Isaia 28: Sia Dio veritiero e ogni uomo bugiardo

1) L’introduzione a Isaia 28

Il brano biblico che studiamo oggi, Isaia 28, apre una suddivisione importante nel libro del profeta Isaia, costituita da una serie di sei lamenti rivolti al regno di Giuda, di cui Gerusalemme era la capitale. Isaia 28 è infatti il primo di questi sei lamenti e dipinge la situazione deplorevole che il profeta è chiamato ad affrontare con la parola di Dio. Isaia proclama quest’oracolo nell’ultima metà dell’ottavo secolo a.C. — un’epoca ovviamente molto lontana dalla nostra — ma questo non lo rende irrilevante per noi oggi. Anzi, il messaggio di questo capitolo è molto attuale e pertinente in quanto anche noi siamo costretti tutti i giorni a fronteggiare lo stesso problema fondamentale: cioè la falsità.

Non so se per voi è così, ma guardando il mondo io mi trovo spesso a pregare come nel Salmo 12:1-2:

Salva, o Signore, poiché non ci sono più giusti e i fedeli vengono a mancare tra i figli degli uomini. Ciascuno mente parlando con il prossimo; parla con labbro adulatore e con cuore doppio.

Dappertutto c’è infatti la falsità in tutte le sue forme: la menzogna, l’inganno, anche la mezza verità che lascia intendere l’opposto della verità. Come qualcuno ha osservato, la falsità non è la cosa peggiore che noi esseri umani facciamo, ma è ciò che ci permette di fare le cose peggiori. È la falsità che permette ai potenti del mondo di sfruttare e di opprimere, rivendicando però di operare a favore dei loro sudditi. È la falsità che permette ai governi di convincere le loro popolazioni che la guerra è necessaria. È la falsità che permette ai criminali di rubare, danneggiare e ammazzare. È la falsità che ci permette di negare che le nostre dipendenze sono veramente dipendenze, impendendoci di trovare aiuto e liberazione. È la falsità che ci permette di giustificare ogni sorta di male, grande o piccolo che sia, convincendoci che abbiamo ragione quando in realtà abbiamo solo torto. È vero, dunque, che mentre la falsità non è la cosa peggiore, è ciò che permette alle cose peggiori di succedere. È davvero difficile saper come vivere in un mondo di falsità, e ancora più difficile mantere fiducia in Dio quando tutto ciò che ci circonda contraddice la sua parola.

Ma in un mondo di falsità — come quello in cui Isaia profetizzò — possiamo comunque trovare forza per credere e speranza per perseverare se facciamo tesoro di questo capitolo, Isaia 28. Possiamo essere molto incoraggiati da questo profeta che fu una voce solitaria della verità in mezzo a un deserto di falsità. Possiamo imparare a vivere come testimoni della parola di Dio nonostante le labbra bugiarde e i cuori doppi che ci assediano da ogni lato. Questo è infatti lo scopo del nostro studio. Essendo letteratura profetica e poetica, Isaia 28 non è di facile comprensione, e quindi procederemo nella seguente maniera. Prima esamineremo il capitolo versetto per versetto per capire bene il suo messaggio. Dopo ne riassumeremo i temi principali per scoprire il significato per noi oggi.

2) Il messaggio di Isaia 28

28:1 Guai alla superba corona degli ubriachi di Efraim e al fiore che appassisce, splendido ornamento che sta sul capo della grassa valle degli storditi dal vino!

Il messaggio che il Signore comanda a Isaia di annunciare al popolo di Giuda comincia con una profezia rivolta invece al popolo di “Efraim”, cioè alle dieci tribù d’Israele che si erano ribellate alla monarchia davidica dopo la morte di Salomone e che avevano formato un regno separato al nord. Questo regno fu distrutto dagli Assiri nel 722 a.C. a causa della sua persistente malvagità, e la profezia riguardante questa distruzione, che Isaia qui riferisce, serve da esempio al regno di Giuda della sorte che aspetta anche esso a causa della sua malvagità.

La prima parola del messaggio di Isaia è semplicemente “guai!”, una parola diametralmente opposta alle apparenze del regno d’Israele. La sua capitale — la città di Samaria — sembra dall’esterno uno “splendido ornamento che sta sul capo della grassa valle”, ma in realtà è un “fiore che appassisce”. Mentre i suoi abitanti si divertono con vino e s’ingannano che va tutto bene, Isaia arriva con una parola contraddittoria e devastante: guai!

28:2-4 Ecco venire, da parte del Signore, un uomo forte, potente, come una tempesta di grandine, un uragano distruttore, come una piena di grandi acque che straripano; egli getta quella corona a terra con violenza. La superba corona degli ubriachi di Efraim sarà calpestata; il fiore che appassisce, lo splendido ornamento che sta sul capo della grassa valle, sarà come il fico primaticcio che precede l’estate: appena uno lo scorge, l’ha in mano e lo ingoia.

Guai! perché il Signore sta mandando contro il regno d’Israele giudizio nella forma di “un uomo forte”, cioè l’impero degli Assiri, che lo annienterà con la violenza di “una tempesta di grandine” e di “un uragano distruttore”. E come il primo fico della stagione, Israele sarà subito e totalmente ingoiato. La sua bellissima corona — la capitale Samaria — “sarà calpestata”, rivelando che la sua prosperità è un’apparenza ingannevole, che la sua felicità è fugace, e che il suo vino è un soporifero che la rende insensibile alla sua imminente rovina.

28:5-6 In quel giorno il Signore degli eserciti sarà una splendida corona, un diadema d’onore al resto del suo popolo,uno spirito di giustizia a colui che siede come giudice, la forza di quelli che respingono il nemico fino alle sue porte.

Ma il giudizio non è l’ultima parola di Dio al suo popolo. Il motivo per cui va calpestata la corona falsa d’Israele è affinché il Signore diventi la vera “splendida corona”. Laddove prima c’era solo ingiustizia, Dio stabilirà la giustizia. Laddove prima c’era solo debolezza e sconfitta davanti al nemico, sarà Dio stesso la forza e la protezione del suo popolo. Questa è la promessa; questa è l’intenzione di Dio nel giudicare.

28:7-8 Ma anche questi barcollano per il vino e vacillano per le bevande inebrianti; sacerdote e profeta barcollano per le bevande inebrianti, affogano nel vino, vacillano per le bevande inebrianti, barcollano mentre hanno visioni, tentennano mentre fanno da giudici. Tutte le tavole sono piene di vomito, di lordure, non c’è più posto pulito.

Non è chiaro a questo punto se il profeta si rivolge ora agli abitanti di Gerusalemme (come fa esplicitamente dal v.14 in poi), o se continua il suo discorso su Israele. Forse tutti e due sono adesso i destinatari. In ogni caso, l’importante è notare che qui Isaia prende di mira specificamente i sacerdoti e i profeti del popolo, i quali si ubriacano anche loro, “barcollano mentre hanno visioni”. Non sono dunque in grado, come sono stati incaricati, di far conoscere la parola di Dio al popolo. Anzi, “tutte le tavole sono piene di vomito”; invece di riempire il paese della conoscenza del Signore, lo riempiono di sporcizia e impurità.

28:9-10 «A chi vuole dare insegnamenti? A chi vuole far capire la lezione? A dei bambini appena divezzati, staccati dalle mammelle? Poiché è un continuo dar precetto dopo precetto, precetto dopo precetto, regola dopo regola, regola dopo regola, un poco qui, un poco là!»

Qui Isaia cita le parole beffarde di questi sacerdoti e profeti che cercano di ridicolizzare il suo messaggio chiamandolo “insegnamenti da bambini”, “un poco qui, un poco là”. Evidentemente i sacerdoti e i profeti si ritengono troppo intelligenti, troppo istruiti, e troppo sofisticati per la predicazione di Isaia che a loro sembra roba da stupidi, sempliciotti e scemi.

28:11 Ebbene, sarà mediante labbra balbuzienti e mediante una lingua straniera che il Signore parlerà a questo popolo.

Poiché essi hanno respinto la parola di Dio come il balbettare di bambini, così il Signore gli parlerà veramente in questa maniera: “mediante labbra balbuzienti” di un invasore straniero, mediante la lingua che parleranno gli assiri (e dopo i babilonesi) quando arrivano per distruggere il paese. Tale giudizio è conforme al disprezzo che il popolo ha avuto nei confronti della parola di Dio.

28:12 Egli aveva detto loro: «Ecco il riposo: lasciar riposare lo stanco; questo è il refrigerio!» Ma quelli non hanno voluto ascoltare.

Questo, infatti, è la parola di Dio che Isaia aveva riferito loro: riposatevi! Come dice ancora nel 30:15: “Poiché così aveva detto il Signore, Dio, il Santo d’Israele: «Nel tornare a me e nello stare sereni sarà la vostra salvezza; nella calma e nella fiducia sarà la vostra forza». Ma voi non avete voluto!” Ciò che diventa chiaro nel capitolo 30 è che, mentre l’esercito assiro che invade e distrugge il regno d’Israele al nord, il regno di Giuda tenta di fare un’alleanza con Egitto per proteggere il suo territorio.

Questo viene fortemente condannato da Isaia perché vuol dire che Giuda sta confidando nell’Egitto anziché nel Signore. Sta mettendo fiducia per la salvezza in quel potere che una volta l’aveva tenuto schiavo e dal quale il Signore, il vero Salvatore, l’aveva liberato! Di conseguenza, Giuda non è in grado di riposarsi nella certezza che sarà il Signore a salvarlo dagli assiri, e l’esortazione di Isaia di fare proprio questo gli sembra del tutto insensata. E così sembra a tutti che sono convinti di doversi salvare da soli con le proprie forze.

28:13 La parola del Signore è stata per loro precetto dopo precetto, precetto dopo precetto, regola dopo regola, regola dopo regola, un poco qui, un poco là, affinché essi andassero a cadere a rovescio, fossero fiaccati, còlti al laccio e presi!

Questa parola del Signore — il comandamento di fidarsi solo di lui e dunque riposarsi nella sua forza — è stata quella che Giuda ha schernito come sciocchezza, come insulto alla sua intelligenza, la cui conseguenza sarà la sua rovina. Ma (e questo è il punto che Isaia proclamerà nel resto del capitolo) il rifiuto della parola di Dio da parte del popolo non ostacolerà la divina intenzione. Anzi, scandalizzare il popolo fa proprio parte del disegno di Dio: “affinché essi andassero a cadere…”. Isaia qui anticipa 1 Corinzi 1:21: Poiché il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria sapienza, è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione.”

28:14 Ascoltate dunque la parola del Signore, o schernitori, che dominate questo popolo di Gerusalemme!

Quindi, nonostante l’ostinazione del popolo di Gerusalemme, il profeta gli comanda di comunque dare ascolto alla parola di Dio. Il rifiuto di ascoltare non è motivo per non predicare, perché anche in questo rifiuto il Signore compie misteriosamente il suo proposito.

28:15 Voi dite: «Noi abbiamo fatto alleanza con la morte, abbiamo fatto un patto con il soggiorno dei morti; quando l’inondante flagello passerà, non giungerà fino a noi, perché abbiamo fatto della menzogna il nostro rifugio e ci siamo messi al sicuro dietro l’inganno».

Ora tocca al profeta farsi beffe delle parole del popolo di Giuda. L’alleanza che hanno fatto con Egitto per la protezione contro gli assiri non è altro che un'”alleanza con la morte”. Ciò di cui Giuda ha fatto il suo rifugio non è altro che menzogna, e ha messo le sue speranze soltanto nell’inganno. È dunque veramente stupido parlare come parla Giuda: “quando l’inondante flagello passerà, non giungerà fino a noi!” Chi è il vero scemo, Isaia chiede: quelli che si fidano della parola di Dio o quelli che si fidano della falsità?

28:16 Perciò così parla il Signore, Dio: «Ecco, io ho posto come fondamento in Sion una pietra, una pietra provata, una pietra angolare preziosa, un fondamento solido; chi confiderà in essa non avrà fretta di fuggire.

Dovremo tornare a questo versetto cruciale alla fine, ma per adesso ci basta notare che, contro gli sforzi inutili di Giuda di salvare il suo regno tramite un’alleanza con Egitto, è il Signore che l’ha fondato, e sarà il Signore a determinare il suo destino. Contro la malriposta fiducia di Giuda nella falsità, la verità di Dio durerà come “una pietra”. Essendo “una pietra provata”, non importa se tutto il popolo di Giuda rifiuta la parola di Dio: essa resiste a ogni prova e attacco.

Essa è infatti non solo la pietra provata ma la pietra che prova. Chi pensa di poterla giudicare sarà da essa giudicato. Chi pensa di poterla schernire sarà da essa schernito. Quindi, non importa se Isaia si trova totalmente da solo a riferire la parola di Dio a un pubblico ostile. Se lui confida in essa, pur essendo da solo, “non avrà fretta di fuggire”, ovvero non rimarrà deluso o sconvolto, ma starà calmo e fermo, fondato sulla pietra angolare.

28:17-20 Io metterò il diritto per livella e la giustizia per piombino; la grandine spazzerà via il rifugio di menzogna e le acque inonderanno il vostro riparo. La vostra alleanza con la morte sarà annullata e il vostro patto con il soggiorno dei morti non reggerà; quando l’inondante flagello passerà, voi sarete da esso calpestati. Ogni volta che passerà, vi afferrerà; poiché passerà mattina dopo mattina, di giorno e di notte; e sarà spaventevole imparare una tale lezione! Poiché il letto sarà troppo corto per distendervisi, e la coperta troppo stretta per avvolgervisi.

Il trionfo finale della parola di Dio che Isaia annuncia sarà rivelato quando essa si avvererà. Quando fallisce l’alleanza di Giuda con Egitto, quando arrivano gli invasori per assediare Gerusalemme, allora sarà spazzato via “il rifugio di menzogna”. Quando Giuda sarà costretto a coricarsi nel letto che ha fatto, scoprirà che esso non è capace di dare il riposo sperato. Quando Giuda sarà calpestato da stranieri, imparerà la verità della parola di Dio, ma quanto “sarà spaventevole imparare una tale lezione!”

28:21 Poiché il Signore sorgerà come al monte Perazim, si adirerà come nella valle di Gabaon, per fare la sua opera, l’opera sua singolare, per compiere il suo lavoro, lavoro inaudito».

Ma più spaventevole di tutto sarà “l’opera … singolare” del Signore, il suo “lavoro inaudito”. Singolare e inaudito perché sarà contro il suo proprio popolo che il Signore sorgerà in giudizio. I richiami “al monte Perazim” e alla “valle di Gabaon” si riferiscono a due momenti importanti quando il Signore ha sconfitto i nemici di Israele, i canaanei (Giosué 10) e i filistei (2 Samuele 5). In base a questi ricordi, Giuda si aspetta che il Signore combatterà di nuovo contro i suoi nemici. Ma la cosa inaudita è che il Signore combatterà invece contro Giuda!

28:22-23 Ora non fate gli schernitori, affinché le vostre catene non abbiano a rafforzarsi! Poiché io ho udito, da parte del Signore, Dio degli eserciti, che è deciso uno sterminio completo di tutto il paese. Porgete orecchio e date ascolto alla mia voce! State attenti e ascoltate la mia parola!

Nella Bibbia, fare “gli schernitori” è la cosa più grave, perché significa non solo rifiutare la parola di Dio, ma anche disprezzarla, farsi beffe di essa. Però, nonostante il pessimo comportamento di Giuda finqui, Isaia continua a supplicarlo di dare ascolto al suo messaggio. Finché il profeta parla, c’è tempo per ravvedersi, c’è tempo per scongiurare lo “sterminio completo” che il Signore ha decretato.

28:24-28 L’agricoltore ara sempre per seminare? Rompe ed erpica sempre la sua terra? Quando ne ha appianata la superficie, non vi semina l’aneto, non vi sparge il comino, non vi mette il frumento a solchi, l’orzo nel luogo designato e la spelta entro i limiti ad essa assegnati? Il suo Dio gli insegna la regola da seguire e lo istruisce. L’aneto non si trebbia con la trebbia, né si fa passare sul comino la ruota del carro; ma l’aneto si batte con il bastone e il comino con la verga. Si trebbia il grano, tuttavia non lo si trebbia sempre; vi si fanno passare sopra la ruota del carro e i cavalli, ma non si schiaccia.

Tuttavia, siccome Giuda persiste nel fare lo schernitore, arriverà il momento che Isaia prevede. Come fa l’agricoltore, Dio romperà ed erpicherà la terra di Giuda. Il popolo sarà trebbiato come grano. Il nemico gli passerà sopra con la ruota del carro. Ma, sempre conforme all’analogia dell’agricoltore, lo scopo di Dio non è di rompere, di trebbiare o di schiacciare per sempre. Le azioni “distruttive” dell’agricoltore servono per preparare il terreno alla semina, proprio come Dio fa morire per poter risuscitare a nuova vita. Inoltre, come “l’aneto non si trebbia con la trebbia” ma piuttosto “si batte con il bastone”, così il giudizio che il Signore ha decretato è esattamente ciò che serve per compiere il suo proposito a favore di Giuda. Non serve più di questo, ma non serve neanche di meno.

28:29 Anche questo procede dal Signore degli eserciti; meravigliosi sono i suoi disegni, grande è la sua saggezza.

Per questo, il discorso di Isaia finisce acclamando la saggezza di Dio nell’eseguire i suoi disegni. Le sue vie sono spesso misteriose e inscrutabili, a volte anche scandalose, ma sono tutte sagge. Quando la verità della sua parola trionferà su ogni falsità umana, allora tutti lo vedranno, persino gli schernitori, e dovranno confessare ciò che adesso confessa solo Isaia: “meravigliosi sono i suoi disegni, grande è la sua saggezza”.

3) Il significato attuale di Isaia 28

Questo è il messaggio di Isaia 28 e il suo significato per il popolo di Giuda nell’ottavo secolo a.C. Ma per noi oggi? Che significato, che pertinenza, che applicazione ha per noi che viviamo nell’XXI secolo d.C.? Possiamo scoprire questo significato nel riassumere due temi principali che sono emersi nel nostro studio.

A) La verità di Dio è più forte della falsità dell’uomo

Il primo tema è che la verità di Dio è più forte della falsità dell’uomo. Abbiamo parlato all’inizio della difficoltà di vivere in un mondo di falsità. Dopo essere stati ingannati tante volte, è quasi impossible non diventare diffidenti verso gli altri, e questo può avere un impatto anche sul nostro modo di vedere Dio. Dubitiamo della parola degli altri, e cominciamo a dubitare della parola di Dio. Oppure, anche se continuiamo a dire che crediamo, possiamo cominciare a dubitare dell’efficacia della parola di Dio, perché vediamo che è quasi sempre rifiutata o negata. Siamo inoltre tentati spesso a tacere la nostra testimonianza: o perché non vogliamo affrontare il rifiuto degli altri, o semplicemente perché siamo poco fiduciosi che avrà qualche effetto.

Qui la persona di Isaia è certamente un buon esempio, ma più importante ancora è il contenuto del suo messaggio. Egli insiste sul fatto (perché Dio insiste sul fatto!) che la verità di Dio è più forte della falsità dell’uomo. La parola di Dio è sempre efficace anche quando la menzogna e l’inganno sembrano prevalere. La verità di Dio è la “pietra provata” che reggerà quando ogni altro edificio umano crollerà. In più, lungi dal mettere in dubbio la parola di Dio, il rifiuto, lo scherno e l’incredulità dell’uomo diventano, nelle mani sovrane del Signore, testimoni involontari della sua efficacia. Come dice Paolo in Romani 3:3-4:

Che vuol dire infatti se alcuni sono stati increduli [nei confronti della parola di Dio]? La loro incredulità annullerà la fedeltà di Dio? No di certo! Anzi, sia Dio riconosciuto veritiero e ogni uomo bugiardo, com’è scritto: «Affinché tu sia riconosciuto giusto nelle tue parole e trionfi quando sei giudicato».

Qui Paolo sintetizza bene il nocciolo del discorso. Quando la falsità umana nega la verità di Dio, non fa altro che far risalire ancora di più che Dio, e Dio solo, è veritiero. Come la luce risplende con più brillantezza negli ambienti più tenebrosi, così Dio può essere più chiaramente riconosciuto come l’unica fonte di verità quando ogni uomo è dimostrato bugiardo. Quindi, come Paolo sostiene, Dio trionfa sempre, sia quando è riconosciuto giusto da coloro che si fidano delle sue parole, sia quando è giudicato dalla superbia umana.

Quando ci sentiamo dunque assediati e inondati dalla falsità del mondo che rifiuta di ascoltare la nostra testimonianza, non perdiamo fiducia nella verità di Dio di trionfare, perché come dimostrato in Isaia, essa è sempre più grande e più forte della resistenza che le viene opposta. Non dobbiamo avere vergogna del vangelo che spesso è ignorato o disprezzato perché, come il messaggio di Isaia, sembra “roba da bambini e da scemi”. Riconosciamo che la saggezza del vangelo sta proprio nella sua apparente follia, che la potenza del vangelo sta proprio nella sua apparente debolezza.

B) La parola di Dio (Gesù!) è la pietra angolare della nostra fiducia e il riposo delle nostre anime.

Il secondo tema è legato al primo, e torna al versetto chiave di Isaia 28:

Perciò così parla il Signore, Dio: «Ecco, io ho posto come fondamento in Sion una pietra, una pietra provata, una pietra angolare preziosa, un fondamento solido; chi confiderà in essa non avrà fretta di fuggire.

Se nel contesto di Isaia questo si riferisce alla parola di Dio che rimane ferma ed efficace contro quelli che la scherniscono, nel senso più grande si riferisce alla Parola che è Gesù Cristo. Questo è esattamente ciò che Paolo dice dopo in Romani 9:33 (per non parlare di tanti altri brani nel Nuovo Testamento che applica quest’immagine a Gesù). Gesù è quella pietra che, secondo Salmo 118:22, i costruttori nella loro intelligenza hanno rifiutato ma che Dio ha fatto diventare la pietra angolare. Gesù è la verità di Dio incarnata che ha subito il più grande rifiuto da parte dell’umanità quando lui è stato crocifisso. Ma come la più grande conferma del potere invincibile della sua parola, Dio lo ha risuscitato dai morti, dimostrando una volta per sempre la sua verità trionferà sempre sulla falsità umana.

Se dunque noi confidiamo in questa pietra, se ne facciamo la pietra angolare della nostra vita, non saremo mai delusi. Non avremo, come dice letteralmente Isaia 28:16, “fretta”, perché troveremo invece riposo nell’essere fondati su questo fondamento. Non correremo sempre di qua e di la, sempre sforzandosi, sempre lavorando, sempre facendo freneticamente senza mai fermarci, convinti che se non ci pensiamo noi, tutto andrà a pezzi. Il segno di quelli che hanno costruito la loro vita su Gesù come pietra angolare è la possibilità — la libertà — di lasciar andare, di non fare, di stare sereni e nella calma perché sappiamo che possiamo fidarci del Signore di salvarci, di prendersi cura di noi, di provvedere a ogni nostro bisogno. Certo, abbiamo tutti doveri e responsabilità irrinunciabili. Ma questi doveri e responsabilità non dovrebbero diventare causa di preoccupazione o ansia come se, se dovessimo venir meno a essi, Dio non sarebbe in grado di comunque provvedere a tutto quello che serve. C’è in realtà una sola cosa necessaria e irrinunciabile:

Fermatevi», dice, «e riconoscete che io sono Dio. (Salmo 46:10)

Che Dio ci conceda la grazia di far tesoro di questa sua parola e di metterla in pratica. Amen.

Apocalisse 6: I Sigilli della Storia e l’Ira dell’Agnello

1) Introduzione

6:1 Poi vidi quando l’Agnello aprì uno dei sette sigilli

Quando l’apostolo Paolo si riferisce al “buon combattimento della fede” (1 Timoteo 6:12), parla di una questione che affronta tutte le persone a prescindere dalle loro prospettive religiose. Siamo costantemente assaliti da voci che cercano di persuaderci di porre fiducia in esse, dalle pubblicità che vogliono farci credere che saremo felici se compriamo il prodotto che vendono, ai politici che promettono di realizzare i nostri sogni più grandi se li votiamo. Questo è evidente anche nella pandemia COVID perché (come ho sentito qualcuno dire recentemente) è difficile sapere la verità del virus quando esperti da ogni lato — dai catastrofisti ai complottisti — ci danno informazioni contraddittorie. Tutti i giorni sentiamo dichiarazioni, affermazioni, e opinioni che mirano a ottenere la nostra fiducia, e noi siamo costretti a lottare per capire a chi dobbiamo ascoltare e a chi no. Anche quelli che dicono di non fidarsi più di nessuno stanno semplicemente mettendo tutta la loro fiducia in se stessi, cioè nella loro intelligenza e nelle loro capacità di discernere la verità dalla menzogna. Alla fine, tutto questo non è altro che un “combattimento di fede”: tra quelli che combattono per vincere la nostra fiducia e noi che cerchiamo di capire a chi o a cosa dare retta.

Ciò che rende in particolare la fede cristiana un combattimento è che essa riguarda soprattutto cose che non si possono vedere con gli occhi o toccare con le mani. Non voglio dire che la fede cristiana manchi di concretezza o praticità, ma solo che in fondo essa si basa sulla parola di Dio. Crediamo che sia così perché Dio ha detto che è così. In più, crediamo che sia così perché Gesù Cristo, la Parola di Dio in carne umana, ci ha fatto vedere in se stesso che è così. Tuttavia, resta vero che, come dice Paolo in 2 Corinzi 5:7, “camminiamo per fede e non per visione”, e di conseguenza anche il più forte e convinto credente avrà a volte dei dubbi al riguardo. Dopo un po’ che i nostri amici, conoscenti, colleghi di lavoro, vicini di casa, o anche familiari ci dicono che dobbiamo essere mezzo pazzi per credere in Gesù, cominciamo anche noi a chiederci se è così. Ecco qui l’importanza del libro dell’Apocalisse.

“Apocalisse”, che letteralmente vuol dire “svelare”, è stato scritto dall’apostolo Giovanni alle chiese che erano, a continuano a essere, tentati a credere che il mondo sia così come ci appare: che i primi siano i primi e gli ultimi siano gli ultimi, che i grandi non servano gli altri ma si facciano servire dagli altri, che i vincitori siano i forti, i belli, i ricchi e i bravi, e spesso che il male sia pù potente del bene. Lo scopo di Apocalisse è di smascherare queste percezioni ed esporre i loro inganni, di togliere il velo che ci nasconde il vero potere dell’universo e farci vedere che, come afferma 1 Giovanni 5:4: “questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede”. Per quanto sembra strano e misterioso, il libro dell’Apocalisse è un’arma indispensabile nel buon combattimento della fede del credente.

Nei capitoli 4 e 5 di Apocalisse, Giovanni riesce a sbirciare “dietro le quinte”, e vede il trono celeste di Dio attorno al quale le creature viventi e gli angeli cantano incessantemente le lodi dell’Altissimo. Nella visione che Giovanni riferisce vediamo che sul trono più alto del cosmo non c’è né uomo né nessun’altra creatura ma Dio Creatore del cielo e della terra. Egli è il sovrano assoluto e indiscusso, e tiene nella sua mano un libro sigillato da sette sigilli. Questo è il libro che rappresenta il suo piano per il compimento della storia dell’universo. I suoi decreti che sono scritti dentro sono “fedeli e veritieri”, e nessuno è in grado di contrastarli o frustrarne l’adempimento.

Poi, Giovanni vede nella visione che nessuno è degno e capace di aprire il libro e rivelarne il contenuto se non uno solo: il Signore Gesù Cristo, raffigurato come il Leone vincitore e l’Agnello immolato per togliere il peccato del mondo. Gesù e Gesù solo ha sconfitto i potere del male e della morte, ed è a lui Dio ha dato il nome al di sopra di ogni altro nome, e il potere al di sopra di ogni altro potere. Apocalisse ci fa vedere che Gesù è il Signore di tutto e di tutti; non solo in un senso spirituale divorziato dalle realtà fisiche, politiche, scientifiche, storiche, e culturali del mondo; non solo un signore tra tanti altri. Lui è il Signore di tutto ciò. Ed è dunque solo lui che è degno e in grado di prendere in mano il libro del destino del mondo e aprirne i sigilli, dando così il via agli avvenimenti che alla fine porteranno alla vittoria finale di Dio e della venuta del suo regno in ogni angolo del mondo. Il capitolo 6 di Apocalisse rivela il contenuto del libro e narra questi avvenimenti man mano che Gesù — sempre designato “l’Agnello” — apre i sigilli del libro uno alla volta. Tutto questo mira a fortificare la nostra fede, a rendere più ferma la nostra risolutezza di essere fedeli a Cristo, e ad avere coraggio e franchezza nel testimoniarlo agli altri. Consideriamo adesso il contenuto dei sigilli.

2) I Primi Quattro Sigilli: I Quattro Cavalli (6:1-8)

A) 1° sigillo: il cavallo bianco (vv.1-2)

6:1 Poi vidi quando l’Agnello aprì uno dei sette sigilli e udii una delle quattro creature viventi, che diceva con voce come di tuono: «Vieni». Guardai e vidi un cavallo bianco. Colui che lo cavalcava aveva un arco; e gli fu data una corona, ed egli venne fuori da vincitore, e per vincere.

Quando l’Agnello apre il primo sigillo, Giovanni vede venir fuori un cavallo bianco, e il cavaliere che ha un arco. Questo è il primo dei famosi “quattro cavalli dell’Apocalisse” che molti conoscono anche tra quelli che non hanno mai letto la Bibbia. Le immagini di questi cavalli e dei loro cavalieri sono ovviamente simboliche, come il linguaggio in tutto il libro di Apocalisse. Come Gesù non è letteralmente un agnello, così non c’è letteralmente un cavallo bianco col cavaliere che ha un arco. Il significato è da ricercare in ciò che questi cavalli e gli altri simboli rappresentano. Qui il colore del cavallo è importante: bianco, lo stesso colore che indossa Gesù e lo stesso colore del cavallo sul quale egli tornerà nel capitolo 19 per stabilire il suo regno sulla terra. Ma è chiaro che non è Gesù a calvacare questo cavallo, perché è Gesù ad aprire il sigillo che gli permette di venir fuori!

No, questo cavaliere è un impostore, una pallida imitazione di Cristo che viene fuori “da vincitore, e per vincere”. Altrove questo è chiamato “l’anticristo” o “lo spirito dell’anticristo” per tenta di usurpare il posto che spetta solo a Gesù. Nel capitolo 5, è Gesù solo che viene acclamato il vincitore, ma qui vediamo un altro che si arroga lo stesso titolo e diritto. Questo cavaliere rappresenta ogni cosa o ogni persona all’infuori di Cristo che pretende di essere “la via, la verità e la vita”. Può essere un politico o un partito politico; può essere una filosofia o ideologia, puo essere il denaro, può essere persino un prodotto sul mercato che promette di cambiare la nostra vita in bene se ci fidiamo dei produttori abbastanza da spendere i nostri soldi per comprarlo. In poche parole, il cavaliere bianco — l’anticristo — è un idolo, quello che chiede la fiducia e la lealtà che spettano solo a Cristo. E considerando quanto è diffusa l’idolatria nel mondo, non è difficile vedere quanto è efficace questo cavaliere nel “vincere” i cuori, le menti, e le anime delle persone.

B) 2° sigillo: il cavallo rosso (vv.3-4)

Quando l’Agnello aprì il secondo sigillo, udii la seconda creatura vivente che diceva: «Vieni». E venne fuori un altro cavallo, rosso; e a colui che lo cavalcava fu dato di togliere la pace dalla terra affinché gli uomini si uccidessero gli uni gli altri, e gli fu data una grande spada.

L’apertura del secondo sigillo fa venire fuori un cavallo rosso, il colore del sangue. Questo è infatti ciò che accade, perché il cavaliere rosso toglie la pace dalla terra e fomenta conflitti dai quali risultano tanti morti. Naturalmente i conflitti più gravi e sanguinosi sono le guerre, ma l’impatto di questo cavallo è ben più ampio. Anche liti tra vicini di casa possono sfociare in violenza. È difficile, se non impossibile, che passiamo una giornata senza imbatterci in qualche conflitto, o uno in cui siamo coinvolti o uno di cui siamo testimoni. La storia umana è una storia del conflitto, e così sarà fino alla fine. Finché l’uomo è ingannato dallo spirito dell’anticristo e va dietro a idoli, sarà disposto a fare qualsiasi cosa per ottenere quello che desidera, anche quando deve far male agli altri.

C) 3° sigillo: il cavallo nero (vv.5-6)

Quando l’Agnello aprì il terzo sigillo, udii la terza creatura vivente che diceva: «Vieni». Guardai e vidi un cavallo nero; e colui che lo cavalcava aveva una bilancia in mano. E udii come una voce in mezzo alle quattro creature viventi, che diceva: «Una misura di frumento per un denaro e tre misure d’orzo per un denaro, ma non danneggiare né l’olio né il vino».

Il terzo sigillo fa venire fuori un cavallo nero, il colore che rappresenta il male, la corruzione, l’ingiustizia e la sofferenza. Il cavaliere ha in mano una bilancia che dovrebbe simboleggiare la giustizia, ma in questo caso è l’opposto. Le misure usate per il frumento e l’orzo — alimenti di base — sono tante volte aumentate rispetto a quelle giuste, mentre l’olio e il vino — alimenti di lusso — rimangono invariati. Questo indica un’ingiustizia economica in cui i poveri vengono sfruttati in modo che non possano comprare da mangiare mentre i ricchi continuano a godersi i loro cibi succulenti.

D) 4° sigillo: il cavallo giallastro (vv.7-8)

Quando l’Agnello aprì il quarto sigillo, udii la voce della quarta creatura vivente che diceva: «Vieni». Guardai e vidi un cavallo giallastro; e colui che lo cavalcava si chiamava Morte, e gli veniva dietro l’Ades. Fu dato loro potere sulla quarta parte della terra, per uccidere con la spada, con la fame, con la mortalità e con le belve della terra.

L’Agnello apre il quarto sigillo e fa uscire il quarto e ultimo cavallo di colore giallastro, il colore della malattia e del morire. Questo cavaliere si chiama appunto “Morte”, ed è seguito dall’Ades, il soggiorno dei morti. Egli rappresenta l’effetto cumulativo dei tre cavalli precedenti: laddove c’è la guerra si muore di spada; laddove c’è sfruttamento economico si muore di fame e di malattia. A questi flagelli viene aggiunta la morte dovuta alle “belve della terra”, che sicuramente sono gli animali ma forse anche esseri umani che si comportano come tali. Spesso nei salmi i malvagi sono paragonati alle belve proprio perché le loro azioni sono disumane e perché disumanizzano le loro vittime. Comunque sia, la conseguenza di questi quattro cavalli è che la quarta parte del mondo viene colpita e uccisa, una devastazione tremenda e inimmaginabile.

A questo punto ci conviene riflettere brevemente su quanto abbiamo visto fin qui. La prima cosa importante da notare è l’ottica nella quale questi primi quattro sigilli ci fanno vedere gli avvenimenti terribili nella storia e nei giorni nostri. Tutti — conflitti, guerre, ingiustizie, corruzione, povertà, fame, pesti, cattiveria umana — fanno parte del libro che Dio ha scritto riguardante il destino del mondo. I quattro cavalli e i loro cavalieri entrano nella storia solo quando l’Agnello apre i sigilli del libro. In più, notiamo l’uso della forma passiva dei verbi: al cavaliere bianco “fu data una corona” (v.2); al cavaliere rosso “fu dato di togliere la pace dalla terra” e “gli fu data una grande spada” (v.4); al cavaliere giallastro e all’Ades “fu dato loro potere sulla quarte parte della terra per uccidere” (v.8). Per quanto riguarda il cavallo nero, è una voce “in mezzo alle quattro creature viventi” (v.6) che conducono le lodi attorno al trono di Dio che annuncia la sofferenza che seguirà. Il significato di questo è chiaro: i cavalieri possono affliggere il mondo solo nella misura in cui l’Agnello di Dio gli permette di farlo. Tutto quello che sembra il male sfrenato e fuori controllo è in realtà soggetto alla sovranità del Signore Gesù Cristo.

La seconda cosa importante da notare è che questi cavalli rappresentano soltanto le conseguenze naturali e inevitabili della ribellione umana contro Dio. È vero che i cavalli escono solo quando l’Agnello apre i sigilli del libro, ma ciò non significa che l’Agnello sia l’autore dei mali che portano. Il cavaliere bianco vince quelli che scelgono di andare dietro a idoli anziché adorare Dio. Il cavaliere rosso toglie la pace e fomenta il conflitto a quelli che si sono fatti nemici di Dio. Il cavaliere nero porta l’ingiustizia in mezzo a quelli che trasgrediscono la legge di Dio e si sono resi ingiusti davanti a lui. Il cavaliere giallastro uccide quelli che si sono allontanati dal loro Creatore e l’unica fonte della loro vita. In effetti, i sigilli danno agli esseri umani ciò che essi stessi hanno scelto. Hanno preferito gli idoli a Dio, la ribellione all’ubbidienza, l’ingiustizia alla giustizia, la morte dell’autonomia alla vita della sottomissione. Quindi, nel far entrare i quattro cavalieri nel mondo, Dio è perfettamente giusto.

Il punto di tutto ciò è doppio. Per i credenti, il messaggio è di incoraggiamento e conforto. Non bisogna mai pensare che il male sia più forte del bene, che la luce rischi di essere ingoiata dalle tenebre. Per quanto terribili e tremende, le forze del male non possono fare altro che Dio gli permette di fare, e per quanto misterioso, il proposito di Dio farà cooperare ogni male “al bene di quelli che amano Dio e che sono chiamati secondo il suo disegno” (Romani 8:28). Per i non credenti, il messaggio è di ravvedimento e salvezza. Se gli esseri umani abbandoneranno gli idoli, se saranno riconciliati con Dio, se ubbidiranno alla sua volontà e se si rivolgeranno a lui con tutto il cuore, troveranno perdono e vita eterna. Alla fine, per quanto severo, il giudizio di Dio è la manifestazione della sua misericordia che rifiuta di permettere agli esseri umani di rifiutare il suo benevolo proposito nei loro confronti.

3) Il Quinto Sigillo: I Martiri (6:9-11)

Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di quelli che erano stati uccisi per la parola di Dio e per la testimonianza che avevano resa. 10 Essi gridarono a gran voce: «Fino a quando aspetterai, o Signore santo e veritiero, per fare giustizia e vendicare il nostro sangue su quelli che abitano sulla la terra?» 11 E a ciascuno di essi fu data una veste bianca e fu loro detto che si riposassero ancora un po’ di tempo, finché fosse completo il numero dei loro compagni di servizio e dei loro fratelli, che dovevano essere uccisi come loro.

Quando l’Agnello apre il quinto sigillo, Giovanni vede qualcosa di nuovo. Non è più la terra ma il cielo che si mette a fuoco, in particolare “l’altare” che si trova nel tempio celeste di Dio. Sotto l’altare Giovanni vede “le anime di quelli che erano stati uccisi per la parola di Dio e per la testimonianza che avevano resa” (v.9). Questi sono i martiri che sembrano essere stati sconfitti dal mondo ma in realtà, come leggiamo nel 12:11, “hanno vinto per mezzo del sangue dell’Agnello e per mezzo della parola della loro testimonianza; e non hanno amato la loro vita, tanto da esporla alla morte”. Come l’Agnello ha vinto per mezzo della croce, così anche i martiri che rimangono fedeli a lui fino alla morte. È da ricordare che l’accezione originaria del termine “martire” era semplicemente “testimone”, e in questo senso tutti i credenti sono martiri quando testimoniano Gesù con coraggio e costanza.

Ma nella visione di Giovanni vengono specificati i martiri uccisi per la loro testimonianza perché esemplificano nel modo più chiaro la fede che neanche la morte può abbattere. Giovanni sente inoltre le loro suppliche che Dio intervenga per mettere fine al male e alla violenza e ristabilire la pace e la giustizia nel mondo, vendicando così il loro sangue. Gli viene detto di risposarsi “ancora un po’ di tempo” perché non è ancora “completo il numero dei loro compagni di servizio” (v.11). Anche qui il messaggio è doppio. Prima, ci conforta sapere che ci sarà una fine alle nostre sofferenze, e che la cosa peggiore che il mondo possa fare è ucciderci, aprendoci la porta a entrare nella presenza del Signore e del riposo da tutte le nostre sofferenze. Ma questo ci avverte anche che dobbiamo essere sempre pronti alla sofferenza, e persino al martirio in questo mondo, perché il numero di quelli che “devono essere uccisi” non è ancora completo.

4) Il Sesto Sigillo: L’Ira dell’Agnello (6:12-17)

12 Poi vidi quando l’Agnello aprì il sesto sigillo; e si fece un gran terremoto. Il sole diventò nero come un sacco di crine e la luna diventò tutta come sangue; 13 le stelle del cielo caddero sulla terra come quando un fico scosso da un forte vento lascia cadere i suoi fichi immaturi. 14 Il cielo si ritirò come una pergamena che si arrotola, e ogni montagna e ogni isola furono rimosse dal loro luogo. 15 I re della terra, i grandi, i generali, i ricchi, i potenti e ogni schiavo e ogni uomo libero si nascosero nelle spelonche e tra le rocce dei monti. 16 E dicevano ai monti e alle rocce: «Cadeteci addosso, nascondeteci dalla presenza di colui che siede sul trono e dall’ira dell’Agnello; 17 perché è venuto il gran giorno della loro ira. Chi può resistere?»

Ma il tempo per trattenere il giudizio finale non si prolungherà per sempre, e Dio risponderà alle preghiere dei santi di “fare giustizia e vendicare il loro sangue su quelli che abitano sulla terra” (v.10). Il tempo trascorso tra l’apertura del quinto e del sesto sigilli non è specificato, ma quanto è certo che è scritto nel libro di Dio tanto è certo che verrà “il gran giorno dell’ira dell’Agnello”. L’apertura del sesto sigillo ci porta sulla soglia della venuta del regno di Dio, quando finalmente sarà fatta la volontà di Dio come in cielo così anche in terra. Ma perché questo avvenga, Dio deve spacciare via tutto quello che lo impedisca. Così il giudizio finale sarà totale e universale. Il sole diventerà “nero come un sacco di crine” e la luna “tutta come sangue” (v.12). Il cielo si ritirerà, e “ogni montagna e ogni isola” saranno “rimosse dal loro luogo” (vv.13-14). Anche queste immagini sono simboliche, indicando la grandezza dello sconvolgimento che il giudizio di Dio effettuerà, tanto da far sembrare che persino “le stelle del cielo” stiano cadendo “sulla terra come quando un fico scosso da un forte vento lascia cadere i suoi fichi immaturi” (v.13).

In quel giorno, nessuno potrà resistere, e nella sua visione Giovanni vede che tutti saranno colpiti, indipendentemente dal loro potere, dalle loro ricchezze, o dall’onore con cui il mondo li acclama. Nessuno tra “i re della terra, i grandi, i generali, i ricchi, i potenti e ogni schiavo e ogni uomo libero” scamperà. Se la pandemia COVID è stata un grande livellatore colpendo tutti senza discriminare o fare favoritismi, il giudizio di Dio lo sarà ancora di più. E tanto terrificante sarà “l’ira dell’Agnello” che gli uomini preferiranno essere schiacciati dai monti e dalle rocce. Proviamo a immaginare uno spavento così grande da umiliare i più arroganti, da impoverire i più ricchi e da abbattere i più forti. Così sarà il gran giorno dell’ira dell’Agnello, e anche se sembra tardare, il suo futuro arrivo è certo, essendo scritto nel libro nella mano dell’Agnello.

Ma anche questo è la manifestazione della misercordia e dell’amore di Dio. Non è a caso che si tratti dell’ira “dell’Agnello”, lo stesso Agnello che si è sacrificato per togliere il peccato. Il Giudice del mondo non è altro che il Salvatore del mondo. Colui che versa la sua ira sul mondo non è altro che colui che si è sostituito al posto del mondo sotto la stessa ira. L’ira dell’Agnello è dunque l’ira del suo amore, l’amore che rifiuta di essere rifiutato, l’amore che non resta indifferente di fronte a ciò che distrugge l’amato, l’amore che è consumante come un fuoco e feroce come un urugano. L’ira dell’Agnello è lo stesso amore che ha rivelato sulla croce che ora viene manifestato in modo irresistibile e inarrestabile nei confronti di ogni singolo essere umano. E il motivo per cui a Giovanni fu concesso di vedere in anticipo questo giorno e poi di scriverlo a noi è affinché ogni peccatore abbia l’opportunità di ravvedersi e prepararsi al suo arrivo, e affinché ogni credente si fortifichi nella propria fede e speranza, mantendo ferma la testimonianza di Gesù Cristo fino alla morte.

Ecco perché abbiamo tanto bisogno di meditare a lungo su Apocalisse, perché l’inizio del libro stesso pronuncia questa benedizione: “Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e serbano le cose che vi sono scritte, perché il tempo è vicino” (1:3). Non ci resta altro che fare esattamente questo. Che Dio ci conceda la grazia tramite la sua parola di perseverare fino alla fine, rimanendo fedeli a lui e costanti nella nostra testimonianza. Amen.

Genesi 21:1-8: La Divina Commedia

1) Dio Mi Ha Dato di che Ridere (21:1-8)

21:1 Il Signore visitò Sara come aveva detto; e il Signore fece a Sara come aveva annunciato. Sara concepì e partorì un figlio ad Abraamo, quando egli era vecchio, al tempo che Dio gli aveva fissato. Abraamo chiamò Isacco il figlio che gli era nato, che Sara gli aveva partorito. Abraamo circoncise suo figlio Isacco all’età di otto giorni, come Dio gli aveva comandato. Abraamo aveva cent’anni quando gli nacque suo figlio Isacco. Sara disse: «Dio mi ha dato di che ridere; chiunque l’udrà riderà con me». E aggiunse: «Chi avrebbe mai detto ad Abraamo che Sara avrebbe allattato figli? Eppure io gli ho partorito un figlio nella sua vecchiaia». Il bambino dunque crebbe e fu divezzato. Nel giorno che Isacco fu divezzato, Abraamo fece un grande banchetto.

Spesso si dice che Dio ha un senso di umorismo, ed è anche vero. Per quanto seria, la Bibbia narra una storia comica che fa ridere, e lo fa deliberatamente. Per certi versi, il vangelo è una commedia, la commedia di Dio prima che ci fosse la “Divina Commedia” di Dante! Possiamo infatti intendere le parole di Paolo in 1 Corinzi 1 in questo modo:

18 Poiché la predicazione della croce è pazzia per quelli che periscono, ma per noi, che veniamo salvati, è la potenza di Dio;… 26 Infatti, fratelli, guardate la vostra vocazione; non ci sono tra di voi molti sapienti secondo la carne, né molti potenti, né molti nobili; 27 ma Dio ha scelto le cose pazze del mondo per svergognare i sapienti; Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti; 28 Dio ha scelto le cose ignobili del mondo e le cose disprezzate, anzi le cose che non sono, per ridurre al niente le cose che sono, 29 perché nessuno si vanti di fronte a Dio.

Sintomatico della nostra condizione peccaminosa è prenderci troppo seriamente. Ci prendiamo troppo seriamente quando pensiamo di poter controllare le situazioni e i risultati della nostra vita, quando pensiamo di essere in qualche modo più bravi di altri, quando pensiamo di essere indispensabili al buon funzionamento del mondo. Troviamo un esempio in Genesi 11:4-5 quando gli esseri umani dopo il diluvio dicono:

«Venite, costruiamoci una città e una torre la cui cima giunga fino al cielo; acquistiamoci fama, affinché non siamo dispersi sulla faccia di tutta la terra». Il Signore discese per vedere la città e la torre che i figli degli uomini costruivano.

L’ironia di questo scenario è divertente. Gli esseri umani credono di poter costruire “una torre la cui cima giunga fino al cielo”, ma Dio deve “discendere per vedere la città e la torre che i figli degli uomini costruivano”. Ovviamente Dio non deve letteralmente discendere per vedere la torre. Ma il testo usa questa frase retoricamente per ridicolizzare le arroganti pretese di queste persone: esse si reputano dei grandi, ma in realtà sono talmente piccoli e irrilevanti che quasi Dio non riesce a vederli dal cielo! Simile è Salmo 2:1-4:

Perché questo tumulto fra le nazioni, e perché meditano i popoli cose vane? I re della terra si danno convegno e i prìncipi congiurano insieme contro il Signore e contro il suo Unto, dicendo: «Spezziamo i loro legami e liberiamoci dalle loro catene». Colui che siede nei cieli ne riderà; il Signore si farà beffe di loro.

Questa è la “santa derisione” del Signore nei confronti di chi si ritene capace, nella sua folle arroganza, di opporsi a Dio e al suo volere. Fra i suoi altri effetti, il peccato ci rende stupidi, ed è grazia di Dio che ce lo fa sapere beffandosi della nostra assurdità!

Una caratteristica di coloro che conoscono per esperienza la grazia di Dio è appunto un senso di umorismo soprattutto verso se stessi, una certa “leggerezza di essere” che difficilmente si offende, che ride dei propri errori, che riesce a perdonarsi. Buon esempio di questo è il re Davide che risponde a sua moglie quando lei lo disprezza per aver ballato davanti a tutti come “un uomo da nulla”:

«L’ho fatto davanti al Signore che mi ha scelto invece di tuo padre e di tutta la sua casa per stabilirmi principe d’Israele, del popolo del Signore; sì, davanti al Signore ho fatto festa. 22 Anzi mi abbasserò anche più di così e mi renderò umile ai miei occhi; ma da quelle serve di cui parli, proprio da loro, sarò onorato!» (2 Samuele 6:20-22)

Tutto ciò serve per aiutarci a capire il testo di oggi tratto dal libro di Genesi, nel 21:1-8, che narra la nascita di Isacco, figlio di Abraamo e Sara. Prima di commentarlo, diamo un’occhiata ai due brani precedenti che prevedono questa nascita miracolosa:

17:1 Quando Abramo ebbe novantanove anni, il Signore gli apparve e gli disse: «Io sono il Dio onnipotente; cammina alla mia presenza e sii integro; e io stabilirò il mio patto fra me e te e ti moltiplicherò grandemente». Allora Abramo si prostrò con la faccia a terra e Dio gli parlò, dicendo: «Quanto a me, ecco il patto che faccio con te: tu diventerai padre di una moltitudine di nazioni; non sarai più chiamato Abramo, ma il tuo nome sarà Abraamo, poiché io ti costituisco padre di una moltitudine di nazioni. Ti farò moltiplicare grandemente, ti farò divenire nazioni e da te usciranno dei re. Stabilirò il mio patto fra me e te e i tuoi discendenti dopo di te, di generazione in generazione; sarà un patto eterno per il quale io sarò il Dio tuo e della tua discendenza dopo di te. A te e alla tua discendenza dopo di te darò il paese dove abiti come straniero: tutto il paese di Canaan, in possesso perenne; e sarò loro Dio»….

15 Dio disse ad Abraamo: «Quanto a Sarai tua moglie, non la chiamare più Sarai; il suo nome sarà, invece, Sara. 16 Io la benedirò e da lei ti darò anche un figlio; la benedirò e diventerà nazioni; re di popoli usciranno da lei». 17 Allora Abraamo si prostrò con la faccia a terra, rise, e disse in cuor suo: «Nascerà un figlio a un uomo di cent’anni? E Sara partorirà ora che ha novant’anni?» 18 Abraamo disse a Dio: «Oh, possa almeno Ismaele vivere davanti a te!» 19 Dio rispose: «No, Sara, tua moglie, ti partorirà un figlio e tu gli porrai nome Isacco. Io stabilirò il mio patto con lui, un patto eterno per la sua discendenza dopo di lui. 20 Quanto a Ismaele, io ti ho esaudito. Ecco, io l’ho benedetto e farò in modo che si moltiplichi e si accresca straordinariamente. Egli genererà dodici prìncipi e io farò di lui una grande nazione. 21 Ma stabilirò il mio patto con Isacco, che Sara ti partorirà in questa stagione il prossimo anno».

18:9 Poi essi gli dissero: «Dov’è Sara, tua moglie?» Ed egli rispose: «È là nella tenda». 10 E l’altro: «Tornerò certamente da te fra un anno; allora Sara, tua moglie, avrà un figlio». Sara intanto stava ad ascoltare all’ingresso della tenda, che era dietro di lui. 11 Abraamo e Sara erano vecchi, ben avanti negli anni, e Sara non aveva più i corsi ordinari delle donne. 12 Sara rise dentro di sé, dicendo: «Vecchia come sono, dovrei avere tali piaceri? Anche il mio signore è vecchio!» 13 Il Signore disse ad Abraamo: «Perché mai ha riso Sara, dicendo: “Partorirei io per davvero, vecchia come sono?” 14 Vi è forse qualcosa che sia troppo difficile per il Signore? Al tempo fissato, l’anno prossimo, tornerò e Sara avrà un figlio». 15 Allora Sara negò, dicendo: «Non ho riso»; perché ebbe paura. Ma egli disse: «Invece hai riso!»

Notiamo due punti importanti. Il primo è che Abraamo e la sua famiglia sono centrali al compimento del piano di Dio per la salvezza del mondo. Dopo Genesi 3, la promessa di Dio per rimediare al peccato e alle conseguenti maledizione e morte è la nascita del Salvatore dal lignaggio di Eva. Questo lignaggio ora si concentra nella famiglia di Abraamo per mezzo della quale Dio porterà benedizione, al posto della maledizione, a “tutte le famiglie della terra” (12:3). Non è esagerato dire che a questo punto nella storia, tutte le speranze del mondo dipendono da Abraamo e la sua discendenza.

Il secondo punto, però, introduce un problema apparentemente insormontabile. La moglie di Abraamo, Sara, è sterile, e anche se non lo fosse, ormai non sarebbe più in grado di fare figli avendo circa 90 anni. Abraamo, da parte sua, ne ha circa 100, perciò non sembra che ci siano più speranze. Un figlio, Ismaele, è nato ad Abraamo tramite Hagar, la serva di Sara, ma la promessa di Dio è stata esplicita: è il figlio di Abraamo nato da Sara che sarà portatore della benedizione. Il problema, dunque, è ovvio. Tutte le speranze del mondo dipendono dalla nascita di un figlio ad Abraamo e Sara, ma orma non ci sono più speranze che a loro possa nascere un figlio.

Tuttavia, tutto ciò ci prepara solo per la battuta finale, quando il senso di umorismo di Dio — che abbatte ogni presunzione umana — sarà rivelato. Esattamente come Dio ha promesso, Sara concepisce e partorisce un figlio. Non gli sfugge la battuta: come Sara esclama, “Dio mi ha dato di che ridere; chiunque l’udrà riderà con me…. Chi avrebbe mai detto ad Abraamo che Sara avrebbe allattato figlio? Eppure gli ho partorito un figlio nella sua vecchiaia”! (21:6-7). Chi infatti gli avrebbe mai detto, se non solo Dio la cui parola risulta sempre efficace? Così chiamano il bambino Isacco che significa appunto “ridere”.

Che sia una battuta voluta da Dio e non uno scherzo casuale è chiaro da quanto scritto al v.2: “Sara concepì e partorì un figlio ad Abraamo, quando egli era vecchio, al tempo che Dio gli aveva fissato”. Quest’ultima frase è la chiave: il bambino nato “al tempo che Dio aveva fissato”. È Dio che ha voluto che Isacco nascesse quando, umanamente parlando, non c’erano più speranze che nascesse. È Dio che l’ha dato ad Abraamo e a Sara solo quando per loro era fisicamente e biologicamente impossibile fare un figlio.

Mentre tutto il resto del mondo, esemplificato dalla torre di Babele, si credeva capace di costruire una torre fino al cielo e così acquistarsi fama, Dio fa vedere attraverso la nascita impossibile di Isacco che, come dice l’Ecclesiaste 1:14: “Io ho visto tutto ciò che si fa sotto il sole, ed ecco, tutto è vanità, è un correre dietro al vento.” La nascita di Isacco, giustamente chiamato “ridere”, è il grande scherzo di Dio contro le presunte forze e capacità umane. Nel portare così al mondo il figlio il cui lignaggio avrebbe compiuto il piano della salvezza al mondo, Dio mostra di essere l’unico in grado di salvare gli esseri umani. Ridicolizzando ogni speranza che si fonda sulle capacità umane, Dio si rivela l’unica vera speranza del mondo.

In realtà, non è proprio corretto dire che la nascita di Isacco è stata la battuta finale nella storia del mondo. L’ultima frase di Sara anticipa ciò che il profeta Isaia avrebbe detto secoli dopo:

Chi ha creduto a quello che abbiamo annunciato? A chi è stato rivelato il braccio del SignoreEgli è cresciuto davanti a lui come una pianticella, come una radice che esce da un arido suolo; non aveva forma né bellezza da attirare i nostri sguardi, né aspetto tale da piacerci. Disprezzato e abbandonato dagli uomini, uomo di dolore, familiare con la sofferenza, pari a colui davanti al quale ciascuno si nasconde la faccia, era spregiato, e noi non ne facemmo stima alcuna. Tuttavia erano le nostre malattie che egli portava, erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato; ma noi lo ritenevamo colpito, percosso da Dio e umiliato! Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni, stroncato a causa delle nostre iniquità; il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui e mediante le sue lividure noi siamo stati guariti. (Isaia 53:1-5)

Chi infatti avrebbe mai immaginato che il Salvatore del mondo sarebbe stato un povero falegname crocifisso dai romani come un criminale qualsiasi? Eppure è stato proprio così. Come Dio ha scelto di mantenere la sua promessa di un figlio ad Abraamo e Sara attraverso la pazzia e lo scandalo di un grembo sterile e vecchio, così ha scelto di mantenere la sua promessa di salvezza al mondo attraverso la pazzia e lo scandalo della croce.

E così anche noi facciamo parte di questa divina commedia! Nel brano citato all’inizio da 1 Corinzi 1, Paolo ci esorta:

26 Infatti, fratelli, guardate la vostra vocazione; non ci sono tra di voi molti sapienti secondo la carne, né molti potenti, né molti nobili; 27 ma Dio ha scelto le cose pazze del mondo per svergognare i sapienti; Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti; 28 Dio ha scelto le cose ignobili del mondo e le cose disprezzate, anzi le cose che non sono, per ridurre al niente le cose che sono, 29 perché nessuno si vanti di fronte a Dio.

Quando penso a me stesso, sapendo troppo bene i miei difetti, mi fa ridere il fatto che Dio mi abbia amato così tanto che è morto sulla croce per me in Cristo! Un tale amore è incomprensibile; lo chiamerei anche ridicolo in quanto ne sono totalmente indegno! Eppure, questa è la battuta, che Dio ha voluto salvare me (e anche te), uno scemo peccatore, tramite la pazzia e lo scandalo della croce. Ci potrebbe essere qualcosa di più buffo?

In pratica, questo dovrebbe creare in noi quell’atteggiamento di cui abbiamo parlato prima. Non dovrei offendermi se qualcuno mi prende in giro visto quanto, per così dire, sono stato preso in giro dall’amore di Dio! Non dovrei abbattermi quando il diavolo mi sussura nell’orecchio e nel cuore delle accuse dei miei peccati. Dovrei invece rispondere come ha consigliato Martin Lutero: “Quando il diavolo ti rinfaccia i tuoi peccati e ti dichiara che ti meriti la morte e l’inferno, digli questo: ‘Ammetto di meritarmi la morte e l’inferno, ma che me ne importa? Poiché conosco Colui che ha sofferto e ha fatto espiazione al mio posto. Lui si chiama Gesù Cristo, Figlio di Dio, e laddove egli è, ci sarò anche io!” Infine, questo dovrebbe riempirci di franchezza e di coraggio nel predicare il vangelo. Se, come Paolo dice in 1 Corinzi 1, Dio ha scelto le cose pazze, le cose deboli, le cose ignobili e le cose disprezzate per essere i suoi testimoni, non dobbiamo vergognarci a essere chiamati così! A noi basta essere amati, giustificati e santificati da Dio in Cristo. Se ci capita di essere presi in giro per il nome di Cristo, allora ridiamo!

Apocalisse 6:1-17; 7:9-17: L’Ira dell’Agnello

Introduzione

Apocalisse appare come un libro strano, c’è un buon motivo per questo: al di là delle visioni simboliche, lo scopo di Apocalisse è di fornirci un’ottica diversa — in realtà l’unica vera ottica perché quella di Dio! — sotto la quale dobbiamo interpretare la realtà del mondo in cui ci troviamo. Il mondo secondo Apocalisse appare strano perché, dalla prospettiva di coloro che camminano per visione e non per fede, non è per niente il mondo reale. Ma per coloro che camminano invece per fede e non per visione — i santi salvati dal sangue di Cristo Gesù — Apocalisse ridimensiona totalmente “il mondo reale” per farlo comparire com’è veramente, la realtà reale!

Nei capitolo 4-5, Giovanni, l’autore di questo libro, ci presenta una magnifica visione di Dio Padre e del Signore Gesù Cristo. Cristo è raffigurato come l’Agnello immolato e il Leone vittorioso che è l’unica persona in tutto l’universo degna di prendere il libro tenuto nella destra di Dio e di aprire i suoi sette sigilli. Questo libro contiene la rivelazione del compimento di tutte le cose, e solo Gesù è degno e capace di rivelarne il contenuto. Poi la visione finisce così:

5:13 E tutte le creature che sono nel cielo, sulla terra, sotto la terra e nel mare, e tutte le cose che sono in essi, udii che dicevano: «A colui che siede sul trono, e all’Agnello, siano la lode, l’onore, la gloria e la potenza, nei secoli dei secoli».

A questo punto nella visione, Gesù, ancora raffigurato come l’Agnello, sta per aprire i sette sigilli e rivelare il compimento del proposito di Dio per la sua creazione.

1) I Quattro Cavalieri (6:1-8)

A) Il primo cavaliere: la conquista (vv.1-2)

6:1 Poi vidi quando l’Agnello aprì uno dei sette sigilli e udii una delle quattro creature viventi, che diceva con voce come di tuono: «Vieni». Guardai e vidi un cavallo bianco. Colui che lo cavalcava aveva un arco; e gli fu data una corona, ed egli venne fuori da vincitore, e per vincere.

L’apertura dei primi quattro sigilli corrispondono ai famosi “quattro cavalieri dell’Apocalisse” che qui rappresentano l’andamento della storia che appare tutt’altro che sotto la sovranità di Dio. Il primo cavaliere cavalca un cavallo bianco — il colore della vittoria — e tiene l’arco e vince una corona. Potrebbe sembrare un personaggio positivo, ma collegato con gli altri tre che lo seguono, si capisce subito che il suo è un trionfo di violenza. Il primo cavaliere rappresenta dunque l’adempimento delle parole di Gesù in Matteo 24:6-8:

Voi udrete parlare di guerre e di rumori di guerre; guardate di non turbarvi, infatti bisogna che questo avvenga, ma non sarà ancora la fine. Perché insorgerà nazione contro nazione e regno contro regno; ci saranno carestie e terremoti in vari luoghi; ma tutto questo non sarà che principio di dolori.

B) Il secondo cavaliere: la guerra (vv.3-4)

Quando l’Agnello aprì il secondo sigillo, udii la seconda creatura vivente che diceva: «Vieni». E venne fuori un altro cavallo, rosso; e a colui che lo cavalcava fu dato di togliere la pace dalla terra affinché gli uomini si uccidessero gli uni gli altri, e gli fu data una grande spada.

L’apertura del secondo sigillo poi scatena il secondo cavaliere, rosso come il sangue e armato di una grande spada per togliere la pace dalla terra. Questo cavaliere rappresenta sicuramente la guerra — l’apice della capacità umana di distruggere e uccidere — ma non solo. La storia umana è su ogni livello una di conflitto e non di pace: conflitti internazionali, nazionali, sociali, culturali, politici, religiosi, relazionali, personali, psicologici, ecc. Che la pace universale e durevole sia un sogno umano impossibile non dovrebbe sorprendere i santi che sanno il contenuto del libro dell’Agnello: “Bisogna che questo avvenga…” (Mt. 24:6).

C) Il terzo cavaliere: la fame (vv.5-6)

Quando l’Agnello aprì il terzo sigillo, udii la terza creatura vivente che diceva: «Vieni». Guardai e vidi un cavallo nero; e colui che lo cavalcava aveva una bilancia in mano. E udii come una voce in mezzo alle quattro creature viventi, che diceva: «Una misura di frumento per un denaro e tre misure d’orzo per un denaro, ma non danneggiare né l’olio né il vino».

L’apertura del terzo sigillo fa venire il terzo cavaliere che tiene una bilancia e cavalca un cavallo nero. Il simbolismo qui non è forse immediatamente evidente come gli ultimi due, ma si può facilmente chiarire tutto. Il terzo cavaliere fa in modo che i prezzi per comprare il frumento e l’orzo — che rappresentano gli alimenti dei poveri — aumentino così tanto che non sono più abbordabili. Dall’altro canto, però, l’olio e il vino — alimenti pregiati e simbolici dei ricchi — risultano protetti. Il terzo cavaliere, dunque, colpisce l’economia, e causa grandi disturbi e squilibri affinché i poveri diventino più poveri e i ricchi più ricchi. Ecco l’ironia della bilancia che tiene: la bilancia dovrebbe garantire giuste misure (e giustizia) per tutti, ma fa proprio l’opposto. Violenza, conflitto, e ingiustizia: caratterizzano veramente il nostro mondo!

D) Il quarto cavaliere: la morte (vv.7-8)

Quando l’Agnello aprì il quarto sigillo, udii la voce della quarta creatura vivente che diceva: «Vieni». Guardai e vidi un cavallo giallastro; e colui che lo cavalcava si chiamava Morte, e gli veniva dietro l’Ades. Fu dato loro potere sulla quarta parte della terra, per uccidere con la spada, con la fame, con la mortalità e con le belve della terra.

Il quarto e l’ultimo cavaliere che viene dopo l’apertura del quarto sigillo si chiama “Morte”. Il suo cavallo è giallastro — il colore della malattia e della peste — ed è accompagnato dall’Ades, il soggiorno dei morti. Il quarto cavaliere rappresenta dunque i terribili effetti dovuti all’arrivo di tutti e quattro: la morte causata dalla spada, dalla fame, dalla mortalità e persino dalle belve della terra. Inoltre, non sono pochi che soffrono per causa loro: “fu dato loro potere sulla quarta parte della terra”. Non tutti, certamente, ma comunque tanti!

Forse questa visione suscita una domanda: perché tutto ciò? A che cosa serve? La visione provvederà a rispondere, ma prima essa vuole trasmetterci un messaggio importante per la fede: tutto ciò è contenuto nel libro di Dio e accade solo quando l’Agnello ne apre i sigilli. In altre parole, ogni cosa — la guerra, l’ingiustizia, la malattia, la morte — è governata dalla sovranità di Dio che fa cooperare tutto quanto al bene dei santi. Questo non vuol dire che Dio desideri che tutto questo succeda, ma che nulla succede che Dio non è capace di redimere per compiere il suo proposito benevolo.

2) I Martiri (6:9-11)

Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di quelli che erano stati uccisi per la parola di Dio e per la testimonianza che avevano resa. 10 Essi gridarono a gran voce: «Fino a quando aspetterai, o Signore santo e veritiero, per fare giustizia e vendicare il nostro sangue su quelli che abitano sulla la terra?» 11 E a ciascuno di essi fu data una veste bianca e fu loro detto che si riposassero ancora un po’ di tempo, finché fosse completo il numero dei loro compagni di servizio e dei loro fratelli, che dovevano essere uccisi come loro.

A) Il tumulto della testimonianza (v.9)

Quando si apre il quinto sigillo, la visione cambia radicalmente. La prospettiva si sposta dalla terra al cielo, dal mondo afflitto dal male e dalla morte al riposo dei santi martiri. La visione di questo sigillo svolge due funzioni importanti. Prima, al v.9, svela la ragione più profonda per le molte vicissitudini descritte nei primi quattro sigilli: la testimonianza dei santi, ovvero dei martiri. L’accezione vera del termine martire è appunto “testimone”, e qui scopriamo il motivo per cui esso poi ha acquisito l’ulteriore significato di “chi si sacrifica per una causa”. I testimoni che mantengono una testimonianza fedele nel mondo sono perseguitati e anche a volte messi a morte. La storia della chiesa è infatti la storia di un popolo martirizzato, cioè reso testimone di Gesù Cristo e dunque anche partecipe delle sue sofferenze.

Il punto della visione dei martiri, però, è importante per un altro motivo: la vera ragione per cui nei primi quattro sigilli il mondo è messo sottosopra e fatto piombare nel tumulto e nella sofferenza è dovuta alla testimonianza della chiesa. Come illustrato tante volte in Atti, la predicazione del vangelo accende il fuoco dell’odio e dell’angoscia e della divisione nella terra. Se proseguiamo nel discorso di Gesù riportato in Matteo 24, leggiamo:

Allora vi abbandoneranno all’oppressione e vi uccideranno e sarete odiati da tutte le genti a motivo del mio nome. 10 Allora molti si svieranno, si tradiranno e si odieranno a vicenda. 11 Molti falsi profeti sorgeranno e sedurranno molti. 12 Poiché l’iniquità aumenterà, l’amore dei più si raffredderà. 13 Ma chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato. 14 E questo vangelo del regno sarà predicato in tutto il mondo, affinché ne sia resa testimonianza a tutte le genti; allora verrà la fine.

Notiamo bene: i conflitti e le guerre e i dolori e il subbuglio nei quali il mondo è caduto è inscindibile dalla testimonianza resa dei seguaci di Gesù che sono perseguitati e odiati e uccisi a motivo del suo nome. Il travaglio continuerà finché il vangelo non sarà predicato in tutto il mondo, e solo “allora verrà la fine”. Non è chiaro? I mali di cui leggiamo tutti i giorni nei giornali sono dovuti alla diffusione del vangelo che segnala ai poteri malvagi che il loro tempo è limitato e il giudizio finale gli si sta avvicinando sempre di più! L’animale selvaggio è sempre più pericoloso quanto ha una ferita mortale.

B) Il giudizio dell’ingiustizia (vv.10-11)

La seconda funzione del quinto sigillo è di giustificare i giudizi preliminari dei primi quattro sigilli e poi quello finale scatenato dall’apertura del sesto sigillo. Mentre i santi sono fedeli a Cristo, il mondo per questo li perseguita e li uccide. La persecuzione può assumere varie forme, ma la Bibbia insegna che ogni seguace di Cristo che lo testimonia come dovrebbe soffrirà la persecuzione e l’odio del mondo. È giusto dunque che Dio intervenga a loro favore, liberandoli dai loro oppressori e facendo giustizia nel mondo. Quando il giudizio finale verrà, il vangelo sarà stato predicato ovunque, e tutto il mondo sarà inescusabile davanti a Dio.

3) Il Giudizio Finale (6:12-17)

12 Poi vidi quando l’Agnello aprì il sesto sigillo; e si fece un gran terremoto. Il sole diventò nero come un sacco di crine e la luna diventò tutta come sangue; 13 le stelle del cielo caddero sulla terra come quando un fico scosso da un forte vento lascia cadere i suoi fichi immaturi. 14 Il cielo si ritirò come una pergamena che si arrotola, e ogni montagna e ogni isola furono rimosse dal loro luogo. 15 I re della terra, i grandi, i generali, i ricchi, i potenti e ogni schiavo e ogni uomo libero si nascosero nelle spelonche e tra le rocce dei monti. 16 E dicevano ai monti e alle rocce: «Cadeteci addosso, nascondeteci dalla presenza di colui che siede sul trono e dall’ira dell’Agnello; 17 perché è venuto il gran giorno della loro ira. Chi può resistere?»

A) Il grande livellatore

Il sesto sigillo incute veramente terrore, perché con la sua apertura viene sulla terra “il gran giorno dell’ira” di Dio nel quale nessuno potrà resistere. Il giudizio sarà terrificante sia per la sua intensità sia per la sua universalità. Sarà un giorno in cui tutto il creato tremerà per quello che accadrà. Nessuno scamperà: persino i più grandi, i più ricchi, i più potenti della terra rimarranno terrorizzati quando Cristo si rivela nel giorno del suo ritorno. Allora ogni vanto umano sarà demolito, ogni pretesa smentita, ogni idolo messo a nudo, poiché il giorno di giudizio sarà il “grande livellatore” di tutti gli esseri umani. Tanto spaventoso sarà il giudizio di Dio che sarà preferibile la morte! Tutti gli esseri umani che hanno rifiutato il vangelo pregheranno i monti e le rocce di cadersi adosso piuttosto che essere sottoposti al giudizio divino. Ma in quel giorno, neanche la morte li potrà salvare, ed essi raccoglieranno i frutti della loro ribellione.

B) La misericordia severa (9:20-21)

9:20 Il resto degli uomini che non furono uccisi da questi flagelli non si ravvidero dalle opere delle loro mani; non cessarono di adorare i demòni e gli idoli d’oro, d’argento, di bronzo, di pietra e di legno, che non possono né vedere, né udire, né camminare. 21 Non si ravvidero neppure dai loro omicidi, né dalle loro magie, né dalla loro fornicazione, né dai loro furti.

Ma bisogna notare che questo sarà il giorno dell’ira dell’Agnello. In altre parole, è giudizio fatto da colui che è stato già giudicato al posto dell’umanità. È l’ira di colui che ha già subito pienamente l’ira divina contro il peccato. Questo è il giudizio di Cristo crocifisso che, pur essendo il Leone trionfante, rimane sempre l’Agnello immolato per il peccato del mondo. Questo è, dunque, leggiamo in un brano parallelo, Apocalisse 9:20-21, che l’ira dell’Agnello, sino all’ultimo possibile momento, mira a portare il mondo al ravvedimento. L’ira dell’Agnello è una misericordia severa, una grazia violenta che si oppone con l’onnipotenza di Dio l’opposizione umana al suo grande amore. È la stessa misericordia severa rivelata sulla croce di Cristo, la grazia che si è manifestata nella sua morte violenta per amore di tutti noi. È l’amore che arde così intensamente per i peccatori che rifiuta di mollare o di diminuire anche quando le persone ribelli non si ravvedono dei loro atti auto-distruttivi e non smettono di adorare gli idoli e i demoni che gli vogliono solo male. Tale è il “mistero dell’inquità”, l’incomprensibile assurdità e irrazionalità del peccato, ciò che Karl Barth ha chiamato la “possibilità impossibile”.

4) La Folla Innumerevole (7:9-17)

A) Il compimento della salvezza (vv.9-12)

7:9 Dopo queste cose, guardai e vidi una folla immensa che nessuno poteva contare, proveniente da tutte le nazioni, tribù, popoli e lingue, che stava in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, vestiti di bianche vesti e con delle palme in mano. 10 E gridavano a gran voce, dicendo: «La salvezza appartiene al nostro Dio che siede sul trono, e all’Agnello». 11 E tutti gli angeli erano in piedi intorno al trono, agli anziani e alle quattro creature viventi; essi si prostrarono con la faccia a terra davanti al trono e adorarono Dio, dicendo: 12 «Amen! Al nostro Dio la lode, la gloria, la sapienza, il ringraziamento, l’onore, la potenza e la forza, nei secoli dei secoli! Amen».

La visione giunge al culmine non con il giudizio ma con il compimento della salvezza. Questo è infatti lo scopo finale al quale il giudizio è solo uno strumento. Qui Giovanni vede la folla immensa, troppo grande da essere contata, “proveniente da tutte le nazioni, tribù, popoli e lingue”, perfettamente purificata e pienamente glorificata e per sempre nella presenza di Dio e dell’Agnello. Questa è la rivelazione (l’apocalisse!) della fedeltà di Dio alle sue promesse: Dio aveva giurato ad Abraamo la benedizione che avrebbe cancellato la maledizione del peccato e che si sarebbe estesa a tutte le famiglie della terra. Questo è esattamente ciò che Giovanni vede.

B) L’esortazione alla perseveranza (vv.13-17)

13 Poi uno degli anziani mi rivolse la parola, dicendomi: «Chi sono queste persone vestite di bianco, e da dove sono venute?» 14 Io gli risposi: «Signore mio, tu lo sai». Ed egli mi disse: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione. Essi hanno lavato le loro vesti e le hanno imbiancate nel sangue dell’Agnello. 15 Perciò sono davanti al trono di Dio e lo servono giorno e notte, nel suo tempio; e colui che siede sul trono stenderà la sua tenda su di loro. 16 Non avranno più fame e non avranno più sete, non li colpirà più il sole né alcuna arsura; 17 perché l’Agnello che è in mezzo al trono li pascerà e li guiderà alle sorgenti delle acque della vita; e Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi».

Lungi dal soddisfare la nostra curiosità, questa visione ha uno scopo molto pratico per tutti i santi di tutti i tempi, compresi anche noi. La fine è qui svelata e noi la possiamo sapere. Dio farà nuove tutte le cose, anche tutta la creazione. Distruggerà il peccato, metterà fine alla morte, e asciugherà ogni lacrima dai nostri occhi. Lì nel regno di Dio quando la sua volontà è fatta in terra come in cielo, non ci sarà più pericolo né paura, né fame né sete, né buio né sofferenza, ma solo gioia, pace, amore, verità, giustizia e comunione eterna con Dio stesso nella sua presenza!

Se questo è il destino garantito a tutti coloro che confidano in Cristo e che rimangono costanti in questa fiducia, nulla dovrebbe scoraggarci o deluderci al punto dove rinunciamo alla fede. Nessuna sofferenza o vergogna o persecuzione, anche se porta alla morte, dovrebbe impedirci di dare testimonianza al mondo, annunciando il vangelo di Cristo nonostante i rischi e i sacrifici. Inoltre, nessuna circostanza dovrebbe toglierci la gioia della speranza che abbiamo; non un augurio incerto per un possibile futuro migliore, ma la certezza che è solo una questione di tempo: la nostra vita eterna è nascosta ora con Cristo in Dio, e deve essere solo rivelata nell’ultimo giorno. E sarà sicuramente rivelata, quando, per citare di nuovo Gesù, il vangelo sarà predicato in tutto il mondo. Ora, se questa è la nostra speranza, diamoci da fare, per affrettare il giorno del ritorno di Cristo!

1 Timoteo 1:12-2:8: Un Solo Mediatore, Cristo Gesù Uomo

1) Gesù Cristo, Salvatore (1:12-20)

1:12 Io ringrazio colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù, nostro Signore, per avermi stimato degno della sua fiducia, ponendo al suo servizio me, 13 che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento; ma misericordia mi è stata usata, perché agivo per ignoranza nella mia incredulità, 14 e la grazia del Signore nostro è sovrabbondata con la fede e con l’amore che è in Cristo Gesù. 15 Certa è quest’affermazione e degna di essere pienamente accettata: che Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, dei quali io sono il primo. 16 Ma per questo mi è stata fatta misericordia, affinché Gesù Cristo dimostrasse in me, per primo, tutta la sua pazienza, e io servissi di esempio a quanti in seguito avrebbero creduto in lui per avere vita eterna. 17 Al Re eterno, immortale, invisibile, all’unico Dio, siano onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen. 18 Ti affido questo incarico, Timoteo, figlio mio, in armonia con le profezie che sono state in precedenza fatte a tuo riguardo, perché tu combatta in virtù di esse la buona battaglia, 19 conservando la fede e una buona coscienza, alla quale alcuni hanno rinunciato e, così, hanno fatto naufragio quanto alla fede. 20 Tra questi sono Imeneo e Alessandro, che ho consegnati a Satana affinché imparino a non bestemmiare.

L’apostolo Paolo ha scritto due lettere al suo collaboratore Timoteo per incoraggiarlo nel suo ministero a Efeso. Paolo aveva fondato la chiesa a Efeso, ed è stata un’opera particolarmente feconda. La chiesa è cresciuta rapida e forte, e da lì furono fondate altre chiese nelle regioni circostanti. Paolo aveva mandato Timoteo a Efeso per guidare la sempre crescente opera, e ha scritto due lettere per dargli consigli, esortazioni, e avvertimenti. Nel primo capitolo della prima lettera, Paolo ricorda Timoteo della centralità del vangelo che, come scrive in Galati, gli è stato rivelato da Gesù stesso. Paolo riassume questo vangelo nel v.15 dicendo: “Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori”. Ancora come in Galati, Paolo evidenzia com’è egli stesso un esempio vivente del vangelo che predica: non solo “Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori”, ma anche “dei quali io sono il primo”. Mentre Paolo andava a Damasco per perseguitare la chiesa lì, Gesù gli è apparso per salvarlo dalle sue vie malvagie e farlo diventare il suo testimone e apostolo. Perché proprio Paolo che era stato “bestemmiatore” e “persecutore” e “violento”? Nel v.16 Paolo spiega:

Ma per questo mi è stata fatta misericordia, affinché Gesù Cristo dimostrasse in me, per primo, tutta la sua pazienza, e io servissi di esempio a quanti in seguito avrebbero creduto in lui per avere vita eterna.

In altre parole, se Dio ha voluto e ha potuto salvare uno come Paolo, vuole e può salvare chiunque! L’incarico di Timoteo a Efeso, dunque, è di “conservare la fede e una buona coscienza”, specialmente perché alcune persone “hanno rinunciato e, così, hanno fatto naufragio quanto alla fede” (v.19). Il vangelo è la più buona notizia che ci sia, ed è per mezzo di esso che Gesù chiama i peccatori (anche i più grandi come Paolo!) a se stesso. Perciò, bisogna lottare per conservare il vangelo, perché se perdiamo quello, perdiamo tutto.

2) Gesù Cristo, Mediatore (2:1-5)

A) Pregare per tutti (vv.1-2)

2:1 Esorto dunque, prima di ogni altra cosa, che si facciano suppliche, preghiere, intercessioni, ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che sono costituiti in autorità, affinché possiamo condurre una vita tranquilla e quieta in tutta pietà e dignità.

Ora, nel capitolo 2 (e questo è la porzione della lettera su cui vogliamo soffermarci e riflettere oggi), Paolo comincia a dare a Timoteo istruzioni ed esortazioni varie. La prima esortazione è questa: “che si facciano suppliche, preghiere, intercessioni, ringraziamenti per tutti gli uomini”. In particolare, Paolo pone enfasi sulle preghiere da fare “per i re e per tutti quelli che sono costituiti in autorità”. Ma qual è lo scopo di queste preghiere? Paolo continua dicendo: “affinché possiamo condurre una vita tranquilla e quieta in tutta pietà e dignità”. Se ci fermiamo qui, potremmo pensare che lo scopo di queste preghiere per gli altri è che noi possiamo stare bene, ma in realtà non è così. Scopriamo nei prossimi versetti che queste preghiere mirano alla salvezza di “tutti gli uomini”. Vedremo perché questo è il caso tra poco, ma qui è sufficente fare due osservazioni.

Prima, il motivo per cui dobbiamo pregare “per i re e per tutti quelli che sono costituiti in autorità affinché possiamo condurre una vita tranquilla e quieta in tutta pietà e dignità” è per permettere la libera testimonianza del vangelo. Se le autorità governano bene e giustamente, non cercheranno di opporsi al vangelo, e dunque preghiamo che possiamo vivere sotte di esse in pace e serenità non per il nostro benessere personale, ma per poter rendere testimonianza a Gesù senza impedimento.

La seconda osservazione è che per Paolo, la preghiera è tanto importante al progresso del vangelo quanto è importante la testimonianza stessa. È interessante infatti notare che Paolo (che avrà molto da dire in seguito riguardo alla predicazione del vangelo) esorta “prima di ogni altra cosa che si facciano suppliche preghiere, intercessioni, ringraziamenti” a proposito del progresso del vangelo. Un vecchio detto afferma che “prima di parlare di Dio alle persone, bisogna parlare delle persone a Dio”. Come abbiamo visto anche in Atti 4, l’efficacia e la franchezza della testimonianza della chiesa deriva dallo Spirito Santo che la riempie e la fortifica, e lo Spirito Santo riempie e fortifica la chiesa in risposta alle sue preghiere. Pregare, dunque, è un elemento basilare e indispensabile nel ministero del vangelo.

B) Per la salvezza di tutti (vv.3-5)

Questo è buono e gradito davanti a Dio, nostro Salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e vengano alla conoscenza della verità. Infatti c’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo,

Nei vv.3-5, Paolo chiarisce tutto ciò. L’esortazione di pregare per tutti è radicata nella volontà di Dio che vuole salvare tutti. Paolo afferma che pregare in questo modo “è buono e gradito davanti a Dio” proprio perché il suo desiderio è che “tutti gli uomini siano salvati e vengano alla conoscenza della verità”. Il collegamento è ovvio, no? Dio vuole che preghiamo per tutti, perché egli vuole salvare tutti. Se Dio fosse già contento del numero delle persone già alla conoscenza della verità, non bisognerebbe pregare per tutti gli altri che non hanno creduto ancora. Ma poiché Dio che è “nostro Salvatore” vuole che “tutti siano salvati”, vuole anche (e ci esorta) che preghiamo per questo.

Sembra un po’ audace, comunque, avere la presunzione di dire “io so quello che Dio vuole”. Potremmo forse rispondere a Paolo: “Ma Paolo, come sai che Dio vuole che tutti siano salvati, e che noi dunque preghiamo per questo? Come fai a sapere che Dio desidera che tutti siano salvati e non (come credono certi cristiani) solo alcuni?” Paolo cerca di rispondere a questo interrogativo, spiegandoci proprio come si può sapere qual è il volere di Dio nei confronti che tutti gli esseri umani, come si può sapere che il proposito di Dio verso tutti è solo benevolo, amorevole e salvifico, solo di “sì” e non di “no”. La risposta è quella che è sempre: lo sappiamo in Gesù Cristo!

Dobbiamo approfondire il collegamento logico tra v.4 e v.5. V.5 fornisce la ragione per cui sappiamo qual è il volere di Dio nei confronti di tutti: è perché “c’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo”. Paolo inizia il suo ragionamento così: noi sappiamo che Dio è uno solo, e dunque egli deve essere il Dio di tutti. Notiamo come Paolo fa un ragionamento simile in Romani 3:29-30:

29 Dio è forse soltanto il Dio dei Giudei? Non è egli anche il Dio degli altri popoli? Certo, è anche il Dio degli altri popoli, 30 poiché c’è un solo Dio, il quale giustificherà il circonciso per fede, e l’incirconciso ugualmente per mezzo della fede.

Abbiamo capito il senso di questo ragionamento? Paolo smantella la ridicola idea che Dio appartiene solo agli ebrei. Gli ebrei appartengono a Dio, ma Dio non appartiene a loro. Che credano in lui o no, Dio è lo stesso Dio per tutti, perché Dio è uno solo. Se ci fossero più dèi, allora sarebbe logico dire che nessuno di loro è il dio di tutti. Ma siccome Dio è uno solo, l’unica conclusione ragionevole è che Dio è il Dio di tutti.

Ma poi Paolo estende questo ragionamento al mediatore, Cristo Gesù. Come Dio è uno solo e dunque il Dio di tutti, così anche Cristo è uno solo e dunque il mediatore di tutti. Dio non ha mandato due salvatori, due mediatori, ma uno solo, e uno solo per tutti. Quindi, Paolo dice, il suo volere nei confronti di tutti deve essere uno solo. Gesù Cristo è infatti il volere di Dio incarnato; Dio non ha un altro volere misterioso nascosto dietro le spalle di Gesù. E Paolo ha già dichiarato inequivocabilmente qual è stato il volere di Dio rivelato in Cristo: “Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori” (1:15). Ecco, dunque, come sappiamo che Dio vuole che tutti siano salvati: Gesù è venuto per salvare, non per condannare, e poiché Gesù è l’unico mediatore tra Dio e tutti gli esseri umani, sappiamo che Dio vuole che per mezzo di Gesù tutti siano salvati! Questo, poi, è il motivo perché è buono e gradito a Dio pregare per la salvezza di tutti: è ciò che Dio vuole in Cristo!

3) Gesù Cristo, Rivelatore (2:6)

che ha dato se stesso come prezzo di riscatto per tutti; questa è la testimonianza resa a suo tempo

“Ma”, potremmo chiedere ancora, “come fai a sapere, Paolo, che Cristo è venuto nel mondo solo per salvare e non per condannare i peccatori?” “È semplice”, Paolo risponde, “perché Dio ha reso la testimonianza di questo quando Gesù ha dato se stesso come prezzo di riscatti per tutti sulla croce”. La morte di Cristo sulla croce è stata la riconciliazione del mondo, sì, ma non solo: è stata anche la rivelazione della riconciliazione del mondo. Lì sulla croce, Gesù ha sofferto la morte che accomuna tutti noi esseri umani. Gesù era un uomo, sì, ma non solo: era anche “uomo”, o meglio “umano”. Incarnandosi, il Figlio di Dio si è unito a noi nella nostra condizione comune, ha assunto l’umanità che tutti noi abbiamo. Nella sua morte sulla croce, dunque, Gesù ha rappresentato e si è sostituito a tutti, perché è morto nella stessa carne di tutti. Non può essere, dunque, che sia morto solo per alcuni! Ecco perché sappiamo che Gesù è venuto solo per salvare tutti: perché è morto al posto di tutti! Forse nell’Antico Testamento quando Dio interveniva soprattutto nei confronti di Israele, non era sempre evidente qual era il suo volere nei confronti di tutti gli altri. Ma la croce di Cristo “è la testimonianza resa a suo tempo”, la rivelazione che la riconciliazione effettuata in Cristo è stata effettuata per tutti.

4) Gesù Cristo, Fratello (2:7-8)

e della quale io fui costituito predicatore e apostolo (io dico il vero [in Cristo], non mento), per istruire gli stranieri nella fede e nella verità. Io voglio dunque che gli uomini preghino in ogni luogo, alzando mani pure, senza ira e senza dispute.

Tutto questo porta Paolo a capo del suo discorso. Cristo lo ha costuito “predicatore e apostolo”, non per tenere il vangelo un segreto, ma per “istruire gli stranieri [cioè ogni popolo e ogni nazione e ogni persona] nella fede e nella verità. Dio vuole che tutti siano salvati e vengano alla conoscenza della verità, e quindi costituisce la sua chiesa — qui rappresentata da Paolo — il testimone del vangelo. Il termine “apostolo” significa letteralmente: “messaggero”. Paolo è stato mandato da Gesù come il suo messaggero per predicare la buona notizia che Dio vuole salvare tutti e che, in realtà tutti sono stati già riconciliati in lui. In un senso, Paolo parla di Gesù come nostro fratello: Gesù è colui che ci ha fatto conoscere il benevolo proposito di Dio nei nostri confronti, e ci invita a partecipare con lui nel farlo conoscere a tutti gli altri che non l’hanno ancora sentito.

Ecco perché Paolo ripete la sua esortazione inziale: “Io voglio dunque che gli uomini preghino in ogni luogo, alzando mani pure, senza ira e senza dispute.” Il volere di Dio si compierà attraverso la predicazione del vangelo a tutto il mondo, ma il vangelo non sarà predicato a tutto il mondo senza il potere che viene dato attraverso la preghiera. Abbiamo dunque non solo un grandissimo motivo per pregare per il progresso del vangelo nel mondo (cioè che in Cristo Dio ha rivelato il suo benevolo proposito di riconciliazione nei confronti di tutti) ma anche una grandissima certezza che ci fa perseverare nella preghiera: che il vangelo sia predicato in tutto il mondo è il volere di Dio. Infatti, Gesù stesso ha promesso ai suoi discepoli: “questo vangelo del regno sarà predicato in tutto il mondo, affinché ne sia resa testimonianza a tutte le genti; allora verrà la fine” (Matteo 23:14). Allora, preghiamo e predichiamo con franchezza e speranza, sapendo che in Cristo la fine è già certa e la vittoria sarà nostra!

Marco 14:12-26: L’Ultima Pasqua

1) Il Sacrificio (14:12-16)

A) Il tempo compiuto (v.12)

12 Il primo giorno degli Azzimi, quando si sacrificava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: «Dove vuoi che andiamo a preparare perché tu possa mangiare la Pasqua?»

Tutto quello che è stato finora raccontato nel vangelo di Marco ora sta per giungere al culmine. Molte volte abbiamo visto, nelle parole e nei fatti di Gesù, prefigurarsi l’ombra della croce, ma l’ora sua non era ancora arrivata. Ma quell’ora è ora. Il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino, e tra poche ore, Gesù sarà crocifisso. Negli ultimi momenti con i discepoli, Gesù vuole dunque dimostrargli un modo più chiaro che mai il significato di ciò che sta per subire. Loro non lo comprenderanno finché Gesù non è risuscitato e asceso, ma questo momento lo ricorderanno per sempre, non solo a loro stessi ma anche a noi, come l’annuncio definitivo della morte di Gesù “finché egli venga” (1 Cor. 11:26).

Marco ci fa capire questo nel v.12 del capitolo 14. È “il primo giorno degli Azzimi, quando si sacrifica la Pasqua”. È infatti uno dei giorni più importante dell’anno ebraico, il giorno quando, come Dio aveva ordinato a Mosè in Esodo 12, il popolo d’Israele commemora la liberazione da schiavitù. I pani azzimi ricordano la fretta con cui Israele doveva uscire da Egitto, e quindi il bisogno di essere pronto. Il significato era dunque: “ravvedetevi, perché il tempo è compiuto e la vostra salvezza è vicina!” La Pasqua, inoltre, prende il suo nome dalla “pasqua”, l’agnello sacrificale, il cui sangue riparava Israele dal giudizio di Dio che stava per piombare sugli Egiziani. Istituito come sacrificio perenne, la pasqua ebraica guardava indietro all’esodo ma anche in avanti in attesa del nuovo esodo quando Dio avrebbe salvato il suo popolo dal peccato e dalla morte. Adesso, Marco vuole dirci, questa pasqua sarà l’ultima, perché la vera Pasqua — il vero Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo — è arrivata.

B) Il Signore preparato (vv.13-16)

13 Egli mandò due dei suoi discepoli e disse loro: «Andate in città, e vi verrà incontro un uomo che porta una brocca d’acqua; seguitelo; 14 dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: ‘Dov’è la mia stanza in cui mangerò la Pasqua con i miei discepoli?’”. 15 Egli vi mostrerà di sopra una grande sala ammobiliata e pronta; lì apparecchiate per noi». 16 I discepoli andarono, giunsero nella città e trovarono come egli aveva detto loro; e prepararono per la Pasqua.

In anticipo di quest’ultima pasqua, Gesù manda i discepoli davanti a lui per fare i preparativi necessari. Ma le parole di Gesù qui sono riportate non solo per indicare quali sono questi preparativi, ma soprattutto per sottolineare l’autorità di Gesù in tutto quello che sta per accadere. Dopo la cena pasquale, Gesù sarà tradito, torturato, condannato a morte, e poi crocifisso, e in tutto ciò Gesù potrebbe sembrare la vittima. Ma Marco vuole che sia chiaro: se Gesù sarà vittima di ingiustizia, di umiliazione, di violenza, sarà solo perché si è fatto vittima. Per quanto Gesù sembrerà debole, sarà forte. Per quanto sembrerà impotente, sarà in controllo. Per quanto sembrerà sconfitto, sarà vittorioso.

Come lo sappiamo? È perché Gesù indica ai discepoli che troveranno la sala ammobiliata e già pronta. Non solo, ma troveranno la sala perché incontreranno un determinato uomo che ce li condurrà! Quando i discepoli entrano nella città, trovano in quel momento tutto esattamente come Gesù gli ha detto. Evidentemente, la serie di avvenimenti che inizia qui — gli avvenimenti che porteranno inesorabilmente alla croce — si svolgerà precisamente come Gesù intende. Gesù sarà la vittima immolata, ma rimarrà sempre il Signore.

2) Il Tradimento (14:17-21)

A) Il traditore previsto (vv.17-19)

17 Quando fu sera, giunse Gesù con i dodici. 18 Mentre erano a tavola e mangiavano, Gesù disse: «In verità io vi dico che uno di voi, che mangia con me, mi tradirà». 19 Essi cominciarono a rattristarsi e a dirgli uno dopo l’altro: «Sono forse io?» 

L’enfasi sull’autorità di Gesù continua anche dopo quando Marco racconta che cosa succede all’ultima cena. Non è solo la pasqua che Gesù ha previsto, ma anche il suo tradimento, e in particolare il suo traditore! Neanche questo succederà fuori dall’autorità di Gesù. Gesù, infatti, sapeva chi l’avrebbe tradito sin da quando l’ha chiamato come discepolo. Nonostante ciò, Gesù lo ha amato, lo ha fatto sedere accanto a lui a tavola, e ora condivide con lui il pasto. Non è sbalorditivo questo? Sin dall’inizio, pur sapendo chi l’avrebbe tradito, Gesù l’ha trattato esattamente come gli altri discepoli. L’autorità di Gesù non è quella di un tiranno, che premia chi gli ubbidisce e distrugge chi gli si oppone. La sua autorità è un amore autorevole, un’autorità che invita persino i suoi nemici a mangiare a tavola con sé.

B) Il traditore predetto (vv.20-21)

20 Egli disse loro: «È uno dei dodici, che intinge con me nel piatto. 21 Certo il Figlio dell’uomo se ne va, com’è scritto di lui, ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo è tradito! Meglio sarebbe per quell’uomo se non fosse mai nato!»

A questo punto sarebbe facile cedere alla tentazione di porre domande filosofiche o ipotetiche tipo: “Se Gesù sapeva già chi l’avrebbe tradito, poteva il traditore scegliere diversamente? Se no, come potrebbe essere ritenuto responsabile per aver tradito Gesù?” Per quanto interessanti, tali domande ci distraggono dal messaggio di Marco, chi pone l’enfasi sulla stupenda grazia di Gesù che ama chi lo odia, e che trasforma quell’odio come strumento del suo amore. Certo, guai a quell’uomo che odia Gesù! Ma guai a quell’uomo perché l’amore di Gesù resisterà al suo odio a tal punto da renderlo un fuoco insopportabile.

3) Il Pasto (14:22-26)

A) Il pane spezzato (v.22)

22 Mentre mangiavano, Gesù prese del pane e, dopo aver pronunciato la benedizione, lo spezzò, lo diede loro e disse: «Prendete, questo è il mio corpo».

È chiaro, dunque, che Gesù non sarà vittima dell’ingiustizia e della malvagità ma sarà sempre il Signore sovrano su tutto che convertirà ogni male in bene. Ma tutto questo è solo preparazione. Il momento tanto atteso è arrivato, e Gesù adesso celebra l’ultima pasqua che segna e spiega il compimento della sua missione e la salvezza del mondo. Gesù prende il pane — sempre pane azzimo che simboleggia la fretta con cui la salvezza sta per arrivare — e lo spezza. Poi lo dà ai discepoli e pronuncia queste semplici ma profonde parole: “questo è il mio corpo”. Purtroppo durante la storia della chiesa, queste parole sono diventate più volte un campo di battaglia tra cristiani, soprattutto per quanto riguarda la natura del pane e la sua relazione al corpo di Gesù. È una tragica evidenza di quanto abbiamo detto prima circa la tentazione di porre domande interessanti ma lontane dall’intenzione dell’evangelista.

Anziché filosofeggiare sulla natura del pane (per cui, tra l’altro, non c’è nessuna giustificazione biblica per la dottrina romana della transustanziazione), dobbiamo meditare sul significato ovvio delle parole di Gesù. Come il pane spezzato, così anche il corpo di Gesù sarà spezzato. Per quale motivo? Per compiere ciò che il pane azzimo rappresenta: la pronta liberazione del popolo di Dio. Il pane azzimo si chiamava anche “il pane dell’afflizione”, un simbolo delle sofferenze d’Israele in schiavitù. Nell’identificare il pane con il suo corpo, Gesù dice in effetti: “L’afflizione che sta spezzando voi — l’afflizione dovuta al peccato, al male, alla morte — quell’afflizione la prendo su di me stesso affinché voi ne siate liberati. Sto per spezzare il mio corpo per voi, affinché voi siate guariti.” Ogni volta che noi spezziamo e mangiamo il pane in memoria di Gesù, annunciamo questo fatto, e espriamo la nostra fiducia in esso: “Gesù ha preso la mia afflizione ed è stato spezzato al mio posto. Nel mangiare questo pane, dichiaro che Cristo, e Cristo solo, è la mia consolazione e la mia guarigione, da ora e per sempre.”

B) Il vino sparso (vv.23-24)

23 Poi prese un calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, e tutti ne bevvero. 24 Ed egli disse loro: «Questo è il mio sangue, il sangue del patto, che è sparso per molti.

Come sappiamo bene, Gesù non si ferma qui. Dopo aver spezzato e condiviso il pane con i discepoli, Gesù prende il calice pieno di vino e glielo dà. Il vino rappresenta, come spiega Gesù, il suo sangue, il sangue del patto, che sta per spargere per la salvezza del mondo. Ma perché vino, e perché sangue? Nell’Antico Testamento, il calice pieno di vino simboleggia il giudizio, l’amore di Dio manifestato nella sua ira contro tutto ciò che resiste al suo benevolo proposito. Questo è il calice che sarà versato su tutto il mondo, e in quanto tutti noi resistiamo all’amore di Dio, tutti noi lo berremo fino in fondo. Il problema, però, è ovvio: non siamo in grado di bere il calice pieno dell’ira di Dio onnipotente. Non lo possiamo sopportare. Il vino è un’immagine forte di ciò che succede: il giudizio di Dio cade su di noi, e come l’uva sotto la macina, siamo da esso schiacciati finché non abbiamo perso l’ultima goccia di sangue che scorre nelle nostre vene. Chi di noi sarebbe capace di resistere?

Ecco quello che Gesù vuole dire. Nessuno è capace di resistere, se non lui solo. Quando la macina cade, quando il vino viene versato, sarà Gesù a sostituirsi al nostro posto. Sarà lui ad essere schiacciato invece di noi; sarà il suo sangue, non il nostro, che sarà sparso fino all’ultima goccia. Sarà lui a bere fino in fondo il calice dell’ira divina, finché non ne resta alcunché, finché “non c’è più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù” (Rom. 8:1). Gesù si sottopone al nostro giudizio, affinché noi siamo perdonati. Gesù beve il vino dell’ira e della morte, affinché noi possiamo bere il vino di gioia e di vita nel regno di Dio. E adesso ogni volta che beviamo il vino in memoria di Gesù, annunciamo la sua morte e esprimiamo la nostra fiducia che quanto ha fatto per tutti ha fatto per noi: “Gesù è stato schiacciato sotto il giudizio affinché io sia rialzato alla gloria. Gesù ha sparso il suo sangue fino alla sua morte affinché io sia risuscitato alla vita eterna. Nel bere questo vino, dichiaro che Cristo, e solo Cristo, è la mia salvezza e la mia vita, da ora e per sempre.”

C) Il regno inaugurato (vv.25-26)

25 In verità vi dico che non berrò più del frutto della vigna fino al giorno che lo berrò nuovo nel regno di Dio». 26 Dopo che ebbero cantato l’inno, uscirono per andare al monte degli Ulivi.

Tutto questo richiama le parole dell’istituzione della santa comunione che recitiamo ogni domenica: “Poiché ogni volta che mangiate questo pane e bevete da questo calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga” (1 Cor. 11:26). Non solo annunciamo la morte di Cristo, ma anticipiamo anche il suo ritorno quando la salvezza da lui compiuta sulla croce sarà pienamente rivelata nel suo regno. È per questo che Gesù conclude la cena pasquale con queste parole: “In verità vi dico che non berrò più del frutto della vigna fino al giorno che lo berrò nuovo nel regno di Dio.” È vero che Gesù, morto e risuscitato, ha compiuto una volta per sempre la salvezza del mondo, e infatti una nuova creazione. Ma se chiediamo: “Dov’è questa salvezza? Dov’è questa nuova creazione? Non vedo cambiato niente. Tutto è come prima. Il mondo va sempre e solo peggiorando”, dobbiamo ricordarci della testimonianza del pasto che Gesù ci ha trasmesso per mezzo degli apostoli: la nostra salvezza è ancora nascosta nel corpo spezzato e nel sangue versato di Gesù. Il regno di Dio è ancora celato dalla follia e dallo scandalo della croce. Quando Gesù viene di nuovo, quando si rivela dal cielo, si rivelerà insieme con lui la nostra salvezza e la nuova creazione. La vittoria non è in dubbio: il peccato è cancellato, il maligno è sconfitto, la morte è sepolta, e Gesù è il Signore.

Ma per ora, questa realtà — la realtà reale! — non può essere osservata con gli occhi ma solo creduta in Cristo Gesù. Perché? L’apostolo Pietro risponde: “Il Signore non ritarda l’adempimento della sua promessa, come pretendono alcuni; ma è paziente verso di voi, non volendo che qualcuno perisca, ma che tutti giungano al ravvedimento” (2 Pt. 3:9). Il Signore è infatti paziente a causa del suo grande amore per il mondo per cui ha dato la sua vita. Ma per noi che siamo già giunti al ravvedimento, che cosa dobbiamo fare nel frattempo? Pietro risponde ancora: dobbiamo vivere “per santità di condotta e per pietà, mentre attendete e affrettate la venuta del giorno di Dio” (2 Pt. 3:11-12). Incredibile! Meravoglioso! Possiamo affrettare la venuta del giorno di Dio, la rivelazione di Gesù e del regno di Dio? Sì, assolutamente, in quanto cresciamo nella santità e testimoniamo Gesù a quelli che egli aspetta con pazienza. Amen.

Salmo 2,1-6: Perché questo tumulto? (Salmo del Giorno, 3/365)

In quanto la seconda parte della “porta” al libro dei salmi, Salmo 2 indica come il resto del salterio deve essere interpretato: non soltanto come le parole di Dio al suo popolo o le parole del popolo in risposta a Dio, ma soprattutto come le parole di Colui che li incarna entrambi, Gesù Cristo. Impariamo questo attraverso la grande narrativa qui raccontata in una serie di quattro atti.

1 Perché questo tumulto fra le nazioni, e perché meditano i popoli cose vane?

I Atto: Parlano le nazioni. A differenza dei giusti che, secondo Salmo 1,2-3, meditano sulla parola di Dio (e dunque prosperano sempre, persino nei tempi di seccità), le nazioni “meditano … cose vane” e sono pertanto destinate al fallimento. Siccome tutte le nazioni e tutti i popoli partecipano a questo “tumulto” — cioè tutti ne rendono colpevoli — l’unica conclusione è che in tutta la terra “non c’è nessuno che faccia il bene, neppure uno” agli occhi di Dio (Salmo 14,3). Questo fatto ridimensiona l’uomo giusto del Salmo 1: in realtà, c’è ne solo Uno.

2 I re della terra si danno convegno e i principi congiurano insieme contro il Signore e contro il suo Unto, dicendo: 3 “Spezziamo i loro legami, e liberiamoci dalle loro catene”.

In cosa consistono le vane meditazioni dei popoli? Essi, rappresentati dai loro re e principi, pretendono di poter montare una ribellione contro il Signore Yahveh e il suo “Unto” — cioè il suo “Messia”, il suo “Cristo” — in quanto considerano la loro autorità come schiavitù, cattività, reclusione. Questa ribellione ricapitola infatti l’intera storia umana sin dal primo peccato nel giardino d’Eden. Ma una tale pretesa è vana perché nessuno può veramente opporsi a Dio e il suo Cristo. Anche al culmine della ribellione umana quando il Cristo sembrò sconfitto, quando “contro il tuo santo servitore Gesù, che tu hai unto, si sono radunati Erode e Ponzio Pilato, insieme con le nazioni e con tutto il popolo d’Israele” (Atti 4,27), persino allora il mondo ribelle non aveva trionfato.

4 Colui che siede nei cieli ne riderà; il Signore si farà beffe di loro.

II Atto: Parla il Signore. Dalla prospettiva di Dio nei cieli, le tanto vantate congiure dei popoli contro di lui sono assurde. Del Signore non ci si può beffare; anzi, è lui che si fa beffe di coloro che ci provano! Benché spesso scherniti, quelli che pongono fiducia in Cristo non hanno nessun motivo di vergognarsi, poiché sono gli schernitori che saranno scherniti da Dio!

5 Egli parlerà loro nella sua ira, e nel suo furore li renderà smarriti: 6 “Sono io”, dirà, “che ho stabilito il mio re sopra Sion, il mio monte santo”.

L’assurdità delle congiure dei popoli si manifesta proprio in questo: la parola di Dio a cui essi rifiutano di dare ascolto (perché preferiscono i propri vani consigli), la dovranno nondimeno ascoltare, e non avranno scelta se non inchinarsi sottomessi al suo giudizio. Coloro che tentano di ribellarsi alla parola di Dio saranno da essa atterriti nel giorno in cui non sarà più una parola di salvezza ma di ira. In un modo o nell’altro, “ogni lingua confess[erà] che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre” (Fil. 2,10-11).

La Storia della Chiesa in un Anno: Il Concilio di Costantinopoli II e la Supremazia di Dio (19/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: Il Concilio di Costantinopoli II e la Supremazia di Dio (19/52)

Chi non confessa che il Padre, il Figlio e lo Spirito santo hanno una sola natura o sostanza, una sola virtù e potenza, poiché essi sono Trinità consostanziale, una sola divinità da adorarsi in tre ipostasi, o persone, sia anatema… Se qualcuno afferma … che il Dio Verbo si è unito col Cristo nato dalla donna, o che egli è in lui come uno in un altro; e non confessa invece, un solo e medesimo signore nostro Gesù Cristo, Verbo di Dio, che si è incarnato e fatto uomo … costui sia anatema… Chi non scomunica … tutti gli altri eretici, condannati e scomunicati dalla santa chiesa cattolica e apostolica e dai quattro predetti santi concili … e persiste nella propria empietà fino alla morte, sia anatema (Anatemismi contro i “Tre Capitoli”, I, III, IV).

Il motivo per cui l’imperatore bizantino Giustiano I convocò il quinto concilio ecumenico, tenuto a Costantinopoli nel 553 d.C., fu semplice: c’era il bisogno di riaffermare in termini inequivocabili le verità bibliche riconosciute dai quattro concili precedenti (Nicea, Costantinopoli I, Efeso, Calcedonia) riguardanti le quali rimasero alcuni dubbi nei particolari. Ad esempio, alcune chiese sospettavano che la Definizione di Calcedonia segnasse una ricaduta nell’errore nestoriano, suddividendo Cristo in due persone. Il concilio ribadì la posizione calcedonese e condannò il nestorianesimo attraverso quattordici anatemismi contro i cosiddetti “Tre Capitoli”, alcuni scritti nestoriani compresi quelli di Teodoro di Mopsuestia ormai considerato il padre dell’eresia.

Il concilio si adoperò anche per esplicitare l’implicita teo-logica di Calcedonia riassunta dalla duplice concezione di an-ipostasi ed en-ipostasi. Questi termini, coniati da Leonzio di Bizantio (485ca-543 d.C.), precisarono la relazione tra le due nature di Cristo. An-ipostasi (“non persona”) significa che l’umanità di Gesù non aveva la sua esistenza prima del o indipendente dal Figlio di Dio che si incarnò. Dall’altro canto, en-ipostasi (“in persona”) significa che nell’incarnarsi, il Figlio di Dio diede una piena e vera esistenza all’umanità di Gesù di Nazaret, il figlio nato dalla vergine Maria e crocifisso sotto Ponzio Pilato.

In sostanza, l’an-ipostasi e l’en-ipostasi sottolineano l’assoluta supremazia di Dio. Come nella persona di Cristo, noi dipendiamo totalmente dalla grazia di Dio per la nostra intera esistenza, eppure quella dipendenza ci rende totalmente responsabili per la nostra vita nei confronti di Dio. Dall’incarnazione impariamo che “tutto di Dio” non significa “niente di noi” ma “tutto di noi”. Questa teo-logica ci fornisce, dunque, il modo per comprendere la relazione tra l’assoluta sovranità di Dio e la piena responsabilità dell’umanità.

Altri atti notevoli del concilio furono la condanna dell’apocatastasi (ovvero la salvezza universale) e l’affermazione della verginità perpetua di Maria. Quest’ultima dimostra che anche i concili ecclesiali possono errare e che le loro dichiarazioni devono essere sempre sottoposte alla supremazia della Parola di Dio che, in fin dei conti, pronuncia sempre l’ultima parola. Questo è, infatti, il significato più profondo del quinto concilio ecumenico.