Giovanni 11: La Risurrezione e la Vita

1) Affinché crediate… (Giovanni 20:30-31)

A) Lo scopo di Giovanni

Nel nostro studio di Giovanni, abbiamo fatto costante riferimento al prologo (1:1-18) per ricordarci sempre dei temi centrali del vangelo. La Parola che nel principio era con Dio ed era Dio stesso è diventata carne per abitare tra di noi e così farci conoscere il Dio che nessuno ha mai visto. Ma non abbiamo ancora guardato in avanti, alla conclusione nel 20:30-31, dove Giovanni esplicita il motivo per cui ha scritto questo vangelo. Leggiamolo adesso:

30 Ora Gesù fece in presenza dei {suoi} discepoli molti altri segni, che non sono scritti in questo libro; 31 ma questi sono stati scritti affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome.

Ecco chiaramente lo scopo di Giovanni: affinché crediamo in Gesù. Certo, questo non è l’obiettivo più grande perché “credendo, abbiate vita nel suo nome”. La destinazione finale è la vita eterna in Gesù, la partecipazione nella sua vita che ha vinto il peccato e la morte e che ci permette di dimorare nella presenza di Dio per tutta l’eternità. Ma, come Gesù stesso dichiara in 14:6, la fede in lui è l’unica strada che conduce a questa destinazione, ed è dunque la fede che ha per noi un’importanza determinante.

Se colleghiamo l’inizio e la fine del vangelo, vediamo così il quadro completo: la Parola di Dio è diventata carne in Gesù Cristo per farci conoscere Dio affinché noi, conoscendolo tramite quanto è stato scritto, crediamo in lui e riceviamo la vita eterna. Quindi, è la conoscenza di Dio rivelata in Gesù che precede e crea la fede. E, anche se Giovanni avrebbe potuto scrivere altro (i “molti altri segni che non sono scritti in questo libro”), quello che ha scritto è sufficiente per condurci alla fede. In altre parole, nessuno, dopo aver letto il vangelo di Giovanni, può dire di aver ancora bisogno di altro per credere — altre prove, altre testimonianze, altre rivelazioni — perché quel è stato scritto basta “affinche crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio”.

B) Il problema della morte

Teniamo presente tutto ciò quando cominciamo a riflettere su Giovanni 11, in cui troviamo la storia della risurrezione di Lazzaro, l’amico di Gesù. Teniamolo presente, perché è proprio qui che Giovanni ci aiuta a superare uno dei più grandi ostacoli alla fede: credere che Dio è amore nonostante la sofferenza nel mondo, e soprattutto la morte che mette fine a tutto. Anche una vita vissuta nelle migliori condizioni immaginabili sotto il sole non può scappare da questa dura realtà. Grande o piccolo, ricco o povero, bello o brutto, buono o cattivo, ogni essere umano finisce nella tomba. Le altre difficoltà, afflizioni, e angoscie della vita sono solo un pallido riflesso della sorte che prima o poi deve toccare a tutti.

Ora, questo cosiddetto “problema del male” è antico quanto il mondo e diffuso come l’aria che respiriamo. In qualche modo, tutte le religioni e filosofie cercano di farsene una ragione. Ma il problema del male e della morte diventa particolarmente acuto quando si tratta del Dio rivelato in Gesù, colui che è definito come “amore” (1 Giovanni 4:8, 16). Come riconciliare il Dio che è amore con l’esistenza del male e della morte? Sarebbe molto più facile riconciliare Dio con l’esistenza del male e della morte se lui fosse definito invece “cattivo” o “crudele” o “maligno”. Ma il Dio che è amore, e amore soltanto? Molti pensano infatti che sia impossibile credere in Dio data la realtà del mondo in cui viviamo. L’obbiezione viene spesso formulata così: se un dio esiste, non può essere il Dio della Bibbia, perché se fosse onnipotente, non sarebbe un dio d’amore; oppure, se fosse un dio d’amore, non sarebbe onnipotente, altrimenti non ci permetterebbe di soffrire e morire. Di conseguenza, molti ritengono l’idea di Dio, almeno com’è rivelato nelle Scritture, letteralmente incredibile, perché è diametralmente opposta alle nostre esperienze.

C) La soluzione di Giovanni 11

In Giovanni 11, questo problema — concentrato nella malattia e la morte di Lazzaro — viene direttamente affrontato. Giovanni sa che questo problema è grave, che sembra insormontabile, e quindi riferisce questo fatto per rispondere, affinché, anche di fronte a quel male che affligge e infine distrugge la vita, possiamo credere in Gesù e, credendo, abbiamo la vita nel suo nome. Fino a questo punto nel vangelo, abbiamo visto dei segni che anticipano la salvezza e la nuova creazione che Dio intende fare: la trasformazione dell’acqua in vino, la purificazione del tempio, la guarigione dei malati, il miracoloso provvedimento di pane in un luogo deserto. Però, se Dio viene meno proprio nel momento più critico — quando arriva il ladro Morte per scassinare e rubare la vita umana — tutto il resto risulterà vano e insensato. Dunque, “affinché crediamo”, è assolutamente necessario che si trovi una soluzione al problema della morte; o più specificamente, una soluzione che ci permetta di credere nel Dio che è amore nonostante la realtà della morte.

Ecco l’importanza di Giovanni 11. Ma prima una breve premessa: bisogna notare che, per rispondere al problema della morte, Giovanni non ci dà una spiegazione ma una storia. Non dobbiamo aspettarci dunque di scoprire qualche sillogismo logico che tolga ogni mistero o slogan motivazionale che allevi ogni dolore. La vita è troppo complessa, e le vie di Dio sono troppo inscrutabili che possiamo sbarazzarci di ogni dubbio riguardo alla questione. Giovanni 11 invece ci racconta una storia, una storia che non ci fornisce un principio “onni-esplicativo” ma ci invita piùttosto ad aggrapparci a una Persona onnipotente e onniamorevole.

2) L’amore onnipotente che lascia morire (Giovanni 11:1-18)

1 C’era un ammalato, un certo Lazzaro di Betania, del villaggio di Maria e di Marta, sua sorella. Maria era quella che unse il Signore di olio profumato e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; Lazzaro, suo fratello, era malato. Le sorelle dunque mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». Gesù, udito ciò, disse: «Questa malattia non è per la morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio sia glorificato».

Or Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro; come ebbe udito che egli era malato, si trattenne ancora due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Torniamo in Giudea!» I discepoli gli dissero: «Rabbì, proprio adesso i Giudei cercavano di lapidarti, e tu vuoi tornare là?» Gesù rispose: «Non vi sono dodici ore nel giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; 10 ma se uno cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui». 11 Così parlò; poi disse loro: «Il nostro amico Lazzaro si è addormentato, ma vado a svegliarlo». 12 Perciò i discepoli gli dissero: «Signore, se egli dorme sarà salvo». 13 Or Gesù aveva parlato della morte di lui, ma essi pensarono che avesse parlato del dormire del sonno. 14 Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto, 15 e per voi mi rallegro di non essere stato là, affinché crediate; ma ora, andiamo da lui!» 16 Allora Tommaso, detto Didimo, disse ai condiscepoli: «Andiamo anche noi, per morire con lui!» 17 Gesù dunque, arrivato, trovò che Lazzaro era già da quattro giorni nel sepolcro. 18 Or Betania distava da Gerusalemme circa quindici stadi, 19 e molti Giudei erano andati da Marta e Maria per consolarle del [loro] fratello.

I lineamenti della storia sono abbastanza semplici. Un uomo di nome Lazzaro, fratello di Maria e Marta e amico di Gesù, si ammala e sta sulla soglia della morte. Lazzaro abita con le sue sorelle a Betania, un piccolo villaggio nei dintorni di Gerusalemme, e mandano a chiamare Gesù, sapendo che lui è capace di guarire Lazzaro prima che muoia. In questo periodo, Gesù rimane fuori da Gerusalemme perché i Giudei lì sono decisi che Gesù deve essere ucciso, ma la sua ora non è ancora venuta. Gesù alla fine arriva, ma troppo tardi per guarire Lazzaro; l’ammalato ormai è morto e già sepolto nella tomba. Chi conosce questa storia sa già come andrà a finire: Gesù è potente non solo sulla malattia ma anche sulla morte, e quindi risusciterà Lazzaro e chiamarlo fuori dalla tomba.

Riassunta così, la storia di Lazzaro è già forte, perché non succede tutti i giorni che i morti risuscitino. Ma il vero potere di questa storia sta nei piccoli dettagli che richiedono più riflessione per capire il loro significato. Non possiamo in una sola mezz’oretta approfondire tutto, quindi considerate questo studio come un inizio e uno stimolo a ulteriore riflessione da parte vostra. Evidenzierò per voi alcuni di questi dettagli significativi e farò qualche commento al riguardo, ma spetterà a voi portare avanti la riflessione che certamente ripagherà molte volte il tempo impiegato per farlo.

Il primo dettaglio da notare è come Giovanni mette in risalto l’amore di Gesù per Lazzaro. L’uomo malato non è uno qualsiasi; nel v.3 è “colui che tu [Gesù] ami è malato”. Nell’appello di Maria e Marta, questo fatto chiaramente accentua l’urgenza della situazione: “Gesù, il tuo molto amato amico sta per morire; quindi vieni subito!” Ma questo non è solo una strategia retorica, perché Giovanni stesso poi commenta nel v.5 che “Gesù amava” Lazzaro e non solo: amava anche Marta e Maria. E come se questo non bastasse per convincerci, Giovanni riporta ancora nel v.36 come “i Giudei dicevano: «Guarda come lo amava!»” dopo che essi hanno visto Gesù piangere davanti alla tomba dove Lazzaro era sepolto. Ben tre volte, quindi, il testo insiste che Gesù amava Lazzaro, e quanto l’amava vista la sua angoscia davanti alla tomba!

Bisogna poi notare un secondo dettaglio importante: il potere di Gesù di fronte alla morte. Per chi conosce Gesù e ha visto altri segni da lui compiuti, è ormai scontato che lui è capace di guarire i malati. La conoscenza di questo suo potere è implicita nella richiesta di Maria e Marta. Anche se non glielo chiedono esplicitamente, il loro messaggio a Gesù: “Signore, ecco, colui che tu ami è malato” lascia intendere il loro desiderio: “Vieni presto perché solo tu puoi salvare Lazzaro dalla morte!” La fiducia delle sorelle in Gesù è evidente dopo quando sia Marta sia Maria gli dicono: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto” (vs.21, 32).

In questo modo, il testo ci costringe a concludere sia che Gesù amava tantissimo Lazzaro e le sue sorelle sia che Gesù aveva il potere di guarire Lazzaro e salvargli la vita. Ricordando che è in Gesù che veniamo a conoscere Dio, dobbiamo concludere inoltre che non esiste veramente una contraddizione tra l’amore e la potenza di Dio. Forse non comprendiamo, di fronte al male e alla morte, come Dio può essere sia amorevole che onnipotente, ma, dopo aver letto la storia di Lazzaro, nessuno può usare questo problema per giustificare la propria incredulità perché, detto semplicemente, in Gesù vediamo sia il Dio che ama sia il Dio che può salvare da ogni male.

Ma questo non significa che la fede deve chiudere gli occhi al problema del male. Anzi, Giovanni risponderebbe che il problema è in realtà più grave di quanto lo scettico pensi! Questo è il terzo dettaglio importante che ci potrebbe facilmente sfuggire. Rileggiamo vs.5-6 con grande attenzione:

Or Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro; come ebbe udito che egli era malato, si trattenne ancora due giorni nel luogo dove si trovava.

Purtroppo questa traduzione, la Nuova Riveduta, offusca un po’ il collegamento cruciale tra questi due versetti. Leggiamoli nella Nuova Diodati che è più chiara:

Or Gesú amava Marta, sua sorella e Lazzaro. Come dunque ebbe inteso che Lazzaro era malato, si trattenne ancora due giorni nel luogo dove egli era.

La parola chiave è “dunque” nel v.6, e rende sconvolgente tutta questa vicenda. Gesù amava Lazzaro e le sue sorelle, e “dunque”, per questo motivo “si trattenne ancora due giorni”, facendo in modo da arrivare troppo tardi per poter guarire Lazzaro. Ma come? Se avessi scritto io questo capitolo, avrei detto invece: “Or Gesù amava Marta, sua sorella e Lazzaro; tuttavia si trattenne ancora due giorni”. Ma il testo dice il contrario: Gesù si trattiene e non viene subito quando sente che Lazzaro sta per morire proprio perché ama lui e le sue sorelle. È l’amore di Gesù che lo costringe a non venire in tempo per guarire Lazzaro! È perché Gesù ama Lazzaro e le sue sorelle così tanto che si trattiene ancora due giorni deliberatamente per lasciare che Lazzaro muoia! Ma che tipo di amore è questo? Possiamo chiamarlo “amore”? Forse è meglio chiamarlo “indifferenza” o “negligenza” o persino “odio”! Oggi, se un medico lasciasse morire deliberatamente un suo paziente, sarebbe legalmente colpevole di un grave reato! Immaginiamo se poi, per difendersi in tribunale, un tale medico direbbe di averlo fatto per il suo grande amore del paziente. Lo chiameremmo pazzo, o psicopatico!

Così infatti molti accusano Dio, se esiste, di non essere amorevole, o di non essere potente da salvare. Ed è proprio qui nella storia di Lazzaro che giungiamo al punto decisivo dove dobbiamo rispondere alla seguente domanda: vogliamo insistere che Dio abbia torto perché non si conforma al nostro concetto di “amore”, o siamo disposti ad ammettere di avere torto noi nel modo in cui spesso pensiamo cos’è l’amore di Dio e lasciarci istruire dalla sua parola? Per dirlo in termini paolini: vogliamo continuare a essere conformati al pensiero del mondo, o ci lasceremo trasformare “mediante il rinnovamento della [nostra] mente” (Romani 12:2)? Se optiamo (come spero!) per il rinnovamento della nostra mente, dobbiamo accettare che l’amore onnipotente di Dio è quello che a volte dice di no, che si trattiene e arriva in ritardo alle nostre richieste, e persino che lascia morire.

3) L’amore onnipotente che piange (Giovanni 11:20-37)

20 Come Marta ebbe udito che Gesù veniva, gli andò incontro; ma Maria stava seduta in casa. 21 Marta dunque disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto; 22 {ma} anche adesso so che tutto quello che chiederai a Dio, Dio te lo darà». 23 Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà». 24 Marta gli disse: «Lo so che risusciterà, nella risurrezione, nell’ultimo giorno». 25 Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà, 26 e chiunque vive e crede in me, non morirà mai. Credi tu questo?» 27 Ella gli disse: «Sì, Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che doveva venire nel mondo».

28 Detto questo, se ne andò e chiamò di nascosto Maria, sua sorella, dicendole: «Il Maestro è qui, e ti chiama». 29 Ed ella, udito questo, si alzò in fretta e andò da lui. 30 Or Gesù non era ancora entrato nel villaggio, ma era sempre nel luogo dove Marta lo aveva incontrato. 31 Perciò i Giudei che erano in casa con lei e la consolavano, vedendo che Maria si era alzata in fretta ed era uscita, la seguirono, supponendo che si recasse al sepolcro a piangere. 32 Appena Maria fu giunta dov’era Gesù e lo ebbe visto, gli si gettò ai piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto». 33 Quando Gesù la vide piangere, e vide piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, fremette nello spirito, si turbò e disse: 34 «Dove lo avete deposto?» Essi gli dissero: «Signore, vieni a vedere!» 35 Gesù pianse. 36 Perciò i Giudei dicevano: «Guarda come lo amava!» 37 Ma alcuni di loro dicevano: «Non poteva, lui che ha aperto gli occhi al cieco, far sì che questi non morisse?»

Forse a questo punto, ci troviamo a dire con gli ex-discepoli di Gesù in 6:60: “Questo parlare è duro; chi può ascoltarlo?” Però, se siamo convinti, come lo era Pietro, che non abbiamo nessun altro a cui andare che abbia “parole di vita eterna” (6:68), ci aggrapperemo più forte che mai a Gesù, anche se non capiamo tutto. Ma grazie a Dio, la storia di Lazzaro non finisce qui, e proseguendo nella lettura scopriamo che pur essendo l’amore onnipotente che lascia morire, l’amore onnipotente di Dio è quello che piange insieme a noi, che prova ogni tristezza del nostro cuore, che non rimane distante o indifferente dalle nostre sofferenze ma che s’immedesima con noi nei momenti più difficili della vita, l’amore che ci accompagna attraverso la valle dell’ombra della morte (Salmo 23:4).

Questo fatto mi stupisce tutte le volte che leggo questa storia. Secondo me, Giovanni 11:35 è, nonostante la sua semplicità, una delle frasi più sbalorditive in tutta la Bibbia: “Gesù pianse”. Nel v.38, vediamo quanto infatti è profondo il lamento di Gesù davanti alla tomba del suo amico: “Gesù dunque, fremendo di nuovo in se stesso, andò al sepolcro”. Le parole qui nel greco originale trasmettono il senso di grande turbamento emotivo, una tristezza che si trasforma in rabbia, un’angoscia così profonda che non può essere espressa in parole. Questo è come Gesù pianse davanti alla tomba di Lazzaro: non in modo superficiale o insincero ma con tutto il peso tremendo e devastante che accompagna la perdita di un caro.

Ciò che rende il pianto di Gesù ancora più stupefacente è il fatto che avrebbe potuto guarire Lazzaro prima che morisse, e che era pienamente consapevole del miracolo che avrebbe presto compiuto per risuscitarlo. Il nostro concetto dell’amore di Dio, dunque, deve essere abbastanza grande da poter comprendere anche questo.  Sarebbe facile pensare che, siccome Gesù è arrivato deliberatamente in ritardo, non avrebbe dovuto poi piangere per ciò che lui stesso ha permesso. Sarebbe altrettanto facile pensare che Gesù non avrebbe dovuto piangere perché sapeva che avrebbe presto riabbracciato il suo amico!

Ma di nuovo dobbiamo lasciarci istruire dalla parola di Dio e non da quello che riteniamo logico o ragionevole. L’amore che ha lasciato morire Lazzaro è lo stesso amore che piange profondamente davanti alla tomba di Lazzaro anche se intende richiamare Lazzaro dalla morte. In altre parole, non dobbiamo correre con fretta dall’inizio di questa storia alla sua risoluzione. Nella nostra riflessione, dobbiamo trascorrere un bel po’ di tempo insieme a Gesù davanti alla tomba e, vedendo le sue lacrime e ascoltando i suoi singhiozzi e sentendo il suo corpo fremere di angoscia, dobbiamo meravigliarci del suo amore che cammina con noi attraverso la valle dell’ombra della morte, anche quando è stato lo stesso amore che all’inizio ci ha condotto in quella valle. È il nostro concetto dell’amore di Dio capace di comprendere tutti e due questi fatti?

4) L’amore onnipotente che risuscita i morti (Giovanni 11:38-46)

38 Gesù dunque, fremendo di nuovo in se stesso, andò al sepolcro. Era una grotta, e una pietra era posta all’apertura. 39 Gesù disse: «Togliete la pietra!» Marta, la sorella del morto, gli disse: «Signore, egli puzza già, perché siamo al quarto giorno». 40 Gesù le disse: «Non ti ho detto che se credi, vedrai la gloria di Dio?» 41 Tolsero dunque la pietra. Gesù, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre, ti ringrazio perché mi hai esaudito. 42 Io sapevo bene che tu mi esaudisci sempre; ma ho detto questo a motivo della folla che mi circonda, affinché credano che tu mi hai mandato». 43 Detto questo, gridò ad alta voce: «Lazzaro, vieni fuori!» 44 Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti da fasce, e il viso coperto da un sudario. Gesù disse loro: «Scioglietelo e lasciatelo andare». 45 Perciò molti dei Giudei che erano venuti da Maria, e che avevano visto ciò che egli aveva fatto, credettero in lui. 46 Ma alcuni di loro andarono dai farisei e raccontarono loro quello che Gesù aveva fatto.

L’amore di Dio non intende però lasciarci in quella valle per sempre. Gesù piange davanti alla tomba di Lazzaro, ma non si arrende alla sua sorte. Poiché ci ama, s’identifica con noi nelle nostre sofferenze. Ma poiché il suo amore è onnipotente, s’impegna a liberarcene, e persino da quel nemico che ci è sempre risultato invincibile, la morte. Per dimostrare questo in modo tangibile, Gesù non permette che la morte di Lazzaro abbia l’ultima parola. Gesù è la Parola di Dio, e sarà lui ad avere l’ultima parola. E quello che vediamo qui al punto culminante della storia stupisce ancora per la sua semplicità. Davanti alla tomba, Gesù comanda ad alta voce: “Lazzaro, vieni fuori!” (v.43).

E così, il morto torna in vita e esce dalla tomba. Non c’è qui qualche rito sofisticato, l’invocazione di qualche potere superiore, l’uso di qualche innovazione tecnologica. Solo queste tre parole bastano per fare ciò che l’uomo con tutta la sua intelligenza e genialità non è mai riuscito, e non riuscirà mai, a fare: vincere la morte. E queste tre parole fanno rivivere Lazzaro non perché abbiano qualche potere in sé; qualsiasi altro lì presente avrebbe potuto dirle senza aver nessun risultato. No, queste tre semplici parole risuscitano il morto perché provengono da colui che è la Parola di Dio incarnata, colui che nel principio ha formato l’uomo dalla terra e che in grado di riformarlo anche dopo la sua morte.

Ma dobbiamo essere chiari su un certo punto. Ciò che Gesù fa nei confronti di Lazzaro è un segno. La risurrezione di Lazzaro non costituisce il compimento della nuova creazione; non è un miracolo da ripetersi nei confronti di tutti i credenti che muoiono. Come segno, è un’anteprima della nuova creazione, una prefigurazione che infonde speranza di cose future che non si vedono ancora. Ma come segno, è solo un’anteprima, solo una prefigurazione. E lo sappiamo perché la vita a cui Lazzaro è tornato non era la vita eterna e incorruttibile che sarà nostra nei nuovi cieli e la nuova terra. Lazzaro poteva, e doveva, morire di nuovo (12:10).

Ma come segno, la risurrezione di Lazzaro non è neanche da sottovalutare in quanto fornisce una prova concreta e convincente che ciò che Dio nel suo amore vuole fare per noi è anche onnipotente a farlo. Se Dio lascia morire coloro che ama perché li ama, e anche perché lui intende risuscitarli a nuova vita. Rileggiamo vs.25-26:

25 Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà, 26 e chiunque vive e crede in me, non morirà mai. Credi tu questo?» 

Far vedere questo è il punto centrale dell’intera storia. Come succede nel vangelo di Giovanni, Gesù dà testimonianza di se stesso nelle sue parole, e conferma la sua testimonianza attraverso i suoi segni. Gesù è la luce del mondo, e quindi restituisce la vista all’uomo cieco. Gesù è il pane della vita, e quindi moltiplica poco pane per sfamare un’enorme folla. Qui, Gesù si rivela come “la risurrezione e la vita”, e quindi riporta in vita un uomo morto. E come sempre, questa testimonianza riguarda Gesù stesso. Gesù non solo dà la luce; egli è la luce. Gesù non solo dà il pane; egli è il pane. Così anche qui: Gesù non solo dà nuova vita; egli è nuova vita.

In altre parole, Gesù vuole farci sapere che la risurrezione e la vita si possono avere solo in quanto si ha Gesù. La vita eterna non è un dono che Gesù ci dà separato dalla sua persona. Essere risuscitati dalla morte e ricevere il dono della vita eterna sono solo modi diversi per dire: essere uniti a Gesù, partecipare alla sua vita, come un ramo viene innestato all’albero e vive perché riceve i nutrienti e la linfa dalle radici e dal tronco. Il ramo non ha nessuna vita in sé; se viene troncato dall’albero, muore. Così noi non abbiamo, né avremo mai la vita eterna in noi stessi, ma solo in quanto siamo “innestati” all’albero che è Gesù e della sua vita che come linfa scorre nelle vene della nostra anima.

Com’è che veniamo uniti a Gesù come rami innestati all’albero? Gesù risponde: “chi crede in me, anche se muore, vivrà”. È per fede. Ricordiamoci lo scopo di Giovanni:

Questi sono stati scritti affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome. (20:31).

E se riflettiamo bene, scopriamo che questa è la risposta di Gesù al problema del male e della morte. Abbiamo già detto che non c’è nessuna contraddizione tra l’amore di Dio e la sua onnipotenza. Anzi, notando che Gesù non è arrivato in tempo per guarire Lazzaro perché l’amava, abbiamo imparato che l’amore onnipotente di Dio a volte dice di no alle nostre richieste, che si trattiene, che non interviene in tempo, che lascia morire. E Dio fa questo non a dispetto del suo amore ma a causa del suo amore per noi. Ma non abbiamo ancora scoperto perché questo trattenersi, questo arrivare troppo tardi, questo lasciar morire è l’espressione e non la contraddizione del suo amore. Quindi, chiediamo: perché? È possibile spiegare perché questo è infatti amore e non indifferenza, negligenza o odio?

Sì, è possibile. È sempre Gesù che è la risposta alle nostre domande. Abbiamo prima evidenziato l’accento posto in questa storia sull’amore, per quanto strano e scandaloso alle nostre sensibilità, che Gesù aveva per Lazzaro e le sue sorelle. Adesso bisogna rimarcare anche l’accento posto da Gesù sulla fede:

40 Gesù le disse: «Non ti ho detto che se credi, vedrai la gloria di Dio?»

41 Gesù, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre, ti ringrazio perché mi hai esaudito. 42 Io sapevo bene che tu mi esaudisci sempre; ma ho detto questo a motivo della folla che mi circonda, affinché credano che tu mi hai mandato».

Particolarmente importante è ciò che Gesù dice ai discepoli prima di partire:

14 Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto, 15 e per voi mi rallegro di non essere stato là, affinché crediate…»

Qui Gesù dice “apertamente” il motivo per cui non ha risposto subito alla richiesta di Maria e Marta e ha lasciato invece che Lazzaro morisse: per creare in loro (e in noi che leggiamo!) la fede. Solo rifiutando di guarire Lazzaro e lasciandolo morire Gesù ha potuto dimostrare di essere la risurrezione e la vita. Certo, avrebbe potuto guarire Lazzaro prima, ma così si sarebbe dimostrato solo un potente guaritore o un bravissimo medico.

Ma noi abbiamo bisogno di più. Il nostro nemico più grande non è la malattia ma la morte. Se Gesù fosse potente da guarire i malati ma non da risuscitare i morti, non sarebbe un vero salvatore. Se l’amore di Dio ci potesse aiutare nella sofferenza ma non nella morte, non sarebbe degno della nostra fiducia. No, abbiamo bisogno di un salvatore potente da risuscitare i morti e del Dio il cui amore ci conserva persino attraverso la valle della morte. E per dimostrarsi questo potente salvatore e Dio amorevole, Gesù ha dovuto lasciar morire Lazzaro, perché solo così ha potuto, nel risuscitarlo, dare un segno concreto e convincente di essere la risurrezione e la vita, e di essere degno di tutta la nostra fiducia.

Quindi, possiamo riassumere tutto così: tanto è importante che crediamo in Gesù che Dio è disposto anche a lasciar morire se questo è quello che serve per portarci alla fede. L’amore è, in fondo, ciò che vuole bene all’altro, che gli vuole infatti il bene più grande. Ora, se il nostro bene più grande è di avere la vita eterna, e se possiamo avere la vita eterna solo credendo in Gesù, allora tutto quello che serve per condurci alla fede in Gesù è amore. Siccome la fede in Gesù è più importante della salute, più importante ancora della vita stessa, allora Dio ci ama quando fa ciò che occorre per portarci a essa, anche fino a lasciar morire. Questo è infatti il motivo per cui Gesù dice che seguire lui significa morire con lui, e con queste sue parole da Luca 9:23-24 concludiamo:

23 Diceva poi a tutti: «Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua. 24 Perché chi vorrà salvare la sua vita la perderà, ma chi avrà perduto la propria vita per causa mia la salverà.

Amen.

Luca 23: Predichiamo Cristo Crocifisso

1 Poi tutta l’assemblea si alzò e lo condussero da Pilato. E cominciarono ad accusarlo, dicendo: «Abbiamo trovato quest’uomo che sovvertiva la nostra nazione, vietava di pagare i tributi a Cesare e diceva di esserelui il Cristo re». Pilato lo interrogò, dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?» E Gesù gli rispose: «Tu lo dici». Pilato disse ai capi dei sacerdoti e alla folla: «Non trovo nessuna colpa in quest’uomo». Ma essi insistevano, dicendo: «Egli sobilla il popolo insegnando per tutta la Giudea; ha cominciato dalla Galilea ed è giunto fin qui».

Quando Pilato udì questo, domandò se quell’uomo fosse Galileo. Saputo che egli era della giurisdizione di Erode, lo mandò da Erode, che si trovava anch’egli a Gerusalemme in quei giorni. Quando vide Gesù, Erode se ne rallegrò molto, perché da lungo tempo desiderava vederlo, avendo sentito parlare [molto] di lui; e sperava di vedergli fare qualche miracolo. Gli rivolse molte domande, ma Gesù non gli rispose nulla. 10 Or i capi dei sacerdoti e gli scribi stavano là, accusandolo con veemenza. 11 Erode, con i suoi soldati, dopo averlo vilipeso e schernito, lo vestì di un manto splendido e lo rimandò da Pilato. 12 In quel giorno, Erode e Pilato divennero amici; prima infatti c’era stata inimicizia tra loro.

13 Pilato, riuniti i capi dei sacerdoti, i magistrati e il popolo, disse loro: 14 «Mi avete condotto quest’uomo come sobillatore del popolo; ed ecco, dopo averlo esaminato in presenza vostra, non ho trovato in lui nessuna delle colpe di cui l’accusate, 15 e neppure Erode, poiché egli l’ha rimandato da noi. Ecco, egli non ha fatto nulla che sia degno di morte. 16 Perciò, dopo averlo castigato, lo libererò».

17 [Ora egli aveva l’obbligo di liberare loro un carcerato in occasione della festa;] 18 ma essi gridarono tutti insieme: «Fa’ morire costui e liberaci Barabba!» 19 Barabba era stato messo in prigione a motivo di una sommossa avvenuta in città e di un omicidio. 20 E Pilato [dunque] parlò loro di nuovo perché desiderava liberare Gesù; 21 ma essi gridavano: «Crocifiggilo, crocifiggilo!» 22 Per la terza volta egli disse loro: «Ma che male ha fatto? Io non ho trovato nulla in lui, che meriti la morte. Perciò, dopo averlo castigato, lo libererò». 23 Ma essi insistevano a gran voce, chiedendo che fosse crocifisso; e le loro grida [e quelle dei capi dei sacerdoti] finirono per avere il sopravvento. 24 Pilato decise che fosse fatto quello che domandavano: 25 liberò colui che era stato messo in prigione per sommossa e omicidio, e che essi avevano richiesto, ma abbandonò Gesù alla loro volontà.

Introduzione

Il capitolo 23 di Luca continua la narrazione che porta il vangelo al culmine, cioè la crocifissione di Gesù.  Questo non è solo una caratteristica del vangelo di Luca ma costituisce anche il messaggio principale dell’intera Bibbia e la base dell’intera fede cristiana. In 1 Corinzi 1:22-23, l’apostolo Paolo dichiara che “i Giudei infatti chiedono miracoli e i Greci cercano sapienza, ma noi predichiamo Cristo crocifisso”. Paolo qui condensa tutta la sua predicazione apostolica in solo due parole: “Cristo crocifisso”. Se comprendiamo questo, comprendiamo tutto. D’altronde, se perdiamo questo, perdiamo tutto. Quindi, l’importanza del messaggio di questo capitolo non può essere esagerata né sopravvalutata.

Allo stesso tempo, non dobbiamo presuppore di conoscere già il vangelo in modo da trascurare i dettagli particolari con cui Luca dà colore a esso. Infatti, il motivo per cui abbiamo quattro vangeli e non uno solo (per non parlare degli altri scritti del Nuovo Testamento) è proprio per farci vedere tutto lo splendore prismatico del messaggio di “Cristo crocifisso”. Il vangelo, come lo ha descritto qualcuno, è talmente semplice che un bambino lo può capire ma anche talmente profondo che un’intera vita non basta per sondarlo pienamente. Come vedremo, il capitolo 23 di Luca prende la frase “Cristo crocifisso” e ce la fa vedere in colori forti e vivaci. Di conseguenza, vediamo Gesù non come un’astrazione o una teoria ma come una persona reale che parla, agisce e si relaziona con noi ancora oggi. Luca ci dà la possibilità di udire le grida della folla, di sentire l’odore del sudore e del sangue e di sperimentare in prima persona gli avvenimenti riferiti. Il nostro studio proseguirà secondo i seguenti titoli: 1) una conciliazione improbabile, 2) una condanna devastante e 3) un amore incomprensibile.

1) Una Conciliazione Improbabile (23:1-25)

Cominciamo con il primo punto: una conciliazione improbabile. Non si può parlare di “Cristo crocifisso” senza fare riferimento a tutti gli altri protagonisti (o forse meglio chiamarli “antagonisti”) coinvolti. Il primo versetto del capitolo dice che “tutta l’assemblea si alzò e lo condussero da Pilato”. Rammentando che la suddivisione del testo in capitoli e versetti non esisteva nei manoscritti originali, guardiamo indietro e ci ricordiamo chi sono questi che portano Gesù davanti a Pilato, il governatore romano sulla città di Gerusalemme e sulla regione circostante della Giudea: “Appena fu giorno, gli anziani del popolo, i capi dei sacerdoti e gli scribi si riunirono e lo condussero nel loro sinedrio” (22:66). Dopo aver dichiarato Gesù “colpevole” di bestemmia, questi trascinano Gesù davanti a Pilato perché sotto la legge romana non hanno il diritto di eseguire la pena capitale.

Ma sanno anche che l’accusa di bestemmia non sarà sufficiente a convincere Pilato che Gesù deve essere giustiziato. Ecco perché nel v.2 lo accusano dicendo “Abbiamo trovato quest’uomo che sovvertiva la nostra nazione, vietava di pagare i tributi a Cesare e diceva di essere lui il Cristo re”. Tutte menzogne. Gesù non sovvertiva la nazione ma era venuto per salvarla. Non vietava di pagare i tributi a Cesare; anzi diceva esplicitamente di “rendere a Cesare ciò che è di Cesare” (Luca 20:25). Inoltre, Gesù non diceva di essere il Cristo, almeno non nel modo e nel senso in cui loro l’accusano. Gesù infatti proibiva le persone di spargere la voce di “lui il Cristo re” proprio perché ne avevano un’idea completamente contraria a quella di Gesù. Quindi, alla loro colpa di condannare Gesù per bestemmia i leader religiosi aggiungono anche questa: rendono falsa testimonianza di Gesù per farlo morire.

Pilato, dalla sua parte, non ne rimane persuaso e risponde: “Non trovo nessuna colpa in quest’uomo” (v.4). Mentre Pilato, da un lato, percepisce subito l’inganno e non vuole farsi manipolare, dall’altro ha paura di istigare un tumulto tra gli ebrei. Crede di aver trovato una via di scampo quando sente dire che Gesù, prima di insegnare “per tutta la Giudea ha cominciato dalla Galilea” (v.5). La Galilea è la giurisdizione di Erode, e Pilato dunque pensa di poter scaricare la responsibilità di giudicare Gesù su di lui. 

Il piano di Pilato sembra funzionare all’inizio, perché capita che Erode si trovi a Gerusalemme per la Pasqua. In più, come dice il v.8, “Erode se ne rallegrò molto, perché da lungo tempo desiderava vederlo, avendo sentito parlare [molto] di lui; e sperava di vedergli fare qualche miracolo”. Erode, come Luca ci dice nel v.12, era fino a questo momento nemico di Pilato, essendo stato il suo rivale politico al nord. Erode (chiamato il “tetrarca”) era figlio di Erode il Grande, mezzo ebreo e pretendente al titolto “re dei Giudei”. Questo è lo stesso Erode che ha fatto decapitare Giovanni il battista, e sapevamo già dal capitolo 9 che voleva tanto vedere Gesù, avendo udito parlarne molto. In particolare, Luca ci dice che Erode “sperava di vedergli fare qualche miracolo”. Non rimaniamo stupiti dunque quando Gesù non gli riponde nulla anche se Erode gli rivolge molte domande. Come qualcuno ha osservato, il silenzio di Gesù (o si può dire anche di Dio) non significa che non esista ma semplicemente che non è il “buffone di corte” a cui possiamo far fare qualsiasi nostro desiderio. Deluso, Erode lo rimanda da Pilato, ma solo “dopo averlo vilipeso e schernito” (v.11).

A questo punto Luca inserisce un commento nel v.12 che all’inizio sembra una digressione: “In quel giorno, Erode e Pilato divennero amici; prima infatti c’era stata inimicizia tra loro.” Se però stiamo leggendo il testo con attenzione, non ci è sfuggito un altro dettaglio interessante nel v.10 “i capi dei sacerdoti e gli scribi stavano là, accusandolo con veemenza” (v.10). Come Erode e Pilato, anche questi erano nemici. Abbiamo già visto come gli scribi, insieme ai farisei, si erano opposti accanitamente a Gesù. Storicamente, però, i farisei e gli scribi erano i rivali religiosi dei sacerdoti (che erano maggiormente sadducei). Eccoli qui però, entrambi i gruppi uniti dallo stesso scopo: di far morire Gesù.

Quando poi nel v.13 Gesù viene riportato davanti a Pilato, leggiamo che sono anche “riuniti i capi dei sacerdoti, i magistrati e il popolo”. La scena successiva in cui Pilato tenta di liberare Gesù offrendolo al posto del pericoloso e veramente colpevole Barabba serve per coinvolgere tutto il popolo nel cercare la morte di Gesù. Fino a questo punto, sono stati i leader politici e religiosi a far girare gli ingranaggi del processo. Ma ora, presentata l’opportunità di liberare Gesù l’innocente, il popolo dimostra la sua complicità nel gridare: “Fa’ morire costui e liberaci Barabba!” (v.18).

Questo ci invita alla riflessione. Coinvolte nell’assassinio di Gesù sono molte persone diverse con motivazioni varie. Gli scribi vogliono uccidere Gesù per invidia. I sacerdoti vogliono uccidere Gesù per aver minacciato la loro ricchezza e influenza sul popolo. Erode è incuriosito da Gesù ma alla fine lo considera un concorrente al titolo “re dei Giudei”. Pilato non vuole giustiziare un uomo innocente ma si preoccupa più della precarietà della sua posizione come governatore e di ciò che gli succederebbe se lasciasse scoppiare una rivolta. Il popolo rappresenta indubbiamente un miscuglio di idee: quelli che si aspettano un messia militare, quelli che per paura non vogliono contrastare l’opinione prevalente, quelli che per pura ingenuità si lasciano ingannare. Ma a prescindere da tutte queste differenze, antipatie e inimicizie, tutti quanti sono accomunati dall’unico desiderio di far morire Gesù.

Questa è la conciliazione improbabile di cui parlavo prima, “conciliazione” nel senso che qui nemici diventano amici e avversari diventano collaboratori, e “improbabile” nel senso che niente meno della morte di Gesù poteva realizzarla. Pur avendo un lato decisamente negativo, questo elemento nella storia illustra un fatto significativo del vangelo di Cristo crocifisso. Oggi come oggi si parla molto di compassione, di tolleranza, di fratellanza, di amore per il prossimo, ma tutti questi sentimenti, benché nobili, non sono capaci di realizzare perfettamente e definitivamente il sogno della pace tra individui, popoli e nazioni. Come illustrato qui, solo il sangue di Cristo sparso sulla croce compie la vera riconciliazione nel mondo. Come spiega Paolo in Efesini 2:13-16

13 Ma ora, in Cristo Gesù, voi che allora eravate lontani siete stati avvicinati mediante il sangue di Cristo. 14 Lui, infatti, è la nostra pace; lui, che dei due popoli ne ha fatto uno solo e ha abbattuto il muro di separazione, abolendo nel suo corpo terreno la causa dell’inimicizia, 15 la legge fatta di comandamenti in forma di precetti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo facendo la pace; 16 e per riconciliarli tutti e due con Dio in un corpo unico mediante la croce, sulla quale fece morire l’inimicizia.

Tuttavia, la riconciliazione di cui parla Paolo non è quella realizzata in Luca 23. La “conciliazione improbabile” dei vari gruppi e personaggi contro Gesù costituisce in realtà il secondo punto di questo capitolo, che sto chiamando “una condanna devastante”. È vero che qui la crocifissione di Gesù riunisce le persone precedentemente separate, ma la conseguenza è la loro condanna per ciò che fanno. Proseguiamo nella lettura del capitolo.

2) Una Condanna Devastante (23:26-31)

26 Mentre lo portavano via, presero un certo Simone, di Cirene, che veniva dalla campagna, e gli misero addosso la croce perché la portasse dietro a Gesù. 27 Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che facevano cordoglio e lamento per lui. 28 Ma Gesù, voltatosi verso di loro, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete per me, ma piangete per voi stesse e per i vostri figli. 29 Perché, ecco, i giorni vengono nei quali si dirà: “Beate le sterili, i grembi che non hanno partorito e le mammelle che non hanno allattato”. 30 Allora cominceranno a dire ai monti: “Cadeteci addosso!” e ai colli: “Copriteci!”. 31 Perché se fanno questo al legno verde, che cosa sarà fatto al secco?»

Mentre Gesù cammina verso il luogo della crocifissione, incontra delle donne che fanno “cordoglio e lamento per lui” (v.27). La risposta di Gesù è inaspettata e sconvolgente: “Figlie di Gerusalemme, non piangete per me, ma piangete per voi stesse e per i vostri figli” (v.28). La breve profezia che segue richiama il discorso di Gesù riportato nel capitolo 21 sul giudizio che dopo breve tempo avrebbe colpito Gerusalemme e la sua popolazione, un giudizio così terribile che la gente avrebbe preferito piuttosto rimanere schiacciata dai monti. “Perché se fanno questo al legno verde, che cosa sarà fatto al secco?” In altre parole, se Gesù il giusto (qui rappresentato dal “legno verde”) viene trattato in questo modo, cosa succederà al “legno secco”, cioè a quelli che sono i veri colpevoli in questa scena, quando divampa il fuoco del giudizio? Questa è la condanna devastante che risulta dal rifiutare Gesù. Chi rifiuta Gesù condanna se stesso, e la condanna, come esemplificato nella distruzione di Gerusalemme nell’anno 70 d.C., è devastante.

Anche questo ci invita alla riflessione personale. Sarebbe troppo facile per noi leggere questa storia “a distanza”, credendo di non essere anche noi coinvolti in questa vicenda: “Ma sono cose avvenute 2000 anni fa; non riguardano noi oggi!” Oppure, sarebbe troppo facile per noi esimerci dalla colpa e dalla condanna degli accusatori di Gesù: “Certamente io non farei mai una cosa del genere!” Però, se ascoltiamo bene il messaggio di questo capitolo, non possiamo né mantenerci a distanza da questa vicenda né esentarci dalla stessa colpa di coloro che hanno gridato per la crocifissione di Gesù. La realtà è questa: incontrare Gesù significa sempre essere costretti a fare una scelta di vita e di morte. Non importa che viviamo 2000 anni dopo questi fatti. Prima o poi Gesù ci porta tutti a un momento di verità in cui dobbiamo decidere se vogliamo accettarlo (il che richiede che siamo crocifissi e moriamo con Gesù) o rifiutarlo (che costituisce in sostanza lo stesso crimine commesso dai suoi assassini). Gesù dichiara questo esplicitamente in Luca 9:23-24:

23 Diceva poi a tutti: «Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua. 24 Perché chi vorrà salvare la sua vita la perderà, ma chi avrà perduto la propria vita per causa mia la salverà.

Questa regola vale in tutti i tempi e in tutti i luoghi nei confronti di tutte le persone: quando si incontra Gesù, qualcuno deve morire. O ci lasciamo morire noi (per poter essere salvati) o con il nostro rifiuto pretendiamo ancora una volta la morte di Gesù. Ma siccome Gesù è già morto una volta per sempre e non può morire più, il nostro rifiuto di lui è una forma di suicidio eterno, ovvero una condanna devastante.

Eppure, nonostante le false accuse, gli insulti, le ingiustizie e l’odio nei suoi confronti, Gesù dimostra un amore incomprensibile nei confronti dei suoi nemici, un amore che si può descrivere solo come l’amore di Dio. Questo amore è il terzo punto che vogliamo considerare insieme. Proseguiamo nella lettura del capitolo.

3) Un Amore Incomprensibile (23:32-43)

32 Ora altri due, malfattori, erano condotti per essere messi a morte insieme a lui. 33 Quando furono giunti al luogo detto «il Teschio», vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. 34 {Gesù diceva: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno».} Poi divisero le sue vesti, tirandole a sorte. 35 Il popolo stava a guardare. E anche i magistrati [insieme a loro] si beffavano di lui, dicendo: «Ha salvato altri, salvi se stesso, se è il Cristo, l’Eletto di Dio!» 36 Pure i soldati lo schernirono, accostandosi, presentandogli dell’aceto e dicendo: 37 «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso!» 38 Vi era anche questa iscrizione sopra il suo capo [in caratteri greci, latini ed ebraici]: «Questo è il re dei Giudei».

39 Uno dei malfattori appesi lo insultava, dicendo: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!» 40 Ma l’altro lo rimproverava, dicendo: «Non hai nemmeno timor di Dio, tu che ti trovi nel medesimo supplizio? 41 Per noi è giusto, perché riceviamo la pena che ci meritiamo per le nostre azioni, ma questi non ha fatto nulla di male». 42 E diceva: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno!» 43 Ed egli gli disse: «Io ti dico in verità, oggi tu sarai con me in paradiso».

Proprio nel momento in cui viene inchiodato sulla croce, Gesù prega Dio dicendo: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno” (v.34). Che amore è questo che dopo essere stato tradito, abbandonato, schernito, e messo a morte, perdona chi n’è colpevole! È davvero incomprensibile. Ma questo è il motivo per cui Gesù, lungi dall’essere una vittima, era disposto a sacrificare la sua vita. Come Figlio di Dio, Gesù era colui che aveva il diritto di giudicare il mondo. Tuttavia, si è fatto giudicare al nostro posto; “il Giudice giudicato al nostro posto”, come disse il teologo Karl Barth. Per il suo grande amore per noi, e non volendo perderci alla rovina a cui ci eravamo noi destinati, Gesù ci ha sostituito sotto la giusta condanna dei nostri misfatti. Eravamo noi come Barabba, colpevoli e senza speranza, ma è intervenuto Gesù, offrendo la sua vita al posto della nostra. Gesù, il giusto, si è fatto trattare come noi, affinché noi, i colpevoli, potessimo essere trattati come lui, diventando giusti, santi e irreprensibili davanti a Dio.

Con il malfattore sulla croce, Luca ci fornisce un bellissimo esempio di questo. Quando “uno dei malfattori appesi lo insultava”, aggiungendo la sua voce a tutte le altre che accusavano e deridevano Gesù, l’altro si rivolge a Gesù con una semplicissima supplica: “Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno” (v.42). Nascosta in questa breve preghiera è una grande fede. Quando tutti gli altri guardavano Gesù e vedevano uno scandalo, questo vedeva la grazia di Dio. Quando gli altri vedevano follia, questo vedeva la saggezza di Dio. Quando gli altri vedevano una minaccia alla loro vita, questo vedeva la salvezza della sua vita. Gesù dunque gli risponde con queste belle parole: Io ti dico in verità, oggi tu sarai con me in paradiso” (v.43).

Non dovremmo però supporre che questo malfattore fosse l’eccezione alla regola, diverso dai sacerdoti, dagli scribi, da Pilato, da Erode, e dalla folla, l’unico a non aver contribuito alla morte di Gesù e quindi esente dalla condanna. No, è proprio perché lui riconosceva non solo chi era Gesù, ma anche ammetteva di essere appunto un malfattore che moriva come era degno. Come dice nel v.41: “Per noi è giusto, perché riceviamo la pena che ci meritiamo per le nostre azioni, ma questi non ha fatto nulla di male”.

Ecco la potenza di Dio alla salvezza rivelata in Cristo crocifisso: il potere di trasformare il cuore affinché il malfattore si ravveda e fissi i suoi occhi su Gesù come Salvatore e Signore. Questo malfattore è un esempio lampante della grazia proprio perché ci fa capire che non c’è nulla, proprio nulla, che possiamo né dobbiamo fare per essere amati, perdonati e salvati da Gesù. Nei suoi ultimi momenti di vita, questo malfattore non aveva tempo per compiere opere buone o per dimostrare la sua sincerità o per cambiare la sua vita in bene. Aveva tempo solo per guardare Gesù e porre fiducia in lui, chiedendogli semplicemente: “ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno”.

Questo è l’amore incomprensibile di Dio in Cristo, che ci ama in modo incondizionato, che si sacrifica per noi senza aspettare che noi ne diventiamo degni. Questo è l’amore che Paolo elogia in Romani 5:6-8:

Infatti, mentre noi eravamo ancora senza forza, Cristo, a suo tempo, è morto per gli empi. Difficilmente uno morirebbe per un giusto, ma forse per una persona buona qualcuno avrebbe il coraggio di morire; Dio invece mostra il proprio amore per noi in questo: che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.

Quando la realtà di questo amore incomprensibile comincia a penetrare nel profondo del nostro cuore, ci riempie di una speranza incrollabile che ci permette di affrontare e sopportare con perseveranza e coraggio qualsiasi difficoltà. In Romani 8:31-39, Paolo descrive questa speranza incrollabile, e con questo concludiamo (anche perché non c’è modo per dirlo meglio di così):

31 Che diremo dunque riguardo a queste cose? Se Dio è per noi chi sarà contro di noi? 32 Colui che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per noi tutti, non ci donerà forse anche tutte le cose con lui? 33 Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio è colui che li giustifica. 34 Chi li condannerà? Cristo Gesù è colui che è morto e, ancor più, è risuscitato, è alla destra di Dio e anche intercede per noi. 35 Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Sarà forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?… 37 Ma, in tutte queste cose, noi siamo più che vincitori, in virtù di colui che ci ha amati. 38 Infatti sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, 39 né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potranno separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore.

Amen!

Luca 21:5-37: Levate il Capo Perché La Liberazione Si Avvicina

1) I Segni della Fine (21:5-24)

Mentre alcuni parlavano del tempio, di come fosse adorno di belle pietre e di doni votivi, egli disse: «Verranno giorni in cui di tutte queste cose che voi ammirate non sarà lasciata pietra su pietra che non sia diroccata». Essi gli domandarono: «Maestro, quando avverranno dunque queste cose? E quale sarà il segno che tutte queste cose stanno per compiersi?»

Egli disse: «Guardate di non farvi ingannare; perché molti verranno in nome mio, dicendo: “Sono io”; e: “Il tempo è vicino”. Non andate [dunque] dietro a loro. Quando sentirete parlare di guerre e di sommosse, non siate spaventati, perché bisogna che queste cose avvengano prima; ma la fine non verrà subito». 10 Allora disse loro: «Insorgerà nazione contro nazione e regno contro regno; 11 vi saranno grandi terremoti e, in vari luoghi, pestilenze e carestie; vi saranno fenomeni spaventosi e grandi segni dal cielo. 12 Ma prima di tutte queste cose, vi metteranno le mani addosso e vi perseguiteranno consegnandovi alle sinagoghe e mettendovi in prigione, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome. 13 Ma ciò vi darà occasione di rendere testimonianza. 14 Mettetevi dunque in cuore di non premeditare come rispondere a vostra difesa, 15 perché io vi darò una parola e una sapienza alle quali tutti i vostri avversari non potranno opporsi né contraddire. 16 Voi sarete traditi perfino da genitori, fratelli, parenti e amici; faranno morire parecchi di voi 17 e sarete odiati da tutti a causa del mio nome; 18 ma neppure un capello del vostro capo perirà. 19 Con la vostra costanza salverete le vostre vite.

20 «Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, allora sappiate che la sua devastazione è vicina. 21 Allora quelli che sono in Giudea fuggano sui monti, e quelli che sono in città se ne allontanino; e quelli che sono nella campagna non entrino nella città. 22 Perché quelli sono giorni di vendetta, affinché si adempia tutto quello che è stato scritto. 23 Guai alle donne che saranno incinte, e a quelle che allatteranno in quei giorni! Perché vi sarà grande calamità nel paese e ira su questo popolo. 24 Cadranno sotto il taglio della spada e saranno condotti prigionieri fra tutti i popoli; e Gerusalemme sarà calpestata dai popoli, finché i tempi delle nazioni siano compiuti.

25 Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle; sulla terra, angoscia delle nazioni, spaventate dal rimbombo del mare e delle onde. 26 Gli uomini verranno meno per la paurosa attesa di quello che starà per accadere al mondo, poiché le potenze dei cieli saranno scrollate. 27 Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nuvola con potenza e grande gloria.

A) Il contesto del discorso di Gesù (vv.5-7)

Il capitolo 21 del vangelo di Luca riporta uno dei discorsi più famosi di Gesù, quello che concerne “gli ultimi tempi”. Ci sono tante interpretazioni riguardanti i vari dettagli e simboli presenti nel discorso, ma non dovremmo per questo perdere di vista il messaggio principale che Gesù voleva trasmettere ai suoi discepoli che vale tanto per noi oggi quanto per loro. Il messaggio è questo (v.28): “Ma quando queste cose cominceranno ad avvenire, rialzatevi, levate il capo, perché la vostra liberazione si avvicina”. È un messaggio dunque di speranza e di incoraggiamento per tempi instabili e tribolati, proprio come quello che stiamo attraversando adesso. È un messaggio che ci permette di “non temere se la terra è sconvolta”, come ci esorta Salmo 46:2. È un messaggio che ci infonda la “costanza” fino alla salvezza delle nostre vite, come dichiara Gesù nel v. 19 di questo capitolo. Quindi, è importante che ne facciamo tesoro.

Innanzitutto però dobbiamo capire il contesto e l’occasione del discorso di Gesù. Notiamo come “alcuni parlavano del tempio, di come fosse adorno di belle pietre e di doni votivi”, e che Gesù risponde annunciando: “verranno giorni in cui di tutte queste cose che voi ammirate non sarà lasciata pietra su pietra che non sia diroccata”. Ricordiamoci che il tempio, oltre ad essere il luogo di culto centrale degli ebrei, era anche il loro simbolo nazionale più importante. Senza la monarchia davidica che era caduta durante l’invasione babilonese nel sesto secolo a.C., il tempio — ricostruito da Erode — fungeva da simbolo dell’esistenza e dell’identità del popolo ebraico. Il tempio, tramite il culto, i sacrifici e il sacerdozio, serviva per garantire la presenza di Dio in mezzo a loro e la loro sopravvivenza come popolo.

Anche se non facile, dobbiamo cercare di immaginarci quanto catastrofica sarebbe stata (e che poi fu davvero) la sua distruzione. Quando nell’anno 70 d.C. i romani compirono questa profezia di Gesù e distrussero il tempio, non passò tanto tempo prima che Israele cessasse di esistere come una sola nazione nel suo paese, una situazione che sarebbe durata fino al secolo scorso. In poche parole, la fine del tempio significava la fine d’Israele come nazione. Perciò, è comprensibile che i discepoli gli chiedano subito nel v.7: “Maestro, quando avverranno dunque queste cose? E quale sarà il segno che tutte queste cose stanno per compiersi?” Vogliono, devono sapere quando succederà tutto questo perché devono essere preparati. Sono queste le domande a cui Gesù risponde con il discorso che il resto del capitolo riferisce.

B) La devastazione di Gerusalemme (vv.20-24)

Mentre leggiamo il discorso è necessario tenere a mente questi fatti. Il riferimento principale di Gesù non è il lontano futuro ma ciò che accadrà a Gerusalemme durante le vite dei suoi discepoli, come afferma chiaramente nel v.32: “In verità vi dico che questa generazione non passerà prima che tutte queste cose siano avvenute.” Ancora più convincente è l’esortazione ai suoi discepoli nel vv.20-21: “Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, allora sappiate che la sua devastazione è vicina. Allora quelli che sono in Giudea fuggano sui monti, e quelli che sono in città se ne allontanino; e quelli che sono nella campagna non entrino nella città.” E ancora nei vv.23-24: Guai alle donne che saranno incinte, e a quelle che allatteranno in quei giorni! Perché vi sarà grande calamità nel paese e ira su questo popolo. Cadranno sotto il taglio della spada e saranno condotti prigionieri fra tutti i popoli; e Gerusalemme sarà calpestata dai popoli, finché i tempi delle nazioni siano compiuti.”

Dovrebbe essere evidente che queste dichiarazioni hanno a che fare con la città di Gerusalemme e il popolo ebraico del primo secolo e, come la storia conferma, furono adempiute nell’anno 70 d.C. Non dobbiamo dunque interpretare questo discorso di Gesù come se parlasse principalmente di tutti i tempi successivi fino ai giorni nostri.

C) La prospettiva profetica del discorso (vv.25-27)

Tutto ciò non significa, però, che il discorso di Gesù non sia attuale per noi oggi. Dobbiamo tenere a mente anche un altro fatto, quello della “prospettiva profetica” che troviamo spesso negli scritti profetici della Bibbia. Nella prospettiva profetica, eventi futuri vengono spesso condensati o sovrapposti in modo da renderli indistinguibili gli uni dagli altri. Oppure, una certa profezia può avere due o più riferimenti: uno nel futuro immediato e un altro nel futuro lontano. In questo caso, il primo adempimento della profezia funge da “anteprima” o “anticipazione” del secondo (o eventualmente di un terzo o di un quarto) adempimento.

Un esempio lampante è la promessa di Genesi 3:15 quando Dio, parlando al serpente nel giardino d’Eden, annuncia: “Io porrò inimicizia fra te e la donna, e fra la tua progenie e la progenie di lei; questa progenie ti schiaccerà il capo e tu le ferirai il calcagno». Questa promessa, come ben sappiamo, fu adempiuta da Gesù quando morì e poi risuscitò, trionfando sul peccato e sulla morte. Tempo fa, però, quando abbiamo studiato il primo capitolo di Luca, abbiamo scoperto che questa profezia ebbe un adempimento già prima in Giudici 5:24-27 dove una donna chiamata Iael viene lodata per aver letteralmente schiacciato la testa del nemico d’Israele, cioè di Sisera, condottiero dell’esercito del re che per tanti anni aveva oppresso il popolo. In Luca 1:42, Elisabetta va a trovare Maria e usa le parole di Giudici 5:24 per benedire la madre di Gesù. Il punto di tutto questo è che prima di essere pienamente adempiuta da Gesù, la promessa di Genesi 3:15 ebbe altri adempimenti preliminari — come nell’episodio di Iael in Giudici — che anticipavano il più grande adempimento ancora a venire.

Il discorso di Gesù in Luca 21 manifesta questo tipo di prospettiva profetica. Essa viene fuori in modo particolare nei vv.25-27 che parlano di “segni nel sole, nella luna e nelle stelle; sulla terra, angoscia delle nazioni, spaventate dal rimbombo del mare e delle onde. Gli uomini verranno meno per la paurosa attesa di quello che starà per accadere al mondo, poiché le potenze dei cieli saranno scrollate.” Notiamo qui che siamo passati da ciò che accadrà a Gerusalemme a ciò che accadrà “al mondo”, proprio prima del ritorno di Gesù “su una nuvola con potenza e grande gloria”. Queste osservazioni indicano che, mentre Gesù si riferiva principalmente agli eventi che avrebbero portato alla distruzione del tempio nel 70 d.C., nella prospettiva profetica fanno da “anteprima” di ciò che succederà in tutti i tempi fino al ritorno di Cristo.

2) La Vostra Liberazione Si Avvicina (21:28)

28 Ma quando queste cose cominceranno ad avvenire, rialzatevi, levate il capo, perché la vostra liberazione si avvicina».

È a questo punto nel capitolo che giungiamo al punto centrale del discorso di Gesù, l’esortazione che vale tanto per noi oggi quanto valeva per i suoi discepoli nel primo secolo. I discepoli di Gesù di tutti i tempi e in tutti i luoghi dovrebbero essere caratterizzati così: quando “queste cose” avvengono, noi ci rialziamo, leviamo il capo, perché la nostra liberazione si avvicina. Quali sono “queste cose” di cui Gesù parlava? Sono i “segni” profetizzati da Gesù nei vv.8-18, i segni che precedettero la distruzione di Gerusalemme in Israele nel primo secolo e gli stessi segni che, al livello mondiale, precederanno il ritorno di Gesù. Riassumendo, questi segni sono:

  • Ingannatori (v.8)
  • Guerre e sommosse, nazione contro nazione (vv.9-10)
  • Terremoti (v.11)
  • Pestilenze (v.11)
  • Carestie (v.11)
  • Fenomeni spaventosi (v.11)
  • Grandi segni dal cielo (v.11)
  • Persecuzione (vv.12, 16-17)

Questo è rimarchevole. A differenza di coloro che (secondo v.26) “verranno meno per la paurosa attesa di quello che starà per accadere al mondo”, i seguaci di Gesù devono rialzarsi e levare il capo. Mentre tutti gli altri vedono il mondo afflitto da guerre e disastri naturali, epidemie e ingiustizie, e a causa di tutto ciò perdono fiducia, si disperano e si arrabbiano con Dio, i discepoli di Gesù rafforzano la loro fiducia, aumentano la loro speranza e si riposano nella pace di Dio. Lungi dall’essere per loro un motivo di ansia e di angoscia, questi tremendi avvenimenti diventano per loro occasione di una fede più forte e di una speranza più certa. Come mai?

La risposta di Gesù ci dice tutto: “perché la vostra liberazione si avvicina”. Per il discepolo di Gesù, tutte queste brutte cose non sono altro che i segni della loro liberazione, proprio come per una donna incinta le doglie del parto sono i segni che presto nascerà la gioia di una nuova vita. E per l’attento lettore del vangelo di Luca, questa promessa è fondata nella realtà della morte e della risurrezione di Gesù stesso. Nel senso più grande, i segni predetti da Gesù si riferiscono alla tribolazione che lui doveva subire solo qualche giorno dopo. Notiamo come Luca nel capitolo 23 narra la morte di Gesù sulla croce:

44 Era circa l’ora sesta, e si fecero tenebre su tutto il paese fino all’ora nona; 45 il sole si oscurò e la cortina del tempio si squarciò nel mezzo. 46 E Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani rimetto lo spirito mio». Detto questo, spirò. 47 Il centurione, veduto ciò che era accaduto, glorificava Dio, dicendo: «Veramente quest’uomo era giusto». 48 E tutta la folla che assisteva a questo spettacolo, vedute le cose che erano accadute, se ne tornava battendosi il petto.

Qui c’è tutto: fenomeni spaventosi, grandi segni dal cielo, terremoti, lo squarciarsi della cortina davanti al luogo santissimo nel tempio, e della gente venuta meno per ciò che accadeva. Poi la morte di Gesù stesso, colui che in tanti modi differenti si era presentato come il nuovo e vero tempio. In realtà, dunque, tutto questo discorso riguarda Gesù stesso, come leggiamo in Giovanni 2:19-22:

19 Gesù rispose loro: «Distruggete questo tempio, e in tre giorni lo farò risorgere!» 20 Allora i Giudei dissero: «Quarantasei anni è durata la costruzione di questo tempio e tu lo faresti risorgere in tre giorni?» 21 Ma egli parlava del tempio del suo corpo. 22 Quando dunque fu risorto dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che egli aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola che Gesù aveva detta.

Fu Gesù che vide tutti questi terribili segni ma poi levò il capo e pregò: “Padre, nelle tue mani rimetto lo spirito mio”, perché sapeva che la sua liberazione era vicina, che il terzo giorno dopo Dio Padre lo avrebbe risuscitato da morte e l’avrebbe poi esaltato alla sua destra in cielo. È Gesù dunque che è la nostra speranza vivente, il motivo per cui anche noi possiamo vedere le afflizione e le difficoltà di questo mondo ma allo stesso tempo rialzarci e levare il capo mentre tutti gli altri si disperano. Noi saremo in grado di mantenere la fiducia e la speranza nella misura in cui, come dice Ebrei 12:2, fissiamo “lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta. Per la gioia che gli era posta dinanzi egli sopportò la croce, disprezzando l’infamia, e si è seduto alla destra del trono di Dio.”

Da questo impariamo che la “liberazione” di cui Gesù parla qui non significa “essere risparmati” dalle vicissitudini difficili e dolorose di questo mondo decaduto, ma è la promessa della salvezza e della vita eterna nel nuovo creato. Gesù è sempre il modello: si è seduto alla destra del trono di Dio solo dopo aver sopportato la croce. Leggiamo di nuovo le parole di Gesù nei vv. 16-18:

16 Voi sarete traditi perfino da genitori, fratelli, parenti e amici; faranno morire parecchi di voi 17 e sarete odiati da tutti a causa del mio nome; 18 ma neppure un capello del vostro capo perirà. 19 Con la vostra costanza salverete le vostre vite.

Non è interessante questo? Prima Gesù avverte i suoi discepoli che saranno traditi, odiati, ed alcuni messi a morte per causa sua, ma poi promette che “neppure un capello del vostro capo perirà”. Vale quest’ultima promessa anche se vieniamo ammazzati? Sì, perché la speranza di cui Gesù parla va oltre questa vita. 1 Corinzi 15:19:

Se abbiamo sperato in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miseri fra tutti gli uomini.

Qual è dunque questa speranza? La risurrezione alla vita eterna. Ancora 1 Corinzi 15 (vv.20-23):

20 Ma ora Cristo è stato risuscitato dai morti, primizia di quelli che sono morti. 21 Infatti, poiché per mezzo di un uomo è venuta la morte, così anche per mezzo di un uomo è venuta la risurrezione dei morti. 22 Poiché, come tutti muoiono in Adamo, così anche in Cristo saranno tutti vivificati; 23 ma ciascuno al suo turno: Cristo, la primizia; poi quelli che sono di Cristo, alla sua venuta

È questa speranza, fondata nella morte e nella risurrezione di Gesù, che ci permette di rialzarci e levare il capo anche in mezzo alle circostanze più angoscianti mentre tutto il mondo ci crolla addosso.

3) Badate a Voi Stessi (21:29-38)

29 Disse loro una parabola: «Guardate il fico e tutti gli alberi; 30 quando cominciano a germogliare, voi, guardando, riconoscete da voi stessi che l’estate è ormai vicina. 31 Così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino. 32 In verità vi dico che questa generazione non passerà prima che tutte queste cose siano avvenute. 33 Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.

34 Badate a voi stessi, perché i vostri cuori non siano intorpiditi da stravizio, da ubriachezza, dalle ansiose preoccupazioni di questa vita, e che quel giorno non vi venga addosso all’improvviso come un laccio; 35 perché verrà sopra tutti quelli che abitano su tutta la terra. 36 Vegliate dunque, pregando in ogni momento, affinché siate in grado di scampare a tutte queste cose che stanno per venire, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo». 37 Di giorno Gesù insegnava nel tempio; poi usciva e passava la notte sul monte detto degli Ulivi. 38 E tutto il popolo, la mattina presto, andava da lui nel tempio per ascoltarlo.

Non manteniamo questa speranza automaticamente. Non ci viene naturale fidarci di Dio contro ogni apparenza al contrario. Ecco perché Gesù conclude il suo discorso con tre esortazioni che, mettendole in pratiche, saremo (come dice nel v.36) “in grado di scampare a tutte queste cose che stanno per venire, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo”.

A) Sappiate (vv.29-33)

La prima cosa che Gesù ci esorta a fare è sapere: “sappiate”. Come si può sapere che l’estate è vicina quando gli alberi cominciano a germogliare, così quando vediamo “accadere queste cose”, dobbiamo sapere “che il regno di Dio è vicino”. Questo “sappiate” si riallaccia ai comandi precedenti di Gesù: “Non fatevi ingannare” (v.8) e “non siate spaventati” (v.9). Se non sappiamo interpretare i segni dei tempi, saremo facilmente spaventati da ciò che accade. Se non sappiamo che la morte deve sempre precedere la risurrezione, che la croce deve sempre precedere la corona, saremo travolti dalle difficoltà e dai dolori della vita. Se non sappiamo la verità, saremo facilmente ingannati dalla falsità. La speranza viene dalla conoscenza della verità, e la conoscenza della verità viene dalla parola di Gesù: “il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (v.33). La prima cosa che dobbiamo fare dunque è conoscere la parola di Dio. Essa dura in eterno anche quando tutto il resto crolla. Che grande dono è la parola di Dio che in tempi incerti e instabili, possiamo stare fermi su quella roccia che non cambia mai!

B) Vegliate (vv.34-36)

La seconda cosa da fare è vegliare: “vegliate dunque”. Sapere la verità della parola di Dio è solo l’inizio, perché non ci sarà di nessun aiuto se stiamo dormendo. Dobbiamo stare attenti, facendo attenzione “perché i nostri cuori non siano intorpiditi da stravizio, da ubriachezza, dalle ansiose preoccupazioni di questa vita, e che quel giorno non vi venga addosso all’improvviso come un laccio.” L’apostolo Paolo ribadisce quest’idea in 1 Tessalonicesi 5:1-8:

1 Quanto poi ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; perché voi stessi sapete molto bene che il giorno del Signore verrà come viene un ladro nella notte. Quando diranno: «Pace e sicurezza», allora una rovina improvvisa verrà loro addosso, come le doglie alla donna incinta; e non scamperanno. Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno abbia a sorprendervi come un ladro; perché voi tutti siete figli di luce e figli del giorno; noi non siamo della notte né delle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma vegliamo e siamo sobri; poiché quelli che dormono, dormono di notte, e quelli che si ubriacano, lo fanno di notte. Ma noi, che siamo del giorno, siamo sobri, avendo rivestito la corazza della fede e dell’amore e preso per elmo la speranza della salvezza.

C) Pregate in ogni momento (v.36-37)

Per Gesù, “vegliare” ha un significato ben preciso: “Vegliate dunque, pregando in ogni momento…”. Questa è la sua terza esortazione a noi. Senza pregare, conoscere la parola di Dio e vegliare attentamente non saranno sufficienti per mantenere ferma la speranza. Dobbiamo pregare, e pregare “in ogni momento”. Solo così saremo “in grado di scampare a tutte queste cose che stanno per venire, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo”, irreprensibili e senza vergogna. Ancora una volta Gesù è il nostro esempio perfetto. Luca ci dice nel v.37 che “di giorno Gesù insegnava nel tempio; poi usciva e passava la notte sul monte detto degli Ulivi.” Questo anticipa ciò che succederà nel capitolo seguente quando Gesù passerà tutta la notte prima della sua crocifissione in preghiera, ricordando ai suoi discepoli: “Pregate di non entrare in tentazione” (22:40). Persino Gesù dovette pregare “in ogni momento” per avere la forza e la fiducia di sopportare la croce. Quanto di più noi abbiamo bisogno di fare la stessa cosa! Ma sarà proprio lì, quando anche noi ci inginocchiamo per pregare in mezzo all’agonia e all’angoscia del giardino che troveremo in Gesù non solo un buon esempio, ma anche nostro fratello e pronto sostegno. Concludiamo con le familiari ma bellissime parole di Ebrei 4:14-16 che non mi stanco mai di ripetere:

14 Avendo dunque un grande sommo sacerdote che è passato attraverso i cieli, Gesù, il Figlio di Dio, stiamo fermi nella fede che professiamo. 15 Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non possa simpatizzare con noi nelle nostre debolezze, poiché egli è stato tentato come noi in ogni cosa, senza commettere peccato. 16 Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovare grazia ed essere soccorsi al momento opportuno.

Amen!

Luca 13: Avvicinandosi a Gerusalemme

Il capitolo 13 del vangelo di Luca può apparire come una “collana di perle”, brevi gemme di insegnamenti di Gesù poste l’una dopo l’altra in modo casuale senza un filo conduttore. Quest’impressione non è però corretta, poiché tutto il capitolo s’impernia su quello riportato nel v.22: “Egli attraversava città e villaggi, insegnando e avvicinandosi a Gerusalemme.” Se ci fosse qualche dubbio circa il significato di questa frase, le parole di Gesù nel v.33 lo toglierebbe: “Ma bisogna che io cammini oggi, domani e dopodomani, perché non può essere che un profeta muoia fuori di Gerusalemme.” Nel 9:51 abbiamo visto che “Poi, mentre si avvicinava il tempo in cui sarebbe stato tolto dal mondo, Gesù si mise risolutamente in cammino per andare a Gerusalemme.” Tutto ciò che segue, finché Gesù non arriva alla croce, lo porta verso questo atroce destino. Lungi dall’essere una vittima d’ingiustizia, Gesù è deciso su quello che deve fare, lo scopo per cui è venuto: sacrificarsi per “togliere il peccato del mondo”, e nulla gli impedirà di compiere la sua missione.

Quando dunque leggiamo nel v.22 che Gesù insegnava mentre si avvicinava a Gerusalemme, scopriamo il filo conduttore dell’intero capitolo: è l’insegnamento di Gesù che si avvicina all’ora della sua morte. Deve camminare “oggi, domani e dopodomani” ma poi, arrivato a Gerusalemme, si fermerà, poiché lì sarà tradito, arrestato e poi crocifisso. In quest’ottica, i vari insegnamenti di Gesù in questo capitolo esprimono tutti quanti un forte senso di urgenza. Quando si sa di avvicinarsi alla morte, tutto diventa chiaro e serio. Tutto si mette a fuoco. Si discernono subito le cose che contano e quelle sono solo distrazioni. Non si ha tempo per svaghi inutili, perché ogni minuto è prezioso e deve essere sfruttato al massimo. Non si parla più a mezze parole, rischiando di non farsi capire o rimandando conversazioni importanti. Si va subito al necessario, all’indisensabile, lasciando perdere l’interessante o il divertente che però in fin dei conti è di nessun valore. Gesù, insomma, parla sia ai suoi discepoli sia a coloro che incontra lungo la strada in termini succinti e schietti, chiamandoli a prestare urgente attenzione alle cose che contano per l’eternità. Sa che presto morirà, e quindi le sue parole sono come un laser che penetra subito nel cuore e che pretende una reazione immediata. O, pure usare l’immagine di Ebrei 4:12:

Infatti la parola di Dio è vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a doppio taglio, e penetrante fino a dividere l’anima dallo spirito, le giunture dalle midolla; essa giudica i sentimenti e i pensieri del cuore.

Alla fine, vedremo che tutti i vari insegnamenti di Gesù riferiti in questo capitolo portano alla sua dichiarazione nei vv.34-35:

34 Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! 35 Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata [deserta]. Io vi dico che non mi vedrete più, fino al giorno in cui direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”».

1) Perirete Tutti Allo Stesso Modo (13:1-9, 18-21)

In quello stesso tempo vennero alcuni a riferirgli il fatto dei Galilei il cui sangue Pilato aveva mescolato con i loro sacrifici. Egli rispose loro: «Pensate che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, perché hanno sofferto quelle cose? No, vi dico; ma se non vi ravvedete, perirete tutti allo stesso modo. O quei diciotto sui quali cadde la torre in Siloe e li uccise, pensate che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico; ma se non vi ravvedete, perirete tutti allo stesso modo».

Disse anche questa parabola: «Un tale aveva un fico piantato nella sua vigna; andò a cercarvi del frutto e non ne trovò. Disse dunque al vignaiuolo: “Ecco, sono ormai tre anni che vengo a cercar frutto da questo fico e non ne trovo. Taglialo! Perché sta lì a sfruttare il terreno?” Ma l’altro gli rispose: “Signore, lascialo ancora quest’anno; gli zapperò intorno e gli metterò del concime. Forse darà frutto in avvenire; se no, lo taglierai”»…

18 Diceva ancora: «A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo paragonerò? 19 È simile a un granello di senape che un uomo ha preso e gettato nel suo orto; ed è cresciuto ed è divenuto un [grande] albero, e gli uccelli del cielo si sono riparati sui suoi rami». 20 E di nuovo disse: «A che cosa paragonerò il regno di Dio? 21 Esso è simile al lievito che una donna ha preso e nascosto in tre misure di farina, finché fu tutta lievitata».

In questi insegnamenti, Gesù pone l’accento sull’urgenza di ravvedimento senza il quale “perirete tutti allo stesso modo”. Così Gesù affronta la tragedia riferitagli “dei Galilei il cui sangue Pilato aveva mescolato con i loro sacrifici”, e anche di “quei diciotto sui quali cadde la torre in Siloe e li uccise”. La prospettiva che Gesù che dà è utile per interpretare eventi simili, se parliamo di guerre, di malattie, di catastrofi naturali, o di qualsiasi altro male che si può subire in questo mondo. Spesso ci si chiede: “ma perché questo?”, cercandone una ragione o forse qualcuno a cui dare colpa. Ma come dovremo ben sapere a questo punto nel vangelo, Gesù non risponde mai alle nostre domande come ci aspettiamo o vogliamo.

In questo caso Gesù ribalta la domanda verso chi gliela pone, verso di noi: “pensate che questi fossero più peccatori degli altri?” Non ci spiega il perché. Rifiuta di incolpare qualcuno in particolare. Gesù invece risponde con questo avvertimento: “se non vi ravvedete, perirete tutti allo stesso modo”. Gesù non ha tempo da perdere in discorsi filosofoci sul problema del male; non gli interessa soddisfare le nostre curiosità. Va subito al cuore della questione: la cosa più importante non è mai di capire perché succede questo o quest’altro male, ma di chiederci se noi siamo a posto davanti al nostro Signore e Giudice al quale ognuno di noi dovrà rendere conto. Tornando a Ebrei 4:

E non v’è nessuna creatura che possa nascondersi davanti a lui; ma tutte le cose sono nude e scoperte davanti agli occhi di colui al quale dobbiamo rendere conto. (v.13)

Seguono poi delle parabole che, ciascuna nel modo suo, sottolineano l’urgenza di ravvedersi ora senza rimandare o procrastinare. È vero che un fico piantato, un granello di senape seminato, e il lievito mescolato nell’impasto prendono del tempo a maturare, ma (e questo è il punto di Gesù) non si deve mai presumere di avere sempre più tempo a disposizione prima che arrivi il padrone a richiederne i frutti. È vero che, come afferma 2 Pietro 3:9, Dio “è paziente verso di voi, non volendo che qualcuno perisca, ma che tutti giungano al ravvedimento”. Ma è altrettanto vero che, come Paolo avverte in Romani 2:3-5, che la pazienza di Dio che ci concede l’opportunità per ravvederci non durerà per sempre:

Pensi tu, o uomo, che giudichi quelli che fanno tali cose e le fai tu stesso, di scampare al giudizio di Dio? Oppure disprezzi le ricchezze della sua bontà, della sua pazienza e della sua costanza, non riconoscendo che la bontà di Dio ti spinge al ravvedimento? Tu, invece, con la tua ostinazione e con l’impenitenza del tuo cuore, ti accumuli un tesoro d’ira per il giorno dell’ira e della rivelazione del giusto giudizio di Dio.

Quindi, Gesù, avvicinandosi alla sua morte, non ha tempo da perdere nel chiamare la gente al ravvedimento. Questo messaggio è altrettanto urgente oggi, perché a nessuno è garantito un altro giorno di vita. In realtà, a nessuno è garantito un altro minuto di vita.

2) Allontanatevi da Me Voi Malfattori (13:10-17, 22-30)

10 Gesù stava insegnando di sabato in una delle sinagoghe. 11 Ecco una donna, che da diciotto anni aveva uno spirito che la rendeva inferma, ed era tutta curva e assolutamente incapace di raddrizzarsi. 12 Gesù, vedutala, la chiamò a sé e le disse: «Donna, tu sei liberata dalla tua infermità». 13 Pose le mani su di lei e, nello stesso momento, ella fu raddrizzata e glorificava Dio. 14 Or il capo della sinagoga, indignato che Gesù avesse fatto una guarigione di sabato, disse alla folla: «Ci sono sei giorni nei quali si deve lavorare; venite dunque in quelli a farvi guarire, e non in giorno di sabato». 15 Ma il Signore gli rispose: «Ipocriti! Ciascuno di voi non scioglie, di sabato, il suo bue o il suo asino dalla mangiatoia per condurlo a bere? 16 E questa, che è figlia di Abraamo, e che Satana aveva tenuto legata per ben diciotto anni, non doveva essere sciolta da questo legame in giorno di sabato?» 17 Mentre diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, e la moltitudine si rallegrava di tutte le opere gloriose da lui compiute.

22 Egli attraversava città e villaggi, insegnando e avvicinandosi a Gerusalemme. 23 Un tale gli disse: «Signore, sono pochi i salvati?» Ed egli disse loro: 24 «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché io vi dico che molti cercheranno di entrare e non potranno. 25 Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, stando di fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, [Signore,] aprici”. Ed egli vi risponderà: “Io non so da dove venite”. 26 Allora comincerete a dire: “Noi abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza, e tu hai insegnato nelle nostre piazze!” 27 Ed egli dirà: “Io vi dico che non so da dove venite. Allontanatevi da me, voi tutti, malfattori”. 28 Là ci sarà pianto e stridor di denti, quando vedrete Abraamo, Isacco, Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, e voi ne sarete buttati fuori. 29 E ne verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno, e staranno a tavola nel regno di Dio. 30 Ecco, vi sono degli ultimi che saranno primi e dei primi che saranno ultimi».

Negli insegnamenti successivi, Gesù incontra un gruppo di persone un po’ diverse. Se il primo gruppo consiste di quelli che devono svegliarsi all’urgenza di ravvedersi, questo secondo gruppo consiste di quelli che credono di essere a posto con Dio ma in realtà non lo sono. Rappresentanti di questi sono i religiosi nella sinagoga che s’indignano quando Gesù guarisce una donna inferma nel giorno di sabato. Gesù non spreca tempo prima di smascherare l’ipocrisia di questi che si reputano portavoce di Dio e guardiani della giustizia: “Ipocriti! Ciascuno di voi non scioglie, di sabato, il suo bue o il suo asino dalla mangiatoia per condurlo a bere?” Senza entrare nelle complessità legali dei dibattiti ebraici, basta capire che Gesù lancia ai suoi critici la stessa condanna di Matteo 23:23-24:

23 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché pagate la decima della menta, dell’aneto e del comino e trascurate le cose più importanti della legge: il giudizio, la misericordia e la fede. Queste sono le cose che bisognava fare, senza tralasciare le altre. 24 Guide cieche, che filtrate il moscerino e inghiottite il cammello!

Nel loro “filtrare il moscerino e inghiottire il cammello”, i critici religiosi di Gesù dimostrano di essere in realtà privi della giustizia che professano di avere. Pagano la decima della menta, dell’aneto e del comino ma trascurano le cose più importanti: il giudizio, la misericordia e la fede. Sono ingannatori e auto-ingannati: si ritengono vicini a Dio ma ne sono lontanissimi.

Così Gesù avverte tutti che incontra lungo il suo percorso verso Gerusalemme che si saranno molti che nel giorno di giudizio si crederanno capaci di superarlo ma rimarrano sconvolti dalla sentenza divina: “Io vi dico che non so da dove venite. Allontanatevi da me, voi tutti, malfattori”. Non posso immaginare parole più terribili di queste che prenderanno alla sprovvista una gran parte di persone che ai propri occhi erano a posto con Dio. Questi sono i primi che nell’ultimo giorno diventeranno gli ultimi, gettati laddove “ci sarà pianto e stridor di denti”. Ecco l’urgenza di “sforzarsi per entrare per la porta stretta”.

Gesù qui non intende destabilizzare l’autentica fede di quelli che credono veramente in lui, ma piuttosto quella presunzione di coloro che si auto-giustificano in base alle proprie opere. Non deve avere paura chi dice insieme all’apostolo Paolo in Filippesi 3:8-9:

Anzi, a dire il vero, ritengo che ogni cosa sia un danno di fronte all’eccellenza della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho rinunciato a tutto; io considero queste cose come tanta spazzatura al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui non con una giustizia mia, derivante dalla legge, ma con quella che si ha mediante la fede in Cristo: la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede.

Quest’attitudine è l’opposta della presunzione di essere a posto con Dio grazie alla propria giustizia e che si scandalizza sempre di fronte alla grazia di Dio. Ma dato che molti si ingannano proprio in questo modo, Gesù di nuovo rifiuta di parlargli in termini leggeri e comodi. L’ora della sua morte si avvicina, e dunque diventa sempre più urgente la necessità di chiamare al ravvedimento non solo i “peccatori” ma anche i “giusti”.

3) Bisogna che Io Cammini Oggi (13:31-35)

31 In quello stesso momento vennero alcuni farisei a dirgli: «Parti e vattene di qui, perché Erode vuol farti morire». 32 Ed egli disse loro: «Andate a dire a quella volpe: “Ecco, io scaccio i demòni, compio guarigioni oggi e domani, e il terzo giorno avrò terminato”. 33 Ma bisogna che io cammini oggi, domani e dopodomani, perché non può essere che un profeta muoia fuori di Gerusalemme.

34 Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! 35 Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata [deserta]. Io vi dico che non mi vedrete più, fino al giorno in cui direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”».

Alla fine del capitolo, Gesù esplicita il filo conduttore in tutti questi suoi insegnamenti. Venuto a sapere anche Erode vuole farlo morire, Gesù rimane imperturbato e risponde: “Andate a dire a quella volpe: ‘Ecco, io scaccio i demoni, compio guarigioni oggi e domani, e il terzo giorno avrò terminato'”. Sebbene un po’ enigmatico, il significato di questa frase è palese: Gesù tra poco compierà la sua missione, predicando il regno di Dio, dimostrandolo con i suoi segni miracolosi, e sconfiggendo il male tramite la sua morte e la sua risurrezione. Nessuno, compreso il presuntuoso Erode, sarà in grado di impedirglielo. Se si riesce a uccidere Gesù, non si farà altro che cooperare al compimento del suo obbiettivo!

Ma è a questo punto che Gesù, pur promettendo la sua vittoria inevitabile, piange il rifiuto di coloro che, come Erode, lo portano alla croce. Qui Gesù usa un’immagine commovente: “quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto”. L’immagine è della gallina che cova i suoi pulcini e li protegge esponendo se stessa ai pericoli. Per esempio, in caso d’incendio, la chioccia copre i pulcini con il proprio corpo, lasciandosi uccidere dalle fiamme, ma conservando in vita i suoi piccoli.

In questa similitudine, Gesù è la chioccia che si frappone tra le “fiamme” del giudizio divino e coloro a esso destinati. In questo capitolo, Gesù ha ribadito più volte e con urgenza la terribile minaccia del giudizio di Dio che, ricordiamoci, è conforme al suo amore in quanto necessario per ristabilire la giustizia in un mondo ingiusto. Alla luce di ciò, Gesù insiste sul bisogno che tutti hanno del ravvedimento, sia i “peccatori” che i “giusti”. Ma qui Gesù aggiunge due principi di vitale importanza: 1) è Gesù stesso che si sacrifica per salvarci da questo giudizio (lo scopo della sua morte imminente) e 2) ravvedersi non vuol dire altro che trovare rifiugio sotto le “ali” amorevoli e potenti di Gesù.

Consideriamo dunque la bontà di Dio nella sua severità! Quanto è grande il suo amore per cui prende il nostro posto sotto il giudizio divino, caricandosi dei nostri peccati e subendo nella sua persona la pena delle nostre colpe! Quanto è grande anche la sua potenza per cui, tramite il suo unico sacrificio sulla croce, ha compiuto una volta per sempre la nostra salvezza senza che bisogni aggiungere alla sua opera alcuna cosa! Quanto è grande la sua misericordia per cui invita tutti, persino coloro che lo hanno inchiodato sulla croce, a rifiugarsi sotto le sue ali, e piange ogni rifiuto di farlo. In verità, è la bontà di Dio — non la minaccia o la paura — che ci spinge al ravvedimento. Quando comprendiamo l’amore, la potenza e la misericordia di Dio rivelati in Gesù, che cosa potrebbe impedirci o farci esitare dal correre subito da lui, rinunciando a ogni ingiustizia o anche giustizia nostra, e rifiugiandosi sotto le sue ali? Che cosa potrebbe tenerci ancora lontani da lui?

Il messaggio del vangelo è tremendo sì, ma la sua bellezza e la sua bontà non hanno paragone. Non aspettiamo ancora un secondo; corriamo subito da Gesù e troveremo in lui tutto quello che potremmo mai desiderare, e molto più ancora. Amen.

Matteo 26:57-75: Quella Bella Confessione di Fede

1) La Falsa Testimonianza (26:57-63)

57 Quelli che avevano preso Gesù lo condussero da Caiafa, sommo sacerdote, presso il quale erano riuniti gli scribi e gli anziani. 58 Pietro lo seguiva da lontano, finché giunsero al cortile del sommo sacerdote; ed entrò, mettendosi a sedere con le guardie, per vedere come la vicenda sarebbe finita. 59 I capi dei sacerdoti[, gli anziani] e tutto il sinedrio cercavano qualche falsa testimonianza contro Gesù per farlo morire; 60 e non ne trovavano, benché si fossero fatti avanti molti falsi testimoni. 61 Alla fine se ne fecero avanti due, che dissero: «Costui ha detto: “Io posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni”». 62 E il sommo sacerdote, alzatosi in piedi, gli disse: «Non rispondi nulla? Non senti quello che testimoniano costoro contro di te?» 63 Ma Gesù taceva. E il sommo sacerdote gli disse: «Ti scongiuro per il Dio vivente di dirci se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio». 64 Gesù gli rispose: «Tu l’hai detto…

Dopo l’agonia di Gesù nel giardino dei Getsemani, Giuda Iscariota, uno dei suoi dodici discepoli, lo tradisce, conducendo una folla armata per arrestarlo e identificandolo con un bacio. Gesù viene preso (o meglio, si lascia prendere) da loro, i quali lo portano davanti al sinedrio, il consiglio governante degli ebrei e presediato da Caiafa, il sommo sacerdote, per essere processato e condannato. Nel narrare questi avvenimenti, Matteo sottolinea per l’innesima volta che Gesù è stato arrestato e processato perché lui lo vuole. In 26:51-54 scrive come nel giardino:

51 Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù, stesa la mano, tirò fuori la sua spada e, colpito il servo del sommo sacerdote, gli recise l’orecchio. 52 Allora Gesù gli disse: «Riponi la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada periranno di spada. 53 Credi forse che io non potrei pregare il Padre mio che mi mandi in questo istante più di dodici legioni d’angeli? 54 Come dunque si adempirebbero le Scritture, secondo le quali bisogna che così avvenga?»

Gesù non è una vittima indifesa, ma il Signore che sta per dare la sua vita per la salvezza del mondo, come Dio aveva promesso nelle Scritture. Tutto si svolge secondo il piano di Dio, e Gesù rimane sempre in controllo. Come Gesù dichiara in Giovanni 10:17-18: “io depongo la mia vita per riprenderla poi. Nessuno me la toglie, ma io la depongo da me. Ho il potere di deporla e ho il potere di riprenderla.”

Nel descrivere il processo di Gesù, Matteo mette in risalto il concetto di “testimonianza”: la falsa testimonianza del sinedrio, la codarda testimonianza di Pietro e ciò che Paolo chiama in 1 Timoteo 6:13 “quella bella confessione” o testimonianza di Gesù. Esaminando queste tre forme di testimonianza relative a Gesù, possiamo imparare molto per quanto concerne la testimonianza che anche noi dobbiamo rendere di Gesù al mondo.

In primo luogo consideriamo la falsa testimonianza del sinedrio. Il significato del processo di Gesù diventa più chiaro se teniamo a mente due punti riguardanti le leggi dell’epoca. Innanzitutto, è importante sapere che il sinedrio nonché il sommo sacerdote non avevano, sotto l’impero romano, il potere di giustiziare trasgressori della legge. I casi nei quali era in discussione la pena di morte dovevano essere presentati alle autorità romane, le quali solo avevano il diritto di pronunciare ed eseguire la sentenza di morte. Questo spiega perché che il sinedrio si riunisce per processare Gesù anziché ucciderlo subito. Non possono farlo, e per certi versi non gli conviene farlo data la popolarità di cui Gesù godeva. Meglio lasciare che i romani siano i “cattivi” in questa vicenda, e si riuniscono per trovare qualche accusa contro Gesù che agli occhi dei romani avrebbe meritato la pena di morte.

Il secondo punto da tenere presente è che la legge ebraica richiedeva che, per prevenire accuse false, un minimo di due testimoni dovessero concordare prima di condannare qualcuno di un misfatto. Questo spiega perché i capi religiosi trovino difficoltà nel portare un’accusa contro Gesù: “cercavano qualche falsa testimonianza contro Gesù per farlo morire; e non ne trovavano, benché si fossero fatti avanti molti falsi testimoni” (vv.59-60) evidentemente perché non si presentavano almeno due testimoni, pur essendo falsi, che concordassero. È solo nel v.61 quando “alla fine se ne fecero avanti due, che dissero: «Costui ha detto: “Io posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni”»” che il sinedrio riesce a trovare un pretesto per accusare Gesù davanti al governatore romano.

Questi due punti servono per illuminare il messaggio che Matteo vuole comunicare qui, cioè la doppia ironia del processo di Gesù. La prima ironia consiste nel fatto che i capi religiosi cerchino di rispettare la legge in tutti i suoi aspetti tranne quello più importante: la giustizia. Fanno tutto per ottenere la sentenza di morte in modo legale, ma la sentenza di morte del Figlio di Dio! Adempiono le parole di Gesù in 23:23-24:

23 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché pagate la decima della menta, dell’aneto e del comino e trascurate le cose più importanti della legge: il giudizio, la misericordia e la fede. Queste sono le cose che bisognava fare, senza tralasciare le altre. 24 Guide cieche, che filtrate il moscerino e inghiottite il cammello!

La seconda ironia è ancora più tragica, perché nel giudicare Gesù, si auto-giudicano essi stessi. Lo si vede nel modo in cui cercano la testimonianza, sebbene falsa, per far morire Gesù, e così pervertono la giustizia. Il giudice che giudica ingiustamente in realtà giudica se stesso. Inoltre, la risposta di Gesù, quando finalmente decide di rispondere, lo mette in evidenza. Caiafa, sapendo che i profeti avevano predetto che sarebbe stato il Cristo a ricostruire il tempio (a.es. Zaccaria 6:12), coglie l’occasione fornita dai due testimoni del v.61 per chiedere direttamente a Gesù se egli pretendesse di essere il Cristo. Ottenendo una risposta affermativa, avrebbe avuto motivo per accusare Gesù davanti al governatore romano. Gesù infatti risponde nell’affermativo, ma dicendo “Tu l’hai detto” (v.64). In altre parole, la confessione che Gesù è il Cristo viene dalla bocca del sommo sacerdote, e così Gesù gli dice in effetti che la sua condanna da parte di Caiafa e del sinedrio è inescusabile.

2) La Codarda Testimonianza (26:69-75)

69 Pietro, intanto, stava seduto fuori nel cortile e una serva gli si avvicinò, dicendo: «Anche tu eri con Gesù il Galileo». 70 Ma egli lo negò davanti a tutti, dicendo: «Non so che cosa dici». 71 Come fu uscito nell’atrio, un’altra lo vide e disse a coloro che erano là: «[Anche] costui era con Gesù il Nazareno». 72 Ed egli negò di nuovo giurando: «Non conosco quell’uomo». 73 Di lì a poco, coloro che erano presenti si avvicinarono e dissero a Pietro: «Certo anche tu sei di quelli, perché anche il tuo parlare ti fa riconoscere». 74 Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quell’uomo!» In quell’istante il gallo cantò. 75 Pietro si ricordò delle parole di Gesù che [gli] aveva dette: «Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». E, andato fuori, pianse amaramente.

In secondo luogo, Matteo confronta la falsa testimonianza dei capi religiosi con la codarda testimonianza di Pietro, per non parlare della mancata testimonianza degli altri discepoli che hanno tutti abbandonato Gesù nel momento del suo arresto. Pietro, come ci dice v.58, “seguiva da lontano … per vedere come la vicenda sarebbe finita”. Seguiva da lontano, naturalmente, perché aveva paura di fare la stessa fine di Gesù. Nonostante le sue precauzioni, viene riconosciuto tre volte come uno dei seguaci di Gesù, e tre volte giura di non conoscerlo. Questo, è da ricordare, è lo stesso Pietro che poche ore prima ha giurato a Gesù: “Quand’anche dovessi morire con te, non ti rinnegherò” (v.35). Interessante come la molto vantata bravura di Pietro di fronte alla morte nel v.35 crolla subito nei confronti di una semplice serva nel v.70!

Il fatto che Pietro rinneghi Gesù tre volte dimostra che non è stato un piccolo lapsus. Altre due volte Pietro ha avuto l’opportunità di confessare Gesù davanti agli altri, e altre due volte l’ha rinnegato. E non solo: ogni volta che lo rinnega Pietro diventa sempre più deciso e veemente, persino aggiungendo imprecazioni ai suoi giuramenti la terza volta. Tanto è inescusabile Caiafa per aver portato falsa testimonianza contro Gesù, quanto è inescusabile Pietro per aver portato codarda testimonianza di Gesù.

Ma non dobbiamo giudicare Pietro severamente qui, altrimenti ci troveremo noi stessi al banco degli imputati! È praticamente garantito che anche noi, se fossimo stati al posto di Pietro, avremmo fatto la stessa cosa. Noi infatti neghiamo di conoscere Gesù per molto meno, in situazioni molto meno pericolose! Forse non rinneghiamo Gesù in modo così esplicito, giurando e imprecando di non conoscerlo, ma anche lo stare in silenzio quando dovremmo invece testimoniare Gesù è una forma di negazione. Siamo come Pietro sempre quando, data l’occasione di testimoniare Gesù con la bocca ad altri, taciamo o cerchiamo di nascondere la nostra confessione di fede in lui. L’esempio di Pietro ci avverte che siamo tutti, anche quelli come Pietro che si reputano i credenti più forti e coraggiosi, deboli e fragili, pronti ad abbandonare Gesù in momenti di grande difficoltà o pericolo.

3) La Bella Testimonianza (26:64-68)

64 Gesù gli rispose: «Tu l’hai detto; anzi vi dico che da ora in poi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nuvole del cielo». 65 Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti, dicendo: «Egli ha bestemmiato; che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Ecco, ora avete udito la [sua] bestemmia; 66 che ve ne pare?» Ed essi risposero: «È reo di morte». 67 Allora gli sputarono in viso e gli diedero dei pugni e altri lo schiaffeggiarono, 68 dicendo: «Indovina, Cristo! Chi ti ha percosso?»

A differenza della falsa testimonianza dei capi religiosi e della codarda testimonianza di Pietro, Gesù emerge nella narrativa come (per citare Apocalisse 3:14) l’unico “testimone fedele e veritiero”. Alla domanda di Caiafa circa la sua identità come il Cristo, Gesù sapeva benissimo la conseguenza di rispondere con verità e franchezza – la morte. E non risponde in modo enigmatico o ambiguo; si riferisce a Daniele 7:13-14 e rivendica il suo diritto di sedersi sul trono di Dio e di condividere l’autorità divina! Poiché Caiafa è già deciso che Gesù non può essere il Figlio di Dio, per esclusione c’è una sola conclusione: Gesù è un bestemmiatore e deve morire.

La risposta di Gesù è ancora più provocatoria di quanto possa sembrare all’inizio. Nel contesto di Daniele 7 da cui Gesù riprende l’immagine del “Figlio dell’uomo”, questa figura viene sulle nuvole e si siede alla destra di Dio dopo essere stata perseguitata e apparentemente sconfitta dalle bestie che simboleggiano i regni malvagi e nemici di Dio. Questo figlio dell’uomo sembra sopraffatto dalle bestie, ma Dio interviene per giudicare, esaltando il figlio dell’uomo e punendo le bestie. Nell’applicare la profezia di Daniele a se stesso, Gesù non solo si eleva all’autorità di Dio, ma lascia intendere che i suoi avversari sono le bestie malvagie! Implicito dunque nella dichiarazione di Gesù è un giudizio contro i suoi giudici: “credete ora di potermi condannare, ma il giudizio di Dio rivelerà come io sono il suo Figlio diletto e giusto, e che voi siete perciò condannati.”

La brutta notizia che il processo di Gesù ci annuncia è che anche noi siamo condannati per aver portato falsa o codarda o mancata testimonianza di Gesù. Matteo non mette in rilievo solo come Gesù è un testimone fedele e veritiero, ma anche come Gesù è l’unico testimone fedele e veritiero. In un modo o l’altro, tutti vengono meno: i capi religiosi mentono, i discepoli fuggono, Pietro rinnega, i romani condannano e giustiziano. Gesù è l’unico a testimoniare la verità, e di testimoniare con franchezza fino alla morte. Certo, non c’eravamo noi, ma se ci fossimo stati, ci saremmo schierati dalla parte sbagliata. In realtà, il processo di Gesù è stato un processo cosmico: tutta l’umanità da un lato e Gesù solo dall’altro. Tutti noi abbiamo contribuito in qualche modo alla falsità che esiste nel mondo; con ogni menzogna (anche quelle non direttamente riguardanti Dio) noi ci opponiamo al Dio di verità in cui non c’è la minima falsità. E quando Dio ha risuscitato Gesù dalla morte dopo la crocifissione, lo ha giudicato il Giusto e dunque ha giudicato ognuno di noi falso.

Ma questa brutta notizia serve solo per farci apprezzare di più la buona notizia, che è infatti lo scopo principale di questo testo. Mentre la condanna di Gesù significa in realtà la nostra condanna (come anche del tutto il mondo), significa anche (e nel senso più importante) la nostra giustificazione. Se vediamo la condanna di Gesù tornare contro di noi, la vediamo poi tornare per noi, cioè al nostro posto e al nostro favore. Vediamo questo da quello che precede. Gesù qui è l’unico testimone fedele e veritiero perché in un senso ha già affrontato e sconfitto la paura nel giardino di Getsemani tramite le sue ardenti lotte di preghiera. Di nuovo, Gesù è l’unico a vegliare in preghiera, e perciò è l’unico a non cadere in tentazione di fronte alla morte. Questo è perché ha detto ai discepoli: “vegliate e pregate, affinché non cadiate in tentazione” (v.41). I discepoli, compreso Pietro, si sono addormentati e dunque sono venuti meno nell’ora della tentazione quando Gesù è stato arrestato e processato.

Ma da questo episodio impariamo che lungi dal condannare i discepoli per essersi addormentati (benché giustamente li rimprovera), Gesù veglia e prega non solo per se stesso, ma anche per loro. Il “calice” che doveva bere rappresenta infatti la condanna che spettava ai suoi discepoli, e a tutti noi che siamo stati trovati falsi al banco degli imputati. Come i discepoli si sono addormentati, Gesù ha vegliato e pregato per loro e al loro posto. Come i discepoli sono fuggito, Gesù è rimasto fermo, Come il sinedrio ha testimoniato il falso, Gesù ha testimoniato il vero. Come Pietro lo ha rinnegato, Gesù ha fatto “quella bella confessione di fede” pur sapendo che gli sarebbe costato la vita. E ciò che Gesù ha fatto per loro, ha fatto anche per noi. Gesù. il giusto giudice e il fedele testimone si è lasciato condannare come un peccatore e un bugiardo affinché noi, i veri peccatori e bugiardi, potessimo diventare giusti e fedeli in lui.

Chiudo con due considerazioni pratiche. Se abbiamo posto fiducia in Gesù come il nostro Salvatore e Sostituto, la Verità che copre la nostra falsità, come dobbiamo vivere? Vi propongo due punti per ulteriore riflessione. Primo, Gesù è certamente un esempio per noi in quanto ha reso vera e fedele testimonianza nel momento della prova perché aveva prima reso a Dio preghiere in silenzio e solitudine. Il potere e la franchezza per testimoniare non viene da noi, ma da Dio solo. Se Gesù aveva bisogno di pregare suo Padre per avere la forza per testimoniare come doveva, quanto di più ne abbiamo bisogno noi!

Secondo, più che un esempio, possiamo continuare a guardare a Gesù come quell’unico testimone fedele e veritiero. Solo perché Gesù è adesso “seduto alla destra della Potenza” in cielo non vuol dire che abbia smesso di testimoniare! Infatti, tutte le volte che noi apriamo la bocca per testimoniarlo con fedeltà alla sua parola, la sua promessa è che sarà egli stesso a testimonare per mezzo di noi tramite il suo Spirito che dimora in noi. Quando ci prepariamo in preghiera e dipendiamo fiduciosamente da lui, siamo certi che sarà lui a essere in noi e per mezzo di noi lo stesso testimone fedele e veritiero che è stato davanti al sinedrio. Questo è l’incoraggiante messaggio del libro di Atti, in cui vediamo Pietro, che poche settimane prima ha rinnegato Gesù tre volte, alzarsi in piedi davanti a quelle stesse persone (e non solo) e testimoniare Gesù con potere, fedeltà e franchezza. Questo non è stato Pietro, ma Gesù Cristo in lui. Ed è lo stesso Gesù che testimonia ancora oggi per mezzo nostro. Così l’apostolo Paolo esorta Timoteo (1 Tim. 6:12-15):

12 Combatti il buon combattimento della fede, afferra la vita eterna alla quale sei stato chiamato e in vista della quale hai fatto quella bella confessione di fede in presenza di molti testimoni. 13 Al cospetto di Dio, che dà vita a tutte le cose, e di Cristo Gesù, che rese testimonianza davanti a Ponzio Pilato con quella bella confessione di fede, 14 ti ordino di osservare questo comandamento da uomo senza macchia, irreprensibile, fino all’apparizione del nostro Signore Gesù Cristo, 15 la quale sarà a suo tempo manifestata dal beato e unico sovrano, il Re dei re e Signore dei signori

Matteo 23: La Bontà e la Severità di Dio

1) La Severità di Dio nella sua Bontà (23:1)

Allora Gesù parlò alla folla e ai suoi discepoli…

Il capitolo 23 del vangelo di Matteo ci invita a seguire l’esortazione di Paolo in Romani 11:22 “Considera dunque la bontà e la severità di Dio”. Il discorso di Gesù qui dimostra infatti sia la severità di Dio nella sua bontà (la sua condanna dei farisei e degli scribi) e la bontà di Dio nella sua severità (il suo lamento su Gerusalemme). Inoltre, questo discorso fa vedere come la bontà e la severità di Dio non sono due cose separate come due binari paralleli ma sono implicate l’una nell’altra.

È importante dire questo per contrastare l’idea purtroppo molto diffusa che Gesù rappresenta un Dio di amore dolce e tenero mentre l’Antico Testamento ci presenta un Dio di vendetta e di violenza. Difficilmente si possono leggere le parole di Gesù in Matteo 23 e arrivare a una tale conclusione, perché 1) il giudizio che Gesù pronuncia contro i capi religiosi è tanto pesante quanto qualsiasi giudizio che troviamo nell’Antico Testamento, e 2) la giustapposizione di questo giudizio con il commuovente espressione dell’amore di Gesù alla fine del suo discorso ci obbliga a ripensare totalmente le nostre nozioni di “amore” e di “giudizio”, di “bontà” e di “severità”. Saremo costretti a concludere, insieme a Paolo, che la bontà di Dio è sempre severa e la severità di Dio è sempre buona. La descrizione dell’amore nel Cantico dei Cantici 8:6-7 ne è indicativo:

L’amore è forte come la morte, la gelosia è dura come il soggiorno dei morti. I suoi ardori sono ardori di fuoco, fiamma potente. Le grandi acque non potrebbero spegnere l’amore, i fiumi non potrebbero sommergerlo.

Per capire tutto ciò, dobbiamo volgere la nostra attenzione al testo del vangelo. Innanzitutto il contesto: le azioni di Gesù all’inizio della “Settimana Santa” costituivano il “momento della verità” quando una presa di posizione nei suoi confronti era necessaria. Di fronte alle pretese di Gesù di essere il Messia e il Figlio di Dio a cui tutti devono ubbidire, ogni persona doveva (come ogni persona deve fare ancora oggi) decidere se sottomettersi a Gesù quale Signore e Salvatore oppure ucciderlo come un pericoloso criminale. Gesù ha sfidato in modo particolare le autorità ebraiche, cioè i capi dei sacerdoti, gli scribi e i farisei, minacciando la loro influenza sul popolo, la loro posizione di potere e le loro fonti di guadagno e di ricchezze. Come Gesù ha dichiarato nella parabola dei malvagi vignaiuoli, la loro reazione era praticamente scontata: Gesù doveva morire.

Il discorso di Gesù in Matteo 23 è l’ultima parola che egli ha da dire al loro riguardo, e consiste in una serie di sette “guai” che richiama le condanne profetiche contro Israele nell’Antico Testamento. Da un lato, questi guai potrebbero sembrare solo le invettive disinibite della vittima disperata che sa che la sua sorte è determinata e non c’è niente più da fare. Non è il caso qui, però, perché Gesù parla con potere e autorità, non per disperazione. I capi religiosi lo hanno condannato a morte, ma è Gesù che emerge come il vero giudice, colui contro il quale ogni condanna umana torna a condannare il condannatore.

Mentre Gesù chiaramente punta il dito contro alcune pratiche religiose particolari al suo tempo, individua le tendenze che caratterizzano sempre la religione in tutte le sue forme e manifestazioni in qualsiasi luogo e tempo. Le chiese evangeliche, per prime, non sono immuni. Facciamo bene, dunque, a dargli retta, considerando attentamente come “la bontà e la severità di Dio” sono rivelate nei sette guai dichiarati da Gesù.

2) I Sette Guai (23:13-36)

A) 1° Guaio: porte serrate (vv.13-14)

13 «Ma guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché serrate il regno dei cieli davanti alla gente; poiché non vi entrate voi, né lasciate entrare quelli che cercano di entrare. 14 [Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché divorate le case delle vedove e fate lunghe preghiere per mettervi in mostra; perciò riceverete una maggiore condanna.]

Nel primo guaio, Gesù condanna gli scribi e i farisei per aver serrato il regno di Dio non solo per se stessi ma anche per altri. Nel rifiutare Gesù quale unica porta, essi si auto-escludono dal regno di Dio. Ma nel indurre altri a seguire il loro esempio, li inducono ad auto-escludersene anche loro. Ognuno è responsabile davanti a Dio per le proprie scelte, e nessuno potrà incolpare qualcun altro per essere rimasto fuori dal regno di Dio. Ma gli scribi e i farisei portano “una maggiore condanna” in quanto, come il diavolo, li hanno trascinati nell’incredulità. Purtroppo questo non è un caso unico, poiché succede tutte le volte quando persone influenti o autorevoli nella chiesa (preti, pastori, insegnanti, ecc.) traggono altri in inganno in modo che non pongano fiducia in Gesù Cristo. Perciò Giacomo, il fratello di Gesù, scrive nella sua lettera questo avvertimento (3:1): “Fratelli miei, non siate in molti a fare da maestri, sapendo che ne subiremo un più severo giudizio”.

B) 2° Guaio: proseliti ingannati (v.15)

15 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché viaggiate per mare e per terra per fare un proselito; e quando lo avete fatto, lo rendete figlio della geenna il doppio di voi.

Nel secondo guaio, Gesù condanna gli sforzi degli scribi e dei farisei per fare proseliti. Questo non è perché Gesù si oppone all’evangelizzazione, anzi la comanda ai suoi discepoli! Il problema è quello che Gesù ha individuato nel capitolo 15:6 quando ha criticato i farisei dicendo: “Così avete annullato la parola di Dio a motivo della vostra tradizione … insegnando dottrine che sono precetti d’uomini.” Quando i farisei facevano proseliti, non era la parola di Dio che gli insegnavano ma i loro propri ragionamenti che, pur spacciandosi come comandamenti di Dio, annullavano in realtà la parola di Dio. Quindi, se qualcuno si convertiva al loro modo di credere, si convertiva al diavolo piuttosto che a Dio! Questo è un altro avvertimento molto serio che vale per tutti: bisogna badare alla dottrina che crediamo e insegniamo, perché è letteralmente una question di vita e di morte. Dire “così dice il Signore” quando egli non dice così avrà conseguenze eterne per noi e per i nostri ascoltatori!

C) 3° Guaio: giuramenti stolti (vv.16-22)

16 Guai a voi, guide cieche, che dite: “Se uno giura per il tempio, non importa; ma se giura per l’oro del tempio, resta obbligato”. 17 Stolti e ciechi! Che cosa è più grande: l’oro o il tempio che santifica l’oro? 18 E se uno, voi dite, giura per l’altare, non importa; ma se giura per l’offerta che c’è sopra, resta obbligato. 19 [Stolti e] ciechi! Che cosa è più grande: l’offerta o l’altare che santifica l’offerta? 20 Chi dunque giura per l’altare, giura per esso e per tutto quello che c’è sopra; 21 e chi giura per il tempio, giura per esso e per Colui che lo abita; 22 e chi giura per il cielo, giura per il trono di Dio e per Colui che vi siede sopra.

Il terzo guaio risulta un po’ più difficile da comprendere, ma è evidente che richiama l’insegnamento di Gesù nel sermone sul monte sui giuramenti (5:33-37):

Avete anche udito che fu detto agli antichi: “Non giurare il falso; da’ al Signore quello che gli hai promesso con giuramento”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio; né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi; né per Gerusalemme, perché è la città del gran Re. Non giurare neppure per il tuo capo, poiché tu non puoi far diventare un solo capello bianco o nero. Ma il vostro parlare sia: “Sì, sì; no, no”; poiché il di più viene dal maligno.

Questo modo di fare giuramenti dei farisei tentava di usare le cose di Dio per manipolare persone o situazioni al loro beneficio. Gesù dichiara invece che Dio, il suo nome, la sua casa, i suoi comandamenti, ecc. non sono cose messe a nostra disposizione che possiamo utilizzare per i nostri obiettivi egoisti. Se abbiamo una giusta riverenza di Dio, non lo useremo come uno strumento utile a ulteriori fini, e non dovremo ricorrere ai giuramenti per dare credibilità alle nostre parole. Come figli di Dio, dovremmo essere talmente fidati che il nostro parlare è solo “sì” e “no”. Di nuovo, la tentazione di usare Dio per scopi personali anziché temere Dio e cercare i suoi scopi è più che comune nella religione sino a oggi. Infatti, si può dire che se la vera fede è l’uomo che si sottomette alla volontà di Dio, la religione è il tentativo di costringere Dio a sottomettersi alla volontà dell’uomo.

D) 4° Guaio: opere trascurate (vv.23-24)

23 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché pagate la decima della menta, dell’aneto e del comino e trascurate le cose più importanti della legge: il giudizio, la misericordia e la fede. Queste sono le cose che bisognava fare, senza tralasciare le altre. 24 Guide cieche, che filtrate il moscerino e inghiottite il cammello!

Il quarto guaio condanna gli scribi e i farisei per essersi focalizzati sui minimi dettagli della legge mentre ne trascuravano i punti centrali, quali la giustizia, la misericordia e la fede. L’espressione che Gesù usa è forte: filtrano il moscerino e inghiottono il cammello! Immaginate la fatica necessaria per calcolare la decima della raccolta di varie erbe e spezie come la menta, l’aneto e il comino per poi non dare una mano al prossimo che ne ha bisogno! Eppure questa è l’ipocrisia dei religiosi condannati da Gesù, ed è la stessa ipocrisia che la religione in genere coltiva.

Il motivo è semplice: la religione è in fondo il tentativo umano di raggiungere Dio e di guadagnare il suo favore. È lo strumento che l’uomo usa per controllare il proprio destino. È molto più facile controllare il proprio destino se si possono quantificare le opere buone che bisogna fare. È molto più facile salire fino a Dio se si sanno quali e quanti gradini ci sono per arrivarci. Ma la misericordia, l’amore, la giustizia, la fede, chi può calcolarli? Come puoi sapere quanta misericordia mostrare, quanta fede avere, quanto amore dare per essere sicuro che Dio ti gradisce? Ecco perché la religione si concentra sui dettagli come pagare la decima della menta, o non mangiare la carne il venerdì, o pregare il rosario almeno una volta al giorno — rende il percorso a Dio concreto e tangibile. Ma nel concentrarsi su questi dettagli, si perdono di vista le cose più importanti, e la religione diventa un motivo di orgoglio per chi crede di osservare tutto scrupolosamente.

E) 5°/6° Guai: sporcizie interiori/sepolcri imbiancati (vv.25-28)

25 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, mentre dentro sono pieni di rapina e d’intemperanza. 26 Fariseo cieco, pulisci prima l’interno del bicchiere [e del piatto], affinché anche l’esterno diventi pulito. 27 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché siete simili a sepolcri imbiancati, che appaiono belli di fuori, ma dentro sono pieni d’ossa di morti e d’ogni immondizia. 28 Così anche voi, di fuori sembrate giusti alla gente, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità.

Siccome sono molto simili, il quinto e il sesto guai possono essere trattati insieme. Qui Gesù condanna gli scribi e i farisei per aver pulito e abbellito le apparenze ma di aver lasciato sporco e corrotto il cuore. Di nuovo le immagini sono forti: i religiosi puliscono l’esterno del bicchiere dentro la feccia; imbiancano i sepolcri per farli apparire belli dall’esterno, ma sono sempre sepolcri che contengono solo cadaveri e ossa. Questo è proprio il significato dell’ipocrisia, ed è il meglio che la religione può compiere. L’uomo è incapace di salvarsi da solo, perché nessun sforzo umano, neanche il più “religioso” o “buono”, è in grado di purificarlo dal peccato. Così Paolo afferma in Colossesi 2:20-23:

…perché … vi lasciate imporre dei precetti quali: «Non toccare, non assaggiare, non maneggiare» (tutte cose destinate a scomparire con l’uso), secondo i comandamenti e le dottrine degli uomini? Quelle cose hanno, è vero, una reputazione di sapienza per quel tanto che è in esse di culto volontario, di umiltà e di austerità nel trattare il corpo, ma non hanno alcun valore; servono solo a soddisfare la carne.

F) 7° Guaio: profeti assassinati (vv.29-36)

29 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché costruite i sepolcri ai profeti e adornate le tombe dei giusti 30 e dite: “Se fossimo vissuti ai tempi dei nostri padri, non saremmo stati loro complici nello spargere il sangue dei profeti!” 31 In tal modo voi testimoniate contro voi stessi, di essere figli di coloro che uccisero i profeti. 32 E colmate pure la misura dei vostri padri! 33 Serpenti, razza di vipere, come scamperete al giudizio della geenna? 34 Perciò ecco, io vi mando dei profeti, dei saggi e degli scribi; di questi, alcuni ne ucciderete e metterete in croce; altri ne flagellerete nelle vostre sinagoghe e li perseguiterete di città in città, 35 affinché ricada su di voi tutto il sangue giusto sparso sulla terra, dal sangue del giusto Abele, fino al sangue di Zaccaria, figlio di Berechia, che voi uccideste fra il tempio e l’altare. 36 Io vi dico in verità che tutto ciò ricadrà su questa generazione.

Il settimo e ultimo guaio in un senso riassume tutti i precedenti. Essendo “figli di coloro che uccisero i profeti” e uccidendoli anche loro, gli scribi e i farisei si rivelano come i nemici di Dio che glieli ha mandati. La loro religione, come la religione in genere, pretende di stare da parte di Dio e di parlare nel nome di Dio, ma in realtà è diametralmente opposta a Dio. Il problema della religione non è che sia un po’ fuorviante e deve solo essere corretta; è ribelle e come il tempio a Gerusalemme deve essere abbattuta. Il pericolo che i servitori di Dio affrontano sempre è che comincino a edificare non la chiesa di Gesù Cristo, ma monumenti alla loro gloria personale. Se ciò accade, quelli che si reputano servi di Dio non sono altro che nemici di Dio.

Infine, dunque, scopriamo in questo discorso di Gesù rivolto contro i capi religiosi dell’epoca quello che Dio pensa della religione che l’uomo erige come una scala per giungere a lui. Tutti questi guai individuano sintomi della malattia della religione, che in fondo è solo una forma del peccato originale, cioè il desiderio dell’uomo di innalzarsi al livello di Dio, il desiderio della creatura di vivere autonoma dal suo Creatore. La religione è semplicemente una maschera di pietà che nasconde la nostra ribellione contro Dio. Per riprendere l’immagine di Gesù, la religione è un sepolcro imbiancato che appare bello di fuori ma dentro è pieno d’ossa di morti e d’ogni immondizia. Questo ci serve di avvertimento, in modo che non cadiamo anche noi nella stessa trappola dei religiosi ebraici. Non insuperbiamoci, ma diamo retta all’esortazione di Paolo in 1 Corinzi 10:12: “Perciò, chi pensa di stare in piedi guardi di non cadere.”

3) La Bontà di Dio nella sua Severità (23:37-39)

37 «Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! 38 Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata deserta. 39 Infatti vi dico che da ora in avanti non mi vedrete più, finché non direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”».

Come detto all’inizio, il discorso di Gesù ci fa capire non solo la severità di Dio nella sua bontà, ma anche la bontà di Dio nella sua severità. Ed è proprio qui alla fine del discorso che vediamo infatti quanto è grande l’amore di Dio anche quando giudica. Qui nel lamento di Gesù su Gerusalemme, scopriamo che i “guai” sono come le lacrime del genitore che piange un figlio prodigo anziché i fulmini lanciati da una deità arrabbiata. L’immagine che Gesù usa per descrivere la sua tristezza circa il rifiuto di Israele è quella della chioccia che raccoglie i suoi pulcini sotto le ali. Uno studioso che ha esaminato quest’immagine ha trovato che non solo trasmette l’idea della tenera cura della chioccia per i suoi piccoli, ma dell’amore che sacrifica la vita per salvare altri. L’immagine è della chioccia che raccoglie i pulcini sotto le sue ali quando c’è un incendio perché lei sia l’unica ad esporsi alle fiamme. Una volta spento il fuoco, la chioccia è morta bruciata, ma i suoi piccoli sono salvi.

Questo è l’amore di Dio manifestato in Gesù. Il giudizio da Gesù pronunciato sui suoi contemporanei è lo stesso giudizio dal quale egli vuole salvarli, dando la sua vita al posto della loro. Lamenta come la loro casa sarà lasciata deserta perché essi non vogliono rifugiarsi sotto le ali di Gesù che tra qualche giorno si arrenderà alla morte in croce per far cadere su di se stesso il loro giudizio. Questa è la bontà di Dio nella sua severità, che mentre deve agire severamente contro il peccato, egli si sottomette per primo a questa severità al posto dei peccatori affinché siano salvati.

Questo è il vangelo, che contraddice la religione. La religione ti dice: “Devi fare questo per farti amare da Dio”, ma il vangelo ti dice: “Dio ti ha tanto amato che ha già fatto tutto per te e al tuo posto. Ora non ti rimane niente se non ricevere gratuitamente il dono del perdono”. I farisei dicevano: “devi fare tutto”, ma Gesù dice: “tutto è già fatto”. Che amore meraviglioso! Che grazia stupenda! In Gesù Cristo, Dio stesso si è sottoposto al suo proprio giudizio per dare a noi la libertà dal peccato. Gesù è diventato come noi peccatori (persino come i peccatori più religiosi!) affinché noi potessimo diventare come lui. Questo è, in nuce, il vangelo. Quando comprendiamo questo, comprendiamo tutto. Per mezzo del vangelo siamo liberati dalla tirannia della religione e dal fardello di dover guadagnare il favore di Dio tramite le nostre opere, e in Gesù siamo accolti nella casa e nella famiglia di Dio come i suoi amati e preziosi figli. Non c’è notizia più buona o lieta di questa!

Matteo 21:33-46: La Pietra Angolare

1) La Parabola dei Vignaiuoli Malvagi (21:33-41)

33 «Udite un’altra parabola: c’era un padrone di casa, il quale piantò una vigna, le fece attorno una siepe, vi scavò una buca per pigiare l’uva e vi costruì una torre; poi l’affittò a dei vignaiuoli e se ne andò in viaggio. 34 Quando fu vicina la stagione dei frutti, mandò i suoi servi dai vignaiuoli per riceverne i frutti. 35 Ma i vignaiuoli presero i servi e ne picchiarono uno, ne uccisero un altro e un altro lo lapidarono. 36 Da capo mandò degli altri servi, in numero maggiore dei primi; ma quelli li trattarono allo stesso modo. 37 Alla fine mandò loro suo figlio, dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio”. 38 Ma i vignaiuoli, veduto il figlio, dissero tra di loro: “Costui è l’erede; venite, uccidiamolo e facciamo nostra la sua eredità”. 39 Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. 40 Quando verrà il padrone della vigna, che farà a quei vignaiuoli?» 41 Essi gli risposero: «Li farà perire malamente, quei malvagi, e affitterà la vigna ad altri vignaiuoli i quali gli renderanno i frutti a suo tempo».

A) La storia e la vocazione d’Israele

Dopo l’ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme come il Messia e la sua purificazione del tempio come il Dio di esso, i capi dei sacerdoti — la classe autoritaria e amministrativa del popolo d’Israele — sono rimasti comprensibilmente sconvolti e adirati. Come potrebbe un semplice rabbino ed ex-falegname della disprezzata Galiliea pretendere di agire in questo modo e sfidare la loro autorità? Come abbiamo visto, le azioni di Gesù all’inizio di ciò che chiamiamo “la Settimana Santa” miravano a forzare una presa di posizione nei suoi confronti, o pro o contro. Dopo il palese significato dei suoi gesti, nessuno poteva rimanere indifferente: i capi d’Israele dovevano o cadere ai suoi piedi in umile sottomissione o farlo morire. Non c’era una via di mezzo.

Se abbiamo seguito la narrativa di Matteo fino a questo punto, la decisione che i capi prenderanno è già scontata. Eppure, come per dargli un’ultima possibilità per ravvedersi, Gesù gli racconta una parabola di enorme importanza in quanto espone in sintesi la sua identità e la sua vocazione alla luce della storia d’Israele che egli porta a compimento. Qualora ci fossero ancora dubbi su Gesù e la sua missione, non potrebbero più esistere dopo aver ascoltato questa parabola. Inoltre, come vedremo, la parabola non serve solo per dare informazioni ma per chiamare i suoi ascoltatori all’azione e per rivelare quale sarà la fine delle uniche due opzioni che ci sono.

Consideriamo ora la parabola dal punto di vista della storia d’Israele. Agli ebrei del primo secolo, il significato dei vari elementi sarebbe stato immediatamente ovvio. Riprendendo un’immagine comune (che troviamo per esempio in Isaia 5), Gesù paragona il popolo d’Israele a una vigna, il cui padrone è naturalmente Dio YHWH. L’utilità dell’immagine della vigna sta nel fatto che essa non è un fine a sé stessa; serve per portare frutto. Nella parabola, il padrone pianta la vigna per “riceverne i frutti”, come anche Dio aveva “piantato” e benedetto Israele nella terra promessa non perché Israele potesse essere l’unico beneficiario ma perché portasse i frutti della benedizione di Dio a tutte le altre nazioni della terra, come Dio aveva infatti giurato ad Abramo. In altri termini, Dio aveva scelto o “eletto” Israele come il suo popolo affinché per mezzo di esso tutti i popoli potessero venire ad appartenere ugualmente a Dio.

Dopo l’esodo dall’Egitto e la conquista del paese di Canaan, Dio affidò la sua “vigna” d’Israele ai diversi vignaiuoli finché non sarebbero arrivati la maturità del frutto e il tempo della mietitura, quando la benedizione promessa ad Abramo sarebbe giunta a tutte le famiglie della terra. Tra questi vignaiuoli c’erano i sacerdoti e i re, quelli che dovevano custodire, governare e prendersi cura del popolo come buoni amministratori e servi fedeli fino al tempo stabilito da Dio.

Tuttavia, come anche una superficiale lettura dell’Antico Testamento farebbe capire, i sacerdoti e i re d’Israele erano in genere (con poche eccezioni) infedeli e malvagi, sfruttando il popolo per il loro beneficio personale e trascinandolo in idolatria e ogni tipo di peccato e impurità. Dio, da parte sua, aveva mandato dei servi — i profeti — per chiamare il popolo e soprattutto i suoi capi e amministratori al ravvedimento, avvertendoli delle terribili conseguenze dell’ignorare la parola del Signore. I profeti, come i servi nella parabola, erano maltrattati, perseguitati e spesso uccisi per aver riferito la parola di Dio al popolo.

Questa tragica storia aveva persistito fino ai giorni di Gesù, dimostrato dalla crudele fine fatta da Giovanni il battista alle mani del re Erode. Giovanni, che secondo Gesù era il più grande dei profeti, è stato l’ultimo “servo” mandato da Dio ai vignaiuoli della sua vigna, poiché egli è stato il precursore di Gesù, colui che non era un servo nella casa di Dio ma l’unico figlio del padrone stesso.

B) L’identità e la missione di Gesù

“Alla fine”, Gesù specifica non a caso, il padrone “mandò loro suo figlio”. Questa frase è strapiena di significato per quanto riguarda l’identità e la missione di Gesù. “Alla fine” indica come la venuta di Gesù è stata il culmine della storia d’Israele, il compimento di tutto quello che ha preceduto. In questo capitolo, abbiamo visto come Gesù rivendica per sé stesso i ruoli del re (l’ingresso trionfale) e del sacerdote, e qui dichiara la sua autorità in qualità di profeta. È lui che viene al momento della mietitura per raccogliere e distribuire al mondo i frutti della benedizione dalla vigna d’Israele, ma come è successo con il fico, Gesù non trova “altro che foglie”.

Sarebbe sbagliato, però, pensare che Gesù si creda semplicemente uno dei profeti, come se fosse esattamente come tutti i suoi predecessori. Pur arrivando come l’ultimo in una lunga serie di profeti, Gesù rappresenta qualcosa di totalmente nuovo: non è un servo nella casa di Dio ma l’unico suo Figlio. Possiamo distinguere Gesù dagli altri profeti in questo modo: Gesù non solo riferisce la parola di Dio (come gli altri profeti), egli è la Parola di Dio. Questo spiega anche la reazione visceralmente violenta da parte dei capi religiosi contro Gesù. In lui non hanno incontrato uno che solo rappresentava l’autorità di Dio, hanno incontrato Dio stesso! Come la presenza della polizia sconvolge la banda dei criminali nel corso di un reato, così la presenza del Figlio di Dio sconvolge i malvagi amministratori e servi della casa di Dio.

Per questo motivo, Gesù prevede la sua propria morte alle mani delle autorità ebraiche, come anche i vignaiuoli uccidono il figlio del padrone. Gesù ha già predetto varie volte che dopo il suo arrivo a Gerusalemme sarebbe stato messo a morte, e adesso lo ribadisce nella presenza di chi ne sarà colpevole. Importante notare come la parabola di Gesù provoca la stessa reazione che essa prevede, poiché alla fine (nei vv.45-46) “i capi dei sacerdoti e i farisei, udite le sue parabole, capirono che parlava di loro; e cercavano di prenderlo, ma ebbero paura della folla, che lo riteneva un profeta.” Ancora una volta, vediamo come Gesù non è la vittima ma il sovrano; sa benissimo ciò che sta facendo. Nel preannunciare come i capi religiosi lo uccideranno, Gesù li condanna insieme ai malvagi nemici dei profeti nell’Antico Testamento, e perciò essi si adirano ancora di più e cominciano a cercare un modo per adempiere la profezia di Cristo.

2) La Pietra Rifiutata (21:42)

42 Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno rifiutata è diventata pietra angolare; ciò è stato fatto dal Signore, ed è cosa meravigliosa agli occhi nostri”?

Alla conclusione della parabola, Gesù cita Salmo 118:22-23 che usa l’immagine della “pietra che i costruttori hanno rifiutata” che poi “è diventata pietra angolare” dell’intero edificio. Il passaggio dall’immagine della vigna alla pietra potrebbe sembrare brusco e casuale, una confusione di metafore che come regola bisogna evitare. Ma a parte l’efficacia dell’immagine della pietra per simboleggiare il messaggio di Gesù (che vedremo tra poco), il collegamento è più stretto di quanto possa apparire all’inizio. Nella lingua in cui Gesù parlava, l’uso dei due termini “figlio” e “pietra” costituisce un gioco di parole. “Figlio” traduce la parola “ben” e “pietra” traduce la parola “eben”. È la consonanza di questi due vocaboli che rende fluido il passaggio.

L’efficacia dell’immagine della pietra sta nel modo in cui interpreta la parabola. Citando Salmo 118, Gesù qui spiega il significato della sua morte. Lungi dall’essere una tragedia imprevista, il rifiuto di questa pietra (che rappresenta ovviamente Gesù) fa parte del piano di Dio, come dimostrato in Salmo 118. Questo salmo è già apparso nel capitolo 21 di Matteo; il grido della folla quando Gesù entra in Gerusalemme viene da Salmo 118:26: “Benedetto colui che viene nel nome del SignoreNoi vi benediciamo dalla casa del Signore.”

Salmo 118 è un salmo esplicitamente messianico che loda il Signore per la sua fedeltà a Davide e al suo lignaggio. In questo contesto Davide è la pietra che i costruttori hanno rifiutato che poi è diventata la pietra angolare. Era l’ultimo dei suoi fratelli, per apparenze il meno adatto a essere re. È stato disprezzato da Golia a causa della sua giovinezza, perseguitato da Saul come usurpatore del suo trono, e esiliato dal suo popolo per tanti anni nel deserto. Eppure Dio ha mantenuto la sua parola a Davide, e ha fatto di questa pietra rifiutata la pietra angolare della monarchia d’Israele e della stirpe messianica.

Nel senso vero e definitivo, Gesù si dichiara la pietra di cui Davide è stato solo un precursore. Il suo rifiuto da parte dei capi religiosi non finirà nella sua sconfitta. Anzi, sarà proprio nel rifiutare Gesù che essi, secondo il piano di Dio, lo faranno diventare la pietra angolare della casa di Dio che apparterrà non solo a Israele ma a tutti i popoli della terra. Citando questo salmo, Gesù incolpa i capi religiosi per aver rifiutato lo stesso Messia che dicevano di aspettare, e gli rivela che tuttavia non fanno altro che proprio ciò che tentano di impedire. Sarà il rifiuto di Gesù che lo insedierà come re; sarà il loro egoismo di volersi tenere tutte le benedizioni di Dio che le farà diffondere a tutti gli altri. È per questo che il salmo loda il Signore per aver compiuto una “cosa meravigliosa agli occhi nostri”!

3) Il Lato Oscuro della Salvezza (21:40-41, 43-46)

40 Quando verrà il padrone della vigna, che farà a quei vignaiuoli?» 41 Essi gli risposero: «Li farà perire malamente, quei malvagi, e affitterà la vigna ad altri vignaiuoli i quali gli renderanno i frutti a suo tempo»…. 43 Perciò vi dico che il regno di Dio vi sarà tolto e sarà dato a gente che ne faccia i frutti. 44 Chi cadrà su questa pietra sarà sfracellato; ed essa stritolerà colui sul quale cadrà». 45 I capi dei sacerdoti e i farisei, udite le sue parabole, capirono che parlava di loro; 46 e cercavano di prenderlo, ma ebbero paura della folla, che lo riteneva un profeta.

A) L’auto-condanna dei capi religiosi (vv.40-41)

La nota finale di questa parabola, come del vangelo di Matteo, è una di vittoria, salvezza e benedizione. Tuttavia, la vittoria di Gesù ha un “lato oscuro”, un lato che si può definire non voluto, accidentale. Non esitiamo ad affermare vivamente l’universale intenzione di Dio di salvare e di benedire. Giovanni 3:16-17 lo dice chiaramente:

Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

Come mai dunque ci sono quelli che secondo v.41 periranno malamente? Non è casuale che siano i capi religiosi, a cui questa frase si riferisce, a dirla. Proprio come sono loro a dire che il padrone della vigna “farà perire malamente quei malvagi” che hanno ucciso suo figlio, così sono loro ad auto-condannarsi in quanto rifiutano Gesù. Questo costituisce un principio che vale non solo per i capi religiosi ma anche per tutti che rifiutano Gesù. La loro rovina è un’auto-condanna, la loro sentenza è auto-pronunciata, nell’escludere Gesù dalla loro vita si auto-escludono dalla benedizione di Dio.

B) Il potere devastante del regno di Dio (v.44)

A rafforzare questo concetto è la frase enigmatica di Gesù al v.44. Riprendendo l’immagine della pietra, Gesù l’associa a un altro brano messianico nell’Antico Testamento, Daniele 2:34-45, in cui il re babilonese Nabucodonosor sogna una pietra che si stacca dal monte, spezza tutti i regni umani e infine diventa essa stessa un grande monte che riempie tutta la terra. La pietra di Daniele simboleggia il potere devastante del regno di Dio che, per stabilirsi in tutto il mondo, deve abbattere ogni potere che si oppone a esso.

Questo è lo sfondo che ci aiuta a capire v.44. Gesù è la pietra che Dio ha scelto e posto come fondamenta di un nuovo tempio, una nuova casa, un nuovo popolo composto da tutti i popoli. Ma la pietra forte e solida da reggere questo edificio è altrettanto devastante a chi le si oppone. “Chi cadrà su questa pietra sarà sfracellato; ed essa stritolerà colui sul quale cadrà.” Il senso sembra essere che sia l’opposizione attiva sia l’opposizione passiva porterà allo stesso risultato. In effetti Gesù avverte: “Non importa se uno dice: ‘Non sono opposto a te, sono semplicemente indeciso o indifferente’, perché equivale alla stessa cosa.” Come Gesù dice in Matteo 12:30: “Chi non è con me è contro di me; e chi non raccoglie con me, disperde.” Gesù non poteva essere più chiaro di così. Chi non costruisce la propria vita attivamente su Gesù quale pietra angolare sarà sfracellato, non perché questo sia il volere di Gesù, ma perché è l’inevitabile conseguenza del non ubbidire a lui.

C) Il compimento del proposito di Dio (v.43)

Ma per non finire sul “lato oscuro” del regno di Dio (che non è affatto l’accento principale che pone la Bibbia), concludiamo affermando ancora una volta che ciò che l’uomo intende per male, Dio lo converte in bene a lode della sua gloria. Non dobbiamo mai disperare di nessuno, neanche del cuore più ostinato e incredulo, perché la fine dell’essere spezzato dalla pietra angolare può essere la vittoria della grazia sulla più dura resistenza.

Basta ricordare che in Atti molti di coloro responsabili per la crocifissione di Gesù, compresi alcuni farisei, si ravvedono e sono salvati. Paolo, un violento opponente di Cristo e della chiesa, sapeva per primo che nessuno è fuori dalla portata della grazia di Dio. Questo è perché nella sua lettera ai Romani, dopo aver affermato che Israele aveva “urtato nella pietra d’inciampo” (9:32), scrive (11:11-15):

11 Ora io dico: sono forse inciampati perché cadessero? No di certo! Ma a causa della loro caduta la salvezza è giunta agli stranieri per provocare la loro gelosia. 12 Ora, se la loro caduta è una ricchezza per il mondo e la loro diminuzione è una ricchezza per gli stranieri, quanto più lo sarà la loro piena partecipazione!… 15 Infatti, se il loro ripudio è stato la riconciliazione del mondo, che sarà la loro riammissione, se non un rivivere dai morti?

Che fare dunque? Prima, assicuriamoci che la nostra vita in ogni suo aspetto è fondata unicamente su Gesù. Lo stesso vale per la nostra comunità. Siamo fragili e vulnerabili nella misura in cui tentiamo di sottrarre qualche parte della nostra vita o comunità dalla signoria di Gesù. Secondo, testimoniamo Cristo con tenacia e speranza. Testimoniamo con tenacia, sapendo che la pietra angolare sulla quale Dio sta edificando la sua chiesa è per molti una pietra d’inciampo, disprezzata e rifiutata. Non perdiamoci d’animo quando incontriamo difficoltà e opposizione, perché questo è da aspettarsi. Se hanno crocifisso Gesù, figuriamoci come a volte risponderanno a noi! Ma testimoniamo anche con speranza, perché l’efficiacia del vangelo non sta nelle capacità dei testimoni, ma in colui che testimoniamo. Ricordiamoci: Gesù edificherà la sua chiesa, e le porte dell’Ades non la potranno vincere!

Marco 15:6-39: La Crocifissione del Figlio di Dio

1) Il Giusto Condannato Come Colpevole (15:6-39)

Ad ogni festa egli era solito liberare loro un carcerato, quello che essi domandavano. Vi era allora in prigione un tale, chiamato Barabba, insieme ad alcuni ribelli i quali avevano commesso un omicidio durante una rivolta. E la folla, salita, cominciò a chiedere che facesse per loro come era solito fare. E Pilato rispose loro: «Volete che io vi liberi il re dei Giudei?» 10 Perché sapeva che i capi dei sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia. 11 Ma i capi dei sacerdoti incitarono la folla perché piuttosto liberasse loro Barabba. 12 Pilato si rivolse di nuovo a loro, dicendo: «Che volete dunque che io faccia di colui che chiamate il re dei Giudei?» 13 Ed essi di nuovo gridarono: «Crocifiggilo!» 14 Pilato disse loro: «Ma che male ha fatto?» Ma essi gridarono più forte che mai: «Crocifiggilo!» 15 Pilato, volendo soddisfare la folla, liberò loro Barabba; e consegnò Gesù, dopo averlo flagellato, perché fosse crocifisso.

Al capitolo 15, giungiamo finalmente al momento culminante del vangelo di Marco. È il venerdì della Pasqua ebraica, solo cinque giorni dopo la “domenica delle palme” quando Gesù, entrando a Gerusalemme, è stato acclamato il Messia promesso, il re lungo aspettato, il figlio di Davide che avrebbe inaugurato il regno di Dio sulla terra. Questa è infatti l’aspettativa sin dall’inizio del vangelo, da quando Gesù all’inizio del suo ministero pubblico in Galilea predicava che “il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino”.

Mentre predicava, Gesù compiva anche opere potenti e meravigliose — guarendo i malatti, scacciando i demoni, sfamando gli affamati, calmando le tempeste, risuscitando i morti — come segni dell’arrivo del regno, segni di come il mondo sarà quando Dio regna in terra come in cielo. Ma il vangelo ha subito una svolta imprevista quando Gesù ha cominciato a dire che non avrebbe compiuto la sua missione finché non sarebbe andato a Gerusalemme per essere condannato a morte e crocifisso. Paradossalmente, il regno di Dio, e la salvezza che esso porta, non vincerà il male, il maligno, e la morte se non attraverso ciò che sembrerà una sconfitta — la crocifissione di Gesù.

Perché? Il motivo è quello che abbiamo visto in tanti e vari modi, l’ultimo dei quali è la vicenda che avviene immediatamente prima della crocifissione. Gesù, dopo essere stato tradito da Giuda e condannato dal tribunale ebraico, viene consegnato a Pilato, il prefetto romano della Giudea, per pronunciare ed eseguire la sentenza di morte. È qui che riprendiamo la narrativa di Marco. L’ultima opzione che rimane a Pilato per poter salvare la vita a un uomo che gli appare totalmente innocente è l’usanza di liberare un prigioniero durante la festa di Pasqua. Tale era una mossa destinata a placare i fermenti rivoluzionari che spesso si suscitavano in modo particolarmente forte durante la festa. La preferenza della folla, incitata dai capi religiosi, è però inequivocabile: liberare Barabba, un prigioniero colpevole di omicidio, e crocifiggere Gesù, il vero innocente.

Non è una coincidenza che questo succede pochi momenti prima della crocifissione. Perché, come Gesù ha insistito più volte, era necessario che egli morisse in croce? Perché solo così, sostituendosi al posto del colpevole, poteva il colpevole essere salvato e liberato. Secondo Marco, lo scambio di posti tra Gesù e Barabba — il giusto per l’ingiusto — è lo stesso scambio avvenuto tra Gesù e tutti noi. Come l’apostolo Pietro scriverà anni dopo: “Anche Cristo ha sofferto una volta per i peccati, lui giusto per gli ingiusti, per condurvi a Dio” (1 Pt. 3:18). Non solo l’ingiusto Barabba, ma tutti gli ingiusti, compresi anche noi, i lettori della lettera di Pietro! Mentre leggiamo la narrativa seguente, Marco vuole che noi lo teniamo a mente: Gesù ha subito tutto questo volentieri per salvare noi che eravamo prigioneri del peccato e della morte, senza speranza e senza forza di liberarci da soli.

2) Il Crocifisso Incoronato Come Re (15:16-27)

A) L’incoronazione di Gesù (vv.16-20)

16 Allora i soldati lo condussero nel cortile interno, cioè dentro il pretorio, e radunarono tutta la coorte. 17 Lo vestirono di porpora e, dopo aver intrecciata una corona di spine, gliela misero sul capo 18 e cominciarono a salutarlo: «Salve, re dei Giudei!» 19 E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, mettendosi in ginocchio, si prostravano davanti a lui. 20 Dopo averlo schernito, lo spogliarono della porpora, lo rivestirono delle sue vesti e lo condussero fuori per crocifiggerlo. 

Così Pilato pronuncia condanna Gesù a morte, e lo consegna ai soldati che lo crocifiggeranno. Se nei versetti precedenti Marco ha sottolineato l’aspetto vicario della morte di Gesù, qui sottolinea l’aspetto regale, cioè che la sua crocifissione è paradossalmente la sua incoronazione e intronizzazione come Re dei Giudei e Signore del mondo. Marco evidenzia come i soldati, per farsi beffe di Gesù, lo vestono di porpora, gli mettono sul capo una corona di spine, e prostrandosi davanti a lui lo salutano: “Salve, re dei Giudei!” Tutto questo, ovviamente, è inteso dai soldati come una grande presa in giro. Chiamano Gesù “re” con il massimo di sarcasmo; lo vestono come re per metterlo in ridicolo; si mettono in ginocchio per umiliarlo.

Ma il motivo per cui Marco riporta questo è perché i soldati, senza accorgersene, fanno il contrario di quello che pensano. Questo è il momento dell’incoronazione di Gesù, quando egli sta per compiere la sua vittoria regale e rivendicare il suo diritto di essere il Signore di tutti. I soldati non fanno altro che anticipare l’onore che ogni essere umano un giorno gli renderà, come dice l’apostolo Paolo in Filippesi 2:10-11, quando “nel nome di Gesù si piegherà ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sotto terra, e ogni lingua confesserà che Gesù Cristo è il Signore”.

B) L’intronizzazione di Gesù (vv.21-27)

21 Costrinsero a portare la croce di lui un certo Simone di Cirene, padre di Alessandro e di Rufo, che passava di là tornando dai campi. 22 E condussero Gesù al luogo detto Golgota, che tradotto vuol dire «luogo del teschio». 23 Gli diedero del vino mescolato con mirra, ma non ne prese.24 Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirandole a sorte per sapere quello che ciascuno dovesse prendere. 25 Era l’ora terza quando lo crocifissero. 26 L’iscrizione indicante il motivo della condanna diceva: «Il re dei Giudei».27 Con lui crocifissero due ladroni, uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra.

Marco evidenzia questa verità ancora quando narra quello che succede dopo. Come tutti condannati a morte, Gesù deve portare la croce fino al luogo dove sarà crocifisso. Giunto al luogo dell’esecuzione, chiamato appropriatamente “luogo del teschio”, Gesù viene inchiodato e innalzato sulla croce in mezzo a due ladroni, “uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra”. Quest’ultima frase è identica a quella usata da Giacomo e Giovanni nel capitolo 10 per chiedere a Gesù i posti più prestigiosi e importanti accanto al suo trono. Adesso, però, vediamo che lungi da essere posti prestigiosi e importanti, sono piuttosto i posti più vergognosi e represensibili. Ma sono sempre i due posti accanto al re sul suo “trono”: non un trono d’oro ma di legno, non un piedistallo di gloria ma un patibolo di tortura.

E come se il significato di quest’evento non fosse ancora chiaro, Marco riporta anche l’iscrizione posta sopra la testa di Gesù indicante il motivo della sua condanna: “Il re dei Giudei”. Ecco Gesù, finalmente dichiarato pubblicamente ciò che è: il re dei Giudei, cioè il Messia, il Cristo. Ma chi si sarebbe mai aspettato che il Signore del mondo sarebbe stato intronizzato in questa maniera: schernito, flagellato, inchiodato a un pezzo di legno tra due malfattori? È infatti che il profeta Isaia (53:1-4) aveva predetto circa 700 anni prima:

Chi ha creduto a quello che abbiamo annunciato? A chi è stato rivelato il braccio del SignoreEgli è cresciuto davanti a lui come una pianticella, come una radice che esce da un arido suolo; non aveva forma né bellezza da attirare i nostri sguardi, né aspetto tale da piacerci. Disprezzato e abbandonato dagli uomini, uomo di dolore, familiare con la sofferenza, pari a colui davanti al quale ciascuno si nasconde la faccia, era spregiato, e noi non ne facemmo stima alcuna. Tuttavia erano le nostre malattie che egli portava, erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato; ma noi lo ritenevamo colpito, percosso da Dio e umiliato!

3) Il Morto Rivelato Come Salvatore (15:29-39)

A) Il Cristo Schernito (vv.29-32)

29 Quelli che passavano di là lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Eh, tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, 30 salva te stesso e scendi giù dalla croce!» 31 Allo stesso modo anche i capi dei sacerdoti con gli scribi, beffandosi, dicevano l’uno all’altro: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso. 32 Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, affinché vediamo e crediamo!» Anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano.

Il paradosso diventa sempre più paradossale quando leggiamo quello che succede mentre Gesù rimane appeso alla croce. Non solo i soldati romani, ma tutti che lo vedono lì inchiodato lo insultano e lo deridono perché sembra un salvatore finto e fallito. Con tanta ironia e molto sarcasmo i capi religiosi ridono dicendo: “Ha salvato altri e non può salvare se stesso”. Marco, però, vuole farci capire l’ironia più ironica, il sarcasmo divino più sarcastico degli schernitori: è solo perché Gesù rifiuta di salvare se stesso — azione di cui è pienamente capace — che può salvare altri. Ricordiamoci di Barabba: se il giusto non si fosse sostituito al colpevole, sarebbe stato il colpevole sulla croce. Che grande amore deve essere quello di Dio manifestato in Gesù! Pur avendo il potere con cui ha creato l’intero universo, si lascia schernire, insultare, torturare, e morire, per salvare proprio quelli che gli fanno tutto questo. Questo è un amore così grande, così profondo, che trascorreremo tutta l’eternità senza mai conoscerlo fino in fondo.

B) Il Figlio Riconosciuto (vv.33-39)

33 Venuta l’ora sesta, si fecero tenebre su tutto il paese fino all’ora nona. 34 All’ora nona Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì, lamà sabactàni?», che, tradotto, vuol dire: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» 35 Alcuni dei presenti, udito ciò, dicevano: «Chiama Elia!» 36 Uno di loro corse e, dopo aver inzuppato d’aceto una spugna, la pose in cima a una canna e gli diede da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se Elia viene a farlo scendere». 37 Gesù, emesso un gran grido, rese lo spirito. 38 E la cortina del tempio si squarciò in due, da cima a fondo. 39 E il centurione che era lì presente di fronte a Gesù, avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!»

Qui alla fine della narrativa della crocifissione, incontriamo qualcosa di straordinario. Finora, tutti hanno visto Gesù e ne hanno tratto la stessa conclusione di Isaia: “noi lo ritenevamo colpito, percosso da Dio e umiliato!” Pilato, la folla, i capi religiosi, i soldati romani — insomma tutti quanti hanno visto Gesù solo come una vittima d’ingiustizia o un re falso o un salvatore fallito. Quelli che lo guardavano sulla croce lo deridevano dicendo: “Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, affinché vediamo e crediamo!” Attenzione a queste ultime parole: “affinché vediamo e crediamo”. Per loro, il fatto che non credessero era colpa di Gesù: “se ti salvassi, allora ti crederemmo”.

Ma notate l’ultimo personaggio qui menzionato, il centurione che probabilmente era il responsabile dei soldati che si occupavano della crocifissione. Questa è la prima e anche l’ultima volta che incontriamo questo personaggio nel vangelo di Marco, che gli dedica un solo versetto. Ma è un versetto straordinario. Qui c’è un centurione, un uomo di guerra, un uomo addestrato a combattere, un uomo abituato a uccidere. È quasi sicuro che questo centurione avesse già assistito a innumerevoli crocifissioni durante la sua carriera. Eppure quando vede Gesù “spirare in quel modo”, cioè rendendo lo spirito con un grande grido, il centurione confessa: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!”

Incredibile! Di fronte a questa orrenda scena, Gesù crocifisso e tutti che lo prendono in giro, il centurione lo vede ed è costretto a esclamare: “Figlio di Dio!” Il centurione, nel vangelo di Marco, svolge un ruolo importante. Mentre tutti gli altri dicevano: “Non possiamo credere se non vediamo”, il centurione dice: “Io vedo, e non posso non credere!” Anche se tutti si trovavano nello stesso luogo e assistevano allo stesso spettacolo, il centurione ha visto esattamente l’opposto di tutti gli altri. Mentre gli altri vedevano un re falso e un salvatore fallito, il centurione ha visto il Signore e il Salvatore del mondo.

Marco non si ferma per spiegare perché il centurione ha visto Gesù in questa maniera. Non lo spiega perché il suo obbietivo non è di soddisfare la nostra eventuale curiosità al riguardo, ma di porci davanti allo stesso interrogativo: “E tu, chi vedi sulla croce? Questo Gesù, il soggetto di questa buonissima, meravigliosa notizia che vi ho appena annunciato, come lo vedi adesso? Sei d’accordo con la maggioranza, che Gesù è forse solo un buon maestro che è stato vittima di ingiustizia, o che forse è stato un uomo pericoloso che andava eliminato, o un pazzo fanatico, o un rivoluzionario fallito, o il Figlio di Dio, il Signore e Salvatore del mondo?

Questa è la domanda più importante della vita, la domanda a cui tutti devono rispondere, la domanda che cambia tutto. In realtà, Marco vuole farci sapere che ciò che Gesù ha compiuto sulla croce, l’ha compiuto veramente e per sempre. Quello che ha fatto, l’ha fatto per ognuno di noi, che lo sappiamo o meno, che lo vogliamo o meno. Siamo tutti inclusi, siamo tutti dentro. La vita, la morte, e poi la risurrezione di Gesù ha cambiato irrevocabilmente il destino eterno di tutti gli esseri umani. Il vangelo, dunque, non è: “Se vuoi, Gesù può essere anche il tuo Signore e Salvatore”, ma: “Gesù è il tuo Signore e Salvatore, dunque ravvediti e poni fiducia in lui!” E il vangelo promette che tutti coloro che invocano così il suo nome non saranno mai delusi. Alleluia e amen!

Marco 14:26-42: Il Pastore Percosso, le Pecore Disperse

1) Le Pecore Disperse

26 Dopo che ebbero cantato l’inno, uscirono per andare al monte degli Ulivi. 27 Gesù disse loro: «Voi tutti sarete scandalizzati perché è scritto: “Io percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse”. 28 Ma dopo che sarò risuscitato vi precederò in Galilea». 29 Allora Pietro gli disse: «Quand’anche tutti fossero scandalizzati, io però non lo sarò!» 30 Gesù gli disse: «In verità ti dico che tu, oggi, in questa stessa notte, prima che il gallo abbia cantato due volte, mi rinnegherai tre volte». 31 Ma egli diceva più fermamente ancora: «Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò». Lo stesso dicevano pure tutti gli altri.

Dopo aver celebrato la Pasqua, Gesù e i suoi discepoli escono dalla città e attraversano la valle che separa Gerusalemme dal Monte degli Ulivi per giungere al giardino di Getsemani. Percorrendo quella poca distanza, Gesù avverte i suoi discepoli che saranno tutti scandalizzati per causa sua. Come profetizzato da Zaccaria (13:7), i discepoli come pecore saranno dispersi quando il loro pastore, Gesù, è percosso. In altre parole, la fedeltà e il coraggio dei discepoli verranno meno di fronte al pericolo, e quando la situazione si fa critica, abbandoneranno Gesù.

Le parole di Gesù cominciano ad adempiersi subito, perché Pietro infatti rimane scandalizzato dal solo pensiero che anche lui verrà meno. Come ha protestato contro l’idea che Gesù doveva morire, così protesta di nuovo contro l’idea che anche lui abbandonerà il suo amato Maestro. Ma Gesù, sapendo tutto, ha riservato una parola particolare per lui. Non solo Pietro l’abbandonerà come gli altri discepoli, ma lo rinnegherà ben tre volte prima che la notte finisca! Nonostante ciò, Pietro, come gli altri, insiste più fermamente ancora: “Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò”.

Noi che conosciamo già questa storia, sappiamo che i discepoli faranno esattamente quello che Gesù ha predetto. Ma se fossimo al loro posto, potremmo forse capire perché obbiettano così fortemente. Ma come i discepoli dimostrano, tendiamo tutti a sopravvalutare le nostre forze e capacità. Ma Dio non è ingannato dalle nostre pretese e promesse. Come Giovanni 2:24-25 dice: “Ma Gesù non si fidava di loro, perché conosceva tutti, e perché non aveva bisogno della testimonianza di nessuno sull’uomo, poiché egli stesso conosceva quello che era nell’uomo.” Dio ci conosce meglio di noi stessi, e non è impressionato dal nostro presunto impegno nei suoi confronti. È meglio essere sempre onesti con Dio e ammettere quanto in realtà siamo deboli e mancanti. Come Gesù afferma in Giovanni 15:5: “senza di me non potete fare nulla”.

Ma come ogni cosa che accade a questo punto nel vangelo, neanche l’infedeltà dei discepoli è una sfortuna imprevista. Anzi, secondo la profezia di Zaccaria, è necessario che le pecore siano disperse! Le pecore sono deboli, non sono capaci di compiere l’opera del pastore, nemmeno di aiutarlo. Il pastore, e lui soltanto, è in grado di salvare le pecore, e dunque sarà paradossalmente la loro infedeltà nei suoi confronti che permetterà al pastore di liberarle dal pericolo che solo lui può affrontare. Certamente questo non scusa la loro infedeltà; essa sarà una terribile vergogna. Tuttavia, come il tradimento di Giuda, l’ingiustizia dei capi religiosi, la violenza dei romani, e l’odio delle forze malvagie dietro le quinte, Dio userà il peggio del male per compiere il meglio del suo proposito. Dobbiamo trovare qui un grande motivo per farci coraggio, perché se Dio è per noi, nessuno può essere contro di noi, neanche noi stessi!

2) Il Pastore Percosso

32 Poi giunsero in un podere detto Getsemani, ed egli disse ai suoi discepoli: «Sedete qui finché io abbia pregato». 33 Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a essere spaventato e angosciato. 34 E disse loro: «L’anima mia è oppressa da tristezza mortale; rimanete qui e vegliate». 35 Andato un po’ più avanti, si gettò a terra; e pregava che, se fosse possibile, quell’ora passasse oltre da lui. 36 Diceva: «Abbà, Padre! Ogni cosa ti è possibile; allontana da me questo calice! Però non quello che io voglio, ma quello che tu vuoi». 37 Poi venne, li trovò che dormivano e disse a Pietro: «Simone! Dormi? Non sei stato capace di vegliare un’ora sola? 38 Vegliate e pregate, affinché non cadiate in tentazione; lo spirito è pronto, ma la carne è debole». 39 Di nuovo andò e pregò, dicendo le medesime parole. 40 Ritornato, li trovò che dormivano perché gli occhi loro erano appesantiti; e non sapevano che rispondergli. 41 Venne la terza volta e disse loro: «Dormite pure, ormai, e riposatevi! Basta! L’ora è venuta: ecco, il Figlio dell’uomo è consegnato nelle mani dei peccatori. 42 Alzatevi, andiamo; ecco, colui che mi tradisce è vicino».

Adesso Gesù e i discepoli giungono al giardino di Getsemani dove rimarranno finché Gesù non è consegnato nelle mani dai suoi avversari. Gesù viene qui deliberatamente, prima perché è il luogo dove Giuda sa trovare Gesù per poterlo tradire, ma secondo perché si deve preparare a quanto sta per accadergli. È ancora vero quello che abbiamo imparato finora: Gesù è in controllo, ed è la sua volontà risoluta di compiere la sua missione in ubbidienza a suo Padre e per amore delle sue pecore. Ma questo non significa che mantenere questa risolutezza gli sia facile o automatico. Gesù è il Figlio di Dio, ma è anche il Figlio dell’uomo, suscettibile alle debolezze, alle tentazioni, e alle paure comuni a tutti gli esseri umani.

Ed è questo che viene mostrato così chiaramente nella lotta di Gesù nel giardino. La descrizione della scena non è finta, un bello spettacolo fatto da Gesù tanto per apparire come un uomo come noi. Quando Marco dice che Gesù “cominciò a essere spaventato e angosciato”, si tratta di un vero spavento, una vera angoscia che Gesù prova. Quando Gesù stesso dice: “L’anima mia è oppressa da tristezza mortale”, si tratta di una vera oppressione dell’anima dovuta a una vera tristezza mortale. Quando Gesù chiede ai discepoli di vegliare e pregare con lui, è perché ne ha bisogno! “Vegliate e pregate affinché non cadiate in tentazione”; non solo i discepoli, ma Gesù è qui nel giardino per vegliare e pregare per non cadere in tentazione. La debolezza della carne di cui Gesù parla è la debolezza che Gesù stesso conosce per esperienza, essendo diventato simile a noi in ogni cosa, senza commettere peccato. La sua lotta in preghiera, dunque, è una lotta vera e reale, in questione di morte e di vita: se non rimane fedele fino alla morte, non compierà la salvezza del mondo.

Qui sono da notare tre cose importanti. Prima, le parole di Gesù riguardo al fallimento dei discepoli cominciano già ad avverarsi. Certo, non hanno ancora abbandonato o rinnegato Gesù, ma il semplice fatto che non riescono a vegliare e pregare con e per Gesù un’ora sola è un presagio inquietante. Le pecore si stanno già disperdendo, e il pastore comincia a sentire le percosse che lo uccideranno. Da questo punto in poi, Gesù sarà solo nell’affrontare i poteri del male, del maligno, e della morte, e solo la sua totale fiducia nel suo Padre lo sosterrà durante la sua ultima e più grande prova. Le preghiere ardenti di Gesù dimostrano questa totale dipendenza da Dio.

Secondo, la lotta di Gesù nel giardino ci fa capire qual è infatti la sofferenza più grande che deve subire. L’angoscia di essere tradito, abbandonato, rinnegato, e rifiutato dai suoi sarà sicuramente straziante. I dolori fisici dovuti alla flagellazione e alla crocifissione saranno inimmaginabili. La vergogna di essere “contato fra i malfattori” ed esposto all’umiliazione pubblica sarà tremenda. Ma in realtà, tutti questi mali rappresentano solo minimamente il suo vero e più orrendo tormento: il calice del giudizio divino. Tutte le afflizioni che si possono subire a causa degli uomini e dei demoni non sono paragonabili alla piena misura dell’ira di Dio contro il peccato. L’ira di Dio non è altro che l’onnipotente “No!” del suo amore alla nostra auto-distruzione. È il Creatore che condanna il potere della de-creazione all’annientamento. L’ira di Dio, dunque, è assolutamente insopportabile per tutti se non Dio stesso. Qui in Gesù che prega gridando e piangendo nel giardino, vediamo non solo il Dio che condanna il peccato del mondo, ma anche l’uomo che lotta per sottoporsi a questa condanna per subirla in pieno. È questo il motivo per l’angoscia, lo spavento, l’oppressione, e della tristezza mortale di Gesù.

Ma terzo, Gesù entra in questa lotta non per se stesso, per qualche peccato suo, perché ha sempre vissuto senza peccato! La condanna a cui lotta per sottoporsi non è la sua ma la nostra! La volontà umana che a stento si arrende alla volontà divina dicendo: “non quello che io voglio, ma quello che tu vuoi” è la nostra volontà che Gesù ha santificato. La sua è l’unica vita umana in tutta la storia a essere perfetta, santa, giusta, e irreprensibile. Non è una coincidenza che è proprio un giardino, dove l’umanità cadde per la prima volta in tentazione e disubbidienza, in cui la tentazione sarà per la prima volta superata e la disubbidenza per la prima volta sopraffata dall’ubbidienza. L’incrollabile fiducia che Gesù dimostra qui in Dio, la sua perfetta sottomissione alla volontà di suo Padre e la sua ferma determinazione di ubbidirgli sino alla morte, lui l’ha fatto a nostro favore e al nostro posto. Come Adamo ha fallito dicendo: “Non la tua ma la mia volontà sia fatta”, così Gesù vince dicendo il contrario: “Non la mia ma la tua volontà sia fatta”. Rovesciando la ribellione di Adamo, Gesù rovescia anche la maledizione dovuta a essa. L’apostolo Paolo lo spiega in questo modo in Romani 5:17-21:

17 Infatti, se per la trasgressione di uno solo la morte ha regnato a causa di quell’uno, tanto più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo di quell’uno che è Gesù Cristo. 18 Dunque, come con una sola trasgressione la condanna si è estesa a tutti gli uomini, così pure, con un solo atto di giustizia, la giustificazione che dà la vita si è estesa a tutti gli uomini. 19 Infatti, come per la disubbidienza di un solo uomo i molti sono stati resi peccatori, così anche per l’ubbidienza di uno solo i molti saranno costituiti giusti. 20 La legge poi è intervenuta a moltiplicare la trasgressione; ma dove il peccato è abbondato, la grazia è sovrabbondata, 21 affinché, come il peccato regnò mediante la morte, così pure la grazia regni mediante la giustizia a vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore.

3) L’Autore di Salvezza

Se Marco ci fornisce qui il resoconto dei fatti accaduti nel giardino di Getsemani, l’autore di Ebrei (5:7-9) ci offre una riflessione profonda sul significato di questi fatti quando scrive:

Nei giorni della sua carne, con alte grida e con lacrime, egli offrì preghiere e suppliche a colui che poteva salvarlo dalla morte ed è stato esaudito per la sua pietà. Benché fosse Figlio, imparò l’ubbidienza dalle cose che soffrì; e, reso perfetto, divenne per tutti quelli che gli ubbidiscono autore di salvezza eterna,

Mentre questi versetti caratterizzano l’intera vita di Gesù, riguardano soprattutto le preghiere e suppliche che Gesù ha offerto con alte grida e con lacrime nel giardino di Getsemani, pochi momenti prima del suo tradimento. E perché, secondo Ebrei, Gesù ha fatto questo? Ce lo dice nei vv.8-9: Gesù “imparò l’ubbidienza dalle cose che soffrì” per essere “reso perfetto”. Vi sembra strano? Gesù, il Figlio di Dio, ha dovuto imparare l’ubbidienza ed essere reso perfetto? Non era già perfetto? Se doveva diventare perfetto, significa che prima era imperfetto?

Questi versetti possono sembrare sconcertanti se non ricordiamo che Gesù, “benché fosse Figlio” di Dio, era anche Figlio dell’uomo. Citando Ebrei 2:17 prima, abbiamo notato che Gesù “doveva diventare simile ai suoi fratelli in ogni cosa … per compiere l’espiazione dei peccati”: simile a noi in ogni cosa, entrando nella nostra condizione debole e decaduta per poterla redimere e purificare dall’interno per mezzo della sua “santità contagiosa”. Gesù ha dovuto imparare l’ubbidienza perché noi eravamo disubbidienti. Gesù è dovuto diventare perfetto perché noi eravamo imperfetti. Gesù ha dovuto mantenere fiducia e pietà sino alla morte perché noi avevamo dimostrato infedeltà e impietà in maniera degna della morte. Questo è perché il brano prosegue per affermare che, una volta reso perfetto, Gesù “divenne per tutti quelli che gli ubbidiscono autore di salvezza eterna”. Solo così Gesù poteva divenire l’autore della nostra salvezza! Solo la sua fiducia al posto della nostra sfiducia, la sua ubbidienza al posto della nostra disubbidienza, la sua pietà al posto della nostra malvagità; insomma il suo tutto al posto del nostro niente bastava per salvarci, e per salvarci eternamente. Certamente noi non eravamo, né siamo ancora, in grado di fare tutto questo, ma solo il Figlio di Dio divenuto il Figlio dell’uomo al posto di tutti gli uomini, compresi anche noi.

Dunque, alla conclusione della nostra meditazione sulla lotta e la sofferenza di Gesù nel giardino di Getsemani, non possiamo fare meglio che tenere a mente le bellissime parole del profeta Isaia (53:4-6, 11):

Tuttavia erano le nostre malattie che egli portava, erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato; ma noi lo ritenevamo colpito, percosso da Dio e umiliato! Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni, stroncato a causa delle nostre iniquità; il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui e mediante le sue lividure noi siamo stati guariti. Noi tutti eravamo smarriti come pecore, ognuno di noi seguiva la propria via; ma il Signore ha fatto ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti…. 11 Dopo il tormento dell’anima sua vedrà la luce e sarà soddisfatto; per la sua conoscenza, il mio servo, il giusto, renderà giusti i molti, si caricherà egli stesso delle loro iniquità.