Giovanni 15:1-17: La Vite e i Tralci

1) Il commiato di Gesù: il contesto di Giovanni 15

1.1) Un brano “scatola”

Il brano su cui mediteremo oggi potrebbe essere quasi considerato uno dei più importanti alla fede cristiana (nonché uno dei miei preferiti!). Ora, dico “quasi” perché, come Paolo afferma in 2 Timoteo 3:16, “ogni scrittura è ispirata da Dio e utile”, e quindi non c’è in realtà un testo biblico superiore a un altro. Allo stesso tempo, ci sono dei brani che distillano tutto quanto il messaggio biblico in poche parole, tanto è vero che sono particolarmente utili a farci capire l’essenza della parola di Dio a farci vedere la visione d’insieme del proposito di Dio per noi, come l’immagine sulla scatola di un puzzle aiuta a mettere tutti i vari pezzi nel posto giusto. In Giovanni 15:1-17, troviamo uno di questi brani “scatola” che ci mostra un’immagine che raffigura l’intera vita cristiana in tutti i suoi aspetti. Potremmo quasi dire che se di tutta la Bibbia avessimo solo questo capitolo, ne avremmo comunque abbastanza per poter vivere bene la vita cristiana.

1.2) Il contesto di Giovanni 13-17

Ma prima di studiarlo, bisogna ambientarlo nel suo contesto nel vangelo di Giovanni. Questo discorso di Gesù fa parte del suo cosiddetto “commiato” in presenza dei suoi discepoli la sera prima della crocifissione. La narrazione del commiato inizia nel capitolo 13 quando Gesù celebra la cena pasquale insieme ai discepoli e si mette a lavargli i piedi. A differenza degli altri vangeli, Giovanni non riferisce la cena stessa e il famoso momento quando Gesù rompe il pane e benedice il calice come simboli del suo corpo e sangue. Come l’ultimo dei quattro evangelisti, Giovanni presume che siamo già familiari con uno o più dei racconti degli altri vangeli, e quindi vuole farci sapere ciò che non è stato ancora riportato. Nessuno può farlo meglio di Giovanni, essendo proprio quello menzionato nel v.23 del capitolo 13: “inclinato sul petto di Gesù, stava uno dei discepoli, quello che Gesù amava”. Essendo testimone oculare dell’ultima cena, Giovanni ritiene importante che sappiamo anche il discorso con cui Gesù lasciò i discepoli prima di andare alla croce. Il discorso vero e proprio inizia nel capitolo 14 e conclude nel capitolo 17 con la preghiera detta “sacerdotale” di Gesù in cui intercede per i discepoli — e per tutti i credenti dopo di loro — in vista della sua imminente partenza.

Per questo motivo, il tema del discorso è uno di conforto, come le parole iniziali di Gesù nel 14:1 indicano:

Il vostro cuore non sia turbato; credete in Dio, e credete anche in me!

È forte considerare che mentre è Gesù che tra poche ore dovrà subire il tormento della croce e l’angoscia del peso di tutti i peccati del mondo, è Gesù che dà conforto ai discepoli! Tanto è bello e meraviglioso, l’intero discorso sarebbe da esaminare oggi, ma è troppo lungo per uno solo studio.

1.3) Il “segreto” della vita cristiana

Quindi dobbiamo limitarci a una sola porzione, 15:1-17, che fornisce l’immagine centrale, quella della vite e dei tralci. Con questa semplice ma ricchissima figura, Gesù rivela il “segreto” della consolazione, di quella pace che secondo Paolo “supera ogni intelligenza” e custodisce i nostri cuori (Filippesi 4:7). Come Gesù dice nel 14:27:

Vi lascio pace; vi do la mia pace. Io non vi do come il mondo dà. Il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti.

In che modo differisce la pace di Gesù dalla pace del mondo? Mentre la pace del mondo va e viene a seconda delle circostanze della vita, il cuore custodito dalla pace di Gesù non si turba e non si sgomenta di fronte alle difficoltà più grandi e le sofferenze più terribili. Perché? È perché la pace che Gesù dà è la sua propria pace, la stessa pace che ha vinto la croce e la morte, ed è questa pace che egli promette ai suoi discepoli. Infatti, le ultime parole del discorso di Gesù prima della sua preghiera sono queste:

Vi ho detto queste cose, affinché abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazione; ma fatevi coraggio, io ho vinto il mondo. (16:33)

Gesù vuole che noi abbiamo la sua pace con cui ha vinto il mondo e tutte le sue tribolazioni affinché li vinciamo anche noi. Come possiamo averla? Ascoltando e mettendo in pratica “queste cose” che qui ha detto. Passiamo adesso al capitolo 15 dove scopriamo il “segreto” della pace cristiana che è, in realtà, il “segreto” di tutta la vita cristiana trionfante.

2) Gesù, la vera vite (Giovanni 15:1-3)

1 Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiuolo. Ogni tralcio che in me non dà frutto lo toglie via, e ogni tralcio che dà frutto lo pota affinché ne dia di più. Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunciata.

2.1) Lo sfondo biblico

Il discorso di Gesù sulla vite e i tralci incomincia con una semplice identificazione nel v.1: Gesù è la vite, e Dio Padre è il vignaiuolo. Notiamo che Gesù non si chiama solo “la vite” ma “la vera vite”. Perché? Ricordiamoci che l’immagine della vite era già in uso nelle Scritture per raffigurare il popolo d’Israele. Di particolare rilevanza è il “canto della vigna” in Isaia 5:1-2:

1 Io voglio cantare per il mio amico il cantico del mio amico per la sua vigna. Il mio amico aveva una vigna sopra una fertile collina. La dissodò, ne tolse via le pietre, vi piantò delle viti scelte, vi costruì in mezzo una torre e vi scavò uno strettoio per pigiare l’uva. Egli si aspettava che facesse uva, invece fece uva selvatica.

Ora, il significato di questa parabola dovrebbe essere abbastanza chiaro, ma nel caso non lo fosse, Isaia stesso ce ne fornisce l’interpretazione nel v.7:

Infatti la vigna del Signore degli eserciti è la casa d’Israele, e gli uomini di Giuda sono la sua piantagione prediletta. Egli si aspettava rettitudine, ed ecco spargimento di sangue; giustizia, ed ecco grida d’angoscia!

Impariamo qui che la vigna rappresenta il popolo d’Israele, piantato allo scopo di portare frutti di giustizia. Questo richiama la vocazione d’Abramo in Genesi 12:1-3, quando Dio l’ha chiamato per diventare il padre di un popolo benedetto che sarebbe stato poi una fonte di benedizione a tutti i popoli della terra. Questa benedizione — il rimedio alla maledizione del peccato e della morte — è raffigurata in Isaia 5 come l’uva che la vigna doveva produrre. Ma anziché l’uva buona di benedizione, la vigna d’Israele aveva prodotto solo “uva selvatica”, cioè frutti di maledizione: “spargimento di sangue” e “grida d’angoscia” a causa della sua ingiustizia. Ma non è che il piano di Dio abbia fallito, perché dopo il giudizio divino che avrebbe tagliato la vigna, Dio ha promesso (Isaia 11) che un ramo sarebbe spuntato dalle radici — dal lignaggio reale di Davide — e che finalmente avrebbe portato i frutti di benedizione promessi al mondo attraverso la discendenza di Abraamo.

2.2) Gesù e il suo popolo

Tornando a Giovanni 15, possiamo adesso capirne meglio il significato: Gesù è la “vera” vite in quanto lui è il rampollo spuntato dalle radici d’Israele che poi è diventato la vigna intera. Come la vera vite, Gesù non rimpiazza Israele, ma lo rappresenta e lo impersona, per compiere la sua vocazione, come dice in Matteo 5:17:

Io sono venuto non per abolire, ma per portare a compimento.

La vocazione dei molti è ora caricata su uno solo; l’esistenza e il destino di tutti sono ora concentrati in quest’uno. Gesù è “la vera vite” che porta il frutto desiderato da Dio che serve a rimediare a tutti i mali del mondo.

Ma come qualsiasi vite, Gesù non è senza i tralci. Anzi, è per mezzo dei suoi tralci che la vite porta frutto. Come dice nel v.2:

2 Ogni tralcio che in me non dà frutto lo toglie via, e ogni tralcio che dà frutto lo pota affinché ne dia di più.

Il primo accenno a chi sono questi tralci fruttiferi è nel v.3:

Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunciata.

In greco, i termini “pota” (v.2) e “puri” (v.3) condividono la stessa radice linguistica. Gesù dice che i suoi discepoli sono “puri” nel senso che sono stati “potati” dalla parola che gli ha annunciato, implicando ovviamente che essi sono i tralci che portano frutto.

2.3) Lo scopo dei tralci

Questo è un punto cruciale nel discorso, perché evidenzia il fatto che lo scopo dei tralci sia appunto quello di portare frutto! È senz’altro una grande benedizione — la più grande, in realtà — essere un tralcio unito alla vite che è Gesù. Ma non sono i tralci a beneficiare del frutto che portano! Lo scopo dell’unione tra la vite e i tralci è il frutto che serve ad altri, come lo era nella vocazione di Abramo e la parabola di Isaia. Gesù dice questo esplicitamente nel v.16:

16 Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi, e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto, e il vostro frutto rimanga…

Non potrebbe essere più chiaro. Tanto è importante, infatti, che ogni tralcio che non porta frutto, il vignaiuolo “lo toglie via” (v.2)! Il popolo che Dio sceglie e con cui stabilisce una relazione speciale esiste proprio per portare benedizione agli altri. Come questo popolo, è già riempito di benedizioni, come il tralcio è pieno della linfa della vite. Sono gli altri non uniti alla vite che hanno bisogno del frutto, e il tralcio che non porta frutto non serve a niente. Va tolto via, infatti, perché non consumi i preziosi nutrienti di cui gli altri tralci hanno bisogno per portare il loro frutto.

3) Noi siamo i tralci (Giovanni 15:4-6)

Dimorate in me, e io dimorerò in voi. Come il tralcio non può da sé dare frutto se non rimane nella vite, così neppure voi se non dimorate in me. Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me, e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete fare nulla. Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio, e si secca; questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano.

3.1) L’imperativo: dimorate

Con tutta questa enfasi sul frutto, è sorprendente che Gesù non prosegua dicendo: “allora, voi discepoli, portate frutto!” Il frutto è lo scopo, ma Gesù non comanda mai: “portate frutto”. Interessante, no? L’imperativo invece è diverso; non “portate frutto” ma “dimorate in me” con la corrispondente promessa “e io dimorerò in voi” (v.4). Il motivo di questo cambiamento di enfasi è chiaro:

Come il tralcio non può da sé dare frutto se non rimane nella vite, così neppure voi se non dimorate in me. (v.4)

Gesù sottolinea questo punto ancora nel v.5 dicendo:

…perché senza di me non potete fare nulla.

Inoltre, l’avvertimento del v.2 — cioè che verrà tolto ogni tralcio che non porta frutto — subisce la stessa trasformazione. Ora nel v.6 è il tralcio che non dimora nella vite che “è gettato via”. Questo indica la causa principale della mancanza di frutto: non perché il tralcio ne sia incapace o non si impegni abbastanza, ma perché non resta unito alla vite. Il tralcio non ha vita in sé; senza la vite “si secca” e muore, e alla fine è utile solo ad alimentare il fuoco.

Detto positivamente, il tralcio che porta frutto lo porta per un solo motivo: esso “dimora” nella vite. Così è con Gesù e i suoi discepoli:

Colui che dimora in me, e nel quale dimoro, porta molto frutto… (v.5)

Il frutto è il risultato, dimorare in Gesù ne è la causa. Ecco il semplice motivo per cui Gesù, pur ponendo accento sul frutto come l’obbiettivo, non comanda che il frutto sia portato. In realtà, è la vite a “pensare” al frutto; i tralci devono solo pensare a rimanere uniti alla vite. Finché sono uniti alla vite, il loro frutto ne è l’inevitabile conseguenza.

3.2) L’assenza del frutto

Sono convinto che una gran parte della frustrazione e dello scoraggiamento dei credenti riguardo ai pochi frutti che portano sia dovuta proprio a quest’errore: di focalizzarsi sul portare frutto anziché sul dimorare in Gesù. Siamo propensi a commettere quest’errore perché, in un senso, è più facile. I frutti sono visibili, concreti e dunque misurabili. Per questo motivo, crediamo che, concentrandoci sui frutti, possiamo valutare quanto siamo bravi come discepoli di Gesù.

Dimorare in Gesù, però, non è qualcosa che possiamo vedere, toccare o contare, e lo riteniamo meno utile allo scopo di rafforzare il nostro ego spirituale. Ma in base a questo scopo non c’è altro che orgoglio, quel primitivo desiderio umano di farsi qualcosa di grande e significativo indipendentemente dal suo Creatore. E cosa succede quando siamo più fissati sui frutti che su Gesù? Non riusciamo più a portare i frutti desiderati, perché abbiamo allentato la nostra presa sulla vite, e non siamo più pieni della sua linfa senza la quale non possiamo fare nulla. Ecco il paradosso: più siamo fissati sui frutti, meno li portiamo, perché meno siamo in comunione con la vera fonte di quei frutti.

3.3) La cosa più importante

Come ho accennato all’inizio di questo studio, scopriamo dunque che tutta la vita cristiana può essere riassunta in quest’unica frase di Gesù: “dimorate in me, e io dimorerò in voi”. Se ci occupiamo di questo e di questo soltanto, tutto il resto seguirà. Questo è solo un altro modo per dire ciò che Gesù ha insegnato in Matteo 6:33: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in più”. Ma qui in Giovanni 15 abbiamo un’immagine viva e memorabile che rende lampante qual è la cosa più importante nella vita cristiana: dimorare in Gesù come il tralcio dimora nella vite perché così si porterà il frutto che Dio il vignaiuolo desidera. E come qualcuno ha osservato, la cosa più importante è che la cosa più importante resti la cosa più importante!

4) Dimorare in Gesù (Giovanni 15:7-17)

Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, così sarete miei discepoli. Come il Padre mi ha amato, così anch’io ho amato voi; dimorate nel mio amore. 10 Se osservate i miei comandamenti, dimorerete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e dimoro nel suo amore. 11 Vi ho detto queste cose, affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia completa.

12 Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi. 13 Nessuno ha amore più grande di quello di dare la sua vita per i suoi amici. 14 Voi siete miei amici, se fate le cose che io vi comando. 15 Io non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo signore; ma vi ho chiamati amici, perché vi ho fatto conoscere tutte le cose che ho udite dal Padre mio. 16 Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi, e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto, e il vostro frutto rimanga; affinché tutto quello che chiederete al Padre, nel mio nome, egli ve lo dia. 17 Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.

4.1) Unione e comunione

Ma se è vero questo, e se dimorare in Gesù è la cosa più importante che dobbiamo sempre tenere come la cosa più importante nella nostra vita, come possiamo farlo? Com’è che dimoriamo in Gesù? Ora, la prima cosa da notare (che diventerà chiaro in quanto segue) è che Gesù parla qui non tanto della nostra unione con lui (intesa come il tralcio viene innestato alla vite) ma della nostra comunione con lui (intesa come il nostro continuo vivere in relazione con lui). Possiamo distinguere tra unione comunione in questo modo: non possiamo avere comunione con Gesù se non siamo uniti a lui; ma, una volta uniti, è possibile che non viviamo sempre in piena comunione con lui.

Possiamo vedere un parallelismo nel matrimonio. Da quando io e mia moglie ci siamo sposati, siamo sempre uniti in questo rapporto, indipendentemente da come ci sentiamo. L’unione del matrimonio è qualcosa di obbiettivo che non aumenta o diminuisce a seconda degli alti e bassi che attraversa. Ma la nostra comunione è soggettiva, e può rafforzarsi o indebolirsi a causa di tanti fattori. Periodi di separazione geografica, emotiva o comunicativa possono ridurre di molto la nostra comunione, anche se rimaniamo sempre uniti come marito e moglie. Ovviamente, la troppa mancanza o la totale assenza di comunione può portare all’annullamento dell’unione matrimoniale, ma il punto principale resta valido.

4.2) La descrizione della relazione vitale

Qui Gesù parla soprattutto della nostra comunione con lui. E poiché parla di comunione, parla di una relazione personale che non può essere ridotta a un manuale di istruzioni. Come in qualsiasi relazione personale, non esiste un set di azioni che, se viene eseguito con precisione, garantisce il risultato desiderato. Ma ci sono dei comportamenti che creano le condizioni favorevoli alla comunione, senza i quali non può esistere. Nei versetti che seguono nel discorso di Gesù, dal 7 al 17, troviamo i comportamenti e le condizioni che caratterizzano coloro che vivono in piena comunione con lui. Ripeto: Gesù non ci spiega, per così dire, il procedimento di una ricetta che assicura di sfornare una torta perfetta. Il testo stesso resiste a tentativi di schematizzarlo in questo modo. Descrive invece le caratteristiche, le abitudini, la “routine” se vogliamo, dei tralci che sono in relazione vitale con la vite e di conseguenza portano molto frutto. Purtroppo non abbiamo il tempo per poter approfondire i vari tratti di questa relazione. Quindi li evidenzierò nel testo e poi lascerò a voi il compito di fare ulteriori riflessioni al riguardo.

4.2.1) La parola e la preghiera

Il primo tratto dei tralci in comunione con la vite non dovrebbe sorprendere l’attento lettore di Giovanni:

Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto.

In Giovanni, Gesù è la Parola di Dio, e come tale le sue parole “sono Spirito e vita” (6:63). Se chiediamo: “che cosa rappresenta la linfa dalla quale nell’immagine della vite i tralci dipendono per portare frutto?” La risposta è questa: lo Spirito di Dio che (letteralmente!) dimora nei credenti e la vita eterna che egli gli conferisce. Come lo spirito dell’uomo è la forza vitale del suo corpo, così è lo Spirito di Dio la forza vitale di coloro che hanno la vita eterna. Paolo si servirà di quest’immagine in Galati 5:23 quando chiama le virtù cristiane “il frutto dello Spirito”. Come Gesù stesso indica altrove nel suo discorso (14:12-17; 16:7-15), è lo Spirito che Gesù, la vite, elargisce sui discepoli, i tralci, affinché essi portino frutto.

Se chiediamo inoltre, come opera lo Spirito di Gesù in noi affinché portiamo frutto? La risposta è chiara nel 16:13-14:

13 quando però sarà venuto lui, lo Spirito della verità, egli vi guiderà in tutta la verità, perché non parlerà di suo, ma dirà tutto quello che avrà udito, e vi annuncerà le cose a venire. 14 Egli mi glorificherà perché prenderà del mio e ve lo annuncerà.

Lo Spirito opera in noi nella misura in cui le parole di Gesù dimorano in noi. Come Gesù dichiara qui senza equivoci, lo Spirito non opera “di suo” ma solo in cooperazione con ciò che Gesù ha annunciato. Ecco perché nel v.7 di Giovanni 15 sono le parole di Gesù che vengono a occupare il suo posto. Notiamo la progressione:

Dimorate in me, e io dimorerò in voi

5 Colui che dimora in me, e nel quale io dimoro, porta molto frutto

Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi

Nei vv.4 e 5, è Gesù che dimora nei discepoli, ma poi nel v.7 sono le parole di Gesù che dimorano in loro. Allora, è Gesù o la sua parola che dimora in noi? La risposta è sì! Gesù dimora in noi, per mezzo del suo Spirito, in quanto le sue parole dimorano in noi. Nel suo discorso, Gesù ricorda più volte ai suoi discepoli che tra poco sarà tolto via dalla loro presenza (14:2-4, 12, 19, 28; 16:5-7). Ma non per questo sarà assente; anzi sarà più presente che mai! Prima della croce, Gesù è stato con i discepoli. Ma dopo, quando torna al Padre, sarà per mezzo dello Spirito nei discepoli. E questo avverrà nella misura in cui la sua parola (che abbiamo anche noi grazie a Giovanni e gli altri scrittori biblici!) dimora in noi. Questa è l’ennesima volta che vediamo quanto è indispensabile la Bibbia alla nostra vita. La parola di Dio deve essere per noi non solo un riferimento occasionale o un’occhiata quotidiana, ma la nostra constante dimora.

Vediamo ancora nel v.7 che inscindibile dalla parola è la preghiera: quando dimoriamo in Gesù (che facciamo in quanto facciamo sì che la parola dimori in noi), chiediamo al Padre quello che vogliamo nel nome di Gesù e così “sarà fatto”. Nel contesto, è chiaro che questa promessa vale solo si avverano prima la condizione: “se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi”. In altre parole, quando la parola di Gesù dimora in noi con il risultato che lo Spirito ci riempie della sua vita — compresi i suoi desideri — ciò che vorremo e chiederemo sarò ciò che Dio stesso vuole da noi: il frutto per cui ci ha innestato in Gesù. Quando il discepolo prega il Padre e gli chiede di adempire la volontà e le promesse rivelate nella sua parola, la risposta sarà sempre “sì”! La preghiera, dunque, è l’espressione esterna della parola che opera all’interno del credente. Se i credenti pregano poco, è probabile che dimori poco la parola in loro.

4.2.2) La gioia

Oltre alla parola che si manifesta nella preghiera, Gesù indica che anche la gioia è un segno della sua presenza in noi:

11 Vi ho detto queste cose, affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia completa.

Dobbiamo distinguere tra la gioia di cui parla Gesù e la felicità come il mondo la pensa. La gioia — che è proprio la gioia di Gesù stesso — non è opposta alla sofferenza o al pianto. Ricordiamo Gesù piangendo e fremendo davanti alla tomba di Lazzaro (11:33-35), e turbato di animo quando pensa all’ora della sua morte (12:27). La felicità del mondo viene cancellata dalla sofferenza, l’angoscia e la morte, ma la gioia di Gesù no. Non è facile sapere come è possibile gioire proprio nel momento in cui si piange, ma questo è il potere della gioia di Gesù in noi. E questa è la chiave: la gioia di Gesù in noi. Resta sempre valida l’immagine della vite e i tralci. Come non possiamo da noi stessi portare frutto, così non possiamo da noi stessi gioire in ogni circostanza, a meno che non dimoriamo in Gesù affinché la sua gioia si manifesti in noi. Ma se la parola di Gesù dimora in noi, Gesù promette che dimorerà in noi anche la sua gioia invincibile. Ecco la beatitudine del tralcio che dimora nella vite.

4.2.3) L’ubbidienza che si manifesta nell’amore

Dopo la parola, la preghiera e la gioia, ancora un’altra caratteristica viene messa in risalto da Gesù:

14 Voi siete miei amici, se fate le cose che io vi comando.

Questo “voi siete miei amici” equivale al “dimorate in me” di prima. Dobbiamo essere cauti di non interpretare questo “se” nel modo sbagliato. Non siamo gli amici di Gesù — ovvero dimoriamo in lui — a causa del nostro fare le cose che egli ci comanda, perché questo contraddice l’insegnamento di Gesù che senza di lui non possiamo fare nulla. La nostra ubbidienza è il risultato di essere amici di Gesù, come il frutto è il risultato del tralcio che dimora nella vite. Ma — e questo è il punto — il frutto dell’ubbidienza è il risultato del tralcio che dimora nella vite. Nessuno può dire di dimorare in Gesù, di essere suo amico, se non ubbidisce a quanto egli ha comandato! Se Gesù dimora in noi, farà sì che noi facciamo ciò che lui desidera!

E che cos’è che Gesù desidera? Quali sono le cose che ci ha comandato? Possiamo riassumerle tutte in una sola parola: amore.

12 Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi…. 17 Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.

Come nell’esempio di Gesù, questo amore non è teorico o astratto ma concreto e pratico:

13 Nessuno ha amore più grande di quello di dare la sua vita per i suoi amici.

L’amore che non passa da parole ai fatti non è amore, proprio come Dio ha mostrato il suo amore principalmente non nel dircelo ma nel mandare Gesù per morire per noi (Giovanni 3:16; Romani 5:8). Così deve essere l’amore dei discepoli di Gesù, gli uni per gli altri.

4.2.4) L’esempio di Gesù

Gesù stesso è infatti il nostro esempio di cosa vuol dire “dimorare in lui”. Al di là di tutti queste caratteristiche quali la parola, la preghiera, la gioia, l’ubbidienza e l’amore, Gesù presenta se stesso come esempio per eccellenza:

Come il Padre mi ha amato, così anch’io ho amato voi; dimorate nel mio amore. 10 Se osservate i miei comandamenti, dimorerete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e dimoro nel suo amore.

Come Gesù ha fatto nei confronti di suo Padre, così facciamo nei confronti di Gesù. Guardiamo come Gesù stesso ha dimorato nell’amore del Padre e ha fatto tutto ciò per cui era stato da lui mandato, e vediamo l’immagine perfetta di come anche noi dobbiamo dimorare nell’amore di Gesù e fare tutto ciò per cui siamo stati da lui mandati nel mondo. Alla fine, se è Gesù stesso che personalmente dimora in noi tramite lo Spirito, non sarà proprio la sua immagine a cui diventeremo sempre più conformi?

5) Considerazioni conclusive

Voglio concludere lo studio di oggi con tre brevi considerazioni che ritengo necessarie alla nostra comprensione di Giovanni 15.

5.1) Un avvertimento

La prima considerazione è un avvertimento: mentre l’assenza del frutto indica necessariamente l’assenza dell’unione del tralcio alla vite, la presenza del frutto non indica necessariamente la presenza della stessa. Dobbiamo tenere presente quelle terrificanti parole di Gesù in Matteo 7:21-23:

21 «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore!” entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. 22 Molti mi diranno in quel giorno: “Signore, Signore, non abbiamo noi profetizzato in nome tuo e in nome tuo cacciato demòni e fatto in nome tuo molte opere potenti?”  23 Allora dichiarerò loro: “Io non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, malfattori!”

Qui vediamo che è possibile manifestare nella vita ciò che sembra frutto vero, ma alla fine sarà rivelato falso. Secondo Gesù, ci saranno molti che nella vita avranno compiuto tante buone opere nel nome di Gesù ma senza essere mai uniti veramente a Gesù. Sarà solo alla fine, al giudizio finale, quando il frutto falso sarà rivelato tale, e perciò dobbiamo guardarci dal presumere che tutto quello che appare come frutto vero sia in realtà frutto vero. Di nuovo, la cosa più importante è l’unione con Gesù, che il tralcio dimori nella vite, perché solo così possiamo assicurarci di non ingannarci e che il frutto che portiamo è frutto vero.

5.2) Un’esortazione

La seconda considerazione è un’esortazione. Ricordiamoci delle parole iniziali del capitolo:

1 Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiuolo. Ogni tralcio che in me non dà frutto lo toglie via, e ogni tralcio che dà frutto lo pota affinché ne dia di più.

Qui Gesù ci fa sapere che non è solo il tralcio sterile che viene in qualche modo tagliato; anche il tralcio fruttifero viene potato “affinché ne dia di più”. Come sa bene qualsiasi vignaiuolo, le viti vanno potate ogni anno per rendere l’uva più buona. Senza la potatura che sopprime le parti invecchiate o malate della pianta, la qualità del frutto si deteriorerà. Per quanto violenta, la potatura è dunque parte normale e frequente dell’esistenza dei tralci ed è indispensabile alla loro vitalità.

Quindi, dobbiamo essere sempre preparati alla potatura del nostro Vignaiuolo divino. Quando Dio ci pota, è perché ci ama, perché vuole renderci sempre più vivi e fruttiferi. La potatura è un processo doloroso; Dio può toglierci parti della vita che noi riteniamo necessarie. Ma se ci affidiamo alla sua cura, convinti che lui è saggio da sapere meglio di noi cosa nella nostra vita va potato, potremo ubbidire all’esortazione di Ebrei 12:7,11:

7 Sopportate queste cose per la vostra correzione…. 11 È vero che qualunque correzione sul momento non sembra recare gioia, ma tristezza; in seguito tuttavia produce un frutto di pace e di giustizia in coloro che sono stati addestrati per mezzo di essa.

5.3) Un incoraggiamento

La terza e ultima considerazione è un incoraggiamento. È possibile sentire (o leggere) un messaggio così e concludere pensando che infine tutto dipenda da noi. Non so quante volte che io, dopo aver predicato il vangelo, evidenziando che Dio ha già fatto tutto in Gesù per salvarci, ho sentito qualcuno con sguardo ansioso dirmi qualcosa come: “Non so se ce la posso fare. È molto difficile!” Tanta è innata e impressa nella nostra natura l’idea che noi dobbiamo contribuire in qualche modo alla nostra salvezza che quasi non comprendiamo il vangelo anche quando viene spiegato nel modo più semplice. Lo stesso vale per quanto riguarda la vita cristiana. Tendiamo a fissare sugli imperativi del testo biblico a tal punto che dimentichiamo gli indicativi. In questo caso, è facile che ci focalizziamo sul fatto che noi dobbiamo dimorare in Cristo, che noi dobbiamo portare frutto perché non vogliamo essere i tralci gettati via e bruciati, e di conseguenza facciamo sì che Giovanni 15 abbia l’effetto contrario a quello che Gesù desidera! Ricordiamoci: Gesù ha detto queste cose affinché abbiamo in lui la pace non la paura, la gioia e non l’ansia. Quindi, finiamo ribadendo l’indicativo che sta alla base di ogni imperativo:

In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, così sarete miei discepoli…. 16 Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi, e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto, e il vostro frutto rimanga; affinché tutto quello che chiederete al Padre, nel mio nome, egli ve lo dia.

Dio vuole che noi dimoriamo in Gesù. Dio vuole che portiamo frutto. E ciò che Dio vuole è ciò che alla fine ottiene. La nostra pace deriva dalla conoscenza che, come Paolo dice in Romani 11:18:

…non sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te.

Se siamo stati innestati in Gesù come tralci nella vite, questa è stata l’opera non nostra ma quella del Vignaiuolo divino. In più, non è tanto la responsabilità dei tralci aggrapparsi alla vite quanto è la responsabilità della vite aggrapparsi ai tralci. Ricordiamoci: i tralci da sé non possono fare nulla, compreso rimanere uniti alla vite! E la vite che sostiene i tralci, che li fa portare frutto e che assicura che essi stiano vivi, sani e ben nutriti. Non dobbiamo pensare, dunque, che in fin dei conti dimorare in Gesù sia la parte, forse anche solo quell’1 per cento, che spetta noi mentre Dio fa il rimanente 99 per cento. Senza la vite non possiamo neanche fare quell’1 per cento. È Gesù la vite che non solo produce il frutto mediante i tralci ma che anche sostiene i tralci affinché dimorino in essa. Così possiamo riposarci nella pace che i tralci che Dio ha voluto innestare nella vite, sarà la sua fedele premura conservarci nella vite, farci crescere verso la maturità e farci portare il frutto che desidera.

Isaia 54.1-10: Esulta, O Sterile!

1) Vivere la redenzione (Isaia 54.1-4)

Negli ultimi studi su Isaia, abbiamo imparato che il messaggio dominante della seconda metà del libro (capitoli 40-66) è la consolazione del popolo di Dio, esiliato per la sua persistente ribellione nei confronti del Signore. Questo messaggio è semplice, ma a persone che hanno sofferto tanto quanto gli ebrei, una tale consolazione sembra del tutto impossibile. Il profeta dunque impiega tutte le sue capacità letterarie per suscitare e rafforzare la fiducia del popolo nel Signore, perché è solo il Signore che può fare l’impossibile. È inutile cercare la consolazione altrove, perché ogni altro è un idolo, e gli idoli ci lasciano sempre delusi. Solo Dio è in grado di realizzare le sue stupende promesse di riscattare e redimere il suo popolo da tutte le loro afflizioni.

Così Isaia c’insegna che non c’è niente di più pratico che meditare continuamente sulla grandezza di Dio e l’efficacia della sua parola, perché è proprio ciò che rinnova la nostra fiducia in Dio, ed è la nostra fiducia in Dio che determina il nostro modo di vivere. Non c’è nessuna rottura tra “teoria” e “pratica”, come se il nostro credere non fosse la fonte di tutto il nostro agire. Anzi, come Paolo afferma in 1 Timoteo 6.12, la vita cristiana è fondamentalmente “il buon combattimento della fede”. Se si perde la battaglia della fede, si perde tutto.

Per questo, nel capitolo 54 (e continuando anche nel 55) Isaia giunge a una sorta di crescendo musicale in cui esalta il Signore e la sua promessa di salvare nei termini poetici più belli ed emozionanti. Se il nemico dell’incredulità deve essere sopraffatto dalla fede nella parola di Dio, questa poesia è un’arma potente nella battaglia. Lasciamo ora che essa compia la sua intenzione in noi: cioè far risplendere la gloria del nostro Dio che disperde ogni oscurità e che ci permette di camminare senza paura nella sua luce.

A) Esulta, o sterile (54.1)

54:1 «Esulta, o sterile, tu che non partorivi! Da’ in grida di gioia e rallègrati, tu che non provavi doglie di parto! Poiché i figli dell’abbandonata saranno più numerosi dei figli di colei che ha marito», dice il Signore.

La prima parte di questa poesia, che suona come un canto, inizia con tre imperativi che chiamano il popolo di Dio — ancora nell’afflizione e nell’angoscia dell’esilio — di vivere la redenzione che il Signore compie per loro. Non sono obblighi gravosi come a volte si ritiene la legge divina. Sono piuttosto inviti a godere appieno della bontà che Dio desidera elargire. Ogni imperativo è seguito infatti dal suo motivo, come vediamo qui nel primo versetto: “esulta, o sterile!”

Questo comandamento è bello, ma strano. Oggi come oggi, una donna sterile spesso prova grande tristezza per la sua incapacità di concepire e partorire figli. In epoca biblica, la sterilità pesava ancora di più, perché comportava non solo la tristezza personale ma anche la vergogna sociale. In più, la donna del primo versetto non è solo sterile ma non ha neanche marito; è stata abbandonata. Quindi, anche se fosse in grado di fare figli, non potrebbe non avendo marito. All’epoca, era impensabile che una donna in queste condizioni potesse rallegrarsi, ma è proprio alla gioia che lei è chiamata qui. Come mai? Il motivo è detto chiaramente: perché i figli di questa donna, sterile e abbandonata, saranno più numerosi dei figli delle altre donne fertili e sposate. Per quanto sembra impossibile, questo è ciò che “dice il Signore”, e perciò è una cosa certa.

Conforme alla natura poetica di questo brano, possiamo capire che il linguaggio qui è simbolico. La donna sterile e abbandonata si riferisce al popolo d’Israele. È stato “abbandonato” dal Signore, suo marito, a causa delle sue ostinate infedeltà. Aveva tanto desiderato l’amore di altri amanti — cioè gli idoli e le vie pagane delle nazioni circostanti — ed è stato dunque dato in balia di quelle nazioni, prima Assiria e poi Babilonia. Ma Israele è anche “sterile”. Che cosa vuol dire?

Questo versetto non può che far venire in mente il caso eccezionale di Sara, moglie di Abraamo. Possiamo essere certi che qui è sottointeso un riferimento a lei grazie a quello che Isaia scrive nel 51.1-2:

Ascoltatemi, voi che perseguite la giustizia, che cercate il Signore! Considerate la roccia da cui foste tagliati, la buca della cava da cui foste cavati. Considerate Abraamo vostro padre e Sara che vi partorì; poiché io lo chiamai, quando egli era solo, lo benedissi e lo moltiplicai.

Qui il Signore ricorda agli ebrei che sono tutti discesi da Abraamo a Sara. Abraamo è il loro padre, e in un senso anche Sara li ha partoriti tutti. Perché è importante considerare questo? È perché Dio ha chiamato Abraamo “quando egli era solo”, cioè quando lui e sua moglie non avevano nessun figlio a causa della sterilità di Sara. Ciò nonostante, Dio ha promesso ad Abraamo una discendenza più numerosa delle stelle del cielo (Gen. 15.5), che da Sara sarebbero venuti re e nazioni (Gen. 17.16). Così è avvenuto, contro ogni possibilità umana, perché nulla è troppo difficile per il Signore (Gen. 18.14). Considerando il fatto che abbiano Abraamo per padre e Sara per madre, gli esuli si accorgeranno di essere essi stessi la prova che “nessuna parola di Dio rimarrà inefficace” (Luca 1.37). La loro esistenza è un miracolo, e non sarà meno fattibile il miracolo di salvezza che Dio compirà ancora a loro favore.

Tornando al 54.1, possiamo meglio capire come Israele è stato sterile. La promessa di Dio ad Abraamo e Sara non era solo che avrebbero avuto una numerosa discendenza, ma che per mezzo della loro discendenza sarebbero state benedette tutte le famiglie della terra (Gen. 12.3). Ma l’Israele fino al periodo dell’esilio era stato tutt’altro che una benedizione nel mondo. Aveva ripetutamente rinunciato alla sua vocazione di essere un popolo santo in mezzo alle nazioni pagane, una luce di giustizia nelle tenebre del peccato. Aveva preferito invece profanarsi e spegnere la propria luce per potersi unire alle tenebre. Per questo è rimasto esiliato, abbandonato senza luce nelle stesse tenebre che aveva desiderato. O, per tornare alla metafora del nostro testo, Israele è come una donna sterile, perché non ha partorito i figli di benedizione che Dio aveva in mente quando l’aveva sposata a Sinai.

Ma — e questa è la grande promessa di Isaia 54 — Dio compirà nello sterile Israele lo stesso miracolo che ha compiuto nel grembo di Sara (e che compirà poi nella sterile Elisabetta e la vergine Maria): i figli della donna sterile e abbandonata saranno più numerosi di colei che ha marito. Dio renderà fecondo il suo popolo, toglierà la sua vergogna e realizzerà la sua promessa di benedire tutta la terra per mezzo suo. Non permetterà che la sua parola rimanga inefficace. Per questo motivo, la sterile — il popolo afflitto e angosciato — può comunque esultare e prorompere in grida di grande gioia.

B) Allarga la tua tenda (54.2-3)

«Allarga il luogo della tua tenda, si spieghino i teli della tua abitazione, senza risparmio; allunga i tuoi cordami, rafforza i tuoi picchetti! Poiché ti spanderai a destra e a sinistra; la tua discendenza possederà le nazioni e popolerà le città deserte.

All’invito di esultare viene aggiunto un secondo imperativo correlato: “allarga il luogo della tua tenda!” Continua qui l’immagine del primo versetto. Bisogna tenere presente che Abraamo e Sara vivevano in Canaan come nomadi, in tende, senza dimora fissa. Nel Vicino Oriente antico, la responsabilità di occuparsi della tenda spettava alla donna, ed è quindi coerente con la metafora che sia ordinato alla donna del primo versetto di allargare la sua tenda, spiegando i suoi teli “senza risparmio”. Perché deve fare questo? Proprio perché Dio adempirà ciò che le ha promesso: nonostante la sua sterilità, porterà alla luce discendenti tanto numerosi che si spanderanno “a destra e a sinistra”, possederanno “le nazioni” e popoleranno “le città deserte”.

Al popolo d’Israele in esilio, questa promessa sarebbe stata davvero meravigliosa. Dopo essere stato ridotto a un piccolissimo residuo di superstiti, diventerà grande, più grande infatti di prima. I figli d’Israele torneranno ad abitare di nuovo nelle città rimaste deserte dopo le invasioni straniere, e non solo. Possederanno anche le nazioni, comprese quelle che hanno preso in possesso loro. Si spanderanno “a destra e a sinistra”, termini che in ebraico significano anche “a sud e a nord”. Per gli ebrei, queste direzioni indicavano invasori dall’estero: gli egiziani attaccavano dal sud, gli assiri e i babilonesi dal nord. Quindi, i figli d’Israele non vivranno più sotto la minaccia di queste nazioni, ma saranno loro a spandersi invece nei territori dei nemici. In anticipo di questo grande futuro, gli ebrei — sempre sotto il dominio di oppressori stranieri — devono, come i loro patriarchi nomadi in Canaan, allargare le loro tende oltre misura nella speranza che presto Dio le riempirà di discendenti innumerevoli. Devono, in altre parole, prepararsi al compimento di tutto ciò che promette la parola del Signore anche se non lo possono ancora vedere.

C) Non temere (54.4)

Non temere, perché tu non sarai più confusa; non avere vergogna, perché non dovrai più arrossire; ma dimenticherai la vergogna della tua giovinezza, non ricorderai più l’infamia della tua vedovanza.

Il terzo imperativo consegue dai primi due: convinti come Abraamo che Dio è in grado di far concepire un figlio nel grembo sterile, così gli ebrei devono “non temere”. Non devono temere niente o nessuno, perché non saranno mai più confusi né vergognati. Come una donna sterile, Israele si vergogna ora per il totale fallimento della sua santa vocazione, per la sua insensata ribellione, ma non sarà sempre così. Dimenticherà sia “la vergogna della tua giovinezza” (che probabilmente si riferisce alle sue prime infedeltà d’Israele commesse dopo l’esodo nel deserto) sia “l’infamia della tua vedovanza” (che si riferisce alle ultime trasgressioni che hanno portato alla distruzione di Giuda). Anche se la donna geme ancora nella sua sterilità — il popolo geme ancora in esilio — non deve temere, perché può già cominciare a vivere come se si fosse avverata la promessa di Dio, tanto è certa. Poiché nessuna parola di Dio rimarrà inefficace, il popolo può già cominciare a camminare nelle tenebre come se splendesse la luce; può già allargare le sue tende come se avesse figli per riempirle; può già esultare come se non avesse ancora un cuore spezzato.

2) Poiché il Signore (Isaia 54:5-10; 53.10-12)

E come se la parola di Dio non fosse già prova sufficiente che tutto questo avverrà, Isaia aggiunge una seconda parte a questa poesia per fornire altri due motivi per cui il popolo può iniziare adesso a vivere in speranza la redenzione promessa.

A) Il tuo Creatore è il tuo sposo (54.5)

Poiché il tuo Creatore è il tuo sposo; il suo nome è: il Signore degli eserciti. Il tuo Redentore è il Santo d’Israele, che sarà chiamato Dio di tutta la terra.

In primo luogo, lo sterile Israele può esultare perché il suo “sposo” e “redentore” è il Creatore, il Signore degli eserciti, il Santo d’Israele e il Dio di tutta la terra. Qui i concetti di “sposo” e “redentore” non sono due ma uno. Pensiamo per esempio alla storia di Rut, la vedova senza figli che viene “redenta” da un parente di sua suocera Naomi. Lui si chiama Boaz; si sposa con Rut e le dà un figlio che poi diventerà il nonno del re Davide! In questa storia, Boaz è lo sposo-redentore che interviene per salvare la famiglia di Naomi, che si carica di sofferenze non sue, che si adopera per assicurare una discendenza e un futuro alle vedove senza figli. Alla fine della storia, si scopre che è proprio a causa delle afflizioni di Naomi e Rut che, tramite Boaz, si giunge a una conclusione più bella e lieta di quanto sarebbe stato possibile in qualsiasi altro modo. Questa è l’opera dello sposo-redentore. In quanto sposo, egli fa sì che la donna senza marito e senza figli (che all’epoca significava non avere niente) abbia di che rallegrarsi, allargare la sua tenda, e non avere più timore o vergogna. In quanto redentore, egli fa sì che le sofferenze della sua sposa in realtà cooperino a realizzare un bellissimo fine che altrimenti non sarebbe stato realizzabile.

Con questa immagine, Isaia ricorda agli esuli che il loro sposo-redentore non è altro che il Creatore e Dio di tutta la terra. Se egli ha chiamato il cosmo all’esistenza da nulla, sarà forse incapace di redimerli, di far sì che tutte le loro afflizioni cooperino al loro bene? Se il loro sposo-redentore è il Dio di tutta la terra, possono smarrirsi troppo lontano dalla sua mano o scappare troppo lontano dalla sua presenza? Se il loro sposo-redentore è il Signore degli eserciti, potrà forse qualche potere, qualche nazione, o qualche idolo impedire che egli li liberi dal loro dominio? No di certo. Lo sposo-redentore che è tutto questo è senza dubbio in grado di compiere tutto il bene che ha progettato per il suo popolo.

B) L’amore mio non si allontanerà (54.6-10)

Poiché il Signore ti richiama come una donna abbandonata, il cui spirito è afflitto, come la sposa della giovinezza, che è stata ripudiata», dice il tuo Dio. «Per un breve istante io ti ho abbandonata, ma con immensa compassione io ti raccoglierò. In un eccesso d’ira ti ho per un momento nascosto la mia faccia, ma con un amore eterno io avrò pietà di te», dice il Signore, il tuo Redentore. «Avverrà per me come delle acque di Noè; poiché, come giurai che le acque di Noè non si sarebbero più sparse sopra la terra, così io giuro di non irritarmi più contro di te, di non minacciarti più. 10 Anche se i monti si allontanassero e i colli fossero rimossi, l’amore mio non si allontanerà da te, né il mio patto di pace sarà rimosso», dice il Signore, che ha pietà di te.

In secondo luogo, lo sterile Israele può esultare perché il Signore giura che “l’amore mio non si allontanerà da te”, che “con un amore eterno avrò pietà di te”. Israele è “come una donna abbandonata”, il suo spirito “è afflitto”, è stato ripudiato “come la sposa della giovinezza”, ma tutto questo durerà solo “per un breve istante”. Le espressioni qui come “ti ho abbandonata” e “ho … nascosto la mia faccia” non stanno a indicare che Dio ha mai smesso di amare il suo popolo. Lo sappiamo perché in tutto il Signore si riferisce a sé come “il tuo Dio” (v.6). Anche quando sembrava che egli si fosse assentato del tutto dalla loro esperienza, restava comunque il loro Dio. Queste espressioni riguardano infatti l’esperienza del popolo: la sensazione di essere abbandonati da Dio, di non sperimentare più la sua presenza, di sentirsi sopraffatti da “un eccesso d’ira”. Ma, come dice il Signore, queste esperienze, per quanto sconvolgenti, sono da considerarsi solo come “un breve istante” rispetto all’amore eterno e alla bontà infinita che gli mostrerà per sempre.

Come esempio, il Signore ricorda al popolo il tempo del diluvio quando, dopo aver versato la sua ira attraverso le acque del giudizio, ha giurato con un patto che non avrebbe mai più distrutto la terra in quel modo, e così è stato. Nello stesso modo, Dio dichiara: “io giuro di non irritarmi più contro di te, di non minacciarti più”. Tanto è certo questo giuramento che “anche se i monti si allontanassero e i colli fossero rimossi, l’amore mio non si allontanerà da te”. Tanto è costante l’amore di Dio che durerà più a lungo dell’intero universo. Tante è potente l’amore di Dio che vincerà qualsiasi tribolazione, qualsiasi catastrofe, e sì, anche qualsiasi pandemia.

Ma per quanto sia stupendo tutto questo, viene da chiedere: come può il Signore compierlo a favore di quelli che sono così ribelli, così infedeli, così sterili, così degni solo di essere ripudiati e abbandonati? Dio non ha già in passato stabilito un patto di amore con il suo popolo tramite Mosè? Non gli ha già fatto tante promesse di benedizione? Il problema non è l’efficacia della sua parola ma il nostro rifiuto di ascoltarla. Il problema non è la costanza del suo amore ma la nostra tendenza di prostituirci con altri amanti. Il problema non è la sua fedeltà verso di noi ma la nostra infedeltà verso di lui. Come dunque possiamo essere certi di ricevere tutto ciò che Dio promette?

C) Il mio servo renderà giusti i molti (Isaia 53:10-12)

53:10 Ma il Signore ha voluto stroncarlo con i patimenti. Dopo aver dato la sua vita in sacrificio per il peccato, egli vedrà una discendenza, prolungherà i suoi giorni, e l’opera del Signore prospererà nelle sue mani. 11 Dopo il tormento dell’anima sua vedrà la luce e sarà soddisfatto; per la sua conoscenza, il mio servo, il giusto, renderà giusti i molti, si caricherà egli stesso delle loro iniquità. 12 Perciò io gli darò in premio le moltitudini, egli dividerà il bottino con i molti, perché ha dato se stesso alla morte ed è stato contato fra i malfattori; perché egli ha portato i peccati di molti e ha interceduto per i colpevoli.

La risposta a queste domande, la più grande certezza che si può avere deriva da quello che ha immediatamente preceduto questo capitolo. Mi riferisco al bellissimo “Canto del Servo” nel capitolo 53 in cui troviamo una delle profezie più chiare e commoventi della persona e dell’opera di Gesù Cristo. In questa poesia, è il Servo del Signore, Gesù, che “si caricherà egli stesso delle loro iniquità”. Pur essendo degno di ogni lode e onore, egli “ha dato se stesso alla morte”. Pur essendo innocente e giusto, “è stato contato fra i malfattori”. Per quale motivo? “Perché ha portato i peccati di molti e ha interceduto per i colpevoli”.

Questa è la grande certezza che possiamo avere che ogni benedizione promessa da Dio sarà nostra, che l’afflizione di questa vita è solo “per un breve istante” rispetto alla gloria eterna che ci aspetta, che anche quando Dio sembra nasconderci la sua faccia, ci tiene sempre nelle sue mani onnipotenti. Gesù, “il giusto, renderà giusti i molti”. Sulla croce, Gesù è stato esiliato lontano dalla presenza di Dio affinché noi esuli potessimo tornare a casa. Sulla croce, Gesù è stato ripudiato come una moglie infedele affinché noi infedeli potessimo essere riconciliati con il nostro Sposo. Sulla croce, Gesù ha preso su di sé la nostra sterilità affinché noi sterili potessimo diventare fecondi e riprendere la santa vocazione alla quale siamo chiamati. Come sempre, troviamo che il nome di Gesù Cristo è la risposta a ogni domanda, la soluzione a ogni problema, e il rimedio a ogni male.

3) Conclusione

In questo studio, abbiamo visto il messaggio di Isaia agli esuli in Babilonia, a quelli che si contavano tra i discendenti miracolosi della sterile Sara. Ma per noi? Che significato ha la profezia di Isaia 54 oggi? In poche parole, il significato è lo stesso. Ovviamente, non siamo esuli in Babilonia; nemmeno siamo ebrei di nascita. Ma se siamo uniti per fede a Gesù, siamo veri figli di Abraamo, nati tali per un miracolo non meno grande di quello che Dio ha fatto nel grembo sterile di Sara. Questo infatti è previsto in Isaia: dello stesso Servo di Isaia 53 si dice nel 49.6:

È troppo poco che tu sia mio servo per rialzare le tribù di Giacobbe e per ricondurre gli scampati d’Israele; voglio fare di te la luce delle nazioni, lo strumento della mia salvezza fino alle estremità della terra.

Come figli di Abraamo in Gesù, resi giusti nel Giusto, possiamo rivendicare tutte queste promesse come nostre. È a noi che Dio per mezzo di Gesù ha giurato il suo amore eterno. È per noi che Dio in Gesù agisce come sposo-redentore. Ed è a noi che Dio chiede di vivere ora la redenzione che non possiamo ancora vedere con i nostri occhi. Siamo noi invitati a non temere perché Gesù ha espiato tutti i nostri peccati e ci ha tolto tutta la nostra vergogna. Siamo noi chiamati a esultare e rallegrarci, anche in mezzo alle lacrime, anche se i nostri corpi si sentono deboli e le nostre anime si sentono sterili. E infine (e con questo voglio concludere) siamo noi incaricati di “allargare le nostre tende”. Cosa vuol dire?

Interpreto questa frase come “compiere gesti stravaganti di testimonianza che senza l’intervento miracoloso di Dio sarebbero stupidi e insensati”. Allargare le tende quando si è sterili non ha senso, a meno che Dio non prometta di dare i figli per riempirle. Mi viene in mente l’esempio di Geremia che ha comprato un campo proprio quando i babilonesi stavano per impossessarsi di tutto il territorio, perché voleva testimoniare agli altri la certezza della promessa di Dio che “si compreranno ancora case, campi e vigne in questo paese” (Ger. 32.15). Mi viene in mente un altro gesto che gli ebrei fanno ancora oggi quando celebrano la Pasqua. Durante il pasto tradizionale, lasciano al tavolo un posto vuoto per il profeta Elia che, secondo la profezia di Malachia 4.5, deve venire “prima che venga il giorno del Signore”.

Non so esattamente quali gesti di testimonianza possiamo compiere, gesti che sembrano strani agli altri perché hanno senso solo se considerati alla luce della parola di Dio. Forse quando ricominciamo a riunirci insieme per fare il culto, possiamo sempre mettere delle sedie in più che, proprio perché resteranno vuote, testimonieranno la nostra fiducia che Dio “allargherà la tenda” della nostra comunità. Forse significa che, quando i nostri sforzi di testimoniare Gesù risultano “sterili” perché vengono ignorati o scherniti, continuiamo comunque a testimoniare con perseveranza, convinti che Dio un giorno porterà alla luce tanti figli nuovi per mezzo nostro. Forse significa che rinnoviamo il nostro impegno di pregare, anche se le nostre preghiere sembrano “sterili”, perché sappiamo che ciò che conta non è infine il nostro pregare ma il Dio che l’esaudisce. Forse significa semplicemente che ravviviamo la nostra ubbidienza alla volontà di Dio rivelata nelle Scritture, perché al mondo i comandamenti di Dio spesso sembrano stupidi. Queste sono solo delle possibilità, e dobbiamo tutti continuare a cercare altri modi in cui possiamo “allargare la tenda”, testimoniando così sia la nostra fiducia verso Dio sia la parola di Dio verso gli altri.

1 Tessalonicesi: L’Azione della Parola di Dio

1) La Parola Con Potenza (1:1-10)

1:1 Paolo, Silvano e Timoteo alla chiesa dei Tessalonicesi che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: grazia a voi e pace [da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo]. 2 Noi ringraziamo sempre Dio per voi tutti, nominandovi nelle nostre preghiere, ricordandoci continuamente, davanti al nostro Dio e Padre, dell’opera della vostra fede, delle fatiche del vostro amore e della costanza della vostra speranza nel nostro Signore Gesù Cristo. Conosciamo, fratelli amati da Dio, la vostra elezione. Infatti il nostro vangelo non vi è stato annunciato soltanto con parole, ma anche con potenza, con lo Spirito Santo e con piena convinzione; infatti sapete come ci siamo comportati fra voi, per il vostro bene. Voi siete divenuti imitatori nostri e del Signore, avendo ricevuto la parola in mezzo a molte sofferenze, con la gioia che dà lo Spirito Santo, tanto da diventare un esempio per tutti i credenti della Macedonia e dell’Acaia. Infatti da voi la parola del Signore ha echeggiato non soltanto nella Macedonia e nell’Acaia, ma anzi la fama della fede che avete in Dio si è sparsa in ogni luogo, di modo che non abbiamo bisogno di parlarne; perché essi stessi raccontano quale sia stata la nostra venuta fra voi, e come vi siete convertiti dagli idoli a Dio per servire il Dio vivente e vero, 10 e per aspettare dai cieli il Figlio suo che egli ha risuscitato dai morti, cioè Gesù, che ci libera dall’ira imminente.

Fondamentale alla nostra fede è la Bibbia, l’unica testimonianza autorevole alla rivelazione di Dio all’umanità. La Bibbia, come sappiamo, è un libro, la parola di Dio scritta in parole umane. Questo fatto merita un po’ di riflessione. Perché questa testimonianza prende la forma di un libro? Perché Dio ha fatto sì che la sua parola fosse trasmessa a noi in questa modalità? O più basilare ancora: perché Dio si è rivelato a noi tramite la parola e non, per esempio, tramite una visione? La prima lettera di Paolo ai Tessalonicesi ci dà un’ottima opportunità per riflettere su questo tema, cioè, la centralità della parola alla nostra fede. I cristiani sono prima di tutto “un popolo del libro” perché, come Paolo afferma in 2 Timoteo 3:16-17:

16 Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, 17 perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona.

Solo della Scrittura è dichiarato questo, che è “ispirata da Dio”, e la Scrittura da sola è sufficiente affinché siamo completi e ben preparati per ogni opera buona.

La lettera di 1 Tessalonicesi, scritta da Paolo a una chiesa che aveva fondato nella città di Tessalonica (che esiste ancora oggi) in Grecia, non è un trattato specifico su quest’argomento, ma è pieno di riferimenti a esso. Quando Paolo lasciò la chiesa per fondarne altre altrove, essa era una comunità matura nella fede, ma dopo un po’ i suoi membri si resero conto di aver ancora bisogno del suo aiuto in certe questioni. Paolo, trovandosi lontano da Tessalonica, non poteva essere lì personalmente, e quindi gli scrisse questa lettera, sapendo che essa era in grado di supplire alla sua assenza nei confronti dei credenti tessalonicesi. In questo, vediamo la certezza che Paolo aveva nella parola scritta come strumento efficace dell’opera di Dio nella chiesa. Come spiega chiaramente nel 2:13:

2:13 Per questa ragione anche noi ringraziamo sempre Dio: perché quando riceveste da noi la parola della predicazione di Dio, voi l’accettaste non come parola di uomini, ma, quale essa è veramente, come parola di Dio, la quale opera efficacemente in voi che credete.

Per Paolo, la parola del vangelo, sia annunciata che scritta, “opera efficacemente” in noi che crediamo perché essa, pur provenendo da uomini come Paolo, non è solo la parola dell’uomo ma è veramente la parola di Dio. È questa certezza che vogliamo, e che dobbiamo, avere anche noi, perché se non siamo convinti dell’efficacia della Bibbia, avremo poca motivazione per darle retta. Se invece condividiamo la convinzione di Paolo, saremo sempre più spronati a leggerla, a studiarla, e a metterla in pratica.

La difficoltà che affrontiamo, però, è che viviamo in una cultura che sottovaluta la parola. Spesso si distingue tra “parole” e “fatti”, come se parole contassero meno dei fatti. Per quanto riguarda la parola scritta, è noto che in genere gli italiani non sono grandi lettori di libri. Più ancora, (e soprattutto quando si parla della Bibbia), la parola scritta è spesso considerata complessa, ambigua e difficile da capirsi. La Bibbia in particolare è un libro ritenuto inaccessibile alla persona normale, o anche poco attendibile perché deve essere interpretato. Quante volte ho sentito qualcuno ribattere: “Ma è solo la tua interpretazione!”, come se questo minasse l’autorevolezza delle Scritture! Ma tutto questo è sintomatico della poca fiducia che molti hanno nella parola scritta, e specialmente nella Bibbia, come mezzo efficace di comunicazione. Noi siamo purtroppo condizionati da questa mentalità, e influisce molto sul rapporto che abbiamo con il testo sacro.

Per questo motivo, è importante che riflettiamo bene su come la Bibbia stessa considera il tema della parola, e non possiamo fare meglio che studiarlo in 1 Tessalonicesi. Paolo comincia questa lettera ricordando ai tessalonicesi il vangelo che gli aveva annunciato “non soltanto con parole, ma anche con potenza, con lo Spirito Santo e con piena convinzione” (1:5). Indipendentemente da quello che possiamo pensare di altre parole, la parola del vangelo, Paolo insiste, è potentemente efficace quando viene annunciata perché è accompagnata dallo Spirito Santo che convince chi ascolta della sua verità. Così la parola del vangelo si distingue da altre parole umane nel senso che realizza lo scopo per cui viene comunicata. Il vangelo non è una parola che, come altre parole umane, può essere semplicemente ignorata. Non è una promessa che, come altre promesse umane viene meno. Ottiene l’ascolto quando viene dichiarato, e garantisce il compimento di ciò che prevede. Rimaniamo spesso delusi o ingannati dalle parole che altri dicono, ma questo non succede mai quando la parola del vangelo è trasmessa, perché lo Spirito Santo ne assicura l’efficacia.

Paolo ricorda inoltre ai tessalonicesi che la loro esperienza è testimone di tutto ciò. Sanno che quando il vangelo è stato da Paolo annunciato, la sua potenza si è dimostrata nel fatto che essi sono di conseguenza “divenuti imitatori … del Signore” (1:6). I tessalonicesi hanno “ricevuto la parola in mezzo a molte sofferenze” (1:6), e si sono “convertiti dagli idoli a Dio per servire il Dio vivente e vero” (1:9). Questa conversione — dalle tenebre alla luce, dalla falsità alla verità, dalla morte alla vita, dagli idoli a Gesù — era dovuta non all’eloquenza della predicazione di Paolo ma solo alla potenza della parola annunciata.

Nel 2:3-7, infatti, Paolo respinge esplicitamente ogni tentativo di far accettare il vangelo con strategie o trucchi umani:

3 Perché la nostra predicazione non proviene da finzione, né da motivi impuri, né è fatta con inganno; ma, come siamo stati approvati da Dio che ci ha stimati tali da poterci affidare il vangelo, parliamo in modo da piacere non agli uomini, ma a Dio che prova i nostri cuori. Difatti, non abbiamo mai usato un parlare lusinghevole, come ben sapete, né pretesti ispirati da cupidigia; Dio ne è testimone. E non abbiamo cercato gloria dagli uomini, né da voi, né da altri, sebbene, come apostoli di Cristo, avremmo potuto far valere la nostra autorità; invece, siamo stati mansueti in mezzo a voi, come una nutrice che cura teneramente i suoi bambini.

Paolo non spacciava il vangelo come un venditore di auto. Annunciava il vangelo con sincerità e semplicità, e le vite trasformate come risultato erano la prova dell’efficacia della parola stessa. Tale era la fiducia di Paolo nella potenza della parola che era capace di capovolgere il mondo con un mero sussurro. Il vangelo, in quanto parola di Dio, non è da separare dai “fatti” che sono più concreti. Per Paolo, la parola di Dio è il suo atto. Dio agisce parlando. E quando diamo ascolto alla parola di Dio, permettiamo allo Spirito Santo di entrare nelle nostre vite e di renderci conformi all’immagine di Gesù.

2) La Parola In Azione

A) Insegnare/Istruire (4:2-6, 13-17)

Il resto della lettera di 1 Tessalonicesi si legge quasi come un catalogo delle varie azioni che Dio intraprende nei nostri confronti quando apriamo le nostre orecchie alla sua parola. Consideriamo adesso le diverse opere che Dio compie in noi tramite la sua parola. Ne abbiamo già vista una: tramite la parola del vangelo, Dio ci libera dagli idoli che ci schiavizzano e ci converte a se stesso, l’unico vero Dio, affinché lo serviamo in gioia e in libertà. Ma c’è molto ancora. Attraverso la sua parola Dio ci istruisce e ci insegna la verità che ci rende saldi nella fede e capaci di discernere l’errore. Nel capitolo 4 troviamo due chiari esempi di questo. Nei vv.2-6 leggiamo:

4:Infatti sapete quali istruzioni vi abbiamo date nel nome del Signore Gesù. Perché questa è la volontà di Dio: che vi santifichiate, che vi asteniate dalla fornicazione, che ciascuno di voi sappia possedere il proprio corpo in santità e onore, senza abbandonarsi a passioni disordinate come fanno gli stranieri che non conoscono Dio; che nessuno opprima il fratello né lo sfrutti negli affari; perché il Signore è un vendicatore in tutte queste cose, come già vi abbiamo detto e dichiarato prima.

Qui vediamo come la parola di Dio ci insegna qual è la volontà di Dio per noi, la nostra santificazione. I tessalonicesi, una volta convertiti dagli idoli a servire l’unico vero Dio, dovevano poi imparare a “possedere il proprio corpo in santità e onore”. Questo non era né facile né automatico, perché erano circondati da persone che “non conoscevano” Dio e per cui “abbandonarsi a passioni disordinate” era del tutto normale. Loro invece dovevano vivere in modo totalmente controcorrente, e quindi dovevano essere istruiti in tutta la volontà di Dio per loro. Così anche noi che viviamo in una società che non conosce Dio e che reputa normali stili di vita contrari alla sua volontà, abbiamo altrettanto bisogno di essere istruiti in modo conforme alla santità. Come avviene questo? Qual è la scuola in cui siamo ammaestrati in tutta la volontà di Dio? È la parola di Dio scritta: “Infatti sapete quali istruzioni vi abbiamo date nel nome del Signore Gesù” (4:2).

Poi nei vv.13-17 del capitolo 4, troviamo un altro tipo di insegnamento importante:

4:13 Fratelli, non vogliamo che siate nell’ignoranza riguardo a quelli che dormono, affinché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. 14 Infatti, se crediamo che Gesù morì e risuscitò, crediamo pure che Dio, per mezzo di Gesù, ricondurrà con lui quelli che si sono addormentati. 15 Poiché questo vi diciamo mediante la parola del Signore: che noi viventi, i quali saremo rimasti fino alla venuta del Signore, non precederemo quelli che si sono addormentati; 16 perché il Signore stesso, con un ordine, con voce d’arcangelo e con la tromba di Dio, scenderà dal cielo, e prima risusciteranno i morti in Cristo; 17 poi noi viventi, che saremo rimasti, verremo rapiti insieme con loro, sulle nuvole, a incontrare il Signore nell’aria; e così saremo sempre con il Signore.

Qui vediamo come l’insegnamento della parola di Dio serve per liberarci dall’ignoranza. Evidentemente, i tessalonicesi erano ignoranti “riguardo a quelli che dormono” (cioè i morti) e di conseguenza erano “tristi come gli altri che non hanno speranza” (v.13). Per questo motivo Paolo gli insegna il ritorno di Gesù e la risurrezione. Sappiamo, Paolo dice, che la morte non è l’ultima parola per i credenti. Sono morti, sì, e forse moriremo anche noi se Gesù non torna prima, ma il fatto è che Gesù tornerà, e quando tornerà i morti risusciteranno e saranno riuniti con quelli che sono ancora vivi. Per i credenti è la vita, non la morte, che trionferà, e siamo certi che un giorno saremo tutti insieme nella presenza del Signore per sempre, senza paura, senza angoscia, e senza lacrime. Se non siamo ignoranti ma convinti di questo, non saremo tristi di fronte alla morte “come gli altri che non hanno speranza”. Saremo tristi, certo, ma la nostra tristezza sarà sempre temperata dalla speranza, e piangeremo sapendo che un giorno non piangeremo mai più. Questo è lo scopo dell’insegnamento della parola di Dio, ed è il motivo per cui Paolo, insieme agli altri autori ispirati, ci hanno regalato il tesoro delle sacre Scritture che ci liberano dall’ignoranza e ci riempiono di speranza.

B) Consolare (4:18; 5:9-11)

La seconda azione, legata alla prima, che Dio compie in noi tramite la sua parola è la consolazione. Dopo aver insegnato il ritorno di Cristo, Paolo conclude nel v.18:

4:18 Consolatevi dunque gli uni gli altri con queste parole.

Nello stesso modo, nei vv.9-11 del capitolo 5, Paolo ricorda che, nonostante il male che ci assalisce e il mondo che peggiora sempre di più, il nostro destino non è ira e distruzione ma salvezza e vita eterna che sarà nel giorno in cui Gesù si rivelerà dal cielo.

5:9 Dio infatti non ci ha destinati a ira, ma ad ottenere salvezza per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo, 10 il quale è morto per noi affinché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui. 11 Perciò, consolatevi a vicenda ed edificatevi gli uni gli altri, come d’altronde già fate.

È Dio che ci ha destinati alla salvezza, e sarà lui a portarla a compimento. Inoltre, anche prima del ritorno di Cristo, anche se lo vediamo, e persino in mezzo alla valle dell’ombra della morte, noi “viviamo insieme con” Gesù. Bramiamo il giorno quando la nostra fede cambierà in visione e lo vedremo faccia a faccia, ma nel frattempo noi godiamo di una comunione con lui che nessun dolore o difficoltà ci può togliere. Certo, tendiamo a dimenticare questo, specie quando siamo sopraffatti dalle prove della vita. Se non ci rivolgiamo alla parola, ci priviamo del più grande conforto che abbiamo. Ma quando diamo di nuovo ascolto alla parola di Dio, egli ci ricorda delle sue promesse infallibili, e troviamo una grande consolazione per le nostre anime.

C) Preannunciare/Preparare (3:1-4)

Mediante la sua parola, quindi, Dio ci salva, ci istruisce, ci conforta, ma vediamo anche che ci prepara per renderci saldi in anticipo delle varie difficoltà che possiamo attraverso nella vita.

3:1 Perciò, non potendo più resistere, preferimmo restare soli ad Atene; e mandammo Timoteo, nostro fratello e collaboratore di Dio nel vangelo di Cristo, per confermarvi e confortarvi nella vostra fede, affinché nessuno fosse scosso in mezzo a queste tribolazioni; infatti voi stessi sapete che a questo siamo destinati. Perché anche quando eravamo tra di voi, vi preannunciavamo che avremmo dovuto soffrire, come poi è avvenuto, e voi lo sapete.

Come Paolo fece nei confronti dei tessalonicesi, mandando a loro Timoteo “affinché nessuno fosse scosso in mezzo a queste tribolazioni”, così Dio fa attraverso le Scritture. Esse ci preannunciano che dovremo soffrire in modo che non saremo presi alla sprovvista quando capita. Nel capitolo 5, vv.4-8, la parola ci dice questo esplicitamente usando la metafora del “giorno” e della “notte”:

5:4 Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno abbia a sorprendervi come un ladro; perché voi tutti siete figli di luce e figli del giorno; noi non siamo della notte né delle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma vegliamo e siamo sobri; poiché quelli che dormono, dormono di notte, e quelli che si ubriacano, lo fanno di notte. Ma noi, che siamo del giorno, siamo sobri, avendo rivestito la corazza della fede e dell’amore e preso per elmo la speranza della salvezza.

I credenti, ammaestrati dalla parola, sanno cosa aspettarsi nel mondo, e non rimangono sorpresi quando “come un ladro” vengono le tribolazioni e le angosce. Non rimangono stupiti che il peccato umano sfocia in razzismo e omicidio, come è successo recentemente con la morte di George Floyd negli Stati Uniti. Non rimangono sorpresi neanche quando il mondo intero viene colpito da una pandemia come il COVID-19, perché la parola ha già preannunciato tutto ciò. Come “figli della luce” e “figli del giorno”, i credenti vegliano, sono sobri, e sanno discernere i segni della fine e del ritorno di Cristo. Mentre quelli del mondo “si ubriacano” e “dormono” così che l’arrivo del “ladro” li sconvolge, quelli che si sono rivestiti dell’armatura di Dio sono preparati a tutto, e sanno reagire nel modo giusto. Sono così non grazie alla loro intelligenza o capacità, ma perché tramite la sua parola Dio li ha preparati e li ha fortificati per poter stare forti e fermi in mezzo alla tempesta.

D) Esortare/Ammonire (2:10-12; 4:1, 9-12; 5:14-18)

A volte, però, abbiamo bisogno di essere esortati, ammoniti, e rimproverati. Così Dio fa anche questo nella sua parola. Per esempio, alla fine della lettera, nel 5:14-18, Paolo scrive:

5:14 Vi esortiamo, fratelli, ad ammonire i disordinati, a confortare gli scoraggiati, a sostenere i deboli, a essere pazienti con tutti. 15 Guardate che nessuno renda ad alcuno male per male; anzi cercate sempre il bene gli uni degli altri e quello di tutti. 16 Siate sempre gioiosi; 17 non cessate mai di pregare; 18 in ogni cosa rendete grazie, perché questa è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi.

A volte, quello che ci serve è un rimprovero paterno perché non stiamo facendo ciò che dovremmo fare. Se cadiamo nel peccato, se non dimostriamo l’amore e il perdono di Cristo rendendo invece male per male, se cessiamo di pregare, e non rendiamo grazie in ogni cosa ma piuttosto ci lamentiamo di tutto, abbiamo bisogno della correzione e della disciplina del nostro Padre celeste. E una volta disciplinati, dobbiamo essere incoraggiati a riprendere la giusta via e perseverare in essa. Anche questo Dio fa per mezzo della sua parola. Certo, la disciplina del Signore non è piacevole. A nessuno piace essere rimproverato o corretto, perché il nostro orgoglio vuole che abbiamo sempre ragione. Ma per quanto difficile e doloroso, anche la disciplina è un’opera necessaria che Dio compie nei nostri confronti. Se diamo costante ascolto alla sua parola, spesso possiamo evitare le drastiche misure che a volte Dio deve prendere per farci tornare a lui, perché sarà più difficile che ci allontaniamo da lui o che dimentichiamo le sue esortazioni. Quindi, vediamo per l’ennesima volta l’importanza di meditare sempre sulla parola di Dio, affinché lui possa correggerci prima che lasciamo la retta via

E) Benedire (3:12-13; 5:23-25)

L’ultima azione (almeno per quanto riguarda questo studio) che Dio compie in noi tramite la sua parola è la benedizione. La benedizione può assumere la forma di una preghiera, può essere pronunciata da qualcuno come Paolo, ma quando la leggiamo nelle Scritture possiamo essere certi che costituisce il desiderio di Dio per noi. Nella Bibbia, la benedizione è quella che Dio promette di adempiere nei nostri confronti, anche quando abbiamo poca fiducia che egli è in grado di farlo. Due passaggi in 1 Tessalonicesi sono particolarmente pertinenti al riguardo: 3:12-13 e 5:23-25:

3:12 e quanto a voi, il Signore vi faccia crescere e abbondare in amore gli uni verso gli altri e verso tutti, come anche noi abbondiamo verso di voi, 13 per rendere i vostri cuori saldi, irreprensibili in santità davanti a Dio nostro Padre, quando il nostro Signore Gesù [Cristo] verrà con tutti i suoi santi.

5:23 Or il Dio della pace vi santifichi egli stesso completamente; e l’intero essere vostro, lo spirito, l’anima e il corpo, sia conservato irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. 24 Fedele è colui che vi chiama, ed egli farà anche questo. 25 Fratelli, pregate per noi.

Sappiamo che spesso veniamo meno agli insegnamenti e alle esortazioni della Bibbia. A volte non ci sentiamo consolati dalle consolazioni delle Scritture. Altre volte siamo colti dormendo, come quando Gesù ha trovato i discepoli che si sono addormentati mentre lui pregava nel giardino dei Getsemani. Ci comportiamo meno come i “figli della luce” e più come quelli che si ubriacano di notte. Ma al di là di tutto questo, le benedizioni di Dio su di noi, come questi due esempi qui, sono le promesse che alla fine, sarà Dio a portare a compimento l’opera buona che ha cominciato in noi. Il nostro amore è spesso debole, ma Dio lo farà crescere e abbondare. I nostri cuori sono spesso vacillanti, ma Dio li renderà saldi. Siamo spesso macchiati dai nostri peccati, ma Dio ci santificherà completamente e ci presenterà irreprensibili davanti a se stesso. La nostra fede, come i nostri corpi e le nostre anime, sono vulnerabili agli attacchi del nemico e alle sofferenze della vita, ma Dio ci conserverà per la venuta del nostro Signore Gesù Cristo. Questa è la parola di Dio a noi, e quindi egli la compierà sicuramente. Quanto è prezioso dunque il tesoro che abbiamo nelle sacre Scritture che testimoniano questa parola! Non dovremmo mai trascurarle ma ascoltarle e meditarle giorno e notte, come dice nel Salmo 1. Nella misura in cui diamo ascolto alla parola di Dio scritta, egli farà tutto questo in noi, e molto di più!

Chiudo con Salmo 19:7-11, che riassume bene tutto quanto:

La legge del Signore è perfetta, essa ristora l’anima; la testimonianza del Signore è veritiera, rende saggio il semplice. I precetti del Signore sono giusti, rallegrano il cuore; il comandamento del Signore è limpido, illumina gli occhi. Il timore del Signore è puro, sussiste per sempre; i giudizi del Signore sono verità, tutti quanti sono giusti, 10 sono più desiderabili dell’oro, anzi, più di molto oro finissimo; sono più dolci del miele, anzi, di quello che stilla dai favi. 11 Anche il tuo servo è da essi ammaestrato; v’è gran ricompensa a osservarli.

Giacomo 2:14-26: La Fede che Salva

1) Introduzione

“Sola fede” è uno dei cinque “sola” che caratterizzano le principali convinzioni della Riforma Protestante e della fede evangelica odierna. Facciamo bene tutte le volte che lo ribadiamo, data la nostra tendenza di tornare a dipendere dal nostro operato per giustificarci e salvarci. Come ci ha ricordato il nostro studio di Romani 5, abbiamo la pace con Dio solo perché siamo stati giustificati solo per fede e non per le opere. Se la nostra pace con Dio dipendesse dalla nostra capacità di diventare chi dobbiamo essere — perfettamente santi e giusti — non la potremmo mai ottenere. Ma siccome siamo stati riconciliati con Dio non tramite le nostre opere ma per l’opera di Cristo al nostro posto, possiamo riposarci nella certezza che “non c’è più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù” (Romani 8:1). Tutti i nostri peccati — passati, presenti e futuri — sono stati tolti per mezzo dell’unico sacrificio di Gesù sulla croce, e dunque non dobbiamo mai avere paura di tornare di nuovo sotto la condanna di Dio. Questo è uno dei motivi per cui il vangelo è “buona notizia”: non siamo noi a dovere raggiungere Dio, ma è Dio che ha già raggiunto noi nel suo Figlio Gesù, adottandoci come i suoi diletti figli e dandoci il dono del suo Spirito come garanzia della vita eterna e della nostra eredità celeste. La Bibbia non potrebbe essere più chiara quando dichiara in Efesini 2:8-9:

Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi: è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti.

Quindi, è necessario ripetere (anche fino alla nausea!) che siamo salvati solo per fede, che vuol dire semplicemente che la nostra salvezza è un dono che riceviamo gratuitamente, non è un’opera che compiamo. Dobbiamo stare attenti di non pensare alla fede come un altro tipo di opera, quell’1% che facciamo noi dopo che Dio ha fatto il 99%. La fede non è un’opera, è solo la mano vuota con la quale riceviamo ciò che Dio ci dona. Persino la fede stessa è un dono, facendo parte dell’insieme dei benefici che Cristo è per noi. Cristo è morto al nostro posto, ha ubbidito perfettamente al nostro posto, e ha anche creduto perfettamente al nostro posto. Perciò, la frase “sola fede” si riferisce in primis alla fede di Cristo per mezzo della quale siamo salvati e solo in un senso secondario si riferisce alla nostra fede in lui. Infatti, se abbiamo fede, dobbiamo dire come Paolo in Galati 2:20: “non sono io, ma è Cristo che vive [e che crede] in me”! La nostra salvezza è l’opera di Dio, dall’inizio alla fine, e per questo professiamo con convinzione i sola della Riforma: sola Scrittura, solo Cristo, sola grazia, sola fede, e solo a Dio la gloria.

La lettera di Giacomo, però, sembra creare una difficoltà quando dice “Voi vedete [dunque] che l’uomo è giustificato per opere, e non per fede soltanto” (2:24). Questo versetto sta in apparente contraddizione con tutto quello che abbiamo detto fin qui. Tanto è grande questa difficoltà che è detto che Martin Lutero, il riformatore che nel ‘500 rischiò la sua vita per predicare la sola fede, chiamò Giacomo “la lettera di paglia” per come, secondo lui, il suo messaggio contrastava il vangelo di sola grazia predicato da Paolo nelle pagine del Nuovo Testamento. Infatti, a primo sguardo, sarebbe facile arrivare a una simile conclusione. È importante dunque che risolviamo la questione. Giacomo contraddice Paolo? Sbagliamo quando insistiamo che siamo salvati solo per fede e non per opere? Il nostro scopo oggi è di trovare la soluzione, ascoltando attentamente ciò che Giacomo vuole insegnarci.

2) Quale Fede? (Giacomo 2:14-19, 26)

14 A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede ma non ha opere? Può la fede salvarlo? 15 Se un fratello o una sorella non hanno vestiti e mancano del cibo quotidiano, 16 e uno di voi dice loro: «Andate in pace, scaldatevi e saziatevi», ma non date loro le cose necessarie al corpo, a che cosa serve? 17 Così è della fede; se non ha opere, è per se stessa morta. 18 Anzi, uno piuttosto dirà: «Tu hai la fede, e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le [tue] opere, e io con le mie opere ti mostrerò la [mia] fede». 19 Tu credi che c’è un solo Dio, e fai bene; anche i demòni lo credono e tremano…. 26 Infatti, come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta.

La domanda fondamentale da fare nei confronti di questo passo di Giacomo riguarda il significato dei termini. Quando Giacomo parla in questi versetti di “fede”, di “opere” e di “giustificazione”, che cosa vuol dire? È vero che la Bibbia è coerente nel suo messaggio, ma dobbiamo ricordarci che Dio usò tante persone per comunicarlo. Come ognuno di noi ha un modo diverso di esprimersi, così anche gli autori che hanno contribuito alla Bibbia. Paolo e Giacomo non erano la stessa persona, e non scrivevano nelle stesse occasioni e con gli stessi obbiettivi. Dobbiamo dunque ascoltare Giacomo secondo le sue intenzioni, senza presuppore che usasse gli stessi termini nello stesso modo di Paolo.

Detto questo, dobbiamo prima chiedere: di quale “fede” parla Giacomo qui? Se teniamo presente questa domanda mentre leggiamo, il senso della parola “fede” in questo contesto diventa subito chiaro. La fede di cui Giacomo parla è “morta”, come la chiama nel v.17. Nel v.26, è una fede che è come un corpo senza lo spirito. Nel v.19, è lo stesso tipo di fede che hanno anche i demoni: “tu credi che c’è un solo Dio, e fai bene; anche i demoni lo credono e tremano”. Ovviamente, la fede con la quale i demoni credono in Dio non è una fede che salva. Anzi, è una fede che incute paura e terrore, una fede per cui i demoni cercano di opporsi a Dio, di frustrare il suo piano e di allontanarsi il più possibile da lui! Questa è l’idea di fede che Giacomo sta affrontando quando chiede nel v.14: “A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede ma non ha opere? Può la fede salvarlo?”

Nei vv.15-16 Giacomo propone un esempio concreto di questa fede morta e diabolica:

Se un fratello o una sorella non hanno vestiti e mancano del cibo quotidiano, e uno di voi dice loro: «Andate in pace, scaldatevi e saziatevi», ma non date loro le cose necessarie al corpo, a che cosa serve?

Notiamo bene il significato di questo esempio: non è Dio che ha bisogno dell’opera buona, ma il fratello o la sorella che non hanno vestiti e cibo. Lo scopo dell’opera buona in questo caso non è di ottenere la vita eterna, ma di aiutare il prossimo dandogli “le cose necessarie al corpo”. La fede vera, Giacomo dice, si manifesta in atti concreti di amore verso il prossimo. Se invece uno dice di avere fede ma non ama il prossimo, quella fede è in realtà morta e non serve a niente.

Il punto qui, quindi, è la dimostrazione visibile e tangibile della fede attraverso le opere. Così Giacomo continua nel v.18:

Anzi, uno piuttosto dirà: «Tu hai la fede, e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le [tue] opere, e io con le mie opere ti mostrerò la [mia] fede».

Questo immaginario interlocutore presume di poter scindere la fede dalle opere, in modo da poter fare esattamente quello che Giacomo dice è impossibile: avere la fede vera ma ignorare i bisogni del nostro prossimo. Così Giacomo gli dà una sfida: “mostrami la tua fede senza le tue opere”, ciò che Giacomo sa non si può fare. È con le opere, lui insiste, che si mostra la fede. E mostrare la fede è il punto, non ottenere la salvezza. Secondo Giacomo, le opere servono per mostrare l’esistenza della fede che salva; non sono però quello che salva. I riformatori lo dicevano in questo modo: solo la fede salva, ma la fede che salva non è mai da sola. La fede non si vede, ma le opere sì. Sono dunque le opere che indicano la presenza della fede, come il fumo indica la presenza del fuoco.

Questo è infatti il tema principale dell’intera lettera di Giacomo. All’inizio di questo capitolo, Giacomo esorta che la fede deve essere “immune da favoritismi”, e poi propone un altro esempio nei vv.2-4:

Infatti, se nella vostra adunanza entra un uomo con un anello d’oro, vestito splendidamente, e vi entra pure un povero vestito malamente, e voi avete riguardo a quello che veste elegantemente e [gli] dite: «Tu, siedi qui al posto d’onore»; e al povero dite: «Tu, stattene là in piedi», o «siedi [qui] in terra accanto al mio sgabello», non state forse usando un trattamento diverso e giudicando in base a ragionamenti malvagi?

Prima ancora, nel 1:26, Giacomo afferma che:

26 Se uno [fra voi] pensa di essere religioso, ma poi non tiene a freno la sua lingua e inganna se stesso, la sua religione è vana.

Questi sono tutti esempi di quello che Giacomo dice nei vv.22-25 del primo capitolo:

22 Ma mettete in pratica la parola e non ascoltatela soltanto, illudendo voi stessi. 23 Perché, se uno è ascoltatore della parola e non esecutore, è simile a un uomo che guarda la sua faccia naturale in uno specchio; 24 e quando si è guardato se ne va, e subito dimentica com’era. 25 Ma chi guarda attentamente nella legge perfetta, cioè nella legge della libertà, e in essa persevera, non sarà un ascoltatore smemorato, ma uno che la mette in pratica; egli sarà felice nel suo operare.

Per Giacomo, la fede è sempre pratica, ed è sempre praticata, o non è niente. Giacomo non ammette nessuna separazione tra “teoria” e “pratica”, tra “sapere” e “fare”, tra “fede” e “vita”. In questo, Giacomo è perfettamente d’accordo con Paolo che, in Galati 5:6, dice: “quello che vale è la fede che opera per mezzo dell’amore.” Paolo dice questo, ricordiamoci, nella stessa lettera in cui tre capitoli prima insiste che “l’uomo non è giustificato per le opere della legge, ma soltanto per mezzo della fede in Cristo Gesù” (Galati 2:16). Paolo non vedeva nessuna contraddizione nel dire che siamo giustificati solo per fede e che quella fede opera per mezzo dell’amore. La fede è l’albero, e le opere sono i frutti. Non sono le opere che danno vita alla fede, ma la fede che produce le opere. Allo stesso tempo, come un albero senza frutto o fogliame è morto, così la vera fede non può non produrre opere buone come i frutti della vita.

3) Giustificato Per Opere? (Giacomo 2:20-26)

20 Insensato! Vuoi renderti conto che la fede senza le opere non ha valore? 21 Abraamo, nostro padre, non fu forse giustificato per le opere quando offrì suo figlio Isacco sull’altare? 22 Tu vedi che la fede agiva insieme alle sue opere e che per le opere la fede fu resa completa; 23 così fu adempiuta la Scrittura che dice: «Abraamo credette a Dio, e ciò gli fu messo in conto come giustizia»; e fu chiamato amico di Dio. 24 Voi vedete [dunque] che l’uomo è giustificato per opere, e non per fede soltanto. 25 E così Raab, la prostituta, non fu anche lei giustificata per le opere quando accolse gli inviati e li fece ripartire per un’altra strada? 26 Infatti, come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta.

Questo non dovrebbe difficile da capire. Ma cosa vuol dire dopo quando Giacomo dice nel v.24 che “l’uomo è giustificato per opere, e non per fede soltanto?”. Per rispondere, dobbiamo prima vedere come Giacomo usa l’esempio di Abraamo come prova che, come dice nel v.20, “la fede senza le opere non ha valore”. Nel v.21, Giacomo richiama la nostra attenzione al momento quando Abraamo “offrì suo figlio Isacco sull’altare” e chiede: “non fu forse giustificato per le opere?” Adesso, un lettore attento del libro di Genesi dovrebbe subito accorgersi di un fatto interessante. La storia di Abraamo quando ha offerto Isacco sull’altare è riferita in Genesi 22. Ma è in Genesi 15:6 — un momento tanti anni prima, prima ancora che nascesse Isacco — che leggiamo che “Abraamo credette a Dio e ciò gli fu mezzo in conto come giustizia”, la frase che Giacomo cita nel v.23. È interessante che in Romani 4:2-5, Paolo cita questo stesso versetto come prova che Abraamo è stato giustificato solo per fede e non per opere:

Poiché se Abraamo fosse stato giustificato per le opere, egli avrebbe di che vantarsi, ma non davanti a Dio; infatti, che dice la Scrittura? «Abraamo credette a Dio e ciò gli fu messo in conto come giustizia». Ora a chi opera, il salario non è messo in conto come grazia, ma come debito; mentre a chi non opera ma crede in colui che giustifica l’empio, la sua fede è messa in conto come giustizia.

Quando però Giacomo cita Genesi 15:6, sembra arrivare a una conclusione diversa. Leggiamo di nuovo vv.22-23:

22 Tu vedi che la fede agiva insieme alle sue opere e che per le opere la fede fu resa completa; 23 così fu adempiuta la Scrittura che dice: «Abraamo credette a Dio, e ciò gli fu messo in conto come giustizia»

A questo punto, ci sono due possibilità. O Giacomo e Paolo interpretano lo stesso versetto di Genesi in modo contraddittorio, o la contraddizione è solo superficiale e non reale. Sono convinto che la seconda opzione è quella vera, e questo diventa chiaro quando leggiamo Giacomo attentamente. Abbiamo già osservato che Giacomo parla della giustificazione di Abraamo quando ha offerto Isacco in Genesi 22, anche se il versetto che Giacomo cita da Genesi che riporta la giustificazione di Abraamo si trova nel capitolo 15 e accade tanti anni prima nella vita di Abraamo. La chiave è la parola “adempiuta” nel v.23: quando Abraamo ha offerto Isacco in Genesi 22, si è adempiuto ciò che Genesi 15 aveva detto riguardante la giustificazione di Abraamo: “Abraamo credette a Dio e ciò gli fu mezzo in conto come giustizia”.

In altre parole, Giacomo non dice che Abraamo è stato giustificato davanti a Dio quando offrì Isacco, perché sa benissimo che era stato già giustificato per fede in Genesi 15. Giacomo dice invece che la giustificazione di Abraamo in Genesi 15 — che è avvenuto solo per fede — è stata “adempiuta” o “resa completa” (v.22) quando ha ubbidito al comandamento di Dio in Genesi 22. Se Abraamo avesse rifiutato di ubbidire a Dio quando gli ha ordinato di offrire Isacco, avrebbe dimostrato di non aver mai veramente creduto in lui. Avrebbe mostrato una fede “morta”, una fede “dei demoni”, non una fede che salva e giustifica. In questo senso Abraamo è stato “giustificato” per le sue opere: la sua ubbidienza ha mostrato la realtà della fede che tanti anni prima Dio gli aveva messo in conto come giustizia. Era solo per fede che Abraamo è stato giustificato davanti a Dio, e poi è stata l’ubbidienza di Abraamo che ha giustificato la realtà della sua fede.

Questo è il significato del v.24 che “l’uomo è giustificato per opere, e non per fede soltanto.” Solo la fede giustifica, ma sono le opere che poi “giustificano” la fede, dimostrandone la validità e l’autenticità. Di nuovo, Giacomo e Paolo sono pienamente d’accordo, anche se usano il concetto di “giustificazione” con sensi differenti. Paolo parla della giustificazione come il momento quando siamo riconciliati con Dio, quando passiamo dalla condanna al perdono, quando diventiamo figli di Dio invece dei suoi nemici. Quando Giacomo parla della giustificazione, si riferisce alla giustificazione della fede stessa, la dimostrazione che la fede che uno ha è quella viva e non quella morta. Il desiderio di Paolo è di farci sapere come possiamo essere giusti davanti a Dio; il desiderio di Giacomo è di farci sapere come distinguere la fede vera da quella falsa.

4) Conclusione: Generati Mediante La Parola (Giacomo 1:16-18)

1:16 Non v’ingannate, fratelli miei carissimi; 17 ogni cosa buona e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre degli astri luminosi presso il quale non c’è variazione né ombra di mutamento. 18 Egli ha voluto generarci secondo la sua volontà mediante la parola di verità, affinché in qualche modo siamo le primizie delle sue creature.

Nonostante l’accento che Giacomo pone sulla praticità della fede nella forma di ubbidienza e di opere buone, non vuole in nessun modo minimizzare la necessità e il potere della grazia di Dio nel salvarci, risuscitandoci a nuova vita dalla morte del peccato. Tutte le sue esortazioni a manifestare la nostra fede nei vari aspetti della vita quotidiana sono radicate nella sua convinzione che è Dio, e non noi, che ha fatto tutto. Così ci avverte nel 1:16-17 di non ingannarci e pensare che in qualche modo abbiamo noi ottenuto il favore di Dio nei nostri confronti, perché in realtà “ogni cosa buona e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre degli astri luminosi presso il quale non c’è variazione né ombra di mutamento”. Sbagliamo se pensiamo di avere anche la più minima cosa buona nella vita grazie alle nostre capacità. Tutto è un dono di Dio, e quindi per tutto dobbiamo ringraziare solo e sempre lui.

In più, Giacomo ci ricorda in 1:18 che è Dio che “ha voluto generarci secondo la sua volontà” (e non la nostra!) “mediante la parola di verità, affinché in qualche modo siamo le primizie delle sue creature”. Solo quando Dio ci genera a nuova vita mediante la sua parola siamo in grado di poter ascoltare e mettere in pratica quella parola. Non siamo noi che mettendo in pratica la parola ci generiamo da soli. Prima dobbiamo essere generati dalla parola, e poi possiamo osservarla. La capacità di ubbidire alla parola viene dalla parola stessa e non dalle nostre forze.

Quindi, quando Giacomo parla dopo dell’importanza delle buone opere, non è per schiacciarci di nuovo sotto un fardello di una perfezione a cui verremo sempre meno. Ci chiama semplicemente a vivere nel potere della grazia che Dio opera in noi da quando ci ha generato mediante la sua parola. E se ci ha generato mediante la sua parola, sarà sempre quella parola che ci renderà capaci di compiere le buone opere come prova della nostra salvezza. Come promette Salmo 1, coloro che trovano diletto nella parola di Dio e che la meditano giorno e notte saranno come un albero piantato vicino ai ruscelli che porta sempre il suo frutto e il cui fogliame non appassisce mai.

Tornando a Efesini 2:8-9, troviamo un chiarissimo riassunto di tutto quello che Giacomo dice se aggiungiamo anche il v.10:

Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi: è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti; 10 infatti siamo opera sua, essendo stati creati in Cristo Gesù per fare le opere buone, che Dio ha precedentemente preparate affinché le pratichiamo.

Fratelli e sorelle, siamo stati creati da Dio in Cristo per fare le opere buone. Tramite la stessa grazia con cui ci ha salvato senza le nostre opere, Dio ha promesso di produrle in noi, come un albero vivo porta il suo frutto. Teniamo allora lo sguardo su di lui, radicati nella sua parola, e pratichiamo le buone opere che ha precedente preparato per noi. Sarà il nostro privilegio e anche il nostro piacere!

Galati 5:1-25: Liberi in Cristo

1) Introduzione (Galati 5:1)

1 Cristo ci ha liberati perché fossimo liberi; state dunque saldi e non vi lasciate porre di nuovo sotto il giogo della schiavitù.

Tempo fa parlavo con un uomo che si ritiene un ateo convinto e che di solito non ha niente di positivo da dire sulla fede cristiana. Immaginate quindi la mia sorpresa quando mi ha raccontato di aver visitato un tempio valdese e di essere rimasto affascinato e persino attratto dalla scritta che aveva visto sopra l’ingresso dell’edificio: “Cristo è morto per renderci liberi”. Poi ha commentato: “Anche io potrei credere a questo!” Ora, non so esattamente come lui avesse capito questa frase, ma il suo commento ha almeno individuato un grande difetto nel modo in cui il messaggio cristiano viene spesso presentato e percepito. L’idea che “Cristo è morto per renderci liberi” contrastava il suo preconcetto del cristianesimo come un vincolo, una limitazione, e un fardello.

E lui non è l’unico. Per molti i termine “cristiano” significa tutt’altro che libertà. Anzi, spesso lo si interpreta come una forma di schiavitù. Questo è davvero triste, perché in realtà il messaggio cristiano, il vangelo di Gesù Cristo che costituisce il cuore della testimonianza biblica, è un messaggio di libertà. Gesù stesso lo disse chiaramente in Giovanni 8:36: “Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete veramente liberi.” Quanto è importante, dunque, che quelli che si reputano cristiani, seguaci di Cristo, comprendano e testimonino nelle loro parole e nei loro fatti che essere in Cristo vuol dire essere liberi! Quanto sarebbe bello se, invece di far venire in mente l’idea della schiavitù, la parola “cristiano” facesse venire in mente l’idea della libertà! Forse così la nostra fede sarebbe, per uno come il mio amico ateo, più attraente e convincente.

Questa libertà è il tema principale della lettera ai Galati scritta dall’apostolo Paolo. Paolo mandò questa lettera a un gruppo di chiese fondate da lui nella regione della Galazia (nell’odierna Turchia) che, come molti cristiani oggi, avevano dimenticato che era per renderci liberi che Cristo è venuto. In questa lettera troviamo un Paolo agitato e arrabbiato perché queste chiese, nel perdere di vista la loro libertà cristiana, rischiavano di vanificare il sacrificio di Gesù. Per questo Paolo qui, all’inizio del capitolo 5 di Galati, gli ricorda senza equivoci che “Cristo ci ha liberati perché fossimo liberi; state dunque saldi e non vi lasciate porre di nuovo sotto il giogo della schiavitù.” Questo versetto è infatti il punto principale del testo che stiamo considerando, e nel resto del capitolo, Paolo lo approfondisce, sottolineando tre elementi fondamentali della libertà che abbiamo in Cristo. Prima spiega cos’è questa libertà. Poi spiega perché questa libertà è quella vera a differenza della libertà che il mondo offre. Infine spiega come possiamo ricevere questa libertà e viverla quotidianamente.

2) Che Cos’è la Libertà Cristiana? (Galati 5:2-15)

Ecco, io, Paolo, vi dichiaro che se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà a nulla. Dichiaro di nuovo: ogni uomo che si fa circoncidere è obbligato a osservare tutta la legge. Voi che volete essere giustificati dalla legge siete separati da Cristo; siete scaduti dalla grazia. Poiché quanto a noi, è in spirito, per fede, che aspettiamo la speranza della giustizia. Infatti, in Cristo Gesù non ha valore né la circoncisione né l’incirconcisione; quello che vale è la fede che opera per mezzo dell’amore.

Voi correvate bene; chi vi ha fermati perché non ubbidiate alla verità? Una tale persuasione non viene da colui che vi chiama. Un po’ di lievito fa lievitare tutta la pasta. 10 Riguardo a voi, io ho questa fiducia nel Signore, che non la penserete diversamente; ma colui che vi turba ne subirà la condanna, chiunque egli sia. 11 Quanto a me, fratelli, se io predico ancora la circoncisione, perché sono ancora perseguitato? Lo scandalo della croce sarebbe allora tolto via. 12 Si facciano pure evirare quelli che vi turbano!

13 Perché, fratelli, voi siete stati chiamati a libertà; soltanto non fate della libertà un’occasione per vivere secondo la carne, ma per mezzo dell’amore servite gli uni agli altri; 14 poiché tutta la legge è adempiuta in quest’unica parola: «Ama il tuo prossimo come te stesso». 15 Ma se vi mordete e divorate gli uni gli altri, guardate di non essere consumati gli uni dagli altri.

Cominciamo con la prima domanda: che cos’è la libertà cristiana? Partiamo dall’esortazione di Paolo nel v.1: “state dunque saldi e non vi lasciate porre di nuovo sotto il giogo della schiavitù”. La prima cosa da dire, ovviamente, è che questa libertà consiste nel non tornare alla schiavitù dalla quale siamo stati liberati in Cristo. La natura di questa schiavitù è evidente nei vv.2-3: “Ecco, io, Paolo, vi dichiaro che se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà a nulla. Dichiaro di nuovo: ogni uomo che si fa circoncidere è obbligato a osservare tutta la legge.” Qui troviamo un accenno al pericolo che i galati affrontavano. Dopo che Paolo aveva fondato e poi lasciato le chiese dei galati, alcuni falsi insegnanti si sono insinuati nel loro mezzo e hanno insistito sull’obbligo della circoncisione. La stramaggioranza dei credenti nella Galazia era gentile (non ebraica) e quindi estranea alle tradizioni degli ebrei. Quando Paolo era venuto da loro, aveva predicato il vangelo di sola grazia — “l’uomo non è giustificato per le opere della legge, ma soltanto per mezzo della fede di Cristo Gesù” (2:16) — e si opponeva strenuamente a ogni tentativo di aggiungere altro.

Ma dopo di lui, questi falsi insegnamenti sostenevano che, mentre credere in Cristo era il necessario punto di partenza della salvezza, era altrettanto necessario osservare la legge ebraica per giungere alla perfezione. Il loro ragionamento sembrava del tutto logico: questi gentili sono pagani e non hanno la più minima idea di cosa significa la santità che Dio richiede. Se noi gli diciamo che sono giusti davanti a Dio solo grazie all’opera di Cristo, non avranno né la conoscenza né la motivazione per vivere una vita santa. Quindi, bisogna insegnargli di osservare la legge che Dio ha dato per santificare Israele, cominciando con la circoncisione che funge da segno del popolo santo.

Paolo risponde però chiamando l’obbligo di osservare la legge “schiavitù” e asserendo che cercare di “essere giustificati dalla legge” significa essere “separati da Cristo” e “scaduti dalla grazia” (v.5)! Proseguendo, Paolo li ricorda che in Cristo la circoncisione ha perso il suo valore come segno del popolo di Dio. “Infatti, in Cristo Gesù non ha valore né la circoncisione né l’incirconcisione; quello che vale è la fede che opera per mezzo dell’amore” (v.6). Siccome siamo giustificati soltanto grazie all’opera di Cristo e non alla nostra, non c’è niente che possiamo fare — come farci circoncidere o osservare la legge di Mosè — per farci accettare da Dio e farci diventare parte del suo popolo. L’unica cosa che contraddistingue il popolo di Dio è la fede in Cristo, cioè qualcosa che non dipende dall’etnia, dal sesso, dal livello sociale, o da competenze personali. La fede in Cristo è trasversale e supera ogni confine geografico e ogni distinzione umana per unirci tutti in lui. E poiché questa fede si manifesta nell’amore, ha il potere di creare veramente un nuovo popolo che vive in pace e armonia nonostante le differenze culturali, sociali e personali.

Questa dunque è la libertà dei cristiani: liberi dal fardello della legge e liberi dal giudizio che l’accompagna: prima ovviamente il giudizio di Dio, ma anche, e non meno importante, il giudizio degli altri. Se sappiamo che Dio in Cristo non ci condanna e non ci giudica ma ci accetta e ci ama come siamo — maschio o femmina, bianco o nero, giovane o vecchio, buono o cattivo, bello o brutto, ricco o povero — non importa il giudizio degli altri. Siamo stati approvati dal tribunale supremo dell’universo! Siamo stati accolti nelle braccia del Creatore del cosmo! Questo è perché Paolo passa in Romani 8 dall’affermare che “non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù” (v.1) all’esclamare: “se Dio è per noi chi sarà contro di noi?” (v.31). Quindi, essere liberi dalla legge di Dio è veramente la più grande libertà che ci sia, e vale la pena dunque lottare per conservarla come Paolo fa qui in Galati.

Nel v.13, Paolo aggiunge una precisazione importante: “Perché, fratelli, voi siete stati chiamati a libertà; soltanto non fate della libertà un’occasione per vivere secondo la carne, ma per mezzo dell’amore servite gli uni agli altri”. Come dico spesso, Cristo ci ha liberato non solo da qualcosa ma anche per qualcosa. Lungi dall’incoraggiare una vita peccaminosa e dissoluta, la libertà cristiana produce l’amore che, come Cristo, sacrifica se stesso per servire altri e cercare il loro bene. Questo è un altro motivo per cui il cristiano non è tenuto a osservare la legge. Una vita vissuta così, cioè una vita che rispecchia quella di Gesù, è una vita che adempie lo scopo fondamentale della legge senza guardare quella legge. Se ci focalizziamo solo su Cristo, vivendo come lui ha vissuto, noi di conseguenza compiremo la giustizia che la legge richiede. In questa prospettiva, la legge è totalmente superflua ed obsoleta come regola di vita, perché Cristo la adempie in noi in una sola cosa: l’amore.

3) Perché è la Libertà Cristiana Quella Vera? (Galati 5:16-23)

16 Io dico: camminate secondo lo Spirito e non adempirete affatto i desideri della carne. 17 Perché la carne ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; sono cose opposte tra di loro, in modo che non potete fare quello che vorreste. 18 Ma se siete guidati dallo Spirito, non siete sotto la legge.

19 Ora le opere della carne sono manifeste, e sono: fornicazione, impurità, dissolutezza, 20 idolatria, stregoneria, inimicizie, discordia, gelosia, ire, contese, divisioni, sètte, 21 invidie, ubriachezze, orge e altre simili cose; circa le quali, come vi ho già detto, vi preavviso: chi fa tali cose non erediterà il regno di Dio. 22 Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo; 23 contro queste cose non c’è legge.

“Ecco la fregatura”, qualcuno dirà però. “Paolo, tu stai parlando tanto della libertà dalla legge ma in realtà vuoi solo imporci un altro obbligo! Adesso stai dicendo che non dobbiamo usare la nostra libertà per vivere come vogliamo, ma che dobbiamo servire altri con amore! Ma se devo servire altri non posso fare quello che voglio. Questa non è libertà!” Questa possibile obbiezione ci porta al secondo elemento della libertà cristiana che Paolo evidenzia in Galati 5:16-23: il motivo per cui la libertà in Cristo è la vera libertà in confronto a ogni altra forma di libertà che il mondo possa immaginare. Perché è infatti la libertà cristiana quella vera?

La risposta di Paolo è succinta ma profonda: “Io dico: camminate secondo lo Spirito e non adempirete affatto i desideri della carne” (v.16). Cosa vuol dire? Paolo si spiega nel v.17: “Perché la carne ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; sono cose opposte tra di loro, in modo che non potete fare quello che vorreste.” In altre parole, la libertà è tutta una questione di desideri e l’opportunità e la capacità di soddisfarli. Ci sentiamo liberi (e questo dovrebbe essere ovvio a chiunque ha un minimo d’esperienza di vita umana) quando abbiamo sia l’opportunità sia la capacità di fare quello che vogliamo. Sottolineo “sia l’opportunità sia la capacità” perché la libertà richiede entrambe. Se ci manca o l’una o l’altra, non siamo veramente liberi. Se ho l’opportunità di fare quello che voglio ma non ne sono capace, non sono libero. D’altronde, se sono capace di fare quello che voglio ma non ne ho l’opportunità, non sono libero.

Faccio un esempio. Adesso siamo in quarantena a causa della pandemia COVID-19. Io vorrei uscire di casa e andare al bar per prendere un caffé. Sono libero di farlo? No, perché, anche se sono fisicamente capace di uscire di casa e andare al bar, mi manca l’opportunità perché tutti i bar sono chiusi e il governo ha decretato che devo restare a casa. Qualche settimana fa, però, prima che ci fossero la chiusura forzata dei bar e l’obbligo di stare a casa, non ero libero neanche allora di uscire di casa per prendere un caffé al bar. Non ovviamente perché mi mancava l’opportunità — i bar erano aperti e non ero obbligato a restare a casa. Ma la settimana prima del lockdown stavo male con parassiti intestinali, tanto male che non avevo le forze per uscire di casa! In quel caso avevo l’opportunità ma non la capacità, e dunque non ero libero di fare quello che volevo.

Deve essere chiaro dunque che per essere liberi dobbiamo avere sia l’opportunità sia la capacità di soddisfare i nostri desideri. Ma c’è un terzo fattore da considerare: i nostri desideri stessi. Tornando al esempio, mettiamo il caso che la quarantena non esista più e io stia bene. Così ho sia l’opportunità di andare al bar sia la capacità di andare al bar. Ma se non ne ho più voglia? Se mia moglie, stufa di essere chiusa in casa, mi costringe di accompagnarla al bar per prendere un caffé, sono libero? No, perché, pur avendo l’opportunità e la capacità di andarci, non ne ho più voglia, e quindi se ci vado, è perché devo andarci, non perché voglio andarci.

La libertà vera, dunque, richiede il perfetto allineamento dei nostri desideri con l’opportunità e la capacità di soddisfarli. Questo, afferma Paolo, è perché solo la libertà di Cristo ci rende veramente liberi. Senza Cristo, senza il suo Spirito che ci dona quando crediamo in lui, la ricerca della libertà ci lascia sempre frustrati perché troviamo sempre un’incoerenza tra i nostri desideri e l’opportunità e la capacità di soddisfarli. A volte manca l’opportunità: un uomo sposato vede un’altra donna con cui vorrebbe dormire, ma sua moglie è troppo vigilante e lo scoprirebbe subito. Altre volte manca la capacità: una donna invidia la bellezza delle modelle che vede in tv ma non sarà mai in grado (neanche con interventi chirurgici) di diventare esattamente come loro. Altre volte ancora manca il desiderio: io so che ti dovrei perdonare, ma mi hai ferito troppe volte e semplicemente non ti voglio perdonare. La mancanza del desiderio è spesso anche il motivo per cui tante persone apparentemente “brave” si sentono comunque intrappolate perché per essere brave devono sopprimere i loro desideri naturali. Si comportano educamente con i vicini di casa, sì, ma il loro istinto è di mandarli tutti a quel paese! Alla fine, anche se ci fosse la perfetta coincidenza tra desiderio, opportunità e capacità, il risultato sarebbe disastroso:

19 Ora le opere della carne sono manifeste, e sono: fornicazione, impurità, dissolutezza, 20 idolatria, stregoneria, inimicizie, discordia, gelosia, ire, contese, divisioni, sètte, 21 invidie, ubriachezze, orge e altre simili cose; circa le quali, come vi ho già detto, vi preavviso: chi fa tali cose non erediterà il regno di Dio.

Immaginate: se ognuno avesse l’opportunità e la capacità di seguire sempre ogni sua inclinazione o passione naturale, il mondo sarebbe letteralmente un inferno, diametralmente opposto al regno di Dio. È per questo infatti che Paolo dichiara che “chi fa tali cose non erediterà il regno di Dio”!

Qual è la soluzione? È possibile diventare veramente liberi? “Camminate secondo lo Spirito e non adempirete affatto i desideri della carne” (v.16). Solo quando camminiamo secondo lo Spirito, diventiamo veramente liberi, perché solo lo Spirito porta in armonia i nostri desideri con l’opportunità e la capacità di soddisfarli. Prima, lo Spirito cambia i nostri desideri naturali in quelli che cercano la santità di Dio. Come Paolo spiega nel v.17, “la carne ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; sono cose opposte tra di loro”. Se la carne desidera cose come “fornicazione, impurità,… discordia, gelosie, ire,… e altre simili cose”, lo Spirito invece desidera produrre in noi “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo” (v.22). Quando camminiamo secondo lo Spirito, troviamo che non desideriamo le cose di prima.

In più, lo Spirito ci rende capaci di soddisfare questi desideri. Troviamo che il bene che sappiamo di dover fare non è più un fardello ma un piacere. Scopriamo, per esempio, che la purezza sessuale, lungi dall’essere una camicia di forza è in realtà la via all’appagamento più grande. Infine, quando i nostri desideri sono quelli dello Spirito, troviamo di avere sempre l’opportunità di soddisfarli, perché, come Paolo dice dopo aver elencato i frutti dello Spirito, “contro queste cose non c’è legge”. Contro l’omicidio c’è legge, ma non contro l’amore! Contro il furto c’è legge, ma non contro la benevolenza! Contro la droga c’è legge, ma non contro l’autocontrollo! Questa è la libertà vera, di poter fare sempre quello che vogliamo perchè quello che vogliamo, quando è guidato e potenziato dallo Spirito, è quello che vuole Dio, e contro i desideri di Dio non c’è legge e dunque non manca mai l’opportunità di soddisfarli.

E sappiamo che, alla fine, i desideri dello Spirito non sono come i desideri della carne che portano alla morte, alla rovina e all’esclusione eterna dal regno di Dio. Portano invece alla vita eterna. Come Paolo afferma nel capitolo 6 vv.7-8:

Non vi ingannate, non ci si può beffare di Dio; perché quello che l’uomo avrà seminato, quello pure mieterà. Perché chi semina per la sua carne, mieterà corruzione dalla carne; ma chi semina per lo Spirito mieterà dallo Spirito vita eterna.

4) Come Possiamo Ricevere e Vivere la Libertà Cristiana? (Galati 5:24-25)

24 Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri. 25 Se viviamo per lo Spirito, camminiamo altresì per lo Spirito.

A questo punto, però, un dubbio ci potrebbe sorgere. È veramente possibile avere questo tipo di libertà? È bello parlare di avere sempre il desiderio, l’opportunità e la capacità di soddisfare i desideri di Dio, ma è possibile vivere una tale libertà in pratica? E se sì, come? La prima cosa da dire è che vivere questa libertà non è facile. Paolo qui è molto realistico: “la carne ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; sono cose opposte tra di loro, in modo che non potete fare quello che vorreste” (v.17). La vita cristiana è più paragonabile a un campo di battaglia che a una festa di vittoria. I galati stessi sono l’esempio numero uno. Poco tempo dopo essere stati liberati dal vangelo di Cristo predicato da Paolo, stavano per, come dice nel v.1, lasciarsi “porre di nuovo sotto il giogo della schiavitù”. Paolo scrisse questa lettera per esortarli a “stare saldi” nella loro libertà, implicando chiaramente che la libertà cristiana non è un’esperienza automatica dopo aver creduto in Gesù. Realisticamente parlando, la lotta del cristiano per stare saldo nella sua libertà in Cristo durerà per tutta la vita.

Ma detto tutto ciò, la vera libertà non è impossibile. Se ricevere e vivere la libertà cristiana fosse impossibile, la lettera di Galati sarebbe del tutto inutile. Ma Paolo la scrisse perché era fortemente convinto che i galati potevano stare saldi nella libertà di Cristo, che potevano veramente produrre i frutti dello Spirito contro i quali non c’è legge. E se era possibile per loro, è possibile anche per noi che abbiamo lo stesso Spirito, che crediamo nello stesso Gesù, e che leggiamo la stessa Scrittura.

La soluzione di Paolo si trova nei vv.24-25 ed è molto pratica. In primo luogo, Paolo ci ricorda che “quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri” (v.24). Si riferisce qui a quello che ha scritto nel 2:20:

Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me! La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede del Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me.

La prima cosa da fare qui è ricordarci sempre chi siamo in Cristo, se abbiamo veramente creduto in Cristo per essere salvati. Chiaramente, se qualcuno non ha mai creduto in Cristo, rinunciando a ogni tentativo di salvarsi da solo e ponendo fiducia in Cristo come unico Salvatore e Signore, non potrà mai vivere la libertà che solo Cristo può dare. Ma se abbiamo creduto in Cristo, Paolo dice che l’esperienza della libertà comincia nel ricordarci sempre (perché siamo sempre propensi a dimenticare) che credere in Cristo vuol dire essere crocifisso con lui. Credere in Cristo vuol dire essere uniti a lui in modo che quello che è suo diventa nostro: la sua morte diventa la nostra morte, e la sua vita diventa la nostra vita. Se siamo stati crocifissi con Cristo, significa che il nostro vecchio “io” — cioè quello tenuto schiavo dai desideri della carne — non esiste più. Come dice 2 Corinzi 5:17:

Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate: ecco, sono diventate nuove.

Questa è la realtà di tutti quelli che sono in Cristo, indipendentemente da cosa pensiamo o da come ci sentiamo. Spesso dimentichiamo di essere una nuova creatura in Cristo; spesso ci sentiamo tutt’altro che una nuova creatura in Cristo, ma questo non cambia per niente il fatto che siamo una nuova creatura in Cristo! La lotta per la libertà dunque inizia qui: devo sempre ricordarmi che sono stato crocifisso con Cristo e che è lui che ora vive in me. Devo smettere di ascoltare me stesso (cioè i dubbi e gli scoraggiamenti che mi assaliscono senza tregua) e invece predicare a me stesso la verità. Il momento in cui smetto di ricordarmi di chi sono in Cristo è il momento in cui mi lascio di nuovo porre sotto un giogo di schiavitù.

Poi in secondo luogo, Paolo torna nel v.25 alla sua esortazione di prima: “se viviamo per lo Spirito, camminiamo altresì per lo Spirito”. Vivere per lo Spirito, Camminare per lo Spirito. Cosa vuol dire? Vivere e camminare sono verbi di comunione: se vivo con qualcuno, se cammino con qualcuno, sono in comunione con quella persona. Si tratta dunque di una relazione personale con lo Spirito, una relazione che non può essere ridotta a una formula o a un meccanismo. Camminare per lo Spirito, come qualsiasi relazione personale, non è come un mobile acquistato ad Ikea: viene accompagnato da un manuale d’istruzioni che, seguito perfettamente, produce un risultato garantito. Quando ho conosciuto mia moglie, lei non mi ha dato un manuale che mi indicava esattamente cosa dovevo fare passo dopo passo se volevo sposarla. Dovevo scoprire cosa fare e come farlo solo passando tempo con lei, ascoltandola, parlandole, insomma in comunione personale.

È analoga la nostra relazione con lo Spirito. Lui agisce in noi, trasformando i nostri desideri in quelli di Dio e rendendoci capaci di adempierli nella misura in cui gli prestiamo il nostro tempo e la nostra attenzione. Dobbiamo ascoltarlo — la sua voce la sentiamo nelle Scritture — e dobbiamo parlare con lui (in realtà per mezzo di lui a Dio Padre), ciò che facciamo attraverso la preghiera. Poi, dobbiamo vivere con una dipendenza consapevole dalla sua guida e dal suo potere per fare passo dopo passo durante la giornata, durante la settimana, e poi mese dopo mese e anno dopo anno. Se dedichiamo il tempo necessario per coltivare la nostra relazione con lo Spirito, la nostra comunione crescerà e si fortificherà, e lui trasformerà i nostri desideri e renderci capaci di compierli.

Per riassumere: viviamo la libertà cristiana quando ci ricordiamo sempre che in Cristo siamo stati crocifissi ai desideri del peccato, e poi quando camminiamo giorno per giorno secondo lo Spirito, ascoltando la sua voce nelle Scritture, parlando con Dio per mezzo di lui nella preghiera, e vivendo con una consapevole dipendenza dalla sua guida. Questo è l’unico percorso che conduce alla vera libertà. Per alcuni, come per il mio amico ateo, questo percorso potrebbe sembrare solo come un altro vincolo o fardello. Ma per noi che abbiamo creduto in Cristo e abbiamo ricevuto il dono dello Spirito, è il percorso della vera libertà, il percorso che ci libera dai peccati e dai desideri che portano alla morte che ci riempie del desiderio di fare la volontà di Dio che solo porta alla vita eterna.