo lascerà vuoto e morto come il fico.

Ma poi Gesù dice una cosa sbalorditiva: non solo lui ma anche essi, se hanno fede in Dio e lo pregano, possono ordinare al monte di gettarsi nel mare! Qui Gesù non parla di un monte qualsiasi, come del monte su cui il tempio era costruito. Quel luogo si chiama infatti il “monte del tempio” fino a oggi. Quindi, nel tempio Gesù ha effettivamente dichiarato che “questo monte, il monte del tempio, sarà gettato nel mare”. Inoltre, questo ci fa capire che Gesù non parla neanche di una preghiera qualsiasi, ma della preghiera che implora Dio di compiere le sue promesse di giudizio e salvezza. È la preghiera del Padre nostro: “sia santificato il tuo nome [dato che in questo tempio il tuo nome è disonorato], venga il tuo regno [per fare del mondo ciò che il tempio è solo un segno], sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra [affinché si adempiano le tue promesse di benedire tutte le famiglie della terra].”

Questa è la preghiera di cui Gesù garantisce l’esaudimento, ed è incredible come egli dà ai suoi discepoli (compresi anche noi!) il privilegio di partecipare al compimento del proposito di Dio. Questo è quello che Gesù incoraggia i suoi discepoli a fare: “Non meravigliatevi del potere della mia parola di far seccare il fico e di giudicare il tempio; anche a voi è dato il diritto di partecipare alla vittoria del regno di Dio attraverso la preghiera!” Certo, Dio potrebbe fare tutto senza di noi, ma ci concede il privilegio di partecipare!

B) Il prezzo del perdono

Dobbiamo notare, però, un’ultima cosa. La preghiera che getta il monte nel mare deve essere motivata non dal risentimento o dalla vendetta, ma deve venire da un cuore pronto a perdonare perché sa di essere stato perdonato da Dio. È vero che Gesù si arrabbia nel tempio, ma si arrabbia per il suo zelo per l’onore di Dio Padre e per la benedizione delle nazioni. Il giudizio di Gesù contro il tempio non è contrario al suo amore e il suo perdono. Come lo sappiamo? Perché il giudizio contro il tempio non riguarda solo la sua corruzione ma anche la sua futilità. Il tempio e i sacrifici offerti in esso non miravano ad altro se non al sacrificio di Gesù stesso. In realtà, i sacrifici del tempio non avrebbero potuto mai compiere la salvezza del mondo. Perciò, finché rimanevano al centro della vita del popolo di Dio, potevano solo ostacolare l’unico vero sacrificio per i peccati del mondo una volta venuto.

In ultima analisi, Gesù dichiara la fine del tempio perché lui è il fine del tempio. Gesù è il sacrificio dopo il quale non ce ne può essere un altro. Quando alla fine di questa settimana Gesù morirà in croce, la cortina davanti al luogo santissimo si squarcerà in due, perché nel suo sacrificio siamo stati riconciliati con Dio e portati nella sua presenza una volta per sempre. Questo è quanto è costato il nostro perdono, e noi che ne beneficiamo non possiamo non dimostrarlo anche agli altri. Dobbiamo pregare allora che il regno di Dio venga e che la volontà di Dio sia fatta qui in terra come in cielo, il che significa pregare anche che Dio giudichi il mondo. Ma preghiamo per questo non perché odiamo il mondo; anzi preghiamo per questo perché amiamo il mondo, come Dio ha amato noi, e perché solo per mezzo del giudizio della croce il mondo può essere salvato.