1 Tessalonicesi: L’Azione della Parola di Dio

1) La Parola Con Potenza (1:1-10)

1:1 Paolo, Silvano e Timoteo alla chiesa dei Tessalonicesi che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: grazia a voi e pace [da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo]. 2 Noi ringraziamo sempre Dio per voi tutti, nominandovi nelle nostre preghiere, ricordandoci continuamente, davanti al nostro Dio e Padre, dell’opera della vostra fede, delle fatiche del vostro amore e della costanza della vostra speranza nel nostro Signore Gesù Cristo. Conosciamo, fratelli amati da Dio, la vostra elezione. Infatti il nostro vangelo non vi è stato annunciato soltanto con parole, ma anche con potenza, con lo Spirito Santo e con piena convinzione; infatti sapete come ci siamo comportati fra voi, per il vostro bene. Voi siete divenuti imitatori nostri e del Signore, avendo ricevuto la parola in mezzo a molte sofferenze, con la gioia che dà lo Spirito Santo, tanto da diventare un esempio per tutti i credenti della Macedonia e dell’Acaia. Infatti da voi la parola del Signore ha echeggiato non soltanto nella Macedonia e nell’Acaia, ma anzi la fama della fede che avete in Dio si è sparsa in ogni luogo, di modo che non abbiamo bisogno di parlarne; perché essi stessi raccontano quale sia stata la nostra venuta fra voi, e come vi siete convertiti dagli idoli a Dio per servire il Dio vivente e vero, 10 e per aspettare dai cieli il Figlio suo che egli ha risuscitato dai morti, cioè Gesù, che ci libera dall’ira imminente.

Fondamentale alla nostra fede è la Bibbia, l’unica testimonianza autorevole alla rivelazione di Dio all’umanità. La Bibbia, come sappiamo, è un libro, la parola di Dio scritta in parole umane. Questo fatto merita un po’ di riflessione. Perché questa testimonianza prende la forma di un libro? Perché Dio ha fatto sì che la sua parola fosse trasmessa a noi in questa modalità? O più basilare ancora: perché Dio si è rivelato a noi tramite la parola e non, per esempio, tramite una visione? La prima lettera di Paolo ai Tessalonicesi ci dà un’ottima opportunità per riflettere su questo tema, cioè, la centralità della parola alla nostra fede. I cristiani sono prima di tutto “un popolo del libro” perché, come Paolo afferma in 2 Timoteo 3:16-17:

16 Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, 17 perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona.

Solo della Scrittura è dichiarato questo, che è “ispirata da Dio”, e la Scrittura da sola è sufficiente affinché siamo completi e ben preparati per ogni opera buona.

La lettera di 1 Tessalonicesi, scritta da Paolo a una chiesa che aveva fondato nella città di Tessalonica (che esiste ancora oggi) in Grecia, non è un trattato specifico su quest’argomento, ma è pieno di riferimenti a esso. Quando Paolo lasciò la chiesa per fondarne altre altrove, essa era una comunità matura nella fede, ma dopo un po’ i suoi membri si resero conto di aver ancora bisogno del suo aiuto in certe questioni. Paolo, trovandosi lontano da Tessalonica, non poteva essere lì personalmente, e quindi gli scrisse questa lettera, sapendo che essa era in grado di supplire alla sua assenza nei confronti dei credenti tessalonicesi. In questo, vediamo la certezza che Paolo aveva nella parola scritta come strumento efficace dell’opera di Dio nella chiesa. Come spiega chiaramente nel 2:13:

2:13 Per questa ragione anche noi ringraziamo sempre Dio: perché quando riceveste da noi la parola della predicazione di Dio, voi l’accettaste non come parola di uomini, ma, quale essa è veramente, come parola di Dio, la quale opera efficacemente in voi che credete.

Per Paolo, la parola del vangelo, sia annunciata che scritta, “opera efficacemente” in noi che crediamo perché essa, pur provenendo da uomini come Paolo, non è solo la parola dell’uomo ma è veramente la parola di Dio. È questa certezza che vogliamo, e che dobbiamo, avere anche noi, perché se non siamo convinti dell’efficacia della Bibbia, avremo poca motivazione per darle retta. Se invece condividiamo la convinzione di Paolo, saremo sempre più spronati a leggerla, a studiarla, e a metterla in pratica.

La difficoltà che affrontiamo, però, è che viviamo in una cultura che sottovaluta la parola. Spesso si distingue tra “parole” e “fatti”, come se parole contassero meno dei fatti. Per quanto riguarda la parola scritta, è noto che in genere gli italiani non sono grandi lettori di libri. Più ancora, (e soprattutto quando si parla della Bibbia), la parola scritta è spesso considerata complessa, ambigua e difficile da capirsi. La Bibbia in particolare è un libro ritenuto inaccessibile alla persona normale, o anche poco attendibile perché deve essere interpretato. Quante volte ho sentito qualcuno ribattere: “Ma è solo la tua interpretazione!”, come se questo minasse l’autorevolezza delle Scritture! Ma tutto questo è sintomatico della poca fiducia che molti hanno nella parola scritta, e specialmente nella Bibbia, come mezzo efficace di comunicazione. Noi siamo purtroppo condizionati da questa mentalità, e influisce molto sul rapporto che abbiamo con il testo sacro.

Per questo motivo, è importante che riflettiamo bene su come la Bibbia stessa considera il tema della parola, e non possiamo fare meglio che studiarlo in 1 Tessalonicesi. Paolo comincia questa lettera ricordando ai tessalonicesi il vangelo che gli aveva annunciato “non soltanto con parole, ma anche con potenza, con lo Spirito Santo e con piena convinzione” (1:5). Indipendentemente da quello che possiamo pensare di altre parole, la parola del vangelo, Paolo insiste, è potentemente efficace quando viene annunciata perché è accompagnata dallo Spirito Santo che convince chi ascolta della sua verità. Così la parola del vangelo si distingue da altre parole umane nel senso che realizza lo scopo per cui viene comunicata. Il vangelo non è una parola che, come altre parole umane, può essere semplicemente ignorata. Non è una promessa che, come altre promesse umane viene meno. Ottiene l’ascolto quando viene dichiarato, e garantisce il compimento di ciò che prevede. Rimaniamo spesso delusi o ingannati dalle parole che altri dicono, ma questo non succede mai quando la parola del vangelo è trasmessa, perché lo Spirito Santo ne assicura l’efficacia.

Paolo ricorda inoltre ai tessalonicesi che la loro esperienza è testimone di tutto ciò. Sanno che quando il vangelo è stato da Paolo annunciato, la sua potenza si è dimostrata nel fatto che essi sono di conseguenza “divenuti imitatori … del Signore” (1:6). I tessalonicesi hanno “ricevuto la parola in mezzo a molte sofferenze” (1:6), e si sono “convertiti dagli idoli a Dio per servire il Dio vivente e vero” (1:9). Questa conversione — dalle tenebre alla luce, dalla falsità alla verità, dalla morte alla vita, dagli idoli a Gesù — era dovuta non all’eloquenza della predicazione di Paolo ma solo alla potenza della parola annunciata.

Nel 2:3-7, infatti, Paolo respinge esplicitamente ogni tentativo di far accettare il vangelo con strategie o trucchi umani:

3 Perché la nostra predicazione non proviene da finzione, né da motivi impuri, né è fatta con inganno; ma, come siamo stati approvati da Dio che ci ha stimati tali da poterci affidare il vangelo, parliamo in modo da piacere non agli uomini, ma a Dio che prova i nostri cuori. Difatti, non abbiamo mai usato un parlare lusinghevole, come ben sapete, né pretesti ispirati da cupidigia; Dio ne è testimone. E non abbiamo cercato gloria dagli uomini, né da voi, né da altri, sebbene, come apostoli di Cristo, avremmo potuto far valere la nostra autorità; invece, siamo stati mansueti in mezzo a voi, come una nutrice che cura teneramente i suoi bambini.

Paolo non spacciava il vangelo come un venditore di auto. Annunciava il vangelo con sincerità e semplicità, e le vite trasformate come risultato erano la prova dell’efficacia della parola stessa. Tale era la fiducia di Paolo nella potenza della parola che era capace di capovolgere il mondo con un mero sussurro. Il vangelo, in quanto parola di Dio, non è da separare dai “fatti” che sono più concreti. Per Paolo, la parola di Dio è il suo atto. Dio agisce parlando. E quando diamo ascolto alla parola di Dio, permettiamo allo Spirito Santo di entrare nelle nostre vite e di renderci conformi all’immagine di Gesù.

2) La Parola In Azione

A) Insegnare/Istruire (4:2-6, 13-17)

Il resto della lettera di 1 Tessalonicesi si legge quasi come un catalogo delle varie azioni che Dio intraprende nei nostri confronti quando apriamo le nostre orecchie alla sua parola. Consideriamo adesso le diverse opere che Dio compie in noi tramite la sua parola. Ne abbiamo già vista una: tramite la parola del vangelo, Dio ci libera dagli idoli che ci schiavizzano e ci converte a se stesso, l’unico vero Dio, affinché lo serviamo in gioia e in libertà. Ma c’è molto ancora. Attraverso la sua parola Dio ci istruisce e ci insegna la verità che ci rende saldi nella fede e capaci di discernere l’errore. Nel capitolo 4 troviamo due chiari esempi di questo. Nei vv.2-6 leggiamo:

4:Infatti sapete quali istruzioni vi abbiamo date nel nome del Signore Gesù. Perché questa è la volontà di Dio: che vi santifichiate, che vi asteniate dalla fornicazione, che ciascuno di voi sappia possedere il proprio corpo in santità e onore, senza abbandonarsi a passioni disordinate come fanno gli stranieri che non conoscono Dio; che nessuno opprima il fratello né lo sfrutti negli affari; perché il Signore è un vendicatore in tutte queste cose, come già vi abbiamo detto e dichiarato prima.

Qui vediamo come la parola di Dio ci insegna qual è la volontà di Dio per noi, la nostra santificazione. I tessalonicesi, una volta convertiti dagli idoli a servire l’unico vero Dio, dovevano poi imparare a “possedere il proprio corpo in santità e onore”. Questo non era né facile né automatico, perché erano circondati da persone che “non conoscevano” Dio e per cui “abbandonarsi a passioni disordinate” era del tutto normale. Loro invece dovevano vivere in modo totalmente controcorrente, e quindi dovevano essere istruiti in tutta la volontà di Dio per loro. Così anche noi che viviamo in una società che non conosce Dio e che reputa normali stili di vita contrari alla sua volontà, abbiamo altrettanto bisogno di essere istruiti in modo conforme alla santità. Come avviene questo? Qual è la scuola in cui siamo ammaestrati in tutta la volontà di Dio? È la parola di Dio scritta: “Infatti sapete quali istruzioni vi abbiamo date nel nome del Signore Gesù” (4:2).

Poi nei vv.13-17 del capitolo 4, troviamo un altro tipo di insegnamento importante:

4:13 Fratelli, non vogliamo che siate nell’ignoranza riguardo a quelli che dormono, affinché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. 14 Infatti, se crediamo che Gesù morì e risuscitò, crediamo pure che Dio, per mezzo di Gesù, ricondurrà con lui quelli che si sono addormentati. 15 Poiché questo vi diciamo mediante la parola del Signore: che noi viventi, i quali saremo rimasti fino alla venuta del Signore, non precederemo quelli che si sono addormentati; 16 perché il Signore stesso, con un ordine, con voce d’arcangelo e con la tromba di Dio, scenderà dal cielo, e prima risusciteranno i morti in Cristo; 17 poi noi viventi, che saremo rimasti, verremo rapiti insieme con loro, sulle nuvole, a incontrare il Signore nell’aria; e così saremo sempre con il Signore.

Qui vediamo come l’insegnamento della parola di Dio serve per liberarci dall’ignoranza. Evidentemente, i tessalonicesi erano ignoranti “riguardo a quelli che dormono” (cioè i morti) e di conseguenza erano “tristi come gli altri che non hanno speranza” (v.13). Per questo motivo Paolo gli insegna il ritorno di Gesù e la risurrezione. Sappiamo, Paolo dice, che la morte non è l’ultima parola per i credenti. Sono morti, sì, e forse moriremo anche noi se Gesù non torna prima, ma il fatto è che Gesù tornerà, e quando tornerà i morti risusciteranno e saranno riuniti con quelli che sono ancora vivi. Per i credenti è la vita, non la morte, che trionferà, e siamo certi che un giorno saremo tutti insieme nella presenza del Signore per sempre, senza paura, senza angoscia, e senza lacrime. Se non siamo ignoranti ma convinti di questo, non saremo tristi di fronte alla morte “come gli altri che non hanno speranza”. Saremo tristi, certo, ma la nostra tristezza sarà sempre temperata dalla speranza, e piangeremo sapendo che un giorno non piangeremo mai più. Questo è lo scopo dell’insegnamento della parola di Dio, ed è il motivo per cui Paolo, insieme agli altri autori ispirati, ci hanno regalato il tesoro delle sacre Scritture che ci liberano dall’ignoranza e ci riempiono di speranza.

B) Consolare (4:18; 5:9-11)

La seconda azione, legata alla prima, che Dio compie in noi tramite la sua parola è la consolazione. Dopo aver insegnato il ritorno di Cristo, Paolo conclude nel v.18:

4:18 Consolatevi dunque gli uni gli altri con queste parole.

Nello stesso modo, nei vv.9-11 del capitolo 5, Paolo ricorda che, nonostante il male che ci assalisce e il mondo che peggiora sempre di più, il nostro destino non è ira e distruzione ma salvezza e vita eterna che sarà nel giorno in cui Gesù si rivelerà dal cielo.

5:9 Dio infatti non ci ha destinati a ira, ma ad ottenere salvezza per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo, 10 il quale è morto per noi affinché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui. 11 Perciò, consolatevi a vicenda ed edificatevi gli uni gli altri, come d’altronde già fate.

È Dio che ci ha destinati alla salvezza, e sarà lui a portarla a compimento. Inoltre, anche prima del ritorno di Cristo, anche se lo vediamo, e persino in mezzo alla valle dell’ombra della morte, noi “viviamo insieme con” Gesù. Bramiamo il giorno quando la nostra fede cambierà in visione e lo vedremo faccia a faccia, ma nel frattempo noi godiamo di una comunione con lui che nessun dolore o difficoltà ci può togliere. Certo, tendiamo a dimenticare questo, specie quando siamo sopraffatti dalle prove della vita. Se non ci rivolgiamo alla parola, ci priviamo del più grande conforto che abbiamo. Ma quando diamo di nuovo ascolto alla parola di Dio, egli ci ricorda delle sue promesse infallibili, e troviamo una grande consolazione per le nostre anime.

C) Preannunciare/Preparare (3:1-4)

Mediante la sua parola, quindi, Dio ci salva, ci istruisce, ci conforta, ma vediamo anche che ci prepara per renderci saldi in anticipo delle varie difficoltà che possiamo attraverso nella vita.

3:1 Perciò, non potendo più resistere, preferimmo restare soli ad Atene; e mandammo Timoteo, nostro fratello e collaboratore di Dio nel vangelo di Cristo, per confermarvi e confortarvi nella vostra fede, affinché nessuno fosse scosso in mezzo a queste tribolazioni; infatti voi stessi sapete che a questo siamo destinati. Perché anche quando eravamo tra di voi, vi preannunciavamo che avremmo dovuto soffrire, come poi è avvenuto, e voi lo sapete.

Come Paolo fece nei confronti dei tessalonicesi, mandando a loro Timoteo “affinché nessuno fosse scosso in mezzo a queste tribolazioni”, così Dio fa attraverso le Scritture. Esse ci preannunciano che dovremo soffrire in modo che non saremo presi alla sprovvista quando capita. Nel capitolo 5, vv.4-8, la parola ci dice questo esplicitamente usando la metafora del “giorno” e della “notte”:

5:4 Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno abbia a sorprendervi come un ladro; perché voi tutti siete figli di luce e figli del giorno; noi non siamo della notte né delle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma vegliamo e siamo sobri; poiché quelli che dormono, dormono di notte, e quelli che si ubriacano, lo fanno di notte. Ma noi, che siamo del giorno, siamo sobri, avendo rivestito la corazza della fede e dell’amore e preso per elmo la speranza della salvezza.

I credenti, ammaestrati dalla parola, sanno cosa aspettarsi nel mondo, e non rimangono sorpresi quando “come un ladro” vengono le tribolazioni e le angosce. Non rimangono stupiti che il peccato umano sfocia in razzismo e omicidio, come è successo recentemente con la morte di George Floyd negli Stati Uniti. Non rimangono sorpresi neanche quando il mondo intero viene colpito da una pandemia come il COVID-19, perché la parola ha già preannunciato tutto ciò. Come “figli della luce” e “figli del giorno”, i credenti vegliano, sono sobri, e sanno discernere i segni della fine e del ritorno di Cristo. Mentre quelli del mondo “si ubriacano” e “dormono” così che l’arrivo del “ladro” li sconvolge, quelli che si sono rivestiti dell’armatura di Dio sono preparati a tutto, e sanno reagire nel modo giusto. Sono così non grazie alla loro intelligenza o capacità, ma perché tramite la sua parola Dio li ha preparati e li ha fortificati per poter stare forti e fermi in mezzo alla tempesta.

D) Esortare/Ammonire (2:10-12; 4:1, 9-12; 5:14-18)

A volte, però, abbiamo bisogno di essere esortati, ammoniti, e rimproverati. Così Dio fa anche questo nella sua parola. Per esempio, alla fine della lettera, nel 5:14-18, Paolo scrive:

5:14 Vi esortiamo, fratelli, ad ammonire i disordinati, a confortare gli scoraggiati, a sostenere i deboli, a essere pazienti con tutti. 15 Guardate che nessuno renda ad alcuno male per male; anzi cercate sempre il bene gli uni degli altri e quello di tutti. 16 Siate sempre gioiosi; 17 non cessate mai di pregare; 18 in ogni cosa rendete grazie, perché questa è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi.

A volte, quello che ci serve è un rimprovero paterno perché non stiamo facendo ciò che dovremmo fare. Se cadiamo nel peccato, se non dimostriamo l’amore e il perdono di Cristo rendendo invece male per male, se cessiamo di pregare, e non rendiamo grazie in ogni cosa ma piuttosto ci lamentiamo di tutto, abbiamo bisogno della correzione e della disciplina del nostro Padre celeste. E una volta disciplinati, dobbiamo essere incoraggiati a riprendere la giusta via e perseverare in essa. Anche questo Dio fa per mezzo della sua parola. Certo, la disciplina del Signore non è piacevole. A nessuno piace essere rimproverato o corretto, perché il nostro orgoglio vuole che abbiamo sempre ragione. Ma per quanto difficile e doloroso, anche la disciplina è un’opera necessaria che Dio compie nei nostri confronti. Se diamo costante ascolto alla sua parola, spesso possiamo evitare le drastiche misure che a volte Dio deve prendere per farci tornare a lui, perché sarà più difficile che ci allontaniamo da lui o che dimentichiamo le sue esortazioni. Quindi, vediamo per l’ennesima volta l’importanza di meditare sempre sulla parola di Dio, affinché lui possa correggerci prima che lasciamo la retta via

E) Benedire (3:12-13; 5:23-25)

L’ultima azione (almeno per quanto riguarda questo studio) che Dio compie in noi tramite la sua parola è la benedizione. La benedizione può assumere la forma di una preghiera, può essere pronunciata da qualcuno come Paolo, ma quando la leggiamo nelle Scritture possiamo essere certi che costituisce il desiderio di Dio per noi. Nella Bibbia, la benedizione è quella che Dio promette di adempiere nei nostri confronti, anche quando abbiamo poca fiducia che egli è in grado di farlo. Due passaggi in 1 Tessalonicesi sono particolarmente pertinenti al riguardo: 3:12-13 e 5:23-25:

3:12 e quanto a voi, il Signore vi faccia crescere e abbondare in amore gli uni verso gli altri e verso tutti, come anche noi abbondiamo verso di voi, 13 per rendere i vostri cuori saldi, irreprensibili in santità davanti a Dio nostro Padre, quando il nostro Signore Gesù [Cristo] verrà con tutti i suoi santi.

5:23 Or il Dio della pace vi santifichi egli stesso completamente; e l’intero essere vostro, lo spirito, l’anima e il corpo, sia conservato irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. 24 Fedele è colui che vi chiama, ed egli farà anche questo. 25 Fratelli, pregate per noi.

Sappiamo che spesso veniamo meno agli insegnamenti e alle esortazioni della Bibbia. A volte non ci sentiamo consolati dalle consolazioni delle Scritture. Altre volte siamo colti dormendo, come quando Gesù ha trovato i discepoli che si sono addormentati mentre lui pregava nel giardino dei Getsemani. Ci comportiamo meno come i “figli della luce” e più come quelli che si ubriacano di notte. Ma al di là di tutto questo, le benedizioni di Dio su di noi, come questi due esempi qui, sono le promesse che alla fine, sarà Dio a portare a compimento l’opera buona che ha cominciato in noi. Il nostro amore è spesso debole, ma Dio lo farà crescere e abbondare. I nostri cuori sono spesso vacillanti, ma Dio li renderà saldi. Siamo spesso macchiati dai nostri peccati, ma Dio ci santificherà completamente e ci presenterà irreprensibili davanti a se stesso. La nostra fede, come i nostri corpi e le nostre anime, sono vulnerabili agli attacchi del nemico e alle sofferenze della vita, ma Dio ci conserverà per la venuta del nostro Signore Gesù Cristo. Questa è la parola di Dio a noi, e quindi egli la compierà sicuramente. Quanto è prezioso dunque il tesoro che abbiamo nelle sacre Scritture che testimoniano questa parola! Non dovremmo mai trascurarle ma ascoltarle e meditarle giorno e notte, come dice nel Salmo 1. Nella misura in cui diamo ascolto alla parola di Dio scritta, egli farà tutto questo in noi, e molto di più!

Chiudo con Salmo 19:7-11, che riassume bene tutto quanto:

La legge del Signore è perfetta, essa ristora l’anima; la testimonianza del Signore è veritiera, rende saggio il semplice. I precetti del Signore sono giusti, rallegrano il cuore; il comandamento del Signore è limpido, illumina gli occhi. Il timore del Signore è puro, sussiste per sempre; i giudizi del Signore sono verità, tutti quanti sono giusti, 10 sono più desiderabili dell’oro, anzi, più di molto oro finissimo; sono più dolci del miele, anzi, di quello che stilla dai favi. 11 Anche il tuo servo è da essi ammaestrato; v’è gran ricompensa a osservarli.

Giacomo 2:14-26: La Fede che Salva

1) Introduzione

“Sola fede” è uno dei cinque “sola” che caratterizzano le principali convinzioni della Riforma Protestante e della fede evangelica odierna. Facciamo bene tutte le volte che lo ribadiamo, data la nostra tendenza di tornare a dipendere dal nostro operato per giustificarci e salvarci. Come ci ha ricordato il nostro studio di Romani 5, abbiamo la pace con Dio solo perché siamo stati giustificati solo per fede e non per le opere. Se la nostra pace con Dio dipendesse dalla nostra capacità di diventare chi dobbiamo essere — perfettamente santi e giusti — non la potremmo mai ottenere. Ma siccome siamo stati riconciliati con Dio non tramite le nostre opere ma per l’opera di Cristo al nostro posto, possiamo riposarci nella certezza che “non c’è più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù” (Romani 8:1). Tutti i nostri peccati — passati, presenti e futuri — sono stati tolti per mezzo dell’unico sacrificio di Gesù sulla croce, e dunque non dobbiamo mai avere paura di tornare di nuovo sotto la condanna di Dio. Questo è uno dei motivi per cui il vangelo è “buona notizia”: non siamo noi a dovere raggiungere Dio, ma è Dio che ha già raggiunto noi nel suo Figlio Gesù, adottandoci come i suoi diletti figli e dandoci il dono del suo Spirito come garanzia della vita eterna e della nostra eredità celeste. La Bibbia non potrebbe essere più chiara quando dichiara in Efesini 2:8-9:

Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi: è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti.

Quindi, è necessario ripetere (anche fino alla nausea!) che siamo salvati solo per fede, che vuol dire semplicemente che la nostra salvezza è un dono che riceviamo gratuitamente, non è un’opera che compiamo. Dobbiamo stare attenti di non pensare alla fede come un altro tipo di opera, quell’1% che facciamo noi dopo che Dio ha fatto il 99%. La fede non è un’opera, è solo la mano vuota con la quale riceviamo ciò che Dio ci dona. Persino la fede stessa è un dono, facendo parte dell’insieme dei benefici che Cristo è per noi. Cristo è morto al nostro posto, ha ubbidito perfettamente al nostro posto, e ha anche creduto perfettamente al nostro posto. Perciò, la frase “sola fede” si riferisce in primis alla fede di Cristo per mezzo della quale siamo salvati e solo in un senso secondario si riferisce alla nostra fede in lui. Infatti, se abbiamo fede, dobbiamo dire come Paolo in Galati 2:20: “non sono io, ma è Cristo che vive [e che crede] in me”! La nostra salvezza è l’opera di Dio, dall’inizio alla fine, e per questo professiamo con convinzione i sola della Riforma: sola Scrittura, solo Cristo, sola grazia, sola fede, e solo a Dio la gloria.

La lettera di Giacomo, però, sembra creare una difficoltà quando dice “Voi vedete [dunque] che l’uomo è giustificato per opere, e non per fede soltanto” (2:24). Questo versetto sta in apparente contraddizione con tutto quello che abbiamo detto fin qui. Tanto è grande questa difficoltà che è detto che Martin Lutero, il riformatore che nel ‘500 rischiò la sua vita per predicare la sola fede, chiamò Giacomo “la lettera di paglia” per come, secondo lui, il suo messaggio contrastava il vangelo di sola grazia predicato da Paolo nelle pagine del Nuovo Testamento. Infatti, a primo sguardo, sarebbe facile arrivare a una simile conclusione. È importante dunque che risolviamo la questione. Giacomo contraddice Paolo? Sbagliamo quando insistiamo che siamo salvati solo per fede e non per opere? Il nostro scopo oggi è di trovare la soluzione, ascoltando attentamente ciò che Giacomo vuole insegnarci.

2) Quale Fede? (Giacomo 2:14-19, 26)

14 A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede ma non ha opere? Può la fede salvarlo? 15 Se un fratello o una sorella non hanno vestiti e mancano del cibo quotidiano, 16 e uno di voi dice loro: «Andate in pace, scaldatevi e saziatevi», ma non date loro le cose necessarie al corpo, a che cosa serve? 17 Così è della fede; se non ha opere, è per se stessa morta. 18 Anzi, uno piuttosto dirà: «Tu hai la fede, e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le [tue] opere, e io con le mie opere ti mostrerò la [mia] fede». 19 Tu credi che c’è un solo Dio, e fai bene; anche i demòni lo credono e tremano…. 26 Infatti, come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta.

La domanda fondamentale da fare nei confronti di questo passo di Giacomo riguarda il significato dei termini. Quando Giacomo parla in questi versetti di “fede”, di “opere” e di “giustificazione”, che cosa vuol dire? È vero che la Bibbia è coerente nel suo messaggio, ma dobbiamo ricordarci che Dio usò tante persone per comunicarlo. Come ognuno di noi ha un modo diverso di esprimersi, così anche gli autori che hanno contribuito alla Bibbia. Paolo e Giacomo non erano la stessa persona, e non scrivevano nelle stesse occasioni e con gli stessi obbiettivi. Dobbiamo dunque ascoltare Giacomo secondo le sue intenzioni, senza presuppore che usasse gli stessi termini nello stesso modo di Paolo.

Detto questo, dobbiamo prima chiedere: di quale “fede” parla Giacomo qui? Se teniamo presente questa domanda mentre leggiamo, il senso della parola “fede” in questo contesto diventa subito chiaro. La fede di cui Giacomo parla è “morta”, come la chiama nel v.17. Nel v.26, è una fede che è come un corpo senza lo spirito. Nel v.19, è lo stesso tipo di fede che hanno anche i demoni: “tu credi che c’è un solo Dio, e fai bene; anche i demoni lo credono e tremano”. Ovviamente, la fede con la quale i demoni credono in Dio non è una fede che salva. Anzi, è una fede che incute paura e terrore, una fede per cui i demoni cercano di opporsi a Dio, di frustrare il suo piano e di allontanarsi il più possibile da lui! Questa è l’idea di fede che Giacomo sta affrontando quando chiede nel v.14: “A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede ma non ha opere? Può la fede salvarlo?”

Nei vv.15-16 Giacomo propone un esempio concreto di questa fede morta e diabolica:

Se un fratello o una sorella non hanno vestiti e mancano del cibo quotidiano, e uno di voi dice loro: «Andate in pace, scaldatevi e saziatevi», ma non date loro le cose necessarie al corpo, a che cosa serve?

Notiamo bene il significato di questo esempio: non è Dio che ha bisogno dell’opera buona, ma il fratello o la sorella che non hanno vestiti e cibo. Lo scopo dell’opera buona in questo caso non è di ottenere la vita eterna, ma di aiutare il prossimo dandogli “le cose necessarie al corpo”. La fede vera, Giacomo dice, si manifesta in atti concreti di amore verso il prossimo. Se invece uno dice di avere fede ma non ama il prossimo, quella fede è in realtà morta e non serve a niente.

Il punto qui, quindi, è la dimostrazione visibile e tangibile della fede attraverso le opere. Così Giacomo continua nel v.18:

Anzi, uno piuttosto dirà: «Tu hai la fede, e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le [tue] opere, e io con le mie opere ti mostrerò la [mia] fede».

Questo immaginario interlocutore presume di poter scindere la fede dalle opere, in modo da poter fare esattamente quello che Giacomo dice è impossibile: avere la fede vera ma ignorare i bisogni del nostro prossimo. Così Giacomo gli dà una sfida: “mostrami la tua fede senza le tue opere”, ciò che Giacomo sa non si può fare. È con le opere, lui insiste, che si mostra la fede. E mostrare la fede è il punto, non ottenere la salvezza. Secondo Giacomo, le opere servono per mostrare l’esistenza della fede che salva; non sono però quello che salva. I riformatori lo dicevano in questo modo: solo la fede salva, ma la fede che salva non è mai da sola. La fede non si vede, ma le opere sì. Sono dunque le opere che indicano la presenza della fede, come il fumo indica la presenza del fuoco.

Questo è infatti il tema principale dell’intera lettera di Giacomo. All’inizio di questo capitolo, Giacomo esorta che la fede deve essere “immune da favoritismi”, e poi propone un altro esempio nei vv.2-4:

Infatti, se nella vostra adunanza entra un uomo con un anello d’oro, vestito splendidamente, e vi entra pure un povero vestito malamente, e voi avete riguardo a quello che veste elegantemente e [gli] dite: «Tu, siedi qui al posto d’onore»; e al povero dite: «Tu, stattene là in piedi», o «siedi [qui] in terra accanto al mio sgabello», non state forse usando un trattamento diverso e giudicando in base a ragionamenti malvagi?

Prima ancora, nel 1:26, Giacomo afferma che:

26 Se uno [fra voi] pensa di essere religioso, ma poi non tiene a freno la sua lingua e inganna se stesso, la sua religione è vana.

Questi sono tutti esempi di quello che Giacomo dice nei vv.22-25 del primo capitolo:

22 Ma mettete in pratica la parola e non ascoltatela soltanto, illudendo voi stessi. 23 Perché, se uno è ascoltatore della parola e non esecutore, è simile a un uomo che guarda la sua faccia naturale in uno specchio; 24 e quando si è guardato se ne va, e subito dimentica com’era. 25 Ma chi guarda attentamente nella legge perfetta, cioè nella legge della libertà, e in essa persevera, non sarà un ascoltatore smemorato, ma uno che la mette in pratica; egli sarà felice nel suo operare.

Per Giacomo, la fede è sempre pratica, ed è sempre praticata, o non è niente. Giacomo non ammette nessuna separazione tra “teoria” e “pratica”, tra “sapere” e “fare”, tra “fede” e “vita”. In questo, Giacomo è perfettamente d’accordo con Paolo che, in Galati 5:6, dice: “quello che vale è la fede che opera per mezzo dell’amore.” Paolo dice questo, ricordiamoci, nella stessa lettera in cui tre capitoli prima insiste che “l’uomo non è giustificato per le opere della legge, ma soltanto per mezzo della fede in Cristo Gesù” (Galati 2:16). Paolo non vedeva nessuna contraddizione nel dire che siamo giustificati solo per fede e che quella fede opera per mezzo dell’amore. La fede è l’albero, e le opere sono i frutti. Non sono le opere che danno vita alla fede, ma la fede che produce le opere. Allo stesso tempo, come un albero senza frutto o fogliame è morto, così la vera fede non può non produrre opere buone come i frutti della vita.

3) Giustificato Per Opere? (Giacomo 2:20-26)

20 Insensato! Vuoi renderti conto che la fede senza le opere non ha valore? 21 Abraamo, nostro padre, non fu forse giustificato per le opere quando offrì suo figlio Isacco sull’altare? 22 Tu vedi che la fede agiva insieme alle sue opere e che per le opere la fede fu resa completa; 23 così fu adempiuta la Scrittura che dice: «Abraamo credette a Dio, e ciò gli fu messo in conto come giustizia»; e fu chiamato amico di Dio. 24 Voi vedete [dunque] che l’uomo è giustificato per opere, e non per fede soltanto. 25 E così Raab, la prostituta, non fu anche lei giustificata per le opere quando accolse gli inviati e li fece ripartire per un’altra strada? 26 Infatti, come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta.

Questo non dovrebbe difficile da capire. Ma cosa vuol dire dopo quando Giacomo dice nel v.24 che “l’uomo è giustificato per opere, e non per fede soltanto?”. Per rispondere, dobbiamo prima vedere come Giacomo usa l’esempio di Abraamo come prova che, come dice nel v.20, “la fede senza le opere non ha valore”. Nel v.21, Giacomo richiama la nostra attenzione al momento quando Abraamo “offrì suo figlio Isacco sull’altare” e chiede: “non fu forse giustificato per le opere?” Adesso, un lettore attento del libro di Genesi dovrebbe subito accorgersi di un fatto interessante. La storia di Abraamo quando ha offerto Isacco sull’altare è riferita in Genesi 22. Ma è in Genesi 15:6 — un momento tanti anni prima, prima ancora che nascesse Isacco — che leggiamo che “Abraamo credette a Dio e ciò gli fu mezzo in conto come giustizia”, la frase che Giacomo cita nel v.23. È interessante che in Romani 4:2-5, Paolo cita questo stesso versetto come prova che Abraamo è stato giustificato solo per fede e non per opere:

Poiché se Abraamo fosse stato giustificato per le opere, egli avrebbe di che vantarsi, ma non davanti a Dio; infatti, che dice la Scrittura? «Abraamo credette a Dio e ciò gli fu messo in conto come giustizia». Ora a chi opera, il salario non è messo in conto come grazia, ma come debito; mentre a chi non opera ma crede in colui che giustifica l’empio, la sua fede è messa in conto come giustizia.

Quando però Giacomo cita Genesi 15:6, sembra arrivare a una conclusione diversa. Leggiamo di nuovo vv.22-23:

22 Tu vedi che la fede agiva insieme alle sue opere e che per le opere la fede fu resa completa; 23 così fu adempiuta la Scrittura che dice: «Abraamo credette a Dio, e ciò gli fu messo in conto come giustizia»

A questo punto, ci sono due possibilità. O Giacomo e Paolo interpretano lo stesso versetto di Genesi in modo contraddittorio, o la contraddizione è solo superficiale e non reale. Sono convinto che la seconda opzione è quella vera, e questo diventa chiaro quando leggiamo Giacomo attentamente. Abbiamo già osservato che Giacomo parla della giustificazione di Abraamo quando ha offerto Isacco in Genesi 22, anche se il versetto che Giacomo cita da Genesi che riporta la giustificazione di Abraamo si trova nel capitolo 15 e accade tanti anni prima nella vita di Abraamo. La chiave è la parola “adempiuta” nel v.23: quando Abraamo ha offerto Isacco in Genesi 22, si è adempiuto ciò che Genesi 15 aveva detto riguardante la giustificazione di Abraamo: “Abraamo credette a Dio e ciò gli fu mezzo in conto come giustizia”.

In altre parole, Giacomo non dice che Abraamo è stato giustificato davanti a Dio quando offrì Isacco, perché sa benissimo che era stato già giustificato per fede in Genesi 15. Giacomo dice invece che la giustificazione di Abraamo in Genesi 15 — che è avvenuto solo per fede — è stata “adempiuta” o “resa completa” (v.22) quando ha ubbidito al comandamento di Dio in Genesi 22. Se Abraamo avesse rifiutato di ubbidire a Dio quando gli ha ordinato di offrire Isacco, avrebbe dimostrato di non aver mai veramente creduto in lui. Avrebbe mostrato una fede “morta”, una fede “dei demoni”, non una fede che salva e giustifica. In questo senso Abraamo è stato “giustificato” per le sue opere: la sua ubbidienza ha mostrato la realtà della fede che tanti anni prima Dio gli aveva messo in conto come giustizia. Era solo per fede che Abraamo è stato giustificato davanti a Dio, e poi è stata l’ubbidienza di Abraamo che ha giustificato la realtà della sua fede.

Questo è il significato del v.24 che “l’uomo è giustificato per opere, e non per fede soltanto.” Solo la fede giustifica, ma sono le opere che poi “giustificano” la fede, dimostrandone la validità e l’autenticità. Di nuovo, Giacomo e Paolo sono pienamente d’accordo, anche se usano il concetto di “giustificazione” con sensi differenti. Paolo parla della giustificazione come il momento quando siamo riconciliati con Dio, quando passiamo dalla condanna al perdono, quando diventiamo figli di Dio invece dei suoi nemici. Quando Giacomo parla della giustificazione, si riferisce alla giustificazione della fede stessa, la dimostrazione che la fede che uno ha è quella viva e non quella morta. Il desiderio di Paolo è di farci sapere come possiamo essere giusti davanti a Dio; il desiderio di Giacomo è di farci sapere come distinguere la fede vera da quella falsa.

4) Conclusione: Generati Mediante La Parola (Giacomo 1:16-18)

1:16 Non v’ingannate, fratelli miei carissimi; 17 ogni cosa buona e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre degli astri luminosi presso il quale non c’è variazione né ombra di mutamento. 18 Egli ha voluto generarci secondo la sua volontà mediante la parola di verità, affinché in qualche modo siamo le primizie delle sue creature.

Nonostante l’accento che Giacomo pone sulla praticità della fede nella forma di ubbidienza e di opere buone, non vuole in nessun modo minimizzare la necessità e il potere della grazia di Dio nel salvarci, risuscitandoci a nuova vita dalla morte del peccato. Tutte le sue esortazioni a manifestare la nostra fede nei vari aspetti della vita quotidiana sono radicate nella sua convinzione che è Dio, e non noi, che ha fatto tutto. Così ci avverte nel 1:16-17 di non ingannarci e pensare che in qualche modo abbiamo noi ottenuto il favore di Dio nei nostri confronti, perché in realtà “ogni cosa buona e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre degli astri luminosi presso il quale non c’è variazione né ombra di mutamento”. Sbagliamo se pensiamo di avere anche la più minima cosa buona nella vita grazie alle nostre capacità. Tutto è un dono di Dio, e quindi per tutto dobbiamo ringraziare solo e sempre lui.

In più, Giacomo ci ricorda in 1:18 che è Dio che “ha voluto generarci secondo la sua volontà” (e non la nostra!) “mediante la parola di verità, affinché in qualche modo siamo le primizie delle sue creature”. Solo quando Dio ci genera a nuova vita mediante la sua parola siamo in grado di poter ascoltare e mettere in pratica quella parola. Non siamo noi che mettendo in pratica la parola ci generiamo da soli. Prima dobbiamo essere generati dalla parola, e poi possiamo osservarla. La capacità di ubbidire alla parola viene dalla parola stessa e non dalle nostre forze.

Quindi, quando Giacomo parla dopo dell’importanza delle buone opere, non è per schiacciarci di nuovo sotto un fardello di una perfezione a cui verremo sempre meno. Ci chiama semplicemente a vivere nel potere della grazia che Dio opera in noi da quando ci ha generato mediante la sua parola. E se ci ha generato mediante la sua parola, sarà sempre quella parola che ci renderà capaci di compiere le buone opere come prova della nostra salvezza. Come promette Salmo 1, coloro che trovano diletto nella parola di Dio e che la meditano giorno e notte saranno come un albero piantato vicino ai ruscelli che porta sempre il suo frutto e il cui fogliame non appassisce mai.

Tornando a Efesini 2:8-9, troviamo un chiarissimo riassunto di tutto quello che Giacomo dice se aggiungiamo anche il v.10:

Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi: è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti; 10 infatti siamo opera sua, essendo stati creati in Cristo Gesù per fare le opere buone, che Dio ha precedentemente preparate affinché le pratichiamo.

Fratelli e sorelle, siamo stati creati da Dio in Cristo per fare le opere buone. Tramite la stessa grazia con cui ci ha salvato senza le nostre opere, Dio ha promesso di produrle in noi, come un albero vivo porta il suo frutto. Teniamo allora lo sguardo su di lui, radicati nella sua parola, e pratichiamo le buone opere che ha precedente preparato per noi. Sarà il nostro privilegio e anche il nostro piacere!

Galati 5:1-25: Liberi in Cristo

1) Introduzione (Galati 5:1)

1 Cristo ci ha liberati perché fossimo liberi; state dunque saldi e non vi lasciate porre di nuovo sotto il giogo della schiavitù.

Tempo fa parlavo con un uomo che si ritiene un ateo convinto e che di solito non ha niente di positivo da dire sulla fede cristiana. Immaginate quindi la mia sorpresa quando mi ha raccontato di aver visitato un tempio valdese e di essere rimasto affascinato e persino attratto dalla scritta che aveva visto sopra l’ingresso dell’edificio: “Cristo è morto per renderci liberi”. Poi ha commentato: “Anche io potrei credere a questo!” Ora, non so esattamente come lui avesse capito questa frase, ma il suo commento ha almeno individuato un grande difetto nel modo in cui il messaggio cristiano viene spesso presentato e percepito. L’idea che “Cristo è morto per renderci liberi” contrastava il suo preconcetto del cristianesimo come un vincolo, una limitazione, e un fardello.

E lui non è l’unico. Per molti i termine “cristiano” significa tutt’altro che libertà. Anzi, spesso lo si interpreta come una forma di schiavitù. Questo è davvero triste, perché in realtà il messaggio cristiano, il vangelo di Gesù Cristo che costituisce il cuore della testimonianza biblica, è un messaggio di libertà. Gesù stesso lo disse chiaramente in Giovanni 8:36: “Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete veramente liberi.” Quanto è importante, dunque, che quelli che si reputano cristiani, seguaci di Cristo, comprendano e testimonino nelle loro parole e nei loro fatti che essere in Cristo vuol dire essere liberi! Quanto sarebbe bello se, invece di far venire in mente l’idea della schiavitù, la parola “cristiano” facesse venire in mente l’idea della libertà! Forse così la nostra fede sarebbe, per uno come il mio amico ateo, più attraente e convincente.

Questa libertà è il tema principale della lettera ai Galati scritta dall’apostolo Paolo. Paolo mandò questa lettera a un gruppo di chiese fondate da lui nella regione della Galazia (nell’odierna Turchia) che, come molti cristiani oggi, avevano dimenticato che era per renderci liberi che Cristo è venuto. In questa lettera troviamo un Paolo agitato e arrabbiato perché queste chiese, nel perdere di vista la loro libertà cristiana, rischiavano di vanificare il sacrificio di Gesù. Per questo Paolo qui, all’inizio del capitolo 5 di Galati, gli ricorda senza equivoci che “Cristo ci ha liberati perché fossimo liberi; state dunque saldi e non vi lasciate porre di nuovo sotto il giogo della schiavitù.” Questo versetto è infatti il punto principale del testo che stiamo considerando, e nel resto del capitolo, Paolo lo approfondisce, sottolineando tre elementi fondamentali della libertà che abbiamo in Cristo. Prima spiega cos’è questa libertà. Poi spiega perché questa libertà è quella vera a differenza della libertà che il mondo offre. Infine spiega come possiamo ricevere questa libertà e viverla quotidianamente.

2) Che Cos’è la Libertà Cristiana? (Galati 5:2-15)

Ecco, io, Paolo, vi dichiaro che se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà a nulla. Dichiaro di nuovo: ogni uomo che si fa circoncidere è obbligato a osservare tutta la legge. Voi che volete essere giustificati dalla legge siete separati da Cristo; siete scaduti dalla grazia. Poiché quanto a noi, è in spirito, per fede, che aspettiamo la speranza della giustizia. Infatti, in Cristo Gesù non ha valore né la circoncisione né l’incirconcisione; quello che vale è la fede che opera per mezzo dell’amore.

Voi correvate bene; chi vi ha fermati perché non ubbidiate alla verità? Una tale persuasione non viene da colui che vi chiama. Un po’ di lievito fa lievitare tutta la pasta. 10 Riguardo a voi, io ho questa fiducia nel Signore, che non la penserete diversamente; ma colui che vi turba ne subirà la condanna, chiunque egli sia. 11 Quanto a me, fratelli, se io predico ancora la circoncisione, perché sono ancora perseguitato? Lo scandalo della croce sarebbe allora tolto via. 12 Si facciano pure evirare quelli che vi turbano!

13 Perché, fratelli, voi siete stati chiamati a libertà; soltanto non fate della libertà un’occasione per vivere secondo la carne, ma per mezzo dell’amore servite gli uni agli altri; 14 poiché tutta la legge è adempiuta in quest’unica parola: «Ama il tuo prossimo come te stesso». 15 Ma se vi mordete e divorate gli uni gli altri, guardate di non essere consumati gli uni dagli altri.

Cominciamo con la prima domanda: che cos’è la libertà cristiana? Partiamo dall’esortazione di Paolo nel v.1: “state dunque saldi e non vi lasciate porre di nuovo sotto il giogo della schiavitù”. La prima cosa da dire, ovviamente, è che questa libertà consiste nel non tornare alla schiavitù dalla quale siamo stati liberati in Cristo. La natura di questa schiavitù è evidente nei vv.2-3: “Ecco, io, Paolo, vi dichiaro che se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà a nulla. Dichiaro di nuovo: ogni uomo che si fa circoncidere è obbligato a osservare tutta la legge.” Qui troviamo un accenno al pericolo che i galati affrontavano. Dopo che Paolo aveva fondato e poi lasciato le chiese dei galati, alcuni falsi insegnanti si sono insinuati nel loro mezzo e hanno insistito sull’obbligo della circoncisione. La stramaggioranza dei credenti nella Galazia era gentile (non ebraica) e quindi estranea alle tradizioni degli ebrei. Quando Paolo era venuto da loro, aveva predicato il vangelo di sola grazia — “l’uomo non è giustificato per le opere della legge, ma soltanto per mezzo della fede di Cristo Gesù” (2:16) — e si opponeva strenuamente a ogni tentativo di aggiungere altro.

Ma dopo di lui, questi falsi insegnamenti sostenevano che, mentre credere in Cristo era il necessario punto di partenza della salvezza, era altrettanto necessario osservare la legge ebraica per giungere alla perfezione. Il loro ragionamento sembrava del tutto logico: questi gentili sono pagani e non hanno la più minima idea di cosa significa la santità che Dio richiede. Se noi gli diciamo che sono giusti davanti a Dio solo grazie all’opera di Cristo, non avranno né la conoscenza né la motivazione per vivere una vita santa. Quindi, bisogna insegnargli di osservare la legge che Dio ha dato per santificare Israele, cominciando con la circoncisione che funge da segno del popolo santo.

Paolo risponde però chiamando l’obbligo di osservare la legge “schiavitù” e asserendo che cercare di “essere giustificati dalla legge” significa essere “separati da Cristo” e “scaduti dalla grazia” (v.5)! Proseguendo, Paolo li ricorda che in Cristo la circoncisione ha perso il suo valore come segno del popolo di Dio. “Infatti, in Cristo Gesù non ha valore né la circoncisione né l’incirconcisione; quello che vale è la fede che opera per mezzo dell’amore” (v.6). Siccome siamo giustificati soltanto grazie all’opera di Cristo e non alla nostra, non c’è niente che possiamo fare — come farci circoncidere o osservare la legge di Mosè — per farci accettare da Dio e farci diventare parte del suo popolo. L’unica cosa che contraddistingue il popolo di Dio è la fede in Cristo, cioè qualcosa che non dipende dall’etnia, dal sesso, dal livello sociale, o da competenze personali. La fede in Cristo è trasversale e supera ogni confine geografico e ogni distinzione umana per unirci tutti in lui. E poiché questa fede si manifesta nell’amore, ha il potere di creare veramente un nuovo popolo che vive in pace e armonia nonostante le differenze culturali, sociali e personali.

Questa dunque è la libertà dei cristiani: liberi dal fardello della legge e liberi dal giudizio che l’accompagna: prima ovviamente il giudizio di Dio, ma anche, e non meno importante, il giudizio degli altri. Se sappiamo che Dio in Cristo non ci condanna e non ci giudica ma ci accetta e ci ama come siamo — maschio o femmina, bianco o nero, giovane o vecchio, buono o cattivo, bello o brutto, ricco o povero — non importa il giudizio degli altri. Siamo stati approvati dal tribunale supremo dell’universo! Siamo stati accolti nelle braccia del Creatore del cosmo! Questo è perché Paolo passa in Romani 8 dall’affermare che “non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù” (v.1) all’esclamare: “se Dio è per noi chi sarà contro di noi?” (v.31). Quindi, essere liberi dalla legge di Dio è veramente la più grande libertà che ci sia, e vale la pena dunque lottare per conservarla come Paolo fa qui in Galati.

Nel v.13, Paolo aggiunge una precisazione importante: “Perché, fratelli, voi siete stati chiamati a libertà; soltanto non fate della libertà un’occasione per vivere secondo la carne, ma per mezzo dell’amore servite gli uni agli altri”. Come dico spesso, Cristo ci ha liberato non solo da qualcosa ma anche per qualcosa. Lungi dall’incoraggiare una vita peccaminosa e dissoluta, la libertà cristiana produce l’amore che, come Cristo, sacrifica se stesso per servire altri e cercare il loro bene. Questo è un altro motivo per cui il cristiano non è tenuto a osservare la legge. Una vita vissuta così, cioè una vita che rispecchia quella di Gesù, è una vita che adempie lo scopo fondamentale della legge senza guardare quella legge. Se ci focalizziamo solo su Cristo, vivendo come lui ha vissuto, noi di conseguenza compiremo la giustizia che la legge richiede. In questa prospettiva, la legge è totalmente superflua ed obsoleta come regola di vita, perché Cristo la adempie in noi in una sola cosa: l’amore.

3) Perché è la Libertà Cristiana Quella Vera? (Galati 5:16-23)

16 Io dico: camminate secondo lo Spirito e non adempirete affatto i desideri della carne. 17 Perché la carne ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; sono cose opposte tra di loro, in modo che non potete fare quello che vorreste. 18 Ma se siete guidati dallo Spirito, non siete sotto la legge.

19 Ora le opere della carne sono manifeste, e sono: fornicazione, impurità, dissolutezza, 20 idolatria, stregoneria, inimicizie, discordia, gelosia, ire, contese, divisioni, sètte, 21 invidie, ubriachezze, orge e altre simili cose; circa le quali, come vi ho già detto, vi preavviso: chi fa tali cose non erediterà il regno di Dio. 22 Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo; 23 contro queste cose non c’è legge.

“Ecco la fregatura”, qualcuno dirà però. “Paolo, tu stai parlando tanto della libertà dalla legge ma in realtà vuoi solo imporci un altro obbligo! Adesso stai dicendo che non dobbiamo usare la nostra libertà per vivere come vogliamo, ma che dobbiamo servire altri con amore! Ma se devo servire altri non posso fare quello che voglio. Questa non è libertà!” Questa possibile obbiezione ci porta al secondo elemento della libertà cristiana che Paolo evidenzia in Galati 5:16-23: il motivo per cui la libertà in Cristo è la vera libertà in confronto a ogni altra forma di libertà che il mondo possa immaginare. Perché è infatti la libertà cristiana quella vera?

La risposta di Paolo è succinta ma profonda: “Io dico: camminate secondo lo Spirito e non adempirete affatto i desideri della carne” (v.16). Cosa vuol dire? Paolo si spiega nel v.17: “Perché la carne ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; sono cose opposte tra di loro, in modo che non potete fare quello che vorreste.” In altre parole, la libertà è tutta una questione di desideri e l’opportunità e la capacità di soddisfarli. Ci sentiamo liberi (e questo dovrebbe essere ovvio a chiunque ha un minimo d’esperienza di vita umana) quando abbiamo sia l’opportunità sia la capacità di fare quello che vogliamo. Sottolineo “sia l’opportunità sia la capacità” perché la libertà richiede entrambe. Se ci manca o l’una o l’altra, non siamo veramente liberi. Se ho l’opportunità di fare quello che voglio ma non ne sono capace, non sono libero. D’altronde, se sono capace di fare quello che voglio ma non ne ho l’opportunità, non sono libero.

Faccio un esempio. Adesso siamo in quarantena a causa della pandemia COVID-19. Io vorrei uscire di casa e andare al bar per prendere un caffé. Sono libero di farlo? No, perché, anche se sono fisicamente capace di uscire di casa e andare al bar, mi manca l’opportunità perché tutti i bar sono chiusi e il governo ha decretato che devo restare a casa. Qualche settimana fa, però, prima che ci fossero la chiusura forzata dei bar e l’obbligo di stare a casa, non ero libero neanche allora di uscire di casa per prendere un caffé al bar. Non ovviamente perché mi mancava l’opportunità — i bar erano aperti e non ero obbligato a restare a casa. Ma la settimana prima del lockdown stavo male con parassiti intestinali, tanto male che non avevo le forze per uscire di casa! In quel caso avevo l’opportunità ma non la capacità, e dunque non ero libero di fare quello che volevo.

Deve essere chiaro dunque che per essere liberi dobbiamo avere sia l’opportunità sia la capacità di soddisfare i nostri desideri. Ma c’è un terzo fattore da considerare: i nostri desideri stessi. Tornando al esempio, mettiamo il caso che la quarantena non esista più e io stia bene. Così ho sia l’opportunità di andare al bar sia la capacità di andare al bar. Ma se non ne ho più voglia? Se mia moglie, stufa di essere chiusa in casa, mi costringe di accompagnarla al bar per prendere un caffé, sono libero? No, perché, pur avendo l’opportunità e la capacità di andarci, non ne ho più voglia, e quindi se ci vado, è perché devo andarci, non perché voglio andarci.

La libertà vera, dunque, richiede il perfetto allineamento dei nostri desideri con l’opportunità e la capacità di soddisfarli. Questo, afferma Paolo, è perché solo la libertà di Cristo ci rende veramente liberi. Senza Cristo, senza il suo Spirito che ci dona quando crediamo in lui, la ricerca della libertà ci lascia sempre frustrati perché troviamo sempre un’incoerenza tra i nostri desideri e l’opportunità e la capacità di soddisfarli. A volte manca l’opportunità: un uomo sposato vede un’altra donna con cui vorrebbe dormire, ma sua moglie è troppo vigilante e lo scoprirebbe subito. Altre volte manca la capacità: una donna invidia la bellezza delle modelle che vede in tv ma non sarà mai in grado (neanche con interventi chirurgici) di diventare esattamente come loro. Altre volte ancora manca il desiderio: io so che ti dovrei perdonare, ma mi hai ferito troppe volte e semplicemente non ti voglio perdonare. La mancanza del desiderio è spesso anche il motivo per cui tante persone apparentemente “brave” si sentono comunque intrappolate perché per essere brave devono sopprimere i loro desideri naturali. Si comportano educamente con i vicini di casa, sì, ma il loro istinto è di mandarli tutti a quel paese! Alla fine, anche se ci fosse la perfetta coincidenza tra desiderio, opportunità e capacità, il risultato sarebbe disastroso:

19 Ora le opere della carne sono manifeste, e sono: fornicazione, impurità, dissolutezza, 20 idolatria, stregoneria, inimicizie, discordia, gelosia, ire, contese, divisioni, sètte, 21 invidie, ubriachezze, orge e altre simili cose; circa le quali, come vi ho già detto, vi preavviso: chi fa tali cose non erediterà il regno di Dio.

Immaginate: se ognuno avesse l’opportunità e la capacità di seguire sempre ogni sua inclinazione o passione naturale, il mondo sarebbe letteralmente un inferno, diametralmente opposto al regno di Dio. È per questo infatti che Paolo dichiara che “chi fa tali cose non erediterà il regno di Dio”!

Qual è la soluzione? È possibile diventare veramente liberi? “Camminate secondo lo Spirito e non adempirete affatto i desideri della carne” (v.16). Solo quando camminiamo secondo lo Spirito, diventiamo veramente liberi, perché solo lo Spirito porta in armonia i nostri desideri con l’opportunità e la capacità di soddisfarli. Prima, lo Spirito cambia i nostri desideri naturali in quelli che cercano la santità di Dio. Come Paolo spiega nel v.17, “la carne ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; sono cose opposte tra di loro”. Se la carne desidera cose come “fornicazione, impurità,… discordia, gelosie, ire,… e altre simili cose”, lo Spirito invece desidera produrre in noi “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo” (v.22). Quando camminiamo secondo lo Spirito, troviamo che non desideriamo le cose di prima.

In più, lo Spirito ci rende capaci di soddisfare questi desideri. Troviamo che il bene che sappiamo di dover fare non è più un fardello ma un piacere. Scopriamo, per esempio, che la purezza sessuale, lungi dall’essere una camicia di forza è in realtà la via all’appagamento più grande. Infine, quando i nostri desideri sono quelli dello Spirito, troviamo di avere sempre l’opportunità di soddisfarli, perché, come Paolo dice dopo aver elencato i frutti dello Spirito, “contro queste cose non c’è legge”. Contro l’omicidio c’è legge, ma non contro l’amore! Contro il furto c’è legge, ma non contro la benevolenza! Contro la droga c’è legge, ma non contro l’autocontrollo! Questa è la libertà vera, di poter fare sempre quello che vogliamo perchè quello che vogliamo, quando è guidato e potenziato dallo Spirito, è quello che vuole Dio, e contro i desideri di Dio non c’è legge e dunque non manca mai l’opportunità di soddisfarli.

E sappiamo che, alla fine, i desideri dello Spirito non sono come i desideri della carne che portano alla morte, alla rovina e all’esclusione eterna dal regno di Dio. Portano invece alla vita eterna. Come Paolo afferma nel capitolo 6 vv.7-8:

Non vi ingannate, non ci si può beffare di Dio; perché quello che l’uomo avrà seminato, quello pure mieterà. Perché chi semina per la sua carne, mieterà corruzione dalla carne; ma chi semina per lo Spirito mieterà dallo Spirito vita eterna.

4) Come Possiamo Ricevere e Vivere la Libertà Cristiana? (Galati 5:24-25)

24 Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri. 25 Se viviamo per lo Spirito, camminiamo altresì per lo Spirito.

A questo punto, però, un dubbio ci potrebbe sorgere. È veramente possibile avere questo tipo di libertà? È bello parlare di avere sempre il desiderio, l’opportunità e la capacità di soddisfare i desideri di Dio, ma è possibile vivere una tale libertà in pratica? E se sì, come? La prima cosa da dire è che vivere questa libertà non è facile. Paolo qui è molto realistico: “la carne ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; sono cose opposte tra di loro, in modo che non potete fare quello che vorreste” (v.17). La vita cristiana è più paragonabile a un campo di battaglia che a una festa di vittoria. I galati stessi sono l’esempio numero uno. Poco tempo dopo essere stati liberati dal vangelo di Cristo predicato da Paolo, stavano per, come dice nel v.1, lasciarsi “porre di nuovo sotto il giogo della schiavitù”. Paolo scrisse questa lettera per esortarli a “stare saldi” nella loro libertà, implicando chiaramente che la libertà cristiana non è un’esperienza automatica dopo aver creduto in Gesù. Realisticamente parlando, la lotta del cristiano per stare saldo nella sua libertà in Cristo durerà per tutta la vita.

Ma detto tutto ciò, la vera libertà non è impossibile. Se ricevere e vivere la libertà cristiana fosse impossibile, la lettera di Galati sarebbe del tutto inutile. Ma Paolo la scrisse perché era fortemente convinto che i galati potevano stare saldi nella libertà di Cristo, che potevano veramente produrre i frutti dello Spirito contro i quali non c’è legge. E se era possibile per loro, è possibile anche per noi che abbiamo lo stesso Spirito, che crediamo nello stesso Gesù, e che leggiamo la stessa Scrittura.

La soluzione di Paolo si trova nei vv.24-25 ed è molto pratica. In primo luogo, Paolo ci ricorda che “quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri” (v.24). Si riferisce qui a quello che ha scritto nel 2:20:

Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me! La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede del Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me.

La prima cosa da fare qui è ricordarci sempre chi siamo in Cristo, se abbiamo veramente creduto in Cristo per essere salvati. Chiaramente, se qualcuno non ha mai creduto in Cristo, rinunciando a ogni tentativo di salvarsi da solo e ponendo fiducia in Cristo come unico Salvatore e Signore, non potrà mai vivere la libertà che solo Cristo può dare. Ma se abbiamo creduto in Cristo, Paolo dice che l’esperienza della libertà comincia nel ricordarci sempre (perché siamo sempre propensi a dimenticare) che credere in Cristo vuol dire essere crocifisso con lui. Credere in Cristo vuol dire essere uniti a lui in modo che quello che è suo diventa nostro: la sua morte diventa la nostra morte, e la sua vita diventa la nostra vita. Se siamo stati crocifissi con Cristo, significa che il nostro vecchio “io” — cioè quello tenuto schiavo dai desideri della carne — non esiste più. Come dice 2 Corinzi 5:17:

Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate: ecco, sono diventate nuove.

Questa è la realtà di tutti quelli che sono in Cristo, indipendentemente da cosa pensiamo o da come ci sentiamo. Spesso dimentichiamo di essere una nuova creatura in Cristo; spesso ci sentiamo tutt’altro che una nuova creatura in Cristo, ma questo non cambia per niente il fatto che siamo una nuova creatura in Cristo! La lotta per la libertà dunque inizia qui: devo sempre ricordarmi che sono stato crocifisso con Cristo e che è lui che ora vive in me. Devo smettere di ascoltare me stesso (cioè i dubbi e gli scoraggiamenti che mi assaliscono senza tregua) e invece predicare a me stesso la verità. Il momento in cui smetto di ricordarmi di chi sono in Cristo è il momento in cui mi lascio di nuovo porre sotto un giogo di schiavitù.

Poi in secondo luogo, Paolo torna nel v.25 alla sua esortazione di prima: “se viviamo per lo Spirito, camminiamo altresì per lo Spirito”. Vivere per lo Spirito, Camminare per lo Spirito. Cosa vuol dire? Vivere e camminare sono verbi di comunione: se vivo con qualcuno, se cammino con qualcuno, sono in comunione con quella persona. Si tratta dunque di una relazione personale con lo Spirito, una relazione che non può essere ridotta a una formula o a un meccanismo. Camminare per lo Spirito, come qualsiasi relazione personale, non è come un mobile acquistato ad Ikea: viene accompagnato da un manuale d’istruzioni che, seguito perfettamente, produce un risultato garantito. Quando ho conosciuto mia moglie, lei non mi ha dato un manuale che mi indicava esattamente cosa dovevo fare passo dopo passo se volevo sposarla. Dovevo scoprire cosa fare e come farlo solo passando tempo con lei, ascoltandola, parlandole, insomma in comunione personale.

È analoga la nostra relazione con lo Spirito. Lui agisce in noi, trasformando i nostri desideri in quelli di Dio e rendendoci capaci di adempierli nella misura in cui gli prestiamo il nostro tempo e la nostra attenzione. Dobbiamo ascoltarlo — la sua voce la sentiamo nelle Scritture — e dobbiamo parlare con lui (in realtà per mezzo di lui a Dio Padre), ciò che facciamo attraverso la preghiera. Poi, dobbiamo vivere con una dipendenza consapevole dalla sua guida e dal suo potere per fare passo dopo passo durante la giornata, durante la settimana, e poi mese dopo mese e anno dopo anno. Se dedichiamo il tempo necessario per coltivare la nostra relazione con lo Spirito, la nostra comunione crescerà e si fortificherà, e lui trasformerà i nostri desideri e renderci capaci di compierli.

Per riassumere: viviamo la libertà cristiana quando ci ricordiamo sempre che in Cristo siamo stati crocifissi ai desideri del peccato, e poi quando camminiamo giorno per giorno secondo lo Spirito, ascoltando la sua voce nelle Scritture, parlando con Dio per mezzo di lui nella preghiera, e vivendo con una consapevole dipendenza dalla sua guida. Questo è l’unico percorso che conduce alla vera libertà. Per alcuni, come per il mio amico ateo, questo percorso potrebbe sembrare solo come un altro vincolo o fardello. Ma per noi che abbiamo creduto in Cristo e abbiamo ricevuto il dono dello Spirito, è il percorso della vera libertà, il percorso che ci libera dai peccati e dai desideri che portano alla morte che ci riempie del desiderio di fare la volontà di Dio che solo porta alla vita eterna.