Giovanni 5:1-30: Come il Padre, Così il Figlio

1) Il Signore del sabato (Giovanni 5:1-18)

Continuando il nostro percorso nel vangelo di Giovanni, riprendiamo la narrativa nel capitolo 5 che riporta la guarigione di un paralitico.

A) La guarigione del paralitico (5:1-9)

1 Dopo queste cose ci fu una festa dei Giudei, e Gesù salì a Gerusalemme. Or a Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, c’è una vasca, chiamata in ebraico Betesda, che ha cinque portici. Sotto questi portici giaceva un gran numero d’infermi, di ciechi, di zoppi, di paralitici [, i quali aspettavano l’agitarsi dell’acqua, perché un angelo, in determinati momenti, scendeva nella vasca e agitava l’acqua; e il primo che vi scendeva dopo che l’acqua era stata agitata, era guarito di qualunque malattia fosse colpito]. Là c’era un uomo che da trentotto anni era infermo. Gesù, vedutolo che giaceva e sapendo che già da lungo tempo stava così, gli disse: «Vuoi guarire?» L’infermo gli rispose: «Signore, io non ho nessuno che, quando l’acqua è mossa, mi metta nella vasca, e mentre ci vengo io, un altro vi scende prima di me». Gesù gli disse: «Àlzati, prendi il tuo lettuccio e cammina». In quell’istante quell’uomo fu guarito; e, preso il suo lettuccio, si mise a camminare.

Lo svolgimento di questa storia non è complicato, (a parte qualche domanda che potrebbe suscitarsi a causa del materiale tra le parentesi nei vv.3-4 che probabilmente non si trovavano nel testo scritto da Giovanni). Gesù, arrivato a Gerusalemme per una festa, vede lì un uomo paralitico, e lo guarisce. L’uomo, che “da trentotto anni era infermo”, diventa immediatamente capace di alzarsi, prendere il suo lettuccio e camminare, grazie al potere compassionevole di Gesù.

Ma, come Giovanni ci ricorda ripetutamente, questo “miracolo” è in realtà un segno che mira non solo a guarire il paralitico, ma soprattutto di rivelare l’identità del Guaritore. Questo è evidente dal fatto che Giovanni dedichi meno spazio alla guarigione stessa (vv.1-9) che a quello che ne consegue: la reazione dei Giudei (vv.10-16) e il discorso di Gesù che spiega il significato del suo atto (vv.17-47). Cominciamo con la reazione dei Giudei:

B) Il giorno di sabato (5:10-16)

10 Quel giorno era un sabato; perciò i Giudei dissero all’uomo guarito: «È sabato, e non ti è permesso portare il tuo lettuccio». 11 Ma egli rispose loro: «Colui che mi ha guarito mi ha detto: “Prendi il tuo lettuccio e cammina”». 12 Essi gli domandarono: «Chi è l’uomo che ti ha detto: “Prendi [il tuo lettuccio] e cammina”?» 13 Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato, perché in quel luogo c’era molta gente. 14 Più tardi Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: «Ecco, tu sei guarito; non peccare più, ché non ti accada di peggio». 15 L’uomo se ne andò, e disse ai Giudei che colui che lo aveva guarito era Gesù. 16 Per questo i Giudei perseguitavano Gesù; perché faceva queste cose di sabato.

Due volte Giovanni ci informa che Gesù guarisce il paralitico quando è il giorno di sabato (vv.10, 16), Questo, e non il miracolo, diventa il motivo per cui i Giudei cominciano a perseguitare Gesù, e persino cercano di ucciderlo, perché nella Torah (e infatti nei Dieci Comandamenti) era severamente vietato agli ebrei fare qualsiasi tipo di “lavoro ordinario” (Esodo 20:8-11). Secondo i Giudei a Gerusalemme, chiaramente, la guarigione del paralitico è da considerarsi un “lavoro”, e di conseguenza Gesù è da condannare a morte. È interessante notare che nessuno si oppone a Gesù cercando smentire l’accaduto — tanto innegabile è il suo potere miracoloso. Ciò che scandalizza l’uomo moderno era per loro un fatto indiscutibile: Gesù era in grado di fare l’impossibile e guarire istantaneamente un uomo infermo da trentotto anni. Ciò invece che ha scandalizzato i Giudei è stato il giorno in cui Gesù l’ha fatto: il giorno di sabato, il giorno santo, riservato esclusivamente all’adorazione del Signore e dunque da non essere dedicato a nient’altro.

Potremmo chiederci: ma perché Gesù ha guarito il paralitico proprio allora? Non avrebbe potuto aspettare il giorno successivo per evitare di offendere i Giudei? Certo, Gesù avrebbe potuto aspettare il giorno successivo, ma così avrebbe minato lo scopo principale per cui ha compiuto il segno: dichiararsi il “Signore del sabato”. Questo titolo, riportato negli altri vangeli (Mt 12:8; Mc 2:28; Lc 6:5), è ovviamente assente dal racconto di Giovanni, ma troviamo lo stesso concetto nella semplice ma stupefacente riposta di Gesù nel v.17.

C) Il Padre mio opera (5:17-18)

17 Gesù rispose loro: «Il Padre mio opera fino ad ora, e anch’io opero». 18 Per questo i Giudei più che mai cercavano di ucciderlo, perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio.

Forse a noi queste parole di Gesù sembrano piuttosto innocue, ma non quando ne comprendiamo il pieno significato! Basta vedere la reazione dei Giudei: se prima hanno cercato di ucciderlo, ora, dopo aver sentito ciò che Gesù ha detto, lo fanno “più che mai”! Giovanni ci aiuta a capire la situazione: adesso il problema non è solo che Gesù ha violato il sabato guarendo il paralitico; ha anche chiamato “Dio suo Padre”, e così “si è fatto uguale a Dio”. Agli occhi dei Giudei, Gesù ha commesso la trasgressione più grave: la blasfemia. Ma perché i Giudei hanno interpretato (giustamente!) le parole di Gesù in questo modo? Perché “chiamare Dio suo Padre” equivale a “farsi uguale a Dio”. Non tutti la pensano così, come per esempio i Testimoni di Geova che non esitano a nominare Gesù “Figlio di Dio” pur ritenendolo un essere inferiore a Dio Padre.

Ci sono due cose importanti da tenere a mente. La prima è che la frase “figlio di…” era (ed è ancora oggi) per gli ebrei un modo di dire che significa “avere il carattere/la natura di…”. Spesso questo si perde in traduzione. Cito qualche esempio. In Genesi 12:4, leggiamo che “Abramo aveva settantacinque anni quando partì da Caran” per indirizzarsi verso la terra di Canaan. Nel testo ebraico si legge letteralmente: “Abramo [fu] figlio di settantacinque anni”. Ovviamente, non vuol dire che Abramo fu il figlio di un uomo chiamato “settantacinque anni”! Per indicare l’età in ebraico, si dice “figlio di … anni”. In questo caso, essere “figlio di settantacinque anni” descrive una caratteristica di Abramo: in quel momento aveva settantacinque anni. Un altro esempio si trova in 2 Samuele 12:5 quando il re Davide pronuncia la sentenza di morte: “Com’è vero che il Signore vive, colui che ha fatto questo merita la morte”. Ma nel testo ebraico, le parole letterali di Davide sono: “[è] figlio di morte colui che ha fatto questo”. Di nuovo, è palese che il colpevole qui non è letteralmente il figlio della morte. “Figlio di morte” significa invece che il colpevole è degno di morire per quel che ha fatto, che possiede il carattere di uno destinato alla morte.

Così, quando leggiamo in Giovanni 8:44 che Gesù chiama alcuni Giudei “figli del diavolo”, capiamo che ciò ha a che fare con la loro natura. Come il diavolo “è stato omicida fin dal principio e non si è attenuto alla verità”, così questi Giudei rigettano la verità insegnata da Gesù e cercano di ucciderlo. Lo stesso vale per ciò che Gesù dice di se stesso nel 5:17. Chiamando “Dio suo Padre”, Gesù si fa uguale a Dio, perché (usando questo modo di dire ebraico) dichiara così di possedere la stessa natura di Dio. Contrario a quanto sostenuto dai Testimoni di Geova, “essere Figlio di Dio” in questo senso vuol dire “essere uguale a Dio”. E come tale, Gesù asserisce: “il Padre mio opera fino ad ora, e anch’io opero”.

Questa è la seconda cosa importante da tenere a mente. Gesù la spiegherà in più dettaglio nel suo discorso successivo. In breve, vuol dire questo: Gesù rivendica il suo diritto di “trasgredire” la legge del sabato (anche se nel senso più vero non la trasgredisce ma l’adempie) perché è uguale a chi l’ha decretata. Gesù è uguale al Dio d’Israele che ha dato al suo popolo il comandamento del sabato in Esodo. Per questo motivo, il sabato non è il signore di Gesù, ma Gesù è il Signore del sabato! Nessuno tranne Dio potrebbe dire qualcosa del genere.

Ma le parole di Gesù significano anche di più. Ricordiamoci che quando Dio ha dato a Israele la legge del sabato in Esodo 20, ne ha spiegato il motivo così:

…poiché in sei giorni il Signore fece i cieli, la terra, il mare e tutto ciò che è in essi, e si riposò il settimo giorno; perciò il Signore ha benedetto il giorno del riposo e lo ha santificato. (v.11)

Quindi, Gesù dice anche di essere uguale al Dio che “nel principio … creò i cieli e la terra” (Genesi 1:1), e di operare proprio come opera il Padre sin d’allora. Se Dio opera anche il giorno di sabato (che nessuno dei Giudei negherebbe, sapendo che la continua esistenza del creato dipende costantemente dal sostegno del Creatore), così il Figlio — che è uguale al Padre — ha anche lui l’autorità di operare anche il giorno di sabato. Infatti deve operare, altrimenti l’intero creato, compresi i suoi avversari, cesserebbero di esistere! Gesù dice in effetti: “Voi volete uccidermi perché opero di sabato, ma non sapete che se io smettessi mai di operare, voi smettereste di vivere!” Ecco perché le parole di Gesù hanno così tanto indignato i Giudei!

A questo punto, Gesù si approfitta del momento per approfondire il significato di ciò che ha appena detto. Cosa significa che l’opera di Gesù è uguale all’opera di Dio Padre, e che importanza ha non solo per i Giudei d’allora ma per noi oggi? Proseguiamo al suo discorso nei versetti successivi.

2) Come il Padre, così anche il Figlio (5:19-30)

19 Gesù quindi rispose e disse loro: «In verità, in verità vi dico che il Figlio non può da se stesso fare cosa alcuna, se non ciò che vede fare dal Padre; perché le cose che il Padre fa, anche il Figlio le fa ugualmente. 20 Perché il Padre ama il Figlio e gli mostra tutto quello che egli fa; e gli mostrerà opere maggiori di queste, affinché ne restiate meravigliati.

21 Infatti, come il Padre risuscita i morti e li vivifica, così anche il Figlio vivifica chi vuole.

22 Inoltre, il Padre non giudica nessuno, ma ha affidato tutto il giudizio al Figlio, 23 affinché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio non onora il Padre che lo ha mandato.

24 In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato ha vita eterna; e non viene in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. 25 In verità, in verità vi dico: l’ora viene, anzi è già venuta, che i morti udranno la voce del Figlio di Dio; e quelli che l’avranno udita, vivranno. 26 Perché come il Padre ha vita in se stesso, così ha dato anche al Figlio di avere vita in se stesso;

27 e gli ha dato autorità di giudicare, perché è il Figlio dell’uomo.

28 Non vi meravigliate di questo; perché l’ora viene in cui tutti quelli che sono nelle tombe udranno la sua voce e ne verranno fuori: 29 quelli che hanno operato bene, in risurrezione di vita; quelli che hanno operato male, in risurrezione di giudizio.

30 Io non posso fare nulla da me stesso; come odo, giudico, e il mio giudizio è giusto, perché cerco non la mia propria volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.

È più facile capire il senso di questo discorso quando constatiamo che forma un chiasmo, cioè una struttura letteraria che consiste nel ripetere due serie di frasi o concetti, la seconda volta nell’ordine inverso rispetto alla prima. Vediamo che l’inizio del discorso corrisponde alla fine (vv.19-20), che il mezzo del discorso ne costituisce il cuore (vv.24-26), e che gli altri due set intermediari si rispecchiano a vicenda (vv.21 e 28-29, vv.22-23 e 27). Quindi, ci sono in totale quattro raggruppamenti di materiale che tratteremo uno per uno.

A) Il Figlio fa le cose che fa il Padre (vv.19-20, 30)

Nel primo raggruppamento, troviamo che Gesù afferma: “il Figlio non può da se stesso fare cosa alcuna” (v.19), e similmente: “Io non posso fare nulla da me stesso” (v.30). A prima vista, questo potrebbe dare l’impressione (come infatti sostengono i Testimoni di Geova) che Gesù si ritiene inferiore a Dio. Ma leggendolo attentamente, scopriamo che non è per niente così. Se Gesù fosse inferiore a Dio, non potrebbe affermare subito dopo: “perché le cose che il Padre fa, anche il Figlio le fa ugualmente”. In altre parole, tutto ciò che il Dio onnipotente è capace di fare, anche il Figlio è capace di farlo. Non c’è nulla che il Padre possa fare che il Figlio non possa fare ugualmente. Ma questo non sarebbe vero, però, se il Figlio non fosse uguale a Dio!

Perché allora Gesù dice che “non può da se stesso fare cosa alcuna”? Il motivo è semplice: Gesù rifiuta di volere o di operare da solo, ma solo unitamente al volere e all’operare del Padre. Come il Padre e il Figlio, pur essendo due persone distinte, hanno un solo essere divino, così hanno un solo volere e un solo operare. Il Figlio non fa mai qualcosa che non fa il Padre, e il Padre non fa mai qualcosa che non fa il Figlio. È vero che c’è un ordine: il Padre “mostra [al Figlio] tutto quello che egli fa”, che il Padre manda il Figlio, e non viceversa. Ma resta comunque vero che non c’è opera del Padre che non venga operata ugualmente dal Figlio. Se il Figlio fa qualcosa, sappiamo è perché il Padre fa lo stesso. Se il Figlio non fa qualcosa, è perché il Padre non fa quella cosa.

B) Risurrezione (vv.21, 28-29)

I prossimi due raggruppamenti nel discorso forniscono due esempi specifici di questi co-volere e co-operare del Padre e del Figlio. (Sarebbe anche giusto aggiungere lo Spirito Santo in quanto terza persona divina della Trinità. Ma poiché il discorso di Gesù parla specificamente del Padre e del Figlio, ci atterremo a questo.) Il primo esempio, che troviamo nel v.21 e poi di nuovo nei vv.28-29, riguarda l’opera della risurrezione: “come il Padre risuscita i morti e li vivifica, così anche il Figlio vivifica chi vuole”. Tutti infatti saranno risuscitati alla fine dell’età presente: “quelli che hanno operato bene, in risurrezione di vita; quelli che hanno operato male, in risurrezione di giudizio”.

(Apro qui una piccola parentesi affinché non si fraintenda il significato di questa frase. Cosa vuol dire, secondo Gesù, “operare bene”? Ce lo dice nel capitolo successivo, v.29: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato». “Quelli che hanno operato bene”, che erediteranno la vita eterna, non sono dunque le persone che l’hanno meritata tramite le loro opere buone, ma che hanno semplicemente creduto in Gesù. Chiusa parentesi.)

Come solo Dio ha il potere di chiamare all’esistenza i cieli e la terra dal nulla, così solo Dio ha il potere di chiamare in vita i morti dalla tomba, e questo è esattamente ciò che fa anche il Figlio insieme al Padre. Poiché il Figlio fa sempre la volontà del Padre, il Figlio vuole risuscitare chi il Padre vuole risuscitare. Poiché il Figlio fa ugualmente ciò che fa il Padre, il Padre vivifica chi il Figlio vivifica.

C) Giudizio (vv.22-23, 27)

Lo stesso concetto applica anche al giudizio, come Gesù afferma nei vv.22-23 e 27. Nell’Antico Testamento, l’autorità di giudicare il mondo è riservata esclusivamente a Dio (Deut. 32:35), ma qui Gesù la rivendica per se stesso! Questo non contraddice l’Antico Testamento, perché come abbiamo imparato, tutto ciò che il Padre fa, il Figlio lo fa ugualmente. E Dio lo vuole così, “affinché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre”. Il Figlio fa le stesse opere del Padre, ed è dunque degno della stessa gloria, la stessa lode e la stessa adorazione che spettano soltanto a Dio. Tanto è vero questo che “chi non onora il Figlio non onora il Padre che lo ha mandato”.

Questa è l’ironia dei Testimoni di Geova: reputano il Figlio inferiore al Padre perché pensano di dare così il giusto onore a Dio, ma non si rendono conto che quando non onorano il Figlio come il Padre, non onorano nessuno dei due! Così è per tutte le religioni del mondo: se non adorano Gesù come l’unico vero Dio, non adorano l’unico vero Dio. Non importa quanto si loda “Dio” se non si loda Gesù. Ecco perché Gesù deve essere al centro non solo di tutto il nostro pensare e di tutto il nostro parlare di Dio ma anche di tutto il nostro adorare Dio.

D) Vita eterna (vv.24-26)

Così arriviamo al cuore del discorso, vv.24-26, dove scopriamo l’immensa importanza del co-volere e del co-operare del Padre e del Figlio (senza ovviamente dimenticarci dello Spirito Santo). È letteralmente una questione di vita eterna o morte eterna:

24 In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato ha vita eterna; e non viene in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita.

Chi non viene in giudizio ma eredita la vita eterna? Notiamo bene: “chi ascolta la mia parola” — cioè la parola di Gesù — “e crede a colui che mi ha mandato” — cioè il Padre. Abbiamo capito? Noi possiamo credere al Padre solo nella misura in cui ascoltiamo Gesù. Questo è perché quando Gesù parla, è la parola del Padre che ascoltiamo, e quando il Padre vuole portarci a credere in lui, ci parla per mezzo (e solo per mezzo!) di Gesù. Ma come potrebbe essere vero questo se il Figlio e il Padre non fossero uguali, se non fossero identici il loro volere e il loro operare? Ascoltare Gesù equivale ad ascoltare Dio, ma il rifiuto di credere in Gesù equivale al rifiuto di credere in Dio. La vita che il Padre ha “in se stesso”, la vita da cui il nostro destino eterno dipende, la vita a cui siamo stati creati per partecipare, è proprio la vita che il Figlio ha in se stesso, ed è solo nel Figlio che noi abbiamo accesso a questa vita, perché solo il Figlio ha assunto la nostra umanità per poter condividere con noi umani la vita che ha il Padre (v.26).

Questi sono pensieri molto profondi, e magari non di facile o immediata comprensione. Forse ci aiuterà un piccolo esercizio d’immaginazione. Immaginiamo (come dicono i Testimoni di Geova) che Gesù non fosse uguale a Dio in ogni senso, e che dunque neanche il suo operare fosse identico a quello di Dio in ogni senso. Quali sarebbero le conseguenze? In primo luogo, significherebbe che in Gesù non avremmo a che fare con Dio stesso. Gesù sarebbe come tutti gli altri profeti o messaggeri angelici, un intermediario che tiene il “mittente” lontano dai “destinatari”. Dio rimarrebbe sempre a distanza da noi, sempre inaccessibile, sempre invisibile, sempre inconoscibile direttamente. Stare in presenza di Gesù non sarebbe stare in presenza di Dio, e quindi non potremmo mai avere in Gesù una relazione personale con Dio. Gesù sarebbe invece un muro invalicabile tra Dio e noi.

In secondo luogo, non potremmo mai essere totalmente certi che quando ascoltiamo le parole di Gesù, ascoltiamo le parole di Dio stesso. Come potremmo essere certi che qualcosa non è andato perso nel passaggio da Dio a Gesù, e poi da Gesù a noi? Senza avere accesso diretto alla voce di Dio, non potremmo mai verificare se la voce di Gesù comunicasse perfettamente la volontà di Dio. Per quanto affidabile, Gesù sarebbe sempre una creatura di Dio, un uomo come noi, e come tale sarebbe sempre fallibile. Quindi, la nostra fede, basata com’è sulla parola di Gesù, sarebbe solo un salto cieco nel vuoto.

In più, non potremmo mai essere pienamente convinti che il sacrificio di Gesù sulla croce per noi è la manifestazione dell’amore di Dio per noi. Se il cuore di Gesù non fosse il cuore di Dio, come potremmo sapere se l’amore di Gesù per noi è uguale all’amore di Dio per noi? Se la grazia di Gesù nel perdonare i peccatori non fosse identica alla grazia di Dio nel perdonare i peccatori, come potremmo essere rassicurati che, pur essendo perdonati da Gesù, siamo stati anche perdonati da Dio? Potrebbe essere possibile che Gesù, essendo anche uomo, fosse più comprensivo, più compassionevole di Dio nei nostri confronti, più disposto a perdonarci. Come potremmo avere pace nel sapere di essere giustificati in Gesù, se non fossimo certi che il giudizio pronunciato da Gesù è lo stesso pronunciato da Dio? Non sarebbe possibile che, dopo una vita passata a credere di essere giusti davanti a Gesù arrivassimo al giudizio finale di Dio solo per scoprire che non siamo giusti anche davanti a lui? Nonostante la nostra fiducia in Gesù, avremmo sempre paura, o almeno tanti dubbi, che Dio (che resterebbe celato nell’ombra dietro le sue spalle) ci amasse come ci ami Gesù. Crollerebbe così tutta la nostra speranza, l’unica cosa che ci permette di superare le difficoltà e le prove dei tutti i giorni.

Così, vediamo quanto è importante sapere questa verità, che il Figlio (insieme allo Spirito) è uguale al Padre, e che tutte “le cose che il Padre fa, anche il Figlio le fa ugualmente” (v.19). Ciò che potrebbe sembrare una nozione teologica poco pratica è in realtà la base e la forza della nostra fiducia in Dio e la nostra speranza per il futuro. Grazie a questa verità, sappiamo che quando abbiamo a che fare con l’uomo Gesù, abbiamo a che fare anche con Dio stesso; sappiamo di avere accesso diretto al Padre, di avere una relazione personale con lui, perché Gesù non è un mero tramite; egli è uno con il Padre, e il Padre è uno con lui. Non dobbiamo mai chiedere come Filippo nel 14:8: “mostraci il Padre!”, perché, come gli risponde Gesù: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (v.9).

Amen e amen!

Giovanni 1.1-2: Nel principio era la Parola

1) La Parola nel principio (Giovanni 1.1)

1:1 Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei, e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini. La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta.

Vi fu un uomo mandato da Dio, il cui nome era Giovanni; egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo di lui. Egli stesso non era la luce, ma venne per rendere testimonianza alla luce. La vera luce che illumina ogni uomo stava venendo nel mondo. 10 Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l’ha conosciuto. 11 È venuto in casa sua, e i suoi non l’hanno ricevuto; 12 ma a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio, a quelli cioè che credono nel suo nome, 13 i quali non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma sono nati da Dio.

14 E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre. 15 Giovanni gli ha reso testimonianza, esclamando: «Era di lui che io dicevo: “Colui che viene dopo di me mi ha preceduto, perché era prima di me. 16 Infatti dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia”». 17 Poiché la legge è stata data per mezzo di Mosè; la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo. 18 Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere.

L’introduzione al vangelo di Giovanni si affianca ai brani biblici più maestosi e insondabili. Non basterebbe un’intera vita di riflessione per approfondire pienamente i diciotto versetti iniziali del primo capitolo. Qualsiasi studio non può essere altro che un cucchiaino d’acqua tratta dall’oceano. Ma un cucchiaino è meglio di niente, ed è questo che cercheremo oggi. Questo brano, inoltre, racconta la storia di Natale. Certo, non si trovano qui Giuseppe, Maria e Gesù bambino nella mangiatoia. Non c’è menzione dei pastori nei campi con le loro pecore, né dei magi che portano i loro regali preziosi. Ma questo non rende il primo capitolo di Giovanni meno “natalizio” rispetto agli altri vangeli. Giovanni sceglie semplicemente di rintracciare la storia di Gesù alle sue vere origini, oltre il tempo e nell’eternità.

A) “Nel principio era la Parola…”

Innanzitutto, Giovanni vuole farci capire che la nascita del nostro Salvatore duemila anni fa in realtà ha avuto inizio “nel principio”, prima che i tempi fossero. Questa frase ci riconduce alle prime parole delle Scritture in Genesi 1.1: “Nel principio Dio creò i cieli e la terra”. In ebraico, “i cieli e la terra” è un modo di dire che sta a significare tutto il cosmo, tutto l’universo e tutto quello che c’è in esso. Nel contesto di Genesi, dunque, la frase “nel principio” significa chiaramente: prima che esistesse qualsiasi cosa all’infuori di Dio, prima che esistesse persino il tempo. Si tratta dell’eternità prima della creazione quando c’era Dio, e Dio solo. Quando si parla dell’eternità prima del tempo, siamo ovviamente di fronte a un muro impenetrabile, un mistero imperscrutabile che la nostra mente è incapace di comprendere e il nostro linguaggio è inadeguato a descrivere. Ma possiamo almeno afferrare l’essenziale: “nel principio” vuol dire semplicemente Dio e nient’altro, Dio nel suo tempo eterno, Dio nella sua vita autosufficiente, Dio nella sua gioia immacolata.

Quindi, rimaniamo subito colpiti quando scopriamo che secondo Giovanni, il soggetto di questo “nel principio” era, ed è, “la Parola”. Non è quello che, in base a Genesi 1.1, ci saremmo aspettati. Eppure, ecco la Parola che prende il posto occupato da Dio in Genesi. È evidente che Giovanni vuole attribuire a questa Parola tutto ciò che appartiene a Dio: la sua eternità, la sua autosufficienza, il suo precedere tutte le cose e tutti i tempi. Per confermare quest’interpretazione, basta dare un’occhiata al v.3: “Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei, e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta.” Se “ogni cosa è stata fatta per mezzo” della Parola, è ovvio che la Parola stessa non può essere stata fatta. Come se quest’affermazione non fosse già abbastanza chiara, Giovanni ne aggiunge un’altra più enfatica: senza la Parola “neppure una delle cose fatte è stata fatta”. Perciò, la Parola è da escludere da tutte le cose create nel principio, perché non esiste nessuna realtà materiale o spirituale all’infuori di Dio — dall’intero universo alla più piccola molecola in esso — che non sia venuta all’esistenza per mezzo suo.

Basta solo questo per confutare i testimoni di Geova che vogliono distorcere la traduzione del resto della frase. Se “nel principio era la Parola”, questo non può significare altro che è la Parola a occupare il posto del Dio Creatore in Genesi 1.

B) …e la Parola era con Dio…”

Ma è altrettanto evidente che Giovanni vuole in un senso distinguere la Parola da Dio, altrimenti avrebbe solo ribadito la dichiarazione di Genesi 1.1: “Nel principio era Dio…”. Questa distinzione è infatti è il punto della seconda frase di Giovanni 1.1, che “la Parola era con Dio”. Da questo impariamo che Giovanni non contraddice Genesi quando afferma che “nel principio era la Parola”. Il fatto che la Parola occupi il posto di Dio non esclude il fatto che Dio esista. La congiunzione “con” in questa frase è da interpretare nella sua letterale semplicità. Nel principio, la Parola esisteva non in modo da escludere l’esistenza di Dio; invece “la Parola era con Dio”. Se in Genesi il creatore è Dio, Giovanni precisa che la Parola era “con Dio” come mezzo della sua opera creatrice. Di nuovo, questo è confermato dal v.3: “Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei…”.

C) “… e la Parola era Dio.”

Ma onde evitare qualsiasi fraintendimento, Giovanni aggiunge una terza affermazione senza la quale il primo versetto sarebbe incompleto: “e la Parola era Dio”. Sbagliamo se concludiamo che, siccome la Parola era “con” Dio nel principio. essa era in qualche modo inferiore a Dio o separabile da Dio o, come sostengono i testimoni di Geova, solo “un dio” (come se ce ne fossero tanti!). No, tutto quello che si attribuisce a Dio va attribuito anche alla Parola. La gloria, la potenza, l’eternità, e l’essere della Parola sono identici a Dio.

Ma “la Parola era Dio” significa di più. La Parola è da pensare come “parte integrante” di Dio stesso; non nel senso che la Parola è “una” parte di un insieme di altre parti (come il motore è una parte di un’automobile) ma che Dio non sarebbe Dio senza la Parola. La Parola appartiene all’identità e all’essenza di Dio, cosicché Dio resta inconoscibile senza riferimento alla Parola. Qui Giovanni in effetti dice: l’origine di tutte le cose è Dio, come afferma Genesi, ma questo Dio è tale solo in quanto esiste con e come la Parola.

Il lato pratico di questa verità è che non si può concepire Dio, non si può conoscere Dio, non si può parlare rettamente di Dio senza riferirsi alla Parola. Questo è l’implicazione della frase “nel principio”: se la Parola era nel principio, essendo con Dio e anche Dio stesso, così tutto il nostro pensare e parlare di Dio deve essere “dal principio” incentrato su questa Parola. E siccome non c’è nessun altro pari a questa Parola nel principio, non c’è nessun altro a cui dobbiamo ricorrere per conoscere Dio. La Parola è tutto ciò che Dio è, ed è dunque l’Alfa e l’Omega, l’inizio e la fine di tutto ciò che possiamo sapere e dire di Dio.

2) La Parola nel tempo (Giovanni 1.2, 14)

Essa era nel principio con Dio.

Ma nonostante tutte le altezze e le profondità che Giovanni 1.1 contiene, non sappiamo ancora a chi si riferisce “la Parola”. Con quale nome dobbiamo chiamare questa Parola? In che modo possiamo conoscerla per poter conoscere Dio per mezzo suo? Giovanni risponde subito nel secondo versetto: “Essa [la Parola] era nel principio con Dio”. A primo sguardo, questo versetto sembra solo ripetere quanto è stato detto nel primo, e potremmo essere tentati di non prestargli lo stesso livello di attenzione ma di saltare subito al v.3. Ma facendo così sbaglieremmo, perché qui si costruisce il ponte cruciale tra l’infinito e il finito, tra l’increato e il creato, tra l’inconoscibile e il conoscibile, tra Dio e l’uomo, estremi tra i quali non esisterebbe altrimenti nessun punto di contatto.

A) “Essa…”

La parola chiave del v.2 è “essa” che designa colui che “era nel principio con Dio”. È vero che “essa” si riferisce alla Parola del v.1, ma non solo: si riferisce anche (e forse soprattutto) all’unica altra menzione esplicita della Parola in questo brano, cioè al v.14: “E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre.” C’è molto da dire su questo versetto, e ci vorrà infatti tutto il resto del vangelo (se non il resto della Bibbia!) per spiegare che cosa significa che la Parola fatta carne “ha abitato per un tempo fra di noi” in modo da rivelare la gloria di Dio. Solo leggendo tutto quello che Giovanni riporterà in seguito — ciò che questa Parola diventata carne ha detto e compiuto — potremo anche noi contemplare la pienezza della grazia e della verità divine che ha manifestato.

Ma il punto importante che concerne il nostro studio su Giovanni 1.1-2 è che la Parola che secondo v.14 “è diventata carne e ha abitato per un tempo” in un certo periodo storico e in un determinato luogo sulla terra è proprio la stessa Parola che “era nel principio con Dio”. Far vedere questo collegamento è la funzione del termine “essa” nel v.2. “Essa”, cioè la Parola che dall’eternità era con Dio ed era Dio stesso, è la stessa Parola che nel tempo “è diventata carne” e ha portato il nome “Gesù Cristo”. Ribaltando la frase, la “essa” del v.2 significa che la Parola che nel tempo “è diventata carne” e chiamata Gesù Cristo è la stessa Parola che dall’eternità era con Dio ed era Dio stesso.

B) La Parola diventata carne

Dopo un po’ di riflessione, ci accorgiamo che quest’ultima è l’affermazione più sbalorditiva. Capire che l’eterna Parola si è fatta uomo in Gesù è un conto; capire che l’uomo Gesù è la Parola che nel principio era con Dio e anche Dio stesso è un altro. La prima affermazione può significare semplicemente che Gesù è venuto dopo un’ulteriore riflessione da parte di Dio sulla condizione del mondo, che dopo la rovina causata del peccato umano, Gesù è subentrato nel proposito di Dio come una specie di “piano B”. Ma in questo caso, il punto della storia non sarebbe Gesù ma altro; Gesù esisterebbe solo per supplire a una mancanza, solo per curare una ferita, solo per risolvere un problema. Ma una volta guarita la malattia, c’è ancora bisogno del rimedio? Dopo che viene riparata una perdita d’acqua in casa, ho ancora bisogno dell’idraulico? Dopo che i miei peccati sono perdonati, ho ancora bisogno del Salvatore?

Secondo me, questo è uno dei motivi per cui tante persone non si rendono conto delle pretese radicali del vangelo, del dominio assoluto di Dio su chi riceve il dono della sua grazia. Si capisce che la Parola che era nel principio con Dio è la stessa che si è fatta uomo in Gesù, ma non si capisce che l’uomo Gesù è lo stesso che nel principio era la Parola con Dio. Che differenza fa questa seconda affermazione? Se l’uomo Gesù è lo stesso che nel principio era la Parola con Dio, vuol dire che egli è il punto, il significato e il fine di tutto ciò che viene dopo. Vuol dire che la nascita di Gesù non è stata un’aggiunta o una modifica al piano originario di Dio. Vuol dire che “nel principio”, prima di fare anche una di tutte le cose che sono state fatte (v.3), c’era la Parola destinata a diventare carne. Vuol dire che quando Dio, per mezzo della Parola, ha fatto “i cieli e la terra”, l’universo e tutto quello che contiene, li ha fatti in vista della Parola fatta carne, allo scopo di essere “Emmanuele”, Dio con noi, il Creatore che si unisce intimamente alle sue creature, il Signore che s’identifica personalmente con il suo popolo. Come ha scritto un certo teologo: “Il mondo è stato fatto affinché Gesù potesse nascere”. Gesù non esiste per il mondo tanto quanto il mondo esiste per lui.

C) Grazia su grazia

Ma nel creare il mondo per manifestarsi in Gesù, Dio non ha agito in modo egoista. Anzi, nel vangelo che segue, Giovanni ci farà vedere quanto è costato alla Parola diventare carne: “Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l’ha conosciuto. È venuto in casa sua, e i suoi non l’hanno ricevuto” (vv.10-11). Non solo non l’hanno ricevuto; l’hanno persino schernito, maltrattato, e infine crocifisso! Per la Parola, farsi uomo costituiva un’infinita condiscendenza, un’inimmaginabile umiliazione, un esporsi a incomprensibili sofferenze e afflizioni. Ma egli era felice di farlo per il suo grande amore: “Poiché Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unigenito Figlio…” (3.16).

E il risultato di questo amore sacrificale? Ce lo dice Giovanni nel v.16 del primo capitolo: “Infatti dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia”. Gesù è lo stesso che nel principio era con Dio, e quindi non c’è fine alle grazie che elargisce su di noi. Gesù è lo stesso che nel principio era Dio, e quindi “è quello che ha fatto conoscere” pienamente il Dio che altrimenti nessuno potrebbe conoscere. Gesù è lo stesso per mezzo del quale tutte le cose sono state fatte, e quindi non dobbiamo mai dubitare che egli farà cooperare tutte le cose per il nostro bene, e mai per il nostro male. Gesù è lo stesso in vista del quale tutte le cose sono state fatte, e quindi ricevere lui significa ricevere con lui anche tutte le cose, ma rifiutare lui significa rifiutare non solo lui ma anche tutte le altre cose. Gesù è lo stesso che nel principio ha fatto risplendere la luce nelle tenebre, e fin d’allora non esistono tenebre capaci di sopraffarla (v.5).

La testimonianza di Giovanni il battista, riferita nel v.15, è dunque vero di ogni essere umano: “Colui che viene dopo di me mi ha preceduto, perché era prima di me.” Gesù ha preceduto non solo noi che siamo nati dopo di lui ma anche tutti coloro che, come Giovanni, erano nati prima di lui. Ecco perché Gesù dichiara nel 8.58: “In verità, in verità vi dico: prima che Abraamo fosse nato, io sono”. Strepitose, incredibili sono queste parole, che sarebbero blasfeme sulle labbra di qualsiasi altra persona. Ma Gesù è giusto nel dirle perché egli è l’IO SONO prima di Abraamo, prima ancora di Adamo. Bisogna dire che quando Genesi 1 afferma che gli esseri umani sono stati creati a immagine di Dio, è stato in realtà a immagine del Dio destinato a diventare l’uomo Gesù!

Per questo motivo, nessuno è da considerarsi escluso dall’amore di Dio incarnato in Gesù, dal suo benevolo proposito di salvare, dalla portata della sua decisione di essere Emmanuele, il Dio anche di chi lo rifiuta. Inoltre, è inutile chiedere “che pertinenza ha Gesù alla mia vita?”, perché la vita di ogni essere umano trova il suo senso e il suo scopo nell’umanità di Cristo. Se è vero, come impariamo in Giovanni 1, che Gesù non esiste per il mondo tanto quanto esiste il mondo per Gesù, allora la domanda più importante che tutti devono porsi è: “che pertinenza ha la mia vita a Gesù?” Siamo stati fatti per mezzo di lui, per lui e in vista di lui, e troveremo solo in lui tutto quello che il nostro cuore desidera.

3) Conclusione

Tutto questo sermone deve molto al grande teologo Karl Barth che più di ogni altro ha messo Gesù al centro di tutte le sue riflessioni sulle Scritture. È dunque opportuno che concludiamo con alcuni commenti che lui ha scritto riguardo ai versetti che abbiamo appena studiato:

Fra Dio e l’uomo vi è la persona di Gesù Cristo: vero Dio e vero uomo egli è infatti il Mediatore fra l’uno e l’altro. In lui, Dio si rivela all’uomo; in lui, l’uomo riconosce Dio; in lui, Dio si pone di fronte all’uomo e l’uomo davanti a Dio, conformemente alla volontà eterna di Dio ed al destino eterno dell’uomo, corrispondente a tale volontà. In lui, Dio indica il suo disegno nei confronti dell’uomo e pronuncia su di lui il giudizio; in lui, salva l’uomo e gli si fa presente in tutta la sua pienezza; in lui, enuncia contemporaneamente la sua esigenza e la sua promessa sull’uomo. In lui, Dio si è legato all’uomo. È dunque a causa di lui che l’uomo esiste. Anche il mondo, teatro della storia intercorrente fra Dio e l’uomo, è stato creato conformemente all’origine ed in previsione del destino assegnati all’uomo in Gesù Cristo.

Questi è l’essenza di Dio, come è originariamente l’essenza dell’uomo; nulla vi è nell’universo che non proceda da lui, che non esista per mezzo di lui e non sia finalizzato a lui; è infatti la Parola di Dio che contiene ogni verità e che non potrebbe essere superata, né limitata da nessun’altra parola; è la decisione di Dio che nessun’altra decisione può precedere, né superare, né accompagnare, perché tutte le decisioni che possono esistere non possono che concorrere al compimento di tale decisione iniziale; è l’origine che esclude ogni altra origine al di fuori di quella che Dio possiede in se medesimo, cosicché nulla vi è che non proceda da lui o per cui si possa cercare l’inizio al di fuori di lui; è la scelta che esclude ogni altra scelta da parte di Dio, in modo che nulla e nessuno al mondo è stato scelto e voluto da Dio prima di lui, senza di lui ed accanto a lui.

In una sola parola: è la scelta (quindi anche l’origine, la decisione, la parola) della libera grazia di Dio. È infatti in forza della sua libera grazia che Dio sceglie di diventare uomo in Gesù Cristo, legandosi all’uomo, onde legarlo a sé. Gesù Cristo è la libera grazia di Dio, se è vero che questa libera grazia non resta confinata nell’essenza intima ed eterna del Padre, ma si manifesta al di fuori, nell’insieme delle vie e delle opere divine; ecco perché non esiste scelta, inizio, origine, decisione o parola divina che lo preceda, che sia al di sopra, di fianco o al di fuori di lui; la libera grazia è infatti l’unico motivo che sostiene tutte le vie e tutte le opere di Dio, manifestantesi all’esterno. (Karl Barth, La dottrina dell’elezione divina, p.305-306).

Basandoci su questa verità, possiamo riposarci nella promessa che Gesù ha fatto ai suoi discepoli in Giovanni 14.1-3:

Il vostro cuore non sia turbato; credete in Dio, e credete anche in me! Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, vi avrei detto forse che io vado a prepararvi un luogo? Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi.

Questa è la speranza di Natale. Amen!

La Storia della Chiesa in un Anno: Il Papato Romano e il Grande Scisma (22/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: Il Papato Romano e il Grande Scisma (22/52)

 In considerazione del fatto che il nostro potere imperiale è terreno, noi decretiamo che si debba venerare e onorare la nostra santissima Chiesa Romana e che il Sacro Vescovado del santo Pietro debba essere gloriosamente esaltato sopra il nostro Impero e trono terreno (dalla Donazione di Costantino).

Nell’anno 1054 d.C. il cristianesimo subì un’epocale ma tragica vicenda che cambiò per sempre la sua storia: il Grande Scisma tra le chiese d’Occidente (cattolica) e d’Oriente (ortodossa). Spesso si attribuisce lo scisma al conflitto circa l’espressione filioque (“e dal Figlio”), se essa doveva essere inserita nel Credo Niceno-Costantinopolitano. La questione riguardava la relazione dello Spirito Santo al Padre e al Figlio. Il Credo affermava semplicemente che lo Spirito “procede dal Padre”, e la filioque, reclamata dalle chiese occidentali, aggiunse che lo Spirito “procede … anche dal Figlio”. La dottrina aveva la sua importanza, ma la vera causa dello scisma fu ben diversa: il concetto del primato papale.

Il primato del papato romano si sviluppò solo dopo la morte degli apostoli e solo attraverso una lunga serie di avvenimenti. Con l’indebolimento dell’impero in Occidente e l’ascesa di Costantinopoli in Oriente, la chiesa di Roma e il suo vescovo provvidero a riempire il vuoto di potere. Fu Innocente I (402–417) a radicare l’autorità del vescovo romano nel concetto del diritto divino concesso all’apostolo Pietro e i suoi successori. Poi, Leone I (440-461) si arrogò la prerogativa di intervenire autorevolmente negli affari di tutte le chiese, facendosi chiamare “vicario di Cristo”. Intorno alla seconda metà dell’VIII secolo fu composta la Donazione di Costantino, un documento falsamente attribuito al suddetto l’imperatore che avrebbe conferito il suo potere imperiale al vescovo di Roma. Facendo leva su questo falso, molti papi successivi riuscirono a rafforzare la supremazia della loro posizione.

A prescindere dalla controversa filioque, dunque, la vera causa dello scisma fu la pretesa del papa Leone IX (1002–1054) di poter emanare decreti vincolanti a tutte le chiese, incluse quelle d’Oriente. Il patriarca di Costantinopoli, Michele I Cerulario (1000–1059), contestò le direttive impostegli dal papa, tra quali il celibato ecclesiastico e la tonsura della barba. Nel 1054, il papa e il patriarca si scomunicarono a vicenda, e la divisione tra Occidente e Oriente fu sigillata. Lo scisma dimostra le tragiche conseguenze che possono avverarsi quando si trascurano le parole di Gesù riguardante la vera autorità:

 “Voi sapete che quelli che sono reputati prìncipi delle nazioni le signoreggiano e che i loro grandi esercitano autorità su di esse. Ma non è così tra di voi; anzi, chiunque vorrà essere grande fra voi sarà vostro servitore; e chiunque tra di voi vorrà essere primo sarà servo di tutti. Poiché anche il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti” (Marco 10:42-45).

La Storia della Chiesa in un Anno: I Padri Cappadoci e la Dottrina della Trinità (11/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: I Padri Cappadoci e la Dottrina della Trinità (11/52)

Non appena concepisco l’Uno, sono illuminato dallo splendore dei Tre; non appena distinguo i Tre ritorno di nuovo all’Uno. Quando penso a uno dei Tre, penso a lui come a un tutto (Gregorio Nazianzeno, Orazione 40-41).

I padri cappadoci — Basilio di Cesarea (329-379 d.C.), Gregorio di Nissa (335-395 d.C.), e Gregorio Nazianzeno (329-390 d.C.) — furono tre teologi provenienti dalla Cappadocia (nell’odierna Turchia) ai cui è dovuta la dottrina ortodossa della Trinità. Contro coloro che negavano la divinità di Cristo e dello Spirito, i cappadoci dovettero ribadire la convinzione nicena che entrambi sono della stessa sostanza del Padre, senza però cadere nell’errore modalista che riduceva il Padre, il Figlio, e lo Spirito a una sola entità, come un attore che si traveste in tre modi diversi. La loro soluzione fu geniale: Dio è tre persone (ipostasi) in una sola essenza (ousia). Non un Dio suddiviso in tre parti, nemmeno tre dèi individuali, ma 1) un solo Dio che 2) esiste in tre persone inconfondibili e indivisibili che 3) a sé stanti sono pienamente Dio.

Questa dottrina suscita indubbiamente qualche perplessità. Se Dio è uno solo, come si può ragionevolmente affermare che esiste in tre persone? I cappadoci trovarono la risposta meditando profondamente sulle scritture, come le parole di Gesù riportate in Giovanni 14:11: “Io [il Figlio] sono nel Padre e il Padre è in me”. Gesù parla di Dio in termini di relazionalità. Dio è Padre e Figlio. Ma il Padre non può essere tale senza il Figlio, nemmeno il Figlio può essere tale senza il Padre. (Né per estensione il Padre e il Figlio possono essere tali senza lo Spirito.) In altre parole, le relazioni tra le tre persone divine sono costitutive di chi sono. Si riconosce pertanto l’ordine delle tre persone — il Padre genera il Figlio, e dal Padre attraverso il Figlio procede lo Spirito — senza però renderne una inferiore alle altre.

Dall’altro canto, se Dio esiste in tre persone, come si può ragionevolmente affermare che è uno solo? Di nuovo si ricorre a Giovanni 14:11 in cui Gesù parla della coinerenza delle persone divine. Il Padre è nel Figlio e il Figlio è nel Padre, e lo stesso vale anche per lo Spirito. Le tre persone, dunque, sono un solo Dio in quanto ciascuna di loro dimora pienamente nelle altre due, tanto è vero che l’apostolo Paolo poté affermare che “Dio era in Cristo nel riconciliare con sé il mondo” (2 Cor. 5:19), anche se solo il Figlio si incarnò e morì sulla croce. Questo è davvero un mistero incomprensibile, ma i padri cappadoci si accorsero quanto è necessaria la precisione teologica “affinché non siamo più come bambini sballottati e portati qua e là da ogni vento di dottrina per la frode degli uomini … ma, seguendo la verità nell’amore, cresciamo in ogni cosa verso colui che è il capo, cioè Cristo.” (Ef. 4:14-15).

La Storia della Chiesa in un Anno: Il Concilio di Nicea (9/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: Il Concilio di Nicea (9/52)

Crediamo … in un solo Signore, Gesù Cristo, figlio di Dio, generato, unigenito, dal Padre, cioè dalla sostanza del Padre, Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato, della stessa sostanza del Padre, mediante il quale sono state fatte tutte le cose, sia quelle che sono in cielo, che quelle che sono sulla terra. Per noi uomini e per la nostra salvezza egli discese dal cielo, si è incarnato, si è fatto uomo, ha sofferto e risorse il terzo giorno, salì nei cieli, verrà per giudicare i vivi e i morti. (dal Credo di Nicea)

Tenuto nel 325 d.C., il concilio di Nicea fu il primo a essere riconosciuto ecumenico, cioè valido per tutti i cristiani. Seguendo il precedente stabilito in Atti 15, il concilio di Nicea fu convocato soprattutto per affrontare il problema suscitato da un sacerdote di Alessandria chiamato Ario. In sostanza, Ario insegnò che il Figlio di Dio non era altro che una creatura, sebbene la prima e più gloriosa di tutte le altre. Ario ritenne il Figlio inferiore al Padre, l’unico vero Dio senza origine.

Ario e altri come lui (chiamati “ariani”) arrivarono a questa conclusione perché presupponevano che esistesse un divario invalicabile tra Dio e il cosmo tanto da proibire qualsiasi contatto diretto. Di conseguenza, il dio ariano rimaneva sempre distaccato dal mondo, inaccessibile e inconoscibile. Caratteristico dell’arianesimo, dunque, era il bisogno di mediatori che fungevano da tramite tra Dio e il creato.

Mentre Atanasio, il vescovo di Alessandria, è ricordato come il campione di Nicea, fu il suo predecessore, Alessandro, che iniziò la lotta per conservare la fede evangelica. Alessandro, come tutti i 318 padri niceni che approvarono il Credo di Nicea, si accorse che la piena divinità di Cristo era un insegnamento biblico di vitale importanza e non una questione irrilevante. Il motivo fu questo: solo Dio è capace di salvare il mondo. Dunque, se Cristo non fosse “Dio vero da Dio vero”, tutta la sua opera non avrebbe nessun valore per noi. Siccome, però, anche gli ariani giustificarono la loro eresia riferendosi alle Scritture, i padri niceni furono costretti ad adoperare un termine extra-biblico (homoousion, cioè “della stessa sostanza”) per affermare che il Figlio è uguale al Padre, salvo solo che non è il Padre.

Possiamo ringraziare il concilio di Nicea per aver conservato altre due verità correlate, indispensabili anch’esse al vangelo: 1) Dio non si serve di mediatori perché è lui stesso che in Gesù Cristo discese dal cielo per la nostra salvezza; e 2) il Dio rivelato in Gesù Cristo è identico, senza contraddizione o alterazione, al Dio che esiste da tutta l’eternità in luce inaccessibile. In altre parole, non dobbiamo, né possiamo, cercare Dio se non in Gesù. Ascoltando Gesù, ascoltiamo il Padre. Vedendo Gesù, vediamo il Padre. Conoscendo Gesù, conosciamo il Padre. Come Gesù disse semplicemente ai suoi discepoli: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Giov. 14,9).

La Storia della Chiesa in un Anno: Tertulliano di Cartagine (6/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: Tertulliano di Cartagine (6/52)

[Q]uando l’apostolo ci vorrebbe trattenere, nomina esplicitamente la filosofia come ciò da cui dobbiamo guardarci… Infatti, che ha a che fare Atene con Gerusalemme?… Noi non vogliamo nessuna discussione curiosa dopo aver conosciuto Cristo Gesù, nessuna ricerca dopo aver goduto del vangelo! Avendo la nostra fede, non ne desideriamo nessun’altra. (Tertulliano, De praescriptione haereticorum, VII)

Tertulliano, nato a Cartagine intorno al 155 d.C., è conosciuto come “il fondatore della teologia occidentale” e “il padre del cristianesimo latino”. Essendo cresciuto in una famiglia pagana, passò una giovinezza dissoluta ma poi si convertì alla fede cristiana, possibilmente a causa della testimonianza dei martiri. Questa esperienza potrebbe aver dato spunto alla sua famosa frase: “Il sangue dei martiri è il seme della chiesa”. Tertulliano è ricordato, tra l’altro, per il suo contributo allo sviluppo della teologia della Trinità (fu infatti il primo a usare il termine trinitas), per le sue apologie a favore dei cristiani perseguitati, e, come Ireneo, per le sue difese dei punti cardinali della fede apostolica (la regola fidei) contro varie eresie.

Per esempio, Tertulliano, confutò, insieme a Ippolito di Roma (170-235 d.C.),  il monarchianismo modalista (chiamato anche modalismo, sabellianismo, o patripassianismo), l’eresia che si fissava sull’unicità di Dio a tal punto da supporre che le tre Persone della Trinità (Padre, Figlio, e Spirito) fossero solo tre modi diversi in cui un’unica divinità si manifestò, come un solo attore che si mette tre maschere distinte in diversi momenti dello spettacolo. Tertulliano si oppose anche al marcionismo, l’eresia promulgata da Marcione di Sinope che cercò di cancellare ogni traccia dell’Antico Testamento dalla fede cristiana, perché riteneva incompatibili il Dio rivelato a Israele e il Dio rivelato in Cristo.

Tertulliano discernette il problema fondamentale in tutte le eresie: furono frutto del tentativo di conoscere Dio con l’aiuto delle filosofie umane anziché conoscerlo esclusivamente secondo le Scritture che testimoniano Gesù Cristo “nel quale tutti i tesori della sapienza e della conoscenza sono nascosti” (Col. 3,3).

Tuttavia, Tertulliano propagò alcune nozioni errate. Pur affermando la Trinità, insegnò che il Figlio e lo Spirito sono subordinati al Padre anziché pienamente uguali a Lui. La sua predilezione per la giurisprudenza lo portò a concepire l’opera salvifica di Cristo in termini meramente forensi, per cui introdusse nella teologia latina il concetto del valore meritevole delle opere umane. In più, trattò la regola fidei come se costituisse in sé la verità cristiana (un’idea che sarebbe sfociata nell’autoreferenzialità del magistero romano). Infine, Tertulliano si ruppe tragicamente con la chiesa e si unì ai montanisti, una setta il cui fondatore, Montano, si reputava portavoce dello Spirito Santo e di nuove rivelazioni.

Ciononostante, l’esempio di Tertulliano sottolinea la vitale importanza dell’esortazione dell’apostolo Paolo in Colossesi 2,8-10a: “Guardate che nessuno faccia di voi sua preda con la filosofia e con vani raggiri secondo la tradizione degli uomini e gli elementi del mondo e non secondo Cristo; perché in lui abita corporalmente tutta la pienezza della Deità; e voi avete tutto pienamente in lui.”