Giovanni 11: La Risurrezione e la Vita

1) Affinché crediate… (Giovanni 20:30-31)

A) Lo scopo di Giovanni

Nel nostro studio di Giovanni, abbiamo fatto costante riferimento al prologo (1:1-18) per ricordarci sempre dei temi centrali del vangelo. La Parola che nel principio era con Dio ed era Dio stesso è diventata carne per abitare tra di noi e così farci conoscere il Dio che nessuno ha mai visto. Ma non abbiamo ancora guardato in avanti, alla conclusione nel 20:30-31, dove Giovanni esplicita il motivo per cui ha scritto questo vangelo. Leggiamolo adesso:

30 Ora Gesù fece in presenza dei {suoi} discepoli molti altri segni, che non sono scritti in questo libro; 31 ma questi sono stati scritti affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome.

Ecco chiaramente lo scopo di Giovanni: affinché crediamo in Gesù. Certo, questo non è l’obiettivo più grande perché “credendo, abbiate vita nel suo nome”. La destinazione finale è la vita eterna in Gesù, la partecipazione nella sua vita che ha vinto il peccato e la morte e che ci permette di dimorare nella presenza di Dio per tutta l’eternità. Ma, come Gesù stesso dichiara in 14:6, la fede in lui è l’unica strada che conduce a questa destinazione, ed è dunque la fede che ha per noi un’importanza determinante.

Se colleghiamo l’inizio e la fine del vangelo, vediamo così il quadro completo: la Parola di Dio è diventata carne in Gesù Cristo per farci conoscere Dio affinché noi, conoscendolo tramite quanto è stato scritto, crediamo in lui e riceviamo la vita eterna. Quindi, è la conoscenza di Dio rivelata in Gesù che precede e crea la fede. E, anche se Giovanni avrebbe potuto scrivere altro (i “molti altri segni che non sono scritti in questo libro”), quello che ha scritto è sufficiente per condurci alla fede. In altre parole, nessuno, dopo aver letto il vangelo di Giovanni, può dire di aver ancora bisogno di altro per credere — altre prove, altre testimonianze, altre rivelazioni — perché quel è stato scritto basta “affinche crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio”.

B) Il problema della morte

Teniamo presente tutto ciò quando cominciamo a riflettere su Giovanni 11, in cui troviamo la storia della risurrezione di Lazzaro, l’amico di Gesù. Teniamolo presente, perché è proprio qui che Giovanni ci aiuta a superare uno dei più grandi ostacoli alla fede: credere che Dio è amore nonostante la sofferenza nel mondo, e soprattutto la morte che mette fine a tutto. Anche una vita vissuta nelle migliori condizioni immaginabili sotto il sole non può scappare da questa dura realtà. Grande o piccolo, ricco o povero, bello o brutto, buono o cattivo, ogni essere umano finisce nella tomba. Le altre difficoltà, afflizioni, e angoscie della vita sono solo un pallido riflesso della sorte che prima o poi deve toccare a tutti.

Ora, questo cosiddetto “problema del male” è antico quanto il mondo e diffuso come l’aria che respiriamo. In qualche modo, tutte le religioni e filosofie cercano di farsene una ragione. Ma il problema del male e della morte diventa particolarmente acuto quando si tratta del Dio rivelato in Gesù, colui che è definito come “amore” (1 Giovanni 4:8, 16). Come riconciliare il Dio che è amore con l’esistenza del male e della morte? Sarebbe molto più facile riconciliare Dio con l’esistenza del male e della morte se lui fosse definito invece “cattivo” o “crudele” o “maligno”. Ma il Dio che è amore, e amore soltanto? Molti pensano infatti che sia impossibile credere in Dio data la realtà del mondo in cui viviamo. L’obbiezione viene spesso formulata così: se un dio esiste, non può essere il Dio della Bibbia, perché se fosse onnipotente, non sarebbe un dio d’amore; oppure, se fosse un dio d’amore, non sarebbe onnipotente, altrimenti non ci permetterebbe di soffrire e morire. Di conseguenza, molti ritengono l’idea di Dio, almeno com’è rivelato nelle Scritture, letteralmente incredibile, perché è diametralmente opposta alle nostre esperienze.

C) La soluzione di Giovanni 11

In Giovanni 11, questo problema — concentrato nella malattia e la morte di Lazzaro — viene direttamente affrontato. Giovanni sa che questo problema è grave, che sembra insormontabile, e quindi riferisce questo fatto per rispondere, affinché, anche di fronte a quel male che affligge e infine distrugge la vita, possiamo credere in Gesù e, credendo, abbiamo la vita nel suo nome. Fino a questo punto nel vangelo, abbiamo visto dei segni che anticipano la salvezza e la nuova creazione che Dio intende fare: la trasformazione dell’acqua in vino, la purificazione del tempio, la guarigione dei malati, il miracoloso provvedimento di pane in un luogo deserto. Però, se Dio viene meno proprio nel momento più critico — quando arriva il ladro Morte per scassinare e rubare la vita umana — tutto il resto risulterà vano e insensato. Dunque, “affinché crediamo”, è assolutamente necessario che si trovi una soluzione al problema della morte; o più specificamente, una soluzione che ci permetta di credere nel Dio che è amore nonostante la realtà della morte.

Ecco l’importanza di Giovanni 11. Ma prima una breve premessa: bisogna notare che, per rispondere al problema della morte, Giovanni non ci dà una spiegazione ma una storia. Non dobbiamo aspettarci dunque di scoprire qualche sillogismo logico che tolga ogni mistero o slogan motivazionale che allevi ogni dolore. La vita è troppo complessa, e le vie di Dio sono troppo inscrutabili che possiamo sbarazzarci di ogni dubbio riguardo alla questione. Giovanni 11 invece ci racconta una storia, una storia che non ci fornisce un principio “onni-esplicativo” ma ci invita piùttosto ad aggrapparci a una Persona onnipotente e onniamorevole.

2) L’amore onnipotente che lascia morire (Giovanni 11:1-18)

1 C’era un ammalato, un certo Lazzaro di Betania, del villaggio di Maria e di Marta, sua sorella. Maria era quella che unse il Signore di olio profumato e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; Lazzaro, suo fratello, era malato. Le sorelle dunque mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». Gesù, udito ciò, disse: «Questa malattia non è per la morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio sia glorificato».

Or Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro; come ebbe udito che egli era malato, si trattenne ancora due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Torniamo in Giudea!» I discepoli gli dissero: «Rabbì, proprio adesso i Giudei cercavano di lapidarti, e tu vuoi tornare là?» Gesù rispose: «Non vi sono dodici ore nel giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; 10 ma se uno cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui». 11 Così parlò; poi disse loro: «Il nostro amico Lazzaro si è addormentato, ma vado a svegliarlo». 12 Perciò i discepoli gli dissero: «Signore, se egli dorme sarà salvo». 13 Or Gesù aveva parlato della morte di lui, ma essi pensarono che avesse parlato del dormire del sonno. 14 Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto, 15 e per voi mi rallegro di non essere stato là, affinché crediate; ma ora, andiamo da lui!» 16 Allora Tommaso, detto Didimo, disse ai condiscepoli: «Andiamo anche noi, per morire con lui!» 17 Gesù dunque, arrivato, trovò che Lazzaro era già da quattro giorni nel sepolcro. 18 Or Betania distava da Gerusalemme circa quindici stadi, 19 e molti Giudei erano andati da Marta e Maria per consolarle del [loro] fratello.

I lineamenti della storia sono abbastanza semplici. Un uomo di nome Lazzaro, fratello di Maria e Marta e amico di Gesù, si ammala e sta sulla soglia della morte. Lazzaro abita con le sue sorelle a Betania, un piccolo villaggio nei dintorni di Gerusalemme, e mandano a chiamare Gesù, sapendo che lui è capace di guarire Lazzaro prima che muoia. In questo periodo, Gesù rimane fuori da Gerusalemme perché i Giudei lì sono decisi che Gesù deve essere ucciso, ma la sua ora non è ancora venuta. Gesù alla fine arriva, ma troppo tardi per guarire Lazzaro; l’ammalato ormai è morto e già sepolto nella tomba. Chi conosce questa storia sa già come andrà a finire: Gesù è potente non solo sulla malattia ma anche sulla morte, e quindi risusciterà Lazzaro e chiamarlo fuori dalla tomba.

Riassunta così, la storia di Lazzaro è già forte, perché non succede tutti i giorni che i morti risuscitino. Ma il vero potere di questa storia sta nei piccoli dettagli che richiedono più riflessione per capire il loro significato. Non possiamo in una sola mezz’oretta approfondire tutto, quindi considerate questo studio come un inizio e uno stimolo a ulteriore riflessione da parte vostra. Evidenzierò per voi alcuni di questi dettagli significativi e farò qualche commento al riguardo, ma spetterà a voi portare avanti la riflessione che certamente ripagherà molte volte il tempo impiegato per farlo.

Il primo dettaglio da notare è come Giovanni mette in risalto l’amore di Gesù per Lazzaro. L’uomo malato non è uno qualsiasi; nel v.3 è “colui che tu [Gesù] ami è malato”. Nell’appello di Maria e Marta, questo fatto chiaramente accentua l’urgenza della situazione: “Gesù, il tuo molto amato amico sta per morire; quindi vieni subito!” Ma questo non è solo una strategia retorica, perché Giovanni stesso poi commenta nel v.5 che “Gesù amava” Lazzaro e non solo: amava anche Marta e Maria. E come se questo non bastasse per convincerci, Giovanni riporta ancora nel v.36 come “i Giudei dicevano: «Guarda come lo amava!»” dopo che essi hanno visto Gesù piangere davanti alla tomba dove Lazzaro era sepolto. Ben tre volte, quindi, il testo insiste che Gesù amava Lazzaro, e quanto l’amava vista la sua angoscia davanti alla tomba!

Bisogna poi notare un secondo dettaglio importante: il potere di Gesù di fronte alla morte. Per chi conosce Gesù e ha visto altri segni da lui compiuti, è ormai scontato che lui è capace di guarire i malati. La conoscenza di questo suo potere è implicita nella richiesta di Maria e Marta. Anche se non glielo chiedono esplicitamente, il loro messaggio a Gesù: “Signore, ecco, colui che tu ami è malato” lascia intendere il loro desiderio: “Vieni presto perché solo tu puoi salvare Lazzaro dalla morte!” La fiducia delle sorelle in Gesù è evidente dopo quando sia Marta sia Maria gli dicono: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto” (vs.21, 32).

In questo modo, il testo ci costringe a concludere sia che Gesù amava tantissimo Lazzaro e le sue sorelle sia che Gesù aveva il potere di guarire Lazzaro e salvargli la vita. Ricordando che è in Gesù che veniamo a conoscere Dio, dobbiamo concludere inoltre che non esiste veramente una contraddizione tra l’amore e la potenza di Dio. Forse non comprendiamo, di fronte al male e alla morte, come Dio può essere sia amorevole che onnipotente, ma, dopo aver letto la storia di Lazzaro, nessuno può usare questo problema per giustificare la propria incredulità perché, detto semplicemente, in Gesù vediamo sia il Dio che ama sia il Dio che può salvare da ogni male.

Ma questo non significa che la fede deve chiudere gli occhi al problema del male. Anzi, Giovanni risponderebbe che il problema è in realtà più grave di quanto lo scettico pensi! Questo è il terzo dettaglio importante che ci potrebbe facilmente sfuggire. Rileggiamo vs.5-6 con grande attenzione:

Or Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro; come ebbe udito che egli era malato, si trattenne ancora due giorni nel luogo dove si trovava.

Purtroppo questa traduzione, la Nuova Riveduta, offusca un po’ il collegamento cruciale tra questi due versetti. Leggiamoli nella Nuova Diodati che è più chiara:

Or Gesú amava Marta, sua sorella e Lazzaro. Come dunque ebbe inteso che Lazzaro era malato, si trattenne ancora due giorni nel luogo dove egli era.

La parola chiave è “dunque” nel v.6, e rende sconvolgente tutta questa vicenda. Gesù amava Lazzaro e le sue sorelle, e “dunque”, per questo motivo “si trattenne ancora due giorni”, facendo in modo da arrivare troppo tardi per poter guarire Lazzaro. Ma come? Se avessi scritto io questo capitolo, avrei detto invece: “Or Gesù amava Marta, sua sorella e Lazzaro; tuttavia si trattenne ancora due giorni”. Ma il testo dice il contrario: Gesù si trattiene e non viene subito quando sente che Lazzaro sta per morire proprio perché ama lui e le sue sorelle. È l’amore di Gesù che lo costringe a non venire in tempo per guarire Lazzaro! È perché Gesù ama Lazzaro e le sue sorelle così tanto che si trattiene ancora due giorni deliberatamente per lasciare che Lazzaro muoia! Ma che tipo di amore è questo? Possiamo chiamarlo “amore”? Forse è meglio chiamarlo “indifferenza” o “negligenza” o persino “odio”! Oggi, se un medico lasciasse morire deliberatamente un suo paziente, sarebbe legalmente colpevole di un grave reato! Immaginiamo se poi, per difendersi in tribunale, un tale medico direbbe di averlo fatto per il suo grande amore del paziente. Lo chiameremmo pazzo, o psicopatico!

Così infatti molti accusano Dio, se esiste, di non essere amorevole, o di non essere potente da salvare. Ed è proprio qui nella storia di Lazzaro che giungiamo al punto decisivo dove dobbiamo rispondere alla seguente domanda: vogliamo insistere che Dio abbia torto perché non si conforma al nostro concetto di “amore”, o siamo disposti ad ammettere di avere torto noi nel modo in cui spesso pensiamo cos’è l’amore di Dio e lasciarci istruire dalla sua parola? Per dirlo in termini paolini: vogliamo continuare a essere conformati al pensiero del mondo, o ci lasceremo trasformare “mediante il rinnovamento della [nostra] mente” (Romani 12:2)? Se optiamo (come spero!) per il rinnovamento della nostra mente, dobbiamo accettare che l’amore onnipotente di Dio è quello che a volte dice di no, che si trattiene e arriva in ritardo alle nostre richieste, e persino che lascia morire.

3) L’amore onnipotente che piange (Giovanni 11:20-37)

20 Come Marta ebbe udito che Gesù veniva, gli andò incontro; ma Maria stava seduta in casa. 21 Marta dunque disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto; 22 {ma} anche adesso so che tutto quello che chiederai a Dio, Dio te lo darà». 23 Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà». 24 Marta gli disse: «Lo so che risusciterà, nella risurrezione, nell’ultimo giorno». 25 Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà, 26 e chiunque vive e crede in me, non morirà mai. Credi tu questo?» 27 Ella gli disse: «Sì, Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che doveva venire nel mondo».

28 Detto questo, se ne andò e chiamò di nascosto Maria, sua sorella, dicendole: «Il Maestro è qui, e ti chiama». 29 Ed ella, udito questo, si alzò in fretta e andò da lui. 30 Or Gesù non era ancora entrato nel villaggio, ma era sempre nel luogo dove Marta lo aveva incontrato. 31 Perciò i Giudei che erano in casa con lei e la consolavano, vedendo che Maria si era alzata in fretta ed era uscita, la seguirono, supponendo che si recasse al sepolcro a piangere. 32 Appena Maria fu giunta dov’era Gesù e lo ebbe visto, gli si gettò ai piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto». 33 Quando Gesù la vide piangere, e vide piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, fremette nello spirito, si turbò e disse: 34 «Dove lo avete deposto?» Essi gli dissero: «Signore, vieni a vedere!» 35 Gesù pianse. 36 Perciò i Giudei dicevano: «Guarda come lo amava!» 37 Ma alcuni di loro dicevano: «Non poteva, lui che ha aperto gli occhi al cieco, far sì che questi non morisse?»

Forse a questo punto, ci troviamo a dire con gli ex-discepoli di Gesù in 6:60: “Questo parlare è duro; chi può ascoltarlo?” Però, se siamo convinti, come lo era Pietro, che non abbiamo nessun altro a cui andare che abbia “parole di vita eterna” (6:68), ci aggrapperemo più forte che mai a Gesù, anche se non capiamo tutto. Ma grazie a Dio, la storia di Lazzaro non finisce qui, e proseguendo nella lettura scopriamo che pur essendo l’amore onnipotente che lascia morire, l’amore onnipotente di Dio è quello che piange insieme a noi, che prova ogni tristezza del nostro cuore, che non rimane distante o indifferente dalle nostre sofferenze ma che s’immedesima con noi nei momenti più difficili della vita, l’amore che ci accompagna attraverso la valle dell’ombra della morte (Salmo 23:4).

Questo fatto mi stupisce tutte le volte che leggo questa storia. Secondo me, Giovanni 11:35 è, nonostante la sua semplicità, una delle frasi più sbalorditive in tutta la Bibbia: “Gesù pianse”. Nel v.38, vediamo quanto infatti è profondo il lamento di Gesù davanti alla tomba del suo amico: “Gesù dunque, fremendo di nuovo in se stesso, andò al sepolcro”. Le parole qui nel greco originale trasmettono il senso di grande turbamento emotivo, una tristezza che si trasforma in rabbia, un’angoscia così profonda che non può essere espressa in parole. Questo è come Gesù pianse davanti alla tomba di Lazzaro: non in modo superficiale o insincero ma con tutto il peso tremendo e devastante che accompagna la perdita di un caro.

Ciò che rende il pianto di Gesù ancora più stupefacente è il fatto che avrebbe potuto guarire Lazzaro prima che morisse, e che era pienamente consapevole del miracolo che avrebbe presto compiuto per risuscitarlo. Il nostro concetto dell’amore di Dio, dunque, deve essere abbastanza grande da poter comprendere anche questo.  Sarebbe facile pensare che, siccome Gesù è arrivato deliberatamente in ritardo, non avrebbe dovuto poi piangere per ciò che lui stesso ha permesso. Sarebbe altrettanto facile pensare che Gesù non avrebbe dovuto piangere perché sapeva che avrebbe presto riabbracciato il suo amico!

Ma di nuovo dobbiamo lasciarci istruire dalla parola di Dio e non da quello che riteniamo logico o ragionevole. L’amore che ha lasciato morire Lazzaro è lo stesso amore che piange profondamente davanti alla tomba di Lazzaro anche se intende richiamare Lazzaro dalla morte. In altre parole, non dobbiamo correre con fretta dall’inizio di questa storia alla sua risoluzione. Nella nostra riflessione, dobbiamo trascorrere un bel po’ di tempo insieme a Gesù davanti alla tomba e, vedendo le sue lacrime e ascoltando i suoi singhiozzi e sentendo il suo corpo fremere di angoscia, dobbiamo meravigliarci del suo amore che cammina con noi attraverso la valle dell’ombra della morte, anche quando è stato lo stesso amore che all’inizio ci ha condotto in quella valle. È il nostro concetto dell’amore di Dio capace di comprendere tutti e due questi fatti?

4) L’amore onnipotente che risuscita i morti (Giovanni 11:38-46)

38 Gesù dunque, fremendo di nuovo in se stesso, andò al sepolcro. Era una grotta, e una pietra era posta all’apertura. 39 Gesù disse: «Togliete la pietra!» Marta, la sorella del morto, gli disse: «Signore, egli puzza già, perché siamo al quarto giorno». 40 Gesù le disse: «Non ti ho detto che se credi, vedrai la gloria di Dio?» 41 Tolsero dunque la pietra. Gesù, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre, ti ringrazio perché mi hai esaudito. 42 Io sapevo bene che tu mi esaudisci sempre; ma ho detto questo a motivo della folla che mi circonda, affinché credano che tu mi hai mandato». 43 Detto questo, gridò ad alta voce: «Lazzaro, vieni fuori!» 44 Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti da fasce, e il viso coperto da un sudario. Gesù disse loro: «Scioglietelo e lasciatelo andare». 45 Perciò molti dei Giudei che erano venuti da Maria, e che avevano visto ciò che egli aveva fatto, credettero in lui. 46 Ma alcuni di loro andarono dai farisei e raccontarono loro quello che Gesù aveva fatto.

L’amore di Dio non intende però lasciarci in quella valle per sempre. Gesù piange davanti alla tomba di Lazzaro, ma non si arrende alla sua sorte. Poiché ci ama, s’identifica con noi nelle nostre sofferenze. Ma poiché il suo amore è onnipotente, s’impegna a liberarcene, e persino da quel nemico che ci è sempre risultato invincibile, la morte. Per dimostrare questo in modo tangibile, Gesù non permette che la morte di Lazzaro abbia l’ultima parola. Gesù è la Parola di Dio, e sarà lui ad avere l’ultima parola. E quello che vediamo qui al punto culminante della storia stupisce ancora per la sua semplicità. Davanti alla tomba, Gesù comanda ad alta voce: “Lazzaro, vieni fuori!” (v.43).

E così, il morto torna in vita e esce dalla tomba. Non c’è qui qualche rito sofisticato, l’invocazione di qualche potere superiore, l’uso di qualche innovazione tecnologica. Solo queste tre parole bastano per fare ciò che l’uomo con tutta la sua intelligenza e genialità non è mai riuscito, e non riuscirà mai, a fare: vincere la morte. E queste tre parole fanno rivivere Lazzaro non perché abbiano qualche potere in sé; qualsiasi altro lì presente avrebbe potuto dirle senza aver nessun risultato. No, queste tre semplici parole risuscitano il morto perché provengono da colui che è la Parola di Dio incarnata, colui che nel principio ha formato l’uomo dalla terra e che in grado di riformarlo anche dopo la sua morte.

Ma dobbiamo essere chiari su un certo punto. Ciò che Gesù fa nei confronti di Lazzaro è un segno. La risurrezione di Lazzaro non costituisce il compimento della nuova creazione; non è un miracolo da ripetersi nei confronti di tutti i credenti che muoiono. Come segno, è un’anteprima della nuova creazione, una prefigurazione che infonde speranza di cose future che non si vedono ancora. Ma come segno, è solo un’anteprima, solo una prefigurazione. E lo sappiamo perché la vita a cui Lazzaro è tornato non era la vita eterna e incorruttibile che sarà nostra nei nuovi cieli e la nuova terra. Lazzaro poteva, e doveva, morire di nuovo (12:10).

Ma come segno, la risurrezione di Lazzaro non è neanche da sottovalutare in quanto fornisce una prova concreta e convincente che ciò che Dio nel suo amore vuole fare per noi è anche onnipotente a farlo. Se Dio lascia morire coloro che ama perché li ama, e anche perché lui intende risuscitarli a nuova vita. Rileggiamo vs.25-26:

25 Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà, 26 e chiunque vive e crede in me, non morirà mai. Credi tu questo?» 

Far vedere questo è il punto centrale dell’intera storia. Come succede nel vangelo di Giovanni, Gesù dà testimonianza di se stesso nelle sue parole, e conferma la sua testimonianza attraverso i suoi segni. Gesù è la luce del mondo, e quindi restituisce la vista all’uomo cieco. Gesù è il pane della vita, e quindi moltiplica poco pane per sfamare un’enorme folla. Qui, Gesù si rivela come “la risurrezione e la vita”, e quindi riporta in vita un uomo morto. E come sempre, questa testimonianza riguarda Gesù stesso. Gesù non solo dà la luce; egli è la luce. Gesù non solo dà il pane; egli è il pane. Così anche qui: Gesù non solo dà nuova vita; egli è nuova vita.

In altre parole, Gesù vuole farci sapere che la risurrezione e la vita si possono avere solo in quanto si ha Gesù. La vita eterna non è un dono che Gesù ci dà separato dalla sua persona. Essere risuscitati dalla morte e ricevere il dono della vita eterna sono solo modi diversi per dire: essere uniti a Gesù, partecipare alla sua vita, come un ramo viene innestato all’albero e vive perché riceve i nutrienti e la linfa dalle radici e dal tronco. Il ramo non ha nessuna vita in sé; se viene troncato dall’albero, muore. Così noi non abbiamo, né avremo mai la vita eterna in noi stessi, ma solo in quanto siamo “innestati” all’albero che è Gesù e della sua vita che come linfa scorre nelle vene della nostra anima.

Com’è che veniamo uniti a Gesù come rami innestati all’albero? Gesù risponde: “chi crede in me, anche se muore, vivrà”. È per fede. Ricordiamoci lo scopo di Giovanni:

Questi sono stati scritti affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome. (20:31).

E se riflettiamo bene, scopriamo che questa è la risposta di Gesù al problema del male e della morte. Abbiamo già detto che non c’è nessuna contraddizione tra l’amore di Dio e la sua onnipotenza. Anzi, notando che Gesù non è arrivato in tempo per guarire Lazzaro perché l’amava, abbiamo imparato che l’amore onnipotente di Dio a volte dice di no alle nostre richieste, che si trattiene, che non interviene in tempo, che lascia morire. E Dio fa questo non a dispetto del suo amore ma a causa del suo amore per noi. Ma non abbiamo ancora scoperto perché questo trattenersi, questo arrivare troppo tardi, questo lasciar morire è l’espressione e non la contraddizione del suo amore. Quindi, chiediamo: perché? È possibile spiegare perché questo è infatti amore e non indifferenza, negligenza o odio?

Sì, è possibile. È sempre Gesù che è la risposta alle nostre domande. Abbiamo prima evidenziato l’accento posto in questa storia sull’amore, per quanto strano e scandaloso alle nostre sensibilità, che Gesù aveva per Lazzaro e le sue sorelle. Adesso bisogna rimarcare anche l’accento posto da Gesù sulla fede:

40 Gesù le disse: «Non ti ho detto che se credi, vedrai la gloria di Dio?»

41 Gesù, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre, ti ringrazio perché mi hai esaudito. 42 Io sapevo bene che tu mi esaudisci sempre; ma ho detto questo a motivo della folla che mi circonda, affinché credano che tu mi hai mandato».

Particolarmente importante è ciò che Gesù dice ai discepoli prima di partire:

14 Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto, 15 e per voi mi rallegro di non essere stato là, affinché crediate…»

Qui Gesù dice “apertamente” il motivo per cui non ha risposto subito alla richiesta di Maria e Marta e ha lasciato invece che Lazzaro morisse: per creare in loro (e in noi che leggiamo!) la fede. Solo rifiutando di guarire Lazzaro e lasciandolo morire Gesù ha potuto dimostrare di essere la risurrezione e la vita. Certo, avrebbe potuto guarire Lazzaro prima, ma così si sarebbe dimostrato solo un potente guaritore o un bravissimo medico.

Ma noi abbiamo bisogno di più. Il nostro nemico più grande non è la malattia ma la morte. Se Gesù fosse potente da guarire i malati ma non da risuscitare i morti, non sarebbe un vero salvatore. Se l’amore di Dio ci potesse aiutare nella sofferenza ma non nella morte, non sarebbe degno della nostra fiducia. No, abbiamo bisogno di un salvatore potente da risuscitare i morti e del Dio il cui amore ci conserva persino attraverso la valle della morte. E per dimostrarsi questo potente salvatore e Dio amorevole, Gesù ha dovuto lasciar morire Lazzaro, perché solo così ha potuto, nel risuscitarlo, dare un segno concreto e convincente di essere la risurrezione e la vita, e di essere degno di tutta la nostra fiducia.

Quindi, possiamo riassumere tutto così: tanto è importante che crediamo in Gesù che Dio è disposto anche a lasciar morire se questo è quello che serve per portarci alla fede. L’amore è, in fondo, ciò che vuole bene all’altro, che gli vuole infatti il bene più grande. Ora, se il nostro bene più grande è di avere la vita eterna, e se possiamo avere la vita eterna solo credendo in Gesù, allora tutto quello che serve per condurci alla fede in Gesù è amore. Siccome la fede in Gesù è più importante della salute, più importante ancora della vita stessa, allora Dio ci ama quando fa ciò che occorre per portarci a essa, anche fino a lasciar morire. Questo è infatti il motivo per cui Gesù dice che seguire lui significa morire con lui, e con queste sue parole da Luca 9:23-24 concludiamo:

23 Diceva poi a tutti: «Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua. 24 Perché chi vorrà salvare la sua vita la perderà, ma chi avrà perduto la propria vita per causa mia la salverà.

Amen.

Giovanni 9: La benedizione della cecità

1) La luce del mondo (Giovanni 9:1-5)

1 Passando vide un uomo che era cieco fin dalla nascita. I suoi discepoli lo interrogarono, dicendo: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?» Gesù rispose: «Né lui ha peccato, né i suoi genitori; ma è così affinché le opere di Dio siano manifestate in lui. Bisogna che io compia le opere di colui che mi ha mandato mentre è giorno; la notte viene in cui nessuno può operare. Mentre sono nel mondo, io sono la luce del mondo».

Nel capitolo 9 del vangelo di Giovanni, vediamo cristallizzarsi alcuni dei temi principali sempre presenti nella narrativa sin dall’inizio: la luce contro le tenebre; il giorno contro la notte. Ricordiamo in particolare vv.4-9 del primo capitolo:

In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini. La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta. Vi fu un uomo mandato da Dio, il cui nome era Giovanni; egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo di lui. Egli stesso non era la luce, ma venne per rendere testimonianza alla luce. La vera luce che illumina ogni uomo stava venendo nel mondo.

Abbiamo visto nei vari episodi raccontati finora l’impatto di questa “vera luce” sul mondo delle tenebre, riassunto nel 3:19-21:

19 … la luce è venuta nel mondo, e gli uomini hanno amato le tenebre più della luce, perché le loro opere erano malvagie. 2Perché chiunque fa cose malvagie odia la luce e non viene alla luce, affinché le sue opere non siano scoperte; 21 ma chi mette in pratica la verità viene alla luce, affinché le sue opere siano manifestate, perché sono fatte in Dio.

Poi nel capitolo 7, abbiamo imparato che l’incomprensione e l’incredulità da parte dei molti nei confronti della luce non sono dovute solo al loro rifiuto di comprendere e credere ma anche (e soprattutto!) alla decisione da parte della luce stessa di splendere in modo da manifestarsi soltanto agli occhi della fede. Il conflitto fra Gesù e i Giudei nel capitolo 8 ha dimostrato l’assoluta incompatibilità della luce e le tenebre, l’impossibilità di conciliarsi o di concedere un momento di tregua (evidenziata dal tentativo dei Giudei di lapidare Gesù nel v.59). La guerra tra la luce di Dio e le tenebre del mondo infurierà finché non ci sia vincitore.

Ora, nel capitolo 9, questa guerra si concentra intorno a un povero uomo, mendicante perché “cieco fin dalla nascita”. Quest’uomo, pur essendo letteralmente cieco, diventa nel vangelo di Giovanni un simbolo della lotta tra la luce e le tenebre proprio perché la sua particolare afflizione è una vivida illustrazione della realtà spirituale che di solito passa inosservata. Giovanni riferisce la guarigione di quest’uomo come un fatto realmente avvenuto, ma vuole anche che vediamo in esso una sorta di parabola che rende visibile la guerra spirituale e anticipa quale ne sarà il risultato. Il suo scopo per noi lettori è che diventiamo più consapevoli della realtà invisibile in cui siamo costantemente immersi e della guerra spirituale in cui siamo sempre coinvolti, e che la nostra fede si rafforzi affinché, come dice Paolo in Efesini 6:13, possiamo “resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver compiuto tutto il [nostro] dovere”.

Ma dobbiamo essere cauti se, dopo aver letto i primi cinque versetti di Giovanni 9, pensiamo di poter prevedere già come andrà a finire. I discepoli servono da avvertimento, perché quando, in compagnia di Gesù, incontrano l’uomo cieco, credono di aver già intuito la causa della sua miseria:

«Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?»

Certo, ai discepoli resta il dubbio su chi ha sbagliato per aver causato la cecità dell’uomo, ma la possibilità che si sbaglino loro non gli viene affatto in mente. Sono convinti di aver inquadrato la situazione, e quindi (probabilmente) come si risolverà.

Ma alla loro domanda Gesù fa com’è solito fare e fa esplodere gli schemi:

Né lui ha peccato, né i suoi genitori; ma è così affinché le opere di Dio siano manifestate in lui.

Questo merita un momento di riflessione, perché come i discepoli, anche noi siamo propensi a ‘schematizzare’ la vita, soprattutto le sue difficoltà, per farcene una ragione, chiedendo: “perché è successo questo?”. Ma la Bibbia non ci permette di essere dogmatici sul “perché”. A volte nelle Scritture, la sofferenza è il castigo divino per il peccato. In Numeri 12, Miriam, la sorella di Mosè, viene colpita dalla lebbra perché comincia a parlare contro suo fratello. Ma non è sempre così. Giobbe infatti viene afflitto da una malattia molto dolorosa proprio perché rifiuta di rinunciare alla sua fede in Dio quando passa attraverso una serie di terribili tragedie.

Non possiamo dunque, in base alle Scritture, dire sempre con certezza che una particolare difficoltà è dovuta a una particolare causa. Questo è perché le Scritture, in genere, non sono neanche interessate a risolvere la questione, perché alla fine non aiuta. Che importanza ha veramente sapere “chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco”? Tanto l’uomo rimane cieco! No, quello che interessa alle Scritture (perché è quello che interessa a Gesù) è come “le opere di Dio” saranno “manifestate in lui” quando recupera la vista. Queste sono “le opere” che Gesù dice di essere stato mandato per fare: non per spiegare un filosofico “perché” della sofferenza, ma per disperdere le tenebre, per creare un nuovo giorno di luce e libertà, per rimediare a tutto quello che affligge e distrugge il buon creato di Dio. Questa è la luce che, se camminiamo in essa invece di preoccuparci di questioni inutili, renderà sicuro ogni nostro passo. Solo se ci atteniamo a ciò che Dio ha rivelato in Gesù possiamo vivere nel nuovo giorno che ha creato; tutto il resto appartiene alla notte.

Quindi, quando ci troviamo nella sofferenza, la nostra domanda non dovrebbe essere: “perché mi è successo questo?” ma piuttosto: “come manifesterà Dio la sua fedeltà, il suo potere, la sua grazia, e il suo amore in questo?” Spesso non potremmo mai sapere il perché, ma possiamo sempre essere certi che in tutto e in tutti Dio ha un disegno “affinché le sue opere siano manifestate”, affinché la sua luce risplenda sempre di più.

2) La nuova creazione (Giovanni 9:6-13)

Detto questo, sputò in terra, fece del fango con la saliva, gli spalmò il fango sugli occhi e gli disse: «Va’, làvati nella vasca di Siloe» (che significa «mandato»). Egli dunque andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Perciò i vicini e quelli che l’avevano visto prima, perché era mendicante, dicevano: «Non è questo colui che stava seduto a chiedere l’elemosina?» Alcuni dicevano: «È lui». Altri dicevano: «No, ma gli somiglia». Egli diceva: «Sono io». 10 Allora essi gli domandarono: «Com’è che ti sono stati aperti gli occhi?» 11 Egli rispose: «Quell’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me ne ha spalmato gli occhi e mi ha detto: “Va’ a Siloe e làvati”. Io quindi sono andato, mi son lavato e ho recuperato la vista». 12 Ed essi gli dissero: «Dov’è costui?» Egli rispose: «Non so». 13 Condussero dai farisei colui che era stato cieco. 14 Or era in giorno di sabato che Gesù aveva fatto il fango e gli aveva aperto gli occhi.

“Detto questo”, Gesù si mette subito al lavoro nel v.6. La sua metodologia nel guarire l’uomo può sembrare strana: sputa in terra, fa del fango e gli spalma il fango sugli occhi. Perché? Anche se il testo non ce lo dice esplicitamente, lascia intendere che Gesù fa sì che la guarigione del cieco sia considerata un atto di nuova creazione, un tema a cui abbiamo già accennato. Come Dio formò l’uomo dalla terra in Genesi 2, così Gesù “forma” dalla terra occhi nuovi che permetterà al cieco di vedere (e non solo fisicamente ma anche spiritualmente!). Questo è confermato quando scopriamo nel v.14 che:

…era in giorno di sabato che Gesù aveva fatto il fango e gli aveva aperto gli occhi.

Perché di nuovo è importante sapere questo come nel caso del paralitico in Giovanni 5? Sempre in Genesi 2, leggiamo che:

Il settimo giorno Dio compì l’opera che aveva fatta, e si riposò…

Mentre il sabato era dunque il giorno del riposo anche per i Giudei, Gesù continuava a operare perché, dopo la caduta di Genesi 3, c’era una nuova creazione da fare, di cui l’uomo cieco diventa un bellissimo campione. Finché non tutte le cose saranno fatte nuove (Apocalisse 21:5), Dio continuerà a operare, e così opera Gesù, non solo durante la settimana ma anche — e soprattutto — in giorno di sabato!

Ma di nuovo non tutti comprendono che la guarigione dell’uomo indica l’arrivo della nuova creazione in mezzo a quella vecchia. Non tutti rimangono convinti che è proprio lui, l’uomo nato cieco, che ora ci vede (v.9). Com’è possibile? Ma l’uomo insiste: “Sono io”, e la gente vuole sapere: “Com’è che ti sono stati aperti gli occhi?” (v.10). L’uomo non sa dire altro che nominare “quell’uomo che si chiama Gesù” (v.11), e la gente decide di portare il fatto all’attenzione dei farisei che dovrebbero essere in grado di constatare la verità.

3) Il giudizio delle tenebre (Giovanni 9:15-41)

1) La falsa indagine (9:15-23)

15 I farisei dunque gli domandarono di nuovo come egli avesse recuperato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». 16 Perciò alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non è da Dio perché non osserva il sabato». Ma altri dicevano: «Come può un uomo peccatore compiere tali segni?» E vi era disaccordo tra di loro. 17 Essi dunque dissero di nuovo al cieco: «Tu, che dici di lui, poiché ti ha aperto gli occhi?» Egli rispose: «È un profeta». 18 I Giudei però non credettero che lui fosse stato cieco e avesse recuperato la vista, finché non ebbero chiamato i genitori di colui che aveva recuperato la vista 19 e li ebbero interrogati così: «È questo vostro figlio che dite essere nato cieco? Com’è dunque che ora ci vede?» 20 I suoi genitori risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; 21 ma come ora ci veda non lo sappiamo, né sappiamo chi gli abbia aperto gli occhi; domandatelo a lui; egli è adulto, parlerà lui di sé». 22 Questo dissero i suoi genitori perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che se uno avesse riconosciuto Gesù come Cristo, sarebbe stato espulso dalla sinagoga. 23 Per questo i suoi genitori dissero: «Egli è adulto, domandatelo a lui».

Così nel v.15 incomincia il “processo” che concluderà alla fine del capitolo con un “giudizio” che dichiarerà il vincitore del conflitto tra la luce di Dio e le tenebre del mondo. Abbiamo iniziato il nostro studio caratterizzando questo conflitto come una “guerra”, e questo linguaggio resta ancora valido anche se adesso il testo ci costringe a parlarne in termini di un processo legale. In ogni caso, lo scontro è sempre presente, e quando non esiste possibilità di fare pace, ci potrà essere alla fine un solo vincitore.

I farisei aprono un’indagine per appurare i fatti. Dopo aver interrogato l’uomo, non si concordano sull’accaduto. Alcuni condannano Gesù a prescindere perché sembra aver violato il sabato, ma altri dubitano che un tale trasgressore possa “compiere tali segni” (v.16). Molti, inoltre, non credono neanche che l’uomo guarito sia stato veramente cieco. Decidono dunque di convocare e interrogare i genitori dell’uomo; chi conoscerà meglio l’uomo guarito se non i propri genitori? Però, di fronte alle domande dei Giudei, i genitori danno solo riposte evasive: “Sì, questo è nostro figlio. Sì, è nato cieco. Pare che adesso ci veda, ma come non lo sappiamo, e non lo sappiamo nemmeno chi l’abbia guarito. Se vi interessa avere risposte a queste domande, bisogna chiedere a lui, tanto è un adulto responsabile!”

Poi nel vv.22 Giovanni aggiunge un commento penetrante e illuminante:

22 Questo dissero i suoi genitori perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che se uno avesse riconosciuto Gesù come Cristo, sarebbe stato espulso dalla sinagoga.

Questo commento ci dice non solo che i genitori dell’uomo guarito probabilmente sanno più di quanto vogliano ammettere e rispondono così perché hanno paura dei Giudei, ma anche (e più importante ancora) che hanno paura perché i Giudei hanno “già” deciso di scomunicare dalla sinagoga chiunque avrebbe riconosciuto Gesù come Cristo, una punizione che all’epoca comportava non solo un’esclusione religiosa ma anche un totale ostracismo sociale. Ma più della severità delle conseguenze, qui scopriamo che il verdetto ricercato dai Giudei è stato già determinato in anticipo. Questo processo è una farsa, la loro indagine è falsa, perché la loro intenzione non è di scoprire la verità ma di sovvertirla! Hanno già nei loro cuori pronunciato giudizio contro Gesù e stanno solo cercando qualche pretesto per poterlo screditare pubblicamente. Se riescono a dimostrare che l’uomo apparentemente guarito è invece un bugiardo, possono accusare Gesù di inganno. Se l’uomo è stato effettivamente guarito, possono comunque condannare Gesù per aver violato il sabato.

B) La vera testimonianza (9:24-24)

24 Essi dunque chiamarono per la seconda volta l’uomo che era stato cieco, e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». 25 Egli dunque rispose: «Se egli sia un peccatore, non lo so; una cosa so: che ero cieco e ora ci vedo». 26 Essi allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?» 27 Egli rispose loro: «Ve l’ho già detto e voi non avete ascoltato. Perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare suoi discepoli anche voi?» 28 Essi lo insultarono e dissero: «Tu sei discepolo di costui! Noi siamo discepoli di Mosè. 29 Noi sappiamo che a Mosè Dio ha parlato; ma in quanto a costui, non sappiamo di dove sia». 30 L’uomo rispose loro: «Questo poi è strano, che voi non sappiate di dove sia; eppure mi ha aperto gli occhi! 31 Si sa che Dio non esaudisce i peccatori; ma se uno è pio e fa la volontà di Dio, egli lo esaudisce. 32 Da che mondo è mondo non si è mai udito che uno abbia aperto gli occhi a uno nato cieco. 33 Se quest’uomo non fosse da Dio, non potrebbe fare nulla». 34 Essi gli risposero: «Tu sei tutto quanto nato nel peccato e insegni a noi?» E lo cacciarono fuori.

È nel v.24 che i Giudei scoprono le loro carte quando di nuovo interrogano l’uomo guarito, ma questa volta le loro domande diventano un ordine quando cominciano a perdere la pazienza:

«Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore».

I Giudei non sono interessati alla verità; nessuna prova riuscirà a fargli cambiare idea. Hanno già determinato nelle loro menti che Gesù è un peccatore. Particolarmente indicativa è la frase: “Da’ gloria a Dio”, perché queste sono le stesse parole con cui Giosuè costringe Acan a confessare il peccato che ha commesso quando ha rubato alcuni dei tesori interdetti di Gerico (Giosuè 7:19). Nel contesto di Giosuè 7, Acan era stato già individuato dal Signore come il colpevole davanti a tutto il popolo d’Israele, quindi sarebbe stato inutile provare a negarlo. Qui la convinzione dei Giudei è altrettanto risoluta: “Dai, ammetti che Gesù è un peccatore, è inutile dire altrimenti”.

A questo punto, la testimonianza dell’uomo guarito costituisce un netto contrasto con le azioni dei Giudei. Mentre essi vogliono solo propagare falsità, l’uomo guarito può solo testimoniare la verità:

25 una cosa so: che ero cieco e ora ci vedo.

Quando i Giudei gli chiedono ancora come è stato guarito, l’uomo rimane quasi divertito:

27… Ve l’ho già detto e voi non avete ascoltato. Perché volete udirlo di nuovo?

Poi, forse un po’ ingenuamente (o forse anche no!), l’uomo gli fa una domanda provocatoria:

Volete forse diventare suoi discepoli anche voi?

A questo i Giudei replicano prima con insulti e disprezzo, ma poi la situazione diventa grave quando, ai loro occhi, quest’uomo “nato nel peccato” (v.34, e qui ricordiamo la domanda dei discepoli nel v.2) si arroga il diritto di insegnare a loro, i maestri istruiti e stimati. Chiaramente, l’uomo non si comporta in modo arrogante o presuntuoso nei loro confronti; egli testimonia soltanto la semplice verità che dovrebbe essere ovvia a qualsiasi osservatore obiettivo:

33 Se quest’uomo [Gesù] non fosse da Dio, non potrebbe fare nulla.

Il problema, però, è che nessuno qui è un osservatore obiettivo, e quindi, scandalizzati oltre misura, i Giudei cacciano l’uomo fuori, esattamente come i suoi genitori temevano.

C) Il grande rovescio (9:35-41)

35 Gesù udì che lo avevano cacciato fuori; e, trovatolo, gli disse: «Credi nel Figlio dell’uomo?» 36 Quegli rispose: «Chi è, Signore, perché io creda in lui?» 37 Gesù gli disse: «Tu l’hai già visto; è colui che ti sta parlando». 38 Egli disse: «Signore, io credo». E l’adorò. 39 Gesù disse: «Io sono venuto in questo mondo per fare un giudizio, affinché quelli che non vedono vedano, e quelli che vedono diventino ciechi». 40 Alcuni farisei, che erano con lui, udirono queste cose e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?» 41 Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane.

Pur essendo perso alla sinagoga, l’uomo viene trovato da Gesù. E non solo, perché è a questo punto che Gesù gli si rivela come il Cristo, il “Figlio dell’uomo”, e l’uomo guarito dalla cecità fisica viene guarito anche dalla cecità spirituale:

38 Egli disse: «Signore, io credo». E l’adorò.

È interessante che Gesù si riveli pienamente all’uomo solo dopo che viene espulso dai Giudei, come per sottolineare ancora una volta che bisogna credere per vedere, e non viceversa. Ma il punto principale è altro, ed è qui che scopriamo il risultato del processo, il vincitore del conflitto, cioè il “giudizio” che nel v.39 Gesù dice di essere venuto per fare. Qual è questo giudizio?

…affinché quelli che non vedono vedano, e quelli che vedono diventino ciechi.

Dobbiamo riflettere bene su questa frase in quanto distilla in poche parole tutto il messaggio di Giovanni 9. E, come detto prima, dobbiamo essere cauti nel presumere di sapere già che cosa significa.

Il significato della prima parte della frase — “affinché quelli che non vedono vedano” — è più trasparente. Questo descrive perfettamente l’esperienza dell’uomo nato cieco che poi viene guarito da Gesù. All’inizio del capitolo, era un misero mendicante a causa della sua cecità, ma dopo aver incontrato Gesù, è stato reso capace di vedere non solo con gli occhi del corpo ma anche con gli occhi della fede, e per questo ha creduto e anche adorato Gesù come il Signore.

Ma che cosa vuol dire la seconda parte della frase: affinché “quelli che vedono diventino ciechi”? Di nuovo, in un senso, anche questa è abbastanza chiara grazie all’esempio dei Giudei. Quando dichiarano nel v.24: “Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore”, lasciano intendere che loro, a differenza dell’uomo cieco, sono in grado di discernere la falsità in Gesù e non essere da lui ingannati. Lasciano intendere anche che loro, a differenza di Gesù, non sono peccatori. Poi, quando nel v.34 chiamano l’uomo guarito un peccatore che non ha nessun diritto di insegnare a loro, lasciano intendere che loro, a differenza di chiunque altro, sono i custodi e maestri della verità. In poche parole, questi sono quelli che “vedono” ma, dopo aver incontrato Gesù, diventano ciechi. La stessa luce che illumina gli occhi di uno può, come il sole, abbagliare gli occhi di un altro.

Ma è proprio qui che dobbiamo essere molto cauti, di non identificarci subito con il cieco che diventa vedente e dissociarci dai vedenti che diventano ciechi. Questo è il pericolo a cui abbiamo accennato prima, la presunzione di sapere come tutto andrà a finire. Il giudizio è questo, che Gesù ha fatto sì che “quelli che vedono diventino ciechi”; ma una volta diventati ciechi, non è possibile che valga anche per loro la prima parte del giudizio? Se i vedenti si trovano adesso nel posto occupato dal cieco, non è possibile che anche loro possano incontrare Gesù come Guaritore e non come Accecatore? È possibile che la luce del mondo che prima li ha abbagliati possa dopo illuminarli? Ricordiamoci che l’uomo che alla fine del capitolo è capace di vedere era cieco all’inizio; cioè anche lui ha dovuto essere per un tempo cieco affinché potesse essere guarito da Gesù. Non è possibile dunque che Dio deve far sì che tutti diventino ciechi affinché tutti diventino vedenti?

E se questo è vero — se la severità di Dio risulta alla fine benevola — non è possibile che sia vero anche il contrario — che la benevolenza di Dio può risultare alla fine severa? Quelli che prima erano ciechi ma poi guariti dalla grazia di Dio, possono presumere sempre di vedere mentre tutti gli altri sono ancora ciechi? Non può il loro vedere — tutto dovuto alla grazia di Dio — diventare una forma di cecità se s’insuperbiscono nei confronti dei non ancora guariti? E se succede questo, non può la benevolenza di Dio — la stessa benevolenza che li ha guariti dalla cecità — non può risultare severa nei loro confronti per umiliarli, per ricordargli che anche loro sono ciechi se non per la grazia che non hanno meritato?

Questo è infatti l’insegnamento di Paolo in Romani 11:17-23 dove, invece della cecità, usa l’analogia dei rami selvatici (cioè i ciechi) che vengono innestati al posto dei rami naturali (cioè i vedenti):

17 Se alcuni rami sono stati troncati, mentre tu, che sei olivo selvatico, sei stato innestato al loro posto e sei diventato partecipe della radice e della linfa dell’olivo, 18 non insuperbirti contro i rami; ma se ti insuperbisci, sappi che non sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te. 19 Allora tu dirai: «Sono stati troncati i rami perché fossi innestato io». 20 Bene: essi sono stati troncati per la loro incredulità e tu rimani stabile per la fede; non insuperbirti, ma temi. 21 Perché se Dio non ha risparmiato i rami naturali, non risparmierà neppure te. 22 Considera dunque la bontà e la severità di Dio: la severità verso quelli che sono caduti; ma verso di te la bontà di Dio, purché tu perseveri nella sua bontà; altrimenti, anche tu sarai reciso. 23 Allo stesso modo anche quelli, se non perseverano nella loro incredulità, saranno innestati; perché Dio ha la potenza di innestarli di nuovo.

Questo è infatti ciò che impariamo in Giovanni 9. Consideriamo la bontà e la severità di Dio, la bontà che guarisce i ciechi e la severità che acceca i vedenti, ma anche la bontà che può guarire i vedenti accecati e la severità che può accecare di nuovo i guariti. Non ci si può beffare di Dio, non si può prendere alla leggera la sua grazia né trattarla come la propria prerogativa. Se Dio nella sua severità benevola ci ha abbattuto affinché ci ravvedessimo, la sua benevolenza severa dovrebbe tenerci lì in ginocchio pentiti e contriti davanti a lui. Dobbiamo gioire perché in Gesù siamo diventati figli di Dio, ma non dobbiamo gioire perché siamo diventati figli di Dio noi non altri. Servite il Signore con timore e gioite con tremore” ci esorta Salmo 2:11, e il principio della saggezza è il timore del Signore” ci insegna Proverbi 9:10.

E alla fine, tutto questo è dovuto, come sempre, alla croce di Cristo a cui Giovanni 9 ci prepara ulteriormente. Qual è la risposta giusta se chiediamo: È la croce di Cristo la rivelazione della bontà di Dio o della severità di Dio? È la manifestazione della grazia di Dio o del giudizio di Dio? È il fulgore della luce che illumina gli occhi o che abbaglia gli occhi? La risposta non può essere “o questo o quello” ma “sia questo che quello”. La croce è il luogo dove Dio ha rivelato la sua bontà nella sua severità verso Gesù al posto di noi peccatori, ed è anche il luogo dove Dio ha rivelato la sua severità verso i nostri peccati nella sua bontà nel caricarli su Gesù. La croce ha manifestato la grazia di Dio nel giudicare in Gesù tutte le colpe del mondo, e ha manifestato anche il giudizio di Dio nel perdonarle tutte una volta per sempre. Sulla croce, Gesù si è dimostrato “la vera luce che illumina ogni uomo” (Giovanni 1:9), perché lì ha aperto gli occhi di un centurione pagano affinché credesse in lui, ma allo stesso tempo ha accecato gli occhi dei Giudei che potevano solo insultarlo come una pallida imitazione del Messia. Ma non va dimenticato che molti di questi stessi Giudei, quello stesso anno alla festa della Pentecoste, hanno ascoltato la testimonianza di Pietro e gli altri apostoli e, compunti nel cuore, si sono ravveduti anche loro e sono stati battezzati nel nome di Gesù per il perdono dei peccati (Atti 2:37-41).

Il messaggio di Giovanni 9 dovrebbe essere dunque semplice ma forte, incoraggiante ma impressionante, portando conforto ma anche facendo riflettere, sia per credenti sia per non credenti. Nessuno occhio è troppo cieco che Dio non lo possa guarire, e nessuno occhio è così guarito che non abbia ancora costante bisogno della grazia per non tornare a essere cieco. I vedenti devono umiliarsi sotto la severità benevola di Dio, confessando la loro cecità e ravvedendosi della loro illusione di poterci vedere. I ciechi devono rallegrarsi della benevolenza severa di Dio, che li ha fatti essere per un tempo ciechi affinché possano ora essere guariti e veder manifestarsi le opere di Dio in loro.

Concludiamo tornando a Romani 11 per vedere come Paolo ha concluso il discorso che abbiamo citato prima:

33 Oh, profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto inscrutabili sono i suoi giudizi e ininvestigabili le sue vie! 34 Infatti «chi ha conosciuto il pensiero del Signore? O chi è stato suo consigliere?» 35 «O chi gli ha dato qualcosa per primo, sì da riceverne il contraccambio?» 36 Perché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui sia la gloria in eterno. Amen.

Giovanni 3:1-17: La libertà della Parola di Dio

Giovanni 3:1-13

1 C’era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo, uno dei capi dei Giudei. Egli venne di notte da lui e gli disse: «Rabbì, noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio; perché nessuno può fare questi segni che tu fai, se Dio non è con lui». Gesù gli rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio». Nicodemo gli disse: «Come può un uomo nascere quando è già vecchio? Può egli entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere?» Gesù rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non ti meravigliare se ti ho detto: “Bisogna che nasciate di nuovo”. Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito».

Nicodemo replicò e gli disse: «Come possono avvenire queste cose?» 10 Gesù gli rispose: «Tu sei maestro d’Israele e non sai queste cose? 11 In verità, in verità ti dico che noi parliamo di ciò che sappiamo, e testimoniamo di ciò che abbiamo visto; ma voi non ricevete la nostra testimonianza. 12 Se vi ho parlato delle cose terrene e non credete, come crederete se vi parlerò delle cose celesti? 13 Nessuno è salito in cielo, se non colui che è disceso dal cielo: il Figlio dell’uomo. 14 E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato, 15 affinché chiunque crede in lui [non perisca, ma] abbia vita eterna. 16 Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. 17 Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

1) Introduzione: la luce splende nelle tenebre

Il prologo di Giovanni (1:1-18) riassume tutto il contenuto del vangelo e ne anticipa i temi principali. Per capire pienamente questo stupendo brano, dunque, è necessario leggere il resto del vangelo. Ma è vero anche l’opposto: per capire il resto del vangelo è necessario sempre tenere a mente le parole del prologo, e in particolare La Parola che ne è il centro. Dopo il prologo, Giovanni non applica mai più il termine “parola” a Gesù nel vangelo, ma non per questo cessa di essere importante. La Parola che era Dio e con Dio nel principio prima della creazione e che poi è diventata carne per abitare per un tempo in mezzo a noi, questa è la stessa che vediamo in azione in quanto segue.

Vediamo infatti come rivela la sua gloria — la gloria di Dio stesso — ma in un modo che sembra opposto alle nostre solite nozioni di gloria. Per questo, la gloria della Parola, di Gesù Cristo, risulta celata alla maggior parte delle persone che la vede. Di conseguenza, quando Gesù viene in casa sua, nel mondo che lui ha fatto, i suoi non lo ricevono. La luce di Gesù splende nelle tenebre, ma le tenebre non sono in grado di comprenderla (1:5). Infatti, come Giovanni dice nel 3:19:

Il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, e gli uomini hanno amato le tenebre più della luce, perché le loro opere erano malvagie.

Nel secondo capitolo di Giovanni, Gesù fa splendere la luce della sua gloria a un matrimonio in Cana, cambiando l’acqua in vino, ma fra tutti gli invitati solo i discepoli la vedono e credono. Dopodiché, Gesù fa splendere la sua luce nelle tenebre del tempio alla festa di Pasqua, cacciando i mercanti e dichiarando se stesso il vero tempio. I Giudei lì presenti fraintendono però questo gesto, e neanche i discepoli lo capiscono fino a dopo la sua risurrezione (2:18-22). Commentando questo episodio, Giovanni aggiunge che mentre “molti credettero nel suo nome vedendo i segni che egli faceva”, “Gesù non si fidava di loro, perché conosceva tutti” e anche “quello che era nell’uomo” (2:23-25). Questo è perché, come Giovanni ha scritto nel prologo, Gesù è “la vera luce che illumina ogni uomo” (1:9). Alla luce di Gesù, ciò che nelle tenebre appare come fede si rivela come incredulità, e ciò che sembra giusto viene smascherato come ingiustizia. Nelle sue tenebre, l’uomo ama ciò che Dio odia, e odia ciò che Dio ama, ma sotto lo scrutinio della luce di Gesù tutto viene esposto per quello che è veramente.

2) Nicodemo incontra la Parola

Questo ci porta all’inizio del capitolo 3. Giovanni prosegue la sua narrativa dicendo che:

1 C’era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo, uno dei capi dei Giudei. Egli venne di notte da lui e gli disse: «Rabbì, noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio; perché nessuno può fare questi segni che tu fai, se Dio non è con lui».

Probabilmente questo Nicodemo — un uomo chiaramente molto importante e influente tra i Giudei, essendo un fariseo e un capo del popolo — era tra coloro che pochi versetti prima “credettero” in Gesù dopo i segni compiuti nel tempio. Insieme a questi altri, Nicodemo è arrivato alla conclusione che Gesù è “un dottore venuto da Dio”, ed è presumibilmente curioso di scoprirne di più. Deve essere rimasto davvero scioccato, quindi, quando Gesù risponde in modo strano, brusco, se non un po’ (almeno apparentemente) sgarbato:

Gesù gli rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio».

Cosa? Che significa? Come consegue logicamente da quello che Nicodemo ha detto? La risposta di Gesù sembra venire da nulla, come se lui fosse coinvolto in un dialogo completamente diverso. Nicodemo, infatti, esprime la sua perplessità nel versetto successivo:

4 Nicodemo gli disse: «Come può un uomo nascere quando è già vecchio? Può egli entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere?»

Qui Nicodemo vuole dire non solo che le parole di Gesù sembrano poco pertinenti all’occasione ma anche che non hanno proprio senso. È possibile che un uomo come Nicodemo, già di una certa età, possa rientrare nel grembo di sua madre e rinascere? E come risponde Gesù? Chiede scusa per essere stato poco chiaro, o si esprime con parole più semplici? No, anzi ripete semplicemente la stessa cosa:

Gesù rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio.

È vero che Gesù prosegue per spiegarsi più in dettaglio, ma lungi dal rendersi più comprensibile, non fa altro che esasperare la confusione di Nicodemo.

Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non ti meravigliare se ti ho detto: “Bisogna che nasciate di nuovo”. Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito». Nicodemo replicò e gli disse: «Come possono avvenire queste cose?»

3) La libertà della Parola

A questo punto vediamo emergere un tema importante: la libertà assoluta della Parola di Dio. (Qui il termine “parola” è da intendersi come la Parola del 1:1, ma anche in senso secondario come le Scritture per mezzo delle quali la Parola si fa presente e parla con noi.) Per capire meglio questo tema, sarà utile rintracciare i nostri passi. Abbiamo visto all’inizio del capitolo che Nicodemo, avendo in un certo senso creduto in Gesù, viene da Gesù per saperne di più. Ma il lettore attento avrà già notato che qualcosa non va: Nicodemo viene da Gesù “di notte”. Magari Nicodemo aspetta che si faccia notte prima di incontrare Gesù perché, essendo appunto un fariseo e uno dei capi dei Giudei, mette a rischio la sua posizione e reputazione, specie perché il gesto di Gesù nel tempio era malvisto da tanti dei suoi colleghi. In ogni caso, nonostante le motivazioni di Nicodemo, il fatto che venga da Gesù di notte è, secondo Giovanni, un indizio che appartiene ancora al mondo delle tenebre, che la sua fede è in realtà incredulità mascherata.

Nei vv.11-12, infatti, Gesù dice questo esplicitamente a Nicodemo:

11 In verità, in verità ti dico che noi parliamo di ciò che sappiamo, e testimoniamo di ciò che abbiamo visto; ma voi non ricevete la nostra testimonianza. 12 Se vi ho parlato delle cose terrene e non credete, come crederete se vi parlerò delle cose celesti?

È difficile avere certezza sul motivo per cui Gesù parla qui nella prima persona plurale. Potrebbe riferirsi alla testimonianza precedente di Giovanni il battista, oppure (e forse più probabile) si riferisce al Padre e allo Spirito Santo che attraverso le profezie delle Scritture e le opere di Gesù testimoniavano anche essi (5:37-47). In ogni caso, è chiaro qui che Gesù giudica che Nicodemo e gli altri Giudei non hanno ricevuto la loro testimonianza e non hanno creduto quando Gesù ha parlato.

Ma cosa diciamo allora delle prime parole di Nicodemo che sembrano una confessione di fede genuina: “Rabbì [un titolo onorifico dato ai maestri di grande stima], noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio; perché nessuno può fare questi segni che tu fai, se Dio non è con lui”. Se teniamo presente il suo ruolo come fariseo e capo dei Giudei, possiamo intuire che Nicodemo sta dicendo in pratica: “Dopo aver valutato i meriti dei segni che tu fai, Gesù, io e altri miei colleghi, esperti tutti nelle Scritture e scrupolosi nell’osservare le leggi divine, siamo arrivati alla conclusione che tu sei un maestro mandato da Dio. Come sai, io sono uno dei capi dei Giudei e come tale è la mia responsabilità accertare che nessuno insegni dottrine fuorvianti nel nome del Signore. Vorrei autorizzarti ufficialmente come maestro in Israele, ma non tutti i miei colleghi sono ancora convinti, e quindi ho bisogno di chiarire alcuni punti con te…”.

Allora, qualcuno potrebbe chiedere a questo punto: “Ma che problema c’è? Nicodemo non ha confessato fede in Gesù come uno mandato da Dio? Forse la sua fede non è perfetta, forse gli manca un po’ di conoscenza, ma non ha cercato Gesù proprio per saperne di più? I segni compiuti da Gesù non miravano proprio a suscitare questo tipo di desiderio?” Di nuovo, dobbiamo ricordarci che Gesù non giudica in base alle apparenze ma, come “la vera luce che illumina ogni uomo”, penetra sotto la superficie e scopre quello che c’è veramente nel cuore umano. Ed è questa luce penetrante che Gesù fa splendere nelle tenebre nascoste di Nicodemo quando risponde: “In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio” (v.3). Abbiamo detto che questo è un esempio della libertà assoluta della Parola di Dio. Che cosa significa?

A) Libertà dal giudizio

In primo luogo, significa che la Parola di Dio è libera da ogni giudizio umano, sia dalla negazione di chi la rifiuta sia dall’approvazione di chi la riceve. Vediamo questo nel modo in cui Gesù risponde a Nicodemo. Il fatto che la prima risposta di Gesù sia imprevista e incongrua nel contesto del loro dialogo mostra che egli non è costretto a conformarsi agli schemi che l’uomo cerca di imporgli. Il fatto che la seconda risposta di Gesù ribadisca solo quanto detto nella prima mostra che non c’è altro giudice della veridicità della Parola all’infuori della Parola stessa. Questa Parola, ricordiamoci, era “nel principio”, “con Dio” e “Dio” stesso, la Parola per mezzo della quale tutte le cose sono state fatte. Quale di queste cose, dunque, potrebbe erigersi al di sopra di questa Parola per poterla giudicare? O quale di queste cose potrebbe affiancarsi a questa Parola per aiutarla a fornire ulteriori prove della sua potenza e divinità?

L’attendibilità di questa Parola non viene smentita da chi la contesta, e l’efficacia della Parola non viene convalidata da chi la accetta. Il problema della “fede” di Nicodemo che Gesù illumina è proprio quest’idea: “noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio” perché ti abbiamo sottoposto al nostro giudizio, perché abbiamo messo alla prova i segni che hai compiuto, e abbiamo determinato che sei colui che dici di essere. Ma Gesù, che è la Parola di Dio incarnata, non è soggetto al giudizio umano. Non si permette di essere messo alla prova dal mondo che ha fatto lui. Non risponde alle nostre richieste di presentarsi davanti al nostro tribunale. Vedremo infatti nel 19:19-21 che, quando Gesù è arrestato e portato davanti al sommo sacerdote, rifiuterà di rispondere alle domande mirate a coglierlo in fallo. Gesù esige di essere ricevuto come lui decide di presentarsi, in base al potere ‘auto-convalidante’ della sua Parola, senza che si ricorra a prove aggiuntive. Come Gesù dichiara a Nicodemo nel v.13:

13 Nessuno è salito in cielo, se non colui che è disceso dal cielo: il Figlio dell’uomo.

Se solo il Figlio dell’uomo è disceso dal cielo, chi sulla terra è capace di verificare se ciò che dice sulle “cose celesti” è vero? Chi è capace di confutarlo? Chi può dare testimonianza convincente della Parola se non la Parola e soltanto essa?

In breve, Gesù non ritiene importante solo che viene ricevuto ma anche come viene ricevuto. La vera fede non è quella che, come Nicodemo, è disposta a credere solo se Gesù supera l’esame a cui noi lo sottoponiamo. La vera fede invece è quella che si sottomette a Gesù senza pretese o riserve, senza condizioni o rimostranze. La vera fede è quella che riceve Gesù non come una parola fra tante altre, ma come la Parola che è al di sopra di ogni altra, che non può essere messa in dubbio o discussione, che deve bastare come prova sufficiente della propria origine divina. La vera fede è quella che ascolta la Parola e risponde con un semplice e umile “Sì”, perché nient’altro è necessario. La vera fede è quella delle pecore che seguono la voce del pastore semplicemente perché riconoscono la sua voce quando parla (10:4-5). Questa è la libertà della Parola di Dio dal giudizio umano.

B) Libertà dall’obbligo

Ma la Parola è libera anche in un altro senso: libera da qualsiasi obbligo o costrizione. Un altro modo per dire la stessa cosa è: grazia. Questa la vediamo nella seconda risposta di Gesù a Nicodemo:

Gesù rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito.

Qui Gesù spiega più in dettaglio cosa significa “nascere di nuovo”: nascere “d’acqua e di Spirito”. Solo così si può “entrare nel regno di Dio”, nel mondo che sarà risanato e liberato da ogni male sotto il benevolo dominio di Dio e il suo Messia. Perché? “Quello che è nato dalla carne è carne”; cioè la natura umana è sin dalla nascita decaduta e depravata, incapace di liberarsi dal peccato e salvarsi dalla morte. Quindi, per entrare nel mondo in cui il peccato e la morte non esistono più, bisogna nascere “d’acqua e di Spirito”, una frase che ci riporta alla profezia di Ezechiele 36:

25 vi aspergerò d’acqua pura e sarete puri; io vi purificherò di tutte le vostre impurità e di tutti i vostri idoli. 26 Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò dal vostro corpo il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. 27 Metterò dentro di voi il mio Spirito e farò in modo che camminiate secondo le mie leggi, e osserviate e mettiate in pratica le mie prescrizioni.

Qui il Signore promette di fare ciò di cui gli esseri umani non sono capaci: purificarsi da ogni impurità, sbarazzarsi da ogni idolo, trasformarsi da depravati in santi, creare un cuore nuovo che desidera soltanto ubbidire a Dio. E tutto questo il Signore promette di fare per mezzo del suo Spirito che dimorerà dentro di loro, assicurando così che essi cammineranno secondo le sue leggi perfettamente e per sempre. Ma onde evitare qualsiasi fraintendimento, il Signore dichiara senza equivoci:

22 … Io agisco così, non a causa di voi, o casa d’Israele, ma per amore del mio nome santo, che voi avete profanato fra le nazioni dove siete andati.

Dio compirà tutto questo non perché è obbligato a farlo, o a causa di qualche merito che troverà nel suo popolo. Anzi, essi non hanno fatto altro che profanare il suo nome santo! No, Dio li salverà solo per amore del suo nome, per santificarlo in tutto il mondo. In altre parole, questa “nuova nascita”, opera dello Spirito Santo, avverrà solo grazie alla grazia di Dio che è libera da ogni necessità e indebitata a nessuno.

Questo sfondo profetico ci aiuta a capire meglio le parole di Gesù a Nicodemo. Solo se Dio agisce per ricrearci da dentro, mettendo il suo Spirito dentro di noi e togliendoci ogni tendenza al peccato saremo in grado di entrare nel suo regno. E se chiediamo, come Nicodemo, come si può nascere di nuovo, Gesù risponde semplicemente che:

8 Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito.

L’immagine che Gesù usa è forte: il vento è imprevedibile e indomabile. Anche oggi, con tutti gli sviluppi scientifici e tecnologici, nessuno è in grado di controllarlo. Così è l’opera dello Spirito che fa nascere di nuovo. Nessuno è in grado di prevederla, di controllarla, o di guadagnarla. La nuova nascita è un dono di pura grazia che avviene solo quando, dove e come Dio decide. L’uomo è totalmente impotente di farsi nascere di nuovo, di ottenere accesso al regno di Dio. Così annuncia la Parola a Nicodemo: non puoi venire da me nel modo che scegli tu ma solo nel modo che scelgo io. Le mie pecore riconoscono la mia voce e mi seguono quando le chiamo, ma affinché mi seguano devo chiamarle. Come Gesù dirà nel 6:44:

Nessuno può venire a me se il Padre che mi ha mandato non lo attira.

Questa è la libertà della Parola da ogni obbligo.

C) Libertà da impedimenti

Ma se la nuova nascita è solo per grazia, non è dunque impossibile a nessuno. È sconvolgente quando scopriamo, come Nicodemo, che il nostro destino eterno dipende da ciò che non possiamo controllare né possedere, che sta solo nelle mani del Dio sovrano. Viene anche a noi da chiedere: “Come dunque possono avvenire queste cose?”. Ma è proprio perché lo Spirito compie la nuova nascita come soffia il vento che nessuno deve considerarsi escluso o troppo lontano, una causa persa, un caso disperato. Se dipendesse dall’uomo, ci sarebbero molti che non sarebbero all’altezza, per cui non ci sarebbe la più minima speranza di salvezza. Ma poiché non dipende dall’uomo ma solo da Dio, c’è speranza per tutti, a prescindere da tutte le distinzioni che di solito dividono gli esseri umani: ricchi e poveri, giusti e ingiusti, neri e bianchi, forti e deboli. La Parola di Dio è anche libera da ogni impedimento e debolezza.

Per questo motivo, come prosegue Giovanni, chiunque crede in Gesù non perirà ma avrà la vita eterna:

14 E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato, 15 affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna. 16 Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. 17 Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

La giusta risposta al discorso di Gesù non è quella di molti che ribattono: “Allora se è tutto un dono, o ce l’hai o non ce l’hai. Se è tutto per grazia, non ho nessuna responsabilità.” No, chi comprende la grazia si rallegra invece che non deve fare niente se non guardare semplicemente al Figlio dell’uomo innalzato sulla croce, come la gente che moriva nel deserto doveva solo rivolgere lo sguardo al serpente di bronzo innalzato da Mosè per essere salvata. Dio desidera che nessuno sia giudicato ma che tutto il mondo sia salvato per mezzo di suo Figlio, e questa è davvero buona notizia.

4) Conclusione

Concludiamo con qualche breve considerazione pratica. Prima, per quanto riguarda testimoniare Gesù agli altri: egli è la Parola che si convalida da sola, senza aver bisogno di qualche ingegno o eloquenza da parte nostra. Spesso non apriamo la bocca per condividere la nostra fede perché abbiamo paura di non essere capaci di difenderla da obbiezioni complesse o di rispondere a domande difficili. Abbiamo imparato oggi che Gesù è la Parola che si difende da sola, che è essa stessa la risposta a ogni domanda, che è libera da qualsiasi giudizio umano e che rende se stessa efficace nel cuore di chi l’ascolta. Non spetta a noi la responsabilità di convincere gli altri ma solo la responsabilità di condividere la Parola in tutta la sua semplicità.

Secondo, per quanto riguarda la nostra meditazione personale sulle Scritture: non ci viene naturale trovare, come dice Salmo 1, diletto nella Parola di Dio e meditarla giorno e notte. “Ciò che è nato di carne è carne”, e ciò che è carne non trova diletto nella Parola, perché questo diletto è frutto solo dello Spirito Santo che opera proprio tramite la Parola. Quindi, l’unico modo per far crescere il nostro diletto nella Parola è di leggere e meditare la Parola. Come solo la Parola è in grado di convalidarsi nel cuore umano, così solo la Parola è in grado di creare in noi il diletto che ci sprona a meditarla giorno e notte. Più meditiamo la Parola, più crescerà il nostro desiderio di meditarla, e così via.

Infine, per quanto riguarda il nostro carattere cristiano: l’opera della grazia in noi è la stessa prima e dopo la nuova nascita, cioè sempre come soffia il vento. Tanto i credenti quanto i non-credenti non possono controllarla né venire mai in possesso di essa. La Parola di Dio viene a dimorare in noi, ma rimane sempre al di sopra di noi, sempre la Parola che era nel principio con Dio. La consapevolezza di questo deve produrre in noi una grande umiltà, perché se siamo nati dallo Spirito, è solo perché è piaciuto al Vento di Dio soffiare un alito vitale nelle narici della nostra anima, da cui la nostra vita dipende ogni momento. Quindi, non possiamo mai insuperbirci al di sopra degli altri. Ma questa consapevolezza deve produrre in noi anche un grande coraggio per affrontare qualsiasi situazione, perché quella stessa grazia che non meritiamo e non possediamo ci viene concessa giorno dopo giorno dalla pienezza che è in Cristo Gesù (1:16). Infatti, questa grazia è Cristo Gesù stesso, inseparabile dalla sua persona. Come la Parola di Dio è unica, così è la grazia che si trova in lui. Non viene mai per mezzo di un altro: né un prete, né un papa, né un santo, né Maria, né una chiesa, né qualunque altra cosa che è sotto il cielo, ma solo nel nome del Signore Gesù. Ma nel suo nome, siamo più che vincitori in ogni circostanza:

Gli uni confidano nei carri, gli altri nei cavalli; ma noi invocheremo il nome del Signore, del nostro Dio. Quelli si piegano e cadono; ma noi restiamo in piedi e siamo saldi. (Salmo 20:7-8)

Amen!

Isaia 54.1-10: Esulta, O Sterile!

1) Vivere la redenzione (Isaia 54.1-4)

Negli ultimi studi su Isaia, abbiamo imparato che il messaggio dominante della seconda metà del libro (capitoli 40-66) è la consolazione del popolo di Dio, esiliato per la sua persistente ribellione nei confronti del Signore. Questo messaggio è semplice, ma a persone che hanno sofferto tanto quanto gli ebrei, una tale consolazione sembra del tutto impossibile. Il profeta dunque impiega tutte le sue capacità letterarie per suscitare e rafforzare la fiducia del popolo nel Signore, perché è solo il Signore che può fare l’impossibile. È inutile cercare la consolazione altrove, perché ogni altro è un idolo, e gli idoli ci lasciano sempre delusi. Solo Dio è in grado di realizzare le sue stupende promesse di riscattare e redimere il suo popolo da tutte le loro afflizioni.

Così Isaia c’insegna che non c’è niente di più pratico che meditare continuamente sulla grandezza di Dio e l’efficacia della sua parola, perché è proprio ciò che rinnova la nostra fiducia in Dio, ed è la nostra fiducia in Dio che determina il nostro modo di vivere. Non c’è nessuna rottura tra “teoria” e “pratica”, come se il nostro credere non fosse la fonte di tutto il nostro agire. Anzi, come Paolo afferma in 1 Timoteo 6.12, la vita cristiana è fondamentalmente “il buon combattimento della fede”. Se si perde la battaglia della fede, si perde tutto.

Per questo, nel capitolo 54 (e continuando anche nel 55) Isaia giunge a una sorta di crescendo musicale in cui esalta il Signore e la sua promessa di salvare nei termini poetici più belli ed emozionanti. Se il nemico dell’incredulità deve essere sopraffatto dalla fede nella parola di Dio, questa poesia è un’arma potente nella battaglia. Lasciamo ora che essa compia la sua intenzione in noi: cioè far risplendere la gloria del nostro Dio che disperde ogni oscurità e che ci permette di camminare senza paura nella sua luce.

A) Esulta, o sterile (54.1)

54:1 «Esulta, o sterile, tu che non partorivi! Da’ in grida di gioia e rallègrati, tu che non provavi doglie di parto! Poiché i figli dell’abbandonata saranno più numerosi dei figli di colei che ha marito», dice il Signore.

La prima parte di questa poesia, che suona come un canto, inizia con tre imperativi che chiamano il popolo di Dio — ancora nell’afflizione e nell’angoscia dell’esilio — di vivere la redenzione che il Signore compie per loro. Non sono obblighi gravosi come a volte si ritiene la legge divina. Sono piuttosto inviti a godere appieno della bontà che Dio desidera elargire. Ogni imperativo è seguito infatti dal suo motivo, come vediamo qui nel primo versetto: “esulta, o sterile!”

Questo comandamento è bello, ma strano. Oggi come oggi, una donna sterile spesso prova grande tristezza per la sua incapacità di concepire e partorire figli. In epoca biblica, la sterilità pesava ancora di più, perché comportava non solo la tristezza personale ma anche la vergogna sociale. In più, la donna del primo versetto non è solo sterile ma non ha neanche marito; è stata abbandonata. Quindi, anche se fosse in grado di fare figli, non potrebbe non avendo marito. All’epoca, era impensabile che una donna in queste condizioni potesse rallegrarsi, ma è proprio alla gioia che lei è chiamata qui. Come mai? Il motivo è detto chiaramente: perché i figli di questa donna, sterile e abbandonata, saranno più numerosi dei figli delle altre donne fertili e sposate. Per quanto sembra impossibile, questo è ciò che “dice il Signore”, e perciò è una cosa certa.

Conforme alla natura poetica di questo brano, possiamo capire che il linguaggio qui è simbolico. La donna sterile e abbandonata si riferisce al popolo d’Israele. È stato “abbandonato” dal Signore, suo marito, a causa delle sue ostinate infedeltà. Aveva tanto desiderato l’amore di altri amanti — cioè gli idoli e le vie pagane delle nazioni circostanti — ed è stato dunque dato in balia di quelle nazioni, prima Assiria e poi Babilonia. Ma Israele è anche “sterile”. Che cosa vuol dire?

Questo versetto non può che far venire in mente il caso eccezionale di Sara, moglie di Abraamo. Possiamo essere certi che qui è sottointeso un riferimento a lei grazie a quello che Isaia scrive nel 51.1-2:

Ascoltatemi, voi che perseguite la giustizia, che cercate il Signore! Considerate la roccia da cui foste tagliati, la buca della cava da cui foste cavati. Considerate Abraamo vostro padre e Sara che vi partorì; poiché io lo chiamai, quando egli era solo, lo benedissi e lo moltiplicai.

Qui il Signore ricorda agli ebrei che sono tutti discesi da Abraamo a Sara. Abraamo è il loro padre, e in un senso anche Sara li ha partoriti tutti. Perché è importante considerare questo? È perché Dio ha chiamato Abraamo “quando egli era solo”, cioè quando lui e sua moglie non avevano nessun figlio a causa della sterilità di Sara. Ciò nonostante, Dio ha promesso ad Abraamo una discendenza più numerosa delle stelle del cielo (Gen. 15.5), che da Sara sarebbero venuti re e nazioni (Gen. 17.16). Così è avvenuto, contro ogni possibilità umana, perché nulla è troppo difficile per il Signore (Gen. 18.14). Considerando il fatto che abbiano Abraamo per padre e Sara per madre, gli esuli si accorgeranno di essere essi stessi la prova che “nessuna parola di Dio rimarrà inefficace” (Luca 1.37). La loro esistenza è un miracolo, e non sarà meno fattibile il miracolo di salvezza che Dio compirà ancora a loro favore.

Tornando al 54.1, possiamo meglio capire come Israele è stato sterile. La promessa di Dio ad Abraamo e Sara non era solo che avrebbero avuto una numerosa discendenza, ma che per mezzo della loro discendenza sarebbero state benedette tutte le famiglie della terra (Gen. 12.3). Ma l’Israele fino al periodo dell’esilio era stato tutt’altro che una benedizione nel mondo. Aveva ripetutamente rinunciato alla sua vocazione di essere un popolo santo in mezzo alle nazioni pagane, una luce di giustizia nelle tenebre del peccato. Aveva preferito invece profanarsi e spegnere la propria luce per potersi unire alle tenebre. Per questo è rimasto esiliato, abbandonato senza luce nelle stesse tenebre che aveva desiderato. O, per tornare alla metafora del nostro testo, Israele è come una donna sterile, perché non ha partorito i figli di benedizione che Dio aveva in mente quando l’aveva sposata a Sinai.

Ma — e questa è la grande promessa di Isaia 54 — Dio compirà nello sterile Israele lo stesso miracolo che ha compiuto nel grembo di Sara (e che compirà poi nella sterile Elisabetta e la vergine Maria): i figli della donna sterile e abbandonata saranno più numerosi di colei che ha marito. Dio renderà fecondo il suo popolo, toglierà la sua vergogna e realizzerà la sua promessa di benedire tutta la terra per mezzo suo. Non permetterà che la sua parola rimanga inefficace. Per questo motivo, la sterile — il popolo afflitto e angosciato — può comunque esultare e prorompere in grida di grande gioia.

B) Allarga la tua tenda (54.2-3)

«Allarga il luogo della tua tenda, si spieghino i teli della tua abitazione, senza risparmio; allunga i tuoi cordami, rafforza i tuoi picchetti! Poiché ti spanderai a destra e a sinistra; la tua discendenza possederà le nazioni e popolerà le città deserte.

All’invito di esultare viene aggiunto un secondo imperativo correlato: “allarga il luogo della tua tenda!” Continua qui l’immagine del primo versetto. Bisogna tenere presente che Abraamo e Sara vivevano in Canaan come nomadi, in tende, senza dimora fissa. Nel Vicino Oriente antico, la responsabilità di occuparsi della tenda spettava alla donna, ed è quindi coerente con la metafora che sia ordinato alla donna del primo versetto di allargare la sua tenda, spiegando i suoi teli “senza risparmio”. Perché deve fare questo? Proprio perché Dio adempirà ciò che le ha promesso: nonostante la sua sterilità, porterà alla luce discendenti tanto numerosi che si spanderanno “a destra e a sinistra”, possederanno “le nazioni” e popoleranno “le città deserte”.

Al popolo d’Israele in esilio, questa promessa sarebbe stata davvero meravigliosa. Dopo essere stato ridotto a un piccolissimo residuo di superstiti, diventerà grande, più grande infatti di prima. I figli d’Israele torneranno ad abitare di nuovo nelle città rimaste deserte dopo le invasioni straniere, e non solo. Possederanno anche le nazioni, comprese quelle che hanno preso in possesso loro. Si spanderanno “a destra e a sinistra”, termini che in ebraico significano anche “a sud e a nord”. Per gli ebrei, queste direzioni indicavano invasori dall’estero: gli egiziani attaccavano dal sud, gli assiri e i babilonesi dal nord. Quindi, i figli d’Israele non vivranno più sotto la minaccia di queste nazioni, ma saranno loro a spandersi invece nei territori dei nemici. In anticipo di questo grande futuro, gli ebrei — sempre sotto il dominio di oppressori stranieri — devono, come i loro patriarchi nomadi in Canaan, allargare le loro tende oltre misura nella speranza che presto Dio le riempirà di discendenti innumerevoli. Devono, in altre parole, prepararsi al compimento di tutto ciò che promette la parola del Signore anche se non lo possono ancora vedere.

C) Non temere (54.4)

Non temere, perché tu non sarai più confusa; non avere vergogna, perché non dovrai più arrossire; ma dimenticherai la vergogna della tua giovinezza, non ricorderai più l’infamia della tua vedovanza.

Il terzo imperativo consegue dai primi due: convinti come Abraamo che Dio è in grado di far concepire un figlio nel grembo sterile, così gli ebrei devono “non temere”. Non devono temere niente o nessuno, perché non saranno mai più confusi né vergognati. Come una donna sterile, Israele si vergogna ora per il totale fallimento della sua santa vocazione, per la sua insensata ribellione, ma non sarà sempre così. Dimenticherà sia “la vergogna della tua giovinezza” (che probabilmente si riferisce alle sue prime infedeltà d’Israele commesse dopo l’esodo nel deserto) sia “l’infamia della tua vedovanza” (che si riferisce alle ultime trasgressioni che hanno portato alla distruzione di Giuda). Anche se la donna geme ancora nella sua sterilità — il popolo geme ancora in esilio — non deve temere, perché può già cominciare a vivere come se si fosse avverata la promessa di Dio, tanto è certa. Poiché nessuna parola di Dio rimarrà inefficace, il popolo può già cominciare a camminare nelle tenebre come se splendesse la luce; può già allargare le sue tende come se avesse figli per riempirle; può già esultare come se non avesse ancora un cuore spezzato.

2) Poiché il Signore (Isaia 54:5-10; 53.10-12)

E come se la parola di Dio non fosse già prova sufficiente che tutto questo avverrà, Isaia aggiunge una seconda parte a questa poesia per fornire altri due motivi per cui il popolo può iniziare adesso a vivere in speranza la redenzione promessa.

A) Il tuo Creatore è il tuo sposo (54.5)

Poiché il tuo Creatore è il tuo sposo; il suo nome è: il Signore degli eserciti. Il tuo Redentore è il Santo d’Israele, che sarà chiamato Dio di tutta la terra.

In primo luogo, lo sterile Israele può esultare perché il suo “sposo” e “redentore” è il Creatore, il Signore degli eserciti, il Santo d’Israele e il Dio di tutta la terra. Qui i concetti di “sposo” e “redentore” non sono due ma uno. Pensiamo per esempio alla storia di Rut, la vedova senza figli che viene “redenta” da un parente di sua suocera Naomi. Lui si chiama Boaz; si sposa con Rut e le dà un figlio che poi diventerà il nonno del re Davide! In questa storia, Boaz è lo sposo-redentore che interviene per salvare la famiglia di Naomi, che si carica di sofferenze non sue, che si adopera per assicurare una discendenza e un futuro alle vedove senza figli. Alla fine della storia, si scopre che è proprio a causa delle afflizioni di Naomi e Rut che, tramite Boaz, si giunge a una conclusione più bella e lieta di quanto sarebbe stato possibile in qualsiasi altro modo. Questa è l’opera dello sposo-redentore. In quanto sposo, egli fa sì che la donna senza marito e senza figli (che all’epoca significava non avere niente) abbia di che rallegrarsi, allargare la sua tenda, e non avere più timore o vergogna. In quanto redentore, egli fa sì che le sofferenze della sua sposa in realtà cooperino a realizzare un bellissimo fine che altrimenti non sarebbe stato realizzabile.

Con questa immagine, Isaia ricorda agli esuli che il loro sposo-redentore non è altro che il Creatore e Dio di tutta la terra. Se egli ha chiamato il cosmo all’esistenza da nulla, sarà forse incapace di redimerli, di far sì che tutte le loro afflizioni cooperino al loro bene? Se il loro sposo-redentore è il Dio di tutta la terra, possono smarrirsi troppo lontano dalla sua mano o scappare troppo lontano dalla sua presenza? Se il loro sposo-redentore è il Signore degli eserciti, potrà forse qualche potere, qualche nazione, o qualche idolo impedire che egli li liberi dal loro dominio? No di certo. Lo sposo-redentore che è tutto questo è senza dubbio in grado di compiere tutto il bene che ha progettato per il suo popolo.

B) L’amore mio non si allontanerà (54.6-10)

Poiché il Signore ti richiama come una donna abbandonata, il cui spirito è afflitto, come la sposa della giovinezza, che è stata ripudiata», dice il tuo Dio. «Per un breve istante io ti ho abbandonata, ma con immensa compassione io ti raccoglierò. In un eccesso d’ira ti ho per un momento nascosto la mia faccia, ma con un amore eterno io avrò pietà di te», dice il Signore, il tuo Redentore. «Avverrà per me come delle acque di Noè; poiché, come giurai che le acque di Noè non si sarebbero più sparse sopra la terra, così io giuro di non irritarmi più contro di te, di non minacciarti più. 10 Anche se i monti si allontanassero e i colli fossero rimossi, l’amore mio non si allontanerà da te, né il mio patto di pace sarà rimosso», dice il Signore, che ha pietà di te.

In secondo luogo, lo sterile Israele può esultare perché il Signore giura che “l’amore mio non si allontanerà da te”, che “con un amore eterno avrò pietà di te”. Israele è “come una donna abbandonata”, il suo spirito “è afflitto”, è stato ripudiato “come la sposa della giovinezza”, ma tutto questo durerà solo “per un breve istante”. Le espressioni qui come “ti ho abbandonata” e “ho … nascosto la mia faccia” non stanno a indicare che Dio ha mai smesso di amare il suo popolo. Lo sappiamo perché in tutto il Signore si riferisce a sé come “il tuo Dio” (v.6). Anche quando sembrava che egli si fosse assentato del tutto dalla loro esperienza, restava comunque il loro Dio. Queste espressioni riguardano infatti l’esperienza del popolo: la sensazione di essere abbandonati da Dio, di non sperimentare più la sua presenza, di sentirsi sopraffatti da “un eccesso d’ira”. Ma, come dice il Signore, queste esperienze, per quanto sconvolgenti, sono da considerarsi solo come “un breve istante” rispetto all’amore eterno e alla bontà infinita che gli mostrerà per sempre.

Come esempio, il Signore ricorda al popolo il tempo del diluvio quando, dopo aver versato la sua ira attraverso le acque del giudizio, ha giurato con un patto che non avrebbe mai più distrutto la terra in quel modo, e così è stato. Nello stesso modo, Dio dichiara: “io giuro di non irritarmi più contro di te, di non minacciarti più”. Tanto è certo questo giuramento che “anche se i monti si allontanassero e i colli fossero rimossi, l’amore mio non si allontanerà da te”. Tanto è costante l’amore di Dio che durerà più a lungo dell’intero universo. Tante è potente l’amore di Dio che vincerà qualsiasi tribolazione, qualsiasi catastrofe, e sì, anche qualsiasi pandemia.

Ma per quanto sia stupendo tutto questo, viene da chiedere: come può il Signore compierlo a favore di quelli che sono così ribelli, così infedeli, così sterili, così degni solo di essere ripudiati e abbandonati? Dio non ha già in passato stabilito un patto di amore con il suo popolo tramite Mosè? Non gli ha già fatto tante promesse di benedizione? Il problema non è l’efficacia della sua parola ma il nostro rifiuto di ascoltarla. Il problema non è la costanza del suo amore ma la nostra tendenza di prostituirci con altri amanti. Il problema non è la sua fedeltà verso di noi ma la nostra infedeltà verso di lui. Come dunque possiamo essere certi di ricevere tutto ciò che Dio promette?

C) Il mio servo renderà giusti i molti (Isaia 53:10-12)

53:10 Ma il Signore ha voluto stroncarlo con i patimenti. Dopo aver dato la sua vita in sacrificio per il peccato, egli vedrà una discendenza, prolungherà i suoi giorni, e l’opera del Signore prospererà nelle sue mani. 11 Dopo il tormento dell’anima sua vedrà la luce e sarà soddisfatto; per la sua conoscenza, il mio servo, il giusto, renderà giusti i molti, si caricherà egli stesso delle loro iniquità. 12 Perciò io gli darò in premio le moltitudini, egli dividerà il bottino con i molti, perché ha dato se stesso alla morte ed è stato contato fra i malfattori; perché egli ha portato i peccati di molti e ha interceduto per i colpevoli.

La risposta a queste domande, la più grande certezza che si può avere deriva da quello che ha immediatamente preceduto questo capitolo. Mi riferisco al bellissimo “Canto del Servo” nel capitolo 53 in cui troviamo una delle profezie più chiare e commoventi della persona e dell’opera di Gesù Cristo. In questa poesia, è il Servo del Signore, Gesù, che “si caricherà egli stesso delle loro iniquità”. Pur essendo degno di ogni lode e onore, egli “ha dato se stesso alla morte”. Pur essendo innocente e giusto, “è stato contato fra i malfattori”. Per quale motivo? “Perché ha portato i peccati di molti e ha interceduto per i colpevoli”.

Questa è la grande certezza che possiamo avere che ogni benedizione promessa da Dio sarà nostra, che l’afflizione di questa vita è solo “per un breve istante” rispetto alla gloria eterna che ci aspetta, che anche quando Dio sembra nasconderci la sua faccia, ci tiene sempre nelle sue mani onnipotenti. Gesù, “il giusto, renderà giusti i molti”. Sulla croce, Gesù è stato esiliato lontano dalla presenza di Dio affinché noi esuli potessimo tornare a casa. Sulla croce, Gesù è stato ripudiato come una moglie infedele affinché noi infedeli potessimo essere riconciliati con il nostro Sposo. Sulla croce, Gesù ha preso su di sé la nostra sterilità affinché noi sterili potessimo diventare fecondi e riprendere la santa vocazione alla quale siamo chiamati. Come sempre, troviamo che il nome di Gesù Cristo è la risposta a ogni domanda, la soluzione a ogni problema, e il rimedio a ogni male.

3) Conclusione

In questo studio, abbiamo visto il messaggio di Isaia agli esuli in Babilonia, a quelli che si contavano tra i discendenti miracolosi della sterile Sara. Ma per noi? Che significato ha la profezia di Isaia 54 oggi? In poche parole, il significato è lo stesso. Ovviamente, non siamo esuli in Babilonia; nemmeno siamo ebrei di nascita. Ma se siamo uniti per fede a Gesù, siamo veri figli di Abraamo, nati tali per un miracolo non meno grande di quello che Dio ha fatto nel grembo sterile di Sara. Questo infatti è previsto in Isaia: dello stesso Servo di Isaia 53 si dice nel 49.6:

È troppo poco che tu sia mio servo per rialzare le tribù di Giacobbe e per ricondurre gli scampati d’Israele; voglio fare di te la luce delle nazioni, lo strumento della mia salvezza fino alle estremità della terra.

Come figli di Abraamo in Gesù, resi giusti nel Giusto, possiamo rivendicare tutte queste promesse come nostre. È a noi che Dio per mezzo di Gesù ha giurato il suo amore eterno. È per noi che Dio in Gesù agisce come sposo-redentore. Ed è a noi che Dio chiede di vivere ora la redenzione che non possiamo ancora vedere con i nostri occhi. Siamo noi invitati a non temere perché Gesù ha espiato tutti i nostri peccati e ci ha tolto tutta la nostra vergogna. Siamo noi chiamati a esultare e rallegrarci, anche in mezzo alle lacrime, anche se i nostri corpi si sentono deboli e le nostre anime si sentono sterili. E infine (e con questo voglio concludere) siamo noi incaricati di “allargare le nostre tende”. Cosa vuol dire?

Interpreto questa frase come “compiere gesti stravaganti di testimonianza che senza l’intervento miracoloso di Dio sarebbero stupidi e insensati”. Allargare le tende quando si è sterili non ha senso, a meno che Dio non prometta di dare i figli per riempirle. Mi viene in mente l’esempio di Geremia che ha comprato un campo proprio quando i babilonesi stavano per impossessarsi di tutto il territorio, perché voleva testimoniare agli altri la certezza della promessa di Dio che “si compreranno ancora case, campi e vigne in questo paese” (Ger. 32.15). Mi viene in mente un altro gesto che gli ebrei fanno ancora oggi quando celebrano la Pasqua. Durante il pasto tradizionale, lasciano al tavolo un posto vuoto per il profeta Elia che, secondo la profezia di Malachia 4.5, deve venire “prima che venga il giorno del Signore”.

Non so esattamente quali gesti di testimonianza possiamo compiere, gesti che sembrano strani agli altri perché hanno senso solo se considerati alla luce della parola di Dio. Forse quando ricominciamo a riunirci insieme per fare il culto, possiamo sempre mettere delle sedie in più che, proprio perché resteranno vuote, testimonieranno la nostra fiducia che Dio “allargherà la tenda” della nostra comunità. Forse significa che, quando i nostri sforzi di testimoniare Gesù risultano “sterili” perché vengono ignorati o scherniti, continuiamo comunque a testimoniare con perseveranza, convinti che Dio un giorno porterà alla luce tanti figli nuovi per mezzo nostro. Forse significa che rinnoviamo il nostro impegno di pregare, anche se le nostre preghiere sembrano “sterili”, perché sappiamo che ciò che conta non è infine il nostro pregare ma il Dio che l’esaudisce. Forse significa semplicemente che ravviviamo la nostra ubbidienza alla volontà di Dio rivelata nelle Scritture, perché al mondo i comandamenti di Dio spesso sembrano stupidi. Queste sono solo delle possibilità, e dobbiamo tutti continuare a cercare altri modi in cui possiamo “allargare la tenda”, testimoniando così sia la nostra fiducia verso Dio sia la parola di Dio verso gli altri.

Isaia 40:1-11: L’Avvento della consolazione

1) Introduzione a Isaia 40

Consolate, consolate il mio popolo”: così inizia la seconda e magnifica parte del libro profetico di Isaia. Queste parole introduttive ci fanno capire quale sarà il tema principale del resto del libro. Nei primi 39 capitoli, il messaggio del profeta era dominato dall’oscurità: il peccato del popolo d’Israele e Giuda, la condanna di Dio e lo spettro del suo giusto e tremendo giudizio. Come leggiamo nel 8:21-22.

[Questo popolo] andrà peregrinando per il paese, affranto e affamato; quando avrà fame, si irriterà e maledirà il suo re e il suo Dio. Volgerà lo sguardo in alto, lo volgerà verso terra, ed ecco, non vedrà che difficoltà, tenebre e oscurità piena d’angoscia; sarà sospinto in mezzo a fitte tenebre.

Però, a partire dal capitolo 40, il profeta porta un messaggio di grande consolazione: dopo le tenebre risplenderà la luce. Dopo il peccato ci sarà il perdono. Dopo l’angoscia ci sarà la gioia. Dopo il giudizio ci sarà la salvezza. Per questo motivo, la seconda parte d’Isaia è una porzione delle Scritture particolarmente adatta alla stagione dell’Avvento, come lo è anche a qualsiasi periodo di grande difficoltà, sofferenza, o paura, quando abbiamo bisogno di essere ricordati che dopo la notte spunterà l’alba.

Come Isaia, i profeti erano persone veramente strane. Abbiamo visto in studi precedenti che mentre tutti gli altri dicevano “luce!” i profeti dicevano “tenebre!”. Ma quando gli altri cominciavano a dire “tenebre!”, i profeti cominciavano a dire “luce!”. Le parole dei profeti erano quasi sempre in contraddizione con l’andazzo della società in cui vivevano. Ma non perché erano semplici negazionisti; non avevano nessun programma o scopo personale. Erano chiamati solo ad annunciare la parola di Dio al popolo, ed è perché la parola di Dio è quasi sempre in contraddizione con l’andazzo del mondo che lo era anche la parola dei profeti.

Adesso bisogna ambientare Isaia 40 nel suo contesto storico. Il suo messaggio è rivolto a un popolo che ha perso letteralmente tutto. Dopo l’ultima invasione babilonese nel 587 a.C., il regno di Giuda e la città di Gerusalemme sono rimasti in rovina. È stata una catastrofe a ogni livello: nazionale e personale, politico e religioso. I babilonesi hanno ucciso il re, distrutto il tempio, massacrato una gran parte della popolazione, e deportato quasi tutti gli altri in Babilonia. Solo un piccolissimo residuo dei più miseri rimane in Giuda con poche prospettive di poter sopravvivere. È un momento in cui non ci si può consolare dicendo: “non è la fine del mondo”, perché per loro era praticamente ciò! Geremia (4:23), infatti, descrive la distruzione di Giuda come la de-creazione del cosmo. Non è possibile dunque esagerare quanto è stato disastroso questo evento per il popolo di Giuda.

Ma proprio in mezzo all’angoscia arriva il messaggio del profeta Isaia: “consolate, consolate il mio popolo”. È quasi incredibile che in tali condizioni si possa trovare la consolazione, eppure è proprio questa che Dio vuole che sia annunciata al suo popolo. E se, dopo tutta questa sofferenza, era possibile ai superstiti esiliati essere consolati e, come dice nel v.31, acquistare nuove forze e alzarsi a volo come aquile, così è possibile anche a noi nonostante ogni nostra ansia o afflizione. Rinnovare la speranza che il Signore farà risplendere la luce in mezzo alle tenebre più fitte è il tema della seconda parte di Isaia, come lo è anche della stagione dell’Avvento.

Detto ciò, andiamo ora a leggere i primi 11 versetti di Isaia 40. Questa poesia si suddivide nettamente in quattro strofe che esamineremo una per una.

2) La possibilità della consolazione (40:1-2)

40:1 «Consolate, consolate il mio popolo», dice il vostro Dio. «Parlate al cuore di Gerusalemme e proclamatele che il tempo della sua schiavitù è compiuto; che il debito della sua iniquità è pagato, che essa ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati».

“Consolate…”, “parlate…”, “proclamate…”. A chi sono rivolti questi imperativi? Non lo sappiamo di preciso perché non viene specificato, come non verrà specificato neanche di chi sono le voci che gridano nei versetti successivi. L’effetto di quest’ambiguità è che viene sottolineata la provenienza divina del messaggio anziché il messaggero che lo porta. Questo è importante, perché talmente è inconcepibile a volte la possibilità di essere consolati che appare come un’impossibilità totale. Come il popolo di Giuda, le nostre sofferenze possono aggravarsi al punto tale da rendere inefficace qualsiasi rimedio. Possiamo diventare così acutamente consapevoli della nostra peccaminosità e della nostra colpevolezza davanti a Dio che il perdono sembra impensabile.

In tali momenti, l’unica cosa che conta è sapere che è Dio che dice “consolate il mio popolo”, che è Dio che dichiara la fine della nostra schiavitù, che è Dio che pronuncia la remissione dei debiti e il perdono dei nostri peccati. A dire il vero, non è solo in tali momenti che abbiamo bisogno di sapere che Dio, e soltanto Dio, è la fonte di ogni consolazione. È solo che di solito persistiamo nel cercare la consolazione altrove finché non ci viene tolto ogni altro possibile aiuto o appoggio. La realtà — vivamente illustrata dall’esilio dei giudei in Babilonia — è che la nostra condizione è così misera, il nostro peccato è così grave, e la nostra separazione da Dio è così abissale, che la possibilità di essere risanati, perdonati e riconciliati sta solo in un miracolo di grazia. Così impenetrabili sono le nostre tenebre che può squarciarle solo un nuovo atto di creazione da parte del Dio che nel principio chiamò all’esistenza la luce dal nulla.

La consolazione che Dio promette al popolo non è quindi un artificioso e banale “andrà tutto bene”, come si sente spesso in questo periodo di pandemia. No, la consolazione che Dio promette è, umanamente parlando, un’impossibilità. È una consolazione che si può avere anche in esilio, anche alla fine del mondo, perché non dipende dalle circostanze in cui ci si trova. Ma per questo non dipende — non può dipendere — da forze o capacità umane; può essere solo un miracolo della grazia di Dio. È un miracolo perché solo l’onnipotenza di Dio può compierlo, ed è un miracolo della grazia perché Dio non è obbligato a nessuno di compierlo. È una novità assoluta che solo Dio può creare in mezzo a tutte le vanità che girano sotto il sole. Questa consolazione — l’unica consolazione in grado di fasciare ogni ferita, di cancellare ogni rimpianto, di redimere ogni male — non possiamo realizzarla. Possiamo solo riceverla. Il dono di questa consolazione è esattamente ciò che Dio qui promette al suo popolo, e come riceverlo è il tema dei versetti successivi.

3) La preparazione alla consolazione (40:3-5)

La voce di uno grida: «Preparate nel deserto la via del Signore, appianate nei luoghi aridi una strada per il nostro Dio! Ogni valle sia colmata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; i luoghi scoscesi siano livellati, i luoghi accidentati diventino pianeggianti. Allora la gloria del Signore sarà rivelata e tutti, allo stesso tempo, la vedranno; perché la bocca del Signore l’ha detto».

La seconda strofa della poesia riporta l’annuncio della voce solitaria che grida: “preparate la via del Signore!” In altre parole: non potete realizzare la consolazione, ma potete (in realtà dovete!) prepararvi a riceverla. Questa preparazione consiste nell'”appianare” una via per il Signore “nel deserto”. Qui il riferimento è al deserto che si trova a est del territorio di Giuda. Questo è il deserto attraversato da Israele dopo l’esodo per prendere possesso della terra promessa, ed è lo stesso dove Giovanni il battista, non senza motivo, predicherà il suo messaggio di ravvedimento. È un deserto non sabbioso ma roccioso, pieno di “valli”, “monti” e “colli”, di “luoghi scoscesi” e “accidentati”, esattamente come descritto qui dal profeta. Oggi esiste una strada che va da Gerusalemme e che rende il transito attraverso il deserto abbastanza facile, ma all’epoca no. Il deserto era di percorribilità difficile, tanto difficile infatti che i babilonesi, pur provenendo da quella direzione, dovevano comunque aggirarlo, facendo una lunga deviazione e scendendo verso Giuda dal nord.

I superstiti della deportazione sono dunque chiamati a “preparare la via del Signore”. Ma come possono farlo, se è necessario che il deserto, che ha impedito il passaggio del grande e imponente esercito babilonese, sia prima appianato? Come può il debole residuo di Giuda colmare ogni valle e abbassare ogni monte? Come possiamo farlo noi? Chiaramente il linguaggio qui è simbolico, pur avendo un riferimento concreto alla geografia d’Israele. Le valli e i monti, i luoghi scoscesi e accidentati rappresentano tutto quello che c’è di sbagliato, di storto, di malato e di ingiusto nel mondo e nelle nostre vite. Chi è in grado di mettere a posto tutto ciò? Quale persona, o quale società in tutta la storia è mai riuscita a realizzare la perfezione sulla terra? Gli ostacoli sono troppo formidabili, il territorio è troppo selvaggio, i nostri dolori e i nostri peccati sono troppo gravi da permetterci di attraversare il deserto e trovare un’oasi della consolazione.

La risposta a questa domanda — che cosa spetta al popolo per preparare la via del Signore — si troverà solo nei versetti seguenti, perché qui il Signore evidenzia ancora che lui, e solo lui, può donarci la consolazione di cui abbiamo bisogno. Notiamo che qui è Dio, e solo Dio, che attraversa il deserto. Solo Dio è capace di colmare ogni valle, di abbassare ogni monte e di livellare i luoghi scoscesi. Solo lui può veramente preparare una via. E tutto questo mira a far sì che Dio e Dio solo sia glorificato, affinché “la gloria del Signore” sia “rivelata e tutti, allo stesso tempo”. Dio è più glorificato laddove finisce ogni possibilità umana, laddove fallisce ogni speranza senza un miracolo di nuova creazione, laddove si esaurisce ogni sorgente di consolazione all’infuori di quella divina. “Allora”, e solo allora, sarà rivelata la gloria di Dio in modo che tutti, che siano credenti o non, la vedranno e confesseranno che solo lui è il Signore.

Ma se torniamo alla domanda: quale preparazione spetta al popolo (e anche a noi!) in vista della venuta del Signore?

4) Il paradosso della consolazione (40:6-8)

Una voce dice: «Grida!» E si risponde: «Che griderò?» «Grida che ogni carne è come l’erba e che tutta la sua grazia è come il fiore del campo.  L’erba si secca, il fiore appassisce quando il soffio del Signore vi passa sopra; certo, il popolo è come l’erba. L’erba si secca, il fiore appassisce, ma la parola del nostro Dio dura per sempre».

La risposta (che troviamo nella terza strofa della poesia) è infatti un paradosso. Qui sentiamo di nuovo una voce che grida un messaggio che sembra tutt’altro che consolante. “Ogni carne è come l’erba” che “si secca”. Tutta la “grazia” dell’umanità (il termine ebraico tradotto “grazia” qui significa fedeltà, bontà, proprio il meglio di cui l’umanità è capace) è solo un “fiore del campo” che “appassisce” quando “il soffio del Signore” vi passa sopra. La parola qui tradotta “soffio” è interessante, perché significa non solo “soffio” ma anche “vento” oppure “spirito”. Di nuovo abbiamo a che fare con un riferimento sia concreto sia simbolico. Probabilmente il profeta si riferisce al vento secco e caldo che, nel mese di maggio, veniva dal deserto di Giuda ed poteva cambiare un paesaggio verde in marrone in solo 48 ore. Questo vento però diventa il simbolo dell’azione dello Spirito di Dio che, come dà la vita, è in grado anche di toglierla. E come il vento orientale poteva seccare tutto in poco tempo, così è l’esistenza dell’umanità nei confronti dell’eterno Dio.

Il fatto che l’immagine dell’erba seccata e del fiore appassito si ripeta più volte ci fa capire quanto è cruciale imparare la lezione: la vita umana è fragile e fugace. È vero che lo sappiamo tutti, ma di solito cerchiamo di dimenticarlo. Viviamo come se non fosse così. Ci occupiamo spesso di cose banali e trascuriamo quelle più importanti.  Diamo più importanza alle nostre opere che alle opere di Dio, a ciò che leggiamo nel giornale che a ciò che leggiamo nella Bibbia. Pianifichiamo giorni, settimane, mesi e anni come se ci fossero garanti, e ci arrabbiamo quando qualche imprevisto capovolge tutto, ricordandoci che tale certezza è solo un’illusione.

Ma lungi dall’essere il nemico della consolazione, questa verità è paradossalmente il suo servo. Dio vuole consolare il suo popolo angosciato, e per farlo gli ricorda che la sua esistenza è fugace come l’erba che si secca e fragile come il fiore che appassisce. Sembra strano? Ancora una volta vediamo la stranezza della parola profetica che annuncia la contraddizione della parola di Dio. Il fatto è che vivere come se la nostra vita non fosse fragile e fugace è frutto della nostra arroganza, del nostro desiderio innato di essere indipendenti da Dio, di elevarci al suo livello, di usurpare il suo trono, e di poter determinare il nostro destino come vogliamo. La parola di Dio ci scandalizza proprio perché distrugge la nostra presunzione di essere Dio e non umani, di essere autonomi come il Creatore e non dipendenti come le sue creature. Ma è proprio questa nostra presunzione che ci allontana da Dio, che ci estrania dalla fonte della nostra vita e così ci fa precipitare nelle tenebre della morte. Quindi, abbattere la presunzione umana di essere altro che erba secca fa parte della consolazione di Dio. Siamo noi il deserto secco e morto; siamo noi le valli da colmare, i monti da abbassare, i luoghi scoscesi da livellare. Solo così, saremo veramente preparati alla venuta del Signore e di ricevere la sua consolazione.

Quindi, in che modo dobbiamo noi prepararci alla venuta del Signore? Esattamente come Giovanni il battista ha predicato nel deserto in base a questa profezia: “ravvedetevi!” Nel contesto di Isaia 40, vediamo che il ravvedimento non è tanto un’opera che facciamo quanto il nostro abbandono all’opera di Dio per noi e in noi. Ravvedersi significa ammettere che solo Dio è Dio, e che noi non lo siamo. Ravvedersi significa aprirci a Dio affinché lui colmi le valli e abbassi i monti che sono dentro di noi. Ravvedersi significa lasciarci consolare da Dio e smettere di cercare la consolazione altrove.

Ma questo ovviamente non è l’unica cosa che la voce grida nella terza strofa. Sapere quanto siamo fragili e fugaci non basta se non ci porta alla conoscenza della fermezza e della forza della parola di Dio che, a differenza dell’erba che si secca e il fiore che appassisce, “dura per sempre”. Qualcuno che sta affogando in un fiume si aggrapperà tenacemente a una roccia e non la mollerà. Così noi, più teniamo presente quanto siamo fragili e fugaci, più ci aggrapperemo all’unica cosa durevole in questo mondo: la parola di Dio.

Gli esuli in Babilonia facevano fatica a mantenere fiducia nella promessa di Dio di poterli consolare. Era più facile immaginare che Dio li avesse dimenticati, o che fosse stato incapace di difenderli dai babilonesi. Se il Signore non li avesse potuto proteggere quando erano a casa, come avrebbe potuto liberarli dopo quando erano in terra straniera sotto il dominio di un popolo ostile? Il messaggio d’Isaia mirava a rinnovare la loro fiducia, ricordandogli che nei confronti della promessa della parola di Dio, ogni altra cosa — compresa la grande potenza di Babilonia — non era che erba secca. Non era che erba secca neanche gli esuli stessi, e dunque non potevano nemmeno loro impedire che Dio adempisse la sua promessa di consolarli. Ecco perché è buona notizia sapere che non siamo che erba secca: niente o nessuno — compresi noi stessi — è in grado di fermare l’adempimento della parola di Dio a nostro favore.

5) Il potere della consolazione (40:9-11)

Tu che porti la buona notizia a Sion, sali sopra un alto monte! Tu che porti la buona notizia a Gerusalemme, alza forte la voce! Alzala, non temere! Di’ alle città di Giuda: «Ecco il vostro Dio!» 10 Ecco, il Signore, Dio, viene con potenza, con il suo braccio egli domina. Ecco, il suo salario è con lui, la sua ricompensa lo precede. 11 Come un pastore, egli pascerà il suo gregge: raccoglierà gli agnelli in braccio, li porterà sul petto, condurrà le pecore che allattano.

Arrivando adesso all’ultima strofa della poesia, vediamo che il messaggio del profeta è definito proprio come “vangelo”, “la buona notizia”. Talmente buona è questa notizia, che va annunciata da sopra un alto monte in modo che il più grande numero di persone possa sentirla. Se ogni carne è solo erba secca mentre la parola di Dio dura per sempre, allora non bisogna temere di “alzare forte la voce” e gridarla a squarciagola! E qual è la buona notizia da annunciare in questo modo? “Ecco il vostro Dio!” Questa è il significato della consolazione promessa nel v.1: la venuta e la presenza di Dio stesso. Non possiamo essere veramente consolati — né ora nelle nostre afflizioni né nel futuro in un mondo ricreato — senza Dio. Dio stesso è la consolazione “che supera ogni intelligenza” e che “custodisce i nostri cuori” (Filippesi 4:7). Dio stesso è il contenuto della buona notizia, ed è questo concetto che viene sviluppato nei due versetti successivi.

Qui il profeta presenta due immagini contrastanti. Nel v.10, vediamo il Signore che “viene con potenza, con il suo braccio” con cui domina e porta “il suo salario” e “la sua ricompensa”. Questa è l’immagine di un guerriero che arriva dopo aver trionfato sui suoi nemici, portando il bottino della vittoria da condividere con suo popolo. Ciò che rende quest’immagine particolarmente forte è che questo guerriero divino viene (se teniamo presente il v.3) dal deserto dopo averlo attraversato. Ricordiamoci che i babilonesi, per invadere il regno di Giuda, non potevano arrivare direttamente dalla Babilonia perché in mezzo c’era un deserto invalicabile. Ma al Signore il deserto non presenta nessuna difficoltà. Il grande potere dell’esercito babilonese non è nulla davanti a lui, e sarà in un attimo da lui devastato.

Ma quest’immagine è giustapposta a un’altra che, mentre sembra discordante, è in realtà complementare. Nel v.11, il guerriero divino è raffigurato “come un pastore” che con tenerezza e affetto “raccoglierà gli agnelli in braccio”, li terrà vicino al suo “petto”, e persino i più piccoli e deboli tra di loro — “le pecore che allattano” — troveranno in lui riposo e sicurezza. Di solito, non si associa la tenerezza al guerriero, né il valore in guerra al pastore, ma Isaia sì, perché sono importanti queste associazioni per capire la consolazione di Dio. Chiaramente esiste una certa tensione: come può un guerriero coperto di sangue mostrare tenerezza, e come può un pastore con un agnello in braccio sconfiggere i più feroci e formidabili nemici?

Questa tensione trova la sua risoluzione in un unico nome: Gesù Cristo. Qui in Isaia 40 troviamo una visione che anticipa quella di Apocalisse 5 quando Giovanni vede Gesù come un leone che è anche un agnello, e un agnello che è anche un leone. Il leone è il predatore; l’agnello è la preda. Il leone è forte; l’agnello è debole. Il leone è invincibile in combattimento; l’agnello è l’animale immolato come sacrificio. E Gesù è entrambi allo stesso tempo. Sulla croce è morto in apparente sconfitta, ma proprio così ha trionfato sui nemici più forti: il male, il maligno e la morte. Poi il terzo giorno è risuscitato con potenza e con braccio alzato per dominare sulle nazioni, ma porta sempre le cicatrici della crocifissione nel suo corpo, segni del suo tenero amore per le sue pecore.

È Gesù il vero adempimento della promessa di Isaia 40. Egli è la nostra vera e sufficiente consolazione in ogni afflizione, perché è colui che è venuto, che viene e che verrà di nuovo come guerriero divino e tenero pastore, come il leone vittorioso e l’agnello immolato. Gesù è la promessa consolazione di Isaia 40, perché è di lui che ora si predica in tutta la terra la buona notizia: “Ecco il vostro Dio!” Gesù è la nostra consolazione perché lui è l’eterna Parola di Dio che si è fatta come erba secca affinché noi, l’erba secca, potessimo ricevere il dono della vita eterna. Gesù è la nostra consolazione perché è lui che ha attraversato quel deserto impossibile per venirci incontro, ed è lui che ha colmato ogni valle e abbassato ogni monte, raddrizzando ogni cosa storta e aggiustando ogni cosa rotta. Gesù è la nostra consolazione, perché è lui che ci ha riscattato dalla schiavitù, che ha pagato il debito della nostra iniquità, e che ha preso su di sé l’infinita separazione di Dio causata dai nostri peccati. Quindi, è nella misura in cui fissiamo lo sguardo su Gesù, in cui ci apriamo alla sua opera di trasformare il deserto delle nostre vite in un giardino come Eden, che riceveremo il dono della sua consolazione, il dono che è lui stesso. In comunione con Gesù mediante la sua parola, troveremo una consolazione per ogni dolore, una speranza per ogni difficolta, e un soccorso per ogni nostro bisogno nel momento opportuno.

Concludiamo con un’esortazione. La stagione dell’Avvento — che inizia oggi e che serve per prepararci alla venuta del Signore promessa in Isaia 40 — è un ottimo periodo per rinnovare il nostro impegno di leggere e meditare quotidianamente le Scritture. L’Avvento fa partire un nuovo anno liturgico, e insieme a quello un nuovo piano di lettura che ci accompagnerà fino al prossimo Avvento. Abbiamo visto oggi che niente è duraturo se non la parola di Dio, e l’unico modo in cui noi, come erba secca, possiamo ricevere la vita eterna è rimanere radicati in questo terreno, come un albero piantato vicino ai ruscelli d’acqua. Nel senso primario, questo ha a che fare con la nostra unione che Gesù Cristo. Ma nel senso secondario (ma non meno importante!), questo significa meditazione sulla parola di Dio scritta, come infatti indica il Salmo 1. Secondo lo stesso Gesù, le Scritture sono necessarie per sostenere la nostra vita quanto il pane (Matteo 4:4). Meditare tutti i giorni sulle Scritture è letteralmente una questione di vita e di morte.

Ecco perché abbiamo creato un piano di lettura che facilita questa meditazione quotidiana in porzioni gestibili. So che a volte è difficile trovare il tempo per farlo, ma in fondo è una questione di priorità. Tutti i giorni troviamo almeno dieci minuti per mangiare il pane fisico; perché allora non possiamo trovare almeno dieci minuti per mangiare il pane spirituale? Se veramente facciamo fatica a trovare un momento di tempo dedicato alla parola di Dio, forse ci conviene saltare un pasto per farlo, tanto è importante! Dico questo non per farvi sentire in colpa, ma per incoraggiarvi a fare ciò che occorre per ricevere la consolazione che Dio vuole darci. Se non meditiamo sulle Scritture ogni giorno, non dobbiamo rimanere sopresi quando sentiamo poco la consolazione e la presenza di Dio con noi. Non ha senso pregare: “dacci il nostro cibo quotidiano” se no lo riceviamo quando Dio ce lo offre! Come tanto enfatizzato in Isaia 40, è nella parola di Dio che incontriamo la sua presenza e riceviamo la sua consolazione, ed è dunque di vitale importanza che la ingeriamo quanto il nostro cibo.

Giudici 3: La Satira della Salvezza

1) La storia secondo la Bibbia (Giudici 3:1-11)

3:1 Questi sono i popoli che il Signore lasciò stare per mettere alla prova, per mezzo di essi, Israele, cioè tutti quelli che non avevano visto le guerre di Canaan. Egli voleva soltanto che le nuove generazioni dei figli d’Israele conoscessero e imparassero la guerra: quelli, per lo meno, che non l’avevano mai vista prima. Questi popoli erano: i cinque prìncipi dei Filistei, tutti i Cananei, i Sidoni e gli Ivvei, che abitavano la montagna del Libano, dal monte Baal-Ermon fino all’ingresso di Camat. Queste nazioni servirono a mettere Israele alla prova, per vedere se Israele avrebbe ubbidito ai comandamenti che il Signore aveva dato ai loro padri per mezzo di Mosè. Così i figli d’Israele abitarono in mezzo ai Cananei, agli Ittiti, agli Amorei, ai Ferezei, agli Ivvei e ai Gebusei; sposarono le loro figlie, diedero le proprie figlie come spose ai loro figli e servirono i loro dèi.

I figli d’Israele fecero ciò che è male agli occhi del Signore; dimenticarono il Signore, il loro Dio, e servirono gli idoli di Baal e di Astarte. Perciò l’ira del Signore si accese contro Israele ed egli li diede nelle mani di Cusan-Risataim, re di Mesopotamia; e i figli d’Israele furono servi di Cusan-Risataim per otto anni.

Poi i figli d’Israele gridarono al Signore, e il Signore fece sorgere per loro un liberatore: Otniel, figlio di Chenaz, fratello minore di Caleb; ed egli li liberò. 10 Lo Spirito del Signore venne su di lui ed egli fu giudice d’Israele; uscì a combattere e il Signore gli diede nelle mani Cusan-Risataim, re di Mesopotamia; e la sua mano fu potente contro Cusan-Risataim. 11 Il paese ebbe pace per quarant’anni; poi Otniel, figlio di Chenaz, morì.

La storia narrata nella Bibbia è storia interpretata. Non è storia riportata secondo criteri moderni che privilegiano un mero resoconto degli avvenimenti del passato. La storia della Bibbia è la storia riferita dalla prospettiva di Dio. Il suo scopo non è di farci sapere ciò che è accaduto in passato come fatti puramente storici (lasciandoci di conseguenza come spettatori disinteressati), ma di farci adottare un determinato punto di vista su questi fatti (quello ovviamente di Dio) e di coinvolgerci come partecipi attivi in essi.

Sapere questo è importante per due motivi principali. In primo luogo, il nostro obbiettivo nel leggere la Bibbia (in particolare i libri storici) non deve essere solo capire che cosa è successo (come il diluvio o l’esodo) ma anche come la Bibbia lo narra, prestando particolare attenzione alle enfasi, ai dettagli, alle ripetizioni, o anche alle esclusioni presenti. Nella narrativa biblica, nulla viene menzionato a caso, niente è superfluo. Tutti i dettagli — anche quelli apparentemente insignificanti — sono in realtà critici per la comprensione del testo. È solo quando attendiamo a questi particolari (e non solo ai lineamenti generali della storia) che riusciamo a comprendere la specifica prospettiva che il testo vuole farci avere. Vedremo fra un po’ un chiaro esempio di questo nella storia di Eud in Giudici 3. Vedremo che il libro di Giudici non vuole solo farci sapere che Eud assassinò un re pagano e così ne liberò il popolo d’Israele, ma che vuole anche darci la giusta interpretazione di questa vicenda.

In secondo luogo, più leggiamo la Bibbia in questo modo, più impareremo a interpretare rettamente non solo le storie bibliche, ma la storia in generale. L’ottica nella quale la Bibbia ci fa capire gli specifici avvenimenti che essa riferisce diventerà l’ottica nella quale cominceremo a capire qualsiasi avvenimento, passato, presente o futuro, sia personale sia mondiale. Leggere la Bibbia è la scuola in cui impariamo a leggere il mondo, a vederlo come Dio lo vede. Quando siamo ammaestrati dalle Scritture nel modo giusto per interpretare la storia che esse riportano, siamo resi capaci di interpretare nel modo giusto la storia del mondo in generale. Per adattare una frase di CS Lewis, la Bibbia è come il sole: la sua luce ci permette di vedere non solo esso ma anche tutto il resto della realtà che ci circonda. Una persona ben ammaestrata dalla parola di Dio nell’interpretare la storia sarà quella descritta da Gesù in Luca 21:26-28: mentre “gli uomini verranno meno per la paurosa attesa di quello che starà per accadere al mondo”, lei “si rialzerà” e “leverà il capo” perché sa che “la sua liberazione si avvicina”.

Questi punti sono di grande importanza per quanto riguarda il libro di Giudici, un libro di non facile lettura perché le sue storie sono spesso pesanti e sanguinose, e i suoi personaggi, anche i suoi cosiddetti “eroi”, sono di carattere discutibile. Basta pensare alla figura di Sansone, per esempio. Questo libro ci può facilmente lasciare perplessi: in un libro “sacro” come la Bibbia, che cosa facciamo di queste storie piene di violenza, crudeltà, sesso e abominazioni di ogni sorta? La chiave interpretativa ci viene fornita nel v.7 di Giudici 3: I figli d’Israele fecero ciò che è male agli occhi del Signore; dimenticarono il Signore, il loro Dio, e servirono gli idoli…”. Il libro di Giudici ci fa vedere le terribili conseguenze — senza smussarle o edulcorarle — dell’idolatria che nasce dal dimenticare il Signore. Ce le fa vedere attraverso un serie di episodi in cui, nonostante la grazia mostratagli da Dio, il suo popolo torna sempre “a fare ciò che è male agli occhi del Signore” (v.12).

Ma più che il peccato abbondante da parte del popolo, il libro di Giudici ci fa vedere la grazia di Dio che sovrabbonda laddove abbonda il peccato. Nel momento in cui il popolo si lascia correggere da Dio (che per castigarlo permette a un oppressore pagano di affliggerlo per un certo periodo), Dio manda un giudice, un liberatore, che salva Israele e lo riporta a servire di nuovo il Signore. Nelle figure di questi giudici vediamo una prefigurazione del più grande giudice e liberatore, Gesù Cristo. Ma a questo tema torneremo alla fine del messaggio. Adesso consideriamo la storia di Eud in Giudici 3:12-29 e, alla luce del nostro discorso introduttivo, chiediamo: che cosa succede in questa storia e qual è l’interpretazione che il testo dà a essa?

2) La satira della salvezza (Giudici 3:12-29)

A) Il contesto (3:12-14)

12 I figli d’Israele continuarono a fare ciò che è male agli occhi del Signore; così il Signore rese forte Eglon, re di Moab, contro Israele, perché essi avevano fatto ciò che è male agli occhi del Signore. 13 Eglon radunò intorno a sé i figli di Ammon e di Amalec; poi marciò contro Israele, lo sconfisse e s’impadronì della città delle palme. 14 I figli d’Israele furono servi di Eglon, re di Moab, per diciotto anni.

La storia di Eud inizia come le altre in Giudici: “i figli d’Israele continuarono a fare ciò che a male agli occhi del Signore”, e di conseguenza Dio li dà in potere di un tiranno straniero — Eglon, re di Moab — che li opprime. Due dettagli qui ci aiutano a capire il significato di questo castigo: 1) “Eglon … sconfisse e s’impadronì della citta delle palme” e 2) “i figli d’Israele furono servi di Eglon, re di Moab”. “Città delle palme” è un soprannome per la città di Gerico, la prima conquista d’Israele nella terra promessa, e la servitù d’Israele richiama la sua schiavitù in Egitto. In altre parole, questo castigo costituisce una regressione di Israele alle sue condizioni prima dell’esodo. Come Genesi interpreta il peccato come la de-creazione, un ritorno alle tenebre del caos e al vuoto della non-esistenza, così Giudici interpreta la ribellione d’Israele come la negazione dell’esodo, un ritorno all’angoscia della schiavitù in un paese straniero. Come indicato nel v.14, questo periodo di soggiogamento dura diciotto anni, fin a quando…

B) Caratteristiche della satira (3:15-17)

15 I figli d’Israele gridarono al Signore ed egli fece sorgere per loro un liberatore: Eud, figlio di Ghera, beniaminita, che era mancino. I figli d’Israele mandarono per mezzo di lui un regalo a Eglon, re di Moab. 16 Eud si fece una spada a due tagli, lunga un cubito, e la cinse sotto la sua veste, al fianco destro. 17 Quindi offrì il regalo a Eglon, re di Moab, che era un uomo molto grasso.

…”i figli d’Israele gridarono al Signore”. Di nuovo come nel libro d’Esodo, il Signore è pronto ad ascoltare le suppliche del suo popolo e a intervenire per liberarlo. Quando il popolo si lascia correggere dal castigo del Signore e si ravvede, abbandonando gli idoli e tornando da lui, egli fa “sorgere per loro un liberatore”. In questo caso, il liberatore è il giudice Eud, “beniaminita, che era mancino”. Ricordandoci dell’importanza anche dei minimi dettagli, facciamo bene a chiederci: ma perché il testo dice questo? Che importanza ha sapere che Eud era mancino? E perché, quando nel v.17 si parla di nuovo di Eglon, ci viene detto che “era un uomo molto grasso”?

Ci aiuterà sapere che il nome “Beniamino” (da cui deriva il termine “beniaminita”, cioè della tribù di Beniamino) vuol dire “figlio della mia destra”. Questo nome è forte, perché per gli ebrei, la destra era un simbolo di potere. È interessante dunque, se non un po’ comico, che Eud, uno dei “figli della mia destra”, è in realtà mancino. Un liberatore mancino? Non proprio quello che ci si aspettava. Per quanto riguarda Eglon, invece, che importanza ha sapere che era un uomo molto grasso? Ci aiuterà sapere che il suo nome assomiglia molto alla parola ebraica che significa “vitello”. Ora il fatto di essere molto grasso acquisisce un nuovo significato, anche questo comico: il grande e forte re che opprime Israele da diciotto anni non è in realtà altro che un vitello ingrassato, e quindi pronto al macello pur essendone completamente inconsapevole.

Questi due dettagli che servono per caratterizzare i due personaggi principali in questa storia ci fanno capire che si tratta di una satira. Che la narrativa di Eud e Eglon sia un resoconto storico è evidente, ma la sua caratterizzazione del tiranno Eglon come un vitello ingrassato e del liberatore Eud come un uomo dalla mano “sbagliata” ci fornisce la chiave interpretativa: la prospettiva di questa storia è satirica, e sarà proprio per mezzo della sua ironia, del suo sarcasmo, del suo umorismo mordace che trasmetterà il suo messaggio.

In quest’ottica, proseguiamo nella lettura…

C) Il re “vitello” al macello (3:18-26)

18 Quando ebbe finito la presentazione del regalo, rimandò la gente che l’aveva portato. 19 Ma egli, giunto agli idoli che sono presso a Ghilgal, tornò indietro e disse: «O re, io ho qualcosa da dirti in segreto». Il re disse: «Silenzio!» Tutti quelli che gli stavano intorno, uscirono. 20 Allora Eud si avvicinò al re, che stava seduto nella sala di sopra, riservata a lui solo, per prendervi il fresco, e gli disse: «Ho una parola da dirti da parte di Dio». Eglon si alzò dal suo seggio; 21 ed Eud, stesa la mano sinistra, prese la spada dal suo fianco destro e gliela piantò nel ventre. 22 Anche l’elsa entrò dopo la lama; e il grasso si rinchiuse attorno alla lama, poiché egli non gli ritirò dal ventre la spada, che gli usciva da dietro. 23 Poi Eud uscì nel portico, chiuse le porte della sala di sopra e mise il chiavistello. 24 Quando fu uscito, vennero i servi, i quali guardarono, ed ecco che le porte della sala di sopra erano chiuse con il chiavistello; e dissero: «Certo egli fa i suoi bisogni nello stanzino della sala fresca». 25 Tanto aspettarono, che ne furono preoccupati; e poiché il re non apriva le porte della sala, quelli presero la chiave, aprirono, ed ecco che il loro signore era steso per terra, morto. 26 Mentre essi indugiavano, Eud si diede alla fuga, passò oltre gli idoli e si mise in salvo a Seira.

Leggendo il resto della storia, scopriamo che essa s’impernia proprio sul fatto che Eud sia mancino e che Eglon sia grasso. Dopo essersi presentato davanti a Eglon per fargli un regalo (come suddito che deve rendere omaggio al proprio sovrano), Eud indica al re che ha un segreto da dirgli (presumibilmente in qualità di servizio segreto), ma poi precisa che si tratta in realtà di “una parola … da parte di Dio”. All’insaputa di Eglon, questa parola è in verità una spada che gli toglierà la vita, ma non lo sa e non lo può anticipare proprio perché Eud è mancino. È la mano destra che di solito si usa per colpire, e quindi il movimento della sinistra di Eud non avverte il re del pericolo. Quello che inizialmente sembra un difetto di Eud (un figlio “della destra” che è invece mancino) si rivela alla fine la sua forza. Per Eglon, essere grasso fa sì che la spada venga totalmente “ingoiata” dal suo ventre, prevenendo qualsiasi schizzo di sangue e permettendo a Eud di uscire pulito dalla sua sala e scappare via senza avvertire i suoi servi.

Poi si aggiunge un altro dettaglio che purtroppo è stato offuscato nella traduzione. Nel v.22 quando implica che la spada “gli usciva da dietro”, in realtà il testo ebraico dice che non la spada ma le feci uscirono dal re. Questo dettaglio, che all’inizio sembra disgustoso, risulta anche esso cruciale per lo scopo della storia: il motivo per cui i servi rimangono fuori dalla sala del re a lungo e così danno a Eud il tempo necessario per scappare è perché, come dicono nel v.24: “Certo egli fa i suoi bisogni nello stanzino della sala fresca”. Qui l’umorismo ridicolizzante della narrativa giunge al culmine: è vero che il re faceva i suoi bisogni, ma in un senso totalmente diverso da quello che pensavano i servi! Ecco il grande e potente re nemico d’Israele, morto come un vitello ingrassato e nelle sue feci, ed ecco i suoi servi troppo stupidi da sapere ciò che è successo proprio nella sala davanti a loro!

D) L’umiliazione (3:27-30)

27 Quando fu arrivato, suonò la tromba nella regione montuosa di Efraim, e i figli d’Israele scesero con lui dalla regione montuosa, ed egli si mise alla loro testa. 28 Disse loro: «Seguitemi, perché il Signore vi ha dato nelle mani i Moabiti, vostri nemici». Quelli scesero dietro a lui, s’impadronirono dei guadi del Giordano per impedire il passaggio ai Moabiti e non lasciarono passare nessuno. 29 In quel tempo sconfissero circa diecimila Moabiti, tutti robusti e valorosi; non ne scampò neppure uno. 30 Così, in quel giorno, Moab fu umiliato sotto la mano d’Israele e il paese ebbe pace per ottant’anni.

Dopo l’assassinio di Eglon, Eud raduna i figli d’Israele e fa ciò che per diciotto anni gli era impossibile: sconfiggono i Moabiti (circa diecimila guerrieri, tutti “robusti e valorosi”), sterminandoli tutti. E notiamo l’ultima frase della storia nel v.30: “Così, in quel giorno, Moab fu umiliato sotto la mano d’Israele”. Il grande e potente oppressore d’Israele da diciotto anni sconfitto in un solo giorno! Umiliato infatti! E questo è il punto: Moab e il suo re vengono umiliati non solo nell’avvenimento qui narrato, ma proprio nella narrativa stessa. Il modo in cui la narrativa è stata scritta — come satira — fa lo stesso effetto dell’evento narrato. Mettendo in ridicolo Eglon e il suo esercito, umilia di nuovo questo apparentemente imbattibile oppressore del popolo di Dio.

La storia di Eud, dunque, serve non solo per farci sapere ciò che è accaduto in quel momento storico, ma anche per formare la nostra percezione del mondo intero. Dal nostro punto di vista, un uomo come Eglon sarebbe davvero un nemico invincibile, ma dal punto di vista di Dio, egli è solo un vitello ingrassato pronto al macello e troppo stupido per saperlo. Mentre noi tendiamo a mettere fiducia nella forza e nelle capacità umane, Dio si serve di solito della debolezza per insegnarci che tutto dipende da lui, e non da noi.

Possiamo riassumere la lezione della storia di Eud citando Giacomo 4:6: “Dio resiste ai superbi e dà grazia agli umili”. Quando Israele s’insuperbisce, Dio lo castiga per insegnargli l’umiltà. Ma quando il popolo si umilia, Dio lo libera dall’oppressore, usando proprio “le cose deboli del mondo per svergognare le forti”, come infatti Paolo scrive in 1 Corinzi 1:27-29:

Dio ha scelto le cose pazze del mondo per svergognare i sapienti; Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti; Dio ha scelto le cose ignobili del mondo e le cose disprezzate, anzi le cose che non sono, per ridurre al niente le cose che sono, perché nessuno si vanti di fronte a Dio.

Se ci lasciamo istruire dalla storia di Eud, vedremo non solo questa storia ma tutta la storia — tutto il mondo infatti! — in quest’ottica, e questo cambierà radicalmente il modo in cui viviamo.

3) La satira della croce 

Se abbiamo veramente occhi per vedere, però, vedremo che alla fine la storia di Eud ci insegna questo messaggio perché anticipa la storia più grande di tutte, la storia che, come quella di Eud, è in effetti una grande satira. È la satira di cui Paolo parlava in 1 Corinzi, la più grande “presa in giro” di tutti i tempi. Ascoltiamo di nuovo 1 Corinzi 1:

20 Dov’è il sapiente? Dov’è lo scriba? Dov’è il contestatore di questo secolo? Non ha forse Dio reso pazza la sapienza del mondo? 21 Poiché il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria sapienza, è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione. 22 I Giudei infatti chiedono miracoli e i Greci cercano sapienza, 23 ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo e per gli stranieri pazzia; 24 ma per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio.

Che cos’è la croce di Cristo se non un grande scherzo, nel senso che per mezzo di essa Dio una volta per sempre ha umiliato i superbi, reso pazzi i sapienti, e spezzato la forza dei potenti? È proprio Gesù il vero “Eud” che sembrava tutt’altro che un salvatore. Come Eud, Gesù ha compiuto la salvezza del suo popolo in un modo del tutto inaspettato. Come ne parlò il profeta Isaia (53:2-5):

non aveva forma né bellezza da attirare i nostri sguardi, né aspetto tale da piacerci. Disprezzato e abbandonato dagli uomini, uomo di dolore, familiare con la sofferenza, pari a colui davanti al quale ciascuno si nasconde la faccia, era spregiato, e noi non ne facemmo stima alcuna. Tuttavia erano le nostre malattie che egli portava, erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato; ma noi lo ritenevamo colpito, percosso da Dio e umiliato! Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni, stroncato a causa delle nostre iniquità; il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui e mediante le sue lividure noi siamo stati guariti.

Prendendo spunto da questa profezia, possiamo anche vedere, se solo un po’ stranamente, una prefigurazione di Cristo nella figura di Eglon. Dice ancora Isaia nel v.7:

Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la bocca. Come l’agnello condotto al mattatoio, come la pecora muta davanti a chi la tosa, egli non aprì la bocca.

Eglon anticipa Gesù in questo senso: come Eglon, anche Gesù era il grande e potente re (in realtà il più grande e il più potente re di tutti) che, nonostante la sua gloria e potenza, è stato umiliato e ucciso come un animale al macello. Come Giudici 3 ridicolizza Eglon nel modo in cui è stato ucciso, così anche i vangeli narrano come Gesù, sulla croce, è stato disprezzato e ridicolizzato proprio per essersi chiamato “il re dei giudei”, per essere stato un salvatore che sembrava non capace di salvare se stesso. E ancora come Eglon, l’assassinio di Gesù ha effettuato la salvezza del suo popolo. Ma le similitudini finiscono qui, perché mentre Eglon è stato una vittima ignara, Gesù invece ha offerto se stesso volontariamente come sacrificio di amore.

Questa storia — la storia del vangelo — è la vera ottica divina tramite cui dobbiamo comprendere la storia della nostra vita e la storia del mondo. Non solo dunque la storia di Eud, ma è la più grande storia del vangelo (che la storia di Eud anticipa!) che ci ammaestra come pensare, come parlare, e come vivere bene in questo mondo. Ci saranno sempre tante cose che non capiremo; ci saranno periodi — come i diciotto anni dell’oppressione di Moab — che vivremo senza sapere il perché. Ma quando teniamo lo sguardo fisso su Gesù, “colui che crea la fede e la rende perfetta”, avremo tutto quello che ci serve per affrontare ogni circostanza:

Per la gioia che gli era posta dinanzi egli sopportò la croce, disprezzando l’infamia, e si è seduto alla destra del trono di Dio. Considerate perciò colui che ha sopportato una simile ostilità contro la sua persona da parte dei peccatori, affinché non vi stanchiate perdendovi d’animo. (Ebrei 12:2-3)

Amen!

Genesi 27-28: Il Cacciatore Divino

1) Il Cacciatore Soppiantato (Genesi 27:1-45)

27:1 Isacco era invecchiato e i suoi occhi indeboliti non ci vedevano più. Allora egli chiamò Esaù, suo figlio maggiore, e gli disse: «Figlio mio!» Quello rispose: «Eccomi!» E Isacco: «Ecco, io sono vecchio e non so il giorno della mia morte. Ora prendi, ti prego, le tue armi, le tue frecce e il tuo arco, va’ fuori nei campi e prendimi un po’ di selvaggina. Poi preparami una pietanza saporita, di quelle che mi piacciono; portamela perché io la mangi e ti benedica prima che io muoia». Rebecca stava ad ascoltare mentre Isacco parlava a suo figlio Esaù. Ed Esaù se ne andò nei campi per cacciare della selvaggina e portarla a suo padre.

Rebecca parlò a suo figlio Giacobbe e gli disse: «Ho udito tuo padre che parlava con tuo fratello Esaù, e gli diceva: “Portami un po’ di selvaggina e fammi una pietanza saporita perché io la mangi e ti benedica davanti al Signore, prima che io muoia”. Ora, figlio mio, ubbidisci alla mia voce e fa’ quello che ti comando. Va’ al gregge e prendimi due buoni capretti e io ne farò una pietanza saporita per tuo padre, di quelle che gli piacciono. 10 Tu la porterai a tuo padre, perché la mangi e così ti benedica prima che egli muoia». 11 Giacobbe disse a Rebecca sua madre: «Mio fratello Esaù è peloso, e io no. 12 Può darsi che mio padre mi tasti e mi consideri un impostore e mi attirerò addosso una maledizione invece di una benedizione». 13 Sua madre gli rispose: «Questa maledizione ricada su di me, figlio mio! Ubbidisci pure alla mia voce e va’ a prendermi i capretti». 14 Egli dunque andò a prenderli e li portò a sua madre; e sua madre ne preparò una pietanza saporita, di quelle che piacevano al padre di lui. 15 Poi Rebecca prese i più bei vestiti di Esaù, suo figlio maggiore, i quali erano in casa presso di lei, e li fece indossare a Giacobbe suo figlio minore; 16 con le pelli dei capretti gli coprì le mani e il collo, che erano senza peli. 17 Poi mise in mano a suo figlio Giacobbe la pietanza saporita e il pane che aveva preparato.

18 Egli andò da suo padre e gli disse: «Padre mio!» Isacco rispose: «Eccomi; chi sei tu, figlio mio?» 19 Giacobbe disse a suo padre: «Sono Esaù, il tuo primogenito. Ho fatto come tu mi hai detto. Àlzati, ti prego, mettiti a sedere e mangia la mia selvaggina, perché tu mi benedica». 20 Isacco disse a suo figlio: «Come hai fatto a trovarne così presto, figlio mio?» E quello rispose: «Perché il Signore, il tuo Dio, l’ha fatta venire sulla mia via». 21 Allora Isacco disse a Giacobbe: «Avvicìnati, figlio mio, e lascia che io ti tasti, per sapere se sei proprio mio figlio Esaù, o no». 22 Giacobbe s’avvicinò a suo padre Isacco; e, come questi lo ebbe tastato, disse: «La voce è la voce di Giacobbe, ma le mani sono le mani di Esaù». 23 Non lo riconobbe, perché le sue mani erano pelose come le mani di suo fratello Esaù, e lo benedisse. 24 Disse: «Tu sei proprio mio figlio Esaù?» Egli rispose: «Sì». 25 E Isacco gli disse: «Portami da mangiare la selvaggina di mio figlio, e io ti benedirò». Giacobbe gliene servì, e Isacco mangiò. Giacobbe gli portò anche del vino, ed egli bevve.

26 Poi suo padre Isacco gli disse: «Ora avvicìnati e baciami, figlio mio». 27 Egli s’avvicinò e lo baciò. E Isacco sentì l’odore dei vestiti, e lo benedisse dicendo: «Ecco, l’odore di mio figlio è come l’odore di un campo, che il Signore ha benedetto. 28 Dio ti conceda la rugiada del cielo, la fertilità della terra e abbondanza di frumento e di vino. 29 Ti servano i popoli e le nazioni s’inchinino davanti a te. Sii padrone dei tuoi fratelli e i figli di tua madre s’inchinino davanti a te. Maledetto sia chiunque ti maledice, benedetto sia chiunque ti benedice!»

30 Appena Isacco ebbe finito di benedire Giacobbe e Giacobbe se ne fu andato dalla presenza di suo padre Isacco, Esaù suo fratello giunse dalla caccia. 31 Anch’egli preparò una pietanza saporita, la portò a suo padre e gli disse: «Si alzi mio padre, e mangi della selvaggina di suo figlio, perché mi benedica». 32 Suo padre Isacco gli disse: «Chi sei tu?» Ed egli rispose: «Sono Esaù, tuo figlio primogenito». 33 Isacco fu preso da un tremito fortissimo e disse: «E allora, chi è colui che ha preso della selvaggina e me l’ha portata? Io ho mangiato di tutto prima che tu venissi, e l’ho benedetto; e benedetto egli sarà». 34 Quando Esaù udì le parole di suo padre, emise un grido forte e amarissimo. Poi disse a suo padre: «Benedici anche me, padre mio». 35 Isacco rispose: «Tuo fratello è venuto con inganno e si è preso la tua benedizione». 36 Ed Esaù: «Non è forse a ragione che egli è stato chiamato Giacobbe? Mi ha già soppiantato due volte: mi tolse la mia primogenitura, ed ecco che ora mi ha tolto la mia benedizione». Poi aggiunse: «Non hai serbato qualche benedizione per me?» 37 Isacco rispose e disse a Esaù: «Io l’ho costituito tuo padrone, gli ho dato tutti i suoi fratelli per servi e l’ho provveduto di frumento e di vino; che potrei dunque fare per te, figlio mio?» 38 Allora Esaù disse a suo padre: «Hai tu questa sola benedizione, padre mio? Benedici anche me, padre mio!» Quindi Esaù alzò la voce e pianse. 39 Suo padre Isacco rispose e gli disse: «Ecco, la tua dimora sarà priva della fertilità della terra e della rugiada che scende dal cielo. 40 Tu vivrai della tua spada, e sarai servo di tuo fratello; ma avverrà che, conducendo una vita errante, tu spezzerai il suo giogo dal tuo collo».

41 Esaù odiava Giacobbe a causa della benedizione datagli da suo padre, e disse in cuor suo: «I giorni del lutto di mio padre si avvicinano, allora ucciderò mio fratello Giacobbe». 42 Furono riferite a Rebecca le parole di Esaù, suo figlio maggiore, e lei mandò a chiamare Giacobbe, suo figlio minore, e gli disse: «Esaù, tuo fratello, vuole vendicarsi e ucciderti. 43 Ora, figlio mio, ubbidisci alla mia voce; lèvati e fuggi a Caran da mio fratello Labano, 44 rimani laggiù, finché il furore di tuo fratello sia passato, 45 finché l’ira di tuo fratello si sia stornata da te ed egli abbia dimenticato quello che tu gli hai fatto. Allora io manderò a farti ritornare da laggiù. Perché dovrei essere privata di voi due in uno stesso giorno?»

Giacobbe è uno dei personaggi più affascinanti nella Bibbia. Non è un uomo che fa da esemplare morale. In Genesi 25, nasce un attimo dopo il suo gemello, Esaù, tenendo il calcagno di quest’ultimo. Per questo viene chiamato Giacobbe, un nome che in ebraico è associato alla parola per “calcagno” ma anche ai termini “seguire” e “soppiantare”. Nella storia riportata subito dopo, vediamo che questo descrive perfettamente il suo carattere. Esaù, presentato come “un esperto cacciatore”, torna stremato dai suoi sforzi nei campi e vede Giacobbe che ha preparato una minestra. Giacobbe però gliene offre solo a patto che Esaù gli dia in cambio la sua primogenitura, il diritto che gli spetta essendo appunto il primogenito (anche se solo per pochi secondi). Non si tratta ovviamente di un inganno, che succede dopo nel cap. 27, ma Giacobbe chiaramente si approfitta della stanchezza di suo fratello per ottenere l’eredità del loro padre, Isacco, in un modo poco lodevole.

Questa vicenda ci prepara per quanto avviene successivamente quando, nel cap. 27, Giacobbe di nuovo si approfitta del suo fratello cacciatore, questa volta per rubargli la benedizione del padre con l’aiuto di sua madre, Rebecca. Isacco, ci viene detto, è praticamente cieco, e chiede a Esaù di andare a caccia e prendergli un po’ di selvaggina perché possa mangiarla e poi dargli la sua benedizione. Questa benedizione, come vediamo soprattutto nel v.29, non è una parola vuota ma conferisce la promessa di Dio ad Abraamo, che…

Ti servano i popoli e le nazioni s’inchinino davanti a te. Sii padrone dei tuoi fratelli e i figli di tua madre s’inchinino davanti a te. Maledetto sia chiunque ti maledice, benedetto sia chiunque ti benedice!

Giacobbe, quindi, per la seconda volta adempie il significato del suo nome e soppianta Esaù, travestendosi da cacciatore e fungendo di essere lui. Isacco sembra un po’ sospettoso, ma alla fine l’inganno funziona e Isacco pronuncia la sua benedizione su Giacobbe, convinto che lui sia invece Esaù.

La conclusione della narrativa è prevedibile. Esaù torna finalmente dalla caccia, prepara il cibo e poi lo porta a suo padre, aspettandosi di ricevere la sua benedizione. Tutti e due poi rimangono sbigottiti quando si accorgono dell’inganno. Esaù, prima mortificato ma poi adirato contro Giacobbe, giura di ucciderlo per vendicarsi, passando così da cacciatore di animali a cacciatore di suo fratello. Giacobbe è dunque costretto a fuggire, non più il soppiantore ma la preda, la vittima del suo proprio successo.

2) Il Cacciatore Divino (Genesi 28:10-15)

10 Giacobbe partì da Beer-Sceba e andò verso Caran. 11 Giunse ad un certo luogo e vi passò la notte, perché il sole era già tramontato. Prese una delle pietre del luogo, se la mise per capezzale e lì si coricò. 12 Fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima toccava il cielo; e gli angeli di Dio salivano e scendevano per la scala. 13 Il Signore stava al di sopra di essa e gli disse: «Io sono il Signore, il Dio di Abraamo tuo padre e il Dio d’Isacco. La terra sulla quale tu stai coricato, io la darò a te e alla tua discendenza. 14 La tua discendenza sarà come la polvere della terra e tu ti estenderai a occidente e a oriente, a settentrione e a meridione, e tutte le famiglie della terra saranno benedette in te e nella tua discendenza. 15 Io sono con te, e ti proteggerò dovunque tu andrai e ti ricondurrò in questo paese, perché io non ti abbandonerò prima di aver fatto quello che ti ho detto».

Questa vicenda però crea le condizioni necessarie per la stupenda rivelazione di Dio nel cap.28, il tema che vogliamo approfondire nel resto di questo messaggio. Questa rivelazione è stupenda proprio in quanto è in grado di rivoluzionare la nostra idea di Dio e, di conseguenza, la nostra vita. Per introdurre questo concetto, bisogna prima prendere una breve pausa dalla storia di Giacobbe e precisare un’idea comune che molti hanno di Dio, ovvero quello del dio “giudice imparziale”. Quando dico “il dio giudice imparziale”, non sto parlando del vero senso biblico secondo cui Dio è giudice ed è imparziale, cioè che egli mette a posto ciò che è guasto, raddrizza ciò che è storto, e risana ciò che è malato, senza accettare tangenti o fare favoritismi in base all’etnia, al sesso, al livello economico, e così via. Sto parlando dell’idea di un dio come arbitro totalmente disinteressato, il dio dalle braccia incrociate che aspetta per vedere se ci dimostriamo buoni o cattivi prima di decidere se premiarci o punirci.

Ovviamente c’è la versione più crudele, il dio che non vede l’ora di coglierci in qualche peccato o fallo e fulminarci nella sua ira. C’è anche la versione più carina, il dio “babbo natale” a cui piace farci regali ma che comunque deve prima verificare che non siamo sulla lista dei bimbi cattivi. La cosa comune in qualsiasi versione di quest’idea è che dio non prende azione nei nostri confronti finché noi non prendiamo azione nei suoi confronti. Lui ci ama solo dopo che noi amiamo lui. Ci benedice solo dopo che ubbidiamo ai suoi comandamenti. Ci premia solo dopo che noi dimostriamo di essere persone brave, buone e dunque meritevoli.

Quest’idea si manifesta poi in varie forme concrete e pratiche. C’è la forma religiosa: cerco di vivere come Dio vuole, attenendomi ai suoi precetti, frequentando la chiesa, pregando, facendo opere di carità e benevolenza, sempre con la speranza che Dio mi contraccambierà tutto il bene che ho fatto. Se credo di esserci riuscito, sarò propenso a diventarne orgoglioso e disprezzare, o considerare inferiori, quelli che non sono all’altezza. Dall’altra parte, se mi ritengo un fallito, o se non vedo che Dio mi tratta come penso di essere degno, sarò suscettibile alla delusione, alla depressione e persino alla rabbia. Questo contribuisce alla manifestazione irreligiosa di quest’idea, quando non voglio niente a che fare con un tale dio. O mollo la mia fede perché sono stanco di provare dopo aver fallito tante volte, o mi stufo dell’ipocrisia delle persone religiose, di coloro che “predicano bene ma razzolano male”, e non vedo la giustizia di Dio che dovrebbe punire quelli e aiutare altri che, pur essendo non credenti, sono a mio avviso brave persone. In ogni caso, sia per il religioso sia per l’irreligioso, l’idea del dio “giudice imparziale” porta conseguenze negative.

Tornando adesso alla storia di Giacobbe in Genesi 28, scopriamo come Dio si rivela in modo assolutamente opposto, in modo davvero rivoluzionario per quanto riguarda le nostre idee di lui, non come “giudice imparziale” ma piuttosto come “cacciatore divino”. Abbiamo già notato che l’episodio raccontato nel cap.27 s’impernia sul tema della caccia. Isacco chiede a suo figlio Esaù, l’esperto cacciatore, di prendergli selvaggina affinché possa benedirlo prima di morire. L’inganno di Giacobbe risulta efficace perché impersona un cacciatore. Ma quando Esaù viene a conoscenza di ciò che è successo, impiega le sue capacità da cacciatore per inseguire e uccidere Giacobbe che ormai è diventato la preda.

Mentre però Giacobbe cerca di scappare da suo fratello, la narrativa prende una svolta inaspettata e sorprendente: è Dio che appare all’improvviso lungo il suo percorso come il vero cacciatore. Accade di notte, mentre Giacobbe dorme in un luogo a lui sconosciuto ed è dunque particolarmente vulnerabile e indifeso. In un sogno, Dio si manifesta a Giacobbe in cima a una scala per la quale gli angeli salgono e scendono. Da lì la parola di Dio (sempre il mezzo principale tramite cui Dio si rivela agli esseri umani) si rivolge a Giacobbe e gli fa la stessa promessa che ha fatto ad Abraamo e Isacco:

La terra sulla quale tu stai coricato, io la darò a te e alla tua discendenza. La tua discendenza sarà come la polvere della terra … e tutte le famiglie della terra saranno benedette in te e nella tua discendenza. Io sono con te, e ti proteggerò dovunque tu andrai…

È di vitale importanza notare che alla fine Dio sottolinea il carattere incondizionato di questa promessa:

…io non ti abbandonerò prima di aver fatto quello che ti ho detto.

Questo è rafforzato dall’immagine della scala che richiama gli ziggurat, quelle enormi strutture dotate di una rampa di scale centrale costruite dai popoli antichi per giungere all’altezza delle divinità. La scala che Giacobbe vede invece funziona nel modo contrario: non è Giacobbe che deve salire per incontrare Dio, ma è Dio che scende, per mezzo della sua parola (di cui gli angeli sono raffigurati come i portatori), per incontrare Giacobbe. Il sogno di Giuseppe è letteralmente il capovolgimento degli antichi concetti pagani della deità, e anche dei nostri. Il Dio di Abraamo e di Isacco — e da ora in poi il Dio anche di Giacobbe — non è il dio “giudice imparziale” o “tiranno spietato” o “babbo natale” che aspetta che noi costruiamo una scala per raggiungere lui. Egli è il “cacciatore divino” che prende l’iniziativa, che va alla ricerca di quelli che non lo cercano, che persino vogliono scappare da lui, e che riesce a trovarci anche nei luoghi che sembrano più lontani dalla sua presenza. Ma a differenza di Esaù che insegue Giacobbe per fargli del male, Dio lo insegue per fargli del bene, per benedirlo oltre misura e oltre immaginazione.

E tutto questo non perché Giacobbe si è dimostrato degno di tali benedizioni; anzi, dalla nascita è un manipolatore, un ingannatore, un soppiantore. Davanti al dio “giudice imparziale”, Giacobbe sarebbe rifiutato e condannato. Ma davanti al Cacciatore Divino, è accolto e prezioso. Questo Dio ama Giacobbe prima che Giacobbe ami lui. Lo benedice prima che Giacobbe gli ubbidisca. Gli da promesse meravigliose prima che Giacobbe dimostri di esserne degno (cosa che in realtà non fa mai!).

3) La Preda di Dio (Genesi 28:16-22)

16 Quando Giacobbe si svegliò dal sonno, disse: «Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo!» 17 Ebbe paura e disse: «Com’è tremendo questo luogo! Questa non è altro che la casa di Dio, e questa è la porta del cielo!» 18 Giacobbe si alzò la mattina di buon’ora, prese la pietra che aveva messa come capezzale, la pose come pietra commemorativa e vi versò sopra dell’olio. 19 E chiamò quel luogo Betel; mentre prima di allora il nome della città era Luz. 20 Giacobbe fece un voto, dicendo: «Se Dio è con me, se mi protegge durante questo viaggio che sto facendo, se mi dà pane da mangiare e vesti da coprirmi, 21 e se ritorno sano e salvo alla casa di mio padre, il Signore sarà il mio Dio 22 e questa pietra, che ho eretta come monumento, sarà la casa di Dio; di tutto quello che tu mi darai, io certamente ti darò la decima».

La risposta di Giacobbe conferma tutto questo. Dopo essersi svegliato dice: “Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo!” In realtà, Giacobbe era sempre inconsapevole della presenza di Dio nella sua vita. Questa è la prima volta nella sua storia che se ne renda conto. Giacobbe non era mai un uomo di fede, evidente dal fatto che pensava di dover manipolare le persone attorno a lui e controllare le circostanze in cui si trovava per ottenere ciò che desiderava.

Tuttavia, nonostante la sua incredulità, o almeno la sua indifferenza circa la presenza di Dio nella sua vita, Dio era lì presente. Malgrado il suo “io non lo sapevo”, il Signore l’ha seguito fino a quel luogo sconosciuto. Pur fuggendo da casa sua, Giacobbe si è trovato inaspettatamente e involontariamente in “Betel”, che tradotto vuol dire “casa di Dio”. E anche se alla fine Giacobbe non risponde con una fede vera e sincera in quanto dice “il Signore sarà il mio Dio” solo se quest’ultimo adempie una serie di condizioni (se Dio è con me, se mi protegge durante questo viaggio, se mi dà pane da mangiare e vesti da coprirmi, se ritorno sano e salvo alla casa di mio padre), Dio non viene meno nel compiere tutte le sue promesse. Giacobbe è sempre stato infedele nei confronti di Dio, e lo sarà ancora, ma Dio è sempre stato, è, e sarà sempre fedele nei suoi confronti. Nonostante i falli e i peccati di Giacobbe, Dio non lo abbandonerà mai ma continuerà a inseguirlo finché non avrà adempiuto tutto quanto il suo proposito benevolo nei suoi confronti. Il Dio di Abraamo e di Isacco è risoluto a essere il Dio anche di Giacobbe, anche se Giacobbe non è ancora sicuro se lo vuole o meno. Questo è il carattere del Dio vero, del “Cacciatore Divino”.

Ma per quanto stupenda nei confronti di Giacobbe, questa rivelazione del Cacciatore Divino giunge al culmine nella persona di Gesù Cristo nei confronti del mondo intero. Nel vangelo di Giovanni capitolo 1 (che abbiamo già visto come una “seconda Genesi”), leggiamo la storia del primo incontro di Filippo e Natanaele (che diventeranno discepoli e apostoli) con Gesù in cui la scala di Giacobbe fa una nuova apparizione:

45 Filippo trovò Natanaele e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella legge e i profeti: Gesù da Nazaret, [il] figlio di Giuseppe». 46 Natanaele gli disse: «Può forse venire qualcosa di buono da Nazaret?» Filippo gli rispose: «Vieni a vedere». 47 Gesù vide Natanaele che gli veniva incontro e disse di lui: «Ecco un vero Israelita in cui non c’è falsità». 48 Natanaele gli chiese: «Da che cosa mi conosci?» Gesù gli rispose: «Prima che Filippo ti chiamasse, quando eri sotto il fico, io ti ho visto». 49 Natanaele gli rispose: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele». 50 Gesù rispose e gli disse: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto il fico, tu credi? Tu vedrai cose maggiori di queste». 51 Poi gli disse: «In verità, in verità vi dico che [da ora in poi] vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo».

Qui non è in realtà una scala che collega il cielo con la terra ma Gesù stesso. Egli è, come Giovanni dice nel 1:14, la Parola di Dio che “è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, pieno di grazia e di verità”. Gesù è la presenza di Dio che non ha aspettato che venissimo da lui ma che ci è venuta a cercare mentre eravamo come Giacobbe: inconsapevoli, indifferenti e increduli. Oppure, per usare l’immagine di Luca 15:3-6, Gesù è il buon pastore che, smarrita una delle sue pecore, lascia le altre novantanove e “va dietro a quella perduta finché non la ritrova”. Gesù è “l’amico dei peccatori” (Luca 7:34) che invita gli indegni a casa sua per mangiare e bere a tavola con lui. Gesù è il grande medico che viene non per i sani ma per i malati (Luca 5:31-32). E soprattutto, Gesù è l’amore di Dio che pagherà qualsiasi prezzo per riacquistarci, che infatti ha pagato il prezzo più caro, spargendo il suo sangue e sacrificando la sua vita sulla croce per salvarci. Così afferma 1 Giovanni 4:10:

In questo è l’amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma che egli ha amato noi, e ha mandato suo Figlio per essere il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati.

Quanto cambierà la nostra vita se noi veramente afferriamo questo “amore cacciatore” di Dio in Cristo! Quanto coraggio avremo quando finalmente comprendiamo con tutto il cuore che Dio non smetterà di inseguirci con la sua grazia finché non sperimentiamo la pienezza delle sue benedizioni. Quanta speranza ci darà la certezza che Dio è per noi, che sta sempre dalla nostra parte, che rimane fedele a noi anche quando noi ci dimostriamo infedeli a lui. E quanto sarà grande la libertà di vivere nella conoscenza che, come Paolo dichiara in Romani 8:32-34:

Colui che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per noi tutti, non ci donerà forse anche tutte le cose con lui? Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio è colui che li giustifica. Chi li condannerà? Cristo Gesùè colui che è morto e, ancor più, è risuscitato, è alla destra di Dio e anche intercede per noi.

Che Dio ci conceda tutti la grazia in Cristo di poter credere veramente tutto questo e di vivere nella forza che viene dal sapere che ovunque ci troviamo — persino in un luogo sconosciuto scappando da uno che ci vuole uccidere — siamo sempre nelle mani e nella presenza del Cacciatore Divino che non ci abbandonerà prima di aver adempiuto tutte le sue promesse al nostro riguardo. Amen.

Giacomo 2:14-26: La Fede che Salva

1) Introduzione

“Sola fede” è uno dei cinque “sola” che caratterizzano le principali convinzioni della Riforma Protestante e della fede evangelica odierna. Facciamo bene tutte le volte che lo ribadiamo, data la nostra tendenza di tornare a dipendere dal nostro operato per giustificarci e salvarci. Come ci ha ricordato il nostro studio di Romani 5, abbiamo la pace con Dio solo perché siamo stati giustificati solo per fede e non per le opere. Se la nostra pace con Dio dipendesse dalla nostra capacità di diventare chi dobbiamo essere — perfettamente santi e giusti — non la potremmo mai ottenere. Ma siccome siamo stati riconciliati con Dio non tramite le nostre opere ma per l’opera di Cristo al nostro posto, possiamo riposarci nella certezza che “non c’è più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù” (Romani 8:1). Tutti i nostri peccati — passati, presenti e futuri — sono stati tolti per mezzo dell’unico sacrificio di Gesù sulla croce, e dunque non dobbiamo mai avere paura di tornare di nuovo sotto la condanna di Dio. Questo è uno dei motivi per cui il vangelo è “buona notizia”: non siamo noi a dovere raggiungere Dio, ma è Dio che ha già raggiunto noi nel suo Figlio Gesù, adottandoci come i suoi diletti figli e dandoci il dono del suo Spirito come garanzia della vita eterna e della nostra eredità celeste. La Bibbia non potrebbe essere più chiara quando dichiara in Efesini 2:8-9:

Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi: è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti.

Quindi, è necessario ripetere (anche fino alla nausea!) che siamo salvati solo per fede, che vuol dire semplicemente che la nostra salvezza è un dono che riceviamo gratuitamente, non è un’opera che compiamo. Dobbiamo stare attenti di non pensare alla fede come un altro tipo di opera, quell’1% che facciamo noi dopo che Dio ha fatto il 99%. La fede non è un’opera, è solo la mano vuota con la quale riceviamo ciò che Dio ci dona. Persino la fede stessa è un dono, facendo parte dell’insieme dei benefici che Cristo è per noi. Cristo è morto al nostro posto, ha ubbidito perfettamente al nostro posto, e ha anche creduto perfettamente al nostro posto. Perciò, la frase “sola fede” si riferisce in primis alla fede di Cristo per mezzo della quale siamo salvati e solo in un senso secondario si riferisce alla nostra fede in lui. Infatti, se abbiamo fede, dobbiamo dire come Paolo in Galati 2:20: “non sono io, ma è Cristo che vive [e che crede] in me”! La nostra salvezza è l’opera di Dio, dall’inizio alla fine, e per questo professiamo con convinzione i sola della Riforma: sola Scrittura, solo Cristo, sola grazia, sola fede, e solo a Dio la gloria.

La lettera di Giacomo, però, sembra creare una difficoltà quando dice “Voi vedete [dunque] che l’uomo è giustificato per opere, e non per fede soltanto” (2:24). Questo versetto sta in apparente contraddizione con tutto quello che abbiamo detto fin qui. Tanto è grande questa difficoltà che è detto che Martin Lutero, il riformatore che nel ‘500 rischiò la sua vita per predicare la sola fede, chiamò Giacomo “la lettera di paglia” per come, secondo lui, il suo messaggio contrastava il vangelo di sola grazia predicato da Paolo nelle pagine del Nuovo Testamento. Infatti, a primo sguardo, sarebbe facile arrivare a una simile conclusione. È importante dunque che risolviamo la questione. Giacomo contraddice Paolo? Sbagliamo quando insistiamo che siamo salvati solo per fede e non per opere? Il nostro scopo oggi è di trovare la soluzione, ascoltando attentamente ciò che Giacomo vuole insegnarci.

2) Quale Fede? (Giacomo 2:14-19, 26)

14 A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede ma non ha opere? Può la fede salvarlo? 15 Se un fratello o una sorella non hanno vestiti e mancano del cibo quotidiano, 16 e uno di voi dice loro: «Andate in pace, scaldatevi e saziatevi», ma non date loro le cose necessarie al corpo, a che cosa serve? 17 Così è della fede; se non ha opere, è per se stessa morta. 18 Anzi, uno piuttosto dirà: «Tu hai la fede, e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le [tue] opere, e io con le mie opere ti mostrerò la [mia] fede». 19 Tu credi che c’è un solo Dio, e fai bene; anche i demòni lo credono e tremano…. 26 Infatti, come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta.

La domanda fondamentale da fare nei confronti di questo passo di Giacomo riguarda il significato dei termini. Quando Giacomo parla in questi versetti di “fede”, di “opere” e di “giustificazione”, che cosa vuol dire? È vero che la Bibbia è coerente nel suo messaggio, ma dobbiamo ricordarci che Dio usò tante persone per comunicarlo. Come ognuno di noi ha un modo diverso di esprimersi, così anche gli autori che hanno contribuito alla Bibbia. Paolo e Giacomo non erano la stessa persona, e non scrivevano nelle stesse occasioni e con gli stessi obbiettivi. Dobbiamo dunque ascoltare Giacomo secondo le sue intenzioni, senza presuppore che usasse gli stessi termini nello stesso modo di Paolo.

Detto questo, dobbiamo prima chiedere: di quale “fede” parla Giacomo qui? Se teniamo presente questa domanda mentre leggiamo, il senso della parola “fede” in questo contesto diventa subito chiaro. La fede di cui Giacomo parla è “morta”, come la chiama nel v.17. Nel v.26, è una fede che è come un corpo senza lo spirito. Nel v.19, è lo stesso tipo di fede che hanno anche i demoni: “tu credi che c’è un solo Dio, e fai bene; anche i demoni lo credono e tremano”. Ovviamente, la fede con la quale i demoni credono in Dio non è una fede che salva. Anzi, è una fede che incute paura e terrore, una fede per cui i demoni cercano di opporsi a Dio, di frustrare il suo piano e di allontanarsi il più possibile da lui! Questa è l’idea di fede che Giacomo sta affrontando quando chiede nel v.14: “A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede ma non ha opere? Può la fede salvarlo?”

Nei vv.15-16 Giacomo propone un esempio concreto di questa fede morta e diabolica:

Se un fratello o una sorella non hanno vestiti e mancano del cibo quotidiano, e uno di voi dice loro: «Andate in pace, scaldatevi e saziatevi», ma non date loro le cose necessarie al corpo, a che cosa serve?

Notiamo bene il significato di questo esempio: non è Dio che ha bisogno dell’opera buona, ma il fratello o la sorella che non hanno vestiti e cibo. Lo scopo dell’opera buona in questo caso non è di ottenere la vita eterna, ma di aiutare il prossimo dandogli “le cose necessarie al corpo”. La fede vera, Giacomo dice, si manifesta in atti concreti di amore verso il prossimo. Se invece uno dice di avere fede ma non ama il prossimo, quella fede è in realtà morta e non serve a niente.

Il punto qui, quindi, è la dimostrazione visibile e tangibile della fede attraverso le opere. Così Giacomo continua nel v.18:

Anzi, uno piuttosto dirà: «Tu hai la fede, e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le [tue] opere, e io con le mie opere ti mostrerò la [mia] fede».

Questo immaginario interlocutore presume di poter scindere la fede dalle opere, in modo da poter fare esattamente quello che Giacomo dice è impossibile: avere la fede vera ma ignorare i bisogni del nostro prossimo. Così Giacomo gli dà una sfida: “mostrami la tua fede senza le tue opere”, ciò che Giacomo sa non si può fare. È con le opere, lui insiste, che si mostra la fede. E mostrare la fede è il punto, non ottenere la salvezza. Secondo Giacomo, le opere servono per mostrare l’esistenza della fede che salva; non sono però quello che salva. I riformatori lo dicevano in questo modo: solo la fede salva, ma la fede che salva non è mai da sola. La fede non si vede, ma le opere sì. Sono dunque le opere che indicano la presenza della fede, come il fumo indica la presenza del fuoco.

Questo è infatti il tema principale dell’intera lettera di Giacomo. All’inizio di questo capitolo, Giacomo esorta che la fede deve essere “immune da favoritismi”, e poi propone un altro esempio nei vv.2-4:

Infatti, se nella vostra adunanza entra un uomo con un anello d’oro, vestito splendidamente, e vi entra pure un povero vestito malamente, e voi avete riguardo a quello che veste elegantemente e [gli] dite: «Tu, siedi qui al posto d’onore»; e al povero dite: «Tu, stattene là in piedi», o «siedi [qui] in terra accanto al mio sgabello», non state forse usando un trattamento diverso e giudicando in base a ragionamenti malvagi?

Prima ancora, nel 1:26, Giacomo afferma che:

26 Se uno [fra voi] pensa di essere religioso, ma poi non tiene a freno la sua lingua e inganna se stesso, la sua religione è vana.

Questi sono tutti esempi di quello che Giacomo dice nei vv.22-25 del primo capitolo:

22 Ma mettete in pratica la parola e non ascoltatela soltanto, illudendo voi stessi. 23 Perché, se uno è ascoltatore della parola e non esecutore, è simile a un uomo che guarda la sua faccia naturale in uno specchio; 24 e quando si è guardato se ne va, e subito dimentica com’era. 25 Ma chi guarda attentamente nella legge perfetta, cioè nella legge della libertà, e in essa persevera, non sarà un ascoltatore smemorato, ma uno che la mette in pratica; egli sarà felice nel suo operare.

Per Giacomo, la fede è sempre pratica, ed è sempre praticata, o non è niente. Giacomo non ammette nessuna separazione tra “teoria” e “pratica”, tra “sapere” e “fare”, tra “fede” e “vita”. In questo, Giacomo è perfettamente d’accordo con Paolo che, in Galati 5:6, dice: “quello che vale è la fede che opera per mezzo dell’amore.” Paolo dice questo, ricordiamoci, nella stessa lettera in cui tre capitoli prima insiste che “l’uomo non è giustificato per le opere della legge, ma soltanto per mezzo della fede in Cristo Gesù” (Galati 2:16). Paolo non vedeva nessuna contraddizione nel dire che siamo giustificati solo per fede e che quella fede opera per mezzo dell’amore. La fede è l’albero, e le opere sono i frutti. Non sono le opere che danno vita alla fede, ma la fede che produce le opere. Allo stesso tempo, come un albero senza frutto o fogliame è morto, così la vera fede non può non produrre opere buone come i frutti della vita.

3) Giustificato Per Opere? (Giacomo 2:20-26)

20 Insensato! Vuoi renderti conto che la fede senza le opere non ha valore? 21 Abraamo, nostro padre, non fu forse giustificato per le opere quando offrì suo figlio Isacco sull’altare? 22 Tu vedi che la fede agiva insieme alle sue opere e che per le opere la fede fu resa completa; 23 così fu adempiuta la Scrittura che dice: «Abraamo credette a Dio, e ciò gli fu messo in conto come giustizia»; e fu chiamato amico di Dio. 24 Voi vedete [dunque] che l’uomo è giustificato per opere, e non per fede soltanto. 25 E così Raab, la prostituta, non fu anche lei giustificata per le opere quando accolse gli inviati e li fece ripartire per un’altra strada? 26 Infatti, come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta.

Questo non dovrebbe difficile da capire. Ma cosa vuol dire dopo quando Giacomo dice nel v.24 che “l’uomo è giustificato per opere, e non per fede soltanto?”. Per rispondere, dobbiamo prima vedere come Giacomo usa l’esempio di Abraamo come prova che, come dice nel v.20, “la fede senza le opere non ha valore”. Nel v.21, Giacomo richiama la nostra attenzione al momento quando Abraamo “offrì suo figlio Isacco sull’altare” e chiede: “non fu forse giustificato per le opere?” Adesso, un lettore attento del libro di Genesi dovrebbe subito accorgersi di un fatto interessante. La storia di Abraamo quando ha offerto Isacco sull’altare è riferita in Genesi 22. Ma è in Genesi 15:6 — un momento tanti anni prima, prima ancora che nascesse Isacco — che leggiamo che “Abraamo credette a Dio e ciò gli fu mezzo in conto come giustizia”, la frase che Giacomo cita nel v.23. È interessante che in Romani 4:2-5, Paolo cita questo stesso versetto come prova che Abraamo è stato giustificato solo per fede e non per opere:

Poiché se Abraamo fosse stato giustificato per le opere, egli avrebbe di che vantarsi, ma non davanti a Dio; infatti, che dice la Scrittura? «Abraamo credette a Dio e ciò gli fu messo in conto come giustizia». Ora a chi opera, il salario non è messo in conto come grazia, ma come debito; mentre a chi non opera ma crede in colui che giustifica l’empio, la sua fede è messa in conto come giustizia.

Quando però Giacomo cita Genesi 15:6, sembra arrivare a una conclusione diversa. Leggiamo di nuovo vv.22-23:

22 Tu vedi che la fede agiva insieme alle sue opere e che per le opere la fede fu resa completa; 23 così fu adempiuta la Scrittura che dice: «Abraamo credette a Dio, e ciò gli fu messo in conto come giustizia»

A questo punto, ci sono due possibilità. O Giacomo e Paolo interpretano lo stesso versetto di Genesi in modo contraddittorio, o la contraddizione è solo superficiale e non reale. Sono convinto che la seconda opzione è quella vera, e questo diventa chiaro quando leggiamo Giacomo attentamente. Abbiamo già osservato che Giacomo parla della giustificazione di Abraamo quando ha offerto Isacco in Genesi 22, anche se il versetto che Giacomo cita da Genesi che riporta la giustificazione di Abraamo si trova nel capitolo 15 e accade tanti anni prima nella vita di Abraamo. La chiave è la parola “adempiuta” nel v.23: quando Abraamo ha offerto Isacco in Genesi 22, si è adempiuto ciò che Genesi 15 aveva detto riguardante la giustificazione di Abraamo: “Abraamo credette a Dio e ciò gli fu mezzo in conto come giustizia”.

In altre parole, Giacomo non dice che Abraamo è stato giustificato davanti a Dio quando offrì Isacco, perché sa benissimo che era stato già giustificato per fede in Genesi 15. Giacomo dice invece che la giustificazione di Abraamo in Genesi 15 — che è avvenuto solo per fede — è stata “adempiuta” o “resa completa” (v.22) quando ha ubbidito al comandamento di Dio in Genesi 22. Se Abraamo avesse rifiutato di ubbidire a Dio quando gli ha ordinato di offrire Isacco, avrebbe dimostrato di non aver mai veramente creduto in lui. Avrebbe mostrato una fede “morta”, una fede “dei demoni”, non una fede che salva e giustifica. In questo senso Abraamo è stato “giustificato” per le sue opere: la sua ubbidienza ha mostrato la realtà della fede che tanti anni prima Dio gli aveva messo in conto come giustizia. Era solo per fede che Abraamo è stato giustificato davanti a Dio, e poi è stata l’ubbidienza di Abraamo che ha giustificato la realtà della sua fede.

Questo è il significato del v.24 che “l’uomo è giustificato per opere, e non per fede soltanto.” Solo la fede giustifica, ma sono le opere che poi “giustificano” la fede, dimostrandone la validità e l’autenticità. Di nuovo, Giacomo e Paolo sono pienamente d’accordo, anche se usano il concetto di “giustificazione” con sensi differenti. Paolo parla della giustificazione come il momento quando siamo riconciliati con Dio, quando passiamo dalla condanna al perdono, quando diventiamo figli di Dio invece dei suoi nemici. Quando Giacomo parla della giustificazione, si riferisce alla giustificazione della fede stessa, la dimostrazione che la fede che uno ha è quella viva e non quella morta. Il desiderio di Paolo è di farci sapere come possiamo essere giusti davanti a Dio; il desiderio di Giacomo è di farci sapere come distinguere la fede vera da quella falsa.

4) Conclusione: Generati Mediante La Parola (Giacomo 1:16-18)

1:16 Non v’ingannate, fratelli miei carissimi; 17 ogni cosa buona e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre degli astri luminosi presso il quale non c’è variazione né ombra di mutamento. 18 Egli ha voluto generarci secondo la sua volontà mediante la parola di verità, affinché in qualche modo siamo le primizie delle sue creature.

Nonostante l’accento che Giacomo pone sulla praticità della fede nella forma di ubbidienza e di opere buone, non vuole in nessun modo minimizzare la necessità e il potere della grazia di Dio nel salvarci, risuscitandoci a nuova vita dalla morte del peccato. Tutte le sue esortazioni a manifestare la nostra fede nei vari aspetti della vita quotidiana sono radicate nella sua convinzione che è Dio, e non noi, che ha fatto tutto. Così ci avverte nel 1:16-17 di non ingannarci e pensare che in qualche modo abbiamo noi ottenuto il favore di Dio nei nostri confronti, perché in realtà “ogni cosa buona e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre degli astri luminosi presso il quale non c’è variazione né ombra di mutamento”. Sbagliamo se pensiamo di avere anche la più minima cosa buona nella vita grazie alle nostre capacità. Tutto è un dono di Dio, e quindi per tutto dobbiamo ringraziare solo e sempre lui.

In più, Giacomo ci ricorda in 1:18 che è Dio che “ha voluto generarci secondo la sua volontà” (e non la nostra!) “mediante la parola di verità, affinché in qualche modo siamo le primizie delle sue creature”. Solo quando Dio ci genera a nuova vita mediante la sua parola siamo in grado di poter ascoltare e mettere in pratica quella parola. Non siamo noi che mettendo in pratica la parola ci generiamo da soli. Prima dobbiamo essere generati dalla parola, e poi possiamo osservarla. La capacità di ubbidire alla parola viene dalla parola stessa e non dalle nostre forze.

Quindi, quando Giacomo parla dopo dell’importanza delle buone opere, non è per schiacciarci di nuovo sotto un fardello di una perfezione a cui verremo sempre meno. Ci chiama semplicemente a vivere nel potere della grazia che Dio opera in noi da quando ci ha generato mediante la sua parola. E se ci ha generato mediante la sua parola, sarà sempre quella parola che ci renderà capaci di compiere le buone opere come prova della nostra salvezza. Come promette Salmo 1, coloro che trovano diletto nella parola di Dio e che la meditano giorno e notte saranno come un albero piantato vicino ai ruscelli che porta sempre il suo frutto e il cui fogliame non appassisce mai.

Tornando a Efesini 2:8-9, troviamo un chiarissimo riassunto di tutto quello che Giacomo dice se aggiungiamo anche il v.10:

Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi: è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti; 10 infatti siamo opera sua, essendo stati creati in Cristo Gesù per fare le opere buone, che Dio ha precedentemente preparate affinché le pratichiamo.

Fratelli e sorelle, siamo stati creati da Dio in Cristo per fare le opere buone. Tramite la stessa grazia con cui ci ha salvato senza le nostre opere, Dio ha promesso di produrle in noi, come un albero vivo porta il suo frutto. Teniamo allora lo sguardo su di lui, radicati nella sua parola, e pratichiamo le buone opere che ha precedente preparato per noi. Sarà il nostro privilegio e anche il nostro piacere!

Luca 23: Predichiamo Cristo Crocifisso

1 Poi tutta l’assemblea si alzò e lo condussero da Pilato. E cominciarono ad accusarlo, dicendo: «Abbiamo trovato quest’uomo che sovvertiva la nostra nazione, vietava di pagare i tributi a Cesare e diceva di esserelui il Cristo re». Pilato lo interrogò, dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?» E Gesù gli rispose: «Tu lo dici». Pilato disse ai capi dei sacerdoti e alla folla: «Non trovo nessuna colpa in quest’uomo». Ma essi insistevano, dicendo: «Egli sobilla il popolo insegnando per tutta la Giudea; ha cominciato dalla Galilea ed è giunto fin qui».

Quando Pilato udì questo, domandò se quell’uomo fosse Galileo. Saputo che egli era della giurisdizione di Erode, lo mandò da Erode, che si trovava anch’egli a Gerusalemme in quei giorni. Quando vide Gesù, Erode se ne rallegrò molto, perché da lungo tempo desiderava vederlo, avendo sentito parlare [molto] di lui; e sperava di vedergli fare qualche miracolo. Gli rivolse molte domande, ma Gesù non gli rispose nulla. 10 Or i capi dei sacerdoti e gli scribi stavano là, accusandolo con veemenza. 11 Erode, con i suoi soldati, dopo averlo vilipeso e schernito, lo vestì di un manto splendido e lo rimandò da Pilato. 12 In quel giorno, Erode e Pilato divennero amici; prima infatti c’era stata inimicizia tra loro.

13 Pilato, riuniti i capi dei sacerdoti, i magistrati e il popolo, disse loro: 14 «Mi avete condotto quest’uomo come sobillatore del popolo; ed ecco, dopo averlo esaminato in presenza vostra, non ho trovato in lui nessuna delle colpe di cui l’accusate, 15 e neppure Erode, poiché egli l’ha rimandato da noi. Ecco, egli non ha fatto nulla che sia degno di morte. 16 Perciò, dopo averlo castigato, lo libererò».

17 [Ora egli aveva l’obbligo di liberare loro un carcerato in occasione della festa;] 18 ma essi gridarono tutti insieme: «Fa’ morire costui e liberaci Barabba!» 19 Barabba era stato messo in prigione a motivo di una sommossa avvenuta in città e di un omicidio. 20 E Pilato [dunque] parlò loro di nuovo perché desiderava liberare Gesù; 21 ma essi gridavano: «Crocifiggilo, crocifiggilo!» 22 Per la terza volta egli disse loro: «Ma che male ha fatto? Io non ho trovato nulla in lui, che meriti la morte. Perciò, dopo averlo castigato, lo libererò». 23 Ma essi insistevano a gran voce, chiedendo che fosse crocifisso; e le loro grida [e quelle dei capi dei sacerdoti] finirono per avere il sopravvento. 24 Pilato decise che fosse fatto quello che domandavano: 25 liberò colui che era stato messo in prigione per sommossa e omicidio, e che essi avevano richiesto, ma abbandonò Gesù alla loro volontà.

Introduzione

Il capitolo 23 di Luca continua la narrazione che porta il vangelo al culmine, cioè la crocifissione di Gesù.  Questo non è solo una caratteristica del vangelo di Luca ma costituisce anche il messaggio principale dell’intera Bibbia e la base dell’intera fede cristiana. In 1 Corinzi 1:22-23, l’apostolo Paolo dichiara che “i Giudei infatti chiedono miracoli e i Greci cercano sapienza, ma noi predichiamo Cristo crocifisso”. Paolo qui condensa tutta la sua predicazione apostolica in solo due parole: “Cristo crocifisso”. Se comprendiamo questo, comprendiamo tutto. D’altronde, se perdiamo questo, perdiamo tutto. Quindi, l’importanza del messaggio di questo capitolo non può essere esagerata né sopravvalutata.

Allo stesso tempo, non dobbiamo presuppore di conoscere già il vangelo in modo da trascurare i dettagli particolari con cui Luca dà colore a esso. Infatti, il motivo per cui abbiamo quattro vangeli e non uno solo (per non parlare degli altri scritti del Nuovo Testamento) è proprio per farci vedere tutto lo splendore prismatico del messaggio di “Cristo crocifisso”. Il vangelo, come lo ha descritto qualcuno, è talmente semplice che un bambino lo può capire ma anche talmente profondo che un’intera vita non basta per sondarlo pienamente. Come vedremo, il capitolo 23 di Luca prende la frase “Cristo crocifisso” e ce la fa vedere in colori forti e vivaci. Di conseguenza, vediamo Gesù non come un’astrazione o una teoria ma come una persona reale che parla, agisce e si relaziona con noi ancora oggi. Luca ci dà la possibilità di udire le grida della folla, di sentire l’odore del sudore e del sangue e di sperimentare in prima persona gli avvenimenti riferiti. Il nostro studio proseguirà secondo i seguenti titoli: 1) una conciliazione improbabile, 2) una condanna devastante e 3) un amore incomprensibile.

1) Una Conciliazione Improbabile (23:1-25)

Cominciamo con il primo punto: una conciliazione improbabile. Non si può parlare di “Cristo crocifisso” senza fare riferimento a tutti gli altri protagonisti (o forse meglio chiamarli “antagonisti”) coinvolti. Il primo versetto del capitolo dice che “tutta l’assemblea si alzò e lo condussero da Pilato”. Rammentando che la suddivisione del testo in capitoli e versetti non esisteva nei manoscritti originali, guardiamo indietro e ci ricordiamo chi sono questi che portano Gesù davanti a Pilato, il governatore romano sulla città di Gerusalemme e sulla regione circostante della Giudea: “Appena fu giorno, gli anziani del popolo, i capi dei sacerdoti e gli scribi si riunirono e lo condussero nel loro sinedrio” (22:66). Dopo aver dichiarato Gesù “colpevole” di bestemmia, questi trascinano Gesù davanti a Pilato perché sotto la legge romana non hanno il diritto di eseguire la pena capitale.

Ma sanno anche che l’accusa di bestemmia non sarà sufficiente a convincere Pilato che Gesù deve essere giustiziato. Ecco perché nel v.2 lo accusano dicendo “Abbiamo trovato quest’uomo che sovvertiva la nostra nazione, vietava di pagare i tributi a Cesare e diceva di essere lui il Cristo re”. Tutte menzogne. Gesù non sovvertiva la nazione ma era venuto per salvarla. Non vietava di pagare i tributi a Cesare; anzi diceva esplicitamente di “rendere a Cesare ciò che è di Cesare” (Luca 20:25). Inoltre, Gesù non diceva di essere il Cristo, almeno non nel modo e nel senso in cui loro l’accusano. Gesù infatti proibiva le persone di spargere la voce di “lui il Cristo re” proprio perché ne avevano un’idea completamente contraria a quella di Gesù. Quindi, alla loro colpa di condannare Gesù per bestemmia i leader religiosi aggiungono anche questa: rendono falsa testimonianza di Gesù per farlo morire.

Pilato, dalla sua parte, non ne rimane persuaso e risponde: “Non trovo nessuna colpa in quest’uomo” (v.4). Mentre Pilato, da un lato, percepisce subito l’inganno e non vuole farsi manipolare, dall’altro ha paura di istigare un tumulto tra gli ebrei. Crede di aver trovato una via di scampo quando sente dire che Gesù, prima di insegnare “per tutta la Giudea ha cominciato dalla Galilea” (v.5). La Galilea è la giurisdizione di Erode, e Pilato dunque pensa di poter scaricare la responsibilità di giudicare Gesù su di lui. 

Il piano di Pilato sembra funzionare all’inizio, perché capita che Erode si trovi a Gerusalemme per la Pasqua. In più, come dice il v.8, “Erode se ne rallegrò molto, perché da lungo tempo desiderava vederlo, avendo sentito parlare [molto] di lui; e sperava di vedergli fare qualche miracolo”. Erode, come Luca ci dice nel v.12, era fino a questo momento nemico di Pilato, essendo stato il suo rivale politico al nord. Erode (chiamato il “tetrarca”) era figlio di Erode il Grande, mezzo ebreo e pretendente al titolto “re dei Giudei”. Questo è lo stesso Erode che ha fatto decapitare Giovanni il battista, e sapevamo già dal capitolo 9 che voleva tanto vedere Gesù, avendo udito parlarne molto. In particolare, Luca ci dice che Erode “sperava di vedergli fare qualche miracolo”. Non rimaniamo stupiti dunque quando Gesù non gli riponde nulla anche se Erode gli rivolge molte domande. Come qualcuno ha osservato, il silenzio di Gesù (o si può dire anche di Dio) non significa che non esista ma semplicemente che non è il “buffone di corte” a cui possiamo far fare qualsiasi nostro desiderio. Deluso, Erode lo rimanda da Pilato, ma solo “dopo averlo vilipeso e schernito” (v.11).

A questo punto Luca inserisce un commento nel v.12 che all’inizio sembra una digressione: “In quel giorno, Erode e Pilato divennero amici; prima infatti c’era stata inimicizia tra loro.” Se però stiamo leggendo il testo con attenzione, non ci è sfuggito un altro dettaglio interessante nel v.10 “i capi dei sacerdoti e gli scribi stavano là, accusandolo con veemenza” (v.10). Come Erode e Pilato, anche questi erano nemici. Abbiamo già visto come gli scribi, insieme ai farisei, si erano opposti accanitamente a Gesù. Storicamente, però, i farisei e gli scribi erano i rivali religiosi dei sacerdoti (che erano maggiormente sadducei). Eccoli qui però, entrambi i gruppi uniti dallo stesso scopo: di far morire Gesù.

Quando poi nel v.13 Gesù viene riportato davanti a Pilato, leggiamo che sono anche “riuniti i capi dei sacerdoti, i magistrati e il popolo”. La scena successiva in cui Pilato tenta di liberare Gesù offrendolo al posto del pericoloso e veramente colpevole Barabba serve per coinvolgere tutto il popolo nel cercare la morte di Gesù. Fino a questo punto, sono stati i leader politici e religiosi a far girare gli ingranaggi del processo. Ma ora, presentata l’opportunità di liberare Gesù l’innocente, il popolo dimostra la sua complicità nel gridare: “Fa’ morire costui e liberaci Barabba!” (v.18).

Questo ci invita alla riflessione. Coinvolte nell’assassinio di Gesù sono molte persone diverse con motivazioni varie. Gli scribi vogliono uccidere Gesù per invidia. I sacerdoti vogliono uccidere Gesù per aver minacciato la loro ricchezza e influenza sul popolo. Erode è incuriosito da Gesù ma alla fine lo considera un concorrente al titolo “re dei Giudei”. Pilato non vuole giustiziare un uomo innocente ma si preoccupa più della precarietà della sua posizione come governatore e di ciò che gli succederebbe se lasciasse scoppiare una rivolta. Il popolo rappresenta indubbiamente un miscuglio di idee: quelli che si aspettano un messia militare, quelli che per paura non vogliono contrastare l’opinione prevalente, quelli che per pura ingenuità si lasciano ingannare. Ma a prescindere da tutte queste differenze, antipatie e inimicizie, tutti quanti sono accomunati dall’unico desiderio di far morire Gesù.

Questa è la conciliazione improbabile di cui parlavo prima, “conciliazione” nel senso che qui nemici diventano amici e avversari diventano collaboratori, e “improbabile” nel senso che niente meno della morte di Gesù poteva realizzarla. Pur avendo un lato decisamente negativo, questo elemento nella storia illustra un fatto significativo del vangelo di Cristo crocifisso. Oggi come oggi si parla molto di compassione, di tolleranza, di fratellanza, di amore per il prossimo, ma tutti questi sentimenti, benché nobili, non sono capaci di realizzare perfettamente e definitivamente il sogno della pace tra individui, popoli e nazioni. Come illustrato qui, solo il sangue di Cristo sparso sulla croce compie la vera riconciliazione nel mondo. Come spiega Paolo in Efesini 2:13-16

13 Ma ora, in Cristo Gesù, voi che allora eravate lontani siete stati avvicinati mediante il sangue di Cristo. 14 Lui, infatti, è la nostra pace; lui, che dei due popoli ne ha fatto uno solo e ha abbattuto il muro di separazione, abolendo nel suo corpo terreno la causa dell’inimicizia, 15 la legge fatta di comandamenti in forma di precetti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo facendo la pace; 16 e per riconciliarli tutti e due con Dio in un corpo unico mediante la croce, sulla quale fece morire l’inimicizia.

Tuttavia, la riconciliazione di cui parla Paolo non è quella realizzata in Luca 23. La “conciliazione improbabile” dei vari gruppi e personaggi contro Gesù costituisce in realtà il secondo punto di questo capitolo, che sto chiamando “una condanna devastante”. È vero che qui la crocifissione di Gesù riunisce le persone precedentemente separate, ma la conseguenza è la loro condanna per ciò che fanno. Proseguiamo nella lettura del capitolo.

2) Una Condanna Devastante (23:26-31)

26 Mentre lo portavano via, presero un certo Simone, di Cirene, che veniva dalla campagna, e gli misero addosso la croce perché la portasse dietro a Gesù. 27 Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che facevano cordoglio e lamento per lui. 28 Ma Gesù, voltatosi verso di loro, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete per me, ma piangete per voi stesse e per i vostri figli. 29 Perché, ecco, i giorni vengono nei quali si dirà: “Beate le sterili, i grembi che non hanno partorito e le mammelle che non hanno allattato”. 30 Allora cominceranno a dire ai monti: “Cadeteci addosso!” e ai colli: “Copriteci!”. 31 Perché se fanno questo al legno verde, che cosa sarà fatto al secco?»

Mentre Gesù cammina verso il luogo della crocifissione, incontra delle donne che fanno “cordoglio e lamento per lui” (v.27). La risposta di Gesù è inaspettata e sconvolgente: “Figlie di Gerusalemme, non piangete per me, ma piangete per voi stesse e per i vostri figli” (v.28). La breve profezia che segue richiama il discorso di Gesù riportato nel capitolo 21 sul giudizio che dopo breve tempo avrebbe colpito Gerusalemme e la sua popolazione, un giudizio così terribile che la gente avrebbe preferito piuttosto rimanere schiacciata dai monti. “Perché se fanno questo al legno verde, che cosa sarà fatto al secco?” In altre parole, se Gesù il giusto (qui rappresentato dal “legno verde”) viene trattato in questo modo, cosa succederà al “legno secco”, cioè a quelli che sono i veri colpevoli in questa scena, quando divampa il fuoco del giudizio? Questa è la condanna devastante che risulta dal rifiutare Gesù. Chi rifiuta Gesù condanna se stesso, e la condanna, come esemplificato nella distruzione di Gerusalemme nell’anno 70 d.C., è devastante.

Anche questo ci invita alla riflessione personale. Sarebbe troppo facile per noi leggere questa storia “a distanza”, credendo di non essere anche noi coinvolti in questa vicenda: “Ma sono cose avvenute 2000 anni fa; non riguardano noi oggi!” Oppure, sarebbe troppo facile per noi esimerci dalla colpa e dalla condanna degli accusatori di Gesù: “Certamente io non farei mai una cosa del genere!” Però, se ascoltiamo bene il messaggio di questo capitolo, non possiamo né mantenerci a distanza da questa vicenda né esentarci dalla stessa colpa di coloro che hanno gridato per la crocifissione di Gesù. La realtà è questa: incontrare Gesù significa sempre essere costretti a fare una scelta di vita e di morte. Non importa che viviamo 2000 anni dopo questi fatti. Prima o poi Gesù ci porta tutti a un momento di verità in cui dobbiamo decidere se vogliamo accettarlo (il che richiede che siamo crocifissi e moriamo con Gesù) o rifiutarlo (che costituisce in sostanza lo stesso crimine commesso dai suoi assassini). Gesù dichiara questo esplicitamente in Luca 9:23-24:

23 Diceva poi a tutti: «Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua. 24 Perché chi vorrà salvare la sua vita la perderà, ma chi avrà perduto la propria vita per causa mia la salverà.

Questa regola vale in tutti i tempi e in tutti i luoghi nei confronti di tutte le persone: quando si incontra Gesù, qualcuno deve morire. O ci lasciamo morire noi (per poter essere salvati) o con il nostro rifiuto pretendiamo ancora una volta la morte di Gesù. Ma siccome Gesù è già morto una volta per sempre e non può morire più, il nostro rifiuto di lui è una forma di suicidio eterno, ovvero una condanna devastante.

Eppure, nonostante le false accuse, gli insulti, le ingiustizie e l’odio nei suoi confronti, Gesù dimostra un amore incomprensibile nei confronti dei suoi nemici, un amore che si può descrivere solo come l’amore di Dio. Questo amore è il terzo punto che vogliamo considerare insieme. Proseguiamo nella lettura del capitolo.

3) Un Amore Incomprensibile (23:32-43)

32 Ora altri due, malfattori, erano condotti per essere messi a morte insieme a lui. 33 Quando furono giunti al luogo detto «il Teschio», vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. 34 {Gesù diceva: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno».} Poi divisero le sue vesti, tirandole a sorte. 35 Il popolo stava a guardare. E anche i magistrati [insieme a loro] si beffavano di lui, dicendo: «Ha salvato altri, salvi se stesso, se è il Cristo, l’Eletto di Dio!» 36 Pure i soldati lo schernirono, accostandosi, presentandogli dell’aceto e dicendo: 37 «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso!» 38 Vi era anche questa iscrizione sopra il suo capo [in caratteri greci, latini ed ebraici]: «Questo è il re dei Giudei».

39 Uno dei malfattori appesi lo insultava, dicendo: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!» 40 Ma l’altro lo rimproverava, dicendo: «Non hai nemmeno timor di Dio, tu che ti trovi nel medesimo supplizio? 41 Per noi è giusto, perché riceviamo la pena che ci meritiamo per le nostre azioni, ma questi non ha fatto nulla di male». 42 E diceva: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno!» 43 Ed egli gli disse: «Io ti dico in verità, oggi tu sarai con me in paradiso».

Proprio nel momento in cui viene inchiodato sulla croce, Gesù prega Dio dicendo: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno” (v.34). Che amore è questo che dopo essere stato tradito, abbandonato, schernito, e messo a morte, perdona chi n’è colpevole! È davvero incomprensibile. Ma questo è il motivo per cui Gesù, lungi dall’essere una vittima, era disposto a sacrificare la sua vita. Come Figlio di Dio, Gesù era colui che aveva il diritto di giudicare il mondo. Tuttavia, si è fatto giudicare al nostro posto; “il Giudice giudicato al nostro posto”, come disse il teologo Karl Barth. Per il suo grande amore per noi, e non volendo perderci alla rovina a cui ci eravamo noi destinati, Gesù ci ha sostituito sotto la giusta condanna dei nostri misfatti. Eravamo noi come Barabba, colpevoli e senza speranza, ma è intervenuto Gesù, offrendo la sua vita al posto della nostra. Gesù, il giusto, si è fatto trattare come noi, affinché noi, i colpevoli, potessimo essere trattati come lui, diventando giusti, santi e irreprensibili davanti a Dio.

Con il malfattore sulla croce, Luca ci fornisce un bellissimo esempio di questo. Quando “uno dei malfattori appesi lo insultava”, aggiungendo la sua voce a tutte le altre che accusavano e deridevano Gesù, l’altro si rivolge a Gesù con una semplicissima supplica: “Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno” (v.42). Nascosta in questa breve preghiera è una grande fede. Quando tutti gli altri guardavano Gesù e vedevano uno scandalo, questo vedeva la grazia di Dio. Quando gli altri vedevano follia, questo vedeva la saggezza di Dio. Quando gli altri vedevano una minaccia alla loro vita, questo vedeva la salvezza della sua vita. Gesù dunque gli risponde con queste belle parole: Io ti dico in verità, oggi tu sarai con me in paradiso” (v.43).

Non dovremmo però supporre che questo malfattore fosse l’eccezione alla regola, diverso dai sacerdoti, dagli scribi, da Pilato, da Erode, e dalla folla, l’unico a non aver contribuito alla morte di Gesù e quindi esente dalla condanna. No, è proprio perché lui riconosceva non solo chi era Gesù, ma anche ammetteva di essere appunto un malfattore che moriva come era degno. Come dice nel v.41: “Per noi è giusto, perché riceviamo la pena che ci meritiamo per le nostre azioni, ma questi non ha fatto nulla di male”.

Ecco la potenza di Dio alla salvezza rivelata in Cristo crocifisso: il potere di trasformare il cuore affinché il malfattore si ravveda e fissi i suoi occhi su Gesù come Salvatore e Signore. Questo malfattore è un esempio lampante della grazia proprio perché ci fa capire che non c’è nulla, proprio nulla, che possiamo né dobbiamo fare per essere amati, perdonati e salvati da Gesù. Nei suoi ultimi momenti di vita, questo malfattore non aveva tempo per compiere opere buone o per dimostrare la sua sincerità o per cambiare la sua vita in bene. Aveva tempo solo per guardare Gesù e porre fiducia in lui, chiedendogli semplicemente: “ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno”.

Questo è l’amore incomprensibile di Dio in Cristo, che ci ama in modo incondizionato, che si sacrifica per noi senza aspettare che noi ne diventiamo degni. Questo è l’amore che Paolo elogia in Romani 5:6-8:

Infatti, mentre noi eravamo ancora senza forza, Cristo, a suo tempo, è morto per gli empi. Difficilmente uno morirebbe per un giusto, ma forse per una persona buona qualcuno avrebbe il coraggio di morire; Dio invece mostra il proprio amore per noi in questo: che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.

Quando la realtà di questo amore incomprensibile comincia a penetrare nel profondo del nostro cuore, ci riempie di una speranza incrollabile che ci permette di affrontare e sopportare con perseveranza e coraggio qualsiasi difficoltà. In Romani 8:31-39, Paolo descrive questa speranza incrollabile, e con questo concludiamo (anche perché non c’è modo per dirlo meglio di così):

31 Che diremo dunque riguardo a queste cose? Se Dio è per noi chi sarà contro di noi? 32 Colui che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per noi tutti, non ci donerà forse anche tutte le cose con lui? 33 Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio è colui che li giustifica. 34 Chi li condannerà? Cristo Gesù è colui che è morto e, ancor più, è risuscitato, è alla destra di Dio e anche intercede per noi. 35 Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Sarà forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?… 37 Ma, in tutte queste cose, noi siamo più che vincitori, in virtù di colui che ci ha amati. 38 Infatti sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, 39 né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potranno separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore.

Amen!

Luca 21:5-37: Levate il Capo Perché La Liberazione Si Avvicina

1) I Segni della Fine (21:5-24)

Mentre alcuni parlavano del tempio, di come fosse adorno di belle pietre e di doni votivi, egli disse: «Verranno giorni in cui di tutte queste cose che voi ammirate non sarà lasciata pietra su pietra che non sia diroccata». Essi gli domandarono: «Maestro, quando avverranno dunque queste cose? E quale sarà il segno che tutte queste cose stanno per compiersi?»

Egli disse: «Guardate di non farvi ingannare; perché molti verranno in nome mio, dicendo: “Sono io”; e: “Il tempo è vicino”. Non andate [dunque] dietro a loro. Quando sentirete parlare di guerre e di sommosse, non siate spaventati, perché bisogna che queste cose avvengano prima; ma la fine non verrà subito». 10 Allora disse loro: «Insorgerà nazione contro nazione e regno contro regno; 11 vi saranno grandi terremoti e, in vari luoghi, pestilenze e carestie; vi saranno fenomeni spaventosi e grandi segni dal cielo. 12 Ma prima di tutte queste cose, vi metteranno le mani addosso e vi perseguiteranno consegnandovi alle sinagoghe e mettendovi in prigione, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome. 13 Ma ciò vi darà occasione di rendere testimonianza. 14 Mettetevi dunque in cuore di non premeditare come rispondere a vostra difesa, 15 perché io vi darò una parola e una sapienza alle quali tutti i vostri avversari non potranno opporsi né contraddire. 16 Voi sarete traditi perfino da genitori, fratelli, parenti e amici; faranno morire parecchi di voi 17 e sarete odiati da tutti a causa del mio nome; 18 ma neppure un capello del vostro capo perirà. 19 Con la vostra costanza salverete le vostre vite.

20 «Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, allora sappiate che la sua devastazione è vicina. 21 Allora quelli che sono in Giudea fuggano sui monti, e quelli che sono in città se ne allontanino; e quelli che sono nella campagna non entrino nella città. 22 Perché quelli sono giorni di vendetta, affinché si adempia tutto quello che è stato scritto. 23 Guai alle donne che saranno incinte, e a quelle che allatteranno in quei giorni! Perché vi sarà grande calamità nel paese e ira su questo popolo. 24 Cadranno sotto il taglio della spada e saranno condotti prigionieri fra tutti i popoli; e Gerusalemme sarà calpestata dai popoli, finché i tempi delle nazioni siano compiuti.

25 Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle; sulla terra, angoscia delle nazioni, spaventate dal rimbombo del mare e delle onde. 26 Gli uomini verranno meno per la paurosa attesa di quello che starà per accadere al mondo, poiché le potenze dei cieli saranno scrollate. 27 Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nuvola con potenza e grande gloria.

A) Il contesto del discorso di Gesù (vv.5-7)

Il capitolo 21 del vangelo di Luca riporta uno dei discorsi più famosi di Gesù, quello che concerne “gli ultimi tempi”. Ci sono tante interpretazioni riguardanti i vari dettagli e simboli presenti nel discorso, ma non dovremmo per questo perdere di vista il messaggio principale che Gesù voleva trasmettere ai suoi discepoli che vale tanto per noi oggi quanto per loro. Il messaggio è questo (v.28): “Ma quando queste cose cominceranno ad avvenire, rialzatevi, levate il capo, perché la vostra liberazione si avvicina”. È un messaggio dunque di speranza e di incoraggiamento per tempi instabili e tribolati, proprio come quello che stiamo attraversando adesso. È un messaggio che ci permette di “non temere se la terra è sconvolta”, come ci esorta Salmo 46:2. È un messaggio che ci infonda la “costanza” fino alla salvezza delle nostre vite, come dichiara Gesù nel v. 19 di questo capitolo. Quindi, è importante che ne facciamo tesoro.

Innanzitutto però dobbiamo capire il contesto e l’occasione del discorso di Gesù. Notiamo come “alcuni parlavano del tempio, di come fosse adorno di belle pietre e di doni votivi”, e che Gesù risponde annunciando: “verranno giorni in cui di tutte queste cose che voi ammirate non sarà lasciata pietra su pietra che non sia diroccata”. Ricordiamoci che il tempio, oltre ad essere il luogo di culto centrale degli ebrei, era anche il loro simbolo nazionale più importante. Senza la monarchia davidica che era caduta durante l’invasione babilonese nel sesto secolo a.C., il tempio — ricostruito da Erode — fungeva da simbolo dell’esistenza e dell’identità del popolo ebraico. Il tempio, tramite il culto, i sacrifici e il sacerdozio, serviva per garantire la presenza di Dio in mezzo a loro e la loro sopravvivenza come popolo.

Anche se non facile, dobbiamo cercare di immaginarci quanto catastrofica sarebbe stata (e che poi fu davvero) la sua distruzione. Quando nell’anno 70 d.C. i romani compirono questa profezia di Gesù e distrussero il tempio, non passò tanto tempo prima che Israele cessasse di esistere come una sola nazione nel suo paese, una situazione che sarebbe durata fino al secolo scorso. In poche parole, la fine del tempio significava la fine d’Israele come nazione. Perciò, è comprensibile che i discepoli gli chiedano subito nel v.7: “Maestro, quando avverranno dunque queste cose? E quale sarà il segno che tutte queste cose stanno per compiersi?” Vogliono, devono sapere quando succederà tutto questo perché devono essere preparati. Sono queste le domande a cui Gesù risponde con il discorso che il resto del capitolo riferisce.

B) La devastazione di Gerusalemme (vv.20-24)

Mentre leggiamo il discorso è necessario tenere a mente questi fatti. Il riferimento principale di Gesù non è il lontano futuro ma ciò che accadrà a Gerusalemme durante le vite dei suoi discepoli, come afferma chiaramente nel v.32: “In verità vi dico che questa generazione non passerà prima che tutte queste cose siano avvenute.” Ancora più convincente è l’esortazione ai suoi discepoli nel vv.20-21: “Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, allora sappiate che la sua devastazione è vicina. Allora quelli che sono in Giudea fuggano sui monti, e quelli che sono in città se ne allontanino; e quelli che sono nella campagna non entrino nella città.” E ancora nei vv.23-24: Guai alle donne che saranno incinte, e a quelle che allatteranno in quei giorni! Perché vi sarà grande calamità nel paese e ira su questo popolo. Cadranno sotto il taglio della spada e saranno condotti prigionieri fra tutti i popoli; e Gerusalemme sarà calpestata dai popoli, finché i tempi delle nazioni siano compiuti.”

Dovrebbe essere evidente che queste dichiarazioni hanno a che fare con la città di Gerusalemme e il popolo ebraico del primo secolo e, come la storia conferma, furono adempiute nell’anno 70 d.C. Non dobbiamo dunque interpretare questo discorso di Gesù come se parlasse principalmente di tutti i tempi successivi fino ai giorni nostri.

C) La prospettiva profetica del discorso (vv.25-27)

Tutto ciò non significa, però, che il discorso di Gesù non sia attuale per noi oggi. Dobbiamo tenere a mente anche un altro fatto, quello della “prospettiva profetica” che troviamo spesso negli scritti profetici della Bibbia. Nella prospettiva profetica, eventi futuri vengono spesso condensati o sovrapposti in modo da renderli indistinguibili gli uni dagli altri. Oppure, una certa profezia può avere due o più riferimenti: uno nel futuro immediato e un altro nel futuro lontano. In questo caso, il primo adempimento della profezia funge da “anteprima” o “anticipazione” del secondo (o eventualmente di un terzo o di un quarto) adempimento.

Un esempio lampante è la promessa di Genesi 3:15 quando Dio, parlando al serpente nel giardino d’Eden, annuncia: “Io porrò inimicizia fra te e la donna, e fra la tua progenie e la progenie di lei; questa progenie ti schiaccerà il capo e tu le ferirai il calcagno». Questa promessa, come ben sappiamo, fu adempiuta da Gesù quando morì e poi risuscitò, trionfando sul peccato e sulla morte. Tempo fa, però, quando abbiamo studiato il primo capitolo di Luca, abbiamo scoperto che questa profezia ebbe un adempimento già prima in Giudici 5:24-27 dove una donna chiamata Iael viene lodata per aver letteralmente schiacciato la testa del nemico d’Israele, cioè di Sisera, condottiero dell’esercito del re che per tanti anni aveva oppresso il popolo. In Luca 1:42, Elisabetta va a trovare Maria e usa le parole di Giudici 5:24 per benedire la madre di Gesù. Il punto di tutto questo è che prima di essere pienamente adempiuta da Gesù, la promessa di Genesi 3:15 ebbe altri adempimenti preliminari — come nell’episodio di Iael in Giudici — che anticipavano il più grande adempimento ancora a venire.

Il discorso di Gesù in Luca 21 manifesta questo tipo di prospettiva profetica. Essa viene fuori in modo particolare nei vv.25-27 che parlano di “segni nel sole, nella luna e nelle stelle; sulla terra, angoscia delle nazioni, spaventate dal rimbombo del mare e delle onde. Gli uomini verranno meno per la paurosa attesa di quello che starà per accadere al mondo, poiché le potenze dei cieli saranno scrollate.” Notiamo qui che siamo passati da ciò che accadrà a Gerusalemme a ciò che accadrà “al mondo”, proprio prima del ritorno di Gesù “su una nuvola con potenza e grande gloria”. Queste osservazioni indicano che, mentre Gesù si riferiva principalmente agli eventi che avrebbero portato alla distruzione del tempio nel 70 d.C., nella prospettiva profetica fanno da “anteprima” di ciò che succederà in tutti i tempi fino al ritorno di Cristo.

2) La Vostra Liberazione Si Avvicina (21:28)

28 Ma quando queste cose cominceranno ad avvenire, rialzatevi, levate il capo, perché la vostra liberazione si avvicina».

È a questo punto nel capitolo che giungiamo al punto centrale del discorso di Gesù, l’esortazione che vale tanto per noi oggi quanto valeva per i suoi discepoli nel primo secolo. I discepoli di Gesù di tutti i tempi e in tutti i luoghi dovrebbero essere caratterizzati così: quando “queste cose” avvengono, noi ci rialziamo, leviamo il capo, perché la nostra liberazione si avvicina. Quali sono “queste cose” di cui Gesù parlava? Sono i “segni” profetizzati da Gesù nei vv.8-18, i segni che precedettero la distruzione di Gerusalemme in Israele nel primo secolo e gli stessi segni che, al livello mondiale, precederanno il ritorno di Gesù. Riassumendo, questi segni sono:

  • Ingannatori (v.8)
  • Guerre e sommosse, nazione contro nazione (vv.9-10)
  • Terremoti (v.11)
  • Pestilenze (v.11)
  • Carestie (v.11)
  • Fenomeni spaventosi (v.11)
  • Grandi segni dal cielo (v.11)
  • Persecuzione (vv.12, 16-17)

Questo è rimarchevole. A differenza di coloro che (secondo v.26) “verranno meno per la paurosa attesa di quello che starà per accadere al mondo”, i seguaci di Gesù devono rialzarsi e levare il capo. Mentre tutti gli altri vedono il mondo afflitto da guerre e disastri naturali, epidemie e ingiustizie, e a causa di tutto ciò perdono fiducia, si disperano e si arrabbiano con Dio, i discepoli di Gesù rafforzano la loro fiducia, aumentano la loro speranza e si riposano nella pace di Dio. Lungi dall’essere per loro un motivo di ansia e di angoscia, questi tremendi avvenimenti diventano per loro occasione di una fede più forte e di una speranza più certa. Come mai?

La risposta di Gesù ci dice tutto: “perché la vostra liberazione si avvicina”. Per il discepolo di Gesù, tutte queste brutte cose non sono altro che i segni della loro liberazione, proprio come per una donna incinta le doglie del parto sono i segni che presto nascerà la gioia di una nuova vita. E per l’attento lettore del vangelo di Luca, questa promessa è fondata nella realtà della morte e della risurrezione di Gesù stesso. Nel senso più grande, i segni predetti da Gesù si riferiscono alla tribolazione che lui doveva subire solo qualche giorno dopo. Notiamo come Luca nel capitolo 23 narra la morte di Gesù sulla croce:

44 Era circa l’ora sesta, e si fecero tenebre su tutto il paese fino all’ora nona; 45 il sole si oscurò e la cortina del tempio si squarciò nel mezzo. 46 E Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani rimetto lo spirito mio». Detto questo, spirò. 47 Il centurione, veduto ciò che era accaduto, glorificava Dio, dicendo: «Veramente quest’uomo era giusto». 48 E tutta la folla che assisteva a questo spettacolo, vedute le cose che erano accadute, se ne tornava battendosi il petto.

Qui c’è tutto: fenomeni spaventosi, grandi segni dal cielo, terremoti, lo squarciarsi della cortina davanti al luogo santissimo nel tempio, e della gente venuta meno per ciò che accadeva. Poi la morte di Gesù stesso, colui che in tanti modi differenti si era presentato come il nuovo e vero tempio. In realtà, dunque, tutto questo discorso riguarda Gesù stesso, come leggiamo in Giovanni 2:19-22:

19 Gesù rispose loro: «Distruggete questo tempio, e in tre giorni lo farò risorgere!» 20 Allora i Giudei dissero: «Quarantasei anni è durata la costruzione di questo tempio e tu lo faresti risorgere in tre giorni?» 21 Ma egli parlava del tempio del suo corpo. 22 Quando dunque fu risorto dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che egli aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola che Gesù aveva detta.

Fu Gesù che vide tutti questi terribili segni ma poi levò il capo e pregò: “Padre, nelle tue mani rimetto lo spirito mio”, perché sapeva che la sua liberazione era vicina, che il terzo giorno dopo Dio Padre lo avrebbe risuscitato da morte e l’avrebbe poi esaltato alla sua destra in cielo. È Gesù dunque che è la nostra speranza vivente, il motivo per cui anche noi possiamo vedere le afflizione e le difficoltà di questo mondo ma allo stesso tempo rialzarci e levare il capo mentre tutti gli altri si disperano. Noi saremo in grado di mantenere la fiducia e la speranza nella misura in cui, come dice Ebrei 12:2, fissiamo “lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta. Per la gioia che gli era posta dinanzi egli sopportò la croce, disprezzando l’infamia, e si è seduto alla destra del trono di Dio.”

Da questo impariamo che la “liberazione” di cui Gesù parla qui non significa “essere risparmati” dalle vicissitudini difficili e dolorose di questo mondo decaduto, ma è la promessa della salvezza e della vita eterna nel nuovo creato. Gesù è sempre il modello: si è seduto alla destra del trono di Dio solo dopo aver sopportato la croce. Leggiamo di nuovo le parole di Gesù nei vv. 16-18:

16 Voi sarete traditi perfino da genitori, fratelli, parenti e amici; faranno morire parecchi di voi 17 e sarete odiati da tutti a causa del mio nome; 18 ma neppure un capello del vostro capo perirà. 19 Con la vostra costanza salverete le vostre vite.

Non è interessante questo? Prima Gesù avverte i suoi discepoli che saranno traditi, odiati, ed alcuni messi a morte per causa sua, ma poi promette che “neppure un capello del vostro capo perirà”. Vale quest’ultima promessa anche se vieniamo ammazzati? Sì, perché la speranza di cui Gesù parla va oltre questa vita. 1 Corinzi 15:19:

Se abbiamo sperato in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miseri fra tutti gli uomini.

Qual è dunque questa speranza? La risurrezione alla vita eterna. Ancora 1 Corinzi 15 (vv.20-23):

20 Ma ora Cristo è stato risuscitato dai morti, primizia di quelli che sono morti. 21 Infatti, poiché per mezzo di un uomo è venuta la morte, così anche per mezzo di un uomo è venuta la risurrezione dei morti. 22 Poiché, come tutti muoiono in Adamo, così anche in Cristo saranno tutti vivificati; 23 ma ciascuno al suo turno: Cristo, la primizia; poi quelli che sono di Cristo, alla sua venuta

È questa speranza, fondata nella morte e nella risurrezione di Gesù, che ci permette di rialzarci e levare il capo anche in mezzo alle circostanze più angoscianti mentre tutto il mondo ci crolla addosso.

3) Badate a Voi Stessi (21:29-38)

29 Disse loro una parabola: «Guardate il fico e tutti gli alberi; 30 quando cominciano a germogliare, voi, guardando, riconoscete da voi stessi che l’estate è ormai vicina. 31 Così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino. 32 In verità vi dico che questa generazione non passerà prima che tutte queste cose siano avvenute. 33 Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.

34 Badate a voi stessi, perché i vostri cuori non siano intorpiditi da stravizio, da ubriachezza, dalle ansiose preoccupazioni di questa vita, e che quel giorno non vi venga addosso all’improvviso come un laccio; 35 perché verrà sopra tutti quelli che abitano su tutta la terra. 36 Vegliate dunque, pregando in ogni momento, affinché siate in grado di scampare a tutte queste cose che stanno per venire, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo». 37 Di giorno Gesù insegnava nel tempio; poi usciva e passava la notte sul monte detto degli Ulivi. 38 E tutto il popolo, la mattina presto, andava da lui nel tempio per ascoltarlo.

Non manteniamo questa speranza automaticamente. Non ci viene naturale fidarci di Dio contro ogni apparenza al contrario. Ecco perché Gesù conclude il suo discorso con tre esortazioni che, mettendole in pratiche, saremo (come dice nel v.36) “in grado di scampare a tutte queste cose che stanno per venire, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo”.

A) Sappiate (vv.29-33)

La prima cosa che Gesù ci esorta a fare è sapere: “sappiate”. Come si può sapere che l’estate è vicina quando gli alberi cominciano a germogliare, così quando vediamo “accadere queste cose”, dobbiamo sapere “che il regno di Dio è vicino”. Questo “sappiate” si riallaccia ai comandi precedenti di Gesù: “Non fatevi ingannare” (v.8) e “non siate spaventati” (v.9). Se non sappiamo interpretare i segni dei tempi, saremo facilmente spaventati da ciò che accade. Se non sappiamo che la morte deve sempre precedere la risurrezione, che la croce deve sempre precedere la corona, saremo travolti dalle difficoltà e dai dolori della vita. Se non sappiamo la verità, saremo facilmente ingannati dalla falsità. La speranza viene dalla conoscenza della verità, e la conoscenza della verità viene dalla parola di Gesù: “il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (v.33). La prima cosa che dobbiamo fare dunque è conoscere la parola di Dio. Essa dura in eterno anche quando tutto il resto crolla. Che grande dono è la parola di Dio che in tempi incerti e instabili, possiamo stare fermi su quella roccia che non cambia mai!

B) Vegliate (vv.34-36)

La seconda cosa da fare è vegliare: “vegliate dunque”. Sapere la verità della parola di Dio è solo l’inizio, perché non ci sarà di nessun aiuto se stiamo dormendo. Dobbiamo stare attenti, facendo attenzione “perché i nostri cuori non siano intorpiditi da stravizio, da ubriachezza, dalle ansiose preoccupazioni di questa vita, e che quel giorno non vi venga addosso all’improvviso come un laccio.” L’apostolo Paolo ribadisce quest’idea in 1 Tessalonicesi 5:1-8:

1 Quanto poi ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; perché voi stessi sapete molto bene che il giorno del Signore verrà come viene un ladro nella notte. Quando diranno: «Pace e sicurezza», allora una rovina improvvisa verrà loro addosso, come le doglie alla donna incinta; e non scamperanno. Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno abbia a sorprendervi come un ladro; perché voi tutti siete figli di luce e figli del giorno; noi non siamo della notte né delle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma vegliamo e siamo sobri; poiché quelli che dormono, dormono di notte, e quelli che si ubriacano, lo fanno di notte. Ma noi, che siamo del giorno, siamo sobri, avendo rivestito la corazza della fede e dell’amore e preso per elmo la speranza della salvezza.

C) Pregate in ogni momento (v.36-37)

Per Gesù, “vegliare” ha un significato ben preciso: “Vegliate dunque, pregando in ogni momento…”. Questa è la sua terza esortazione a noi. Senza pregare, conoscere la parola di Dio e vegliare attentamente non saranno sufficienti per mantenere ferma la speranza. Dobbiamo pregare, e pregare “in ogni momento”. Solo così saremo “in grado di scampare a tutte queste cose che stanno per venire, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo”, irreprensibili e senza vergogna. Ancora una volta Gesù è il nostro esempio perfetto. Luca ci dice nel v.37 che “di giorno Gesù insegnava nel tempio; poi usciva e passava la notte sul monte detto degli Ulivi.” Questo anticipa ciò che succederà nel capitolo seguente quando Gesù passerà tutta la notte prima della sua crocifissione in preghiera, ricordando ai suoi discepoli: “Pregate di non entrare in tentazione” (22:40). Persino Gesù dovette pregare “in ogni momento” per avere la forza e la fiducia di sopportare la croce. Quanto di più noi abbiamo bisogno di fare la stessa cosa! Ma sarà proprio lì, quando anche noi ci inginocchiamo per pregare in mezzo all’agonia e all’angoscia del giardino che troveremo in Gesù non solo un buon esempio, ma anche nostro fratello e pronto sostegno. Concludiamo con le familiari ma bellissime parole di Ebrei 4:14-16 che non mi stanco mai di ripetere:

14 Avendo dunque un grande sommo sacerdote che è passato attraverso i cieli, Gesù, il Figlio di Dio, stiamo fermi nella fede che professiamo. 15 Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non possa simpatizzare con noi nelle nostre debolezze, poiché egli è stato tentato come noi in ogni cosa, senza commettere peccato. 16 Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovare grazia ed essere soccorsi al momento opportuno.

Amen!