Giovanni 11: La Risurrezione e la Vita

1) Affinché crediate… (Giovanni 20:30-31)

A) Lo scopo di Giovanni

Nel nostro studio di Giovanni, abbiamo fatto costante riferimento al prologo (1:1-18) per ricordarci sempre dei temi centrali del vangelo. La Parola che nel principio era con Dio ed era Dio stesso è diventata carne per abitare tra di noi e così farci conoscere il Dio che nessuno ha mai visto. Ma non abbiamo ancora guardato in avanti, alla conclusione nel 20:30-31, dove Giovanni esplicita il motivo per cui ha scritto questo vangelo. Leggiamolo adesso:

30 Ora Gesù fece in presenza dei {suoi} discepoli molti altri segni, che non sono scritti in questo libro; 31 ma questi sono stati scritti affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome.

Ecco chiaramente lo scopo di Giovanni: affinché crediamo in Gesù. Certo, questo non è l’obiettivo più grande perché “credendo, abbiate vita nel suo nome”. La destinazione finale è la vita eterna in Gesù, la partecipazione nella sua vita che ha vinto il peccato e la morte e che ci permette di dimorare nella presenza di Dio per tutta l’eternità. Ma, come Gesù stesso dichiara in 14:6, la fede in lui è l’unica strada che conduce a questa destinazione, ed è dunque la fede che ha per noi un’importanza determinante.

Se colleghiamo l’inizio e la fine del vangelo, vediamo così il quadro completo: la Parola di Dio è diventata carne in Gesù Cristo per farci conoscere Dio affinché noi, conoscendolo tramite quanto è stato scritto, crediamo in lui e riceviamo la vita eterna. Quindi, è la conoscenza di Dio rivelata in Gesù che precede e crea la fede. E, anche se Giovanni avrebbe potuto scrivere altro (i “molti altri segni che non sono scritti in questo libro”), quello che ha scritto è sufficiente per condurci alla fede. In altre parole, nessuno, dopo aver letto il vangelo di Giovanni, può dire di aver ancora bisogno di altro per credere — altre prove, altre testimonianze, altre rivelazioni — perché quel è stato scritto basta “affinche crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio”.

B) Il problema della morte

Teniamo presente tutto ciò quando cominciamo a riflettere su Giovanni 11, in cui troviamo la storia della risurrezione di Lazzaro, l’amico di Gesù. Teniamolo presente, perché è proprio qui che Giovanni ci aiuta a superare uno dei più grandi ostacoli alla fede: credere che Dio è amore nonostante la sofferenza nel mondo, e soprattutto la morte che mette fine a tutto. Anche una vita vissuta nelle migliori condizioni immaginabili sotto il sole non può scappare da questa dura realtà. Grande o piccolo, ricco o povero, bello o brutto, buono o cattivo, ogni essere umano finisce nella tomba. Le altre difficoltà, afflizioni, e angoscie della vita sono solo un pallido riflesso della sorte che prima o poi deve toccare a tutti.

Ora, questo cosiddetto “problema del male” è antico quanto il mondo e diffuso come l’aria che respiriamo. In qualche modo, tutte le religioni e filosofie cercano di farsene una ragione. Ma il problema del male e della morte diventa particolarmente acuto quando si tratta del Dio rivelato in Gesù, colui che è definito come “amore” (1 Giovanni 4:8, 16). Come riconciliare il Dio che è amore con l’esistenza del male e della morte? Sarebbe molto più facile riconciliare Dio con l’esistenza del male e della morte se lui fosse definito invece “cattivo” o “crudele” o “maligno”. Ma il Dio che è amore, e amore soltanto? Molti pensano infatti che sia impossibile credere in Dio data la realtà del mondo in cui viviamo. L’obbiezione viene spesso formulata così: se un dio esiste, non può essere il Dio della Bibbia, perché se fosse onnipotente, non sarebbe un dio d’amore; oppure, se fosse un dio d’amore, non sarebbe onnipotente, altrimenti non ci permetterebbe di soffrire e morire. Di conseguenza, molti ritengono l’idea di Dio, almeno com’è rivelato nelle Scritture, letteralmente incredibile, perché è diametralmente opposta alle nostre esperienze.

C) La soluzione di Giovanni 11

In Giovanni 11, questo problema — concentrato nella malattia e la morte di Lazzaro — viene direttamente affrontato. Giovanni sa che questo problema è grave, che sembra insormontabile, e quindi riferisce questo fatto per rispondere, affinché, anche di fronte a quel male che affligge e infine distrugge la vita, possiamo credere in Gesù e, credendo, abbiamo la vita nel suo nome. Fino a questo punto nel vangelo, abbiamo visto dei segni che anticipano la salvezza e la nuova creazione che Dio intende fare: la trasformazione dell’acqua in vino, la purificazione del tempio, la guarigione dei malati, il miracoloso provvedimento di pane in un luogo deserto. Però, se Dio viene meno proprio nel momento più critico — quando arriva il ladro Morte per scassinare e rubare la vita umana — tutto il resto risulterà vano e insensato. Dunque, “affinché crediamo”, è assolutamente necessario che si trovi una soluzione al problema della morte; o più specificamente, una soluzione che ci permetta di credere nel Dio che è amore nonostante la realtà della morte.

Ecco l’importanza di Giovanni 11. Ma prima una breve premessa: bisogna notare che, per rispondere al problema della morte, Giovanni non ci dà una spiegazione ma una storia. Non dobbiamo aspettarci dunque di scoprire qualche sillogismo logico che tolga ogni mistero o slogan motivazionale che allevi ogni dolore. La vita è troppo complessa, e le vie di Dio sono troppo inscrutabili che possiamo sbarazzarci di ogni dubbio riguardo alla questione. Giovanni 11 invece ci racconta una storia, una storia che non ci fornisce un principio “onni-esplicativo” ma ci invita piùttosto ad aggrapparci a una Persona onnipotente e onniamorevole.

2) L’amore onnipotente che lascia morire (Giovanni 11:1-18)

1 C’era un ammalato, un certo Lazzaro di Betania, del villaggio di Maria e di Marta, sua sorella. Maria era quella che unse il Signore di olio profumato e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; Lazzaro, suo fratello, era malato. Le sorelle dunque mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». Gesù, udito ciò, disse: «Questa malattia non è per la morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio sia glorificato».

Or Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro; come ebbe udito che egli era malato, si trattenne ancora due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Torniamo in Giudea!» I discepoli gli dissero: «Rabbì, proprio adesso i Giudei cercavano di lapidarti, e tu vuoi tornare là?» Gesù rispose: «Non vi sono dodici ore nel giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; 10 ma se uno cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui». 11 Così parlò; poi disse loro: «Il nostro amico Lazzaro si è addormentato, ma vado a svegliarlo». 12 Perciò i discepoli gli dissero: «Signore, se egli dorme sarà salvo». 13 Or Gesù aveva parlato della morte di lui, ma essi pensarono che avesse parlato del dormire del sonno. 14 Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto, 15 e per voi mi rallegro di non essere stato là, affinché crediate; ma ora, andiamo da lui!» 16 Allora Tommaso, detto Didimo, disse ai condiscepoli: «Andiamo anche noi, per morire con lui!» 17 Gesù dunque, arrivato, trovò che Lazzaro era già da quattro giorni nel sepolcro. 18 Or Betania distava da Gerusalemme circa quindici stadi, 19 e molti Giudei erano andati da Marta e Maria per consolarle del [loro] fratello.

I lineamenti della storia sono abbastanza semplici. Un uomo di nome Lazzaro, fratello di Maria e Marta e amico di Gesù, si ammala e sta sulla soglia della morte. Lazzaro abita con le sue sorelle a Betania, un piccolo villaggio nei dintorni di Gerusalemme, e mandano a chiamare Gesù, sapendo che lui è capace di guarire Lazzaro prima che muoia. In questo periodo, Gesù rimane fuori da Gerusalemme perché i Giudei lì sono decisi che Gesù deve essere ucciso, ma la sua ora non è ancora venuta. Gesù alla fine arriva, ma troppo tardi per guarire Lazzaro; l’ammalato ormai è morto e già sepolto nella tomba. Chi conosce questa storia sa già come andrà a finire: Gesù è potente non solo sulla malattia ma anche sulla morte, e quindi risusciterà Lazzaro e chiamarlo fuori dalla tomba.

Riassunta così, la storia di Lazzaro è già forte, perché non succede tutti i giorni che i morti risuscitino. Ma il vero potere di questa storia sta nei piccoli dettagli che richiedono più riflessione per capire il loro significato. Non possiamo in una sola mezz’oretta approfondire tutto, quindi considerate questo studio come un inizio e uno stimolo a ulteriore riflessione da parte vostra. Evidenzierò per voi alcuni di questi dettagli significativi e farò qualche commento al riguardo, ma spetterà a voi portare avanti la riflessione che certamente ripagherà molte volte il tempo impiegato per farlo.

Il primo dettaglio da notare è come Giovanni mette in risalto l’amore di Gesù per Lazzaro. L’uomo malato non è uno qualsiasi; nel v.3 è “colui che tu [Gesù] ami è malato”. Nell’appello di Maria e Marta, questo fatto chiaramente accentua l’urgenza della situazione: “Gesù, il tuo molto amato amico sta per morire; quindi vieni subito!” Ma questo non è solo una strategia retorica, perché Giovanni stesso poi commenta nel v.5 che “Gesù amava” Lazzaro e non solo: amava anche Marta e Maria. E come se questo non bastasse per convincerci, Giovanni riporta ancora nel v.36 come “i Giudei dicevano: «Guarda come lo amava!»” dopo che essi hanno visto Gesù piangere davanti alla tomba dove Lazzaro era sepolto. Ben tre volte, quindi, il testo insiste che Gesù amava Lazzaro, e quanto l’amava vista la sua angoscia davanti alla tomba!

Bisogna poi notare un secondo dettaglio importante: il potere di Gesù di fronte alla morte. Per chi conosce Gesù e ha visto altri segni da lui compiuti, è ormai scontato che lui è capace di guarire i malati. La conoscenza di questo suo potere è implicita nella richiesta di Maria e Marta. Anche se non glielo chiedono esplicitamente, il loro messaggio a Gesù: “Signore, ecco, colui che tu ami è malato” lascia intendere il loro desiderio: “Vieni presto perché solo tu puoi salvare Lazzaro dalla morte!” La fiducia delle sorelle in Gesù è evidente dopo quando sia Marta sia Maria gli dicono: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto” (vs.21, 32).

In questo modo, il testo ci costringe a concludere sia che Gesù amava tantissimo Lazzaro e le sue sorelle sia che Gesù aveva il potere di guarire Lazzaro e salvargli la vita. Ricordando che è in Gesù che veniamo a conoscere Dio, dobbiamo concludere inoltre che non esiste veramente una contraddizione tra l’amore e la potenza di Dio. Forse non comprendiamo, di fronte al male e alla morte, come Dio può essere sia amorevole che onnipotente, ma, dopo aver letto la storia di Lazzaro, nessuno può usare questo problema per giustificare la propria incredulità perché, detto semplicemente, in Gesù vediamo sia il Dio che ama sia il Dio che può salvare da ogni male.

Ma questo non significa che la fede deve chiudere gli occhi al problema del male. Anzi, Giovanni risponderebbe che il problema è in realtà più grave di quanto lo scettico pensi! Questo è il terzo dettaglio importante che ci potrebbe facilmente sfuggire. Rileggiamo vs.5-6 con grande attenzione:

Or Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro; come ebbe udito che egli era malato, si trattenne ancora due giorni nel luogo dove si trovava.

Purtroppo questa traduzione, la Nuova Riveduta, offusca un po’ il collegamento cruciale tra questi due versetti. Leggiamoli nella Nuova Diodati che è più chiara:

Or Gesú amava Marta, sua sorella e Lazzaro. Come dunque ebbe inteso che Lazzaro era malato, si trattenne ancora due giorni nel luogo dove egli era.

La parola chiave è “dunque” nel v.6, e rende sconvolgente tutta questa vicenda. Gesù amava Lazzaro e le sue sorelle, e “dunque”, per questo motivo “si trattenne ancora due giorni”, facendo in modo da arrivare troppo tardi per poter guarire Lazzaro. Ma come? Se avessi scritto io questo capitolo, avrei detto invece: “Or Gesù amava Marta, sua sorella e Lazzaro; tuttavia si trattenne ancora due giorni”. Ma il testo dice il contrario: Gesù si trattiene e non viene subito quando sente che Lazzaro sta per morire proprio perché ama lui e le sue sorelle. È l’amore di Gesù che lo costringe a non venire in tempo per guarire Lazzaro! È perché Gesù ama Lazzaro e le sue sorelle così tanto che si trattiene ancora due giorni deliberatamente per lasciare che Lazzaro muoia! Ma che tipo di amore è questo? Possiamo chiamarlo “amore”? Forse è meglio chiamarlo “indifferenza” o “negligenza” o persino “odio”! Oggi, se un medico lasciasse morire deliberatamente un suo paziente, sarebbe legalmente colpevole di un grave reato! Immaginiamo se poi, per difendersi in tribunale, un tale medico direbbe di averlo fatto per il suo grande amore del paziente. Lo chiameremmo pazzo, o psicopatico!

Così infatti molti accusano Dio, se esiste, di non essere amorevole, o di non essere potente da salvare. Ed è proprio qui nella storia di Lazzaro che giungiamo al punto decisivo dove dobbiamo rispondere alla seguente domanda: vogliamo insistere che Dio abbia torto perché non si conforma al nostro concetto di “amore”, o siamo disposti ad ammettere di avere torto noi nel modo in cui spesso pensiamo cos’è l’amore di Dio e lasciarci istruire dalla sua parola? Per dirlo in termini paolini: vogliamo continuare a essere conformati al pensiero del mondo, o ci lasceremo trasformare “mediante il rinnovamento della [nostra] mente” (Romani 12:2)? Se optiamo (come spero!) per il rinnovamento della nostra mente, dobbiamo accettare che l’amore onnipotente di Dio è quello che a volte dice di no, che si trattiene e arriva in ritardo alle nostre richieste, e persino che lascia morire.

3) L’amore onnipotente che piange (Giovanni 11:20-37)

20 Come Marta ebbe udito che Gesù veniva, gli andò incontro; ma Maria stava seduta in casa. 21 Marta dunque disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto; 22 {ma} anche adesso so che tutto quello che chiederai a Dio, Dio te lo darà». 23 Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà». 24 Marta gli disse: «Lo so che risusciterà, nella risurrezione, nell’ultimo giorno». 25 Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà, 26 e chiunque vive e crede in me, non morirà mai. Credi tu questo?» 27 Ella gli disse: «Sì, Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che doveva venire nel mondo».

28 Detto questo, se ne andò e chiamò di nascosto Maria, sua sorella, dicendole: «Il Maestro è qui, e ti chiama». 29 Ed ella, udito questo, si alzò in fretta e andò da lui. 30 Or Gesù non era ancora entrato nel villaggio, ma era sempre nel luogo dove Marta lo aveva incontrato. 31 Perciò i Giudei che erano in casa con lei e la consolavano, vedendo che Maria si era alzata in fretta ed era uscita, la seguirono, supponendo che si recasse al sepolcro a piangere. 32 Appena Maria fu giunta dov’era Gesù e lo ebbe visto, gli si gettò ai piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto». 33 Quando Gesù la vide piangere, e vide piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, fremette nello spirito, si turbò e disse: 34 «Dove lo avete deposto?» Essi gli dissero: «Signore, vieni a vedere!» 35 Gesù pianse. 36 Perciò i Giudei dicevano: «Guarda come lo amava!» 37 Ma alcuni di loro dicevano: «Non poteva, lui che ha aperto gli occhi al cieco, far sì che questi non morisse?»

Forse a questo punto, ci troviamo a dire con gli ex-discepoli di Gesù in 6:60: “Questo parlare è duro; chi può ascoltarlo?” Però, se siamo convinti, come lo era Pietro, che non abbiamo nessun altro a cui andare che abbia “parole di vita eterna” (6:68), ci aggrapperemo più forte che mai a Gesù, anche se non capiamo tutto. Ma grazie a Dio, la storia di Lazzaro non finisce qui, e proseguendo nella lettura scopriamo che pur essendo l’amore onnipotente che lascia morire, l’amore onnipotente di Dio è quello che piange insieme a noi, che prova ogni tristezza del nostro cuore, che non rimane distante o indifferente dalle nostre sofferenze ma che s’immedesima con noi nei momenti più difficili della vita, l’amore che ci accompagna attraverso la valle dell’ombra della morte (Salmo 23:4).

Questo fatto mi stupisce tutte le volte che leggo questa storia. Secondo me, Giovanni 11:35 è, nonostante la sua semplicità, una delle frasi più sbalorditive in tutta la Bibbia: “Gesù pianse”. Nel v.38, vediamo quanto infatti è profondo il lamento di Gesù davanti alla tomba del suo amico: “Gesù dunque, fremendo di nuovo in se stesso, andò al sepolcro”. Le parole qui nel greco originale trasmettono il senso di grande turbamento emotivo, una tristezza che si trasforma in rabbia, un’angoscia così profonda che non può essere espressa in parole. Questo è come Gesù pianse davanti alla tomba di Lazzaro: non in modo superficiale o insincero ma con tutto il peso tremendo e devastante che accompagna la perdita di un caro.

Ciò che rende il pianto di Gesù ancora più stupefacente è il fatto che avrebbe potuto guarire Lazzaro prima che morisse, e che era pienamente consapevole del miracolo che avrebbe presto compiuto per risuscitarlo. Il nostro concetto dell’amore di Dio, dunque, deve essere abbastanza grande da poter comprendere anche questo.  Sarebbe facile pensare che, siccome Gesù è arrivato deliberatamente in ritardo, non avrebbe dovuto poi piangere per ciò che lui stesso ha permesso. Sarebbe altrettanto facile pensare che Gesù non avrebbe dovuto piangere perché sapeva che avrebbe presto riabbracciato il suo amico!

Ma di nuovo dobbiamo lasciarci istruire dalla parola di Dio e non da quello che riteniamo logico o ragionevole. L’amore che ha lasciato morire Lazzaro è lo stesso amore che piange profondamente davanti alla tomba di Lazzaro anche se intende richiamare Lazzaro dalla morte. In altre parole, non dobbiamo correre con fretta dall’inizio di questa storia alla sua risoluzione. Nella nostra riflessione, dobbiamo trascorrere un bel po’ di tempo insieme a Gesù davanti alla tomba e, vedendo le sue lacrime e ascoltando i suoi singhiozzi e sentendo il suo corpo fremere di angoscia, dobbiamo meravigliarci del suo amore che cammina con noi attraverso la valle dell’ombra della morte, anche quando è stato lo stesso amore che all’inizio ci ha condotto in quella valle. È il nostro concetto dell’amore di Dio capace di comprendere tutti e due questi fatti?

4) L’amore onnipotente che risuscita i morti (Giovanni 11:38-46)

38 Gesù dunque, fremendo di nuovo in se stesso, andò al sepolcro. Era una grotta, e una pietra era posta all’apertura. 39 Gesù disse: «Togliete la pietra!» Marta, la sorella del morto, gli disse: «Signore, egli puzza già, perché siamo al quarto giorno». 40 Gesù le disse: «Non ti ho detto che se credi, vedrai la gloria di Dio?» 41 Tolsero dunque la pietra. Gesù, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre, ti ringrazio perché mi hai esaudito. 42 Io sapevo bene che tu mi esaudisci sempre; ma ho detto questo a motivo della folla che mi circonda, affinché credano che tu mi hai mandato». 43 Detto questo, gridò ad alta voce: «Lazzaro, vieni fuori!» 44 Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti da fasce, e il viso coperto da un sudario. Gesù disse loro: «Scioglietelo e lasciatelo andare». 45 Perciò molti dei Giudei che erano venuti da Maria, e che avevano visto ciò che egli aveva fatto, credettero in lui. 46 Ma alcuni di loro andarono dai farisei e raccontarono loro quello che Gesù aveva fatto.

L’amore di Dio non intende però lasciarci in quella valle per sempre. Gesù piange davanti alla tomba di Lazzaro, ma non si arrende alla sua sorte. Poiché ci ama, s’identifica con noi nelle nostre sofferenze. Ma poiché il suo amore è onnipotente, s’impegna a liberarcene, e persino da quel nemico che ci è sempre risultato invincibile, la morte. Per dimostrare questo in modo tangibile, Gesù non permette che la morte di Lazzaro abbia l’ultima parola. Gesù è la Parola di Dio, e sarà lui ad avere l’ultima parola. E quello che vediamo qui al punto culminante della storia stupisce ancora per la sua semplicità. Davanti alla tomba, Gesù comanda ad alta voce: “Lazzaro, vieni fuori!” (v.43).

E così, il morto torna in vita e esce dalla tomba. Non c’è qui qualche rito sofisticato, l’invocazione di qualche potere superiore, l’uso di qualche innovazione tecnologica. Solo queste tre parole bastano per fare ciò che l’uomo con tutta la sua intelligenza e genialità non è mai riuscito, e non riuscirà mai, a fare: vincere la morte. E queste tre parole fanno rivivere Lazzaro non perché abbiano qualche potere in sé; qualsiasi altro lì presente avrebbe potuto dirle senza aver nessun risultato. No, queste tre semplici parole risuscitano il morto perché provengono da colui che è la Parola di Dio incarnata, colui che nel principio ha formato l’uomo dalla terra e che in grado di riformarlo anche dopo la sua morte.

Ma dobbiamo essere chiari su un certo punto. Ciò che Gesù fa nei confronti di Lazzaro è un segno. La risurrezione di Lazzaro non costituisce il compimento della nuova creazione; non è un miracolo da ripetersi nei confronti di tutti i credenti che muoiono. Come segno, è un’anteprima della nuova creazione, una prefigurazione che infonde speranza di cose future che non si vedono ancora. Ma come segno, è solo un’anteprima, solo una prefigurazione. E lo sappiamo perché la vita a cui Lazzaro è tornato non era la vita eterna e incorruttibile che sarà nostra nei nuovi cieli e la nuova terra. Lazzaro poteva, e doveva, morire di nuovo (12:10).

Ma come segno, la risurrezione di Lazzaro non è neanche da sottovalutare in quanto fornisce una prova concreta e convincente che ciò che Dio nel suo amore vuole fare per noi è anche onnipotente a farlo. Se Dio lascia morire coloro che ama perché li ama, e anche perché lui intende risuscitarli a nuova vita. Rileggiamo vs.25-26:

25 Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà, 26 e chiunque vive e crede in me, non morirà mai. Credi tu questo?» 

Far vedere questo è il punto centrale dell’intera storia. Come succede nel vangelo di Giovanni, Gesù dà testimonianza di se stesso nelle sue parole, e conferma la sua testimonianza attraverso i suoi segni. Gesù è la luce del mondo, e quindi restituisce la vista all’uomo cieco. Gesù è il pane della vita, e quindi moltiplica poco pane per sfamare un’enorme folla. Qui, Gesù si rivela come “la risurrezione e la vita”, e quindi riporta in vita un uomo morto. E come sempre, questa testimonianza riguarda Gesù stesso. Gesù non solo dà la luce; egli è la luce. Gesù non solo dà il pane; egli è il pane. Così anche qui: Gesù non solo dà nuova vita; egli è nuova vita.

In altre parole, Gesù vuole farci sapere che la risurrezione e la vita si possono avere solo in quanto si ha Gesù. La vita eterna non è un dono che Gesù ci dà separato dalla sua persona. Essere risuscitati dalla morte e ricevere il dono della vita eterna sono solo modi diversi per dire: essere uniti a Gesù, partecipare alla sua vita, come un ramo viene innestato all’albero e vive perché riceve i nutrienti e la linfa dalle radici e dal tronco. Il ramo non ha nessuna vita in sé; se viene troncato dall’albero, muore. Così noi non abbiamo, né avremo mai la vita eterna in noi stessi, ma solo in quanto siamo “innestati” all’albero che è Gesù e della sua vita che come linfa scorre nelle vene della nostra anima.

Com’è che veniamo uniti a Gesù come rami innestati all’albero? Gesù risponde: “chi crede in me, anche se muore, vivrà”. È per fede. Ricordiamoci lo scopo di Giovanni:

Questi sono stati scritti affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome. (20:31).

E se riflettiamo bene, scopriamo che questa è la risposta di Gesù al problema del male e della morte. Abbiamo già detto che non c’è nessuna contraddizione tra l’amore di Dio e la sua onnipotenza. Anzi, notando che Gesù non è arrivato in tempo per guarire Lazzaro perché l’amava, abbiamo imparato che l’amore onnipotente di Dio a volte dice di no alle nostre richieste, che si trattiene, che non interviene in tempo, che lascia morire. E Dio fa questo non a dispetto del suo amore ma a causa del suo amore per noi. Ma non abbiamo ancora scoperto perché questo trattenersi, questo arrivare troppo tardi, questo lasciar morire è l’espressione e non la contraddizione del suo amore. Quindi, chiediamo: perché? È possibile spiegare perché questo è infatti amore e non indifferenza, negligenza o odio?

Sì, è possibile. È sempre Gesù che è la risposta alle nostre domande. Abbiamo prima evidenziato l’accento posto in questa storia sull’amore, per quanto strano e scandaloso alle nostre sensibilità, che Gesù aveva per Lazzaro e le sue sorelle. Adesso bisogna rimarcare anche l’accento posto da Gesù sulla fede:

40 Gesù le disse: «Non ti ho detto che se credi, vedrai la gloria di Dio?»

41 Gesù, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre, ti ringrazio perché mi hai esaudito. 42 Io sapevo bene che tu mi esaudisci sempre; ma ho detto questo a motivo della folla che mi circonda, affinché credano che tu mi hai mandato».

Particolarmente importante è ciò che Gesù dice ai discepoli prima di partire:

14 Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto, 15 e per voi mi rallegro di non essere stato là, affinché crediate…»

Qui Gesù dice “apertamente” il motivo per cui non ha risposto subito alla richiesta di Maria e Marta e ha lasciato invece che Lazzaro morisse: per creare in loro (e in noi che leggiamo!) la fede. Solo rifiutando di guarire Lazzaro e lasciandolo morire Gesù ha potuto dimostrare di essere la risurrezione e la vita. Certo, avrebbe potuto guarire Lazzaro prima, ma così si sarebbe dimostrato solo un potente guaritore o un bravissimo medico.

Ma noi abbiamo bisogno di più. Il nostro nemico più grande non è la malattia ma la morte. Se Gesù fosse potente da guarire i malati ma non da risuscitare i morti, non sarebbe un vero salvatore. Se l’amore di Dio ci potesse aiutare nella sofferenza ma non nella morte, non sarebbe degno della nostra fiducia. No, abbiamo bisogno di un salvatore potente da risuscitare i morti e del Dio il cui amore ci conserva persino attraverso la valle della morte. E per dimostrarsi questo potente salvatore e Dio amorevole, Gesù ha dovuto lasciar morire Lazzaro, perché solo così ha potuto, nel risuscitarlo, dare un segno concreto e convincente di essere la risurrezione e la vita, e di essere degno di tutta la nostra fiducia.

Quindi, possiamo riassumere tutto così: tanto è importante che crediamo in Gesù che Dio è disposto anche a lasciar morire se questo è quello che serve per portarci alla fede. L’amore è, in fondo, ciò che vuole bene all’altro, che gli vuole infatti il bene più grande. Ora, se il nostro bene più grande è di avere la vita eterna, e se possiamo avere la vita eterna solo credendo in Gesù, allora tutto quello che serve per condurci alla fede in Gesù è amore. Siccome la fede in Gesù è più importante della salute, più importante ancora della vita stessa, allora Dio ci ama quando fa ciò che occorre per portarci a essa, anche fino a lasciar morire. Questo è infatti il motivo per cui Gesù dice che seguire lui significa morire con lui, e con queste sue parole da Luca 9:23-24 concludiamo:

23 Diceva poi a tutti: «Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua. 24 Perché chi vorrà salvare la sua vita la perderà, ma chi avrà perduto la propria vita per causa mia la salverà.

Amen.

Giovanni 9: La benedizione della cecità

1) La luce del mondo (Giovanni 9:1-5)

1 Passando vide un uomo che era cieco fin dalla nascita. I suoi discepoli lo interrogarono, dicendo: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?» Gesù rispose: «Né lui ha peccato, né i suoi genitori; ma è così affinché le opere di Dio siano manifestate in lui. Bisogna che io compia le opere di colui che mi ha mandato mentre è giorno; la notte viene in cui nessuno può operare. Mentre sono nel mondo, io sono la luce del mondo».

Nel capitolo 9 del vangelo di Giovanni, vediamo cristallizzarsi alcuni dei temi principali sempre presenti nella narrativa sin dall’inizio: la luce contro le tenebre; il giorno contro la notte. Ricordiamo in particolare vv.4-9 del primo capitolo:

In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini. La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta. Vi fu un uomo mandato da Dio, il cui nome era Giovanni; egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo di lui. Egli stesso non era la luce, ma venne per rendere testimonianza alla luce. La vera luce che illumina ogni uomo stava venendo nel mondo.

Abbiamo visto nei vari episodi raccontati finora l’impatto di questa “vera luce” sul mondo delle tenebre, riassunto nel 3:19-21:

19 … la luce è venuta nel mondo, e gli uomini hanno amato le tenebre più della luce, perché le loro opere erano malvagie. 2Perché chiunque fa cose malvagie odia la luce e non viene alla luce, affinché le sue opere non siano scoperte; 21 ma chi mette in pratica la verità viene alla luce, affinché le sue opere siano manifestate, perché sono fatte in Dio.

Poi nel capitolo 7, abbiamo imparato che l’incomprensione e l’incredulità da parte dei molti nei confronti della luce non sono dovute solo al loro rifiuto di comprendere e credere ma anche (e soprattutto!) alla decisione da parte della luce stessa di splendere in modo da manifestarsi soltanto agli occhi della fede. Il conflitto fra Gesù e i Giudei nel capitolo 8 ha dimostrato l’assoluta incompatibilità della luce e le tenebre, l’impossibilità di conciliarsi o di concedere un momento di tregua (evidenziata dal tentativo dei Giudei di lapidare Gesù nel v.59). La guerra tra la luce di Dio e le tenebre del mondo infurierà finché non ci sia vincitore.

Ora, nel capitolo 9, questa guerra si concentra intorno a un povero uomo, mendicante perché “cieco fin dalla nascita”. Quest’uomo, pur essendo letteralmente cieco, diventa nel vangelo di Giovanni un simbolo della lotta tra la luce e le tenebre proprio perché la sua particolare afflizione è una vivida illustrazione della realtà spirituale che di solito passa inosservata. Giovanni riferisce la guarigione di quest’uomo come un fatto realmente avvenuto, ma vuole anche che vediamo in esso una sorta di parabola che rende visibile la guerra spirituale e anticipa quale ne sarà il risultato. Il suo scopo per noi lettori è che diventiamo più consapevoli della realtà invisibile in cui siamo costantemente immersi e della guerra spirituale in cui siamo sempre coinvolti, e che la nostra fede si rafforzi affinché, come dice Paolo in Efesini 6:13, possiamo “resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver compiuto tutto il [nostro] dovere”.

Ma dobbiamo essere cauti se, dopo aver letto i primi cinque versetti di Giovanni 9, pensiamo di poter prevedere già come andrà a finire. I discepoli servono da avvertimento, perché quando, in compagnia di Gesù, incontrano l’uomo cieco, credono di aver già intuito la causa della sua miseria:

«Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?»

Certo, ai discepoli resta il dubbio su chi ha sbagliato per aver causato la cecità dell’uomo, ma la possibilità che si sbaglino loro non gli viene affatto in mente. Sono convinti di aver inquadrato la situazione, e quindi (probabilmente) come si risolverà.

Ma alla loro domanda Gesù fa com’è solito fare e fa esplodere gli schemi:

Né lui ha peccato, né i suoi genitori; ma è così affinché le opere di Dio siano manifestate in lui.

Questo merita un momento di riflessione, perché come i discepoli, anche noi siamo propensi a ‘schematizzare’ la vita, soprattutto le sue difficoltà, per farcene una ragione, chiedendo: “perché è successo questo?”. Ma la Bibbia non ci permette di essere dogmatici sul “perché”. A volte nelle Scritture, la sofferenza è il castigo divino per il peccato. In Numeri 12, Miriam, la sorella di Mosè, viene colpita dalla lebbra perché comincia a parlare contro suo fratello. Ma non è sempre così. Giobbe infatti viene afflitto da una malattia molto dolorosa proprio perché rifiuta di rinunciare alla sua fede in Dio quando passa attraverso una serie di terribili tragedie.

Non possiamo dunque, in base alle Scritture, dire sempre con certezza che una particolare difficoltà è dovuta a una particolare causa. Questo è perché le Scritture, in genere, non sono neanche interessate a risolvere la questione, perché alla fine non aiuta. Che importanza ha veramente sapere “chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco”? Tanto l’uomo rimane cieco! No, quello che interessa alle Scritture (perché è quello che interessa a Gesù) è come “le opere di Dio” saranno “manifestate in lui” quando recupera la vista. Queste sono “le opere” che Gesù dice di essere stato mandato per fare: non per spiegare un filosofico “perché” della sofferenza, ma per disperdere le tenebre, per creare un nuovo giorno di luce e libertà, per rimediare a tutto quello che affligge e distrugge il buon creato di Dio. Questa è la luce che, se camminiamo in essa invece di preoccuparci di questioni inutili, renderà sicuro ogni nostro passo. Solo se ci atteniamo a ciò che Dio ha rivelato in Gesù possiamo vivere nel nuovo giorno che ha creato; tutto il resto appartiene alla notte.

Quindi, quando ci troviamo nella sofferenza, la nostra domanda non dovrebbe essere: “perché mi è successo questo?” ma piuttosto: “come manifesterà Dio la sua fedeltà, il suo potere, la sua grazia, e il suo amore in questo?” Spesso non potremmo mai sapere il perché, ma possiamo sempre essere certi che in tutto e in tutti Dio ha un disegno “affinché le sue opere siano manifestate”, affinché la sua luce risplenda sempre di più.

2) La nuova creazione (Giovanni 9:6-13)

Detto questo, sputò in terra, fece del fango con la saliva, gli spalmò il fango sugli occhi e gli disse: «Va’, làvati nella vasca di Siloe» (che significa «mandato»). Egli dunque andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Perciò i vicini e quelli che l’avevano visto prima, perché era mendicante, dicevano: «Non è questo colui che stava seduto a chiedere l’elemosina?» Alcuni dicevano: «È lui». Altri dicevano: «No, ma gli somiglia». Egli diceva: «Sono io». 10 Allora essi gli domandarono: «Com’è che ti sono stati aperti gli occhi?» 11 Egli rispose: «Quell’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me ne ha spalmato gli occhi e mi ha detto: “Va’ a Siloe e làvati”. Io quindi sono andato, mi son lavato e ho recuperato la vista». 12 Ed essi gli dissero: «Dov’è costui?» Egli rispose: «Non so». 13 Condussero dai farisei colui che era stato cieco. 14 Or era in giorno di sabato che Gesù aveva fatto il fango e gli aveva aperto gli occhi.

“Detto questo”, Gesù si mette subito al lavoro nel v.6. La sua metodologia nel guarire l’uomo può sembrare strana: sputa in terra, fa del fango e gli spalma il fango sugli occhi. Perché? Anche se il testo non ce lo dice esplicitamente, lascia intendere che Gesù fa sì che la guarigione del cieco sia considerata un atto di nuova creazione, un tema a cui abbiamo già accennato. Come Dio formò l’uomo dalla terra in Genesi 2, così Gesù “forma” dalla terra occhi nuovi che permetterà al cieco di vedere (e non solo fisicamente ma anche spiritualmente!). Questo è confermato quando scopriamo nel v.14 che:

…era in giorno di sabato che Gesù aveva fatto il fango e gli aveva aperto gli occhi.

Perché di nuovo è importante sapere questo come nel caso del paralitico in Giovanni 5? Sempre in Genesi 2, leggiamo che:

Il settimo giorno Dio compì l’opera che aveva fatta, e si riposò…

Mentre il sabato era dunque il giorno del riposo anche per i Giudei, Gesù continuava a operare perché, dopo la caduta di Genesi 3, c’era una nuova creazione da fare, di cui l’uomo cieco diventa un bellissimo campione. Finché non tutte le cose saranno fatte nuove (Apocalisse 21:5), Dio continuerà a operare, e così opera Gesù, non solo durante la settimana ma anche — e soprattutto — in giorno di sabato!

Ma di nuovo non tutti comprendono che la guarigione dell’uomo indica l’arrivo della nuova creazione in mezzo a quella vecchia. Non tutti rimangono convinti che è proprio lui, l’uomo nato cieco, che ora ci vede (v.9). Com’è possibile? Ma l’uomo insiste: “Sono io”, e la gente vuole sapere: “Com’è che ti sono stati aperti gli occhi?” (v.10). L’uomo non sa dire altro che nominare “quell’uomo che si chiama Gesù” (v.11), e la gente decide di portare il fatto all’attenzione dei farisei che dovrebbero essere in grado di constatare la verità.

3) Il giudizio delle tenebre (Giovanni 9:15-41)

1) La falsa indagine (9:15-23)

15 I farisei dunque gli domandarono di nuovo come egli avesse recuperato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». 16 Perciò alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non è da Dio perché non osserva il sabato». Ma altri dicevano: «Come può un uomo peccatore compiere tali segni?» E vi era disaccordo tra di loro. 17 Essi dunque dissero di nuovo al cieco: «Tu, che dici di lui, poiché ti ha aperto gli occhi?» Egli rispose: «È un profeta». 18 I Giudei però non credettero che lui fosse stato cieco e avesse recuperato la vista, finché non ebbero chiamato i genitori di colui che aveva recuperato la vista 19 e li ebbero interrogati così: «È questo vostro figlio che dite essere nato cieco? Com’è dunque che ora ci vede?» 20 I suoi genitori risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; 21 ma come ora ci veda non lo sappiamo, né sappiamo chi gli abbia aperto gli occhi; domandatelo a lui; egli è adulto, parlerà lui di sé». 22 Questo dissero i suoi genitori perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che se uno avesse riconosciuto Gesù come Cristo, sarebbe stato espulso dalla sinagoga. 23 Per questo i suoi genitori dissero: «Egli è adulto, domandatelo a lui».

Così nel v.15 incomincia il “processo” che concluderà alla fine del capitolo con un “giudizio” che dichiarerà il vincitore del conflitto tra la luce di Dio e le tenebre del mondo. Abbiamo iniziato il nostro studio caratterizzando questo conflitto come una “guerra”, e questo linguaggio resta ancora valido anche se adesso il testo ci costringe a parlarne in termini di un processo legale. In ogni caso, lo scontro è sempre presente, e quando non esiste possibilità di fare pace, ci potrà essere alla fine un solo vincitore.

I farisei aprono un’indagine per appurare i fatti. Dopo aver interrogato l’uomo, non si concordano sull’accaduto. Alcuni condannano Gesù a prescindere perché sembra aver violato il sabato, ma altri dubitano che un tale trasgressore possa “compiere tali segni” (v.16). Molti, inoltre, non credono neanche che l’uomo guarito sia stato veramente cieco. Decidono dunque di convocare e interrogare i genitori dell’uomo; chi conoscerà meglio l’uomo guarito se non i propri genitori? Però, di fronte alle domande dei Giudei, i genitori danno solo riposte evasive: “Sì, questo è nostro figlio. Sì, è nato cieco. Pare che adesso ci veda, ma come non lo sappiamo, e non lo sappiamo nemmeno chi l’abbia guarito. Se vi interessa avere risposte a queste domande, bisogna chiedere a lui, tanto è un adulto responsabile!”

Poi nel vv.22 Giovanni aggiunge un commento penetrante e illuminante:

22 Questo dissero i suoi genitori perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che se uno avesse riconosciuto Gesù come Cristo, sarebbe stato espulso dalla sinagoga.

Questo commento ci dice non solo che i genitori dell’uomo guarito probabilmente sanno più di quanto vogliano ammettere e rispondono così perché hanno paura dei Giudei, ma anche (e più importante ancora) che hanno paura perché i Giudei hanno “già” deciso di scomunicare dalla sinagoga chiunque avrebbe riconosciuto Gesù come Cristo, una punizione che all’epoca comportava non solo un’esclusione religiosa ma anche un totale ostracismo sociale. Ma più della severità delle conseguenze, qui scopriamo che il verdetto ricercato dai Giudei è stato già determinato in anticipo. Questo processo è una farsa, la loro indagine è falsa, perché la loro intenzione non è di scoprire la verità ma di sovvertirla! Hanno già nei loro cuori pronunciato giudizio contro Gesù e stanno solo cercando qualche pretesto per poterlo screditare pubblicamente. Se riescono a dimostrare che l’uomo apparentemente guarito è invece un bugiardo, possono accusare Gesù di inganno. Se l’uomo è stato effettivamente guarito, possono comunque condannare Gesù per aver violato il sabato.

B) La vera testimonianza (9:24-24)

24 Essi dunque chiamarono per la seconda volta l’uomo che era stato cieco, e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». 25 Egli dunque rispose: «Se egli sia un peccatore, non lo so; una cosa so: che ero cieco e ora ci vedo». 26 Essi allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?» 27 Egli rispose loro: «Ve l’ho già detto e voi non avete ascoltato. Perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare suoi discepoli anche voi?» 28 Essi lo insultarono e dissero: «Tu sei discepolo di costui! Noi siamo discepoli di Mosè. 29 Noi sappiamo che a Mosè Dio ha parlato; ma in quanto a costui, non sappiamo di dove sia». 30 L’uomo rispose loro: «Questo poi è strano, che voi non sappiate di dove sia; eppure mi ha aperto gli occhi! 31 Si sa che Dio non esaudisce i peccatori; ma se uno è pio e fa la volontà di Dio, egli lo esaudisce. 32 Da che mondo è mondo non si è mai udito che uno abbia aperto gli occhi a uno nato cieco. 33 Se quest’uomo non fosse da Dio, non potrebbe fare nulla». 34 Essi gli risposero: «Tu sei tutto quanto nato nel peccato e insegni a noi?» E lo cacciarono fuori.

È nel v.24 che i Giudei scoprono le loro carte quando di nuovo interrogano l’uomo guarito, ma questa volta le loro domande diventano un ordine quando cominciano a perdere la pazienza:

«Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore».

I Giudei non sono interessati alla verità; nessuna prova riuscirà a fargli cambiare idea. Hanno già determinato nelle loro menti che Gesù è un peccatore. Particolarmente indicativa è la frase: “Da’ gloria a Dio”, perché queste sono le stesse parole con cui Giosuè costringe Acan a confessare il peccato che ha commesso quando ha rubato alcuni dei tesori interdetti di Gerico (Giosuè 7:19). Nel contesto di Giosuè 7, Acan era stato già individuato dal Signore come il colpevole davanti a tutto il popolo d’Israele, quindi sarebbe stato inutile provare a negarlo. Qui la convinzione dei Giudei è altrettanto risoluta: “Dai, ammetti che Gesù è un peccatore, è inutile dire altrimenti”.

A questo punto, la testimonianza dell’uomo guarito costituisce un netto contrasto con le azioni dei Giudei. Mentre essi vogliono solo propagare falsità, l’uomo guarito può solo testimoniare la verità:

25 una cosa so: che ero cieco e ora ci vedo.

Quando i Giudei gli chiedono ancora come è stato guarito, l’uomo rimane quasi divertito:

27… Ve l’ho già detto e voi non avete ascoltato. Perché volete udirlo di nuovo?

Poi, forse un po’ ingenuamente (o forse anche no!), l’uomo gli fa una domanda provocatoria:

Volete forse diventare suoi discepoli anche voi?

A questo i Giudei replicano prima con insulti e disprezzo, ma poi la situazione diventa grave quando, ai loro occhi, quest’uomo “nato nel peccato” (v.34, e qui ricordiamo la domanda dei discepoli nel v.2) si arroga il diritto di insegnare a loro, i maestri istruiti e stimati. Chiaramente, l’uomo non si comporta in modo arrogante o presuntuoso nei loro confronti; egli testimonia soltanto la semplice verità che dovrebbe essere ovvia a qualsiasi osservatore obiettivo:

33 Se quest’uomo [Gesù] non fosse da Dio, non potrebbe fare nulla.

Il problema, però, è che nessuno qui è un osservatore obiettivo, e quindi, scandalizzati oltre misura, i Giudei cacciano l’uomo fuori, esattamente come i suoi genitori temevano.

C) Il grande rovescio (9:35-41)

35 Gesù udì che lo avevano cacciato fuori; e, trovatolo, gli disse: «Credi nel Figlio dell’uomo?» 36 Quegli rispose: «Chi è, Signore, perché io creda in lui?» 37 Gesù gli disse: «Tu l’hai già visto; è colui che ti sta parlando». 38 Egli disse: «Signore, io credo». E l’adorò. 39 Gesù disse: «Io sono venuto in questo mondo per fare un giudizio, affinché quelli che non vedono vedano, e quelli che vedono diventino ciechi». 40 Alcuni farisei, che erano con lui, udirono queste cose e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?» 41 Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane.

Pur essendo perso alla sinagoga, l’uomo viene trovato da Gesù. E non solo, perché è a questo punto che Gesù gli si rivela come il Cristo, il “Figlio dell’uomo”, e l’uomo guarito dalla cecità fisica viene guarito anche dalla cecità spirituale:

38 Egli disse: «Signore, io credo». E l’adorò.

È interessante che Gesù si riveli pienamente all’uomo solo dopo che viene espulso dai Giudei, come per sottolineare ancora una volta che bisogna credere per vedere, e non viceversa. Ma il punto principale è altro, ed è qui che scopriamo il risultato del processo, il vincitore del conflitto, cioè il “giudizio” che nel v.39 Gesù dice di essere venuto per fare. Qual è questo giudizio?

…affinché quelli che non vedono vedano, e quelli che vedono diventino ciechi.

Dobbiamo riflettere bene su questa frase in quanto distilla in poche parole tutto il messaggio di Giovanni 9. E, come detto prima, dobbiamo essere cauti nel presumere di sapere già che cosa significa.

Il significato della prima parte della frase — “affinché quelli che non vedono vedano” — è più trasparente. Questo descrive perfettamente l’esperienza dell’uomo nato cieco che poi viene guarito da Gesù. All’inizio del capitolo, era un misero mendicante a causa della sua cecità, ma dopo aver incontrato Gesù, è stato reso capace di vedere non solo con gli occhi del corpo ma anche con gli occhi della fede, e per questo ha creduto e anche adorato Gesù come il Signore.

Ma che cosa vuol dire la seconda parte della frase: affinché “quelli che vedono diventino ciechi”? Di nuovo, in un senso, anche questa è abbastanza chiara grazie all’esempio dei Giudei. Quando dichiarano nel v.24: “Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore”, lasciano intendere che loro, a differenza dell’uomo cieco, sono in grado di discernere la falsità in Gesù e non essere da lui ingannati. Lasciano intendere anche che loro, a differenza di Gesù, non sono peccatori. Poi, quando nel v.34 chiamano l’uomo guarito un peccatore che non ha nessun diritto di insegnare a loro, lasciano intendere che loro, a differenza di chiunque altro, sono i custodi e maestri della verità. In poche parole, questi sono quelli che “vedono” ma, dopo aver incontrato Gesù, diventano ciechi. La stessa luce che illumina gli occhi di uno può, come il sole, abbagliare gli occhi di un altro.

Ma è proprio qui che dobbiamo essere molto cauti, di non identificarci subito con il cieco che diventa vedente e dissociarci dai vedenti che diventano ciechi. Questo è il pericolo a cui abbiamo accennato prima, la presunzione di sapere come tutto andrà a finire. Il giudizio è questo, che Gesù ha fatto sì che “quelli che vedono diventino ciechi”; ma una volta diventati ciechi, non è possibile che valga anche per loro la prima parte del giudizio? Se i vedenti si trovano adesso nel posto occupato dal cieco, non è possibile che anche loro possano incontrare Gesù come Guaritore e non come Accecatore? È possibile che la luce del mondo che prima li ha abbagliati possa dopo illuminarli? Ricordiamoci che l’uomo che alla fine del capitolo è capace di vedere era cieco all’inizio; cioè anche lui ha dovuto essere per un tempo cieco affinché potesse essere guarito da Gesù. Non è possibile dunque che Dio deve far sì che tutti diventino ciechi affinché tutti diventino vedenti?

E se questo è vero — se la severità di Dio risulta alla fine benevola — non è possibile che sia vero anche il contrario — che la benevolenza di Dio può risultare alla fine severa? Quelli che prima erano ciechi ma poi guariti dalla grazia di Dio, possono presumere sempre di vedere mentre tutti gli altri sono ancora ciechi? Non può il loro vedere — tutto dovuto alla grazia di Dio — diventare una forma di cecità se s’insuperbiscono nei confronti dei non ancora guariti? E se succede questo, non può la benevolenza di Dio — la stessa benevolenza che li ha guariti dalla cecità — non può risultare severa nei loro confronti per umiliarli, per ricordargli che anche loro sono ciechi se non per la grazia che non hanno meritato?

Questo è infatti l’insegnamento di Paolo in Romani 11:17-23 dove, invece della cecità, usa l’analogia dei rami selvatici (cioè i ciechi) che vengono innestati al posto dei rami naturali (cioè i vedenti):

17 Se alcuni rami sono stati troncati, mentre tu, che sei olivo selvatico, sei stato innestato al loro posto e sei diventato partecipe della radice e della linfa dell’olivo, 18 non insuperbirti contro i rami; ma se ti insuperbisci, sappi che non sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te. 19 Allora tu dirai: «Sono stati troncati i rami perché fossi innestato io». 20 Bene: essi sono stati troncati per la loro incredulità e tu rimani stabile per la fede; non insuperbirti, ma temi. 21 Perché se Dio non ha risparmiato i rami naturali, non risparmierà neppure te. 22 Considera dunque la bontà e la severità di Dio: la severità verso quelli che sono caduti; ma verso di te la bontà di Dio, purché tu perseveri nella sua bontà; altrimenti, anche tu sarai reciso. 23 Allo stesso modo anche quelli, se non perseverano nella loro incredulità, saranno innestati; perché Dio ha la potenza di innestarli di nuovo.

Questo è infatti ciò che impariamo in Giovanni 9. Consideriamo la bontà e la severità di Dio, la bontà che guarisce i ciechi e la severità che acceca i vedenti, ma anche la bontà che può guarire i vedenti accecati e la severità che può accecare di nuovo i guariti. Non ci si può beffare di Dio, non si può prendere alla leggera la sua grazia né trattarla come la propria prerogativa. Se Dio nella sua severità benevola ci ha abbattuto affinché ci ravvedessimo, la sua benevolenza severa dovrebbe tenerci lì in ginocchio pentiti e contriti davanti a lui. Dobbiamo gioire perché in Gesù siamo diventati figli di Dio, ma non dobbiamo gioire perché siamo diventati figli di Dio noi non altri. Servite il Signore con timore e gioite con tremore” ci esorta Salmo 2:11, e il principio della saggezza è il timore del Signore” ci insegna Proverbi 9:10.

E alla fine, tutto questo è dovuto, come sempre, alla croce di Cristo a cui Giovanni 9 ci prepara ulteriormente. Qual è la risposta giusta se chiediamo: È la croce di Cristo la rivelazione della bontà di Dio o della severità di Dio? È la manifestazione della grazia di Dio o del giudizio di Dio? È il fulgore della luce che illumina gli occhi o che abbaglia gli occhi? La risposta non può essere “o questo o quello” ma “sia questo che quello”. La croce è il luogo dove Dio ha rivelato la sua bontà nella sua severità verso Gesù al posto di noi peccatori, ed è anche il luogo dove Dio ha rivelato la sua severità verso i nostri peccati nella sua bontà nel caricarli su Gesù. La croce ha manifestato la grazia di Dio nel giudicare in Gesù tutte le colpe del mondo, e ha manifestato anche il giudizio di Dio nel perdonarle tutte una volta per sempre. Sulla croce, Gesù si è dimostrato “la vera luce che illumina ogni uomo” (Giovanni 1:9), perché lì ha aperto gli occhi di un centurione pagano affinché credesse in lui, ma allo stesso tempo ha accecato gli occhi dei Giudei che potevano solo insultarlo come una pallida imitazione del Messia. Ma non va dimenticato che molti di questi stessi Giudei, quello stesso anno alla festa della Pentecoste, hanno ascoltato la testimonianza di Pietro e gli altri apostoli e, compunti nel cuore, si sono ravveduti anche loro e sono stati battezzati nel nome di Gesù per il perdono dei peccati (Atti 2:37-41).

Il messaggio di Giovanni 9 dovrebbe essere dunque semplice ma forte, incoraggiante ma impressionante, portando conforto ma anche facendo riflettere, sia per credenti sia per non credenti. Nessuno occhio è troppo cieco che Dio non lo possa guarire, e nessuno occhio è così guarito che non abbia ancora costante bisogno della grazia per non tornare a essere cieco. I vedenti devono umiliarsi sotto la severità benevola di Dio, confessando la loro cecità e ravvedendosi della loro illusione di poterci vedere. I ciechi devono rallegrarsi della benevolenza severa di Dio, che li ha fatti essere per un tempo ciechi affinché possano ora essere guariti e veder manifestarsi le opere di Dio in loro.

Concludiamo tornando a Romani 11 per vedere come Paolo ha concluso il discorso che abbiamo citato prima:

33 Oh, profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto inscrutabili sono i suoi giudizi e ininvestigabili le sue vie! 34 Infatti «chi ha conosciuto il pensiero del Signore? O chi è stato suo consigliere?» 35 «O chi gli ha dato qualcosa per primo, sì da riceverne il contraccambio?» 36 Perché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui sia la gloria in eterno. Amen.

Apocalisse 6: I Sigilli della Storia e l’Ira dell’Agnello

1) Introduzione

6:1 Poi vidi quando l’Agnello aprì uno dei sette sigilli

Quando l’apostolo Paolo si riferisce al “buon combattimento della fede” (1 Timoteo 6:12), parla di una questione che affronta tutte le persone a prescindere dalle loro prospettive religiose. Siamo costantemente assaliti da voci che cercano di persuaderci di porre fiducia in esse, dalle pubblicità che vogliono farci credere che saremo felici se compriamo il prodotto che vendono, ai politici che promettono di realizzare i nostri sogni più grandi se li votiamo. Questo è evidente anche nella pandemia COVID perché (come ho sentito qualcuno dire recentemente) è difficile sapere la verità del virus quando esperti da ogni lato — dai catastrofisti ai complottisti — ci danno informazioni contraddittorie. Tutti i giorni sentiamo dichiarazioni, affermazioni, e opinioni che mirano a ottenere la nostra fiducia, e noi siamo costretti a lottare per capire a chi dobbiamo ascoltare e a chi no. Anche quelli che dicono di non fidarsi più di nessuno stanno semplicemente mettendo tutta la loro fiducia in se stessi, cioè nella loro intelligenza e nelle loro capacità di discernere la verità dalla menzogna. Alla fine, tutto questo non è altro che un “combattimento di fede”: tra quelli che combattono per vincere la nostra fiducia e noi che cerchiamo di capire a chi o a cosa dare retta.

Ciò che rende in particolare la fede cristiana un combattimento è che essa riguarda soprattutto cose che non si possono vedere con gli occhi o toccare con le mani. Non voglio dire che la fede cristiana manchi di concretezza o praticità, ma solo che in fondo essa si basa sulla parola di Dio. Crediamo che sia così perché Dio ha detto che è così. In più, crediamo che sia così perché Gesù Cristo, la Parola di Dio in carne umana, ci ha fatto vedere in se stesso che è così. Tuttavia, resta vero che, come dice Paolo in 2 Corinzi 5:7, “camminiamo per fede e non per visione”, e di conseguenza anche il più forte e convinto credente avrà a volte dei dubbi al riguardo. Dopo un po’ che i nostri amici, conoscenti, colleghi di lavoro, vicini di casa, o anche familiari ci dicono che dobbiamo essere mezzo pazzi per credere in Gesù, cominciamo anche noi a chiederci se è così. Ecco qui l’importanza del libro dell’Apocalisse.

“Apocalisse”, che letteralmente vuol dire “svelare”, è stato scritto dall’apostolo Giovanni alle chiese che erano, a continuano a essere, tentati a credere che il mondo sia così come ci appare: che i primi siano i primi e gli ultimi siano gli ultimi, che i grandi non servano gli altri ma si facciano servire dagli altri, che i vincitori siano i forti, i belli, i ricchi e i bravi, e spesso che il male sia pù potente del bene. Lo scopo di Apocalisse è di smascherare queste percezioni ed esporre i loro inganni, di togliere il velo che ci nasconde il vero potere dell’universo e farci vedere che, come afferma 1 Giovanni 5:4: “questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede”. Per quanto sembra strano e misterioso, il libro dell’Apocalisse è un’arma indispensabile nel buon combattimento della fede del credente.

Nei capitoli 4 e 5 di Apocalisse, Giovanni riesce a sbirciare “dietro le quinte”, e vede il trono celeste di Dio attorno al quale le creature viventi e gli angeli cantano incessantemente le lodi dell’Altissimo. Nella visione che Giovanni riferisce vediamo che sul trono più alto del cosmo non c’è né uomo né nessun’altra creatura ma Dio Creatore del cielo e della terra. Egli è il sovrano assoluto e indiscusso, e tiene nella sua mano un libro sigillato da sette sigilli. Questo è il libro che rappresenta il suo piano per il compimento della storia dell’universo. I suoi decreti che sono scritti dentro sono “fedeli e veritieri”, e nessuno è in grado di contrastarli o frustrarne l’adempimento.

Poi, Giovanni vede nella visione che nessuno è degno e capace di aprire il libro e rivelarne il contenuto se non uno solo: il Signore Gesù Cristo, raffigurato come il Leone vincitore e l’Agnello immolato per togliere il peccato del mondo. Gesù e Gesù solo ha sconfitto i potere del male e della morte, ed è a lui Dio ha dato il nome al di sopra di ogni altro nome, e il potere al di sopra di ogni altro potere. Apocalisse ci fa vedere che Gesù è il Signore di tutto e di tutti; non solo in un senso spirituale divorziato dalle realtà fisiche, politiche, scientifiche, storiche, e culturali del mondo; non solo un signore tra tanti altri. Lui è il Signore di tutto ciò. Ed è dunque solo lui che è degno e in grado di prendere in mano il libro del destino del mondo e aprirne i sigilli, dando così il via agli avvenimenti che alla fine porteranno alla vittoria finale di Dio e della venuta del suo regno in ogni angolo del mondo. Il capitolo 6 di Apocalisse rivela il contenuto del libro e narra questi avvenimenti man mano che Gesù — sempre designato “l’Agnello” — apre i sigilli del libro uno alla volta. Tutto questo mira a fortificare la nostra fede, a rendere più ferma la nostra risolutezza di essere fedeli a Cristo, e ad avere coraggio e franchezza nel testimoniarlo agli altri. Consideriamo adesso il contenuto dei sigilli.

2) I Primi Quattro Sigilli: I Quattro Cavalli (6:1-8)

A) 1° sigillo: il cavallo bianco (vv.1-2)

6:1 Poi vidi quando l’Agnello aprì uno dei sette sigilli e udii una delle quattro creature viventi, che diceva con voce come di tuono: «Vieni». Guardai e vidi un cavallo bianco. Colui che lo cavalcava aveva un arco; e gli fu data una corona, ed egli venne fuori da vincitore, e per vincere.

Quando l’Agnello apre il primo sigillo, Giovanni vede venir fuori un cavallo bianco, e il cavaliere che ha un arco. Questo è il primo dei famosi “quattro cavalli dell’Apocalisse” che molti conoscono anche tra quelli che non hanno mai letto la Bibbia. Le immagini di questi cavalli e dei loro cavalieri sono ovviamente simboliche, come il linguaggio in tutto il libro di Apocalisse. Come Gesù non è letteralmente un agnello, così non c’è letteralmente un cavallo bianco col cavaliere che ha un arco. Il significato è da ricercare in ciò che questi cavalli e gli altri simboli rappresentano. Qui il colore del cavallo è importante: bianco, lo stesso colore che indossa Gesù e lo stesso colore del cavallo sul quale egli tornerà nel capitolo 19 per stabilire il suo regno sulla terra. Ma è chiaro che non è Gesù a calvacare questo cavallo, perché è Gesù ad aprire il sigillo che gli permette di venir fuori!

No, questo cavaliere è un impostore, una pallida imitazione di Cristo che viene fuori “da vincitore, e per vincere”. Altrove questo è chiamato “l’anticristo” o “lo spirito dell’anticristo” per tenta di usurpare il posto che spetta solo a Gesù. Nel capitolo 5, è Gesù solo che viene acclamato il vincitore, ma qui vediamo un altro che si arroga lo stesso titolo e diritto. Questo cavaliere rappresenta ogni cosa o ogni persona all’infuori di Cristo che pretende di essere “la via, la verità e la vita”. Può essere un politico o un partito politico; può essere una filosofia o ideologia, puo essere il denaro, può essere persino un prodotto sul mercato che promette di cambiare la nostra vita in bene se ci fidiamo dei produttori abbastanza da spendere i nostri soldi per comprarlo. In poche parole, il cavaliere bianco — l’anticristo — è un idolo, quello che chiede la fiducia e la lealtà che spettano solo a Cristo. E considerando quanto è diffusa l’idolatria nel mondo, non è difficile vedere quanto è efficace questo cavaliere nel “vincere” i cuori, le menti, e le anime delle persone.

B) 2° sigillo: il cavallo rosso (vv.3-4)

Quando l’Agnello aprì il secondo sigillo, udii la seconda creatura vivente che diceva: «Vieni». E venne fuori un altro cavallo, rosso; e a colui che lo cavalcava fu dato di togliere la pace dalla terra affinché gli uomini si uccidessero gli uni gli altri, e gli fu data una grande spada.

L’apertura del secondo sigillo fa venire fuori un cavallo rosso, il colore del sangue. Questo è infatti ciò che accade, perché il cavaliere rosso toglie la pace dalla terra e fomenta conflitti dai quali risultano tanti morti. Naturalmente i conflitti più gravi e sanguinosi sono le guerre, ma l’impatto di questo cavallo è ben più ampio. Anche liti tra vicini di casa possono sfociare in violenza. È difficile, se non impossibile, che passiamo una giornata senza imbatterci in qualche conflitto, o uno in cui siamo coinvolti o uno di cui siamo testimoni. La storia umana è una storia del conflitto, e così sarà fino alla fine. Finché l’uomo è ingannato dallo spirito dell’anticristo e va dietro a idoli, sarà disposto a fare qualsiasi cosa per ottenere quello che desidera, anche quando deve far male agli altri.

C) 3° sigillo: il cavallo nero (vv.5-6)

Quando l’Agnello aprì il terzo sigillo, udii la terza creatura vivente che diceva: «Vieni». Guardai e vidi un cavallo nero; e colui che lo cavalcava aveva una bilancia in mano. E udii come una voce in mezzo alle quattro creature viventi, che diceva: «Una misura di frumento per un denaro e tre misure d’orzo per un denaro, ma non danneggiare né l’olio né il vino».

Il terzo sigillo fa venire fuori un cavallo nero, il colore che rappresenta il male, la corruzione, l’ingiustizia e la sofferenza. Il cavaliere ha in mano una bilancia che dovrebbe simboleggiare la giustizia, ma in questo caso è l’opposto. Le misure usate per il frumento e l’orzo — alimenti di base — sono tante volte aumentate rispetto a quelle giuste, mentre l’olio e il vino — alimenti di lusso — rimangono invariati. Questo indica un’ingiustizia economica in cui i poveri vengono sfruttati in modo che non possano comprare da mangiare mentre i ricchi continuano a godersi i loro cibi succulenti.

D) 4° sigillo: il cavallo giallastro (vv.7-8)

Quando l’Agnello aprì il quarto sigillo, udii la voce della quarta creatura vivente che diceva: «Vieni». Guardai e vidi un cavallo giallastro; e colui che lo cavalcava si chiamava Morte, e gli veniva dietro l’Ades. Fu dato loro potere sulla quarta parte della terra, per uccidere con la spada, con la fame, con la mortalità e con le belve della terra.

L’Agnello apre il quarto sigillo e fa uscire il quarto e ultimo cavallo di colore giallastro, il colore della malattia e del morire. Questo cavaliere si chiama appunto “Morte”, ed è seguito dall’Ades, il soggiorno dei morti. Egli rappresenta l’effetto cumulativo dei tre cavalli precedenti: laddove c’è la guerra si muore di spada; laddove c’è sfruttamento economico si muore di fame e di malattia. A questi flagelli viene aggiunta la morte dovuta alle “belve della terra”, che sicuramente sono gli animali ma forse anche esseri umani che si comportano come tali. Spesso nei salmi i malvagi sono paragonati alle belve proprio perché le loro azioni sono disumane e perché disumanizzano le loro vittime. Comunque sia, la conseguenza di questi quattro cavalli è che la quarta parte del mondo viene colpita e uccisa, una devastazione tremenda e inimmaginabile.

A questo punto ci conviene riflettere brevemente su quanto abbiamo visto fin qui. La prima cosa importante da notare è l’ottica nella quale questi primi quattro sigilli ci fanno vedere gli avvenimenti terribili nella storia e nei giorni nostri. Tutti — conflitti, guerre, ingiustizie, corruzione, povertà, fame, pesti, cattiveria umana — fanno parte del libro che Dio ha scritto riguardante il destino del mondo. I quattro cavalli e i loro cavalieri entrano nella storia solo quando l’Agnello apre i sigilli del libro. In più, notiamo l’uso della forma passiva dei verbi: al cavaliere bianco “fu data una corona” (v.2); al cavaliere rosso “fu dato di togliere la pace dalla terra” e “gli fu data una grande spada” (v.4); al cavaliere giallastro e all’Ades “fu dato loro potere sulla quarte parte della terra per uccidere” (v.8). Per quanto riguarda il cavallo nero, è una voce “in mezzo alle quattro creature viventi” (v.6) che conducono le lodi attorno al trono di Dio che annuncia la sofferenza che seguirà. Il significato di questo è chiaro: i cavalieri possono affliggere il mondo solo nella misura in cui l’Agnello di Dio gli permette di farlo. Tutto quello che sembra il male sfrenato e fuori controllo è in realtà soggetto alla sovranità del Signore Gesù Cristo.

La seconda cosa importante da notare è che questi cavalli rappresentano soltanto le conseguenze naturali e inevitabili della ribellione umana contro Dio. È vero che i cavalli escono solo quando l’Agnello apre i sigilli del libro, ma ciò non significa che l’Agnello sia l’autore dei mali che portano. Il cavaliere bianco vince quelli che scelgono di andare dietro a idoli anziché adorare Dio. Il cavaliere rosso toglie la pace e fomenta il conflitto a quelli che si sono fatti nemici di Dio. Il cavaliere nero porta l’ingiustizia in mezzo a quelli che trasgrediscono la legge di Dio e si sono resi ingiusti davanti a lui. Il cavaliere giallastro uccide quelli che si sono allontanati dal loro Creatore e l’unica fonte della loro vita. In effetti, i sigilli danno agli esseri umani ciò che essi stessi hanno scelto. Hanno preferito gli idoli a Dio, la ribellione all’ubbidienza, l’ingiustizia alla giustizia, la morte dell’autonomia alla vita della sottomissione. Quindi, nel far entrare i quattro cavalieri nel mondo, Dio è perfettamente giusto.

Il punto di tutto ciò è doppio. Per i credenti, il messaggio è di incoraggiamento e conforto. Non bisogna mai pensare che il male sia più forte del bene, che la luce rischi di essere ingoiata dalle tenebre. Per quanto terribili e tremende, le forze del male non possono fare altro che Dio gli permette di fare, e per quanto misterioso, il proposito di Dio farà cooperare ogni male “al bene di quelli che amano Dio e che sono chiamati secondo il suo disegno” (Romani 8:28). Per i non credenti, il messaggio è di ravvedimento e salvezza. Se gli esseri umani abbandoneranno gli idoli, se saranno riconciliati con Dio, se ubbidiranno alla sua volontà e se si rivolgeranno a lui con tutto il cuore, troveranno perdono e vita eterna. Alla fine, per quanto severo, il giudizio di Dio è la manifestazione della sua misericordia che rifiuta di permettere agli esseri umani di rifiutare il suo benevolo proposito nei loro confronti.

3) Il Quinto Sigillo: I Martiri (6:9-11)

Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di quelli che erano stati uccisi per la parola di Dio e per la testimonianza che avevano resa. 10 Essi gridarono a gran voce: «Fino a quando aspetterai, o Signore santo e veritiero, per fare giustizia e vendicare il nostro sangue su quelli che abitano sulla la terra?» 11 E a ciascuno di essi fu data una veste bianca e fu loro detto che si riposassero ancora un po’ di tempo, finché fosse completo il numero dei loro compagni di servizio e dei loro fratelli, che dovevano essere uccisi come loro.

Quando l’Agnello apre il quinto sigillo, Giovanni vede qualcosa di nuovo. Non è più la terra ma il cielo che si mette a fuoco, in particolare “l’altare” che si trova nel tempio celeste di Dio. Sotto l’altare Giovanni vede “le anime di quelli che erano stati uccisi per la parola di Dio e per la testimonianza che avevano resa” (v.9). Questi sono i martiri che sembrano essere stati sconfitti dal mondo ma in realtà, come leggiamo nel 12:11, “hanno vinto per mezzo del sangue dell’Agnello e per mezzo della parola della loro testimonianza; e non hanno amato la loro vita, tanto da esporla alla morte”. Come l’Agnello ha vinto per mezzo della croce, così anche i martiri che rimangono fedeli a lui fino alla morte. È da ricordare che l’accezione originaria del termine “martire” era semplicemente “testimone”, e in questo senso tutti i credenti sono martiri quando testimoniano Gesù con coraggio e costanza.

Ma nella visione di Giovanni vengono specificati i martiri uccisi per la loro testimonianza perché esemplificano nel modo più chiaro la fede che neanche la morte può abbattere. Giovanni sente inoltre le loro suppliche che Dio intervenga per mettere fine al male e alla violenza e ristabilire la pace e la giustizia nel mondo, vendicando così il loro sangue. Gli viene detto di risposarsi “ancora un po’ di tempo” perché non è ancora “completo il numero dei loro compagni di servizio” (v.11). Anche qui il messaggio è doppio. Prima, ci conforta sapere che ci sarà una fine alle nostre sofferenze, e che la cosa peggiore che il mondo possa fare è ucciderci, aprendoci la porta a entrare nella presenza del Signore e del riposo da tutte le nostre sofferenze. Ma questo ci avverte anche che dobbiamo essere sempre pronti alla sofferenza, e persino al martirio in questo mondo, perché il numero di quelli che “devono essere uccisi” non è ancora completo.

4) Il Sesto Sigillo: L’Ira dell’Agnello (6:12-17)

12 Poi vidi quando l’Agnello aprì il sesto sigillo; e si fece un gran terremoto. Il sole diventò nero come un sacco di crine e la luna diventò tutta come sangue; 13 le stelle del cielo caddero sulla terra come quando un fico scosso da un forte vento lascia cadere i suoi fichi immaturi. 14 Il cielo si ritirò come una pergamena che si arrotola, e ogni montagna e ogni isola furono rimosse dal loro luogo. 15 I re della terra, i grandi, i generali, i ricchi, i potenti e ogni schiavo e ogni uomo libero si nascosero nelle spelonche e tra le rocce dei monti. 16 E dicevano ai monti e alle rocce: «Cadeteci addosso, nascondeteci dalla presenza di colui che siede sul trono e dall’ira dell’Agnello; 17 perché è venuto il gran giorno della loro ira. Chi può resistere?»

Ma il tempo per trattenere il giudizio finale non si prolungherà per sempre, e Dio risponderà alle preghiere dei santi di “fare giustizia e vendicare il loro sangue su quelli che abitano sulla terra” (v.10). Il tempo trascorso tra l’apertura del quinto e del sesto sigilli non è specificato, ma quanto è certo che è scritto nel libro di Dio tanto è certo che verrà “il gran giorno dell’ira dell’Agnello”. L’apertura del sesto sigillo ci porta sulla soglia della venuta del regno di Dio, quando finalmente sarà fatta la volontà di Dio come in cielo così anche in terra. Ma perché questo avvenga, Dio deve spacciare via tutto quello che lo impedisca. Così il giudizio finale sarà totale e universale. Il sole diventerà “nero come un sacco di crine” e la luna “tutta come sangue” (v.12). Il cielo si ritirerà, e “ogni montagna e ogni isola” saranno “rimosse dal loro luogo” (vv.13-14). Anche queste immagini sono simboliche, indicando la grandezza dello sconvolgimento che il giudizio di Dio effettuerà, tanto da far sembrare che persino “le stelle del cielo” stiano cadendo “sulla terra come quando un fico scosso da un forte vento lascia cadere i suoi fichi immaturi” (v.13).

In quel giorno, nessuno potrà resistere, e nella sua visione Giovanni vede che tutti saranno colpiti, indipendentemente dal loro potere, dalle loro ricchezze, o dall’onore con cui il mondo li acclama. Nessuno tra “i re della terra, i grandi, i generali, i ricchi, i potenti e ogni schiavo e ogni uomo libero” scamperà. Se la pandemia COVID è stata un grande livellatore colpendo tutti senza discriminare o fare favoritismi, il giudizio di Dio lo sarà ancora di più. E tanto terrificante sarà “l’ira dell’Agnello” che gli uomini preferiranno essere schiacciati dai monti e dalle rocce. Proviamo a immaginare uno spavento così grande da umiliare i più arroganti, da impoverire i più ricchi e da abbattere i più forti. Così sarà il gran giorno dell’ira dell’Agnello, e anche se sembra tardare, il suo futuro arrivo è certo, essendo scritto nel libro nella mano dell’Agnello.

Ma anche questo è la manifestazione della misercordia e dell’amore di Dio. Non è a caso che si tratti dell’ira “dell’Agnello”, lo stesso Agnello che si è sacrificato per togliere il peccato. Il Giudice del mondo non è altro che il Salvatore del mondo. Colui che versa la sua ira sul mondo non è altro che colui che si è sostituito al posto del mondo sotto la stessa ira. L’ira dell’Agnello è dunque l’ira del suo amore, l’amore che rifiuta di essere rifiutato, l’amore che non resta indifferente di fronte a ciò che distrugge l’amato, l’amore che è consumante come un fuoco e feroce come un urugano. L’ira dell’Agnello è lo stesso amore che ha rivelato sulla croce che ora viene manifestato in modo irresistibile e inarrestabile nei confronti di ogni singolo essere umano. E il motivo per cui a Giovanni fu concesso di vedere in anticipo questo giorno e poi di scriverlo a noi è affinché ogni peccatore abbia l’opportunità di ravvedersi e prepararsi al suo arrivo, e affinché ogni credente si fortifichi nella propria fede e speranza, mantendo ferma la testimonianza di Gesù Cristo fino alla morte.

Ecco perché abbiamo tanto bisogno di meditare a lungo su Apocalisse, perché l’inizio del libro stesso pronuncia questa benedizione: “Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e serbano le cose che vi sono scritte, perché il tempo è vicino” (1:3). Non ci resta altro che fare esattamente questo. Che Dio ci conceda la grazia tramite la sua parola di perseverare fino alla fine, rimanendo fedeli a lui e costanti nella nostra testimonianza. Amen.

2 Corinzi 1:1-11: La Consolazione di Cristo

1) Introduzione (2 Corinzi 1:1-2)

1 Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, e il fratello Timoteo, alla chiesa di Dio che è in Corinto, con tutti i santi che sono in tutta l’Acaia: grazia a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo.

La sofferenza. Poco ci piace parlarne. Ancora meno ci piace sperimentarla. Ma nella vita la sofferenza è inevitabile, e se non ci prepariamo prima che venga, ci troveremo senza la capacità di affrontarla. Un atleta non può aspettare il giorno della gara per iniziare ad allenarsi e pensare di vincere. Similmente non possiamo ritenerci in grado di reggere nel giorno della tempesta se prima non abbiamo costruito una solida base su cui stare. Ecco perché in Matteo 7:24-25 Gesù chiama “avveduto” l’uomo che:

ha costruito la sua casa sopra la roccia. La pioggia è caduta, sono venuti i torrenti, i venti hanno soffiato e hanno investito quella casa; ma essa non è caduta, perché era fondata sulla roccia.

È per aiutarci a costruire la casa della nostra vita sulla roccia che oggi meditiamo sul primo capitolo della seconda lettera di Paolo ai Corinzi, anche se, va riconosciuto subito, Paolo non scrive questa lettera come un trattato sulla sofferenza in generale. L’occasione di 2 Corinzi è ben più specifica. Come diventerà chiaro nel resto della lettera, Paolo scrive alla chiesa di Corinto (da lui fondata qualche anno prima) per difendere il suo apostolato da alcuni “sommi apostoli” (11:5) che cercano di minare la sua autorità e rovinare la sua reputazione tra i membri della chiesa. Paolo chiama questi “sommi apostoli” in senso ironico, perché lungi dall’essere veri apostoli di Cristo, si sono infiltrati nella chiesa predicandovi “un altro Gesù” (come Paolo dice in 11:4), portando un messaggio totalmente opposto al vangelo. La strategia di questi falsi apostoli è subdola ed efficace. Attaccano il messaggero, e, caduto lui, di conseguenza cade anche il suo messaggio. Quando dunque Paolo si difende in 2 Corinzi contro le accuse di questi falsi apostoli, non lo fa per non fare una brutta figura davanti ai corinzi. È invece per evitare che il vangelo di Cristo incorra nel biasimo e nel disonore.

Che c’entra quindi il tema della sofferenza? Evidentemente, i falsi apostoli sfruttavano le varie e molteplici sofferenze che Paolo subiva a causa del suo ministero per screditarlo agli occhi dei corinzi. Troviamo un esempio di quello che essi dicevano di lui nel 10:10:

Qualcuno dice infatti: «Le sue lettere sono severe e forti, ma la sua presenza fisica è debole e la sua parola è cosa da nulla»

In una cultura che, come quella dei corinzi, ammirava i leader forti, ricchi ed eloquenti, questa tattica risultava molto persuasiva. Se Paolo fosse veramente un apostolo, non dovrebbe essere così debole e sofferente. Certamente Dio non permetterebbe al suo grande apostolo di provare così tante afflizioni e dolori!

In 2 Corinzi, Paolo risponde ai suoi avversari stranamente affermando le loro critiche. Non cerca di nascondere le sue sofferenze; non tenta di farsi apparire più forte. Anzi, si vanta, in un certo senso, delle sue sofferenze e debolezze perché sono queste che paradossalmente danno conferma del suo apostolato. Il suo ragionamento è riassunto in 4:7:

Ma noi abbiamo questo tesoro in vasi di terra, affinché questa grande potenza sia attribuita a Dio e non a noi.

Per Paolo, la sofferenza è parte integrante del suo ministero, perché nessuno può confondere così la potenza del vangelo con le capacità dell’apostolo. In più, è incoerente predicare “Cristo crocifisso” senza seguirlo portando la propria croce. Paolo non è contento di solo predicare Cristo crocifisso; desidera rispecchiarlo nel proprio modo di vivere.

Detto questo, siamo adesso pronti per considerare il capitolo inziale di 2 Corinzi in cui Paolo introduce il tema della sofferenza. Ma forse ancora più importante è il tema della consolazione che è nostra in Cristo. Come Paolo insegna, è alla luce della consolazione di Cristo che le ombre delle nostre sofferenze perdono un po’ della loro oscurità. Qui non troviamo una risposta esauriente alla domanda: “perché soffriamo?”, ma la risposta che Paolo ci dà è sufficiente per consolarci nei momenti più difficili della vita. E quando ci aggrappiamo a questa consolazione, non saremo certo liberati dalle nostre sofferenze, ma saremo capaci di sopportarle, mantenendo ferma la nostra speranza in Cristo. In questi versetti, Paolo dà senso alle nostre sofferenze in questi tre modi: 1) siamo consolati per consolare, 2) siamo partecipi delle sofferenze di Cristo, e 3) impariamo a mettere fiducia nel Dio che risuscita i morti.

2) Consolati per Consolare (2 Corinzi 1:3-4)

Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra afflizione affinché, mediante la consolazione con la quale siamo noi stessi da Dio consolati, possiamo consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione;

Nel v.3, Paolo benedice “il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo” per il fatto che egli sia “il Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione”. Mentre è vero che Dio è sovrano su tutto — comprese le nostre sofferenze — la sua sovranità non è fredda o arbitraria come i concetti pagani della “sorte” o del “destino”. Questo è perché Paolo, innanzitutto, pone l’accento sulla misericordia e la consolazione di Dio. Se Dio nella sua sovranità permette che siamo afflitti, lo fa per poterci consolare. Non conosciamo Dio se non prima di tutto come “Padre misericordioso”, e come “Dio di ogni consolazione” non c’è afflizione che lui non sia in grado di consolare. A volte saremo afflitti “oltre le nostre forze” (v.8), ma possiamo essere certi che quando abbonderanno le nostre afflizioni, sovrabbonderanno le consolazioni di Dio. Se ci sentiamo travolti dalle sofferenze, dobbiamo ricordarci che quelle sofferenze saranno presto travolte dalle consolazioni del Signore.

Ma perché Dio desidera consolarci se questo richiede che prima soffriamo? Non sarebbe forse meglio sin dall’inizio non farci soffrire? Paolo risponde subito dicendo che è “affinché, mediante la consolazione con la quale siamo noi stessi da Dio consolati, possiamo consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione”. Come dirà nel 5:15-20, Paolo, insieme a tutti i seguaci di Cristo, “non vivono per se stessi ma per colui che è morto e risuscitato per loro”, facendo “da ambasciatori per Cristo”. Finché viviamo in questo mondo decaduto, la sofferenza sarà parte normale della vita, ed è dunque necessario che gli ambasciatori di Cristo siano in grado di consolare quelli che soffrono. Ma possiamo consolare altri nelle loro sofferenze se non siamo mai stati consolati nelle nostre? Non è certo piacevole, ma è indispensabile che l’ambasciatore di Cristo soffra e sia da Dio consolato in modo da poter poi consolare altri nelle loro sofferenze. Questo è perché Paolo in 2 Timoteo 2:10 dice:

Ecco perché sopporto ogni cosa per amore degli eletti, affinché anch’essi conseguano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna.

Quando anche noi siamo convinti che (per ripetere 5:15) “egli morì per tutti, affinché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro”, potremo anche noi dire la stessa cosa: sopportiamo ogni cosa per amore degli altri, come anche Cristo ha sopportato ogni cosa per amore nostro. Quindi, la prima parte della risposta di Paolo alla domanda: “perché soffriamo?” è questa: per essere consolati da Dio affinché “mediante la consolazione con la quale siamo noi stessi da Dio consolati, possiamo consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione”.

3) Partecipi delle Sofferenze (2 Corinzi 1:5-7)

perché, come abbondano in noi le sofferenze di Cristo, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione. Perciò se siamo afflitti, è per la vostra consolazione e salvezza; se siamo consolati, è per la vostra consolazione, la quale opera efficacemente nel farvi capaci di sopportare le stesse sofferenze che anche noi sopportiamo. La nostra speranza nei vostri riguardi è salda, sapendo che, come siete partecipi delle sofferenze, siete anche partecipi della consolazione.

Se poi chiediamo: “in che modo siamo consolati da Dio?”, Paolo risponde nei vv.5-7. Dio ci consola rassicurandoci che se soffriamo, è perché siamo “partecipi delle sofferenze di Cristo”. In quanto “abbondano in noi le sofferenze di Cristo”, così nella stessa misura “per mezzo di Cristo abbonda anche la nostra consolazione”. In altre parole, la consolazione che sperimentiamo in Cristo è in proporzione a quanto sperimentiamo le sofferenze di Cristo. Anche se forse non sembra all’inizio, sapere questo è una grande consolazione. Come abbiamo già detto, la sofferenza è parte normale della vita, e colpisce tutti indiscriminatamente. Questo non vuol dire ovviamente che nella vita non c’è altro che sofferenza, ma semplicemente che la sofferenza è inevitabile per tutti. Soffrono i ricchi e i poveri, i giovani e i vecchi, i grandi e i piccoli, i famosi e gli sconosciuti, e anche i credenti e i non credenti.

Ma c’è una differenza che distingue la sofferenza tra questi ultimi. Mentre per il non credente la sofferenza è solo quella: sofferenza, per il credente la sofferenza è molto di più: è una partecipazione nelle sofferenze di Cristo. Per il non credente, non c’è mai la certezza che la sofferenza abbia un senso, anche se lo si spera. Ma il credente non deve mai dubitarne perché, pur mancando altre risposte, sa che le sue sofferenze sono condivise con Cristo. Quindi, per il credente, tanto è possibile che le sue sofferenze non abbiano un senso quanto è possibile che le sofferenze di Cristo non abbiano avuto un senso. Non c’è sofferenza nella vita del credente che non sia una partecipazione nelle sofferenze di Cristo, e perciò non c’è sofferenza nella vita del credente che non abbia un senso. Forse questo senso non lo capiamo; forse non lo mai capiremo in questa vita. Ma possiamo essere certi che, come le sofferenze di Cristo sono state efficaci, così lo saranno le nostre allo scopo che Dio sta realizzando.

Ovvio: le nostre sofferenze non sono efficaci nello stesso senso in cui quelle di Cristo sono state efficaci. Le nostre sofferenze non salvano nessuno. Ma sappiamo comunque che nelle mani di colui che è il Salvatore, nulla sarà sprecato, e tutto si rivelerà un giorno di essere avvenuto per un motivo buono e bello. In Romani 8:28 Paolo lo dice così:

Or sappiamo che tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio, i quali sono chiamati secondo il suo disegno.

Io non so di voi, ma se devo soffrire, io voglio che le mie sofferenze siano una partecipazione in quelle di Cristo, così che non devo dubitare che abbiano un senso. Quando siamo convinti di questo, troviamo veramente una grande consolazione.

4) Dio che Risuscita i Morti (2 Corinzi 1:8-10)

Fratelli, non vogliamo che ignoriate, riguardo all’afflizione che ci colse in Asia, che siamo stati grandemente oppressi, oltre le nostre forze, tanto da farci disperare perfino della vita. Anzi, avevamo già noi stessi pronunciato la nostra sentenza di morte, affinché non mettessimo la nostra fiducia in noi stessi, ma in Dio, che risuscita i morti. 10 Egli ci ha liberati e ci libererà da un così gran pericolo di morte, e abbiamo la speranza che ci libererà ancora.

Però, se siamo onesti, dobbiamo ammettere che a volte dimentichiamo queste verità che ci consolano nell’afflizione. A volte il dolore è talmente forte che non riusciamo a pensare ad altro. A volte il male è talmente soffocante, talmente schiacciante che non siamo in grado nemmeno di respirare. In questi momenti, cosa dobbiamo fare? Paolo risponde nei vv.8-10, riconoscendo che è possibile essere “grandemente oppressi, oltre le nostre forze, tanto da farci disperare perfino della vita”. Paolo conosce benissimo la sofferenza che porta alla disperazione, avendo lui stesso vissuto una simile esperienza che qui racconta. Non sappiamo esattamente di quale afflizione Paolo parla qui, l’afflizione che lo “colse in Asia” e che lo fece pronunciare “la nostra sentenza di morte”, ma non importa. L’importante è la ragione per cui, secondo Paolo, Dio gli permise di attraverso ciò che il salmista chiama “la valle dell’ombra della morte”. Questa ragione vale tanto per noi quanto per lui: “affinché non mettessimo la nostra fiducia in noi stessi ma in Dio ch risuscita i morti”.

È troppo facile dire “mi fido di Dio” quando tutto va bene. È difficile dire “mi fido di Dio” quando tutto va male. Ma è un’altra cosa ancora dire “mi fido di Dio” quando soffriamo oltre le nostre forze da sopportarlo, quando è preferibile morire che vivere ancora un altro minuto, quando ci sentiamo abbandonati persino da Dio e, come Giobbe, malediciamo il giorno in cui siamo nati. Il fatto puro e semplice è che non impareremo mai di mettere tutta (veramente tutta!) la nostra fiducia in Dio come il Dio che risuscita i morti finché non ci sentiamo di essere sotto la sentenza di morte. Affinché impariamo a fidarci di Dio di risuscitarci dalla morte, dobbiamo essere portati al punto in cui ci disperiamo perfino della vita. Questo mi ricorda la storia di Abraamo quando Dio gli comandò di offrire suo figlio, Isacco, come sacrificio, e come Ebrei 11:17-19 spiega come Abraamo superò questa prova:

17 Per fede Abraamo, quando fu messo alla prova, offrì Isacco; egli, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito. 18 Eppure Dio gli aveva detto: «È in Isacco che ti sarà data una discendenza». 19 Abraamo era persuaso che Dio è potente da risuscitare anche i morti; e riebbe Isacco come per una specie di risurrezione.

Quando Abraamo salì sul monte con Isacco, non sapeva che Dio lo avrebbe fermato all’ultimo momento e avrebbe dato un montone al posto di suo figlio. Quando alzò il coltello, era convinto che l’avrebbe ucciso ma, come dice in Ebrei, era altrettanto convinto che Dio l’avrebbe risuscitato, avendo già promesso che sarebbe stato per mezzo di Isacco che Abraamo sarebbe diventato padre di una moltitudini di nazioni. Ma come dice Genesi 22:10-12, Abraamo doveva arrivare al punto in cui “stese la mano e prese il coltello per scannare suo figlio” per poter dimostrare se credeva veramente nella promesso di Dio o no. Solo allora l’angelo del Signore “chiamò dal cielo e disse:… Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli male! Ora so che tu temi Dio, poiché non mi hai rifiutato tuo figlio, l’unico tuo.”

Per quanto difficile e straziante è una tale prova, Paolo ci incoraggia nel v.10 dicendo che il risultato è la libertà e la speranza: “Egli ci ha liberati e ci libererà da un così gran pericolo di morte, e abbiamo la speranza che ci libererà ancora.” Quando soffriamo oltre le nostre forze tanto da farci disperare perfino della vita, ma quando in quelle circostanze sperimentiamo personalmente come Dio ci libera, d’allora in poi avremo sempre la speranza che “ci libererà ancora”. Questa speranza — che neanche il più “gran pericolo di morte” può abbattere o distruggere — è il frutto soltanto della sofferenza che fa disperare della vita. La fede che è pura come oro non esce se non dal fuoco. Senza piangere davanti alla tomba come gli amici di Lazzaro in Giovanni 11, non si può avere veramente la certezza che Gesù è “la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà” (Giovanni 11:25). Gesù stesso è il nostro esempio più chiaro: la vittoria della Pasqua ha seguito — e poteva solo seguire — la morte di Venerdì Santo. Prima di ogni corona c’è la croce, e questo è tanto vero per i seguaci di Gesù quanto lo era per il loro Maestro.

Per quanto riguarda la fede, non funziona il “per sentito dire”: bisogna vivere la potenza di Dio di risuscitare i morti per poterci credere veramente. Sono esperienze che non sceglieremmo mai, ma quando Dio nella sua sovrana bontà ce le fa attraversare, il risultato è sempre fede pura, speranza salda, amore profondo e un cuore grato.

5) Cooperate con la Preghiera (2 Corinzi 1:3, 11)

Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione,… 11 Cooperate anche voi con la preghiera, affinché per il favore divino che noi otterremo per mezzo della preghiera di molte persone siano rese grazie da molti per noi.

Abbiamo iniziato questo studio dicendo che è importante essere preparati alla sofferenza. Se non stiamo ora attraversando la valle dell’ombra della morte, possiamo essere certi che prima o poi lo faremo. Che cosa dobbiamo fare quindi per prepararci? Voglio farvi quattro consigli pratici in base a questo testo. Prima di tutto, dobbiamo meditare su e ricordarci spesso delle verità che Paolo insegna qui. Nel momento della sofferenza, è difficile pensare con chiarezza, e non abbiamo spesso la capacità mentale considerare grandi verità teologiche. Ecco perché è necessario (per tornare alla parabola che Gesù usa nel sermone sul monte) costruire la nostra casa sulla roccia prima che la colpisca la tempesta. Se prendiamo il tempo necessario per imparare e meditare sulle grandi verità del vangelo nei tempi di calma, avremo una base solida che ci permetterà di resistere quando nei tempi di tempesta.

Secondo, dobbiamo fare quello che Paolo ci esorta a fare nel v.11: “Cooperate anche voi con la preghiera…”. Come lo studio della Bibbia, così anche la preghiera deve essere il nostro “pane quotidiano” se vogliamo prepararci alla sofferenza. Notiamo che Paolo non dice qui che la preghiera serve solo quando si è oppressi oltre ogni forza. Anche i corinzi che non soffrono come Paolo, devono cooperare con lui nella preghiera, come se fossero nelle stesse condizioni. Come Paolo accenna nel v.6, i corinzi devono essere “capaci di sopportare le stesse sofferenze che anche noi sopportiamo”. La preghiera, come Gesù esemplifica nel giardino di Getsemani, è per “non entrare in tentazione” nell’ora della prova (Luca 22:40). È la preghiera che ci tiene collegati alla potenza di Dio e in comunione con l’amore di Dio che ci sostengono nei periodi difficili e dolorosi della vita.

Terzo, dobbiamo abituarci alla trasparenza con i nostri fratelli e le nostre sorelle in Cristo. In questo capitolo, come nel resto di 2 Corinzi, Paolo è totalmente trasparente nel parlare apertamente e francamente delle sue sofferenze sia fuori che dentro. Non cerca di nascondere nulla per farsi apparire più forte. Anzi, si vanta delle sue debolezze! Per Paolo, la sofferenza e la debolezza non sono cause di imbarazzo o di vergogna ma piuttosto occasioni per esaltare la potenza e la grazia di Dio. Se la consolazione di Dio viene in parte per mezzo di altri che sono stati consolati nelle loro afflizioni, ci priviamo di un grande aiuto che Dio ci ha dato se non siamo onesti con loro circa le difficoltà che stiamo vivendo. E siccome questa trasparenza non è naturale o automatica (spesso infatti è contraria a tutti i nostri istinti), bisogna coltivarla, e coltivarla prima che venga la prova.

Infine, dobbiamo concludere dove abbiamo cominciato all’inizio del brano, e seguire l’esempio di Paolo che sempre e in tutto loda e benedice il Signore: “Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione” (v.3). Lodare Dio nelle sofferenze è difficile, ma è importante e salutare. È la lode che ci porta in alto, al di sopra delle nostre sofferenze, e ci rida la giusta prospettiva su di esse. Nella sofferenza, tendiamo a vedere solo la valle e le sue ombre, dimenticando che in realtà quella valle è solo un tratto temporaneo lungo il nostro percorso. La lode invece ci ricorda di nuovo che quella valle non è la nostra meta finale, che un giorno Dio farà splendere ancora su di noi il sole della gioia, e che nella sua presenza ogni dolore e ogni tristezza fuggiranno via. Fu la lode che permise a Giobbe di superare le sue terribili afflizioni. In Giobbe 1:20-21 leggiamo:

20 Allora Giobbe si alzò, si stracciò il mantello, si rase il capo, si prostrò a terra e adorò dicendo: 21 «Nudo sono uscito dal grembo di mia madre e nudo tornerò in grembo alla terra; il Signore ha dato, il Signore ha tolto; sia benedetto il nome del Signore».

Possiamo essere certi che Giobbe reagì in questo modo perché aveva coltivato un’abitudine di lode nella sua vita molto tempo prima di questo momento. Così è importante che anche noi costruiamo adesso una “casa di lode” affinché, quando arriva la tempesta, potremmo continuare a cantare le lodi di Dio nonostante tutto.

Chiudo con la benedizione di Giuda 24-25 che mi sembra molto appropriata qui. Alla fine, se temiamo la sofferenza, e se ci chiediamo come avremo la forza per sopportarla quando viene, ricordiamoci che non siamo noi ma è Dio che ha promesso di fare questo:

A colui che può preservarvi da ogni caduta e farvi comparire irreprensibili e con gioia davanti alla sua gloria, al Dio unico, nostro Salvatore per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore, siano gloria, maestà, forza e potere prima di tutti i tempi, ora e per tutti i secoli. Amen.

Luca 21:5-37: Levate il Capo Perché La Liberazione Si Avvicina

1) I Segni della Fine (21:5-24)

Mentre alcuni parlavano del tempio, di come fosse adorno di belle pietre e di doni votivi, egli disse: «Verranno giorni in cui di tutte queste cose che voi ammirate non sarà lasciata pietra su pietra che non sia diroccata». Essi gli domandarono: «Maestro, quando avverranno dunque queste cose? E quale sarà il segno che tutte queste cose stanno per compiersi?»

Egli disse: «Guardate di non farvi ingannare; perché molti verranno in nome mio, dicendo: “Sono io”; e: “Il tempo è vicino”. Non andate [dunque] dietro a loro. Quando sentirete parlare di guerre e di sommosse, non siate spaventati, perché bisogna che queste cose avvengano prima; ma la fine non verrà subito». 10 Allora disse loro: «Insorgerà nazione contro nazione e regno contro regno; 11 vi saranno grandi terremoti e, in vari luoghi, pestilenze e carestie; vi saranno fenomeni spaventosi e grandi segni dal cielo. 12 Ma prima di tutte queste cose, vi metteranno le mani addosso e vi perseguiteranno consegnandovi alle sinagoghe e mettendovi in prigione, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome. 13 Ma ciò vi darà occasione di rendere testimonianza. 14 Mettetevi dunque in cuore di non premeditare come rispondere a vostra difesa, 15 perché io vi darò una parola e una sapienza alle quali tutti i vostri avversari non potranno opporsi né contraddire. 16 Voi sarete traditi perfino da genitori, fratelli, parenti e amici; faranno morire parecchi di voi 17 e sarete odiati da tutti a causa del mio nome; 18 ma neppure un capello del vostro capo perirà. 19 Con la vostra costanza salverete le vostre vite.

20 «Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, allora sappiate che la sua devastazione è vicina. 21 Allora quelli che sono in Giudea fuggano sui monti, e quelli che sono in città se ne allontanino; e quelli che sono nella campagna non entrino nella città. 22 Perché quelli sono giorni di vendetta, affinché si adempia tutto quello che è stato scritto. 23 Guai alle donne che saranno incinte, e a quelle che allatteranno in quei giorni! Perché vi sarà grande calamità nel paese e ira su questo popolo. 24 Cadranno sotto il taglio della spada e saranno condotti prigionieri fra tutti i popoli; e Gerusalemme sarà calpestata dai popoli, finché i tempi delle nazioni siano compiuti.

25 Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle; sulla terra, angoscia delle nazioni, spaventate dal rimbombo del mare e delle onde. 26 Gli uomini verranno meno per la paurosa attesa di quello che starà per accadere al mondo, poiché le potenze dei cieli saranno scrollate. 27 Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nuvola con potenza e grande gloria.

A) Il contesto del discorso di Gesù (vv.5-7)

Il capitolo 21 del vangelo di Luca riporta uno dei discorsi più famosi di Gesù, quello che concerne “gli ultimi tempi”. Ci sono tante interpretazioni riguardanti i vari dettagli e simboli presenti nel discorso, ma non dovremmo per questo perdere di vista il messaggio principale che Gesù voleva trasmettere ai suoi discepoli che vale tanto per noi oggi quanto per loro. Il messaggio è questo (v.28): “Ma quando queste cose cominceranno ad avvenire, rialzatevi, levate il capo, perché la vostra liberazione si avvicina”. È un messaggio dunque di speranza e di incoraggiamento per tempi instabili e tribolati, proprio come quello che stiamo attraversando adesso. È un messaggio che ci permette di “non temere se la terra è sconvolta”, come ci esorta Salmo 46:2. È un messaggio che ci infonda la “costanza” fino alla salvezza delle nostre vite, come dichiara Gesù nel v. 19 di questo capitolo. Quindi, è importante che ne facciamo tesoro.

Innanzitutto però dobbiamo capire il contesto e l’occasione del discorso di Gesù. Notiamo come “alcuni parlavano del tempio, di come fosse adorno di belle pietre e di doni votivi”, e che Gesù risponde annunciando: “verranno giorni in cui di tutte queste cose che voi ammirate non sarà lasciata pietra su pietra che non sia diroccata”. Ricordiamoci che il tempio, oltre ad essere il luogo di culto centrale degli ebrei, era anche il loro simbolo nazionale più importante. Senza la monarchia davidica che era caduta durante l’invasione babilonese nel sesto secolo a.C., il tempio — ricostruito da Erode — fungeva da simbolo dell’esistenza e dell’identità del popolo ebraico. Il tempio, tramite il culto, i sacrifici e il sacerdozio, serviva per garantire la presenza di Dio in mezzo a loro e la loro sopravvivenza come popolo.

Anche se non facile, dobbiamo cercare di immaginarci quanto catastrofica sarebbe stata (e che poi fu davvero) la sua distruzione. Quando nell’anno 70 d.C. i romani compirono questa profezia di Gesù e distrussero il tempio, non passò tanto tempo prima che Israele cessasse di esistere come una sola nazione nel suo paese, una situazione che sarebbe durata fino al secolo scorso. In poche parole, la fine del tempio significava la fine d’Israele come nazione. Perciò, è comprensibile che i discepoli gli chiedano subito nel v.7: “Maestro, quando avverranno dunque queste cose? E quale sarà il segno che tutte queste cose stanno per compiersi?” Vogliono, devono sapere quando succederà tutto questo perché devono essere preparati. Sono queste le domande a cui Gesù risponde con il discorso che il resto del capitolo riferisce.

B) La devastazione di Gerusalemme (vv.20-24)

Mentre leggiamo il discorso è necessario tenere a mente questi fatti. Il riferimento principale di Gesù non è il lontano futuro ma ciò che accadrà a Gerusalemme durante le vite dei suoi discepoli, come afferma chiaramente nel v.32: “In verità vi dico che questa generazione non passerà prima che tutte queste cose siano avvenute.” Ancora più convincente è l’esortazione ai suoi discepoli nel vv.20-21: “Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, allora sappiate che la sua devastazione è vicina. Allora quelli che sono in Giudea fuggano sui monti, e quelli che sono in città se ne allontanino; e quelli che sono nella campagna non entrino nella città.” E ancora nei vv.23-24: Guai alle donne che saranno incinte, e a quelle che allatteranno in quei giorni! Perché vi sarà grande calamità nel paese e ira su questo popolo. Cadranno sotto il taglio della spada e saranno condotti prigionieri fra tutti i popoli; e Gerusalemme sarà calpestata dai popoli, finché i tempi delle nazioni siano compiuti.”

Dovrebbe essere evidente che queste dichiarazioni hanno a che fare con la città di Gerusalemme e il popolo ebraico del primo secolo e, come la storia conferma, furono adempiute nell’anno 70 d.C. Non dobbiamo dunque interpretare questo discorso di Gesù come se parlasse principalmente di tutti i tempi successivi fino ai giorni nostri.

C) La prospettiva profetica del discorso (vv.25-27)

Tutto ciò non significa, però, che il discorso di Gesù non sia attuale per noi oggi. Dobbiamo tenere a mente anche un altro fatto, quello della “prospettiva profetica” che troviamo spesso negli scritti profetici della Bibbia. Nella prospettiva profetica, eventi futuri vengono spesso condensati o sovrapposti in modo da renderli indistinguibili gli uni dagli altri. Oppure, una certa profezia può avere due o più riferimenti: uno nel futuro immediato e un altro nel futuro lontano. In questo caso, il primo adempimento della profezia funge da “anteprima” o “anticipazione” del secondo (o eventualmente di un terzo o di un quarto) adempimento.

Un esempio lampante è la promessa di Genesi 3:15 quando Dio, parlando al serpente nel giardino d’Eden, annuncia: “Io porrò inimicizia fra te e la donna, e fra la tua progenie e la progenie di lei; questa progenie ti schiaccerà il capo e tu le ferirai il calcagno». Questa promessa, come ben sappiamo, fu adempiuta da Gesù quando morì e poi risuscitò, trionfando sul peccato e sulla morte. Tempo fa, però, quando abbiamo studiato il primo capitolo di Luca, abbiamo scoperto che questa profezia ebbe un adempimento già prima in Giudici 5:24-27 dove una donna chiamata Iael viene lodata per aver letteralmente schiacciato la testa del nemico d’Israele, cioè di Sisera, condottiero dell’esercito del re che per tanti anni aveva oppresso il popolo. In Luca 1:42, Elisabetta va a trovare Maria e usa le parole di Giudici 5:24 per benedire la madre di Gesù. Il punto di tutto questo è che prima di essere pienamente adempiuta da Gesù, la promessa di Genesi 3:15 ebbe altri adempimenti preliminari — come nell’episodio di Iael in Giudici — che anticipavano il più grande adempimento ancora a venire.

Il discorso di Gesù in Luca 21 manifesta questo tipo di prospettiva profetica. Essa viene fuori in modo particolare nei vv.25-27 che parlano di “segni nel sole, nella luna e nelle stelle; sulla terra, angoscia delle nazioni, spaventate dal rimbombo del mare e delle onde. Gli uomini verranno meno per la paurosa attesa di quello che starà per accadere al mondo, poiché le potenze dei cieli saranno scrollate.” Notiamo qui che siamo passati da ciò che accadrà a Gerusalemme a ciò che accadrà “al mondo”, proprio prima del ritorno di Gesù “su una nuvola con potenza e grande gloria”. Queste osservazioni indicano che, mentre Gesù si riferiva principalmente agli eventi che avrebbero portato alla distruzione del tempio nel 70 d.C., nella prospettiva profetica fanno da “anteprima” di ciò che succederà in tutti i tempi fino al ritorno di Cristo.

2) La Vostra Liberazione Si Avvicina (21:28)

28 Ma quando queste cose cominceranno ad avvenire, rialzatevi, levate il capo, perché la vostra liberazione si avvicina».

È a questo punto nel capitolo che giungiamo al punto centrale del discorso di Gesù, l’esortazione che vale tanto per noi oggi quanto valeva per i suoi discepoli nel primo secolo. I discepoli di Gesù di tutti i tempi e in tutti i luoghi dovrebbero essere caratterizzati così: quando “queste cose” avvengono, noi ci rialziamo, leviamo il capo, perché la nostra liberazione si avvicina. Quali sono “queste cose” di cui Gesù parlava? Sono i “segni” profetizzati da Gesù nei vv.8-18, i segni che precedettero la distruzione di Gerusalemme in Israele nel primo secolo e gli stessi segni che, al livello mondiale, precederanno il ritorno di Gesù. Riassumendo, questi segni sono:

  • Ingannatori (v.8)
  • Guerre e sommosse, nazione contro nazione (vv.9-10)
  • Terremoti (v.11)
  • Pestilenze (v.11)
  • Carestie (v.11)
  • Fenomeni spaventosi (v.11)
  • Grandi segni dal cielo (v.11)
  • Persecuzione (vv.12, 16-17)

Questo è rimarchevole. A differenza di coloro che (secondo v.26) “verranno meno per la paurosa attesa di quello che starà per accadere al mondo”, i seguaci di Gesù devono rialzarsi e levare il capo. Mentre tutti gli altri vedono il mondo afflitto da guerre e disastri naturali, epidemie e ingiustizie, e a causa di tutto ciò perdono fiducia, si disperano e si arrabbiano con Dio, i discepoli di Gesù rafforzano la loro fiducia, aumentano la loro speranza e si riposano nella pace di Dio. Lungi dall’essere per loro un motivo di ansia e di angoscia, questi tremendi avvenimenti diventano per loro occasione di una fede più forte e di una speranza più certa. Come mai?

La risposta di Gesù ci dice tutto: “perché la vostra liberazione si avvicina”. Per il discepolo di Gesù, tutte queste brutte cose non sono altro che i segni della loro liberazione, proprio come per una donna incinta le doglie del parto sono i segni che presto nascerà la gioia di una nuova vita. E per l’attento lettore del vangelo di Luca, questa promessa è fondata nella realtà della morte e della risurrezione di Gesù stesso. Nel senso più grande, i segni predetti da Gesù si riferiscono alla tribolazione che lui doveva subire solo qualche giorno dopo. Notiamo come Luca nel capitolo 23 narra la morte di Gesù sulla croce:

44 Era circa l’ora sesta, e si fecero tenebre su tutto il paese fino all’ora nona; 45 il sole si oscurò e la cortina del tempio si squarciò nel mezzo. 46 E Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani rimetto lo spirito mio». Detto questo, spirò. 47 Il centurione, veduto ciò che era accaduto, glorificava Dio, dicendo: «Veramente quest’uomo era giusto». 48 E tutta la folla che assisteva a questo spettacolo, vedute le cose che erano accadute, se ne tornava battendosi il petto.

Qui c’è tutto: fenomeni spaventosi, grandi segni dal cielo, terremoti, lo squarciarsi della cortina davanti al luogo santissimo nel tempio, e della gente venuta meno per ciò che accadeva. Poi la morte di Gesù stesso, colui che in tanti modi differenti si era presentato come il nuovo e vero tempio. In realtà, dunque, tutto questo discorso riguarda Gesù stesso, come leggiamo in Giovanni 2:19-22:

19 Gesù rispose loro: «Distruggete questo tempio, e in tre giorni lo farò risorgere!» 20 Allora i Giudei dissero: «Quarantasei anni è durata la costruzione di questo tempio e tu lo faresti risorgere in tre giorni?» 21 Ma egli parlava del tempio del suo corpo. 22 Quando dunque fu risorto dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che egli aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola che Gesù aveva detta.

Fu Gesù che vide tutti questi terribili segni ma poi levò il capo e pregò: “Padre, nelle tue mani rimetto lo spirito mio”, perché sapeva che la sua liberazione era vicina, che il terzo giorno dopo Dio Padre lo avrebbe risuscitato da morte e l’avrebbe poi esaltato alla sua destra in cielo. È Gesù dunque che è la nostra speranza vivente, il motivo per cui anche noi possiamo vedere le afflizione e le difficoltà di questo mondo ma allo stesso tempo rialzarci e levare il capo mentre tutti gli altri si disperano. Noi saremo in grado di mantenere la fiducia e la speranza nella misura in cui, come dice Ebrei 12:2, fissiamo “lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta. Per la gioia che gli era posta dinanzi egli sopportò la croce, disprezzando l’infamia, e si è seduto alla destra del trono di Dio.”

Da questo impariamo che la “liberazione” di cui Gesù parla qui non significa “essere risparmati” dalle vicissitudini difficili e dolorose di questo mondo decaduto, ma è la promessa della salvezza e della vita eterna nel nuovo creato. Gesù è sempre il modello: si è seduto alla destra del trono di Dio solo dopo aver sopportato la croce. Leggiamo di nuovo le parole di Gesù nei vv. 16-18:

16 Voi sarete traditi perfino da genitori, fratelli, parenti e amici; faranno morire parecchi di voi 17 e sarete odiati da tutti a causa del mio nome; 18 ma neppure un capello del vostro capo perirà. 19 Con la vostra costanza salverete le vostre vite.

Non è interessante questo? Prima Gesù avverte i suoi discepoli che saranno traditi, odiati, ed alcuni messi a morte per causa sua, ma poi promette che “neppure un capello del vostro capo perirà”. Vale quest’ultima promessa anche se vieniamo ammazzati? Sì, perché la speranza di cui Gesù parla va oltre questa vita. 1 Corinzi 15:19:

Se abbiamo sperato in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miseri fra tutti gli uomini.

Qual è dunque questa speranza? La risurrezione alla vita eterna. Ancora 1 Corinzi 15 (vv.20-23):

20 Ma ora Cristo è stato risuscitato dai morti, primizia di quelli che sono morti. 21 Infatti, poiché per mezzo di un uomo è venuta la morte, così anche per mezzo di un uomo è venuta la risurrezione dei morti. 22 Poiché, come tutti muoiono in Adamo, così anche in Cristo saranno tutti vivificati; 23 ma ciascuno al suo turno: Cristo, la primizia; poi quelli che sono di Cristo, alla sua venuta

È questa speranza, fondata nella morte e nella risurrezione di Gesù, che ci permette di rialzarci e levare il capo anche in mezzo alle circostanze più angoscianti mentre tutto il mondo ci crolla addosso.

3) Badate a Voi Stessi (21:29-38)

29 Disse loro una parabola: «Guardate il fico e tutti gli alberi; 30 quando cominciano a germogliare, voi, guardando, riconoscete da voi stessi che l’estate è ormai vicina. 31 Così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino. 32 In verità vi dico che questa generazione non passerà prima che tutte queste cose siano avvenute. 33 Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.

34 Badate a voi stessi, perché i vostri cuori non siano intorpiditi da stravizio, da ubriachezza, dalle ansiose preoccupazioni di questa vita, e che quel giorno non vi venga addosso all’improvviso come un laccio; 35 perché verrà sopra tutti quelli che abitano su tutta la terra. 36 Vegliate dunque, pregando in ogni momento, affinché siate in grado di scampare a tutte queste cose che stanno per venire, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo». 37 Di giorno Gesù insegnava nel tempio; poi usciva e passava la notte sul monte detto degli Ulivi. 38 E tutto il popolo, la mattina presto, andava da lui nel tempio per ascoltarlo.

Non manteniamo questa speranza automaticamente. Non ci viene naturale fidarci di Dio contro ogni apparenza al contrario. Ecco perché Gesù conclude il suo discorso con tre esortazioni che, mettendole in pratiche, saremo (come dice nel v.36) “in grado di scampare a tutte queste cose che stanno per venire, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo”.

A) Sappiate (vv.29-33)

La prima cosa che Gesù ci esorta a fare è sapere: “sappiate”. Come si può sapere che l’estate è vicina quando gli alberi cominciano a germogliare, così quando vediamo “accadere queste cose”, dobbiamo sapere “che il regno di Dio è vicino”. Questo “sappiate” si riallaccia ai comandi precedenti di Gesù: “Non fatevi ingannare” (v.8) e “non siate spaventati” (v.9). Se non sappiamo interpretare i segni dei tempi, saremo facilmente spaventati da ciò che accade. Se non sappiamo che la morte deve sempre precedere la risurrezione, che la croce deve sempre precedere la corona, saremo travolti dalle difficoltà e dai dolori della vita. Se non sappiamo la verità, saremo facilmente ingannati dalla falsità. La speranza viene dalla conoscenza della verità, e la conoscenza della verità viene dalla parola di Gesù: “il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (v.33). La prima cosa che dobbiamo fare dunque è conoscere la parola di Dio. Essa dura in eterno anche quando tutto il resto crolla. Che grande dono è la parola di Dio che in tempi incerti e instabili, possiamo stare fermi su quella roccia che non cambia mai!

B) Vegliate (vv.34-36)

La seconda cosa da fare è vegliare: “vegliate dunque”. Sapere la verità della parola di Dio è solo l’inizio, perché non ci sarà di nessun aiuto se stiamo dormendo. Dobbiamo stare attenti, facendo attenzione “perché i nostri cuori non siano intorpiditi da stravizio, da ubriachezza, dalle ansiose preoccupazioni di questa vita, e che quel giorno non vi venga addosso all’improvviso come un laccio.” L’apostolo Paolo ribadisce quest’idea in 1 Tessalonicesi 5:1-8:

1 Quanto poi ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; perché voi stessi sapete molto bene che il giorno del Signore verrà come viene un ladro nella notte. Quando diranno: «Pace e sicurezza», allora una rovina improvvisa verrà loro addosso, come le doglie alla donna incinta; e non scamperanno. Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno abbia a sorprendervi come un ladro; perché voi tutti siete figli di luce e figli del giorno; noi non siamo della notte né delle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma vegliamo e siamo sobri; poiché quelli che dormono, dormono di notte, e quelli che si ubriacano, lo fanno di notte. Ma noi, che siamo del giorno, siamo sobri, avendo rivestito la corazza della fede e dell’amore e preso per elmo la speranza della salvezza.

C) Pregate in ogni momento (v.36-37)

Per Gesù, “vegliare” ha un significato ben preciso: “Vegliate dunque, pregando in ogni momento…”. Questa è la sua terza esortazione a noi. Senza pregare, conoscere la parola di Dio e vegliare attentamente non saranno sufficienti per mantenere ferma la speranza. Dobbiamo pregare, e pregare “in ogni momento”. Solo così saremo “in grado di scampare a tutte queste cose che stanno per venire, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo”, irreprensibili e senza vergogna. Ancora una volta Gesù è il nostro esempio perfetto. Luca ci dice nel v.37 che “di giorno Gesù insegnava nel tempio; poi usciva e passava la notte sul monte detto degli Ulivi.” Questo anticipa ciò che succederà nel capitolo seguente quando Gesù passerà tutta la notte prima della sua crocifissione in preghiera, ricordando ai suoi discepoli: “Pregate di non entrare in tentazione” (22:40). Persino Gesù dovette pregare “in ogni momento” per avere la forza e la fiducia di sopportare la croce. Quanto di più noi abbiamo bisogno di fare la stessa cosa! Ma sarà proprio lì, quando anche noi ci inginocchiamo per pregare in mezzo all’agonia e all’angoscia del giardino che troveremo in Gesù non solo un buon esempio, ma anche nostro fratello e pronto sostegno. Concludiamo con le familiari ma bellissime parole di Ebrei 4:14-16 che non mi stanco mai di ripetere:

14 Avendo dunque un grande sommo sacerdote che è passato attraverso i cieli, Gesù, il Figlio di Dio, stiamo fermi nella fede che professiamo. 15 Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non possa simpatizzare con noi nelle nostre debolezze, poiché egli è stato tentato come noi in ogni cosa, senza commettere peccato. 16 Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovare grazia ed essere soccorsi al momento opportuno.

Amen!

Luca 13: Avvicinandosi a Gerusalemme

Il capitolo 13 del vangelo di Luca può apparire come una “collana di perle”, brevi gemme di insegnamenti di Gesù poste l’una dopo l’altra in modo casuale senza un filo conduttore. Quest’impressione non è però corretta, poiché tutto il capitolo s’impernia su quello riportato nel v.22: “Egli attraversava città e villaggi, insegnando e avvicinandosi a Gerusalemme.” Se ci fosse qualche dubbio circa il significato di questa frase, le parole di Gesù nel v.33 lo toglierebbe: “Ma bisogna che io cammini oggi, domani e dopodomani, perché non può essere che un profeta muoia fuori di Gerusalemme.” Nel 9:51 abbiamo visto che “Poi, mentre si avvicinava il tempo in cui sarebbe stato tolto dal mondo, Gesù si mise risolutamente in cammino per andare a Gerusalemme.” Tutto ciò che segue, finché Gesù non arriva alla croce, lo porta verso questo atroce destino. Lungi dall’essere una vittima d’ingiustizia, Gesù è deciso su quello che deve fare, lo scopo per cui è venuto: sacrificarsi per “togliere il peccato del mondo”, e nulla gli impedirà di compiere la sua missione.

Quando dunque leggiamo nel v.22 che Gesù insegnava mentre si avvicinava a Gerusalemme, scopriamo il filo conduttore dell’intero capitolo: è l’insegnamento di Gesù che si avvicina all’ora della sua morte. Deve camminare “oggi, domani e dopodomani” ma poi, arrivato a Gerusalemme, si fermerà, poiché lì sarà tradito, arrestato e poi crocifisso. In quest’ottica, i vari insegnamenti di Gesù in questo capitolo esprimono tutti quanti un forte senso di urgenza. Quando si sa di avvicinarsi alla morte, tutto diventa chiaro e serio. Tutto si mette a fuoco. Si discernono subito le cose che contano e quelle sono solo distrazioni. Non si ha tempo per svaghi inutili, perché ogni minuto è prezioso e deve essere sfruttato al massimo. Non si parla più a mezze parole, rischiando di non farsi capire o rimandando conversazioni importanti. Si va subito al necessario, all’indisensabile, lasciando perdere l’interessante o il divertente che però in fin dei conti è di nessun valore. Gesù, insomma, parla sia ai suoi discepoli sia a coloro che incontra lungo la strada in termini succinti e schietti, chiamandoli a prestare urgente attenzione alle cose che contano per l’eternità. Sa che presto morirà, e quindi le sue parole sono come un laser che penetra subito nel cuore e che pretende una reazione immediata. O, pure usare l’immagine di Ebrei 4:12:

Infatti la parola di Dio è vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a doppio taglio, e penetrante fino a dividere l’anima dallo spirito, le giunture dalle midolla; essa giudica i sentimenti e i pensieri del cuore.

Alla fine, vedremo che tutti i vari insegnamenti di Gesù riferiti in questo capitolo portano alla sua dichiarazione nei vv.34-35:

34 Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! 35 Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata [deserta]. Io vi dico che non mi vedrete più, fino al giorno in cui direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”».

1) Perirete Tutti Allo Stesso Modo (13:1-9, 18-21)

In quello stesso tempo vennero alcuni a riferirgli il fatto dei Galilei il cui sangue Pilato aveva mescolato con i loro sacrifici. Egli rispose loro: «Pensate che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, perché hanno sofferto quelle cose? No, vi dico; ma se non vi ravvedete, perirete tutti allo stesso modo. O quei diciotto sui quali cadde la torre in Siloe e li uccise, pensate che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico; ma se non vi ravvedete, perirete tutti allo stesso modo».

Disse anche questa parabola: «Un tale aveva un fico piantato nella sua vigna; andò a cercarvi del frutto e non ne trovò. Disse dunque al vignaiuolo: “Ecco, sono ormai tre anni che vengo a cercar frutto da questo fico e non ne trovo. Taglialo! Perché sta lì a sfruttare il terreno?” Ma l’altro gli rispose: “Signore, lascialo ancora quest’anno; gli zapperò intorno e gli metterò del concime. Forse darà frutto in avvenire; se no, lo taglierai”»…

18 Diceva ancora: «A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo paragonerò? 19 È simile a un granello di senape che un uomo ha preso e gettato nel suo orto; ed è cresciuto ed è divenuto un [grande] albero, e gli uccelli del cielo si sono riparati sui suoi rami». 20 E di nuovo disse: «A che cosa paragonerò il regno di Dio? 21 Esso è simile al lievito che una donna ha preso e nascosto in tre misure di farina, finché fu tutta lievitata».

In questi insegnamenti, Gesù pone l’accento sull’urgenza di ravvedimento senza il quale “perirete tutti allo stesso modo”. Così Gesù affronta la tragedia riferitagli “dei Galilei il cui sangue Pilato aveva mescolato con i loro sacrifici”, e anche di “quei diciotto sui quali cadde la torre in Siloe e li uccise”. La prospettiva che Gesù che dà è utile per interpretare eventi simili, se parliamo di guerre, di malattie, di catastrofi naturali, o di qualsiasi altro male che si può subire in questo mondo. Spesso ci si chiede: “ma perché questo?”, cercandone una ragione o forse qualcuno a cui dare colpa. Ma come dovremo ben sapere a questo punto nel vangelo, Gesù non risponde mai alle nostre domande come ci aspettiamo o vogliamo.

In questo caso Gesù ribalta la domanda verso chi gliela pone, verso di noi: “pensate che questi fossero più peccatori degli altri?” Non ci spiega il perché. Rifiuta di incolpare qualcuno in particolare. Gesù invece risponde con questo avvertimento: “se non vi ravvedete, perirete tutti allo stesso modo”. Gesù non ha tempo da perdere in discorsi filosofoci sul problema del male; non gli interessa soddisfare le nostre curiosità. Va subito al cuore della questione: la cosa più importante non è mai di capire perché succede questo o quest’altro male, ma di chiederci se noi siamo a posto davanti al nostro Signore e Giudice al quale ognuno di noi dovrà rendere conto. Tornando a Ebrei 4:

E non v’è nessuna creatura che possa nascondersi davanti a lui; ma tutte le cose sono nude e scoperte davanti agli occhi di colui al quale dobbiamo rendere conto. (v.13)

Seguono poi delle parabole che, ciascuna nel modo suo, sottolineano l’urgenza di ravvedersi ora senza rimandare o procrastinare. È vero che un fico piantato, un granello di senape seminato, e il lievito mescolato nell’impasto prendono del tempo a maturare, ma (e questo è il punto di Gesù) non si deve mai presumere di avere sempre più tempo a disposizione prima che arrivi il padrone a richiederne i frutti. È vero che, come afferma 2 Pietro 3:9, Dio “è paziente verso di voi, non volendo che qualcuno perisca, ma che tutti giungano al ravvedimento”. Ma è altrettanto vero che, come Paolo avverte in Romani 2:3-5, che la pazienza di Dio che ci concede l’opportunità per ravvederci non durerà per sempre:

Pensi tu, o uomo, che giudichi quelli che fanno tali cose e le fai tu stesso, di scampare al giudizio di Dio? Oppure disprezzi le ricchezze della sua bontà, della sua pazienza e della sua costanza, non riconoscendo che la bontà di Dio ti spinge al ravvedimento? Tu, invece, con la tua ostinazione e con l’impenitenza del tuo cuore, ti accumuli un tesoro d’ira per il giorno dell’ira e della rivelazione del giusto giudizio di Dio.

Quindi, Gesù, avvicinandosi alla sua morte, non ha tempo da perdere nel chiamare la gente al ravvedimento. Questo messaggio è altrettanto urgente oggi, perché a nessuno è garantito un altro giorno di vita. In realtà, a nessuno è garantito un altro minuto di vita.

2) Allontanatevi da Me Voi Malfattori (13:10-17, 22-30)

10 Gesù stava insegnando di sabato in una delle sinagoghe. 11 Ecco una donna, che da diciotto anni aveva uno spirito che la rendeva inferma, ed era tutta curva e assolutamente incapace di raddrizzarsi. 12 Gesù, vedutala, la chiamò a sé e le disse: «Donna, tu sei liberata dalla tua infermità». 13 Pose le mani su di lei e, nello stesso momento, ella fu raddrizzata e glorificava Dio. 14 Or il capo della sinagoga, indignato che Gesù avesse fatto una guarigione di sabato, disse alla folla: «Ci sono sei giorni nei quali si deve lavorare; venite dunque in quelli a farvi guarire, e non in giorno di sabato». 15 Ma il Signore gli rispose: «Ipocriti! Ciascuno di voi non scioglie, di sabato, il suo bue o il suo asino dalla mangiatoia per condurlo a bere? 16 E questa, che è figlia di Abraamo, e che Satana aveva tenuto legata per ben diciotto anni, non doveva essere sciolta da questo legame in giorno di sabato?» 17 Mentre diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, e la moltitudine si rallegrava di tutte le opere gloriose da lui compiute.

22 Egli attraversava città e villaggi, insegnando e avvicinandosi a Gerusalemme. 23 Un tale gli disse: «Signore, sono pochi i salvati?» Ed egli disse loro: 24 «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché io vi dico che molti cercheranno di entrare e non potranno. 25 Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, stando di fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, [Signore,] aprici”. Ed egli vi risponderà: “Io non so da dove venite”. 26 Allora comincerete a dire: “Noi abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza, e tu hai insegnato nelle nostre piazze!” 27 Ed egli dirà: “Io vi dico che non so da dove venite. Allontanatevi da me, voi tutti, malfattori”. 28 Là ci sarà pianto e stridor di denti, quando vedrete Abraamo, Isacco, Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, e voi ne sarete buttati fuori. 29 E ne verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno, e staranno a tavola nel regno di Dio. 30 Ecco, vi sono degli ultimi che saranno primi e dei primi che saranno ultimi».

Negli insegnamenti successivi, Gesù incontra un gruppo di persone un po’ diverse. Se il primo gruppo consiste di quelli che devono svegliarsi all’urgenza di ravvedersi, questo secondo gruppo consiste di quelli che credono di essere a posto con Dio ma in realtà non lo sono. Rappresentanti di questi sono i religiosi nella sinagoga che s’indignano quando Gesù guarisce una donna inferma nel giorno di sabato. Gesù non spreca tempo prima di smascherare l’ipocrisia di questi che si reputano portavoce di Dio e guardiani della giustizia: “Ipocriti! Ciascuno di voi non scioglie, di sabato, il suo bue o il suo asino dalla mangiatoia per condurlo a bere?” Senza entrare nelle complessità legali dei dibattiti ebraici, basta capire che Gesù lancia ai suoi critici la stessa condanna di Matteo 23:23-24:

23 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché pagate la decima della menta, dell’aneto e del comino e trascurate le cose più importanti della legge: il giudizio, la misericordia e la fede. Queste sono le cose che bisognava fare, senza tralasciare le altre. 24 Guide cieche, che filtrate il moscerino e inghiottite il cammello!

Nel loro “filtrare il moscerino e inghiottire il cammello”, i critici religiosi di Gesù dimostrano di essere in realtà privi della giustizia che professano di avere. Pagano la decima della menta, dell’aneto e del comino ma trascurano le cose più importanti: il giudizio, la misericordia e la fede. Sono ingannatori e auto-ingannati: si ritengono vicini a Dio ma ne sono lontanissimi.

Così Gesù avverte tutti che incontra lungo il suo percorso verso Gerusalemme che si saranno molti che nel giorno di giudizio si crederanno capaci di superarlo ma rimarrano sconvolti dalla sentenza divina: “Io vi dico che non so da dove venite. Allontanatevi da me, voi tutti, malfattori”. Non posso immaginare parole più terribili di queste che prenderanno alla sprovvista una gran parte di persone che ai propri occhi erano a posto con Dio. Questi sono i primi che nell’ultimo giorno diventeranno gli ultimi, gettati laddove “ci sarà pianto e stridor di denti”. Ecco l’urgenza di “sforzarsi per entrare per la porta stretta”.

Gesù qui non intende destabilizzare l’autentica fede di quelli che credono veramente in lui, ma piuttosto quella presunzione di coloro che si auto-giustificano in base alle proprie opere. Non deve avere paura chi dice insieme all’apostolo Paolo in Filippesi 3:8-9:

Anzi, a dire il vero, ritengo che ogni cosa sia un danno di fronte all’eccellenza della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho rinunciato a tutto; io considero queste cose come tanta spazzatura al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui non con una giustizia mia, derivante dalla legge, ma con quella che si ha mediante la fede in Cristo: la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede.

Quest’attitudine è l’opposta della presunzione di essere a posto con Dio grazie alla propria giustizia e che si scandalizza sempre di fronte alla grazia di Dio. Ma dato che molti si ingannano proprio in questo modo, Gesù di nuovo rifiuta di parlargli in termini leggeri e comodi. L’ora della sua morte si avvicina, e dunque diventa sempre più urgente la necessità di chiamare al ravvedimento non solo i “peccatori” ma anche i “giusti”.

3) Bisogna che Io Cammini Oggi (13:31-35)

31 In quello stesso momento vennero alcuni farisei a dirgli: «Parti e vattene di qui, perché Erode vuol farti morire». 32 Ed egli disse loro: «Andate a dire a quella volpe: “Ecco, io scaccio i demòni, compio guarigioni oggi e domani, e il terzo giorno avrò terminato”. 33 Ma bisogna che io cammini oggi, domani e dopodomani, perché non può essere che un profeta muoia fuori di Gerusalemme.

34 Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! 35 Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata [deserta]. Io vi dico che non mi vedrete più, fino al giorno in cui direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”».

Alla fine del capitolo, Gesù esplicita il filo conduttore in tutti questi suoi insegnamenti. Venuto a sapere anche Erode vuole farlo morire, Gesù rimane imperturbato e risponde: “Andate a dire a quella volpe: ‘Ecco, io scaccio i demoni, compio guarigioni oggi e domani, e il terzo giorno avrò terminato'”. Sebbene un po’ enigmatico, il significato di questa frase è palese: Gesù tra poco compierà la sua missione, predicando il regno di Dio, dimostrandolo con i suoi segni miracolosi, e sconfiggendo il male tramite la sua morte e la sua risurrezione. Nessuno, compreso il presuntuoso Erode, sarà in grado di impedirglielo. Se si riesce a uccidere Gesù, non si farà altro che cooperare al compimento del suo obbiettivo!

Ma è a questo punto che Gesù, pur promettendo la sua vittoria inevitabile, piange il rifiuto di coloro che, come Erode, lo portano alla croce. Qui Gesù usa un’immagine commovente: “quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto”. L’immagine è della gallina che cova i suoi pulcini e li protegge esponendo se stessa ai pericoli. Per esempio, in caso d’incendio, la chioccia copre i pulcini con il proprio corpo, lasciandosi uccidere dalle fiamme, ma conservando in vita i suoi piccoli.

In questa similitudine, Gesù è la chioccia che si frappone tra le “fiamme” del giudizio divino e coloro a esso destinati. In questo capitolo, Gesù ha ribadito più volte e con urgenza la terribile minaccia del giudizio di Dio che, ricordiamoci, è conforme al suo amore in quanto necessario per ristabilire la giustizia in un mondo ingiusto. Alla luce di ciò, Gesù insiste sul bisogno che tutti hanno del ravvedimento, sia i “peccatori” che i “giusti”. Ma qui Gesù aggiunge due principi di vitale importanza: 1) è Gesù stesso che si sacrifica per salvarci da questo giudizio (lo scopo della sua morte imminente) e 2) ravvedersi non vuol dire altro che trovare rifiugio sotto le “ali” amorevoli e potenti di Gesù.

Consideriamo dunque la bontà di Dio nella sua severità! Quanto è grande il suo amore per cui prende il nostro posto sotto il giudizio divino, caricandosi dei nostri peccati e subendo nella sua persona la pena delle nostre colpe! Quanto è grande anche la sua potenza per cui, tramite il suo unico sacrificio sulla croce, ha compiuto una volta per sempre la nostra salvezza senza che bisogni aggiungere alla sua opera alcuna cosa! Quanto è grande la sua misericordia per cui invita tutti, persino coloro che lo hanno inchiodato sulla croce, a rifiugarsi sotto le sue ali, e piange ogni rifiuto di farlo. In verità, è la bontà di Dio — non la minaccia o la paura — che ci spinge al ravvedimento. Quando comprendiamo l’amore, la potenza e la misericordia di Dio rivelati in Gesù, che cosa potrebbe impedirci o farci esitare dal correre subito da lui, rinunciando a ogni ingiustizia o anche giustizia nostra, e rifiugiandosi sotto le sue ali? Che cosa potrebbe tenerci ancora lontani da lui?

Il messaggio del vangelo è tremendo sì, ma la sua bellezza e la sua bontà non hanno paragone. Non aspettiamo ancora un secondo; corriamo subito da Gesù e troveremo in lui tutto quello che potremmo mai desiderare, e molto più ancora. Amen.

Luca 7:1-35: Soffrire Con Cristo

1) I Dubbi di Giovanni (7:18-23)

18 I discepoli di Giovanni gli riferirono tutte queste cose. 19 Ed egli, chiamati a sé due dei suoi discepoli, li mandò dal Signore a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?» 20 Quelli si presentarono a Gesù e gli dissero: «Giovanni il battista ci ha mandati da te a chiederti: “Sei tu colui che deve venire o ne aspetteremo un altro?”» 21 In quella stessa ora, Gesù guarì molti da malattie, da infermità e da spiriti maligni, e a molti ciechi restituì la vista. 22 Poi [Gesù] rispose loro: «Andate a riferire a Giovanni quello che avete visto e udito: i ciechi recuperano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, il vangelo è annunciato ai poveri. 23 Beato colui che non si sarà scandalizzato di me!»

Nel vangelo di Luca, la figura di Giovanni il battista riceve particolare attenzione rispetto agli altri vangeli. Luca è l’unico che narra il suo concepimento miracoloso e la sua nascita a Zaccaria ed Elisabetta. Nel capitolo 3, Luca riporta un lungo esempio della sua predicazione nel deserto mentre battezzava. Giovanni, insomma, spicca nei primi capitoli di Luca fino al 3:18-20 quando leggiamo:

Così, con molte e varie esortazioni evangelizzava il popolo; ma Erode il tetrarca, rimproverato da lui a proposito di Erodiade, moglie di suo fratello, e per tutte le malvagità che aveva commesso, aggiunse a tutte le altre anche questa: rinchiuse Giovanni in prigione.

A questo punto Giovanni, imprigionato, sparisce del tutto. E solo nel capitolo 7 che riappare quando, dopo aver sentito “tutte queste cose” che Gesù compiva (v.18), manda alcuni dei suoi discepoli per chiedere a Gesù: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?” (v.19). Perché gli chiede questo, e che cosa vuol dire?

Consideriamo i due episodi che aprono questo capitolo, le “cose” che i discepoli di Giovanni gli riferiscono:

1 Dopo che egli ebbe terminato tutti questi discorsi davanti al popolo che l’ascoltava, entrò in Capernaum. Un centurione aveva un servo, a lui molto caro, che era infermo e stava per morire; avendo udito parlare di Gesù, gli mandò degli anziani dei Giudei per pregarlo che venisse a guarire il suo servo. Essi, presentatisi a Gesù, lo pregavano con insistenza, dicendo: «Egli merita che tu gli conceda questo; perché ama la nostra nazione ed è lui che ci ha costruito la sinagoga». Gesù s’incamminò  con loro; ormai non si trovava più molto lontano dalla casa, quando il centurione [gli] mandò degli amici a dirgli: «Signore, non darti quest’incomodo, perché io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; perciò non mi sono neppure ritenuto degno di venire da te; ma di’ una parola e il mio servo sarà guarito. Perché anch’io sono un uomo sottoposto all’autorità altrui e ho sotto di me dei soldati; e dico a uno: “Va’”, ed egli va; a un altro: “Vieni”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo”, ed egli lo fa». Udito questo, Gesù restò meravigliato di lui; e, rivolgendosi alla folla che lo seguiva, disse: «Io vi dico che neppure in Israele ho trovato una fede così grande!» 10 E quando gli inviati furono tornati a casa, trovarono il servo [, che era stato infermo,] guarito.

11 Poco dopo egli si avviò verso una città chiamata Nain, e i suoi discepoli e una gran folla andavano con lui. 12 Quando fu vicino alla porta della città, ecco che si portava alla sepoltura un morto, figlio unico di sua madre, che era vedova; e molta gente della città era con lei. 13 Il Signore, vedutala, ebbe pietà di lei e le disse: «Non piangere!» 14 E, avvicinatosi, toccò la bara; i portatori si fermarono ed egli disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!» 15 Il morto si mise a sedere e cominciò a parlare. E Gesù lo restituì a sua madre. 16 Tutti furono presi da timore, e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra di noi» e: «Dio ha visitato il suo popolo». 17 E questo dire intorno a Gesù si divulgò per tutta la Giudea e per tutta la regione circostante.

Qui Gesù dimostra il potere della sua parola per guarire (il servo del centurione) e per risuscitare i morti (il figlio della vedova). Nel primo caso, Gesù non deve neanche andare dal servo del centurione; lo guarisce da lontano. Il centurione è uno che capisce la natura dell’autorità, essendo un uomo d’autorità e sottoposto all’autorità egli stesso. Come gli basta dire “va’” e i suoi soldati vanno, così sa che a Gesù basta dire una sola parola per guarire il suo servo. Nel secondo caso, Gesù s’imbatte in una processione funebre e, mosso di compassione, risuscita il figlio morto di una vedova, senza che lei gli chieda aiuto.

Giovanni, però, languisce in prigione quando i suoi discepoli gli riferiscono queste meravigliose opere di Gesù. Possiamo immaginare che Giovanni si ponga la domanda: perché, dopo tutto ciò che ho fatto per servire il Signore, soffro qui in prigione mentre Gesù aiuta tutte le altre persone che non gli hanno fatto nulla? Un centurione romano? Una vedova? E io? Che fine farò? Se Gesù può fare tutto questo con una sola parola, certamente può liberare anche me? Perché non lo fa? Forse non è in realtà il Messia che pensavo? Non hanno dichiarato i profeti che il Messia avrebbe anche liberato i prigionieri? Giovanni dunque manda a chiedere a Gesù: “se tu colui che deve venire, o dobbiamo aspettarne un altro?” I dubbi di Giovanni non differiscono molto da quelli che spesso ci assaliscono: “Se Dio mi ama, perché mi fa soffrire? Ho sempre cercato di ubbidirgli; perché allora mi permette di languire in questa difficoltà senza liberarmene?”

La risposta di Gesù è tipicamente enigmatica: «Andate a riferire a Giovanni quello che avete visto e udito: i ciechi recuperano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, il vangelo è annunciato ai poveri. Beato colui che non si sarà scandalizzato di me!» Quest’ultima frase è particolarmente criptica: che significa “beato colui che non si sarà scandalizzato di me”? È utile ricordare il brano del profeta Isaia che Gesù afferma di adempiere mentre predica nella sinagoga di Nazaret: 

«Lo Spirito del Signore è sopra di me, perciò mi ha unto per evangelizzare i poveri; mi ha inviato per annunciare la liberazione ai prigionieri e il recupero della vista ai ciechi; per rimettere in libertà gli oppressi, per proclamare l’anno accettevole del Signore». (Luca 4:18-19)

Confrontiamo questo alla simile dichiarazione di Gesù a Giovanni e notiamo una cospicua differenza: mentre nella singoga Gesù annuncia “la liberazione ai prigionieri”, non l’annuncia a Giovanni che sta rinchiuso in prigione. Questa mancanza non è certamente un errore da parte di Gesù. Anzi, è in questo modo che fa sapere a Giovanni che non ha nessuna intenzione di liberarlo. Ecco perché aggiunge alla fine: “Beato colui che non si sarà scandalizzato di me”. Gesù gli vuole dire: “Giovanni, anche se non lo capisci, il mio piano per te non è la liberazione ma l’incarcerazione. So che questo potrebbe far vacillare la tua fede, ma sarai beato se invece mantieni ferma la tua fiducia in me fino alla fine, fino alla tua morte.”

2) La Strana Testimonianza di Giovanni (7:24-35)

24 Quando gli inviati di Giovanni se ne furono andati, Gesù cominciò a parlare di Giovanni alla folla: «Che cosa andaste a vedere nel deserto? Una canna agitata dal vento? 25 Ma che cosa andaste a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti? Ecco, quelli che portano degli abiti sontuosi e vivono in delizie stanno nei palazzi dei re. 26 Ma che andaste a vedere? Un profeta? Sì, vi dico, e uno più di un profeta. 27 Egli è colui del quale è scritto: “Ecco, io mando davanti a te il mio messaggero, che preparerà la tua via davanti a te”28 Io vi dico: fra i nati di donna nessuno è più grande di Giovanni; però, il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui.

29 Tutto il popolo che lo ha udito, anche i pubblicani, hanno riconosciuto la giustizia di Dio, facendosi battezzare del battesimo di Giovanni; 30 ma i farisei e i dottori della legge, non facendosi battezzare da lui, hanno respinto la volontà di Dio per loro.  31 A chi dunque paragonerò gli uomini di questa generazione? A chi sono simili? 32 Sono simili a bambini seduti in piazza, che gridano gli uni agli altri: “Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato; abbiamo cantato dei lamenti e non avete pianto”. 33 Difatti è venuto Giovanni il battista, che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: “Ha un demonio”. 34 È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e voi dite: “Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori! 35 Ma alla sapienza è stata resa giustizia da tutti i suoi figli”».

Alla folla che conosceva bene Giovanni e che ha udito le sue parole ai discepoli di Giovanni, Gesù rivolge un insegnamento importante riguardante il suo ministero e il regno inaugurato con la sua venuta. Sempre a proposito di Giovanni, Gesù chiede alla folla: “Che cosa andaste a vedere nel deserto?” Suggerisce due possibili risposte: “una canna agitata dal vento” o “un uomo avvolto in morbide vesti”? Queste due proposte parlano indirettamente di Erode, il re che aveva fatto imprigionare Giovanni per aver predicato contro la sua malvagità. La canna, che cresceva lungo il fiume Giordano dove Giovanni aveva battezzato, era stata adottata da Erode come simbolo del suo potere. Inoltre, “un uomo avvolto in morbide vesti”, dice Gesù, è da trovarsi “nei palazzi dei rei”, come di nuovo quel Erode che teneva Giovanni in carcere. Queste dunque sono due immagini totalmente contrapposte alla figura che era Giovanni il battista. “No”, dice Gesù, “non siete andati a vedere un come Erode, uno potente e ricco che rappresenta il potere e la ricchezza del mondo. Siete andati a vedere uno totalmente opposto, cioè un profeta di Dio”.

Questo infatti è stato Giovanni, un profeta che viveva nel deserto, che si vestiva in peli di cammello e che si nutriva di cavallette. Un “fanatico”, in poche parole, la cui vita era pienamente devota alla sua vocazione di annunciare la parola di Dio. Ma non solo: Giovanni era colui profetizzato da Isaia, l’unico scelto per l’onore di preparare la via davanti al Signore stesso. Nessun altro in tutta la storia aveva mai avuto, né mai avrà, il privilego di Giovanni: di essere quell’unica voce che grida nel deserto: “Io vi battezzo in acqua; ma viene colui che è più forte di me, al quale io non sono degno di sciogliere il legaccio dei calzari. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco” (3:18). Il ministero di Giovanni fu cruciale ed irripetibile nella storia della salvezza, e per questo Gesù lo chiama un profeta ma anche “uno più di un profeta” (v.26), dichiarando che “fra i nati di donna nessuno è più grande di Giovanni” (v.28). Nonostante tutto ciò, Gesù aggiunge anche questo: “però, il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui”. Che cosa significa?

Troviamo un indizio nelle parole di Gesù nei vv.33-34: “Difatti è venuto Giovanni il battista, che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: ‘Ha un demonio’. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e voi dite: ‘Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori!'” Qui Gesù si riferisce al momento narrato nel 5:33-34:

33 [I farisei e gli scribi] gli dissero: «I discepoli di Giovanni digiunano spesso e pregano, così pure quelli dei farisei; i tuoi invece mangiano e bevono». 34 Gesù disse loro: «Potete far digiunare gli amici dello sposo, mentre lo sposo è con loro?»

Alla domanda dei farisei e degli scribi circa il digiuno osservato dai discepoli di Giovanni il battista, Gesù afferma che, alla luce della sua venuta e l’arrivo del regno di Dio nel suo ministero, non si possono osservare le pratiche che fanno parte del vecchio sistema, come non si può mettere vino nuovo in otri vecchi. Digiunare (che per gli ebrei mirava ad alimentare le loro speranze per l’adempimento delle promesse di Dio) in presenza di Gesù nega il significato della sua venuta! Come il giorno delle nozze crea una nuova realtà — un uomo e una donna che si uniscono in una sola carne — così Gesù ha fatto irruzione nello scorrere normale del tempo e ha creato una nuova realtà: il regno di Dio dove la volontà di Dio è fatta in terra come in cielo.

Quando dunque Gesù dice che “il più piccolo nel regno di Dio è più grande” di Giovanni il battista, vuol dire questo. Gesù afferma che Giovanni, pur essendo il più grande dei profeti, appartiene comunque al vecchio sistema e al vecchio ordine, cioè il mondo com’era prima della sua venuta, prima dell’inaugurazione del suo regno. Giovanni fa parte di quella grande schiera di testimoni veterotestamentari che, come dice Ebrei 11:13, “sono morti nella fede, senza ricevere le cose promesse, ma le hanno vedute e salutate da lontano”. Ecco perché “il più piccolo nel regno di Dio” è più grande di Giovanni: non vede le promesse di Dio da lontano ma ne partecipa all’adempimento. Quindi, c’è un motivo per cui Gesù guarisce il servo del centurione, risuscita il figlio della vedova, e guarisce molti altri “da malattie, da infermità e da spiriti maligni” (v.21) ma non libera Giovanni da prigione: tutti coloro sono “i più piccoli” che assaggiano le benedizioni del regno, mentre a Giovanni, a causa della sua vocazione particolare, è dato solo di vederle e salutarle da lontano. Grande è stato il privilegio di Giovanni di essere quella voce a preparare la via del Signore, ma infinitamente più grande è il privilegio di partecipare personalmente alle benedizioni della sua venuta.

Per questo motivo sono anche più benedetti “i pubblicani” e gli altri “peccatori” che “hanno riconosciuto la giustizia di Dio” che “i farisei e i dottori della legge” che “hanno respinto la volontà di Dio per loro” (vv.29-30). Questo grande capovolgimento — grazie a cui i primi diventano gli ultimi e gli ultimi i primi — è impersonato da Giovanni in quanto lui, il più grande dei profeti, è superato da gente come pubblicani, malati, centurioni romani e vedove. Giovanni, nel suo scomparire dalla narrativa, rende forse la sua testimonianza più importante. Anche se gli sembra di languire inutilmente in prigione mentre potrebbe continuare a svolgere il suo ministero di predicazione itinerante davanti alle masse, è proprio il suo “languire inutilmente in prigione” che gli permette di testimoniare con più efficacia il Signore la cui via ha preparato. Sembra strano? Forse lo è, ma nel sovrano, misterioso ma sempre benevolo proposito di Dio, questo è esattamente ciò che doveva succedere. Giovanni, nel suo “non essere liberato da prigione”, rende una grande testimonianza che l’epoca a cui egli appartiene — l’epoca dell’attesa per l’adempimento delle promesse di Dio — è passata e che ora, in Gesù, l’epoca del regno di Dio è stata inaugurata.

3) Applicazione

Questo brano, pur riguardando principalmente Giovanni il battista, è pieno di lezioni importanti per noi. Per concludere propongo i seguenti tre spunti per la vostra riflessione.

1. Accettare la volontà di Dio per noi

Non sappiamo come Giovanni ha ricevuto la risposta di Gesù, ma sappiamo che è rimasto fedele fino alla sua morte che avvenne quando Erode lo fece decapitare. Come Gesù aveva indicato, Giovanni non fu scarcerato, ma finì lì un martire a causa della sua testimonianza. Contro le apparenze, la sua vita non fu un fallimento né uno spreco, proprio perché fece l’opposto di ciò che fecero i farisei e gli scribi che avevano rifiutato il suo battesimo: accettò la volontà di Dio per lui. Non accusò Dio di avergli fatto qualche torto; non si lamentò della sua sorte, anche se poteva sembrargli ingiusto che Gesù aiutasse molti “indegni” ma lasciò lui morire in prigione.

Ciò che impariamo qui dall’esempio positivo di Giovanni e dall’esempio negativo dei farisei e degli scribi è che l’unico modo di trovare la gioia e la soddisfazione è di accettare la volontà di Dio per noi, anche quando ci sembra “ingiusta” nei confronti di altri. Quelli che “hanno respinto la volontà di Dio per loro” Gesù li paragona a “bambini seduti in piazza, che gridano gli uni agli altri: ‘Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato; abbiamo cantato dei lamenti e non avete pianto'” (v.32). O, potremmo dire, sono simili a coloro che si lamentano del caldo d’estate e del freddo d’inverno. In altre parole, questi non si accontentano mai, nemmeno se ogni loro pretesa viene esaudita. Solo quando, come Giovanni, rinunciamo ai nostri desideri e obbiettivi personali e accettiamo con umiltà la volontà di Dio per noi possiamo diventare veramente contenti.

2. Morire con Cristo per vivere con lui

La prova più grande di questa verità non è però Giovanni ma Gesù stesso. Quando verso la fine del vangelo Gesù si avvicina all’ora della sua morte violenta in croce prega: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Però non la mia volontà, ma la tua sia fatta» (22:42). Se mai dubitassimo che troviamo gioia solo accettando la volontà di Dio per noi anziché insistendo sulla nostra, la croce di Gesù dovrebbe toglierci ogni dubbio. Nessun altro fu trattato più “indegnamente” che Gesù: l’unico uomo veramente giusto, perfettamente ubbidiente a Dio Padre, eppure fu giustiziato su un atroce patibolo di sofferenza. Ma lo stesso Gesù, il terzo giorno dopo la sua morte, fu risuscitato dal Padre e poi fu esaltato alla destra di Dio in cielo. In più, la sua certa permessa è che “se siamo morti con lui, con lui anche vivremo; se abbiamo costanza, con lui anche regneremo” (2 Timoteo 2:11-12). Così Gesù ci invita: 

Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la sua vita la perderà, ma chi avrà perduto la propria vita per causa mia la salverà. (Luca 9:23-24)

3. Gesù nostro fratello

Infine, che grande beatitudine è essere così uniti a Gesù che ci è dato di partecipare alle sue sofferenze! Un discepolo non può pretendere di essere più grande del suo maestro. Se hanno crocifisso Gesù, figuriamoci cosa faranno a suoi seguaci! Giovanni Così dobbiamo capire la sorte di Giovanni il battista. Le sue sofferenze in prigione e la sua conseguente morte non sono la brutta e tragica fine di una vita promettente, ma sono piuttosto la comunione con Cristo nelle sue sofferenze e nella sua morte per poter partecipare alla potenza della sua risurrezione. La realtà è che la sofferenza e la morte sono inevitabili nella vita. Se dobbiamo soffrire e morire, meglio allora soffrire e morire con Cristo e per Cristo che per qualsiasi altro motivo! Se la vita di Giovanni rende una testimonianza, è quella articolata dall’apostolo Paolo in Filippesi 3:8-11:

8Anzi, a d ire il vero, ritengo che ogni cosa sia un danno di fronte all’eccellenza della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho rinunciato a tutto; io considero queste cose come tanta spazzatura al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui non con una giustizia mia, derivante dalla legge, ma con quella che si ha mediante la fede in Cristo: la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede. 10 Tutto questo allo scopo di conoscere Cristo, la potenza della sua risurrezione, la comunione delle sue sofferenze, divenendo conforme a lui nella sua morte, 11 per giungere in qualche modo alla risurrezione dei morti.

Che questa sia anche la testimonianza della nostra vita!

La Storia della Chiesa in un Anno: Di Loro il Mondo Non Era Degno (51/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: Di Loro il Mondo Non Era Degno (51/52)

Nel ripercorrere la storia della chiesa, bisogna resistere alla doppia tentazione di, da una parte, idealizzare i pochi protagonisti i cui nome si ricordano e, dall’altra, di sminuire l’importanza della maggioranza di credenti che rimangono sconosciuti. Non bisogna giudicare il valore del servizio dell’uno o dell’altro nel regno di Dio in base ai criteri stabiliti dal mondo. Nella Bibbia e nella storia della chiesa, Dio ci ha dato alcuni esempi — come Abraamo, Mosè, Paolo, Atanasio, e Karl Barth — affinché noi, “circondati da una così grande schiera di testimoni, deponiamo ogni peso e il peccato che così facilmente ci avvolge, e corriamo con perseveranza la gara che ci è proposta” (Ebrei 12:1).

Ma ciò non vuol dire che questi fossero più significativi o preziosi agli di Dio. Lo stesso autore agli Ebrei non si dimentica di elogiare anche tutti gli sconosciuti della storia di cui “il mondo non era degno”:

Che dirò di più? Poiché il tempo mi mancherebbe per raccontare di Gedeone, Barac, Sansone, Iefte, Davide, Samuele e dei profeti, i quali per fede conquistarono regni, praticarono la giustizia, ottennero l’adempimento di promesse, chiusero le fauci dei leoni, spensero la violenza del fuoco, scamparono al taglio della spada, guarirono da infermità, divennero forti in guerra, misero in fuga eserciti stranieri. Ci furono donne che riebbero per risurrezione i loro morti; altri furono torturati perché non accettarono la loro liberazione, per ottenere una risurrezione migliore; altri furono messi alla prova con scherni, frustate, anche catene e prigionia. Furono lapidati, segati, uccisi di spada; andarono attorno coperti di pelli di pecora e di capra; bisognosi, afflitti, maltrattati (di loro il mondo non era degno), erranti per deserti, monti, spelonche e per le grotte della terra. (Ebrei 11:32-38)

Notevole è la menzione specifica anche di “donne”, le quali sono spesso trascurate. Non passa inosservato il fatto che la preponderanza dei protagonisti ricordati nella storia della chiesa siano uomini. Ciò non è dovuto tanto alla mancanza di donne straordinarie di cui Dio si servì — e di cui si serve ancora — per compiere la sua volontà quanto alla superbia degli uomini che le soppressero o ignorarono.

Ripassando la storia della chiesa, dunque, è necessario rammentare che il regno di Dio rovescia i valori del mondo:

Ma Gesù, chiamatili a sé, disse loro: «Voi sapete che quelli che sono reputati prìncipi delle nazioni le signoreggiano e che i loro grandi esercitano autorità su di esse. Ma non è così tra di voi; anzi, chiunque vorrà essere grande fra voi sarà vostro servitore; e chiunque tra di voi vorrà essere primo sarà servo di tutti. Poiché anche il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti» (Marco 10:42-45)

Il mondo dimenticherà i nostri nomi, ma a chi rimane fedele a Gesù, egli promette: “io confesserò il suo nome davanti al Padre mio e davanti ai suoi angeli” (Apocalisse 3:5).

Malachia/Matteo: Colui che Deve Venire

1) Il Giorno che Deve Venire (Malachia 2:17-3:5)

Il nostro percorso attraverso l’Antico Testamento finisce, giustamente, all’ultimo libro, intitolato “Malachia”. Il nome stesso, come avremo modo di approfondire tra poco, è significativo in quanto vuol dire “messaggero”. Nel periodo biblico in cui ci troviamo, Malachia è infatti un messaggero di Dio, un profeta, che porta al popolo di Giuda la parola di Dio. Malachia profetizza durante il periodo di Esdra e Neemia, quando molti dei deportati dell’esilio babilonesi sono tornati in patria ma sono ridotti in grande miseria e umiliazione rispetto al potere e alla gloria ottenuti sotto il regno di Davide e Salomone. Come l’ultimo libro dell’Antico Testamento, Malachia fa da ponte al Nuovo, preparandoci alla venuta di “colui che deve venire”, ovvero il Messia Gesù Cristo. In altre parole, è un ottimo libro da leggere e meditare durante l’Avvento.

A) La disputa tra Dio e il popolo (2:17)

2:17 Voi stancate il Signore con le vostre parole, eppure dite: «In che modo lo stanchiamo?» Quando dite: «Chiunque fa il male è gradito al Signore, il quale si compiace di lui!» o quando dite: «Dov’è il Dio di giustizia?» 

Il libro di Malachia consiste di sei “dispute” tra Dio e il popolo che trattano i dubbi e le difficoltà che caratterizzano sempre un periodo di attesa. Oggi prendiamo in considerazione la quarta di queste sei dispute per motivi che presto si riveleranno. La disputa inizia con la rimostranza del Signore contro il popolo di Giuda per le parole con cui hanno stancato il Signore. Il popolo ribatte: “In che modo lo stanchiamo?” La risposta di Dio fa venire in mente l’osservazione dell’Ecclesiaste (1:9): “Non c’è nulla di nuovo sotto il sole.” Le parole fastidiose del popolo sono identiche a quelle che si sentono tutt’oggi da parte di molti: “Dov’è il Dio di giustizia?” Se Dio è giusto, perché i malvagi prosperano mentre i giusti soffrono? Che giova quindi essere giusti? Allora, forse è meglio essere malvagi se è così che Dio gestisce il mondo!

La lamentela del popolo deriva da ragioni ben comprensibili. Tramite i profeti prima di Malachia, Dio ha infatti promesso un futuro molto diverso da quello realmente (o apparentemente) avvenuto. Non tanto tempo prima, per esempio, Dio ha detto questo per bocca del profeta Aggeo (2:6-9):

Così infatti parla il Signore degli eserciti: “Ancora una volta, fra poco, io farò tremare i cieli e la terra, il mare e l’asciutto; farò tremare tutte le nazioni, le cose più preziose di tutte le nazioni affluiranno e io riempirò di gloria questa casa”, dice il Signore degli eserciti. “Mio è l’argento e mio è l’oro”, dice il Signore degli eserciti. “La gloria di questa casa sarà più grande di quella della casa precedente”, dice il Signore degli eserciti. “In questo luogo io darò la pace”, dice il Signore degli eserciti».

Il tempio costruito da Salomone era rinomato in tutto il mondo per il suo splendore, ma dopo le invasioni babilonesi a cavallo dei settimo e sesto secoli a.C., esso è rimasto totalmente rovinato. Ma Dio ha promesso che il tempio che sarebbe stato costruito sulle rovine avrebbe superato di gran lunga la gloria del primo. Assieme al tempio superiore, il popolo avrebbe goduto di una pace imperturtabile e ininterrotta. Ma fino ai giorni di Malachia, questa promessa non si è mai avverata. Anzi, come prega Neemia (9:36-37), il contemporaneo di Malachia:

36 E oggi eccoci schiavi! Eccoci schiavi nel paese che tu hai dato ai nostri padri, perché ne mangiassero i frutti e ne godessero i beni. 37 Esso moltiplica i suoi prodotti per i re ai quali tu ci hai sottoposti a causa dei nostri peccati, e che dispongono dei nostri corpi e del nostro bestiame a loro piacere; e noi siamo in grande angoscia.

Ecco perché il popolo reclama: tu, Signore, hai promesso pace e libertà, ma invece siamo qui in angoscia e schiavitù! Che senso ha dunque rimanerti fedeli se ci tratti così? Anche se non viviamo in condizioni storiche identiche, le nostre sono analoghe. La nostra fede è incentrata su un uomo che 2000 anni fa ha annunciato: “Il regno di Dio è vicino!” Ed eccoci oggi, 2000 anni dopo, sempre in mezzo al male, alla sofferenza, alla povertà, alle guerre, alla corruzione, all’angoscia e all’ansia. E allora, che c’è di che stupirsi che la gente comincia a dubitare un po’ della veridicità della promessa di Dio riguardo al suo regno?

B) Il giorno grande e terribile (3:1-5)

3:1 «Ecco, io vi mando il mio messaggero, che spianerà la via davanti a me; e subito il Signore, che voi cercate, l’Angelo del patto, che voi desiderate, entrerà nel suo tempio. Ecco, egli viene», dice il Signore degli eserciti. Chi potrà resistere nel giorno della sua venuta? Chi potrà rimanere in piedi quando egli apparirà? Egli infatti è come il fuoco del fonditore, come la potassa dei lavatori di panni. Egli si metterà seduto, come chi raffina e purifica l’argento, e purificherà i figli di Levi e li raffinerà come si fa dell’oro e dell’argento; ed essi offriranno al Signore offerte giuste. Allora l’offerta di Giuda e di Gerusalemme sarà gradita al Signore come nei giorni antichi, come negli anni passati. «Io mi accosterò a voi per giudicare e sarò un testimone pronto contro gli incantatori, contro gli adùlteri, contro quelli che giurano il falso, contro quelli che derubano l’operaio del suo salario, che opprimono la vedova e l’orfano, che fanno torto allo straniero e non hanno timore di me», dice il Signore degli eserciti.

La risposta del Signore a questo interrogativo è duplice. Al versetto 1, Dio ribadisce che la sua promessa non verrà mai meno, e che sicuramente egli stesso verrà e rientrerà nel suo tempio. Questo richiama due momenti cardinali nella storia di Israele: la consacrazione del tabernacolo costruito sotto la guida di Mosè dopo l’esodo, e la consacrazione del tempio costruito a Gerusalemme sotto il regno di Salomone. Ciò che narra 1 Re 8:10-11 relativo a quest’ultimo è indicativo:

10 Mentre i sacerdoti uscivano dal luogo santo, la nuvola riempì la casa del Signore11 e i sacerdoti non poterono rimanervi per farvi il loro servizio, a causa della nuvola; perché la gloria del Signore riempiva la casa del Signore.

Il tempio, come il tabernacolo prima di esso, era glorioso non tanto per la straordinaria bellezza della sua struttura quanto per la presenza di Dio che lo riempiva della gloria divina. Quando, dunque, Dio promette tramite Malachia che “il Signore che voi cercate … entrerà nel suo tempio”, l’idea è questa. Dio non ha dimenticato la sua promessa di realizzare un futuro inimmaginabilmente bello, non ha abbandonato il suo popolo a tirarsi avanti a stento, poiché egli stesso verrà a dimorare in mezzo a loro. Paragonato al regno che Dio stabilirà quando egli ritorna personalmente in mezzo al popolo, il regno e il tempio di Salomone saranno ricordati quasi con disprezzo!

L’altro lato della medaglia, però, non è da trascurare. Sì, il Signore tornerà, e ristabilirà la giustizia e la pace, ma attenzione: il giorno in cui tutto questo avverrà sarà, come Dio lo chiama nel 4:5, un “giorno grande e terribile”, poiché il Signore verrà “come il fuoco del fonditore, come la potassa dei lavatori di panni.” La tanto ripetuta domanda risorge anche qui: “Chi potrà resistere nel giorno della sua venuta?” Vale a dire, voi che reclamate e esigete la giustizia, vi rendete conto di ciò che chiedete? Sapete che cosa vuol dire giudizio? Pensate di poter rimanere in piedi quando egli apparirà? La sua venuta sarà un giorno di fuoco e di lavaggio. O come Dio lo descrive nel 4:1, quel giorno sarà “ardente come una fornace; allora tutti i superbi e tutti i malfattori saranno come stoppia. Il giorno che viene li incendierà.” Certo, ci saranno quelli che passeranno per il fuoco e ne usciranno puri, ma siete sicuri che non sarete invece divorati dal fuoco?

Ecco l’importanza critica del “messaggero” che Dio promette di mandare prima della sua venuta. Questo messaggero non è Malachia stesso, sebbene Malachia sia anche lui un “messaggero” come vuol dire il suo nome. No, Malachia parla di un altro messaggero, uno che sarà più come il grande profeta Elia ricordato per il suo ministero potente e coraggioso. Così infatti si chiude la profezia di Malachia (4:5-6):

Ecco, io vi mando il profeta Elia, prima che venga il giorno del Signore, giorno grande e terribile. Egli volgerà il cuore dei padri verso i figli, e il cuore dei figli verso i padri, perché io non debba venire a colpire il paese di sterminio».

La missione di questo profeta, prefigurato sia da Elia sia da Malachia, avrà come scopo il ravvedimento d’Israele. Questo profeta preannuncerà la venuta del Signore, così che quando viene in giudizio fiammeggiante, coloro che hanno orecchie per udire daranno ascolto al suo messaggio e si prepareranno ad accogliere il loro Signore come fuoco purificatore anziché fuoco consumante. “Ravvedetevi, perché il regno di Dio è vicino!”

2) Il Messia che Deve Venire (Matteo 11:2-6)

Giovanni, avendo nella prigione udito parlare delle opere del Cristo, mandò a dirgli per mezzo dei suoi discepoli: «Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo aspettare un altro?» Gesù rispose loro: «Andate a riferire a Giovanni quello che udite e vedete: i ciechi recuperano la vista e gli zoppi camminano; i lebbrosi sono purificati e i sordi odono; i morti risuscitano e il vangelo è annunciato ai poveri. Beato colui che non si sarà scandalizzato di me!»

Ora, a chi di noi ha orecchie per udire, la profezia di Malachia dovrebbe già risultare noto. Sarà Gesù stesso che nel vangelo secondo Matteo (che a proposito sarà il vangelo su cui ci focalizzeremo in questo periodo) che la citerà in riferimento a Giovanni il battista. Il contesto è un po’ più avanti nella narrativa di Matteo, dopo che Giovanni è stato già arrestato e imprigionato dal re Erode. Dalla prigione Giovanni manda alcuni suoi discepoli da Gesù con una domanda: “Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo aspettare un altro?” Allora, questa domanda può sembrare di per sé piuttosto “accademica”, una questione teologica lontana dalle vicende quotidiane. Ma posta da un ebreo come Giovanni, grande conoscitore delle sacre Scritture, questa è letteralmente una domanda di vita e di morte.

Ricordiamoci della profezia di Malachia: la venuta del Signore (che Gesù dovrebbe in teoria essere) sarebbe stata il giorno grande e terribile di giudizio quando finalmente i malvagi sarebbero stati incendiati come stoppia ma i fedeli (pentiti) sarebbero stati purificati e piantati come alberi fruttiferi. Ma ecco Giovanni in prigione, ogni giorno in pericolo di vita, mentre il malvagio re Erode gode sempre di grande ricchezza, potere e sicurezza. Allora? È Gesù veramente “colui che deve venire”, il Signore e Salvatore che finalmente stabilirà il suo regno di giustizia e pace in tutto il mondo? Date le sue circostanze, Giovanni nutre qualche dubbio.

La risposta di Gesù, costituita da una catena di riferimenti biblici profetici, è inequivocabilmente affermativa. Come si può constatare dai frutti del suo ministero — i cechi vedono, gli zoppi camminano, i sordi odono, i morti rivivono — Gesù è senza dubbio “colui che deve venire”. Egli è (per usare un termine profetico preferito di Matteo) Emmanuele, Dio con noi, il Signore stesso in carne umana. Il Signore è venuto in mezzo a noi, proprio come ha promesso innumerevoli volte tramite i profeti, e beati quelli che non si scandalizzano se la sua venuta sembra diversa da quello che si aspettavano. “Beato te, Giovanni, se non ti scandalizzi solo perché Erode è ancora re e tu sei ancora in prigione.” Beati, in altre parole, quelli che camminano per fede e non per visione, che mantengono fiducia nella promessa di Dio anche quando essa sembra essere smentita dalle loro circostanze.

3) Il Messaggero che Deve Venire (Matteo 11:7-15)

A) Il profeta più grande (11:7-11)

Mentre essi se ne andavano, Gesù cominciò a parlare di Giovanni alla folla: «Che cosa andaste a vedere nel deserto? Una canna agitata dal vento? Ma che cosa andaste a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti? Ecco, quelli che portano delle vesti morbide stanno nei palazzi dei re. Ma che cosa andaste a vedere? Un profeta? Sì, vi dico, e più che un profeta. 10 Egli è [infatti] colui del quale è scritto: “Ecco, io mando davanti a te il mio messaggero che preparerà la tua via davanti a te”. 11 In verità io vi dico che fra i nati di donna non è sorto nessuno maggiore di Giovanni il battista; eppure il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui.

Gesù coglie l’occasione creata dalla domanda di Giovanni per dare un insegnamento molto pertinente a noi in questo periodo dell’Avvento e, in senso più ampio, in questo periodo di attesa che si sta prolungando ormai più di 2000 anni, l’attesa della piena e visibile manifestazione del regno di Dio in tutto il mondo. Come in Malachia, così anche qui l’insegnamento di Gesù è duplice. Notiamo prima di tutto come Gesù cita la profezia di Malachia nei vv.10 e 14 e l’applica a Giovanni. Se Gesù è il Signore che doveva venire, Giovanni è il messaggero, il profeta, mandato per preparagli la via.

Gesù evidenzia il modo dell’apparizione di Giovanni. Giovanni non era un “uomo avvolto in morbide vesti,” come i ricchi e i potenti del mondo. Non era nemmeno una “canna agitata dal vento”. Questo è un riferimento al re Erode, il cui simbolo era appunto la specie di canna che cresce vicino al mare di Galilea (dunque una canna agitata dal vento). No, Giovanni invece, come Matteo ci ha già detto, “predicava nel deserto della Giudea”, “aveva un vestito di pelo di cammello e una cintura di cuoio intorno ai fianchi; e si cibava di cavallette e di miele selvatico” (3:1, 4). Un uomo che appare così è un uomo che vive per un altro mondo, che non si lascia distrarre dalle comodità e dai piaceri che il mondo può offrire. Questo è, infatti, un uomo interamente dedicato al mondo a venire, al mondo rinnovato in pace e giustizia, al regno di Dio e del suo Cristo. Secondo Gesù, un uomo così è da ammirare. Lo chiama infatti il più grande profeta; nei suoi confronti non c’è nessun altro che sia mai stato così grande come lui.

Eppure, come Gesù conclude, anche “il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui”. Vale a dire, l’epoca inaugurata dalla venuta di Gesù è imparagonabilmente superiore a quella di Giovanni. Giovanni rappresenta la fine dell’età prima di Gesù, e in questo senso ne è il più grande. Ma ora che è venuto Gesù, il compimento di tutte le promesse di Dio, anche il più piccolo che crede in lui è, a causa della sua appartenenza a Cristo, più grande di Giovanni. Gesù non vuol dire letteralmente che ormai siamo tutti superiori a quelli che ci hanno preceduto nell’Antico Testamento, ma in quanto noi possiamo conoscere pienamente quello che Giovanni ha potuto solo intravedere, abbiamo dei privilegi che lui e tutti gli altri profeti prima di lui non hanno potuto vedere.

B) Il regno assalito (11:11-15)

12 Dai giorni di Giovanni il battista fino ad ora, il regno dei cieli è preso a forza e i violenti se ne impadroniscono. 13 Poiché tutti i profeti e la legge hanno profetizzato fino a Giovanni. 14 Se lo volete accettare, egli è l’Elia che doveva venire. 15 Chi ha orecchi [per udire] oda.

Attenzione però: qui c’è il secondo lato del discorso di Gesù. Solo perché è arrivato il Messia, solo perché oggi è il giorno della rivelazione della salvezza in Gesù, non dobbiamo concludere che la vita dovrebbe andare a gonfie vele. Non dovremmo stupirci se siamo sempre assaliti dai mali, dai dolori, dalle difficoltà, dalle ansie, e dalle afflizioni. Dovremmo già averlo compreso dal ministero di Giovanni che ora è in prigione e tra poco sarà martirizzato da Erode: “fino ad ora, il regno dei cieli è preso a forza e i violeni se ne impadroniscono”. Che vuol dire? La situazione di Giovanni ce lo spiega: il regno di Dio incomincia, cresce, si diffonde e infine vincerà non per mezzo delle armi di guerra, non a causa della violenza o del potere di qualche forza maggiore che costringe i nemici ad arrendersi. No, il regno di Dio vince proprio nella misura in cui subisce la violenza, in cui rinuncia alle armi di guerra e di costrizione e sacrifica se stesso per il bene degli altri. Infine, il regno di Dio trionfa perché Gesù stesso si umilierà fino alla morte, alla morte in croce, e per questo motivo Dio lo innalzerà sovranamente e gli darà il nome al di sopra di ogni nome in cui ogni ginocchio si piegherà e ogni lingua confesserà che egli è il Signore alla gloria di Dio Padre (Fil. 2:8-11).

Questo è il motivo per cui Gesù sapeva che il vangelo era, ed è ancora tuttora, scandaloso. Coloro che cercano un Salvatore che li salverà secondo i loro criteri, un Signore che regnerà secondo le loro pretese, un Dio che si conforma alla propria immagine rimarranno sicuramente scandalizzati da Gesù. Quelli che invece rinunciano ai loro criteri, alle loro pretese, alle loro idee e invece si sottomettono alla pazzia della predicazione della croce di Cristo (questo è infatti ciò che significa “ravvedimento”) troveranno la vera salvezza, la vera gloria, e la vera grandezza. Dunque, come Malachia, come Giovanni il battista, e con i nostri occhi fissi su Gesù il crocifisso, prepariamoci anche noi a soffrire per la causa di Cristo e del suo regno, ricordandoci della promessa del Signore che si adempierà nel momento giusto: 

…ora, per breve tempo, è necessario che siate afflitti da svariate prove, affinché la vostra fede, che viene messa alla prova, che è ben più preziosa dell’oro che perisce, e tuttavia è provato con il fuoco, sia motivo di lode, di gloria e di onore al momento della manifestazione di Gesù Cristo. Benché non lo abbiate visto, voi lo amate; credendo in lui, benché ora non lo vediate, voi esultate di gioia ineffabile e gloriosa, ottenendo il fine della {vostra} fede: la salvezza delle anime. (1 Pietro 1:6-9)

Apocalisse 6:1-17; 7:9-17: L’Ira dell’Agnello

Introduzione

Apocalisse appare come un libro strano, c’è un buon motivo per questo: al di là delle visioni simboliche, lo scopo di Apocalisse è di fornirci un’ottica diversa — in realtà l’unica vera ottica perché quella di Dio! — sotto la quale dobbiamo interpretare la realtà del mondo in cui ci troviamo. Il mondo secondo Apocalisse appare strano perché, dalla prospettiva di coloro che camminano per visione e non per fede, non è per niente il mondo reale. Ma per coloro che camminano invece per fede e non per visione — i santi salvati dal sangue di Cristo Gesù — Apocalisse ridimensiona totalmente “il mondo reale” per farlo comparire com’è veramente, la realtà reale!

Nei capitolo 4-5, Giovanni, l’autore di questo libro, ci presenta una magnifica visione di Dio Padre e del Signore Gesù Cristo. Cristo è raffigurato come l’Agnello immolato e il Leone vittorioso che è l’unica persona in tutto l’universo degna di prendere il libro tenuto nella destra di Dio e di aprire i suoi sette sigilli. Questo libro contiene la rivelazione del compimento di tutte le cose, e solo Gesù è degno e capace di rivelarne il contenuto. Poi la visione finisce così:

5:13 E tutte le creature che sono nel cielo, sulla terra, sotto la terra e nel mare, e tutte le cose che sono in essi, udii che dicevano: «A colui che siede sul trono, e all’Agnello, siano la lode, l’onore, la gloria e la potenza, nei secoli dei secoli».

A questo punto nella visione, Gesù, ancora raffigurato come l’Agnello, sta per aprire i sette sigilli e rivelare il compimento del proposito di Dio per la sua creazione.

1) I Quattro Cavalieri (6:1-8)

A) Il primo cavaliere: la conquista (vv.1-2)

6:1 Poi vidi quando l’Agnello aprì uno dei sette sigilli e udii una delle quattro creature viventi, che diceva con voce come di tuono: «Vieni». Guardai e vidi un cavallo bianco. Colui che lo cavalcava aveva un arco; e gli fu data una corona, ed egli venne fuori da vincitore, e per vincere.

L’apertura dei primi quattro sigilli corrispondono ai famosi “quattro cavalieri dell’Apocalisse” che qui rappresentano l’andamento della storia che appare tutt’altro che sotto la sovranità di Dio. Il primo cavaliere cavalca un cavallo bianco — il colore della vittoria — e tiene l’arco e vince una corona. Potrebbe sembrare un personaggio positivo, ma collegato con gli altri tre che lo seguono, si capisce subito che il suo è un trionfo di violenza. Il primo cavaliere rappresenta dunque l’adempimento delle parole di Gesù in Matteo 24:6-8:

Voi udrete parlare di guerre e di rumori di guerre; guardate di non turbarvi, infatti bisogna che questo avvenga, ma non sarà ancora la fine. Perché insorgerà nazione contro nazione e regno contro regno; ci saranno carestie e terremoti in vari luoghi; ma tutto questo non sarà che principio di dolori.

B) Il secondo cavaliere: la guerra (vv.3-4)

Quando l’Agnello aprì il secondo sigillo, udii la seconda creatura vivente che diceva: «Vieni». E venne fuori un altro cavallo, rosso; e a colui che lo cavalcava fu dato di togliere la pace dalla terra affinché gli uomini si uccidessero gli uni gli altri, e gli fu data una grande spada.

L’apertura del secondo sigillo poi scatena il secondo cavaliere, rosso come il sangue e armato di una grande spada per togliere la pace dalla terra. Questo cavaliere rappresenta sicuramente la guerra — l’apice della capacità umana di distruggere e uccidere — ma non solo. La storia umana è su ogni livello una di conflitto e non di pace: conflitti internazionali, nazionali, sociali, culturali, politici, religiosi, relazionali, personali, psicologici, ecc. Che la pace universale e durevole sia un sogno umano impossibile non dovrebbe sorprendere i santi che sanno il contenuto del libro dell’Agnello: “Bisogna che questo avvenga…” (Mt. 24:6).

C) Il terzo cavaliere: la fame (vv.5-6)

Quando l’Agnello aprì il terzo sigillo, udii la terza creatura vivente che diceva: «Vieni». Guardai e vidi un cavallo nero; e colui che lo cavalcava aveva una bilancia in mano. E udii come una voce in mezzo alle quattro creature viventi, che diceva: «Una misura di frumento per un denaro e tre misure d’orzo per un denaro, ma non danneggiare né l’olio né il vino».

L’apertura del terzo sigillo fa venire il terzo cavaliere che tiene una bilancia e cavalca un cavallo nero. Il simbolismo qui non è forse immediatamente evidente come gli ultimi due, ma si può facilmente chiarire tutto. Il terzo cavaliere fa in modo che i prezzi per comprare il frumento e l’orzo — che rappresentano gli alimenti dei poveri — aumentino così tanto che non sono più abbordabili. Dall’altro canto, però, l’olio e il vino — alimenti pregiati e simbolici dei ricchi — risultano protetti. Il terzo cavaliere, dunque, colpisce l’economia, e causa grandi disturbi e squilibri affinché i poveri diventino più poveri e i ricchi più ricchi. Ecco l’ironia della bilancia che tiene: la bilancia dovrebbe garantire giuste misure (e giustizia) per tutti, ma fa proprio l’opposto. Violenza, conflitto, e ingiustizia: caratterizzano veramente il nostro mondo!

D) Il quarto cavaliere: la morte (vv.7-8)

Quando l’Agnello aprì il quarto sigillo, udii la voce della quarta creatura vivente che diceva: «Vieni». Guardai e vidi un cavallo giallastro; e colui che lo cavalcava si chiamava Morte, e gli veniva dietro l’Ades. Fu dato loro potere sulla quarta parte della terra, per uccidere con la spada, con la fame, con la mortalità e con le belve della terra.

Il quarto e l’ultimo cavaliere che viene dopo l’apertura del quarto sigillo si chiama “Morte”. Il suo cavallo è giallastro — il colore della malattia e della peste — ed è accompagnato dall’Ades, il soggiorno dei morti. Il quarto cavaliere rappresenta dunque i terribili effetti dovuti all’arrivo di tutti e quattro: la morte causata dalla spada, dalla fame, dalla mortalità e persino dalle belve della terra. Inoltre, non sono pochi che soffrono per causa loro: “fu dato loro potere sulla quarta parte della terra”. Non tutti, certamente, ma comunque tanti!

Forse questa visione suscita una domanda: perché tutto ciò? A che cosa serve? La visione provvederà a rispondere, ma prima essa vuole trasmetterci un messaggio importante per la fede: tutto ciò è contenuto nel libro di Dio e accade solo quando l’Agnello ne apre i sigilli. In altre parole, ogni cosa — la guerra, l’ingiustizia, la malattia, la morte — è governata dalla sovranità di Dio che fa cooperare tutto quanto al bene dei santi. Questo non vuol dire che Dio desideri che tutto questo succeda, ma che nulla succede che Dio non è capace di redimere per compiere il suo proposito benevolo.

2) I Martiri (6:9-11)

Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di quelli che erano stati uccisi per la parola di Dio e per la testimonianza che avevano resa. 10 Essi gridarono a gran voce: «Fino a quando aspetterai, o Signore santo e veritiero, per fare giustizia e vendicare il nostro sangue su quelli che abitano sulla la terra?» 11 E a ciascuno di essi fu data una veste bianca e fu loro detto che si riposassero ancora un po’ di tempo, finché fosse completo il numero dei loro compagni di servizio e dei loro fratelli, che dovevano essere uccisi come loro.

A) Il tumulto della testimonianza (v.9)

Quando si apre il quinto sigillo, la visione cambia radicalmente. La prospettiva si sposta dalla terra al cielo, dal mondo afflitto dal male e dalla morte al riposo dei santi martiri. La visione di questo sigillo svolge due funzioni importanti. Prima, al v.9, svela la ragione più profonda per le molte vicissitudini descritte nei primi quattro sigilli: la testimonianza dei santi, ovvero dei martiri. L’accezione vera del termine martire è appunto “testimone”, e qui scopriamo il motivo per cui esso poi ha acquisito l’ulteriore significato di “chi si sacrifica per una causa”. I testimoni che mantengono una testimonianza fedele nel mondo sono perseguitati e anche a volte messi a morte. La storia della chiesa è infatti la storia di un popolo martirizzato, cioè reso testimone di Gesù Cristo e dunque anche partecipe delle sue sofferenze.

Il punto della visione dei martiri, però, è importante per un altro motivo: la vera ragione per cui nei primi quattro sigilli il mondo è messo sottosopra e fatto piombare nel tumulto e nella sofferenza è dovuta alla testimonianza della chiesa. Come illustrato tante volte in Atti, la predicazione del vangelo accende il fuoco dell’odio e dell’angoscia e della divisione nella terra. Se proseguiamo nel discorso di Gesù riportato in Matteo 24, leggiamo:

Allora vi abbandoneranno all’oppressione e vi uccideranno e sarete odiati da tutte le genti a motivo del mio nome. 10 Allora molti si svieranno, si tradiranno e si odieranno a vicenda. 11 Molti falsi profeti sorgeranno e sedurranno molti. 12 Poiché l’iniquità aumenterà, l’amore dei più si raffredderà. 13 Ma chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato. 14 E questo vangelo del regno sarà predicato in tutto il mondo, affinché ne sia resa testimonianza a tutte le genti; allora verrà la fine.

Notiamo bene: i conflitti e le guerre e i dolori e il subbuglio nei quali il mondo è caduto è inscindibile dalla testimonianza resa dei seguaci di Gesù che sono perseguitati e odiati e uccisi a motivo del suo nome. Il travaglio continuerà finché il vangelo non sarà predicato in tutto il mondo, e solo “allora verrà la fine”. Non è chiaro? I mali di cui leggiamo tutti i giorni nei giornali sono dovuti alla diffusione del vangelo che segnala ai poteri malvagi che il loro tempo è limitato e il giudizio finale gli si sta avvicinando sempre di più! L’animale selvaggio è sempre più pericoloso quanto ha una ferita mortale.

B) Il giudizio dell’ingiustizia (vv.10-11)

La seconda funzione del quinto sigillo è di giustificare i giudizi preliminari dei primi quattro sigilli e poi quello finale scatenato dall’apertura del sesto sigillo. Mentre i santi sono fedeli a Cristo, il mondo per questo li perseguita e li uccide. La persecuzione può assumere varie forme, ma la Bibbia insegna che ogni seguace di Cristo che lo testimonia come dovrebbe soffrirà la persecuzione e l’odio del mondo. È giusto dunque che Dio intervenga a loro favore, liberandoli dai loro oppressori e facendo giustizia nel mondo. Quando il giudizio finale verrà, il vangelo sarà stato predicato ovunque, e tutto il mondo sarà inescusabile davanti a Dio.

3) Il Giudizio Finale (6:12-17)

12 Poi vidi quando l’Agnello aprì il sesto sigillo; e si fece un gran terremoto. Il sole diventò nero come un sacco di crine e la luna diventò tutta come sangue; 13 le stelle del cielo caddero sulla terra come quando un fico scosso da un forte vento lascia cadere i suoi fichi immaturi. 14 Il cielo si ritirò come una pergamena che si arrotola, e ogni montagna e ogni isola furono rimosse dal loro luogo. 15 I re della terra, i grandi, i generali, i ricchi, i potenti e ogni schiavo e ogni uomo libero si nascosero nelle spelonche e tra le rocce dei monti. 16 E dicevano ai monti e alle rocce: «Cadeteci addosso, nascondeteci dalla presenza di colui che siede sul trono e dall’ira dell’Agnello; 17 perché è venuto il gran giorno della loro ira. Chi può resistere?»

A) Il grande livellatore

Il sesto sigillo incute veramente terrore, perché con la sua apertura viene sulla terra “il gran giorno dell’ira” di Dio nel quale nessuno potrà resistere. Il giudizio sarà terrificante sia per la sua intensità sia per la sua universalità. Sarà un giorno in cui tutto il creato tremerà per quello che accadrà. Nessuno scamperà: persino i più grandi, i più ricchi, i più potenti della terra rimarranno terrorizzati quando Cristo si rivela nel giorno del suo ritorno. Allora ogni vanto umano sarà demolito, ogni pretesa smentita, ogni idolo messo a nudo, poiché il giorno di giudizio sarà il “grande livellatore” di tutti gli esseri umani. Tanto spaventoso sarà il giudizio di Dio che sarà preferibile la morte! Tutti gli esseri umani che hanno rifiutato il vangelo pregheranno i monti e le rocce di cadersi adosso piuttosto che essere sottoposti al giudizio divino. Ma in quel giorno, neanche la morte li potrà salvare, ed essi raccoglieranno i frutti della loro ribellione.

B) La misericordia severa (9:20-21)

9:20 Il resto degli uomini che non furono uccisi da questi flagelli non si ravvidero dalle opere delle loro mani; non cessarono di adorare i demòni e gli idoli d’oro, d’argento, di bronzo, di pietra e di legno, che non possono né vedere, né udire, né camminare. 21 Non si ravvidero neppure dai loro omicidi, né dalle loro magie, né dalla loro fornicazione, né dai loro furti.

Ma bisogna notare che questo sarà il giorno dell’ira dell’Agnello. In altre parole, è giudizio fatto da colui che è stato già giudicato al posto dell’umanità. È l’ira di colui che ha già subito pienamente l’ira divina contro il peccato. Questo è il giudizio di Cristo crocifisso che, pur essendo il Leone trionfante, rimane sempre l’Agnello immolato per il peccato del mondo. Questo è, dunque, leggiamo in un brano parallelo, Apocalisse 9:20-21, che l’ira dell’Agnello, sino all’ultimo possibile momento, mira a portare il mondo al ravvedimento. L’ira dell’Agnello è una misericordia severa, una grazia violenta che si oppone con l’onnipotenza di Dio l’opposizione umana al suo grande amore. È la stessa misericordia severa rivelata sulla croce di Cristo, la grazia che si è manifestata nella sua morte violenta per amore di tutti noi. È l’amore che arde così intensamente per i peccatori che rifiuta di mollare o di diminuire anche quando le persone ribelli non si ravvedono dei loro atti auto-distruttivi e non smettono di adorare gli idoli e i demoni che gli vogliono solo male. Tale è il “mistero dell’inquità”, l’incomprensibile assurdità e irrazionalità del peccato, ciò che Karl Barth ha chiamato la “possibilità impossibile”.

4) La Folla Innumerevole (7:9-17)

A) Il compimento della salvezza (vv.9-12)

7:9 Dopo queste cose, guardai e vidi una folla immensa che nessuno poteva contare, proveniente da tutte le nazioni, tribù, popoli e lingue, che stava in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, vestiti di bianche vesti e con delle palme in mano. 10 E gridavano a gran voce, dicendo: «La salvezza appartiene al nostro Dio che siede sul trono, e all’Agnello». 11 E tutti gli angeli erano in piedi intorno al trono, agli anziani e alle quattro creature viventi; essi si prostrarono con la faccia a terra davanti al trono e adorarono Dio, dicendo: 12 «Amen! Al nostro Dio la lode, la gloria, la sapienza, il ringraziamento, l’onore, la potenza e la forza, nei secoli dei secoli! Amen».

La visione giunge al culmine non con il giudizio ma con il compimento della salvezza. Questo è infatti lo scopo finale al quale il giudizio è solo uno strumento. Qui Giovanni vede la folla immensa, troppo grande da essere contata, “proveniente da tutte le nazioni, tribù, popoli e lingue”, perfettamente purificata e pienamente glorificata e per sempre nella presenza di Dio e dell’Agnello. Questa è la rivelazione (l’apocalisse!) della fedeltà di Dio alle sue promesse: Dio aveva giurato ad Abraamo la benedizione che avrebbe cancellato la maledizione del peccato e che si sarebbe estesa a tutte le famiglie della terra. Questo è esattamente ciò che Giovanni vede.

B) L’esortazione alla perseveranza (vv.13-17)

13 Poi uno degli anziani mi rivolse la parola, dicendomi: «Chi sono queste persone vestite di bianco, e da dove sono venute?» 14 Io gli risposi: «Signore mio, tu lo sai». Ed egli mi disse: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione. Essi hanno lavato le loro vesti e le hanno imbiancate nel sangue dell’Agnello. 15 Perciò sono davanti al trono di Dio e lo servono giorno e notte, nel suo tempio; e colui che siede sul trono stenderà la sua tenda su di loro. 16 Non avranno più fame e non avranno più sete, non li colpirà più il sole né alcuna arsura; 17 perché l’Agnello che è in mezzo al trono li pascerà e li guiderà alle sorgenti delle acque della vita; e Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi».

Lungi dal soddisfare la nostra curiosità, questa visione ha uno scopo molto pratico per tutti i santi di tutti i tempi, compresi anche noi. La fine è qui svelata e noi la possiamo sapere. Dio farà nuove tutte le cose, anche tutta la creazione. Distruggerà il peccato, metterà fine alla morte, e asciugherà ogni lacrima dai nostri occhi. Lì nel regno di Dio quando la sua volontà è fatta in terra come in cielo, non ci sarà più pericolo né paura, né fame né sete, né buio né sofferenza, ma solo gioia, pace, amore, verità, giustizia e comunione eterna con Dio stesso nella sua presenza!

Se questo è il destino garantito a tutti coloro che confidano in Cristo e che rimangono costanti in questa fiducia, nulla dovrebbe scoraggarci o deluderci al punto dove rinunciamo alla fede. Nessuna sofferenza o vergogna o persecuzione, anche se porta alla morte, dovrebbe impedirci di dare testimonianza al mondo, annunciando il vangelo di Cristo nonostante i rischi e i sacrifici. Inoltre, nessuna circostanza dovrebbe toglierci la gioia della speranza che abbiamo; non un augurio incerto per un possibile futuro migliore, ma la certezza che è solo una questione di tempo: la nostra vita eterna è nascosta ora con Cristo in Dio, e deve essere solo rivelata nell’ultimo giorno. E sarà sicuramente rivelata, quando, per citare di nuovo Gesù, il vangelo sarà predicato in tutto il mondo. Ora, se questa è la nostra speranza, diamoci da fare, per affrettare il giorno del ritorno di Cristo!