Osea 1-2: Il dono della delusione

1) Il profeta e la prostituta (Osea 1:1-2:1)

1:1 Parola del Signore rivolta a Osea, figlio di Beeri, al tempo di Uzzia, di Iotam, di Acaz, di Ezechia, re di Giuda, e al tempo di Geroboamo, figlio di Ioas, re d’Israele.

Il Signore cominciò a parlare a Osea e gli disse: «Va’, prenditi in moglie una prostituta e genera figli di prostituzione, perché il paese si prostituisce, abbandonando il Signore». Egli andò e prese Gomer, figlia di Diblaim; lei concepì e gli partorì un figlio. Il Signore gli disse: «Chiamalo Izreel, perché tra poco io punirò la casa di Ieu per il sangue versato a Izreel, e porrò fine al regno della casa d’Israele. Quel giorno avverrà che io spezzerò l’arco d’Israele nella valle di Izreel». Lei concepì di nuovo e partorì una figlia. Il Signore disse a Osea: «Chiamala Lo-Ruama, perché io non avrò più compassione della casa d’Israele in modo da perdonarla. Ma avrò compassione della casa di Giuda; li salverò mediante il Signore, il loro Dio. Non li salverò con l’arco, né con la spada, né con la guerra, né con cavalli, né con cavalieri». Quando lei ebbe divezzato Lo-Ruama, concepì e partorì un figlio. Il Signore disse a Osea: «Chiamalo Lo-Ammi, perché voi non siete mio popolo e io non sarò per voi.

10 «Tuttavia, il numero dei figli d’Israele sarà come la sabbia del mare, che non si può misurare né contare. Avverrà che invece di dir loro, come si diceva: “Voi non siete mio popolo”, sarà loro detto: “Siete figli del Dio vivente”. 11 I figli di Giuda e i figli d’Israele si raduneranno, si daranno un unico capo e marceranno fuori dal paese; perché sarà grande il giorno di Izreel. 2:1 «Dite ai vostri fratelli: “Ammi!” e alle vostre sorelle: “Ruama!”

Il profeta Osea, il primo dei cosiddetti “profeti minori”, è attivo nello stesso periodo di Isaia, la seconda metà del ottavo secolo a.C. Però, mentre Isaia profetizza principalmente nel regno di Giuda, al sud, Osea svolge il suo ministero nel regno d’Israele, al nord. Tra tutti i profeti, ciò che rende Osea particolarmente indimenticabile è il suo matrimonio con una prostituta chiamata Gomer. Forse più scioccante ancora è il fatto che sia stato Dio a ordinargli di sposarla! Ma il motivo diventa subito chiaro nel v.2:

Va’, prenditi in moglie una prostituta e genera figli di prostituzione, perché il paese si prostituisce, abbandonando il Signore.

Come tutti i profeti dell’epoca, Osea non deve solo annunciare il messaggio affidatogli dal Signore, ma deve anche diventare una parabola vivente di esso. Questo messaggio, che esamineremo in più dettaglio nel secondo capitolo, consiste fondamentalmente nella condanna della “prostituzione” spirituale d’Israele che aveva abbandonato il Signore per altri “amanti”, cioè gli dèi falsi e gli idoli delle nazioni circostanti.

Secondo il comandamento di Dio, Osea deve illustrare il suo messaggio non solo sposando una prostituta ma generando anche “figli di prostituzione”. Così nascono tre figli a cui Osea dà nomi — sempre seguendo l’ordine del Signore — i quali pronunciano la sentenza divina sul popolo. Il primo figlio che nasce si chiama Izreel, un nome che significa “Dio semina” e designa una grande valle particolarmente fertile nel nord d’Israele. Ma, come accennato nei vv.4-5, più che altro è sangue che i re d’Israele hanno seminato in quella valle. Sappiamo infatti dalla storia che la valle d’Izreel è uno dei posti che ha visto più guerre e violenza in tutto il mondo, fino ai nostri giorni. Per il sangue versato, Dio promette di punire la monarchia d’Israele e porre fine al suo regno, e il nome del primo figlio di Osea annuncia proprio questo.

Poi Gomer partorisce una figlia, e il Signore dice a Osea di chiamarla Lo-Ruama, un nome che significa “niente misericordia mostrata”, proprio perché nel giudicare il regno d’Israele non ne avrà compassione in modo da scongiurare la sua rovina totale. Il terzo e l’ultimo figlio che nasce a Osea è chiamato Lo-Ammi, un nome che vuol dire “non il mio popolo”, di nuovo perché Israele sarà trattato non più come il popolo eletto di Dio ma come una delle altre nazioni pagane che infatti Israele ha voluto imitare nell’idolatria.

Così scopriamo come non solo la voce di Osea ma tutta la sua vita diventa la portatrice della parola di Dio. La relazione tra Osea e Gomer monta un piccolo spettacolo che permette a Israele di vedere in forma concreta ed esplicita la sua infedeltà verso Dio, il suo vero Sposo. Poiché Osea è destinato a subire l’angoscia e la gelosia nell’osservare sua moglie vendere il proprio corpo ad altri uomini, così Israele si accorgerà dell’angoscia e della gelosia che Dio prova nei suoi confronti. E i figli nati dall’unione di Osea e Gomer testimoniano la condanna che Dio ha pronunciato sul suo popolo adultero e che presto porterà a compimento.

Tuttavia, come sempre, lo scopo finale di Dio nel giudicare Israele (che avviene nell’anno 722 a.C. durante l’invasione degli assiri) non è la sua distruzione ma la sua redenzione. Questo viene dichiarato alla fine del capitolo 1. Dio dice che i nomi dei figli di Osea cambieranno. Il figlio chiamato “Non il mio popolo” si chiamerà “il mio popolo”, perché Israele sarà di nuovo il popolo di Dio. La figlia chiamata “Niente misercordia mostrata” si chiamerà “misericordia mostrata” perché, dopo averlo giudicato, Dio avrà di nuovo compassione del suo popolo e lo riscatterà.

Ma prima che questa promessa si avveri, Osea deve far sapere a Israele tutto quanto il messaggio che Dio gli ha rivolto. Se nel primo capitolo vediamo come questo messaggio prende forma nella vita di Osea, nel secondo capitolo vediamo come questo messaggio viene predicato nelle parole di Osea, ed è qui che vogliamo concentrarci per il resto di questo studio. Così proseguiamo nella lettura.

2) La prostituzione d’Israele (Osea 2:1-5, 8)

«Contestate vostra madre, contestatela! perché lei non è più mia moglie e io non sono più suo marito! Tolga dalla sua faccia le sue prostituzioni e i suoi adultèri dal suo petto; altrimenti io la spoglierò nuda, la metterò com’era nel giorno che nacque, la renderò simile a un deserto, la ridurrò come una terra arida e la farò morire di sete. Non avrò pietà dei suoi figli, perché sono figli di prostituzione, perché la loro madre si è prostituita; colei che li ha concepiti ha fatto cose vergognose, poiché ha detto: “Seguirò i miei amanti, che mi danno il mio pane, la mia acqua, la mia lana, il mio lino, il mio olio e le mie bevande”…. Lei non si è resa conto che io le davo il grano, il vino, l’olio; io le prodigavo l’argento e l’oro, che essi hanno usato per Baal!

In questi versetti, Dio parla per mezzo di Osea a Israele come a una moglie prostituta e spiega in dettaglio la sua infedeltà. Impariamo qui due cose importanti. Prima, l’altro “amante” per cui Israele ha abbandonato il Signore e con cui si prostituisce è il dio Baal. All’epoca, Baal era una delle divinità più popolari, e questo per due motivi. In primo luogo, Baal era il dio della tempesta, della pioggia, e dunque della fertilità. La società israelita era in gran parte agricola e dipendeva dalla fertilità della terra. La siccità minacciava la sua sopravvivenza. Quindi, non è difficile capire perché gli israeliti erano facilmente indotti ad adottare il culto di Baal. Se si muore senza la pioggia, bisogna onorare il dio che la manda o la trattiene!

Ma c’è un altro motivo che rendeva il culto di Baal molto attraente: la pratica della prostituzione sacra. Per onorare Baal, il dio della fertilità, si andava al santuario locale e ci si accoppiava con le prostitute a lui consacrate. In questo modo, si credeva di poter stimolare Baal a rendere la terra fertile. Chiaramente, il culto di Baal era molto seducente anche per i piaceri carnali che coinvolgeva. Quindi, la metafora della prostituzione usata da Osea per rappresentare il peccato d’Israele non era solo una metafora. Prostituendosi spiritualmente con Baal, Israele si prostituiva letteralmente, commettendo atti sessuali abominevoli. La sua condizione morale rispecchiava la sua condizione spirituale.

Non dovremmo però pensare che la società israelita dell’ottavo secolo a.C. fosse per questo in degrado o rovina. Questa è la seconda cosa che impariamo qui. Se potessimo fare un viaggio nel tempo e visitare il regno d’Israele d’allora, vedremmo una società in genere prospera, ricca e benestante. Come scopriamo nei vv.5 e 8, abbondavano il grano, il vino, l’olio, la lana, il lino, l’argento e l’oro. Da ciò che Dio dice nel v.3 — che avrebbe reso Israele “simile a un deserto … come una terra arida” —possiamo dedurre che la terra era invece fertile e florida. Il fatto è che il Baalismo sembrava funzionare. Da quando gli israeliti avevano cominciato ad adorare Baal come suo dio, hanno goduto di una grande prosperità materiale. I campi producevano tanto grano, le vigne producevano tanto vino, gli olivi producevano tant’olio, e tutto ciò generava grandi guadagni economici per gli abitanti. Perché allora dovevano rinunciare a Baal se lui gli procurava ricchezza e felicità?

Questo merita un momento di riflessione. Servire il Signore è spesso difficile, ma servire Baal è facile. Seguire il Signore richiede rinunciare a noi stessi e portare la croce; seguire Baal promette di soddisfare tutti i nostri desideri con i piaceri del mondo. Il Signore pretende che camminiamo non per visione ma per fede nell’invisible; Baal si presenta ai nostri sensi in forma tangibile e immediata. In altre parole, guardando le apparenze, fidarsi del Signore sembra deludere mentre fidarsi di Baal sembra funzionare. Così si lamenta il salmista nel Salmo 73:3-5:

Poiché invidiavo i prepotenti, vedendo la prosperità dei malvagi. Poiché per loro non vi sono dolori, il loro corpo è sano e ben nutrito. Non sono tribolati come gli altri mortali, né sono colpiti come gli altri uomini.

Ma come il salmista si accorge alla fine del salmo, è solo apparentemente che il Baalismo — come l’idolatria in generale — funziona. È vero che rinunciare alla fede in Dio sembra procurarci dei benefici concreti e immediati. Tante persone che una volta credevano ma dopo decidono di lasciare la fede cristiana testimoniano di stare più sereni e contenti. Non sentono più un senso di colpa; non portano più il peso dell’ubbidienza. Non pensano di dover rendere conto a qualche giudice divino. Si ritengono liberi di vivere le loro vite come vogliono, di fare qualsiasi cosa che li rende felici e di non doversi occupare di come gli altri credono e si comportano. Ma come vediamo qui in Osea, questi “benefici” sono soltanto apparenze ingannevoli. Baal e tutti i nostri idoli sono contenti di farci star bene se stare bene ci allontana dal Signore. Come la trappola prende il topo non con il veleno ma con il formaggio, il peccato ci cattura non con il dolore ma con il piacere. È sempre pericoloso prendere decisioni di fede in base a ciò che ci fa star bene. Baal ci farà sempre star meglio (almeno all’inizio) se cerchiamo lui anziché il Signore. Questo è perché gli israeliti erano indotti a prostituirsi con gli idoli, ed è il motivo perché anche noi facciamo la stessa cosa oggi.

Dio, però, è troppo geloso da permettere che il suo popolo si prostituisca con altri amanti. In quello che segue, troviamo la sua risposta all’infedeltà di sua moglie.

3) La delusione della prostituzione (Osea 2:6-7, 9-13)

Perciò, ecco, io ti sbarrerò la via con delle spine; la circonderò di un muro, così che non troverà più i suoi sentieri. Correrà dietro ai suoi amanti, ma non li raggiungerà; li cercherà, ma non li troverà. Allora dirà: “Tornerò al mio primo marito, perché allora stavo meglio di adesso”….

9 Perciò io riprenderò il mio grano a suo tempo e il mio vino nella sua stagione; le strapperò la mia lana e il mio lino, che servivano a coprire la sua nudità. 10 Ora scoprirò la sua vergogna agli occhi dei suoi amanti, e nessuno la salverà dalla mia mano. 11 Farò cessare tutte le sue gioie, le sue feste, i suoi noviluni, i suoi sabati e tutte le sue solennità. 12 Devasterò le sue vigne e i suoi fichi, di cui diceva: “Sono il compenso che mi hanno dato i miei amanti”. Io li ridurrò in un bosco e li divoreranno gli animali della campagna. 13 La punirò a causa dei giorni dei Baal, quando bruciava loro incenso e, ornata dei suoi pendenti e dei suoi gioielli, seguiva i suoi amanti e dimenticava me», dice il Signore.

Come accennato nel v.3, il Signore promette di frustrare la prostituzione del suo popolo. Sbarrerà la via sulla quale Israele corre dietro ai suoi amanti. Farà in modo che “li cercherà ma non li troverà”. Nei vv.5-6, Israele attribuisce la sua prosperità e felicità a Baal, non rendendosi conto che ogni benedizione viene solo dal Signore. Perciò Dio dichiara che toglierà a Israele il grano e il vino, la lana e il lino, per fargli capire che tutto ciò è suo. Metterà fine alle “gioie” e alle “feste” d’Israele; devasterà le sue “vigne” e i suoi “fichi”, strapperà via i suoi “pendenti” e i suoi “gioielli”. In poche parole, Dio non permetterà più a Israele di trovare soddisfazione in Baal, ma solo delusione.

Ma non inganniamoci. Anche questo è il dono di Dio. Per quanto la soddisfazione, la felicità, e la prosperità siano i grandi doni di Dio, è altrettanto grande il suo dono della delusione. Secondo il v.7, è un dono rimanere delusi dai nostri altri amanti finché non diciamo: Tornerò al mio primo marito, perché allora stavo meglio di adesso”. È un dono, ad esempio, quando si rimane delusi al lavoro perché fallisce un progetto importante. È un dono quando mariti e mogli o fidanzati rimangono delusi perché uno viene ferito dall’amato. È un dono quando i genitori rimangono delusi dai propri figli che fanno scelte sbagliate, o quando i figli rimangono delusi dai genitori che sono assenti, o troppo severi o permissivi. È un dono quando un nuovo giocattolo, o un nuova macchina, o qualsiasi altro nuovo acquisto risulta difettoso. È un dono quando i vecchi sono privati delle loro capacità fisiche e quando i giovani sono privati dei loro sogni e prospettive per il futuro. È un dono quando una pandemia capovolge il mondo intero e mette in crisi tutti i nostri piani, e quando gli sforzi dei politici e dei medici di contrastarla non sono molto efficaci.

Non fraintendetemi. Non sto dicendo che queste cose siano di per sé buone o desiderabili. Il proposito più grande di Dio per noi (come vedremo nei versetti successivi) non è la maledizione ma la benedizione, non la tristezza ma la felicità, non la morte ma la vita. Tuttavia, Osea c’insegna che tutte le cose che ci fanno rimanere delusi sono doni di Dio in quanto ci fanno capire che Baal — in qualunque forma che egli prenda anche oggi — è un dio falso, che le sue promesse sono menzogne, e che correre tra le sue braccia è prostituzione che porta alla distruzione. La delusione è un dono di Dio quando ci fa imparare la lezione dell’Ecclesiaste (1:2, 14): 

Vanità delle vanità, tutto è vanità…. Io ho visto tutto ciò che si fa sotto il sole, ed ecco, tutto è vanità, è un correre dietro al vento.

Il messaggio dell’Ecclesiaste, come quello di Osea 2, può sembrare deprimente, ma in realtà è l’unico modo per trovare la vera gioia. Siamo così inclini ad abbandonare il Signore per altri amanti, le promesse del peccato sono così attraenti, il frutto proibito che ci fa morire ha un gusto così piacevole, che spesso Dio deve farci il dono della delusione prima che siamo capaci e disposti a ricevere il dono della vera soddisfazione che viene solo da lui, un tesoro che nulla, neanche la morte, può mai togliere. Per usare l’immagine di C.S. Lewis, Dio deve farci rimanere delusi dal fango nel quale siamo contenti di giocare per invogliarci ad andare con lui in vacanza al mare.

Sapere che la delusione in questo senso è un dono di Dio dovrebbe aiutarci molto nella vita. Quando le nostre aspettative vengono meno, quando le nostre prospettive per il futuro spariscono, quando i nostri sogni s’infrangono contro la dura realtà della vita, dobbiamo cogliere queste occasioni per rinnovare la nostra speranza unicamente in Dio. Quando “la tignola e la ruggine consumano”, quando “i ladri scassinano e rubano”, dobbiamo ricordarci l’ammonimento di Gesù di non farci “tesori sulla terra” ma “tesori in cielo” (Matteo 6:19-20), di cercare “prima il regno di Dio e la sua giustizia” (Matteo 6:33). Quando noi, stanchi e stufi delle infinite pressioni della quotidianità, ci chiediamo: “Che senso ha tutto questo?”, dobbiamo tornare alla risposta della parola di Dio: il senso che cerchiamo, solo Dio ce lo può dare, e lo avremo solo in quanto rimaniamo in comunione con lui. Come la soddisfazione della vita è il dono di Dio, così è anche la delusione, e dobbiamo accettare tutte e due con gratitudine e fiducia nel proposito di Dio per noi. Ciò che ci permette di accettare la delusione con gratitudine e fiducia è quello che segue nel resto di Osea 2.

4) La gioia del (ri)fidanzamento (Osea 2:14-23)

14 «Perciò, ecco, io l’attirerò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. 15 Di là le darò le sue vigne e la valle di Acor come porta di speranza; là mi risponderà come ai giorni della sua gioventù, come ai giorni che uscì dal paese d’Egitto. 16 Quel giorno avverrà», dice il Signore, «che tu mi chiamerai: “Marito mio!” e non mi chiamerai più: “Mio Baal!” 17 Io toglierò dalla sua bocca i nomi dei Baal, e il loro nome non sarà più pronunciato. 18 Quel giorno io farò per loro un patto con le bestie dei campi, con gli uccelli del cielo e con i rettili del suolo; spezzerò e allontanerò dal paese l’arco, la spada, la guerra, e li farò riposare al sicuro. 19 Io ti fidanzerò a me per l’eternità; ti fidanzerò a me in giustizia e in equità, in benevolenza e in compassioni. 20 Ti fidanzerò a me in fedeltà, e tu conoscerai il Signore. 21 Quel giorno avverrà che io ti risponderò», dice il Signore, «risponderò al cielo, ed esso risponderà alla terra; 22 la terra risponderà al grano, al vino, all’olio, e questi risponderanno a Izreel. 23 Io lo seminerò per me in questa terra, e avrò compassione di Lo-Ruama; e dirò a Lo-Ammi: “Tu sei mio popolo!” ed egli mi risponderà: “Mio Dio!”»

Come accennato prima, il dono della delusione non è eterno ma temporaneo; non è il più grande proposito di Dio per noi ma solo il passo penultimo verso il suo compimento. Come ampiamente dimostrato in questi versetti, Dio intende ritrovare sua moglie prostituta, ripulirla dalle sue impurità, riottenere i suoi affetti, e risposarla in fedeltà e giustizia per sempre. Dio la conduce nel deserto per parlare teneramente al suo cuore, per ricatturare l’amore “della sua gioventù”, quando liberò Israele da schiavitù e fece con esso un patto eterno. E ciò che Dio intende fare, lo compierà infallibilmente. Israele non chiamerà più Baal come “marito”, ma solo il Signore. Quando il Signore gli dirà: “Tu sei il mio popolo,” Israele risponderà: “Mio Dio”.

Questo, secondo Osea, sarà il risultato del dono della delusione che Dio darà al suo popolo, e questo dono non sarà invano. Come nessuna parola di Dio sarà inefficace, così nemmeno lo sarà la delusione che egli pone come limite a ogni piacere, a ogni progetto, a ogni prospettiva che abbiamo in questa vita. Imparate, Osea dice a Israele, che il senso di questa vita consiste proprio nel suo non avere senso, e quando permettete che il non-senso di questa vita vi faccia cercare Dio ad esclusione di ogni altro, sarete in grado di ricevere ogni dono di Dio, persino il dono della delusione, con gratitudine, fiduciosi che alla fine si vedrà che tutto ha avuto veramente un senso.

Ma se gli israeliti avevano motivo per avere fiducia nella promessa di Dio, noi ne abbiamo di più. La promessa di Dio di riscattare e risposare sua moglie prostituta, la vediamo già adempiuta in Gesù Cristo. Gesù è lo Sposo che secondo Efesini 5:25-27:

ha amato la chiesa e ha dato se stesso per lei, per santificarla dopo averla purificata lavandola con l’acqua della parola, per farla comparire davanti a sé, gloriosa, senza macchia, senza ruga o altri simili difetti, ma santa e irreprensibile.

Ma in Cristo non guardiamo solo indietro fidandoci di quello che ha fatto per noi sulla croce, ma anche avanti sperando in quello che farà nel futuro quando tornerà per manifestare il suo regno in tutto il mondo. Come anticipa il canto di Apocalisse 19:7-8:

Rallegriamoci ed esultiamo e diamo a lui la gloria, perché sono giunte le nozze dell’Agnello e la sua sposa si è preparata. Le è stato dato di vestirsi di lino fino, risplendente e puro; poiché il lino fino sono le opere giuste dei santi.

Nel frattempo, mentre aspettiamo la rivelazione di Gesù e il compimento delle promesse di Dio, se il lavoro ci delude, è per farci dipendere più dall’opera di Gesù al nostro posto. Se l’amore dei nostri familiari ci delude, è per farci apprezzare di più l’amore infallibile del nostro Padre celeste. Se il nostro corpo ci delude a causa di qualche debolezza, male o malattia, è per farci sperare di più nella risurrezione di Cristo che è la primizia di tutti quelli che muoiono in lui. Se i nostri tesori sulla terra ci deludono quando si rompono o si perdono, è per ricordarci dell’importanza di farci tesori in cielo. Qualsiasi delusione che sia, è un invito da parte di Dio di fissare il nostro sguardo sempre di più su Gesù, convinti che chiunque crede in lui non sarà mai veramente deluso (Romani 10:11). Amen.

Isaia 28: Sia Dio veritiero e ogni uomo bugiardo

1) L’introduzione a Isaia 28

Il brano biblico che studiamo oggi, Isaia 28, apre una suddivisione importante nel libro del profeta Isaia, costituita da una serie di sei lamenti rivolti al regno di Giuda, di cui Gerusalemme era la capitale. Isaia 28 è infatti il primo di questi sei lamenti e dipinge la situazione deplorevole che il profeta è chiamato ad affrontare con la parola di Dio. Isaia proclama quest’oracolo nell’ultima metà dell’ottavo secolo a.C. — un’epoca ovviamente molto lontana dalla nostra — ma questo non lo rende irrilevante per noi oggi. Anzi, il messaggio di questo capitolo è molto attuale e pertinente in quanto anche noi siamo costretti tutti i giorni a fronteggiare lo stesso problema fondamentale: cioè la falsità.

Non so se per voi è così, ma guardando il mondo io mi trovo spesso a pregare come nel Salmo 12:1-2:

Salva, o Signore, poiché non ci sono più giusti e i fedeli vengono a mancare tra i figli degli uomini. Ciascuno mente parlando con il prossimo; parla con labbro adulatore e con cuore doppio.

Dappertutto c’è infatti la falsità in tutte le sue forme: la menzogna, l’inganno, anche la mezza verità che lascia intendere l’opposto della verità. Come qualcuno ha osservato, la falsità non è la cosa peggiore che noi esseri umani facciamo, ma è ciò che ci permette di fare le cose peggiori. È la falsità che permette ai potenti del mondo di sfruttare e di opprimere, rivendicando però di operare a favore dei loro sudditi. È la falsità che permette ai governi di convincere le loro popolazioni che la guerra è necessaria. È la falsità che permette ai criminali di rubare, danneggiare e ammazzare. È la falsità che ci permette di negare che le nostre dipendenze sono veramente dipendenze, impendendoci di trovare aiuto e liberazione. È la falsità che ci permette di giustificare ogni sorta di male, grande o piccolo che sia, convincendoci che abbiamo ragione quando in realtà abbiamo solo torto. È vero, dunque, che mentre la falsità non è la cosa peggiore, è ciò che permette alle cose peggiori di succedere. È davvero difficile saper come vivere in un mondo di falsità, e ancora più difficile mantere fiducia in Dio quando tutto ciò che ci circonda contraddice la sua parola.

Ma in un mondo di falsità — come quello in cui Isaia profetizzò — possiamo comunque trovare forza per credere e speranza per perseverare se facciamo tesoro di questo capitolo, Isaia 28. Possiamo essere molto incoraggiati da questo profeta che fu una voce solitaria della verità in mezzo a un deserto di falsità. Possiamo imparare a vivere come testimoni della parola di Dio nonostante le labbra bugiarde e i cuori doppi che ci assediano da ogni lato. Questo è infatti lo scopo del nostro studio. Essendo letteratura profetica e poetica, Isaia 28 non è di facile comprensione, e quindi procederemo nella seguente maniera. Prima esamineremo il capitolo versetto per versetto per capire bene il suo messaggio. Dopo ne riassumeremo i temi principali per scoprire il significato per noi oggi.

2) Il messaggio di Isaia 28

28:1 Guai alla superba corona degli ubriachi di Efraim e al fiore che appassisce, splendido ornamento che sta sul capo della grassa valle degli storditi dal vino!

Il messaggio che il Signore comanda a Isaia di annunciare al popolo di Giuda comincia con una profezia rivolta invece al popolo di “Efraim”, cioè alle dieci tribù d’Israele che si erano ribellate alla monarchia davidica dopo la morte di Salomone e che avevano formato un regno separato al nord. Questo regno fu distrutto dagli Assiri nel 722 a.C. a causa della sua persistente malvagità, e la profezia riguardante questa distruzione, che Isaia qui riferisce, serve da esempio al regno di Giuda della sorte che aspetta anche esso a causa della sua malvagità.

La prima parola del messaggio di Isaia è semplicemente “guai!”, una parola diametralmente opposta alle apparenze del regno d’Israele. La sua capitale — la città di Samaria — sembra dall’esterno uno “splendido ornamento che sta sul capo della grassa valle”, ma in realtà è un “fiore che appassisce”. Mentre i suoi abitanti si divertono con vino e s’ingannano che va tutto bene, Isaia arriva con una parola contraddittoria e devastante: guai!

28:2-4 Ecco venire, da parte del Signore, un uomo forte, potente, come una tempesta di grandine, un uragano distruttore, come una piena di grandi acque che straripano; egli getta quella corona a terra con violenza. La superba corona degli ubriachi di Efraim sarà calpestata; il fiore che appassisce, lo splendido ornamento che sta sul capo della grassa valle, sarà come il fico primaticcio che precede l’estate: appena uno lo scorge, l’ha in mano e lo ingoia.

Guai! perché il Signore sta mandando contro il regno d’Israele giudizio nella forma di “un uomo forte”, cioè l’impero degli Assiri, che lo annienterà con la violenza di “una tempesta di grandine” e di “un uragano distruttore”. E come il primo fico della stagione, Israele sarà subito e totalmente ingoiato. La sua bellissima corona — la capitale Samaria — “sarà calpestata”, rivelando che la sua prosperità è un’apparenza ingannevole, che la sua felicità è fugace, e che il suo vino è un soporifero che la rende insensibile alla sua imminente rovina.

28:5-6 In quel giorno il Signore degli eserciti sarà una splendida corona, un diadema d’onore al resto del suo popolo,uno spirito di giustizia a colui che siede come giudice, la forza di quelli che respingono il nemico fino alle sue porte.

Ma il giudizio non è l’ultima parola di Dio al suo popolo. Il motivo per cui va calpestata la corona falsa d’Israele è affinché il Signore diventi la vera “splendida corona”. Laddove prima c’era solo ingiustizia, Dio stabilirà la giustizia. Laddove prima c’era solo debolezza e sconfitta davanti al nemico, sarà Dio stesso la forza e la protezione del suo popolo. Questa è la promessa; questa è l’intenzione di Dio nel giudicare.

28:7-8 Ma anche questi barcollano per il vino e vacillano per le bevande inebrianti; sacerdote e profeta barcollano per le bevande inebrianti, affogano nel vino, vacillano per le bevande inebrianti, barcollano mentre hanno visioni, tentennano mentre fanno da giudici. Tutte le tavole sono piene di vomito, di lordure, non c’è più posto pulito.

Non è chiaro a questo punto se il profeta si rivolge ora agli abitanti di Gerusalemme (come fa esplicitamente dal v.14 in poi), o se continua il suo discorso su Israele. Forse tutti e due sono adesso i destinatari. In ogni caso, l’importante è notare che qui Isaia prende di mira specificamente i sacerdoti e i profeti del popolo, i quali si ubriacano anche loro, “barcollano mentre hanno visioni”. Non sono dunque in grado, come sono stati incaricati, di far conoscere la parola di Dio al popolo. Anzi, “tutte le tavole sono piene di vomito”; invece di riempire il paese della conoscenza del Signore, lo riempiono di sporcizia e impurità.

28:9-10 «A chi vuole dare insegnamenti? A chi vuole far capire la lezione? A dei bambini appena divezzati, staccati dalle mammelle? Poiché è un continuo dar precetto dopo precetto, precetto dopo precetto, regola dopo regola, regola dopo regola, un poco qui, un poco là!»

Qui Isaia cita le parole beffarde di questi sacerdoti e profeti che cercano di ridicolizzare il suo messaggio chiamandolo “insegnamenti da bambini”, “un poco qui, un poco là”. Evidentemente i sacerdoti e i profeti si ritengono troppo intelligenti, troppo istruiti, e troppo sofisticati per la predicazione di Isaia che a loro sembra roba da stupidi, sempliciotti e scemi.

28:11 Ebbene, sarà mediante labbra balbuzienti e mediante una lingua straniera che il Signore parlerà a questo popolo.

Poiché essi hanno respinto la parola di Dio come il balbettare di bambini, così il Signore gli parlerà veramente in questa maniera: “mediante labbra balbuzienti” di un invasore straniero, mediante la lingua che parleranno gli assiri (e dopo i babilonesi) quando arrivano per distruggere il paese. Tale giudizio è conforme al disprezzo che il popolo ha avuto nei confronti della parola di Dio.

28:12 Egli aveva detto loro: «Ecco il riposo: lasciar riposare lo stanco; questo è il refrigerio!» Ma quelli non hanno voluto ascoltare.

Questo, infatti, è la parola di Dio che Isaia aveva riferito loro: riposatevi! Come dice ancora nel 30:15: “Poiché così aveva detto il Signore, Dio, il Santo d’Israele: «Nel tornare a me e nello stare sereni sarà la vostra salvezza; nella calma e nella fiducia sarà la vostra forza». Ma voi non avete voluto!” Ciò che diventa chiaro nel capitolo 30 è che, mentre l’esercito assiro che invade e distrugge il regno d’Israele al nord, il regno di Giuda tenta di fare un’alleanza con Egitto per proteggere il suo territorio.

Questo viene fortemente condannato da Isaia perché vuol dire che Giuda sta confidando nell’Egitto anziché nel Signore. Sta mettendo fiducia per la salvezza in quel potere che una volta l’aveva tenuto schiavo e dal quale il Signore, il vero Salvatore, l’aveva liberato! Di conseguenza, Giuda non è in grado di riposarsi nella certezza che sarà il Signore a salvarlo dagli assiri, e l’esortazione di Isaia di fare proprio questo gli sembra del tutto insensata. E così sembra a tutti che sono convinti di doversi salvare da soli con le proprie forze.

28:13 La parola del Signore è stata per loro precetto dopo precetto, precetto dopo precetto, regola dopo regola, regola dopo regola, un poco qui, un poco là, affinché essi andassero a cadere a rovescio, fossero fiaccati, còlti al laccio e presi!

Questa parola del Signore — il comandamento di fidarsi solo di lui e dunque riposarsi nella sua forza — è stata quella che Giuda ha schernito come sciocchezza, come insulto alla sua intelligenza, la cui conseguenza sarà la sua rovina. Ma (e questo è il punto che Isaia proclamerà nel resto del capitolo) il rifiuto della parola di Dio da parte del popolo non ostacolerà la divina intenzione. Anzi, scandalizzare il popolo fa proprio parte del disegno di Dio: “affinché essi andassero a cadere…”. Isaia qui anticipa 1 Corinzi 1:21: Poiché il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria sapienza, è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione.”

28:14 Ascoltate dunque la parola del Signore, o schernitori, che dominate questo popolo di Gerusalemme!

Quindi, nonostante l’ostinazione del popolo di Gerusalemme, il profeta gli comanda di comunque dare ascolto alla parola di Dio. Il rifiuto di ascoltare non è motivo per non predicare, perché anche in questo rifiuto il Signore compie misteriosamente il suo proposito.

28:15 Voi dite: «Noi abbiamo fatto alleanza con la morte, abbiamo fatto un patto con il soggiorno dei morti; quando l’inondante flagello passerà, non giungerà fino a noi, perché abbiamo fatto della menzogna il nostro rifugio e ci siamo messi al sicuro dietro l’inganno».

Ora tocca al profeta farsi beffe delle parole del popolo di Giuda. L’alleanza che hanno fatto con Egitto per la protezione contro gli assiri non è altro che un'”alleanza con la morte”. Ciò di cui Giuda ha fatto il suo rifugio non è altro che menzogna, e ha messo le sue speranze soltanto nell’inganno. È dunque veramente stupido parlare come parla Giuda: “quando l’inondante flagello passerà, non giungerà fino a noi!” Chi è il vero scemo, Isaia chiede: quelli che si fidano della parola di Dio o quelli che si fidano della falsità?

28:16 Perciò così parla il Signore, Dio: «Ecco, io ho posto come fondamento in Sion una pietra, una pietra provata, una pietra angolare preziosa, un fondamento solido; chi confiderà in essa non avrà fretta di fuggire.

Dovremo tornare a questo versetto cruciale alla fine, ma per adesso ci basta notare che, contro gli sforzi inutili di Giuda di salvare il suo regno tramite un’alleanza con Egitto, è il Signore che l’ha fondato, e sarà il Signore a determinare il suo destino. Contro la malriposta fiducia di Giuda nella falsità, la verità di Dio durerà come “una pietra”. Essendo “una pietra provata”, non importa se tutto il popolo di Giuda rifiuta la parola di Dio: essa resiste a ogni prova e attacco.

Essa è infatti non solo la pietra provata ma la pietra che prova. Chi pensa di poterla giudicare sarà da essa giudicato. Chi pensa di poterla schernire sarà da essa schernito. Quindi, non importa se Isaia si trova totalmente da solo a riferire la parola di Dio a un pubblico ostile. Se lui confida in essa, pur essendo da solo, “non avrà fretta di fuggire”, ovvero non rimarrà deluso o sconvolto, ma starà calmo e fermo, fondato sulla pietra angolare.

28:17-20 Io metterò il diritto per livella e la giustizia per piombino; la grandine spazzerà via il rifugio di menzogna e le acque inonderanno il vostro riparo. La vostra alleanza con la morte sarà annullata e il vostro patto con il soggiorno dei morti non reggerà; quando l’inondante flagello passerà, voi sarete da esso calpestati. Ogni volta che passerà, vi afferrerà; poiché passerà mattina dopo mattina, di giorno e di notte; e sarà spaventevole imparare una tale lezione! Poiché il letto sarà troppo corto per distendervisi, e la coperta troppo stretta per avvolgervisi.

Il trionfo finale della parola di Dio che Isaia annuncia sarà rivelato quando essa si avvererà. Quando fallisce l’alleanza di Giuda con Egitto, quando arrivano gli invasori per assediare Gerusalemme, allora sarà spazzato via “il rifugio di menzogna”. Quando Giuda sarà costretto a coricarsi nel letto che ha fatto, scoprirà che esso non è capace di dare il riposo sperato. Quando Giuda sarà calpestato da stranieri, imparerà la verità della parola di Dio, ma quanto “sarà spaventevole imparare una tale lezione!”

28:21 Poiché il Signore sorgerà come al monte Perazim, si adirerà come nella valle di Gabaon, per fare la sua opera, l’opera sua singolare, per compiere il suo lavoro, lavoro inaudito».

Ma più spaventevole di tutto sarà “l’opera … singolare” del Signore, il suo “lavoro inaudito”. Singolare e inaudito perché sarà contro il suo proprio popolo che il Signore sorgerà in giudizio. I richiami “al monte Perazim” e alla “valle di Gabaon” si riferiscono a due momenti importanti quando il Signore ha sconfitto i nemici di Israele, i canaanei (Giosué 10) e i filistei (2 Samuele 5). In base a questi ricordi, Giuda si aspetta che il Signore combatterà di nuovo contro i suoi nemici. Ma la cosa inaudita è che il Signore combatterà invece contro Giuda!

28:22-23 Ora non fate gli schernitori, affinché le vostre catene non abbiano a rafforzarsi! Poiché io ho udito, da parte del Signore, Dio degli eserciti, che è deciso uno sterminio completo di tutto il paese. Porgete orecchio e date ascolto alla mia voce! State attenti e ascoltate la mia parola!

Nella Bibbia, fare “gli schernitori” è la cosa più grave, perché significa non solo rifiutare la parola di Dio, ma anche disprezzarla, farsi beffe di essa. Però, nonostante il pessimo comportamento di Giuda finqui, Isaia continua a supplicarlo di dare ascolto al suo messaggio. Finché il profeta parla, c’è tempo per ravvedersi, c’è tempo per scongiurare lo “sterminio completo” che il Signore ha decretato.

28:24-28 L’agricoltore ara sempre per seminare? Rompe ed erpica sempre la sua terra? Quando ne ha appianata la superficie, non vi semina l’aneto, non vi sparge il comino, non vi mette il frumento a solchi, l’orzo nel luogo designato e la spelta entro i limiti ad essa assegnati? Il suo Dio gli insegna la regola da seguire e lo istruisce. L’aneto non si trebbia con la trebbia, né si fa passare sul comino la ruota del carro; ma l’aneto si batte con il bastone e il comino con la verga. Si trebbia il grano, tuttavia non lo si trebbia sempre; vi si fanno passare sopra la ruota del carro e i cavalli, ma non si schiaccia.

Tuttavia, siccome Giuda persiste nel fare lo schernitore, arriverà il momento che Isaia prevede. Come fa l’agricoltore, Dio romperà ed erpicherà la terra di Giuda. Il popolo sarà trebbiato come grano. Il nemico gli passerà sopra con la ruota del carro. Ma, sempre conforme all’analogia dell’agricoltore, lo scopo di Dio non è di rompere, di trebbiare o di schiacciare per sempre. Le azioni “distruttive” dell’agricoltore servono per preparare il terreno alla semina, proprio come Dio fa morire per poter risuscitare a nuova vita. Inoltre, come “l’aneto non si trebbia con la trebbia” ma piuttosto “si batte con il bastone”, così il giudizio che il Signore ha decretato è esattamente ciò che serve per compiere il suo proposito a favore di Giuda. Non serve più di questo, ma non serve neanche di meno.

28:29 Anche questo procede dal Signore degli eserciti; meravigliosi sono i suoi disegni, grande è la sua saggezza.

Per questo, il discorso di Isaia finisce acclamando la saggezza di Dio nell’eseguire i suoi disegni. Le sue vie sono spesso misteriose e inscrutabili, a volte anche scandalose, ma sono tutte sagge. Quando la verità della sua parola trionferà su ogni falsità umana, allora tutti lo vedranno, persino gli schernitori, e dovranno confessare ciò che adesso confessa solo Isaia: “meravigliosi sono i suoi disegni, grande è la sua saggezza”.

3) Il significato attuale di Isaia 28

Questo è il messaggio di Isaia 28 e il suo significato per il popolo di Giuda nell’ottavo secolo a.C. Ma per noi oggi? Che significato, che pertinenza, che applicazione ha per noi che viviamo nell’XXI secolo d.C.? Possiamo scoprire questo significato nel riassumere due temi principali che sono emersi nel nostro studio.

A) La verità di Dio è più forte della falsità dell’uomo

Il primo tema è che la verità di Dio è più forte della falsità dell’uomo. Abbiamo parlato all’inizio della difficoltà di vivere in un mondo di falsità. Dopo essere stati ingannati tante volte, è quasi impossible non diventare diffidenti verso gli altri, e questo può avere un impatto anche sul nostro modo di vedere Dio. Dubitiamo della parola degli altri, e cominciamo a dubitare della parola di Dio. Oppure, anche se continuiamo a dire che crediamo, possiamo cominciare a dubitare dell’efficacia della parola di Dio, perché vediamo che è quasi sempre rifiutata o negata. Siamo inoltre tentati spesso a tacere la nostra testimonianza: o perché non vogliamo affrontare il rifiuto degli altri, o semplicemente perché siamo poco fiduciosi che avrà qualche effetto.

Qui la persona di Isaia è certamente un buon esempio, ma più importante ancora è il contenuto del suo messaggio. Egli insiste sul fatto (perché Dio insiste sul fatto!) che la verità di Dio è più forte della falsità dell’uomo. La parola di Dio è sempre efficace anche quando la menzogna e l’inganno sembrano prevalere. La verità di Dio è la “pietra provata” che reggerà quando ogni altro edificio umano crollerà. In più, lungi dal mettere in dubbio la parola di Dio, il rifiuto, lo scherno e l’incredulità dell’uomo diventano, nelle mani sovrane del Signore, testimoni involontari della sua efficacia. Come dice Paolo in Romani 3:3-4:

Che vuol dire infatti se alcuni sono stati increduli [nei confronti della parola di Dio]? La loro incredulità annullerà la fedeltà di Dio? No di certo! Anzi, sia Dio riconosciuto veritiero e ogni uomo bugiardo, com’è scritto: «Affinché tu sia riconosciuto giusto nelle tue parole e trionfi quando sei giudicato».

Qui Paolo sintetizza bene il nocciolo del discorso. Quando la falsità umana nega la verità di Dio, non fa altro che far risalire ancora di più che Dio, e Dio solo, è veritiero. Come la luce risplende con più brillantezza negli ambienti più tenebrosi, così Dio può essere più chiaramente riconosciuto come l’unica fonte di verità quando ogni uomo è dimostrato bugiardo. Quindi, come Paolo sostiene, Dio trionfa sempre, sia quando è riconosciuto giusto da coloro che si fidano delle sue parole, sia quando è giudicato dalla superbia umana.

Quando ci sentiamo dunque assediati e inondati dalla falsità del mondo che rifiuta di ascoltare la nostra testimonianza, non perdiamo fiducia nella verità di Dio di trionfare, perché come dimostrato in Isaia, essa è sempre più grande e più forte della resistenza che le viene opposta. Non dobbiamo avere vergogna del vangelo che spesso è ignorato o disprezzato perché, come il messaggio di Isaia, sembra “roba da bambini e da scemi”. Riconosciamo che la saggezza del vangelo sta proprio nella sua apparente follia, che la potenza del vangelo sta proprio nella sua apparente debolezza.

B) La parola di Dio (Gesù!) è la pietra angolare della nostra fiducia e il riposo delle nostre anime.

Il secondo tema è legato al primo, e torna al versetto chiave di Isaia 28:

Perciò così parla il Signore, Dio: «Ecco, io ho posto come fondamento in Sion una pietra, una pietra provata, una pietra angolare preziosa, un fondamento solido; chi confiderà in essa non avrà fretta di fuggire.

Se nel contesto di Isaia questo si riferisce alla parola di Dio che rimane ferma ed efficace contro quelli che la scherniscono, nel senso più grande si riferisce alla Parola che è Gesù Cristo. Questo è esattamente ciò che Paolo dice dopo in Romani 9:33 (per non parlare di tanti altri brani nel Nuovo Testamento che applica quest’immagine a Gesù). Gesù è quella pietra che, secondo Salmo 118:22, i costruttori nella loro intelligenza hanno rifiutato ma che Dio ha fatto diventare la pietra angolare. Gesù è la verità di Dio incarnata che ha subito il più grande rifiuto da parte dell’umanità quando lui è stato crocifisso. Ma come la più grande conferma del potere invincibile della sua parola, Dio lo ha risuscitato dai morti, dimostrando una volta per sempre la sua verità trionferà sempre sulla falsità umana.

Se dunque noi confidiamo in questa pietra, se ne facciamo la pietra angolare della nostra vita, non saremo mai delusi. Non avremo, come dice letteralmente Isaia 28:16, “fretta”, perché troveremo invece riposo nell’essere fondati su questo fondamento. Non correremo sempre di qua e di la, sempre sforzandosi, sempre lavorando, sempre facendo freneticamente senza mai fermarci, convinti che se non ci pensiamo noi, tutto andrà a pezzi. Il segno di quelli che hanno costruito la loro vita su Gesù come pietra angolare è la possibilità — la libertà — di lasciar andare, di non fare, di stare sereni e nella calma perché sappiamo che possiamo fidarci del Signore di salvarci, di prendersi cura di noi, di provvedere a ogni nostro bisogno. Certo, abbiamo tutti doveri e responsabilità irrinunciabili. Ma questi doveri e responsabilità non dovrebbero diventare causa di preoccupazione o ansia come se, se dovessimo venir meno a essi, Dio non sarebbe in grado di comunque provvedere a tutto quello che serve. C’è in realtà una sola cosa necessaria e irrinunciabile:

Fermatevi», dice, «e riconoscete che io sono Dio. (Salmo 46:10)

Che Dio ci conceda la grazia di far tesoro di questa sua parola e di metterla in pratica. Amen.

Apocalisse 6: I Sigilli della Storia e l’Ira dell’Agnello

1) Introduzione

6:1 Poi vidi quando l’Agnello aprì uno dei sette sigilli

Quando l’apostolo Paolo si riferisce al “buon combattimento della fede” (1 Timoteo 6:12), parla di una questione che affronta tutte le persone a prescindere dalle loro prospettive religiose. Siamo costantemente assaliti da voci che cercano di persuaderci di porre fiducia in esse, dalle pubblicità che vogliono farci credere che saremo felici se compriamo il prodotto che vendono, ai politici che promettono di realizzare i nostri sogni più grandi se li votiamo. Questo è evidente anche nella pandemia COVID perché (come ho sentito qualcuno dire recentemente) è difficile sapere la verità del virus quando esperti da ogni lato — dai catastrofisti ai complottisti — ci danno informazioni contraddittorie. Tutti i giorni sentiamo dichiarazioni, affermazioni, e opinioni che mirano a ottenere la nostra fiducia, e noi siamo costretti a lottare per capire a chi dobbiamo ascoltare e a chi no. Anche quelli che dicono di non fidarsi più di nessuno stanno semplicemente mettendo tutta la loro fiducia in se stessi, cioè nella loro intelligenza e nelle loro capacità di discernere la verità dalla menzogna. Alla fine, tutto questo non è altro che un “combattimento di fede”: tra quelli che combattono per vincere la nostra fiducia e noi che cerchiamo di capire a chi o a cosa dare retta.

Ciò che rende in particolare la fede cristiana un combattimento è che essa riguarda soprattutto cose che non si possono vedere con gli occhi o toccare con le mani. Non voglio dire che la fede cristiana manchi di concretezza o praticità, ma solo che in fondo essa si basa sulla parola di Dio. Crediamo che sia così perché Dio ha detto che è così. In più, crediamo che sia così perché Gesù Cristo, la Parola di Dio in carne umana, ci ha fatto vedere in se stesso che è così. Tuttavia, resta vero che, come dice Paolo in 2 Corinzi 5:7, “camminiamo per fede e non per visione”, e di conseguenza anche il più forte e convinto credente avrà a volte dei dubbi al riguardo. Dopo un po’ che i nostri amici, conoscenti, colleghi di lavoro, vicini di casa, o anche familiari ci dicono che dobbiamo essere mezzo pazzi per credere in Gesù, cominciamo anche noi a chiederci se è così. Ecco qui l’importanza del libro dell’Apocalisse.

“Apocalisse”, che letteralmente vuol dire “svelare”, è stato scritto dall’apostolo Giovanni alle chiese che erano, a continuano a essere, tentati a credere che il mondo sia così come ci appare: che i primi siano i primi e gli ultimi siano gli ultimi, che i grandi non servano gli altri ma si facciano servire dagli altri, che i vincitori siano i forti, i belli, i ricchi e i bravi, e spesso che il male sia pù potente del bene. Lo scopo di Apocalisse è di smascherare queste percezioni ed esporre i loro inganni, di togliere il velo che ci nasconde il vero potere dell’universo e farci vedere che, come afferma 1 Giovanni 5:4: “questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede”. Per quanto sembra strano e misterioso, il libro dell’Apocalisse è un’arma indispensabile nel buon combattimento della fede del credente.

Nei capitoli 4 e 5 di Apocalisse, Giovanni riesce a sbirciare “dietro le quinte”, e vede il trono celeste di Dio attorno al quale le creature viventi e gli angeli cantano incessantemente le lodi dell’Altissimo. Nella visione che Giovanni riferisce vediamo che sul trono più alto del cosmo non c’è né uomo né nessun’altra creatura ma Dio Creatore del cielo e della terra. Egli è il sovrano assoluto e indiscusso, e tiene nella sua mano un libro sigillato da sette sigilli. Questo è il libro che rappresenta il suo piano per il compimento della storia dell’universo. I suoi decreti che sono scritti dentro sono “fedeli e veritieri”, e nessuno è in grado di contrastarli o frustrarne l’adempimento.

Poi, Giovanni vede nella visione che nessuno è degno e capace di aprire il libro e rivelarne il contenuto se non uno solo: il Signore Gesù Cristo, raffigurato come il Leone vincitore e l’Agnello immolato per togliere il peccato del mondo. Gesù e Gesù solo ha sconfitto i potere del male e della morte, ed è a lui Dio ha dato il nome al di sopra di ogni altro nome, e il potere al di sopra di ogni altro potere. Apocalisse ci fa vedere che Gesù è il Signore di tutto e di tutti; non solo in un senso spirituale divorziato dalle realtà fisiche, politiche, scientifiche, storiche, e culturali del mondo; non solo un signore tra tanti altri. Lui è il Signore di tutto ciò. Ed è dunque solo lui che è degno e in grado di prendere in mano il libro del destino del mondo e aprirne i sigilli, dando così il via agli avvenimenti che alla fine porteranno alla vittoria finale di Dio e della venuta del suo regno in ogni angolo del mondo. Il capitolo 6 di Apocalisse rivela il contenuto del libro e narra questi avvenimenti man mano che Gesù — sempre designato “l’Agnello” — apre i sigilli del libro uno alla volta. Tutto questo mira a fortificare la nostra fede, a rendere più ferma la nostra risolutezza di essere fedeli a Cristo, e ad avere coraggio e franchezza nel testimoniarlo agli altri. Consideriamo adesso il contenuto dei sigilli.

2) I Primi Quattro Sigilli: I Quattro Cavalli (6:1-8)

A) 1° sigillo: il cavallo bianco (vv.1-2)

6:1 Poi vidi quando l’Agnello aprì uno dei sette sigilli e udii una delle quattro creature viventi, che diceva con voce come di tuono: «Vieni». Guardai e vidi un cavallo bianco. Colui che lo cavalcava aveva un arco; e gli fu data una corona, ed egli venne fuori da vincitore, e per vincere.

Quando l’Agnello apre il primo sigillo, Giovanni vede venir fuori un cavallo bianco, e il cavaliere che ha un arco. Questo è il primo dei famosi “quattro cavalli dell’Apocalisse” che molti conoscono anche tra quelli che non hanno mai letto la Bibbia. Le immagini di questi cavalli e dei loro cavalieri sono ovviamente simboliche, come il linguaggio in tutto il libro di Apocalisse. Come Gesù non è letteralmente un agnello, così non c’è letteralmente un cavallo bianco col cavaliere che ha un arco. Il significato è da ricercare in ciò che questi cavalli e gli altri simboli rappresentano. Qui il colore del cavallo è importante: bianco, lo stesso colore che indossa Gesù e lo stesso colore del cavallo sul quale egli tornerà nel capitolo 19 per stabilire il suo regno sulla terra. Ma è chiaro che non è Gesù a calvacare questo cavallo, perché è Gesù ad aprire il sigillo che gli permette di venir fuori!

No, questo cavaliere è un impostore, una pallida imitazione di Cristo che viene fuori “da vincitore, e per vincere”. Altrove questo è chiamato “l’anticristo” o “lo spirito dell’anticristo” per tenta di usurpare il posto che spetta solo a Gesù. Nel capitolo 5, è Gesù solo che viene acclamato il vincitore, ma qui vediamo un altro che si arroga lo stesso titolo e diritto. Questo cavaliere rappresenta ogni cosa o ogni persona all’infuori di Cristo che pretende di essere “la via, la verità e la vita”. Può essere un politico o un partito politico; può essere una filosofia o ideologia, puo essere il denaro, può essere persino un prodotto sul mercato che promette di cambiare la nostra vita in bene se ci fidiamo dei produttori abbastanza da spendere i nostri soldi per comprarlo. In poche parole, il cavaliere bianco — l’anticristo — è un idolo, quello che chiede la fiducia e la lealtà che spettano solo a Cristo. E considerando quanto è diffusa l’idolatria nel mondo, non è difficile vedere quanto è efficace questo cavaliere nel “vincere” i cuori, le menti, e le anime delle persone.

B) 2° sigillo: il cavallo rosso (vv.3-4)

Quando l’Agnello aprì il secondo sigillo, udii la seconda creatura vivente che diceva: «Vieni». E venne fuori un altro cavallo, rosso; e a colui che lo cavalcava fu dato di togliere la pace dalla terra affinché gli uomini si uccidessero gli uni gli altri, e gli fu data una grande spada.

L’apertura del secondo sigillo fa venire fuori un cavallo rosso, il colore del sangue. Questo è infatti ciò che accade, perché il cavaliere rosso toglie la pace dalla terra e fomenta conflitti dai quali risultano tanti morti. Naturalmente i conflitti più gravi e sanguinosi sono le guerre, ma l’impatto di questo cavallo è ben più ampio. Anche liti tra vicini di casa possono sfociare in violenza. È difficile, se non impossibile, che passiamo una giornata senza imbatterci in qualche conflitto, o uno in cui siamo coinvolti o uno di cui siamo testimoni. La storia umana è una storia del conflitto, e così sarà fino alla fine. Finché l’uomo è ingannato dallo spirito dell’anticristo e va dietro a idoli, sarà disposto a fare qualsiasi cosa per ottenere quello che desidera, anche quando deve far male agli altri.

C) 3° sigillo: il cavallo nero (vv.5-6)

Quando l’Agnello aprì il terzo sigillo, udii la terza creatura vivente che diceva: «Vieni». Guardai e vidi un cavallo nero; e colui che lo cavalcava aveva una bilancia in mano. E udii come una voce in mezzo alle quattro creature viventi, che diceva: «Una misura di frumento per un denaro e tre misure d’orzo per un denaro, ma non danneggiare né l’olio né il vino».

Il terzo sigillo fa venire fuori un cavallo nero, il colore che rappresenta il male, la corruzione, l’ingiustizia e la sofferenza. Il cavaliere ha in mano una bilancia che dovrebbe simboleggiare la giustizia, ma in questo caso è l’opposto. Le misure usate per il frumento e l’orzo — alimenti di base — sono tante volte aumentate rispetto a quelle giuste, mentre l’olio e il vino — alimenti di lusso — rimangono invariati. Questo indica un’ingiustizia economica in cui i poveri vengono sfruttati in modo che non possano comprare da mangiare mentre i ricchi continuano a godersi i loro cibi succulenti.

D) 4° sigillo: il cavallo giallastro (vv.7-8)

Quando l’Agnello aprì il quarto sigillo, udii la voce della quarta creatura vivente che diceva: «Vieni». Guardai e vidi un cavallo giallastro; e colui che lo cavalcava si chiamava Morte, e gli veniva dietro l’Ades. Fu dato loro potere sulla quarta parte della terra, per uccidere con la spada, con la fame, con la mortalità e con le belve della terra.

L’Agnello apre il quarto sigillo e fa uscire il quarto e ultimo cavallo di colore giallastro, il colore della malattia e del morire. Questo cavaliere si chiama appunto “Morte”, ed è seguito dall’Ades, il soggiorno dei morti. Egli rappresenta l’effetto cumulativo dei tre cavalli precedenti: laddove c’è la guerra si muore di spada; laddove c’è sfruttamento economico si muore di fame e di malattia. A questi flagelli viene aggiunta la morte dovuta alle “belve della terra”, che sicuramente sono gli animali ma forse anche esseri umani che si comportano come tali. Spesso nei salmi i malvagi sono paragonati alle belve proprio perché le loro azioni sono disumane e perché disumanizzano le loro vittime. Comunque sia, la conseguenza di questi quattro cavalli è che la quarta parte del mondo viene colpita e uccisa, una devastazione tremenda e inimmaginabile.

A questo punto ci conviene riflettere brevemente su quanto abbiamo visto fin qui. La prima cosa importante da notare è l’ottica nella quale questi primi quattro sigilli ci fanno vedere gli avvenimenti terribili nella storia e nei giorni nostri. Tutti — conflitti, guerre, ingiustizie, corruzione, povertà, fame, pesti, cattiveria umana — fanno parte del libro che Dio ha scritto riguardante il destino del mondo. I quattro cavalli e i loro cavalieri entrano nella storia solo quando l’Agnello apre i sigilli del libro. In più, notiamo l’uso della forma passiva dei verbi: al cavaliere bianco “fu data una corona” (v.2); al cavaliere rosso “fu dato di togliere la pace dalla terra” e “gli fu data una grande spada” (v.4); al cavaliere giallastro e all’Ades “fu dato loro potere sulla quarte parte della terra per uccidere” (v.8). Per quanto riguarda il cavallo nero, è una voce “in mezzo alle quattro creature viventi” (v.6) che conducono le lodi attorno al trono di Dio che annuncia la sofferenza che seguirà. Il significato di questo è chiaro: i cavalieri possono affliggere il mondo solo nella misura in cui l’Agnello di Dio gli permette di farlo. Tutto quello che sembra il male sfrenato e fuori controllo è in realtà soggetto alla sovranità del Signore Gesù Cristo.

La seconda cosa importante da notare è che questi cavalli rappresentano soltanto le conseguenze naturali e inevitabili della ribellione umana contro Dio. È vero che i cavalli escono solo quando l’Agnello apre i sigilli del libro, ma ciò non significa che l’Agnello sia l’autore dei mali che portano. Il cavaliere bianco vince quelli che scelgono di andare dietro a idoli anziché adorare Dio. Il cavaliere rosso toglie la pace e fomenta il conflitto a quelli che si sono fatti nemici di Dio. Il cavaliere nero porta l’ingiustizia in mezzo a quelli che trasgrediscono la legge di Dio e si sono resi ingiusti davanti a lui. Il cavaliere giallastro uccide quelli che si sono allontanati dal loro Creatore e l’unica fonte della loro vita. In effetti, i sigilli danno agli esseri umani ciò che essi stessi hanno scelto. Hanno preferito gli idoli a Dio, la ribellione all’ubbidienza, l’ingiustizia alla giustizia, la morte dell’autonomia alla vita della sottomissione. Quindi, nel far entrare i quattro cavalieri nel mondo, Dio è perfettamente giusto.

Il punto di tutto ciò è doppio. Per i credenti, il messaggio è di incoraggiamento e conforto. Non bisogna mai pensare che il male sia più forte del bene, che la luce rischi di essere ingoiata dalle tenebre. Per quanto terribili e tremende, le forze del male non possono fare altro che Dio gli permette di fare, e per quanto misterioso, il proposito di Dio farà cooperare ogni male “al bene di quelli che amano Dio e che sono chiamati secondo il suo disegno” (Romani 8:28). Per i non credenti, il messaggio è di ravvedimento e salvezza. Se gli esseri umani abbandoneranno gli idoli, se saranno riconciliati con Dio, se ubbidiranno alla sua volontà e se si rivolgeranno a lui con tutto il cuore, troveranno perdono e vita eterna. Alla fine, per quanto severo, il giudizio di Dio è la manifestazione della sua misericordia che rifiuta di permettere agli esseri umani di rifiutare il suo benevolo proposito nei loro confronti.

3) Il Quinto Sigillo: I Martiri (6:9-11)

Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di quelli che erano stati uccisi per la parola di Dio e per la testimonianza che avevano resa. 10 Essi gridarono a gran voce: «Fino a quando aspetterai, o Signore santo e veritiero, per fare giustizia e vendicare il nostro sangue su quelli che abitano sulla la terra?» 11 E a ciascuno di essi fu data una veste bianca e fu loro detto che si riposassero ancora un po’ di tempo, finché fosse completo il numero dei loro compagni di servizio e dei loro fratelli, che dovevano essere uccisi come loro.

Quando l’Agnello apre il quinto sigillo, Giovanni vede qualcosa di nuovo. Non è più la terra ma il cielo che si mette a fuoco, in particolare “l’altare” che si trova nel tempio celeste di Dio. Sotto l’altare Giovanni vede “le anime di quelli che erano stati uccisi per la parola di Dio e per la testimonianza che avevano resa” (v.9). Questi sono i martiri che sembrano essere stati sconfitti dal mondo ma in realtà, come leggiamo nel 12:11, “hanno vinto per mezzo del sangue dell’Agnello e per mezzo della parola della loro testimonianza; e non hanno amato la loro vita, tanto da esporla alla morte”. Come l’Agnello ha vinto per mezzo della croce, così anche i martiri che rimangono fedeli a lui fino alla morte. È da ricordare che l’accezione originaria del termine “martire” era semplicemente “testimone”, e in questo senso tutti i credenti sono martiri quando testimoniano Gesù con coraggio e costanza.

Ma nella visione di Giovanni vengono specificati i martiri uccisi per la loro testimonianza perché esemplificano nel modo più chiaro la fede che neanche la morte può abbattere. Giovanni sente inoltre le loro suppliche che Dio intervenga per mettere fine al male e alla violenza e ristabilire la pace e la giustizia nel mondo, vendicando così il loro sangue. Gli viene detto di risposarsi “ancora un po’ di tempo” perché non è ancora “completo il numero dei loro compagni di servizio” (v.11). Anche qui il messaggio è doppio. Prima, ci conforta sapere che ci sarà una fine alle nostre sofferenze, e che la cosa peggiore che il mondo possa fare è ucciderci, aprendoci la porta a entrare nella presenza del Signore e del riposo da tutte le nostre sofferenze. Ma questo ci avverte anche che dobbiamo essere sempre pronti alla sofferenza, e persino al martirio in questo mondo, perché il numero di quelli che “devono essere uccisi” non è ancora completo.

4) Il Sesto Sigillo: L’Ira dell’Agnello (6:12-17)

12 Poi vidi quando l’Agnello aprì il sesto sigillo; e si fece un gran terremoto. Il sole diventò nero come un sacco di crine e la luna diventò tutta come sangue; 13 le stelle del cielo caddero sulla terra come quando un fico scosso da un forte vento lascia cadere i suoi fichi immaturi. 14 Il cielo si ritirò come una pergamena che si arrotola, e ogni montagna e ogni isola furono rimosse dal loro luogo. 15 I re della terra, i grandi, i generali, i ricchi, i potenti e ogni schiavo e ogni uomo libero si nascosero nelle spelonche e tra le rocce dei monti. 16 E dicevano ai monti e alle rocce: «Cadeteci addosso, nascondeteci dalla presenza di colui che siede sul trono e dall’ira dell’Agnello; 17 perché è venuto il gran giorno della loro ira. Chi può resistere?»

Ma il tempo per trattenere il giudizio finale non si prolungherà per sempre, e Dio risponderà alle preghiere dei santi di “fare giustizia e vendicare il loro sangue su quelli che abitano sulla terra” (v.10). Il tempo trascorso tra l’apertura del quinto e del sesto sigilli non è specificato, ma quanto è certo che è scritto nel libro di Dio tanto è certo che verrà “il gran giorno dell’ira dell’Agnello”. L’apertura del sesto sigillo ci porta sulla soglia della venuta del regno di Dio, quando finalmente sarà fatta la volontà di Dio come in cielo così anche in terra. Ma perché questo avvenga, Dio deve spacciare via tutto quello che lo impedisca. Così il giudizio finale sarà totale e universale. Il sole diventerà “nero come un sacco di crine” e la luna “tutta come sangue” (v.12). Il cielo si ritirerà, e “ogni montagna e ogni isola” saranno “rimosse dal loro luogo” (vv.13-14). Anche queste immagini sono simboliche, indicando la grandezza dello sconvolgimento che il giudizio di Dio effettuerà, tanto da far sembrare che persino “le stelle del cielo” stiano cadendo “sulla terra come quando un fico scosso da un forte vento lascia cadere i suoi fichi immaturi” (v.13).

In quel giorno, nessuno potrà resistere, e nella sua visione Giovanni vede che tutti saranno colpiti, indipendentemente dal loro potere, dalle loro ricchezze, o dall’onore con cui il mondo li acclama. Nessuno tra “i re della terra, i grandi, i generali, i ricchi, i potenti e ogni schiavo e ogni uomo libero” scamperà. Se la pandemia COVID è stata un grande livellatore colpendo tutti senza discriminare o fare favoritismi, il giudizio di Dio lo sarà ancora di più. E tanto terrificante sarà “l’ira dell’Agnello” che gli uomini preferiranno essere schiacciati dai monti e dalle rocce. Proviamo a immaginare uno spavento così grande da umiliare i più arroganti, da impoverire i più ricchi e da abbattere i più forti. Così sarà il gran giorno dell’ira dell’Agnello, e anche se sembra tardare, il suo futuro arrivo è certo, essendo scritto nel libro nella mano dell’Agnello.

Ma anche questo è la manifestazione della misercordia e dell’amore di Dio. Non è a caso che si tratti dell’ira “dell’Agnello”, lo stesso Agnello che si è sacrificato per togliere il peccato. Il Giudice del mondo non è altro che il Salvatore del mondo. Colui che versa la sua ira sul mondo non è altro che colui che si è sostituito al posto del mondo sotto la stessa ira. L’ira dell’Agnello è dunque l’ira del suo amore, l’amore che rifiuta di essere rifiutato, l’amore che non resta indifferente di fronte a ciò che distrugge l’amato, l’amore che è consumante come un fuoco e feroce come un urugano. L’ira dell’Agnello è lo stesso amore che ha rivelato sulla croce che ora viene manifestato in modo irresistibile e inarrestabile nei confronti di ogni singolo essere umano. E il motivo per cui a Giovanni fu concesso di vedere in anticipo questo giorno e poi di scriverlo a noi è affinché ogni peccatore abbia l’opportunità di ravvedersi e prepararsi al suo arrivo, e affinché ogni credente si fortifichi nella propria fede e speranza, mantendo ferma la testimonianza di Gesù Cristo fino alla morte.

Ecco perché abbiamo tanto bisogno di meditare a lungo su Apocalisse, perché l’inizio del libro stesso pronuncia questa benedizione: “Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e serbano le cose che vi sono scritte, perché il tempo è vicino” (1:3). Non ci resta altro che fare esattamente questo. Che Dio ci conceda la grazia tramite la sua parola di perseverare fino alla fine, rimanendo fedeli a lui e costanti nella nostra testimonianza. Amen.

Luca 21:5-37: Levate il Capo Perché La Liberazione Si Avvicina

1) I Segni della Fine (21:5-24)

Mentre alcuni parlavano del tempio, di come fosse adorno di belle pietre e di doni votivi, egli disse: «Verranno giorni in cui di tutte queste cose che voi ammirate non sarà lasciata pietra su pietra che non sia diroccata». Essi gli domandarono: «Maestro, quando avverranno dunque queste cose? E quale sarà il segno che tutte queste cose stanno per compiersi?»

Egli disse: «Guardate di non farvi ingannare; perché molti verranno in nome mio, dicendo: “Sono io”; e: “Il tempo è vicino”. Non andate [dunque] dietro a loro. Quando sentirete parlare di guerre e di sommosse, non siate spaventati, perché bisogna che queste cose avvengano prima; ma la fine non verrà subito». 10 Allora disse loro: «Insorgerà nazione contro nazione e regno contro regno; 11 vi saranno grandi terremoti e, in vari luoghi, pestilenze e carestie; vi saranno fenomeni spaventosi e grandi segni dal cielo. 12 Ma prima di tutte queste cose, vi metteranno le mani addosso e vi perseguiteranno consegnandovi alle sinagoghe e mettendovi in prigione, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome. 13 Ma ciò vi darà occasione di rendere testimonianza. 14 Mettetevi dunque in cuore di non premeditare come rispondere a vostra difesa, 15 perché io vi darò una parola e una sapienza alle quali tutti i vostri avversari non potranno opporsi né contraddire. 16 Voi sarete traditi perfino da genitori, fratelli, parenti e amici; faranno morire parecchi di voi 17 e sarete odiati da tutti a causa del mio nome; 18 ma neppure un capello del vostro capo perirà. 19 Con la vostra costanza salverete le vostre vite.

20 «Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, allora sappiate che la sua devastazione è vicina. 21 Allora quelli che sono in Giudea fuggano sui monti, e quelli che sono in città se ne allontanino; e quelli che sono nella campagna non entrino nella città. 22 Perché quelli sono giorni di vendetta, affinché si adempia tutto quello che è stato scritto. 23 Guai alle donne che saranno incinte, e a quelle che allatteranno in quei giorni! Perché vi sarà grande calamità nel paese e ira su questo popolo. 24 Cadranno sotto il taglio della spada e saranno condotti prigionieri fra tutti i popoli; e Gerusalemme sarà calpestata dai popoli, finché i tempi delle nazioni siano compiuti.

25 Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle; sulla terra, angoscia delle nazioni, spaventate dal rimbombo del mare e delle onde. 26 Gli uomini verranno meno per la paurosa attesa di quello che starà per accadere al mondo, poiché le potenze dei cieli saranno scrollate. 27 Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nuvola con potenza e grande gloria.

A) Il contesto del discorso di Gesù (vv.5-7)

Il capitolo 21 del vangelo di Luca riporta uno dei discorsi più famosi di Gesù, quello che concerne “gli ultimi tempi”. Ci sono tante interpretazioni riguardanti i vari dettagli e simboli presenti nel discorso, ma non dovremmo per questo perdere di vista il messaggio principale che Gesù voleva trasmettere ai suoi discepoli che vale tanto per noi oggi quanto per loro. Il messaggio è questo (v.28): “Ma quando queste cose cominceranno ad avvenire, rialzatevi, levate il capo, perché la vostra liberazione si avvicina”. È un messaggio dunque di speranza e di incoraggiamento per tempi instabili e tribolati, proprio come quello che stiamo attraversando adesso. È un messaggio che ci permette di “non temere se la terra è sconvolta”, come ci esorta Salmo 46:2. È un messaggio che ci infonda la “costanza” fino alla salvezza delle nostre vite, come dichiara Gesù nel v. 19 di questo capitolo. Quindi, è importante che ne facciamo tesoro.

Innanzitutto però dobbiamo capire il contesto e l’occasione del discorso di Gesù. Notiamo come “alcuni parlavano del tempio, di come fosse adorno di belle pietre e di doni votivi”, e che Gesù risponde annunciando: “verranno giorni in cui di tutte queste cose che voi ammirate non sarà lasciata pietra su pietra che non sia diroccata”. Ricordiamoci che il tempio, oltre ad essere il luogo di culto centrale degli ebrei, era anche il loro simbolo nazionale più importante. Senza la monarchia davidica che era caduta durante l’invasione babilonese nel sesto secolo a.C., il tempio — ricostruito da Erode — fungeva da simbolo dell’esistenza e dell’identità del popolo ebraico. Il tempio, tramite il culto, i sacrifici e il sacerdozio, serviva per garantire la presenza di Dio in mezzo a loro e la loro sopravvivenza come popolo.

Anche se non facile, dobbiamo cercare di immaginarci quanto catastrofica sarebbe stata (e che poi fu davvero) la sua distruzione. Quando nell’anno 70 d.C. i romani compirono questa profezia di Gesù e distrussero il tempio, non passò tanto tempo prima che Israele cessasse di esistere come una sola nazione nel suo paese, una situazione che sarebbe durata fino al secolo scorso. In poche parole, la fine del tempio significava la fine d’Israele come nazione. Perciò, è comprensibile che i discepoli gli chiedano subito nel v.7: “Maestro, quando avverranno dunque queste cose? E quale sarà il segno che tutte queste cose stanno per compiersi?” Vogliono, devono sapere quando succederà tutto questo perché devono essere preparati. Sono queste le domande a cui Gesù risponde con il discorso che il resto del capitolo riferisce.

B) La devastazione di Gerusalemme (vv.20-24)

Mentre leggiamo il discorso è necessario tenere a mente questi fatti. Il riferimento principale di Gesù non è il lontano futuro ma ciò che accadrà a Gerusalemme durante le vite dei suoi discepoli, come afferma chiaramente nel v.32: “In verità vi dico che questa generazione non passerà prima che tutte queste cose siano avvenute.” Ancora più convincente è l’esortazione ai suoi discepoli nel vv.20-21: “Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, allora sappiate che la sua devastazione è vicina. Allora quelli che sono in Giudea fuggano sui monti, e quelli che sono in città se ne allontanino; e quelli che sono nella campagna non entrino nella città.” E ancora nei vv.23-24: Guai alle donne che saranno incinte, e a quelle che allatteranno in quei giorni! Perché vi sarà grande calamità nel paese e ira su questo popolo. Cadranno sotto il taglio della spada e saranno condotti prigionieri fra tutti i popoli; e Gerusalemme sarà calpestata dai popoli, finché i tempi delle nazioni siano compiuti.”

Dovrebbe essere evidente che queste dichiarazioni hanno a che fare con la città di Gerusalemme e il popolo ebraico del primo secolo e, come la storia conferma, furono adempiute nell’anno 70 d.C. Non dobbiamo dunque interpretare questo discorso di Gesù come se parlasse principalmente di tutti i tempi successivi fino ai giorni nostri.

C) La prospettiva profetica del discorso (vv.25-27)

Tutto ciò non significa, però, che il discorso di Gesù non sia attuale per noi oggi. Dobbiamo tenere a mente anche un altro fatto, quello della “prospettiva profetica” che troviamo spesso negli scritti profetici della Bibbia. Nella prospettiva profetica, eventi futuri vengono spesso condensati o sovrapposti in modo da renderli indistinguibili gli uni dagli altri. Oppure, una certa profezia può avere due o più riferimenti: uno nel futuro immediato e un altro nel futuro lontano. In questo caso, il primo adempimento della profezia funge da “anteprima” o “anticipazione” del secondo (o eventualmente di un terzo o di un quarto) adempimento.

Un esempio lampante è la promessa di Genesi 3:15 quando Dio, parlando al serpente nel giardino d’Eden, annuncia: “Io porrò inimicizia fra te e la donna, e fra la tua progenie e la progenie di lei; questa progenie ti schiaccerà il capo e tu le ferirai il calcagno». Questa promessa, come ben sappiamo, fu adempiuta da Gesù quando morì e poi risuscitò, trionfando sul peccato e sulla morte. Tempo fa, però, quando abbiamo studiato il primo capitolo di Luca, abbiamo scoperto che questa profezia ebbe un adempimento già prima in Giudici 5:24-27 dove una donna chiamata Iael viene lodata per aver letteralmente schiacciato la testa del nemico d’Israele, cioè di Sisera, condottiero dell’esercito del re che per tanti anni aveva oppresso il popolo. In Luca 1:42, Elisabetta va a trovare Maria e usa le parole di Giudici 5:24 per benedire la madre di Gesù. Il punto di tutto questo è che prima di essere pienamente adempiuta da Gesù, la promessa di Genesi 3:15 ebbe altri adempimenti preliminari — come nell’episodio di Iael in Giudici — che anticipavano il più grande adempimento ancora a venire.

Il discorso di Gesù in Luca 21 manifesta questo tipo di prospettiva profetica. Essa viene fuori in modo particolare nei vv.25-27 che parlano di “segni nel sole, nella luna e nelle stelle; sulla terra, angoscia delle nazioni, spaventate dal rimbombo del mare e delle onde. Gli uomini verranno meno per la paurosa attesa di quello che starà per accadere al mondo, poiché le potenze dei cieli saranno scrollate.” Notiamo qui che siamo passati da ciò che accadrà a Gerusalemme a ciò che accadrà “al mondo”, proprio prima del ritorno di Gesù “su una nuvola con potenza e grande gloria”. Queste osservazioni indicano che, mentre Gesù si riferiva principalmente agli eventi che avrebbero portato alla distruzione del tempio nel 70 d.C., nella prospettiva profetica fanno da “anteprima” di ciò che succederà in tutti i tempi fino al ritorno di Cristo.

2) La Vostra Liberazione Si Avvicina (21:28)

28 Ma quando queste cose cominceranno ad avvenire, rialzatevi, levate il capo, perché la vostra liberazione si avvicina».

È a questo punto nel capitolo che giungiamo al punto centrale del discorso di Gesù, l’esortazione che vale tanto per noi oggi quanto valeva per i suoi discepoli nel primo secolo. I discepoli di Gesù di tutti i tempi e in tutti i luoghi dovrebbero essere caratterizzati così: quando “queste cose” avvengono, noi ci rialziamo, leviamo il capo, perché la nostra liberazione si avvicina. Quali sono “queste cose” di cui Gesù parlava? Sono i “segni” profetizzati da Gesù nei vv.8-18, i segni che precedettero la distruzione di Gerusalemme in Israele nel primo secolo e gli stessi segni che, al livello mondiale, precederanno il ritorno di Gesù. Riassumendo, questi segni sono:

  • Ingannatori (v.8)
  • Guerre e sommosse, nazione contro nazione (vv.9-10)
  • Terremoti (v.11)
  • Pestilenze (v.11)
  • Carestie (v.11)
  • Fenomeni spaventosi (v.11)
  • Grandi segni dal cielo (v.11)
  • Persecuzione (vv.12, 16-17)

Questo è rimarchevole. A differenza di coloro che (secondo v.26) “verranno meno per la paurosa attesa di quello che starà per accadere al mondo”, i seguaci di Gesù devono rialzarsi e levare il capo. Mentre tutti gli altri vedono il mondo afflitto da guerre e disastri naturali, epidemie e ingiustizie, e a causa di tutto ciò perdono fiducia, si disperano e si arrabbiano con Dio, i discepoli di Gesù rafforzano la loro fiducia, aumentano la loro speranza e si riposano nella pace di Dio. Lungi dall’essere per loro un motivo di ansia e di angoscia, questi tremendi avvenimenti diventano per loro occasione di una fede più forte e di una speranza più certa. Come mai?

La risposta di Gesù ci dice tutto: “perché la vostra liberazione si avvicina”. Per il discepolo di Gesù, tutte queste brutte cose non sono altro che i segni della loro liberazione, proprio come per una donna incinta le doglie del parto sono i segni che presto nascerà la gioia di una nuova vita. E per l’attento lettore del vangelo di Luca, questa promessa è fondata nella realtà della morte e della risurrezione di Gesù stesso. Nel senso più grande, i segni predetti da Gesù si riferiscono alla tribolazione che lui doveva subire solo qualche giorno dopo. Notiamo come Luca nel capitolo 23 narra la morte di Gesù sulla croce:

44 Era circa l’ora sesta, e si fecero tenebre su tutto il paese fino all’ora nona; 45 il sole si oscurò e la cortina del tempio si squarciò nel mezzo. 46 E Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani rimetto lo spirito mio». Detto questo, spirò. 47 Il centurione, veduto ciò che era accaduto, glorificava Dio, dicendo: «Veramente quest’uomo era giusto». 48 E tutta la folla che assisteva a questo spettacolo, vedute le cose che erano accadute, se ne tornava battendosi il petto.

Qui c’è tutto: fenomeni spaventosi, grandi segni dal cielo, terremoti, lo squarciarsi della cortina davanti al luogo santissimo nel tempio, e della gente venuta meno per ciò che accadeva. Poi la morte di Gesù stesso, colui che in tanti modi differenti si era presentato come il nuovo e vero tempio. In realtà, dunque, tutto questo discorso riguarda Gesù stesso, come leggiamo in Giovanni 2:19-22:

19 Gesù rispose loro: «Distruggete questo tempio, e in tre giorni lo farò risorgere!» 20 Allora i Giudei dissero: «Quarantasei anni è durata la costruzione di questo tempio e tu lo faresti risorgere in tre giorni?» 21 Ma egli parlava del tempio del suo corpo. 22 Quando dunque fu risorto dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che egli aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola che Gesù aveva detta.

Fu Gesù che vide tutti questi terribili segni ma poi levò il capo e pregò: “Padre, nelle tue mani rimetto lo spirito mio”, perché sapeva che la sua liberazione era vicina, che il terzo giorno dopo Dio Padre lo avrebbe risuscitato da morte e l’avrebbe poi esaltato alla sua destra in cielo. È Gesù dunque che è la nostra speranza vivente, il motivo per cui anche noi possiamo vedere le afflizione e le difficoltà di questo mondo ma allo stesso tempo rialzarci e levare il capo mentre tutti gli altri si disperano. Noi saremo in grado di mantenere la fiducia e la speranza nella misura in cui, come dice Ebrei 12:2, fissiamo “lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta. Per la gioia che gli era posta dinanzi egli sopportò la croce, disprezzando l’infamia, e si è seduto alla destra del trono di Dio.”

Da questo impariamo che la “liberazione” di cui Gesù parla qui non significa “essere risparmati” dalle vicissitudini difficili e dolorose di questo mondo decaduto, ma è la promessa della salvezza e della vita eterna nel nuovo creato. Gesù è sempre il modello: si è seduto alla destra del trono di Dio solo dopo aver sopportato la croce. Leggiamo di nuovo le parole di Gesù nei vv. 16-18:

16 Voi sarete traditi perfino da genitori, fratelli, parenti e amici; faranno morire parecchi di voi 17 e sarete odiati da tutti a causa del mio nome; 18 ma neppure un capello del vostro capo perirà. 19 Con la vostra costanza salverete le vostre vite.

Non è interessante questo? Prima Gesù avverte i suoi discepoli che saranno traditi, odiati, ed alcuni messi a morte per causa sua, ma poi promette che “neppure un capello del vostro capo perirà”. Vale quest’ultima promessa anche se vieniamo ammazzati? Sì, perché la speranza di cui Gesù parla va oltre questa vita. 1 Corinzi 15:19:

Se abbiamo sperato in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miseri fra tutti gli uomini.

Qual è dunque questa speranza? La risurrezione alla vita eterna. Ancora 1 Corinzi 15 (vv.20-23):

20 Ma ora Cristo è stato risuscitato dai morti, primizia di quelli che sono morti. 21 Infatti, poiché per mezzo di un uomo è venuta la morte, così anche per mezzo di un uomo è venuta la risurrezione dei morti. 22 Poiché, come tutti muoiono in Adamo, così anche in Cristo saranno tutti vivificati; 23 ma ciascuno al suo turno: Cristo, la primizia; poi quelli che sono di Cristo, alla sua venuta

È questa speranza, fondata nella morte e nella risurrezione di Gesù, che ci permette di rialzarci e levare il capo anche in mezzo alle circostanze più angoscianti mentre tutto il mondo ci crolla addosso.

3) Badate a Voi Stessi (21:29-38)

29 Disse loro una parabola: «Guardate il fico e tutti gli alberi; 30 quando cominciano a germogliare, voi, guardando, riconoscete da voi stessi che l’estate è ormai vicina. 31 Così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino. 32 In verità vi dico che questa generazione non passerà prima che tutte queste cose siano avvenute. 33 Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.

34 Badate a voi stessi, perché i vostri cuori non siano intorpiditi da stravizio, da ubriachezza, dalle ansiose preoccupazioni di questa vita, e che quel giorno non vi venga addosso all’improvviso come un laccio; 35 perché verrà sopra tutti quelli che abitano su tutta la terra. 36 Vegliate dunque, pregando in ogni momento, affinché siate in grado di scampare a tutte queste cose che stanno per venire, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo». 37 Di giorno Gesù insegnava nel tempio; poi usciva e passava la notte sul monte detto degli Ulivi. 38 E tutto il popolo, la mattina presto, andava da lui nel tempio per ascoltarlo.

Non manteniamo questa speranza automaticamente. Non ci viene naturale fidarci di Dio contro ogni apparenza al contrario. Ecco perché Gesù conclude il suo discorso con tre esortazioni che, mettendole in pratiche, saremo (come dice nel v.36) “in grado di scampare a tutte queste cose che stanno per venire, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo”.

A) Sappiate (vv.29-33)

La prima cosa che Gesù ci esorta a fare è sapere: “sappiate”. Come si può sapere che l’estate è vicina quando gli alberi cominciano a germogliare, così quando vediamo “accadere queste cose”, dobbiamo sapere “che il regno di Dio è vicino”. Questo “sappiate” si riallaccia ai comandi precedenti di Gesù: “Non fatevi ingannare” (v.8) e “non siate spaventati” (v.9). Se non sappiamo interpretare i segni dei tempi, saremo facilmente spaventati da ciò che accade. Se non sappiamo che la morte deve sempre precedere la risurrezione, che la croce deve sempre precedere la corona, saremo travolti dalle difficoltà e dai dolori della vita. Se non sappiamo la verità, saremo facilmente ingannati dalla falsità. La speranza viene dalla conoscenza della verità, e la conoscenza della verità viene dalla parola di Gesù: “il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (v.33). La prima cosa che dobbiamo fare dunque è conoscere la parola di Dio. Essa dura in eterno anche quando tutto il resto crolla. Che grande dono è la parola di Dio che in tempi incerti e instabili, possiamo stare fermi su quella roccia che non cambia mai!

B) Vegliate (vv.34-36)

La seconda cosa da fare è vegliare: “vegliate dunque”. Sapere la verità della parola di Dio è solo l’inizio, perché non ci sarà di nessun aiuto se stiamo dormendo. Dobbiamo stare attenti, facendo attenzione “perché i nostri cuori non siano intorpiditi da stravizio, da ubriachezza, dalle ansiose preoccupazioni di questa vita, e che quel giorno non vi venga addosso all’improvviso come un laccio.” L’apostolo Paolo ribadisce quest’idea in 1 Tessalonicesi 5:1-8:

1 Quanto poi ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; perché voi stessi sapete molto bene che il giorno del Signore verrà come viene un ladro nella notte. Quando diranno: «Pace e sicurezza», allora una rovina improvvisa verrà loro addosso, come le doglie alla donna incinta; e non scamperanno. Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno abbia a sorprendervi come un ladro; perché voi tutti siete figli di luce e figli del giorno; noi non siamo della notte né delle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma vegliamo e siamo sobri; poiché quelli che dormono, dormono di notte, e quelli che si ubriacano, lo fanno di notte. Ma noi, che siamo del giorno, siamo sobri, avendo rivestito la corazza della fede e dell’amore e preso per elmo la speranza della salvezza.

C) Pregate in ogni momento (v.36-37)

Per Gesù, “vegliare” ha un significato ben preciso: “Vegliate dunque, pregando in ogni momento…”. Questa è la sua terza esortazione a noi. Senza pregare, conoscere la parola di Dio e vegliare attentamente non saranno sufficienti per mantenere ferma la speranza. Dobbiamo pregare, e pregare “in ogni momento”. Solo così saremo “in grado di scampare a tutte queste cose che stanno per venire, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo”, irreprensibili e senza vergogna. Ancora una volta Gesù è il nostro esempio perfetto. Luca ci dice nel v.37 che “di giorno Gesù insegnava nel tempio; poi usciva e passava la notte sul monte detto degli Ulivi.” Questo anticipa ciò che succederà nel capitolo seguente quando Gesù passerà tutta la notte prima della sua crocifissione in preghiera, ricordando ai suoi discepoli: “Pregate di non entrare in tentazione” (22:40). Persino Gesù dovette pregare “in ogni momento” per avere la forza e la fiducia di sopportare la croce. Quanto di più noi abbiamo bisogno di fare la stessa cosa! Ma sarà proprio lì, quando anche noi ci inginocchiamo per pregare in mezzo all’agonia e all’angoscia del giardino che troveremo in Gesù non solo un buon esempio, ma anche nostro fratello e pronto sostegno. Concludiamo con le familiari ma bellissime parole di Ebrei 4:14-16 che non mi stanco mai di ripetere:

14 Avendo dunque un grande sommo sacerdote che è passato attraverso i cieli, Gesù, il Figlio di Dio, stiamo fermi nella fede che professiamo. 15 Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non possa simpatizzare con noi nelle nostre debolezze, poiché egli è stato tentato come noi in ogni cosa, senza commettere peccato. 16 Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovare grazia ed essere soccorsi al momento opportuno.

Amen!

Luca 7:1-35: Soffrire Con Cristo

1) I Dubbi di Giovanni (7:18-23)

18 I discepoli di Giovanni gli riferirono tutte queste cose. 19 Ed egli, chiamati a sé due dei suoi discepoli, li mandò dal Signore a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?» 20 Quelli si presentarono a Gesù e gli dissero: «Giovanni il battista ci ha mandati da te a chiederti: “Sei tu colui che deve venire o ne aspetteremo un altro?”» 21 In quella stessa ora, Gesù guarì molti da malattie, da infermità e da spiriti maligni, e a molti ciechi restituì la vista. 22 Poi [Gesù] rispose loro: «Andate a riferire a Giovanni quello che avete visto e udito: i ciechi recuperano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, il vangelo è annunciato ai poveri. 23 Beato colui che non si sarà scandalizzato di me!»

Nel vangelo di Luca, la figura di Giovanni il battista riceve particolare attenzione rispetto agli altri vangeli. Luca è l’unico che narra il suo concepimento miracoloso e la sua nascita a Zaccaria ed Elisabetta. Nel capitolo 3, Luca riporta un lungo esempio della sua predicazione nel deserto mentre battezzava. Giovanni, insomma, spicca nei primi capitoli di Luca fino al 3:18-20 quando leggiamo:

Così, con molte e varie esortazioni evangelizzava il popolo; ma Erode il tetrarca, rimproverato da lui a proposito di Erodiade, moglie di suo fratello, e per tutte le malvagità che aveva commesso, aggiunse a tutte le altre anche questa: rinchiuse Giovanni in prigione.

A questo punto Giovanni, imprigionato, sparisce del tutto. E solo nel capitolo 7 che riappare quando, dopo aver sentito “tutte queste cose” che Gesù compiva (v.18), manda alcuni dei suoi discepoli per chiedere a Gesù: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?” (v.19). Perché gli chiede questo, e che cosa vuol dire?

Consideriamo i due episodi che aprono questo capitolo, le “cose” che i discepoli di Giovanni gli riferiscono:

1 Dopo che egli ebbe terminato tutti questi discorsi davanti al popolo che l’ascoltava, entrò in Capernaum. Un centurione aveva un servo, a lui molto caro, che era infermo e stava per morire; avendo udito parlare di Gesù, gli mandò degli anziani dei Giudei per pregarlo che venisse a guarire il suo servo. Essi, presentatisi a Gesù, lo pregavano con insistenza, dicendo: «Egli merita che tu gli conceda questo; perché ama la nostra nazione ed è lui che ci ha costruito la sinagoga». Gesù s’incamminò  con loro; ormai non si trovava più molto lontano dalla casa, quando il centurione [gli] mandò degli amici a dirgli: «Signore, non darti quest’incomodo, perché io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; perciò non mi sono neppure ritenuto degno di venire da te; ma di’ una parola e il mio servo sarà guarito. Perché anch’io sono un uomo sottoposto all’autorità altrui e ho sotto di me dei soldati; e dico a uno: “Va’”, ed egli va; a un altro: “Vieni”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo”, ed egli lo fa». Udito questo, Gesù restò meravigliato di lui; e, rivolgendosi alla folla che lo seguiva, disse: «Io vi dico che neppure in Israele ho trovato una fede così grande!» 10 E quando gli inviati furono tornati a casa, trovarono il servo [, che era stato infermo,] guarito.

11 Poco dopo egli si avviò verso una città chiamata Nain, e i suoi discepoli e una gran folla andavano con lui. 12 Quando fu vicino alla porta della città, ecco che si portava alla sepoltura un morto, figlio unico di sua madre, che era vedova; e molta gente della città era con lei. 13 Il Signore, vedutala, ebbe pietà di lei e le disse: «Non piangere!» 14 E, avvicinatosi, toccò la bara; i portatori si fermarono ed egli disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!» 15 Il morto si mise a sedere e cominciò a parlare. E Gesù lo restituì a sua madre. 16 Tutti furono presi da timore, e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra di noi» e: «Dio ha visitato il suo popolo». 17 E questo dire intorno a Gesù si divulgò per tutta la Giudea e per tutta la regione circostante.

Qui Gesù dimostra il potere della sua parola per guarire (il servo del centurione) e per risuscitare i morti (il figlio della vedova). Nel primo caso, Gesù non deve neanche andare dal servo del centurione; lo guarisce da lontano. Il centurione è uno che capisce la natura dell’autorità, essendo un uomo d’autorità e sottoposto all’autorità egli stesso. Come gli basta dire “va’” e i suoi soldati vanno, così sa che a Gesù basta dire una sola parola per guarire il suo servo. Nel secondo caso, Gesù s’imbatte in una processione funebre e, mosso di compassione, risuscita il figlio morto di una vedova, senza che lei gli chieda aiuto.

Giovanni, però, languisce in prigione quando i suoi discepoli gli riferiscono queste meravigliose opere di Gesù. Possiamo immaginare che Giovanni si ponga la domanda: perché, dopo tutto ciò che ho fatto per servire il Signore, soffro qui in prigione mentre Gesù aiuta tutte le altre persone che non gli hanno fatto nulla? Un centurione romano? Una vedova? E io? Che fine farò? Se Gesù può fare tutto questo con una sola parola, certamente può liberare anche me? Perché non lo fa? Forse non è in realtà il Messia che pensavo? Non hanno dichiarato i profeti che il Messia avrebbe anche liberato i prigionieri? Giovanni dunque manda a chiedere a Gesù: “se tu colui che deve venire, o dobbiamo aspettarne un altro?” I dubbi di Giovanni non differiscono molto da quelli che spesso ci assaliscono: “Se Dio mi ama, perché mi fa soffrire? Ho sempre cercato di ubbidirgli; perché allora mi permette di languire in questa difficoltà senza liberarmene?”

La risposta di Gesù è tipicamente enigmatica: «Andate a riferire a Giovanni quello che avete visto e udito: i ciechi recuperano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, il vangelo è annunciato ai poveri. Beato colui che non si sarà scandalizzato di me!» Quest’ultima frase è particolarmente criptica: che significa “beato colui che non si sarà scandalizzato di me”? È utile ricordare il brano del profeta Isaia che Gesù afferma di adempiere mentre predica nella sinagoga di Nazaret: 

«Lo Spirito del Signore è sopra di me, perciò mi ha unto per evangelizzare i poveri; mi ha inviato per annunciare la liberazione ai prigionieri e il recupero della vista ai ciechi; per rimettere in libertà gli oppressi, per proclamare l’anno accettevole del Signore». (Luca 4:18-19)

Confrontiamo questo alla simile dichiarazione di Gesù a Giovanni e notiamo una cospicua differenza: mentre nella singoga Gesù annuncia “la liberazione ai prigionieri”, non l’annuncia a Giovanni che sta rinchiuso in prigione. Questa mancanza non è certamente un errore da parte di Gesù. Anzi, è in questo modo che fa sapere a Giovanni che non ha nessuna intenzione di liberarlo. Ecco perché aggiunge alla fine: “Beato colui che non si sarà scandalizzato di me”. Gesù gli vuole dire: “Giovanni, anche se non lo capisci, il mio piano per te non è la liberazione ma l’incarcerazione. So che questo potrebbe far vacillare la tua fede, ma sarai beato se invece mantieni ferma la tua fiducia in me fino alla fine, fino alla tua morte.”

2) La Strana Testimonianza di Giovanni (7:24-35)

24 Quando gli inviati di Giovanni se ne furono andati, Gesù cominciò a parlare di Giovanni alla folla: «Che cosa andaste a vedere nel deserto? Una canna agitata dal vento? 25 Ma che cosa andaste a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti? Ecco, quelli che portano degli abiti sontuosi e vivono in delizie stanno nei palazzi dei re. 26 Ma che andaste a vedere? Un profeta? Sì, vi dico, e uno più di un profeta. 27 Egli è colui del quale è scritto: “Ecco, io mando davanti a te il mio messaggero, che preparerà la tua via davanti a te”28 Io vi dico: fra i nati di donna nessuno è più grande di Giovanni; però, il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui.

29 Tutto il popolo che lo ha udito, anche i pubblicani, hanno riconosciuto la giustizia di Dio, facendosi battezzare del battesimo di Giovanni; 30 ma i farisei e i dottori della legge, non facendosi battezzare da lui, hanno respinto la volontà di Dio per loro.  31 A chi dunque paragonerò gli uomini di questa generazione? A chi sono simili? 32 Sono simili a bambini seduti in piazza, che gridano gli uni agli altri: “Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato; abbiamo cantato dei lamenti e non avete pianto”. 33 Difatti è venuto Giovanni il battista, che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: “Ha un demonio”. 34 È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e voi dite: “Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori! 35 Ma alla sapienza è stata resa giustizia da tutti i suoi figli”».

Alla folla che conosceva bene Giovanni e che ha udito le sue parole ai discepoli di Giovanni, Gesù rivolge un insegnamento importante riguardante il suo ministero e il regno inaugurato con la sua venuta. Sempre a proposito di Giovanni, Gesù chiede alla folla: “Che cosa andaste a vedere nel deserto?” Suggerisce due possibili risposte: “una canna agitata dal vento” o “un uomo avvolto in morbide vesti”? Queste due proposte parlano indirettamente di Erode, il re che aveva fatto imprigionare Giovanni per aver predicato contro la sua malvagità. La canna, che cresceva lungo il fiume Giordano dove Giovanni aveva battezzato, era stata adottata da Erode come simbolo del suo potere. Inoltre, “un uomo avvolto in morbide vesti”, dice Gesù, è da trovarsi “nei palazzi dei rei”, come di nuovo quel Erode che teneva Giovanni in carcere. Queste dunque sono due immagini totalmente contrapposte alla figura che era Giovanni il battista. “No”, dice Gesù, “non siete andati a vedere un come Erode, uno potente e ricco che rappresenta il potere e la ricchezza del mondo. Siete andati a vedere uno totalmente opposto, cioè un profeta di Dio”.

Questo infatti è stato Giovanni, un profeta che viveva nel deserto, che si vestiva in peli di cammello e che si nutriva di cavallette. Un “fanatico”, in poche parole, la cui vita era pienamente devota alla sua vocazione di annunciare la parola di Dio. Ma non solo: Giovanni era colui profetizzato da Isaia, l’unico scelto per l’onore di preparare la via davanti al Signore stesso. Nessun altro in tutta la storia aveva mai avuto, né mai avrà, il privilego di Giovanni: di essere quell’unica voce che grida nel deserto: “Io vi battezzo in acqua; ma viene colui che è più forte di me, al quale io non sono degno di sciogliere il legaccio dei calzari. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco” (3:18). Il ministero di Giovanni fu cruciale ed irripetibile nella storia della salvezza, e per questo Gesù lo chiama un profeta ma anche “uno più di un profeta” (v.26), dichiarando che “fra i nati di donna nessuno è più grande di Giovanni” (v.28). Nonostante tutto ciò, Gesù aggiunge anche questo: “però, il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui”. Che cosa significa?

Troviamo un indizio nelle parole di Gesù nei vv.33-34: “Difatti è venuto Giovanni il battista, che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: ‘Ha un demonio’. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e voi dite: ‘Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori!'” Qui Gesù si riferisce al momento narrato nel 5:33-34:

33 [I farisei e gli scribi] gli dissero: «I discepoli di Giovanni digiunano spesso e pregano, così pure quelli dei farisei; i tuoi invece mangiano e bevono». 34 Gesù disse loro: «Potete far digiunare gli amici dello sposo, mentre lo sposo è con loro?»

Alla domanda dei farisei e degli scribi circa il digiuno osservato dai discepoli di Giovanni il battista, Gesù afferma che, alla luce della sua venuta e l’arrivo del regno di Dio nel suo ministero, non si possono osservare le pratiche che fanno parte del vecchio sistema, come non si può mettere vino nuovo in otri vecchi. Digiunare (che per gli ebrei mirava ad alimentare le loro speranze per l’adempimento delle promesse di Dio) in presenza di Gesù nega il significato della sua venuta! Come il giorno delle nozze crea una nuova realtà — un uomo e una donna che si uniscono in una sola carne — così Gesù ha fatto irruzione nello scorrere normale del tempo e ha creato una nuova realtà: il regno di Dio dove la volontà di Dio è fatta in terra come in cielo.

Quando dunque Gesù dice che “il più piccolo nel regno di Dio è più grande” di Giovanni il battista, vuol dire questo. Gesù afferma che Giovanni, pur essendo il più grande dei profeti, appartiene comunque al vecchio sistema e al vecchio ordine, cioè il mondo com’era prima della sua venuta, prima dell’inaugurazione del suo regno. Giovanni fa parte di quella grande schiera di testimoni veterotestamentari che, come dice Ebrei 11:13, “sono morti nella fede, senza ricevere le cose promesse, ma le hanno vedute e salutate da lontano”. Ecco perché “il più piccolo nel regno di Dio” è più grande di Giovanni: non vede le promesse di Dio da lontano ma ne partecipa all’adempimento. Quindi, c’è un motivo per cui Gesù guarisce il servo del centurione, risuscita il figlio della vedova, e guarisce molti altri “da malattie, da infermità e da spiriti maligni” (v.21) ma non libera Giovanni da prigione: tutti coloro sono “i più piccoli” che assaggiano le benedizioni del regno, mentre a Giovanni, a causa della sua vocazione particolare, è dato solo di vederle e salutarle da lontano. Grande è stato il privilegio di Giovanni di essere quella voce a preparare la via del Signore, ma infinitamente più grande è il privilegio di partecipare personalmente alle benedizioni della sua venuta.

Per questo motivo sono anche più benedetti “i pubblicani” e gli altri “peccatori” che “hanno riconosciuto la giustizia di Dio” che “i farisei e i dottori della legge” che “hanno respinto la volontà di Dio per loro” (vv.29-30). Questo grande capovolgimento — grazie a cui i primi diventano gli ultimi e gli ultimi i primi — è impersonato da Giovanni in quanto lui, il più grande dei profeti, è superato da gente come pubblicani, malati, centurioni romani e vedove. Giovanni, nel suo scomparire dalla narrativa, rende forse la sua testimonianza più importante. Anche se gli sembra di languire inutilmente in prigione mentre potrebbe continuare a svolgere il suo ministero di predicazione itinerante davanti alle masse, è proprio il suo “languire inutilmente in prigione” che gli permette di testimoniare con più efficacia il Signore la cui via ha preparato. Sembra strano? Forse lo è, ma nel sovrano, misterioso ma sempre benevolo proposito di Dio, questo è esattamente ciò che doveva succedere. Giovanni, nel suo “non essere liberato da prigione”, rende una grande testimonianza che l’epoca a cui egli appartiene — l’epoca dell’attesa per l’adempimento delle promesse di Dio — è passata e che ora, in Gesù, l’epoca del regno di Dio è stata inaugurata.

3) Applicazione

Questo brano, pur riguardando principalmente Giovanni il battista, è pieno di lezioni importanti per noi. Per concludere propongo i seguenti tre spunti per la vostra riflessione.

1. Accettare la volontà di Dio per noi

Non sappiamo come Giovanni ha ricevuto la risposta di Gesù, ma sappiamo che è rimasto fedele fino alla sua morte che avvenne quando Erode lo fece decapitare. Come Gesù aveva indicato, Giovanni non fu scarcerato, ma finì lì un martire a causa della sua testimonianza. Contro le apparenze, la sua vita non fu un fallimento né uno spreco, proprio perché fece l’opposto di ciò che fecero i farisei e gli scribi che avevano rifiutato il suo battesimo: accettò la volontà di Dio per lui. Non accusò Dio di avergli fatto qualche torto; non si lamentò della sua sorte, anche se poteva sembrargli ingiusto che Gesù aiutasse molti “indegni” ma lasciò lui morire in prigione.

Ciò che impariamo qui dall’esempio positivo di Giovanni e dall’esempio negativo dei farisei e degli scribi è che l’unico modo di trovare la gioia e la soddisfazione è di accettare la volontà di Dio per noi, anche quando ci sembra “ingiusta” nei confronti di altri. Quelli che “hanno respinto la volontà di Dio per loro” Gesù li paragona a “bambini seduti in piazza, che gridano gli uni agli altri: ‘Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato; abbiamo cantato dei lamenti e non avete pianto'” (v.32). O, potremmo dire, sono simili a coloro che si lamentano del caldo d’estate e del freddo d’inverno. In altre parole, questi non si accontentano mai, nemmeno se ogni loro pretesa viene esaudita. Solo quando, come Giovanni, rinunciamo ai nostri desideri e obbiettivi personali e accettiamo con umiltà la volontà di Dio per noi possiamo diventare veramente contenti.

2. Morire con Cristo per vivere con lui

La prova più grande di questa verità non è però Giovanni ma Gesù stesso. Quando verso la fine del vangelo Gesù si avvicina all’ora della sua morte violenta in croce prega: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Però non la mia volontà, ma la tua sia fatta» (22:42). Se mai dubitassimo che troviamo gioia solo accettando la volontà di Dio per noi anziché insistendo sulla nostra, la croce di Gesù dovrebbe toglierci ogni dubbio. Nessun altro fu trattato più “indegnamente” che Gesù: l’unico uomo veramente giusto, perfettamente ubbidiente a Dio Padre, eppure fu giustiziato su un atroce patibolo di sofferenza. Ma lo stesso Gesù, il terzo giorno dopo la sua morte, fu risuscitato dal Padre e poi fu esaltato alla destra di Dio in cielo. In più, la sua certa permessa è che “se siamo morti con lui, con lui anche vivremo; se abbiamo costanza, con lui anche regneremo” (2 Timoteo 2:11-12). Così Gesù ci invita: 

Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la sua vita la perderà, ma chi avrà perduto la propria vita per causa mia la salverà. (Luca 9:23-24)

3. Gesù nostro fratello

Infine, che grande beatitudine è essere così uniti a Gesù che ci è dato di partecipare alle sue sofferenze! Un discepolo non può pretendere di essere più grande del suo maestro. Se hanno crocifisso Gesù, figuriamoci cosa faranno a suoi seguaci! Giovanni Così dobbiamo capire la sorte di Giovanni il battista. Le sue sofferenze in prigione e la sua conseguente morte non sono la brutta e tragica fine di una vita promettente, ma sono piuttosto la comunione con Cristo nelle sue sofferenze e nella sua morte per poter partecipare alla potenza della sua risurrezione. La realtà è che la sofferenza e la morte sono inevitabili nella vita. Se dobbiamo soffrire e morire, meglio allora soffrire e morire con Cristo e per Cristo che per qualsiasi altro motivo! Se la vita di Giovanni rende una testimonianza, è quella articolata dall’apostolo Paolo in Filippesi 3:8-11:

8Anzi, a d ire il vero, ritengo che ogni cosa sia un danno di fronte all’eccellenza della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho rinunciato a tutto; io considero queste cose come tanta spazzatura al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui non con una giustizia mia, derivante dalla legge, ma con quella che si ha mediante la fede in Cristo: la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede. 10 Tutto questo allo scopo di conoscere Cristo, la potenza della sua risurrezione, la comunione delle sue sofferenze, divenendo conforme a lui nella sua morte, 11 per giungere in qualche modo alla risurrezione dei morti.

Che questa sia anche la testimonianza della nostra vita!

Luca 3:1-22: La Testimonianza di Giovanni il Battista

1) La Voce che Grida nel Deserto (3:1-6)

3:1 Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, quando Ponzio Pilato era governatore della Giudea, ed Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturea e della Traconitide, e Lisania tetrarca dell’Abilene, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caiafa, la parola di Dio fu diretta a Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. Ed egli andò per tutta la regione intorno al Giordano, predicando un battesimo di ravvedimento per il perdono dei peccati, come sta scritto nel libro delle parole del profeta Isaia: «Voce di uno che grida nel deserto: “Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri. Ogni valle sarà colmata e ogni monte e ogni colle sarà spianato; le vie tortuose saranno fatte diritte e quelle accidentate saranno appianate; e ogni creatura vedrà la salvezza di Dio”».

Nel vangelo, Giovanni il battista compare come adempimento della profezia di Isaia, la “voce di uno che grida nel deserto” per preparare “la via del Signore”. Luca colloca il ministero di Giovanni nel periodo storico durante “l’impero di Tiberio Cesare, quando Ponzio Pilato era governatore della Giudea…” Giovanni cominicia il suo ministero quando “la parola di Dio fu diretta” a lui, una frase che richiama la vocazione dei profeti dell’Antico Testamento. Come tutti i profeti prima di lui, Giovanni non parla di sé né da sé. La sua missione è unica: annunciare la parola di Dio al popolo.

E il deserto è il luogo dove anticamente Dio rivolse la sua parola ai suoi servi. Pensiamo a Mosè che il Signore chiamò nel deserto dove gli apparve nel pruno ardente, agli Israeliti che udirono la voce di Dio parlare dal monte Sinai, o a Elia che, perseguito dalla malvagia regina Jezebel, fuggì nel deserto e lì fu conosolato dal Signore. Così anche adesso, dopo quattrocento anni di silenzio, la parola di Dio si rivolge di nuovo nel deserto per annunciare l’arrivo del grande momento di salvezza.

Il deserto rappresenta anche la totale devozione di Giovanni al suo ministero. Lui esiste solo ed esclusivamente per questo. Abita solitario nel deserto, lontano qualsiasi comodità o distrazione, vivendo solo per servire colui che l’ha chiamato. Lo scopo della sua vita è la trasparenza, di annunciare il suo messaggio in modo che lui scompaia mentre la parola sia chiaramente udita. Perché questo impegno totale? Non è uno qualsiasi a cui Giovanni prepara la via: è il Signore stesso. Egli è il Dio d’Israele ma non solo: è anche il Creatore e il Salvatore di tutta la terra. Per questo motivo la salvezza che porta è per tutti: “ogni creatura vedrà la salvezza di Dio” La venuta del Signore avrà un impatto su tutti, se lo vogliano o no. Devono essere preparati, dunque, per poter ricevere il Signore e la salvezza che egli porta. Il messaggio di Giovanni è di un’importanza eterna; per questo la sua vocazione richiede tutto quello che è e che ha.

2) Il Battesimo di Ravvedimento (3:7-14)

Giovanni dunque diceva alle folle che andavano per essere battezzate da lui: «Razza di vipere, chi vi ha insegnato a sfuggire l’ira futura? Fate dunque dei frutti degni del ravvedimento, e non cominciate a dire in voi stessi: “Noi abbiamo Abraamo per padre!” Perché vi dico che Dio può da queste pietre far sorgere dei figli ad Abraamo. Ormai la scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero dunque che non fa buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco». 10 E la folla lo interrogava, dicendo: «Allora, che dobbiamo fare?» 11 Egli rispondeva loro: «Chi ha due tuniche ne faccia parte a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto». 12 Vennero anche dei pubblicani per essere battezzati e gli dissero: «Maestro, che dobbiamo fare?» 13 Ed egli rispose loro: «Non riscuotete nulla di più di quello che vi è ordinato». 14 Lo interrogarono pure dei soldati, dicendo: «E noi, che dobbiamo fare?» Ed egli a loro: «Non fate estorsioni, non opprimete nessuno con false denunce e accontentatevi della vostra paga».

La preparazione che Giovanni predica è il battesimo, il rito dell’immersione nell’acqua. È subito chiaro, però, che non è il rito di battesimo di per sé che costituisce la preparazione alla venuta del Signore. Giovanni dice chiaro e tondo: “Chi vi ha insegnato a sfuggire l’ira futura? Fate dunque dei frutti degni del ravvedimento”. In altre parole, il battesimo non ha nessun valore o efficacia in sé stesso. Non è il battesimo che salva se rimane senza il ravvedimento che simboleggia. Per questo Giovanni esorta il popolo di fare “frutti degni del ravvedimento”, i frutti che sono la prova concreta e visibile del ravvedimento del cuore.

Non è nemmeno sufficiente contare sul linguaggio e la formazione che uno ha avuto. Giovanni avverte il popolo ancora che non bisogna dire “Noi abbiamo Abraamo per padre”. Per gli ebrei, contava soprattutto la genealogia. Ciò che li assicurava di fare parte del popolo di Dio era avere Abraamo come padre. All’epoca di Gesù, gli ebrei si vantavano di essere nati tali e non gentili, esclusi dalle promesse e dal popolo di Dio. Giovanni invece attacca quest’idea, dicendo che il lignaggio non conta, poiché Dio “può da queste pietre far sorgere dei figli ad Abraamo”.

Non era nuovo questo concetto. Coloro che conoscevano le Scritture dovevano ben sapere che i veri figli di Abraamo non sono quelli biologici ma quelli che Dio chiama all’esistenza da nulla. Non fu Ismaele, figlio di Abraamo e la serva Agar, l’erede della promessa, ma lo fu invece Isacco, il figlio nato da Sara che era stata sempre sterile. Inoltre, non fu Esau, il figlio maggiore di Isacco, ad ereditare la promessa, ma Giacobbe, il figlio minore, nato dalla stessa madre, Rebecca. Le narrative bibliche di Abraamo e i patriarchi forniscono ampie prove che i figli “secondo la carne” non sono automaticamente eredi della promessa, ma che lo sono coloro che Dio fa tali secondo la sua grazia.

Perciò, le parole di Giovanni sono pienamente coerenti con le Scritture, e in più anticipano un tema centrale nel vangelo di Luca: non sono i “degni” o i “meritevoli” o i “bravi” o i “giusti” che il Signore accoglie come parte del suo popolo, ma proprio l’opposto. Sono le persone meno adatte che entrano per prime nel regno di Dio: gli indegni, i non meritevoli, gli incapaci e i cattivi. Questi sono le “pietre” dalle quali Dio fa sorgere dei figli ad Abraamo, che dimostrano che siamo salvati solo per grazia indipendentamente dai nostri meriti o demeriti.

Questo tema viene sottolineato nel seguente dialogo che Giovanni ha con la folla. In particolare spiccano due gruppi: i pubblicani e i soldati (che senz’altro erano romani). Agli occhi degli ebrei, questi erano da escludere dalla salvezza di Dio a prescindere. I pubblicani erano considerati traditori della nazione, e i soldati erano gli oppressori stranieri. Eppure eccoli tra folla a cui Giovanni predica il messaggio di ravvedimento. Il significato è palese: anche essi possono ereditare la salvezza e entrare nel regno di Dio. Il Signore che Giovanni annuncia non viene tanto per i giusti quanto per gli ingiusti, come sono i malati, non i sani, che hanno bisogno del medico. Essi sono le pietre che Dio farà diventare figli di Abraamo. Questo è il scandalo della grazia che Luca evidenzierà sempre nei capitoli del suo vangelo.

È vero che Giovanni insiste sulla necessità dei frutti di ravvedimento, anche nei confronti di questi ultimi. Dice ai pubblicani: “Non riscuotete nulla di più di quello che vi è ordinato”, e ai soldati: “Non fate estorsioni, non opprimete nessuno con false denunce e accontentatevi della vostra paga”. Attenzione però: la parola chiave è “frutti”. I frutti non producono la vita; la vita produce i frutti. Se ci sono i frutti, c’è prima la vita che viene dal ravvedimento. Quindi, Giovanni non dice qui: “Fate del bene e diventerete degni della grazia di Dio”. Dice invece: “Fate così per mostrare che avete già ricevuto la grazia di Dio e che siete stati trasformati da essa”. Non è mai sufficiente dire che la grazia ci accetta come siamo, senza aggiungere che la grazia non ci lascia mai come siamo. In Tito 2:11-14, l’apostolo Paolo lo spiega in termini inequivocabili:

Infatti la grazia di Dio, salvifica per tutti gli uomini, si è manifestata, e ci insegna a rinunciare all’empietà e alle passioni mondane, per vivere in questo mondo moderatamente, giustamente e in modo santo, aspettando la beata speranza e l’apparizione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore, Cristo Gesù. Egli ha dato se stesso per noi per riscattarci da ogni iniquità e purificarsi un popolo che gli appartenga, zelante nelle opere buone.

3) Il Battesimo in Spirito Santo (3:15- )

15 Ora il popolo era in attesa e tutti si domandavano in cuor loro se Giovanni fosse il Cristo. 16 Giovanni rispose, dicendo a tutti: «Io vi battezzo in acqua; ma viene colui che è più forte di me, al quale io non sono degno di sciogliere il legaccio dei calzari. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. 17 Egli ha in mano il suo ventilabro per ripulire interamente la sua aia e raccogliere il grano nel suo granaio; ma la pula, la brucerà con fuoco inestinguibile». 18 Così, con molte e varie esortazioni evangelizzava il popolo; 19 ma Erode il tetrarca, rimproverato da lui a proposito di Erodiade, moglie di suo fratello, e per tutte le malvagità che aveva commesso, 20 aggiunse a tutte le altre anche questa: rinchiuse Giovanni in prigione.

21 Ora, mentre tutto il popolo si faceva battezzare, anche Gesù fu battezzato; e, mentre pregava, si aprì il cielo 22 e lo Spirito Santo scese su di lui in forma corporea, come una colomba; e venne una voce dal cielo [che diceva]: «Tu sei il mio diletto Figlio; in te mi sono compiaciuto».

È a questo punto nella narrativa che la trasparenza di Giovanni diventa esplicita, dal momento in cui la folla comincia a chiedersi se Giovanni sia il Cristo. Giovanni risponde subito, eliminando qualsiasi dubbio. Non solo non è il Cristo, ma non è nemmeno “degno di sciogliere il legaccio dei suoi calzari”, un lavoro considerato talmente sporco che neanche gli schiavi dovevano farlo ai loro padroni. La differenza che Giovanni pone tra Cristo e sé stesso è abissale: la vocazione di Giovanni, per quanto importante, non ha niente a che vedere con il ministero di colui che egli annuncia. Il battesimo di Giovanni è solo un battesimo in acqua, mentre il battesimo di Cristo sarà un battesimo “in Spirito Santo e fuoco”. Quest’ultimo è quello che conta, di cui il battesimo di Giovanni nell’acqua è solo un simbolo.

Ancora una volta troviamo la netta distinzione tra il battesimo come rito e la realtà che rappresenta. Giovanni sa che il suo battesimo, come quello effettuato da qualsiasi altro essere umano, non è in grado di compiere ciò che solo il battesimo del Messia può fare. Il battesimo nell’acqua lava il corpo ma lascia il cuore invariato e il peccato intatto. Solo il battesimo nello Spirito Santo è capace di purificare l’essere umano dentro e fuori, corpo e anima, carne e cuore. E chi può battezzare nello Spirito di Dio, se non solo Dio? Ecco perché Giovanni è ostinato nell’insistere di non essere il Cristo e di non poter battezzare in modo efficace.

Qui Giovanni funge da grande esempio di testimonianza. Da testimone l’unico scopo di Giovanni è quello di dirigere tutta l’attenzione a Gesù e non a sé stesso. Nella “Crocifissione” dipinta da Matthias Grünewald, la figura di Giovanni il battista appare con l’indice della mano destra estesa per indicare Gesù crocifisso. Nel dipinto la figura dominante è quella di Gesù sulla croce; Giovanni si trova alla periferia, cercando di indirizzare tutta la nostra attenzione esclusivamente su Cristo. Quest’immagine rispecchia esattamente ciò che Giovanni fece in realtà, ed è sempre l’unico scopo del testimone.

Questo dovrebbe incoraggiarci perché quando si tratta di dover testimoniare il vangelo, noi facilmente ci lasciamo sopraffare dalla paura e dall’ansia. Ma di solito la nostra paura e la nostra ansia sono dovute al fatto che in primis pensiamo a noi stessi, se noi siamo all’altezza di farlo, se noi siamo capaci di rispondere alle eventuali domande, se noi siamo in grado di persuadere la persona del vangelo. Ma questo atteggiamento è del tutto sbagliato in quanto il testimone non è niente: tutta la sua attenzione si deve incentrare su Gesù che è l’oggetto della testimonianza. Quest’umiltà, esemplificata da Giovanni, non è solo giusta nei confronti di Gesù, ma è anche liberatoria!

L’altra cosa che dovrebbe incoraggiarci è proprio la serietà del vangelo: Egli ha in mano il suo ventilabro per ripulire interamente la sua aia e raccogliere il grano nel suo granaio; ma la pula, la brucerà con fuoco inestinguibile”. Gesù è venuto, e verrà una seconda volta, per battezzare in Spirito Santo e fuoco. Questi non sono due battesimi — uno in Spirito Santo e uno in fuoco — ma uno solo. Lo Spirito Santo è infatti il fuoco di Dio, e chi viene in lui battezzato è o purificato e distrutto. Che sia chiaro: Gesù viene per salvare, e solo per salvare. Ma salvare vuol dire distruggere tutto ciò che rovina e uccide, cioè il male e il peccato. Come non c’è remissione dei peccati senza lo spargimento del sangue, non c’è neanche salvezza dai peccati senza il giudizio del fuoco. Gesù viene per “ripulire interamente” il mondo che i nostri peccati hanno rovinato, e brucerà tutta la pula “con fuoco inestinguibile” per poter raccogliere il grano puro.

Ecco l’urgenza del vangelo, il motivo per cui Giovanni dedicò tutta la sua vita a predicarlo. Come profetizzato da Isaia, ogni creatura vedrà la salvezza di Dio, ogni creatura dovrà passare per il fuoco del giudizio il quale consumerà la pula e purificherà il grano. La differenza tra questi due si manifesta nel ravvedimento. Chi si ravvede sarà purificato alla salvezza; chi si ostina nei propri peccati sarà divoratò come la pula nel fuoco.

Attenzione di nuovo però: né Giovanni né Luca presentano il ravvedimento come causa o fonte della salvezza. Come non è il battesimo nell’acqua che salva, non è neanche il nostro ravvedimento che ci salva. Questo è il significato del battesimo di Gesù stesso, cosa che di per sé non sembra avere molto senso. Che bisogno aveva Gesù di sottomettersi al battesimo di ravvedimento. Lui è il Signore tre volte santo che viene per battezzare in Spirito Santo e fuoco! Perché allora si fa battezzare da Giovanni, il testimone che non è degno di scogliere il legaccio dei suoi calzari?

Il motivo è semplice: non perché lui ne aveva bisogno ma perché noi ne avevamo bisogno. Nessun battesimo, nessun ravvedimento, nessuna buona opera è mai in grado di salvare l’essere umano che è prigionero e schiavo del peccato. L’unico Salvatore è colui che battezza in Spirito Santo e fuoco, ed è colui che nel suo battesimo si è immedesimato con noi nella nostra condizione perduta e peccatrice, pur rimanendo egli stesso senza peccato. Il battesimo di Gesù è il gesto che anticipa il battesimo del fuoco che dovrà subire sulla croce, quando, caricandosi dei nostri peccati e sostituendosi al nostro posto sotto il giudizio divino, passa attraverso quel fuoco inestinguibile che nessun altro avrebbe potuto sopportare. La buona notizia del vangelo è questa: che noi, uniti per fede a Cristo, siamo già passati con lui e in lui attraverso il fuoco del giudizio. Sono i nostri peccati che nella sua morte Gesù ha distrutto senza distruggere noi peccatori. Chiunque dunque riconosce e accetta questo fatto di essere unito a Cristo beneficia di tutto ciò che egli è per noi. Il suo battesimo è nostro, il suo ravvedimento vicario è nostro, la sua morte è nostra, e così la sua risurrezione e vita indistruttibile sono le nostre, e saranno rivelate quando Gesù ritorna una seconda volta.

Quando comprendiamo veramente le ricchezze e le profondità e le bellezze di Gesù e del suo vangelo, saremo anche noi come Giovanni il battista, vivendo non per noi stessi ma unicamente per il nostro Salvatore e Signore. Che sia così in ognuno di noi. Amen.

Isaia 50:4–51:16: Nella Valle dell’Ombra

1) Introduzione

Nel libro Le Lettere di Berlicche, C.S. Lewis immagina la conversazione tra due demoni in cui uno di loro osserva:

La nostra causa non è mai in maggior pericolo di quando un essere umano, senza più desiderio ma ancora con l’intenzione di fare la volontà del nostro Nemico [Dio], si guarda intorno e scorge un universo del quale ogni traccia di Lui sembra essere svanita, e si chiede perché è stato abbandonato, e tuttavia continua a ubbidire (p.35).

Nel contesto in cui questa citazione si trova, i demoni parlano del fatto che Dio “[p]resto o tardi ritira, non di fatto, ma dalla loro esperienza consapevole, tutti i sostegni e gli incentivi. Lascia che la creatura stia in piedi sulle sue stesse gambe—a compiere puramente con la volontà diveri che hanno perduto ogni gusto. È durante tali periodi di elevazione, che la creatura diventa di quel genere che Egli desidera che sia” (p.35). Scrivendo questo Lewis sottolineò l’esperienza che prima o poi tutti i credenti devono attraversare, ciò che il Salmo 23 chiama “la valle dell’ombra della morte” (v.4). Questo è il momento quando ogni preghiera sembra tornare vuota, quando “ogni traccia di Lui sembra essere svanita”. Questa è la più dura prova della fede, ed è quella a cui dobbiamo tutti prepararci.

2) La Parola del Servo (50:4-11)

Il testo di oggi — tratto dal profeta Isaia — ci viene in aiuto. Nel capitolo 50 e partendo dal v.4, leggiamo il terzo dei quattro “cantici” del servo del Signore che prevedono la persona e l’opera di Gesù Cristo. Conosciamo bene l’ultimo di questi cantici — nel capitolo 53 — in cui si profetizza la morte espiatoria di Gesù, “trafitto a causa delle nostre trasgressioni” (53:5). Anche nel terzo cantico il profeta accenna alle sofferenze del Servo dicendo “Io ho presentato il mio dorso a chi mi percuoteva, e le mie guance a chi mi strappava la barba; io non ho nascosto il mio volto agli insulti e agli sputi” (50:6). Tutto il cantico in realtà riferisce le parole del Servo stesso che descrive la sua vocazione in questi termini:

50:4 Il Signore, Dio, mi ha dato una lingua pronta, perché io sappia aiutare con la parola chi è stanco. Egli risveglia, ogni mattina, risveglia il mio orecchio, perché io ascolti come ascoltano i discepoli. Il Signore, Dio, mi ha aperto l’orecchio e io non sono stato ribelle, non mi sono tirato indietro. Io ho presentato il mio dorso a chi mi percuoteva, e le mie guance a chi mi strappava la barba; io non ho nascosto il mio vòlto agli insulti e agli sputi.

Ma il Signore, Dio, mi ha soccorso; perciò non sono stato abbattuto; perciò ho reso la mia faccia dura come la pietra e so che non sarò deluso. Vicino è colui che mi giustifica; chi mi potrà accusare? Mettiamoci a confronto! Chi è il mio avversario? Mi venga vicino! Il Signore, Dio, mi verrà in aiuto; chi è colui che mi condannerà? Ecco, tutti costoro diventeranno logori come un vestito, la tignola li roderà. 10 Chi di voi teme il Signore e ascolta la voce del suo servo? Sebbene cammini nelle tenebre, privo di luce, confidi nel nome del Signore e si appoggi al suo Dio! 11 Ecco, voi tutti che accendete un fuoco, che siete armati di tizzoni, andatevene nelle fiamme del vostro fuoco e fra i tizzoni che avete accesi! Questo avrete dalla mia mano: voi vi coricherete nel dolore.

Per arrivare subito al punto, il Servo esorta “chi di voi teme il Signore e ascolta la voce del suo servo” a fare questo: “Sebbene cammini nelle tenebre, privo di luce, confidi nel nome del Signore e si appoggi al suo Dio!” (vv.9-10). Qui il Servo anticipa ciò che Lewis avrebbe scritto ne Le Lettere di Berlicche: la necessità di confidare nel Signore persino (e soprattutto!) quando camminiamo nelle tenebre, privi di luce. Se invece decidiamo di “accendere un fuoco” e “armarci di tizzoni” — cioè smettere di confidare nel Signore e di attendere con pazienza che lui compia a nostro favore le sue promesse — saremo noi stessi bruciati dalle “fiamme del nostro fuoco”. In altre parole — così il Servo ci avverte — se provate a prendere controllo della situazione pensando di essere stati abbandonati dal Signore e dunque di dover provvedere voi ai vostri bisogni, la vostra fine non sarà altro che dolore e disastro.

Siamo d’accordo, certo, ma il nostro interrogativo rimane sempre: come possiamo confidare nel Signore quando camminiamo nelle tenebre privi di luce? Il Servo ci dà la risposta nel v.4: “Il Signore, Dio, mi ha dato una lingua pronta, perché io sappia aiutare con la parola chi è stanco”. È la parola di Dio riferita dal Servo — o meglio la Parola di Dio che è il Servo stesso — che ci soccorre nel momento opportuno e che viene in aiuto alla nostra debolezza e alla nostra incredulità. Il Servo sa cosa vuol dire soffrire ed essere tentato. “Io ho presentato il mio dorso a chi mi percuoteva, e le mie guance a chi mi strappava la barba; io non ho nascosto il mio vòlto agli insulti e agli sputi” (v.6). Ciononostante, egli è rimasto sempre fedele al Signore: “Ma il Signore, Dio, mi ha soccorso; perciò non sono stato abbattuto; perciò ho reso la mia faccia dura come la pietra e so che non sarò deluso. Vicino è colui che mi giustifica; chi mi potrà accusare? Mettiamoci a confronto! Chi è il mio avversario? Mi venga vicino! Il Signore, Dio, mi verrà in aiuto; chi è colui che mi condannerà? Ecco, tutti costoro diventeranno logori come un vestito, la tignola li roderà.”

Qui il Servo testimonia la fiducia e l’ubbidienza che Gesù avrebbe dimostrato sulla croce. Tutti si erano messi contro di lui, ma lui ha reso la sua faccia dura come la pietra. Tutti l’hanno accusato, ma confidava in colui che lo giustificava. Tutti erano i suoi avversari, ma lui sapeva che Dio l’avrebbe liberato. Per usare la frase di Lewis, Gesù ha messo la causa del maligno in maggior pericolo (in realtà l’ha sconfitta!) quando sulla croce si è guardato intorno e ha scorso un universale del quale ogni traccia di suo Padre sembrava essere svanita, ha chiesto perché è stato abbandonato, e tuttavia ha continuato a ubbidire.

Questo dunque la grande speranza che teniamo come ancora dell’anima: anche se la nostra fiducia può venir meno, quella di Gesù che egli ha mantenuto per noi e al nostro posto non è venuta meno. In Isaia, il Servo è principalmente una figura “vicaria”, colui che si sostituisce al posto nostro per fare ciò di cui siamo incapaci e che poi ci fa partecipare ai frutti della sua vittoria come se fossimo stati noi al suo posto. E quando Gesù dichiara sulla croce “È compiuto!”, vuol dire letteralmente questo: ha compiuto tutto ciò che è necessario alla nostra salvezza, compresa la fiducia di cui siamo incapaci. Finché facciamo come ci viene detto nel v.10 — “ascolta la voce del servo” — troveremo in lui tutto quello che serve per sostenere la nostra fede anche quando camminimo nelle tenebre, privi di luce.

3) La Roccia Da Cui Foste Tagliati (51:1-3)

51:1 «Ascoltatemi, voi che perseguite la giustizia, che cercate il Signore! Considerate la roccia da cui foste tagliati, la buca della cava da cui foste cavati. Considerate Abraamo vostro padre e Sara che vi partorì; poiché io lo chiamai, quando egli era solo, lo benedissi e lo moltiplicai. Così il Signore sta per consolare Sion, consolerà tutte le sue rovine; renderà il suo deserto pari a un Eden, la sua solitudine pari a un giardino del Signore. Gioia ed esultanza si troveranno in mezzo a lei, inni di lode e melodia di canti.

Come se non fosse già sufficiente questo per incoraggiarci a perseverare nella fede, il brano prosegue nel capitolo 51 fornendoci altri incoraggiamenti. Queste parole sono rivolte a “voi che perseguite la giustizia, che cercate il Signore”, che sono le stesse persone che nel 50:10 temono il Signore e ascoltano la voce del suo Servo. Siamo invitati a “considerare la roccia da cui foste tagliati, la buca della cava da cui foste cavati” (v.1). Cosa significa? Leggiamo il secondo versetto: “Considerate Abraamo vostro padre e Sara che vi partorì; poiché io lo chiamai quando egli era solo, lo benedissi e lo moltiplicai”. Qui il Signore ricorda il miracolo che fece nascere la vita dal grembo sterile. Quando Dio ha chiamato Abramo per diventare il padre di moltitudini di popoli e fonte di benedizione, ha scelto la persona meno adatta. In Romani 4:19-21 Paolo lo narra in questo modo:

Senza venir meno nella fede, egli vide che il suo corpo era svigorito (aveva quasi cent’anni) e che Sara non era più in grado di essere madre; però, davanti alla promessa di Dio non vacillò per incredulità, ma fu fortificato nella fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto egli ha promesso, è anche in grado di compierlo.

Come fu in Genesi 1 (“Dio disse, ‘Sia luce’, e luce fu”) così anche nel caso di Abraamo e Sara: alla coppia incapace di fare figli Dio disse “Siano figli”, e figli furono! Dove c’era solo impossibilità Dio ha creato possibilità; dove c’era solo sterilità Dio ha creato fecondità; dove c’era solo morte Dio ha creato vita, facendo tutto tramite il potere e l’efficacia della sua parola.

Dunque, il Signore dice qui in Isaia, ricordatevi dei vostri genitori, Abraamo e Sara, che potevano far figli, eppure eccovi, figli di Abraamo e Sara! Non dimentichiamoci: noi che non siamo figli di Abraamo di nascita lo siamo per promessa che vale ancora di più:

Perciò l’eredità è per fede, affinché sia per grazia, in modo che la promessa sia sicura per tutta la discendenza: non soltanto per quella che è sotto la legge, ma anche per quella che discende dalla fede di Abraamo. Egli è padre di noi tutti (com’è scritto: «Io ti ho costituito padre di molte nazioni») davanti a colui nel quale credette, Dio, che fa rivivere i morti e chiama all’esistenza le cose che non sono. (Romani 4:16-17)

Se siamo in Cristo, siamo vera discendenza di Abraamo, figli del miracolo, ed eredi della promessa. Quindi, ci è concesso di applicare a noi queste parole di Isaia, perché siamo, in tutti i sensi, figli veri e propri di Abraamo e di Sara. Il significato di questo per noi è incalcolabile: lo stesso Dio che ha chiamato figli dal grembo fisicamente sterile di Sara è capace di chiamare fede dal nostro cuore che è spiritualmente sterile. Ciò che Paolo afferma circa Abraamo e la nascita di Isacco in Romani 4 vale anche in questo senso. Quando vediamo che il nostro cuore è svigorito e non siamo in grado di far nascere alla vita spirituale, davanti alla promessa di Dio non dobbiamo vacillare per incredulità ma essere fortificati nella fede e dare gloria a Dio, pienamenti convinti che quanto egli ha promesso, è anche in grado di compierlo! In Cristo abbiamo motivo per “sperare contro speranza”, perché il Dio di nostro padre Abraamo è il Dio “che fa rivivere i morti e chiama all’esistenza le cose che non sono”.

4) La Salvezza Sta Per Apparire (51:4-16)

I rimanenti versetti in questo brano costituiscono questa promessa sicura di Dio e questa parola del Servo Gesù che da sole sono efficaci per creare e perfezionare in noi la fede che rimane salda anche attraversando la valle dell’ombra della morte. Se vogliamo questa fede, dobbiamo solo ascoltare e riascoltare queste parole e accettarle con la semplice fiducia di un bambino. Per chiudere questo messaggio, non voglio fare altro che leggerle senza fare commenti conclusivi, proprio per lasciare che l’ultima parola che udite oggi è l’infallibile e l’invincibile parola di Dio.

Prestami attenzione, popolo mio! Porgimi orecchio, mia nazione! Poiché la legge procederà da me e io porrò il mio diritto come luce dei popoli. La mia giustizia è vicina, la mia salvezza sta per apparire, le mie braccia giudicheranno i popoli; le isole spereranno in me, confideranno nel mio braccio. Alzate i vostri occhi al cielo e abbassateli sulla terra! I cieli infatti si dilegueranno come fumo, la terra invecchierà come un vestito; anche i suoi abitanti moriranno; ma la mia salvezza durerà in eterno, la mia giustizia non verrà mai meno. Ascoltatemi, voi che conoscete la giustizia, popolo che hai nel cuore la mia legge! Non temete gli insulti degli uomini, né siate sgomenti per i loro oltraggi. Infatti la tignola li divorerà come un vestito, la tarma li roderà come la lana; ma la mia giustizia rimarrà in eterno, la mia salvezza per ogni epoca».

Risvègliati, risvègliati, rivèstiti di forza, braccio del Signore! Risvègliati come nei giorni di una volta, come nelle antiche età! Non sei tu che facesti a pezzi Raab, che trafiggesti il dragone? 10 Non sei tu che prosciugasti il mare, le acque del grande abisso, che facesti delle profondità del mare una via per il passaggio dei redenti? 11 I riscattati del Signore torneranno, verranno con canti di gioia a Sion; letizia eterna coronerà il loro capo, otterranno felicità e gioia; il dolore e il gemito fuggiranno.

12 «Io, io sono colui che vi consola; chi sei tu che temi l’uomo che deve morire, il figlio dell’uomo che passerà come l’erba? 13 Hai dimenticato il Signore che ti ha fatto, che ha disteso i cieli e fondato la terra? Tu tremi continuamente, tutto il giorno, davanti al furore dell’oppressore, quando si prepara a distruggere. Ma dov’è il furore dell’oppressore? 14 Colui che è curvo nei ceppi sarà presto liberato: non morirà nella fossa, non gli mancherà il pane. 15 Io infatti sono il Signore, il tuo Dio; io sollevo il mare e ne faccio muggire le onde. Il mio nome è il Signore degli eserciti. 16 Io ho messo le mie parole nella tua bocca e ti ho coperto con l’ombra della mia mano per spiegare nuovi cieli e fondare una nuova terra, per dire a Sion: “Tu sei il mio popolo”».

Amen!

Deuteronomio 34:1 – Giosuè 1:9: Oh Qual Fondamento!

1) La Morte di Mosè (Deuteronomio 34:1-9)

34:1 Poi Mosè salì dalle pianure di Moab sul monte Nebo, in vetta al Pisga, che è di fronte a Gerico. E il Signore gli fece vedere tutto il paese: Galaad fino a Dan, tutto Neftali, il paese di Efraim e di Manasse, tutto il paese di Giuda fino al mare occidentale, la regione meridionale, il bacino del Giordano e la valle di Gerico, città delle palme, fino a Soar. Il Signore gli disse: «Questo è il paese riguardo al quale io feci ad Abraamo, a Isacco e a Giacobbe, questo giuramento: “Io lo darò ai tuoi discendenti”. Te l’ho fatto vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai». Mosè, servo del Signore, morì là nel paese di Moab, come il Signore aveva comandato. E il Signore lo seppellì nella valle, nel paese di Moab, di fronte a Bet-Peor; e nessuno fino a oggi ha mai saputo dov’è la sua tomba. Mosè aveva centovent’anni quando morì; la vista non gli si era indebolita e il vigore non gli era venuto meno. I figli d’Israele lo piansero nelle pianure di Moab per trenta giorni; si compirono così i giorni del pianto per il lutto per Mosè. Giosuè, figlio di Nun, fu pieno dello Spirito di sapienza, perché Mosè aveva imposto le mani sul suo capo; e i figli d’Israele gli ubbidirono e fecero quello che il Signore aveva comandato a Mosè. 

Come il libro di Genesi finisce con la morte di Giacobbe e Giuseppe, così il libro di Deuteronomio (e con esso la Torah, cioè il Pentateuco) finisce con la morte di Mosè, il personaggio che domina la prima parte della Bibbia, dall’Esodo al Deuteronomio. La scena di quest’ultimo capitolo è triste e commovente. Mosè, l’uomo di cui Dio si servì per liberare Israele dalla schiavitù, guidarlo attraverso il mare e il deserto, stabilire con esso il patto, trasmettere la sua legge, e portare il popolo al confine della terra promessa, muore prima di poterci entrare. In un certo senso, tutta la sua vita culmina in questo momento, quando Dio sta per mantenere la sua antica promessa di un paese fatta ai patriarchi; ma ora gli è concesso solo di vedere la terra promessa da lontano. Mosè deve morire prima, dall’altra parte del fiume Giordano, a causa della sua disubbidienza al comandamento di Dio di far sgorgare l’acqua dalla roccia parlando anziché percuotendola.

La morte di Mosè costituisce una crisi per il popolo d’Israele. La generazione che sta per entrare nel paese di Canaan per prenderne possesso non conosce altra guida umana, ed è per questo totalmente spaesata. La gravità del lutto è segnata da trenta giorni di pianto che tutto il popolo fa nella pianura di Moab. Certo, prima di morire Mosè aveva imposto le mani su Giosuè, suo compagno e collaboratore, per nominarlo il suo successore. Al tempo stesso (e come rimarca il testo nel v.10), “non c’è mai più stato in Israele un profeta simile a Mosè, con il quale il Signore abbia trattato faccia a faccia.” Ciò significa che Giosuè, per quanto capace di guidare il popolo, non potrà mai essere pari a Mosè.

In gioco dunque è il futuro d’Israele e l’adempimento della promessa di Dio. L’interrogativo che la morte di Mosè pone al popolo è questo: sarà possibile senza Mosè prendere possesso del paese di Canaan e mantenere comunione con il Signore? Se Mosè fu il grande liberatore dall’Egitto e l’indispensabile mediatore tra Israele e il Signore, quale speranza c’è che il suo ministero possa continuare tramite un altro? Durante questi trenta giorni di pianto, Israele affronta un futuro incerto e un tempo instabile.

2) La Vocazione di Giosuè (Giosuè 1:1-5)

1:1 Dopo la morte di Mosè, servo del Signore, il Signore parlò a Giosuè, figlio di Nun, servo di Mosè, e gli disse: «Mosè, mio servo, è morto. Àlzati dunque, attraversa questo Giordano, tu con tutto questo popolo, per entrare nel paese che io do ai figli d’Israele. Ogni luogo che la pianta del vostro piede calcherà, io ve lo do, come ho detto a Mosè, dal deserto e dal Libano che vedi là sino al gran fiume, il fiume Eufrate, tutto il paese degli Ittiti sino al mar Grande, verso occidente: quello sarà il vostro territorio. Nessuno potrà resistere di fronte a te tutti i giorni della tua vita; come sono stato con Mosè, così sarò con te; io non ti lascerò e non ti abbandonerò. 

Il primo capitolo del libro successivo, Giosuè, risponde a questo interrogativo. È il Signore a cominciare a parlare a Giosuè, promettendogli che nonostante la morte di Mosè, Israele riuscirà a prendere possesso della terra promessa. Lungi dal mettere in dubbio la promessa del Signore, la morte di Mosè, pur essendo tragica, non impedirà che Dio manterrà la sua parola. Egli sarà con Giosuè com’è stato con Mosè, ed è ciò che garantisce la continuità del suo patto con Israele. Nel proposito di Dio, la morte di un grande servo non costituisce un ostacolo, perché è sempre Dio stesso che “vigila sulla sua parola per mandarla a effetto” (Geremia 1:12).

3) La Costanza della Parola di Dio (Giosuè 1:6-9)

Sii forte e coraggioso, perché tu metterai questo popolo in possesso del paese che giurai ai loro padri di dar loro. Solo sii molto forte e coraggioso; abbi cura di mettere in pratica tutta la legge che Mosè, mio servo, ti ha data; non te ne sviare né a destra né a sinistra, affinché tu prosperi dovunque andrai. Questo libro della legge non si allontani mai dalla tua bocca, ma meditalo, giorno e notte; abbi cura di mettere in pratica tutto ciò che vi è scritto; poiché allora riuscirai in tutte le tue imprese, allora prospererai. Non te l’ho io comandato? Sii forte e coraggioso; non ti spaventare e non ti sgomentare, perché il Signore, il tuo Dio, sarà con te dovunque andrai».

Questa promessa di Dio a Giosuè e a tutto il popolo prende forma concreta nei versetti successivi. Tre volte nei vv.6-9 il Signore esorta Giosuè dicendo: “Sii forte e coraggioso”. Anche se Mosè è morto, “sii forte e coraggioso”. Anche se il futuro sembra incerto, “sii forte e coraggioso”. Anche se il paese che dovete entrare è pieno di popoli formidabili e giganti potenti, “sii forte e coraggioso”.

Poi (e questo è importante), vediamo come Dio annette a quest’esortazione i motivi per cui Giosuè e il popolo devono essere forti e coraggiosi:

  • “Sii forte e coraggioso, perché tu metterai questo popolo in possesso del paese” (v.6).
  • “Sii forte e coraggioso; abbi cura di mettere in pratica … questo libro della legge” (v.7-8).
  • “Sii forte e coraggioso;… perché il Signore, il tuo Dio, sarà con te” (v.9)

Confrontare queste frasi fa emergere il parallelismo tra il comandamento che Dio ribadisce nel presente (vv.6, 9) e il comandamento dato per mezzo di Mosè e scritto nel libro della legge (vv.7-8). In altre parole, la parola di Dio che Giosuè ode direttamente dal Signore è, dal Signore stesso, fatta equivalere alla parola di Dio che Mosè aveva udito e scritto nel libro della legge.

L’importanza di quest’osservazione non può essere sopravalutata. La certezza della promessa di Dio e il coraggio del popolo che deriva da essa si fondano non solo sulla parola che si ode quando Dio parla “ad alta voce” ma ugualmente sulla parola che si legge nel libro che egli ha scritto per mano dei suoi servi come Mosè. Questo contrasta l’idea, molto comune, che la Bibbia — il libro completo della parola di Dio scritta — è un libro come qualsiasi altro: inerte finché non viene letto e interpretato dal lettore. La realtà però è ben diversa: nella Bibbia si ode la voce di Dio tanto quanto se Dio parlasse direttamente a noi ad alta voce. Parlando a Giosuè il Signore dice che in effetti sono la stessa cosa: sentire la sua voce in modo udibile o sentire la sua voce in forma scritta nel libro ispirato. Non dobbiamo mai pensare di essere svantaggiati rispetto a coloro che hanno udito la voce di Dio con le proprie orecchie, proprio come Giosuè non doveva ritenersi svantaggiato di non udire la voce di Dio come Mosè. In realtà, leggere “il libro della legge” significa “udire la voce di Dio”.

Un chiaro esempio di questo nel Nuovo Testamento è Ebrei 3:7-8; 4:7:

Perciò, come dice lo Spirito Santo: «Oggi, se udite la sua vocenon indurite i vostri cuori come nel giorno della ribellione, come nel giorno della tentazione nel deserto,… Dio stabilisce di nuovo un giorno – oggi – dicendo per mezzo di Davide, dopo tanto tempo, come si è detto prima: «Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori!»

Qui il testo cita dal Salmo 95 — un salmo scritto centinaia di anni prima — ma premettendo “come dice lo Spirito Santo”. Notiamo bene: non come disse lo Spirito Santo, ma come dice lo Spirito Santo. L’autore di questa lettera  vuol dire che lo stesso Spirito che ispirò la composizione di queste parole è lo stesso Spirito che continua a parlare mediante queste parole ogni volta che vengono lette. Perciò nel 4:7 l’autore enfatizza che oggi, mentre leggiamo questo salmo, Dio ci sta dicendo: “Oggi, se udite la mia voce”! Questa è la domanda principale di cui dobbiamo occuparci nei confronti della Bibbia: udiamo la voce di Dio quando la leggiamo?

Tutto ciò ci riporta al problema di Deuteronomio 34. Senza Mosè, come farà il popolo a prendere possesso del paese di Canaan? Come può essere certo che Dio manterrà la sua promessa? Come può rimanere in comunione con il Signore? Come può essere forte e coraggioso davanti a nemici e ostacoli apparentemente imbattibili? La risposta è questa: meditando il libro del Signore giorno e notte e mettendolo in pratica. L’immutabilità delle parole incise da Dio nelle tavole di pietra su Sinai simboleggia l’immutabilità della promessa di Dio di cui otteniamo certezza nelle sacre Scritture. Gli esseri umani vengono e se ne vanno, si alzano e cadono, ci infondono speranza ma poi ci deludono, ma la parola di Dio scritta rimane efficace per sempre. Mai dobbiamo confidare nell’uomo ma solo nella parola di Dio, come in 1 Pietro 1:24-25:

Ogni carne è come l’erba, e ogni sua gloria come il fiore dell’erba. L’erba diventa secca e il fiore cade, ma la parola del Signore rimane in eterno.

4) Un Profeta Simile a Mosè (Deuteronomio 34:10-12)

10 Non c’è mai più stato in Israele un profeta simile a Mosè, con il quale il Signore abbia trattato faccia a faccia. 11 Nessuno è stato simile a lui in tutti quei segni e miracoli che il Signore lo mandò a fare nel paese d’Egitto contro il faraone, contro tutti i suoi servi e contro tutto il suo paese; 12 né simile a lui in quegli atti potenti e in tutte quelle grandi cose tremende che Mosè fece davanti agli occhi di tutto Israele.

L’ultima parola da dire su questi capitoli è quella che tutto l’Antico Testamento testimonia. Il “libro della legge” è, come detto più volte, la parola di Dio, ma solo in senso derivato. È la parola di Dio in quanto testimone ispirato dell’unica Parola di Dio vera e propria, Gesù Cristo. Notiamo come la chiusura di Deuteronomio, e così dell’intera Torah, ci proietta verso il futuro. Gli ultimi versetti, riflettendo sul ministero di Mosè, conclude che “non c’è mai più stato in Israele un profeta simile a Mosè”. Mai più uno “con il quale il Signore abbia trattato faccia a faccia”. Mai più uno “simile a lui in tutti quei segni e miracoli … contro il faraone”. Mai più uno “simile a luie in quegli atti potenti e in tutte quelle grandi cose tremende”. Il redattore, che aggiunse questi commenti, non volle solo asserire che prima di Mosè non c’era mai stato uno come lui, ma che neanche dopo di lui “c’è mai stato un profeta simile”. Chiaramente, questi commenti hanno lo scopo di infondere speranze per la venuta di un altro simile a Mosè, o magari anche superiore a lui.

Tornando alla lettera agli Ebrei, questo è esattamente la buona notizia che leggiamo:

3:1 Perciò, fratelli santi, che siete partecipi della celeste vocazione, considerate Gesù, l’apostolo e il sommo sacerdote della fede che professiamo, il quale è fedele a colui che lo ha costituito, come anche lo fu Mosè, in tutta la casa di Dio. Gesù, anzi, è stato ritenuto degno di una gloria tanto più grande di quella di Mosè quanto chi costruisce una casa ha maggior onore della casa stessa. Certo ogni casa è costruita da qualcuno, ma chi ha costruito tutte le cose è Dio. Mosè fu fedele in tutta la casa di Dio come servitore per rendere testimonianza di ciò che doveva essere annunciato, ma Cristo lo è come Figlio, sopra la sua casa; e la sua casa siamo noi se manteniamo ferma la nostra franchezza e la speranza di cui ci vantiamo.

Mosè era stato un grande profeta e servo di Dio, ma per quanto grande, Gesù lo è molto di più. Infatti, il paragone tra questi due è simile si assomiglia alla differenza tra la casa e il costruttore. Mosè fu un grande servo nella casa di Dio, ma Gesù l’ha costruita! Mosè fu un servo nella casa di Dio, ma Gesù è il Figlio che governa la casa di Dio. Se la parola di Dio fu trasmessa al popolo per mezzo di Mosè, essa gli viene incontro personalmente in Gesù. Gesù è infatti l’apostolo e il sommo sacerdote per eccellenza, non solo perché lui è se stesso la parola di Dio incarnata, ma anche perché quando è morto non è rimasto seppellito laddove nessuno poteva trovarlo come Mosè. Tre giorni dopo la sua morte, Gesù è uscito dalla tomba. Essa è stata trovata vuota, e lui si è fatto vedere in carne incorruttibile, mai più per gustare la morte.

Perciò Gesù continua sempre come l’apostolo e il sommo sacerdote. Egli è la Parola che rimane in eterno mentre ogni altra cosa appasisce come l’erba del campo. Seguendo lui, non ci troviamo mai senza guida o capo, spaesati in una terra straniera con un futuro incerto. Restiamo certi nella speranza che ci condurrà sani e salvi nella terra promessa del suo regno nonostante gli ostacoli o i nemici che affronteremo. E quando meditiamo giorno e notte le Scritture e le mettiamo in pratica, troviamo quella forza e quel coraggio di cui abbiamo bisogno per vivere come “più che vincitori”! Oh qual fondamento abbiamo in Gesù e la sua parola!

Apocalisse 21:1-22:7: Il Meglio Deve Ancora Venire

1) Le Nozze dell’Agnello (21:1-4)

Poi vidi un nuovo cielo e una nuova terra, poiché il primo cielo e la prima terra erano scomparsi, e il mare non c’era più. E vidi la santa città, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo da presso Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii una gran voce dal trono, che diceva: «Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro, essi saranno suoi popoli e Dio stesso sarà con loro {e sarà il loro Dio}. Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore, perché le cose di prima sono passate».

Recentemente ho parlato con una signora che esprimeva le sue preoccupazioni per come il mondo sembra star sempre peggiorando. Le ho risposto che io, dall’altro canto, non ho preoccupazioni particolari perché so la fine della storia e chi tiene tutto nelle sue mani. Ho aggiunto, inoltre, che questa certezza di un futuro migliore, di una bella e lieta fine di questa storia, si trova solo nelle promesse di Dio riportate nella Bibbia. Che grande tesoro abbiamo infatti in questo libro, di cui pochi si avvalgono! Gesù disse degli uomini in generale che “verranno meno per la paurosa attesa di quello che starà per accadere al mondo” ma ai suoi discepoli disse: “quando queste cose cominceranno ad avvenire, rialzatevi, levate il capo, perché la vostra liberazione si avvicina” (Luca 21:26, 28). Perché mentre tutti vengono meno per paura i discepoli di Gesù levano il capo? Perché sanno, grazie alla parola di Dio, che Dio li libererà da ogni male e li condurrà nel suo regno eterno.

A) La santà città (vv.1-2)

Gli ultimi due capitolo del libro di Apocalisse sono particolarmente chiari nel farci capire il futuro che Dio tiene in serbo per noi e dunque sono altrettanto adatti per fortificare la nostra fede e la nostra speranza in questi tempi difficili. La prima cosa che ci colpisce nella visione che Giovanni ci riferisce nei primi due versetti del capitolo 21 è di “un nuovo cielo e una nuova terra” dove “la santa città, la nuova Gerusalemme” scende dal cielo. Notiamo bene: il popolo di Dio che non sale in cielo mentre la terra viene scartata; esso eredita una nuova terra dove la santa città, la dimora di Dio, scende dal cielo per riempirla tutta. La speranza cristiana è terrestre, promette non lo scampo dal mondo ma la guarigione e il perfezionamento del mondo. Dio ama il mondo che ha creato in Genesi, e qui in Apocalisse scopriamo che Dio l’ama troppo da lasciarlo rovinare dal male.

Qui il nostro modello è Gesù stesso. In 1 Corinzi 15:23 Paolo chiama Cristo “la primizia” della risurrezione, come anche Adamo fu la primizia del mondo soggetto al male e alla morte. Come Gesù è passato attraverso la morte e poi, dopo averla vinta, è risuscitato in potere e gloria in un corpo eterno e incorruttibile, così anche tutti che credono in lui, e così anche tutto il creato che ora “geme ed è in travaglio” (Romani 8:22). Il momento descritto da Giovanni in questi versetti è proprio quello in cui al popolo di Dio e al creato intero è dato di partecipare pienamente alla risurrezione di Gesù.

B) Il tabernacolo di Dio (vv.3-4)

Come appena accennato, la principale benedizione di questa nuova terra è che essa diventa “il tabernacolo di Dio” dove la presenza di Dio — non invisibile ma palpabile — abita in mezzo al suo popolo. In questa nuova terra, non cammineremo più, come Paolo dice in 2 Corinzi 5:7, “per fede e non per visione”, perché lì vedremo Dio con i nostri occhi glorificati! Senza dubbio la benedizione della nuova terra consiste anche nel fatto che “ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore, perché le cose di prima sono passate”, ma tutto questo avverrà solo perché finalmente Dio “abiterà con loro, essi saranno suoi popoli e Dio stesso sarà con loro {e sarà il loro Dio}”. Non ci sarà più pianto perché Dio “asciugherà ogni lacrima dai loro occhi”. Senza la presenza di Dio, il “paradiso” sarebbe in realtà l’inferno. Tra tutte le benedizioni che Dio ci può dare, non ce n’è una più grande che la benedizione di se stesso.

2) Ogni Cosa Compiuta (21:5-8)

E colui che siede sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose». Poi [mi] disse: «Scrivi, perché queste parole sono fedeli e veritiere», e aggiunse: «Ogni cosa è compiuta. Io sono l’alfa e l’omega, il principio e la fine. A chi ha sete io darò gratuitamente della fonte dell’acqua della vita. Chi vince erediterà queste cose, io gli sarò Dio ed egli mi sarà figlio. Ma per i codardi, gli increduli, gli abominevoli, gli omicidi, i fornicatori, gli stregoni, gli idolatri e tutti i bugiardi, la loro parte sarà nello stagno ardente di fuoco e di zolfo, che è la morte seconda».

Ora, molti sentono queste cose e ribattono: “Sono tante belle parole, ma sono troppo belle da essere vere”. Per questo motivo Giovanni riporta di aver udito la voce di Dio che parla dal suo trono affermando che “queste parole sono fedeli e veritiere”. In Cristo Dio fa “nuove tutte le cose”, e dal momento in cui sulla croce Gesù dichiarò “È compiuto!” non possiamo che ribadire sempre “Ogni cosa è compiuta!”.

Ne siamo certi perché colui che dice queste parole non può mentire, e perché egli è “l’alfa e l’omega, il principio e la fine”. Quando Dio fa una promessa riguardo al futuro, può farla come se fosse già adempiuta al passato, perché egli è sia il principio che la fine! E la sua promessa è stupenda: “io faccio nuove tutte le cose”. Non tante cose, nemmo la maggior parte delle cose, ma tutte le cose Dio fa nuove. In quel giorno nessuna lacrima sarà caduta invano, nessuna sofferenzà sarà stata inutile, nessuna buona opera fatta nel nome di Gesù sarà passata inosservata. In quel giorno nessun male esisterà più, nessun dolore ci affliggerà più, nessuno spavento ci farà temere più.

La tentazione che affrontiamo nel frattempo è quella di venir meno nella nostra fede in questa promessa. Ecco perché Dio ci esorta a perseverare fino alla fine: “Chi vince erediterà queste cose”. Ovviamente la nostra perseveranza non merita queste cose, perché Dio ci dà “gratuitamente della fonte dell’acqua della vita”. Ma se abbiamo assaggiato quest’acqua che ci dà la vita eterna e che solo Dio ci può dare, non abbiamo nessun motivo per cercare una altra fonte. Non dobbiamo essere dunque come quelli — “i codardi, gli increduli, gli abominevoli”, ecc. — che cercano l’acqua della vita nella fogna, quando abbiamo libero e gratuito accesso all’acqua davvero dissetante in Cristo!

3) La Fine Sarà Solo l’Inizio (21:9-22:7)

Poi venne uno dei sette angeli che avevano le sette coppe piene degli ultimi sette flagelli, e mi parlò, dicendo: «Vieni e ti mostrerò la sposa, la moglie dell’Agnello». 10 Egli mi trasportò in spirito su una grande e alta montagna, e mi mostrò la santa città, Gerusalemme, che scendeva dal cielo da presso Dio, 11 con la gloria di Dio. Il suo splendore era simile a quello di una pietra preziosissima, come una pietra di diaspro cristallino. 12 Aveva delle mura grandi e alte; aveva dodici porte e alle porte dodici angeli. Sulle porte erano scritti dei nomi, che sono quelli delle dodici tribù dei figli d’Israele. 13 Tre porte erano a oriente, tre a settentrione, tre a mezzogiorno e tre a occidente. 14 Le mura della città avevano dodici fondamenti, e su quelli stavano i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello.

15 E colui che mi parlava aveva come misura una canna d’oro, per misurare la città, le sue porte e le sue mura. 16 E la città era quadrata, e la sua lunghezza era uguale alla larghezza; egli misurò la città con la canna, ed era dodicimila stadi; la lunghezza, la larghezza e l’altezza erano uguali. 17 Ne misurò anche le mura ed erano di centoquarantaquattro cubiti, a misura d’uomo, adoperata dall’angelo.

18 Le mura erano costruite con diaspro e la città era d’oro puro, simile a terso cristallo. 19 I fondamenti delle mura della città erano adorni d’ogni specie di pietre preziose. Il primo fondamento era di diaspro; il secondo, di zaffiro; il terzo, di calcedonio; il quarto, di smeraldo; 20 il quinto, di sardonico; il sesto, di sardio; il settimo, di crisòlito; l’ottavo, di berillo; il nono, di topazio; il decimo, di crisopazio; l’undicesimo, di giacinto; il dodicesimo, di ametista. 21 Le dodici porte erano dodici perle e ciascuna era fatta da una perla sola. La piazza della città era d’oro puro, simile a cristallo trasparente.

22 Nella città non vidi alcun tempio, perché il Signore, Dio onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio. 23 La città non ha bisogno di sole, né di luna che la illuminino, perché la gloria di Dio la illumina, e l’Agnello è la sua lampada. 24 Le nazioni cammineranno alla sua luce e i re della terra vi porteranno la loro gloria. 25 Di giorno le sue porte non saranno mai chiuse (la notte non vi sarà più); 26 e in lei si porterà la gloria e l’onore delle nazioni. 27 E nulla di impuro, né chi commetta abominazioni o falsità, vi entrerà; ma soltanto quelli che sono scritti nel libro della vita dell’Agnello.

22:1 Poi mi mostrò il fiume dell’acqua della vita, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. In mezzo alla piazza della città e sulle due rive del fiume stava l’albero della vita. Esso dà dodici raccolti all’anno, porta il suo frutto ogni mese e le foglie dell’albero sono per la guarigione delle nazioni. Non ci sarà più nulla di maledetto. Nella città vi sarà il trono di Dio e dell’Agnello; i suoi servi lo serviranno, vedranno la sua faccia e porteranno il suo nome scritto sulla fronte. Non ci sarà più notte; non avranno bisogno di luce di lampada, né di luce del sole, perché il Signore Dio li illuminerà e regneranno nei secoli dei secoli.

Poi mi disse: «Queste parole sono fedeli e veritiere; e il Signore, il Dio degli spiriti dei profeti, ha mandato il suo angelo per mostrare ai suoi servi ciò che deve accadere tra poco». «Ecco, io vengo presto. Beato chi custodisce le parole della profezia di questo libro».

Ci risulta difficile, però, immaginare come sarà questa nuova creazione. È comprensibile, perché siamo talmente condizionati dalle nostre esperienze in questo mondo decaduto che non siamo neanche in grado di immaginarla. Paolo infatti, citando l’Antico Testamento, afferma in 1 Corinzi 2:9:

Le cose che occhio non vide, e che orecchio non udì, e che mai salirono nel cuore dell’uomo sono quelle che Dio ha preparate per coloro che lo amano.

Abbiamo un assaggio di queste cose grazie al dono dello Spirito Santo e la nostra comunione con Cristo per mezzo di lui, ma finché persiste il male non possiamo avere la più minima idea della gloria che Dio ha preparato per noi. Nonostante ciò, questi due ultimi capitoli di Apocalisse servono per stuzzicare la nostra immaginazione.

1) Il giardino ripristinato

Il primo modo in cui ci stuzzicano l’immaginazione è nel farci vedere come la bellezza del giardino d’Eden viene ripristinata nella nuova terra. Ricordiamoci di come Genesi 2:8-12 descrive il giardino:

Dio il Signore piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi pose l’uomo che aveva formato. Dio il Signore fece spuntare dal suolo ogni sorta di alberi piacevoli a vedersi e buoni per nutrirsi, tra i quali l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male. Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, e di là si divideva in quattro bracci. Il nome del primo è Pison, ed è quello che circonda tutto il paese di Avila, dove c’è l’oro; e l’oro di quel paese è puro; qui si trovano pure il bdellio e l’ònice.

Risultano familiari alcuni dettagli? Giovanni dice che la nuova Gerusalemme “era d’oro puro” e che “i fondamenti delle mura della città erano adorni d’ogni specie di pietre preziose” (21:18-19), come nel paese di Avila che in Genesi 2 è irrigato dal fiume proveniente da Eden. A proposito del fiume, Giovanni vede nella nuova Gerusalemme “il fiume dell’acqua della vita, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello” in mezzo alla santa città (22:1). In più, Giovanni vede “in mezzo alla piazza della città e sulle due rive del fiume stava l’albero della vita” (22:2). Ricordiamo come dopo il peccato di Adamo e di Eva in Genesi 3:24, Dio chiuse e bloccò “la via dell’albero della vita” per impedirgli di mangiarne. Nella nuova Gerusalemme, invece, quella via è riaperta è il suo frutto serve “per la guarigione delle nazioni” (22:2)

Il significato della visione è “limpido come cristallo”: nella nuova terra si ripristinerà la bellezza, la gloria e la vita del giardino d’Eden prima del peccato. Finalmente riusciremo a goderci il disegno di Dio originario per il suo creato!

2) Il primo superato

Il messaggio di questi capitoli, però, è ben più grande di quanto detto finora. Nella sua visione della nuova creazione, Giovanni non vede tanto un ritorno allo stato puro dell’Eden quanto qualcosa che lo supera di gran lunga. In poche parole, il meglio deve ancora venire.

Consideriamo, per esempio, il fatto che la nuova terra appaia come una città, non come un giardino. Secondo Genesi 2, il giardino d’Eden era ancora da coltivare e sviluppare. Qui invece appare la santa città, già costruita e “pronta come una sposa per il suo sposo”. Quindi, il nuovo creato non sarà un semplice “ricominciare da capo”. Qui la città è molto più avanti rispetto al giardino, e questo indica come il nuovo creato sorpasserà di molto il primo.

Consideriamo anche l’osservazione di Giovanni che nella nuova Gerusalemme “non ci sarà più notte … né di luce del sole, perché il Signore Dio li illuminerà e regneranno nei secoli dei secoli”. Per uno come me che patisce molto il sole, quest’idea è particolarmente bella! A parte gli scherzi, il significato di questo è importante. In Genesi 1, Dio creò la luce e il sole per contrastare le tenebre e la notte, simboli di tutto ciò che si oppone a Dio. Notiamo anche come Giovanni afferma che “nulla d’impuro” e “nulla di maledetta” entrerà nella santa città (21:27; 22:3), eliminando così la possibilità che un serpente come quello di Genesi 3 ci si insinui di nuovo per rovinarla. No, dal momento in cui la nuova Gerusalemme scende dal cielo da presso Dio, non ci sarà più neanche il rischio che succeda un’altra caduta, non ci sarà più lo spettro dell’ombra della morte, non ci sarà più la più minima minaccia della maledizione. Anche in questo il nuovo creato supererà il primo in quanto nel primo esistevano le tenebre e la notte e la vulnerabilità al male.

Se la nuova terra fosse solo un ritorno all’Eden prima del peccato, tutta la storia — con tutti i suoi dolori e tutte le sue sofferenze — sarebbe ricordata come una grande sfortuna, un terribile spreco, un imprevisto da dimenticare. Ma Giovanni ci dà una visione davvero incoraggiante perché, nel farci vedere come il nuovo creato sarà mille volte più bello dell’Eden, ci fa anche capire che la sua bellezza sarà misteriosamente dovuta a quella storia il cui centro è Gesù Cristo, Emanuele, Dio con noi. Forse la spiegazione più chiara di questo concetto è quella di Paolo in 2 Corinzi 4:16-17:

Perciò non ci scoraggiamo; ma, anche se il nostro uomo esteriore si va disfacendo, il nostro uomo interiore si rinnova di giorno in giorno. Perché la nostra momentanea, leggera afflizione ci produce un sempre più grande, smisurato peso eterno di gloria.

Amen!

Apocalisse 15-20: Il Giusto Giudizio di Dio

Lo scopo di questo sermone è di aiutarci a capire la panoramica degli ultimi capitoli di Apocalisse. È facile in questo libro perdersi nei tanti dettagli, simboli e minuzie e trascurare il messaggio principale che Giovanni, e per mezzo di lui Gesù, vogliono trasmetterci. Perciò, non ci soffermeremo molto sui vari capitoli, ma cercheremo invece di coglierne il significato principale al quale tutti i particolari mirano.

1) Si Compie l’Ira di Dio (Apocalisse 15)

Il primo versetto del capitolo 15 annuncia il momento culminante del libro quando, con i sette flagelli contenuti nelle sette coppe tenute da sette angeli, “si compie l’ira di Dio”. Apocalisse ha già descritto altri giudizi divini che sono piombati sulla terra con l’apertura dei sette sigilli e il suono delle sette trombe. Ma ora, con le sette coppe che verranno versate sul mondo, tutto giunge a compimento. Bisogna ricordare che queste immagini — i sigilli, le trombe, e le coppe — sono simboliche ma si riferiscono a giudizi tremendamente veri e reali. Se il modo di descriverli è simbolico, non lo sono i terribili flagelli di cui Apocalisse ci avverte.

Il resto del capitolo 15 serve per darci la corretta prospettiva su quanto sta per accadere con il versamento delle sette coppe. Onde evitare incomprensioni circa la giustizia di questi flagelli (data la loro severità), Giovanni riferisce due visioni che ne rivelano la vera natura. Nei vv. 2-4, Giovanni vede la moltitudine di tutti i santi che lodano Dio proprio per i suoi giudizi. Notiamo bene il linguaggio:

Grandi e meravigliose sono le tue opere … giuste e veritiere sono le tue vie … tutte le nazioni verranno e adoreranno davanti a te, perché i tuoi giudizi sono stati manifestati”

Il messaggio è chiaro: per quanto sembrano terribili, tutti i giudizi di Dio (come tutte le sue opere e vie) sono grandi, meravigliosi, giusti, e veritieri, ed è a causa di essi che le nazioni verranno per adorare davanti a lui. Non siamo in grado di giudicare la giustizia dei giudizi di Dio; anzi, Giovanni ci invita a unirci a questo grande coro dei santi e lodare anche noi il Signore per quanto sta per compiere.

La secondo visione che Giovanni riferisce nei vv. 5-8 è l’apertura del tempio in cielo nel momento in cui i sette angeli ne vengono fuori per versare le “sette coppe d’oro piene dell’ira di Dio” (v.7). Il significato di questo è altrettanto chiaro: il fatto che i sette giudizi finali provengano dal tempio indica che essi sono santi, come anche il Dio che li compie è santo. Dobbiamo pensarli dunque come Dio ci dice di pensarli e non come li vogliamo pensare noi.

2) Giusti Sono I Suoi Giudizi (Apocalisse 16)

Questi due punti — che i giudizi sono giusti e santi e che mirano a portare l’umanità al ravvedimento — sono avvalorati nel capitolo 16 che narra il versamento delle sette coppe dell’ira di Dio. I sette flagelli inflitti dalle sette coppe sono tremendi e spaventosi sia nella loro severità sia nella loro portata: ulcere maligne e dolorose, i mari, i fiumi e le sorgenti d’acqua divenuti sangue, il sole che brucia, dolori talmente forti che “gli uomini si mordevano la lingua”, spiriti malvagi che tormentano gli esseri umani. Tutta la terra subisce il giudizio di Dio; nessuno li scampa se non i santi sigillati e protetti da Dio stesso.

Importante notare ciò che viene proclamato nei vv.4-7 dopo la terza coppa:

Poi il terzo [angelo] versò la sua coppa nei fiumi e nelle sorgenti delle acque; e diventarono sangue. Udii l’angelo delle acque che diceva: «Sei giusto, tu che sei e che eri, tu, il Santo, per aver così giudicato. Essi infatti hanno versato il sangue dei santi e dei profeti, e tu hai dato loro sangue da bere; è quello che meritano». E udii l’altare che diceva: «Sì, o Signore, Dio onnipotente, veritieri e giusti sono i tuoi giudizi».

Sono veritieri e giusti i giudizi di Dio perché gli abitanti della terra, tutti che non sono sigillati da e appartengono a Dio, “hanno versato il sangue dei santo e dei profeti”. È giusto dunque che Dio abbia “dato loro sangue da bere; è quello che meritano”. Questi giudizi risultano giusti anche dalla reazione degli esseri umani; ripetutamente il testo dice che

“…bestemmiarono il nome di Dio che ha il potere su questi flagelli, e non si ravvidero per dargli gloria” (v.9)

“…bestemmiarono il Dio del cielo a causa dei loro dolori e delle loro ulcere, ma non si ravvidero dalle loro opere” (v.11)

“…gli uomini bestemmiarono Dio a causa della grandine, perché era un terribile flagello” (v.21)

Ogni giudizio dà agli esseri umani l’opportunità e lo stimolo per ravvedersi ed essere salvati, ma nonostante ciò continuano a fare le loro opere malvagie e non solo: bestemmiano il Dio che ancora gli concede il tempo necessario per ravvedersi. È più che chiaro, dunque, che questi giudizi, per quanto severi, sono giusti e rivelano il desiderio di Dio che tutti “siano salvati e vengano alla conoscenza della verità” (1 Timoteo 2:4). Quanto è pertinente questa visione ai tempi nostri! Le difficoltà e le sofferenze attuali dovrebbero far sì che ci si ravveda e si torni al Signore, ma anziché ravvedersi la maggior parte delle persone si lamentano, bestemmiano, e incolpano Dio!

3) La Grande Prostituta (Apocalisse 17)

Nel capitolo 17, Giovanni riferisce la sua visione seguente che ci fa vedere da più vicino l’oggetto di questi giudizio che compiono l’ira di Dio. L’angelo presenta a Giovanni “la grande prostituta” che è “la madre … delle abominazioni della terra” (vv. 1, 5). Questa prostituta è identificata come la città di Babilonia (v. 5), ma poi questa città è descritta come la Roma conosciuta da Giovanni (v-9). Considerando l’altissimo livello di simbolismo in Apocalisse, è bene che non interpretiamo questa figura letteralmente, altrimenti troveremo incoerenze tra le varie immagini.

Sembra complicato, ma in realtà non lo è se ci ricordiamo del ruolo di Babilonia e di Roma nella storia biblica. Relativo al popolo di Dio, la Babilonia ne fu il più grande avversario nell’Antico Testamento, e così lo fu anche Roma nel Nuovo. Il punto saliente, quindi, è che la prostituta — mescolando aspetti di entrambi questi poteri mondiali — rappresenta non solo gli individui che vengono giudicati nel capitolo 16, ma anche i governi, i regni e i sistemi del mondo, perché si oppongono a Dio e a colui che ha dichiarato il Signore, Gesù Cristo. Il Salmo 2:1-3 ben descrive questa situazione:

Perché questo tumulto fra le nazioni, e perché meditano i popoli cose vane? I re della terra si danno convegno e i prìncipi congiurano insieme contro il Signore e contro il suo Unto, dicendo: «Spezziamo i loro legami e liberiamoci dalle loro catene».

Questi governi, regni e sistemi del mondo (a cui tutti gli esseri umani appartengono e contribuiscono) sono animati dai poteri malvagi spirituali e invisibili e sono raffigurati dalla prostituta a causa delle seduzioni e gli incantesimi con i quali essi guadagnano e mantengono la lealtà dei propri sudditi. Il diavolo e i suoi servitori non inducono in tentazione facendo conoscere le orribili conseguenze del peccato; essi attraggono invece con le false promesse di felicità e di soddisfazione per solo dopo intrappolarci nel dolore e nella morte.

4) Caduta È Babilonia (Apocalisse 18)

Un’altra tentazione a questo punto sarebbe di crederci esenti dalla condanna della prostituta. Sono poche le persone che ammetterebbero di essere colpevoli dei suoi peccati. Ma nessuno s’inganni: ognuno è coinvolto nelle abominazioni della prostituta e merita i giudizi qui descritti. Leggiamo con attenzione (vv.1-3, 21-24):

Dopo queste cose vidi scendere dal cielo un altro angelo che aveva una grande autorità, e la terra fu illuminata dal suo splendore. Egli gridò con voce potente: «È caduta, è caduta Babilonia la grande! È diventata ricettacolo di demòni, covo di ogni spirito immondo, rifugio di ogni uccello impuro e abominevole. Perché tutte le nazioni hanno bevuto del vino della sua prostituzione furente, e i re della terra hanno fornicato con lei, e i mercanti della terra si sono arricchiti con gli eccessi del suo lusso»…

21 Poi un potente angelo sollevò una pietra grossa come una grande macina e la gettò nel mare, dicendo: «Così, con violenza, sarà precipitata Babilonia, la grande città, e non sarà più trovata. 22 In te non si udranno più le armonie degli arpisti, né dei musicisti, né dei flautisti, né dei suonatori di tromba; né sarà più trovato in te artefice di qualunque arte, e non si udrà più in te rumore di macina. 23 In te non brillerà più luce di lampada, e non si udrà più in te voce di sposo e di sposa; perché i tuoi mercanti erano i prìncipi della terra e perché tutte le nazioni sono state sedotte dalle tue magie. 24 In lei è stato trovato il sangue dei profeti e dei santi e di tutti quelli che sono stati uccisi sulla terra».

Si dichiara inequivocabilmente: “tutte le nazioni” — e tutti coloro che le compongono — “hanno bevuto del vino della sua prostituzione furente”. Chi sono questi? Gli assassini, i rapinatori, gli sfruttatori dei deboli? Sì, ma non solo: anche chi suona e ascolta la musica, chi fa oggetti artistici, chi macina il grano, chi accende la lampada in casa, chi si sposa, chi compra i beni venduti dai mercanti e che si schiera da parte dei principi e dei politici di questo mondo. Non solo, pertanto, chi commette dei gravi atti di malvagità merita questo giudizio; anche chi si fa i fatti suoi, contento di vivere la sua vita “senza far male a nessuno”. Anche questi è colpevole di aver creduto alla menzogna del diavolo e della bestia, che si può vivere felici e contenti senza che Dio sia tutto in tutti.

Per questo motivo, Giovanni sente “un’altra voce dal cielo che diceva: ‘Uscita da essa, o popolo mio, affinché non siate complici dei suoi peccati e non siate coinvolti nei suoi castighi'” (v. 4). La vita cristiana normale non dovrebbe mai apparire “normale” agli occhi del mondo, ma cospicuamente radicale. Il cristiano non dovrebbe mai sentirsi “a casa” nel mondo così com’è adesso, ma dovrebbe sempre vivere con una certa misura di tensione e di conflitto con il mondo in quanto ubbidisce al comandamento di 1 Giovanni 2:15-17:

15 Non amate il mondo né le cose che sono nel mondo. Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui. 16 Perché tutto ciò che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo. 17 E il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno.

Vivere una vita santa vuol dire letteralmente questo: vivere separati dal mondo, messi a parte per il servizio del vangelo nel mondo. Questo è un avvertimento molto importante per la chiesa che troppo spesso fa compromessi con il mondo e così compromette il suo messaggio e la sua vocazione.

5) La Sposa dell’Agnello (Apocalisse 19)

Il capitolo 19 di Apocalisse ci presenta poi un’altra figura femminile, la controparte della prostituta dei capitoli 17-18. Questa è la sposa dell’Agnello di Dio, di Gesù Cristo che a differenza della prostituta è vestita “di lino fino, risplendente e puro” (v.8). E come la prostituta era associata alla città peccatrice, così la sposa sarà associata, nei capitolo 21-22, alla nuova Gerusalemme, la città santa e dei santi che un giorno riempirà tutta la terra.

La visione di questo capitolo individua un’altra differenza importante: mentre la prostituta rappresenta coloro che si ritengono capaci di poter vivere delle loro proprie opere, di poter determinare il proprio destino, di poter trovare la felicità e la soddisfazione in ciò che non è Dio, la sposa rappresenta coloro che aspettano con speranza e pazienza il compimento delle promesse di Dio. La sposa è colei che mantiene fiducia che Dio interverrà a suo favore, giudicando “la grande prostituta che corrompeva la terra con la sua prostituzione” e vendicando “il sangue dei suoi servi” (v. 2).

Nella visione di Apocalisse, ci sono in realtà solo due tipi di esseri umani: quelli che sono simboleggiati dalla prostituta e quelli che sono simboleggati dalla sposa dell’Agnello. Non esiste altra possibilità. Non c’è una via di mezzo. Questo si vede con tremenda chiarezza nella seconda parte di questo capitolo in cui Giovanni riporta la visione del ritorno di Cristo nei vv. 11-21. Quando egli appare sul suo cavallo bianco con occhi di fuoco e una spada che gli esce dalla bocca, ci saranno solo due parti da cui stare: con lui o contro di lui. L’invito al “gran banchetto di Dio” (v. 17) è il lato oscuro dell’invito “alla cena delle nozze dell’Agnello” (v. 9). Mentre quest’ultimo è l’invito alla vita eterna, il primo è l’annuncio di eterna rovina di chi fino alla fine si oppone all’amore di Dio in Cristo. Tali diverranno cibo per gli uccelli del cielo, simbolo e presagio di quanto gli accadrà davanti al tribunale di Dio.

6) Il Grande Trono Bianco (Apocalisse 20)

Adesso nella visione di Giovanni arriva il momento del giudizio finale. Dopo un ultimo tentativo di frustrare il compimento del proposito di Dio e di distruggere i santi, Satana e tutti i suoi servi verranno rinchiusi per tutta l’eternità in quel posto chiamato “lo stagno di fuoco e di zolfo”, cioè l’inferno, di cui abbiamo poche informazioni se non che è un luogo di tormento “giorno e notte, nei secoli dei secoli” (v. 10).

Poi Giovanni vede come ogni essere umano sarà convocato davanti al “grande trono bianco” di Dio (v. 11). Neanche nella morte gli esseri umani troveranno un modo per fuggirne, perché “il mare restituì i morti che erano in esso; la morte e l’Ades restituirono i loro morti; ed essi furono giudicati, ciascuno secondo le sue opere” (v. 13). Ciò che fa la differenza tra vita eterna o morte eterna è “il libro della vita” che “supplisce”, per così dire, ai libri contenenti il registro di tutte le opere di tutti gli esseri umani. Giudicati secondo le opere, nessuno reggerebbe; ma coloro che hanno il nome scritto nel libro della vita — vale a dire quelli che costituiscono la sposa di Cristo — erediteranno la via eterna. Questo è infatti ciò che afferma il v. 15:

E se qualcuno non fu trovato scritto nel libro della vita, fu gettato nello stagno di fuoco.

A questo punto, non importerà quanti soldi abbiamo guadagnato né quanti beni abbiamo accumulato né quanti meriti o opere buone crediamo di aver fatto. L’unica cosa importante sarà se il nostro nome è scritto nel libro della vita dell’Agnello.

Come dunque dovremmo vivere? La visione di Apocalisse non è profezia che soddisfa le nostre curiosità, ma parola di Dio che trasforma la nostra vita. Lo scopo di questo “apocalisse”, cioè rivelazione, è di farci capire cos’è di più importante nella vita, di aiutarci a stimare “gli oltraggi di Cristo ricchezza maggiore dei tesori” di questo mondo (Ebrei 12:26), di non farci “tesori sulla terra, dove la tignola e la ruggine consumano, e dove i ladri scassinano e rubano; ma [di farci] tesori in cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove i ladri non scassinano né rubano” (Matteo 6:19-20). Chi dà retta alle parole “fedeli e veritiere” di questo libro cercherà, come comanda Gesù nel sermone sul monte, “prima il regno di Dio e la sua giustizia” (Matteo 6:33).

Che Dio ci conceda la grazia in Cristo di camminare in questo mondo per fede e non per visione, tenendo lo sguardo sulla “realtà reale” che Apocalisse ci fa vedere, e non sulla finta realtà con cui il mondo e il diavolo vorrebbero distrarci. Amen.