Esodo 3: Io Sono il Signore

3:1 Mosè pascolava il gregge di Ietro suo suocero, sacerdote di Madian, e, guidando il gregge oltre il deserto, giunse alla montagna di Dio, a Oreb. L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco, in mezzo a un pruno. Mosè guardò, ed ecco il pruno era tutto in fiamme, ma non si consumava. Mosè disse: «Ora voglio andare da quella parte a vedere questa grande visione e come mai il pruno non si consuma!» Il Signore vide che egli si era mosso per andare a vedere. Allora Dio lo chiamò di mezzo al pruno e disse: «Mosè! Mosè!» Ed egli rispose: «Eccomi». Dio disse: «Non ti avvicinare qua; togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo sacro». Poi aggiunse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe». Mosè allora si nascose la faccia, perché aveva paura di guardare Dio.

Il Signore disse: «Ho visto, ho visto l’afflizione del mio popolo che è in Egitto e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; infatti conosco i suoi affanni. Sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso, in un paese nel quale scorre il latte e il miele, nel luogo dove sono i Cananei, gli Ittiti, gli Amorei, i Ferezei, gli Ivvei e i Gebusei. E ora, ecco, le grida dei figli d’Israele sono giunte a me; e ho anche visto l’oppressione con cui gli Egiziani li fanno soffrire. 10 Or dunque va’; io ti mando dal faraone perché tu faccia uscire dall’Egitto il mio popolo, i figli d’Israele». 11 Mosè disse a Dio: «Chi sono io per andare dal faraone e far uscire dall’Egitto i figli d’Israele?» 12 E Dio disse: «Va’, perché io sarò con te. Questo sarà il segno che sono io che ti ho mandato: quando avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, voi servirete Dio su questo monte».

13 Mosè disse a Dio: «Ecco, quando sarò andato dai figli d’Israele e avrò detto loro: “Il Dio dei vostri padri mi ha mandato da voi”, se essi dicono: “Qual è il suo nome?” che cosa risponderò loro?» 14 Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono». Poi disse: «Dirai così ai figli d’Israele: “L’io sono mi ha mandato da voi”». 15 Dio disse ancora a Mosè: «Dirai così ai figli d’Israele: “Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe mi ha mandato da voi”. Tale è il mio nome in eterno; così sarò invocato di generazione in generazione.

16 Va’, raduna gli anziani d’Israele e di’ loro: “Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abraamo, d’Isacco e di Giacobbe mi è apparso, dicendo: ‘Certo, io vi ho visitati, ho visto quello che vi fanno in Egitto 17 e ho detto: Io vi farò uscire dall’Egitto, dove siete maltrattati, verso il paese dei Cananei, degli Ittiti, degli Amorei, dei Ferezei, degli Ivvei e dei Gebusei, in un paese nel quale scorre il latte e il miele’”. 18 Essi ubbidiranno alla tua voce e tu, con gli anziani d’Israele, andrai dal re d’Egitto e gli direte: “Il Signore, il Dio degli Ebrei, ci è venuto incontro; perciò lasciaci andare per tre giornate di cammino nel deserto, per offrire sacrifici al Signore, nostro Dio”. 19 Io so che il re d’Egitto non vi concederà di andare, se non forzato da una mano potente. 20 Io stenderò la mia mano e colpirò l’Egitto con tutti i miracoli che io farò in mezzo a esso; dopo questo, vi lascerà andare. 21 Farò sì che questo popolo trovi favore presso gli Egiziani e, quando ve ne andrete, non ve ne andrete a mani vuote; 22 ma ogni donna domanderà alla sua vicina e alla sua coinquilina degli oggetti d’argento, degli oggetti d’oro e dei vestiti. Voi li metterete addosso ai vostri figli e alle vostre figlie, e così spoglierete gli Egiziani».

1) La Rivelazione del Dio d’Israele

Il brano che consideriamo oggi è importantissimo per quanto riguarda la giusta comprensione di Dio, e così si è dimostrato lungo la storia. È qui in questo capitolo che, nel deserto e tramite una voce che parla in mezzo a un pruno ardente, Dio rivela il suo nome proprio. Questo nome, ritenuto impronunciabile dagli ebrei, è tradotto nelle nostre Bibbie dal termine SIGNORE, tutto maiuscolo. Questo nome è stato lo stimolo di innumerevoli studi e riflessioni, nonché congetture, speculazioni e fantasticherie sull’essere di Dio. Il nostro compito oggi non è di ripercorrere tutte queste idee e le filosofie derivanti da esse, ma (come sempre quando abbiamo a che fare con la Bibbia) di attenerci strettamente al testo biblico perché è esso che dà testimonianza autorevole della rivelazione di Dio attraverso questo nome.

A) Il contesto di Esodo 3

La prima cosa che notiamo è, contrario a qualsiasi discussione meramente teorica o filosofica, Dio si rivela per nome in un certo contesto, in un determinato luogo e in una specifica situazione. Qui Dio si rivolge a Mosè per chiamarlo come suo servo e mandarlo in Egitto come suo strumento di liberazione. Sappiamo che in questo momento storico, il popolo d’Israele è in schiavitù in Egitto. L’inizio del libro di Esodo spiega così:

1:6 Giuseppe morì, come morirono pure tutti i suoi fratelli e tutta quella generazione. I figli d’Israele furono fecondi, si moltiplicarono abbondantemente, divennero numerosi, molto potenti, e il paese ne fu ripieno.

Sorse sopra l’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe. Egli disse al suo popolo: «Ecco, il popolo dei figli d’Israele è più numeroso e più potente di noi. 10 Usiamo prudenza con esso, affinché non si moltiplichi e, in caso di guerra, non si unisca ai nostri nemici per combattere contro di noi e poi andarsene dal paese». 11 Stabilirono dunque sopra Israele dei sorveglianti ai lavori, per opprimerlo con le loro angherie. Israele costruì al faraone le città che servivano da magazzini, Pitom e Ramses.

12 Ma quanto più lo opprimevano, tanto più il popolo si moltiplicava e si estendeva; e gli Egiziani nutrirono avversione per i figli d’Israele. 13 Così essi obbligarono i figli d’Israele a lavorare duramente. 14 Amareggiarono la loro vita con una rigida schiavitù, adoperandoli nei lavori d’argilla e di mattoni e in ogni sorta di lavori nei campi. Imponevano loro tutti questi lavori con asprezza.

Nonostante l’ordine successivo del faraone di mettere a morte tutti i maschi nati agli ebrei, uno dei bambini ebraici, Mosè, viene salvato e cresce proprio nella casa del faraone finché non deve scappare dopo aver ucciso un egiziano che picchiava uno dei suoi fratelli. Si rifugia nel deserto dove rimane per quarant’anni, ed è lì che Dio lo incontra in Esodo 3, manifestandosi a lui e chiamandolo come strumento di liberazione d’Israele. Dio s’identifica come “il Dio di tuo padre, il Dio di Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe” (v.6), una frase che richiama non solo i patriarchi d’Israele ma anche le promesse fatte loro, promesse che diventano in questo contesto la ragione per cui Dio intende ora intervenire per porre fine alle afflizioni dei discendenti dei patriarchi, e adempiere il suo giuramento di benedirli e dargli “un paese buono e spazioso, in un paese nel quale scorre il latte e il miele” (v.8). Questo è affermato esplicitamente alla fine del capitolo 2 dove leggiamo:

23 Durante quel tempo, che fu lungo, il re d’Egitto morì. I figli d’Israele gemevano a causa della schiavitù e alzavano delle grida; e le grida che la schiavitù strappava loro salirono a Dio. 24 Dio udì i loro gemiti. Dio si ricordò del suo patto con Abraamo, con Isacco e con Giacobbe. 25 Dio vide i figli d’Israele e ne ebbe compassione.

B) La vocazione di Mosè

In Esodo 3, scopriamo che Dio ha scelto Mosè come suo strumento per compiere tutto ciò, e quando poi gli si manifesta nel deserto gli comanda: “ Or dunque va’; io ti mando dal faraone perché tu faccia uscire dall’Egitto il mio popolo, i figli d’Israele” (3:10). Mosè, da parte sua, è molto insicuro ed esita di accettare la sua vocazione, chiedendo a Dio “Chi sono io per andare dal faraone e far uscire dall’Egitto i figli d’Israele?” Il Signore risponde rassicurandolo che “io sarò con te” (v.12), garantendo che non sarà Mosè a farlo ma la potenza di Dio operando per mezzo di lui.

Mosè continua ponendo ancora un’altra domanda che, a questo punto nel dialogo, ha molto senso: “Ecco, quando sarò andato dai figli d’Israele e avrò detto loro: ‘Il Dio dei vostri padri mi ha mandato da voi’, se essi dicono: ‘Qual è il suo nome?’ che cosa risponderò loro?” (v.13). Questa domanda ha senso perché la promessa di Dio: “io sarò con te” è convincente solo nella misura in cui questo Dio è conosciuto. Mosè potrebbe pensare: “Va bene, il Dio d’Israele sarà con me, ma come posso sapere che egli sarà in grado di mantenere le sue promesse, che sarà capace di vincere la grandezza d’Egitto e il potere dei loro dèi? Se non lo è, e io torno in Egitto, mi ammazzeranno! Tantomeno riuscirò a convincere gli ebrei a fidarsi di lui!” Come sempre, ci si fida del Signore solo in quanto si conosce il Signore. È quindi a questo scopo — per farsi conoscere — che Dio risponde con le sue famose parole:

14 Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono». Poi disse: «Dirai così ai figli d’Israele: “L’io sono mi ha mandato da voi”». 15 Dio disse ancora a Mosè: «Dirai così ai figli d’Israele: “Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe mi ha mandato da voi”. Tale è il mio nome in eterno; così sarò invocato di generazione in generazione.

Approfondiamole adesso.

2) L’Io Sono 

Innanzitutto, ci aiuterà sapere qualcosa sulla lingua originale nella quale il libro di Esodo fu redatto, ovvero l’ebraico. Quello che non è immediatamente evidente a noi (a causa della traduzione italiana che stiamo leggendo) lo diventerà se siamo in grado di vederlo nell’ebraico. Possiamo vederlo facilmente, senza diventare esperti della lingua ebraica, se ne sappiamo un paio di caratteristiche importanti.

In primo luogo, le parole in ebraico derivano da una radice di tre lettere (specificamente tre consonanti) che portano il significato fondamentale. A queste tre lettere, poi, si aggiungono vocali, prefissi e suffissi per formare le diverse parti del discorso come verbi, sostantivi, aggettivi e avverbi. Per esempio, le seguenti tre lettere hanno il significato “essere”:

היה

Questa è la radice della dichiarazione di Dio in Esodo 3:14:

אהיה – אשר – אהיה

Io sono – colui che – Io sono

E quando Dio dice a Mosè: “Dirai così ai figli d’Israele: ‘L’Io Sono mi ha mandato da voi'”, la parola tradotta “Io sono” è in ebraico:

אהיה

Guardando la forma dei caratteri, non è difficile vedere che questa parola, un verbo, deriva dalla radice…

היה

…con l’aggiunta di un prefisso. Poi, quando nel v.15 Dio rivela il suo nome proprio, tradotto da “SIGNORE” tutto maiuscolo, la parola ebraica è:

יהוה

…a volte traslitterata così: YHWH.

Nonostante le differenze, si vede facilmente la somiglianza tra la parola “SIGNORE” e la sua radice “essere” in ebraico, una somiglianza che in traduzione resta impercettibile. Il punto è questo: ogni volta che il nome “SIGNORE” si ripete nelle Scritture, la sua forma grafica si ricorda sempre il collegamento con questo capitolo in Esodo, e in particolare con la dichiarazione di Dio: “Io sono colui che sono”. Per chi non legge il testo ebraico, è facile dimenticare questo collegamento, ma ai lettori ebraici esso rimane sempre palese.

Ma che cosa significa questa frase? Questo ci porta alla seconda caratteristica della lingua ebraica che dobbiamo sapere: il verbo “essere” (che abbiamo appena visto sopra) non ha una coniugazione al presente. In altre parole, la frase “io sono” (come appare nella traduzione di Esodo 3:14) non esiste in ebraico come tale. Mentre in italiano una comune domanda e risposta può essere: “Dove sei tu? Io sono a casa”, in ebraico si direbbe invece: “Dove tu? Io a casa”, perché “sei” e “sono” non esistono.

Questo crea ovviamente una difficoltà per comprendere Esodo 3:14. Se “io sono” non esiste in ebraico, che cosa dice realmente? È importante sapere che l’ebraico ha solo due tempi verbali: il perfetto e l’imperfetto. Il perfetto rappresenta un’azione o una condizione già compiuta, che non continua, e perciò viene di solito tradotto col tempo passato. Per esempio, Genesi 1:1 dice: “Nel principio Dio creò i cieli e la terra”. Il verbo tradotto “creò” è in ebraico coniugato al perfetto, perché la creazione dei cieli e la terra è un’azione che Dio ha finito di fare. Per questo, ha senso tradurlo col tempo passato: “creò”. L’imperfetto, invece, rappresenta un’azione o una condizione non compiuta, che si svolge ancora. Da non confondere con l’imperfetto italiano, l’imperfetto ebraico differisce in quanto comprende il presente, e soprattutto, il futuro. Per questo motivo, le traduzioni della Bibbia rendono in generale i verbi ebraici imperfetti appunto con il tempo futuro, come nel Salmo 9:1:

Io celebrerò il Signore con tutto il mio cuore, narrerò tutte le tue meraviglie.

Scopriamo l’importanza di questo discorso quando in Esodo 3:14 notiamo che il verbo “essere” è coniugato all’imperfetto:

אהיה

Questo significa che, come molto studiosi sostengono, Esodo 3:14 dovrebbe tradursi non: “Io sono colui che sono” ma: “Io sarò colui che sarò“. Forse sembra un cambiamento di poco conto, ma non lo è. Se lo parafrasiamo in un modo che tenta di rendere anche il dinamismo dell’ebraico (perché “essere” in ebraico ha una sfumatura più attiva del nostro verbo), possiamo tradurlo così: “Io sarò colui che mi dimostrerò di essere” oppure “colui che farò conoscere“. Se riflettiamo bene su questo, ci accorgeremo di essere lontani anni luce da “Io sono colui che sono”. Quest’ultimo tratta di un dio astratto e statico, che è, che esiste, e basta. È uno cerchio chiuso. Non ci dice nulla di chi è (in modo che possiamo conoscerlo personalmente e così fidarci di lui) ma soltanto che egli è, il mero fatto della sua esistenza. Se, quando chiedo a mio figlio “Perché ti piace questa canzone”, lui mi risponde: “mi piace perché mi piace”, questo non mi dice nulla di più. Sapevo già che gli piaceva. La risposta non è una spiegazione che mi aiuta a capire. È un cerchio chiuso.

Il secondo modo per intendere questa frase, invece, è attivo, vivace e rivelatore: “Io sono colui che mi dimostrerò di essere”. Questo implica azione da parte di Dio, comunicazione, relazione, e sempre più rivelazione di chi è. Dio non è solo l’essere divino che è, ma è colui che si rivela, e che si rivelerà ancora, sempre con l’intenzione di farsi conoscere affinché noi possiamo entrare in comunione con lui e fidarci di lui sempre di più. Questo è un invito a noi da parte di Dio di tenere gli occhi aperti per vedere come lui sta per rivelarsi.

Questo è perché, subito dopo che Dio fa conoscere a Mosè il suo nome, promette nel v.16:

Io vi farò uscire dall’Egitto, dove siete maltrattati, verso il paese dei Cananei, degli Ittiti, degli Amorei, dei Ferezei, degli Ivvei e dei Gebusei, in un paese nel quale scorre il latte e il miele.

Alla domanda di Mosè, Dio risponde in effetti: “Vuoi sapere chi sono? Ti farò vedere chi sono quando libererò il mio popolo dall’Egitto!” Questo è anche perché, dopo l’esodo, Dio si manifesta sul monte Sinai all’intero popolo d’Israele dicendo:

Io sono il Signore, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla casa di schiavitù. (Esodo 20:1)

Dopo l’esodo, Dio non si fa chiamare più solo “il SIGNORE Dio di Abraamo, di Isacco e di Giacobbe” ma anche “Dio che ha fatto uscire Israele dall’Egitto”! In altre parole, Dio non è il dio che semplicemente esiste. Dio è il Dio che si fa conoscere nell’esaudire le suppliche del suo popolo e nel salvarlo dalla schiavitù. Si conosce l’essere di Dio solo nell’operare di Dio.

3) Il Dio di Gesù Cristo

Come possiamo descrivere dunque il Dio che veniamo a conoscere nei termini “Io sarò colui che mi dimostrerò di essere”, e poi nel nome proprio, YHWH (SIGNORE), che ricorda sempre questa frase? Cerchiamo di riassumere i punti salienti.

A) Solo Dio fa conoscere Dio

Se badiamo bene alla frase “Io sarò colui che mi dimostrerò di essere”, il suo significato diventa subito chiaro: “Non potete voi venirmi a conoscere se io non mi faccio conoscere a voi.” “Io sarò colui che mi dimostrerò di essere” vuol dire “Io sono solo colui che io faccio conoscere a voi, cioè non colui che voi pensate che io sia”. Vale a dire: noi come esseri umani non siamo in grado di conoscere Dio tramite i nostri tentativi di conoscerlo. Si radunino tutte le menti più intelligenti e brillanti del mondo e della storia, tutti i filosofi e scienziati e pensatori e studiosi ed esperti, e combinando tutti i loro poteri mentali, non saranno comunque capaci di conoscere Dio neanche nel più minimo dettaglio. “Io sarò colui che mi dimostrerò di essere” è un giudizio contro ogni idea e ogni concezione di Dio che proviene non da Dio ma dall’uomo. Significa che per conoscere Dio veramente, dobbiamo prima rinunciare a tutto quello che di testa nostra pensiamo o crediamo di lui.

Per Mosè e gli ebrei in Egitto, questo era necessario perché le loro idee della divinità erano condizionate dalla mitologia egiziana. È altrettanto necessario per noi oggi, perché le nostre idee di Dio sono condizionate da tanti fattori come il materialismo, il secolarismo e la filosofia occidentale. Ma nonostante i particolari, le idee sul “divino” che hanno tutti gli esseri umani di qualsiasi luogo e di qualsiasi tempo sono condizionate dal peccato a causa del quale, secondo Romani 1, essi “soffocano la verità con l’ingiustizia” e “hanno mutato la gloria del Dio incorruttibile in immagini simili a quelle dell’uomo corruttibile” (vv.18, 23). Detto diversamente, quando l’uomo dice di conoscere “Dio”, non è in realtà Dio che conosce ma il suo opposto: conosce solo è un anti-dio, un’immagine che nella sua mente ha fatto nella sua propria somiglianza.

Ecco perché fallisce ogni obbiezione contro la fede biblica che si basa sul pensiero umano. “Se Dio esistesse, allora farebbe così”. “Se Dio ci amasse veramente, allora non farebbe così”. Quante volte la gente dice di non poter credere in Dio o in Gesù o nella Bibbia per qualche idea o ragione che proviene dalla loro testa! Tutto questo è diametralmente opposto al principio che solo Dio fa conoscere Dio. Di fronte a lui, non possiamo fare altro che tacere e ascoltare, confessando soltanto insieme a Giobbe: “Ecco, io sono troppo meschino; che ti potrei rispondere? Io mi metto la mano sulla bocca” (Giobbe 40:4).

A sostegno di questo principio è il pruno ardente. Un pruno “tutto in fiamme” ma che “non si consuma” non è uno spettacolo comune; anzi è proprio contro natura! È per questo motivo che Mosè s’incuriosisce e si avvicina per vedere: “Ora voglio andare da quella parte e vedere questa grande visione e come mai il pruno non si consuma!” (v.3). Se fosse stato un pruno normale, se fosse stato un fuoco qualsiasi, Mosè non ci avrebbe fatto caso. Ma è proprio lì, davanti al miracolo del pruno ardente, che Mosè si trova nella presenza del Signore. Solo così si viene a conoscere il Signore: non per vie naturali — contemplando il cosmo, filosofeggiando sulla natura della divinità, ragionando in base a ciò che si ritiene di aver senso — no. Si conosce il Signore solo per mezzo del miracolo della rivelazione, quando Dio fa irruzione in mezzo alle nostre vie naturali, quando Dio fa guerra contro tutte le nostre idee di lui e le distrugge, lasciando solo quello che lui ha da dire di se stesso nella sua parola.

B) Dio si fa conoscere solo in relazione al suo popolo

Il secondo punto importante è questo: Dio si fa conoscere solo in relazione al suo popolo. Questo è davvero sbalorditivo e stupendo. Quando Dio si presenta a Mosè, dice così: “Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe” (v.6). Dice di nuovo la stessa cosa legata alla rivelazione del suo nome nel v.15: “Dirai così ai figli d’Israele: ‘Il SIGNORE, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe mi ha mandato da voi'”. E dopo l’esodo, egli sarà “il SIGNORE, il Dio degli ebrei” (v.18).

Che meraviglia! Il SIGNORE, il Dio che è colui che sarà e che non ha bisogno di niente e di nessuno, si degna di far partecipare Abraamo, Isacco, Giacobbe e l’intero popolo d’Israele nella sua propria identità! Lui non è solo “il SIGNORE Dio”, ma “il SIGNORE Dio dei vostri padri…” Ecco perché il nome di Dio SIGNORE è indivisibilmente legato al giuramento con il quale si vincola al suo popolo: egli è certamente Dio senza di noi, ma nel suo grande amore ha deciso di non esserlo! Questo è una parte di quel “mi dimostrerò di essere”: nel coinvolgere il suo popolo nella sua identità, Dio si fa conoscere come il Dio di grazia infinita e amore incondizionato, che dà se stesso in pegno come garanzia delle sue promesse nei nostri confronti. Il nome SIGNORE rivela il Dio che cambia il suo nome, che inserisce il nome del suo popolo nella sua “cartà d’identità”, per far vedere quanto è grande il suo amore verso di esso e quanto è inscindibile la loro relazione. Il nome SIGNORE rivela il Dio che non vuole essere conosciuto solo come “Dio” e basta; vuole essere conosciuto come “Dio di Abraamo, di Isacco, di Giacobbe, di Mosè e degli ebrei”. Insomma, il nome SIGNORE non è un cerchio chiuso (Io sono colui che sono), ma l’identità del Dio che ama il suo popolo così tanto che vuole farsi conoscere solo in relazione con esso. Che privilegio diventare partecipi del nome di Dio!

C) Dio si fa conoscere pienamente in Gesù Cristo

Per il terzo e ultimo punto, torniamo alla nostra precedente osservazione che quando Dio dice: “Io sono colui che mi dimostrerò di essere”, questo anticipava come si sarebbe fatto conoscere liberando Israele dall’Egitto. Il SIGNORE, il nome di Dio, non è, come Esodo 3, un capitolo chiuso a cui non c’è niente da aggiungere. Il nome del SIGNORE significa che c’è molto ancora da vedere, che la piena rivelazione di Dio deve ancora arrivare.

Quando proseguiamo nella Bibbia, scopriamo che il Dio che si fa conoscere in relazione all’umanità: prima il Dio di Abraamo, di Isacco e di Giacobbe, e poi il Dio che liberò Israele dall’Egitto, poi si manifesta pienamente come il Dio di Gesù Cristo. Questo è l’obbiettivo, questa è la meta verso la quale la storia di Esodo ci porta. È in Gesù Cristo che finalmente vediamo pienamente chi è il SIGNORE, colui che si dimostra di essere. Solo Gesù può dire, come in Giovanni 14:9, “Chi ha visto me, ha visto il Padre”. Vedere Gesù, infatti, significa vedere Dio per tutto quello che è. Quando vediamo Gesù, non dobbiamo aver paura che nascosto dietro a lui c’è un altro dio, o una parte di Dio, che ci rimane inaccessibile e inconoscibile.

Così dice Giovanni 1:14:

E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre.

Contemplando la gloria di Gesù, la Parola di Dio, contempliamo la gloria di Dio stesso. Non un’ombra della gloria di Dio, né la gloria di un altro dio. Nel volto di Gesù noi contempliamo la gloria, e tutta la gloria di Dio il SIGNORE. Questo è perché nel Nuovo Testamento, Dio è più spesso identificato così: “Dio Padre del Signore Gesù Cristo”. La piena rivelazione di Dio.

Inoltre, bisogna aggiungere che Gesù è la perfetta rivelazione di Dio a noi solo perché egli è sia pienamente Dio sia pienamente uomo. Se non fosse pienamente Dio, non potrebbe farci conoscere tutta la gloria di Dio, perché come dice Giovanni 1:18:

Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere.

Ricordiamoci: solo Dio è in grado di far conoscere Dio. Ma dall’altra parte, se Gesù non fosse pienamente uomo, non potrebbe far conoscere Dio in un modo a noi umani comprensibile. Ecco perché la Parola di Dio, essendo egli stesso “l’unigenito Dio … nel seno del Padre”, “è diventata carne”: per poter abitare fra di noi e farci contemplare “la sua gloria … come di unigenito dal Padre”.

In vista di tutto questo, quanto di più dovremmo amare il SIGNORE che si è degnato di farsi conoscere in Cristo, facendoci diventare partecipi della sua identità! Quando di più dovremmo fidarci di lui, sapendo che in Cristo Dio ci ama con un amore incondizionato, che elargisce su di noi grazia su grazia su grazia dalla sua fonte infinita, e che non permetterà a nulla, nemmeno al male o al maligno o alla morte, di impedire il compimento di ogni sua promessa a nostro favore. Poiché in Cristo anche i nostri nomi sono inclusi nel nome di Dio (non solo il Dio di Abraamo, di Isacco e di Giacobbe ma anche, in Cristo il Dio di ognuno di noi!), Dio non può essere infedele a noi senza essere infedele a se stesso, tanto è forte e stretto il vincolo che ha stabilito.

Amen!

La Storia della Chiesa in un Anno: Karl Barth e l’Unica Parola di Dio (47/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: Karl Barth e l’Unica Parola di Dio (47/52)

Gesù Cristo è lui stesso questa elezione gratuita di Dio e di conseguenza, la Parola e la decisione divine, l’origine e l’inizio inglobanti in maniera assolutamente esaustiva tutte le altre parole, decisioni, inizi particolari (Karl Barth, La Dottrina dell’Elezione Divina, 305-306).

Nato a Basilea nel 1886, il teologo svizzero Karl Barth rivoluzionò il mondo del XX secolo. Dopo essersi imbevuto della teologia del protestantesimo liberale, Barth venne a rifiutarla quando, come pastore a Safenwil in Svizzera, scoprì che essa non era in grado di rispondere alle problematiche delle persone nella sua chiesa. Avevano bisogno di udire la parola del Dio vero e vivente, non la voce proveniente dai propri cuori.

Quest’epifania portò Barth a mettere l’accento sull’assoluta obiettività della parola di Dio che fa irruzione nella storia e stravolge ogni pensiero, ogni progetto e ogni sistema umano. In particolare, Barth insistette (come avrebbe poi scritto nella Dichiarazione di Barmen) che “Gesù Cristo, cosi come ci viene attestato nella Sacra Scrittura, è l’unica parola di Dio. Ad essa dobbiamo prestare ascolto; in essa dobbiamo confidare e ad essa dobbiamo obbedire in vita ed in morte.”

Durante la sua lunga carriera come professore di teologia presso le università di Münster (1925-1930), Bonn (1930-1935), e Basilea (1935-1962), e poi fino alla sua morte nel 1968, Barth lavorò instancabilmente per applicare questa convinzione a ogni aspetto del pensiero e della vita cristiani. Frutto di circa trent’anni di fatica fu la monumentale ma incompiuta Dogmatica Ecclesiale, un’opera di oltre otto mille pagine suddivise in tredici volumi. Qui Barth espose una visione della fede cristiana incessantemente concentrata sulla persona e sull’opera di Gesù Cristo. Tra i suoi contributi inestimabili si ricordano in particolare i seguenti:

La dottrina della predestinazione (l’elezione): Barth ridimensionò la dottrina, da sempre intensamente dibattuta, della predestinazione in chiave cristologica: Gesù Cristo è sia il Dio che elegge sia l’uomo eletto. Siamo eletti solo perché siamo tali in Cristo che è l’unico vero Eletto di Dio, come siamo figli di Dio solo perché siamo adottati in Gesù l’unico vero Figlio di Dio (Efesini 1:4-5). Così, la dottrina della predestinazione non diventa il “Sì” di Dio ad alcuni e il suo “No” agli altri, ma solo il suo “Sì” a tutti (2 Corinzi 1:18-20). L’elezione è in realtà una persona: Gesù Cristo.

La dottrina della rivelazione: Basandosi sulla verità che Gesù è l’unica via, verità e vita (Giovanni 14:6), Barth negò la possibilità di conoscere Dio se non solo come si rivela in Cristo. L’essere umano non può conoscere Dio tramite le sue capacità ma solo in quanto Dio si fa conoscere per mezzo di Gesù (Giovanni 1:18).

La dottrina delle sacre Scritture: L’enfasi di Barth su Cristo quale unica Parola di Dio influì sulla dottrina delle sacre Scritture. Se Cristo è l’unica vera Parola di Dio, le Scritture lo sono solo in senso secondario, in quante esse rendono testimonianza di lui (Giovanni 5:39). Lungi però dal diminuire l’importanza della Bibbia, Barth l’aumentò, considerandola così non un libro qualsiasi la cui efficacia dipende dalla sua interpretazione, ma come lo strumento per mezzo del quale Gesù Cristo ci incontra e ci parla personalmente.

Romani 1:16-23; 3:9-20

1) La Rivelazione del Peccato Umano (3:9-20)

3:9 Che dire dunque? Noi siamo forse superiori? No, affatto! Perché abbiamo già dimostrato che tutti, Giudei e Greci, sono sottoposti al peccato, 10 com’è scritto: «Non c’è nessun giusto, neppure uno. 11 Non c’è nessuno che capisca, non c’è nessuno che cerchi Dio. 12 Tutti si sono sviati, tutti quanti si sono corrotti. Non c’è nessuno che pratichi la bontà, {no,} neppure uno». 13 «La loro gola è un sepolcro aperto; con le loro lingue hanno tramato frode». «Sotto le loro labbra c’è un veleno di serpenti». 14 «La loro bocca è piena di maledizione e di amarezza». 15 «I loro piedi sono veloci a spargere il sangue. 16 Rovina e calamità sono sul loro cammino 17 e non conoscono la via della pace». 18 «Non c’è timor di Dio davanti ai loro occhi». 19 Or noi sappiamo che tutto quel che la legge dice, lo dice a quelli che sono sotto la legge, affinché sia chiusa ogni bocca e tutto il mondo sia riconosciuto colpevole di fronte a Dio; 20 perché mediante le opere della legge nessuno sarà giustificato davanti a lui; infatti la legge dà la conoscenza del peccato.

La lettera di Paolo ai Romani è stata sempre considerata il suo “capolavoro”, non perché sia quella più ispirata, ma perché è quella più teologicamente densa ed esauriente. È stata la lettera che ha stimolato la conversione di Martin Lutero e la Riforma Protestante. È stata anche la lettera che ha liberato Karl Barth dall’ideologia liberale e l’ha fatto diventare il più cristo-centrico (e quindi il più importante!) teologo protestante del secolo scorso. Potremmo studiare solo questa lettera tutta la vita e mai arrivare a conoscerla fino in fondo.

Ma una peculiarità di questa lettera è la sua enfasi sul peccato, ovvero il potere e l’universalità del male sul genero umano. Secondo Paolo, “non c’è nessun giusto, neppure uno. Non c’è nessuno che capisca, non c’è nessuno che cerchi Dio. Tutti si sono sviati, tutti quanti si sono corrotti. Non c’è nessuno che pratichi la bontà, {no,} neppure uno.” I versetti successivi in vari modi affermano questo senza equivoci: tutti gli esseri umani, senza eccezione, dalla testa ai piedi, sono malati e corrotti dal peccato. Una volta, una tale enfasi non creava tanti problemi, perché tutti accettavano più o meno che il mondo era crudele e che questo era dovuto alla cattiveria umana. Oggi, invece, non piace l’idea che siamo peccatori, o almeno che siamo peccatori come li descrive Paolo in Romani. Ci piace pensare che ci siamo più evoluti, che gli sviluppi scientifici promettano un futuro sempre migliore, che in fondo siamo tutti buoni, e la nostra cattiveria non rappresenta la nostra vera natura. A coloro che la pensano così, la descrizione di Paolo della condizione umana può sembrare esagerata, pessimista, o primitiva. C’è qualcuno che si scandalizza, si offende, e se la prende con Paolo!

Prima di mandare Paolo in manicomio, consideriamo come è arrivato a questa conclusione. In primo luogo, notiamo come questi versetti consistono in citazioni bibliche. Questo ci fa capire che, in parte, Paolo non ha voluto basare le sue idee riguardanti la natura umana sulle sue osservazioni personali, ma sull’insegnamento delle sacre Scritture. Questo sarebbe già ragione sufficiente per adottare, per quanto potrebbe sembrare controintuitivo, la posizione di Paolo. Ma non possiamo fermarci solo qui, perché Paolo non si ferma qui. In realtà, la porzione di Romani che stiamo adesso leggendo costituisce la conclusione della prima parte della sua argomentazione. Paolo stesso ricorda ai lettori che “abbiamo già dimostrato che tutti, Giudei e Greci, sono sottoposti al peccato” (3:9). Prima di scrivere questa catena di citazioni bibliche, Paolo aveva già provato questa conclusione, della quale le citazioni bibliche servono come riassunto. In secondo luogo, dunque, dobbiamo guardare indietro per capire il ragionamento di Paolo. Così faremo, anche se questo approccio differisce dal solito, cioè quello di esporre i brani biblici in ordine. Questa volta, lo capiremo meglio tornando indietro.

2) La Rivelazione dell’Ira di Dio (1:18-23)

18 L’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ingiustizia degli uomini che soffocano la verità con l’ingiustizia; 19 poiché quel che si può conoscere di Dio è manifesto in loro, avendolo Dio manifestato loro; 20 infatti le sue qualità invisibili, la sua eterna potenza e divinità, si vedono chiaramente fin dalla creazione del mondo, essendo percepite per mezzo delle opere sue; perciò essi sono inescusabili, 21 perché, pur avendo conosciuto Dio, non lo hanno glorificato come Dio, né lo hanno ringraziato; ma si sono dati a vani ragionamenti e il loro cuore privo d’intelligenza si è ottenebrato. 22 Benché si dichiarino sapienti, sono diventati stolti, 23 e hanno mutato la gloria del Dio incorruttibile in immagini simili a quelle dell’uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili….

Qui al capitolo 1 e versetto 18, ci troviamo all’inizio dell’argomentazione di Paolo che giunge al culmine nei versetti che abbiamo appena letto. Se 3:9-20 ne costituiscono la conclusione, 1:18-23 ne costituiscono, per così dire, “l’arringa di apertura”. Nel v.18, leggiamo la frase cruciale: “L’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ingiustizia degli uomini che soffocano la verità con l’ingiustizia”. Questa è la frase chiave perché prima di parlare dell’empietà e dell’ingiustizia degli uomini (il motivo per cui Paolo concluderà nel capitolo 3 che tutti si sono corrotti, che non c’è nessuno buono), Paolo parla dell’ira di Dio che si rivela contro queste cose.

In primo luogo, questo vuol dire che la conclusione di Paolo riguardo alla condizione umana non è frutto di qualche sua osservazione o analisi, ma di rivelazione divina. È Dio che ci conosce meglio di noi stessi, perché lui ci ha creato, e scruta ogni cuore sulla faccia della terra. Le Scritture dicono che Dio sa già ogni nostra parola prima che la pronunciamo. Il paziente che si sente bene forse non crede all’inizio quando il dottore gli dice che ha una malattia terminale, ma farebbe bene a ascoltare più l’esperto che le sue percezioni personali. Nello stesso modo, quando Dio ci dice come siamo messi, e che siamo messi veramente male, faremmo bene a dargli retta anche se non ci sembra il caso!

In secondo luogo, Paolo asserisce che la vera condizione umana — corrotta e dannata — è rivelata specificamente dall’ira di Dio che si rivela contro di essa. Bisogna fare attenzione qui, perché non siamo abituati a ragionare in questa maniera. Di solito valutiamo se una determinata reazione è appropriata o meno in proporzione alla causa. Un esempio banale: comprendiamo se una persona urla arrabbiata quando le vengono rubati diecimila euro, ma diciamo che questa persona esagera se urla arrabbiata perché le vengono rubati solo dieci centesimi. Ecco un altro motivo di scandalo, pensiamo che Dio esageri nei nostri confronti quando ci giudica per l’empietà e l’ingiustizia. Ma Paolo capovolge questo ragionamento. Lui dice in effetti: “Non siamo noi a valutare se il giudizio di Dio sia proporzionale al nostro peccato, ma è Dio a farci capire la gravità del nostro peccato in proporzione al suo giudizio!”

In terzo luogo, Paolo è più specifico ancora. Non è chiaro nella traduzione che stiamo usando (la Nuova Riveduta), ma nella Nuova Diodati, il collegamento tra v.18 e quello che precede è esplicito: Perché l’ira di Dio si rivela dal cielo sopra ogni empietà e ingiustizia degli uomini, che soffocano la verità nell’ingiustizia”. La parola “perché” ci segnala che anche questo — cioè il fatto che l’ira di Dio si rivela contro il nostro peccato — è anche esso dovuto a un altro fattore ancora più basilare, e per capirlo dobbiamo andare più indietro e leggere vv.16-17.

2) La Rivelazione della Giustizia di Dio (1:16-17)

16 Infatti non mi vergogno del vangelo; perché esso è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo prima e poi del Greco; 17 poiché in esso la giustizia di Dio è rivelata da fede a fede, com’è scritto: «Il giusto per fede vivrà».

Questi versetti riassumono l’intera lettera ai Romani. Nonostante l’enfasi che Paolo mette sul peccato (perché senza la rivelazione di Dio non sappiamo bene cos’è), la sua enfasi principale è ben diversa. Per Paolo, diagnosticare la condizione corrotta dell’umanità non è un fine a se stesso, ma serve invece per mettere in rilievo la gloria e la potenza del vangelo di Gesù Cristo. Questo comprendiamo dal fatto che la rivelazione dell’ira di Dio contro il peccato umano viene sulla scia della rivelazione della giustizia di Dio nel vangelo, la giustizia che equivale alla “potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede”. Questo ragionamento potrebbe sembrare un po’ complesso, quindi cerchiamo di spiegarlo meglio.

Aiuterà se precisiamo ciò che Paolo non sta facendo. Non parte da una certa prospettiva sul genere umano — in questo caso negativa e pessimista — cercando poi di proporre Gesù Cristo come la soluzione. Il problema inerente a questo approccio è che non convincerà nessuno, compreso Paolo stesso! Nella sua lettera ai Filippesi (3:4b, 6b), Paolo spiega che prima di conoscere Cristo, aveva un’opinione molto positiva delle capacità umane:

Se qualcun altro pensa di aver motivo di confidarsi nella carne, io posso farlo molto di più; io … quanto alla giustizia che è nella legge, [ero] irreprensibile. 

Lungi dall’essere denigratorio verso le capacità umane, Paolo confidava molto “nella carne”, cioè in ciò che lui, e altri come lui, era in grado di fare, di diventare, di essere in base alle proprie forze. Quindi, Paolo stesso una volta sarebbe stato per niente convinto dalla mera asserzione che “non c’è nessun giusto, neppure uno”! Che cosa dunque gli ha fatto cambiare idea? Paolo prosegue in Filippesi 3 dicendo:

Ma ciò che per me era un guadagno, l’ho considerato come un danno, a causa di Cristo (3:7).

Ecco la differenza: a causa di Cristo! Prima di conoscere Cristo, Paolo si riteneva giusto e irreprensibile. Il suo incontro con Gesù, invece, l’ha smascherato per rivelare chi era veramente, come ogni pregio, ogni guadagno, ogni attributo di cui era fiero era in realtà solo un danno!

In Romani 1:16-18, la logica è identica. Paolo è giunto alla conclusione che l’intero genere umano, compreso ogni singolo individuo, è empio e ingiusto, corrotto dal peccato e esposto all’ira di Dio contro di esso, a causa della rivelazione della giustizia di Dio in Cristo, la rivelazione che è trasmessa e annunciata nella predicazione del vangelo. In termini più concreti, possiamo dire che è solo la croce di Cristo, la sua morte per i peccati del mondo, è capace di toglierci l’illusione che siamo “abbastanza bravi e buoni” e rivelarci come essere corrotti, impuri, e impotenti.

Come fa questo? Lo fa così: il giudizio divino versato su Gesù sulla croce, di cui le sue sofferenze atroci erano soltanto un povero riflesso, ha rivelato ciò che spettava a tutti noi. La croce ci fa capire che solo così Dio ci poteva salvare. Non ci poteva dare dei buoni consigli e nuovi comandamenti. Non ci poteva dare solo un buon esempio da seguire. No, Dio è dovuto diventare umano per sostituirsi al nostro posto, per assumere interamente la nostra umanità malata e moribonda per poterla guarire dall’interno. Il fatto che Dio stesso è dovuto morire e poi risuscitare al nostro posto rivela che solo l’intervento più radicale era sufficiente, che non eravamo solo persone difettose da migliorare, ma che eravamo persone morte che dovevano risuscitare!

Faccio un esempio banale. Recentemente parlavo con qualcuno che a un certo punto mi ha detto: “Ti perdono”. E io gli ho risposto: “Ma che dici? Che io sappia, non ti ho fatto del male!” Perché ho reagito così? Ho reagito così perché implicito nel perdono è il giudizio. Se questa persona non avesse giudicato una mia azione come sbagliata, non gli sarebbe venuta in mente l’idea di dovermi perdonare. Ma poiché gli avevo fatto un torto senza accorgermene, sono rimasto sconvolto dal suo “ti perdono”, ed è stato proprio quel “ti perdono” che mi ha fatto capire il torto che io, alla mia insaputa, gli avevo fatto.

Qui, secondo Paolo, è successo qualcosa di simile, ma smisuratamente più grande. Noi nasciamo, cresciamo, viviamo, e sappiamo che non siamo perfetti, certamente, ma non siamo neanche bestie! Rispetto ad altri, non abbiamo mai ucciso nessuno (figuramoci quelli che hanno perpetrato un genocidio!), non abbiamo mai violentato un bambino, non abbiamo mai…., e quindi, tutto sommato, siamo abbastanza a posto. Perciò, nei confronti di Dio (chiunque sia), non pensiamo di avere problemi particolari, perché tanto siamo in genere bravi, e sappiamo che  ci perdonerà quei piccoli sbagli che facciamo.

Ma quando per mezzo del vangelo siamo portati davanti alla croce di Cristo, dove Dio dice di sostituirsi al nostro posto, immedesimandosi nella nostra condizione, caricandosi dei nostri peccati, e subendo il giudizio a cui siamo destinati, ogni nostra presunzione svanisce. Come Paolo dice in Romani 3:19, la croce di Cristo chiude ogni bocca e rendere tutto il mondo colpevole davanti a Dio. Lo scrittore C.S. Lewis ha osservato una volta che se il vangelo è vero, la sua importanza è infinita, e non ci permette di adottare mezze misure nei suoi confronti. Se non riusciamo a capire questo, è perché non abbiamo ancora capito il vangelo, non abbiamo mai compreso il significato della croce di Cristo, non abbiamo mai dato ascolto veramente alla parola di Dio che ci rivela tutto questo.

Però, come abbiamo mezionato prima, tutto questo non è un fine a se stesso. Il collegamento tra vv.16-17 e v.18 ci insegna che l’ira di Dio, lungi dall’essere contrario a o incoerente con l’amore di Dio, è in realtà l’espressione dell’amore di Dio nei confronti del peccato umano. Se il peccato è, in fondo, l’umanità che grida “No!” al benevolo e amorevole proposito di Dio per essa, l’ira di Dio è il suo amore che risponde “No!” ancora più forte e decisivo. Se il peccato è l’umanità che rifiuta l’amore di Dio, l’ira di Dio è il suo amore che rifiuta di accettare il nostro rifiuto. Se il peccato è l’umanità che si suicida perché si scinde dall’unica fonte della sua vita, l’ira di Dio è il suo amore che risponde: “Vi amo troppo da abbandonarvi alla vostra auto-distruzione. Non accetto il fatto che le mie creature che amo, tanto da sacrificare me stesso, si allontanino da me e si buttino nell’abisso di un inferno che esse stesse hanno creato. Resisterò fino all’ultima goccia di sangue alla vostra resistenza. Vi cercherò, vi ritroverò, e vi riporterò a casa mia”.

Questo è il vangelo. Questa è la rivelazione della giustizia di Dio che si è manifestata in Gesù Cristo, nella sua morte come l’Agnello di Dio per togliere il peccato del mondo. Ed è alla luce della croce che ci vediamo per la prima volta come siamo veramente, e vedendoci in questa luce, vediamo quanto è grande l’amore di Dio per noi, quanto è stupenda la sua grazia verso di noi, quanto gli dobbiamo e com’è degno della nostra fiducia, ubbidienza e adorazione!

Ecco perché Paolo all’inizio del v.16 dichiara: “Infatti non mi vergogno del vangelo”. Il vangelo per molti è un motivo di vergogna. Molti cristiani si vergognano di parlare apertamente della loro fede in Gesù, avendo paura delle reazioni degli altri. Ma dinanzi a una così grande salvezza, un così grande amore, un così grande Dio, non siamo affatto noi che abbiamo ragione per vergognarci! In Cristo siamo dichiarati giusti davanti a Dio; in Cristo siamo eletti, santi, e amati figli suoi. E se Dio è per noi in questo modo, chi può essere contro di noi? E chi, comprendendo veramente l’amore di Dio rivelato in Cristo, non vorrebbe abbandonare ogni inibizione o intoppo o esitazione e proclamare: “Io sono di Cristo!”

Atti 17: Il Vangelo In Piazza

1) Da Tessalonica ad Atene (17:1-15)

Dopo essere passati per Amfipoli e per Apollonia, giunsero a Tessalonica, dove c’era una sinagoga dei Giudei; e Paolo, com’era sua consuetudine, entrò da loro, e per tre sabati tenne loro ragionamenti tratti dalle Scritture, spiegando e dimostrando che il Cristo doveva soffrire e risuscitare dai morti. «E il Cristo», egli diceva, «è quel Gesù che io vi annuncio». Alcuni di loro furono convinti e si unirono a Paolo e Sila, e così una gran folla di Greci pii e non poche donne delle famiglie più importanti. Ma i Giudei, mossi da invidia, presero con loro alcuni uomini malvagi tra la gente di piazza; e, raccolta quella plebaglia, misero in subbuglio la città; e, assalita la casa di Giasone, cercavano Paolo e Sila per condurli davanti al popolo. Ma non avendoli trovati, trascinarono Giasone e alcuni fratelli davanti ai magistrati della città, gridando: «Costoro, che hanno messo sottosopra il mondo, sono venuti anche qui, e Giasone li ha ospitati; ed essi tutti agiscono contro i decreti di Cesare, dicendo che c’è un altro re: Gesù». E misero in agitazione la popolazione e i magistrati della città, che udivano queste cose. Questi, dopo aver ricevuto una cauzione da Giasone e dagli altri, li lasciarono andare. 10 Ma i fratelli subito, di notte, fecero partire Paolo e Sila per Berea; ed essi, appena giunti, si recarono nella sinagoga dei Giudei. 11 Ora questi erano di sentimenti più nobili di quelli di Tessalonica, perché ricevettero la Parola con ogni premura, esaminando ogni giorno le Scritture per vedere se le cose stavano così. 12 Molti di loro dunque credettero, e così pure un gran numero di nobildonne greche e di uomini. 13 Ma quando i Giudei di Tessalonica vennero a sapere che la Parola di Dio era stata annunciata da Paolo anche a Berea, si recarono là, agitando e mettendo sottosopra la folla. 14 I fratelli allora fecero subito partire Paolo, conducendolo fino al mare; ma Sila e Timoteo rimasero ancora là. 15 Quelli che accompagnavano Paolo lo condussero fino ad Atene e, ricevuto l’ordine di dire a Sila e a Timoteo che quanto prima si recassero da lui, se ne tornarono indietro.

Ultimamente abbiamo esaminato le lettere dell’apostolo Paolo scritte alle chiese che ha fondato. Lo faremo di nuovo prossimamente, ma è bene anche dare un altro sguardo al libro di Atti per considerare il modo in cui Paolo svolgeva la sua opera missionaria. Qui abbiamo un bellissimo esempio di come Paolo predicava il vangelo in un contesto totalmente inospitale a esso. Come si può predicare il vangelo a gente che non ne ha nessuna conoscenza?

La prima parte del capitolo 17 di Atti narra come Paolo passa da Tessalonia (dove fonda la comunità a cui scriverà le due lettere ai Tessalonicesi) per arrivare ad Atene, la città dei filosofi. Luca narra in particolare come tumulti e agitazioni seguono Paolo ovunque vada. Secondo Atti, questo è ciò che di solito succede quando il vangelo viene predicato in verità e in potere. Qui, a causa dei tumulti provocati dai suoi avversari ebraici, Paolo è costretto a stare ad Atene mentre aspetta l’arrivo dei suoi collaboratori, Sila e Timoteo.

2) Dalla Sinagoga all’Areòpago (17:16-21)

16 Mentre Paolo li aspettava ad Atene, lo spirito gli s’inacerbiva dentro nel vedere la città piena di idoli. 17 Frattanto discorreva nella sinagoga con i Giudei e con le persone pie; e sulla piazza, ogni giorno, con quelli che vi si trovavano. 18 E anche alcuni filosofi epicurei e stoici conversavano con lui. Alcuni dicevano: «Che cosa dice questo ciarlatano?» E altri: «Egli sembra essere un predicatore di divinità straniere», perché annunciava Gesù e la risurrezione. 19 Presolo con sé, lo condussero su nell’Areòpago, dicendo: «Potremmo sapere quale sia questa nuova dottrina che tu proponi? 20 Poiché tu ci fai sentire cose strane. Noi vorremmo dunque sapere che cosa vogliono dire queste cose». 21 Or tutti gli Ateniesi e i residenti stranieri non passavano il loro tempo in altro modo che a dire o ad ascoltare novità.

C’è molto di più che potremmo dire in merito a questi versetti, ma oggi ci interessa soprattutto l’opera di Paolo ad Atene. Paolo non è venuto ad Atene per sua volontà, ma perché ci è stato condotto dai fratelli per fuggire il pericolo a Berea. Atene, dunque, è una fermata imprevista, non parte del viaggio missionario che Paolo ha pianificato. Alla fine, però, non importa, perché Paolo non può non predicare Cristo, indipendentemente dal luogo in cui si trova. Approfitta dell’occasione per diffondere il vangelo anche lì, cominciando come sempre nella sinagoga ma poi anche sulla piazza della città. Luca ci dice che la predicazione di Paolo suscita la curiosità degli Ateniesi, i quali “non passavano il loro tempo in altro modo che a dire o ad ascoltare novità”. Pur chiamandolo (in modo quasi divertente!) “ciarlatano”, gli Ateniesi comunque chiedono a Paolo di spiegare di più le “divinità straniere” e la “nuova dottrina” che propone. Conducono Paolo all’Areòpago, (ancora esistente ad Atene), la parte della città accanto al mercato dove discussioni di questi tipo avevano luogo.

Prima di considerare il discorso di Paolo riportato da Luca, vogliamo fare due osservazioni importanti. In primo luogo, gli Ateniesi non avevano nessuna comprensione né conoscenza neanche la più minima idea di chi era il Gesù che Paolo predicava. Quando Paolo ha parlato di “Gesù e la risurrezione”, gli Ateniesi hanno reagito dicendo “Egli sembra essere un predicatore di divintà straniere”. Chiaramente Paolo aveva un compito difficile: far capire il vangelo di Gesù a persone che non l’avevano mai sentito nominare! Se è difficile far capire il vangelo a persone che hanno già sentito parlare di Gesù (come in Italia!), figuriamoci quanto è difficile in un contesto come quello di Paolo!

In secondo luogo, è importante notare che, contrariamente a come la pensa la nostra società, Paolo considera il vangelo una questione di verità pubblica. In altre parole, il vangelo non è per Paolo (e dunque non lo dovrebbe essere per noi) una questione prettamente privata o personale. Nella nostra società, il vangelo spesso rimane ingabbiato nell’ambito della “religione” — e dunque di preferenza personale — mentre la “piazza” deve rimanere secolare, libera da ogni parlare religioso al fine di non offendere nessuno. Per gli apostoli, invece, il vangelo è tanto pertinente alla piazza “secolare” quanto alla preferenza “religiosa”. In realtà, come vedremo in quanto segue, non esiste questa divisione tra “secolare” e “religioso”, perché Gesù Cristo è il Signore di tutti, che lo sappiano o meno, che lo vogliono o meno.

3) Dal Dio Sconosciuto a Gesù Cristo (17:22-34)

A) Il dio sconosciuto (vv.22-23)

22 E Paolo, stando in piedi in mezzo all’Areòpago, disse: «Ateniesi, vedo che sotto ogni aspetto siete estremamente religiosi. 23 Poiché, passando e osservando gli oggetti del vostro culto, ho trovato anche un altare sul quale era scritto: “Al dio sconosciuto”. Orbene, ciò che voi adorate senza conoscerlo, io ve lo annuncio.

Arrivato all’Areòpago, Paolo comincia il suo discorso. Notiamo subito che è molto diverso da altri esempi di predicazione apostolica in Atti. Nelle sinagoghe, gli apostoli facevano appello all’Antico Testamento, alle promesse fatte ai patriarchi, ad Abraamo e Davide e al Messia come compimento di tutto ciò. Paolo non parte in questo modo, perché gli Ateniesi non hanno nessuna conocenza delle Scritture ebraiche, né dei patriarchi né delle promesse né del Messia. Paolo, invece, cerca di venirgli incontro, partendo da quello che ha osservato tra di loro ad Atene. Paolo sceglie come punto di partenza un certo altare con lo scritto “al dio sconosciuto” che ha visto, probabilmente in mezzo alla piazza.

Non sappiamo molto di quest’altare a parte le informazioni che Luca ci fornisce qui. È ragionevole pensare che gli Ateniesi, i quali erano “estremamente religiosi”, avessero costruito quest’altare in onore di un qualsiasi dio che esisteva ma che essi non conoscevano. Nonostante le tante divinità nel loro pantheon, c’era probabilmente l’ipotesi che esistesse qualche altro dio a loro sconosciuto. Per evitare che esso si adirasse per la loro ignoranza, avevano costruito quest’altare per assicurarsi contro eventuali offese date “al dio sconosciuto”.

Paolo, dunque, coglie l’occasione creata da quest’altare per far conoscere a loro questo “dio sconosciuto”, che Paolo conosce come il Dio d’Israele, rivelato in Gesù Cristo crocifisso e risuscitato. Attenzione, però, Paolo non afferma così una specie di “teologia naturale”. La teologia naturale significa semplicemente questo: l’idea che possiamo conoscere Dio veramente cominciando da noi anziché da Dio e la sua rivelazione in Gesù Cristo. In altre parole, Paolo non ragiona come tanti fanno oggi: “Alcuni lo chiamano Gesù, altri lo chiamano Allah, altri ancora Buddha o Krishna, ma alla fine stiamo tutti parlando della stessa entità divina.” No, Paolo non lascia dubbio: l’unico senso in cui gli Ateniesi conoscevano il vero Dio era nell’ammettere che non lo conoscevano. Paolo non dice: “Ciò che voi chiamate Zeus è in realtà l’unico vero Dio rivelato in Gesù Cristo”; dice piuttosto: “Ciò che non conoscete è l’unico vero Dio”.

B) Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra (vv.24-29)

24 Il Dio che ha fatto il mondo e tutte le cose che sono in esso, essendo Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mani d’uomo; 25 e non è servito dalle mani dell’uomo, come se avesse bisogno di qualcosa; lui, che dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa. 26 Egli ha tratto da uno solo tutte le nazioni degli uomini perché abitino su tutta la faccia della terra, avendo determinato le epoche loro assegnate e i confini della loro abitazione, 27 affinché cerchino Dio, se mai giungano a trovarlo, come a tastoni, benché egli non sia lontano da ciascuno di noi. 28 Difatti in lui viviamo, ci muoviamo e siamo, come anche alcuni vostri poeti hanno detto: “Poiché siamo anche sua discendenza”. 29 Essendo dunque discendenza di Dio, non dobbiamo credere che la divinità sia simile a oro, ad argento, o a pietra scolpita dall’arte e dall’immaginazione umana.

Il passo successivo di Paolo è di far conoscere Dio in quanto “Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra”. Pur non usando queste esatte parole, esse riassumono il succo di questa parte del suo discorso. Paolo contrasta le credenze pagane riguardo al pantheon di divinità con l’idea (per loro rivoluzionaria e sconvolgente) che c’è un solo Dio che, come la Bibbia afferma ripetutamente, è il Creatore di tutte le cose, sia in cielo sia sulla terra. Egli è, dunque, non il Dio degli ebrei soltanto, ma il Dio che regna su tutti e che governa gli affari di tutti i popoli. Interessante notare che questo concetto è altrettanto rivoluzionario e sconvolgente oggi, anche in un paese apparentemente “cristiano” come l’Italia. Nel momento in cui si dichiara che il Dio della Bibbia, il Dio di Gesù Cristo è l’unico vero Dio e che ogni altra rappresentazione di lui è falsa, ci si offende, ci si agita, ci si arrabbia. “Chi sei tu a poter pretendere che la tua ‘religione’ è vera mentre quelle degli altri miliardi di esseri umani sono false?”

Questa è una domanda difficile, e Paolo ci aiuterà a rispondere, ma prima vogliamo fare tre elementi del discorso che preme anche a noi sottolineare quando testimoniamo il vangelo. In primo luogo, Paolo pone l’enfasi sul fatto che Dio non deve niente a noi mentre noi dobbiamo tutto a lui. Si passa la maggior parte della vita beneficiando della bontà e della generosità di Dio ma non gli si pensa minimamente. Che oltraggio! Ogni nostro respiro, ogni battito del nostro cuore, il fatto che non cessiamo di esistere da un istante a un altro sono dovuti esclusivamente all’amore fedele di Dio. E poi pensiamo di poter chiamare Dio in giudizio, pretendendo che egli debba rendere conto a noi per il modo in cui governa il mondo?

In secondo luogo, notiamo come Paolo di nuovo insiste che Dio non è conoscibile dalle cose create o dall’immaginazione umana. Dio “non abita in templi costruiti da mani d’uomo”, come le divinità concepite dall’intelletto umano, né dobbiamo credere che “sia simile a oro, ad argento, o a pietra scolpita dall’arte e dall’immaginazione umana”. I templi, gli idoli scolpiti, i frutti della nostra immaginazione, Dio non ha niente a che vedere con tutto ciò. Cerchiamo Dio, è vero, ma siamo come ciechi nei suoi confronti, vacillando di qua e là a tastoni, senza però afferrare colui che è lì vicino a noi. No, per poter conoscere Dio, Dio deve farsi conoscere.

In terzo luogo, il Dio che non è come noi lo immaginiamo è più grande, più buono, e più amorevole di quanto potremmo mai concepire. Paolo cita un poeta greco che ha scritto “Poiché siamo anche sua discendenza”. Ora, sicuramente Paolo non vuole dire che, dopo tutto, questo poeta ha conosciuto Dio veramente, ma semplicemente che ciò che sta per dire non dovrebbe sembrargli del tutto strano. Se noi siamo discendenza di Dio, chi deve essere Dio? Padre nostro! Infatti, come afferma il credo, prima di essere Creatore Dio è Padre, buono, fedele, e amorevole, non meschino, egoista, e prepotente come spesso erano le divinità greche. Ma conoscere Dio come Padre, e infatti Padre nostro, non è dovuto alla nostra immaginazione, ma solo alla rivelazione di Gesù Cristo che ha detto: “Io sono la via, la verità, e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Giov. 14:6).

C) Il giudice dei vivi e dei morti (vv.30-34)

30 Dio dunque, passando sopra i tempi dell’ignoranza, ora comanda agli uomini che tutti, in ogni luogo, si ravvedano, 31 perché ha fissato un giorno nel quale giudicherà il mondo con giustizia per mezzo dell’uomo che egli ha stabilito, e ne ha dato sicura prova a tutti risuscitandolo dai morti». 32 Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni se ne beffavano; e altri dicevano: «Su questo ti ascolteremo un’altra volta». 33 Così Paolo uscì di mezzo a loro. 34 Ma alcuni si unirono a lui e credettero; tra i quali anche Dionisio l’areopagita, una donna chiamata Damaris e altri con loro.

È quest’ultimo punto che ci porta a considerare la fine del discorso di Paolo. Tutto ciò che ha detto finora mirava a questa conclusione. Anche se non viene nominato (perché in realtà la folla interrompe Paolo quando menziona la risurrezione), Gesù è il punto del discorso. I tempi passati, Paolo dice, erano “tempi dell’ignoranza”, quando si adoravano ogni tipo di divinità tranne che l’unico vero Dio. Ma ora, Paolo prosegue, Dio “comanda agli uomini che tutti, in ogni luogo, si ravvedano”. Che pretesa! Come mai si permette Paolo di asserire che tutti gli esseri umani sono tenuti a ravvedersi e porre fiducia in questo Dio anziché un altro? Perché Paolo presume di poter implicare che ogni altra idea religiosa è falsa e micidiale?

La risposta è semplice: Gesù Cristo. Tutto il mondo sarà giudicato; tutti, i vivi e i morti renderanno conto a lui. Il Dio Creatore rifiuta di guardare indifferente mentre il suo creato si auto-distrugge. Egli, dunque, lo giudicherà — cioè lo farò giusto — per mezzo di Gesù Cristo. E lungi dall’essere qualche teoria o filosofia astratta, Paolo dichiara che Dio ha dato prova concreta e sicura di questo “risuscitandolo dai morti”. Qui vediamo perché prima gli Ateniesi parlavano di Paolo come predicatore di Gesù e la risurrezione. Il suo messaggio — il vangelo — si imperniava su Gesù Cristo crocifisso e risorto.

Pensiamo a quanto il vangelo sia controcorrente, non solo nella società greca del primo secolo, ma anche nella nostra società del ventunesimo secolo. Paolo sta lì — non nella sinogaga, non in chiesa, ma in piazza, in mezzo al mercato, il luogo pubblico di commercio, lavoro, cultura, quotidianità, pluralismo religioso — proprio lì Paolo dichiara con chiarezza e franchezza che Gesù Cristo è stato risuscitato dai morti, costituito Signore e Giudice di tutti, e ora comanda a ogni popolo e a ogni individio di ravvedersi, voltando le spalle a ogni altra religione, filosofia, idea, forma di Dio, ecc., e di porre fiducia esclusivamente in Cristo. Una pretesa non insignificante!

Eppure questa è la pretesa che, in ultima analisi, non ha fatto Paolo, ma Gesù Cristo. Abraham Kuyper, un teologo riformato olandese, ha osservato una volta che “non c’è neanche un centimetro dell’intero universo di cui Gesù non dichiara: ‘È mio!'” Contro la prospettiva contemporanea, il vangelo non appartiene esclusivamente all’ambito della “religione privata”, perché rivendica il suo diritto di governare ogni dimensione del mondo e della vita umana. Certo, non è messaggio gradito, e come di Paolo, così il mondo si befferà di noi se lo annunciamo. Ma fortifichiamoci nella grazia di Dio, sapendo che se Dio è per noi, nessuno potrà essere contro di noi. Uno solo che sta con Dio è sempre nella maggioranza. Abbiamo dunque un bellissimo modello della predicazione del vangelo in un mondo che ne ha tanto bisogno.

1 Timoteo 1:12-2:8: Un Solo Mediatore, Cristo Gesù Uomo

1) Gesù Cristo, Salvatore (1:12-20)

1:12 Io ringrazio colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù, nostro Signore, per avermi stimato degno della sua fiducia, ponendo al suo servizio me, 13 che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento; ma misericordia mi è stata usata, perché agivo per ignoranza nella mia incredulità, 14 e la grazia del Signore nostro è sovrabbondata con la fede e con l’amore che è in Cristo Gesù. 15 Certa è quest’affermazione e degna di essere pienamente accettata: che Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, dei quali io sono il primo. 16 Ma per questo mi è stata fatta misericordia, affinché Gesù Cristo dimostrasse in me, per primo, tutta la sua pazienza, e io servissi di esempio a quanti in seguito avrebbero creduto in lui per avere vita eterna. 17 Al Re eterno, immortale, invisibile, all’unico Dio, siano onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen. 18 Ti affido questo incarico, Timoteo, figlio mio, in armonia con le profezie che sono state in precedenza fatte a tuo riguardo, perché tu combatta in virtù di esse la buona battaglia, 19 conservando la fede e una buona coscienza, alla quale alcuni hanno rinunciato e, così, hanno fatto naufragio quanto alla fede. 20 Tra questi sono Imeneo e Alessandro, che ho consegnati a Satana affinché imparino a non bestemmiare.

L’apostolo Paolo ha scritto due lettere al suo collaboratore Timoteo per incoraggiarlo nel suo ministero a Efeso. Paolo aveva fondato la chiesa a Efeso, ed è stata un’opera particolarmente feconda. La chiesa è cresciuta rapida e forte, e da lì furono fondate altre chiese nelle regioni circostanti. Paolo aveva mandato Timoteo a Efeso per guidare la sempre crescente opera, e ha scritto due lettere per dargli consigli, esortazioni, e avvertimenti. Nel primo capitolo della prima lettera, Paolo ricorda Timoteo della centralità del vangelo che, come scrive in Galati, gli è stato rivelato da Gesù stesso. Paolo riassume questo vangelo nel v.15 dicendo: “Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori”. Ancora come in Galati, Paolo evidenzia com’è egli stesso un esempio vivente del vangelo che predica: non solo “Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori”, ma anche “dei quali io sono il primo”. Mentre Paolo andava a Damasco per perseguitare la chiesa lì, Gesù gli è apparso per salvarlo dalle sue vie malvagie e farlo diventare il suo testimone e apostolo. Perché proprio Paolo che era stato “bestemmiatore” e “persecutore” e “violento”? Nel v.16 Paolo spiega:

Ma per questo mi è stata fatta misericordia, affinché Gesù Cristo dimostrasse in me, per primo, tutta la sua pazienza, e io servissi di esempio a quanti in seguito avrebbero creduto in lui per avere vita eterna.

In altre parole, se Dio ha voluto e ha potuto salvare uno come Paolo, vuole e può salvare chiunque! L’incarico di Timoteo a Efeso, dunque, è di “conservare la fede e una buona coscienza”, specialmente perché alcune persone “hanno rinunciato e, così, hanno fatto naufragio quanto alla fede” (v.19). Il vangelo è la più buona notizia che ci sia, ed è per mezzo di esso che Gesù chiama i peccatori (anche i più grandi come Paolo!) a se stesso. Perciò, bisogna lottare per conservare il vangelo, perché se perdiamo quello, perdiamo tutto.

2) Gesù Cristo, Mediatore (2:1-5)

A) Pregare per tutti (vv.1-2)

2:1 Esorto dunque, prima di ogni altra cosa, che si facciano suppliche, preghiere, intercessioni, ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che sono costituiti in autorità, affinché possiamo condurre una vita tranquilla e quieta in tutta pietà e dignità.

Ora, nel capitolo 2 (e questo è la porzione della lettera su cui vogliamo soffermarci e riflettere oggi), Paolo comincia a dare a Timoteo istruzioni ed esortazioni varie. La prima esortazione è questa: “che si facciano suppliche, preghiere, intercessioni, ringraziamenti per tutti gli uomini”. In particolare, Paolo pone enfasi sulle preghiere da fare “per i re e per tutti quelli che sono costituiti in autorità”. Ma qual è lo scopo di queste preghiere? Paolo continua dicendo: “affinché possiamo condurre una vita tranquilla e quieta in tutta pietà e dignità”. Se ci fermiamo qui, potremmo pensare che lo scopo di queste preghiere per gli altri è che noi possiamo stare bene, ma in realtà non è così. Scopriamo nei prossimi versetti che queste preghiere mirano alla salvezza di “tutti gli uomini”. Vedremo perché questo è il caso tra poco, ma qui è sufficente fare due osservazioni.

Prima, il motivo per cui dobbiamo pregare “per i re e per tutti quelli che sono costituiti in autorità affinché possiamo condurre una vita tranquilla e quieta in tutta pietà e dignità” è per permettere la libera testimonianza del vangelo. Se le autorità governano bene e giustamente, non cercheranno di opporsi al vangelo, e dunque preghiamo che possiamo vivere sotte di esse in pace e serenità non per il nostro benessere personale, ma per poter rendere testimonianza a Gesù senza impedimento.

La seconda osservazione è che per Paolo, la preghiera è tanto importante al progresso del vangelo quanto è importante la testimonianza stessa. È interessante infatti notare che Paolo (che avrà molto da dire in seguito riguardo alla predicazione del vangelo) esorta “prima di ogni altra cosa che si facciano suppliche preghiere, intercessioni, ringraziamenti” a proposito del progresso del vangelo. Un vecchio detto afferma che “prima di parlare di Dio alle persone, bisogna parlare delle persone a Dio”. Come abbiamo visto anche in Atti 4, l’efficacia e la franchezza della testimonianza della chiesa deriva dallo Spirito Santo che la riempie e la fortifica, e lo Spirito Santo riempie e fortifica la chiesa in risposta alle sue preghiere. Pregare, dunque, è un elemento basilare e indispensabile nel ministero del vangelo.

B) Per la salvezza di tutti (vv.3-5)

Questo è buono e gradito davanti a Dio, nostro Salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e vengano alla conoscenza della verità. Infatti c’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo,

Nei vv.3-5, Paolo chiarisce tutto ciò. L’esortazione di pregare per tutti è radicata nella volontà di Dio che vuole salvare tutti. Paolo afferma che pregare in questo modo “è buono e gradito davanti a Dio” proprio perché il suo desiderio è che “tutti gli uomini siano salvati e vengano alla conoscenza della verità”. Il collegamento è ovvio, no? Dio vuole che preghiamo per tutti, perché egli vuole salvare tutti. Se Dio fosse già contento del numero delle persone già alla conoscenza della verità, non bisognerebbe pregare per tutti gli altri che non hanno creduto ancora. Ma poiché Dio che è “nostro Salvatore” vuole che “tutti siano salvati”, vuole anche (e ci esorta) che preghiamo per questo.

Sembra un po’ audace, comunque, avere la presunzione di dire “io so quello che Dio vuole”. Potremmo forse rispondere a Paolo: “Ma Paolo, come sai che Dio vuole che tutti siano salvati, e che noi dunque preghiamo per questo? Come fai a sapere che Dio desidera che tutti siano salvati e non (come credono certi cristiani) solo alcuni?” Paolo cerca di rispondere a questo interrogativo, spiegandoci proprio come si può sapere qual è il volere di Dio nei confronti che tutti gli esseri umani, come si può sapere che il proposito di Dio verso tutti è solo benevolo, amorevole e salvifico, solo di “sì” e non di “no”. La risposta è quella che è sempre: lo sappiamo in Gesù Cristo!

Dobbiamo approfondire il collegamento logico tra v.4 e v.5. V.5 fornisce la ragione per cui sappiamo qual è il volere di Dio nei confronti di tutti: è perché “c’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo”. Paolo inizia il suo ragionamento così: noi sappiamo che Dio è uno solo, e dunque egli deve essere il Dio di tutti. Notiamo come Paolo fa un ragionamento simile in Romani 3:29-30:

29 Dio è forse soltanto il Dio dei Giudei? Non è egli anche il Dio degli altri popoli? Certo, è anche il Dio degli altri popoli, 30 poiché c’è un solo Dio, il quale giustificherà il circonciso per fede, e l’incirconciso ugualmente per mezzo della fede.

Abbiamo capito il senso di questo ragionamento? Paolo smantella la ridicola idea che Dio appartiene solo agli ebrei. Gli ebrei appartengono a Dio, ma Dio non appartiene a loro. Che credano in lui o no, Dio è lo stesso Dio per tutti, perché Dio è uno solo. Se ci fossero più dèi, allora sarebbe logico dire che nessuno di loro è il dio di tutti. Ma siccome Dio è uno solo, l’unica conclusione ragionevole è che Dio è il Dio di tutti.

Ma poi Paolo estende questo ragionamento al mediatore, Cristo Gesù. Come Dio è uno solo e dunque il Dio di tutti, così anche Cristo è uno solo e dunque il mediatore di tutti. Dio non ha mandato due salvatori, due mediatori, ma uno solo, e uno solo per tutti. Quindi, Paolo dice, il suo volere nei confronti di tutti deve essere uno solo. Gesù Cristo è infatti il volere di Dio incarnato; Dio non ha un altro volere misterioso nascosto dietro le spalle di Gesù. E Paolo ha già dichiarato inequivocabilmente qual è stato il volere di Dio rivelato in Cristo: “Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori” (1:15). Ecco, dunque, come sappiamo che Dio vuole che tutti siano salvati: Gesù è venuto per salvare, non per condannare, e poiché Gesù è l’unico mediatore tra Dio e tutti gli esseri umani, sappiamo che Dio vuole che per mezzo di Gesù tutti siano salvati! Questo, poi, è il motivo perché è buono e gradito a Dio pregare per la salvezza di tutti: è ciò che Dio vuole in Cristo!

3) Gesù Cristo, Rivelatore (2:6)

che ha dato se stesso come prezzo di riscatto per tutti; questa è la testimonianza resa a suo tempo

“Ma”, potremmo chiedere ancora, “come fai a sapere, Paolo, che Cristo è venuto nel mondo solo per salvare e non per condannare i peccatori?” “È semplice”, Paolo risponde, “perché Dio ha reso la testimonianza di questo quando Gesù ha dato se stesso come prezzo di riscatti per tutti sulla croce”. La morte di Cristo sulla croce è stata la riconciliazione del mondo, sì, ma non solo: è stata anche la rivelazione della riconciliazione del mondo. Lì sulla croce, Gesù ha sofferto la morte che accomuna tutti noi esseri umani. Gesù era un uomo, sì, ma non solo: era anche “uomo”, o meglio “umano”. Incarnandosi, il Figlio di Dio si è unito a noi nella nostra condizione comune, ha assunto l’umanità che tutti noi abbiamo. Nella sua morte sulla croce, dunque, Gesù ha rappresentato e si è sostituito a tutti, perché è morto nella stessa carne di tutti. Non può essere, dunque, che sia morto solo per alcuni! Ecco perché sappiamo che Gesù è venuto solo per salvare tutti: perché è morto al posto di tutti! Forse nell’Antico Testamento quando Dio interveniva soprattutto nei confronti di Israele, non era sempre evidente qual era il suo volere nei confronti di tutti gli altri. Ma la croce di Cristo “è la testimonianza resa a suo tempo”, la rivelazione che la riconciliazione effettuata in Cristo è stata effettuata per tutti.

4) Gesù Cristo, Fratello (2:7-8)

e della quale io fui costituito predicatore e apostolo (io dico il vero [in Cristo], non mento), per istruire gli stranieri nella fede e nella verità. Io voglio dunque che gli uomini preghino in ogni luogo, alzando mani pure, senza ira e senza dispute.

Tutto questo porta Paolo a capo del suo discorso. Cristo lo ha costuito “predicatore e apostolo”, non per tenere il vangelo un segreto, ma per “istruire gli stranieri [cioè ogni popolo e ogni nazione e ogni persona] nella fede e nella verità. Dio vuole che tutti siano salvati e vengano alla conoscenza della verità, e quindi costituisce la sua chiesa — qui rappresentata da Paolo — il testimone del vangelo. Il termine “apostolo” significa letteralmente: “messaggero”. Paolo è stato mandato da Gesù come il suo messaggero per predicare la buona notizia che Dio vuole salvare tutti e che, in realtà tutti sono stati già riconciliati in lui. In un senso, Paolo parla di Gesù come nostro fratello: Gesù è colui che ci ha fatto conoscere il benevolo proposito di Dio nei nostri confronti, e ci invita a partecipare con lui nel farlo conoscere a tutti gli altri che non l’hanno ancora sentito.

Ecco perché Paolo ripete la sua esortazione inziale: “Io voglio dunque che gli uomini preghino in ogni luogo, alzando mani pure, senza ira e senza dispute.” Il volere di Dio si compierà attraverso la predicazione del vangelo a tutto il mondo, ma il vangelo non sarà predicato a tutto il mondo senza il potere che viene dato attraverso la preghiera. Abbiamo dunque non solo un grandissimo motivo per pregare per il progresso del vangelo nel mondo (cioè che in Cristo Dio ha rivelato il suo benevolo proposito di riconciliazione nei confronti di tutti) ma anche una grandissima certezza che ci fa perseverare nella preghiera: che il vangelo sia predicato in tutto il mondo è il volere di Dio. Infatti, Gesù stesso ha promesso ai suoi discepoli: “questo vangelo del regno sarà predicato in tutto il mondo, affinché ne sia resa testimonianza a tutte le genti; allora verrà la fine” (Matteo 23:14). Allora, preghiamo e predichiamo con franchezza e speranza, sapendo che in Cristo la fine è già certa e la vittoria sarà nostra!

Galati 1: La Rivelazione di Gesù Cristo

1) Paolo, Apostolo (1:1-5)

A) Per mezzo di Gesù Cristo (vv.1-2)

Paolo, apostolo non da parte di uomini né per mezzo di un uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti, e tutti i fratelli che sono con me, alle chiese della Galazia;

La prima volta che incontriamo l’apostolo Paolo nel Nuovo Testamento è in Atti 7:58 quando lui, allora chiamato Saulo, assisteva al martirio di Stefano. Da quel punto fino alla sua conversione, Saulo ha perseguitato la comunità cristiana, come dice lui qui in Galati 1:13, “a oltranza … e la devastavo”. Nella seconda parte di questo capitolo, Paolo riferirà più della sua storia, ma qui è sufficiente notare che questo grande persecutore della chiesa poi è diventato un suo grande apostolo e missionario. Paolo, scrivendo alle chiese che ha fondato nella regione della Galazia (l’odierna Turchia) durante il suo primo viaggio missionario, si presenta in modo tale da evidenziare (per motivi che scopriremo dopo) la stupenda grazia di Dio manifestata nei suoi confronti:

Paolo, apostolo non da parte di uomini né per mezzo di un uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti.

L’unica spiegazione per queste prime due parole — “Paolo, apostolo” invece di “Paolo, persecutore” — è che egli è tale solo a causa della grazia di Cristo e la potenza di Dio nel risuscitare i morti. Mentre questa grazia potente è stata rivelata pienamente nella risurrezione di Cristo, si è dimostrata anche in Paolo quando ha “risuscitato” anche lui quando era morto nei suoi peccati. Ecco perché Paolo, nelle prime parole di questa lettera ai Galati, vuole dichiarare inequivocabilmente che solo per la grazia di Dio è quello che è. Sta per rimproverarli, e vuole fargli capire innanzitutto che non parla come un superiore a degli inferiori, ma come uno salvato e costituito apostolo solo per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre.

B) Secondo la volontà di Dio Padre (vv.3-5)

grazia a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo, che ha dato se stesso per i nostri peccati, per sottrarci al presente secolo malvagio, secondo la volontà del nostro Dio e Padre, al quale sia la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Com’è consueto, Paolo saluta i Galati con la benedizione: “grazia a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo”. Ma per Paolo questa benedizione non è una mera formalità; mette in risalto la verità fondamentale a quanto segue: la grazia per cui siamo salvati dai nostri peccati e liberati dal male che regna nel mondo è la persona di Gesù Cristo che ha sacrificato se stesso sulla croce. E l’immenso amore manifestato in Gesù rivela il cuore di Dio e il suo benevolo proposito nei nostri confronti. Dietro le spalle di Gesù non c’è un altro dio, nascosto e misterioso, perché tutto ciò che Gesù ha fatto per noi, l’ha fatto “secondo la volontà del nostro Dio e Padre”. Se non per Gesù, non oseremmo mai immaginare un Dio così buono quando siamo così cattivi, così benevolo quando siamo così egoisti, così amorevole quando siamo così ribelli, così fedele quando siamo così infedeli. Sembra troppo buono per essere vero, ma Cristo ci fa vedere che è così! Ecco perché scoppiamo in canti e grida di gioia: al lui sia la gloria nei secoli dei secoli!

2) Un Altro Vangelo (1:6-10)

A) Che non c’è un altro vangelo (vv.6-7)

Mi meraviglio che così presto voi passiate da colui che vi ha chiamati mediante la grazia a un altro vangelo; ché poi non c’è un altro vangelo, però ci sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo. 

Dopo questa breve introduzione, Paolo si lancia subito nella polemica che costituisce la sua preoccupazione centrale in questa lettera. Paolo esprime il suo sbigottimento che solo poco tempo dopo aver accettato il vangelo, i Galati adesso vogliano passare “da colui che vi ha chiamati mediante la grazia a un altro vangelo” che in realtà non è un altro vangelo — perché il vangelo è uno solo — ma solo il tentativo di sovvertire, corrompere, il vangelo di Cristo.

Notiamo, prima, come Paolo concepisce il vangelo: non solo come un messaggio ma come una persona. “Passare dal vangelo” non significa solo “passare dal messaggio” ma “passare da colui che vi ha chiamati”! Il vangelo è, infatti, la persona di Gesù Cristo, e la persona di Cristo costituisce il messaggio del vangelo. Dall’altro canto, come non possiamo mai separare la persona di Cristo dal messaggio del vangelo, non possiamo neanche separare il messaggio del vangelo dalla persona di Cristo. Il messaggio ci fa conoscere la persona, e la persona ci unisce a se stesso tramite il messaggio. Di conseguenza, sbagliare il messaggio — aggiungendo qualcosa, togliendo qualcosa, o modificandolo — significa sbagliare la persona. Se dico che mia moglie ha capelli biondi e occhi azzurri quando in realtà ha capelli scuri e occhi marroni, voi penserete che io stia parlando di qualcun altro! Nello stesso modo, se cambio o distorco il messaggio del vangelo, non è Cristo e il Dio in lui rivelato di cui sto parlando!

Ecco perché Paolo ragiona in questo modo: voi Galati avete dato ascolto a questi “alcuni che … vogliono sovvertire il vangelo di Cristo” e perciò, abbandonando il vangelo, abbandonate Cristo stesso! Ecco anche perché Paolo rimane stupefatto: abbandonare Cristo significa abbandonare il Dio che vi ama così tanto che è venuto in Cristo per dare la sua vita per voi, che vi ha liberati dai vostri peccati e dal presente secolo malvagio, e vi garantisce la speranza della risurrezione dai morti! Come mai quest’idea potrebbe mai venirvi in mente? È impensabile!

B) Sia anatema! (vv.8-10)

Ma anche se noi o un angelo dal cielo vi annunciasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunciato, sia anatema. Come abbiamo già detto, lo ripeto di nuovo anche adesso: se qualcuno vi annuncia un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anatema. 10 Vado forse cercando il favore degli uomini, o quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se cercassi ancora di piacere agli uomini, non sarei servo di Cristo.

Senza capire tutto ciò, le successive parole di Paolo potrebbero sembrarci esagerate: sia anatema chiunque vi annunci un messaggio diverso dal vangelo che avete ricevuto da me. Questo anatema è grave quanto è grande la benedizione all’inizio della lettera. “Anatema” significa dannazione, maledizione, perdizione! Paolo dice in effetti: “Sia dannato, maledetto, eternamente perduto chi vi insegna qualsiasi cosa all’infuori del vangelo di Cristo come se fosse il vangelo di Cristo!” Paolo è così turbato che lo ripete ancora una volta, e include anche se stesso e gli angeli! Che audacia! “Anche se noi un angelo dal cielo vi annunciasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunciato, sia anatema.”

Questo sembrerà esagerato solo se non capiamo la posta in gioco, che il vangelo di Cristo è una questione di vita e morte. Anzi, è la questione di vita eterna e morte eterna. Cosa potrebbe essere più importante? E se qualcuno sovverte il vangelo di Cristo, se lo modifica o distorce in qualsiasi modo, cosicché contribuisce alla rovina eterna di qualcuno, l’anatema è esattamente quello che ci vuole! Dunque, non abbiamo ancora capito il vangelo se non la pensiamo come Paolo, se non proviamo lo stesso turbamento o sbigottimento nei confronti di chi lo sovverte, se non possiamo dire insieme al salmista: “Fiumi di lacrime mi scendono dagli occhi, perché la tua legge non è osservata” (Sl 119:136). Certo, se siamo così zelanti per il vangelo, non faremo molto piacere agli altri; anzi, saremo chiamati “fanatici” o “estremisti” o “pericolosi”. Ma, come afferma Paolo, non possiamo servire due padroni: o cerchiamo di piacere agli uomini o di piacere a Dio, ma non possiamo piacere a tutti a due. Servire Cristo significa inevitabilmente scandalizzare gli uomini.

3) Per Rivelazione di Gesù Cristo (1:11-24)

A) La testimonianza di un persecutore (vv.11-14)

11 Vi dichiaro, fratelli, che il vangelo da me annunciato non è opera d’uomo; 12 perché io stesso non l’ho ricevuto né l’ho imparato da un uomo, ma l’ho ricevuto per rivelazione di Gesù Cristo. 13 Infatti voi avete udito quale sia stata la mia condotta nel passato, quando ero nel giudaismo; come perseguitavo a oltranza la chiesa di Dio, e la devastavo; 14 e mi distinguevo nel giudaismo più di molti coetanei tra i miei connazionali, perché ero estremamente zelante nelle tradizioni dei miei padri.

Serve dunque una forte e chiara convinzione del vangelo. Questa convinzione Paolo la radica nella sua testimonianza personale. Come possiamo sapere che il vangelo è così essenziale, così indispensabile che merita una tale fedeltà, un tale zelo, un tale impegno per conservarlo da ogni fraintendimento o attacco? Paolo risponde che è semplicemente per questo motivo: “il vangelo da me annunciato non è opera d’uomo” ma è la “rivelazione di Gesù Cristo”. Il vangelo è il messaggio dell’opera divina, effettuata dalla persona divina che si è fatto uomo, secondo la volontà divina stabilita da tutta l’eternità per il genere umano. In quanto “rivelazione di Gesù Cristo”, il vangelo rivela Dio stesso — il suo essere, il suo volere, il suo fare — è infatti l’auto-rivelazione di Dio. Il messaggio del vangelo non è dunque solo la rivelazione di Dio in Cristo, è anche Dio nella sua rivelazione. Nel vangelo abbiamo a che fare non con una verità qualsiasi; abbiamo a che fare con Dio stesso, il Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra e il giudice di tutti, i vivi e i morti.

Paolo è convinto di questo, e vuole che i Galati, e anche noi, ne siamo altrettanto convinti, e perciò narra la sua testimonianza personale che fornisce prova concreta dell’origine divina del vangelo. Lui dice in effetti: “Considerate me; io sono l’esempio numero uno. Sapete com’ero prima di conoscere Cristo, come perseguitavo a oltranza la chiesa di Dio, e la devastavo; e mi distinguevo nel giudaismo più di molti coetanei tra i miei connazionali, perché ero estremamente zelante nelle tradizioni dei miei padri. In altre parole, nessuno poteva farmi cambiare idea; ero talmente convinto di servire Dio nel perseguitare la chiesa, ero talmente zelante nelle tradizioni che contradiccevano il vangelo di Cristo, che senza il suo intervento diretto e immediato, mi sarei ostinato in questo percorso fino al mio ultimo respiro.”

B) Un trofeo di grazia (vv.15-24)

15 Ma Dio che m’aveva prescelto fin dal seno di mia madre e mi ha chiamato mediante la sua grazia, si compiacque 16 di rivelare in me il Figlio suo perché io lo annunciassi fra gli stranieri. Allora io non mi consigliai con nessun uomo, 17 né salii a Gerusalemme da quelli che erano stati apostoli prima di me, ma me ne andai subito in Arabia; quindi ritornai a Damasco. 18 Poi, dopo tre anni, salii a Gerusalemme per visitare Cefa e stetti da lui quindici giorni; 19 e non vidi nessun altro degli apostoli, ma solo Giacomo, il fratello del Signore. 20 Ora, riguardo a ciò che vi scrivo, ecco, vi dichiaro, davanti a Dio, che non mento. 21 Poi andai nelle regioni della Siria e della Cilicia; 22 ma ero sconosciuto personalmente alle chiese di Giudea, che sono in Cristo; 23 esse sentivano soltanto dire: «Colui che una volta ci perseguitava, ora predica la fede che nel passato cercava di distruggere». 24 E per causa mia glorificavano Dio.

“Ma”, Paolo prosegue, ed è un grandissimo “ma”; “ma Dio che m’aveva prescelto fin dal seno di mia madre e mi ha chiamato mediante la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché io lo annunciassi fra gli stranieri”. L’evento a cui Paolo si riferisce qui lo racconta più dettagliatamente in Atti 26:9-16:

Quanto a me, in verità pensai di dover lavorare attivamente contro il nome di Gesù il Nazareno. 10 Questo infatti feci a Gerusalemme; e avendone ricevuta l’autorizzazione dai capi dei sacerdoti, io rinchiusi nelle prigioni molti dei santi; e quando erano messi a morte, io davo il mio voto. 11 E spesso, in tutte le sinagoghe, punendoli, li costringevo a bestemmiare; e, infuriato oltremodo contro di loro, li perseguitavo fin nelle città straniere.

12 Mentre mi dedicavo a queste cose e andavo a Damasco con l’autorità e l’incarico da parte dei capi dei sacerdoti, 13 a mezzogiorno vidi per strada … una luce dal cielo, più splendente del sole, la quale sfolgorò intorno a me e ai miei compagni di viaggio. 14 Tutti noi cademmo a terra, e io udii una voce che mi disse in lingua ebraica: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Ti è duro ricalcitrare contro il pungolo”. 15 Io dissi: “Chi sei, Signore?” E il Signore rispose: “Io sono Gesù, che tu perseguiti. 16 Ma àlzati e sta’ in piedi, perché per questo ti sono apparso: per farti ministro e testimone delle cose che hai viste, e di quelle per le quali ti apparirò ancora…

Il Signore ci incontra, ci attira, e ci sveglia alla verità in vari modi, ma con Paolo un solo approccio era possibile: ha dovuto buttarlo a terra, accecarlo con una luce più splendente del sole, e impadronirsene direttamente tramite un incontro personale innegabile. Per questo, Paolo continua in Atti 26:19-20:

19 … io non sono stato disubbidiente alla visione celeste; 20 ma, prima a quelli di Damasco, poi a Gerusalemme e per tutto il paese della Giudea e fra le nazioni, ho predicato che si ravvedano e si convertano a Dio, facendo opere degne del ravvedimento.

Oppure, come dice in Galati 1:16: “Allora io non mi consigliai con nessun uomo”; cioè il vangelo che ho cominciato a predicare “non l’ho ricevuto né l’ho imparato da un uomo, ma l’ho ricevuto per rivelazione di Gesù Cristo” (v.12). Il vangelo, come la conversione di Paolo, non è spiegabile in termini solamente umani. Paolo testimonia, infatti, che quelli che lo avevano conosciuto solo come un grande nemico e persecutore della chiesa “sentivano soltanto dire: ‘Colui che una volta ci perseguitava, ora predica la fede che nel passato cercava di distruggere'”. Com’era avvenuto questa trasformazione, nessuno sapeva, almeno all’inizio; è stata solo ed esclusivamente l’opera della sovrana grazia di Dio rivelata in Gesù Cristo.

Il punto di tutto ciò? Il Cristo che ha trasformato la vita di Paolo è lo stesso che è all’opera per trasformare noi e gli altri che ci circondano. Il vangelo che Cristo ha rivelato a Paolo è lo stesso che ci è stato tramandato in questa lettera, e anche in tutti gli scritti degli apostoli che Cristo ha personalmente costituito per questa ragione. E la grazia che ha salvatore un persecutore come Paolo è la stessa che può salvare qualsiasi altra persona. Come Paolo scriverà tanti anni dopo a Timoteo:

13 prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento; ma misericordia mi è stata usata, perché agivo per ignoranza nella mia incredulità, 14 e la grazia del Signore nostro è sovrabbondata con la fede e con l’amore che è in Cristo Gesù. 15 Certa è quest’affermazione e degna di essere pienamente accettata: che Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, dei quali io sono il primo. 16 Ma per questo mi è stata fatta misericordia, affinché Gesù Cristo dimostrasse in me, per primo, tutta la sua pazienza, e io servissi di esempio a quanti in seguito avrebbero creduto in lui per avere vita eterna (1 Timoteo 1:13-16).

Ecco perché bisogna lavorare, lottare anche, per conservare il messaggio del vangelo come ci è stato tramandato: solo il vangelo, rivelato da Cristo e predicato dagli apostoli, ci fa conoscere Dio e ci riconcilia con lui attraverso l’unione con Cristo. L’unica speranza del mondo è Cristo, ma Cristo è rivelato solo nel vangelo. Dunque, ascoltiamo e pratichiamo con ogni perseveranza l’esortazione di Paolo ai Galati, simile a quella data anche ai Colossesi (1:22-23):

22 ora egli vi ha riconciliati nel corpo della sua carne, per mezzo della sua morte, per farvi comparire davanti a sé santi, senza difetto e irreprensibili, 23 se appunto perseverate nella fede, fondati e saldi e senza lasciarvi smuovere dalla speranza del vangelo che avete ascoltato.

La Storia della Chiesa in un Anno: Guglielmo d’Ockham e la Sola Fede (27/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: Guglielmo d’Ockham e la Sola Fede (27/52)

 Che Dio sia onnipotente non può essere dimostrato ma solo accettato per fede (Guglielmo d’Ockham, Quodlibet I,1,7).

 Dopo Tommaso d’Aquino e Giovanni Duns Scoto, il terzo protagonista principale della scolastica medievale fu Guglielmo d’Ockham (1285-1347 d.C.), il fondatore inglese del nominalismo. Come Tommaso e Scoto, Guglielmo fu un teologo, filosofo, e religioso (francescano), ma la rivoluzione nella teologia filosofica che provocò fu così radicale che fu ritenuta una “via moderna” in contrasto alla “via antiqua” di Tommaso e Scoto.

Guglielmo portò all’estremo lo scioglimento, iniziato da Scoto, della sintesi tomista tra la fede e la ragione, tanto da scindere l’una dall’altra. Egli sostenne che l’uomo non è capace di conoscere Dio senza l’auto-rivelazione di quest’ultimo. Per questo motivo, Guglielmo insegnò che si può acquisire la conoscenza di Dio solo per mezzo della fede, e che la ragione (e la filosofia da essa generata) è di nessun giovamento quando si tratta di questioni teologiche o spirituali.

Stando alla base di questa convinzione fu l’enfasi ockhamista sulla volontà di Dio come supremo arbitro e causa efficace di ogni cosa (il volontarismo). Secondo Guglielmo, tutto ciò che esiste o accade è dovuto esclusivamente e infallibilmente all’imperscrutabile volontà divina. Quello che Dio ha deciso di fare (il suo potere ordinato) avrebbe potuto essere diverso se egli l’avesse voluto così (il suo potere assoluto). A causa di ciò, Guglielmo insistette, contro Tommaso, che non si possono dedurre quali sono le vie di Dio dagli effetti visibili che producono, perché Dio com’è in sé si cela dietro il modo in cui ha arbitrariamente deciso di manifestarsi. Guglielmo ipotizzò addirittura che Dio avrebbe potuto incarnarsi come un asino anziché un essere umano per salvare il mondo.

È indubitabile che nel suo zelo di contrastare la sintesi tomista, Guglielmo si lasciò trasportare da idee congetturali e persino assurde. Pur minando la certezza cristiana che il Dio conosciuto in Gesù non è altro che Dio com’è in se stesso, Guglielmo recuperò un principio fondamentale che era stato trascurato dalla chiesa medievale, un principio che avrebbe poi svolto un ruolo determinante nella formazione di un monaco agostiniano di nome Martin Lutero. Non è affatto un caso che Guglielmo fu censorato per aver smentito le pretese papali all’infallibilità e al potere temporale.

La negazione delle capacità umane di giungere a Dio e l’affermazione della fede quale unico mezzo di accettare la sua rivelazione crearono il fertile terreno dal quale sarebbe spuntata la scoperta di Lutero: “Non è giusto colui che opera molto, ma lo è chi, senza le opere, crede molto in Cristo” (Disputa di Heidelberg, tesi 25). Oppure, come lo dice l’apostolo Paolo: “Ora a chi opera, il salario non è messo in conto come grazia, ma come debito; mentre a chi non opera ma crede in colui che giustifica l’empio, la sua fede è messa in conto come giustizia” (Rom. 4:4-5).

La Storia della Chiesa in un Anno: Tommaso d’Aquino e la Sintesi Cattolica (25/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: Tommaso d’Aquino e la Sintesi Cattolica (25/52)

 Siccome infatti la Grazia non distrugge la natura, ma anzi la perfeziona, la ragione deve servire alla fede, nel modo stesso che l’inclinazione naturale della volontà asseconda la carità…. È così che la sacra dottrina utilizza anche l’autorità dei filosofi dove essi con la ragione naturale valsero a conoscere la verità. (Tommaso d’Aquino, Summa Theologica, I,1,8)

Grazie al suo straordinario ingegno e la sua enorme produzione letteraria, Tommaso d’Aquino (1225–1274 d.C.), un frate domenicano soprannominato Doctor Angelicus, emerse come il più imponente teologo della Scolastica medievale, un periodo di grandi fermenti intellettuali. La rilevanza di Tommaso si riassume nella parola “sintesi”. Tommaso partì dal presupposto che “la grazia non distrugge la natura, ma anzi la perfeziona”. Vale a dire, l’essere umano non è tanto corrotto dal peccato che manca delle capacità necessarie per poter cooperare con la grazia al fine di raggiungere la conoscenza di Dio e la propria salvezza. Ciò permise a Tommaso di servirsi della ragione umana naturale — nel suo caso del pensiero di Aristotele — per elaborare il suo sistema teologico.

La sintesi tomista sfocia in quasi ogni elemento del cattolicesimo romano che ancora risulta problematico dal punto di vista evangelico. Come spiega il documento redatto dall’IFED di Padova intitolato “Orientamenti evangelici per pensare il cattolicesimo”:

 Il presupposto fondamentale del cattolicesimo è il motivo tomista di natura-grazia su cui s’innesta una concezione della chiesa come prolungamento dell’Incarnazione del Figlio di Dio. Entrambi gli elementi … costituiscono la cornice ideologica di riferimento del cattolicesimo e sono rinvenibili in tutte le sue manifestazioni. Tale orientamento presupposizionale comporta per il cattolicesimo una visione non tragica del peccato, un certo ottimismo sulle capacità dell’uomo, una considerazione della salvezza come perfezionamento della natura, la legittimazione delle prerogative divine della chiesa e la necessità della sua mediazione tra Dio e l’uomo.

Bisogna certo ammettere che Tommaso ci serve da esempio di come “consapevoli … del timore che si deve avere del Signore, cerchiamo di convincere gli uomini” del vangelo (2 Cor. 5:11). In ultima analisi, però, sembra che Tommaso abbia dato sufficiente retta alla pazzia del vangelo fa “perire la sapienza dei saggi e annient[a] l’intelligenza degli intelligenti” (1 Cor. 1:19). Infatti, come afferma l’apostolo Paolo:

Poiché il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria sapienza, è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione. I Giudei infatti chiedono miracoli e i Greci cercano sapienza, ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo e per gli stranieri pazzia; ma per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio. (1 Cor. 1:21-24)

In altre parole, la ragione umana non deve essere semplicemente perfezionata per giungere a Dio; piuttosto deve essere messa a morte e risuscitata con Cristo per poter apprendere la sapienza di Dio nel vangelo che stravolge tutte le nostre aspettative.

La Storia della Chiesa in un Anno: Giovanni Crisostomo, Girolamo, e il Potere della Parola (13/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: Giovanni Crisostomo, Girolamo, e il Potere della Parola (13/52)

Dai mezzi usati da Dio si vede come la stoltezza di Dio sia più saggia della sapienza degli uomini, e come la sua debolezza sia più forte della fortezza umana. In che senso più forte? Nel senso che la croce, nonostante gli uomini, si è affermata su tutto l’universo e ha attirato a sé tutti gli uomini. Molti hanno tentato di sopprimere il nome del Crocifisso, ma hanno ottenuto l’effetto contrario. Questo nome rifiorì sempre di più e si sviluppò con progresso crescente (Giovanni Crisostomo, Omelie sulla prima lettera ai Corinzi, 4.3.4; PG 61, 34-36)

Nella prefazione all’opera In Chrysostomi (vol.9, col.834-835), il riformatore Giovanni Calvino scrisse: “Benché l’omelia sia qualcosa che consiste in una varietà di elementi, l’interpretazione della Scrittura è comunque la sua priorità. In questo ambito, nessuna persona sensata negherebbe che il nostro Crisostomo primeggia su tutti gli antichi scrittori attualmente conosciuti… Il merito principale del nostro Crisostomo è questo: egli si premurò sempre di non deviare, nemmeno nei minimi dettagli, dal genuino e chiaro significato della Scrittura e di non concedersi alcuna libertà di distorcere il senso semplice delle parole.”

Benché famoso per le sue doti oratorie (il suo soprannome significa appunto “bocca d’oro), Giovanni chiamato “Crisostomo” (349ca-407 d.C.), diacono e sacerdote ad Antiochia e poi arcivescovo di Costantinopoli, si distinse per la sua rigorosa fedeltà nell’esporre le Scritture secondo il senso inteso dai suoi autori. Questo approccio contrastava quello utilizzato da molti dei suoi contemporanei, ossia l’interpretazione allegorica. Crisostomo detestava il metodo allegorico perché sfociava in ogni sorta di interpretazione speculativa e fantasiosa, smussando “la testimonianza di … Gesù Cristo e lui crocifisso” che rende impotente la forza umana e “pazza la sapienza del mondo” (1 Cor. 1:20; 2:1-2). Secondo Crisostomo, la responsabilità dell’interprete è di attenersi strettamente al significato originario dei testi biblici in modo da sentire la voce di Dio senza impedimento.

Insieme a Crisostomo, Girolamo (347-420 d.C.) è anche ricordato per la sua dedizione alla Scrittura. Svolgendo il duplice ruolo di teologo e linguista, Girolamo si impegnò a tradurre l’intera Bibbia dalle lingue originali (l’ebraico, l’aramaico, e il greco) in latino, la lingua corrente della chiesa occidentale. Il risultato fu la Vulgata, e per finirla Girolamo impiegò circa ventitré anni della sua vita, dovendosi anche trasferire in Israele (dove dopo fondò un monastero) per perfezionare la sua padronanza della lingua ebraica.

È tragico che la traduzione di Girolamo, eseguita per rendere la Bibbia accessibile a tutti i cristiani dell’epoca, divenisse nel medioevo uno strumento per fare il contrario: impedire ai laici di leggere e incontrare personalmente la divina rivelazione attestata nella Scrittura. Ciononostante, la parola di Dio, come affermò Crisostomo, non può essere mai soppressa ma rifiora sempre e si sviluppa con progresso crescente. Nel corso della storia, la voce di Dio che parla nella Bibbia si libera da ogni tentativo di domarla o imprigionarla e rivendica la sua unica e assoluta autorità.

La Storia della Chiesa in un Anno: Il Concilio di Nicea (9/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: Il Concilio di Nicea (9/52)

Crediamo … in un solo Signore, Gesù Cristo, figlio di Dio, generato, unigenito, dal Padre, cioè dalla sostanza del Padre, Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato, della stessa sostanza del Padre, mediante il quale sono state fatte tutte le cose, sia quelle che sono in cielo, che quelle che sono sulla terra. Per noi uomini e per la nostra salvezza egli discese dal cielo, si è incarnato, si è fatto uomo, ha sofferto e risorse il terzo giorno, salì nei cieli, verrà per giudicare i vivi e i morti. (dal Credo di Nicea)

Tenuto nel 325 d.C., il concilio di Nicea fu il primo a essere riconosciuto ecumenico, cioè valido per tutti i cristiani. Seguendo il precedente stabilito in Atti 15, il concilio di Nicea fu convocato soprattutto per affrontare il problema suscitato da un sacerdote di Alessandria chiamato Ario. In sostanza, Ario insegnò che il Figlio di Dio non era altro che una creatura, sebbene la prima e più gloriosa di tutte le altre. Ario ritenne il Figlio inferiore al Padre, l’unico vero Dio senza origine.

Ario e altri come lui (chiamati “ariani”) arrivarono a questa conclusione perché presupponevano che esistesse un divario invalicabile tra Dio e il cosmo tanto da proibire qualsiasi contatto diretto. Di conseguenza, il dio ariano rimaneva sempre distaccato dal mondo, inaccessibile e inconoscibile. Caratteristico dell’arianesimo, dunque, era il bisogno di mediatori che fungevano da tramite tra Dio e il creato.

Mentre Atanasio, il vescovo di Alessandria, è ricordato come il campione di Nicea, fu il suo predecessore, Alessandro, che iniziò la lotta per conservare la fede evangelica. Alessandro, come tutti i 318 padri niceni che approvarono il Credo di Nicea, si accorse che la piena divinità di Cristo era un insegnamento biblico di vitale importanza e non una questione irrilevante. Il motivo fu questo: solo Dio è capace di salvare il mondo. Dunque, se Cristo non fosse “Dio vero da Dio vero”, tutta la sua opera non avrebbe nessun valore per noi. Siccome, però, anche gli ariani giustificarono la loro eresia riferendosi alle Scritture, i padri niceni furono costretti ad adoperare un termine extra-biblico (homoousion, cioè “della stessa sostanza”) per affermare che il Figlio è uguale al Padre, salvo solo che non è il Padre.

Possiamo ringraziare il concilio di Nicea per aver conservato altre due verità correlate, indispensabili anch’esse al vangelo: 1) Dio non si serve di mediatori perché è lui stesso che in Gesù Cristo discese dal cielo per la nostra salvezza; e 2) il Dio rivelato in Gesù Cristo è identico, senza contraddizione o alterazione, al Dio che esiste da tutta l’eternità in luce inaccessibile. In altre parole, non dobbiamo, né possiamo, cercare Dio se non in Gesù. Ascoltando Gesù, ascoltiamo il Padre. Vedendo Gesù, vediamo il Padre. Conoscendo Gesù, conosciamo il Padre. Come Gesù disse semplicemente ai suoi discepoli: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Giov. 14,9).