Giovanni 20: La parola della risurrezione

1) Pasqua: il primo giorno della nuova creazione (Giovanni 20:1-9)

1 Il primo giorno della settimana, la mattina presto, mentre era ancora buio, Maria Maddalena andò al sepolcro e vide la pietra tolta dal sepolcro. Allora corse verso Simon Pietro e l’altro discepolo che Gesù amava, e disse loro: «Hanno tolto il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’abbiano messo». Pietro e l’altro discepolo uscirono dunque e si avviarono al sepolcro. I due correvano assieme, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse primo al sepolcro; e, chinatosi, vide le fasce per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro, e vide le fasce per terra e il sudario, che era stato sul capo di Gesù, non per terra con le fasce, ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo che era giunto per primo al sepolcro, e vide, e credette. Perché non avevano ancora capito la Scrittura, secondo la quale egli doveva risuscitare dai morti. 10 I discepoli dunque se ne tornarono a casa.

1.1) Buona Pasqua

Buona Pasqua! Si dice spesso, ma se ne capisce il significato? Certo, molti sanno che le sue origini risalgono alla risurrezione di Gesù. È molto evidente, però, che non capiscono il vero significato di questo avvenimento perché dopo tornano alla vita “normale” come se niente fosse. Una Pasqua che non cambia radicalmente ogni aspetto della nostra vita non è la vera Pasqua! O, almeno, siamo noi che non abbiamo compreso le sue radicali implicazioni. Giovanni — il cui vangelo stiamo studiando in questo periodo — non vuole lasciarci andare senza farci riflettere a lungo su queste implicazioni, senza che noi passiamo dalla vita “normale” alla vita “eterna”, la vita che Gesù stesso aveva, e ha ancora, da quando è risuscitato dai morti quella prima domenica pasquale.

1.2) La nuova Genesi

La prima cosa che Giovanni c’insegna è che la Pasqua non è stata niente meno del primo giorno della nuova creazione. Se fino a questo punto abbiamo letto il vangelo attentamente, ci deve risultare facile capirlo. Sin dall’inizio Giovanni presenta il vangelo che scrive come una nuova o una seconda Genesi, indicata dall’esplicito richiamo alle parole iniziali:

1 Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei, e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. (1:1-3)

Ma è subito chiaro che Giovanni non vuole solo ricordare Genesi e la creazione dei cieli e della terra, perché la buona notizia che ha da testimoniare supera di gran lunga quella storia. Questa è la storia della nuova creazione! Mentre in Genesi all’umanità è data la vita vulnerabile alla corruzione, in Gesù è data la vita incorruttibile! Mentre in Genesi le tenebre del peccato invadono il buon creato di Dio e rovinano tutto, in Gesù “la luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta” (1:5).

Da Genesi in poi, da carne nasce solo carne, da sangue nasce solo sangue, ma da ciò che Gesù compie, nascono figli di Dioi quali non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma sono nati da Dio” (1:13). Nella Torah, di cui Genesi è il primo libro, “la legge è stata data per mezzo di Mosè“, ma “la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo” e “della sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia” (1:16-17). Nell’Antico Testamento, “nessun ha mai visto Dio”, ma Gesù, “l’unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere”, e in lui “abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre” (1:14, 18).

Questa è la nuova creazione, promessa nell’Antico Testamento e realizzata solo con la venuta di Gesù Cristo. E Giovanni vuole dirci che è stata quella prima domenica pasquale — il giorno quando Gesù è risuscitato dai morti — che ha inaugurato la nuova creazione. Come lo sappiamo? Consideriamo come Giovanni narra lo svolgimento della morte e della sepoltura di Gesù immediatamente prima della risurrezione:

19:28 Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era già compiuta, affinché si adempisse la Scrittura, disse: «Ho sete». 29 C’era lì un vaso pieno d’aceto; posta dunque una spugna imbevuta d’aceto in cima a un ramo d’issopo, l’accostarono alla sua bocca. 30 Quando Gesù ebbe preso l’aceto, disse: «È compiuto!» E chinato il capo rese lo spirito. 31 Allora i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato (poiché era la Preparazione e quel sabato era un gran giorno), chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe e fossero portati via.

Qui leggiamo che Gesù è stato crocifisso il giorno prima del sabato, cioè il sesto giorno della settimana. E proprio nel momento prima di morire, Gesù dichiara “È compiuto!”. Ora, questo sta a significare certamente che ogni aspetto della nostra salvezza è stato compiuto da Gesù, nel senso che a noi non rimane alcunché da contribuire. Ma Giovanni vuole che vediamo ancora di più. Dov’è nella Bibbia che Dio compie la sua opera il sesto giorno della settimana e poi si riposa il sabato? Sempre in Genesi!

2:3 Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò, perché in esso Dio si riposò da tutta l’opera che aveva creata e fatta.

Abbiamo qui un altro riferimento esplicito alla creazione in Genesi. Alla fine del sesto giorno della settimana, Gesù compie “ogni cosa” (19:28), e poi il settimo giorno, il sabato, si riposa:

19:41 Nel luogo dove egli era stato crocifisso c’era un giardino, e in quel giardino un sepolcro nuovo, dove nessuno era ancora stato deposto. 42 Là dunque deposero Gesù, a motivo della Preparazione dei Giudei, perché il sepolcro era vicino.

È inoltre importante il fatto che Gesù sia stato sepolto in un giardino, perché era stato proprio in un giardino che Dio, dopo aver formato “l’uomo dalla polvere della terra“, “vi pose l’uomo che aveva formato“, il giardino “in Eden” (Genesi 2:7-8). Ciò non è una coincidenza, ma una Dio-incidenza! Indica che la settimana santa costituisce in effetti i sette giorni della nuova creazione che culmina nell’uomo posto nel giardino e Dio che si riposa dopo aver compiuto la sua opera.

Quando, dunque, cominciamo a leggere Giovanni 20, le prime parole dovrebbero acquisire nuovo significato: “Il primo giorno della settimana, la mattina presto, mentre era ancora buio, Maria Maddalena andò al sepolcro…“. Che c’è di speciale di questo “primo giorno della settimana”, di questa “mattina presto”? Questo è infatti il “primo giorno” della nuova creazione, della nuova Genesi che deve essere ancora scritta, dello spazzare via ogni corruzione e dell’inizio della vita eterna incorruttibile. E tutto questo, perché quando “Maria Maddalena andò al sepolcro“, “vide la pietra tolta dal sepolcro“. Il sepolcro era vuoto! Gesù non era più là! Le tenebre della morte non hanno potuto sopraffare la luce della vita eterna! Come Paolo esclama in 2 Corinzi 5:17:

Se uno è in Cristo, egli è una nuova creazione. le cose vecchie sono passate: ecco, sono diventate nuove.

1.3) Il significato della risurrezione

Notiamo però qualcosa di interessante. La narrazione di Giovanni (come quella degli altri vangeli) non è l’equivalente del finale di un film in cui si vede l’eroe vincere il nemico con strepitosi effetti speciali e la colonna sonora che raggiunge l’apice del suo crescendo. Qui, invece, la vittoria dell’eroe è già passata; Giovanni l’ha saltata. Vediamo solo il dopo, quando alcuni seguaci di Gesù scoprono la tomba vuota e le fasce usate per avvolgere la salma per terra. In un film, qualcuno vedrebbe un tale finale come una delusione! Perché allora, alla fine della storia più importante di tutte, Giovanni non ci fornisce il finale eclatante che vogliamo, narrando ogni minimo dettaglio del momento della risurrezione con un linguaggio vivo ed entusiasmante?

È perché quello che conta veramente non è il mero fatto storico della risurrezione stessa — la rianimazione del cadavere di un uomo vissuto circa 2000 anni fa — ma tutto ciò che la risurrezione significa. Molti, ripeto, sanno che la Pasqua ricorda la risurrezione di Gesù, ma pochi vivono vite trasformate da essa. È a questo significato trasformativo che Giovanni vuole invece indirizzare la nostra attenzione, perché il suo scopo, esplicitato alla fine del capitolo, è che entriamo a partecipare noi stessi a questa storia, a partecipare personalmente alla nuova creazione inaugurata da Gesù, cominciando di viverla ora in mezzo alla vecchia.

Ma poi se chiediamo: allora, qual è questo significato che va oltre il mero fatto storico della risurrezione e ci trasforma la vita? In un senso, non possiamo rispondere a questa domanda nei limiti di un solo studio. Se ponessimo questa domanda a Giovanni, lui probabilmente ci risponderebbe così: “dovete tornare e rileggere questo vangelo da capo, perché il significato della risurrezione sta in tutto ciò che vi ho già scritto!” Giovanni, infatti, ci ha preavvisato che sarebbe stato così nel capitolo 2. Allora, quando Gesù è entrato nel tempio che ha scacciato tutti fuori, chiamandolo “casa del Padre mio” (e così chiamandosi Figlio di Dio e facendosi uguale al Padre, 5:18), i Giudei gli hanno domandato un segno per dimostrare che aveva l’autorità di fare tutto ciò. E leggiamo:

19 Gesù rispose loro: «Distruggete questo tempio, e in tre giorni lo farò risorgere!» 20 Allora i Giudei dissero: «Quarantasei anni è durata la costruzione di questo tempio e tu lo faresti risorgere in tre giorni?» 21 Ma egli parlava del tempio del suo corpo.

Poi Giovanni inserisce il seguente commento cruciale:

22 Quando dunque fu risorto dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che egli aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola che Gesù aveva detta.

Ecco! Quando Gesù è risorto (e solo quando fu risorto), i discepoli sono riusciti a comprendere il vero senso di questo detto. È la risurrezione, e solo la risurrezione, che ha convalidato e rivelato il pieno significato della sua persona e opera. Alla luce della risurrezione, comprendiamo, come i discepoli, che Gesù è il vero tempio, di cui il tempio dei Giudei era solo una prefigurazione, la dimora di Dio con l’umanità e il luogo dell’espiazione dei peccati.

Immaginiamo se invece Gesù non fosse risuscitato dai morti, se fosse rimasto lì nella tomba fino ad oggi. Tutto il suo dire di essere “la risurrezione e la vita” (11:25), nonché “il pane della vita eterna” (6:35-40) e “la luce del mondo” (8:12) e l’eterno “IO SONO” prima che Abraamo fosse (8:58), tutto sarebbe risultato sbagliato se non proprio falso e ingannevole. Ma, come Gesù stesso ha predetto, è la risurrezione che conferma la verità di tutto ciò che ha insegnato e fatto. Nel discorso del buon pastore, Gesù aveva dichiarato:

10:18 Nessuno me la toglie [la vita], ma io la depongo da me. Ho il potere di deporla e ho il potere di riprenderla.

Nel lasciarsi crocifiggere, Gesù ha deposto la vita, e nel risuscitare il terzo giorno dopo, Gesù l’ha ripresa. Avendo così il potere sulla vita e sulla morte, Gesù si è dimostrato una volta per sempre di essere il vero Signore e l’unico Salvatore del mondo, la piena rivelazione di Dio e l’unica via che conduce alla verità e alla vita eterna (14:6).

Dire questo, però, è dire troppo poco. Ecco perché Giovanni non è prolisso quando tratta la risurrezione, ma piuttosto riservato. A questo punto, poche parole non sarebbero sufficienti per spiegarne il significato, ma non sono neanche necessarie, perché ci vuole tutto quello che Gesù ha detto e fatto prima per capirlo. Così, Giovanni c’informa alla fine del capitolo:

30 Ora Gesù fece in presenza dei {suoi} discepoli molti altri segni, che non sono scritti in questo libro; 31 ma questi sono stati scritti affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome.

La storia della risurrezione è dunque un invito a diventare discepoli di Gesù anche noi e, attraverso gli scritti lasciati da Giovanni e gli altri apostoli, passare il resto della vita approfondendo sempre di più il significato della persona e dell’opera di Gesù e divenendo sempre più conformi a lui.

1.4) La scuola del discepolato

Attenzione però: la nostra scuola del discepolato non è solo il vangelo di Giovanni e gli altri scritti del Nuovo Testamento che fanno esplicita menzione del nome “Gesù”. Per quanto necessari questi, Giovanni insiste che sono ugualmente necessari gli scritti della “Scrittura”, ovvero l’Antico Testamento. Tornando al 2:22, i discepoli comprendono e credono non solo alle parole che Gesù aveva detto dopo la sua risurrezione, ma anche “credettero alla Scrittura”. Così anche qui nel capitolo 20, subito dopo Maria, Pietro e Giovanni trovano il sepolcro vuoto ma rimangono perplessi sul significato, Giovanni aggiunge nel v.9 che era “perché non avevano ancora capito la Scrittura, secondo la quale egli doveva risuscitare dai morti.

In altre parole, i discepoli, come noi, avevano bisogno della Scrittura per capire il pieno significato della risurrezione. Ma se capire la risurrezione dipende dalla Scrittura, così ne dipende anche capire tutto il resto della persona e dell’opera di Gesù. Infatti, ogni metafora, ogni immagine, ogni frase usata per descrivere Gesù nel vangelo di Giovanni deriva dall’Antico Testamento. Abbiamo già visto quanto Giovanni si riferisce a Genesi, tanto da scrivere il vangelo come il suo sequel! Pensiamo, inoltre, alle seguenti affermazioni esemplari:

Ecco l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo!” (1:28) viene dall’Esodo e dal sistema sacrificale istituito nel libro di Levitico.

«Abbiamo trovato il Messia» (che tradotto vuol dire «Cristo»)” (1:41) viene dal patto che Dio ha fatto con Davide nei libri di Samuele e Cronache.

In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio” (3:5) viene dalla promessa del nuovo patto profetizzato da Ezechia.

Io sono il buon pastore” (10:11) viene dai Salmi e dal frequente uso di quest’immagine nell’Antico Testamento per raffigurare la relazione tra Dio e il suo popolo.

Io sono la vite, voi siete i tralci” (15:5) viene da un’altra figura veterotestamentaria che riassume l’intera storia d’Israele dalla chiamata di Abramo fino all’esilio babilonese e avanti.

Potremmo trovare innumerevoli altri esempi, ma bastano questi per illustrare quanto è necessario l’Antico Testamento — la “Bibbia” di Gesù e degli apostoli — per comprendere pienamente la risurrezione e per vivere anche noi come discepoli di Gesù. Questo, insieme alla testimonianza apostolica trasmessa nel Nuovo Testamento, è dunque la nostra “scuola” del discepolato dove tutti i giorni impariamo a diventare sempre più conformi a Gesù in ogni aspetto della nostra vita.

2) Beati quelli che credono senza vedere (Giovanni 20:11-31)

11 Maria, invece, se ne stava fuori vicino al sepolcro a piangere. Mentre piangeva, si chinò a guardare dentro il sepolcro, 12 ed ecco, vide due angeli, vestiti di bianco, seduti uno al capo e l’altro ai piedi, lì dov’era stato il corpo di Gesù. 13 Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?» Ella rispose loro: «Perché hanno tolto il mio Signore e non so dove l’abbiano deposto». 14 Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. 15 Gesù le disse: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?» Ella, pensando che fosse il giardiniere, gli disse: «Signore, se tu l’hai portato via, dimmi dove l’hai deposto, e io lo prenderò». 16 Gesù le disse: «Maria!» Ella, voltatasi, gli disse in ebraico: «Rabbunì!», che vuol dire: «Maestro!» 17 Gesù le disse: «Non trattenermi, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Io salgo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro”». 18 Maria Maddalena andò ad annunciare ai discepoli che aveva visto il Signore e che egli le aveva detto queste cose.

19 La sera di quello stesso giorno, che era il primo della settimana, mentre le porte del luogo in cui si trovavano i discepoli erano chiuse per timore dei Giudei, Gesù venne e si presentò in mezzo a loro, e disse: «Pace a voi!» 20 E detto questo mostrò [loro] le mani e il costato. I discepoli dunque, veduto il Signore, si rallegrarono. 21 Allora {Gesù} disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre mi ha mandato, anch’io mando voi». 22 Detto questo, soffiò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo. 23 A chi perdonerete i peccati, saranno perdonati; a chi li riterrete, saranno ritenuti».

24 Ora Tommaso, detto Didimo, uno dei dodici, non era con loro quando venne Gesù. 25 Gli altri discepoli dunque gli dissero: «Abbiamo visto il Signore!» Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e se non metto il mio dito nel segno dei chiodi, e se non metto la mia mano nel suo costato, io non crederò». 26 Otto giorni dopo i suoi discepoli erano di nuovo in casa, e Tommaso era con loro. Gesù venne a porte chiuse, e si presentò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!» 27 Poi disse a Tommaso: «Porgi qua il dito e guarda le mie mani; porgi la mano e mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma credente». 28 Tommaso gli rispose: «Signore mio e Dio mio!» 29 Gesù gli disse: «Perché mi hai visto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!»

30 Ora Gesù fece in presenza dei {suoi} discepoli molti altri segni, che non sono scritti in questo libro; 31 ma questi sono stati scritti affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome.

2.1) Ma Gesù è veramente risuscitato?

Adesso consideriamo brevemente il punto principale del resto di Giovanni 20, un punto strettamente legato a ciò che abbiamo appena imparato. Ci sono in realtà molti spunti di riflessione in questi versetti, ma abbiamo tempo per parlare solo di quello che è forse la cosa più importante in questo frangente: come possiamo essere certi di, e credere in, quanto Giovanni ha scritto qui sulla risurrezione di Gesù? Questo, infatti, è la pietra d’inciampo per molti. “Ok, va bene”, diranno dopo tutto questo, “ma sembra poco plausibile — incredibile in realtà — che Gesù sia risuscitato dai morti. Ammetto che se Gesù veramente è risuscitato, consegue tutto il resto: egli è il vero Signore e l’unico Salvatore del mondo. Ma forse la tomba era vuota perché qualcuno ha rubato il suo corpo. Forse Maria e i discepoli l’hanno visto di nuovo in vita solo come un’allucinazione, o perché sulla croce Gesù era solo svenuto e nella tomba ha ripreso coscienza. Senza poterlo vedere con i miei occhi, è impossibile sapere e credere che Gesù sia risuscitato.”

Ora, ci sono vari modi per rispondere a dubbi come questi. La disciplina chiamata “apologetica” mira infatti a fornire prove e ragionamenti che dimostrano l’attendibilità dei vangeli e l’autenticità dei fatti riferiti di Gesù. L’apologetica cristiana ha una certa validità, se usata nel modo giusto, ma è importante notare che non è l’approccio utilizzato da Giovanni stesso. Visto che lo scopo di Giovanni è che “crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio” (v.31), è giusto aspettarsi che sarà l’apostolo stesso a dare la risposta alla questione.

2.2) Vedere per credere?

E Giovanni non ci delude. Ricominciamo da dove ci siamo fermati, al v.9 dove Giovanni spiega che la perplessità di Maria e dei discepoli era “perché non avevano ancora capito la Scrittura, secondo la quale egli doveva risuscitare dai morti. A parte “l’altro discepolo” che nel v.8 sembra aver capito meglio dopo aver visto il sepolcro vuoto, Maria e Pietro vedono, ma non capiscono. La conclusione di Maria, detta prima nel v.2 e poi ripetuta nel v.13, è che “Hanno tolto il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’abbiano messo“. Maria, come Tommaso dopo di lei, non era una credulona, disperata per trovare qualche segno che Gesù non era realmente morto. La morte di Gesù è ormai scontata: i romani erano assassini professionali ed era il terzo giorno che la salma di Gesù giaceva nel sepolcro.

Quindi, quando Maria si mette a piangere nel v.11, non è per la tristezza che Gesù è morto e non lo vedrà più, ma perché il suo corpo sembra essere stato tolto dal sepolcro e deposto altrove. Forse qualcuno l’ha rubato, o più probabile ancora (come ho recentemente sentito sostenere un’archeologa) qualcuno l’ha risepolto sotto terra, visto che all’epoca la sepoltura in tombe scavate nella roccia era riservata alle fascie più alte della società alla quale Gesù non apparteneva. Ma l’idea che Gesù è risuscitato non le entra neanche in mente, perché lei (come noi) sa che i morti non risuscitano.

Similmente i discepoli. Nel v.19, leggiamo che “la sera di quello stesso giorno, che era il primo della settimana, mentre le porte del luogo in cui si trovavano i discepoli erano chiuse per timore dei GiudeiLa sera di quello stesso giorno in cui due di loro, Pietro e Giovanni, hanno visto la tomba vuota con i loro propri occhi, i discepoli sono comunque chiusi in certo luogo, nascosti perché hanno paura di subire la stessa sorte alle mani dei Giudei ora che il loro maestro è stato crocifisso. Questo non è il comportamento di un gruppo di creduloni facilmente ingannati, o di complottisti che hanno rubato il corpo per convincere il mondo che Gesù sia risuscitato dai morti. È possibile che a questo punto tutti sono andati a vedere il sepolcro e confermare con i propri occhi che Gesù non era più lì. Eppure non credono.

Non è nemmeno l’apparenza di Gesù stesso che li convince. Maria lo vede e parla con lui nel giardino vicino al sepolcro, ma non lo riconosce, e infatti lo confonde per il giardiniere (v.14-15)! Neanche i discepoli credono subito quando Gesù appare in mezzo a loro (v.19-20). Luca (24:36-37) riporta che all’inizio i discepoli sono rimasti “sconvolti e atterriti, pensavano di vedere uno spirito” e non Gesù risorto nella carne! Hanno visto sì, ma non hanno potuto credere a quello che hanno visto. All’inizio, erano convinti di allucinare, o forse di vedere un fantasma!

Qual è la lezione di tutto ciò? Semplicemente questo: se quelli che conoscevano meglio Gesù, che lo conoscevano personalmente da anni, non hanno creduto quando hanno visto la tomba vuota e quando hanno visto Gesù fisicamente davanti ai loro occhi, pensiamo noi di fare diversamente? Il punto, già dimostrato tante volte nel vangelo di Giovanni, è che la fede non viene dal vedere. Se insistiamo che per qualsiasi motivo non possiamo sapere se Gesù sia veramente risuscitato o no, e di conseguenza non possiamo credere in lui ma dobbiamo collocarlo a fianco di tutti gli altri grandi leader religiosi o filosofi della storia, commettiamo un gravissimo errore. Come non si può comprendere la risurrezione di Gesù come un mero accaduto storico, così non si può pretendere qualche conferma visibile o tangibile della risurrezione prima di esserne convinti. L’esempio dei discepoli è prova sufficiente: vedere non garantisce la fede.

2.3) La parola più salda

Che cos’è invece che ci convince, che ci fa passare dall’incredulità alla fede, e proprio alla fede che è pronta a seguire Gesù anche fino alla morte? Che cosa spiega la trasformazione dei discepoli da quei timorosi chiusi in camera a quei coraggiosi che solo alcune settimane dopo, alla festa della Pentecoste, rischieranno la vita per predicare il vangelo agli stessi Giudei che hanno fatto crocifiggere Gesù? Notiamo il momento critico di Maria:

16 Gesù le disse: «Maria!» Ella, voltatasi, gli disse in ebraico: «Rabbunì!», che vuol dire: «Maestro!»… 18 Maria Maddalena andò ad annunciare ai discepoli che aveva visto il Signore e che egli le aveva detto queste cose.

Poi i discepoli:

19 Gesù venne e si presentò in mezzo a loro, e disse: «Pace a voi!» 20 E detto questo mostrò [loro] le mani e il costato. I discepoli dunque, veduto il Signore, si rallegrarono. 

E infine Tommaso:

26 Otto giorni dopo i suoi discepoli erano di nuovo in casa, e Tommaso era con loro. Gesù venne a porte chiuse, e si presentò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!» 27 Poi disse a Tommaso: «Porgi qua il dito e guarda le mie mani; porgi la mano e mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma credente». 28 Tommaso gli rispose: «Signore mio e Dio mio!»

Anche se tutte queste esperienze coinvolgono l’apparenza di Gesù, non è vedere Gesù che fa la differenza ma udire ciò che Gesù dice. Maria riconosce Gesù e crede solo quando lui la chiama per nome, ricordando la pecora che riconosce e segue il proprio pastore perché ascolta la sua voce (10:27). Ai discepoli Gesù appare e gli mostra le mani e il costato, ma è solo perché Gesù prima gli dice “Pace a voi!” che si rallegrano quando lo vedono. E nemmeno il famoso caso di Tommaso smentisce, anche se prima insiste che deve vedere Gesù per poter credere (v.25):

Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e se non metto il mio dito nel segno dei chiodi, e se non metto la mia mano nel suo costato, io non crederò».

Notiamo invece che Tommaso alla fine non deve mettere il dito nel segno dei chiodi o la mano nel suo costato, perché è solo dopo aver sentito Gesù dire: “Porgi qua il dito e guarda le mie mani; porgi la mano e mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma credente” che Tommaso confessa: “Signore mio e Dio mio!”. Il testo indica che, contrario a ciò che Tommaso aveva prima pensato, gli è bastato semplicemente sentire le parole di Gesù affinché credesse. Non è a caso che Gesù dunque risponde:

29 Gesù gli disse: «Perché mi hai visto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!»

Dobbiamo dunque imparare bene questa lezione: quelli che hanno visto, come i discepoli, non erano avvantaggiati perché hanno visto. A loro non risultava più facile credere perché hanno potuto vedere con i propri occhi. Al tempo stesso, noi oggi, circa 2000 anni dopo questi fatti, non siamo svantaggiati perché non abbiamo visto Gesù con i nostri occhi. A nessuno risulta più difficile credere perché non può vedere. Perché? Perché abbiamo tutti — testimoni oculari o scettici contemporanei — accesso alla stessa e unica cosa che fa la differenza, che converte l’incredulo in credente e il timoroso in coraggioso testimone: la parola di Dio:

30 Ora Gesù fece in presenza dei {suoi} discepoli molti altri segni, che non sono scritti in questo libro; 31 ma questi sono stati scritti affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome.

Questi sono stati scritti, e sono sufficienti ed efficaci nel convincerci che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e di creare in noi la fede che porta alla vita eterna nel suo nome. Davanti alla parola di Dio, siamo tutti uguali, dal testimone oculare al non vedente, dal più semplice al più istruito, da quello che sembra più propenso a credere all’ateo più resistente e rigido. Come la parola di Dio è la scuola in cui siamo addestrati come discepoli di Gesù, così la parola di Dio è il potere che ci converte dall’incredulità alla fede. In Romani 10:17, Paolo lo dice nel modo più chiaro possibile:

Così la fede viene da ciò che si ascolta, e ciò che si ascolta viene dalla parola di Cristo.

Concludo con la testimonianza personale di uno di quei testimoni oculari di cui abbiamo parlato oggi, l’apostolo Pietro (2 Pietro 1:16-21). Notiamo come lui, pur non negando il privilegio di essere stato un testimone oculare di Gesù, pone comunque l’enfasi sul fondamento ancora più saldo della fede:

16 Infatti vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del nostro Signore Gesù Cristo, non perché siamo andati dietro a favole abilmente inventate, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua maestà. 17 Egli, infatti, ricevette da Dio Padre onore e gloria quando la voce giunta a lui dalla magnifica gloria gli disse: «Questi è il mio diletto Figlio, nel quale mi sono compiaciuto». 18 E noi l’abbiamo udita questa voce che veniva dal cielo, quando eravamo con lui sul monte santo. 19 Abbiamo inoltre la parola profetica più salda: farete bene a prestarle attenzione, come a una lampada splendente in luogo oscuro, fino a quando spunti il giorno e la stella mattutina sorga nei vostri cuori. 20 Sappiate prima di tutto questo: che nessuna profezia della Scrittura proviene da un’interpretazione personale; 21 infatti nessuna profezia venne mai dalla volontà dell’uomo, ma degli uomini hanno parlato da parte di Dio, perché sospinti dallo Spirito Santo.

Guardiamoci dunque dal trascurare la Scrittura, questa “parola profetica più salda”, perché essa è sufficiente ed efficace non solo per creare in noi la fede, ma anche per condurci sani e salvi attraverso la fede fino al giorno del compimento della nuova creazione. Amen!

Giovanni 11: La Risurrezione e la Vita

1) Affinché crediate… (Giovanni 20:30-31)

A) Lo scopo di Giovanni

Nel nostro studio di Giovanni, abbiamo fatto costante riferimento al prologo (1:1-18) per ricordarci sempre dei temi centrali del vangelo. La Parola che nel principio era con Dio ed era Dio stesso è diventata carne per abitare tra di noi e così farci conoscere il Dio che nessuno ha mai visto. Ma non abbiamo ancora guardato in avanti, alla conclusione nel 20:30-31, dove Giovanni esplicita il motivo per cui ha scritto questo vangelo. Leggiamolo adesso:

30 Ora Gesù fece in presenza dei {suoi} discepoli molti altri segni, che non sono scritti in questo libro; 31 ma questi sono stati scritti affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome.

Ecco chiaramente lo scopo di Giovanni: affinché crediamo in Gesù. Certo, questo non è l’obiettivo più grande perché “credendo, abbiate vita nel suo nome”. La destinazione finale è la vita eterna in Gesù, la partecipazione nella sua vita che ha vinto il peccato e la morte e che ci permette di dimorare nella presenza di Dio per tutta l’eternità. Ma, come Gesù stesso dichiara in 14:6, la fede in lui è l’unica strada che conduce a questa destinazione, ed è dunque la fede che ha per noi un’importanza determinante.

Se colleghiamo l’inizio e la fine del vangelo, vediamo così il quadro completo: la Parola di Dio è diventata carne in Gesù Cristo per farci conoscere Dio affinché noi, conoscendolo tramite quanto è stato scritto, crediamo in lui e riceviamo la vita eterna. Quindi, è la conoscenza di Dio rivelata in Gesù che precede e crea la fede. E, anche se Giovanni avrebbe potuto scrivere altro (i “molti altri segni che non sono scritti in questo libro”), quello che ha scritto è sufficiente per condurci alla fede. In altre parole, nessuno, dopo aver letto il vangelo di Giovanni, può dire di aver ancora bisogno di altro per credere — altre prove, altre testimonianze, altre rivelazioni — perché quel è stato scritto basta “affinche crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio”.

B) Il problema della morte

Teniamo presente tutto ciò quando cominciamo a riflettere su Giovanni 11, in cui troviamo la storia della risurrezione di Lazzaro, l’amico di Gesù. Teniamolo presente, perché è proprio qui che Giovanni ci aiuta a superare uno dei più grandi ostacoli alla fede: credere che Dio è amore nonostante la sofferenza nel mondo, e soprattutto la morte che mette fine a tutto. Anche una vita vissuta nelle migliori condizioni immaginabili sotto il sole non può scappare da questa dura realtà. Grande o piccolo, ricco o povero, bello o brutto, buono o cattivo, ogni essere umano finisce nella tomba. Le altre difficoltà, afflizioni, e angoscie della vita sono solo un pallido riflesso della sorte che prima o poi deve toccare a tutti.

Ora, questo cosiddetto “problema del male” è antico quanto il mondo e diffuso come l’aria che respiriamo. In qualche modo, tutte le religioni e filosofie cercano di farsene una ragione. Ma il problema del male e della morte diventa particolarmente acuto quando si tratta del Dio rivelato in Gesù, colui che è definito come “amore” (1 Giovanni 4:8, 16). Come riconciliare il Dio che è amore con l’esistenza del male e della morte? Sarebbe molto più facile riconciliare Dio con l’esistenza del male e della morte se lui fosse definito invece “cattivo” o “crudele” o “maligno”. Ma il Dio che è amore, e amore soltanto? Molti pensano infatti che sia impossibile credere in Dio data la realtà del mondo in cui viviamo. L’obbiezione viene spesso formulata così: se un dio esiste, non può essere il Dio della Bibbia, perché se fosse onnipotente, non sarebbe un dio d’amore; oppure, se fosse un dio d’amore, non sarebbe onnipotente, altrimenti non ci permetterebbe di soffrire e morire. Di conseguenza, molti ritengono l’idea di Dio, almeno com’è rivelato nelle Scritture, letteralmente incredibile, perché è diametralmente opposta alle nostre esperienze.

C) La soluzione di Giovanni 11

In Giovanni 11, questo problema — concentrato nella malattia e la morte di Lazzaro — viene direttamente affrontato. Giovanni sa che questo problema è grave, che sembra insormontabile, e quindi riferisce questo fatto per rispondere, affinché, anche di fronte a quel male che affligge e infine distrugge la vita, possiamo credere in Gesù e, credendo, abbiamo la vita nel suo nome. Fino a questo punto nel vangelo, abbiamo visto dei segni che anticipano la salvezza e la nuova creazione che Dio intende fare: la trasformazione dell’acqua in vino, la purificazione del tempio, la guarigione dei malati, il miracoloso provvedimento di pane in un luogo deserto. Però, se Dio viene meno proprio nel momento più critico — quando arriva il ladro Morte per scassinare e rubare la vita umana — tutto il resto risulterà vano e insensato. Dunque, “affinché crediamo”, è assolutamente necessario che si trovi una soluzione al problema della morte; o più specificamente, una soluzione che ci permetta di credere nel Dio che è amore nonostante la realtà della morte.

Ecco l’importanza di Giovanni 11. Ma prima una breve premessa: bisogna notare che, per rispondere al problema della morte, Giovanni non ci dà una spiegazione ma una storia. Non dobbiamo aspettarci dunque di scoprire qualche sillogismo logico che tolga ogni mistero o slogan motivazionale che allevi ogni dolore. La vita è troppo complessa, e le vie di Dio sono troppo inscrutabili che possiamo sbarazzarci di ogni dubbio riguardo alla questione. Giovanni 11 invece ci racconta una storia, una storia che non ci fornisce un principio “onni-esplicativo” ma ci invita piùttosto ad aggrapparci a una Persona onnipotente e onniamorevole.

2) L’amore onnipotente che lascia morire (Giovanni 11:1-18)

1 C’era un ammalato, un certo Lazzaro di Betania, del villaggio di Maria e di Marta, sua sorella. Maria era quella che unse il Signore di olio profumato e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; Lazzaro, suo fratello, era malato. Le sorelle dunque mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». Gesù, udito ciò, disse: «Questa malattia non è per la morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio sia glorificato».

Or Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro; come ebbe udito che egli era malato, si trattenne ancora due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Torniamo in Giudea!» I discepoli gli dissero: «Rabbì, proprio adesso i Giudei cercavano di lapidarti, e tu vuoi tornare là?» Gesù rispose: «Non vi sono dodici ore nel giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; 10 ma se uno cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui». 11 Così parlò; poi disse loro: «Il nostro amico Lazzaro si è addormentato, ma vado a svegliarlo». 12 Perciò i discepoli gli dissero: «Signore, se egli dorme sarà salvo». 13 Or Gesù aveva parlato della morte di lui, ma essi pensarono che avesse parlato del dormire del sonno. 14 Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto, 15 e per voi mi rallegro di non essere stato là, affinché crediate; ma ora, andiamo da lui!» 16 Allora Tommaso, detto Didimo, disse ai condiscepoli: «Andiamo anche noi, per morire con lui!» 17 Gesù dunque, arrivato, trovò che Lazzaro era già da quattro giorni nel sepolcro. 18 Or Betania distava da Gerusalemme circa quindici stadi, 19 e molti Giudei erano andati da Marta e Maria per consolarle del [loro] fratello.

I lineamenti della storia sono abbastanza semplici. Un uomo di nome Lazzaro, fratello di Maria e Marta e amico di Gesù, si ammala e sta sulla soglia della morte. Lazzaro abita con le sue sorelle a Betania, un piccolo villaggio nei dintorni di Gerusalemme, e mandano a chiamare Gesù, sapendo che lui è capace di guarire Lazzaro prima che muoia. In questo periodo, Gesù rimane fuori da Gerusalemme perché i Giudei lì sono decisi che Gesù deve essere ucciso, ma la sua ora non è ancora venuta. Gesù alla fine arriva, ma troppo tardi per guarire Lazzaro; l’ammalato ormai è morto e già sepolto nella tomba. Chi conosce questa storia sa già come andrà a finire: Gesù è potente non solo sulla malattia ma anche sulla morte, e quindi risusciterà Lazzaro e chiamarlo fuori dalla tomba.

Riassunta così, la storia di Lazzaro è già forte, perché non succede tutti i giorni che i morti risuscitino. Ma il vero potere di questa storia sta nei piccoli dettagli che richiedono più riflessione per capire il loro significato. Non possiamo in una sola mezz’oretta approfondire tutto, quindi considerate questo studio come un inizio e uno stimolo a ulteriore riflessione da parte vostra. Evidenzierò per voi alcuni di questi dettagli significativi e farò qualche commento al riguardo, ma spetterà a voi portare avanti la riflessione che certamente ripagherà molte volte il tempo impiegato per farlo.

Il primo dettaglio da notare è come Giovanni mette in risalto l’amore di Gesù per Lazzaro. L’uomo malato non è uno qualsiasi; nel v.3 è “colui che tu [Gesù] ami è malato”. Nell’appello di Maria e Marta, questo fatto chiaramente accentua l’urgenza della situazione: “Gesù, il tuo molto amato amico sta per morire; quindi vieni subito!” Ma questo non è solo una strategia retorica, perché Giovanni stesso poi commenta nel v.5 che “Gesù amava” Lazzaro e non solo: amava anche Marta e Maria. E come se questo non bastasse per convincerci, Giovanni riporta ancora nel v.36 come “i Giudei dicevano: «Guarda come lo amava!»” dopo che essi hanno visto Gesù piangere davanti alla tomba dove Lazzaro era sepolto. Ben tre volte, quindi, il testo insiste che Gesù amava Lazzaro, e quanto l’amava vista la sua angoscia davanti alla tomba!

Bisogna poi notare un secondo dettaglio importante: il potere di Gesù di fronte alla morte. Per chi conosce Gesù e ha visto altri segni da lui compiuti, è ormai scontato che lui è capace di guarire i malati. La conoscenza di questo suo potere è implicita nella richiesta di Maria e Marta. Anche se non glielo chiedono esplicitamente, il loro messaggio a Gesù: “Signore, ecco, colui che tu ami è malato” lascia intendere il loro desiderio: “Vieni presto perché solo tu puoi salvare Lazzaro dalla morte!” La fiducia delle sorelle in Gesù è evidente dopo quando sia Marta sia Maria gli dicono: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto” (vs.21, 32).

In questo modo, il testo ci costringe a concludere sia che Gesù amava tantissimo Lazzaro e le sue sorelle sia che Gesù aveva il potere di guarire Lazzaro e salvargli la vita. Ricordando che è in Gesù che veniamo a conoscere Dio, dobbiamo concludere inoltre che non esiste veramente una contraddizione tra l’amore e la potenza di Dio. Forse non comprendiamo, di fronte al male e alla morte, come Dio può essere sia amorevole che onnipotente, ma, dopo aver letto la storia di Lazzaro, nessuno può usare questo problema per giustificare la propria incredulità perché, detto semplicemente, in Gesù vediamo sia il Dio che ama sia il Dio che può salvare da ogni male.

Ma questo non significa che la fede deve chiudere gli occhi al problema del male. Anzi, Giovanni risponderebbe che il problema è in realtà più grave di quanto lo scettico pensi! Questo è il terzo dettaglio importante che ci potrebbe facilmente sfuggire. Rileggiamo vs.5-6 con grande attenzione:

Or Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro; come ebbe udito che egli era malato, si trattenne ancora due giorni nel luogo dove si trovava.

Purtroppo questa traduzione, la Nuova Riveduta, offusca un po’ il collegamento cruciale tra questi due versetti. Leggiamoli nella Nuova Diodati che è più chiara:

Or Gesú amava Marta, sua sorella e Lazzaro. Come dunque ebbe inteso che Lazzaro era malato, si trattenne ancora due giorni nel luogo dove egli era.

La parola chiave è “dunque” nel v.6, e rende sconvolgente tutta questa vicenda. Gesù amava Lazzaro e le sue sorelle, e “dunque”, per questo motivo “si trattenne ancora due giorni”, facendo in modo da arrivare troppo tardi per poter guarire Lazzaro. Ma come? Se avessi scritto io questo capitolo, avrei detto invece: “Or Gesù amava Marta, sua sorella e Lazzaro; tuttavia si trattenne ancora due giorni”. Ma il testo dice il contrario: Gesù si trattiene e non viene subito quando sente che Lazzaro sta per morire proprio perché ama lui e le sue sorelle. È l’amore di Gesù che lo costringe a non venire in tempo per guarire Lazzaro! È perché Gesù ama Lazzaro e le sue sorelle così tanto che si trattiene ancora due giorni deliberatamente per lasciare che Lazzaro muoia! Ma che tipo di amore è questo? Possiamo chiamarlo “amore”? Forse è meglio chiamarlo “indifferenza” o “negligenza” o persino “odio”! Oggi, se un medico lasciasse morire deliberatamente un suo paziente, sarebbe legalmente colpevole di un grave reato! Immaginiamo se poi, per difendersi in tribunale, un tale medico direbbe di averlo fatto per il suo grande amore del paziente. Lo chiameremmo pazzo, o psicopatico!

Così infatti molti accusano Dio, se esiste, di non essere amorevole, o di non essere potente da salvare. Ed è proprio qui nella storia di Lazzaro che giungiamo al punto decisivo dove dobbiamo rispondere alla seguente domanda: vogliamo insistere che Dio abbia torto perché non si conforma al nostro concetto di “amore”, o siamo disposti ad ammettere di avere torto noi nel modo in cui spesso pensiamo cos’è l’amore di Dio e lasciarci istruire dalla sua parola? Per dirlo in termini paolini: vogliamo continuare a essere conformati al pensiero del mondo, o ci lasceremo trasformare “mediante il rinnovamento della [nostra] mente” (Romani 12:2)? Se optiamo (come spero!) per il rinnovamento della nostra mente, dobbiamo accettare che l’amore onnipotente di Dio è quello che a volte dice di no, che si trattiene e arriva in ritardo alle nostre richieste, e persino che lascia morire.

3) L’amore onnipotente che piange (Giovanni 11:20-37)

20 Come Marta ebbe udito che Gesù veniva, gli andò incontro; ma Maria stava seduta in casa. 21 Marta dunque disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto; 22 {ma} anche adesso so che tutto quello che chiederai a Dio, Dio te lo darà». 23 Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà». 24 Marta gli disse: «Lo so che risusciterà, nella risurrezione, nell’ultimo giorno». 25 Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà, 26 e chiunque vive e crede in me, non morirà mai. Credi tu questo?» 27 Ella gli disse: «Sì, Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che doveva venire nel mondo».

28 Detto questo, se ne andò e chiamò di nascosto Maria, sua sorella, dicendole: «Il Maestro è qui, e ti chiama». 29 Ed ella, udito questo, si alzò in fretta e andò da lui. 30 Or Gesù non era ancora entrato nel villaggio, ma era sempre nel luogo dove Marta lo aveva incontrato. 31 Perciò i Giudei che erano in casa con lei e la consolavano, vedendo che Maria si era alzata in fretta ed era uscita, la seguirono, supponendo che si recasse al sepolcro a piangere. 32 Appena Maria fu giunta dov’era Gesù e lo ebbe visto, gli si gettò ai piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto». 33 Quando Gesù la vide piangere, e vide piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, fremette nello spirito, si turbò e disse: 34 «Dove lo avete deposto?» Essi gli dissero: «Signore, vieni a vedere!» 35 Gesù pianse. 36 Perciò i Giudei dicevano: «Guarda come lo amava!» 37 Ma alcuni di loro dicevano: «Non poteva, lui che ha aperto gli occhi al cieco, far sì che questi non morisse?»

Forse a questo punto, ci troviamo a dire con gli ex-discepoli di Gesù in 6:60: “Questo parlare è duro; chi può ascoltarlo?” Però, se siamo convinti, come lo era Pietro, che non abbiamo nessun altro a cui andare che abbia “parole di vita eterna” (6:68), ci aggrapperemo più forte che mai a Gesù, anche se non capiamo tutto. Ma grazie a Dio, la storia di Lazzaro non finisce qui, e proseguendo nella lettura scopriamo che pur essendo l’amore onnipotente che lascia morire, l’amore onnipotente di Dio è quello che piange insieme a noi, che prova ogni tristezza del nostro cuore, che non rimane distante o indifferente dalle nostre sofferenze ma che s’immedesima con noi nei momenti più difficili della vita, l’amore che ci accompagna attraverso la valle dell’ombra della morte (Salmo 23:4).

Questo fatto mi stupisce tutte le volte che leggo questa storia. Secondo me, Giovanni 11:35 è, nonostante la sua semplicità, una delle frasi più sbalorditive in tutta la Bibbia: “Gesù pianse”. Nel v.38, vediamo quanto infatti è profondo il lamento di Gesù davanti alla tomba del suo amico: “Gesù dunque, fremendo di nuovo in se stesso, andò al sepolcro”. Le parole qui nel greco originale trasmettono il senso di grande turbamento emotivo, una tristezza che si trasforma in rabbia, un’angoscia così profonda che non può essere espressa in parole. Questo è come Gesù pianse davanti alla tomba di Lazzaro: non in modo superficiale o insincero ma con tutto il peso tremendo e devastante che accompagna la perdita di un caro.

Ciò che rende il pianto di Gesù ancora più stupefacente è il fatto che avrebbe potuto guarire Lazzaro prima che morisse, e che era pienamente consapevole del miracolo che avrebbe presto compiuto per risuscitarlo. Il nostro concetto dell’amore di Dio, dunque, deve essere abbastanza grande da poter comprendere anche questo.  Sarebbe facile pensare che, siccome Gesù è arrivato deliberatamente in ritardo, non avrebbe dovuto poi piangere per ciò che lui stesso ha permesso. Sarebbe altrettanto facile pensare che Gesù non avrebbe dovuto piangere perché sapeva che avrebbe presto riabbracciato il suo amico!

Ma di nuovo dobbiamo lasciarci istruire dalla parola di Dio e non da quello che riteniamo logico o ragionevole. L’amore che ha lasciato morire Lazzaro è lo stesso amore che piange profondamente davanti alla tomba di Lazzaro anche se intende richiamare Lazzaro dalla morte. In altre parole, non dobbiamo correre con fretta dall’inizio di questa storia alla sua risoluzione. Nella nostra riflessione, dobbiamo trascorrere un bel po’ di tempo insieme a Gesù davanti alla tomba e, vedendo le sue lacrime e ascoltando i suoi singhiozzi e sentendo il suo corpo fremere di angoscia, dobbiamo meravigliarci del suo amore che cammina con noi attraverso la valle dell’ombra della morte, anche quando è stato lo stesso amore che all’inizio ci ha condotto in quella valle. È il nostro concetto dell’amore di Dio capace di comprendere tutti e due questi fatti?

4) L’amore onnipotente che risuscita i morti (Giovanni 11:38-46)

38 Gesù dunque, fremendo di nuovo in se stesso, andò al sepolcro. Era una grotta, e una pietra era posta all’apertura. 39 Gesù disse: «Togliete la pietra!» Marta, la sorella del morto, gli disse: «Signore, egli puzza già, perché siamo al quarto giorno». 40 Gesù le disse: «Non ti ho detto che se credi, vedrai la gloria di Dio?» 41 Tolsero dunque la pietra. Gesù, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre, ti ringrazio perché mi hai esaudito. 42 Io sapevo bene che tu mi esaudisci sempre; ma ho detto questo a motivo della folla che mi circonda, affinché credano che tu mi hai mandato». 43 Detto questo, gridò ad alta voce: «Lazzaro, vieni fuori!» 44 Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti da fasce, e il viso coperto da un sudario. Gesù disse loro: «Scioglietelo e lasciatelo andare». 45 Perciò molti dei Giudei che erano venuti da Maria, e che avevano visto ciò che egli aveva fatto, credettero in lui. 46 Ma alcuni di loro andarono dai farisei e raccontarono loro quello che Gesù aveva fatto.

L’amore di Dio non intende però lasciarci in quella valle per sempre. Gesù piange davanti alla tomba di Lazzaro, ma non si arrende alla sua sorte. Poiché ci ama, s’identifica con noi nelle nostre sofferenze. Ma poiché il suo amore è onnipotente, s’impegna a liberarcene, e persino da quel nemico che ci è sempre risultato invincibile, la morte. Per dimostrare questo in modo tangibile, Gesù non permette che la morte di Lazzaro abbia l’ultima parola. Gesù è la Parola di Dio, e sarà lui ad avere l’ultima parola. E quello che vediamo qui al punto culminante della storia stupisce ancora per la sua semplicità. Davanti alla tomba, Gesù comanda ad alta voce: “Lazzaro, vieni fuori!” (v.43).

E così, il morto torna in vita e esce dalla tomba. Non c’è qui qualche rito sofisticato, l’invocazione di qualche potere superiore, l’uso di qualche innovazione tecnologica. Solo queste tre parole bastano per fare ciò che l’uomo con tutta la sua intelligenza e genialità non è mai riuscito, e non riuscirà mai, a fare: vincere la morte. E queste tre parole fanno rivivere Lazzaro non perché abbiano qualche potere in sé; qualsiasi altro lì presente avrebbe potuto dirle senza aver nessun risultato. No, queste tre semplici parole risuscitano il morto perché provengono da colui che è la Parola di Dio incarnata, colui che nel principio ha formato l’uomo dalla terra e che in grado di riformarlo anche dopo la sua morte.

Ma dobbiamo essere chiari su un certo punto. Ciò che Gesù fa nei confronti di Lazzaro è un segno. La risurrezione di Lazzaro non costituisce il compimento della nuova creazione; non è un miracolo da ripetersi nei confronti di tutti i credenti che muoiono. Come segno, è un’anteprima della nuova creazione, una prefigurazione che infonde speranza di cose future che non si vedono ancora. Ma come segno, è solo un’anteprima, solo una prefigurazione. E lo sappiamo perché la vita a cui Lazzaro è tornato non era la vita eterna e incorruttibile che sarà nostra nei nuovi cieli e la nuova terra. Lazzaro poteva, e doveva, morire di nuovo (12:10).

Ma come segno, la risurrezione di Lazzaro non è neanche da sottovalutare in quanto fornisce una prova concreta e convincente che ciò che Dio nel suo amore vuole fare per noi è anche onnipotente a farlo. Se Dio lascia morire coloro che ama perché li ama, e anche perché lui intende risuscitarli a nuova vita. Rileggiamo vs.25-26:

25 Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà, 26 e chiunque vive e crede in me, non morirà mai. Credi tu questo?» 

Far vedere questo è il punto centrale dell’intera storia. Come succede nel vangelo di Giovanni, Gesù dà testimonianza di se stesso nelle sue parole, e conferma la sua testimonianza attraverso i suoi segni. Gesù è la luce del mondo, e quindi restituisce la vista all’uomo cieco. Gesù è il pane della vita, e quindi moltiplica poco pane per sfamare un’enorme folla. Qui, Gesù si rivela come “la risurrezione e la vita”, e quindi riporta in vita un uomo morto. E come sempre, questa testimonianza riguarda Gesù stesso. Gesù non solo dà la luce; egli è la luce. Gesù non solo dà il pane; egli è il pane. Così anche qui: Gesù non solo dà nuova vita; egli è nuova vita.

In altre parole, Gesù vuole farci sapere che la risurrezione e la vita si possono avere solo in quanto si ha Gesù. La vita eterna non è un dono che Gesù ci dà separato dalla sua persona. Essere risuscitati dalla morte e ricevere il dono della vita eterna sono solo modi diversi per dire: essere uniti a Gesù, partecipare alla sua vita, come un ramo viene innestato all’albero e vive perché riceve i nutrienti e la linfa dalle radici e dal tronco. Il ramo non ha nessuna vita in sé; se viene troncato dall’albero, muore. Così noi non abbiamo, né avremo mai la vita eterna in noi stessi, ma solo in quanto siamo “innestati” all’albero che è Gesù e della sua vita che come linfa scorre nelle vene della nostra anima.

Com’è che veniamo uniti a Gesù come rami innestati all’albero? Gesù risponde: “chi crede in me, anche se muore, vivrà”. È per fede. Ricordiamoci lo scopo di Giovanni:

Questi sono stati scritti affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome. (20:31).

E se riflettiamo bene, scopriamo che questa è la risposta di Gesù al problema del male e della morte. Abbiamo già detto che non c’è nessuna contraddizione tra l’amore di Dio e la sua onnipotenza. Anzi, notando che Gesù non è arrivato in tempo per guarire Lazzaro perché l’amava, abbiamo imparato che l’amore onnipotente di Dio a volte dice di no alle nostre richieste, che si trattiene, che non interviene in tempo, che lascia morire. E Dio fa questo non a dispetto del suo amore ma a causa del suo amore per noi. Ma non abbiamo ancora scoperto perché questo trattenersi, questo arrivare troppo tardi, questo lasciar morire è l’espressione e non la contraddizione del suo amore. Quindi, chiediamo: perché? È possibile spiegare perché questo è infatti amore e non indifferenza, negligenza o odio?

Sì, è possibile. È sempre Gesù che è la risposta alle nostre domande. Abbiamo prima evidenziato l’accento posto in questa storia sull’amore, per quanto strano e scandaloso alle nostre sensibilità, che Gesù aveva per Lazzaro e le sue sorelle. Adesso bisogna rimarcare anche l’accento posto da Gesù sulla fede:

40 Gesù le disse: «Non ti ho detto che se credi, vedrai la gloria di Dio?»

41 Gesù, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre, ti ringrazio perché mi hai esaudito. 42 Io sapevo bene che tu mi esaudisci sempre; ma ho detto questo a motivo della folla che mi circonda, affinché credano che tu mi hai mandato».

Particolarmente importante è ciò che Gesù dice ai discepoli prima di partire:

14 Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto, 15 e per voi mi rallegro di non essere stato là, affinché crediate…»

Qui Gesù dice “apertamente” il motivo per cui non ha risposto subito alla richiesta di Maria e Marta e ha lasciato invece che Lazzaro morisse: per creare in loro (e in noi che leggiamo!) la fede. Solo rifiutando di guarire Lazzaro e lasciandolo morire Gesù ha potuto dimostrare di essere la risurrezione e la vita. Certo, avrebbe potuto guarire Lazzaro prima, ma così si sarebbe dimostrato solo un potente guaritore o un bravissimo medico.

Ma noi abbiamo bisogno di più. Il nostro nemico più grande non è la malattia ma la morte. Se Gesù fosse potente da guarire i malati ma non da risuscitare i morti, non sarebbe un vero salvatore. Se l’amore di Dio ci potesse aiutare nella sofferenza ma non nella morte, non sarebbe degno della nostra fiducia. No, abbiamo bisogno di un salvatore potente da risuscitare i morti e del Dio il cui amore ci conserva persino attraverso la valle della morte. E per dimostrarsi questo potente salvatore e Dio amorevole, Gesù ha dovuto lasciar morire Lazzaro, perché solo così ha potuto, nel risuscitarlo, dare un segno concreto e convincente di essere la risurrezione e la vita, e di essere degno di tutta la nostra fiducia.

Quindi, possiamo riassumere tutto così: tanto è importante che crediamo in Gesù che Dio è disposto anche a lasciar morire se questo è quello che serve per portarci alla fede. L’amore è, in fondo, ciò che vuole bene all’altro, che gli vuole infatti il bene più grande. Ora, se il nostro bene più grande è di avere la vita eterna, e se possiamo avere la vita eterna solo credendo in Gesù, allora tutto quello che serve per condurci alla fede in Gesù è amore. Siccome la fede in Gesù è più importante della salute, più importante ancora della vita stessa, allora Dio ci ama quando fa ciò che occorre per portarci a essa, anche fino a lasciar morire. Questo è infatti il motivo per cui Gesù dice che seguire lui significa morire con lui, e con queste sue parole da Luca 9:23-24 concludiamo:

23 Diceva poi a tutti: «Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua. 24 Perché chi vorrà salvare la sua vita la perderà, ma chi avrà perduto la propria vita per causa mia la salverà.

Amen.

Giovanni 5:1-30: Come il Padre, Così il Figlio

1) Il Signore del sabato (Giovanni 5:1-18)

Continuando il nostro percorso nel vangelo di Giovanni, riprendiamo la narrativa nel capitolo 5 che riporta la guarigione di un paralitico.

A) La guarigione del paralitico (5:1-9)

1 Dopo queste cose ci fu una festa dei Giudei, e Gesù salì a Gerusalemme. Or a Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, c’è una vasca, chiamata in ebraico Betesda, che ha cinque portici. Sotto questi portici giaceva un gran numero d’infermi, di ciechi, di zoppi, di paralitici [, i quali aspettavano l’agitarsi dell’acqua, perché un angelo, in determinati momenti, scendeva nella vasca e agitava l’acqua; e il primo che vi scendeva dopo che l’acqua era stata agitata, era guarito di qualunque malattia fosse colpito]. Là c’era un uomo che da trentotto anni era infermo. Gesù, vedutolo che giaceva e sapendo che già da lungo tempo stava così, gli disse: «Vuoi guarire?» L’infermo gli rispose: «Signore, io non ho nessuno che, quando l’acqua è mossa, mi metta nella vasca, e mentre ci vengo io, un altro vi scende prima di me». Gesù gli disse: «Àlzati, prendi il tuo lettuccio e cammina». In quell’istante quell’uomo fu guarito; e, preso il suo lettuccio, si mise a camminare.

Lo svolgimento di questa storia non è complicato, (a parte qualche domanda che potrebbe suscitarsi a causa del materiale tra le parentesi nei vv.3-4 che probabilmente non si trovavano nel testo scritto da Giovanni). Gesù, arrivato a Gerusalemme per una festa, vede lì un uomo paralitico, e lo guarisce. L’uomo, che “da trentotto anni era infermo”, diventa immediatamente capace di alzarsi, prendere il suo lettuccio e camminare, grazie al potere compassionevole di Gesù.

Ma, come Giovanni ci ricorda ripetutamente, questo “miracolo” è in realtà un segno che mira non solo a guarire il paralitico, ma soprattutto di rivelare l’identità del Guaritore. Questo è evidente dal fatto che Giovanni dedichi meno spazio alla guarigione stessa (vv.1-9) che a quello che ne consegue: la reazione dei Giudei (vv.10-16) e il discorso di Gesù che spiega il significato del suo atto (vv.17-47). Cominciamo con la reazione dei Giudei:

B) Il giorno di sabato (5:10-16)

10 Quel giorno era un sabato; perciò i Giudei dissero all’uomo guarito: «È sabato, e non ti è permesso portare il tuo lettuccio». 11 Ma egli rispose loro: «Colui che mi ha guarito mi ha detto: “Prendi il tuo lettuccio e cammina”». 12 Essi gli domandarono: «Chi è l’uomo che ti ha detto: “Prendi [il tuo lettuccio] e cammina”?» 13 Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato, perché in quel luogo c’era molta gente. 14 Più tardi Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: «Ecco, tu sei guarito; non peccare più, ché non ti accada di peggio». 15 L’uomo se ne andò, e disse ai Giudei che colui che lo aveva guarito era Gesù. 16 Per questo i Giudei perseguitavano Gesù; perché faceva queste cose di sabato.

Due volte Giovanni ci informa che Gesù guarisce il paralitico quando è il giorno di sabato (vv.10, 16), Questo, e non il miracolo, diventa il motivo per cui i Giudei cominciano a perseguitare Gesù, e persino cercano di ucciderlo, perché nella Torah (e infatti nei Dieci Comandamenti) era severamente vietato agli ebrei fare qualsiasi tipo di “lavoro ordinario” (Esodo 20:8-11). Secondo i Giudei a Gerusalemme, chiaramente, la guarigione del paralitico è da considerarsi un “lavoro”, e di conseguenza Gesù è da condannare a morte. È interessante notare che nessuno si oppone a Gesù cercando smentire l’accaduto — tanto innegabile è il suo potere miracoloso. Ciò che scandalizza l’uomo moderno era per loro un fatto indiscutibile: Gesù era in grado di fare l’impossibile e guarire istantaneamente un uomo infermo da trentotto anni. Ciò invece che ha scandalizzato i Giudei è stato il giorno in cui Gesù l’ha fatto: il giorno di sabato, il giorno santo, riservato esclusivamente all’adorazione del Signore e dunque da non essere dedicato a nient’altro.

Potremmo chiederci: ma perché Gesù ha guarito il paralitico proprio allora? Non avrebbe potuto aspettare il giorno successivo per evitare di offendere i Giudei? Certo, Gesù avrebbe potuto aspettare il giorno successivo, ma così avrebbe minato lo scopo principale per cui ha compiuto il segno: dichiararsi il “Signore del sabato”. Questo titolo, riportato negli altri vangeli (Mt 12:8; Mc 2:28; Lc 6:5), è ovviamente assente dal racconto di Giovanni, ma troviamo lo stesso concetto nella semplice ma stupefacente riposta di Gesù nel v.17.

C) Il Padre mio opera (5:17-18)

17 Gesù rispose loro: «Il Padre mio opera fino ad ora, e anch’io opero». 18 Per questo i Giudei più che mai cercavano di ucciderlo, perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio.

Forse a noi queste parole di Gesù sembrano piuttosto innocue, ma non quando ne comprendiamo il pieno significato! Basta vedere la reazione dei Giudei: se prima hanno cercato di ucciderlo, ora, dopo aver sentito ciò che Gesù ha detto, lo fanno “più che mai”! Giovanni ci aiuta a capire la situazione: adesso il problema non è solo che Gesù ha violato il sabato guarendo il paralitico; ha anche chiamato “Dio suo Padre”, e così “si è fatto uguale a Dio”. Agli occhi dei Giudei, Gesù ha commesso la trasgressione più grave: la blasfemia. Ma perché i Giudei hanno interpretato (giustamente!) le parole di Gesù in questo modo? Perché “chiamare Dio suo Padre” equivale a “farsi uguale a Dio”. Non tutti la pensano così, come per esempio i Testimoni di Geova che non esitano a nominare Gesù “Figlio di Dio” pur ritenendolo un essere inferiore a Dio Padre.

Ci sono due cose importanti da tenere a mente. La prima è che la frase “figlio di…” era (ed è ancora oggi) per gli ebrei un modo di dire che significa “avere il carattere/la natura di…”. Spesso questo si perde in traduzione. Cito qualche esempio. In Genesi 12:4, leggiamo che “Abramo aveva settantacinque anni quando partì da Caran” per indirizzarsi verso la terra di Canaan. Nel testo ebraico si legge letteralmente: “Abramo [fu] figlio di settantacinque anni”. Ovviamente, non vuol dire che Abramo fu il figlio di un uomo chiamato “settantacinque anni”! Per indicare l’età in ebraico, si dice “figlio di … anni”. In questo caso, essere “figlio di settantacinque anni” descrive una caratteristica di Abramo: in quel momento aveva settantacinque anni. Un altro esempio si trova in 2 Samuele 12:5 quando il re Davide pronuncia la sentenza di morte: “Com’è vero che il Signore vive, colui che ha fatto questo merita la morte”. Ma nel testo ebraico, le parole letterali di Davide sono: “[è] figlio di morte colui che ha fatto questo”. Di nuovo, è palese che il colpevole qui non è letteralmente il figlio della morte. “Figlio di morte” significa invece che il colpevole è degno di morire per quel che ha fatto, che possiede il carattere di uno destinato alla morte.

Così, quando leggiamo in Giovanni 8:44 che Gesù chiama alcuni Giudei “figli del diavolo”, capiamo che ciò ha a che fare con la loro natura. Come il diavolo “è stato omicida fin dal principio e non si è attenuto alla verità”, così questi Giudei rigettano la verità insegnata da Gesù e cercano di ucciderlo. Lo stesso vale per ciò che Gesù dice di se stesso nel 5:17. Chiamando “Dio suo Padre”, Gesù si fa uguale a Dio, perché (usando questo modo di dire ebraico) dichiara così di possedere la stessa natura di Dio. Contrario a quanto sostenuto dai Testimoni di Geova, “essere Figlio di Dio” in questo senso vuol dire “essere uguale a Dio”. E come tale, Gesù asserisce: “il Padre mio opera fino ad ora, e anch’io opero”.

Questa è la seconda cosa importante da tenere a mente. Gesù la spiegherà in più dettaglio nel suo discorso successivo. In breve, vuol dire questo: Gesù rivendica il suo diritto di “trasgredire” la legge del sabato (anche se nel senso più vero non la trasgredisce ma l’adempie) perché è uguale a chi l’ha decretata. Gesù è uguale al Dio d’Israele che ha dato al suo popolo il comandamento del sabato in Esodo. Per questo motivo, il sabato non è il signore di Gesù, ma Gesù è il Signore del sabato! Nessuno tranne Dio potrebbe dire qualcosa del genere.

Ma le parole di Gesù significano anche di più. Ricordiamoci che quando Dio ha dato a Israele la legge del sabato in Esodo 20, ne ha spiegato il motivo così:

…poiché in sei giorni il Signore fece i cieli, la terra, il mare e tutto ciò che è in essi, e si riposò il settimo giorno; perciò il Signore ha benedetto il giorno del riposo e lo ha santificato. (v.11)

Quindi, Gesù dice anche di essere uguale al Dio che “nel principio … creò i cieli e la terra” (Genesi 1:1), e di operare proprio come opera il Padre sin d’allora. Se Dio opera anche il giorno di sabato (che nessuno dei Giudei negherebbe, sapendo che la continua esistenza del creato dipende costantemente dal sostegno del Creatore), così il Figlio — che è uguale al Padre — ha anche lui l’autorità di operare anche il giorno di sabato. Infatti deve operare, altrimenti l’intero creato, compresi i suoi avversari, cesserebbero di esistere! Gesù dice in effetti: “Voi volete uccidermi perché opero di sabato, ma non sapete che se io smettessi mai di operare, voi smettereste di vivere!” Ecco perché le parole di Gesù hanno così tanto indignato i Giudei!

A questo punto, Gesù si approfitta del momento per approfondire il significato di ciò che ha appena detto. Cosa significa che l’opera di Gesù è uguale all’opera di Dio Padre, e che importanza ha non solo per i Giudei d’allora ma per noi oggi? Proseguiamo al suo discorso nei versetti successivi.

2) Come il Padre, così anche il Figlio (5:19-30)

19 Gesù quindi rispose e disse loro: «In verità, in verità vi dico che il Figlio non può da se stesso fare cosa alcuna, se non ciò che vede fare dal Padre; perché le cose che il Padre fa, anche il Figlio le fa ugualmente. 20 Perché il Padre ama il Figlio e gli mostra tutto quello che egli fa; e gli mostrerà opere maggiori di queste, affinché ne restiate meravigliati.

21 Infatti, come il Padre risuscita i morti e li vivifica, così anche il Figlio vivifica chi vuole.

22 Inoltre, il Padre non giudica nessuno, ma ha affidato tutto il giudizio al Figlio, 23 affinché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio non onora il Padre che lo ha mandato.

24 In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato ha vita eterna; e non viene in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. 25 In verità, in verità vi dico: l’ora viene, anzi è già venuta, che i morti udranno la voce del Figlio di Dio; e quelli che l’avranno udita, vivranno. 26 Perché come il Padre ha vita in se stesso, così ha dato anche al Figlio di avere vita in se stesso;

27 e gli ha dato autorità di giudicare, perché è il Figlio dell’uomo.

28 Non vi meravigliate di questo; perché l’ora viene in cui tutti quelli che sono nelle tombe udranno la sua voce e ne verranno fuori: 29 quelli che hanno operato bene, in risurrezione di vita; quelli che hanno operato male, in risurrezione di giudizio.

30 Io non posso fare nulla da me stesso; come odo, giudico, e il mio giudizio è giusto, perché cerco non la mia propria volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.

È più facile capire il senso di questo discorso quando constatiamo che forma un chiasmo, cioè una struttura letteraria che consiste nel ripetere due serie di frasi o concetti, la seconda volta nell’ordine inverso rispetto alla prima. Vediamo che l’inizio del discorso corrisponde alla fine (vv.19-20), che il mezzo del discorso ne costituisce il cuore (vv.24-26), e che gli altri due set intermediari si rispecchiano a vicenda (vv.21 e 28-29, vv.22-23 e 27). Quindi, ci sono in totale quattro raggruppamenti di materiale che tratteremo uno per uno.

A) Il Figlio fa le cose che fa il Padre (vv.19-20, 30)

Nel primo raggruppamento, troviamo che Gesù afferma: “il Figlio non può da se stesso fare cosa alcuna” (v.19), e similmente: “Io non posso fare nulla da me stesso” (v.30). A prima vista, questo potrebbe dare l’impressione (come infatti sostengono i Testimoni di Geova) che Gesù si ritiene inferiore a Dio. Ma leggendolo attentamente, scopriamo che non è per niente così. Se Gesù fosse inferiore a Dio, non potrebbe affermare subito dopo: “perché le cose che il Padre fa, anche il Figlio le fa ugualmente”. In altre parole, tutto ciò che il Dio onnipotente è capace di fare, anche il Figlio è capace di farlo. Non c’è nulla che il Padre possa fare che il Figlio non possa fare ugualmente. Ma questo non sarebbe vero, però, se il Figlio non fosse uguale a Dio!

Perché allora Gesù dice che “non può da se stesso fare cosa alcuna”? Il motivo è semplice: Gesù rifiuta di volere o di operare da solo, ma solo unitamente al volere e all’operare del Padre. Come il Padre e il Figlio, pur essendo due persone distinte, hanno un solo essere divino, così hanno un solo volere e un solo operare. Il Figlio non fa mai qualcosa che non fa il Padre, e il Padre non fa mai qualcosa che non fa il Figlio. È vero che c’è un ordine: il Padre “mostra [al Figlio] tutto quello che egli fa”, che il Padre manda il Figlio, e non viceversa. Ma resta comunque vero che non c’è opera del Padre che non venga operata ugualmente dal Figlio. Se il Figlio fa qualcosa, sappiamo è perché il Padre fa lo stesso. Se il Figlio non fa qualcosa, è perché il Padre non fa quella cosa.

B) Risurrezione (vv.21, 28-29)

I prossimi due raggruppamenti nel discorso forniscono due esempi specifici di questi co-volere e co-operare del Padre e del Figlio. (Sarebbe anche giusto aggiungere lo Spirito Santo in quanto terza persona divina della Trinità. Ma poiché il discorso di Gesù parla specificamente del Padre e del Figlio, ci atterremo a questo.) Il primo esempio, che troviamo nel v.21 e poi di nuovo nei vv.28-29, riguarda l’opera della risurrezione: “come il Padre risuscita i morti e li vivifica, così anche il Figlio vivifica chi vuole”. Tutti infatti saranno risuscitati alla fine dell’età presente: “quelli che hanno operato bene, in risurrezione di vita; quelli che hanno operato male, in risurrezione di giudizio”.

(Apro qui una piccola parentesi affinché non si fraintenda il significato di questa frase. Cosa vuol dire, secondo Gesù, “operare bene”? Ce lo dice nel capitolo successivo, v.29: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato». “Quelli che hanno operato bene”, che erediteranno la vita eterna, non sono dunque le persone che l’hanno meritata tramite le loro opere buone, ma che hanno semplicemente creduto in Gesù. Chiusa parentesi.)

Come solo Dio ha il potere di chiamare all’esistenza i cieli e la terra dal nulla, così solo Dio ha il potere di chiamare in vita i morti dalla tomba, e questo è esattamente ciò che fa anche il Figlio insieme al Padre. Poiché il Figlio fa sempre la volontà del Padre, il Figlio vuole risuscitare chi il Padre vuole risuscitare. Poiché il Figlio fa ugualmente ciò che fa il Padre, il Padre vivifica chi il Figlio vivifica.

C) Giudizio (vv.22-23, 27)

Lo stesso concetto applica anche al giudizio, come Gesù afferma nei vv.22-23 e 27. Nell’Antico Testamento, l’autorità di giudicare il mondo è riservata esclusivamente a Dio (Deut. 32:35), ma qui Gesù la rivendica per se stesso! Questo non contraddice l’Antico Testamento, perché come abbiamo imparato, tutto ciò che il Padre fa, il Figlio lo fa ugualmente. E Dio lo vuole così, “affinché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre”. Il Figlio fa le stesse opere del Padre, ed è dunque degno della stessa gloria, la stessa lode e la stessa adorazione che spettano soltanto a Dio. Tanto è vero questo che “chi non onora il Figlio non onora il Padre che lo ha mandato”.

Questa è l’ironia dei Testimoni di Geova: reputano il Figlio inferiore al Padre perché pensano di dare così il giusto onore a Dio, ma non si rendono conto che quando non onorano il Figlio come il Padre, non onorano nessuno dei due! Così è per tutte le religioni del mondo: se non adorano Gesù come l’unico vero Dio, non adorano l’unico vero Dio. Non importa quanto si loda “Dio” se non si loda Gesù. Ecco perché Gesù deve essere al centro non solo di tutto il nostro pensare e di tutto il nostro parlare di Dio ma anche di tutto il nostro adorare Dio.

D) Vita eterna (vv.24-26)

Così arriviamo al cuore del discorso, vv.24-26, dove scopriamo l’immensa importanza del co-volere e del co-operare del Padre e del Figlio (senza ovviamente dimenticarci dello Spirito Santo). È letteralmente una questione di vita eterna o morte eterna:

24 In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato ha vita eterna; e non viene in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita.

Chi non viene in giudizio ma eredita la vita eterna? Notiamo bene: “chi ascolta la mia parola” — cioè la parola di Gesù — “e crede a colui che mi ha mandato” — cioè il Padre. Abbiamo capito? Noi possiamo credere al Padre solo nella misura in cui ascoltiamo Gesù. Questo è perché quando Gesù parla, è la parola del Padre che ascoltiamo, e quando il Padre vuole portarci a credere in lui, ci parla per mezzo (e solo per mezzo!) di Gesù. Ma come potrebbe essere vero questo se il Figlio e il Padre non fossero uguali, se non fossero identici il loro volere e il loro operare? Ascoltare Gesù equivale ad ascoltare Dio, ma il rifiuto di credere in Gesù equivale al rifiuto di credere in Dio. La vita che il Padre ha “in se stesso”, la vita da cui il nostro destino eterno dipende, la vita a cui siamo stati creati per partecipare, è proprio la vita che il Figlio ha in se stesso, ed è solo nel Figlio che noi abbiamo accesso a questa vita, perché solo il Figlio ha assunto la nostra umanità per poter condividere con noi umani la vita che ha il Padre (v.26).

Questi sono pensieri molto profondi, e magari non di facile o immediata comprensione. Forse ci aiuterà un piccolo esercizio d’immaginazione. Immaginiamo (come dicono i Testimoni di Geova) che Gesù non fosse uguale a Dio in ogni senso, e che dunque neanche il suo operare fosse identico a quello di Dio in ogni senso. Quali sarebbero le conseguenze? In primo luogo, significherebbe che in Gesù non avremmo a che fare con Dio stesso. Gesù sarebbe come tutti gli altri profeti o messaggeri angelici, un intermediario che tiene il “mittente” lontano dai “destinatari”. Dio rimarrebbe sempre a distanza da noi, sempre inaccessibile, sempre invisibile, sempre inconoscibile direttamente. Stare in presenza di Gesù non sarebbe stare in presenza di Dio, e quindi non potremmo mai avere in Gesù una relazione personale con Dio. Gesù sarebbe invece un muro invalicabile tra Dio e noi.

In secondo luogo, non potremmo mai essere totalmente certi che quando ascoltiamo le parole di Gesù, ascoltiamo le parole di Dio stesso. Come potremmo essere certi che qualcosa non è andato perso nel passaggio da Dio a Gesù, e poi da Gesù a noi? Senza avere accesso diretto alla voce di Dio, non potremmo mai verificare se la voce di Gesù comunicasse perfettamente la volontà di Dio. Per quanto affidabile, Gesù sarebbe sempre una creatura di Dio, un uomo come noi, e come tale sarebbe sempre fallibile. Quindi, la nostra fede, basata com’è sulla parola di Gesù, sarebbe solo un salto cieco nel vuoto.

In più, non potremmo mai essere pienamente convinti che il sacrificio di Gesù sulla croce per noi è la manifestazione dell’amore di Dio per noi. Se il cuore di Gesù non fosse il cuore di Dio, come potremmo sapere se l’amore di Gesù per noi è uguale all’amore di Dio per noi? Se la grazia di Gesù nel perdonare i peccatori non fosse identica alla grazia di Dio nel perdonare i peccatori, come potremmo essere rassicurati che, pur essendo perdonati da Gesù, siamo stati anche perdonati da Dio? Potrebbe essere possibile che Gesù, essendo anche uomo, fosse più comprensivo, più compassionevole di Dio nei nostri confronti, più disposto a perdonarci. Come potremmo avere pace nel sapere di essere giustificati in Gesù, se non fossimo certi che il giudizio pronunciato da Gesù è lo stesso pronunciato da Dio? Non sarebbe possibile che, dopo una vita passata a credere di essere giusti davanti a Gesù arrivassimo al giudizio finale di Dio solo per scoprire che non siamo giusti anche davanti a lui? Nonostante la nostra fiducia in Gesù, avremmo sempre paura, o almeno tanti dubbi, che Dio (che resterebbe celato nell’ombra dietro le sue spalle) ci amasse come ci ami Gesù. Crollerebbe così tutta la nostra speranza, l’unica cosa che ci permette di superare le difficoltà e le prove dei tutti i giorni.

Così, vediamo quanto è importante sapere questa verità, che il Figlio (insieme allo Spirito) è uguale al Padre, e che tutte “le cose che il Padre fa, anche il Figlio le fa ugualmente” (v.19). Ciò che potrebbe sembrare una nozione teologica poco pratica è in realtà la base e la forza della nostra fiducia in Dio e la nostra speranza per il futuro. Grazie a questa verità, sappiamo che quando abbiamo a che fare con l’uomo Gesù, abbiamo a che fare anche con Dio stesso; sappiamo di avere accesso diretto al Padre, di avere una relazione personale con lui, perché Gesù non è un mero tramite; egli è uno con il Padre, e il Padre è uno con lui. Non dobbiamo mai chiedere come Filippo nel 14:8: “mostraci il Padre!”, perché, come gli risponde Gesù: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (v.9).

Amen e amen!

2 Corinzi 1:1-11: La Consolazione di Cristo

1) Introduzione (2 Corinzi 1:1-2)

1 Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, e il fratello Timoteo, alla chiesa di Dio che è in Corinto, con tutti i santi che sono in tutta l’Acaia: grazia a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo.

La sofferenza. Poco ci piace parlarne. Ancora meno ci piace sperimentarla. Ma nella vita la sofferenza è inevitabile, e se non ci prepariamo prima che venga, ci troveremo senza la capacità di affrontarla. Un atleta non può aspettare il giorno della gara per iniziare ad allenarsi e pensare di vincere. Similmente non possiamo ritenerci in grado di reggere nel giorno della tempesta se prima non abbiamo costruito una solida base su cui stare. Ecco perché in Matteo 7:24-25 Gesù chiama “avveduto” l’uomo che:

ha costruito la sua casa sopra la roccia. La pioggia è caduta, sono venuti i torrenti, i venti hanno soffiato e hanno investito quella casa; ma essa non è caduta, perché era fondata sulla roccia.

È per aiutarci a costruire la casa della nostra vita sulla roccia che oggi meditiamo sul primo capitolo della seconda lettera di Paolo ai Corinzi, anche se, va riconosciuto subito, Paolo non scrive questa lettera come un trattato sulla sofferenza in generale. L’occasione di 2 Corinzi è ben più specifica. Come diventerà chiaro nel resto della lettera, Paolo scrive alla chiesa di Corinto (da lui fondata qualche anno prima) per difendere il suo apostolato da alcuni “sommi apostoli” (11:5) che cercano di minare la sua autorità e rovinare la sua reputazione tra i membri della chiesa. Paolo chiama questi “sommi apostoli” in senso ironico, perché lungi dall’essere veri apostoli di Cristo, si sono infiltrati nella chiesa predicandovi “un altro Gesù” (come Paolo dice in 11:4), portando un messaggio totalmente opposto al vangelo. La strategia di questi falsi apostoli è subdola ed efficace. Attaccano il messaggero, e, caduto lui, di conseguenza cade anche il suo messaggio. Quando dunque Paolo si difende in 2 Corinzi contro le accuse di questi falsi apostoli, non lo fa per non fare una brutta figura davanti ai corinzi. È invece per evitare che il vangelo di Cristo incorra nel biasimo e nel disonore.

Che c’entra quindi il tema della sofferenza? Evidentemente, i falsi apostoli sfruttavano le varie e molteplici sofferenze che Paolo subiva a causa del suo ministero per screditarlo agli occhi dei corinzi. Troviamo un esempio di quello che essi dicevano di lui nel 10:10:

Qualcuno dice infatti: «Le sue lettere sono severe e forti, ma la sua presenza fisica è debole e la sua parola è cosa da nulla»

In una cultura che, come quella dei corinzi, ammirava i leader forti, ricchi ed eloquenti, questa tattica risultava molto persuasiva. Se Paolo fosse veramente un apostolo, non dovrebbe essere così debole e sofferente. Certamente Dio non permetterebbe al suo grande apostolo di provare così tante afflizioni e dolori!

In 2 Corinzi, Paolo risponde ai suoi avversari stranamente affermando le loro critiche. Non cerca di nascondere le sue sofferenze; non tenta di farsi apparire più forte. Anzi, si vanta, in un certo senso, delle sue sofferenze e debolezze perché sono queste che paradossalmente danno conferma del suo apostolato. Il suo ragionamento è riassunto in 4:7:

Ma noi abbiamo questo tesoro in vasi di terra, affinché questa grande potenza sia attribuita a Dio e non a noi.

Per Paolo, la sofferenza è parte integrante del suo ministero, perché nessuno può confondere così la potenza del vangelo con le capacità dell’apostolo. In più, è incoerente predicare “Cristo crocifisso” senza seguirlo portando la propria croce. Paolo non è contento di solo predicare Cristo crocifisso; desidera rispecchiarlo nel proprio modo di vivere.

Detto questo, siamo adesso pronti per considerare il capitolo inziale di 2 Corinzi in cui Paolo introduce il tema della sofferenza. Ma forse ancora più importante è il tema della consolazione che è nostra in Cristo. Come Paolo insegna, è alla luce della consolazione di Cristo che le ombre delle nostre sofferenze perdono un po’ della loro oscurità. Qui non troviamo una risposta esauriente alla domanda: “perché soffriamo?”, ma la risposta che Paolo ci dà è sufficiente per consolarci nei momenti più difficili della vita. E quando ci aggrappiamo a questa consolazione, non saremo certo liberati dalle nostre sofferenze, ma saremo capaci di sopportarle, mantenendo ferma la nostra speranza in Cristo. In questi versetti, Paolo dà senso alle nostre sofferenze in questi tre modi: 1) siamo consolati per consolare, 2) siamo partecipi delle sofferenze di Cristo, e 3) impariamo a mettere fiducia nel Dio che risuscita i morti.

2) Consolati per Consolare (2 Corinzi 1:3-4)

Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra afflizione affinché, mediante la consolazione con la quale siamo noi stessi da Dio consolati, possiamo consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione;

Nel v.3, Paolo benedice “il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo” per il fatto che egli sia “il Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione”. Mentre è vero che Dio è sovrano su tutto — comprese le nostre sofferenze — la sua sovranità non è fredda o arbitraria come i concetti pagani della “sorte” o del “destino”. Questo è perché Paolo, innanzitutto, pone l’accento sulla misericordia e la consolazione di Dio. Se Dio nella sua sovranità permette che siamo afflitti, lo fa per poterci consolare. Non conosciamo Dio se non prima di tutto come “Padre misericordioso”, e come “Dio di ogni consolazione” non c’è afflizione che lui non sia in grado di consolare. A volte saremo afflitti “oltre le nostre forze” (v.8), ma possiamo essere certi che quando abbonderanno le nostre afflizioni, sovrabbonderanno le consolazioni di Dio. Se ci sentiamo travolti dalle sofferenze, dobbiamo ricordarci che quelle sofferenze saranno presto travolte dalle consolazioni del Signore.

Ma perché Dio desidera consolarci se questo richiede che prima soffriamo? Non sarebbe forse meglio sin dall’inizio non farci soffrire? Paolo risponde subito dicendo che è “affinché, mediante la consolazione con la quale siamo noi stessi da Dio consolati, possiamo consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione”. Come dirà nel 5:15-20, Paolo, insieme a tutti i seguaci di Cristo, “non vivono per se stessi ma per colui che è morto e risuscitato per loro”, facendo “da ambasciatori per Cristo”. Finché viviamo in questo mondo decaduto, la sofferenza sarà parte normale della vita, ed è dunque necessario che gli ambasciatori di Cristo siano in grado di consolare quelli che soffrono. Ma possiamo consolare altri nelle loro sofferenze se non siamo mai stati consolati nelle nostre? Non è certo piacevole, ma è indispensabile che l’ambasciatore di Cristo soffra e sia da Dio consolato in modo da poter poi consolare altri nelle loro sofferenze. Questo è perché Paolo in 2 Timoteo 2:10 dice:

Ecco perché sopporto ogni cosa per amore degli eletti, affinché anch’essi conseguano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna.

Quando anche noi siamo convinti che (per ripetere 5:15) “egli morì per tutti, affinché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro”, potremo anche noi dire la stessa cosa: sopportiamo ogni cosa per amore degli altri, come anche Cristo ha sopportato ogni cosa per amore nostro. Quindi, la prima parte della risposta di Paolo alla domanda: “perché soffriamo?” è questa: per essere consolati da Dio affinché “mediante la consolazione con la quale siamo noi stessi da Dio consolati, possiamo consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione”.

3) Partecipi delle Sofferenze (2 Corinzi 1:5-7)

perché, come abbondano in noi le sofferenze di Cristo, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione. Perciò se siamo afflitti, è per la vostra consolazione e salvezza; se siamo consolati, è per la vostra consolazione, la quale opera efficacemente nel farvi capaci di sopportare le stesse sofferenze che anche noi sopportiamo. La nostra speranza nei vostri riguardi è salda, sapendo che, come siete partecipi delle sofferenze, siete anche partecipi della consolazione.

Se poi chiediamo: “in che modo siamo consolati da Dio?”, Paolo risponde nei vv.5-7. Dio ci consola rassicurandoci che se soffriamo, è perché siamo “partecipi delle sofferenze di Cristo”. In quanto “abbondano in noi le sofferenze di Cristo”, così nella stessa misura “per mezzo di Cristo abbonda anche la nostra consolazione”. In altre parole, la consolazione che sperimentiamo in Cristo è in proporzione a quanto sperimentiamo le sofferenze di Cristo. Anche se forse non sembra all’inizio, sapere questo è una grande consolazione. Come abbiamo già detto, la sofferenza è parte normale della vita, e colpisce tutti indiscriminatamente. Questo non vuol dire ovviamente che nella vita non c’è altro che sofferenza, ma semplicemente che la sofferenza è inevitabile per tutti. Soffrono i ricchi e i poveri, i giovani e i vecchi, i grandi e i piccoli, i famosi e gli sconosciuti, e anche i credenti e i non credenti.

Ma c’è una differenza che distingue la sofferenza tra questi ultimi. Mentre per il non credente la sofferenza è solo quella: sofferenza, per il credente la sofferenza è molto di più: è una partecipazione nelle sofferenze di Cristo. Per il non credente, non c’è mai la certezza che la sofferenza abbia un senso, anche se lo si spera. Ma il credente non deve mai dubitarne perché, pur mancando altre risposte, sa che le sue sofferenze sono condivise con Cristo. Quindi, per il credente, tanto è possibile che le sue sofferenze non abbiano un senso quanto è possibile che le sofferenze di Cristo non abbiano avuto un senso. Non c’è sofferenza nella vita del credente che non sia una partecipazione nelle sofferenze di Cristo, e perciò non c’è sofferenza nella vita del credente che non abbia un senso. Forse questo senso non lo capiamo; forse non lo mai capiremo in questa vita. Ma possiamo essere certi che, come le sofferenze di Cristo sono state efficaci, così lo saranno le nostre allo scopo che Dio sta realizzando.

Ovvio: le nostre sofferenze non sono efficaci nello stesso senso in cui quelle di Cristo sono state efficaci. Le nostre sofferenze non salvano nessuno. Ma sappiamo comunque che nelle mani di colui che è il Salvatore, nulla sarà sprecato, e tutto si rivelerà un giorno di essere avvenuto per un motivo buono e bello. In Romani 8:28 Paolo lo dice così:

Or sappiamo che tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio, i quali sono chiamati secondo il suo disegno.

Io non so di voi, ma se devo soffrire, io voglio che le mie sofferenze siano una partecipazione in quelle di Cristo, così che non devo dubitare che abbiano un senso. Quando siamo convinti di questo, troviamo veramente una grande consolazione.

4) Dio che Risuscita i Morti (2 Corinzi 1:8-10)

Fratelli, non vogliamo che ignoriate, riguardo all’afflizione che ci colse in Asia, che siamo stati grandemente oppressi, oltre le nostre forze, tanto da farci disperare perfino della vita. Anzi, avevamo già noi stessi pronunciato la nostra sentenza di morte, affinché non mettessimo la nostra fiducia in noi stessi, ma in Dio, che risuscita i morti. 10 Egli ci ha liberati e ci libererà da un così gran pericolo di morte, e abbiamo la speranza che ci libererà ancora.

Però, se siamo onesti, dobbiamo ammettere che a volte dimentichiamo queste verità che ci consolano nell’afflizione. A volte il dolore è talmente forte che non riusciamo a pensare ad altro. A volte il male è talmente soffocante, talmente schiacciante che non siamo in grado nemmeno di respirare. In questi momenti, cosa dobbiamo fare? Paolo risponde nei vv.8-10, riconoscendo che è possibile essere “grandemente oppressi, oltre le nostre forze, tanto da farci disperare perfino della vita”. Paolo conosce benissimo la sofferenza che porta alla disperazione, avendo lui stesso vissuto una simile esperienza che qui racconta. Non sappiamo esattamente di quale afflizione Paolo parla qui, l’afflizione che lo “colse in Asia” e che lo fece pronunciare “la nostra sentenza di morte”, ma non importa. L’importante è la ragione per cui, secondo Paolo, Dio gli permise di attraverso ciò che il salmista chiama “la valle dell’ombra della morte”. Questa ragione vale tanto per noi quanto per lui: “affinché non mettessimo la nostra fiducia in noi stessi ma in Dio ch risuscita i morti”.

È troppo facile dire “mi fido di Dio” quando tutto va bene. È difficile dire “mi fido di Dio” quando tutto va male. Ma è un’altra cosa ancora dire “mi fido di Dio” quando soffriamo oltre le nostre forze da sopportarlo, quando è preferibile morire che vivere ancora un altro minuto, quando ci sentiamo abbandonati persino da Dio e, come Giobbe, malediciamo il giorno in cui siamo nati. Il fatto puro e semplice è che non impareremo mai di mettere tutta (veramente tutta!) la nostra fiducia in Dio come il Dio che risuscita i morti finché non ci sentiamo di essere sotto la sentenza di morte. Affinché impariamo a fidarci di Dio di risuscitarci dalla morte, dobbiamo essere portati al punto in cui ci disperiamo perfino della vita. Questo mi ricorda la storia di Abraamo quando Dio gli comandò di offrire suo figlio, Isacco, come sacrificio, e come Ebrei 11:17-19 spiega come Abraamo superò questa prova:

17 Per fede Abraamo, quando fu messo alla prova, offrì Isacco; egli, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito. 18 Eppure Dio gli aveva detto: «È in Isacco che ti sarà data una discendenza». 19 Abraamo era persuaso che Dio è potente da risuscitare anche i morti; e riebbe Isacco come per una specie di risurrezione.

Quando Abraamo salì sul monte con Isacco, non sapeva che Dio lo avrebbe fermato all’ultimo momento e avrebbe dato un montone al posto di suo figlio. Quando alzò il coltello, era convinto che l’avrebbe ucciso ma, come dice in Ebrei, era altrettanto convinto che Dio l’avrebbe risuscitato, avendo già promesso che sarebbe stato per mezzo di Isacco che Abraamo sarebbe diventato padre di una moltitudini di nazioni. Ma come dice Genesi 22:10-12, Abraamo doveva arrivare al punto in cui “stese la mano e prese il coltello per scannare suo figlio” per poter dimostrare se credeva veramente nella promesso di Dio o no. Solo allora l’angelo del Signore “chiamò dal cielo e disse:… Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli male! Ora so che tu temi Dio, poiché non mi hai rifiutato tuo figlio, l’unico tuo.”

Per quanto difficile e straziante è una tale prova, Paolo ci incoraggia nel v.10 dicendo che il risultato è la libertà e la speranza: “Egli ci ha liberati e ci libererà da un così gran pericolo di morte, e abbiamo la speranza che ci libererà ancora.” Quando soffriamo oltre le nostre forze tanto da farci disperare perfino della vita, ma quando in quelle circostanze sperimentiamo personalmente come Dio ci libera, d’allora in poi avremo sempre la speranza che “ci libererà ancora”. Questa speranza — che neanche il più “gran pericolo di morte” può abbattere o distruggere — è il frutto soltanto della sofferenza che fa disperare della vita. La fede che è pura come oro non esce se non dal fuoco. Senza piangere davanti alla tomba come gli amici di Lazzaro in Giovanni 11, non si può avere veramente la certezza che Gesù è “la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà” (Giovanni 11:25). Gesù stesso è il nostro esempio più chiaro: la vittoria della Pasqua ha seguito — e poteva solo seguire — la morte di Venerdì Santo. Prima di ogni corona c’è la croce, e questo è tanto vero per i seguaci di Gesù quanto lo era per il loro Maestro.

Per quanto riguarda la fede, non funziona il “per sentito dire”: bisogna vivere la potenza di Dio di risuscitare i morti per poterci credere veramente. Sono esperienze che non sceglieremmo mai, ma quando Dio nella sua sovrana bontà ce le fa attraversare, il risultato è sempre fede pura, speranza salda, amore profondo e un cuore grato.

5) Cooperate con la Preghiera (2 Corinzi 1:3, 11)

Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione,… 11 Cooperate anche voi con la preghiera, affinché per il favore divino che noi otterremo per mezzo della preghiera di molte persone siano rese grazie da molti per noi.

Abbiamo iniziato questo studio dicendo che è importante essere preparati alla sofferenza. Se non stiamo ora attraversando la valle dell’ombra della morte, possiamo essere certi che prima o poi lo faremo. Che cosa dobbiamo fare quindi per prepararci? Voglio farvi quattro consigli pratici in base a questo testo. Prima di tutto, dobbiamo meditare su e ricordarci spesso delle verità che Paolo insegna qui. Nel momento della sofferenza, è difficile pensare con chiarezza, e non abbiamo spesso la capacità mentale considerare grandi verità teologiche. Ecco perché è necessario (per tornare alla parabola che Gesù usa nel sermone sul monte) costruire la nostra casa sulla roccia prima che la colpisca la tempesta. Se prendiamo il tempo necessario per imparare e meditare sulle grandi verità del vangelo nei tempi di calma, avremo una base solida che ci permetterà di resistere quando nei tempi di tempesta.

Secondo, dobbiamo fare quello che Paolo ci esorta a fare nel v.11: “Cooperate anche voi con la preghiera…”. Come lo studio della Bibbia, così anche la preghiera deve essere il nostro “pane quotidiano” se vogliamo prepararci alla sofferenza. Notiamo che Paolo non dice qui che la preghiera serve solo quando si è oppressi oltre ogni forza. Anche i corinzi che non soffrono come Paolo, devono cooperare con lui nella preghiera, come se fossero nelle stesse condizioni. Come Paolo accenna nel v.6, i corinzi devono essere “capaci di sopportare le stesse sofferenze che anche noi sopportiamo”. La preghiera, come Gesù esemplifica nel giardino di Getsemani, è per “non entrare in tentazione” nell’ora della prova (Luca 22:40). È la preghiera che ci tiene collegati alla potenza di Dio e in comunione con l’amore di Dio che ci sostengono nei periodi difficili e dolorosi della vita.

Terzo, dobbiamo abituarci alla trasparenza con i nostri fratelli e le nostre sorelle in Cristo. In questo capitolo, come nel resto di 2 Corinzi, Paolo è totalmente trasparente nel parlare apertamente e francamente delle sue sofferenze sia fuori che dentro. Non cerca di nascondere nulla per farsi apparire più forte. Anzi, si vanta delle sue debolezze! Per Paolo, la sofferenza e la debolezza non sono cause di imbarazzo o di vergogna ma piuttosto occasioni per esaltare la potenza e la grazia di Dio. Se la consolazione di Dio viene in parte per mezzo di altri che sono stati consolati nelle loro afflizioni, ci priviamo di un grande aiuto che Dio ci ha dato se non siamo onesti con loro circa le difficoltà che stiamo vivendo. E siccome questa trasparenza non è naturale o automatica (spesso infatti è contraria a tutti i nostri istinti), bisogna coltivarla, e coltivarla prima che venga la prova.

Infine, dobbiamo concludere dove abbiamo cominciato all’inizio del brano, e seguire l’esempio di Paolo che sempre e in tutto loda e benedice il Signore: “Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione” (v.3). Lodare Dio nelle sofferenze è difficile, ma è importante e salutare. È la lode che ci porta in alto, al di sopra delle nostre sofferenze, e ci rida la giusta prospettiva su di esse. Nella sofferenza, tendiamo a vedere solo la valle e le sue ombre, dimenticando che in realtà quella valle è solo un tratto temporaneo lungo il nostro percorso. La lode invece ci ricorda di nuovo che quella valle non è la nostra meta finale, che un giorno Dio farà splendere ancora su di noi il sole della gioia, e che nella sua presenza ogni dolore e ogni tristezza fuggiranno via. Fu la lode che permise a Giobbe di superare le sue terribili afflizioni. In Giobbe 1:20-21 leggiamo:

20 Allora Giobbe si alzò, si stracciò il mantello, si rase il capo, si prostrò a terra e adorò dicendo: 21 «Nudo sono uscito dal grembo di mia madre e nudo tornerò in grembo alla terra; il Signore ha dato, il Signore ha tolto; sia benedetto il nome del Signore».

Possiamo essere certi che Giobbe reagì in questo modo perché aveva coltivato un’abitudine di lode nella sua vita molto tempo prima di questo momento. Così è importante che anche noi costruiamo adesso una “casa di lode” affinché, quando arriva la tempesta, potremmo continuare a cantare le lodi di Dio nonostante tutto.

Chiudo con la benedizione di Giuda 24-25 che mi sembra molto appropriata qui. Alla fine, se temiamo la sofferenza, e se ci chiediamo come avremo la forza per sopportarla quando viene, ricordiamoci che non siamo noi ma è Dio che ha promesso di fare questo:

A colui che può preservarvi da ogni caduta e farvi comparire irreprensibili e con gioia davanti alla sua gloria, al Dio unico, nostro Salvatore per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore, siano gloria, maestà, forza e potere prima di tutti i tempi, ora e per tutti i secoli. Amen.

Matteo 27:51-28:15: La Risurrezione del Figlio di Dio

1) La Giustificazione del Figlio di Dio (27:51-54)

51 Ed ecco, la cortina del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si schiantarono, 52 le tombe s’aprirono e molti corpi dei santi, che dormivano, risuscitarono; 53 e, usciti dai sepolcri dopo la risurrezione di lui, entrarono nella città santa e apparvero a molti. 54 Il centurione e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, visto il terremoto e le cose avvenute, furono presi da grande spavento e dissero: «Veramente costui era Figlio di Dio».

Riprendiamo la narrativa di Matteo subito dopo che Gesù muore, gridando con gran voce e rendendo lo spirito (v.50). Agli occhi di tutti lì presenti, Gesù muore come un messia fallito o un criminale qualsiasi. Davanti al sinedrio ebraico e al governatore romano, Gesù è stato condannato. Persino i discepoli di Gesù — i suoi più stretti amici e compagni — lo hanno tradito, abbandonato e rinnegato, diventando anche essi colpevoli nella sua crocifissione. Nel modo in Matteo riporta questa vicenda, risulta chiaro che non solo loro, ma tutta l’umanità è coinvolta, schierata contro Gesù e alleata con gli ebrei, i romani e i discepoli.

Mentre Gesù ha detto poco nel corso del suo processo, quel poco aveva un forte significato; citando il profeta Daniele, Gesù ha dichiarato nella presenza dei suoi accusatori che l’avrebbero visto innalzato ed esaltato quando Dio sarebbe intervenuto per dare il suo giudizio. Sebbene condannato dal tribunale umano, Gesù sarebbe stato giustificato da Dio, il cui tribunale celeste pronuncia sempre l’ultima e definitiva parola. Oggi vediamo che Dio pronuncia questa parola nel risuscitare Gesù dalla morte, dichiarando in maniera pubblica e indiscutibile che Gesù è infatti il Figlio di Dio nel quale il Padre si è compiaciuto. Per mezzo della risurrezione Dio dimostra al mondo che solo Gesù è il Giusto, proprio colui che il mondo ha rifiutato e assassinato.

Il giudizio di Dio che risuscita Gesù dalla morte e lo giustifica come suo Figlio è anticipato dal centurione che, nel momento in cui Gesù muore, confessa: “Veramente costui era Figlio di Dio” (v.54). Tutto ciò che Matteo riferisce dopo costituisce in effetti un altro tribunale, questa volta il tribunale di Dio che rivelerà inequivocabilmente chi è Gesù. Come gli ebrei hanno convocato dei falsi testimoni per condannare Gesù, Dio convoca dei veri testimoni per giustificarlo. Matteo qui riproduce queste testimonianze per convincerci che Gesù, il Figlio di Dio, è stato realmente riuscitato.

2) I Testimoni del Figlio di Dio (27:55-28:5)

A) Il centurione (27:54)

Il primo testimone è il soprannominato centurione romano, la cui responsabilità consisteva nell’accertare che il condannato fosse veramente morto. La sua confessione che Gesù “era” Figlio di Dio vuol dire, tra l’altro, che Gesù era deceduto. Ricordiamoci che questo centurione era un assassino professionale: era in grado di constatare se la vittima era morta o ancora viva. Il centurione dunque testimonia: “Gesù è morto”, smentendo così l’ipotesi che Gesù sia solo svenuto sulla croce e che la sua “risurrezione” non fosse altro che una rianimazione.

B) Giuseppe di Arimatea (27:55-61)

55 C’erano là molte donne che guardavano da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per assisterlo; 56 tra di loro erano Maria Maddalena, Maria, madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo. 57 Fattosi sera, venne un uomo ricco di Arimatea, chiamato Giuseppe, il quale era diventato anche lui discepolo di Gesù. 58 Questi, presentatosi a Pilato, chiese il corpo di Gesù. Allora Pilato comandò che [il corpo] gli fosse dato. 59 Giuseppe prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito 60 e lo depose nella propria tomba nuova, che aveva fatto scavare nella roccia. Poi, dopo aver rotolato una grande pietra contro l’apertura del sepolcro, se ne andò. 61 Maria Maddalena e l’altra Maria erano lì, sedute di fronte al sepolcro.

Dopo il centurione, Matteo menziona delle donne, ma vedremo la loro importanza nel capitolo 28. Perciò, adesso notiamo semplicemente come queste donne (e in particolare due — Maria Maddalena e Maria madre di Giacomo e di Giuseppe — che avevano seguito Gesù dalla Galilea) assistono personalmente alla morte e alla sepoltura di Gesù. Poi Matteo ci presenta Giuseppe di Arimatea, un uomo ricco che chiede il permesso di seppellire Gesù nella sua tomba personale. Essendo un uomo ricco, aveva già fatto scavare la sua tomba, ed essendo un uomo influente, l’aveva fatta scavare in un luogo pubblico e visibile. Questo è importante, perché nega la possibilità che le donne abbiano sbagliato tomba quando l’hanno trovata vuota domenica mattina. Giuseppe di Arimatea funge da testimone in quanto dimostra che tutti sapevano dove Gesù era stato sepolto.

C) Gli avversari di Gesù (27:62-66)

62 L’indomani, che era il giorno successivo alla Preparazione, i capi dei sacerdoti e i farisei si riunirono da Pilato, dicendo: 63 «Signore, ci siamo ricordati che quel seduttore, mentre viveva ancora, disse: “Dopo tre giorni risusciterò”. 64 Ordina dunque che il sepolcro sia sicuramente custodito fino al terzo giorno; perché i suoi discepoli non vengano [di notte] a rubarlo e dicano al popolo: “È risuscitato dai morti”; così l’ultimo inganno sarebbe peggiore del primo». 65 Pilato disse loro: «Avete delle guardie. Andate, assicurate la sorveglianza come credete». 66 Ed essi andarono ad assicurare il sepolcro, sigillando la pietra e mettendovi la guardia.

I prossimi testimoni sono inaspettatamente gli avversari di Gesù che l’hanno ucciso: i capi religiosi ebraici e il governatore romano. La testimonianza che rendono è certamente involontaria, eppure contribuisce alle prove della risurrezione. Ricordando la profezia di Gesù che dopo la sua morte sarebbe riuscitato, i capi religiosi con l’approvazione di Pilato usano delle precauzioni per impedire a eventuali furti della salma di Gesù per poter poi proclamare che egli è riuscitato. A parte il fatto che i discepoli adesso si stiano nascendendo per paura di fare la stessa fine di Gesù e quindi l’ultima cosa che pensano di fare è di rubare il corpo di Cristo, non l’avrebbero potuto neanche fare. L’importanza di questa testimonianza è che smentisce l’ipotesi che la tomba di Gesù è stata trovata vuota perché qualcuno abbia rubato la salma. Gli ebrei sicuramente non volevano farlo, nemmeno Pilato e i romani, e i discepoli non ci sarebbero riusciti.

D) L’angelo del Signore (28:1-7)

28:1 Dopo il sabato, verso l’alba del primo giorno della settimana, Maria Maddalena e l’altra Maria andarono a vedere il sepolcro. Ed ecco, si fece un gran terremoto, perché un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra [dell’entrata] e vi sedette sopra. Il suo aspetto era come di folgore e la sua veste bianca come neve. E, per lo spavento che ne ebbero, le guardie tremarono e rimasero come morte. Ma l’angelo si rivolse alle donne e disse: «Voi, non temete; perché io so che cercate Gesù, che è stato crocifisso. Egli non è qui, perché è risuscitato come aveva detto; venite a vedere il luogo dove giaceva [il Signore]. E andate presto a dire ai suoi discepoli: “Egli è risuscitato dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, ve l’ho detto». 

Tutto questo ci porta al momento critico quando due donne (cioè le due donne che hanno seguito Gesù dalla Galilea, che hanno assistito alla sua rocifissione, e che hanno visto dov’è stato sepolto) vanno al sepolcro di Gesù pensando di ungere la salma ma lo trovano invece vuoto! A testimoniare che Gesù è risuscitato è un angelo del Signore. Come il miracolo della nascita di Gesù doveva essere annunciato da un angelo, così anche deve essere il miracolo della sua risurrezione. Se le donne non avessero trovato la salma di Gesù senza sentire il messaggio dell’angelo, avrebbero probabilmente concluso che qualcuno l’aveva rubata. Per questo l’annuncio dell’angelo è indispensabile: per quanto sembra incredible, il sepolcro è vuoto perché Gesù è risuscitato!

E) Le donne (28:8-10)

E quelle se ne andarono in fretta dal sepolcro con spavento e grande gioia e corsero ad annunciarlo ai suoi discepoli. Quand’ecco, Gesù si fece loro incontro, dicendo: «Vi saluto!» Ed esse, avvicinatesi, gli strinsero i piedi e l’adorarono. 10 Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea; là mi vedranno».

Infine, le donne stesse — testimoni oculari di tutti questi straordinari avvenimenti — rendono testimonianza di ciò che hanno visto e sentito, incontrando personalmente Gesù vivo. In un senso, la loro testimonianza è la più convincente, non solo perché hanno visto tutto con i propri occhi dall’inizio alla fine, ma anche per il semplice fatto che all’epoca la loro testimonianza non sarebbe stata considerata attendibile. Magari sembra contradittorio dire che una testimonianza non attendibile è quella più convincente, ma lo è per il seguente motivo. Se Matteo, come suppongono alcuni, avesse inventato tutta questa storia, non avrebbe mai scritto che i primi testimoni oculari ad aver trovato la tomba vuota e visto Gesù di nuovo vivo sono state delle donne. Matteo sapeva benissimo che nessuno avrebbe accettato la testimonianza di due donne, e quindi non l’avrebbe scritto se non fosse stato vero.

F) Il verdetto (28:11-15)

11 Mentre quelle andavano, alcuni della guardia vennero in città e riferirono ai capi dei sacerdoti tutte le cose che erano avvenute. 12 Ed essi, radunatisi con gli anziani e tenuto consiglio, diedero una forte somma di denaro ai soldati, dicendo: 13 «Dite così: “I suoi discepoli sono venuti di notte e lo hanno rubato mentre dormivamo”. 14 E se mai questo viene alle orecchie del governatore, noi lo persuaderemo e vi solleveremo da ogni preoccupazione». 15 Ed essi, preso il denaro, fecero secondo le istruzioni ricevute e quella diceria è stata divulgata tra i Giudei fino ad oggi.

Se abbiamo seguito tutta questa serie di testimonianze, c’è una sola conclusione possibile: Gesù è veramente risuscitato. Il centurione conferma che Gesù era morto. Giuseppe di Arimatea conferma che Gesù è stato sepolto in una tomba di cui tutti sapevano l’ubicazione. Gli ebrei e i romani confermano che la tomba di Gesù non era vuota perché qualcuno ha rubato la salma di Gesù. L’angelo conferma che la tomba era vuota perché Gesù è risuscitato, e le donne confermano l’attendibilità dell’intero resoconto. Le prove dovrebbero essere sufficienti per convincerci che Gesù, il Figlio di Dio, ha vinto la morte, e che le sue dichiarazioni di essere l’unico Signore e Salvatore del mondo sono verità. Matteo ce le presenta per dirci in effetti che così ha dichiarato Dio nel suo tribunale celeste.

Tuttavia, non tutti si lasciano convincere. Alla razionalità dell’uomo moderno la risurrezione corporea di Gesù sembra incredibile perché (come sanno tutti) “i morti non risuscitano”. In più, l’uomo peccatore non vuole affrontare le implicazioni della risurrezione di Gesù che, se vera, richiede il suo ravvedimento e la sua sottomissione a Cristo. Quindi, pur essendo convincenti, queste testimonianze non bastano per far crollare la nostra resistenza e testardaggine.

A conferma di ciò è la vicenda che Matteo riferisce in 28:11-15. I capi religiosi sapevano che i discepoli non avevano rubato la salma di Gesù; erano stati loro a impedirglielo! Eppure pagano le guardie della tomba per diffondere la menzogna che è successo proprio questo. Notiamo bene: pur sapendo la verità della risurrezione di Gesù, i capi religiosi rifiutano di crederci, e cercano persino di sopprimerla. Qui c’è una lezione importante: non è vero che se uno crede se vede prove innegabili. L’opposizione del cuore umano a Dio è così dura e ostinata che preferisce credere alla menzogna che confessare la verità.

3) Il Potere del Figlio di Dio (27:51-54)

Qual è dunque la soluzione? Come può essere qualcuno convinto della verità della risurrezione? La risposta è che deve accadere lo stesso miracolo nel nostro cuore che è accaduto quando Dio ha risuscitato Gesù dalla morte. Consideriamo come la narrativa della risurrezione differisce dalla narrativa della crocifissione. Mentre Matto riporta quest’ultima in modo drammatico e dettagliato fino all’ultimo sospiro di Gesù, parla della risurrezione solo dopo che è avvenuta. Vediamo Gesù morire, ma non vediamo Gesù risuscitare. Per spiegare questa curiosità, il grande teologo Karl Barth osserverebbe che mentre la risurrezione di Gesù è un fatto accaduto nella storia, non è un fatto proveniente dalla storia. La crocifissione si può narrare — come Gesù è stato spogliato, flagellato, inchiodato, ecc. — ma la risurrezione non si può narrare. Come è risuscitato Gesù dalla morte? Possiamo dire soltanto che è stato un miracolo, un atto di Dio e Dio solo, un intervento di potere divino pari alla creazione dell’universo dal nulla.

Questo è, secondo me, ciò che Matteo vuole trasmettere in 27:51-53 quando scrive che dopo la morte di Gesù…

51 Ed ecco, la cortina del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si schiantarono, 52 le tombe s’aprirono e molti corpi dei santi, che dormivano, risuscitarono; 53 e, usciti dai sepolcri dopo la risurrezione di lui, entrarono nella città santa e apparvero a molti. 

Qui Matteo vuole dirci che quando Gesù “rese lo spirito”, ha irrevocabilmente trasformato il mondo. Come la morte di Gesù ha scatenato una serie di effetti tremendi e inspiegabili, così ha fatto anche la sua risurrezione con la quale ha vinto la morte. Come nessuno tranne Dio poteva risuscitare Gesù dalla morte, così nessuno può convincere un altro che quest’uomo crocifisso 2000 anni fa è ora vivo, che regna, e che ci chiama tutti a ravvederci, a porre fiducia in lui, e a offrirci a lui come sacrifici viventi. Però, se solo Dio può fare questo miracolo in noi, Dio può fare questo miracolo in noi. Lo stesso potere che ha vinto la morte di Gesù può vincere anche la nostra ostinata ribellione e resistenza al vangelo. Così afferma l’apostolo Paolo in Efesini 1:19-23:

[Sappiate]… 19 qual è verso di noi che crediamo l’immensità della sua potenza. 20 Questa potente efficacia della sua forza egli l’ha mostrata in Cristo, quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla propria destra nei luoghi celesti, 21 al di sopra di ogni principato, autorità, potenza, signoria e di ogni altro nome che si nomina non solo in questo mondo, ma anche in quello futuro. 22 Ogni cosa egli ha posta sotto i suoi piedi e lo ha dato per capo supremo alla chiesa, 23 che è il corpo di lui, il compimento di colui che porta a compimento ogni cosa in tutti.

La forza che Dio ha mostrato nella risurrezione di Cristo è la stessa forza che opera in noi! Così dice Paolo di nuovo in Efesini 3:20-21:

20 Or a colui che può, mediante la potenza che opera in noi, fare infinitamente di più di quel che domandiamo o pensiamo, 21 a lui sia la gloria nella chiesa e in Cristo Gesù, per tutte le età, nei secoli dei secoli. Amen.

La buona notizia di Pasqua è questa: la potenza che ha risuscitato Gesù dalla morte è la potenza che opera ora in noi per salvarci, per trasformarci, e che un giorno ci risusciterà dalla morte come Gesù. Più grande speranza non c’è. Concludo che le parole esultanti di Paolo che elabora il significato della risurrezione di Gesù per noi:

31 Che diremo dunque riguardo a queste cose? Se Dio è per noi chi sarà contro di noi? 32 Colui che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per noi tutti, non ci donerà forse anche tutte le cose con lui? 33 Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio è colui che li giustifica. 34 Chi li condannerà? Cristo Gesù è colui che è morto e, ancor più, è risuscitato, è alla destra di Dio e anche intercede per noi. 35 Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Sarà forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? … 37 Ma, in tutte queste cose, noi siamo più che vincitori, in virtù di colui che ci ha amati. 38 Infatti sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, 39 né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potranno separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore.

Marco 15:40-16:8: La Risurrezione del Figlio di Dio

1) I Testimoni della Risurrezione (15:40-47)

A) Le donne (vv.40-41)

40 Vi erano pure delle donne che guardavano da lontano. Tra di loro vi erano anche Maria Maddalena, Maria, madre di Giacomo il minore e di Iose, e Salome, 41 che, mentre egli era in Galilea, lo seguivano e lo servivano, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme.

Siamo giunti alla conclusione del vangelo di Marco. Gesù è morto, ma il vangelo non è ancora finito. E non può ancora finire! Nonostante tutto quello che Gesù ha detto e fatto, tutto sarebbe stato invano se fosse rimasto nella tomba. Come Paolo scrive in 1 Corinzi 15:17: “se Cristo non è stato risuscitato, vana è la vostra fede; voi siete ancora nei vostri peccati.” Per quanto fosse necessaria la croce, non avrebbe nessun valore se non per quello che Marco sta per riportare adesso.

Ma prima di testimoniare il meraviglioso fatto accaduto il terzo giorno dopo la crocifissione, Marco ci presenta i testimoni. Tra poco scopriremo il motivo per questo. Ora è sufficiente notare che, mentre i dodici (discepoli) hanno abbandonato Gesù nel momento di grave pericolo, sono rimaste ancora delle donne che “guardavano da lontano”. Marco ci dice che queste erano donne che avevano seguito e servito Gesù quando egli era ancora in Galilea, cioè sin dall’inizio del suo ministero.

Anche se non sono state menzionate quanto i discepoli che dopo sarebbero diventati gli apostoli, erano discepole anche loro. Era cosa inaudita che le donne potessero essere discepole di un maestro ebraico come Gesù, e quindi questo fatto è già rimarchevole. Ma più rimarchevole ancora è il fatto che, a differenza dei dodici, abbiano seguito Gesù fino alla fine, fino a seguirlo al luogo della crocifissione. Tra queste donne, Marco ne nomina tre: Maria Maddalena, Maria, madre di Giacomo il minore e di Iose, e Salome. Anche di questo scopriremo il motivo tra poco, ma qui Marco vuole semplicemente farci sapere che queste tre donne hanno assistito personalmente alla crocifissione di Gesù.

B) Gli ufficiali (vv.42-46)

42 Essendo già sera (poiché era la Preparazione, cioè la vigilia del sabato), 43 venne Giuseppe d’Arimatea, illustre membro del Consiglio, il quale aspettava anch’egli il regno di Dio; e, fattosi coraggio, si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. 44 Pilato si meravigliò che fosse già morto; e, chiamato il centurione, gli domandò se fosse morto da molto tempo; 45 avutane conferma dal centurione, diede il corpo a Giuseppe. 46 Questi, comprato un lenzuolo e tratto Gesù giù dalla croce, lo avvolse nel lenzuolo e lo pose in una tomba scavata nella roccia; poi rotolò una pietra contro l’apertura del sepolcro.

Insieme a queste tre donne, Marco menziona altri tre testimoni. Questi testimoni sono importanti a causa delle loro posizioni autorevoli. Giuseppe d’Arimatea è “illustre membro del Consiglio” ebraico, il consiglio sacerdotale che ha condannato Gesù a morte. Evidentemente non tutti erano d’accordo con la sentenza del consiglio, perché questo Giuseppe è uno che crede in Gesù come il Cristo, il Figlio di Dio.

Dopo la morte di Gesù, Giuseppe si presenta a Pilato per chiedere il corpo di Gesù per poterlo seppellire. Pilato, in quanto rappresentante dell’impero romano, funge dal secondo testimone ufficiale. Avendo sentito da Giuseppe che Gesù è già morto (un po’ sorprendente perché sovente ci vuole più tempo), Pilato poi chiede conferma al centurione. Quest’ultimo, in quanto responsabile della crocifissione e dunque il terzo testimone ufficiale, dà a Pilato la conferma che Gesù è già veramente morto, e Pilato poi concede a Giuseppe di seppellire il corpo di Gesù.

Nel nominare questi ufficiali, Marco convoca un gruppo di testimoni che rappresentano le varie autorità coinvolte nella crocifissione di Gesù e che convalidano che egli è veramente morto. Non svenuto, non fatto finta, ma veramente morto. Il centurione che è “assassino professionale”, è testimone autorevole che Gesù è morto. Pilato, il prefetto romano, lo conferma in modo ufficiale da parte dell’impero, e Giuseppe funge da testimone del consiglio ebraico, avendo personalmente sepolto il corpo di Gesù. Il punto saliente di tutto ciò è questo: la morte di Gesù, come il suo seppellimento, è un fatto pubblico, attestato e documentato dalle autorità coinvolte. È una questione storica e politica, non solo “religiosa” o “privata”.

C) Testimoni oculari (v.47)

47 E Maria Maddalena e Maria, madre di Iose, stavano a guardare dove veniva messo.

Marco sottolinea questo fatto ancora nel menzionare di nuovo le donne, le due Maria, che non solo hanno assistito alla crocifissione di Gesù ma anche al suo seppellimento. Certamente ci sarebbero state anche altre persone, ma queste donne forniscono una continuità di testimonianza oculare — dal ministero di Gesù in Galilea alla crocifissione e al seppellimento — fino alla scoperta che faranno nel capitolo successivo e che porterà il vangelo al culmine. Il fatto che i primi testimoni siano donne è significante perché — e Marco lo sa — è una prova convincente che la loro testimonianza di ciò che succede dopo è vera e attendibile. Perché? Ci ricordiamo che in quell’epoca, le donne erano considerate inferiori agli uomini. Questa inferiorità femminile si verificava anche nei tribunali, in cui la testimonianza delle donne non valeva nulla. Se gli unici testimoni che uno aveva per la sua difesa erano donne, avrebbe di fatto perso.

Perché, dunque, il fatto che siano donne a essere i primi testimoni alla risurrezione di Gesù la dà conferma convincente? Se Marco o qualsiasi altra persona avesse inventato la storia della risurrezione, non avrebbe mai — mai! — messo come primi testimoni delle donne. Non sarebbe stato per niente convincente. Nessuno l’avrebbe creduto: “E sì, ma la tua storia dipende da testimonianza femminile che non vale niente!” L’unica spiegazione per cui Marco dice che sono queste donne a essere i primi testimoni della risurrezione è che il fatto testimoniato è realmente accaduto. Paradossalmente, dunque, l’ingiusta sottovalutazione della testimonianza femminile nell’epoca di Gesù è una della prove più convincenti per la sua attendibilità.

2) La Testimonianza della Risurrezione (16:1-8)

A) La pietra rotolata (vv.1-4)

1 Passato il sabato, Maria Maddalena, Maria, madre di Giacomo, e Salome comprarono degli aromi per andare a ungerlo. La mattina del primo giorno della settimana, molto presto, vennero al sepolcro al levar del sole. E dicevano tra di loro: «Chi ci rotolerà la pietra dall’apertura del sepolcro?» Ma, alzati gli occhi, videro che la pietra era stata rotolata; ed era pure molto grande.

Il giorno dopo il sabato, cioè il terzo giorno dopo la morte di Gesù, le stesse donne che hanno assistito alla crocifissione e al seppellimento si recano al sepolcro per ungere il corpo di Gesù di aromi per contrastare i processi della decomposizione. Ci vanno anche se non sanno come riusciranno a entrare, dato che il sepolcro è stato chiuso con un’enorme pietra il cui scopo era appunto di impedire all’accesso non autorizzato. Ma, una volta arrivate al sepolcro, trovano una situazione totalmente inaspettata: la pietra è stata già rotolata! Ma che cosa potrebbe significare?

B) Il sepolcro vuoto (vv.5-7)

Entrate nel sepolcro, videro un giovane seduto a destra, vestito di una veste bianca, e furono spaventate. Ma egli disse loro: «Non vi spaventate! Voi cercate Gesù il Nazareno che è stato crocifisso; egli è risuscitato, non è qui; ecco il luogo dove l’avevano messo. Ma andate a dire ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea; là lo vedrete, come vi ha detto».

 La sorpresa della pietra rotolata è stata solo l’inizio. Marco ci dice che “entrate nel sepolcro, videro un giovane seduto a destra, vestito di una veste bianca” che ha un messaggio importante per loro: Gesù non è qui! Gesù, sì, lo stesso Gesù che è stato crocifisso, egli è risuscitato esattamente come aveva predetto. In più c’è la prova: il luogo dove l’avevano messo (cosa che le donne sanno benissimo) è ora privo del corpo di Gesù! Questo “giovane”, che negli altri vangeli è identificato come un angelo, è dunque il primo ad annunciare la buona notizia — il vangelo! — della risurrezione.

Per Marco, questo è l’apice della buona notizia, e il modello di ogni annuncio seguente. Gesù è stato crocifisso e morto, ma la morte non l’ha potuto trattenere. La morte Gesù l’ha vinta! Interessante la reazione delle donne: “furono spaventate”. Questo è il motivo per cui le prime parole del giovane sono: “Non vi spaventate!” Se Gesù è veramente risuscitato, non c’è bisogno per avere paura, nessun motivo per essere spaventati. Il nemico più grande è stato sconfitto, perché dopo essere morto, Gesù vive! Come afferma Ebrei 2:14-15: “Poiché dunque i figli hanno in comune sangue e carne, egli pure vi ha similmente partecipato, per distruggere, con la sua morte, colui che aveva il potere sulla morte, cioè il diavolo, e liberare tutti quelli che dal timore della morte erano tenuti schiavi per tutta la loro vita.” Questa è veramente buona notizia, e il mondo in cui viviamo ne ha tantissimo bisogno.

C) Il mondo cambiato (v.8)

Esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro perché erano prese da tremito e da stupore; e non dissero nulla a nessuno perché avevano paura.

E con questo versetto finisce il vangelo di Marco. I versetti successivi, come indica la nota in fondo alle nostre Bibbie, non sono riportati nei manoscritti più antichi e attendibili del vangelo. Per questo, siamo quasi certi che non sono stati scritti da Marco. Questo, però, suscita una domanda. C’è un pezzo della fine del vangelo che è stato perso, o ha voluto Marco finire il vangelo in questo modo? A questa domanda non c’è una risposta certa, ma una cosa possiamo affermare senza dubbio: nella sovranità di Dio questa è la fine del vangelo come ci è stato tramandato. Perché allora il vangelo conclude in questo modo, mettendo in risalto il “tremito”, lo “stupore”, e la paura delle donne? A differenza degli altri vangeli, non si vede neanche Gesù risorto! Sembra proprio un finale poco soddisfacente.

Tuttavia, se riflettiamo di più, ci accorgiamo che questa conclusione è del tutto coerente con lo stile usato da Marco nel vangelo intero. Abbiamo visto spesse volte che, anziché darci sempre le risposte, Marco vuole far riflettere noi sulle domande suscitate. Ci ricordiamo, per esempio, la domanda che i discepoli, impauriti, si fanno dopo che Gesù ha calmato la tempesta: “Chi è dunque costui al quale persino il vento e il mare gli ubbidiscono?” Oppure, ricordiamo la fine della crocifissione, quando Marco non spiega perché solo il centurione confessa Gesù quale Figlio di Dio mentre tutti gli altri si beffano di lui. Non soddisfa la nostra curiosità al riguardo perché vuole farci riflettere sulla nostra reazione alla morte di Gesù: “E voi, i lettori di questo vangelo, chi dite che Gesù sia? Un pazzo, un bugiardo, o il Figlio di Dio?”

Anche qui Marco ci porta al punto in cui siamo costretti a riflettere sul significato della risurrezione di Gesù. In un certo senso, le donne hanno reagito giustamente; chi non prova paura o stupore o sgomento quando il mondo viene in un attimo radicalmente e irrevocabilmente cambiato? Se Gesù è riuscitato dai morti, nulla può rimanere com’era. Niente può continuare ad esistere come è sempre esistito. Tutto quello che credevamo e pensavamo riguardo alla realtà viene totalmente rovesciato e capovolto. Se qualcuno dicesse: “La risurrezione di Cristo è poco credibile, perché i morti non risuscitano”, non dovremmo rispondere: “Il punto è proprio questo! Se i morti risuscitassero solitamente, la risurrezione di Gesù sarebbe solo una tra tante altre. Ma siccome Gesù è l’unico ad essere risuscitato in questa maniera — cioè a una vita incorruttibile, indistruttibile, e mai più soggetta alla morte — è per questo che la sua risurrezione è l’evento più rivoluzionario di tutta la storia.

Forse non è del tutto chiaro come la risurrezione di Gesù cambia tutto. Spiegare questo sarà il compito degli apostoli dopo la sua ascensione. Ma questo non è lo scopo di Marco qui alla fine del suo vangelo. Invece di darci le risposte subito, egli vuole che noi cominciamo a riflettere per poter scoprire noi stessi le radicali implicazioni della risurrezione per la nostra vita, per le nostre famiglie, per i nostri lavori, per i nostri sogni, per la nostra società, per la politica, per la nazione, per tutta la terra, e persino per tutto il cosmo! Il resto del Nuovo Testamento ci aiuterà pian piano a capire sempre di più (e per questo motivo proseguiremo nel nostro percorso biblico al libro di Atti e le epistole degli apostoli), ma non vogliamo ignorare l’invito di Marco a riflettere sul semplice ma straordinario fatto che la risurrezione di Gesù dai morti ha cambiato, e cambia ancora, tutto.

Oltre il Sole: Ecclesiaste 1-2; 2 Corinzi 4:7-18

1) Sotto il Sole

A) Tutto è vanità (1:1-11)

1 1Parole dell’Ecclesiaste, figlio di Davide, re di Gerusalemme. «Vanità delle vanità», dice l’Ecclesiaste, «vanità delle vanità, tutto è vanità». Che profitto ha l’uomo di tutta la fatica che sostiene sotto il sole? Una generazione se ne va, un’altra viene, e la terra sussiste per sempre. Anche il sole sorge, poi tramonta, e si affretta verso il luogo da cui sorgerà di nuovo. Il vento soffia verso il mezzogiorno, poi gira verso settentrione; va girando, girando continuamente, per ricominciare gli stessi giri. Tutti i fiumi corrono al mare, eppure il mare non si riempie; al luogo dove i fiumi si dirigono, continuano a dirigersi sempre. Ogni cosa è in travaglio, più di quanto l’uomo possa dire; l’occhio non si sazia mai di vedere e l’orecchio non è mai stanco di udire. Ciò che è stato è quel che sarà; ciò che si è fatto è quel che si farà. Non c’è nulla di nuovo sotto il sole. 10 C’è forse qualcosa di cui si possa dire: «Guarda, questo è nuovo?» Quella cosa esisteva già nei secoli che ci hanno preceduto. 11 Non rimane memoria delle cose d’altri tempi; così di quanto succederà in seguito non rimarrà memoria fra quelli che verranno più tardi.

Non smetto mai di stupirmi del fatto che la Bibbia, per quanto è un libro antico, risulta sempre attuale. Il libro di Ecclesiaste è un chiaro esempio. Pur essendo stato scritto circa tre mila anni fa, sembra essere stato scritto ieri. Infatti, l’Ecclesiaste riporta delle frasi, dei sentimenti, e soprattutto delle crisi esistenziali di cui si sente parlare tutti i giorni in quasi tutti i bar in tutta l’Italia. In questo libro che si legge quasi come un saggio filosofico, l’Ecclesiaste (cioè “insegnante” o “predicatore”) riflette sulla vita umana che si vive “sotto il sole”, vale a dire la vita che consiste nel nascere, crescere, lavorare, soffrire, e poi morire. Se consideriamo la vita in quest’ottica, come se non fosse nulla “oltre il sole”, prima o poi arriviamo a conclusioni simili a quelle del Predicatore: “vanità delle vanità, tutto è vanità”.

Vi sembra una conclusione sbagliata o esagerata? Cerchiamo di seguire il suo ragionamento. Prima chiede nel v.3: “Che profitto troviamo in tutta la nostra fatica in questa vita?” Lavoriamo per poter pagare l’affitto e le bollette per avere casa e famiglia. Ma quando abbiamo casa e famiglia, dobbiamo lavorare per poter pagare l’affitto e le bollette, per poter continuare ad avere casa e famiglia. Ma poi? Dopo anni e anni di lavoro, magari ci resta qualcosina per la pensione, ma poi moriamo tutti e se ne andiamo come siamo venuti: senza niente. E questo ciclo continua generazione dopo generazione dopo generazione. E quando passa una generazione, quella successiva non ci fa caso. Quelli che hanno vissuto un secolo sono quasi tutti dimenticati, se non nella memoria di qualche familiare. Altri cento anni, e tutti vengono dimenticati. E il mondo? Non ci fa caso neanche. Il sole sorge, poi tramonta. Ci sono sempre i ricchi e i poveri, le guerre e le ingiustizie, l’oppressione e la sofferenza. Chi studia la storia lo sa benissimo: non c’è nulla di nuovo sotto il sole. E allora? Che senso ha tutto questo? Che senso ha la vita?

B) Il peso della saggezza (1:12-18)

12 Io, l’Ecclesiaste, sono stato re d’Israele a Gerusalemme, 13 e ho applicato il cuore a cercare e a investigare con saggezza tutto ciò che si fa sotto il cielo: occupazione penosa, che Dio ha data ai figli degli uomini perché vi si affatichino. 14 Io ho visto tutto ciò che si fa sotto il sole, ed ecco, tutto è vanità, è un correre dietro al vento. 15 Ciò che è storto non può essere raddrizzato, ciò che manca non può essere contato. 16 Io ho detto, parlando in cuor mio: «Ecco, io ho acquistato maggiore saggezza di tutti quelli che hanno regnato prima di me a Gerusalemme; sì, il mio cuore ha posseduto molta saggezza e molta scienza». 17 Ho applicato il cuore a conoscere la saggezza e a conoscere la follia e la stoltezza; ho riconosciuto che anche questo è un correre dietro al vento. 18 Infatti, dov’è molta saggezza c’è molto affanno, e chi accresce la sua scienza accresce il suo dolore.

Il Predicatore ci parla un po’ qui di se stesso. Non è uno qualsiasi; è il re d’Israele, il figlio di Davide, Salomone, rinomato per la sua smisurata sapienza. Ciò che egli scrive qui, ci dice, è frutto di una lunga ricerca che, come re, ha potuto fare in quasi ogni ambito della vita umana. Il Predicatore è uno che, grazie alla sua grandissima intelligenza, riesce a penetrare nei misteri e nelle questioni più profondi della vita. E alla fine egli arriva a dire solo e ripetutamente: “tutto è vanità”. Usa anche l’espressione suggestiva: tutta la nostra vita è come “un correre dietro al vento”, un’attività del tutto futile? Chi può afferrare il vento? Chi, analogamente, può afferrare un senso in questa vita? Non è che stiamo tutti cercando qualcosa di più, che ciò che abbiamo non ci sembra mai sufficiente, che pensiamo sempre: “Sarei felice se avessi questo o se fossi così”? Anche se troviamo un po’ di soddisfazione o di serenità, non è vero che prima o poi e in qualche modo lo perdiamo?

C) La vanità nel ricercare la felicità (2:1-11)

1Io ho detto in cuor mio: «Andiamo! Ti voglio mettere alla prova con la gioia, e tu godrai il piacere!» Ed ecco che anche questo è vanità. Io ho detto del riso: «È una follia», e della gioia: «A che giova?» Io presi in cuor mio la decisione di abbandonare la mia carne alle attrattive del vino e, pur lasciando che il mio cuore mi guidasse saggiamente, di attenermi alla follia, per vedere ciò che è bene che gli uomini facciano sotto il cielo, durante il numero dei giorni della loro vita. Io intrapresi grandi lavori: mi costruii case, mi piantai vigne, mi feci giardini e parchi, e vi piantai alberi fruttiferi di ogni specie; mi costruii stagni per irrigare con essi il bosco dove crescevano gli alberi. Comprai servi e serve ed ebbi dei servi nati in casa; ebbi pure greggi e armenti in gran numero, più di tutti quelli che erano stati prima di me a Gerusalemme. Accumulai argento, oro e le ricchezze dei re e delle province; mi procurai dei cantanti e delle cantanti e ciò che fa la delizia dei figli degli uomini, cioè donne in gran numero. Così divenni grande e superai tutti quelli che erano stati prima di me a Gerusalemme; la mia saggezza rimase essa pure sempre con me. 10 Di tutto quello che i miei occhi desideravano io nulla rifiutai loro; non privai il cuore di nessuna gioia, poiché il mio cuore si rallegrava di ogni mia fatica, ed è la ricompensa che mi è toccata di ogni mia fatica. 11 Poi considerai tutte le opere che le mie mani avevano fatte, e la fatica che avevo sostenuto per farle, ed ecco che tutto era vanità, un correre dietro al vento, e che non se ne trae alcun profitto sotto il sole.

“Ma”, qualcuno potrebbe dire, “così la pensi tu, ma io sarei felice se avessi più soldi, se fossi più bello, se trovassi un lavoro migliore, se avessi una famiglia”. A questa persona il Predicatore risponderebbe: “Allora stammi a sentire. Ti posso assicurare che è così, che la vita umana è solo un correre dietro al vento, perché io ho vissuto al massimo tutte le cose in cui il genere umano cerca la felicità.” Poi si spiega: io mi sono dato sfrenatamente a tutti i piaceri che si trovano sotto il sole. Mi sono permesso a vivere una vita folle, spensierata, assistita da grandi quantità di vino. Ho costruito cose a non finire: case, palazzi, vigne, giardini, parchi. Sono diventato il più ricco nel mondo, con servi e serve sempre pronti a soddisfare ogni mia esigenza o desiderio. (La Bibbia infatti racconta come Salomone diventò così ricco che l’argento valesse come dei sassi.) Mi sono circondato dalla musica, dall’arte, da ogni tipo di intrattenimento e divertimento. Poi ho goduto dell’amore di tantissime donne (La Bibbia racconta inoltre che a un certo punto Salomone aveva 700 mogli e 300 concubine). Ho avuto sempre nel mio letto le donne più belle nel regno. Io, infatti, ho potuto soddisfare ogni mio desiderio. Non sapevo il significato della parola “no”. Ho fatto o acquistato ogni cosa che volevo. E la conclusione? Tutto è vanità, un correre dietro al vento.

D) La sorte inevitabile (2:12-23)

12 Allora mi misi a esaminare la saggezza, la follia e la stoltezza. – Che farà l’uomo che succederà al re? Quello che già è stato fatto. – 13 E vidi che la saggezza ha un vantaggio sulla stoltezza, come la luce ha un vantaggio sulle tenebre. 14 Il saggio ha gli occhi in testa, mentre lo stolto cammina nelle tenebre; ma ho riconosciuto pure che tutti e due hanno la medesima sorte. 15 Perciò ho detto in cuor mio: «La sorte che tocca allo stolto toccherà anche a me; perché dunque essere stato così saggio?» E ho detto in cuor mio che anche questo è vanità. 16 Infatti, tanto del saggio quanto dello stolto non rimane ricordo eterno; poiché nei giorni futuri tutto sarà da tempo dimenticato. Purtroppo il saggio muore, al pari dello stolto! 17 Perciò ho odiato la vita, perché tutto quello che si fa sotto il sole mi è divenuto odioso, poiché tutto è vanità, un correre dietro al vento. 18 Ho anche odiato ogni fatica che ho sostenuta sotto il sole, e di cui debbo lasciare il godimento a colui che verrà dopo di me. 19 Chi sa se egli sarà saggio o stolto? Eppure sarà padrone di tutto il lavoro che io ho compiuto con fatica e con saggezza sotto il sole. Anche questo è vanità. 20 Così sono arrivato a far perdere al mio cuore ogni speranza su tutta la fatica che ho sostenuta sotto il sole. 21 Infatti, ecco un uomo che ha lavorato con saggezza, con intelligenza e con successo, e lascia il frutto del suo lavoro in eredità a un altro, che non vi ha speso nessuna fatica! Anche questo è vanità, è un male grande. 22 Allora che profitto trae l’uomo da tutto il suo lavoro, dalle preoccupazioni del suo cuore, da tutto ciò che gli è costato tanta fatica sotto il sole? 23 Tutti i suoi giorni non sono che dolore, la sua occupazione non è che fastidio; perfino la notte il suo cuore non ha posa. Anche questo è vanità.

Ma perché questa conclusione deprimente? Perché Salomone non è riuscito a trovare una soddisfazione durevole? E perché affronta onestamente ciò con cui ogni essere umano deve fare i conti, il grande livellatore di tutti quanti, tanto i ricchi quanto i poveri, tanto i potenti quanto i deboli: la morte. Tu potresti diventare il padrone del mondo, o potresti trovarti in una baraccopoli, ma alla fine finisci sempre lo stesso. Poco fa è morto Hugh Hefner, il fondatore di Playboy. Per molti, soprattutto gli uomini, lui viveva un sogno: era ricco sfondato, circondato sempre dalle donne più belle e disponibili, quasi il re di un impero. Ma ora? Ora è sottoterra, marcendo come tutti gli altri. E allora, che cosa gli giovano adesso le sue ricchezze, le sue donne, il suo potere? Tra cento o due cento anni, cosa sarà se non polvere e forse un paragrafo in un libro di storia culturale? Magari ha avuto qualche piacere in più rispetto ad altre persone, ma alla fine che significato ha veramente? Lui è passato, e il mondo va avanti come è sempre andato avanti e come andrà sempre avanti anche dopo che i 7,5 miliardi di persone che ora coprono la faccia della terra sono morti tutti.

2) Oltre il Sole (2 Corinzi 4:7-18)

Qualcuno forse sta pensando: “Ma è la Bibbia che parla così? Ero già giù di morale, e speravo di sentire delle belle parole per tirarmi su, ma invece mi sento ancora peggio!” È vero che la Bibbia ci dice tante belle parole, ma le dice senza far finta che la vita sia sempre bella. No, la Bibbia affronta le realtà della vita così come sono, senza ottimismi falsi o superficiali. Il libro di Ecclesiaste mira a sbarazzarci delle illusioni a cui ricorriamo per poter farci sentire meglio ma che prima o poi ci deluderanno. In effetti, il messaggio dell’Ecclesiaste è riassunto da Gesù quando disse: “Che giova all’uomo se guadagna tutto il mondo ma perde l’anima sua?” (Marco 8:36). Finché cerchiamo il senso della vita in ciò che si trova sotto il sole, anche se guadagnassimo tutto il mondo, scopriremo che, come canta Vasco Rossi, “questa vita un senso non ce l’ha”.

A) Tutto ha un senso (7-11)

Ma noi abbiamo questo tesoro in vasi di terra, affinché questa grande potenza sia attribuita a Dio e non a noi. Noi siamo tribolati in ogni maniera, ma non ridotti all’estremo; perplessi, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; atterrati, ma non uccisi; 10 portiamo sempre nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo; 11 infatti, noi che viviamo siamo sempre esposti alla morte per amore di Gesù, affinché anche la vita di Gesù si manifesti nella nostra carne mortale.

Che diremo dunque? Se non possiamo trovare un senso o una speranza sotto il sole, è logico che dobbiamo cercare altrove, cioè oltre il sole. E qui in 2 Corinzi 4 l’apostolo Paolo ci invita a considerare com’è possibile farlo. In primo luogo, Paolo ci fa vedere una vita diversa, una vita che, pur essendo vissuta “sotto il sole”, supera le solite fatiche e vanità del solito correre dietro al vento. È una vita ancora suscettibile alla tribolazione, alla perplessità, alla persecuzione, alla paura, e alla morte. Eppure è anche una vita trionfante mai ridotta all’estremo, mai disperata, mai abbandonata, mai uccisa, mai morte neanche quando muore. In altre parole, è una vita in cui tutto, persino le prove e le sofferenze, ha un senso. Vi sembra strana questa vita? Vi sembra paradossale, o forse anche impossibile? Paolo qui vuole convincerci che non lo è, che una tale vita è alla portata di tutti noi, non perché riusciamo a farcela noi, ma perché è quella che è già nostra in Gesù Cristo, di cui dobbiamo solo renderci conto e con fiducia cominciare a vivere.

B) Qualcosa di nuovo sotto il sole (vv.12-15)

12 Di modo che la morte opera in noi, ma la vita in voi. 13 Siccome abbiamo lo stesso spirito di fede, secondo ciò che è scritto: «Ho creduto, perciò ho parlato», anche noi crediamo, perciò parliamo, 14 sapendo che colui che risuscitò il Signore Gesù risusciterà anche noi con Gesù, e ci farà comparire con voi alla sua presenza. 15 Tutto ciò infatti avviene per voi, affinché la grazia che abbonda per mezzo di un numero maggiore di persone moltiplichi il ringraziamento alla gloria di Dio.

Ma come? Magari ci sembra troppo semplice, troppo facile, mentre la vita è dura e complicata. Ma tutto cambia nel momento in cui scopriamo che finalmente c’è qualcosa di nuovo “sotto il sole”, cioè Dio stesso che in Gesù viene da “oltre il sole” per irrompere nel perenne ciclo della vanità, del correre dietro al vento. È la risurrezione di Gesù — la sua vittoria quando ha fatto morire la morte e l’ha sepolta nella sua tomba — che ha aperto una breccia in quel muro che ci ha sempre tenuto schiavi. In 1 Tessalonicesi 4 (vv.14,16-17) Paolo afferma: “Infatti, se crediamo che Gesù morì e risuscitò, crediamo pure che … il Signore stesso … scenderà dal cielo, e … risusciteranno i morti in Cristo … e così saremo sempre con il Signore.” Per questo motivo, Paolo dice ancora, “non siate tristi come gli altri che non hanno speranza…. Consolatevi dunque gli uni gli altri con queste parole” (vv.13,18). Che speranza! Che certezza! Quanto cambierebbe la nostra vita se solo fossimo veramente convinti di questo, e dovremmo esserlo perché Gesù stesso è la prova. Egli è risorto, e vive ancora! Ora, se siamo morti con Cristo, crediamo pure che vivremo con lui, sapendo che Cristo, risuscitato dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui” (Rom. 6:8-9).

C) Il peso della gloria (vv.16-18)

16 Perciò non ci scoraggiamo; ma, anche se il nostro uomo esteriore si va disfacendo, il nostro uomo interiore si rinnova di giorno in giorno. 17 Perché la nostra momentanea, leggera afflizione ci produce un sempre più grande, smisurato peso eterno di gloria, 18 mentre abbiamo lo sguardo intento non alle cose che si vedono, ma a quelle che non si vedono; poiché le cose che si vedono sono per un tempo, ma quelle che non si vedono sono eterne.

Arriviamo al dunque. Insieme all’apostolo Paolo, anche noi possiamo dichiarare: “Non ci scoraggiamo!” Alla luce della risurrezione di Gesù (che comprende e garantisce la nostra), ogni nostra afflizione, per quanto sia straziante o insopportabile, è in realtà solo momentanea e leggera. Sappiamo questo perché come Gesù è stato esaltato sopra ogni cosa a motivo delle sue incomprensibili sofferenze nel portare tutti i peccati del mondo, così noi otterremo un smisurato peso eterno di gloria in proporzione alle afflizioni temporanee che abbiamo vissuto in questa vita. E rispetto a tutta l’eternità, le sofferenze più brutte qui ci sembreranno essere state momentanee e leggere lì. Questo smisurato peso di gloria non lo vediamo adesso; ecco perché Paolo ci esorta a fissare lo sguardo su ciò che non si vede. Ciò che vediamo a destinato a passare; ciò che non vediamo — la nostra vita nascosta con Cristo in Dio — è destinato a rimanere per sempre una volta che Cristo si rivela dal cielo. In quel giorno, guarderemo indietro a questa vita “sotto il sole”, e vedremo che tutto aveva un senso, che Dio ha convertito ogni male in bene, e nulla, proprio nulla, è andato sprecato. Amen!

“Io Sono la Risurrezione e la Vita”: Una Riflessione su Giovanni 11 per la Pasqua

Giovanni 11: Io Sono la Risurrezione e la Vita

Quando si tratta di fare una riflessione per la Pasqua, è difficile scegliere un brano biblico specifico, perché ce n’è sono così tanti belli che parlano della risurrezione! Per oggi ho scelto uno dei miei racconti preferiti, uno che non smette mai di lasciarmi stupito e meravigliato. Questo è il racconto in cui Gesù risuscita il suo caro amico Lazzaro dai morti. Questo racconto ci dà conforto e incoraggiamento, sì, ma è anche vero che lo fa solo dopo averci portato attraverso ciò che il salmista chiama “la valle dell’ombra della morte”.

Qui siamo nel vangelo secondo Giovanni, all’undicesimo capitolo, quasi la metà del libro. Ricordiamoci che il vangelo significa “buona notizia”, il lieto annuncio della persona e dell’opera di Gesù Cristo a nostro favore. Il fatto che sia una narrativa ci aiuta a capire questo: una narrativa non ci dice ciò che dobbiamo fare noi ma ciò che è stato già fatto da un altro. Giovanni esplicita, infatti, il suo obiettivo nello scrivere questo vangelo nel 20:30-31:

Ora Gesù fece in presenza dei {suoi} discepoli molti altri segni, che non sono scritti in questo libro; ma questi sono stati scritti affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome.

I “segni” a cui Giovanni si riferisce qui sono appunto i segni miracolosi attraverso i quali Gesù ha rivelato la gloria di Dio e qual è il suo benevolo proposito nei nostri confronti. La risurrezione di Lazzaro rappresenta il culmine, prima della crocifissione di Cristo, di questi segni. Quando, dunque, vediamo Gesù agire e sentiamo Gesù parlare nel modo in cui solo 28d38f390de3279c23ec91a42c48f025lui è capace, vediamo e sentiamo Dio che dona se stesso per noi e per la nostra salvezza.

In questo capitolo, rimangono solo pochi giorni prima della crocifissione. Vediamo infatti che sarà dopo questo miracolo che i capi religiosi impiegheranno tutte le loro forze per mettere Gesù finalmente a morte. Tuttavia, sarà proprio per mezzo di questo terribile gesto che Gesù toglierà i peccati del mondo e conquisterà la morte una volta per sempre. Se Adamo ha fatto entrare la morte e la corruzione nel mondo attraverso il suo peccato, qui vediamo il vero Adamo, l’ultimo Adamo, che rovescia tutto ciò e fa nascere la nuova creazione, liberata da ogni traccia di male, maledizione, e morte. Quando Gesù fa scoppiare la tomba la mattina della Pasqua con la sua vita indistruttibile, dà anche inizio a questo nuovo mondo che Dio ha sempre pianificato. Queste sono infatti le prime parole con cui Giovanni comincia il vangelo:

Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei, e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini. La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta. (1:1-5)

Guardando adesso il testo, vediamo che questa storia che Giovanni racconta come testimone oculare si incentra su Gesù, Lazzaro, e le sue sorelle, Marta e Maria. Gesù, infatti, vuole creare e fortificare in loro la fede che porta alla vita eterna: “Chi crede in me, anche se muore, vivrà” (v.25). Ricordiamo, però, che l’intenzione di Giovanni è quella di suscitare anche in noi la fede in Gesù, raccontandoci questo miracolo come se ci fossimo stati anche noi. Siamo dunque tanto coinvolti quanto lo erano loro.

La prima cosa che ci colpisce in questo brano è lo strano amore di Gesù. Perché uno strano amore? Notiamo come Gesù, quando sente che il suo molto amato amico Lazzaro sta male, proprio alla soglia della morte, decide di trattenersi ancora due giorni dove si trova. Strano no? Giovanni menziona due volte (vv.3,5) quanto Gesù ama Lazzaro, e anche Marta e Maria, le sue sorelle. Allora, se Gesù ama veramente Lazzaro e le sue sorelle, e ha anche il potere di guarirlo e salvargli la vita, perché si trattiene ancora due giorni in modo che Lazzaro muoia? Sembra strano, no? Più strano, però, è come Giovanni afferma che il motivo per cui Gesù non va subito ma lascia morire Lazzaro è proprio perché Gesù lo ama (vv.5-6)! Questo è davvero uno strano, stranissimo modo di mostrare l’amore. Se fossi stato io Gesù in quel momento, sarei andato subito per guarirlo prima che morisse! Non è così che l’amore agisce? A questo punto, dobbiamo ricordarci che non possiamo costringere Gesù a conformarsi alla nostra idea dell’amore, ma dobbiamo guardarlo e ascoltarlo mentre lui ci fa capire cosa significa l’amore veramente.

La seconda cosa che ci commuove è la sovranità piangente di Gesù. Abbiamo già visto che Gesù dirige e comanda questa situazione. Marta e Maria possono implorarlo a venire prima che Lazzaro muoia, ma non possono forzarlo. È Gesù che decide di aspettare, di lasciar morire Lazzaro, e di arrivare solo quando “è troppo tardi”. “Appena Maria fu giunta dov’era Gesù e lo ebbe visto, gli si gettò ai piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto».” (v.32). È Gesù che ha permesso questo. Eppure notiamo cosa succede quando arriva davanti alla tomba di Lazzaro (vv.33-35):

Quando Gesù la vide piangere, e vide piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, fremette nello spirito, si turbò e disse: «Dove lo avete deposto?» Essi gli dissero: «Signore, vieni a vedere!» Gesù pianse.

Per me, il versetto 35, anche se solo due parole, è una delle più profonde dichiarazioni in tutta la Scrittura. Non vediamo in Gesù, e in lui Dio, un sovrano che comanda ma che rimane distante, indifferente. Vediamo invece un Dio che piange, estremamente turbato da ciò che è avvenuto. Il linguaggio qui è molto forte; Giovanni dice che Gesù si arrabbia, freme nel profondo del suo spirito, per la morte del suo amico. Gesù si arrabbia per il fatto che la morte esista, che metta fine alla vita umana, togliendo dal mondo i nostri cari e spaccandoci il cuore. Sbalorditivo, no? Come mai può Gesù reagire così quando è stato lui ad aver creato questa situazione?

A questo punto, difficilmente possiamo trovare una risposta soddisfacente. A volte la Bibbia ci confronta con verità davanti alle quali possiamo soltanto chiudere la bocca, cadere in ginocchia, e confessare che Dio è più grande di ogni nostra comprensione. Anche se siamo sul precipizio di un insondabile mistero, possiamo almeno dire questo: Dio non permette mai che passiamo attraverso una sofferenza che egli stesso non è disposto a subire. Spesso non possiamo arrivare al “perché” delle prove e delle difficoltà che viviamo in questa valle di lacrime, ma sappiamo sempre questo: Dio piange con noi, il suo cuore si spacca come il nostro, freme nel profondo del suo essere quando vede le orrende conseguenze del peccato e del male nel mondo. In Gesù, Dio è certamente sovrano sulle nostre sofferenze, ma è anche Emanuele, “Dio con noi”, nelle nostre sofferenze. E non solo: si impegna completamente, dedica tutto se stesso per rimediare al tempo opportuno.

Questo fatto diventa molto chiaro quando osserviamo che è proprio a causa del compiere questo miracolo che i capi religiosi si dedicano più che mai a cercare di uccidere Gesù. Quindi, abbiamo un grande scambio: Gesù che è la vita dà vita a Lazzaro il morto, ma lo fa solo al prezzo della sua propria vita. Sì, Gesù ha permesso a Lazzaro di morire, ma l’ha fatto con l’intenzione di prendere su di sé quella stessa morte per dare a Lazzaro, e a tutti coloro che credono nel suo nome, la risurrezione e la vita eterna. Infatti, Dio non ci lascia vivere nessuna sofferenza che egli stesso non prende su di sé per redimerla, per così dire, dall’interno.

Questo è infatti la terza cosa che incontriamo in questa storia, forse la cosa più importante (vv.26-27):

Marta dunque disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto; {ma} anche adesso so che tutto quello che chiederai a Dio, Dio te lo darà». Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà». Marta gli disse: «Lo so che risusciterà, nella risurrezione, nell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà, e chiunque vive e crede in me, non morirà mai. Credi tu questo?»

Notiamo bene: Gesù dice, “Io sono la risurrezione e la vita”. Non dice: “Io do risurrezione e vita” (come Marta pensa succederà solo nell’ultimo giorno), ma “Io sono…”. In tutto il vangelo di Giovanni, sentiamo Gesù pronunciare queste parole ripetutamente: “Io sono il pane della vita”, “Io sono la luce del mondo”, “Io sono il buon pastore”. Questi “Io sono” richiamano il nome di Dio nell’Antico Testamento, Yaveh, “Io sono colui che sarò”. È qui che Gesù dà contenuto a questo “sarò”. La Parola diventata carne, Dio con noi, Gesù Cristo è la risurrezione e la vita. Non corriamo da Gesù per ottenere la vita eterna; corriamo da Gesù perché lui è vita eterna, e ottenendo lui, otteniamo anche la vita. Il dono della vita eterna non è separabile dalla persona di Gesù Cristo. Come Giovanni afferma nella sua prima lettera (5:11-12):

E la testimonianza è questa: Dio ci ha dato la vita eterna, e questa vita è nel Figlio suo. Chi ha il Figlio ha la vita; chi non ha il Figlio di Dio, non ha la vita.

Tutto qui. Ecco perché Marta risponde alla domanda di Gesù dicendo (v.27): “Sì, Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che doveva venire nel mondo”. È Gesù stesso, tutto quello che lui è come Figlio di Dio e figlio d’uomo uniti in una sola persona che è la nostra risurrezione e vita. In lui, e in lui solo, troviamo la riconciliazione con Dio e la certezza della nuova creazione in cui la malattia e la morte non ci saranno più. Se abbiamo Gesù, abbiamo tutto. Se non abbiamo Gesù, non abbiamo niente.

La quarta e ultima cosa che vogliamo capire qui è come possiamo “avere Gesù”. Nella sua incarnazione, Gesù è diventato ossa delle nostre ossa e carne della nostra carne, ma per conoscerlo personalmente come la nostra risurrezione e la nostra vita, per trovarci in lui, dobbiamo diventare anche noi ossa delle sue ossa e carne della sua carne. Dobbiamo, in altre parole, essere uniti personalmente, realmente con lui affinché tutto ciò che egli è diventi anche nostro. Com’è possibile?

Scopriamo la risposta nei versetti 43-44:

Detto questo, gridò ad alta voce: «Lazzaro, vieni fuori!» Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti da fasce, e il viso coperto da un sudario. Gesù disse loro: «Scioglietelo e lasciatelo andare».

Che meraviglia! Gesù riuscita il morto Lazzaro con solo tre parole! Ma che potere è questo, che i morti risuscitano alla voce di Gesù Cristo! Non dovremmo sorprenderci però, perché Giovanni ci ha già preparato per contemplare questo potere. Gesù non è altro che la Parola che era nel principio, la Parola attraverso la quale tutte le cose sono state create. “Dio disse…e così fu”! Non dovremmo aspettarci che la Parola che ha creato l’universo non abbia il potere di chiamare all’esistenza una nuova creazione dalle ceneri della morte? Le parole di Gesù sono potenti da risuscitare Lazzaro dai morti perché Gesù stesso è la Parola di Dio. Cioè nella parola di Gesù incontriamo personalmente la Parola divina e creatrice che è Gesù. Quando egli parla a noi, non ci comunica solo parole riguardo a se stesso; è se stesso che egli ci comunica! Non sono solo informazioni che recepiamo nelle parole di Gesù ma la sua persona!

In quanto la Parola di Dio, la persona di Gesù è identica alla sua parola, è attraverso la sua parola che siamo uniti a lui e resi partecipi alla sua risurrezione e vita eterna. Ciò che è accaduto a Lazzaro è ciò che accade anche a noi quando diamo vero ascolto alla parola di Cristo: noi che eravamo morti nei nostri peccati, siamo riuscitati a camminare in novità di vita in anticipo della risurrezione nell’ultimo giorno. Attenzione: non siamo noi che possiamo risuscitarci; perciò invano cerchiamo la capacità in noi stessi di poter ascoltare e credere alla parola di Cristo. No, è la parola di Cristo che crea in noi la fede nel momento in cui la incontriamo, com’anche ha creato l’intero universo. “La fede viene da ciò che si ascolta, e ciò che si ascolta viene dalla parola di Cristo” (Rom. 10:17).

In conclusione, possiamo capire il “perché” dello strano amore che Gesù ha mostrato nei confronti di Lazzaro e che continua a mostrare anche nei nostri (vv.4,15,40):

Questa malattia non è per la morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio sia glorificato…. e per voi mi rallegro di non essere stato là, affinché crediate… Non ti ho detto che se credi, vedrai la gloria di Dio?

Ci sono due lezioni importanti da imparare qui. Prima, è evidente che secondo Gesù, abbiamo un bisogno più grande di semplicemente stare bene, di essere guariti, e anche di essere salvati dalla morte! Qual è questo bisogno? È quello di vedere la gloria di Dio rivelata in Gesù Cristo, e nel vedere la sua gloria, di essere risuscitati come Lazzaro alla fede in lui. Tutti moriranno; persino Lazzaro è morto di nuovo alla fine. Solo quando siamo uniti personalmente con Gesù che è la risurrezione e la vita, colui che nella nostra carne e nel nostro posto ha attraversato la valle dell’ombra della morte e uscito dall’altra parte il vincitore, che possiamo avere la certezza che anche se moriamo, vivremo per sempre! Quando siamo uniti a Cristo per fede nella sua parola, sappiamo che la sua risurrezione il giorno della Pasqua sarà anche la nostra; a noi sarà dato di partecipare a una risurrezione e una vita indistruttibile come le sue.

Secondo, se questo è il nostro bisogno più grande, significa che ciò che serve per portarci a Cristo, nonostante quanto può essere difficile e doloroso, è un segno dell’amore di Dio per noi. Immaginiamo che cosa sarebbe successo se Gesù fosse arrivato in tempo per guarire Lazzaro. Certo sarebbe stato un miracolo, ma non forse uno che un altro dottore molto bravo avrebbe potuto fare. Mentre Lazzaro era vivo, la sua guarigione rimaneva sempre nell’ambito del “possibile”, umanamente parlando. La sua morte, però, ha reso il suo recupero impossibile. Ma è stata proprio l’impossibilità della situazione che ha permesso alla gloria di Cristo di brillare molto di più. Se Gesù avesse intervenuto prima, non avrebbe avuto l’occasione di rivelare il suo potere sulla morte, e gli altri non avrebbero ottenuto una speranza incrollabile. È quando siamo in mezzo alle tenebre della morte che possiamo vedere più chiaramente la luce della vita che le tenebre non possono mai sopraffare. Questo è infatti ciò che la croce di Cristo ci insegna: è l’avvenimento più terribile nella storia umana — l’uccisione del Figlio di Dio — che ha compiuto la salvezza del mondo.

Dunque, quando ci guardiamo attorno e vediamo solo morte, fidiamoci comunque del Dio che in Gesù risuscita i morti. Non disperiamoci, perché ogni nostra sofferenza servirà alla gloria di Dio e al nostro bene eterno. Rallegriamoci anche quando Dio non sembra “essere stato là”, perché è in quel momento che vuole mostrarci la grandezza del suo amore per noi e la potenza della sua parola che opera a nostro favore.