Giovanni 9: La benedizione della cecità

1) La luce del mondo (Giovanni 9:1-5)

1 Passando vide un uomo che era cieco fin dalla nascita. I suoi discepoli lo interrogarono, dicendo: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?» Gesù rispose: «Né lui ha peccato, né i suoi genitori; ma è così affinché le opere di Dio siano manifestate in lui. Bisogna che io compia le opere di colui che mi ha mandato mentre è giorno; la notte viene in cui nessuno può operare. Mentre sono nel mondo, io sono la luce del mondo».

Nel capitolo 9 del vangelo di Giovanni, vediamo cristallizzarsi alcuni dei temi principali sempre presenti nella narrativa sin dall’inizio: la luce contro le tenebre; il giorno contro la notte. Ricordiamo in particolare vv.4-9 del primo capitolo:

In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini. La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta. Vi fu un uomo mandato da Dio, il cui nome era Giovanni; egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo di lui. Egli stesso non era la luce, ma venne per rendere testimonianza alla luce. La vera luce che illumina ogni uomo stava venendo nel mondo.

Abbiamo visto nei vari episodi raccontati finora l’impatto di questa “vera luce” sul mondo delle tenebre, riassunto nel 3:19-21:

19 … la luce è venuta nel mondo, e gli uomini hanno amato le tenebre più della luce, perché le loro opere erano malvagie. 2Perché chiunque fa cose malvagie odia la luce e non viene alla luce, affinché le sue opere non siano scoperte; 21 ma chi mette in pratica la verità viene alla luce, affinché le sue opere siano manifestate, perché sono fatte in Dio.

Poi nel capitolo 7, abbiamo imparato che l’incomprensione e l’incredulità da parte dei molti nei confronti della luce non sono dovute solo al loro rifiuto di comprendere e credere ma anche (e soprattutto!) alla decisione da parte della luce stessa di splendere in modo da manifestarsi soltanto agli occhi della fede. Il conflitto fra Gesù e i Giudei nel capitolo 8 ha dimostrato l’assoluta incompatibilità della luce e le tenebre, l’impossibilità di conciliarsi o di concedere un momento di tregua (evidenziata dal tentativo dei Giudei di lapidare Gesù nel v.59). La guerra tra la luce di Dio e le tenebre del mondo infurierà finché non ci sia vincitore.

Ora, nel capitolo 9, questa guerra si concentra intorno a un povero uomo, mendicante perché “cieco fin dalla nascita”. Quest’uomo, pur essendo letteralmente cieco, diventa nel vangelo di Giovanni un simbolo della lotta tra la luce e le tenebre proprio perché la sua particolare afflizione è una vivida illustrazione della realtà spirituale che di solito passa inosservata. Giovanni riferisce la guarigione di quest’uomo come un fatto realmente avvenuto, ma vuole anche che vediamo in esso una sorta di parabola che rende visibile la guerra spirituale e anticipa quale ne sarà il risultato. Il suo scopo per noi lettori è che diventiamo più consapevoli della realtà invisibile in cui siamo costantemente immersi e della guerra spirituale in cui siamo sempre coinvolti, e che la nostra fede si rafforzi affinché, come dice Paolo in Efesini 6:13, possiamo “resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver compiuto tutto il [nostro] dovere”.

Ma dobbiamo essere cauti se, dopo aver letto i primi cinque versetti di Giovanni 9, pensiamo di poter prevedere già come andrà a finire. I discepoli servono da avvertimento, perché quando, in compagnia di Gesù, incontrano l’uomo cieco, credono di aver già intuito la causa della sua miseria:

«Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?»

Certo, ai discepoli resta il dubbio su chi ha sbagliato per aver causato la cecità dell’uomo, ma la possibilità che si sbaglino loro non gli viene affatto in mente. Sono convinti di aver inquadrato la situazione, e quindi (probabilmente) come si risolverà.

Ma alla loro domanda Gesù fa com’è solito fare e fa esplodere gli schemi:

Né lui ha peccato, né i suoi genitori; ma è così affinché le opere di Dio siano manifestate in lui.

Questo merita un momento di riflessione, perché come i discepoli, anche noi siamo propensi a ‘schematizzare’ la vita, soprattutto le sue difficoltà, per farcene una ragione, chiedendo: “perché è successo questo?”. Ma la Bibbia non ci permette di essere dogmatici sul “perché”. A volte nelle Scritture, la sofferenza è il castigo divino per il peccato. In Numeri 12, Miriam, la sorella di Mosè, viene colpita dalla lebbra perché comincia a parlare contro suo fratello. Ma non è sempre così. Giobbe infatti viene afflitto da una malattia molto dolorosa proprio perché rifiuta di rinunciare alla sua fede in Dio quando passa attraverso una serie di terribili tragedie.

Non possiamo dunque, in base alle Scritture, dire sempre con certezza che una particolare difficoltà è dovuta a una particolare causa. Questo è perché le Scritture, in genere, non sono neanche interessate a risolvere la questione, perché alla fine non aiuta. Che importanza ha veramente sapere “chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco”? Tanto l’uomo rimane cieco! No, quello che interessa alle Scritture (perché è quello che interessa a Gesù) è come “le opere di Dio” saranno “manifestate in lui” quando recupera la vista. Queste sono “le opere” che Gesù dice di essere stato mandato per fare: non per spiegare un filosofico “perché” della sofferenza, ma per disperdere le tenebre, per creare un nuovo giorno di luce e libertà, per rimediare a tutto quello che affligge e distrugge il buon creato di Dio. Questa è la luce che, se camminiamo in essa invece di preoccuparci di questioni inutili, renderà sicuro ogni nostro passo. Solo se ci atteniamo a ciò che Dio ha rivelato in Gesù possiamo vivere nel nuovo giorno che ha creato; tutto il resto appartiene alla notte.

Quindi, quando ci troviamo nella sofferenza, la nostra domanda non dovrebbe essere: “perché mi è successo questo?” ma piuttosto: “come manifesterà Dio la sua fedeltà, il suo potere, la sua grazia, e il suo amore in questo?” Spesso non potremmo mai sapere il perché, ma possiamo sempre essere certi che in tutto e in tutti Dio ha un disegno “affinché le sue opere siano manifestate”, affinché la sua luce risplenda sempre di più.

2) La nuova creazione (Giovanni 9:6-13)

Detto questo, sputò in terra, fece del fango con la saliva, gli spalmò il fango sugli occhi e gli disse: «Va’, làvati nella vasca di Siloe» (che significa «mandato»). Egli dunque andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Perciò i vicini e quelli che l’avevano visto prima, perché era mendicante, dicevano: «Non è questo colui che stava seduto a chiedere l’elemosina?» Alcuni dicevano: «È lui». Altri dicevano: «No, ma gli somiglia». Egli diceva: «Sono io». 10 Allora essi gli domandarono: «Com’è che ti sono stati aperti gli occhi?» 11 Egli rispose: «Quell’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me ne ha spalmato gli occhi e mi ha detto: “Va’ a Siloe e làvati”. Io quindi sono andato, mi son lavato e ho recuperato la vista». 12 Ed essi gli dissero: «Dov’è costui?» Egli rispose: «Non so». 13 Condussero dai farisei colui che era stato cieco. 14 Or era in giorno di sabato che Gesù aveva fatto il fango e gli aveva aperto gli occhi.

“Detto questo”, Gesù si mette subito al lavoro nel v.6. La sua metodologia nel guarire l’uomo può sembrare strana: sputa in terra, fa del fango e gli spalma il fango sugli occhi. Perché? Anche se il testo non ce lo dice esplicitamente, lascia intendere che Gesù fa sì che la guarigione del cieco sia considerata un atto di nuova creazione, un tema a cui abbiamo già accennato. Come Dio formò l’uomo dalla terra in Genesi 2, così Gesù “forma” dalla terra occhi nuovi che permetterà al cieco di vedere (e non solo fisicamente ma anche spiritualmente!). Questo è confermato quando scopriamo nel v.14 che:

…era in giorno di sabato che Gesù aveva fatto il fango e gli aveva aperto gli occhi.

Perché di nuovo è importante sapere questo come nel caso del paralitico in Giovanni 5? Sempre in Genesi 2, leggiamo che:

Il settimo giorno Dio compì l’opera che aveva fatta, e si riposò…

Mentre il sabato era dunque il giorno del riposo anche per i Giudei, Gesù continuava a operare perché, dopo la caduta di Genesi 3, c’era una nuova creazione da fare, di cui l’uomo cieco diventa un bellissimo campione. Finché non tutte le cose saranno fatte nuove (Apocalisse 21:5), Dio continuerà a operare, e così opera Gesù, non solo durante la settimana ma anche — e soprattutto — in giorno di sabato!

Ma di nuovo non tutti comprendono che la guarigione dell’uomo indica l’arrivo della nuova creazione in mezzo a quella vecchia. Non tutti rimangono convinti che è proprio lui, l’uomo nato cieco, che ora ci vede (v.9). Com’è possibile? Ma l’uomo insiste: “Sono io”, e la gente vuole sapere: “Com’è che ti sono stati aperti gli occhi?” (v.10). L’uomo non sa dire altro che nominare “quell’uomo che si chiama Gesù” (v.11), e la gente decide di portare il fatto all’attenzione dei farisei che dovrebbero essere in grado di constatare la verità.

3) Il giudizio delle tenebre (Giovanni 9:15-41)

1) La falsa indagine (9:15-23)

15 I farisei dunque gli domandarono di nuovo come egli avesse recuperato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». 16 Perciò alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non è da Dio perché non osserva il sabato». Ma altri dicevano: «Come può un uomo peccatore compiere tali segni?» E vi era disaccordo tra di loro. 17 Essi dunque dissero di nuovo al cieco: «Tu, che dici di lui, poiché ti ha aperto gli occhi?» Egli rispose: «È un profeta». 18 I Giudei però non credettero che lui fosse stato cieco e avesse recuperato la vista, finché non ebbero chiamato i genitori di colui che aveva recuperato la vista 19 e li ebbero interrogati così: «È questo vostro figlio che dite essere nato cieco? Com’è dunque che ora ci vede?» 20 I suoi genitori risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; 21 ma come ora ci veda non lo sappiamo, né sappiamo chi gli abbia aperto gli occhi; domandatelo a lui; egli è adulto, parlerà lui di sé». 22 Questo dissero i suoi genitori perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che se uno avesse riconosciuto Gesù come Cristo, sarebbe stato espulso dalla sinagoga. 23 Per questo i suoi genitori dissero: «Egli è adulto, domandatelo a lui».

Così nel v.15 incomincia il “processo” che concluderà alla fine del capitolo con un “giudizio” che dichiarerà il vincitore del conflitto tra la luce di Dio e le tenebre del mondo. Abbiamo iniziato il nostro studio caratterizzando questo conflitto come una “guerra”, e questo linguaggio resta ancora valido anche se adesso il testo ci costringe a parlarne in termini di un processo legale. In ogni caso, lo scontro è sempre presente, e quando non esiste possibilità di fare pace, ci potrà essere alla fine un solo vincitore.

I farisei aprono un’indagine per appurare i fatti. Dopo aver interrogato l’uomo, non si concordano sull’accaduto. Alcuni condannano Gesù a prescindere perché sembra aver violato il sabato, ma altri dubitano che un tale trasgressore possa “compiere tali segni” (v.16). Molti, inoltre, non credono neanche che l’uomo guarito sia stato veramente cieco. Decidono dunque di convocare e interrogare i genitori dell’uomo; chi conoscerà meglio l’uomo guarito se non i propri genitori? Però, di fronte alle domande dei Giudei, i genitori danno solo riposte evasive: “Sì, questo è nostro figlio. Sì, è nato cieco. Pare che adesso ci veda, ma come non lo sappiamo, e non lo sappiamo nemmeno chi l’abbia guarito. Se vi interessa avere risposte a queste domande, bisogna chiedere a lui, tanto è un adulto responsabile!”

Poi nel vv.22 Giovanni aggiunge un commento penetrante e illuminante:

22 Questo dissero i suoi genitori perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che se uno avesse riconosciuto Gesù come Cristo, sarebbe stato espulso dalla sinagoga.

Questo commento ci dice non solo che i genitori dell’uomo guarito probabilmente sanno più di quanto vogliano ammettere e rispondono così perché hanno paura dei Giudei, ma anche (e più importante ancora) che hanno paura perché i Giudei hanno “già” deciso di scomunicare dalla sinagoga chiunque avrebbe riconosciuto Gesù come Cristo, una punizione che all’epoca comportava non solo un’esclusione religiosa ma anche un totale ostracismo sociale. Ma più della severità delle conseguenze, qui scopriamo che il verdetto ricercato dai Giudei è stato già determinato in anticipo. Questo processo è una farsa, la loro indagine è falsa, perché la loro intenzione non è di scoprire la verità ma di sovvertirla! Hanno già nei loro cuori pronunciato giudizio contro Gesù e stanno solo cercando qualche pretesto per poterlo screditare pubblicamente. Se riescono a dimostrare che l’uomo apparentemente guarito è invece un bugiardo, possono accusare Gesù di inganno. Se l’uomo è stato effettivamente guarito, possono comunque condannare Gesù per aver violato il sabato.

B) La vera testimonianza (9:24-24)

24 Essi dunque chiamarono per la seconda volta l’uomo che era stato cieco, e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». 25 Egli dunque rispose: «Se egli sia un peccatore, non lo so; una cosa so: che ero cieco e ora ci vedo». 26 Essi allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?» 27 Egli rispose loro: «Ve l’ho già detto e voi non avete ascoltato. Perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare suoi discepoli anche voi?» 28 Essi lo insultarono e dissero: «Tu sei discepolo di costui! Noi siamo discepoli di Mosè. 29 Noi sappiamo che a Mosè Dio ha parlato; ma in quanto a costui, non sappiamo di dove sia». 30 L’uomo rispose loro: «Questo poi è strano, che voi non sappiate di dove sia; eppure mi ha aperto gli occhi! 31 Si sa che Dio non esaudisce i peccatori; ma se uno è pio e fa la volontà di Dio, egli lo esaudisce. 32 Da che mondo è mondo non si è mai udito che uno abbia aperto gli occhi a uno nato cieco. 33 Se quest’uomo non fosse da Dio, non potrebbe fare nulla». 34 Essi gli risposero: «Tu sei tutto quanto nato nel peccato e insegni a noi?» E lo cacciarono fuori.

È nel v.24 che i Giudei scoprono le loro carte quando di nuovo interrogano l’uomo guarito, ma questa volta le loro domande diventano un ordine quando cominciano a perdere la pazienza:

«Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore».

I Giudei non sono interessati alla verità; nessuna prova riuscirà a fargli cambiare idea. Hanno già determinato nelle loro menti che Gesù è un peccatore. Particolarmente indicativa è la frase: “Da’ gloria a Dio”, perché queste sono le stesse parole con cui Giosuè costringe Acan a confessare il peccato che ha commesso quando ha rubato alcuni dei tesori interdetti di Gerico (Giosuè 7:19). Nel contesto di Giosuè 7, Acan era stato già individuato dal Signore come il colpevole davanti a tutto il popolo d’Israele, quindi sarebbe stato inutile provare a negarlo. Qui la convinzione dei Giudei è altrettanto risoluta: “Dai, ammetti che Gesù è un peccatore, è inutile dire altrimenti”.

A questo punto, la testimonianza dell’uomo guarito costituisce un netto contrasto con le azioni dei Giudei. Mentre essi vogliono solo propagare falsità, l’uomo guarito può solo testimoniare la verità:

25 una cosa so: che ero cieco e ora ci vedo.

Quando i Giudei gli chiedono ancora come è stato guarito, l’uomo rimane quasi divertito:

27… Ve l’ho già detto e voi non avete ascoltato. Perché volete udirlo di nuovo?

Poi, forse un po’ ingenuamente (o forse anche no!), l’uomo gli fa una domanda provocatoria:

Volete forse diventare suoi discepoli anche voi?

A questo i Giudei replicano prima con insulti e disprezzo, ma poi la situazione diventa grave quando, ai loro occhi, quest’uomo “nato nel peccato” (v.34, e qui ricordiamo la domanda dei discepoli nel v.2) si arroga il diritto di insegnare a loro, i maestri istruiti e stimati. Chiaramente, l’uomo non si comporta in modo arrogante o presuntuoso nei loro confronti; egli testimonia soltanto la semplice verità che dovrebbe essere ovvia a qualsiasi osservatore obiettivo:

33 Se quest’uomo [Gesù] non fosse da Dio, non potrebbe fare nulla.

Il problema, però, è che nessuno qui è un osservatore obiettivo, e quindi, scandalizzati oltre misura, i Giudei cacciano l’uomo fuori, esattamente come i suoi genitori temevano.

C) Il grande rovescio (9:35-41)

35 Gesù udì che lo avevano cacciato fuori; e, trovatolo, gli disse: «Credi nel Figlio dell’uomo?» 36 Quegli rispose: «Chi è, Signore, perché io creda in lui?» 37 Gesù gli disse: «Tu l’hai già visto; è colui che ti sta parlando». 38 Egli disse: «Signore, io credo». E l’adorò. 39 Gesù disse: «Io sono venuto in questo mondo per fare un giudizio, affinché quelli che non vedono vedano, e quelli che vedono diventino ciechi». 40 Alcuni farisei, che erano con lui, udirono queste cose e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?» 41 Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane.

Pur essendo perso alla sinagoga, l’uomo viene trovato da Gesù. E non solo, perché è a questo punto che Gesù gli si rivela come il Cristo, il “Figlio dell’uomo”, e l’uomo guarito dalla cecità fisica viene guarito anche dalla cecità spirituale:

38 Egli disse: «Signore, io credo». E l’adorò.

È interessante che Gesù si riveli pienamente all’uomo solo dopo che viene espulso dai Giudei, come per sottolineare ancora una volta che bisogna credere per vedere, e non viceversa. Ma il punto principale è altro, ed è qui che scopriamo il risultato del processo, il vincitore del conflitto, cioè il “giudizio” che nel v.39 Gesù dice di essere venuto per fare. Qual è questo giudizio?

…affinché quelli che non vedono vedano, e quelli che vedono diventino ciechi.

Dobbiamo riflettere bene su questa frase in quanto distilla in poche parole tutto il messaggio di Giovanni 9. E, come detto prima, dobbiamo essere cauti nel presumere di sapere già che cosa significa.

Il significato della prima parte della frase — “affinché quelli che non vedono vedano” — è più trasparente. Questo descrive perfettamente l’esperienza dell’uomo nato cieco che poi viene guarito da Gesù. All’inizio del capitolo, era un misero mendicante a causa della sua cecità, ma dopo aver incontrato Gesù, è stato reso capace di vedere non solo con gli occhi del corpo ma anche con gli occhi della fede, e per questo ha creduto e anche adorato Gesù come il Signore.

Ma che cosa vuol dire la seconda parte della frase: affinché “quelli che vedono diventino ciechi”? Di nuovo, in un senso, anche questa è abbastanza chiara grazie all’esempio dei Giudei. Quando dichiarano nel v.24: “Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore”, lasciano intendere che loro, a differenza dell’uomo cieco, sono in grado di discernere la falsità in Gesù e non essere da lui ingannati. Lasciano intendere anche che loro, a differenza di Gesù, non sono peccatori. Poi, quando nel v.34 chiamano l’uomo guarito un peccatore che non ha nessun diritto di insegnare a loro, lasciano intendere che loro, a differenza di chiunque altro, sono i custodi e maestri della verità. In poche parole, questi sono quelli che “vedono” ma, dopo aver incontrato Gesù, diventano ciechi. La stessa luce che illumina gli occhi di uno può, come il sole, abbagliare gli occhi di un altro.

Ma è proprio qui che dobbiamo essere molto cauti, di non identificarci subito con il cieco che diventa vedente e dissociarci dai vedenti che diventano ciechi. Questo è il pericolo a cui abbiamo accennato prima, la presunzione di sapere come tutto andrà a finire. Il giudizio è questo, che Gesù ha fatto sì che “quelli che vedono diventino ciechi”; ma una volta diventati ciechi, non è possibile che valga anche per loro la prima parte del giudizio? Se i vedenti si trovano adesso nel posto occupato dal cieco, non è possibile che anche loro possano incontrare Gesù come Guaritore e non come Accecatore? È possibile che la luce del mondo che prima li ha abbagliati possa dopo illuminarli? Ricordiamoci che l’uomo che alla fine del capitolo è capace di vedere era cieco all’inizio; cioè anche lui ha dovuto essere per un tempo cieco affinché potesse essere guarito da Gesù. Non è possibile dunque che Dio deve far sì che tutti diventino ciechi affinché tutti diventino vedenti?

E se questo è vero — se la severità di Dio risulta alla fine benevola — non è possibile che sia vero anche il contrario — che la benevolenza di Dio può risultare alla fine severa? Quelli che prima erano ciechi ma poi guariti dalla grazia di Dio, possono presumere sempre di vedere mentre tutti gli altri sono ancora ciechi? Non può il loro vedere — tutto dovuto alla grazia di Dio — diventare una forma di cecità se s’insuperbiscono nei confronti dei non ancora guariti? E se succede questo, non può la benevolenza di Dio — la stessa benevolenza che li ha guariti dalla cecità — non può risultare severa nei loro confronti per umiliarli, per ricordargli che anche loro sono ciechi se non per la grazia che non hanno meritato?

Questo è infatti l’insegnamento di Paolo in Romani 11:17-23 dove, invece della cecità, usa l’analogia dei rami selvatici (cioè i ciechi) che vengono innestati al posto dei rami naturali (cioè i vedenti):

17 Se alcuni rami sono stati troncati, mentre tu, che sei olivo selvatico, sei stato innestato al loro posto e sei diventato partecipe della radice e della linfa dell’olivo, 18 non insuperbirti contro i rami; ma se ti insuperbisci, sappi che non sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te. 19 Allora tu dirai: «Sono stati troncati i rami perché fossi innestato io». 20 Bene: essi sono stati troncati per la loro incredulità e tu rimani stabile per la fede; non insuperbirti, ma temi. 21 Perché se Dio non ha risparmiato i rami naturali, non risparmierà neppure te. 22 Considera dunque la bontà e la severità di Dio: la severità verso quelli che sono caduti; ma verso di te la bontà di Dio, purché tu perseveri nella sua bontà; altrimenti, anche tu sarai reciso. 23 Allo stesso modo anche quelli, se non perseverano nella loro incredulità, saranno innestati; perché Dio ha la potenza di innestarli di nuovo.

Questo è infatti ciò che impariamo in Giovanni 9. Consideriamo la bontà e la severità di Dio, la bontà che guarisce i ciechi e la severità che acceca i vedenti, ma anche la bontà che può guarire i vedenti accecati e la severità che può accecare di nuovo i guariti. Non ci si può beffare di Dio, non si può prendere alla leggera la sua grazia né trattarla come la propria prerogativa. Se Dio nella sua severità benevola ci ha abbattuto affinché ci ravvedessimo, la sua benevolenza severa dovrebbe tenerci lì in ginocchio pentiti e contriti davanti a lui. Dobbiamo gioire perché in Gesù siamo diventati figli di Dio, ma non dobbiamo gioire perché siamo diventati figli di Dio noi non altri. Servite il Signore con timore e gioite con tremore” ci esorta Salmo 2:11, e il principio della saggezza è il timore del Signore” ci insegna Proverbi 9:10.

E alla fine, tutto questo è dovuto, come sempre, alla croce di Cristo a cui Giovanni 9 ci prepara ulteriormente. Qual è la risposta giusta se chiediamo: È la croce di Cristo la rivelazione della bontà di Dio o della severità di Dio? È la manifestazione della grazia di Dio o del giudizio di Dio? È il fulgore della luce che illumina gli occhi o che abbaglia gli occhi? La risposta non può essere “o questo o quello” ma “sia questo che quello”. La croce è il luogo dove Dio ha rivelato la sua bontà nella sua severità verso Gesù al posto di noi peccatori, ed è anche il luogo dove Dio ha rivelato la sua severità verso i nostri peccati nella sua bontà nel caricarli su Gesù. La croce ha manifestato la grazia di Dio nel giudicare in Gesù tutte le colpe del mondo, e ha manifestato anche il giudizio di Dio nel perdonarle tutte una volta per sempre. Sulla croce, Gesù si è dimostrato “la vera luce che illumina ogni uomo” (Giovanni 1:9), perché lì ha aperto gli occhi di un centurione pagano affinché credesse in lui, ma allo stesso tempo ha accecato gli occhi dei Giudei che potevano solo insultarlo come una pallida imitazione del Messia. Ma non va dimenticato che molti di questi stessi Giudei, quello stesso anno alla festa della Pentecoste, hanno ascoltato la testimonianza di Pietro e gli altri apostoli e, compunti nel cuore, si sono ravveduti anche loro e sono stati battezzati nel nome di Gesù per il perdono dei peccati (Atti 2:37-41).

Il messaggio di Giovanni 9 dovrebbe essere dunque semplice ma forte, incoraggiante ma impressionante, portando conforto ma anche facendo riflettere, sia per credenti sia per non credenti. Nessuno occhio è troppo cieco che Dio non lo possa guarire, e nessuno occhio è così guarito che non abbia ancora costante bisogno della grazia per non tornare a essere cieco. I vedenti devono umiliarsi sotto la severità benevola di Dio, confessando la loro cecità e ravvedendosi della loro illusione di poterci vedere. I ciechi devono rallegrarsi della benevolenza severa di Dio, che li ha fatti essere per un tempo ciechi affinché possano ora essere guariti e veder manifestarsi le opere di Dio in loro.

Concludiamo tornando a Romani 11 per vedere come Paolo ha concluso il discorso che abbiamo citato prima:

33 Oh, profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto inscrutabili sono i suoi giudizi e ininvestigabili le sue vie! 34 Infatti «chi ha conosciuto il pensiero del Signore? O chi è stato suo consigliere?» 35 «O chi gli ha dato qualcosa per primo, sì da riceverne il contraccambio?» 36 Perché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui sia la gloria in eterno. Amen.

Giovanni 7: Il Dio Velato

1) La Parola che rivela Dio

Arrivando al capitolo 7 del vangelo di Giovanni, “dopo queste cose” (v.1) riportate nel capitolo 6, ci vuole poco prima che ci accorgiamo di dover trattare una questione spinosa. Se, com’è necessario, teniamo sempre presente il prologo di Giovanni (1:1-18) mentre leggiamo questo capitolo, c’imbattiamo subito in una difficoltà. Se è vero che Gesù, la Parola di Dio, è venuto nel mondo per farci conoscere il Dio che nessuno ha mai visto, perché allora c’è così tanta confusione su chi è? Se la Parola è diventata carne per rivelare la gloria di Dio, perché la gente non riesce a vederla? Se Dio vuole che abbiamo idee chiare su chi è e qual è il suo proposito per noi, perché non ce le fa avere in modo che non rimanga più nessun dubbio? Questa domanda infatti è centrale in Giovanni 7. Notiamo quante volte, nonostante i tanti segni e discorsi di Gesù, c’è ancora tanta perplessità, e persino conflitto, sulla sua identità:

12 Vi era tra la folla un gran mormorio riguardo a lui. Alcuni dicevano: «È un uomo per bene!», altri dicevano: «No, anzi, svia la gente!» 13 Nessuno però parlava di lui apertamente, per paura dei Giudei.

15 Perciò i Giudei si meravigliavano e dicevano: «Come mai conosce le Scritture senza aver fatto studi?»

20 La gente rispose: «Tu hai un demonio! Chi cerca di ucciderti?»

25 Perciò alcuni di Gerusalemme dicevano: «Non è questi colui che cercano di uccidere? 26 Eppure, ecco, egli parla liberamente e non gli dicono nulla. Che i capi abbiano riconosciuto per davvero che egli è il Cristo? 27 Eppure, costui sappiamo di dov’è; ma quando il Cristo verrà, nessuno saprà di dove egli sia».

35 Perciò i Giudei dissero tra di loro: «Dove andrà dunque ché noi non lo troveremo? Andrà forse da quelli che sono dispersi tra i Greci, a insegnare ai Greci? 36 Che significano queste sue parole: “Voi mi cercherete e non mi troverete” e: “Dove io sarò, voi non potete venire”?»

40 Una parte dunque della gente, udite quelle parole, diceva: «Questi è davvero il profeta». 41 Altri dicevano: «Questi è il Cristo». Altri, invece, dicevano: «Ma è forse dalla Galilea che viene il Cristo? 42 La Scrittura non dice forse che il Cristo viene dalla discendenza di Davide e da Betlemme, il villaggio dove stava Davide?» 43 Vi fu dunque dissenso, tra la gente, a causa sua.

La domanda suscitata da questo capitolo non si limita solo ai Giudei all’epoca di Gesù; resta tuttora una domanda diffusa e pertinente. Quanto più facile, pensiamo, sarebbe testimoniare Gesù se Dio scrivesse nel cielo con le nuvole: “Io sono Dio! Credete in Gesù come vostro Signore e Salvatore!” Quanto più facile sarebbe parlare di lui se lui, come al battesimo di Gesù, desse conferma con la sua propria voce dicendo: “Questi sono i miei servi; ascoltateli!” E quanto più facile sarebbe credere se Dio si manifestasse in modo visibile e tangibile agli occhi di tutti. Sarebbe molto più difficile, se non impossibile, essere atei o agnostici nei suoi confronti, no? Perché invece sembra che Dio si veli, si nasconda, lasciando il mondo nelle tenebre di così tante religioni e filosofie false? Se Dio ha così tanto “amato il mondo che ha dato il suo unigenito Figlio affinché chiunque crede in lui non perisca ma abbia vita eterna” (3:16), perché non si rivela in modo che tutti non possano fare altro che credere?

Così infatti i fratelli di Gesù lo esortano a fare all’inizio di Giovanni 7:

Or la festa dei Giudei, detta delle Capanne, era vicina. [Questa festa, si ricordi, era una delle tre feste che gli ebrei erano obbligati a celebrare a Gerusalemme] 3 Perciò i suoi fratelli gli dissero: «Parti di qua e va’ in Giudea, affinché anche i tuoi discepoli vedano le opere che tu fai. Poiché nessuno agisce in segreto quando cerca di essere riconosciuto pubblicamente. Se tu fai queste cose, manifèstati al mondo».

A primo sguardo, i fratelli di Gesù (che, sì, sono i suoi veri fratelli, nati dopo di lui a Giuseppe e Maria dopo per vie naturali) sembrano essere motivati da buone intenzioni, ma Giovanni subito aggiunge il seguente commento:

Poiché neppure i suoi fratelli credevano in lui.

Qui vediamo perché è importante sapere (contrario all’insegnamento della Chiesa di Roma) che questi sono i veri fratelli di Gesù. Questi sono quelli che sono cresciuti insieme a Gesù, nella stessa famiglia, con gli stessi genitori, che dunque conoscono Gesù meglio di tutti gli altri. E se neppure loro credono in lui dopo tutto questo tempo, se pretendono che Gesù si manifesti in modo più chiaro e convincente prima di credere, allora che speranza c’è che qualcun altro crederà?

Per quanto inquietante, questa domanda lo diventa ancora di più nel caso di qualcuno che (a differenza dei fratelli di Gesù) sembra cercare il Signore con un sincero desiderio di credere ma non riesce a trovarlo, qualcuno che vuole sentire la sua voce ma sente solo il silenzio, qualcuno che chiede qualche piccolo segno della sua presenza ma non vede niente. Che facciamo nei confronti di chi echeggia le parole di Giobbe:

23:3 Oh, sapessi dove trovarlo! Potessi arrivare fino al suo trono! Esporrei la mia causa davanti a lui, riempirei d’argomenti la mia bocca. 5 Saprei quel che mi risponderebbe, capirei quello che avrebbe da dirmi…. Ma ecco, se vado a oriente, egli non c’è; se a occidente, non lo trovo; se a settentrione, quando vi opera, io non lo vedo; si nasconde egli a sud, io non lo scorgo.

Possiamo dunque formulare la difficoltà di Giovanni 7 con la seguente domanda: se in Gesù Dio è rivelato, perché invece rimane velato agli occhi di così tante persone? Una risposta, che è anche giusta, è che queste persone semplicemente non vogliono vedere, non vogliono capire, non vogliono credere. Come dice Giovanni 3:20:

Perché chiunque fa cose malvagie odia la luce e non viene alla luce, affinché le sue opere non siano scoperte.

Ma pur essendo giusta, questa risposta è solo parziale. Dobbiamo anche considerare che cosa ci insegna Giovanni 7.

2) La Parola che vela Dio

La risposta che troviamo in Giovanni 7 (in concomitanza con gli ultimi versetti del capitolo 6) è tutt’altro che confortante, almeno all’inizio. Innanzitutto, notiamo cosa dice il primo versetto:

1 Dopo queste cose, Gesù se ne andava per la Galilea, non volendo fare altrettanto in Giudea perché i Giudei cercavano di ucciderlo.

La prima frase: “Dopo queste cose” è molto importante perché collega ciò che segue nel capitolo 7 — in particolare la confusione, il dissenso e anche la rabbia violenta dei Giudei nei confronti di Gesù — con gli avvenimenti del capitolo 6. Quindi ci conviene ripassarli brevemente. Giovanni 6 apre con un altro dei segni miracolosi di Gesù, la moltiplicazione dei pani per la grande folla. Dopo, quando Gesù se ne va a un altro luogo e la folla lo segue, cercandolo “per farlo re” (v.15), Gesù risponde con un lungo discorso sulla vera natura del “pane che viene dal cielo” (v.32), l’unico pane che dà la vita eterna (v.27), il pane che è Gesù stesso (v.35). Il risultato è che molti si scandalizzano, “molti dei suoi discepoli, dopo aver udito, dissero: «Questo parlare è duro; chi può ascoltarlo?»” (v.60). Anziché accontentarli con un parlare più ‘orecchiabile’, Gesù gli rivolge altre parole dure e, di conseguenza, leggiamo che “da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui” (v.66). Sembra che Gesù stia provando deliberatamente a provocarli, a offenderli, a ridurre il numero dei suoi discepoli, proprio l’opposto dell’evangelizzazione!

Magari — potremmo pensare — si tratta solo di un caso eccezionale, o magari abbiamo solo noi capito male la sua intenzione. Certamente Gesù vuole attirare la gente a sé, non respingerla! Vuole farsi conoscere, non nascondersi! Ma quest’idea non sopravvive all’assalto del capitolo 7 quando Gesù, rispondendo all’appello dei suoi fratelli di manifestarsi pubblicamente alla festa a Gerusalemme, rifiuta completamente dicendo:

… «Il mio tempo non è ancora venuto; il vostro tempo, invece, è sempre pronto. Il mondo non può odiare voi; ma odia me, perché io testimonio di lui che le sue opere sono malvagie. Salite voi alla festa; io non salgo a questa festa, perché il mio tempo non è ancora compiuto». Dette queste cose, rimase in Galilea.

Ora, potremmo dedurre che Gesù rifiuti di andare a Gerusalemme perché lì i Giudei “cercavano di ucciderlo” (vs.1). È una spiegazione plausibile, ma non corretta. Se Gesù temesse la morte, non avrebbe fatto quel che leggiamo nel v.14:

14 Verso la metà della festa, Gesù salì al tempio e si mise a insegnare.

E ancora nei vv.37-38:

37 Nell’ultimo giorno, il giorno più solenne della festa, Gesù stando in piedi esclamò: «Se qualcuno ha sete, venga a me e beva. 38 Chi crede in me, come ha detto la Scrittura, fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno».

Facendo così, Gesù mette a rischio la sua vita, un fatto notato anche dalla gente nei vv.25-26. Quindi, il motivo principale per cui Gesù rifiuta di manifestarsi apertamente alla festa non può essere che abbia paura di morire. Gesù è pienamente consapevole che alcuni dei Giudei vogliono arrestarlo, ma è anche consapevole che nessuno gli metterà le mani addosso …

… perché l’ora sua non era ancora venuta. (v.30)

Quando Gesù dice che non salirà alla festa, vuol dire che non salirà con i suoi fratelli e nel modo in cui vogliono loro. Gesù ha ogni intenzione di andarci, confermato dal fatto che:

10 Ma quando i suoi fratelli furono saliti alla festa, allora vi salì anche lui; non palesemente, ma come di nascosto.

In netto contrasto con la pretesa dei suoi fratelli che lui si presenti a Gerusalemme come un VIP all’Ariston per il Festival di San Remo, Gesù ci va da solo, quasi in segreto, per evitare in tutti i modi di fare scalpore quando arriva.

Riassumiamo e consideriamo adesso gli straordinari fatti riferiti in questo capitolo: Gesù, venuto nel mondo per far conoscere Dio e il suo proposito, evita di farsi conoscere in modo chiaro e indubitabile proprio nel momento in cui ha l’occasione di farlo davanti al maggior numero possibile di persone. E se si chiede perché, non si può rispondere che Gesù fa questo involontariamente. Abbiamo visto che Gesù ha esplicitamente rifiutato la richiesta dei suoi fratelli di manifestarsi in modo eclatante e indiscutibile alla festa, che c’è andato piuttosto “come di nascosto”. E non si può rispondere nemmeno che Gesù lo fa per paura di morire; sa che l’ora sua non è ancora venuta.

Quindi, abbiamo una sola risposta che ci lascia sconvolti: Gesù vuole che la situazione descritta in Giovanni 7 sia così. Gesù non vuole chiarire ogni dubbio della gente. Gesù non vuole risolvere ogni dissenso. Gesù non vuole togliere ogni perplessità. Gesù non vuole presentarsi con prove talmente convincenti che tutti devono per forza riconoscere chi è. Diversamente, Gesù vuole rivelarsi ma solo in modo velato. Gesù vuole farsi conoscere ma solo in modo ‘difficilmente’ conoscibile. Se, come abbiamo imparato in Giovanni 5, il volere del Padre e del Figlio è un solo volere, dobbiamo concludere che quando Dio vuole rivelarsi, si rivela solo in modo velato. Quando Dio vuole farsi conoscere, si fa conoscere solo in modo ‘difficilmente’ conoscibile.

Perciò, per chi è familiare con il Gesù di Giovanni 7, non sarà sorprendente che Dio non fornisca prove innegabili della sua esistenza, che non dia segni visibili della sua presenza, che non si rivolga a noi con una voce udibile. È certamente capace di fare tutto ciò, e non bisogna escludere la possibilità che lo faccia in qualche caso raro, ma in Gesù scopriamo che in generale lui non lo fa perché non vuole farlo. Vuole invece rivelarsi in modo che rimanga allo stesso tempo velato a un gran numero di persone. Molti lo possono cercano, ma Dio non sempre vuole farsi trovare, come infatti Gesù dice nei vv.33-34:

33 Perciò Gesù disse: «Io sono ancora con voi per poco tempo, poi me ne vado a colui che mi ha mandato. 34 Voi mi cercherete e non mi troverete; e dove io sarò, voi non potete venire».

Questo è il Dio rivelato in Gesù. Siamo sgomenti?

3) La Parola che vela Dio per rivelarLo

A questo punto, è giusto chiedere: “ma perché?”. È giusto chiederlo, in primis perché il testo stesso c’invita a farlo, ma anche perché conoscere Dio è la cosa più importante della vita. Se la Parola è diventata carne per farci conoscere Dio, perché allora fa sì che quella conoscenza rimanga in gran parte inconoscibile? E come allora possiamo essere certi di conoscere Dio?

La risposta a queste domande la troviamo principalmente nei vv.14-24. La frase chiave si trova nel v.24 quando Gesù esorta i Giudei a:

24 Non giudicate secondo l’apparenza, ma giudicate secondo giustizia».

Cosa vuol dire? Chiaramente dobbiamo guardare i versetti precedenti. Cominciamo al v.21:

21 Gesù rispose loro: «Un’opera sola ho fatto, e tutti ve ne meravigliate. 22 Mosè vi ha dato la circoncisione (non che venga da Mosè, ma viene dai padri); e voi circoncidete l’uomo in giorno di sabato. 23 Se un uomo riceve la circoncisione di sabato affinché la legge di Mosè non sia violata, vi adirate voi contro di me perché in giorno di sabato ho guarito un uomo tutto intero?

Questa “opera sola” a cui Gesù si riferisce è quella narrata in Giovanni 5 quando ha guarito un paralitico, sempre a Gerusalemme (e quindi bene nota tra i Giudei), in giorno di sabato. I Giudei poi hanno condannato Gesù di aver trasgredito la legge del sabato e hanno anche cominciato a cercare di ucciderlo. Secondo Gesù, i Giudei hanno fatto così perché hanno giudicato “secondo l’apparenza” e non “secondo giustizia”. Per portare a galla la loro ipocrisia, Gesù cita l’esempio della circoncisione. Nella legge di Mosè, i bambini maschili andavano circoncisi l’ottavo giorno dopo la loro nascita (Levitico 12:3). Ma c’era un problema quando capitava che l’ottavo giorno era un sabato. Si creava un’apparente contraddizione. Per ubbidire alla legge della circoncisione, il bambino andava circonciso anche di sabato. Ma per ubbidire alla legge del sabato, il bambino non andava circonciso perché era un “lavoro”. Che fare allora? I Giudei risolvevano il dilemma cercando di intuire il vero “spirito” della legge, e concludevano che la circoncisione aveva precedenza sul sabato. Anche se, giudicando “secondo l’apparenza”, i Giudei violavano il sabato per circoncidere un bambino nell’ottavo giorno, essi si ritenevano giusti nel farlo perché giudicavano invece secondo la vera giustizia richiesta dalla legge.

Gesù parla dunque della capacità di discernere la verità che sulla superficie non è sempre subito apparente. Ciò che appare come un’infrazione della legge può essere invece l’adempimento della stessa quando il suo vero significato è compreso. Ecco perché Gesù sostiene che i Giudei sbagliavano nel condannarlo per aver guarito il paralitico in giorno di sabato: giudicavano solo secondo l’apparenza e non secondo la vera giustizia che la legge del sabato richiedeva. Non è la guarigione di un paralitico la massima espressione del riposo previsto dal sabato?

Ma notiamo che questo discorso di Gesù risponde all’accusa dei Giudei nel v.20:

20 La gente rispose: «Tu hai un demonio! Chi cerca di ucciderti?»

Vediamo qui che il conflitto più grande tra Gesù e i Giudei non riguarda questioni interpretative della legge mosaica, ma (come abbiamo visto ripetutamente in questo capitolo) l’identità di Gesù. È Gesù riempito da un demonio o dallo Spirito Santo? È Gesù il figlio del diavolo o il Figlio di Dio? Nell’accusare Gesù di avere un demonio, i Giudei giudicavano di nuovo “secondo l’apparenza”, ma questa volta in maniera molto più grave, quasi oltre il cosiddetto “punto del non ritorno”. Ma ricordiamoci: questo è il punto a cui Gesù costringe tutti ad arrivare, dove bisogna o condannarlo come il diavolo o cadere in ginocchio davanti a lui come il Signore.

Era proprio per spingere i Giudei a questo punto di decisione che Gesù gli ha detto nel v.19:

19 Mosè non vi ha forse dato la legge? Eppure nessuno di voi mette in pratica la legge! Perché cercate di uccidermi?»

Queste sono parole veramente provocatorie e offensive. Gesù sta nel tempio, nel cuore della fede giudaica, dove l’intero edificio e tutto il sistema esistono solo per adempiere la legge, dove i Giudei lì presenti impiegano tutte le loro forze e dedicano ogni aspetto della loro vita a questo unico scopo, di mettere in pratica tutta quanta la legge in ogni suo minimo dettaglio. E qui Gesù osa dire che nessuno di loro lo fa? Come si permette? Non è sorprendente che loro si arrabbiano e l’accusano di avere un demonio!

Questa però non è la prima volta che Gesù gli rivolge questa critica. Sempre nel capitolo 5, dopo la guarigione del paralitico, Gesù dichiara:

45 Non crediate che io sia colui che vi accuserà davanti al Padre; c’è chi vi accusa, ed è Mosè, nel quale avete riposto la vostra speranza. 46 Infatti, se credeste a Mosè, credereste anche a me; poiché egli ha scritto di me. 47 Ma se non credete ai suoi scritti, come crederete alle mie parole?

Questo ci aiuta a capire come mai Gesù può dire a questi Giudei devoti e zelanti che nonostante la loro scrupolosa osservanza della legge, non la mettono in pratica. Se avessero giudicato secondo giustizia, avrebbero capito che il vero scopo della legge di Mosè è di dare testimonianza di Gesù, e che l’unico modo dunque per mettere in pratica la legge è di credere in lui! Ma loro giudicavano secondo l’apparenza, e quindi potevano vedere Gesù solo come un demonio.

Abbiamo adesso una risposta parziale alla nostra domanda. Se la rivelazione di Dio rimane velata alla maggioranza, come possiamo essere certi di poterla apprendere? Bisogna penetrare nel profondo sotto la superficie. Bisogna discernere tra il vero e l’ovvio. Bisogna giudicare secondo giustizia e non secondo l’apparenza. In altre parole, bisogna guardare Gesù con gli occhi della fede. Ascoltiamo attentamente le parole di Gesù nei vv.16-18:

16 Gesù quindi rispose loro: «La mia dottrina [il termine tradotto “dottrina” significa semplicemente “insegnamento” in greco] non è mia, ma di colui che mi ha mandato. 17 Se uno vuole fare la volontà di lui, conoscerà se questa dottrina è da Dio o se io parlo di mio. 18 Chi parla di suo cerca la propria gloria; ma chi cerca la gloria di colui che l’ha mandato, è veritiero e non vi è ingiustizia in lui.

Gesù afferma ciò che il vangelo di Giovanni ha sempre sostenuto sin dal primo capitolo: Gesù è l’unica Parola per mezzo della quale Dio si rivela al mondo. L’insegnamento di Gesù non è di un maestro qualsiasi; è l’insegnamento che proviene da Dio stesso. Ma — e questo è il punto cruciale — solo chi “vuole fare la volontà” di Dio conoscerà questo insegnamento è da Dio. Cioè, solo chi crede già in lui, solo chi ha un cuore disposto a ubbidire alla sua sovrana volontà, solo chi ha rinunciato a qualsiasi presunzione di poter giudicare la sua parola e si lascia invece giudicare da essa, solo chi cerca non la propria gloria ma la gloria di Dio, solo questa persona sarà in grado di “giudicare secondo giustizia” e non “secondo l’apparenza”, e di poter conoscere Dio com’è rivelato in Gesù.

È chiaro in Giovanni 7 che non bisogna vedere per poter credere, ma bisogna credere per poter vedere! A questo punto nel vangelo, quanti segni hanno già visto i Giudei, compresa la guarigione del paralitico, eppure concludono che Gesù ha un demonio! La rivelazione di Dio rimane velata a tutti se non a quelli che la vedono con gli occhi della fede. La conoscenza di Dio, pur essendo completa in Gesù, è inconoscibile a tutti se non a quelli dal cuore umile e ubbidiente. La parola di Dio, pur essendo rivolta a tutti, è incomprensibile a tutti se non a quelli che abbandonano ogni forma di auto-giustificazione e si sottomettono senza riserve al suo giudizio.

Questo spiega perché Gesù rifiuta di fare un’apparenza strepitosa alla festa: avrebbe solo incoraggiato la gente a giudicare “secondo l’apparenza”. Questo spiega anche perché ancora oggi non esaudisce le nostre richieste (o più spesso alle nostre pretese!) di manifestarsi nei modi che noi esigiamo, secondo i criteri della fede che noi abbiamo stabilito, di darci le prove che ci permetterebbero di camminare per visione e non per fede. Se Dio sopraffacesse ogni dubbio o dissenso, se costringesse ogni ateo o agnostico di riconoscere la sua esistenza, se impiegasse la sua onnipotenza per distruggere ogni idolo, se gridasse ad alta voce in tutto il mondo, se mettesse segni nelle stelle e gettasse fuoco dal cielo, non lascerebbe spazio alla fede. Ma il Dio velato — il Dio rivelato in Gesù! — è il Dio che si può conoscere solo per fede.

Da che cosa si può riconoscere la fede che giudica secondo giustizia e distinguerla ogni altra forma di conoscenza che giudica secondo l’apparenza? Essa si accontenta di una sola cosa: la parola di Dio. Come Gesù ha detto nel capitolo 6:

63 È lo Spirito che vivifica; la carne non è di alcuna utilità; le parole che vi ho dette sono spirito e vita.

Qui Pietro è il modello della fede che vede ciò che rimane velato alla maggioranza che volta le spalle a Gesù:

67 Perciò Gesù disse ai dodici: «Non volete andarvene anche voi?» 68 Simon Pietro gli rispose: «Signore, da chi andremmo noi? Tu hai parole di vita eterna!»

Gesù ha le parole di vita eterna e nessun altro! Solo le sue parole — che ci sono state trasmesse nelle sacre Scritture — ci conferiscono spirito e vita! Altro non è di alcuna utilità! Senza la parola di Dio, nessun’altra rivelazione di Dio (per quanto miracolosa o tangibile) sarà mai sufficiente. Con la parola di Dio, nessun’altra rivelazione di Dio sarà mai necessaria.

Concludiamo tornando alla nostra domanda “perché”. Se la Parola è diventata carne per far conoscere Dio al mondo, perché fa sì che quella conoscenza rimanga inconoscibile a tutti se non a quelli che la ricevono con fede e ubbidienza? L’unica risposta che possiamo dare è quella accennata nella frase: “il mio tempo non è ancora venuto” (v.6). Sappiamo che il tempo a cui Gesù si riferisce è l’ora della sua morte sulla croce quando compirà la sua missione, la salvezza del mondo. Quell’ora sarà anche l’apice della rivelazione della gloria di Dio in lui (12:23-28). Ma chi potrebbe mai vedere la gloria di Dio nell’orrore della croce? Chi potrebbe comprendere l’amore di Dio nella violenza e nell’odio della croce? Chi potrebbe discernere la massima manifestazione della potenza di Dio nella totale debolezza di un uomo crocifisso? Non chi giudica secondo l’apparenza, ma solo chi guarda quell’uomo crocifisso con gli occhi della fede. E deve essere così! Solo in Cristo crocifisso Dio ha potuto salvare il mondo, e solo in Cristo crocifisso ha potuto rivelarsi al mondo, e quindi solo chi per fede vede il Cristo dietro il velo del crocifisso comprenderà questa salvezza e questa rivelazione.

Qui le parole di Paolo in 1 Corinzi 1:21-24 sono particolarmente adatte:

21 Poiché il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria sapienza, è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione. 22 I Giudei infatti chiedono miracoli e i Greci cercano sapienza, 23 ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo e per gli stranieri pazzia; 24 ma per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio.

Che Dio conceda a tutti la fede per conoscere Cristo nella predicazione del vangelo. Amen!

Giovanni 1.1-2: Nel principio era la Parola

1) La Parola nel principio (Giovanni 1.1)

1:1 Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei, e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini. La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta.

Vi fu un uomo mandato da Dio, il cui nome era Giovanni; egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo di lui. Egli stesso non era la luce, ma venne per rendere testimonianza alla luce. La vera luce che illumina ogni uomo stava venendo nel mondo. 10 Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l’ha conosciuto. 11 È venuto in casa sua, e i suoi non l’hanno ricevuto; 12 ma a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio, a quelli cioè che credono nel suo nome, 13 i quali non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma sono nati da Dio.

14 E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre. 15 Giovanni gli ha reso testimonianza, esclamando: «Era di lui che io dicevo: “Colui che viene dopo di me mi ha preceduto, perché era prima di me. 16 Infatti dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia”». 17 Poiché la legge è stata data per mezzo di Mosè; la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo. 18 Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere.

L’introduzione al vangelo di Giovanni si affianca ai brani biblici più maestosi e insondabili. Non basterebbe un’intera vita di riflessione per approfondire pienamente i diciotto versetti iniziali del primo capitolo. Qualsiasi studio non può essere altro che un cucchiaino d’acqua tratta dall’oceano. Ma un cucchiaino è meglio di niente, ed è questo che cercheremo oggi. Questo brano, inoltre, racconta la storia di Natale. Certo, non si trovano qui Giuseppe, Maria e Gesù bambino nella mangiatoia. Non c’è menzione dei pastori nei campi con le loro pecore, né dei magi che portano i loro regali preziosi. Ma questo non rende il primo capitolo di Giovanni meno “natalizio” rispetto agli altri vangeli. Giovanni sceglie semplicemente di rintracciare la storia di Gesù alle sue vere origini, oltre il tempo e nell’eternità.

A) “Nel principio era la Parola…”

Innanzitutto, Giovanni vuole farci capire che la nascita del nostro Salvatore duemila anni fa in realtà ha avuto inizio “nel principio”, prima che i tempi fossero. Questa frase ci riconduce alle prime parole delle Scritture in Genesi 1.1: “Nel principio Dio creò i cieli e la terra”. In ebraico, “i cieli e la terra” è un modo di dire che sta a significare tutto il cosmo, tutto l’universo e tutto quello che c’è in esso. Nel contesto di Genesi, dunque, la frase “nel principio” significa chiaramente: prima che esistesse qualsiasi cosa all’infuori di Dio, prima che esistesse persino il tempo. Si tratta dell’eternità prima della creazione quando c’era Dio, e Dio solo. Quando si parla dell’eternità prima del tempo, siamo ovviamente di fronte a un muro impenetrabile, un mistero imperscrutabile che la nostra mente è incapace di comprendere e il nostro linguaggio è inadeguato a descrivere. Ma possiamo almeno afferrare l’essenziale: “nel principio” vuol dire semplicemente Dio e nient’altro, Dio nel suo tempo eterno, Dio nella sua vita autosufficiente, Dio nella sua gioia immacolata.

Quindi, rimaniamo subito colpiti quando scopriamo che secondo Giovanni, il soggetto di questo “nel principio” era, ed è, “la Parola”. Non è quello che, in base a Genesi 1.1, ci saremmo aspettati. Eppure, ecco la Parola che prende il posto occupato da Dio in Genesi. È evidente che Giovanni vuole attribuire a questa Parola tutto ciò che appartiene a Dio: la sua eternità, la sua autosufficienza, il suo precedere tutte le cose e tutti i tempi. Per confermare quest’interpretazione, basta dare un’occhiata al v.3: “Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei, e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta.” Se “ogni cosa è stata fatta per mezzo” della Parola, è ovvio che la Parola stessa non può essere stata fatta. Come se quest’affermazione non fosse già abbastanza chiara, Giovanni ne aggiunge un’altra più enfatica: senza la Parola “neppure una delle cose fatte è stata fatta”. Perciò, la Parola è da escludere da tutte le cose create nel principio, perché non esiste nessuna realtà materiale o spirituale all’infuori di Dio — dall’intero universo alla più piccola molecola in esso — che non sia venuta all’esistenza per mezzo suo.

Basta solo questo per confutare i testimoni di Geova che vogliono distorcere la traduzione del resto della frase. Se “nel principio era la Parola”, questo non può significare altro che è la Parola a occupare il posto del Dio Creatore in Genesi 1.

B) …e la Parola era con Dio…”

Ma è altrettanto evidente che Giovanni vuole in un senso distinguere la Parola da Dio, altrimenti avrebbe solo ribadito la dichiarazione di Genesi 1.1: “Nel principio era Dio…”. Questa distinzione è infatti è il punto della seconda frase di Giovanni 1.1, che “la Parola era con Dio”. Da questo impariamo che Giovanni non contraddice Genesi quando afferma che “nel principio era la Parola”. Il fatto che la Parola occupi il posto di Dio non esclude il fatto che Dio esista. La congiunzione “con” in questa frase è da interpretare nella sua letterale semplicità. Nel principio, la Parola esisteva non in modo da escludere l’esistenza di Dio; invece “la Parola era con Dio”. Se in Genesi il creatore è Dio, Giovanni precisa che la Parola era “con Dio” come mezzo della sua opera creatrice. Di nuovo, questo è confermato dal v.3: “Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei…”.

C) “… e la Parola era Dio.”

Ma onde evitare qualsiasi fraintendimento, Giovanni aggiunge una terza affermazione senza la quale il primo versetto sarebbe incompleto: “e la Parola era Dio”. Sbagliamo se concludiamo che, siccome la Parola era “con” Dio nel principio. essa era in qualche modo inferiore a Dio o separabile da Dio o, come sostengono i testimoni di Geova, solo “un dio” (come se ce ne fossero tanti!). No, tutto quello che si attribuisce a Dio va attribuito anche alla Parola. La gloria, la potenza, l’eternità, e l’essere della Parola sono identici a Dio.

Ma “la Parola era Dio” significa di più. La Parola è da pensare come “parte integrante” di Dio stesso; non nel senso che la Parola è “una” parte di un insieme di altre parti (come il motore è una parte di un’automobile) ma che Dio non sarebbe Dio senza la Parola. La Parola appartiene all’identità e all’essenza di Dio, cosicché Dio resta inconoscibile senza riferimento alla Parola. Qui Giovanni in effetti dice: l’origine di tutte le cose è Dio, come afferma Genesi, ma questo Dio è tale solo in quanto esiste con e come la Parola.

Il lato pratico di questa verità è che non si può concepire Dio, non si può conoscere Dio, non si può parlare rettamente di Dio senza riferirsi alla Parola. Questo è l’implicazione della frase “nel principio”: se la Parola era nel principio, essendo con Dio e anche Dio stesso, così tutto il nostro pensare e parlare di Dio deve essere “dal principio” incentrato su questa Parola. E siccome non c’è nessun altro pari a questa Parola nel principio, non c’è nessun altro a cui dobbiamo ricorrere per conoscere Dio. La Parola è tutto ciò che Dio è, ed è dunque l’Alfa e l’Omega, l’inizio e la fine di tutto ciò che possiamo sapere e dire di Dio.

2) La Parola nel tempo (Giovanni 1.2, 14)

Essa era nel principio con Dio.

Ma nonostante tutte le altezze e le profondità che Giovanni 1.1 contiene, non sappiamo ancora a chi si riferisce “la Parola”. Con quale nome dobbiamo chiamare questa Parola? In che modo possiamo conoscerla per poter conoscere Dio per mezzo suo? Giovanni risponde subito nel secondo versetto: “Essa [la Parola] era nel principio con Dio”. A primo sguardo, questo versetto sembra solo ripetere quanto è stato detto nel primo, e potremmo essere tentati di non prestargli lo stesso livello di attenzione ma di saltare subito al v.3. Ma facendo così sbaglieremmo, perché qui si costruisce il ponte cruciale tra l’infinito e il finito, tra l’increato e il creato, tra l’inconoscibile e il conoscibile, tra Dio e l’uomo, estremi tra i quali non esisterebbe altrimenti nessun punto di contatto.

A) “Essa…”

La parola chiave del v.2 è “essa” che designa colui che “era nel principio con Dio”. È vero che “essa” si riferisce alla Parola del v.1, ma non solo: si riferisce anche (e forse soprattutto) all’unica altra menzione esplicita della Parola in questo brano, cioè al v.14: “E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre.” C’è molto da dire su questo versetto, e ci vorrà infatti tutto il resto del vangelo (se non il resto della Bibbia!) per spiegare che cosa significa che la Parola fatta carne “ha abitato per un tempo fra di noi” in modo da rivelare la gloria di Dio. Solo leggendo tutto quello che Giovanni riporterà in seguito — ciò che questa Parola diventata carne ha detto e compiuto — potremo anche noi contemplare la pienezza della grazia e della verità divine che ha manifestato.

Ma il punto importante che concerne il nostro studio su Giovanni 1.1-2 è che la Parola che secondo v.14 “è diventata carne e ha abitato per un tempo” in un certo periodo storico e in un determinato luogo sulla terra è proprio la stessa Parola che “era nel principio con Dio”. Far vedere questo collegamento è la funzione del termine “essa” nel v.2. “Essa”, cioè la Parola che dall’eternità era con Dio ed era Dio stesso, è la stessa Parola che nel tempo “è diventata carne” e ha portato il nome “Gesù Cristo”. Ribaltando la frase, la “essa” del v.2 significa che la Parola che nel tempo “è diventata carne” e chiamata Gesù Cristo è la stessa Parola che dall’eternità era con Dio ed era Dio stesso.

B) La Parola diventata carne

Dopo un po’ di riflessione, ci accorgiamo che quest’ultima è l’affermazione più sbalorditiva. Capire che l’eterna Parola si è fatta uomo in Gesù è un conto; capire che l’uomo Gesù è la Parola che nel principio era con Dio e anche Dio stesso è un altro. La prima affermazione può significare semplicemente che Gesù è venuto dopo un’ulteriore riflessione da parte di Dio sulla condizione del mondo, che dopo la rovina causata del peccato umano, Gesù è subentrato nel proposito di Dio come una specie di “piano B”. Ma in questo caso, il punto della storia non sarebbe Gesù ma altro; Gesù esisterebbe solo per supplire a una mancanza, solo per curare una ferita, solo per risolvere un problema. Ma una volta guarita la malattia, c’è ancora bisogno del rimedio? Dopo che viene riparata una perdita d’acqua in casa, ho ancora bisogno dell’idraulico? Dopo che i miei peccati sono perdonati, ho ancora bisogno del Salvatore?

Secondo me, questo è uno dei motivi per cui tante persone non si rendono conto delle pretese radicali del vangelo, del dominio assoluto di Dio su chi riceve il dono della sua grazia. Si capisce che la Parola che era nel principio con Dio è la stessa che si è fatta uomo in Gesù, ma non si capisce che l’uomo Gesù è lo stesso che nel principio era la Parola con Dio. Che differenza fa questa seconda affermazione? Se l’uomo Gesù è lo stesso che nel principio era la Parola con Dio, vuol dire che egli è il punto, il significato e il fine di tutto ciò che viene dopo. Vuol dire che la nascita di Gesù non è stata un’aggiunta o una modifica al piano originario di Dio. Vuol dire che “nel principio”, prima di fare anche una di tutte le cose che sono state fatte (v.3), c’era la Parola destinata a diventare carne. Vuol dire che quando Dio, per mezzo della Parola, ha fatto “i cieli e la terra”, l’universo e tutto quello che contiene, li ha fatti in vista della Parola fatta carne, allo scopo di essere “Emmanuele”, Dio con noi, il Creatore che si unisce intimamente alle sue creature, il Signore che s’identifica personalmente con il suo popolo. Come ha scritto un certo teologo: “Il mondo è stato fatto affinché Gesù potesse nascere”. Gesù non esiste per il mondo tanto quanto il mondo esiste per lui.

C) Grazia su grazia

Ma nel creare il mondo per manifestarsi in Gesù, Dio non ha agito in modo egoista. Anzi, nel vangelo che segue, Giovanni ci farà vedere quanto è costato alla Parola diventare carne: “Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l’ha conosciuto. È venuto in casa sua, e i suoi non l’hanno ricevuto” (vv.10-11). Non solo non l’hanno ricevuto; l’hanno persino schernito, maltrattato, e infine crocifisso! Per la Parola, farsi uomo costituiva un’infinita condiscendenza, un’inimmaginabile umiliazione, un esporsi a incomprensibili sofferenze e afflizioni. Ma egli era felice di farlo per il suo grande amore: “Poiché Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unigenito Figlio…” (3.16).

E il risultato di questo amore sacrificale? Ce lo dice Giovanni nel v.16 del primo capitolo: “Infatti dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia”. Gesù è lo stesso che nel principio era con Dio, e quindi non c’è fine alle grazie che elargisce su di noi. Gesù è lo stesso che nel principio era Dio, e quindi “è quello che ha fatto conoscere” pienamente il Dio che altrimenti nessuno potrebbe conoscere. Gesù è lo stesso per mezzo del quale tutte le cose sono state fatte, e quindi non dobbiamo mai dubitare che egli farà cooperare tutte le cose per il nostro bene, e mai per il nostro male. Gesù è lo stesso in vista del quale tutte le cose sono state fatte, e quindi ricevere lui significa ricevere con lui anche tutte le cose, ma rifiutare lui significa rifiutare non solo lui ma anche tutte le altre cose. Gesù è lo stesso che nel principio ha fatto risplendere la luce nelle tenebre, e fin d’allora non esistono tenebre capaci di sopraffarla (v.5).

La testimonianza di Giovanni il battista, riferita nel v.15, è dunque vero di ogni essere umano: “Colui che viene dopo di me mi ha preceduto, perché era prima di me.” Gesù ha preceduto non solo noi che siamo nati dopo di lui ma anche tutti coloro che, come Giovanni, erano nati prima di lui. Ecco perché Gesù dichiara nel 8.58: “In verità, in verità vi dico: prima che Abraamo fosse nato, io sono”. Strepitose, incredibili sono queste parole, che sarebbero blasfeme sulle labbra di qualsiasi altra persona. Ma Gesù è giusto nel dirle perché egli è l’IO SONO prima di Abraamo, prima ancora di Adamo. Bisogna dire che quando Genesi 1 afferma che gli esseri umani sono stati creati a immagine di Dio, è stato in realtà a immagine del Dio destinato a diventare l’uomo Gesù!

Per questo motivo, nessuno è da considerarsi escluso dall’amore di Dio incarnato in Gesù, dal suo benevolo proposito di salvare, dalla portata della sua decisione di essere Emmanuele, il Dio anche di chi lo rifiuta. Inoltre, è inutile chiedere “che pertinenza ha Gesù alla mia vita?”, perché la vita di ogni essere umano trova il suo senso e il suo scopo nell’umanità di Cristo. Se è vero, come impariamo in Giovanni 1, che Gesù non esiste per il mondo tanto quanto esiste il mondo per Gesù, allora la domanda più importante che tutti devono porsi è: “che pertinenza ha la mia vita a Gesù?” Siamo stati fatti per mezzo di lui, per lui e in vista di lui, e troveremo solo in lui tutto quello che il nostro cuore desidera.

3) Conclusione

Tutto questo sermone deve molto al grande teologo Karl Barth che più di ogni altro ha messo Gesù al centro di tutte le sue riflessioni sulle Scritture. È dunque opportuno che concludiamo con alcuni commenti che lui ha scritto riguardo ai versetti che abbiamo appena studiato:

Fra Dio e l’uomo vi è la persona di Gesù Cristo: vero Dio e vero uomo egli è infatti il Mediatore fra l’uno e l’altro. In lui, Dio si rivela all’uomo; in lui, l’uomo riconosce Dio; in lui, Dio si pone di fronte all’uomo e l’uomo davanti a Dio, conformemente alla volontà eterna di Dio ed al destino eterno dell’uomo, corrispondente a tale volontà. In lui, Dio indica il suo disegno nei confronti dell’uomo e pronuncia su di lui il giudizio; in lui, salva l’uomo e gli si fa presente in tutta la sua pienezza; in lui, enuncia contemporaneamente la sua esigenza e la sua promessa sull’uomo. In lui, Dio si è legato all’uomo. È dunque a causa di lui che l’uomo esiste. Anche il mondo, teatro della storia intercorrente fra Dio e l’uomo, è stato creato conformemente all’origine ed in previsione del destino assegnati all’uomo in Gesù Cristo.

Questi è l’essenza di Dio, come è originariamente l’essenza dell’uomo; nulla vi è nell’universo che non proceda da lui, che non esista per mezzo di lui e non sia finalizzato a lui; è infatti la Parola di Dio che contiene ogni verità e che non potrebbe essere superata, né limitata da nessun’altra parola; è la decisione di Dio che nessun’altra decisione può precedere, né superare, né accompagnare, perché tutte le decisioni che possono esistere non possono che concorrere al compimento di tale decisione iniziale; è l’origine che esclude ogni altra origine al di fuori di quella che Dio possiede in se medesimo, cosicché nulla vi è che non proceda da lui o per cui si possa cercare l’inizio al di fuori di lui; è la scelta che esclude ogni altra scelta da parte di Dio, in modo che nulla e nessuno al mondo è stato scelto e voluto da Dio prima di lui, senza di lui ed accanto a lui.

In una sola parola: è la scelta (quindi anche l’origine, la decisione, la parola) della libera grazia di Dio. È infatti in forza della sua libera grazia che Dio sceglie di diventare uomo in Gesù Cristo, legandosi all’uomo, onde legarlo a sé. Gesù Cristo è la libera grazia di Dio, se è vero che questa libera grazia non resta confinata nell’essenza intima ed eterna del Padre, ma si manifesta al di fuori, nell’insieme delle vie e delle opere divine; ecco perché non esiste scelta, inizio, origine, decisione o parola divina che lo preceda, che sia al di sopra, di fianco o al di fuori di lui; la libera grazia è infatti l’unico motivo che sostiene tutte le vie e tutte le opere di Dio, manifestantesi all’esterno. (Karl Barth, La dottrina dell’elezione divina, p.305-306).

Basandoci su questa verità, possiamo riposarci nella promessa che Gesù ha fatto ai suoi discepoli in Giovanni 14.1-3:

Il vostro cuore non sia turbato; credete in Dio, e credete anche in me! Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, vi avrei detto forse che io vado a prepararvi un luogo? Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi.

Questa è la speranza di Natale. Amen!

Esodo 3: Io Sono il Signore

3:1 Mosè pascolava il gregge di Ietro suo suocero, sacerdote di Madian, e, guidando il gregge oltre il deserto, giunse alla montagna di Dio, a Oreb. L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco, in mezzo a un pruno. Mosè guardò, ed ecco il pruno era tutto in fiamme, ma non si consumava. Mosè disse: «Ora voglio andare da quella parte a vedere questa grande visione e come mai il pruno non si consuma!» Il Signore vide che egli si era mosso per andare a vedere. Allora Dio lo chiamò di mezzo al pruno e disse: «Mosè! Mosè!» Ed egli rispose: «Eccomi». Dio disse: «Non ti avvicinare qua; togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo sacro». Poi aggiunse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe». Mosè allora si nascose la faccia, perché aveva paura di guardare Dio.

Il Signore disse: «Ho visto, ho visto l’afflizione del mio popolo che è in Egitto e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; infatti conosco i suoi affanni. Sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso, in un paese nel quale scorre il latte e il miele, nel luogo dove sono i Cananei, gli Ittiti, gli Amorei, i Ferezei, gli Ivvei e i Gebusei. E ora, ecco, le grida dei figli d’Israele sono giunte a me; e ho anche visto l’oppressione con cui gli Egiziani li fanno soffrire. 10 Or dunque va’; io ti mando dal faraone perché tu faccia uscire dall’Egitto il mio popolo, i figli d’Israele». 11 Mosè disse a Dio: «Chi sono io per andare dal faraone e far uscire dall’Egitto i figli d’Israele?» 12 E Dio disse: «Va’, perché io sarò con te. Questo sarà il segno che sono io che ti ho mandato: quando avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, voi servirete Dio su questo monte».

13 Mosè disse a Dio: «Ecco, quando sarò andato dai figli d’Israele e avrò detto loro: “Il Dio dei vostri padri mi ha mandato da voi”, se essi dicono: “Qual è il suo nome?” che cosa risponderò loro?» 14 Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono». Poi disse: «Dirai così ai figli d’Israele: “L’io sono mi ha mandato da voi”». 15 Dio disse ancora a Mosè: «Dirai così ai figli d’Israele: “Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe mi ha mandato da voi”. Tale è il mio nome in eterno; così sarò invocato di generazione in generazione.

16 Va’, raduna gli anziani d’Israele e di’ loro: “Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abraamo, d’Isacco e di Giacobbe mi è apparso, dicendo: ‘Certo, io vi ho visitati, ho visto quello che vi fanno in Egitto 17 e ho detto: Io vi farò uscire dall’Egitto, dove siete maltrattati, verso il paese dei Cananei, degli Ittiti, degli Amorei, dei Ferezei, degli Ivvei e dei Gebusei, in un paese nel quale scorre il latte e il miele’”. 18 Essi ubbidiranno alla tua voce e tu, con gli anziani d’Israele, andrai dal re d’Egitto e gli direte: “Il Signore, il Dio degli Ebrei, ci è venuto incontro; perciò lasciaci andare per tre giornate di cammino nel deserto, per offrire sacrifici al Signore, nostro Dio”. 19 Io so che il re d’Egitto non vi concederà di andare, se non forzato da una mano potente. 20 Io stenderò la mia mano e colpirò l’Egitto con tutti i miracoli che io farò in mezzo a esso; dopo questo, vi lascerà andare. 21 Farò sì che questo popolo trovi favore presso gli Egiziani e, quando ve ne andrete, non ve ne andrete a mani vuote; 22 ma ogni donna domanderà alla sua vicina e alla sua coinquilina degli oggetti d’argento, degli oggetti d’oro e dei vestiti. Voi li metterete addosso ai vostri figli e alle vostre figlie, e così spoglierete gli Egiziani».

1) La Rivelazione del Dio d’Israele

Il brano che consideriamo oggi è importantissimo per quanto riguarda la giusta comprensione di Dio, e così si è dimostrato lungo la storia. È qui in questo capitolo che, nel deserto e tramite una voce che parla in mezzo a un pruno ardente, Dio rivela il suo nome proprio. Questo nome, ritenuto impronunciabile dagli ebrei, è tradotto nelle nostre Bibbie dal termine SIGNORE, tutto maiuscolo. Questo nome è stato lo stimolo di innumerevoli studi e riflessioni, nonché congetture, speculazioni e fantasticherie sull’essere di Dio. Il nostro compito oggi non è di ripercorrere tutte queste idee e le filosofie derivanti da esse, ma (come sempre quando abbiamo a che fare con la Bibbia) di attenerci strettamente al testo biblico perché è esso che dà testimonianza autorevole della rivelazione di Dio attraverso questo nome.

A) Il contesto di Esodo 3

La prima cosa che notiamo è, contrario a qualsiasi discussione meramente teorica o filosofica, Dio si rivela per nome in un certo contesto, in un determinato luogo e in una specifica situazione. Qui Dio si rivolge a Mosè per chiamarlo come suo servo e mandarlo in Egitto come suo strumento di liberazione. Sappiamo che in questo momento storico, il popolo d’Israele è in schiavitù in Egitto. L’inizio del libro di Esodo spiega così:

1:6 Giuseppe morì, come morirono pure tutti i suoi fratelli e tutta quella generazione. I figli d’Israele furono fecondi, si moltiplicarono abbondantemente, divennero numerosi, molto potenti, e il paese ne fu ripieno.

Sorse sopra l’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe. Egli disse al suo popolo: «Ecco, il popolo dei figli d’Israele è più numeroso e più potente di noi. 10 Usiamo prudenza con esso, affinché non si moltiplichi e, in caso di guerra, non si unisca ai nostri nemici per combattere contro di noi e poi andarsene dal paese». 11 Stabilirono dunque sopra Israele dei sorveglianti ai lavori, per opprimerlo con le loro angherie. Israele costruì al faraone le città che servivano da magazzini, Pitom e Ramses.

12 Ma quanto più lo opprimevano, tanto più il popolo si moltiplicava e si estendeva; e gli Egiziani nutrirono avversione per i figli d’Israele. 13 Così essi obbligarono i figli d’Israele a lavorare duramente. 14 Amareggiarono la loro vita con una rigida schiavitù, adoperandoli nei lavori d’argilla e di mattoni e in ogni sorta di lavori nei campi. Imponevano loro tutti questi lavori con asprezza.

Nonostante l’ordine successivo del faraone di mettere a morte tutti i maschi nati agli ebrei, uno dei bambini ebraici, Mosè, viene salvato e cresce proprio nella casa del faraone finché non deve scappare dopo aver ucciso un egiziano che picchiava uno dei suoi fratelli. Si rifugia nel deserto dove rimane per quarant’anni, ed è lì che Dio lo incontra in Esodo 3, manifestandosi a lui e chiamandolo come strumento di liberazione d’Israele. Dio s’identifica come “il Dio di tuo padre, il Dio di Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe” (v.6), una frase che richiama non solo i patriarchi d’Israele ma anche le promesse fatte loro, promesse che diventano in questo contesto la ragione per cui Dio intende ora intervenire per porre fine alle afflizioni dei discendenti dei patriarchi, e adempiere il suo giuramento di benedirli e dargli “un paese buono e spazioso, in un paese nel quale scorre il latte e il miele” (v.8). Questo è affermato esplicitamente alla fine del capitolo 2 dove leggiamo:

23 Durante quel tempo, che fu lungo, il re d’Egitto morì. I figli d’Israele gemevano a causa della schiavitù e alzavano delle grida; e le grida che la schiavitù strappava loro salirono a Dio. 24 Dio udì i loro gemiti. Dio si ricordò del suo patto con Abraamo, con Isacco e con Giacobbe. 25 Dio vide i figli d’Israele e ne ebbe compassione.

B) La vocazione di Mosè

In Esodo 3, scopriamo che Dio ha scelto Mosè come suo strumento per compiere tutto ciò, e quando poi gli si manifesta nel deserto gli comanda: “ Or dunque va’; io ti mando dal faraone perché tu faccia uscire dall’Egitto il mio popolo, i figli d’Israele” (3:10). Mosè, da parte sua, è molto insicuro ed esita di accettare la sua vocazione, chiedendo a Dio “Chi sono io per andare dal faraone e far uscire dall’Egitto i figli d’Israele?” Il Signore risponde rassicurandolo che “io sarò con te” (v.12), garantendo che non sarà Mosè a farlo ma la potenza di Dio operando per mezzo di lui.

Mosè continua ponendo ancora un’altra domanda che, a questo punto nel dialogo, ha molto senso: “Ecco, quando sarò andato dai figli d’Israele e avrò detto loro: ‘Il Dio dei vostri padri mi ha mandato da voi’, se essi dicono: ‘Qual è il suo nome?’ che cosa risponderò loro?” (v.13). Questa domanda ha senso perché la promessa di Dio: “io sarò con te” è convincente solo nella misura in cui questo Dio è conosciuto. Mosè potrebbe pensare: “Va bene, il Dio d’Israele sarà con me, ma come posso sapere che egli sarà in grado di mantenere le sue promesse, che sarà capace di vincere la grandezza d’Egitto e il potere dei loro dèi? Se non lo è, e io torno in Egitto, mi ammazzeranno! Tantomeno riuscirò a convincere gli ebrei a fidarsi di lui!” Come sempre, ci si fida del Signore solo in quanto si conosce il Signore. È quindi a questo scopo — per farsi conoscere — che Dio risponde con le sue famose parole:

14 Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono». Poi disse: «Dirai così ai figli d’Israele: “L’io sono mi ha mandato da voi”». 15 Dio disse ancora a Mosè: «Dirai così ai figli d’Israele: “Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe mi ha mandato da voi”. Tale è il mio nome in eterno; così sarò invocato di generazione in generazione.

Approfondiamole adesso.

2) L’Io Sono 

Innanzitutto, ci aiuterà sapere qualcosa sulla lingua originale nella quale il libro di Esodo fu redatto, ovvero l’ebraico. Quello che non è immediatamente evidente a noi (a causa della traduzione italiana che stiamo leggendo) lo diventerà se siamo in grado di vederlo nell’ebraico. Possiamo vederlo facilmente, senza diventare esperti della lingua ebraica, se ne sappiamo un paio di caratteristiche importanti.

In primo luogo, le parole in ebraico derivano da una radice di tre lettere (specificamente tre consonanti) che portano il significato fondamentale. A queste tre lettere, poi, si aggiungono vocali, prefissi e suffissi per formare le diverse parti del discorso come verbi, sostantivi, aggettivi e avverbi. Per esempio, le seguenti tre lettere hanno il significato “essere”:

היה

Questa è la radice della dichiarazione di Dio in Esodo 3:14:

אהיה – אשר – אהיה

Io sono – colui che – Io sono

E quando Dio dice a Mosè: “Dirai così ai figli d’Israele: ‘L’Io Sono mi ha mandato da voi'”, la parola tradotta “Io sono” è in ebraico:

אהיה

Guardando la forma dei caratteri, non è difficile vedere che questa parola, un verbo, deriva dalla radice…

היה

…con l’aggiunta di un prefisso. Poi, quando nel v.15 Dio rivela il suo nome proprio, tradotto da “SIGNORE” tutto maiuscolo, la parola ebraica è:

יהוה

…a volte traslitterata così: YHWH.

Nonostante le differenze, si vede facilmente la somiglianza tra la parola “SIGNORE” e la sua radice “essere” in ebraico, una somiglianza che in traduzione resta impercettibile. Il punto è questo: ogni volta che il nome “SIGNORE” si ripete nelle Scritture, la sua forma grafica si ricorda sempre il collegamento con questo capitolo in Esodo, e in particolare con la dichiarazione di Dio: “Io sono colui che sono”. Per chi non legge il testo ebraico, è facile dimenticare questo collegamento, ma ai lettori ebraici esso rimane sempre palese.

Ma che cosa significa questa frase? Questo ci porta alla seconda caratteristica della lingua ebraica che dobbiamo sapere: il verbo “essere” (che abbiamo appena visto sopra) non ha una coniugazione al presente. In altre parole, la frase “io sono” (come appare nella traduzione di Esodo 3:14) non esiste in ebraico come tale. Mentre in italiano una comune domanda e risposta può essere: “Dove sei tu? Io sono a casa”, in ebraico si direbbe invece: “Dove tu? Io a casa”, perché “sei” e “sono” non esistono.

Questo crea ovviamente una difficoltà per comprendere Esodo 3:14. Se “io sono” non esiste in ebraico, che cosa dice realmente? È importante sapere che l’ebraico ha solo due tempi verbali: il perfetto e l’imperfetto. Il perfetto rappresenta un’azione o una condizione già compiuta, che non continua, e perciò viene di solito tradotto col tempo passato. Per esempio, Genesi 1:1 dice: “Nel principio Dio creò i cieli e la terra”. Il verbo tradotto “creò” è in ebraico coniugato al perfetto, perché la creazione dei cieli e la terra è un’azione che Dio ha finito di fare. Per questo, ha senso tradurlo col tempo passato: “creò”. L’imperfetto, invece, rappresenta un’azione o una condizione non compiuta, che si svolge ancora. Da non confondere con l’imperfetto italiano, l’imperfetto ebraico differisce in quanto comprende il presente, e soprattutto, il futuro. Per questo motivo, le traduzioni della Bibbia rendono in generale i verbi ebraici imperfetti appunto con il tempo futuro, come nel Salmo 9:1:

Io celebrerò il Signore con tutto il mio cuore, narrerò tutte le tue meraviglie.

Scopriamo l’importanza di questo discorso quando in Esodo 3:14 notiamo che il verbo “essere” è coniugato all’imperfetto:

אהיה

Questo significa che, come molto studiosi sostengono, Esodo 3:14 dovrebbe tradursi non: “Io sono colui che sono” ma: “Io sarò colui che sarò“. Forse sembra un cambiamento di poco conto, ma non lo è. Se lo parafrasiamo in un modo che tenta di rendere anche il dinamismo dell’ebraico (perché “essere” in ebraico ha una sfumatura più attiva del nostro verbo), possiamo tradurlo così: “Io sarò colui che mi dimostrerò di essere” oppure “colui che farò conoscere“. Se riflettiamo bene su questo, ci accorgeremo di essere lontani anni luce da “Io sono colui che sono”. Quest’ultimo tratta di un dio astratto e statico, che è, che esiste, e basta. È uno cerchio chiuso. Non ci dice nulla di chi è (in modo che possiamo conoscerlo personalmente e così fidarci di lui) ma soltanto che egli è, il mero fatto della sua esistenza. Se, quando chiedo a mio figlio “Perché ti piace questa canzone”, lui mi risponde: “mi piace perché mi piace”, questo non mi dice nulla di più. Sapevo già che gli piaceva. La risposta non è una spiegazione che mi aiuta a capire. È un cerchio chiuso.

Il secondo modo per intendere questa frase, invece, è attivo, vivace e rivelatore: “Io sono colui che mi dimostrerò di essere”. Questo implica azione da parte di Dio, comunicazione, relazione, e sempre più rivelazione di chi è. Dio non è solo l’essere divino che è, ma è colui che si rivela, e che si rivelerà ancora, sempre con l’intenzione di farsi conoscere affinché noi possiamo entrare in comunione con lui e fidarci di lui sempre di più. Questo è un invito a noi da parte di Dio di tenere gli occhi aperti per vedere come lui sta per rivelarsi.

Questo è perché, subito dopo che Dio fa conoscere a Mosè il suo nome, promette nel v.16:

Io vi farò uscire dall’Egitto, dove siete maltrattati, verso il paese dei Cananei, degli Ittiti, degli Amorei, dei Ferezei, degli Ivvei e dei Gebusei, in un paese nel quale scorre il latte e il miele.

Alla domanda di Mosè, Dio risponde in effetti: “Vuoi sapere chi sono? Ti farò vedere chi sono quando libererò il mio popolo dall’Egitto!” Questo è anche perché, dopo l’esodo, Dio si manifesta sul monte Sinai all’intero popolo d’Israele dicendo:

Io sono il Signore, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla casa di schiavitù. (Esodo 20:1)

Dopo l’esodo, Dio non si fa chiamare più solo “il SIGNORE Dio di Abraamo, di Isacco e di Giacobbe” ma anche “Dio che ha fatto uscire Israele dall’Egitto”! In altre parole, Dio non è il dio che semplicemente esiste. Dio è il Dio che si fa conoscere nell’esaudire le suppliche del suo popolo e nel salvarlo dalla schiavitù. Si conosce l’essere di Dio solo nell’operare di Dio.

3) Il Dio di Gesù Cristo

Come possiamo descrivere dunque il Dio che veniamo a conoscere nei termini “Io sarò colui che mi dimostrerò di essere”, e poi nel nome proprio, YHWH (SIGNORE), che ricorda sempre questa frase? Cerchiamo di riassumere i punti salienti.

A) Solo Dio fa conoscere Dio

Se badiamo bene alla frase “Io sarò colui che mi dimostrerò di essere”, il suo significato diventa subito chiaro: “Non potete voi venirmi a conoscere se io non mi faccio conoscere a voi.” “Io sarò colui che mi dimostrerò di essere” vuol dire “Io sono solo colui che io faccio conoscere a voi, cioè non colui che voi pensate che io sia”. Vale a dire: noi come esseri umani non siamo in grado di conoscere Dio tramite i nostri tentativi di conoscerlo. Si radunino tutte le menti più intelligenti e brillanti del mondo e della storia, tutti i filosofi e scienziati e pensatori e studiosi ed esperti, e combinando tutti i loro poteri mentali, non saranno comunque capaci di conoscere Dio neanche nel più minimo dettaglio. “Io sarò colui che mi dimostrerò di essere” è un giudizio contro ogni idea e ogni concezione di Dio che proviene non da Dio ma dall’uomo. Significa che per conoscere Dio veramente, dobbiamo prima rinunciare a tutto quello che di testa nostra pensiamo o crediamo di lui.

Per Mosè e gli ebrei in Egitto, questo era necessario perché le loro idee della divinità erano condizionate dalla mitologia egiziana. È altrettanto necessario per noi oggi, perché le nostre idee di Dio sono condizionate da tanti fattori come il materialismo, il secolarismo e la filosofia occidentale. Ma nonostante i particolari, le idee sul “divino” che hanno tutti gli esseri umani di qualsiasi luogo e di qualsiasi tempo sono condizionate dal peccato a causa del quale, secondo Romani 1, essi “soffocano la verità con l’ingiustizia” e “hanno mutato la gloria del Dio incorruttibile in immagini simili a quelle dell’uomo corruttibile” (vv.18, 23). Detto diversamente, quando l’uomo dice di conoscere “Dio”, non è in realtà Dio che conosce ma il suo opposto: conosce solo è un anti-dio, un’immagine che nella sua mente ha fatto nella sua propria somiglianza.

Ecco perché fallisce ogni obbiezione contro la fede biblica che si basa sul pensiero umano. “Se Dio esistesse, allora farebbe così”. “Se Dio ci amasse veramente, allora non farebbe così”. Quante volte la gente dice di non poter credere in Dio o in Gesù o nella Bibbia per qualche idea o ragione che proviene dalla loro testa! Tutto questo è diametralmente opposto al principio che solo Dio fa conoscere Dio. Di fronte a lui, non possiamo fare altro che tacere e ascoltare, confessando soltanto insieme a Giobbe: “Ecco, io sono troppo meschino; che ti potrei rispondere? Io mi metto la mano sulla bocca” (Giobbe 40:4).

A sostegno di questo principio è il pruno ardente. Un pruno “tutto in fiamme” ma che “non si consuma” non è uno spettacolo comune; anzi è proprio contro natura! È per questo motivo che Mosè s’incuriosisce e si avvicina per vedere: “Ora voglio andare da quella parte e vedere questa grande visione e come mai il pruno non si consuma!” (v.3). Se fosse stato un pruno normale, se fosse stato un fuoco qualsiasi, Mosè non ci avrebbe fatto caso. Ma è proprio lì, davanti al miracolo del pruno ardente, che Mosè si trova nella presenza del Signore. Solo così si viene a conoscere il Signore: non per vie naturali — contemplando il cosmo, filosofeggiando sulla natura della divinità, ragionando in base a ciò che si ritiene di aver senso — no. Si conosce il Signore solo per mezzo del miracolo della rivelazione, quando Dio fa irruzione in mezzo alle nostre vie naturali, quando Dio fa guerra contro tutte le nostre idee di lui e le distrugge, lasciando solo quello che lui ha da dire di se stesso nella sua parola.

B) Dio si fa conoscere solo in relazione al suo popolo

Il secondo punto importante è questo: Dio si fa conoscere solo in relazione al suo popolo. Questo è davvero sbalorditivo e stupendo. Quando Dio si presenta a Mosè, dice così: “Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe” (v.6). Dice di nuovo la stessa cosa legata alla rivelazione del suo nome nel v.15: “Dirai così ai figli d’Israele: ‘Il SIGNORE, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe mi ha mandato da voi'”. E dopo l’esodo, egli sarà “il SIGNORE, il Dio degli ebrei” (v.18).

Che meraviglia! Il SIGNORE, il Dio che è colui che sarà e che non ha bisogno di niente e di nessuno, si degna di far partecipare Abraamo, Isacco, Giacobbe e l’intero popolo d’Israele nella sua propria identità! Lui non è solo “il SIGNORE Dio”, ma “il SIGNORE Dio dei vostri padri…” Ecco perché il nome di Dio SIGNORE è indivisibilmente legato al giuramento con il quale si vincola al suo popolo: egli è certamente Dio senza di noi, ma nel suo grande amore ha deciso di non esserlo! Questo è una parte di quel “mi dimostrerò di essere”: nel coinvolgere il suo popolo nella sua identità, Dio si fa conoscere come il Dio di grazia infinita e amore incondizionato, che dà se stesso in pegno come garanzia delle sue promesse nei nostri confronti. Il nome SIGNORE rivela il Dio che cambia il suo nome, che inserisce il nome del suo popolo nella sua “cartà d’identità”, per far vedere quanto è grande il suo amore verso di esso e quanto è inscindibile la loro relazione. Il nome SIGNORE rivela il Dio che non vuole essere conosciuto solo come “Dio” e basta; vuole essere conosciuto come “Dio di Abraamo, di Isacco, di Giacobbe, di Mosè e degli ebrei”. Insomma, il nome SIGNORE non è un cerchio chiuso (Io sono colui che sono), ma l’identità del Dio che ama il suo popolo così tanto che vuole farsi conoscere solo in relazione con esso. Che privilegio diventare partecipi del nome di Dio!

C) Dio si fa conoscere pienamente in Gesù Cristo

Per il terzo e ultimo punto, torniamo alla nostra precedente osservazione che quando Dio dice: “Io sono colui che mi dimostrerò di essere”, questo anticipava come si sarebbe fatto conoscere liberando Israele dall’Egitto. Il SIGNORE, il nome di Dio, non è, come Esodo 3, un capitolo chiuso a cui non c’è niente da aggiungere. Il nome del SIGNORE significa che c’è molto ancora da vedere, che la piena rivelazione di Dio deve ancora arrivare.

Quando proseguiamo nella Bibbia, scopriamo che il Dio che si fa conoscere in relazione all’umanità: prima il Dio di Abraamo, di Isacco e di Giacobbe, e poi il Dio che liberò Israele dall’Egitto, poi si manifesta pienamente come il Dio di Gesù Cristo. Questo è l’obbiettivo, questa è la meta verso la quale la storia di Esodo ci porta. È in Gesù Cristo che finalmente vediamo pienamente chi è il SIGNORE, colui che si dimostra di essere. Solo Gesù può dire, come in Giovanni 14:9, “Chi ha visto me, ha visto il Padre”. Vedere Gesù, infatti, significa vedere Dio per tutto quello che è. Quando vediamo Gesù, non dobbiamo aver paura che nascosto dietro a lui c’è un altro dio, o una parte di Dio, che ci rimane inaccessibile e inconoscibile.

Così dice Giovanni 1:14:

E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre.

Contemplando la gloria di Gesù, la Parola di Dio, contempliamo la gloria di Dio stesso. Non un’ombra della gloria di Dio, né la gloria di un altro dio. Nel volto di Gesù noi contempliamo la gloria, e tutta la gloria di Dio il SIGNORE. Questo è perché nel Nuovo Testamento, Dio è più spesso identificato così: “Dio Padre del Signore Gesù Cristo”. La piena rivelazione di Dio.

Inoltre, bisogna aggiungere che Gesù è la perfetta rivelazione di Dio a noi solo perché egli è sia pienamente Dio sia pienamente uomo. Se non fosse pienamente Dio, non potrebbe farci conoscere tutta la gloria di Dio, perché come dice Giovanni 1:18:

Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere.

Ricordiamoci: solo Dio è in grado di far conoscere Dio. Ma dall’altra parte, se Gesù non fosse pienamente uomo, non potrebbe far conoscere Dio in un modo a noi umani comprensibile. Ecco perché la Parola di Dio, essendo egli stesso “l’unigenito Dio … nel seno del Padre”, “è diventata carne”: per poter abitare fra di noi e farci contemplare “la sua gloria … come di unigenito dal Padre”.

In vista di tutto questo, quanto di più dovremmo amare il SIGNORE che si è degnato di farsi conoscere in Cristo, facendoci diventare partecipi della sua identità! Quando di più dovremmo fidarci di lui, sapendo che in Cristo Dio ci ama con un amore incondizionato, che elargisce su di noi grazia su grazia su grazia dalla sua fonte infinita, e che non permetterà a nulla, nemmeno al male o al maligno o alla morte, di impedire il compimento di ogni sua promessa a nostro favore. Poiché in Cristo anche i nostri nomi sono inclusi nel nome di Dio (non solo il Dio di Abraamo, di Isacco e di Giacobbe ma anche, in Cristo il Dio di ognuno di noi!), Dio non può essere infedele a noi senza essere infedele a se stesso, tanto è forte e stretto il vincolo che ha stabilito.

Amen!

La Storia della Chiesa in un Anno: Karl Barth e l’Unica Parola di Dio (47/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: Karl Barth e l’Unica Parola di Dio (47/52)

Gesù Cristo è lui stesso questa elezione gratuita di Dio e di conseguenza, la Parola e la decisione divine, l’origine e l’inizio inglobanti in maniera assolutamente esaustiva tutte le altre parole, decisioni, inizi particolari (Karl Barth, La Dottrina dell’Elezione Divina, 305-306).

Nato a Basilea nel 1886, il teologo svizzero Karl Barth rivoluzionò il mondo del XX secolo. Dopo essersi imbevuto della teologia del protestantesimo liberale, Barth venne a rifiutarla quando, come pastore a Safenwil in Svizzera, scoprì che essa non era in grado di rispondere alle problematiche delle persone nella sua chiesa. Avevano bisogno di udire la parola del Dio vero e vivente, non la voce proveniente dai propri cuori.

Quest’epifania portò Barth a mettere l’accento sull’assoluta obiettività della parola di Dio che fa irruzione nella storia e stravolge ogni pensiero, ogni progetto e ogni sistema umano. In particolare, Barth insistette (come avrebbe poi scritto nella Dichiarazione di Barmen) che “Gesù Cristo, cosi come ci viene attestato nella Sacra Scrittura, è l’unica parola di Dio. Ad essa dobbiamo prestare ascolto; in essa dobbiamo confidare e ad essa dobbiamo obbedire in vita ed in morte.”

Durante la sua lunga carriera come professore di teologia presso le università di Münster (1925-1930), Bonn (1930-1935), e Basilea (1935-1962), e poi fino alla sua morte nel 1968, Barth lavorò instancabilmente per applicare questa convinzione a ogni aspetto del pensiero e della vita cristiani. Frutto di circa trent’anni di fatica fu la monumentale ma incompiuta Dogmatica Ecclesiale, un’opera di oltre otto mille pagine suddivise in tredici volumi. Qui Barth espose una visione della fede cristiana incessantemente concentrata sulla persona e sull’opera di Gesù Cristo. Tra i suoi contributi inestimabili si ricordano in particolare i seguenti:

La dottrina della predestinazione (l’elezione): Barth ridimensionò la dottrina, da sempre intensamente dibattuta, della predestinazione in chiave cristologica: Gesù Cristo è sia il Dio che elegge sia l’uomo eletto. Siamo eletti solo perché siamo tali in Cristo che è l’unico vero Eletto di Dio, come siamo figli di Dio solo perché siamo adottati in Gesù l’unico vero Figlio di Dio (Efesini 1:4-5). Così, la dottrina della predestinazione non diventa il “Sì” di Dio ad alcuni e il suo “No” agli altri, ma solo il suo “Sì” a tutti (2 Corinzi 1:18-20). L’elezione è in realtà una persona: Gesù Cristo.

La dottrina della rivelazione: Basandosi sulla verità che Gesù è l’unica via, verità e vita (Giovanni 14:6), Barth negò la possibilità di conoscere Dio se non solo come si rivela in Cristo. L’essere umano non può conoscere Dio tramite le sue capacità ma solo in quanto Dio si fa conoscere per mezzo di Gesù (Giovanni 1:18).

La dottrina delle sacre Scritture: L’enfasi di Barth su Cristo quale unica Parola di Dio influì sulla dottrina delle sacre Scritture. Se Cristo è l’unica vera Parola di Dio, le Scritture lo sono solo in senso secondario, in quante esse rendono testimonianza di lui (Giovanni 5:39). Lungi però dal diminuire l’importanza della Bibbia, Barth l’aumentò, considerandola così non un libro qualsiasi la cui efficacia dipende dalla sua interpretazione, ma come lo strumento per mezzo del quale Gesù Cristo ci incontra e ci parla personalmente.

Romani 1:16-23; 3:9-20

1) La Rivelazione del Peccato Umano (3:9-20)

3:9 Che dire dunque? Noi siamo forse superiori? No, affatto! Perché abbiamo già dimostrato che tutti, Giudei e Greci, sono sottoposti al peccato, 10 com’è scritto: «Non c’è nessun giusto, neppure uno. 11 Non c’è nessuno che capisca, non c’è nessuno che cerchi Dio. 12 Tutti si sono sviati, tutti quanti si sono corrotti. Non c’è nessuno che pratichi la bontà, {no,} neppure uno». 13 «La loro gola è un sepolcro aperto; con le loro lingue hanno tramato frode». «Sotto le loro labbra c’è un veleno di serpenti». 14 «La loro bocca è piena di maledizione e di amarezza». 15 «I loro piedi sono veloci a spargere il sangue. 16 Rovina e calamità sono sul loro cammino 17 e non conoscono la via della pace». 18 «Non c’è timor di Dio davanti ai loro occhi». 19 Or noi sappiamo che tutto quel che la legge dice, lo dice a quelli che sono sotto la legge, affinché sia chiusa ogni bocca e tutto il mondo sia riconosciuto colpevole di fronte a Dio; 20 perché mediante le opere della legge nessuno sarà giustificato davanti a lui; infatti la legge dà la conoscenza del peccato.

La lettera di Paolo ai Romani è stata sempre considerata il suo “capolavoro”, non perché sia quella più ispirata, ma perché è quella più teologicamente densa ed esauriente. È stata la lettera che ha stimolato la conversione di Martin Lutero e la Riforma Protestante. È stata anche la lettera che ha liberato Karl Barth dall’ideologia liberale e l’ha fatto diventare il più cristo-centrico (e quindi il più importante!) teologo protestante del secolo scorso. Potremmo studiare solo questa lettera tutta la vita e mai arrivare a conoscerla fino in fondo.

Ma una peculiarità di questa lettera è la sua enfasi sul peccato, ovvero il potere e l’universalità del male sul genero umano. Secondo Paolo, “non c’è nessun giusto, neppure uno. Non c’è nessuno che capisca, non c’è nessuno che cerchi Dio. Tutti si sono sviati, tutti quanti si sono corrotti. Non c’è nessuno che pratichi la bontà, {no,} neppure uno.” I versetti successivi in vari modi affermano questo senza equivoci: tutti gli esseri umani, senza eccezione, dalla testa ai piedi, sono malati e corrotti dal peccato. Una volta, una tale enfasi non creava tanti problemi, perché tutti accettavano più o meno che il mondo era crudele e che questo era dovuto alla cattiveria umana. Oggi, invece, non piace l’idea che siamo peccatori, o almeno che siamo peccatori come li descrive Paolo in Romani. Ci piace pensare che ci siamo più evoluti, che gli sviluppi scientifici promettano un futuro sempre migliore, che in fondo siamo tutti buoni, e la nostra cattiveria non rappresenta la nostra vera natura. A coloro che la pensano così, la descrizione di Paolo della condizione umana può sembrare esagerata, pessimista, o primitiva. C’è qualcuno che si scandalizza, si offende, e se la prende con Paolo!

Prima di mandare Paolo in manicomio, consideriamo come è arrivato a questa conclusione. In primo luogo, notiamo come questi versetti consistono in citazioni bibliche. Questo ci fa capire che, in parte, Paolo non ha voluto basare le sue idee riguardanti la natura umana sulle sue osservazioni personali, ma sull’insegnamento delle sacre Scritture. Questo sarebbe già ragione sufficiente per adottare, per quanto potrebbe sembrare controintuitivo, la posizione di Paolo. Ma non possiamo fermarci solo qui, perché Paolo non si ferma qui. In realtà, la porzione di Romani che stiamo adesso leggendo costituisce la conclusione della prima parte della sua argomentazione. Paolo stesso ricorda ai lettori che “abbiamo già dimostrato che tutti, Giudei e Greci, sono sottoposti al peccato” (3:9). Prima di scrivere questa catena di citazioni bibliche, Paolo aveva già provato questa conclusione, della quale le citazioni bibliche servono come riassunto. In secondo luogo, dunque, dobbiamo guardare indietro per capire il ragionamento di Paolo. Così faremo, anche se questo approccio differisce dal solito, cioè quello di esporre i brani biblici in ordine. Questa volta, lo capiremo meglio tornando indietro.

2) La Rivelazione dell’Ira di Dio (1:18-23)

18 L’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ingiustizia degli uomini che soffocano la verità con l’ingiustizia; 19 poiché quel che si può conoscere di Dio è manifesto in loro, avendolo Dio manifestato loro; 20 infatti le sue qualità invisibili, la sua eterna potenza e divinità, si vedono chiaramente fin dalla creazione del mondo, essendo percepite per mezzo delle opere sue; perciò essi sono inescusabili, 21 perché, pur avendo conosciuto Dio, non lo hanno glorificato come Dio, né lo hanno ringraziato; ma si sono dati a vani ragionamenti e il loro cuore privo d’intelligenza si è ottenebrato. 22 Benché si dichiarino sapienti, sono diventati stolti, 23 e hanno mutato la gloria del Dio incorruttibile in immagini simili a quelle dell’uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili….

Qui al capitolo 1 e versetto 18, ci troviamo all’inizio dell’argomentazione di Paolo che giunge al culmine nei versetti che abbiamo appena letto. Se 3:9-20 ne costituiscono la conclusione, 1:18-23 ne costituiscono, per così dire, “l’arringa di apertura”. Nel v.18, leggiamo la frase cruciale: “L’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ingiustizia degli uomini che soffocano la verità con l’ingiustizia”. Questa è la frase chiave perché prima di parlare dell’empietà e dell’ingiustizia degli uomini (il motivo per cui Paolo concluderà nel capitolo 3 che tutti si sono corrotti, che non c’è nessuno buono), Paolo parla dell’ira di Dio che si rivela contro queste cose.

In primo luogo, questo vuol dire che la conclusione di Paolo riguardo alla condizione umana non è frutto di qualche sua osservazione o analisi, ma di rivelazione divina. È Dio che ci conosce meglio di noi stessi, perché lui ci ha creato, e scruta ogni cuore sulla faccia della terra. Le Scritture dicono che Dio sa già ogni nostra parola prima che la pronunciamo. Il paziente che si sente bene forse non crede all’inizio quando il dottore gli dice che ha una malattia terminale, ma farebbe bene a ascoltare più l’esperto che le sue percezioni personali. Nello stesso modo, quando Dio ci dice come siamo messi, e che siamo messi veramente male, faremmo bene a dargli retta anche se non ci sembra il caso!

In secondo luogo, Paolo asserisce che la vera condizione umana — corrotta e dannata — è rivelata specificamente dall’ira di Dio che si rivela contro di essa. Bisogna fare attenzione qui, perché non siamo abituati a ragionare in questa maniera. Di solito valutiamo se una determinata reazione è appropriata o meno in proporzione alla causa. Un esempio banale: comprendiamo se una persona urla arrabbiata quando le vengono rubati diecimila euro, ma diciamo che questa persona esagera se urla arrabbiata perché le vengono rubati solo dieci centesimi. Ecco un altro motivo di scandalo, pensiamo che Dio esageri nei nostri confronti quando ci giudica per l’empietà e l’ingiustizia. Ma Paolo capovolge questo ragionamento. Lui dice in effetti: “Non siamo noi a valutare se il giudizio di Dio sia proporzionale al nostro peccato, ma è Dio a farci capire la gravità del nostro peccato in proporzione al suo giudizio!”

In terzo luogo, Paolo è più specifico ancora. Non è chiaro nella traduzione che stiamo usando (la Nuova Riveduta), ma nella Nuova Diodati, il collegamento tra v.18 e quello che precede è esplicito: Perché l’ira di Dio si rivela dal cielo sopra ogni empietà e ingiustizia degli uomini, che soffocano la verità nell’ingiustizia”. La parola “perché” ci segnala che anche questo — cioè il fatto che l’ira di Dio si rivela contro il nostro peccato — è anche esso dovuto a un altro fattore ancora più basilare, e per capirlo dobbiamo andare più indietro e leggere vv.16-17.

2) La Rivelazione della Giustizia di Dio (1:16-17)

16 Infatti non mi vergogno del vangelo; perché esso è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo prima e poi del Greco; 17 poiché in esso la giustizia di Dio è rivelata da fede a fede, com’è scritto: «Il giusto per fede vivrà».

Questi versetti riassumono l’intera lettera ai Romani. Nonostante l’enfasi che Paolo mette sul peccato (perché senza la rivelazione di Dio non sappiamo bene cos’è), la sua enfasi principale è ben diversa. Per Paolo, diagnosticare la condizione corrotta dell’umanità non è un fine a se stesso, ma serve invece per mettere in rilievo la gloria e la potenza del vangelo di Gesù Cristo. Questo comprendiamo dal fatto che la rivelazione dell’ira di Dio contro il peccato umano viene sulla scia della rivelazione della giustizia di Dio nel vangelo, la giustizia che equivale alla “potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede”. Questo ragionamento potrebbe sembrare un po’ complesso, quindi cerchiamo di spiegarlo meglio.

Aiuterà se precisiamo ciò che Paolo non sta facendo. Non parte da una certa prospettiva sul genere umano — in questo caso negativa e pessimista — cercando poi di proporre Gesù Cristo come la soluzione. Il problema inerente a questo approccio è che non convincerà nessuno, compreso Paolo stesso! Nella sua lettera ai Filippesi (3:4b, 6b), Paolo spiega che prima di conoscere Cristo, aveva un’opinione molto positiva delle capacità umane:

Se qualcun altro pensa di aver motivo di confidarsi nella carne, io posso farlo molto di più; io … quanto alla giustizia che è nella legge, [ero] irreprensibile. 

Lungi dall’essere denigratorio verso le capacità umane, Paolo confidava molto “nella carne”, cioè in ciò che lui, e altri come lui, era in grado di fare, di diventare, di essere in base alle proprie forze. Quindi, Paolo stesso una volta sarebbe stato per niente convinto dalla mera asserzione che “non c’è nessun giusto, neppure uno”! Che cosa dunque gli ha fatto cambiare idea? Paolo prosegue in Filippesi 3 dicendo:

Ma ciò che per me era un guadagno, l’ho considerato come un danno, a causa di Cristo (3:7).

Ecco la differenza: a causa di Cristo! Prima di conoscere Cristo, Paolo si riteneva giusto e irreprensibile. Il suo incontro con Gesù, invece, l’ha smascherato per rivelare chi era veramente, come ogni pregio, ogni guadagno, ogni attributo di cui era fiero era in realtà solo un danno!

In Romani 1:16-18, la logica è identica. Paolo è giunto alla conclusione che l’intero genere umano, compreso ogni singolo individuo, è empio e ingiusto, corrotto dal peccato e esposto all’ira di Dio contro di esso, a causa della rivelazione della giustizia di Dio in Cristo, la rivelazione che è trasmessa e annunciata nella predicazione del vangelo. In termini più concreti, possiamo dire che è solo la croce di Cristo, la sua morte per i peccati del mondo, è capace di toglierci l’illusione che siamo “abbastanza bravi e buoni” e rivelarci come essere corrotti, impuri, e impotenti.

Come fa questo? Lo fa così: il giudizio divino versato su Gesù sulla croce, di cui le sue sofferenze atroci erano soltanto un povero riflesso, ha rivelato ciò che spettava a tutti noi. La croce ci fa capire che solo così Dio ci poteva salvare. Non ci poteva dare dei buoni consigli e nuovi comandamenti. Non ci poteva dare solo un buon esempio da seguire. No, Dio è dovuto diventare umano per sostituirsi al nostro posto, per assumere interamente la nostra umanità malata e moribonda per poterla guarire dall’interno. Il fatto che Dio stesso è dovuto morire e poi risuscitare al nostro posto rivela che solo l’intervento più radicale era sufficiente, che non eravamo solo persone difettose da migliorare, ma che eravamo persone morte che dovevano risuscitare!

Faccio un esempio banale. Recentemente parlavo con qualcuno che a un certo punto mi ha detto: “Ti perdono”. E io gli ho risposto: “Ma che dici? Che io sappia, non ti ho fatto del male!” Perché ho reagito così? Ho reagito così perché implicito nel perdono è il giudizio. Se questa persona non avesse giudicato una mia azione come sbagliata, non gli sarebbe venuta in mente l’idea di dovermi perdonare. Ma poiché gli avevo fatto un torto senza accorgermene, sono rimasto sconvolto dal suo “ti perdono”, ed è stato proprio quel “ti perdono” che mi ha fatto capire il torto che io, alla mia insaputa, gli avevo fatto.

Qui, secondo Paolo, è successo qualcosa di simile, ma smisuratamente più grande. Noi nasciamo, cresciamo, viviamo, e sappiamo che non siamo perfetti, certamente, ma non siamo neanche bestie! Rispetto ad altri, non abbiamo mai ucciso nessuno (figuramoci quelli che hanno perpetrato un genocidio!), non abbiamo mai violentato un bambino, non abbiamo mai…., e quindi, tutto sommato, siamo abbastanza a posto. Perciò, nei confronti di Dio (chiunque sia), non pensiamo di avere problemi particolari, perché tanto siamo in genere bravi, e sappiamo che  ci perdonerà quei piccoli sbagli che facciamo.

Ma quando per mezzo del vangelo siamo portati davanti alla croce di Cristo, dove Dio dice di sostituirsi al nostro posto, immedesimandosi nella nostra condizione, caricandosi dei nostri peccati, e subendo il giudizio a cui siamo destinati, ogni nostra presunzione svanisce. Come Paolo dice in Romani 3:19, la croce di Cristo chiude ogni bocca e rendere tutto il mondo colpevole davanti a Dio. Lo scrittore C.S. Lewis ha osservato una volta che se il vangelo è vero, la sua importanza è infinita, e non ci permette di adottare mezze misure nei suoi confronti. Se non riusciamo a capire questo, è perché non abbiamo ancora capito il vangelo, non abbiamo mai compreso il significato della croce di Cristo, non abbiamo mai dato ascolto veramente alla parola di Dio che ci rivela tutto questo.

Però, come abbiamo mezionato prima, tutto questo non è un fine a se stesso. Il collegamento tra vv.16-17 e v.18 ci insegna che l’ira di Dio, lungi dall’essere contrario a o incoerente con l’amore di Dio, è in realtà l’espressione dell’amore di Dio nei confronti del peccato umano. Se il peccato è, in fondo, l’umanità che grida “No!” al benevolo e amorevole proposito di Dio per essa, l’ira di Dio è il suo amore che risponde “No!” ancora più forte e decisivo. Se il peccato è l’umanità che rifiuta l’amore di Dio, l’ira di Dio è il suo amore che rifiuta di accettare il nostro rifiuto. Se il peccato è l’umanità che si suicida perché si scinde dall’unica fonte della sua vita, l’ira di Dio è il suo amore che risponde: “Vi amo troppo da abbandonarvi alla vostra auto-distruzione. Non accetto il fatto che le mie creature che amo, tanto da sacrificare me stesso, si allontanino da me e si buttino nell’abisso di un inferno che esse stesse hanno creato. Resisterò fino all’ultima goccia di sangue alla vostra resistenza. Vi cercherò, vi ritroverò, e vi riporterò a casa mia”.

Questo è il vangelo. Questa è la rivelazione della giustizia di Dio che si è manifestata in Gesù Cristo, nella sua morte come l’Agnello di Dio per togliere il peccato del mondo. Ed è alla luce della croce che ci vediamo per la prima volta come siamo veramente, e vedendoci in questa luce, vediamo quanto è grande l’amore di Dio per noi, quanto è stupenda la sua grazia verso di noi, quanto gli dobbiamo e com’è degno della nostra fiducia, ubbidienza e adorazione!

Ecco perché Paolo all’inizio del v.16 dichiara: “Infatti non mi vergogno del vangelo”. Il vangelo per molti è un motivo di vergogna. Molti cristiani si vergognano di parlare apertamente della loro fede in Gesù, avendo paura delle reazioni degli altri. Ma dinanzi a una così grande salvezza, un così grande amore, un così grande Dio, non siamo affatto noi che abbiamo ragione per vergognarci! In Cristo siamo dichiarati giusti davanti a Dio; in Cristo siamo eletti, santi, e amati figli suoi. E se Dio è per noi in questo modo, chi può essere contro di noi? E chi, comprendendo veramente l’amore di Dio rivelato in Cristo, non vorrebbe abbandonare ogni inibizione o intoppo o esitazione e proclamare: “Io sono di Cristo!”

Atti 17: Il Vangelo In Piazza

1) Da Tessalonica ad Atene (17:1-15)

Dopo essere passati per Amfipoli e per Apollonia, giunsero a Tessalonica, dove c’era una sinagoga dei Giudei; e Paolo, com’era sua consuetudine, entrò da loro, e per tre sabati tenne loro ragionamenti tratti dalle Scritture, spiegando e dimostrando che il Cristo doveva soffrire e risuscitare dai morti. «E il Cristo», egli diceva, «è quel Gesù che io vi annuncio». Alcuni di loro furono convinti e si unirono a Paolo e Sila, e così una gran folla di Greci pii e non poche donne delle famiglie più importanti. Ma i Giudei, mossi da invidia, presero con loro alcuni uomini malvagi tra la gente di piazza; e, raccolta quella plebaglia, misero in subbuglio la città; e, assalita la casa di Giasone, cercavano Paolo e Sila per condurli davanti al popolo. Ma non avendoli trovati, trascinarono Giasone e alcuni fratelli davanti ai magistrati della città, gridando: «Costoro, che hanno messo sottosopra il mondo, sono venuti anche qui, e Giasone li ha ospitati; ed essi tutti agiscono contro i decreti di Cesare, dicendo che c’è un altro re: Gesù». E misero in agitazione la popolazione e i magistrati della città, che udivano queste cose. Questi, dopo aver ricevuto una cauzione da Giasone e dagli altri, li lasciarono andare. 10 Ma i fratelli subito, di notte, fecero partire Paolo e Sila per Berea; ed essi, appena giunti, si recarono nella sinagoga dei Giudei. 11 Ora questi erano di sentimenti più nobili di quelli di Tessalonica, perché ricevettero la Parola con ogni premura, esaminando ogni giorno le Scritture per vedere se le cose stavano così. 12 Molti di loro dunque credettero, e così pure un gran numero di nobildonne greche e di uomini. 13 Ma quando i Giudei di Tessalonica vennero a sapere che la Parola di Dio era stata annunciata da Paolo anche a Berea, si recarono là, agitando e mettendo sottosopra la folla. 14 I fratelli allora fecero subito partire Paolo, conducendolo fino al mare; ma Sila e Timoteo rimasero ancora là. 15 Quelli che accompagnavano Paolo lo condussero fino ad Atene e, ricevuto l’ordine di dire a Sila e a Timoteo che quanto prima si recassero da lui, se ne tornarono indietro.

Ultimamente abbiamo esaminato le lettere dell’apostolo Paolo scritte alle chiese che ha fondato. Lo faremo di nuovo prossimamente, ma è bene anche dare un altro sguardo al libro di Atti per considerare il modo in cui Paolo svolgeva la sua opera missionaria. Qui abbiamo un bellissimo esempio di come Paolo predicava il vangelo in un contesto totalmente inospitale a esso. Come si può predicare il vangelo a gente che non ne ha nessuna conoscenza?

La prima parte del capitolo 17 di Atti narra come Paolo passa da Tessalonia (dove fonda la comunità a cui scriverà le due lettere ai Tessalonicesi) per arrivare ad Atene, la città dei filosofi. Luca narra in particolare come tumulti e agitazioni seguono Paolo ovunque vada. Secondo Atti, questo è ciò che di solito succede quando il vangelo viene predicato in verità e in potere. Qui, a causa dei tumulti provocati dai suoi avversari ebraici, Paolo è costretto a stare ad Atene mentre aspetta l’arrivo dei suoi collaboratori, Sila e Timoteo.

2) Dalla Sinagoga all’Areòpago (17:16-21)

16 Mentre Paolo li aspettava ad Atene, lo spirito gli s’inacerbiva dentro nel vedere la città piena di idoli. 17 Frattanto discorreva nella sinagoga con i Giudei e con le persone pie; e sulla piazza, ogni giorno, con quelli che vi si trovavano. 18 E anche alcuni filosofi epicurei e stoici conversavano con lui. Alcuni dicevano: «Che cosa dice questo ciarlatano?» E altri: «Egli sembra essere un predicatore di divinità straniere», perché annunciava Gesù e la risurrezione. 19 Presolo con sé, lo condussero su nell’Areòpago, dicendo: «Potremmo sapere quale sia questa nuova dottrina che tu proponi? 20 Poiché tu ci fai sentire cose strane. Noi vorremmo dunque sapere che cosa vogliono dire queste cose». 21 Or tutti gli Ateniesi e i residenti stranieri non passavano il loro tempo in altro modo che a dire o ad ascoltare novità.

C’è molto di più che potremmo dire in merito a questi versetti, ma oggi ci interessa soprattutto l’opera di Paolo ad Atene. Paolo non è venuto ad Atene per sua volontà, ma perché ci è stato condotto dai fratelli per fuggire il pericolo a Berea. Atene, dunque, è una fermata imprevista, non parte del viaggio missionario che Paolo ha pianificato. Alla fine, però, non importa, perché Paolo non può non predicare Cristo, indipendentemente dal luogo in cui si trova. Approfitta dell’occasione per diffondere il vangelo anche lì, cominciando come sempre nella sinagoga ma poi anche sulla piazza della città. Luca ci dice che la predicazione di Paolo suscita la curiosità degli Ateniesi, i quali “non passavano il loro tempo in altro modo che a dire o ad ascoltare novità”. Pur chiamandolo (in modo quasi divertente!) “ciarlatano”, gli Ateniesi comunque chiedono a Paolo di spiegare di più le “divinità straniere” e la “nuova dottrina” che propone. Conducono Paolo all’Areòpago, (ancora esistente ad Atene), la parte della città accanto al mercato dove discussioni di questi tipo avevano luogo.

Prima di considerare il discorso di Paolo riportato da Luca, vogliamo fare due osservazioni importanti. In primo luogo, gli Ateniesi non avevano nessuna comprensione né conoscenza neanche la più minima idea di chi era il Gesù che Paolo predicava. Quando Paolo ha parlato di “Gesù e la risurrezione”, gli Ateniesi hanno reagito dicendo “Egli sembra essere un predicatore di divintà straniere”. Chiaramente Paolo aveva un compito difficile: far capire il vangelo di Gesù a persone che non l’avevano mai sentito nominare! Se è difficile far capire il vangelo a persone che hanno già sentito parlare di Gesù (come in Italia!), figuriamoci quanto è difficile in un contesto come quello di Paolo!

In secondo luogo, è importante notare che, contrariamente a come la pensa la nostra società, Paolo considera il vangelo una questione di verità pubblica. In altre parole, il vangelo non è per Paolo (e dunque non lo dovrebbe essere per noi) una questione prettamente privata o personale. Nella nostra società, il vangelo spesso rimane ingabbiato nell’ambito della “religione” — e dunque di preferenza personale — mentre la “piazza” deve rimanere secolare, libera da ogni parlare religioso al fine di non offendere nessuno. Per gli apostoli, invece, il vangelo è tanto pertinente alla piazza “secolare” quanto alla preferenza “religiosa”. In realtà, come vedremo in quanto segue, non esiste questa divisione tra “secolare” e “religioso”, perché Gesù Cristo è il Signore di tutti, che lo sappiano o meno, che lo vogliono o meno.

3) Dal Dio Sconosciuto a Gesù Cristo (17:22-34)

A) Il dio sconosciuto (vv.22-23)

22 E Paolo, stando in piedi in mezzo all’Areòpago, disse: «Ateniesi, vedo che sotto ogni aspetto siete estremamente religiosi. 23 Poiché, passando e osservando gli oggetti del vostro culto, ho trovato anche un altare sul quale era scritto: “Al dio sconosciuto”. Orbene, ciò che voi adorate senza conoscerlo, io ve lo annuncio.

Arrivato all’Areòpago, Paolo comincia il suo discorso. Notiamo subito che è molto diverso da altri esempi di predicazione apostolica in Atti. Nelle sinagoghe, gli apostoli facevano appello all’Antico Testamento, alle promesse fatte ai patriarchi, ad Abraamo e Davide e al Messia come compimento di tutto ciò. Paolo non parte in questo modo, perché gli Ateniesi non hanno nessuna conocenza delle Scritture ebraiche, né dei patriarchi né delle promesse né del Messia. Paolo, invece, cerca di venirgli incontro, partendo da quello che ha osservato tra di loro ad Atene. Paolo sceglie come punto di partenza un certo altare con lo scritto “al dio sconosciuto” che ha visto, probabilmente in mezzo alla piazza.

Non sappiamo molto di quest’altare a parte le informazioni che Luca ci fornisce qui. È ragionevole pensare che gli Ateniesi, i quali erano “estremamente religiosi”, avessero costruito quest’altare in onore di un qualsiasi dio che esisteva ma che essi non conoscevano. Nonostante le tante divinità nel loro pantheon, c’era probabilmente l’ipotesi che esistesse qualche altro dio a loro sconosciuto. Per evitare che esso si adirasse per la loro ignoranza, avevano costruito quest’altare per assicurarsi contro eventuali offese date “al dio sconosciuto”.

Paolo, dunque, coglie l’occasione creata da quest’altare per far conoscere a loro questo “dio sconosciuto”, che Paolo conosce come il Dio d’Israele, rivelato in Gesù Cristo crocifisso e risuscitato. Attenzione, però, Paolo non afferma così una specie di “teologia naturale”. La teologia naturale significa semplicemente questo: l’idea che possiamo conoscere Dio veramente cominciando da noi anziché da Dio e la sua rivelazione in Gesù Cristo. In altre parole, Paolo non ragiona come tanti fanno oggi: “Alcuni lo chiamano Gesù, altri lo chiamano Allah, altri ancora Buddha o Krishna, ma alla fine stiamo tutti parlando della stessa entità divina.” No, Paolo non lascia dubbio: l’unico senso in cui gli Ateniesi conoscevano il vero Dio era nell’ammettere che non lo conoscevano. Paolo non dice: “Ciò che voi chiamate Zeus è in realtà l’unico vero Dio rivelato in Gesù Cristo”; dice piuttosto: “Ciò che non conoscete è l’unico vero Dio”.

B) Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra (vv.24-29)

24 Il Dio che ha fatto il mondo e tutte le cose che sono in esso, essendo Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mani d’uomo; 25 e non è servito dalle mani dell’uomo, come se avesse bisogno di qualcosa; lui, che dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa. 26 Egli ha tratto da uno solo tutte le nazioni degli uomini perché abitino su tutta la faccia della terra, avendo determinato le epoche loro assegnate e i confini della loro abitazione, 27 affinché cerchino Dio, se mai giungano a trovarlo, come a tastoni, benché egli non sia lontano da ciascuno di noi. 28 Difatti in lui viviamo, ci muoviamo e siamo, come anche alcuni vostri poeti hanno detto: “Poiché siamo anche sua discendenza”. 29 Essendo dunque discendenza di Dio, non dobbiamo credere che la divinità sia simile a oro, ad argento, o a pietra scolpita dall’arte e dall’immaginazione umana.

Il passo successivo di Paolo è di far conoscere Dio in quanto “Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra”. Pur non usando queste esatte parole, esse riassumono il succo di questa parte del suo discorso. Paolo contrasta le credenze pagane riguardo al pantheon di divinità con l’idea (per loro rivoluzionaria e sconvolgente) che c’è un solo Dio che, come la Bibbia afferma ripetutamente, è il Creatore di tutte le cose, sia in cielo sia sulla terra. Egli è, dunque, non il Dio degli ebrei soltanto, ma il Dio che regna su tutti e che governa gli affari di tutti i popoli. Interessante notare che questo concetto è altrettanto rivoluzionario e sconvolgente oggi, anche in un paese apparentemente “cristiano” come l’Italia. Nel momento in cui si dichiara che il Dio della Bibbia, il Dio di Gesù Cristo è l’unico vero Dio e che ogni altra rappresentazione di lui è falsa, ci si offende, ci si agita, ci si arrabbia. “Chi sei tu a poter pretendere che la tua ‘religione’ è vera mentre quelle degli altri miliardi di esseri umani sono false?”

Questa è una domanda difficile, e Paolo ci aiuterà a rispondere, ma prima vogliamo fare tre elementi del discorso che preme anche a noi sottolineare quando testimoniamo il vangelo. In primo luogo, Paolo pone l’enfasi sul fatto che Dio non deve niente a noi mentre noi dobbiamo tutto a lui. Si passa la maggior parte della vita beneficiando della bontà e della generosità di Dio ma non gli si pensa minimamente. Che oltraggio! Ogni nostro respiro, ogni battito del nostro cuore, il fatto che non cessiamo di esistere da un istante a un altro sono dovuti esclusivamente all’amore fedele di Dio. E poi pensiamo di poter chiamare Dio in giudizio, pretendendo che egli debba rendere conto a noi per il modo in cui governa il mondo?

In secondo luogo, notiamo come Paolo di nuovo insiste che Dio non è conoscibile dalle cose create o dall’immaginazione umana. Dio “non abita in templi costruiti da mani d’uomo”, come le divinità concepite dall’intelletto umano, né dobbiamo credere che “sia simile a oro, ad argento, o a pietra scolpita dall’arte e dall’immaginazione umana”. I templi, gli idoli scolpiti, i frutti della nostra immaginazione, Dio non ha niente a che vedere con tutto ciò. Cerchiamo Dio, è vero, ma siamo come ciechi nei suoi confronti, vacillando di qua e là a tastoni, senza però afferrare colui che è lì vicino a noi. No, per poter conoscere Dio, Dio deve farsi conoscere.

In terzo luogo, il Dio che non è come noi lo immaginiamo è più grande, più buono, e più amorevole di quanto potremmo mai concepire. Paolo cita un poeta greco che ha scritto “Poiché siamo anche sua discendenza”. Ora, sicuramente Paolo non vuole dire che, dopo tutto, questo poeta ha conosciuto Dio veramente, ma semplicemente che ciò che sta per dire non dovrebbe sembrargli del tutto strano. Se noi siamo discendenza di Dio, chi deve essere Dio? Padre nostro! Infatti, come afferma il credo, prima di essere Creatore Dio è Padre, buono, fedele, e amorevole, non meschino, egoista, e prepotente come spesso erano le divinità greche. Ma conoscere Dio come Padre, e infatti Padre nostro, non è dovuto alla nostra immaginazione, ma solo alla rivelazione di Gesù Cristo che ha detto: “Io sono la via, la verità, e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Giov. 14:6).

C) Il giudice dei vivi e dei morti (vv.30-34)

30 Dio dunque, passando sopra i tempi dell’ignoranza, ora comanda agli uomini che tutti, in ogni luogo, si ravvedano, 31 perché ha fissato un giorno nel quale giudicherà il mondo con giustizia per mezzo dell’uomo che egli ha stabilito, e ne ha dato sicura prova a tutti risuscitandolo dai morti». 32 Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni se ne beffavano; e altri dicevano: «Su questo ti ascolteremo un’altra volta». 33 Così Paolo uscì di mezzo a loro. 34 Ma alcuni si unirono a lui e credettero; tra i quali anche Dionisio l’areopagita, una donna chiamata Damaris e altri con loro.

È quest’ultimo punto che ci porta a considerare la fine del discorso di Paolo. Tutto ciò che ha detto finora mirava a questa conclusione. Anche se non viene nominato (perché in realtà la folla interrompe Paolo quando menziona la risurrezione), Gesù è il punto del discorso. I tempi passati, Paolo dice, erano “tempi dell’ignoranza”, quando si adoravano ogni tipo di divinità tranne che l’unico vero Dio. Ma ora, Paolo prosegue, Dio “comanda agli uomini che tutti, in ogni luogo, si ravvedano”. Che pretesa! Come mai si permette Paolo di asserire che tutti gli esseri umani sono tenuti a ravvedersi e porre fiducia in questo Dio anziché un altro? Perché Paolo presume di poter implicare che ogni altra idea religiosa è falsa e micidiale?

La risposta è semplice: Gesù Cristo. Tutto il mondo sarà giudicato; tutti, i vivi e i morti renderanno conto a lui. Il Dio Creatore rifiuta di guardare indifferente mentre il suo creato si auto-distrugge. Egli, dunque, lo giudicherà — cioè lo farò giusto — per mezzo di Gesù Cristo. E lungi dall’essere qualche teoria o filosofia astratta, Paolo dichiara che Dio ha dato prova concreta e sicura di questo “risuscitandolo dai morti”. Qui vediamo perché prima gli Ateniesi parlavano di Paolo come predicatore di Gesù e la risurrezione. Il suo messaggio — il vangelo — si imperniava su Gesù Cristo crocifisso e risorto.

Pensiamo a quanto il vangelo sia controcorrente, non solo nella società greca del primo secolo, ma anche nella nostra società del ventunesimo secolo. Paolo sta lì — non nella sinogaga, non in chiesa, ma in piazza, in mezzo al mercato, il luogo pubblico di commercio, lavoro, cultura, quotidianità, pluralismo religioso — proprio lì Paolo dichiara con chiarezza e franchezza che Gesù Cristo è stato risuscitato dai morti, costituito Signore e Giudice di tutti, e ora comanda a ogni popolo e a ogni individio di ravvedersi, voltando le spalle a ogni altra religione, filosofia, idea, forma di Dio, ecc., e di porre fiducia esclusivamente in Cristo. Una pretesa non insignificante!

Eppure questa è la pretesa che, in ultima analisi, non ha fatto Paolo, ma Gesù Cristo. Abraham Kuyper, un teologo riformato olandese, ha osservato una volta che “non c’è neanche un centimetro dell’intero universo di cui Gesù non dichiara: ‘È mio!'” Contro la prospettiva contemporanea, il vangelo non appartiene esclusivamente all’ambito della “religione privata”, perché rivendica il suo diritto di governare ogni dimensione del mondo e della vita umana. Certo, non è messaggio gradito, e come di Paolo, così il mondo si befferà di noi se lo annunciamo. Ma fortifichiamoci nella grazia di Dio, sapendo che se Dio è per noi, nessuno potrà essere contro di noi. Uno solo che sta con Dio è sempre nella maggioranza. Abbiamo dunque un bellissimo modello della predicazione del vangelo in un mondo che ne ha tanto bisogno.

1 Timoteo 1:12-2:8: Un Solo Mediatore, Cristo Gesù Uomo

1) Gesù Cristo, Salvatore (1:12-20)

1:12 Io ringrazio colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù, nostro Signore, per avermi stimato degno della sua fiducia, ponendo al suo servizio me, 13 che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento; ma misericordia mi è stata usata, perché agivo per ignoranza nella mia incredulità, 14 e la grazia del Signore nostro è sovrabbondata con la fede e con l’amore che è in Cristo Gesù. 15 Certa è quest’affermazione e degna di essere pienamente accettata: che Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, dei quali io sono il primo. 16 Ma per questo mi è stata fatta misericordia, affinché Gesù Cristo dimostrasse in me, per primo, tutta la sua pazienza, e io servissi di esempio a quanti in seguito avrebbero creduto in lui per avere vita eterna. 17 Al Re eterno, immortale, invisibile, all’unico Dio, siano onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen. 18 Ti affido questo incarico, Timoteo, figlio mio, in armonia con le profezie che sono state in precedenza fatte a tuo riguardo, perché tu combatta in virtù di esse la buona battaglia, 19 conservando la fede e una buona coscienza, alla quale alcuni hanno rinunciato e, così, hanno fatto naufragio quanto alla fede. 20 Tra questi sono Imeneo e Alessandro, che ho consegnati a Satana affinché imparino a non bestemmiare.

L’apostolo Paolo ha scritto due lettere al suo collaboratore Timoteo per incoraggiarlo nel suo ministero a Efeso. Paolo aveva fondato la chiesa a Efeso, ed è stata un’opera particolarmente feconda. La chiesa è cresciuta rapida e forte, e da lì furono fondate altre chiese nelle regioni circostanti. Paolo aveva mandato Timoteo a Efeso per guidare la sempre crescente opera, e ha scritto due lettere per dargli consigli, esortazioni, e avvertimenti. Nel primo capitolo della prima lettera, Paolo ricorda Timoteo della centralità del vangelo che, come scrive in Galati, gli è stato rivelato da Gesù stesso. Paolo riassume questo vangelo nel v.15 dicendo: “Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori”. Ancora come in Galati, Paolo evidenzia com’è egli stesso un esempio vivente del vangelo che predica: non solo “Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori”, ma anche “dei quali io sono il primo”. Mentre Paolo andava a Damasco per perseguitare la chiesa lì, Gesù gli è apparso per salvarlo dalle sue vie malvagie e farlo diventare il suo testimone e apostolo. Perché proprio Paolo che era stato “bestemmiatore” e “persecutore” e “violento”? Nel v.16 Paolo spiega:

Ma per questo mi è stata fatta misericordia, affinché Gesù Cristo dimostrasse in me, per primo, tutta la sua pazienza, e io servissi di esempio a quanti in seguito avrebbero creduto in lui per avere vita eterna.

In altre parole, se Dio ha voluto e ha potuto salvare uno come Paolo, vuole e può salvare chiunque! L’incarico di Timoteo a Efeso, dunque, è di “conservare la fede e una buona coscienza”, specialmente perché alcune persone “hanno rinunciato e, così, hanno fatto naufragio quanto alla fede” (v.19). Il vangelo è la più buona notizia che ci sia, ed è per mezzo di esso che Gesù chiama i peccatori (anche i più grandi come Paolo!) a se stesso. Perciò, bisogna lottare per conservare il vangelo, perché se perdiamo quello, perdiamo tutto.

2) Gesù Cristo, Mediatore (2:1-5)

A) Pregare per tutti (vv.1-2)

2:1 Esorto dunque, prima di ogni altra cosa, che si facciano suppliche, preghiere, intercessioni, ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che sono costituiti in autorità, affinché possiamo condurre una vita tranquilla e quieta in tutta pietà e dignità.

Ora, nel capitolo 2 (e questo è la porzione della lettera su cui vogliamo soffermarci e riflettere oggi), Paolo comincia a dare a Timoteo istruzioni ed esortazioni varie. La prima esortazione è questa: “che si facciano suppliche, preghiere, intercessioni, ringraziamenti per tutti gli uomini”. In particolare, Paolo pone enfasi sulle preghiere da fare “per i re e per tutti quelli che sono costituiti in autorità”. Ma qual è lo scopo di queste preghiere? Paolo continua dicendo: “affinché possiamo condurre una vita tranquilla e quieta in tutta pietà e dignità”. Se ci fermiamo qui, potremmo pensare che lo scopo di queste preghiere per gli altri è che noi possiamo stare bene, ma in realtà non è così. Scopriamo nei prossimi versetti che queste preghiere mirano alla salvezza di “tutti gli uomini”. Vedremo perché questo è il caso tra poco, ma qui è sufficente fare due osservazioni.

Prima, il motivo per cui dobbiamo pregare “per i re e per tutti quelli che sono costituiti in autorità affinché possiamo condurre una vita tranquilla e quieta in tutta pietà e dignità” è per permettere la libera testimonianza del vangelo. Se le autorità governano bene e giustamente, non cercheranno di opporsi al vangelo, e dunque preghiamo che possiamo vivere sotte di esse in pace e serenità non per il nostro benessere personale, ma per poter rendere testimonianza a Gesù senza impedimento.

La seconda osservazione è che per Paolo, la preghiera è tanto importante al progresso del vangelo quanto è importante la testimonianza stessa. È interessante infatti notare che Paolo (che avrà molto da dire in seguito riguardo alla predicazione del vangelo) esorta “prima di ogni altra cosa che si facciano suppliche preghiere, intercessioni, ringraziamenti” a proposito del progresso del vangelo. Un vecchio detto afferma che “prima di parlare di Dio alle persone, bisogna parlare delle persone a Dio”. Come abbiamo visto anche in Atti 4, l’efficacia e la franchezza della testimonianza della chiesa deriva dallo Spirito Santo che la riempie e la fortifica, e lo Spirito Santo riempie e fortifica la chiesa in risposta alle sue preghiere. Pregare, dunque, è un elemento basilare e indispensabile nel ministero del vangelo.

B) Per la salvezza di tutti (vv.3-5)

Questo è buono e gradito davanti a Dio, nostro Salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e vengano alla conoscenza della verità. Infatti c’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo,

Nei vv.3-5, Paolo chiarisce tutto ciò. L’esortazione di pregare per tutti è radicata nella volontà di Dio che vuole salvare tutti. Paolo afferma che pregare in questo modo “è buono e gradito davanti a Dio” proprio perché il suo desiderio è che “tutti gli uomini siano salvati e vengano alla conoscenza della verità”. Il collegamento è ovvio, no? Dio vuole che preghiamo per tutti, perché egli vuole salvare tutti. Se Dio fosse già contento del numero delle persone già alla conoscenza della verità, non bisognerebbe pregare per tutti gli altri che non hanno creduto ancora. Ma poiché Dio che è “nostro Salvatore” vuole che “tutti siano salvati”, vuole anche (e ci esorta) che preghiamo per questo.

Sembra un po’ audace, comunque, avere la presunzione di dire “io so quello che Dio vuole”. Potremmo forse rispondere a Paolo: “Ma Paolo, come sai che Dio vuole che tutti siano salvati, e che noi dunque preghiamo per questo? Come fai a sapere che Dio desidera che tutti siano salvati e non (come credono certi cristiani) solo alcuni?” Paolo cerca di rispondere a questo interrogativo, spiegandoci proprio come si può sapere qual è il volere di Dio nei confronti che tutti gli esseri umani, come si può sapere che il proposito di Dio verso tutti è solo benevolo, amorevole e salvifico, solo di “sì” e non di “no”. La risposta è quella che è sempre: lo sappiamo in Gesù Cristo!

Dobbiamo approfondire il collegamento logico tra v.4 e v.5. V.5 fornisce la ragione per cui sappiamo qual è il volere di Dio nei confronti di tutti: è perché “c’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo”. Paolo inizia il suo ragionamento così: noi sappiamo che Dio è uno solo, e dunque egli deve essere il Dio di tutti. Notiamo come Paolo fa un ragionamento simile in Romani 3:29-30:

29 Dio è forse soltanto il Dio dei Giudei? Non è egli anche il Dio degli altri popoli? Certo, è anche il Dio degli altri popoli, 30 poiché c’è un solo Dio, il quale giustificherà il circonciso per fede, e l’incirconciso ugualmente per mezzo della fede.

Abbiamo capito il senso di questo ragionamento? Paolo smantella la ridicola idea che Dio appartiene solo agli ebrei. Gli ebrei appartengono a Dio, ma Dio non appartiene a loro. Che credano in lui o no, Dio è lo stesso Dio per tutti, perché Dio è uno solo. Se ci fossero più dèi, allora sarebbe logico dire che nessuno di loro è il dio di tutti. Ma siccome Dio è uno solo, l’unica conclusione ragionevole è che Dio è il Dio di tutti.

Ma poi Paolo estende questo ragionamento al mediatore, Cristo Gesù. Come Dio è uno solo e dunque il Dio di tutti, così anche Cristo è uno solo e dunque il mediatore di tutti. Dio non ha mandato due salvatori, due mediatori, ma uno solo, e uno solo per tutti. Quindi, Paolo dice, il suo volere nei confronti di tutti deve essere uno solo. Gesù Cristo è infatti il volere di Dio incarnato; Dio non ha un altro volere misterioso nascosto dietro le spalle di Gesù. E Paolo ha già dichiarato inequivocabilmente qual è stato il volere di Dio rivelato in Cristo: “Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori” (1:15). Ecco, dunque, come sappiamo che Dio vuole che tutti siano salvati: Gesù è venuto per salvare, non per condannare, e poiché Gesù è l’unico mediatore tra Dio e tutti gli esseri umani, sappiamo che Dio vuole che per mezzo di Gesù tutti siano salvati! Questo, poi, è il motivo perché è buono e gradito a Dio pregare per la salvezza di tutti: è ciò che Dio vuole in Cristo!

3) Gesù Cristo, Rivelatore (2:6)

che ha dato se stesso come prezzo di riscatto per tutti; questa è la testimonianza resa a suo tempo

“Ma”, potremmo chiedere ancora, “come fai a sapere, Paolo, che Cristo è venuto nel mondo solo per salvare e non per condannare i peccatori?” “È semplice”, Paolo risponde, “perché Dio ha reso la testimonianza di questo quando Gesù ha dato se stesso come prezzo di riscatti per tutti sulla croce”. La morte di Cristo sulla croce è stata la riconciliazione del mondo, sì, ma non solo: è stata anche la rivelazione della riconciliazione del mondo. Lì sulla croce, Gesù ha sofferto la morte che accomuna tutti noi esseri umani. Gesù era un uomo, sì, ma non solo: era anche “uomo”, o meglio “umano”. Incarnandosi, il Figlio di Dio si è unito a noi nella nostra condizione comune, ha assunto l’umanità che tutti noi abbiamo. Nella sua morte sulla croce, dunque, Gesù ha rappresentato e si è sostituito a tutti, perché è morto nella stessa carne di tutti. Non può essere, dunque, che sia morto solo per alcuni! Ecco perché sappiamo che Gesù è venuto solo per salvare tutti: perché è morto al posto di tutti! Forse nell’Antico Testamento quando Dio interveniva soprattutto nei confronti di Israele, non era sempre evidente qual era il suo volere nei confronti di tutti gli altri. Ma la croce di Cristo “è la testimonianza resa a suo tempo”, la rivelazione che la riconciliazione effettuata in Cristo è stata effettuata per tutti.

4) Gesù Cristo, Fratello (2:7-8)

e della quale io fui costituito predicatore e apostolo (io dico il vero [in Cristo], non mento), per istruire gli stranieri nella fede e nella verità. Io voglio dunque che gli uomini preghino in ogni luogo, alzando mani pure, senza ira e senza dispute.

Tutto questo porta Paolo a capo del suo discorso. Cristo lo ha costuito “predicatore e apostolo”, non per tenere il vangelo un segreto, ma per “istruire gli stranieri [cioè ogni popolo e ogni nazione e ogni persona] nella fede e nella verità. Dio vuole che tutti siano salvati e vengano alla conoscenza della verità, e quindi costituisce la sua chiesa — qui rappresentata da Paolo — il testimone del vangelo. Il termine “apostolo” significa letteralmente: “messaggero”. Paolo è stato mandato da Gesù come il suo messaggero per predicare la buona notizia che Dio vuole salvare tutti e che, in realtà tutti sono stati già riconciliati in lui. In un senso, Paolo parla di Gesù come nostro fratello: Gesù è colui che ci ha fatto conoscere il benevolo proposito di Dio nei nostri confronti, e ci invita a partecipare con lui nel farlo conoscere a tutti gli altri che non l’hanno ancora sentito.

Ecco perché Paolo ripete la sua esortazione inziale: “Io voglio dunque che gli uomini preghino in ogni luogo, alzando mani pure, senza ira e senza dispute.” Il volere di Dio si compierà attraverso la predicazione del vangelo a tutto il mondo, ma il vangelo non sarà predicato a tutto il mondo senza il potere che viene dato attraverso la preghiera. Abbiamo dunque non solo un grandissimo motivo per pregare per il progresso del vangelo nel mondo (cioè che in Cristo Dio ha rivelato il suo benevolo proposito di riconciliazione nei confronti di tutti) ma anche una grandissima certezza che ci fa perseverare nella preghiera: che il vangelo sia predicato in tutto il mondo è il volere di Dio. Infatti, Gesù stesso ha promesso ai suoi discepoli: “questo vangelo del regno sarà predicato in tutto il mondo, affinché ne sia resa testimonianza a tutte le genti; allora verrà la fine” (Matteo 23:14). Allora, preghiamo e predichiamo con franchezza e speranza, sapendo che in Cristo la fine è già certa e la vittoria sarà nostra!

Galati 1: La Rivelazione di Gesù Cristo

1) Paolo, Apostolo (1:1-5)

A) Per mezzo di Gesù Cristo (vv.1-2)

Paolo, apostolo non da parte di uomini né per mezzo di un uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti, e tutti i fratelli che sono con me, alle chiese della Galazia;

La prima volta che incontriamo l’apostolo Paolo nel Nuovo Testamento è in Atti 7:58 quando lui, allora chiamato Saulo, assisteva al martirio di Stefano. Da quel punto fino alla sua conversione, Saulo ha perseguitato la comunità cristiana, come dice lui qui in Galati 1:13, “a oltranza … e la devastavo”. Nella seconda parte di questo capitolo, Paolo riferirà più della sua storia, ma qui è sufficiente notare che questo grande persecutore della chiesa poi è diventato un suo grande apostolo e missionario. Paolo, scrivendo alle chiese che ha fondato nella regione della Galazia (l’odierna Turchia) durante il suo primo viaggio missionario, si presenta in modo tale da evidenziare (per motivi che scopriremo dopo) la stupenda grazia di Dio manifestata nei suoi confronti:

Paolo, apostolo non da parte di uomini né per mezzo di un uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti.

L’unica spiegazione per queste prime due parole — “Paolo, apostolo” invece di “Paolo, persecutore” — è che egli è tale solo a causa della grazia di Cristo e la potenza di Dio nel risuscitare i morti. Mentre questa grazia potente è stata rivelata pienamente nella risurrezione di Cristo, si è dimostrata anche in Paolo quando ha “risuscitato” anche lui quando era morto nei suoi peccati. Ecco perché Paolo, nelle prime parole di questa lettera ai Galati, vuole dichiarare inequivocabilmente che solo per la grazia di Dio è quello che è. Sta per rimproverarli, e vuole fargli capire innanzitutto che non parla come un superiore a degli inferiori, ma come uno salvato e costituito apostolo solo per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre.

B) Secondo la volontà di Dio Padre (vv.3-5)

grazia a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo, che ha dato se stesso per i nostri peccati, per sottrarci al presente secolo malvagio, secondo la volontà del nostro Dio e Padre, al quale sia la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Com’è consueto, Paolo saluta i Galati con la benedizione: “grazia a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo”. Ma per Paolo questa benedizione non è una mera formalità; mette in risalto la verità fondamentale a quanto segue: la grazia per cui siamo salvati dai nostri peccati e liberati dal male che regna nel mondo è la persona di Gesù Cristo che ha sacrificato se stesso sulla croce. E l’immenso amore manifestato in Gesù rivela il cuore di Dio e il suo benevolo proposito nei nostri confronti. Dietro le spalle di Gesù non c’è un altro dio, nascosto e misterioso, perché tutto ciò che Gesù ha fatto per noi, l’ha fatto “secondo la volontà del nostro Dio e Padre”. Se non per Gesù, non oseremmo mai immaginare un Dio così buono quando siamo così cattivi, così benevolo quando siamo così egoisti, così amorevole quando siamo così ribelli, così fedele quando siamo così infedeli. Sembra troppo buono per essere vero, ma Cristo ci fa vedere che è così! Ecco perché scoppiamo in canti e grida di gioia: al lui sia la gloria nei secoli dei secoli!

2) Un Altro Vangelo (1:6-10)

A) Che non c’è un altro vangelo (vv.6-7)

Mi meraviglio che così presto voi passiate da colui che vi ha chiamati mediante la grazia a un altro vangelo; ché poi non c’è un altro vangelo, però ci sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo. 

Dopo questa breve introduzione, Paolo si lancia subito nella polemica che costituisce la sua preoccupazione centrale in questa lettera. Paolo esprime il suo sbigottimento che solo poco tempo dopo aver accettato il vangelo, i Galati adesso vogliano passare “da colui che vi ha chiamati mediante la grazia a un altro vangelo” che in realtà non è un altro vangelo — perché il vangelo è uno solo — ma solo il tentativo di sovvertire, corrompere, il vangelo di Cristo.

Notiamo, prima, come Paolo concepisce il vangelo: non solo come un messaggio ma come una persona. “Passare dal vangelo” non significa solo “passare dal messaggio” ma “passare da colui che vi ha chiamati”! Il vangelo è, infatti, la persona di Gesù Cristo, e la persona di Cristo costituisce il messaggio del vangelo. Dall’altro canto, come non possiamo mai separare la persona di Cristo dal messaggio del vangelo, non possiamo neanche separare il messaggio del vangelo dalla persona di Cristo. Il messaggio ci fa conoscere la persona, e la persona ci unisce a se stesso tramite il messaggio. Di conseguenza, sbagliare il messaggio — aggiungendo qualcosa, togliendo qualcosa, o modificandolo — significa sbagliare la persona. Se dico che mia moglie ha capelli biondi e occhi azzurri quando in realtà ha capelli scuri e occhi marroni, voi penserete che io stia parlando di qualcun altro! Nello stesso modo, se cambio o distorco il messaggio del vangelo, non è Cristo e il Dio in lui rivelato di cui sto parlando!

Ecco perché Paolo ragiona in questo modo: voi Galati avete dato ascolto a questi “alcuni che … vogliono sovvertire il vangelo di Cristo” e perciò, abbandonando il vangelo, abbandonate Cristo stesso! Ecco anche perché Paolo rimane stupefatto: abbandonare Cristo significa abbandonare il Dio che vi ama così tanto che è venuto in Cristo per dare la sua vita per voi, che vi ha liberati dai vostri peccati e dal presente secolo malvagio, e vi garantisce la speranza della risurrezione dai morti! Come mai quest’idea potrebbe mai venirvi in mente? È impensabile!

B) Sia anatema! (vv.8-10)

Ma anche se noi o un angelo dal cielo vi annunciasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunciato, sia anatema. Come abbiamo già detto, lo ripeto di nuovo anche adesso: se qualcuno vi annuncia un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anatema. 10 Vado forse cercando il favore degli uomini, o quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se cercassi ancora di piacere agli uomini, non sarei servo di Cristo.

Senza capire tutto ciò, le successive parole di Paolo potrebbero sembrarci esagerate: sia anatema chiunque vi annunci un messaggio diverso dal vangelo che avete ricevuto da me. Questo anatema è grave quanto è grande la benedizione all’inizio della lettera. “Anatema” significa dannazione, maledizione, perdizione! Paolo dice in effetti: “Sia dannato, maledetto, eternamente perduto chi vi insegna qualsiasi cosa all’infuori del vangelo di Cristo come se fosse il vangelo di Cristo!” Paolo è così turbato che lo ripete ancora una volta, e include anche se stesso e gli angeli! Che audacia! “Anche se noi un angelo dal cielo vi annunciasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunciato, sia anatema.”

Questo sembrerà esagerato solo se non capiamo la posta in gioco, che il vangelo di Cristo è una questione di vita e morte. Anzi, è la questione di vita eterna e morte eterna. Cosa potrebbe essere più importante? E se qualcuno sovverte il vangelo di Cristo, se lo modifica o distorce in qualsiasi modo, cosicché contribuisce alla rovina eterna di qualcuno, l’anatema è esattamente quello che ci vuole! Dunque, non abbiamo ancora capito il vangelo se non la pensiamo come Paolo, se non proviamo lo stesso turbamento o sbigottimento nei confronti di chi lo sovverte, se non possiamo dire insieme al salmista: “Fiumi di lacrime mi scendono dagli occhi, perché la tua legge non è osservata” (Sl 119:136). Certo, se siamo così zelanti per il vangelo, non faremo molto piacere agli altri; anzi, saremo chiamati “fanatici” o “estremisti” o “pericolosi”. Ma, come afferma Paolo, non possiamo servire due padroni: o cerchiamo di piacere agli uomini o di piacere a Dio, ma non possiamo piacere a tutti a due. Servire Cristo significa inevitabilmente scandalizzare gli uomini.

3) Per Rivelazione di Gesù Cristo (1:11-24)

A) La testimonianza di un persecutore (vv.11-14)

11 Vi dichiaro, fratelli, che il vangelo da me annunciato non è opera d’uomo; 12 perché io stesso non l’ho ricevuto né l’ho imparato da un uomo, ma l’ho ricevuto per rivelazione di Gesù Cristo. 13 Infatti voi avete udito quale sia stata la mia condotta nel passato, quando ero nel giudaismo; come perseguitavo a oltranza la chiesa di Dio, e la devastavo; 14 e mi distinguevo nel giudaismo più di molti coetanei tra i miei connazionali, perché ero estremamente zelante nelle tradizioni dei miei padri.

Serve dunque una forte e chiara convinzione del vangelo. Questa convinzione Paolo la radica nella sua testimonianza personale. Come possiamo sapere che il vangelo è così essenziale, così indispensabile che merita una tale fedeltà, un tale zelo, un tale impegno per conservarlo da ogni fraintendimento o attacco? Paolo risponde che è semplicemente per questo motivo: “il vangelo da me annunciato non è opera d’uomo” ma è la “rivelazione di Gesù Cristo”. Il vangelo è il messaggio dell’opera divina, effettuata dalla persona divina che si è fatto uomo, secondo la volontà divina stabilita da tutta l’eternità per il genere umano. In quanto “rivelazione di Gesù Cristo”, il vangelo rivela Dio stesso — il suo essere, il suo volere, il suo fare — è infatti l’auto-rivelazione di Dio. Il messaggio del vangelo non è dunque solo la rivelazione di Dio in Cristo, è anche Dio nella sua rivelazione. Nel vangelo abbiamo a che fare non con una verità qualsiasi; abbiamo a che fare con Dio stesso, il Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra e il giudice di tutti, i vivi e i morti.

Paolo è convinto di questo, e vuole che i Galati, e anche noi, ne siamo altrettanto convinti, e perciò narra la sua testimonianza personale che fornisce prova concreta dell’origine divina del vangelo. Lui dice in effetti: “Considerate me; io sono l’esempio numero uno. Sapete com’ero prima di conoscere Cristo, come perseguitavo a oltranza la chiesa di Dio, e la devastavo; e mi distinguevo nel giudaismo più di molti coetanei tra i miei connazionali, perché ero estremamente zelante nelle tradizioni dei miei padri. In altre parole, nessuno poteva farmi cambiare idea; ero talmente convinto di servire Dio nel perseguitare la chiesa, ero talmente zelante nelle tradizioni che contradiccevano il vangelo di Cristo, che senza il suo intervento diretto e immediato, mi sarei ostinato in questo percorso fino al mio ultimo respiro.”

B) Un trofeo di grazia (vv.15-24)

15 Ma Dio che m’aveva prescelto fin dal seno di mia madre e mi ha chiamato mediante la sua grazia, si compiacque 16 di rivelare in me il Figlio suo perché io lo annunciassi fra gli stranieri. Allora io non mi consigliai con nessun uomo, 17 né salii a Gerusalemme da quelli che erano stati apostoli prima di me, ma me ne andai subito in Arabia; quindi ritornai a Damasco. 18 Poi, dopo tre anni, salii a Gerusalemme per visitare Cefa e stetti da lui quindici giorni; 19 e non vidi nessun altro degli apostoli, ma solo Giacomo, il fratello del Signore. 20 Ora, riguardo a ciò che vi scrivo, ecco, vi dichiaro, davanti a Dio, che non mento. 21 Poi andai nelle regioni della Siria e della Cilicia; 22 ma ero sconosciuto personalmente alle chiese di Giudea, che sono in Cristo; 23 esse sentivano soltanto dire: «Colui che una volta ci perseguitava, ora predica la fede che nel passato cercava di distruggere». 24 E per causa mia glorificavano Dio.

“Ma”, Paolo prosegue, ed è un grandissimo “ma”; “ma Dio che m’aveva prescelto fin dal seno di mia madre e mi ha chiamato mediante la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché io lo annunciassi fra gli stranieri”. L’evento a cui Paolo si riferisce qui lo racconta più dettagliatamente in Atti 26:9-16:

Quanto a me, in verità pensai di dover lavorare attivamente contro il nome di Gesù il Nazareno. 10 Questo infatti feci a Gerusalemme; e avendone ricevuta l’autorizzazione dai capi dei sacerdoti, io rinchiusi nelle prigioni molti dei santi; e quando erano messi a morte, io davo il mio voto. 11 E spesso, in tutte le sinagoghe, punendoli, li costringevo a bestemmiare; e, infuriato oltremodo contro di loro, li perseguitavo fin nelle città straniere.

12 Mentre mi dedicavo a queste cose e andavo a Damasco con l’autorità e l’incarico da parte dei capi dei sacerdoti, 13 a mezzogiorno vidi per strada … una luce dal cielo, più splendente del sole, la quale sfolgorò intorno a me e ai miei compagni di viaggio. 14 Tutti noi cademmo a terra, e io udii una voce che mi disse in lingua ebraica: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Ti è duro ricalcitrare contro il pungolo”. 15 Io dissi: “Chi sei, Signore?” E il Signore rispose: “Io sono Gesù, che tu perseguiti. 16 Ma àlzati e sta’ in piedi, perché per questo ti sono apparso: per farti ministro e testimone delle cose che hai viste, e di quelle per le quali ti apparirò ancora…

Il Signore ci incontra, ci attira, e ci sveglia alla verità in vari modi, ma con Paolo un solo approccio era possibile: ha dovuto buttarlo a terra, accecarlo con una luce più splendente del sole, e impadronirsene direttamente tramite un incontro personale innegabile. Per questo, Paolo continua in Atti 26:19-20:

19 … io non sono stato disubbidiente alla visione celeste; 20 ma, prima a quelli di Damasco, poi a Gerusalemme e per tutto il paese della Giudea e fra le nazioni, ho predicato che si ravvedano e si convertano a Dio, facendo opere degne del ravvedimento.

Oppure, come dice in Galati 1:16: “Allora io non mi consigliai con nessun uomo”; cioè il vangelo che ho cominciato a predicare “non l’ho ricevuto né l’ho imparato da un uomo, ma l’ho ricevuto per rivelazione di Gesù Cristo” (v.12). Il vangelo, come la conversione di Paolo, non è spiegabile in termini solamente umani. Paolo testimonia, infatti, che quelli che lo avevano conosciuto solo come un grande nemico e persecutore della chiesa “sentivano soltanto dire: ‘Colui che una volta ci perseguitava, ora predica la fede che nel passato cercava di distruggere'”. Com’era avvenuto questa trasformazione, nessuno sapeva, almeno all’inizio; è stata solo ed esclusivamente l’opera della sovrana grazia di Dio rivelata in Gesù Cristo.

Il punto di tutto ciò? Il Cristo che ha trasformato la vita di Paolo è lo stesso che è all’opera per trasformare noi e gli altri che ci circondano. Il vangelo che Cristo ha rivelato a Paolo è lo stesso che ci è stato tramandato in questa lettera, e anche in tutti gli scritti degli apostoli che Cristo ha personalmente costituito per questa ragione. E la grazia che ha salvatore un persecutore come Paolo è la stessa che può salvare qualsiasi altra persona. Come Paolo scriverà tanti anni dopo a Timoteo:

13 prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento; ma misericordia mi è stata usata, perché agivo per ignoranza nella mia incredulità, 14 e la grazia del Signore nostro è sovrabbondata con la fede e con l’amore che è in Cristo Gesù. 15 Certa è quest’affermazione e degna di essere pienamente accettata: che Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, dei quali io sono il primo. 16 Ma per questo mi è stata fatta misericordia, affinché Gesù Cristo dimostrasse in me, per primo, tutta la sua pazienza, e io servissi di esempio a quanti in seguito avrebbero creduto in lui per avere vita eterna (1 Timoteo 1:13-16).

Ecco perché bisogna lavorare, lottare anche, per conservare il messaggio del vangelo come ci è stato tramandato: solo il vangelo, rivelato da Cristo e predicato dagli apostoli, ci fa conoscere Dio e ci riconcilia con lui attraverso l’unione con Cristo. L’unica speranza del mondo è Cristo, ma Cristo è rivelato solo nel vangelo. Dunque, ascoltiamo e pratichiamo con ogni perseveranza l’esortazione di Paolo ai Galati, simile a quella data anche ai Colossesi (1:22-23):

22 ora egli vi ha riconciliati nel corpo della sua carne, per mezzo della sua morte, per farvi comparire davanti a sé santi, senza difetto e irreprensibili, 23 se appunto perseverate nella fede, fondati e saldi e senza lasciarvi smuovere dalla speranza del vangelo che avete ascoltato.

La Storia della Chiesa in un Anno: Guglielmo d’Ockham e la Sola Fede (27/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: Guglielmo d’Ockham e la Sola Fede (27/52)

 Che Dio sia onnipotente non può essere dimostrato ma solo accettato per fede (Guglielmo d’Ockham, Quodlibet I,1,7).

 Dopo Tommaso d’Aquino e Giovanni Duns Scoto, il terzo protagonista principale della scolastica medievale fu Guglielmo d’Ockham (1285-1347 d.C.), il fondatore inglese del nominalismo. Come Tommaso e Scoto, Guglielmo fu un teologo, filosofo, e religioso (francescano), ma la rivoluzione nella teologia filosofica che provocò fu così radicale che fu ritenuta una “via moderna” in contrasto alla “via antiqua” di Tommaso e Scoto.

Guglielmo portò all’estremo lo scioglimento, iniziato da Scoto, della sintesi tomista tra la fede e la ragione, tanto da scindere l’una dall’altra. Egli sostenne che l’uomo non è capace di conoscere Dio senza l’auto-rivelazione di quest’ultimo. Per questo motivo, Guglielmo insegnò che si può acquisire la conoscenza di Dio solo per mezzo della fede, e che la ragione (e la filosofia da essa generata) è di nessun giovamento quando si tratta di questioni teologiche o spirituali.

Stando alla base di questa convinzione fu l’enfasi ockhamista sulla volontà di Dio come supremo arbitro e causa efficace di ogni cosa (il volontarismo). Secondo Guglielmo, tutto ciò che esiste o accade è dovuto esclusivamente e infallibilmente all’imperscrutabile volontà divina. Quello che Dio ha deciso di fare (il suo potere ordinato) avrebbe potuto essere diverso se egli l’avesse voluto così (il suo potere assoluto). A causa di ciò, Guglielmo insistette, contro Tommaso, che non si possono dedurre quali sono le vie di Dio dagli effetti visibili che producono, perché Dio com’è in sé si cela dietro il modo in cui ha arbitrariamente deciso di manifestarsi. Guglielmo ipotizzò addirittura che Dio avrebbe potuto incarnarsi come un asino anziché un essere umano per salvare il mondo.

È indubitabile che nel suo zelo di contrastare la sintesi tomista, Guglielmo si lasciò trasportare da idee congetturali e persino assurde. Pur minando la certezza cristiana che il Dio conosciuto in Gesù non è altro che Dio com’è in se stesso, Guglielmo recuperò un principio fondamentale che era stato trascurato dalla chiesa medievale, un principio che avrebbe poi svolto un ruolo determinante nella formazione di un monaco agostiniano di nome Martin Lutero. Non è affatto un caso che Guglielmo fu censorato per aver smentito le pretese papali all’infallibilità e al potere temporale.

La negazione delle capacità umane di giungere a Dio e l’affermazione della fede quale unico mezzo di accettare la sua rivelazione crearono il fertile terreno dal quale sarebbe spuntata la scoperta di Lutero: “Non è giusto colui che opera molto, ma lo è chi, senza le opere, crede molto in Cristo” (Disputa di Heidelberg, tesi 25). Oppure, come lo dice l’apostolo Paolo: “Ora a chi opera, il salario non è messo in conto come grazia, ma come debito; mentre a chi non opera ma crede in colui che giustifica l’empio, la sua fede è messa in conto come giustizia” (Rom. 4:4-5).