1 Cronache 21: Il re rappresentante

1) Introduzione: il contesto di 1 Cronache 21

Il caos narrato nel libro di Giudici — quando il popolo d’Israele, nonostante i ripetuti castighi del Signore, tornava continuamente a ribellarsi a lui e abbandonarsi all’idolatria dei popoli circostanti — è riassunto dall’ultimo versetto del libro (21:25): “In quel tempo non c’era re in Israele; ognuno faceva quello che gli pareva meglio.” In altre parole, il motivo per cui questo ciclo di ribellione-castigo-ribellione-castigo andava sempre peggiorando era perché mancava un re che potesse condurre e mantenere il popolo nell’ubbidienza fedele a Dio.

Ecco l’importanza della figura di Davide nella parte della storia biblica in cui ci troviamo adesso, nel libro di 1 Cronache. In questo libro (che è inscindibile dal secondo volume che lo segue), Davide — e il lignaggio regale che discende da lui — viene presentato come la soluzione al problema d’Israele. Dopo le genealogie iniziali, Cronache racconta come Davide riesce a fare finalmente ciò che gli israeliti e i loro giudici non hanno mai fatto: vince i nemici d’Israele che (ricordandoci di nuovo il libro di Giudici) minacciavano non solo la sicurezza politica del popolo ma soprattutto la santità di esso con le loro credenze pagane e pratiche abominevoli. Sedotto dagli idoli dei suoi nemici, Israele si lasciava trascinare dietro a loro e si allontanava dal Signore, abbandonando la sua vocazione di essere una luce e una benedizione alle nazioni.

In Cronache, invece, (in particolare i capitoli 18-20) vediamo che è Davide che vince questi nemici e, di conseguenza (dal capitolo 22 in poi), comincia a fare i preparativi per la costruzione del tempio a Gerusalemme. Perché? Innanzitutto, dobbiamo ricordarci che il tempio era la dimora di Dio in mezzo al suo popolo, il luogo che, dopo l’espulsione dell’umanità dal giardino d’Eden a causa del peccato, serviva per rendere di nuovo possibile l’incontro tra il Creatore e le sue creature. Il tempio era l’ambasciata del regno di Dio, il terreno su cui si anticipava la nuova creazione in mezzo a quella decaduta, una piccola parte della terra che rivelava ciò che Dio intende fare in tutta la terra. In breve, il tempio significava riconciliazione: riconciliazione tra Dio e l’umano, tra cielo e la terra. Nel periodo in cui Davide diventa re, il tabernacolo (come indicato nel v.29 del testo di oggi) svolge questa funzione, però è ormai vecchio, e, essendo una tenda, non era destinato a durare per sempre. Il tempio, invece, supererà di gran lunga il tabernacolo, non ultimo perché sarà una struttura fissa e permanente dove tutti gli israeliti (per non parlare delle altre nazioni!) potranno venire per incontrare e conoscere il loro Dio.

Ma finché durava la minaccia dei nemici d’Israele, il tempio non poteva essere costruito, sia (ovviamente) perché rischiava di essere distrutto, sia (e più importante ancora) perché il popolo non poteva ospitare la presenza di Dio mentre continuava a rendersi impuro votandosi a idoli. Così scopriamo il filo conduttore di questa parte di 1 Cronache: vincendo i nemici d’Israele, Davide protegge la santità d’Israele affinché la dimora di Dio possa finalmente stabilirsi in modo permanente in mezzo a Israele. È solo così che Israele sarà in grado di svolgere la sua cruciale vocazione di portare luce e benedizione a tutte le nazioni della terra.

Leggendo lo svolgimento di questa narrativa in 1 Cronache, notiamo che il racconto delle vittorie di Davide sui nemici d’Israele (cap. 18-20) è separato dall’inizio dei suoi preparativi per la costruzione del tempio (cap. 22 in avanti) dalla storia riportata nel cap. 21 che collega le due parti. Questa storia — di peccato, di castigo e poi d’espiazione — sottolinea in mezzo a tutti questi avvenimenti la relazione di Davide in quanto re al popolo di Dio, così da mettere in risalto il suo ruolo non solo come guerriero e architetto ma soprattutto come rappresentante e sostituto del popolo davanti a Dio. Come vedremo, Davide qui emerge come una bellissima prefigurazione e chiarissima testimonianza della persona e dell’opera di Gesù Cristo.

2) Il peccato del re e il castigo del popolo (1 Cronache 21:1-17)

A) Il peccato del re (21:1-8)

21:1 Satana si mosse contro Israele e incitò Davide a fare il censimento d’Israele. Davide disse a Ioab e ai capi del popolo: «Andate, fate il censimento degli Israeliti da Beer-Sceba fino a Dan e venite a riferirmene il risultato, perché io ne sappia il numero». Ioab rispose: «Il Signore renda il suo popolo cento volte più numeroso di quello che è! Ma, o re, mio signore, non sono forse tutti servi del mio signore? Perché il mio signore domanda questo? Perché rendere così Israele colpevole?» Ma l’ordine del re prevalse contro Ioab. Ioab dunque partì, percorse tutto Israele, poi tornò a Gerusalemme. Ioab fornì a Davide la cifra del censimento del popolo: c’erano in tutto Israele un milione e centomila uomini abili alle armi; e in Giuda quattrocentosettantamila uomini abili alle armi. Ioab non aveva fatto il censimento di Levi e di Beniamino come degli altri, perché l’ordine del re era per lui abominevole. Questo dispiacque a Dio, che perciò colpì Israele. E Davide disse a Dio: «Io ho gravemente peccato in ciò che ho fatto; ma ora ti prego, perdona l’iniquità del tuo servo, perché io ho agito con grande stoltezza».

Per cominciare la nostra riflessione su questa storia, è importante notare che, a differenza dei capitoli circostanti che esaltano le qualità positive di Davide, questo inizia riferendo un suo grande peccato che fa piombare sull’intera nazione una grande catastrofe. Davide ordina che sia fatto il censimento d’Israele, contando in particolare gli “uomini abili alle armi” (v.5). V.7 poi dice che questo atto “dispiacque a Dio, che perciò colpì Israele”. La domanda che ci viene subito in mente è: perché questo censimento costituì un grande peccato da parte di Davide? La risposta non è del tutto chiara (e in realtà non deve neanche esserlo perché il punto della questa storia non è il perché del peccato di Davide), ma possiamo proporre due possibilità. Prima, può essere che Davide, a causa delle sue tante vittorie militari, s’insuperbisca e, anziché continuare a fidarsi della forza del Signore in guerra, guarda invece alle forze delle sue truppe e nelle proprie capacità come condottiero. La seconda possibilità (che non esclude la prima) è che non ha ubbidito al comandamento di Dio in Esodo 30:12:

Quando farai il conto dei figli d’Israele, facendo il censimento, ognuno di essi darà al Signore il riscatto [in forma di denaro] della propria vita, quando saranno contati; perché non siano colpiti da qualche piaga, quando ne farai il censimento.

In ogni caso, la cosa principale da sapere è che nell’ordinare il censimento, Davide, come egli stesso confessa nel v.7: “Io ho gravemente peccato in ciò che ho fatto … perché io ho agito con grande stoltezza.”

B) Il castigo del popolo (21:9-13)

Il Signore parlò così a Gad, il veggente di Davide: 10 «Va’ a dire a Davide: “Così dice il Signore: Io ti propongo tre cose; scegline una, e quella ti farò”». 11 Gad andò dunque da Davide e gli disse: «Così dice il Signore: “Scegli quello che vuoi: 12 o tre anni di carestia, o tre mesi durante i quali i tuoi avversari facciano scempio di te e ti raggiunga la spada dei tuoi nemici, oppure tre giorni di spada del Signore, ossia di peste nel paese, durante i quali l’angelo del Signore porterà la distruzione in tutto il territorio d’Israele”. Ora, vedi che cosa io debba rispondere a colui che mi ha mandato». 13 Davide disse a Gad: «Io sono in grande angoscia! Ebbene, che io cada nelle mani del Signore, perché le sue compassioni sono immense; ma che io non cada nelle mani degli uomini!»

14 Così il Signore mandò la peste in Israele; e morirono settantamila Israeliti. 15 Dio mandò un angelo a Gerusalemme per distruggerla; e come questi si disponeva a distruggerla, il Signore gettò su di lei lo sguardo, si pentì della calamità che aveva inflitta e disse all’angelo distruttore: «Basta, ritira ora la tua mano!» L’angelo del Signore si trovava presso l’aia di Ornan, il Gebuseo. 16 Davide, alzando gli occhi, vide l’angelo del Signore che stava fra terra e cielo, tenendo in mano una spada sguainata, vòlta verso Gerusalemme. Allora Davide e gli anziani, coperti di sacchi, si gettarono con la faccia a terra. 17 E Davide disse a Dio: «Non sono io quello che ordinò il censimento del popolo? Sono io che ho peccato e che ho agito con tanta malvagità; ma queste pecore che hanno fatto? Ti prego, Signore, mio Dio, si volga la tua mano contro di me e contro la casa di mio padre, ma non contro il tuo popolo per colpirlo con il flagello!»

Non è tanto importante sapere perché il censimento era un peccato, perché il testo pone l’enfasi invece sulla conseguenza: “Così il Signore mandò la peste in Israele; e morirono settantamila Israeliti” (v.14). Questo accade dopo che Davide, dovendo scegliere tra tre possibili castighi, preferisce cadere “nelle mani del Signore, perché le sue compassioni sono immense” anziché “nelle mani degli uomini” (v.13). Ora, sicuramente un’altra domanda ci viene in mente a questo punto: perché Dio colpisce di peste tutto il popolo d’Israele per il peccato di solo Davide? Questa domanda è infatti quella che il testo vuole suscitare, perché è la stessa che turba Davide così profondamente nel v.17: “Non sono io quello che ordinò il censimento del popolo? Sono io che ho peccato e che ho agito con tanta malvagità; ma queste pecore che hanno fatto?”

La risposta a questa domanda ci porta al punto principale di questa storia: l’indivisibile relazione tra il re e il suo regno, ovvero il re che rappresenta, che incarna nella sua propria persona, l’intero popolo che egli governa. Davanti a Dio, ciò che fa il re, è come se lo facesse tutto il popolo, come se lo facesse ogni individuo appartenente al popolo. Come avviene al re, così avviene al popolo. Ecco perché tutto il popolo viene colpito dalla peste a causa del peccato di Davide. In quello che ha fatto, Davide non ha peccato solo come individuo ma come Israele. Quando lui ha peccato nell’ordinare il censimento, è come se tutto il popolo, e ogni individuo parte di esso, avesse fatto la stessa cosa. Questo è perché, nella Bibbia, il re rappresenta il suo popolo al punto tale che come agisce il re, così il popolo è considerato di agire, anche se in realtà il popolo non agisce così.

Possiamo ovviamente chiedere: ma è giusto questo? È giusto punire uno per la colpa di un altro? Per non dilungarci troppo in questo momento (perché vedremo la vera risposta solo alla fine), possiamo considerare la spiegazione dell’autore C.S. Lewis:

[Gli esseri umani] sembrano separati perché li vediamo andare in giro separatamente; ma bisogna tener conto che noi siamo fatti in modo che riusciamo a vedere soltanto il momento presente. Se potessimo vedere il passato, le cose ci apparirebbero diverse. Perché c’è stato un tempo in cui ogni uomo era parte di sua madre, e (prima ancora) di suo padre; e un tempo in cui questi erano parte dei suoi nonni. Se potessimo vedere l’umanità dispiegata nel tempo, come la vede Dio, essa non ci apparirebbe come una moltitudine di esseri separati e dispersi, ma come un unico essere in crescita: un po’ come un albero molto complicato. Ogni individuo apparirebbe connesso con ogni altro. (Il Cristianesimo così com’è, p.221.222)

In altre parole, è semplicemente non vero, come principio generale, che siamo tutti essere distinti in modo che l’agire di uno non porti conseguenze all’altro. Questo punto di vista è molto comune oggi, ma è sbagliato, ed è la prospettiva biblica quella giusta! Siamo tutti intrecciati insieme, creati da Dio e discesi da Adamo. In più, sappiamo questo principio anche per esperienza. Se il governo di una nazione decide di muovere guerra contro un altro paese, ci possono essere molti cittadini non d’accordo con questa decisione, ma in quanto sono cittadini di quello stato, sono compresi, volendo o non volendo, in quella decisione, e quella decisione avrà grandissime conseguenze per loro. È lo stesso che vediamo qui. Davide, in quanto re, rappresenta l’intero popolo d’Israele, e quando lui pecca, tutti ne subiscono le conseguenze.  Per questo motivo, Davide, senza dubbio sopraffatto da un senso di colpa, supplica il Signore: “si volga la tua mano contro di me e contro la casa di mio padre, ma non contro il tuo popolo per colpirlo con il flagello!” (v.17). Torneremo a questo tra breve.

3) Il sacrificio del re e la salvezza del popolo (1 Cronache 21:18-22:1)

A) Il sacrificio del re (21:18-26)

18 Allora l’angelo del Signore ordinò a Gad di dire a Davide che salisse a erigere un altare al Signore nell’aia di Ornan, il Gebuseo. 19 Davide salì, secondo la parola che Gad aveva pronunciata nel nome del Signore. 20 Ornan, voltandosi, vide l’angelo; e i suoi quattro figli che erano con lui si nascosero. Ornan stava battendo il grano. 21 Quando Davide giunse presso Ornan, Ornan guardò e vide Davide; e, uscito dall’aia, si prostrò davanti a Davide con la faccia a terra. 22 Allora Davide disse a Ornan: «Dammi il terreno di quest’aia, perché io vi costruisca un altare al Signore; dammelo per tutto il prezzo che vale, affinché il flagello cessi d’infierire sul popolo». 23 Ornan disse a Davide: «Prendilo, e il re, mio signore, faccia quello che pare bene ai suoi occhi; guarda, io ti do i buoi per gli olocausti, gli attrezzi per trebbiare come legna e il grano per l’offerta; tutto ti do». 24 Ma il re Davide disse a Ornan: «No, io comprerò da te queste cose per il loro intero prezzo; poiché io non offrirò al Signore ciò che è tuo, né offrirò un olocausto che non mi costi nulla». 25 E Davide diede a Ornan come prezzo del luogo il peso di seicento sicli d’oro; 26 poi costruì in quel luogo un altare al Signore, offrì olocausti e sacrifici di riconoscenza e invocò il Signore, il quale gli rispose mediante il fuoco, che discese dal cielo sull’altare dell’olocausto.

Come risposta alla preghiera di Davide, il Signore gli ordina, per bocca del profeta Gad, di “erigere un altare … nell’aia di Ornan, il Gebuseo” (v.18) e poi di fare un sacrificio d’espiazione per il suo peccato. Davide ubbidisce subito, e nel momento in cui lo fa, il Signore risponde “mediante il fuoco, che discese dal cielo sull’altare dell’olocausto” (v.26), indicando di aver accettato l’offerta di Davide. È di particolare importanza notare ciò che Davide dice quando va da Ornan per prendere il terreno della sua aia dove costruirà l’altare. Quando Ornan offre tutto a Davide gratis — non solo il terreno ma anche “i buoi per gli olocausti, gli attrezzi per trebbiare come legna e il grano per l’offerta” (v.23) — Davide non risponde con un “grazie, molto gentile”. Per quanto generosa l’offerta di Ornan, Davide la rifiuta dicendo: “No, io comprerò da te queste cose per il loro intero prezzo; poiché io non offrirò al Signore ciò che è tuo, né offrirò un olocausto che non mi costi nulla” (v.24). Perché fa così? Perché Davide non è disposto a fare un sacrificio al Signore che non gli costi nulla?

È perché il sacrificio deve essere tale: un sacrificio. Se Davide avesse offerto al Signore qualcosa che gli era stato regalato, non sarebbe stato più un sacrificio da parte sua (lo sarebbe stato invece da parte di Ornan). Ma è Davide che ha peccato. È Davide che ha fatto subire la peste al popolo. Quindi è Davide che deve pagare. Lo ammette egli stesso nel v.17 quando chiede al Signore di volgere la sua mano “contro di me … ma non contro il tuo popolo”. Così Davide, offre un sacrificio che gli è un sacrificio — un sacrificio che gli costa qualcosa — e per questo il Signore lo accetta, mandando fuoco dal cielo per consumarlo sull’altare.

B) La salvezza del popolo (21:27-22:1)

27 Poi il Signore comandò all’angelo di rimettere la spada nel fodero. 28 In quel tempo Davide, vedendo che il Signore lo aveva esaudito nell’aia di Ornan il Gebuseo, offriva in tal luogo dei sacrifici. 29 Il tabernacolo del Signore, che Mosè aveva costruito nel deserto, e l’altare degli olocausti si trovavano allora sull’alto luogo di Gabaon. 30 Davide non poteva andare davanti a quell’altare a cercare Dio per lo spavento che gli aveva causato la spada dell’angelo del Signore. 22:1  Davide disse: «Qui sarà la casa di Dio, del Signore, e qui sarà l’altare degli olocausti per Israele».

Poi nel v.27, dopo aver accettato l’olocausto sull’altare, il Signore comanda “all’angelo di rimettere la spada nel fodero”, la spada di giudizio che Davide ha visto nel v.16 durante la peste, la “spada sguainata volta verso Gerusalemme”.  Rifoderata la spada, la peste sparisce dal popolo e Israele è salvato. Qual è il significato di questo? Il messaggio è chiaro: come il peccato di Davide ha portato castigo sul popolo, così vediamo che il sacrificio di Davide porta salvezza al popolo. Come nel peccato di Davide tutto il popolo è reso colpevole, così nel sacrificio di Davide tutto il popolo è perdonato. Questo accade totalmente a parte qualsiasi volere o agire da parte del popolo stesso. È in virtù del suo essere re, del suo essere l’eletto di Dio, del suo essere l’unto del Signore che Davide rappresenta nella sua propria persona il popolo intero.

Vediamo dunque quanto è necessario, nella Bibbia, che ci sia un re giusto e fedele che rappresenti il popolo davanti a Dio. In Giudici, è la mancanza del re che permette a ogni sorta di male e ingiustizia di prosperare e diffondersi. Ma come qui in Cronache (come anche nei libri paralleli, Samuele e Re), non è la semplice presenza del re che garantisce la santità del popolo e la benedizione di Dio. Finché il re agisce rettamente, così il popolo sperimenta la benedizione del Signore. Ma quando il re agisce malvagiamente (come ha fatto Davide qui, e come faranno la maggior parte dei re d’Israele), il popolo subisce la maledizione. Quindi, questa storia insegna non solo il ruolo indispensabile del re, ma anche il bisogno che egli sia un re giusto e fedele, che non pecchi mai ma che per la sua perfetta ubbidienza procura e mantiene la benedizione di Dio sul suo popolo.

Ma quale re umano è capace di esserlo? Quale re prima o poi non commetterà qualche peccato o ingiustizia e così far cadere sul popolo la maledizione? Neanche il grande Davide, così tanto esaltato nella Bibbia, era all’altezza, come ampiamente dimostrato in questo brano. Quale dunque è la speranza del popolo? Se dipende dagli esseri umani, se bisogna aspettare che qualche re, qualche governo, qualche politico, o qualsiasi altra persona ci salvi e ci assicuri un futuro migliore, siamo veramente nei guai.

C) Il vero Davide e la salvezza del mondo

Il messaggio principale di questa storia, dunque, è che nessuno, neanche il grande Davide, è la soluzione al problema del popolo di Dio. Questo è indicato inoltre dal fatto che Cronache fu scritto nell’epoca dopo l’esilio babilonese, quando il lignaggio di Davide aveva perso il trono, quando il tempio progettato da Davide era stato distrutto, e quando la maledizione per i peccati dei re e di tutto Israele era già caduta su di loro in pieno. Quale poteva essere quindi l’intenzione dell’autore di Cronache nel raccontare questa storia? Nostalgia? No, era per ricordare al popolo di quella generazione che nonostante tutto, la promessa di Dio a Davide (riportata in 1 Cronache 17:11-14) rimaneva valida:

11 Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu te ne andrai a raggiungere i tuoi padri, io innalzerò al trono dopo di te la tua discendenza, uno dei tuoi figli, e stabilirò saldamente il suo regno. 12 Egli mi costruirà una casa, e io renderò stabile il suo trono per sempre. 13 Io sarò per lui un padre ed egli mi sarà figlio; e non gli ritirerò la mia grazia, come l’ho ritirata da colui che ti ha preceduto. 14 Io lo renderò saldo per sempre nella mia casa e nel mio regno, e il suo trono sarà reso stabile per sempre.

Come poteva, nel periodo in cui scriveva il cronista, essere ancora valida questa promessa quando il trono di Davide e il tempio non c’erano più? Certamente, il cronista non poteva far rivolgere lo sguardo dei suoi lettori a qualcosa di visibile, a qualcosa di attuale, a qualcosa di tangibile, se non solo alla promessa di Dio e alla figura del vero re, del vero eletto, del vero unto (cioè Messia!) di cui Davide era una prefigurazione. Anche se non lo conosceva per nome, il cronista parlava di Gesù. È Gesù, il discendente di Davide, a essere il vero Figlio di Dio il cui trono sarà stabile per sempre e il cui regno durerà in eterno. È Gesù il vero condottiero che vince tutti i nemici di Dio — compresi il male, il maligno e la morte — per dare pace e sicurezza al suo popolo. È Gesù il vero architetto e costruttore del tempio di Dio perché lo costruisce non solo a Gerusalemme, sull’aia di Ornan, ma lo sta costruendo in tutta la terra. Ed è Gesù il vero re che rappresenta il suo popolo quando agisce per procurare, con la sua perfetta ubbidienza, la sua eterna benedizione.

Come Davide, Gesù incarna nella sua propria persona il popolo che rappresenta. Ma non come Davide, Gesù rappresenta non solo il popolo d’Israele, ma tutti i popoli della terra! Come Davide, Gesù offre il sacrificio necessario per espiare i peccati del popolo. Ma non come Davide, Gesù non deve fare espiazione per il proprio peccato. Come Davide, Gesù ha rifiutato di offrire un sacrificio che non gli costasse nulla. Ma non come Davide, Gesù ha dovuto pagare il prezzo più alto: non in quantità di denaro ma con il proprio sangue, sacrificando la sua vita sulla croce per ognuno di noi.

Così sappiamo con certezza che grazie all’intercessione di Gesù, la spada del giudizio divino non incombe più su di noi. Davide ha pregato che quella spada colpisse solo lui al posto del popolo, ma ciò non era possibile perché era solo un uomo peccatore. Gesù invece, essendo Figlio di Dio, ha fatto cadere quella spada su se stesso, sostituendosi a noi sotto tutta l’onnipotente forza del suo colpo, affinché quella spada rimanesse da allora e per sempre nel suo fodero. E Gesù ha potuto fare tutto questo proprio per il principio che abbiamo imparato in questa storia: come avviene al re, così avviene al suo popolo. Assumendo la nostra natura nel suo divenire uomo, quello che Gesù ha fatto, ha fatto per tutti coloro che hanno in comune la stessa carne:

14 Poiché dunque i figli hanno in comune sangue e carne, egli pure vi ha similmente partecipato, per distruggere, con la sua morte, colui che aveva il potere sulla morte, cioè il diavolo, 15 e liberare tutti quelli che dal timore della morte erano tenuti schiavi per tutta la loro vita. (Ebrei 2:14-15).

4) Conclusione

Concludiamo ascoltando di nuovo C.S. Lewis che riassume tutto questo con la sua solita eloquenza. Riallacciandosi al suo discorso già citato prima, Lewis prosegue:

…il farsi uomo d Cristo è … come se qualcosa che agisce da sempre su tutta la massa umana cominciasse, in un singolo punto, a farlo in modo nuovo. Da quel punto l’effetto si propaga a tutta l’umanità. Cambia le cose per chi è vissuto prima di Cristo come per chi è venuto dopo di Lui. Le cambia per chi di Lui non ha mai sentito parlare. È come far cadere in un bicchiere d’acqua una goccia di qualcosa che muta sapore o colore a tutto il liquido….

Qual è dunque il cambiamento che Egli ha effettuato in tutta la massa umana? Soltanto questo: che l’impresa di diventare figli di Dio, di trasformarci da essere creati in esseri generati, di passare dalla temporanea vita biologica alla perenne vita “spirituale”, è stata realizzata per noi. L’umanità, sostanzialmente, è già “salvata”. Noi individui dobbiamo appropriarci di questa salvezza. Ma la parte più ardua del compito — quella che non avremmo potuto assolvere da soli — è stata assolta per noi. Non siamo costretti a tentare di ascendere alla vita spirituale con le nostre sole forze: essa è già discesa nel genere umano. Se ci apriamo all’unico Uomo in cui essa fu pienamente presente, e che, pur essendo Dio, è anche realmente uomo, Egli la realizzerà in noi e per noi. (Il cristianesimo così com’è, p.222-223)

Lodi al Signore per averci dato un re come Gesù Cristo!

Genesi 21:1-8: La Divina Commedia

1) Dio Mi Ha Dato di che Ridere (21:1-8)

21:1 Il Signore visitò Sara come aveva detto; e il Signore fece a Sara come aveva annunciato. Sara concepì e partorì un figlio ad Abraamo, quando egli era vecchio, al tempo che Dio gli aveva fissato. Abraamo chiamò Isacco il figlio che gli era nato, che Sara gli aveva partorito. Abraamo circoncise suo figlio Isacco all’età di otto giorni, come Dio gli aveva comandato. Abraamo aveva cent’anni quando gli nacque suo figlio Isacco. Sara disse: «Dio mi ha dato di che ridere; chiunque l’udrà riderà con me». E aggiunse: «Chi avrebbe mai detto ad Abraamo che Sara avrebbe allattato figli? Eppure io gli ho partorito un figlio nella sua vecchiaia». Il bambino dunque crebbe e fu divezzato. Nel giorno che Isacco fu divezzato, Abraamo fece un grande banchetto.

Spesso si dice che Dio ha un senso di umorismo, ed è anche vero. Per quanto seria, la Bibbia narra una storia comica che fa ridere, e lo fa deliberatamente. Per certi versi, il vangelo è una commedia, la commedia di Dio prima che ci fosse la “Divina Commedia” di Dante! Possiamo infatti intendere le parole di Paolo in 1 Corinzi 1 in questo modo:

18 Poiché la predicazione della croce è pazzia per quelli che periscono, ma per noi, che veniamo salvati, è la potenza di Dio;… 26 Infatti, fratelli, guardate la vostra vocazione; non ci sono tra di voi molti sapienti secondo la carne, né molti potenti, né molti nobili; 27 ma Dio ha scelto le cose pazze del mondo per svergognare i sapienti; Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti; 28 Dio ha scelto le cose ignobili del mondo e le cose disprezzate, anzi le cose che non sono, per ridurre al niente le cose che sono, 29 perché nessuno si vanti di fronte a Dio.

Sintomatico della nostra condizione peccaminosa è prenderci troppo seriamente. Ci prendiamo troppo seriamente quando pensiamo di poter controllare le situazioni e i risultati della nostra vita, quando pensiamo di essere in qualche modo più bravi di altri, quando pensiamo di essere indispensabili al buon funzionamento del mondo. Troviamo un esempio in Genesi 11:4-5 quando gli esseri umani dopo il diluvio dicono:

«Venite, costruiamoci una città e una torre la cui cima giunga fino al cielo; acquistiamoci fama, affinché non siamo dispersi sulla faccia di tutta la terra». Il Signore discese per vedere la città e la torre che i figli degli uomini costruivano.

L’ironia di questo scenario è divertente. Gli esseri umani credono di poter costruire “una torre la cui cima giunga fino al cielo”, ma Dio deve “discendere per vedere la città e la torre che i figli degli uomini costruivano”. Ovviamente Dio non deve letteralmente discendere per vedere la torre. Ma il testo usa questa frase retoricamente per ridicolizzare le arroganti pretese di queste persone: esse si reputano dei grandi, ma in realtà sono talmente piccoli e irrilevanti che quasi Dio non riesce a vederli dal cielo! Simile è Salmo 2:1-4:

Perché questo tumulto fra le nazioni, e perché meditano i popoli cose vane? I re della terra si danno convegno e i prìncipi congiurano insieme contro il Signore e contro il suo Unto, dicendo: «Spezziamo i loro legami e liberiamoci dalle loro catene». Colui che siede nei cieli ne riderà; il Signore si farà beffe di loro.

Questa è la “santa derisione” del Signore nei confronti di chi si ritene capace, nella sua folle arroganza, di opporsi a Dio e al suo volere. Fra i suoi altri effetti, il peccato ci rende stupidi, ed è grazia di Dio che ce lo fa sapere beffandosi della nostra assurdità!

Una caratteristica di coloro che conoscono per esperienza la grazia di Dio è appunto un senso di umorismo soprattutto verso se stessi, una certa “leggerezza di essere” che difficilmente si offende, che ride dei propri errori, che riesce a perdonarsi. Buon esempio di questo è il re Davide che risponde a sua moglie quando lei lo disprezza per aver ballato davanti a tutti come “un uomo da nulla”:

«L’ho fatto davanti al Signore che mi ha scelto invece di tuo padre e di tutta la sua casa per stabilirmi principe d’Israele, del popolo del Signore; sì, davanti al Signore ho fatto festa. 22 Anzi mi abbasserò anche più di così e mi renderò umile ai miei occhi; ma da quelle serve di cui parli, proprio da loro, sarò onorato!» (2 Samuele 6:20-22)

Tutto ciò serve per aiutarci a capire il testo di oggi tratto dal libro di Genesi, nel 21:1-8, che narra la nascita di Isacco, figlio di Abraamo e Sara. Prima di commentarlo, diamo un’occhiata ai due brani precedenti che prevedono questa nascita miracolosa:

17:1 Quando Abramo ebbe novantanove anni, il Signore gli apparve e gli disse: «Io sono il Dio onnipotente; cammina alla mia presenza e sii integro; e io stabilirò il mio patto fra me e te e ti moltiplicherò grandemente». Allora Abramo si prostrò con la faccia a terra e Dio gli parlò, dicendo: «Quanto a me, ecco il patto che faccio con te: tu diventerai padre di una moltitudine di nazioni; non sarai più chiamato Abramo, ma il tuo nome sarà Abraamo, poiché io ti costituisco padre di una moltitudine di nazioni. Ti farò moltiplicare grandemente, ti farò divenire nazioni e da te usciranno dei re. Stabilirò il mio patto fra me e te e i tuoi discendenti dopo di te, di generazione in generazione; sarà un patto eterno per il quale io sarò il Dio tuo e della tua discendenza dopo di te. A te e alla tua discendenza dopo di te darò il paese dove abiti come straniero: tutto il paese di Canaan, in possesso perenne; e sarò loro Dio»….

15 Dio disse ad Abraamo: «Quanto a Sarai tua moglie, non la chiamare più Sarai; il suo nome sarà, invece, Sara. 16 Io la benedirò e da lei ti darò anche un figlio; la benedirò e diventerà nazioni; re di popoli usciranno da lei». 17 Allora Abraamo si prostrò con la faccia a terra, rise, e disse in cuor suo: «Nascerà un figlio a un uomo di cent’anni? E Sara partorirà ora che ha novant’anni?» 18 Abraamo disse a Dio: «Oh, possa almeno Ismaele vivere davanti a te!» 19 Dio rispose: «No, Sara, tua moglie, ti partorirà un figlio e tu gli porrai nome Isacco. Io stabilirò il mio patto con lui, un patto eterno per la sua discendenza dopo di lui. 20 Quanto a Ismaele, io ti ho esaudito. Ecco, io l’ho benedetto e farò in modo che si moltiplichi e si accresca straordinariamente. Egli genererà dodici prìncipi e io farò di lui una grande nazione. 21 Ma stabilirò il mio patto con Isacco, che Sara ti partorirà in questa stagione il prossimo anno».

18:9 Poi essi gli dissero: «Dov’è Sara, tua moglie?» Ed egli rispose: «È là nella tenda». 10 E l’altro: «Tornerò certamente da te fra un anno; allora Sara, tua moglie, avrà un figlio». Sara intanto stava ad ascoltare all’ingresso della tenda, che era dietro di lui. 11 Abraamo e Sara erano vecchi, ben avanti negli anni, e Sara non aveva più i corsi ordinari delle donne. 12 Sara rise dentro di sé, dicendo: «Vecchia come sono, dovrei avere tali piaceri? Anche il mio signore è vecchio!» 13 Il Signore disse ad Abraamo: «Perché mai ha riso Sara, dicendo: “Partorirei io per davvero, vecchia come sono?” 14 Vi è forse qualcosa che sia troppo difficile per il Signore? Al tempo fissato, l’anno prossimo, tornerò e Sara avrà un figlio». 15 Allora Sara negò, dicendo: «Non ho riso»; perché ebbe paura. Ma egli disse: «Invece hai riso!»

Notiamo due punti importanti. Il primo è che Abraamo e la sua famiglia sono centrali al compimento del piano di Dio per la salvezza del mondo. Dopo Genesi 3, la promessa di Dio per rimediare al peccato e alle conseguenti maledizione e morte è la nascita del Salvatore dal lignaggio di Eva. Questo lignaggio ora si concentra nella famiglia di Abraamo per mezzo della quale Dio porterà benedizione, al posto della maledizione, a “tutte le famiglie della terra” (12:3). Non è esagerato dire che a questo punto nella storia, tutte le speranze del mondo dipendono da Abraamo e la sua discendenza.

Il secondo punto, però, introduce un problema apparentemente insormontabile. La moglie di Abraamo, Sara, è sterile, e anche se non lo fosse, ormai non sarebbe più in grado di fare figli avendo circa 90 anni. Abraamo, da parte sua, ne ha circa 100, perciò non sembra che ci siano più speranze. Un figlio, Ismaele, è nato ad Abraamo tramite Hagar, la serva di Sara, ma la promessa di Dio è stata esplicita: è il figlio di Abraamo nato da Sara che sarà portatore della benedizione. Il problema, dunque, è ovvio. Tutte le speranze del mondo dipendono dalla nascita di un figlio ad Abraamo e Sara, ma orma non ci sono più speranze che a loro possa nascere un figlio.

Tuttavia, tutto ciò ci prepara solo per la battuta finale, quando il senso di umorismo di Dio — che abbatte ogni presunzione umana — sarà rivelato. Esattamente come Dio ha promesso, Sara concepisce e partorisce un figlio. Non gli sfugge la battuta: come Sara esclama, “Dio mi ha dato di che ridere; chiunque l’udrà riderà con me…. Chi avrebbe mai detto ad Abraamo che Sara avrebbe allattato figlio? Eppure gli ho partorito un figlio nella sua vecchiaia”! (21:6-7). Chi infatti gli avrebbe mai detto, se non solo Dio la cui parola risulta sempre efficace? Così chiamano il bambino Isacco che significa appunto “ridere”.

Che sia una battuta voluta da Dio e non uno scherzo casuale è chiaro da quanto scritto al v.2: “Sara concepì e partorì un figlio ad Abraamo, quando egli era vecchio, al tempo che Dio gli aveva fissato”. Quest’ultima frase è la chiave: il bambino nato “al tempo che Dio aveva fissato”. È Dio che ha voluto che Isacco nascesse quando, umanamente parlando, non c’erano più speranze che nascesse. È Dio che l’ha dato ad Abraamo e a Sara solo quando per loro era fisicamente e biologicamente impossibile fare un figlio.

Mentre tutto il resto del mondo, esemplificato dalla torre di Babele, si credeva capace di costruire una torre fino al cielo e così acquistarsi fama, Dio fa vedere attraverso la nascita impossibile di Isacco che, come dice l’Ecclesiaste 1:14: “Io ho visto tutto ciò che si fa sotto il sole, ed ecco, tutto è vanità, è un correre dietro al vento.” La nascita di Isacco, giustamente chiamato “ridere”, è il grande scherzo di Dio contro le presunte forze e capacità umane. Nel portare così al mondo il figlio il cui lignaggio avrebbe compiuto il piano della salvezza al mondo, Dio mostra di essere l’unico in grado di salvare gli esseri umani. Ridicolizzando ogni speranza che si fonda sulle capacità umane, Dio si rivela l’unica vera speranza del mondo.

In realtà, non è proprio corretto dire che la nascita di Isacco è stata la battuta finale nella storia del mondo. L’ultima frase di Sara anticipa ciò che il profeta Isaia avrebbe detto secoli dopo:

Chi ha creduto a quello che abbiamo annunciato? A chi è stato rivelato il braccio del SignoreEgli è cresciuto davanti a lui come una pianticella, come una radice che esce da un arido suolo; non aveva forma né bellezza da attirare i nostri sguardi, né aspetto tale da piacerci. Disprezzato e abbandonato dagli uomini, uomo di dolore, familiare con la sofferenza, pari a colui davanti al quale ciascuno si nasconde la faccia, era spregiato, e noi non ne facemmo stima alcuna. Tuttavia erano le nostre malattie che egli portava, erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato; ma noi lo ritenevamo colpito, percosso da Dio e umiliato! Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni, stroncato a causa delle nostre iniquità; il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui e mediante le sue lividure noi siamo stati guariti. (Isaia 53:1-5)

Chi infatti avrebbe mai immaginato che il Salvatore del mondo sarebbe stato un povero falegname crocifisso dai romani come un criminale qualsiasi? Eppure è stato proprio così. Come Dio ha scelto di mantenere la sua promessa di un figlio ad Abraamo e Sara attraverso la pazzia e lo scandalo di un grembo sterile e vecchio, così ha scelto di mantenere la sua promessa di salvezza al mondo attraverso la pazzia e lo scandalo della croce.

E così anche noi facciamo parte di questa divina commedia! Nel brano citato all’inizio da 1 Corinzi 1, Paolo ci esorta:

26 Infatti, fratelli, guardate la vostra vocazione; non ci sono tra di voi molti sapienti secondo la carne, né molti potenti, né molti nobili; 27 ma Dio ha scelto le cose pazze del mondo per svergognare i sapienti; Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti; 28 Dio ha scelto le cose ignobili del mondo e le cose disprezzate, anzi le cose che non sono, per ridurre al niente le cose che sono, 29 perché nessuno si vanti di fronte a Dio.

Quando penso a me stesso, sapendo troppo bene i miei difetti, mi fa ridere il fatto che Dio mi abbia amato così tanto che è morto sulla croce per me in Cristo! Un tale amore è incomprensibile; lo chiamerei anche ridicolo in quanto ne sono totalmente indegno! Eppure, questa è la battuta, che Dio ha voluto salvare me (e anche te), uno scemo peccatore, tramite la pazzia e lo scandalo della croce. Ci potrebbe essere qualcosa di più buffo?

In pratica, questo dovrebbe creare in noi quell’atteggiamento di cui abbiamo parlato prima. Non dovrei offendermi se qualcuno mi prende in giro visto quanto, per così dire, sono stato preso in giro dall’amore di Dio! Non dovrei abbattermi quando il diavolo mi sussura nell’orecchio e nel cuore delle accuse dei miei peccati. Dovrei invece rispondere come ha consigliato Martin Lutero: “Quando il diavolo ti rinfaccia i tuoi peccati e ti dichiara che ti meriti la morte e l’inferno, digli questo: ‘Ammetto di meritarmi la morte e l’inferno, ma che me ne importa? Poiché conosco Colui che ha sofferto e ha fatto espiazione al mio posto. Lui si chiama Gesù Cristo, Figlio di Dio, e laddove egli è, ci sarò anche io!” Infine, questo dovrebbe riempirci di franchezza e di coraggio nel predicare il vangelo. Se, come Paolo dice in 1 Corinzi 1, Dio ha scelto le cose pazze, le cose deboli, le cose ignobili e le cose disprezzate per essere i suoi testimoni, non dobbiamo vergognarci a essere chiamati così! A noi basta essere amati, giustificati e santificati da Dio in Cristo. Se ci capita di essere presi in giro per il nome di Cristo, allora ridiamo!