Giovanni 11: La Risurrezione e la Vita

1) Affinché crediate… (Giovanni 20:30-31)

A) Lo scopo di Giovanni

Nel nostro studio di Giovanni, abbiamo fatto costante riferimento al prologo (1:1-18) per ricordarci sempre dei temi centrali del vangelo. La Parola che nel principio era con Dio ed era Dio stesso è diventata carne per abitare tra di noi e così farci conoscere il Dio che nessuno ha mai visto. Ma non abbiamo ancora guardato in avanti, alla conclusione nel 20:30-31, dove Giovanni esplicita il motivo per cui ha scritto questo vangelo. Leggiamolo adesso:

30 Ora Gesù fece in presenza dei {suoi} discepoli molti altri segni, che non sono scritti in questo libro; 31 ma questi sono stati scritti affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome.

Ecco chiaramente lo scopo di Giovanni: affinché crediamo in Gesù. Certo, questo non è l’obiettivo più grande perché “credendo, abbiate vita nel suo nome”. La destinazione finale è la vita eterna in Gesù, la partecipazione nella sua vita che ha vinto il peccato e la morte e che ci permette di dimorare nella presenza di Dio per tutta l’eternità. Ma, come Gesù stesso dichiara in 14:6, la fede in lui è l’unica strada che conduce a questa destinazione, ed è dunque la fede che ha per noi un’importanza determinante.

Se colleghiamo l’inizio e la fine del vangelo, vediamo così il quadro completo: la Parola di Dio è diventata carne in Gesù Cristo per farci conoscere Dio affinché noi, conoscendolo tramite quanto è stato scritto, crediamo in lui e riceviamo la vita eterna. Quindi, è la conoscenza di Dio rivelata in Gesù che precede e crea la fede. E, anche se Giovanni avrebbe potuto scrivere altro (i “molti altri segni che non sono scritti in questo libro”), quello che ha scritto è sufficiente per condurci alla fede. In altre parole, nessuno, dopo aver letto il vangelo di Giovanni, può dire di aver ancora bisogno di altro per credere — altre prove, altre testimonianze, altre rivelazioni — perché quel è stato scritto basta “affinche crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio”.

B) Il problema della morte

Teniamo presente tutto ciò quando cominciamo a riflettere su Giovanni 11, in cui troviamo la storia della risurrezione di Lazzaro, l’amico di Gesù. Teniamolo presente, perché è proprio qui che Giovanni ci aiuta a superare uno dei più grandi ostacoli alla fede: credere che Dio è amore nonostante la sofferenza nel mondo, e soprattutto la morte che mette fine a tutto. Anche una vita vissuta nelle migliori condizioni immaginabili sotto il sole non può scappare da questa dura realtà. Grande o piccolo, ricco o povero, bello o brutto, buono o cattivo, ogni essere umano finisce nella tomba. Le altre difficoltà, afflizioni, e angoscie della vita sono solo un pallido riflesso della sorte che prima o poi deve toccare a tutti.

Ora, questo cosiddetto “problema del male” è antico quanto il mondo e diffuso come l’aria che respiriamo. In qualche modo, tutte le religioni e filosofie cercano di farsene una ragione. Ma il problema del male e della morte diventa particolarmente acuto quando si tratta del Dio rivelato in Gesù, colui che è definito come “amore” (1 Giovanni 4:8, 16). Come riconciliare il Dio che è amore con l’esistenza del male e della morte? Sarebbe molto più facile riconciliare Dio con l’esistenza del male e della morte se lui fosse definito invece “cattivo” o “crudele” o “maligno”. Ma il Dio che è amore, e amore soltanto? Molti pensano infatti che sia impossibile credere in Dio data la realtà del mondo in cui viviamo. L’obbiezione viene spesso formulata così: se un dio esiste, non può essere il Dio della Bibbia, perché se fosse onnipotente, non sarebbe un dio d’amore; oppure, se fosse un dio d’amore, non sarebbe onnipotente, altrimenti non ci permetterebbe di soffrire e morire. Di conseguenza, molti ritengono l’idea di Dio, almeno com’è rivelato nelle Scritture, letteralmente incredibile, perché è diametralmente opposta alle nostre esperienze.

C) La soluzione di Giovanni 11

In Giovanni 11, questo problema — concentrato nella malattia e la morte di Lazzaro — viene direttamente affrontato. Giovanni sa che questo problema è grave, che sembra insormontabile, e quindi riferisce questo fatto per rispondere, affinché, anche di fronte a quel male che affligge e infine distrugge la vita, possiamo credere in Gesù e, credendo, abbiamo la vita nel suo nome. Fino a questo punto nel vangelo, abbiamo visto dei segni che anticipano la salvezza e la nuova creazione che Dio intende fare: la trasformazione dell’acqua in vino, la purificazione del tempio, la guarigione dei malati, il miracoloso provvedimento di pane in un luogo deserto. Però, se Dio viene meno proprio nel momento più critico — quando arriva il ladro Morte per scassinare e rubare la vita umana — tutto il resto risulterà vano e insensato. Dunque, “affinché crediamo”, è assolutamente necessario che si trovi una soluzione al problema della morte; o più specificamente, una soluzione che ci permetta di credere nel Dio che è amore nonostante la realtà della morte.

Ecco l’importanza di Giovanni 11. Ma prima una breve premessa: bisogna notare che, per rispondere al problema della morte, Giovanni non ci dà una spiegazione ma una storia. Non dobbiamo aspettarci dunque di scoprire qualche sillogismo logico che tolga ogni mistero o slogan motivazionale che allevi ogni dolore. La vita è troppo complessa, e le vie di Dio sono troppo inscrutabili che possiamo sbarazzarci di ogni dubbio riguardo alla questione. Giovanni 11 invece ci racconta una storia, una storia che non ci fornisce un principio “onni-esplicativo” ma ci invita piùttosto ad aggrapparci a una Persona onnipotente e onniamorevole.

2) L’amore onnipotente che lascia morire (Giovanni 11:1-18)

1 C’era un ammalato, un certo Lazzaro di Betania, del villaggio di Maria e di Marta, sua sorella. Maria era quella che unse il Signore di olio profumato e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; Lazzaro, suo fratello, era malato. Le sorelle dunque mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». Gesù, udito ciò, disse: «Questa malattia non è per la morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio sia glorificato».

Or Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro; come ebbe udito che egli era malato, si trattenne ancora due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Torniamo in Giudea!» I discepoli gli dissero: «Rabbì, proprio adesso i Giudei cercavano di lapidarti, e tu vuoi tornare là?» Gesù rispose: «Non vi sono dodici ore nel giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; 10 ma se uno cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui». 11 Così parlò; poi disse loro: «Il nostro amico Lazzaro si è addormentato, ma vado a svegliarlo». 12 Perciò i discepoli gli dissero: «Signore, se egli dorme sarà salvo». 13 Or Gesù aveva parlato della morte di lui, ma essi pensarono che avesse parlato del dormire del sonno. 14 Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto, 15 e per voi mi rallegro di non essere stato là, affinché crediate; ma ora, andiamo da lui!» 16 Allora Tommaso, detto Didimo, disse ai condiscepoli: «Andiamo anche noi, per morire con lui!» 17 Gesù dunque, arrivato, trovò che Lazzaro era già da quattro giorni nel sepolcro. 18 Or Betania distava da Gerusalemme circa quindici stadi, 19 e molti Giudei erano andati da Marta e Maria per consolarle del [loro] fratello.

I lineamenti della storia sono abbastanza semplici. Un uomo di nome Lazzaro, fratello di Maria e Marta e amico di Gesù, si ammala e sta sulla soglia della morte. Lazzaro abita con le sue sorelle a Betania, un piccolo villaggio nei dintorni di Gerusalemme, e mandano a chiamare Gesù, sapendo che lui è capace di guarire Lazzaro prima che muoia. In questo periodo, Gesù rimane fuori da Gerusalemme perché i Giudei lì sono decisi che Gesù deve essere ucciso, ma la sua ora non è ancora venuta. Gesù alla fine arriva, ma troppo tardi per guarire Lazzaro; l’ammalato ormai è morto e già sepolto nella tomba. Chi conosce questa storia sa già come andrà a finire: Gesù è potente non solo sulla malattia ma anche sulla morte, e quindi risusciterà Lazzaro e chiamarlo fuori dalla tomba.

Riassunta così, la storia di Lazzaro è già forte, perché non succede tutti i giorni che i morti risuscitino. Ma il vero potere di questa storia sta nei piccoli dettagli che richiedono più riflessione per capire il loro significato. Non possiamo in una sola mezz’oretta approfondire tutto, quindi considerate questo studio come un inizio e uno stimolo a ulteriore riflessione da parte vostra. Evidenzierò per voi alcuni di questi dettagli significativi e farò qualche commento al riguardo, ma spetterà a voi portare avanti la riflessione che certamente ripagherà molte volte il tempo impiegato per farlo.

Il primo dettaglio da notare è come Giovanni mette in risalto l’amore di Gesù per Lazzaro. L’uomo malato non è uno qualsiasi; nel v.3 è “colui che tu [Gesù] ami è malato”. Nell’appello di Maria e Marta, questo fatto chiaramente accentua l’urgenza della situazione: “Gesù, il tuo molto amato amico sta per morire; quindi vieni subito!” Ma questo non è solo una strategia retorica, perché Giovanni stesso poi commenta nel v.5 che “Gesù amava” Lazzaro e non solo: amava anche Marta e Maria. E come se questo non bastasse per convincerci, Giovanni riporta ancora nel v.36 come “i Giudei dicevano: «Guarda come lo amava!»” dopo che essi hanno visto Gesù piangere davanti alla tomba dove Lazzaro era sepolto. Ben tre volte, quindi, il testo insiste che Gesù amava Lazzaro, e quanto l’amava vista la sua angoscia davanti alla tomba!

Bisogna poi notare un secondo dettaglio importante: il potere di Gesù di fronte alla morte. Per chi conosce Gesù e ha visto altri segni da lui compiuti, è ormai scontato che lui è capace di guarire i malati. La conoscenza di questo suo potere è implicita nella richiesta di Maria e Marta. Anche se non glielo chiedono esplicitamente, il loro messaggio a Gesù: “Signore, ecco, colui che tu ami è malato” lascia intendere il loro desiderio: “Vieni presto perché solo tu puoi salvare Lazzaro dalla morte!” La fiducia delle sorelle in Gesù è evidente dopo quando sia Marta sia Maria gli dicono: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto” (vs.21, 32).

In questo modo, il testo ci costringe a concludere sia che Gesù amava tantissimo Lazzaro e le sue sorelle sia che Gesù aveva il potere di guarire Lazzaro e salvargli la vita. Ricordando che è in Gesù che veniamo a conoscere Dio, dobbiamo concludere inoltre che non esiste veramente una contraddizione tra l’amore e la potenza di Dio. Forse non comprendiamo, di fronte al male e alla morte, come Dio può essere sia amorevole che onnipotente, ma, dopo aver letto la storia di Lazzaro, nessuno può usare questo problema per giustificare la propria incredulità perché, detto semplicemente, in Gesù vediamo sia il Dio che ama sia il Dio che può salvare da ogni male.

Ma questo non significa che la fede deve chiudere gli occhi al problema del male. Anzi, Giovanni risponderebbe che il problema è in realtà più grave di quanto lo scettico pensi! Questo è il terzo dettaglio importante che ci potrebbe facilmente sfuggire. Rileggiamo vs.5-6 con grande attenzione:

Or Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro; come ebbe udito che egli era malato, si trattenne ancora due giorni nel luogo dove si trovava.

Purtroppo questa traduzione, la Nuova Riveduta, offusca un po’ il collegamento cruciale tra questi due versetti. Leggiamoli nella Nuova Diodati che è più chiara:

Or Gesú amava Marta, sua sorella e Lazzaro. Come dunque ebbe inteso che Lazzaro era malato, si trattenne ancora due giorni nel luogo dove egli era.

La parola chiave è “dunque” nel v.6, e rende sconvolgente tutta questa vicenda. Gesù amava Lazzaro e le sue sorelle, e “dunque”, per questo motivo “si trattenne ancora due giorni”, facendo in modo da arrivare troppo tardi per poter guarire Lazzaro. Ma come? Se avessi scritto io questo capitolo, avrei detto invece: “Or Gesù amava Marta, sua sorella e Lazzaro; tuttavia si trattenne ancora due giorni”. Ma il testo dice il contrario: Gesù si trattiene e non viene subito quando sente che Lazzaro sta per morire proprio perché ama lui e le sue sorelle. È l’amore di Gesù che lo costringe a non venire in tempo per guarire Lazzaro! È perché Gesù ama Lazzaro e le sue sorelle così tanto che si trattiene ancora due giorni deliberatamente per lasciare che Lazzaro muoia! Ma che tipo di amore è questo? Possiamo chiamarlo “amore”? Forse è meglio chiamarlo “indifferenza” o “negligenza” o persino “odio”! Oggi, se un medico lasciasse morire deliberatamente un suo paziente, sarebbe legalmente colpevole di un grave reato! Immaginiamo se poi, per difendersi in tribunale, un tale medico direbbe di averlo fatto per il suo grande amore del paziente. Lo chiameremmo pazzo, o psicopatico!

Così infatti molti accusano Dio, se esiste, di non essere amorevole, o di non essere potente da salvare. Ed è proprio qui nella storia di Lazzaro che giungiamo al punto decisivo dove dobbiamo rispondere alla seguente domanda: vogliamo insistere che Dio abbia torto perché non si conforma al nostro concetto di “amore”, o siamo disposti ad ammettere di avere torto noi nel modo in cui spesso pensiamo cos’è l’amore di Dio e lasciarci istruire dalla sua parola? Per dirlo in termini paolini: vogliamo continuare a essere conformati al pensiero del mondo, o ci lasceremo trasformare “mediante il rinnovamento della [nostra] mente” (Romani 12:2)? Se optiamo (come spero!) per il rinnovamento della nostra mente, dobbiamo accettare che l’amore onnipotente di Dio è quello che a volte dice di no, che si trattiene e arriva in ritardo alle nostre richieste, e persino che lascia morire.

3) L’amore onnipotente che piange (Giovanni 11:20-37)

20 Come Marta ebbe udito che Gesù veniva, gli andò incontro; ma Maria stava seduta in casa. 21 Marta dunque disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto; 22 {ma} anche adesso so che tutto quello che chiederai a Dio, Dio te lo darà». 23 Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà». 24 Marta gli disse: «Lo so che risusciterà, nella risurrezione, nell’ultimo giorno». 25 Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà, 26 e chiunque vive e crede in me, non morirà mai. Credi tu questo?» 27 Ella gli disse: «Sì, Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che doveva venire nel mondo».

28 Detto questo, se ne andò e chiamò di nascosto Maria, sua sorella, dicendole: «Il Maestro è qui, e ti chiama». 29 Ed ella, udito questo, si alzò in fretta e andò da lui. 30 Or Gesù non era ancora entrato nel villaggio, ma era sempre nel luogo dove Marta lo aveva incontrato. 31 Perciò i Giudei che erano in casa con lei e la consolavano, vedendo che Maria si era alzata in fretta ed era uscita, la seguirono, supponendo che si recasse al sepolcro a piangere. 32 Appena Maria fu giunta dov’era Gesù e lo ebbe visto, gli si gettò ai piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto». 33 Quando Gesù la vide piangere, e vide piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, fremette nello spirito, si turbò e disse: 34 «Dove lo avete deposto?» Essi gli dissero: «Signore, vieni a vedere!» 35 Gesù pianse. 36 Perciò i Giudei dicevano: «Guarda come lo amava!» 37 Ma alcuni di loro dicevano: «Non poteva, lui che ha aperto gli occhi al cieco, far sì che questi non morisse?»

Forse a questo punto, ci troviamo a dire con gli ex-discepoli di Gesù in 6:60: “Questo parlare è duro; chi può ascoltarlo?” Però, se siamo convinti, come lo era Pietro, che non abbiamo nessun altro a cui andare che abbia “parole di vita eterna” (6:68), ci aggrapperemo più forte che mai a Gesù, anche se non capiamo tutto. Ma grazie a Dio, la storia di Lazzaro non finisce qui, e proseguendo nella lettura scopriamo che pur essendo l’amore onnipotente che lascia morire, l’amore onnipotente di Dio è quello che piange insieme a noi, che prova ogni tristezza del nostro cuore, che non rimane distante o indifferente dalle nostre sofferenze ma che s’immedesima con noi nei momenti più difficili della vita, l’amore che ci accompagna attraverso la valle dell’ombra della morte (Salmo 23:4).

Questo fatto mi stupisce tutte le volte che leggo questa storia. Secondo me, Giovanni 11:35 è, nonostante la sua semplicità, una delle frasi più sbalorditive in tutta la Bibbia: “Gesù pianse”. Nel v.38, vediamo quanto infatti è profondo il lamento di Gesù davanti alla tomba del suo amico: “Gesù dunque, fremendo di nuovo in se stesso, andò al sepolcro”. Le parole qui nel greco originale trasmettono il senso di grande turbamento emotivo, una tristezza che si trasforma in rabbia, un’angoscia così profonda che non può essere espressa in parole. Questo è come Gesù pianse davanti alla tomba di Lazzaro: non in modo superficiale o insincero ma con tutto il peso tremendo e devastante che accompagna la perdita di un caro.

Ciò che rende il pianto di Gesù ancora più stupefacente è il fatto che avrebbe potuto guarire Lazzaro prima che morisse, e che era pienamente consapevole del miracolo che avrebbe presto compiuto per risuscitarlo. Il nostro concetto dell’amore di Dio, dunque, deve essere abbastanza grande da poter comprendere anche questo.  Sarebbe facile pensare che, siccome Gesù è arrivato deliberatamente in ritardo, non avrebbe dovuto poi piangere per ciò che lui stesso ha permesso. Sarebbe altrettanto facile pensare che Gesù non avrebbe dovuto piangere perché sapeva che avrebbe presto riabbracciato il suo amico!

Ma di nuovo dobbiamo lasciarci istruire dalla parola di Dio e non da quello che riteniamo logico o ragionevole. L’amore che ha lasciato morire Lazzaro è lo stesso amore che piange profondamente davanti alla tomba di Lazzaro anche se intende richiamare Lazzaro dalla morte. In altre parole, non dobbiamo correre con fretta dall’inizio di questa storia alla sua risoluzione. Nella nostra riflessione, dobbiamo trascorrere un bel po’ di tempo insieme a Gesù davanti alla tomba e, vedendo le sue lacrime e ascoltando i suoi singhiozzi e sentendo il suo corpo fremere di angoscia, dobbiamo meravigliarci del suo amore che cammina con noi attraverso la valle dell’ombra della morte, anche quando è stato lo stesso amore che all’inizio ci ha condotto in quella valle. È il nostro concetto dell’amore di Dio capace di comprendere tutti e due questi fatti?

4) L’amore onnipotente che risuscita i morti (Giovanni 11:38-46)

38 Gesù dunque, fremendo di nuovo in se stesso, andò al sepolcro. Era una grotta, e una pietra era posta all’apertura. 39 Gesù disse: «Togliete la pietra!» Marta, la sorella del morto, gli disse: «Signore, egli puzza già, perché siamo al quarto giorno». 40 Gesù le disse: «Non ti ho detto che se credi, vedrai la gloria di Dio?» 41 Tolsero dunque la pietra. Gesù, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre, ti ringrazio perché mi hai esaudito. 42 Io sapevo bene che tu mi esaudisci sempre; ma ho detto questo a motivo della folla che mi circonda, affinché credano che tu mi hai mandato». 43 Detto questo, gridò ad alta voce: «Lazzaro, vieni fuori!» 44 Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti da fasce, e il viso coperto da un sudario. Gesù disse loro: «Scioglietelo e lasciatelo andare». 45 Perciò molti dei Giudei che erano venuti da Maria, e che avevano visto ciò che egli aveva fatto, credettero in lui. 46 Ma alcuni di loro andarono dai farisei e raccontarono loro quello che Gesù aveva fatto.

L’amore di Dio non intende però lasciarci in quella valle per sempre. Gesù piange davanti alla tomba di Lazzaro, ma non si arrende alla sua sorte. Poiché ci ama, s’identifica con noi nelle nostre sofferenze. Ma poiché il suo amore è onnipotente, s’impegna a liberarcene, e persino da quel nemico che ci è sempre risultato invincibile, la morte. Per dimostrare questo in modo tangibile, Gesù non permette che la morte di Lazzaro abbia l’ultima parola. Gesù è la Parola di Dio, e sarà lui ad avere l’ultima parola. E quello che vediamo qui al punto culminante della storia stupisce ancora per la sua semplicità. Davanti alla tomba, Gesù comanda ad alta voce: “Lazzaro, vieni fuori!” (v.43).

E così, il morto torna in vita e esce dalla tomba. Non c’è qui qualche rito sofisticato, l’invocazione di qualche potere superiore, l’uso di qualche innovazione tecnologica. Solo queste tre parole bastano per fare ciò che l’uomo con tutta la sua intelligenza e genialità non è mai riuscito, e non riuscirà mai, a fare: vincere la morte. E queste tre parole fanno rivivere Lazzaro non perché abbiano qualche potere in sé; qualsiasi altro lì presente avrebbe potuto dirle senza aver nessun risultato. No, queste tre semplici parole risuscitano il morto perché provengono da colui che è la Parola di Dio incarnata, colui che nel principio ha formato l’uomo dalla terra e che in grado di riformarlo anche dopo la sua morte.

Ma dobbiamo essere chiari su un certo punto. Ciò che Gesù fa nei confronti di Lazzaro è un segno. La risurrezione di Lazzaro non costituisce il compimento della nuova creazione; non è un miracolo da ripetersi nei confronti di tutti i credenti che muoiono. Come segno, è un’anteprima della nuova creazione, una prefigurazione che infonde speranza di cose future che non si vedono ancora. Ma come segno, è solo un’anteprima, solo una prefigurazione. E lo sappiamo perché la vita a cui Lazzaro è tornato non era la vita eterna e incorruttibile che sarà nostra nei nuovi cieli e la nuova terra. Lazzaro poteva, e doveva, morire di nuovo (12:10).

Ma come segno, la risurrezione di Lazzaro non è neanche da sottovalutare in quanto fornisce una prova concreta e convincente che ciò che Dio nel suo amore vuole fare per noi è anche onnipotente a farlo. Se Dio lascia morire coloro che ama perché li ama, e anche perché lui intende risuscitarli a nuova vita. Rileggiamo vs.25-26:

25 Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà, 26 e chiunque vive e crede in me, non morirà mai. Credi tu questo?» 

Far vedere questo è il punto centrale dell’intera storia. Come succede nel vangelo di Giovanni, Gesù dà testimonianza di se stesso nelle sue parole, e conferma la sua testimonianza attraverso i suoi segni. Gesù è la luce del mondo, e quindi restituisce la vista all’uomo cieco. Gesù è il pane della vita, e quindi moltiplica poco pane per sfamare un’enorme folla. Qui, Gesù si rivela come “la risurrezione e la vita”, e quindi riporta in vita un uomo morto. E come sempre, questa testimonianza riguarda Gesù stesso. Gesù non solo dà la luce; egli è la luce. Gesù non solo dà il pane; egli è il pane. Così anche qui: Gesù non solo dà nuova vita; egli è nuova vita.

In altre parole, Gesù vuole farci sapere che la risurrezione e la vita si possono avere solo in quanto si ha Gesù. La vita eterna non è un dono che Gesù ci dà separato dalla sua persona. Essere risuscitati dalla morte e ricevere il dono della vita eterna sono solo modi diversi per dire: essere uniti a Gesù, partecipare alla sua vita, come un ramo viene innestato all’albero e vive perché riceve i nutrienti e la linfa dalle radici e dal tronco. Il ramo non ha nessuna vita in sé; se viene troncato dall’albero, muore. Così noi non abbiamo, né avremo mai la vita eterna in noi stessi, ma solo in quanto siamo “innestati” all’albero che è Gesù e della sua vita che come linfa scorre nelle vene della nostra anima.

Com’è che veniamo uniti a Gesù come rami innestati all’albero? Gesù risponde: “chi crede in me, anche se muore, vivrà”. È per fede. Ricordiamoci lo scopo di Giovanni:

Questi sono stati scritti affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome. (20:31).

E se riflettiamo bene, scopriamo che questa è la risposta di Gesù al problema del male e della morte. Abbiamo già detto che non c’è nessuna contraddizione tra l’amore di Dio e la sua onnipotenza. Anzi, notando che Gesù non è arrivato in tempo per guarire Lazzaro perché l’amava, abbiamo imparato che l’amore onnipotente di Dio a volte dice di no alle nostre richieste, che si trattiene, che non interviene in tempo, che lascia morire. E Dio fa questo non a dispetto del suo amore ma a causa del suo amore per noi. Ma non abbiamo ancora scoperto perché questo trattenersi, questo arrivare troppo tardi, questo lasciar morire è l’espressione e non la contraddizione del suo amore. Quindi, chiediamo: perché? È possibile spiegare perché questo è infatti amore e non indifferenza, negligenza o odio?

Sì, è possibile. È sempre Gesù che è la risposta alle nostre domande. Abbiamo prima evidenziato l’accento posto in questa storia sull’amore, per quanto strano e scandaloso alle nostre sensibilità, che Gesù aveva per Lazzaro e le sue sorelle. Adesso bisogna rimarcare anche l’accento posto da Gesù sulla fede:

40 Gesù le disse: «Non ti ho detto che se credi, vedrai la gloria di Dio?»

41 Gesù, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre, ti ringrazio perché mi hai esaudito. 42 Io sapevo bene che tu mi esaudisci sempre; ma ho detto questo a motivo della folla che mi circonda, affinché credano che tu mi hai mandato».

Particolarmente importante è ciò che Gesù dice ai discepoli prima di partire:

14 Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto, 15 e per voi mi rallegro di non essere stato là, affinché crediate…»

Qui Gesù dice “apertamente” il motivo per cui non ha risposto subito alla richiesta di Maria e Marta e ha lasciato invece che Lazzaro morisse: per creare in loro (e in noi che leggiamo!) la fede. Solo rifiutando di guarire Lazzaro e lasciandolo morire Gesù ha potuto dimostrare di essere la risurrezione e la vita. Certo, avrebbe potuto guarire Lazzaro prima, ma così si sarebbe dimostrato solo un potente guaritore o un bravissimo medico.

Ma noi abbiamo bisogno di più. Il nostro nemico più grande non è la malattia ma la morte. Se Gesù fosse potente da guarire i malati ma non da risuscitare i morti, non sarebbe un vero salvatore. Se l’amore di Dio ci potesse aiutare nella sofferenza ma non nella morte, non sarebbe degno della nostra fiducia. No, abbiamo bisogno di un salvatore potente da risuscitare i morti e del Dio il cui amore ci conserva persino attraverso la valle della morte. E per dimostrarsi questo potente salvatore e Dio amorevole, Gesù ha dovuto lasciar morire Lazzaro, perché solo così ha potuto, nel risuscitarlo, dare un segno concreto e convincente di essere la risurrezione e la vita, e di essere degno di tutta la nostra fiducia.

Quindi, possiamo riassumere tutto così: tanto è importante che crediamo in Gesù che Dio è disposto anche a lasciar morire se questo è quello che serve per portarci alla fede. L’amore è, in fondo, ciò che vuole bene all’altro, che gli vuole infatti il bene più grande. Ora, se il nostro bene più grande è di avere la vita eterna, e se possiamo avere la vita eterna solo credendo in Gesù, allora tutto quello che serve per condurci alla fede in Gesù è amore. Siccome la fede in Gesù è più importante della salute, più importante ancora della vita stessa, allora Dio ci ama quando fa ciò che occorre per portarci a essa, anche fino a lasciar morire. Questo è infatti il motivo per cui Gesù dice che seguire lui significa morire con lui, e con queste sue parole da Luca 9:23-24 concludiamo:

23 Diceva poi a tutti: «Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua. 24 Perché chi vorrà salvare la sua vita la perderà, ma chi avrà perduto la propria vita per causa mia la salverà.

Amen.

Giovanni 7: Il Dio Velato

1) La Parola che rivela Dio

Arrivando al capitolo 7 del vangelo di Giovanni, “dopo queste cose” (v.1) riportate nel capitolo 6, ci vuole poco prima che ci accorgiamo di dover trattare una questione spinosa. Se, com’è necessario, teniamo sempre presente il prologo di Giovanni (1:1-18) mentre leggiamo questo capitolo, c’imbattiamo subito in una difficoltà. Se è vero che Gesù, la Parola di Dio, è venuto nel mondo per farci conoscere il Dio che nessuno ha mai visto, perché allora c’è così tanta confusione su chi è? Se la Parola è diventata carne per rivelare la gloria di Dio, perché la gente non riesce a vederla? Se Dio vuole che abbiamo idee chiare su chi è e qual è il suo proposito per noi, perché non ce le fa avere in modo che non rimanga più nessun dubbio? Questa domanda infatti è centrale in Giovanni 7. Notiamo quante volte, nonostante i tanti segni e discorsi di Gesù, c’è ancora tanta perplessità, e persino conflitto, sulla sua identità:

12 Vi era tra la folla un gran mormorio riguardo a lui. Alcuni dicevano: «È un uomo per bene!», altri dicevano: «No, anzi, svia la gente!» 13 Nessuno però parlava di lui apertamente, per paura dei Giudei.

15 Perciò i Giudei si meravigliavano e dicevano: «Come mai conosce le Scritture senza aver fatto studi?»

20 La gente rispose: «Tu hai un demonio! Chi cerca di ucciderti?»

25 Perciò alcuni di Gerusalemme dicevano: «Non è questi colui che cercano di uccidere? 26 Eppure, ecco, egli parla liberamente e non gli dicono nulla. Che i capi abbiano riconosciuto per davvero che egli è il Cristo? 27 Eppure, costui sappiamo di dov’è; ma quando il Cristo verrà, nessuno saprà di dove egli sia».

35 Perciò i Giudei dissero tra di loro: «Dove andrà dunque ché noi non lo troveremo? Andrà forse da quelli che sono dispersi tra i Greci, a insegnare ai Greci? 36 Che significano queste sue parole: “Voi mi cercherete e non mi troverete” e: “Dove io sarò, voi non potete venire”?»

40 Una parte dunque della gente, udite quelle parole, diceva: «Questi è davvero il profeta». 41 Altri dicevano: «Questi è il Cristo». Altri, invece, dicevano: «Ma è forse dalla Galilea che viene il Cristo? 42 La Scrittura non dice forse che il Cristo viene dalla discendenza di Davide e da Betlemme, il villaggio dove stava Davide?» 43 Vi fu dunque dissenso, tra la gente, a causa sua.

La domanda suscitata da questo capitolo non si limita solo ai Giudei all’epoca di Gesù; resta tuttora una domanda diffusa e pertinente. Quanto più facile, pensiamo, sarebbe testimoniare Gesù se Dio scrivesse nel cielo con le nuvole: “Io sono Dio! Credete in Gesù come vostro Signore e Salvatore!” Quanto più facile sarebbe parlare di lui se lui, come al battesimo di Gesù, desse conferma con la sua propria voce dicendo: “Questi sono i miei servi; ascoltateli!” E quanto più facile sarebbe credere se Dio si manifestasse in modo visibile e tangibile agli occhi di tutti. Sarebbe molto più difficile, se non impossibile, essere atei o agnostici nei suoi confronti, no? Perché invece sembra che Dio si veli, si nasconda, lasciando il mondo nelle tenebre di così tante religioni e filosofie false? Se Dio ha così tanto “amato il mondo che ha dato il suo unigenito Figlio affinché chiunque crede in lui non perisca ma abbia vita eterna” (3:16), perché non si rivela in modo che tutti non possano fare altro che credere?

Così infatti i fratelli di Gesù lo esortano a fare all’inizio di Giovanni 7:

Or la festa dei Giudei, detta delle Capanne, era vicina. [Questa festa, si ricordi, era una delle tre feste che gli ebrei erano obbligati a celebrare a Gerusalemme] 3 Perciò i suoi fratelli gli dissero: «Parti di qua e va’ in Giudea, affinché anche i tuoi discepoli vedano le opere che tu fai. Poiché nessuno agisce in segreto quando cerca di essere riconosciuto pubblicamente. Se tu fai queste cose, manifèstati al mondo».

A primo sguardo, i fratelli di Gesù (che, sì, sono i suoi veri fratelli, nati dopo di lui a Giuseppe e Maria dopo per vie naturali) sembrano essere motivati da buone intenzioni, ma Giovanni subito aggiunge il seguente commento:

Poiché neppure i suoi fratelli credevano in lui.

Qui vediamo perché è importante sapere (contrario all’insegnamento della Chiesa di Roma) che questi sono i veri fratelli di Gesù. Questi sono quelli che sono cresciuti insieme a Gesù, nella stessa famiglia, con gli stessi genitori, che dunque conoscono Gesù meglio di tutti gli altri. E se neppure loro credono in lui dopo tutto questo tempo, se pretendono che Gesù si manifesti in modo più chiaro e convincente prima di credere, allora che speranza c’è che qualcun altro crederà?

Per quanto inquietante, questa domanda lo diventa ancora di più nel caso di qualcuno che (a differenza dei fratelli di Gesù) sembra cercare il Signore con un sincero desiderio di credere ma non riesce a trovarlo, qualcuno che vuole sentire la sua voce ma sente solo il silenzio, qualcuno che chiede qualche piccolo segno della sua presenza ma non vede niente. Che facciamo nei confronti di chi echeggia le parole di Giobbe:

23:3 Oh, sapessi dove trovarlo! Potessi arrivare fino al suo trono! Esporrei la mia causa davanti a lui, riempirei d’argomenti la mia bocca. 5 Saprei quel che mi risponderebbe, capirei quello che avrebbe da dirmi…. Ma ecco, se vado a oriente, egli non c’è; se a occidente, non lo trovo; se a settentrione, quando vi opera, io non lo vedo; si nasconde egli a sud, io non lo scorgo.

Possiamo dunque formulare la difficoltà di Giovanni 7 con la seguente domanda: se in Gesù Dio è rivelato, perché invece rimane velato agli occhi di così tante persone? Una risposta, che è anche giusta, è che queste persone semplicemente non vogliono vedere, non vogliono capire, non vogliono credere. Come dice Giovanni 3:20:

Perché chiunque fa cose malvagie odia la luce e non viene alla luce, affinché le sue opere non siano scoperte.

Ma pur essendo giusta, questa risposta è solo parziale. Dobbiamo anche considerare che cosa ci insegna Giovanni 7.

2) La Parola che vela Dio

La risposta che troviamo in Giovanni 7 (in concomitanza con gli ultimi versetti del capitolo 6) è tutt’altro che confortante, almeno all’inizio. Innanzitutto, notiamo cosa dice il primo versetto:

1 Dopo queste cose, Gesù se ne andava per la Galilea, non volendo fare altrettanto in Giudea perché i Giudei cercavano di ucciderlo.

La prima frase: “Dopo queste cose” è molto importante perché collega ciò che segue nel capitolo 7 — in particolare la confusione, il dissenso e anche la rabbia violenta dei Giudei nei confronti di Gesù — con gli avvenimenti del capitolo 6. Quindi ci conviene ripassarli brevemente. Giovanni 6 apre con un altro dei segni miracolosi di Gesù, la moltiplicazione dei pani per la grande folla. Dopo, quando Gesù se ne va a un altro luogo e la folla lo segue, cercandolo “per farlo re” (v.15), Gesù risponde con un lungo discorso sulla vera natura del “pane che viene dal cielo” (v.32), l’unico pane che dà la vita eterna (v.27), il pane che è Gesù stesso (v.35). Il risultato è che molti si scandalizzano, “molti dei suoi discepoli, dopo aver udito, dissero: «Questo parlare è duro; chi può ascoltarlo?»” (v.60). Anziché accontentarli con un parlare più ‘orecchiabile’, Gesù gli rivolge altre parole dure e, di conseguenza, leggiamo che “da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui” (v.66). Sembra che Gesù stia provando deliberatamente a provocarli, a offenderli, a ridurre il numero dei suoi discepoli, proprio l’opposto dell’evangelizzazione!

Magari — potremmo pensare — si tratta solo di un caso eccezionale, o magari abbiamo solo noi capito male la sua intenzione. Certamente Gesù vuole attirare la gente a sé, non respingerla! Vuole farsi conoscere, non nascondersi! Ma quest’idea non sopravvive all’assalto del capitolo 7 quando Gesù, rispondendo all’appello dei suoi fratelli di manifestarsi pubblicamente alla festa a Gerusalemme, rifiuta completamente dicendo:

… «Il mio tempo non è ancora venuto; il vostro tempo, invece, è sempre pronto. Il mondo non può odiare voi; ma odia me, perché io testimonio di lui che le sue opere sono malvagie. Salite voi alla festa; io non salgo a questa festa, perché il mio tempo non è ancora compiuto». Dette queste cose, rimase in Galilea.

Ora, potremmo dedurre che Gesù rifiuti di andare a Gerusalemme perché lì i Giudei “cercavano di ucciderlo” (vs.1). È una spiegazione plausibile, ma non corretta. Se Gesù temesse la morte, non avrebbe fatto quel che leggiamo nel v.14:

14 Verso la metà della festa, Gesù salì al tempio e si mise a insegnare.

E ancora nei vv.37-38:

37 Nell’ultimo giorno, il giorno più solenne della festa, Gesù stando in piedi esclamò: «Se qualcuno ha sete, venga a me e beva. 38 Chi crede in me, come ha detto la Scrittura, fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno».

Facendo così, Gesù mette a rischio la sua vita, un fatto notato anche dalla gente nei vv.25-26. Quindi, il motivo principale per cui Gesù rifiuta di manifestarsi apertamente alla festa non può essere che abbia paura di morire. Gesù è pienamente consapevole che alcuni dei Giudei vogliono arrestarlo, ma è anche consapevole che nessuno gli metterà le mani addosso …

… perché l’ora sua non era ancora venuta. (v.30)

Quando Gesù dice che non salirà alla festa, vuol dire che non salirà con i suoi fratelli e nel modo in cui vogliono loro. Gesù ha ogni intenzione di andarci, confermato dal fatto che:

10 Ma quando i suoi fratelli furono saliti alla festa, allora vi salì anche lui; non palesemente, ma come di nascosto.

In netto contrasto con la pretesa dei suoi fratelli che lui si presenti a Gerusalemme come un VIP all’Ariston per il Festival di San Remo, Gesù ci va da solo, quasi in segreto, per evitare in tutti i modi di fare scalpore quando arriva.

Riassumiamo e consideriamo adesso gli straordinari fatti riferiti in questo capitolo: Gesù, venuto nel mondo per far conoscere Dio e il suo proposito, evita di farsi conoscere in modo chiaro e indubitabile proprio nel momento in cui ha l’occasione di farlo davanti al maggior numero possibile di persone. E se si chiede perché, non si può rispondere che Gesù fa questo involontariamente. Abbiamo visto che Gesù ha esplicitamente rifiutato la richiesta dei suoi fratelli di manifestarsi in modo eclatante e indiscutibile alla festa, che c’è andato piuttosto “come di nascosto”. E non si può rispondere nemmeno che Gesù lo fa per paura di morire; sa che l’ora sua non è ancora venuta.

Quindi, abbiamo una sola risposta che ci lascia sconvolti: Gesù vuole che la situazione descritta in Giovanni 7 sia così. Gesù non vuole chiarire ogni dubbio della gente. Gesù non vuole risolvere ogni dissenso. Gesù non vuole togliere ogni perplessità. Gesù non vuole presentarsi con prove talmente convincenti che tutti devono per forza riconoscere chi è. Diversamente, Gesù vuole rivelarsi ma solo in modo velato. Gesù vuole farsi conoscere ma solo in modo ‘difficilmente’ conoscibile. Se, come abbiamo imparato in Giovanni 5, il volere del Padre e del Figlio è un solo volere, dobbiamo concludere che quando Dio vuole rivelarsi, si rivela solo in modo velato. Quando Dio vuole farsi conoscere, si fa conoscere solo in modo ‘difficilmente’ conoscibile.

Perciò, per chi è familiare con il Gesù di Giovanni 7, non sarà sorprendente che Dio non fornisca prove innegabili della sua esistenza, che non dia segni visibili della sua presenza, che non si rivolga a noi con una voce udibile. È certamente capace di fare tutto ciò, e non bisogna escludere la possibilità che lo faccia in qualche caso raro, ma in Gesù scopriamo che in generale lui non lo fa perché non vuole farlo. Vuole invece rivelarsi in modo che rimanga allo stesso tempo velato a un gran numero di persone. Molti lo possono cercano, ma Dio non sempre vuole farsi trovare, come infatti Gesù dice nei vv.33-34:

33 Perciò Gesù disse: «Io sono ancora con voi per poco tempo, poi me ne vado a colui che mi ha mandato. 34 Voi mi cercherete e non mi troverete; e dove io sarò, voi non potete venire».

Questo è il Dio rivelato in Gesù. Siamo sgomenti?

3) La Parola che vela Dio per rivelarLo

A questo punto, è giusto chiedere: “ma perché?”. È giusto chiederlo, in primis perché il testo stesso c’invita a farlo, ma anche perché conoscere Dio è la cosa più importante della vita. Se la Parola è diventata carne per farci conoscere Dio, perché allora fa sì che quella conoscenza rimanga in gran parte inconoscibile? E come allora possiamo essere certi di conoscere Dio?

La risposta a queste domande la troviamo principalmente nei vv.14-24. La frase chiave si trova nel v.24 quando Gesù esorta i Giudei a:

24 Non giudicate secondo l’apparenza, ma giudicate secondo giustizia».

Cosa vuol dire? Chiaramente dobbiamo guardare i versetti precedenti. Cominciamo al v.21:

21 Gesù rispose loro: «Un’opera sola ho fatto, e tutti ve ne meravigliate. 22 Mosè vi ha dato la circoncisione (non che venga da Mosè, ma viene dai padri); e voi circoncidete l’uomo in giorno di sabato. 23 Se un uomo riceve la circoncisione di sabato affinché la legge di Mosè non sia violata, vi adirate voi contro di me perché in giorno di sabato ho guarito un uomo tutto intero?

Questa “opera sola” a cui Gesù si riferisce è quella narrata in Giovanni 5 quando ha guarito un paralitico, sempre a Gerusalemme (e quindi bene nota tra i Giudei), in giorno di sabato. I Giudei poi hanno condannato Gesù di aver trasgredito la legge del sabato e hanno anche cominciato a cercare di ucciderlo. Secondo Gesù, i Giudei hanno fatto così perché hanno giudicato “secondo l’apparenza” e non “secondo giustizia”. Per portare a galla la loro ipocrisia, Gesù cita l’esempio della circoncisione. Nella legge di Mosè, i bambini maschili andavano circoncisi l’ottavo giorno dopo la loro nascita (Levitico 12:3). Ma c’era un problema quando capitava che l’ottavo giorno era un sabato. Si creava un’apparente contraddizione. Per ubbidire alla legge della circoncisione, il bambino andava circonciso anche di sabato. Ma per ubbidire alla legge del sabato, il bambino non andava circonciso perché era un “lavoro”. Che fare allora? I Giudei risolvevano il dilemma cercando di intuire il vero “spirito” della legge, e concludevano che la circoncisione aveva precedenza sul sabato. Anche se, giudicando “secondo l’apparenza”, i Giudei violavano il sabato per circoncidere un bambino nell’ottavo giorno, essi si ritenevano giusti nel farlo perché giudicavano invece secondo la vera giustizia richiesta dalla legge.

Gesù parla dunque della capacità di discernere la verità che sulla superficie non è sempre subito apparente. Ciò che appare come un’infrazione della legge può essere invece l’adempimento della stessa quando il suo vero significato è compreso. Ecco perché Gesù sostiene che i Giudei sbagliavano nel condannarlo per aver guarito il paralitico in giorno di sabato: giudicavano solo secondo l’apparenza e non secondo la vera giustizia che la legge del sabato richiedeva. Non è la guarigione di un paralitico la massima espressione del riposo previsto dal sabato?

Ma notiamo che questo discorso di Gesù risponde all’accusa dei Giudei nel v.20:

20 La gente rispose: «Tu hai un demonio! Chi cerca di ucciderti?»

Vediamo qui che il conflitto più grande tra Gesù e i Giudei non riguarda questioni interpretative della legge mosaica, ma (come abbiamo visto ripetutamente in questo capitolo) l’identità di Gesù. È Gesù riempito da un demonio o dallo Spirito Santo? È Gesù il figlio del diavolo o il Figlio di Dio? Nell’accusare Gesù di avere un demonio, i Giudei giudicavano di nuovo “secondo l’apparenza”, ma questa volta in maniera molto più grave, quasi oltre il cosiddetto “punto del non ritorno”. Ma ricordiamoci: questo è il punto a cui Gesù costringe tutti ad arrivare, dove bisogna o condannarlo come il diavolo o cadere in ginocchio davanti a lui come il Signore.

Era proprio per spingere i Giudei a questo punto di decisione che Gesù gli ha detto nel v.19:

19 Mosè non vi ha forse dato la legge? Eppure nessuno di voi mette in pratica la legge! Perché cercate di uccidermi?»

Queste sono parole veramente provocatorie e offensive. Gesù sta nel tempio, nel cuore della fede giudaica, dove l’intero edificio e tutto il sistema esistono solo per adempiere la legge, dove i Giudei lì presenti impiegano tutte le loro forze e dedicano ogni aspetto della loro vita a questo unico scopo, di mettere in pratica tutta quanta la legge in ogni suo minimo dettaglio. E qui Gesù osa dire che nessuno di loro lo fa? Come si permette? Non è sorprendente che loro si arrabbiano e l’accusano di avere un demonio!

Questa però non è la prima volta che Gesù gli rivolge questa critica. Sempre nel capitolo 5, dopo la guarigione del paralitico, Gesù dichiara:

45 Non crediate che io sia colui che vi accuserà davanti al Padre; c’è chi vi accusa, ed è Mosè, nel quale avete riposto la vostra speranza. 46 Infatti, se credeste a Mosè, credereste anche a me; poiché egli ha scritto di me. 47 Ma se non credete ai suoi scritti, come crederete alle mie parole?

Questo ci aiuta a capire come mai Gesù può dire a questi Giudei devoti e zelanti che nonostante la loro scrupolosa osservanza della legge, non la mettono in pratica. Se avessero giudicato secondo giustizia, avrebbero capito che il vero scopo della legge di Mosè è di dare testimonianza di Gesù, e che l’unico modo dunque per mettere in pratica la legge è di credere in lui! Ma loro giudicavano secondo l’apparenza, e quindi potevano vedere Gesù solo come un demonio.

Abbiamo adesso una risposta parziale alla nostra domanda. Se la rivelazione di Dio rimane velata alla maggioranza, come possiamo essere certi di poterla apprendere? Bisogna penetrare nel profondo sotto la superficie. Bisogna discernere tra il vero e l’ovvio. Bisogna giudicare secondo giustizia e non secondo l’apparenza. In altre parole, bisogna guardare Gesù con gli occhi della fede. Ascoltiamo attentamente le parole di Gesù nei vv.16-18:

16 Gesù quindi rispose loro: «La mia dottrina [il termine tradotto “dottrina” significa semplicemente “insegnamento” in greco] non è mia, ma di colui che mi ha mandato. 17 Se uno vuole fare la volontà di lui, conoscerà se questa dottrina è da Dio o se io parlo di mio. 18 Chi parla di suo cerca la propria gloria; ma chi cerca la gloria di colui che l’ha mandato, è veritiero e non vi è ingiustizia in lui.

Gesù afferma ciò che il vangelo di Giovanni ha sempre sostenuto sin dal primo capitolo: Gesù è l’unica Parola per mezzo della quale Dio si rivela al mondo. L’insegnamento di Gesù non è di un maestro qualsiasi; è l’insegnamento che proviene da Dio stesso. Ma — e questo è il punto cruciale — solo chi “vuole fare la volontà” di Dio conoscerà questo insegnamento è da Dio. Cioè, solo chi crede già in lui, solo chi ha un cuore disposto a ubbidire alla sua sovrana volontà, solo chi ha rinunciato a qualsiasi presunzione di poter giudicare la sua parola e si lascia invece giudicare da essa, solo chi cerca non la propria gloria ma la gloria di Dio, solo questa persona sarà in grado di “giudicare secondo giustizia” e non “secondo l’apparenza”, e di poter conoscere Dio com’è rivelato in Gesù.

È chiaro in Giovanni 7 che non bisogna vedere per poter credere, ma bisogna credere per poter vedere! A questo punto nel vangelo, quanti segni hanno già visto i Giudei, compresa la guarigione del paralitico, eppure concludono che Gesù ha un demonio! La rivelazione di Dio rimane velata a tutti se non a quelli che la vedono con gli occhi della fede. La conoscenza di Dio, pur essendo completa in Gesù, è inconoscibile a tutti se non a quelli dal cuore umile e ubbidiente. La parola di Dio, pur essendo rivolta a tutti, è incomprensibile a tutti se non a quelli che abbandonano ogni forma di auto-giustificazione e si sottomettono senza riserve al suo giudizio.

Questo spiega perché Gesù rifiuta di fare un’apparenza strepitosa alla festa: avrebbe solo incoraggiato la gente a giudicare “secondo l’apparenza”. Questo spiega anche perché ancora oggi non esaudisce le nostre richieste (o più spesso alle nostre pretese!) di manifestarsi nei modi che noi esigiamo, secondo i criteri della fede che noi abbiamo stabilito, di darci le prove che ci permetterebbero di camminare per visione e non per fede. Se Dio sopraffacesse ogni dubbio o dissenso, se costringesse ogni ateo o agnostico di riconoscere la sua esistenza, se impiegasse la sua onnipotenza per distruggere ogni idolo, se gridasse ad alta voce in tutto il mondo, se mettesse segni nelle stelle e gettasse fuoco dal cielo, non lascerebbe spazio alla fede. Ma il Dio velato — il Dio rivelato in Gesù! — è il Dio che si può conoscere solo per fede.

Da che cosa si può riconoscere la fede che giudica secondo giustizia e distinguerla ogni altra forma di conoscenza che giudica secondo l’apparenza? Essa si accontenta di una sola cosa: la parola di Dio. Come Gesù ha detto nel capitolo 6:

63 È lo Spirito che vivifica; la carne non è di alcuna utilità; le parole che vi ho dette sono spirito e vita.

Qui Pietro è il modello della fede che vede ciò che rimane velato alla maggioranza che volta le spalle a Gesù:

67 Perciò Gesù disse ai dodici: «Non volete andarvene anche voi?» 68 Simon Pietro gli rispose: «Signore, da chi andremmo noi? Tu hai parole di vita eterna!»

Gesù ha le parole di vita eterna e nessun altro! Solo le sue parole — che ci sono state trasmesse nelle sacre Scritture — ci conferiscono spirito e vita! Altro non è di alcuna utilità! Senza la parola di Dio, nessun’altra rivelazione di Dio (per quanto miracolosa o tangibile) sarà mai sufficiente. Con la parola di Dio, nessun’altra rivelazione di Dio sarà mai necessaria.

Concludiamo tornando alla nostra domanda “perché”. Se la Parola è diventata carne per far conoscere Dio al mondo, perché fa sì che quella conoscenza rimanga inconoscibile a tutti se non a quelli che la ricevono con fede e ubbidienza? L’unica risposta che possiamo dare è quella accennata nella frase: “il mio tempo non è ancora venuto” (v.6). Sappiamo che il tempo a cui Gesù si riferisce è l’ora della sua morte sulla croce quando compirà la sua missione, la salvezza del mondo. Quell’ora sarà anche l’apice della rivelazione della gloria di Dio in lui (12:23-28). Ma chi potrebbe mai vedere la gloria di Dio nell’orrore della croce? Chi potrebbe comprendere l’amore di Dio nella violenza e nell’odio della croce? Chi potrebbe discernere la massima manifestazione della potenza di Dio nella totale debolezza di un uomo crocifisso? Non chi giudica secondo l’apparenza, ma solo chi guarda quell’uomo crocifisso con gli occhi della fede. E deve essere così! Solo in Cristo crocifisso Dio ha potuto salvare il mondo, e solo in Cristo crocifisso ha potuto rivelarsi al mondo, e quindi solo chi per fede vede il Cristo dietro il velo del crocifisso comprenderà questa salvezza e questa rivelazione.

Qui le parole di Paolo in 1 Corinzi 1:21-24 sono particolarmente adatte:

21 Poiché il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria sapienza, è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione. 22 I Giudei infatti chiedono miracoli e i Greci cercano sapienza, 23 ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo e per gli stranieri pazzia; 24 ma per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio.

Che Dio conceda a tutti la fede per conoscere Cristo nella predicazione del vangelo. Amen!

Luca 9:1-27: Il Potere e La Passione del Regno di Dio

1) Il Potere del Regno (9:1-9)

Gesù, convocati i dodici, diede loro potere e autorità su tutti i demòni e di guarire le malattie. Li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire {i malati}. E disse loro: «Non prendete nulla per il viaggio: né bastone, né sacca, né pane, né denaro, e non abbiate tunica di ricambio. In qualunque casa entrerete, rimanete lì e da lì ripartite. Quanto a quelli che non vi riceveranno, uscendo da quella città, scuotete [persino] la polvere dai vostri piedi, in testimonianza contro di loro». Ed essi, partiti, andavano di villaggio in villaggio, evangelizzando e operando guarigioni dappertutto.

Erode il tetrarca udì parlare di tutti quei fatti; ne era perplesso, perché alcuni dicevano: «Giovanni è risuscitato dai morti», altri dicevano: «È apparso Elia» e altri: «È risuscitato uno degli antichi profeti». Ma Erode disse: «Giovanni l’ho fatto decapitare; chi è dunque costui del quale sento dire queste cose?» E cercava di vederlo.

In questo capitolo nel v.51, vedremo che “mentre si avvicinava il tempo in cui sarebbe stato tolto dal mondo, Gesù si mise risolutamente in cammino per andare a Gerusalemme.” Per questo motivo, leggiamo nel v.1 che “Gesù, convocati i dodici, diede loro potere e autorità su tutti i demòni e di guarire le malattie. Li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire {i malati}”. Le istruzioni di Gesù agli apostoli, riportate nei vv.2-5, riguardano questo momento specifico nel ministero di Gesù è perciò non sono applicabili a noi oggi. L’importanza di divulgare il messaggio di Gesù in tutti i villaggi della Galilea prima della sua crocifissione era talmente urgente che gli apostoli non dovevano appesantirsi di cose non strettamente necessarie a questa missione. Leggeri per essere veloci, questo era il ragionamento degli ordini di Gesù. 

Non dovremmo dunque perdere di vista il punto saliente qui: il potere del regno di Dio e della conseguente urgenza di ravvedersi alla luce di esso. Gesù pone l’accento sull’inevitabilità dell’arrivo del suo regno. Gli apostoli devono “annunciare il regno di Dio” e darne prove guarendo i malati e scacciando demoni. Questi segni servivano a dimostrare il potere del regno di Dio, testimoniando così che esso stava arrivando indipendentemente dal volere umano. Persino i suoi opponenti non sono in grado di ostacolarlo, perché gli apostoli, “uscendo da quella città” che l’aveva rifiutato, devono “scuotere la polvere” dai loro piedi “in testimonianza contro di loro” (v.5). Il loro rifiuto non può impedire che il regno arrivi (proprio come nessuno potrà trattenere Gesù dall’mettersi “risolutamente in cammino per andare a Gerusalemme” per morire e risuscitare). Il loro rifiuto vuol dire solo che a loro il regno porterà rovina e non la salvezza che è il suo unico scopo. Gli apostoli devono chiamare gli abitanti di questi paesi al ravvedimento ma non possono forzargli la mano. Devono, e possono, solo essere fedeli al comando di Gesù.

Il breve commento inserito qui riguardante Erode sembra sottolineare questo fatto. Erode aveva fatto decapitare Giovanni il battista, il profeta che aveva preparato la via del Signore e del suo regno predicando un messaggio di ravvedimento. Erode, come già sappiamo, aveva imprigionato Giovanni per la sua predicazione e qui Luca ci informa che l’aveva fatto anche decapitare. Erode, insomma, rappresentava l’opposizione del potere umano contro la promessa del regno di Dio. Quando sente parlare di Gesù, però, Erode ne rimane perplesso, chiedendosi come sia possibile tutto ciò. Nel mettere fine alla vita Giovanni, Erode si riteneva capace di mettere fine anche al messaggio che egli predicava, ma non era così. Che si uccida Giovanni, che si uccida pure Gesù, ma nulla può impedire che il regno di Dio arrivi col potere sulla terra. Anzi, l’opposizione umana di questo tipo, come vedremo alla fine di Luca, contribuisce solo al compimento del piano sovrano di Dio.

L’applicazione pratica per noi è molto semplice. Nel testimoniare il vangelo, non dovremmo mai avere paura di nulla. Non dovremmo mai lasciarci intimidire da nessuno, neanche uno come Erode. La vittoria del regno di Dio è sicura perché il suo potere è invincibile.

2) La Possibilità della Missione (9:10-17)

10 Gli apostoli ritornarono e raccontarono a Gesù tutte le cose che avevano fatte; ed egli li prese con sé e si ritirò in disparte verso una città chiamata Betsàida. 11 Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono; ed egli li accolse e parlava loro del regno di Dio, e guariva quelli che avevano bisogno di guarigione.

12 Or il giorno cominciava a declinare; e i dodici, avvicinatisi, gli dissero: «Lascia andare la folla, perché se ne vada per i villaggi e per le campagne vicine per trovarvi cibo e alloggio, perché qui siamo in un luogo deserto». 13 Ma egli disse loro: «Date loro voi da mangiare». Ed essi obiettarono: «Noi non abbiamo altro che cinque pani e due pesci; a meno che non andiamo noi a comprar dei viveri per tutta questa gente». 14 Perché c’erano circa cinquemila uomini. Ed egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di una cinquantina». 15 E così li fecero accomodare tutti. 16 Poi Gesù prese i cinque pani e i due pesci, alzò lo sguardo al cielo e li benedisse, li spezzò e li diede ai suoi discepoli perché li distribuissero alla gente. 17 Tutti mangiarono e furono saziati, e dei pezzi avanzati si portarono via dodici ceste.

Proseguendo nel capitolo, leggiamo la storia di uno dei miracoli più famosi di Gesù, la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Cominciamo a scopriamo il significato di questo episodio quando notiamo come “gli apostoli ritornarono e raccontarono a Gesù tutte le cose che avevano fatte”. Senza dubbio hanno fatto cose meravogliose, guarendo i malati e scacciando i demoni come Gesù. In questo modo dimostrano che stanno diventando ciò che Gesù gli aveva promesso, “pescatori di uomini”. Ma la loro formazione non è ancora completa, e Gesù coglie l’occasione di insegnargli una lezione indispensabile. Il contesto è questo: Gesù si ritira in disparte con i suoi discepoli, ma la folla li segue ed egli le parla ancora del regno di Dio e guarisce i malati. Alla fine della giornata, i discepoli chiedono a Gesù di “lasciar andare la folla perché se ne vada per i villaggi e per la campagne vicine per trovarvi cibo e alloggio”. L’ordine di Gesù sembra però assurdo: “date loro voi da mangiare”. I discepoli naturalmente rimangono confusi: “Noi non abbiamo altro che cinque pani e due pesci”. Come possono allora dare da mangiare a circa cinquemila uomini, non contando le donne e i bambini?

La risposta è semplice: non possono farlo. Perché dunque Gesù gli ordina di fare qualcosa di impossibile? Vuole insegnargli che la missione che li ha mandati a compiere nei villaggi della Galilea (e la missione che li manderà a compiere dopo la sua ascensione) non dipende dalle loro capacità ma dalle sue. La missione di annunciare il regno di Dio e di chiamare il mondo al ravvedimento è tanto impossible quanto l’ordine di dare da mangiare a migliaia di persone con solo cinque pani e due pesci. Considerando le nostre risorse e il bisogno del mondo, ci verrebbe solo da obiettare come i discepoli, lamentandoci dell’impossibilità del nostro incarico.

Ma ciò che è impossibile per noi non lo è per Gesù. Lo dimostra chiaramente quando prende i cinque pani e i due pesci e, dopo aver pregato, li spezza e li dà ai discepoli per distribuirli alla folla. Miracolosamente, dopo essere passati per le mani di Gesù, quei pani e pesci diventano più che sufficienti per provvedere ai bisogno della gente, lasciando addirittura dodici ceste di pezzi avanzati. Questo segno — una cesta avanzata per ognuno dei dodici apostoli — implica che quando i discepoli dipendono pienamente e solamente da Gesù, avranno non solo abbastanza per compiere la loro missione ma anche ciò che occorre a loro stessi. In tutto questo, non saranno mai gli apostoli a fornire né la forza né le risorse necessarie al compimento della loro vocazione. Solo Gesù può farlo, e con questo segno Gesù promette che lo farà. Così, il potere del regno di Dio manifestato nei vv.2-9 è qui dimostrato di dipendere esclusivamente dalla persona di Gesù Cristo.

Ancora un’applicazione per noi che si aggancia a quella di prima: non dobbiamo mai pensare che la nostra incapacità di testimoniare Gesù — come la nostra incapacità di ubbidire a qualsiasi comandamento del Signore — significhi che non possiamo farlo o che ne siamo esenti. Se Gesù ci dà un compito da fare, anche se sembra impossibile, sarà lui a farlo in noi e per mezzo di noi. Sarà lui a prendere i nostri pochi pani e pesci e usarli per sfamare il mondo intero.

3) La Passione del Cristo (7:18-27)

18 Mentre egli stava pregando in disparte, i discepoli erano con lui; ed egli domandò loro: «Chi dice la gente che io sia?» 19 E quelli risposero: «Alcuni dicono Giovanni il battista; altri, Elia, e altri, uno dei profeti antichi che è risuscitato». 20 Ed egli disse loro: «E voi, chi dite che io sia?» Pietro rispose: «Il Cristo di Dio». 21 Ed egli ordinò loro di non dirlo a nessuno, e aggiunse: 22 «Bisogna che il Figlio dell’uomo soffra molte cose e sia respinto dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, sia ucciso e risusciti il terzo giorno».

23 Diceva poi a tutti: «Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua. 24 Perché chi vorrà salvare la sua vita la perderà, ma chi avrà perduto la propria vita per causa mia la salverà. 25 Infatti, che serve all’uomo guadagnare tutto il mondo, se poi perde o rovina se stesso? 26 Perché se uno ha vergogna di me e delle mie parole, il Figlio dell’uomo avrà vergogna di lui, quando verrà nella gloria sua e del Padre e dei santi angeli. 27 Ora io vi dico in verità che alcuni di quelli che sono qui presenti non gusteranno la morte, finché non abbiano visto il regno di Dio».

Dopo tutto quello che gli apostoli hanno visto e udito fin qui, sarebbe comprensibile se avessero comunque l’idea sbagliata circa il regno di Dio e del potere del suo Re. Ecco Gesù che nessun altro potere, nemmeno un potente come Erode, riesce a fermare. Ecco Gesù che con cinque pani e due pesci sfama migliaia di persone. Certamente questo è un re che tutti vorremmo, un re in grado di soddisfare ogni nostro desiderio, un re che potremmo usare per realizzare ogni nostri sogno, un re che, se fosse dalla nostra parte, ci faremmo diventare invincibili.

Ma questo non è il Re che Gesù è. Non è lo scopo della sua missione. Non è il modo in cui si rivela il suo potere. Il suo regno non è solo una forma più efficace e potente di qualsiasi altro regno umano. No, il regno di Dio fa irruzione nel mondo, travolgendo ogni altro regno e potere e instaurando una realtà radicalmente e imprevidibilmente nuova. Gesù è un re che ridimensiona totalmente il concetto di potere, che mette in discussione ogni sistema politico, filosofico, religioso, scientifico e altro. Gesù, in altre parole, è il Cristo di Dio la cui missione è di soffrire, di morire, e poi di vincere la morte mediante la sua risurrezione.

Questa rivelazione cade come una bomba atomica sui discepoli, e per questo motivo non erano ancora in grado di capirla né di farla conoscere ad altri. L’avranno compresa nel futuro, ma solo dopo la risurrezione e l’ascensione di Gesù e con la discesa dello Spirito. Alla fine del vangelo, Luca riporterà il seguente in 24:44-48

44 Poi disse loro: «Queste sono le cose che io vi dicevo quand’ero ancora con voi: che si dovevano compiere tutte le cose scritte di me nella legge di Mosè, nei profeti e nei Salmi». 45 Allora aprì loro la mente per capire le Scritture e disse loro: 46 «Così è scritto, che il Cristo avrebbe sofferto e sarebbe risorto dai morti il terzo giorno, 47 e che nel suo nome si sarebbe predicato il ravvedimento per il perdonodei peccati a tutte le genti, cominciando da Gerusalemme. 48 Voi siete testimoni di queste cose».

Solo dopo la risurrezione di Gesù i discepoli capiranno il vero potere del regno di Dio rivelato nell’apparente debolezza della croce, la vera vittoria di Gesù rivelata nella sua apparente sconfitta, e la vera liberazione che è venuto per portare, la liberazione dal peccato e dalla morte.

Ma ora, rivelato tutto questo, è anche chiaro il significato delle parole di Gesù che seguono nel testo di oggi:

23 Diceva poi a tutti: «Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua. 24 Perché chi vorrà salvare la sua vita la perderà, ma chi avrà perduto la propria vita per causa mia la salverà. 25 Infatti, che serve all’uomo guadagnare tutto il mondo, se poi perde o rovina se stesso?  26 Perché se uno ha vergogna di me e delle mie parole, il Figlio dell’uomo avrà vergogna di lui, quando verrà nella gloria sua e del Padre e dei santi angeli.

Se il potere del regno di Dio è manifestato nella passione della croce, se il nostro Maestro è venuto per rinunciare a se stesso e prendere la sua croce per ubbidire alla volontà di suo Padre, è ovvia qual è sarà l’applicazione per noi oggi: se vogliamo far parte di questo regno e se vogliamo seguire questo Re, anche noi dobbiamo rinunciare a noi stessi, prendere la nostra croce — ogni giorno! — e seguirlo. Paradossalmente, sarà nel perdere la nostra vita per causa di Gesù che essa sarà alla fine salvata. Certo, soffriremo, saremo perseguitati, e alcuni di noi, come Giovanni il battista, saranno messi a morte. Ma se non abbiamo vergogna di Gesù e delle sue parole, se invece testimoniamo con franchezza e fedeltà anche quando il mondo ci maltratta, sappiamo che Gesù, la cui opinione conta di più, non avrà vergogna di noi quando ritorna per portare a compimento il suo regno. Se questo sembra difficile (o anche impossibile!), ricordiamoci bene la lezione di questo capitolo: l’invincibile potere del regno di Dio è all’opera in noi, e quando noi non abbiamo le forze per portare la nostra croce, sarà Gesù sempre a farlo per noi, come ha già fatto al nostro posto.

Marco 15:6-39: La Crocifissione del Figlio di Dio

1) Il Giusto Condannato Come Colpevole (15:6-39)

Ad ogni festa egli era solito liberare loro un carcerato, quello che essi domandavano. Vi era allora in prigione un tale, chiamato Barabba, insieme ad alcuni ribelli i quali avevano commesso un omicidio durante una rivolta. E la folla, salita, cominciò a chiedere che facesse per loro come era solito fare. E Pilato rispose loro: «Volete che io vi liberi il re dei Giudei?» 10 Perché sapeva che i capi dei sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia. 11 Ma i capi dei sacerdoti incitarono la folla perché piuttosto liberasse loro Barabba. 12 Pilato si rivolse di nuovo a loro, dicendo: «Che volete dunque che io faccia di colui che chiamate il re dei Giudei?» 13 Ed essi di nuovo gridarono: «Crocifiggilo!» 14 Pilato disse loro: «Ma che male ha fatto?» Ma essi gridarono più forte che mai: «Crocifiggilo!» 15 Pilato, volendo soddisfare la folla, liberò loro Barabba; e consegnò Gesù, dopo averlo flagellato, perché fosse crocifisso.

Al capitolo 15, giungiamo finalmente al momento culminante del vangelo di Marco. È il venerdì della Pasqua ebraica, solo cinque giorni dopo la “domenica delle palme” quando Gesù, entrando a Gerusalemme, è stato acclamato il Messia promesso, il re lungo aspettato, il figlio di Davide che avrebbe inaugurato il regno di Dio sulla terra. Questa è infatti l’aspettativa sin dall’inizio del vangelo, da quando Gesù all’inizio del suo ministero pubblico in Galilea predicava che “il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino”.

Mentre predicava, Gesù compiva anche opere potenti e meravigliose — guarendo i malatti, scacciando i demoni, sfamando gli affamati, calmando le tempeste, risuscitando i morti — come segni dell’arrivo del regno, segni di come il mondo sarà quando Dio regna in terra come in cielo. Ma il vangelo ha subito una svolta imprevista quando Gesù ha cominciato a dire che non avrebbe compiuto la sua missione finché non sarebbe andato a Gerusalemme per essere condannato a morte e crocifisso. Paradossalmente, il regno di Dio, e la salvezza che esso porta, non vincerà il male, il maligno, e la morte se non attraverso ciò che sembrerà una sconfitta — la crocifissione di Gesù.

Perché? Il motivo è quello che abbiamo visto in tanti e vari modi, l’ultimo dei quali è la vicenda che avviene immediatamente prima della crocifissione. Gesù, dopo essere stato tradito da Giuda e condannato dal tribunale ebraico, viene consegnato a Pilato, il prefetto romano della Giudea, per pronunciare ed eseguire la sentenza di morte. È qui che riprendiamo la narrativa di Marco. L’ultima opzione che rimane a Pilato per poter salvare la vita a un uomo che gli appare totalmente innocente è l’usanza di liberare un prigioniero durante la festa di Pasqua. Tale era una mossa destinata a placare i fermenti rivoluzionari che spesso si suscitavano in modo particolarmente forte durante la festa. La preferenza della folla, incitata dai capi religiosi, è però inequivocabile: liberare Barabba, un prigioniero colpevole di omicidio, e crocifiggere Gesù, il vero innocente.

Non è una coincidenza che questo succede pochi momenti prima della crocifissione. Perché, come Gesù ha insistito più volte, era necessario che egli morisse in croce? Perché solo così, sostituendosi al posto del colpevole, poteva il colpevole essere salvato e liberato. Secondo Marco, lo scambio di posti tra Gesù e Barabba — il giusto per l’ingiusto — è lo stesso scambio avvenuto tra Gesù e tutti noi. Come l’apostolo Pietro scriverà anni dopo: “Anche Cristo ha sofferto una volta per i peccati, lui giusto per gli ingiusti, per condurvi a Dio” (1 Pt. 3:18). Non solo l’ingiusto Barabba, ma tutti gli ingiusti, compresi anche noi, i lettori della lettera di Pietro! Mentre leggiamo la narrativa seguente, Marco vuole che noi lo teniamo a mente: Gesù ha subito tutto questo volentieri per salvare noi che eravamo prigioneri del peccato e della morte, senza speranza e senza forza di liberarci da soli.

2) Il Crocifisso Incoronato Come Re (15:16-27)

A) L’incoronazione di Gesù (vv.16-20)

16 Allora i soldati lo condussero nel cortile interno, cioè dentro il pretorio, e radunarono tutta la coorte. 17 Lo vestirono di porpora e, dopo aver intrecciata una corona di spine, gliela misero sul capo 18 e cominciarono a salutarlo: «Salve, re dei Giudei!» 19 E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, mettendosi in ginocchio, si prostravano davanti a lui. 20 Dopo averlo schernito, lo spogliarono della porpora, lo rivestirono delle sue vesti e lo condussero fuori per crocifiggerlo. 

Così Pilato pronuncia condanna Gesù a morte, e lo consegna ai soldati che lo crocifiggeranno. Se nei versetti precedenti Marco ha sottolineato l’aspetto vicario della morte di Gesù, qui sottolinea l’aspetto regale, cioè che la sua crocifissione è paradossalmente la sua incoronazione e intronizzazione come Re dei Giudei e Signore del mondo. Marco evidenzia come i soldati, per farsi beffe di Gesù, lo vestono di porpora, gli mettono sul capo una corona di spine, e prostrandosi davanti a lui lo salutano: “Salve, re dei Giudei!” Tutto questo, ovviamente, è inteso dai soldati come una grande presa in giro. Chiamano Gesù “re” con il massimo di sarcasmo; lo vestono come re per metterlo in ridicolo; si mettono in ginocchio per umiliarlo.

Ma il motivo per cui Marco riporta questo è perché i soldati, senza accorgersene, fanno il contrario di quello che pensano. Questo è il momento dell’incoronazione di Gesù, quando egli sta per compiere la sua vittoria regale e rivendicare il suo diritto di essere il Signore di tutti. I soldati non fanno altro che anticipare l’onore che ogni essere umano un giorno gli renderà, come dice l’apostolo Paolo in Filippesi 2:10-11, quando “nel nome di Gesù si piegherà ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sotto terra, e ogni lingua confesserà che Gesù Cristo è il Signore”.

B) L’intronizzazione di Gesù (vv.21-27)

21 Costrinsero a portare la croce di lui un certo Simone di Cirene, padre di Alessandro e di Rufo, che passava di là tornando dai campi. 22 E condussero Gesù al luogo detto Golgota, che tradotto vuol dire «luogo del teschio». 23 Gli diedero del vino mescolato con mirra, ma non ne prese.24 Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirandole a sorte per sapere quello che ciascuno dovesse prendere. 25 Era l’ora terza quando lo crocifissero. 26 L’iscrizione indicante il motivo della condanna diceva: «Il re dei Giudei».27 Con lui crocifissero due ladroni, uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra.

Marco evidenzia questa verità ancora quando narra quello che succede dopo. Come tutti condannati a morte, Gesù deve portare la croce fino al luogo dove sarà crocifisso. Giunto al luogo dell’esecuzione, chiamato appropriatamente “luogo del teschio”, Gesù viene inchiodato e innalzato sulla croce in mezzo a due ladroni, “uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra”. Quest’ultima frase è identica a quella usata da Giacomo e Giovanni nel capitolo 10 per chiedere a Gesù i posti più prestigiosi e importanti accanto al suo trono. Adesso, però, vediamo che lungi da essere posti prestigiosi e importanti, sono piuttosto i posti più vergognosi e represensibili. Ma sono sempre i due posti accanto al re sul suo “trono”: non un trono d’oro ma di legno, non un piedistallo di gloria ma un patibolo di tortura.

E come se il significato di quest’evento non fosse ancora chiaro, Marco riporta anche l’iscrizione posta sopra la testa di Gesù indicante il motivo della sua condanna: “Il re dei Giudei”. Ecco Gesù, finalmente dichiarato pubblicamente ciò che è: il re dei Giudei, cioè il Messia, il Cristo. Ma chi si sarebbe mai aspettato che il Signore del mondo sarebbe stato intronizzato in questa maniera: schernito, flagellato, inchiodato a un pezzo di legno tra due malfattori? È infatti che il profeta Isaia (53:1-4) aveva predetto circa 700 anni prima:

Chi ha creduto a quello che abbiamo annunciato? A chi è stato rivelato il braccio del SignoreEgli è cresciuto davanti a lui come una pianticella, come una radice che esce da un arido suolo; non aveva forma né bellezza da attirare i nostri sguardi, né aspetto tale da piacerci. Disprezzato e abbandonato dagli uomini, uomo di dolore, familiare con la sofferenza, pari a colui davanti al quale ciascuno si nasconde la faccia, era spregiato, e noi non ne facemmo stima alcuna. Tuttavia erano le nostre malattie che egli portava, erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato; ma noi lo ritenevamo colpito, percosso da Dio e umiliato!

3) Il Morto Rivelato Come Salvatore (15:29-39)

A) Il Cristo Schernito (vv.29-32)

29 Quelli che passavano di là lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Eh, tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, 30 salva te stesso e scendi giù dalla croce!» 31 Allo stesso modo anche i capi dei sacerdoti con gli scribi, beffandosi, dicevano l’uno all’altro: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso. 32 Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, affinché vediamo e crediamo!» Anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano.

Il paradosso diventa sempre più paradossale quando leggiamo quello che succede mentre Gesù rimane appeso alla croce. Non solo i soldati romani, ma tutti che lo vedono lì inchiodato lo insultano e lo deridono perché sembra un salvatore finto e fallito. Con tanta ironia e molto sarcasmo i capi religiosi ridono dicendo: “Ha salvato altri e non può salvare se stesso”. Marco, però, vuole farci capire l’ironia più ironica, il sarcasmo divino più sarcastico degli schernitori: è solo perché Gesù rifiuta di salvare se stesso — azione di cui è pienamente capace — che può salvare altri. Ricordiamoci di Barabba: se il giusto non si fosse sostituito al colpevole, sarebbe stato il colpevole sulla croce. Che grande amore deve essere quello di Dio manifestato in Gesù! Pur avendo il potere con cui ha creato l’intero universo, si lascia schernire, insultare, torturare, e morire, per salvare proprio quelli che gli fanno tutto questo. Questo è un amore così grande, così profondo, che trascorreremo tutta l’eternità senza mai conoscerlo fino in fondo.

B) Il Figlio Riconosciuto (vv.33-39)

33 Venuta l’ora sesta, si fecero tenebre su tutto il paese fino all’ora nona. 34 All’ora nona Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì, lamà sabactàni?», che, tradotto, vuol dire: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» 35 Alcuni dei presenti, udito ciò, dicevano: «Chiama Elia!» 36 Uno di loro corse e, dopo aver inzuppato d’aceto una spugna, la pose in cima a una canna e gli diede da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se Elia viene a farlo scendere». 37 Gesù, emesso un gran grido, rese lo spirito. 38 E la cortina del tempio si squarciò in due, da cima a fondo. 39 E il centurione che era lì presente di fronte a Gesù, avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!»

Qui alla fine della narrativa della crocifissione, incontriamo qualcosa di straordinario. Finora, tutti hanno visto Gesù e ne hanno tratto la stessa conclusione di Isaia: “noi lo ritenevamo colpito, percosso da Dio e umiliato!” Pilato, la folla, i capi religiosi, i soldati romani — insomma tutti quanti hanno visto Gesù solo come una vittima d’ingiustizia o un re falso o un salvatore fallito. Quelli che lo guardavano sulla croce lo deridevano dicendo: “Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, affinché vediamo e crediamo!” Attenzione a queste ultime parole: “affinché vediamo e crediamo”. Per loro, il fatto che non credessero era colpa di Gesù: “se ti salvassi, allora ti crederemmo”.

Ma notate l’ultimo personaggio qui menzionato, il centurione che probabilmente era il responsabile dei soldati che si occupavano della crocifissione. Questa è la prima e anche l’ultima volta che incontriamo questo personaggio nel vangelo di Marco, che gli dedica un solo versetto. Ma è un versetto straordinario. Qui c’è un centurione, un uomo di guerra, un uomo addestrato a combattere, un uomo abituato a uccidere. È quasi sicuro che questo centurione avesse già assistito a innumerevoli crocifissioni durante la sua carriera. Eppure quando vede Gesù “spirare in quel modo”, cioè rendendo lo spirito con un grande grido, il centurione confessa: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!”

Incredibile! Di fronte a questa orrenda scena, Gesù crocifisso e tutti che lo prendono in giro, il centurione lo vede ed è costretto a esclamare: “Figlio di Dio!” Il centurione, nel vangelo di Marco, svolge un ruolo importante. Mentre tutti gli altri dicevano: “Non possiamo credere se non vediamo”, il centurione dice: “Io vedo, e non posso non credere!” Anche se tutti si trovavano nello stesso luogo e assistevano allo stesso spettacolo, il centurione ha visto esattamente l’opposto di tutti gli altri. Mentre gli altri vedevano un re falso e un salvatore fallito, il centurione ha visto il Signore e il Salvatore del mondo.

Marco non si ferma per spiegare perché il centurione ha visto Gesù in questa maniera. Non lo spiega perché il suo obbietivo non è di soddisfare la nostra eventuale curiosità al riguardo, ma di porci davanti allo stesso interrogativo: “E tu, chi vedi sulla croce? Questo Gesù, il soggetto di questa buonissima, meravigliosa notizia che vi ho appena annunciato, come lo vedi adesso? Sei d’accordo con la maggioranza, che Gesù è forse solo un buon maestro che è stato vittima di ingiustizia, o che forse è stato un uomo pericoloso che andava eliminato, o un pazzo fanatico, o un rivoluzionario fallito, o il Figlio di Dio, il Signore e Salvatore del mondo?

Questa è la domanda più importante della vita, la domanda a cui tutti devono rispondere, la domanda che cambia tutto. In realtà, Marco vuole farci sapere che ciò che Gesù ha compiuto sulla croce, l’ha compiuto veramente e per sempre. Quello che ha fatto, l’ha fatto per ognuno di noi, che lo sappiamo o meno, che lo vogliamo o meno. Siamo tutti inclusi, siamo tutti dentro. La vita, la morte, e poi la risurrezione di Gesù ha cambiato irrevocabilmente il destino eterno di tutti gli esseri umani. Il vangelo, dunque, non è: “Se vuoi, Gesù può essere anche il tuo Signore e Salvatore”, ma: “Gesù è il tuo Signore e Salvatore, dunque ravvediti e poni fiducia in lui!” E il vangelo promette che tutti coloro che invocano così il suo nome non saranno mai delusi. Alleluia e amen!

Marco 10:32-52: Che Cosa Vuoi che Io Ti Faccia?

1) Timore (10:32-34)

32 Mentre erano in cammino salendo a Gerusalemme, Gesù andava davanti a loro; essi erano turbati; quelli che seguivano erano pieni di timore. Egli prese di nuovo da parte i dodici e cominciò a dir loro le cose che stavano per accadergli: 33 «Noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà dato nelle mani dei capi dei sacerdoti e degli scribi. Essi lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani, 34 i quali lo scherniranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno; ma dopo tre giorni egli risusciterà».

Avviciandosi sempre di più a Gerusalemme, i discepoli provano un senso di timore. Hanno ancora dei grandi sogni (come vedremo nei prossimi versetti), ma tutto questo parlare di sofferenza e crocifissione da parte di Gesù li ha frastonati. E come per rendere più acuto il loro turbamento, Gesù ripete lungo la via quanto gli ha già detto riguardo al suo obbiettivo: va a Gerusalemme non per essere riconosciuto come re ma per essere trattato come un criminale e un peccatore. Questo lo sappiamo già, ma serve nella narrativa per far spiccare ciò che segue.

2) Gloria (10:35-40)

A) L’incomprensione dei discepoli (vv.35-37)

35 Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, si avvicinarono a lui, dicendogli: «Maestro, desideriamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». 36 Egli disse loro: «Che volete che io faccia per voi?» 37 Essi gli dissero: «Concedici di sedere uno alla tua destra e l’altro alla tua sinistra nella tua gloria».

Ci ricordiamo che nel capitolo 8, Pietro (portavoce degli altri discepoli) ha rimproverato Gesù quando Gesù ha cominciato a spiegargli apertamente la sua intenzione di morire a Gerusalemme. Mentre i discepoli riconoscevano Gesù quale Cristo, il Figlio di Dio, non riuscivano ad accettare l’idea di un Messia crocifisso. Adesso, avvicinandosi a Gerusalemme, i discepoli ancora non riescono ad accettarla. Perché? Qui Marco ce lo fa sapere: i discepoli — in questo caso Giacomo e Giovanni che, insieme a Pietro, costituiscono i seguaci più intimi con Gesù — hanno l’ambizione di “sedere uno alla tua destra e l’altro alla tua sinistra [cioè le posizioni di più onore e potere] nella tua gloria”. Nonostante le esplicite dichiarazioni di Gesù, Giacomo e Giovanni insistono che alla fine Gesù farà quello che loro desiderano. Gesù entrerà a Gerusalemme per stabilirsi sul trono di Davide per dominare sulle nazioni, e Giacomo e Giovanni vogliono assicurarsi in anticipo di stare al suo fianco. Vogliono prenotare i posti più importanti nel regno che Gesù sta per inaugurare.

Interessante è notare come Gesù gli risponde all’inizio: “Che volete che io faccia per voi?” Teniamo a mente questa domanda, perché apparirà un’altra volta nel testo che stiamo esaminando. La loro risposta è quella che abbiamo appena letto. Vogliono infatti che Gesù faccia la loro volontà, che si conformi alle loro idee, che adempia alle loro aspettative!

B) L’ignoranza dei discepoli (vv.38-40)

38 Ma Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete voi bere il calice che io bevo, o essere battezzati del battesimo del quale io sono battezzato?» 39 Essi gli dissero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Voi certo berrete il calice che io bevo e sarete battezzati del battesimo del quale io sono battezzato; 40 ma quanto al sedersi alla mia destra o alla mia sinistra, non sta a me concederlo, ma è per quelli a cui è stato preparato».

Come tutte le volte quando insistiamo che ‘sia fatta la nostra volontà’, Gesù gli spiega che non sanno quello che chiedono. In effetti Gesù gli dice di ‘no’, ma glielo dice con tanto amore. Il calice che Gesù deve bere, il battesimo del quale sarà battezzato, queste cose sarebbero insopportabili per qualsiasi altro. Giacomo e Giovanni pensano di poter bere il calice di Gesù e di essere battezzati del suo battesimo, ma non hanno nessuna idea di quello che stanno dicendo. E Gesù lo sa! Gesù sa che il suo calice e il suo battesimo li distruggerebbero, a meno che Gesù non li sopporti prima.

Insomma, il volere di Giacomo e Giovanni porterebbe alla loro rovina. Gesù sa che solo lui è in grado di sopportare la croce per i peccati del mondo, e vieta ai discepoli di accompagnarlo fino alla fine. Certo, il giorno verrà quando anche loro condivideranno le sue sofferenze, ma in quel giorno le potranno sopportare nella vittoria che è loro in Gesù.

3) Guarigione (10:46-52)

A) La comprensione del cieco (vv.46-48)

46 Poi giunsero a Gerico. E come Gesù usciva da Gerico con i suoi discepoli e con una gran folla, il figlio di Timeo, Bartimeo, cieco mendicante, sedeva presso la strada. 47 Udito che chi passava era Gesù il Nazareno, si mise a gridare e a dire: «Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà di me!» 48 E molti lo sgridavano perché tacesse, ma quello gridava più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!»

Come nel capitolo 8, così anche qui Marco confronta l’incompresione dei discepoli con la guarigione di un cieco. L’avvenimento ha luogo appena Gesù e discepoli escono da Gerico. Questo è significativo, perché Gerico è l’ultima città prima di arrivare a Gerusalemme lungo il percorso intrapreso da Gesù. Dopo questo, infatti, e all’inizio del capitolo successivo, sarà il “giorno delle palme” quando Gesù entrerà a Gerusalemme. Quindi, siamo solo pochi giorni prima dell’ultima settimana di Gesù.

Partendo da Gerico, Gesù è circondato da una grande folla, ma una sola voce si distingue tra le altre, la voce di un cieco mendicante di nome Bartimeo. Il suo grido è semplice ma insistente: “Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!” Ciò che ci colpisce è proprio l’insistenza di Bartimeo; molte persone cercano di farlo tacere, ma ogni loro tentativo non fa altro che incoraggiarlo a gridare più forte. Un po’ sfacciato, forse anche un po’ maleducato, ma Bartimeo non si lascia scoraggiare, perché è risoluto nel suo desiderio di farsi notare da Gesù e ricevere la sua misericordia. Bartimeo qui ricorda un po’ Giacobbe che mentre lottava con l’angelo del Signore esclamò: “Non ti lascerò andare prima che tu mi abbia benedetto!” (Gen. 32:26).

B) La fede del cieco (vv.49-52)

49 Gesù, fermatosi, disse: «Chiamatelo!» E chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio, àlzati! Egli ti chiama». 50 Allora il cieco, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. 51 E Gesù, rivolgendosi a lui, gli disse: «Che cosa vuoi che ti faccia?» Il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io recuperi la vista». 52 Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». In quell’istante egli recuperò la vista e lo seguiva per la via.

La tenacia di Bartimeo viene ricompensata, e Gesù lo fa chiamare a sé. Non deve chiamarlo più di una volta, perché Bartimeo getta via il suo mantello e balza in piedi per il suo entusiasmo. Gesù allora gli fa la stessa domanda che ha fatto a Giacomo e Giovanni poco fa: “Che cosa vuoi che ti faccia?” Senza esitazione Bartimeo dice: “che io recuperi la vista”. Anziché rispondergli, come ai discepoli, “non sai quello che chiedi”, Gesù risponde positivamente, affermando che “la tua fede ti ha salvato”. Poi Marco aggiunge che Bartimeo non solo recupera la vista proprio in quell’instante, ma che comincia a seguire Gesù per la via, la via che noi sappiamo conduce a Gerusalemme.

Interessante notare che sia Giacomo e Giovanni sia Bartimeo vengono da Gesù con forte desiderio, e la domanda che Gesù pone a loro è la stessa: “Che cosa volete/vuoi che io faccia?” Questo parallelismo non è casuale; è invece l’indicazione che Marco ci chiede di riflettere sulle differenze tra le due vicende. Nella prima, Gesù rifiuta la richiesta di Giacomo e Giovanni, ma nella seconda la concede. Se ci chiediamo perché, forse concludiamo che, mentre Giacomo e Giovanni chiedono che Gesù faccia la loro volontà, Bartimeo chiede l’opposto. Ma non è esattamente così, perché anche Bartimeo chiede che sia fatta la sua volontà: vuole essere guarito! Che cosa dunque spiega la differenza? Perché Gesù riconosce in Bartimeo la fede, mentre nei discepoli l’incomprensione e l’incredulità?

La prima differenza da notare è che la richiesta di Giacomo e Giovanni scaturisce dall’egoismo, ma la richiesta di Bartimeo dall’umiltà. Questo si vede chiaramente: Giacomo e Giovanni chiedono i posti più prestigiosi, più autorevoli, più importanti accanto a Gesù, ma Bartimeo chiede semplicemente la pietà. Giacomo e Giovanni si rivolgono a Gesù dipendendo dai loro presunti meriti, ma Bartimeo si rivolge a Gesù dipendendo totalmente dalla misericordia di Gesù. Giacomo e Giovanni vogliono che Gesù dia gloria a loro, ma Bartimeo vuole dare gloria a Gesù. Giacomo e Giovanni desiderano che Gesù segua il percorso da loro determinato (verso il potere), ma Bartimeo desidera soltanto seguire Gesù per a via che Gesù ha determinato (verso la croce). In tutto questo, Bartimeo è l’esempio della vera fede.

La seconda differenza da notare è che mentre la volontà di Giacomo e Giovanni è contraria alla volontà di Gesù, la volontà di Bartimeo è conforme alla volontò di Gesù, e per questo Gesù dice di “no” ai primi e di “sì” al secondo. Gesù non è venuto per compiere la nostra volontà, perché noi non sappiamo neanche quello di cui abbiamo veramente bisogno. Gesù non è venuto solo per rimediare alla nostra condizione, ma anche per farci capire quale è la nostra condizione! Siccome non sappiamo ciò di cui abbiamo veramente bisogno, non sappiamo neanche cosa chiedere a Dio. Alla richiesta dei discepoli Gesù ha detto di “no”, perché non è venuto per coronare i loro (né i nostri) sogni.

Dall’altro canto, quando impariamo da Gesù quali sono i nostri veri bisogni, e quando impariamo anche quali sono i suoi stupendi e meravigliosi propositi nei nostri confronti, impariamo a pregare meglio e a pregare con più certezza di ricevere ciò che chiediamo. Impariamo, infatti, che Gesù desidera mostrarci misercordia e compassione! Bartimeo ha potuto insistere e insistere, ignorando il disprezzo degli altri e dimostrando una fede salda e tenace perché sapeva che la volontà di Gesù è di essere misericordioso verso tutti quelli che, senza forza e senza meriti, si rivolgono a lui come l’unica speranza di salvezza. Bartimeo sicuramente avrebbe già sentito parlare della grande compassione di Gesù, e di come non ha mai respinto la richiesta degli umili. L’autore della lettera agli Ebrei (2:17-18) approfondisce questo tema quando scrive:

Perciò [Gesù] doveva diventare simile ai suoi fratelli in ogni cosa, per essere un misericordioso e fedele sommo sacerdote nelle cose che riguardano Dio, per compiere l’espiazione dei peccati del popolo. Infatti, poiché egli stesso ha sofferto la tentazione, può venire in aiuto di quelli che sono tentati.

La misericordia di Gesù nei nostri confronti non ha limiti, perché lui, essendo stati nei nostri panni e avendo subito ogni sorta di tentazione e debolezza, si può immedesimare con noi in ogni aspetto della vita. Perciò, è sempre pronto e desideroso di venirci in aiuto! Ecco perché Bartimeo non ha smesso di “importunare” Gesù finché non ha ricevuto la pietà che cercava: sapeva che Gesù ama mostrare pietà! Quanto è bello pregare e sapere con certezza che otterremo ciò che chiediamo!

4) Servizio (10:41-45)

A) Il mondo sottosopra (vv.41-44)

41 I dieci, udito ciò, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. 42 Ma Gesù, chiamatili a sé, disse loro: «Voi sapete che quelli che sono reputati prìncipi delle nazioni le signoreggiano e che i loro grandi esercitano autorità su di esse. 43 Ma non è così tra di voi; anzi, chiunque vorrà essere grande fra voi sarà vostro servitore; 44 e chiunque tra di voi vorrà essere primo sarà servo di tutti.

Prima di concludere, è opportuno tornare alle fondamenta di tutto questo. Perché Gesù rifiuta la preghiera dei “degni” ma esaudisce la preghiera dei “mendicanti”? Per molti, questo è scandaloso! Nel brano parallelo in Luca 19:1-10, Luca racconta come a Gerico Gesù ha incontrato un altro uomo chiamato Zaccheo che era pubblicano. Come a Bartimeo, anche a Zaccheo Gesù annuncia la buona notizia della sua salvezza. Luca ci dice poi che “veduto questo, tutti mormoravano, dicendo: ‘È andato ad alloggiare in casa di un peccatore!'” (v.7). Che scandalo, infatti, che Gesù mostra amore verso uno che non se lo merita! E come se il mondo fosse stato messo sottosopra!

Se così sembra, è perché così lo è. Come Gesù insegna a Giacomo e Giovanni, e a tutti i discepoli con loro, il suo regno si basa non sul merito ma sulla grazia. Nel regno di Dio, i primi sono gli ultimi e gli ultimi sono i primi. Nel regno di Dio, i più grandi e i più importanti non sono i potenti e i famosi, ma i servi e gli umili. Il regno di Dio, infatti, effettua un cambiamento radicale e un capovolgimento totale nel mondo. Nulla è come prima. E mentre all’uomo naturale il regno di Dio sembra del tutto sottosopra, in realtà, come Gesù afferma, il suo regno è ciò che finalmente mette tutto in ordine! Niente è più distorto o abnorme del peccato!

B) La croce cambia tutto (v.45)

45 Poiché anche il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti».

Il regno di Dio, a sua volta, è così perché al centro di esso c’è la croce di Cristo. Come abbiamo visto tante volte nel vangelo, il regno di Dio non opera come uno tsunami che travolge tutto quello che gli sta davanti, ma come un piccolo seme che sparisce sotto terra e germoglia in modo impercettibile. In altre parole, il potere del regno è la croce. È la croce di Cristo che costituisce la svolta definitiva e determinante di tutta la storia umana. È la croce che ha cambiato tutto, che ha messo il mondo sottosopra, o meglio dire, girato giusto. È la croce di Cristo che ci fa capire cosa signifia “grandezza” (cioè piccolezza) e “gloria” (cioè umiltà) e “importanza” (cioè servizio).

La croce rivela il carattere e il cuore di Dio, che ci ha amato fino a caricarsi dei nostri peccati e sottoporsi alla nostra condanna. Questo non è un dio che pretende che lo serviamo, ma il Dio che pretende semplicemente che ci lasciamo servire da lui! Incredibile! Come il profeta Isaia (64:4) ha esclamato: “Mai si era udito, mai orecchio aveva sentito dire, mai occhio aveva visto che un altro dio, all’infuori di te, agisse in favore di chi spera in lui.” Mai un Dio come il Dio rivelato in Cristo crocifisso! Mai un amore così straordinario! Mai una bontà così generosa! Mai una misercordia così smisurata! Per questo noi cantiamo con cuori pieni di gioia: “Quanto è bello, quanto è grande, quanto è forte il nome di Gesù Cristo”, il nome ineguagliabile e unico, al di sopra di ogni nome in cielo e sulla terra! Allelujah e amen.

Marco 9:1-29: Dalla Gloria alla Morte

Nel capitolo 8 di Marco, dopo la confessione di Pietro: “Tu sei il Cristo”, Gesù ha cominciato a spiegare apertamente lo scopo della sua venuta: deve andare a Gerusalemme per essere crocifisso e poi risuscitato. Da questo punto in poi, Marco ci racconta il percorso di Gesù — la via dolorosa — che lo porterà inevitabilmente alla croce. Lungo questo percorso, Gesù continuerà a preparare i suoi discepoli (e anche noi lettori) per l’inaspettato compimento della sua missione.

1) Dalla Gloria (9:1-13)

A) Sul monte con potenza (vv.1-8)

Diceva loro: «In verità vi dico che alcuni di coloro che sono qui presenti non gusteranno la morte finché non abbiano visto il regno di Dio venuto con potenza». Sei giorni dopo Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse soli, in disparte, sopra un alto monte. E fu trasfigurato in loro presenza; le sue vesti divennero sfolgoranti, candidissime, di un tale candore che nessun lavandaio sulla terra può dare. E apparve loro Elia con Mosè, i quali stavano conversando con Gesù. Pietro, rivoltosi a Gesù, disse: «Rabbì, è bello stare qua; facciamo tre tende: una per te, una per Mosè e una per Elia». Infatti non sapeva che cosa dire, perché erano stati presi da spavento. Poi venne una nuvola che li coprì con la sua ombra; e dalla nuvola una voce: «Questo è il mio diletto Figlio; ascoltatelo!» E a un tratto, guardatisi attorno, non videro più nessuno con loro, se non Gesù solo. 

Subito dopo gli avvenimenti determinanti del capitolo 8, Marco racconta come i tre discepoli più stretti di Gesù (cioè Pietro, Giacomo e Giovanni) lo accompagnano “sopra un alto monte” dove lo vedono trasfigurato. La visione è letteralmente stupefacente: Gesù diventa sfolgorante, per un attimo rivelato in tutta la sua gloria che prima è rimasta celata. Le sue vesti, segni della sua perfetta santità, risplendono con una purezza mai vista dall’occhio umano. “Non pensate”, dice Marco, “che bianco sia sempre bianco. Questo è un bianco che non potete neanche immaginare!” Poi, come Gesù è stato trasfigurato a un tratto, così a un tratto torna a essere come prima. Che cosa significa questo?

Facciamo tre osservazioni importanti che ci aiuteranno a capirlo. Prima, Gesù accenna al significato della sua trasfigurazione quando dice: “In verità vi dico che alcuni di coloro che sono qui presenti non gusteranno la morte finché non abbiano visto il regno di Dio venuto con potenza.” La trasfigurazione di Gesù che Pietro, Giacomo e Giovanni vedono è appunto questo: il regno di Dio con potenza. Prima Gesù ha annunciato: “Il regno di Dio è vicino”; adesso quel regno è visibile nella gloria e nella potenza della sua persona.

Secondo, Gesù appare insieme con Elia e Mosè, due profeti che rappresentano i modi in cui Dio ha parlato al suo popolo nell’Antico Testamento. Ma non appaiono con Gesù come i suoi pari ma come i suoi testimoni. Come Gesù dichiara in Giovanni 5:46: “Infatti, se credeste a Mosè, credereste anche a me; poiché egli ha scritto di me.” Così anche in Ebrei 1:1-3 leggiamo: “Dio, dopo aver parlato anticamente molte volte e in molte maniere ai padri per mezzo dei profeti, in questi ultimi giorni ha parlato a noi per mezzo del Figlio, … che è splendore della sua gloria e impronta della sua essenza.” Elia e Mosè appaiono con Gesù, dunque, per testimoniare che lui, e nessun altro, è la piena rivelazione di Dio e il compimento di tutte le sue promesse.

Terzo, la voce di Dio Padre tuona dal cielo per dare conferma di questo: “Questo è il mio diletto Figlio; ascoltatelo!” Parafrasato: “Ascoltatelo, perché in mio Figlio io parlo, e in nessun altro modo! Lui è l’unica via che conduce a me, l’unica verità riguardo a me, e l’unica vita che viene da me. All’infuori di lui non ce n’è altro!” Queste parole dovrebbero risultarci familiari, perché le abbiamo già sentite in Marco 1:11 al battesimo di Gesù: “Tu sei il mio diletto Figlio; in te mi sono compiaciuto.”

Quest’ultima osservazione è importante poiché indica chiaramente come la storia della trasfigurazione ricapitula i temi del primo capitolo: Gesù viene manifestato in un modo particolare; appaiono profeti per testimoniare di lui; si ode la voce di Dio che dichiara Gesù il suo diletto Figlio; si sente e si vede il regno di Dio venire con potenza. Questi parallelismi non sono casuali; Marco scrive prestando attenzione ai più minimi dettagli. Il messaggio è dunque piuttosto evidente: come il battesimo di Gesù ha segnalato l’inizio del suo ministero, così la sua trasfigurazione segnala il compimento del suo ministero. Da qui Gesù si avvia verso la croce, e non tornerà indietro. È commuovente ciò che l’evangelista Luca (9:51) scrive di Gesù in questo contesto: “Poi, mentre si avvicinava il tempo in cui sarebbe stato tolto dal mondo, Gesù si mise risolutamente in cammino per andare a Gerusalemme.” Perché si mise risolutamente in cammino verso la sua morte? L’ha fatto perché amava ognuno di noi più della propria vita.

B) La gloria ri-velata (vv.9-13)

Poi, mentre scendevano dal monte, egli ordinò loro di non raccontare a nessuno le cose che avevano viste, se non quando il Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti. 10 Essi tennero per sé la cosa, domandandosi tra di loro che significasse quel risuscitare dai morti. 11 Poi gli chiesero: «Perché gli scribi dicono che prima deve venire Elia?» 12 Egli disse loro: «Elia deve venire prima e ristabilire ogni cosa; e come mai sta scritto del Figlio dell’uomo che egli deve patire molte cose ed essere disprezzato? 13 Ma io vi dico che Elia è già venuto e, come è scritto di lui, gli hanno anche fatto quello che hanno voluto».

Come abbiamo già osservato, come Gesù è stato svelato nella sua gloria, così è ri-velato di nuovo, per poi scendere dal monte. E come nel capitolo 8, così di nuovo Gesù ordina ai discepoli di non parlare di quello che hanno visto a nessuno, fino alla sua risurrezione. Rimangono di nuovo perplessi perché non capiscono cosa Gesù vuole dire. Quindi, chiedono di Elia: “Perché gli scribi dicono che prima deve venire Elia?” I discepoli qui si riferiscono alla profezia di Malachia 4:5, dove Dio promette di mandare “il profeta Elia, prima che venga il giorno del Signore, giorno grande e terribile”. Questo è il giorno del giudizio finale, il giorno dell’arrivo del regno di Dio, il giorno della risurrezione del popolo di Dio. I discepoli sanno che cosa significa “risurrezione”, ma per loro è ciò che accadrà alla fine dell’età presente. Non hanno la più minima idea che Gesù stia parlando della sua risurrezione che avverrà tra poco tempo.

Gesù risponde nell’affermativo, ma in un modo inaspettato: Elia è già venuto! Qui Gesù parla di Giovanni il battista, il profeta che gli ha preparato la via. Con questo Gesù può voler dire una sola cosa: il giudizio finale, l’arrivo del regno di Dio, e il compimento della salvezza del mondo stanno per accadere in quanto lui va a fare a Gerusalemme. Ma come Gesù ha di nuovo svelato il suo splendore, così la gloria e la potenza di tutto ciò saranno nascoste nella sofferenza e la morte di Cristo sulla croce.

2) Alla Morte (9:14-29)

A) Nella valle dell’ombra (vv.14-22)

14 Giunti presso i discepoli, videro intorno a loro una gran folla e degli scribi che discutevano con loro. 15 Subito tutta la gente, come vide Gesù, fu sorpresa e accorse a salutarlo. 16 Egli domandò: «Di che cosa discutete con loro?» 17 Uno della folla gli rispose: «Maestro, ho condotto da te mio figlio che ha uno spirito muto; 18 e, quando si impadronisce di lui, dovunque sia, lo fa cadere a terra; egli schiuma, stride i denti e rimane rigido. Ho detto ai tuoi discepoli che lo scacciassero, ma non hanno potuto». 19 Gesù disse loro: «O generazione incredula! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando vi sopporterò? Portatelo qui da me». 20 Glielo condussero; e come vide Gesù, subito lo spirito cominciò a contorcere il ragazzo con le convulsioni; e, caduto a terra, si rotolava schiumando. 21 Gesù domandò al padre: «Da quanto tempo gli avviene questo?» Egli disse: «Dalla sua infanzia; 22 e spesse volte lo ha gettato anche nel fuoco e nell’acqua per farlo perire; ma tu, se puoi fare qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci».

È appropriato, dunque, il dramma in cui Gesù si imbatte dopo essere sceso dal monte. Per i discepoli che trovano insopportabile l’idea di un Cristo che soffre e viene ucciso, l’esperienza sul monte rappresenta l’adempimento dei loro sogni e speranze. Ecco perché Pietro dice nel v.5: “Rabbì, è bello stare qua; facciamo tre tende: una per te, una per Mosè e una per Elia”. Voleva stare lì, con il Gesù trasfigurato, il Gesù apparso in gloria e potenza, nel re trionfante che aggira la croce e arriva subito all’esaltazione. Ma per Gesù, “era necessario che … soffrisse molte cose, fosse respinto dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, fosse ucciso e [solo!] dopo tre giorni risuscitasse” (8:31). Non poteva stare sul monte; doveva scendere di nuovo nella valle dell’ombra della morte, perché è venuto per questo.

Quando Gesù arriva, incontra subito una folla in crisi. Prima un certo uomo ha portato suo figlio ai discepoli di Gesù che aspettavano sotto, perché il ragazzo era tormentato da un demone che gli faceva male di continuo. Ma anziché poterlo aiutare, i discepoli si sono trovati impotenti davanti a questo spirito particolare, e nessuno sapeva cosa fare. Forse possiamo capire l’esasperazione di Gesù: “Dopo tutto quello che avete visto e udito, ancora non credete? Ancora avete così poca fede in me?” Ma notiamo bene: Gesù non li manda via; non rifiuta di aiutarli. Nonostante la mancanza di fede da parte loro, Gesù agirà per liberare il ragazzo, perché non permette che la debolezza umana impedisca il compimento della salvezza.

B) Come morto (vv.24-28)

23 E Gesù gli disse: «Dici: “Se puoi!” Ogni cosa è possibile per chi crede». 24 Subito il padre del bambino esclamò: «Io credo; vieni in aiuto alla mia incredulità». 25 Gesù, vedendo che la folla accorreva, sgridò lo spirito immondo, dicendogli: «Spirito muto e sordo, io te lo comando, esci da lui e non rientrarvi più». 26 Lo spirito, gridando e straziandolo forte, uscì; e il bambino rimase come morto, e quasi tutti dicevano: «È morto». 27 Ma Gesù, presolo per mano, lo sollevò ed egli si alzò in piedi. 28 Quando Gesù fu entrato in casa, i suoi discepoli gli domandarono in privato: «Perché non abbiamo potuto scacciarlo noi?»

Il padre del ragazzo, infatti, ammette di non avere abbastanza fede. Se crede che Gesù possa salvare suo figlio, è altrettanto dubbioso e incredulo. Ma come Gesù non permette che l’incredulità del padre impedisca alla salvezza di suo figlio, così anche il padre non permette che la sua incredulità gli impedisca di rivolgersi a Gesù come la sua unica speranza. E questo, paradossalmente, è fede. A questo punto Marco vuole mettere al confronto le reazioni dei discepoli e del padre nei confronti del ragazzo. I discepoli, come indicato nel v.28, rimangono sorpresi che non sono riusciti a scacciare il demone. Ecco perché gli chiedono: “Perché non abbiamo potuto scacciarlo noi?” Prima nel vangelo, Gesù gli aveva dato il potere di scacciare demoni. Evidentemente, erano sicuri di poter scacciare anche questo, e quando falliscono, non capiscono perché. Avevano tanta fede, ma essa era priva di potere.

Il padre, invece, è molto insicuro se suo figlio possa essere liberato. Ecco perché dice a Gesù: “se puoi”. Crede sì, ma è anche un po’ incredulo. La sua non sembra una fede esemplare, un modello da imitare. Ma contrariamente ai discepoli che si trovavno impotenti davanti al demone, la “fede incredula” del padre conduce alla salvezza di suo figlio. Come mai? La risposta è semplice: qui Marco ridefinisce cos’è la vera fede. La vera fede, ci dice, non è la certezza dei discepoli, che in realtà era una certezza nelle loro capacità; anzi, essa è lo sguardo che, nonostante i dubbi e le domande, fissa su Gesù, e solo su Gesù, in totale dipendenza su di lui e le sue capacità.

Ciò che conta qui non è la capacità della persona di credere con certezza, ma la capacità di Gesù di agire. Proprio nell’ammettere di non avere abbastanza fede, il padre esercita fede. Quando, di fronte a una situazione disperata, il padre rivolge lo sguardo a Gesù ed esclama: “vieni in aiuto alla mia incredulità”, manifesta più fede dei discepoli! Così, ancora una volta, Marco sottolinea il fatto che la nostra salvezza, dall’inizio alla fine, dipende totalmente da Gesù. Non è la nostra fiducia nei suoi confronti che ci salva ma piuttosto la sua fedeltà nei nostri confronti. Come Paolo testimonia in Galati 2:20: “La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede del Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me.”

C) Segni di Getsemani (v.29)

29 Egli disse loro: «Questa specie di spiriti non si può fare uscire in altro modo che con la preghiera».

Come abbiamo osservato prima, era opportuno che succedesse questa vicenda subito dopo che Gesù è sceso dal monte. E qui vediamo un altro motivo perché. Il male da cui dobbiamo essere salvati “non si può fare uscire in altro modo che con la preghiera”. In altre parole, il potere del male, del maligno, del peccato, e della morte è troppo forte, troppo pervasivo, e troppo dominante da poter essere sconfitto da forze umane. Ecco l’importanza della preghiera: la preghiera è il modo in cui, come il padre, esclamiamo a Dio: “vieni in aiuto alla nostra incredulità!” e vediamo compiersi la nostra liberazione.

Ma che cosa ha a che fare questo con la discesa di Gesù dal monte? Abbiamo scoperto che la trasfigurazione segnala l’inizio del percorso di Gesù verso Gerusalemme e la sua crocifissione, dove va per affrontare, una volta per sempre, le forze maligne che ci tengono schiavi e prigionieri. La lotta che Gesù vince qui anticipa la lotta che affronterà nel giardino di Getsemani quando inzierà il suo ultimo combattimento non con un solo demone, ma con tutte le forze del male, del maligno, e della morte allineati contro di lui. In Marco 14:32-36 leggiamo:

32 Poi giunsero in un podere detto Getsemani, ed egli disse ai suoi discepoli: «Sedete qui finché io abbia pregato». 33 Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a essere spaventato e angosciato. 34 E disse loro: «L’anima mia è oppressa da tristezza mortale; rimanete qui e vegliate». 35 Andato un po’ più avanti, si gettò a terra; e pregava che, se fosse possibile, quell’ora passasse oltre da lui. 36 Diceva: «Abbà, Padre! Ogni cosa ti è possibile; allontana da me questo calice! Però non quello che io voglio, ma quello che tu vuoi»

La nostra salvezza si può compiere solo con la preghiera, sì, ma sicuramente non con la nostra ma solo con l’intercessione di Gesù. Solo Gesù è stato in grado di sconfiggere il male tramite la sua preghiera, ed in nella sua vittoria che siamo stati liberati. E ora che Gesù è risorto e asceso in cielo dove intercede continuamente per noi presso il Padre, abbiamo una certezza che non viene mai meno, la certezza che un giorno i nostri occhi vedranno il compimento della vittoria che Cristo ha ottenuto per noi con la sua preghiera e il suo ultimo sospiro. Come dice Ebrei 7:23-25:

23 Inoltre, quelli sono stati fatti sacerdoti in gran numero, perché la morte impediva loro di durare; 24 egli invece, poiché rimane in eterno, ha un sacerdozio che non si trasmette. 25 Perciò egli può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio, dal momento che vive sempre per intercedere per loro.

Amen!

Marco 8:22-38: Tu Sei Il Cristo

1) Tu Sei Il Cristo (8:27-33)

A) L’identità del Cristo (vv.27-30)

27 Poi Gesù se ne andò, con i suoi discepoli, verso i villaggi di Cesarea di Filippo; strada facendo domandò ai suoi discepoli: «Chi dice la gente che io sia?» 28 Essi gli dissero: «Alcuni, Giovanni il battista; altri, Elia, e altri, uno dei profeti. 29 Egli domandò loro: «E voi, chi dite che io sia?» E Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». 30 Ed egli ordinò loro di non parlare di lui a nessuno.

Tutto ciò che abbiamo visto e sentito finora nel vangelo di Marco ci portava a questo momento importante. Non è ovviamente il culmine del vangelo, poiché quello arriverà quando Gesù sarà crocifisso e poi risuscitato. Ma i vari episodi raccontati della predicazione e delle opere miracolose di Gesù ci hanno sempre posto questa domanda fondamentale: Chi è Gesù? Ci ricordiamo in particolare il grande timore dei discepoli dopo che Gesù calma la tempesta con la sola parola: “Chi è dunque costui a cui persino il vento e il mare ubbidiscono?” Come abbiamo ripetuto più volte, la risposta a questa domanda fa tutta la differenza.

Ora, è Gesù a porre questa domanda ai discepoli. Marco ci dice che essi si trovano vicino a Cesarea di Filippo, cioè una zona relativamente distante dalla Galilea dove hanno svolto il loro ministero. Gesù ce li porta, dunque, proprio per questo motivo. Lontano dalla folla e dagli impegni del ministero, Gesù porta i discepoli di nuovo in disparte, in un luogo solitario, perché è arrivato il momento della verità. Gesù gli vuole chiedere: “Chi dite che io sia?”

Prima, però, gli pone un’altra domanda: “Chi dice la gente che io sia?” I discepoli rispondono in vari modi: “si dice che tu sia Giovanni il battista, Elia, o un altro dei profeti.” Secondo i discepoli, Gesù si trova nella compagnia dei profeti d’Israele incaricati di riferire la parola di Dio al popolo. Certamente Gesù svolgeva il ministero profetico, ma non era solo un profeta. Giovanni il battista era stato chiaro: “Dopo di me viene colui che è più forte di me, al quale io non sono degno di chinarmi a sciogliere il legaccio dei calzari” (1:7). A differenza dei demoni e della natura, nessuno ha capito chi è Gesù veramente. E allora Gesù vuole sapere: “E voi? Siete d’accordo con la gente? Chi dite voi che io sia?”

A questo punto Pietro risponde per tutti i discepoli dicendo: “Tu sei il Cristo”. Questa confessione di fede è più elaborata negli altri vangeli, ma Marco ci dà l’essenziale. Mentre tempo fa i discepoli non sapevano bene chi fosse Gesù, adesso fanno la confessione fondamentale della fede cristiana: “Gesù è il Cristo, il Signore”. Ma poi Gesù gli comanda di non far sapere questo a nessun altro. Sembra strano? Perché non vuole che i discepoli lo predichino dappertutto, visto che ora capiscono e credono?

B) La missione del Cristo (v.31-33)

31 Poi cominciò a insegnare loro che era necessario che il Figlio dell’uomo soffrisse molte cose, fosse respinto dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, fosse ucciso e dopo tre giorni risuscitasse. 32 Diceva queste cose apertamente. Pietro lo prese da parte e cominciò a rimproverarlo. 33 Ma Gesù si voltò e, guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro dicendo: «Vattene via da me, Satana! Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini».

Marco ci fornisce la risposta in ciò che segue. Vedendo che i discepoli lo riconoscono come il Cristo, Gesù comincia a insegnargli il significato e lo scopo della sua missione. Prima di questo, Gesù non ha svelato esplicitamente il motivo per cui era venuto nel mondo. Per la gente che ha visto le sue opere potenti e ascoltato il suo messaggio del regno, era facile pensare che Gesù intendesse andare a Gerusalemme, entrarci in gloria e potenza, sconfiggere i pagani, sedersi sul trono di Davide, e restaurare il regno di Israele sopra le nazioni. Ma in tutto ciò che Gesù ha detto e fatto, si poteva indovinare (cioè chi aveva orecchie per udire e occhi per vedere) l’ombra della croce. Solo adesso, però, Gesù comincia a spiegare apertamente la sua intenzione di andare a Gerusalemme non per regnare ma per morire.

Notiamo in particolare che Gesù sottolinea la necessità della sua morte. La sua crocifissione non sarà uno sbaglio o una sfortuna che Gesù prevede; sarà il compimento della sua missione. Ecco perché Gesù ordina ai discepoli di non dire niente a nessuno. Come Pietro, nessuno è preparato ad accettare un tale Cristo. Se i discepoli che hanno almeno un granello di fede non riescono ad accettarlo, figuriamoci tutti gli altri! Qui c’è Pietro che ha appena confessato Gesù quale Cristo (lo stesso ritenuto dalla chiesa cattolica romana quale primo papa) che poi viene rimproverato da Gesù, viene persino chiamato “Satana”, l’avversario di Cristo! Quanto siamo simili a Pietro, che in realtà parla per tutti noi. Da un momento all’altro, possiamo passare dalla fede all’incredulità, da seguire Gesù a ostacolarlo! Non importa quanto abbiamo imparato nella scuola della fede; abbiamo sempre molto ancora da imparare!

2) Voi Siete I Miei Discepoli (8:34-38)

A) Morire per vivere (vv.34-35)

34 Chiamata a sé la folla con i suoi discepoli, disse loro: «Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua. 35 Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi perderà la sua vita per causa mia e del vangelo, la salverà.

A questo punto, Gesù si rivolge non solo ai discepoli, ma anche alla folla, prendendo spunto da quello che Pietro ha appena detto. Per seguirlo, Gesù dice, è necessario rinunciare a noi stessi e prendere la nostra croce, perdendo tutto quello che siamo e abbiamo in Cristo. Queste parole possono sembrare pesanti ed esagerate, se non teniamo a mente tutto quello che abbiamo imparato riguardo al vangelo. Gesù è venuto per fare tutto per salvarci. Questo significa che il nostro tutto è giudicato come insufficiente, e che dunque deve essere abbandonato, crocifisso, e messo a morte. Finché ci aggrappiamo alla nostra vita, non possiamo aggrapparci alla vita di Cristo. Finché siamo pieni di noi stessi, non c’è posto in noi dove Gesù può riempirci di se stesso. La vita eterna, la vita in abbondanza che Gesù vuole darci richiede questo.

Può sembrare un grande sacrificio, uno sforzo enorme, ma in realtà non lo è. Così sembra perché siamo così abituati a pensare che in ultima analisi la nostra salvezza dipende da noi, che dobbiamo aggiungere qualcosa all’opera di Cristo. Ma Gesù ci dice: “No, non potete fare nulla. Non dovete solo migliorare, dovete essere ricreati, e solo colui che vi ha creato è in grando di crearvi di nuovo. Rinunciate, dunque, a ogni tentativo di salvarvi, e lasciate a me questo compito. Abbandonatevi a me, e sarete ritrovati. Ma se mi respingete perché insistete che in fin dei conti ce la potete fare, respingete la vita eterna che si trova solo in me.”

Qui torniamo sempre alla testimonianza dell’apostolo Paolo: “Sono stato crocifisso con Cristo; non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. La vita che ora vivo nella carne la vivo nella fede del Figlio di Dio, il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal. 2:20). Notiamo bene: abbiamo la vita di Cristo in noi solo quando la nostra vita è stata crocifissa con lui. Non dobbiamo considerare, dunque, il comando di rinunciare a noi stessi e prendere la croce come doveri pesanti o pretese ridicole ma come la via che porta alla vita e la gioia in abbondanza.

B) Perdere per guadagnare (vv.36-38)

3E che giova all’uomo se guadagna tutto il mondo e perde l’anima sua? 37 Infatti che darebbe l’uomo in cambio della sua anima? 38 Perché se uno si sarà vergognato di me e delle mie parole in questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui quando verrà nella gloria del Padre suo con i santi angeli».

Gesù poi mette questa verità in un’altra prospettiva con una domanda retorica: “che giova all’uomo se guadagna tutto il mondo e perde l’anima sua?” Quando ci si avvicina alla morte, la prospettiva cambia completamente. Ciò che prima sembrava importante diventa irrilevante, mentre ciò che spesso si trascurava diventa importante. Nessuno alla fine della sua vita dice: “Avrei dovuto passare meno tempo con la mia famiglia!” È tragico che sovente non ci si accorge di ciò che è più importante finché non è troppo tardi.

Così Gesù vuole farci riflettere su ciò che è più importante nella vita. “Considerate”, ci dice, “una persona che ha grandissimo successo nella vita, fino a guadagnare tutto quello che il mondo ha. Se quella persona muore senza Dio, senza la vita che viene solo da lui, senza avere in sé la mia vita che vince la morte, che importanza ha? A cosa servirà tutto il suo successo quando torna alla polvere, quando deve stare in giudizio davanti al Signore?” Ed ecco dunque un altro motivo per aggrapparci a nient’altro se non alla croce di Cristo: è l’unica via alla salvezza, alla comunione con Dio, alla risurrezione, alla vita eterna. Questo è anche il motivo per cui non dobbiamo vergognarci di Cristo, anche se sentiamo la vergogna nei confronti degli altri che non credono. È meglio sentire la vergogna che viene dagli uomini piuttosto che la vergogna che viene da Dio! La prima dura solo un attimo; la seconda dura in eterno. Quando siamo tentati di vergognarci di Cristo, dobbiamo ricordarci invece che non siamo noi suoi discepoli che dobbiamo vergognarci ma gli altri che un giorno saranno oggetti della vergogna di Dio!

3) Alberi Che Camminano (8:22-26)

22 Giunsero a Betsaida, e gli condussero un cieco, pregandolo di toccarlo. 23 Egli, preso il cieco per la mano, lo condusse fuori dal villaggio, gli sputò sugli occhi, pose le mani su di lui e gli domandò: «Vedi qualche cosa?» 24 Egli aprì gli occhi e disse: «Scorgo gli uomini, perché vedo come alberi che camminano». 25 Allora gli pose di nuovo le mani sugli occhi; ed egli guardò e fu guarito e vedeva ogni cosa chiaramente. 26 Gesù lo rimandò a casa sua e gli disse: «Non entrare neppure nel villaggio».

A) Scorgo gli uomini

Detto tutto questo, è ancora possibile sentirci un po’ incerti riguardo all’insegnamento di Gesù. Forse qualcuno pensa: “Sì, capisco cosa dici ed è del tutto ragionevole, ma l’idea di dover rinunciare a me stesso e prendere la croce per seguire Gesù mi spaventa. Non so se ce la posso fare.” A questo punto tali pensieri sarebbero naturali, e perciò abbiamo tenuto fino a ora il brevissimo racconto che precede immediatamente il brano che abbiamo esaminato. A primo sguardo, può sembrare una storia inserita qui a casaccio. Ma dopo un po’ di riflessione, scopriamo che essa ci dà grande incoraggiamento e conforto.

A differenza degli altri casi quando Gesù guarisce qualcuno, questa volta è particolare. La guarigione di questo cieco non avviene in un colpo solo, ma in due fasi. La prima volta che Gesù tocca i suoi occhi, il cieco recupera la vista, ma solo in maniera parziale. Dice di poter scorgere gli uomini, ma gli appaiono “come alberi che camminano”. Vede un po’ il profilo delle persone, ma esse rimangono indistinte e offuscate. La seconda volta invece quando Gesù gli tocca gli occhi, riesce a vedere “ogni cosa chiaramente”. Perché Gesù lo guarisce in questo modo? Sicuramente l’avrebbe potuto guarire anche con un solo tocco. Che cosa vuole Marco farci capire attraverso questo racconto?

B) Ogni cosa chiaramente

Non è casuale che la guarigione del cieco precede immediatamente la confessione di Pietro. È infatti un’illustrazione del miracolo di guarigione che sta succedendo all’interno dei discepoli. Prima i discepoli erano ciechi nei confronti di Gesù. Lo seguivano, ma non sapevano chi fosse e non avevano tanta fede. Adesso scorgono Gesù, ma solo parzialmente. Lo vedono come un “albero che cammina”, perché mentre lo riconoscono come il Cristo, non riescono ad vedere il pieno significato della sua venuta. Perciò quando Gesù viene crocifisso, i discepoli lo abbandonano, e Pietro in particolare lo rinnega tre volte. Ma il miracolo di guarigione non si è compiuto ancora in loro. Dopo la risurrezione di Gesù e il battesimo dello Spirito Santo, essi vedranno ogni cosa chiaramente, e saranno disposti a morire per la loro testimonianza.

Questo dovrebbe incoraggiarci a non scoraggiarci quando, come Pietro, la nostra fede in Gesù è solo parziale. Non dobbiamo scoraggiarci se Gesù ci appare a volte come un albero che cammina, se abbiamo ancora tante domande, se ci assaliscono molti dubbi. Gesù non ha lasciato il cieco solo parzialmente guarito, dicendogli cose come: “Ti ho guarito in parte, adesso sei tu che devi potare a compimento la tua guarigione”, oppure “La tua guarigione parziale deve essere colpa tua, perché in tutti gli altri casi la guarigione è stata subito completa!” No, Gesù si è adoperato alla guarigione totale del cieco, e non l’ha lasciato andare finché non aveva compiuto la buona opera iniziata in lui.

Nello stesso modo, Gesù si è adoperato alla guarigione totale di tutti noi! Come il cieco e poi i discepoli, Gesù non comincia mai un’opera di guarigione senza portarla a termine. E dopo averla cominciata, Gesù non impone a noi neanche la responsabilità di compierla. Ricordiamoci: Gesù è venuto per fare tutto quello che serve alla nostra salvezza, non solo dalla parte di Dio, ma anche dalla parte nostra. Gesù ha dato tutto se stesso come garanzia, ha sacrificato la sua propria vita, per assicurarci che ci guarirà completamente. Non dobbiamo mai pensare di dover essere a posto prima di diventare discepoli di Cristo. Non dobbiamo essere sicuri di essere capaci di rinunciare a noi stessi e prendere la croce. Come Marco ci farà vedere, è Gesù che ha preso la nostra croce su di sé. Quando dunque noi inciampiamo e cadiamo, Gesù è sempre al nostro fianco, per portare i nostri pesi e farci alzare di nuovo in piedi. Questo è l’impegno di Gesù nei nostri confronti, e lui non verrà mai meno.

Per concludere, esultiamo insieme all’apostolo Paolo che ha scritto ai Filippesi (1:6): “E ho questa fiducia: che colui che ha cominciato in voi un’opera buona la condurrà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù.” Amen!