Giovanni 1.1-2: Nel principio era la Parola

1) La Parola nel principio (Giovanni 1.1)

1:1 Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei, e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini. La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta.

Vi fu un uomo mandato da Dio, il cui nome era Giovanni; egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo di lui. Egli stesso non era la luce, ma venne per rendere testimonianza alla luce. La vera luce che illumina ogni uomo stava venendo nel mondo. 10 Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l’ha conosciuto. 11 È venuto in casa sua, e i suoi non l’hanno ricevuto; 12 ma a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio, a quelli cioè che credono nel suo nome, 13 i quali non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma sono nati da Dio.

14 E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre. 15 Giovanni gli ha reso testimonianza, esclamando: «Era di lui che io dicevo: “Colui che viene dopo di me mi ha preceduto, perché era prima di me. 16 Infatti dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia”». 17 Poiché la legge è stata data per mezzo di Mosè; la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo. 18 Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere.

L’introduzione al vangelo di Giovanni si affianca ai brani biblici più maestosi e insondabili. Non basterebbe un’intera vita di riflessione per approfondire pienamente i diciotto versetti iniziali del primo capitolo. Qualsiasi studio non può essere altro che un cucchiaino d’acqua tratta dall’oceano. Ma un cucchiaino è meglio di niente, ed è questo che cercheremo oggi. Questo brano, inoltre, racconta la storia di Natale. Certo, non si trovano qui Giuseppe, Maria e Gesù bambino nella mangiatoia. Non c’è menzione dei pastori nei campi con le loro pecore, né dei magi che portano i loro regali preziosi. Ma questo non rende il primo capitolo di Giovanni meno “natalizio” rispetto agli altri vangeli. Giovanni sceglie semplicemente di rintracciare la storia di Gesù alle sue vere origini, oltre il tempo e nell’eternità.

A) “Nel principio era la Parola…”

Innanzitutto, Giovanni vuole farci capire che la nascita del nostro Salvatore duemila anni fa in realtà ha avuto inizio “nel principio”, prima che i tempi fossero. Questa frase ci riconduce alle prime parole delle Scritture in Genesi 1.1: “Nel principio Dio creò i cieli e la terra”. In ebraico, “i cieli e la terra” è un modo di dire che sta a significare tutto il cosmo, tutto l’universo e tutto quello che c’è in esso. Nel contesto di Genesi, dunque, la frase “nel principio” significa chiaramente: prima che esistesse qualsiasi cosa all’infuori di Dio, prima che esistesse persino il tempo. Si tratta dell’eternità prima della creazione quando c’era Dio, e Dio solo. Quando si parla dell’eternità prima del tempo, siamo ovviamente di fronte a un muro impenetrabile, un mistero imperscrutabile che la nostra mente è incapace di comprendere e il nostro linguaggio è inadeguato a descrivere. Ma possiamo almeno afferrare l’essenziale: “nel principio” vuol dire semplicemente Dio e nient’altro, Dio nel suo tempo eterno, Dio nella sua vita autosufficiente, Dio nella sua gioia immacolata.

Quindi, rimaniamo subito colpiti quando scopriamo che secondo Giovanni, il soggetto di questo “nel principio” era, ed è, “la Parola”. Non è quello che, in base a Genesi 1.1, ci saremmo aspettati. Eppure, ecco la Parola che prende il posto occupato da Dio in Genesi. È evidente che Giovanni vuole attribuire a questa Parola tutto ciò che appartiene a Dio: la sua eternità, la sua autosufficienza, il suo precedere tutte le cose e tutti i tempi. Per confermare quest’interpretazione, basta dare un’occhiata al v.3: “Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei, e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta.” Se “ogni cosa è stata fatta per mezzo” della Parola, è ovvio che la Parola stessa non può essere stata fatta. Come se quest’affermazione non fosse già abbastanza chiara, Giovanni ne aggiunge un’altra più enfatica: senza la Parola “neppure una delle cose fatte è stata fatta”. Perciò, la Parola è da escludere da tutte le cose create nel principio, perché non esiste nessuna realtà materiale o spirituale all’infuori di Dio — dall’intero universo alla più piccola molecola in esso — che non sia venuta all’esistenza per mezzo suo.

Basta solo questo per confutare i testimoni di Geova che vogliono distorcere la traduzione del resto della frase. Se “nel principio era la Parola”, questo non può significare altro che è la Parola a occupare il posto del Dio Creatore in Genesi 1.

B) …e la Parola era con Dio…”

Ma è altrettanto evidente che Giovanni vuole in un senso distinguere la Parola da Dio, altrimenti avrebbe solo ribadito la dichiarazione di Genesi 1.1: “Nel principio era Dio…”. Questa distinzione è infatti è il punto della seconda frase di Giovanni 1.1, che “la Parola era con Dio”. Da questo impariamo che Giovanni non contraddice Genesi quando afferma che “nel principio era la Parola”. Il fatto che la Parola occupi il posto di Dio non esclude il fatto che Dio esista. La congiunzione “con” in questa frase è da interpretare nella sua letterale semplicità. Nel principio, la Parola esisteva non in modo da escludere l’esistenza di Dio; invece “la Parola era con Dio”. Se in Genesi il creatore è Dio, Giovanni precisa che la Parola era “con Dio” come mezzo della sua opera creatrice. Di nuovo, questo è confermato dal v.3: “Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei…”.

C) “… e la Parola era Dio.”

Ma onde evitare qualsiasi fraintendimento, Giovanni aggiunge una terza affermazione senza la quale il primo versetto sarebbe incompleto: “e la Parola era Dio”. Sbagliamo se concludiamo che, siccome la Parola era “con” Dio nel principio. essa era in qualche modo inferiore a Dio o separabile da Dio o, come sostengono i testimoni di Geova, solo “un dio” (come se ce ne fossero tanti!). No, tutto quello che si attribuisce a Dio va attribuito anche alla Parola. La gloria, la potenza, l’eternità, e l’essere della Parola sono identici a Dio.

Ma “la Parola era Dio” significa di più. La Parola è da pensare come “parte integrante” di Dio stesso; non nel senso che la Parola è “una” parte di un insieme di altre parti (come il motore è una parte di un’automobile) ma che Dio non sarebbe Dio senza la Parola. La Parola appartiene all’identità e all’essenza di Dio, cosicché Dio resta inconoscibile senza riferimento alla Parola. Qui Giovanni in effetti dice: l’origine di tutte le cose è Dio, come afferma Genesi, ma questo Dio è tale solo in quanto esiste con e come la Parola.

Il lato pratico di questa verità è che non si può concepire Dio, non si può conoscere Dio, non si può parlare rettamente di Dio senza riferirsi alla Parola. Questo è l’implicazione della frase “nel principio”: se la Parola era nel principio, essendo con Dio e anche Dio stesso, così tutto il nostro pensare e parlare di Dio deve essere “dal principio” incentrato su questa Parola. E siccome non c’è nessun altro pari a questa Parola nel principio, non c’è nessun altro a cui dobbiamo ricorrere per conoscere Dio. La Parola è tutto ciò che Dio è, ed è dunque l’Alfa e l’Omega, l’inizio e la fine di tutto ciò che possiamo sapere e dire di Dio.

2) La Parola nel tempo (Giovanni 1.2, 14)

Essa era nel principio con Dio.

Ma nonostante tutte le altezze e le profondità che Giovanni 1.1 contiene, non sappiamo ancora a chi si riferisce “la Parola”. Con quale nome dobbiamo chiamare questa Parola? In che modo possiamo conoscerla per poter conoscere Dio per mezzo suo? Giovanni risponde subito nel secondo versetto: “Essa [la Parola] era nel principio con Dio”. A primo sguardo, questo versetto sembra solo ripetere quanto è stato detto nel primo, e potremmo essere tentati di non prestargli lo stesso livello di attenzione ma di saltare subito al v.3. Ma facendo così sbaglieremmo, perché qui si costruisce il ponte cruciale tra l’infinito e il finito, tra l’increato e il creato, tra l’inconoscibile e il conoscibile, tra Dio e l’uomo, estremi tra i quali non esisterebbe altrimenti nessun punto di contatto.

A) “Essa…”

La parola chiave del v.2 è “essa” che designa colui che “era nel principio con Dio”. È vero che “essa” si riferisce alla Parola del v.1, ma non solo: si riferisce anche (e forse soprattutto) all’unica altra menzione esplicita della Parola in questo brano, cioè al v.14: “E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre.” C’è molto da dire su questo versetto, e ci vorrà infatti tutto il resto del vangelo (se non il resto della Bibbia!) per spiegare che cosa significa che la Parola fatta carne “ha abitato per un tempo fra di noi” in modo da rivelare la gloria di Dio. Solo leggendo tutto quello che Giovanni riporterà in seguito — ciò che questa Parola diventata carne ha detto e compiuto — potremo anche noi contemplare la pienezza della grazia e della verità divine che ha manifestato.

Ma il punto importante che concerne il nostro studio su Giovanni 1.1-2 è che la Parola che secondo v.14 “è diventata carne e ha abitato per un tempo” in un certo periodo storico e in un determinato luogo sulla terra è proprio la stessa Parola che “era nel principio con Dio”. Far vedere questo collegamento è la funzione del termine “essa” nel v.2. “Essa”, cioè la Parola che dall’eternità era con Dio ed era Dio stesso, è la stessa Parola che nel tempo “è diventata carne” e ha portato il nome “Gesù Cristo”. Ribaltando la frase, la “essa” del v.2 significa che la Parola che nel tempo “è diventata carne” e chiamata Gesù Cristo è la stessa Parola che dall’eternità era con Dio ed era Dio stesso.

B) La Parola diventata carne

Dopo un po’ di riflessione, ci accorgiamo che quest’ultima è l’affermazione più sbalorditiva. Capire che l’eterna Parola si è fatta uomo in Gesù è un conto; capire che l’uomo Gesù è la Parola che nel principio era con Dio e anche Dio stesso è un altro. La prima affermazione può significare semplicemente che Gesù è venuto dopo un’ulteriore riflessione da parte di Dio sulla condizione del mondo, che dopo la rovina causata del peccato umano, Gesù è subentrato nel proposito di Dio come una specie di “piano B”. Ma in questo caso, il punto della storia non sarebbe Gesù ma altro; Gesù esisterebbe solo per supplire a una mancanza, solo per curare una ferita, solo per risolvere un problema. Ma una volta guarita la malattia, c’è ancora bisogno del rimedio? Dopo che viene riparata una perdita d’acqua in casa, ho ancora bisogno dell’idraulico? Dopo che i miei peccati sono perdonati, ho ancora bisogno del Salvatore?

Secondo me, questo è uno dei motivi per cui tante persone non si rendono conto delle pretese radicali del vangelo, del dominio assoluto di Dio su chi riceve il dono della sua grazia. Si capisce che la Parola che era nel principio con Dio è la stessa che si è fatta uomo in Gesù, ma non si capisce che l’uomo Gesù è lo stesso che nel principio era la Parola con Dio. Che differenza fa questa seconda affermazione? Se l’uomo Gesù è lo stesso che nel principio era la Parola con Dio, vuol dire che egli è il punto, il significato e il fine di tutto ciò che viene dopo. Vuol dire che la nascita di Gesù non è stata un’aggiunta o una modifica al piano originario di Dio. Vuol dire che “nel principio”, prima di fare anche una di tutte le cose che sono state fatte (v.3), c’era la Parola destinata a diventare carne. Vuol dire che quando Dio, per mezzo della Parola, ha fatto “i cieli e la terra”, l’universo e tutto quello che contiene, li ha fatti in vista della Parola fatta carne, allo scopo di essere “Emmanuele”, Dio con noi, il Creatore che si unisce intimamente alle sue creature, il Signore che s’identifica personalmente con il suo popolo. Come ha scritto un certo teologo: “Il mondo è stato fatto affinché Gesù potesse nascere”. Gesù non esiste per il mondo tanto quanto il mondo esiste per lui.

C) Grazia su grazia

Ma nel creare il mondo per manifestarsi in Gesù, Dio non ha agito in modo egoista. Anzi, nel vangelo che segue, Giovanni ci farà vedere quanto è costato alla Parola diventare carne: “Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l’ha conosciuto. È venuto in casa sua, e i suoi non l’hanno ricevuto” (vv.10-11). Non solo non l’hanno ricevuto; l’hanno persino schernito, maltrattato, e infine crocifisso! Per la Parola, farsi uomo costituiva un’infinita condiscendenza, un’inimmaginabile umiliazione, un esporsi a incomprensibili sofferenze e afflizioni. Ma egli era felice di farlo per il suo grande amore: “Poiché Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unigenito Figlio…” (3.16).

E il risultato di questo amore sacrificale? Ce lo dice Giovanni nel v.16 del primo capitolo: “Infatti dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia”. Gesù è lo stesso che nel principio era con Dio, e quindi non c’è fine alle grazie che elargisce su di noi. Gesù è lo stesso che nel principio era Dio, e quindi “è quello che ha fatto conoscere” pienamente il Dio che altrimenti nessuno potrebbe conoscere. Gesù è lo stesso per mezzo del quale tutte le cose sono state fatte, e quindi non dobbiamo mai dubitare che egli farà cooperare tutte le cose per il nostro bene, e mai per il nostro male. Gesù è lo stesso in vista del quale tutte le cose sono state fatte, e quindi ricevere lui significa ricevere con lui anche tutte le cose, ma rifiutare lui significa rifiutare non solo lui ma anche tutte le altre cose. Gesù è lo stesso che nel principio ha fatto risplendere la luce nelle tenebre, e fin d’allora non esistono tenebre capaci di sopraffarla (v.5).

La testimonianza di Giovanni il battista, riferita nel v.15, è dunque vero di ogni essere umano: “Colui che viene dopo di me mi ha preceduto, perché era prima di me.” Gesù ha preceduto non solo noi che siamo nati dopo di lui ma anche tutti coloro che, come Giovanni, erano nati prima di lui. Ecco perché Gesù dichiara nel 8.58: “In verità, in verità vi dico: prima che Abraamo fosse nato, io sono”. Strepitose, incredibili sono queste parole, che sarebbero blasfeme sulle labbra di qualsiasi altra persona. Ma Gesù è giusto nel dirle perché egli è l’IO SONO prima di Abraamo, prima ancora di Adamo. Bisogna dire che quando Genesi 1 afferma che gli esseri umani sono stati creati a immagine di Dio, è stato in realtà a immagine del Dio destinato a diventare l’uomo Gesù!

Per questo motivo, nessuno è da considerarsi escluso dall’amore di Dio incarnato in Gesù, dal suo benevolo proposito di salvare, dalla portata della sua decisione di essere Emmanuele, il Dio anche di chi lo rifiuta. Inoltre, è inutile chiedere “che pertinenza ha Gesù alla mia vita?”, perché la vita di ogni essere umano trova il suo senso e il suo scopo nell’umanità di Cristo. Se è vero, come impariamo in Giovanni 1, che Gesù non esiste per il mondo tanto quanto esiste il mondo per Gesù, allora la domanda più importante che tutti devono porsi è: “che pertinenza ha la mia vita a Gesù?” Siamo stati fatti per mezzo di lui, per lui e in vista di lui, e troveremo solo in lui tutto quello che il nostro cuore desidera.

3) Conclusione

Tutto questo sermone deve molto al grande teologo Karl Barth che più di ogni altro ha messo Gesù al centro di tutte le sue riflessioni sulle Scritture. È dunque opportuno che concludiamo con alcuni commenti che lui ha scritto riguardo ai versetti che abbiamo appena studiato:

Fra Dio e l’uomo vi è la persona di Gesù Cristo: vero Dio e vero uomo egli è infatti il Mediatore fra l’uno e l’altro. In lui, Dio si rivela all’uomo; in lui, l’uomo riconosce Dio; in lui, Dio si pone di fronte all’uomo e l’uomo davanti a Dio, conformemente alla volontà eterna di Dio ed al destino eterno dell’uomo, corrispondente a tale volontà. In lui, Dio indica il suo disegno nei confronti dell’uomo e pronuncia su di lui il giudizio; in lui, salva l’uomo e gli si fa presente in tutta la sua pienezza; in lui, enuncia contemporaneamente la sua esigenza e la sua promessa sull’uomo. In lui, Dio si è legato all’uomo. È dunque a causa di lui che l’uomo esiste. Anche il mondo, teatro della storia intercorrente fra Dio e l’uomo, è stato creato conformemente all’origine ed in previsione del destino assegnati all’uomo in Gesù Cristo.

Questi è l’essenza di Dio, come è originariamente l’essenza dell’uomo; nulla vi è nell’universo che non proceda da lui, che non esista per mezzo di lui e non sia finalizzato a lui; è infatti la Parola di Dio che contiene ogni verità e che non potrebbe essere superata, né limitata da nessun’altra parola; è la decisione di Dio che nessun’altra decisione può precedere, né superare, né accompagnare, perché tutte le decisioni che possono esistere non possono che concorrere al compimento di tale decisione iniziale; è l’origine che esclude ogni altra origine al di fuori di quella che Dio possiede in se medesimo, cosicché nulla vi è che non proceda da lui o per cui si possa cercare l’inizio al di fuori di lui; è la scelta che esclude ogni altra scelta da parte di Dio, in modo che nulla e nessuno al mondo è stato scelto e voluto da Dio prima di lui, senza di lui ed accanto a lui.

In una sola parola: è la scelta (quindi anche l’origine, la decisione, la parola) della libera grazia di Dio. È infatti in forza della sua libera grazia che Dio sceglie di diventare uomo in Gesù Cristo, legandosi all’uomo, onde legarlo a sé. Gesù Cristo è la libera grazia di Dio, se è vero che questa libera grazia non resta confinata nell’essenza intima ed eterna del Padre, ma si manifesta al di fuori, nell’insieme delle vie e delle opere divine; ecco perché non esiste scelta, inizio, origine, decisione o parola divina che lo preceda, che sia al di sopra, di fianco o al di fuori di lui; la libera grazia è infatti l’unico motivo che sostiene tutte le vie e tutte le opere di Dio, manifestantesi all’esterno. (Karl Barth, La dottrina dell’elezione divina, p.305-306).

Basandoci su questa verità, possiamo riposarci nella promessa che Gesù ha fatto ai suoi discepoli in Giovanni 14.1-3:

Il vostro cuore non sia turbato; credete in Dio, e credete anche in me! Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, vi avrei detto forse che io vado a prepararvi un luogo? Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi.

Questa è la speranza di Natale. Amen!

La Storia della Chiesa in un Anno: Il Papato Romano e il Grande Scisma (22/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: Il Papato Romano e il Grande Scisma (22/52)

 In considerazione del fatto che il nostro potere imperiale è terreno, noi decretiamo che si debba venerare e onorare la nostra santissima Chiesa Romana e che il Sacro Vescovado del santo Pietro debba essere gloriosamente esaltato sopra il nostro Impero e trono terreno (dalla Donazione di Costantino).

Nell’anno 1054 d.C. il cristianesimo subì un’epocale ma tragica vicenda che cambiò per sempre la sua storia: il Grande Scisma tra le chiese d’Occidente (cattolica) e d’Oriente (ortodossa). Spesso si attribuisce lo scisma al conflitto circa l’espressione filioque (“e dal Figlio”), se essa doveva essere inserita nel Credo Niceno-Costantinopolitano. La questione riguardava la relazione dello Spirito Santo al Padre e al Figlio. Il Credo affermava semplicemente che lo Spirito “procede dal Padre”, e la filioque, reclamata dalle chiese occidentali, aggiunse che lo Spirito “procede … anche dal Figlio”. La dottrina aveva la sua importanza, ma la vera causa dello scisma fu ben diversa: il concetto del primato papale.

Il primato del papato romano si sviluppò solo dopo la morte degli apostoli e solo attraverso una lunga serie di avvenimenti. Con l’indebolimento dell’impero in Occidente e l’ascesa di Costantinopoli in Oriente, la chiesa di Roma e il suo vescovo provvidero a riempire il vuoto di potere. Fu Innocente I (402–417) a radicare l’autorità del vescovo romano nel concetto del diritto divino concesso all’apostolo Pietro e i suoi successori. Poi, Leone I (440-461) si arrogò la prerogativa di intervenire autorevolmente negli affari di tutte le chiese, facendosi chiamare “vicario di Cristo”. Intorno alla seconda metà dell’VIII secolo fu composta la Donazione di Costantino, un documento falsamente attribuito al suddetto l’imperatore che avrebbe conferito il suo potere imperiale al vescovo di Roma. Facendo leva su questo falso, molti papi successivi riuscirono a rafforzare la supremazia della loro posizione.

A prescindere dalla controversa filioque, dunque, la vera causa dello scisma fu la pretesa del papa Leone IX (1002–1054) di poter emanare decreti vincolanti a tutte le chiese, incluse quelle d’Oriente. Il patriarca di Costantinopoli, Michele I Cerulario (1000–1059), contestò le direttive impostegli dal papa, tra quali il celibato ecclesiastico e la tonsura della barba. Nel 1054, il papa e il patriarca si scomunicarono a vicenda, e la divisione tra Occidente e Oriente fu sigillata. Lo scisma dimostra le tragiche conseguenze che possono avverarsi quando si trascurano le parole di Gesù riguardante la vera autorità:

 “Voi sapete che quelli che sono reputati prìncipi delle nazioni le signoreggiano e che i loro grandi esercitano autorità su di esse. Ma non è così tra di voi; anzi, chiunque vorrà essere grande fra voi sarà vostro servitore; e chiunque tra di voi vorrà essere primo sarà servo di tutti. Poiché anche il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti” (Marco 10:42-45).

La Storia della Chiesa in un Anno: I Padri Cappadoci e la Dottrina della Trinità (11/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: I Padri Cappadoci e la Dottrina della Trinità (11/52)

Non appena concepisco l’Uno, sono illuminato dallo splendore dei Tre; non appena distinguo i Tre ritorno di nuovo all’Uno. Quando penso a uno dei Tre, penso a lui come a un tutto (Gregorio Nazianzeno, Orazione 40-41).

I padri cappadoci — Basilio di Cesarea (329-379 d.C.), Gregorio di Nissa (335-395 d.C.), e Gregorio Nazianzeno (329-390 d.C.) — furono tre teologi provenienti dalla Cappadocia (nell’odierna Turchia) ai cui è dovuta la dottrina ortodossa della Trinità. Contro coloro che negavano la divinità di Cristo e dello Spirito, i cappadoci dovettero ribadire la convinzione nicena che entrambi sono della stessa sostanza del Padre, senza però cadere nell’errore modalista che riduceva il Padre, il Figlio, e lo Spirito a una sola entità, come un attore che si traveste in tre modi diversi. La loro soluzione fu geniale: Dio è tre persone (ipostasi) in una sola essenza (ousia). Non un Dio suddiviso in tre parti, nemmeno tre dèi individuali, ma 1) un solo Dio che 2) esiste in tre persone inconfondibili e indivisibili che 3) a sé stanti sono pienamente Dio.

Questa dottrina suscita indubbiamente qualche perplessità. Se Dio è uno solo, come si può ragionevolmente affermare che esiste in tre persone? I cappadoci trovarono la risposta meditando profondamente sulle scritture, come le parole di Gesù riportate in Giovanni 14:11: “Io [il Figlio] sono nel Padre e il Padre è in me”. Gesù parla di Dio in termini di relazionalità. Dio è Padre e Figlio. Ma il Padre non può essere tale senza il Figlio, nemmeno il Figlio può essere tale senza il Padre. (Né per estensione il Padre e il Figlio possono essere tali senza lo Spirito.) In altre parole, le relazioni tra le tre persone divine sono costitutive di chi sono. Si riconosce pertanto l’ordine delle tre persone — il Padre genera il Figlio, e dal Padre attraverso il Figlio procede lo Spirito — senza però renderne una inferiore alle altre.

Dall’altro canto, se Dio esiste in tre persone, come si può ragionevolmente affermare che è uno solo? Di nuovo si ricorre a Giovanni 14:11 in cui Gesù parla della coinerenza delle persone divine. Il Padre è nel Figlio e il Figlio è nel Padre, e lo stesso vale anche per lo Spirito. Le tre persone, dunque, sono un solo Dio in quanto ciascuna di loro dimora pienamente nelle altre due, tanto è vero che l’apostolo Paolo poté affermare che “Dio era in Cristo nel riconciliare con sé il mondo” (2 Cor. 5:19), anche se solo il Figlio si incarnò e morì sulla croce. Questo è davvero un mistero incomprensibile, ma i padri cappadoci si accorsero quanto è necessaria la precisione teologica “affinché non siamo più come bambini sballottati e portati qua e là da ogni vento di dottrina per la frode degli uomini … ma, seguendo la verità nell’amore, cresciamo in ogni cosa verso colui che è il capo, cioè Cristo.” (Ef. 4:14-15).

La Storia della Chiesa in un Anno: Il Concilio di Nicea (9/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: Il Concilio di Nicea (9/52)

Crediamo … in un solo Signore, Gesù Cristo, figlio di Dio, generato, unigenito, dal Padre, cioè dalla sostanza del Padre, Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato, della stessa sostanza del Padre, mediante il quale sono state fatte tutte le cose, sia quelle che sono in cielo, che quelle che sono sulla terra. Per noi uomini e per la nostra salvezza egli discese dal cielo, si è incarnato, si è fatto uomo, ha sofferto e risorse il terzo giorno, salì nei cieli, verrà per giudicare i vivi e i morti. (dal Credo di Nicea)

Tenuto nel 325 d.C., il concilio di Nicea fu il primo a essere riconosciuto ecumenico, cioè valido per tutti i cristiani. Seguendo il precedente stabilito in Atti 15, il concilio di Nicea fu convocato soprattutto per affrontare il problema suscitato da un sacerdote di Alessandria chiamato Ario. In sostanza, Ario insegnò che il Figlio di Dio non era altro che una creatura, sebbene la prima e più gloriosa di tutte le altre. Ario ritenne il Figlio inferiore al Padre, l’unico vero Dio senza origine.

Ario e altri come lui (chiamati “ariani”) arrivarono a questa conclusione perché presupponevano che esistesse un divario invalicabile tra Dio e il cosmo tanto da proibire qualsiasi contatto diretto. Di conseguenza, il dio ariano rimaneva sempre distaccato dal mondo, inaccessibile e inconoscibile. Caratteristico dell’arianesimo, dunque, era il bisogno di mediatori che fungevano da tramite tra Dio e il creato.

Mentre Atanasio, il vescovo di Alessandria, è ricordato come il campione di Nicea, fu il suo predecessore, Alessandro, che iniziò la lotta per conservare la fede evangelica. Alessandro, come tutti i 318 padri niceni che approvarono il Credo di Nicea, si accorse che la piena divinità di Cristo era un insegnamento biblico di vitale importanza e non una questione irrilevante. Il motivo fu questo: solo Dio è capace di salvare il mondo. Dunque, se Cristo non fosse “Dio vero da Dio vero”, tutta la sua opera non avrebbe nessun valore per noi. Siccome, però, anche gli ariani giustificarono la loro eresia riferendosi alle Scritture, i padri niceni furono costretti ad adoperare un termine extra-biblico (homoousion, cioè “della stessa sostanza”) per affermare che il Figlio è uguale al Padre, salvo solo che non è il Padre.

Possiamo ringraziare il concilio di Nicea per aver conservato altre due verità correlate, indispensabili anch’esse al vangelo: 1) Dio non si serve di mediatori perché è lui stesso che in Gesù Cristo discese dal cielo per la nostra salvezza; e 2) il Dio rivelato in Gesù Cristo è identico, senza contraddizione o alterazione, al Dio che esiste da tutta l’eternità in luce inaccessibile. In altre parole, non dobbiamo, né possiamo, cercare Dio se non in Gesù. Ascoltando Gesù, ascoltiamo il Padre. Vedendo Gesù, vediamo il Padre. Conoscendo Gesù, conosciamo il Padre. Come Gesù disse semplicemente ai suoi discepoli: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Giov. 14,9).

La Storia della Chiesa in un Anno: Tertulliano di Cartagine (6/52)

La Storia della Chiesa in un Anno: Tertulliano di Cartagine (6/52)

[Q]uando l’apostolo ci vorrebbe trattenere, nomina esplicitamente la filosofia come ciò da cui dobbiamo guardarci… Infatti, che ha a che fare Atene con Gerusalemme?… Noi non vogliamo nessuna discussione curiosa dopo aver conosciuto Cristo Gesù, nessuna ricerca dopo aver goduto del vangelo! Avendo la nostra fede, non ne desideriamo nessun’altra. (Tertulliano, De praescriptione haereticorum, VII)

Tertulliano, nato a Cartagine intorno al 155 d.C., è conosciuto come “il fondatore della teologia occidentale” e “il padre del cristianesimo latino”. Essendo cresciuto in una famiglia pagana, passò una giovinezza dissoluta ma poi si convertì alla fede cristiana, possibilmente a causa della testimonianza dei martiri. Questa esperienza potrebbe aver dato spunto alla sua famosa frase: “Il sangue dei martiri è il seme della chiesa”. Tertulliano è ricordato, tra l’altro, per il suo contributo allo sviluppo della teologia della Trinità (fu infatti il primo a usare il termine trinitas), per le sue apologie a favore dei cristiani perseguitati, e, come Ireneo, per le sue difese dei punti cardinali della fede apostolica (la regola fidei) contro varie eresie.

Per esempio, Tertulliano, confutò, insieme a Ippolito di Roma (170-235 d.C.),  il monarchianismo modalista (chiamato anche modalismo, sabellianismo, o patripassianismo), l’eresia che si fissava sull’unicità di Dio a tal punto da supporre che le tre Persone della Trinità (Padre, Figlio, e Spirito) fossero solo tre modi diversi in cui un’unica divinità si manifestò, come un solo attore che si mette tre maschere distinte in diversi momenti dello spettacolo. Tertulliano si oppose anche al marcionismo, l’eresia promulgata da Marcione di Sinope che cercò di cancellare ogni traccia dell’Antico Testamento dalla fede cristiana, perché riteneva incompatibili il Dio rivelato a Israele e il Dio rivelato in Cristo.

Tertulliano discernette il problema fondamentale in tutte le eresie: furono frutto del tentativo di conoscere Dio con l’aiuto delle filosofie umane anziché conoscerlo esclusivamente secondo le Scritture che testimoniano Gesù Cristo “nel quale tutti i tesori della sapienza e della conoscenza sono nascosti” (Col. 3,3).

Tuttavia, Tertulliano propagò alcune nozioni errate. Pur affermando la Trinità, insegnò che il Figlio e lo Spirito sono subordinati al Padre anziché pienamente uguali a Lui. La sua predilezione per la giurisprudenza lo portò a concepire l’opera salvifica di Cristo in termini meramente forensi, per cui introdusse nella teologia latina il concetto del valore meritevole delle opere umane. In più, trattò la regola fidei come se costituisse in sé la verità cristiana (un’idea che sarebbe sfociata nell’autoreferenzialità del magistero romano). Infine, Tertulliano si ruppe tragicamente con la chiesa e si unì ai montanisti, una setta il cui fondatore, Montano, si reputava portavoce dello Spirito Santo e di nuove rivelazioni.

Ciononostante, l’esempio di Tertulliano sottolinea la vitale importanza dell’esortazione dell’apostolo Paolo in Colossesi 2,8-10a: “Guardate che nessuno faccia di voi sua preda con la filosofia e con vani raggiri secondo la tradizione degli uomini e gli elementi del mondo e non secondo Cristo; perché in lui abita corporalmente tutta la pienezza della Deità; e voi avete tutto pienamente in lui.”