Matteo 4: La tentazione di Gesù

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1. Introduzione (Matteo 4:1-2)

Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavoloE, dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. 

1.1. Un western ebraico?

Esito a chiamare la storia della tentazione di Gesù un western, ma io (che amo questo genere!) non posso non notare alcune similitudini interessanti: lo straniero solitario, venuto da un paese lontano e dotato di capacità straordinarie, arriva in un luogo per combattere dalla parte di gente oppressa e indifesa contro un cattivo potente e i suoi sgherri spietati. Il tutto è perfino ambientato nel deserto; manca soltanto la colonna sonora di Ennio Morricone! Scherzo un po’, ovviamente, ma solo un po’. L’idea di una figura solitaria che lotta per chi non è in grado di lottare è, in realtà, al cuore di Matteo 4.

1.2. Il contesto

Siamo ancora all’inizio del vangelo di Matteo, prima che Gesù inizi il suo ministero pubblico. Matteo 4, infatti, narra il passaggio tra Gesù lo sconosciuto di Nazaret a Gesù il predicatore itinerante e il ricercato operatore di segni miracolosi. I primi tre capitoli sono comunque importanti in quanto ci fanno capire come quest’uomo, discendente di Abraamo e del re Davide, adempie le aspettative, le speranze e le promesse del popolo ebraico e, per mezzo suo, del mondo intero. Matteo vuole, inoltre, farci vedere come Gesù compie non solo delle singole profezie sparse qua e là nelle Scritture ma tutte quante le Scritture stesse.

Così, fin dall’inizio vediamo Gesù ripercorrere la storia d’Israele, partendo da Abraamo e richiamando le esperienze dei suoi discendenti in Egitto (Matteo 1-2). Poi, il capitolo 3 riferisce il battesimo di Gesù quando, di nuovo come Israele, attraversa le acque del fiume e passa successivamente (come leggiamo all’inizio del capitolo 4) nel deserto dove rimane per quaranta giorni, un chiaro richiamo ai quarant’anni che Israele passò nel deserto prima di entrare nella terra promessa. Tenendo presente tutto ciò, comprendiamo che Matteo presenta Gesù come il nuovo Mosè che conduce il suo popolo in un nuovo esodo; “nuovo” non solo perché in Gesù l’esodo succede “di nuovo” ma soprattutto perché quest’esodo è quello vero e definitivo:

…tu gli porrai nome Gesù, perché è lui che salverà il suo popolo dai loro peccati. (Matteo 1:21)

Certo, Mosè portò Israele fuori da Egitto, ma non riuscì a portare Egitto fuori da Israele. Sebbene non più schiavi degli egiziani, gli israeliti rimasero schiavi del peccato, ed è per questo che né Mosè né nessun altro prima di Gesù fu in grado di realizzare le promesse di Dio ad Abraamo, cioè di rovesciare la maledizione del peccato e di benedire mediante i suoi discendenti tutte le famiglie della terra (Genesi 12:1-3).

Ecco, dunque, il momento drammatico nella trama quando, all’inizio di Matteo 4, arriva l’uomo da un paese lontano (proprio dal cielo in questo caso!) per lottare contro il grande cattivo da cui il popolo (Israele ma non solo!) è incapace di liberarsi. Ed ecco perché egli (come nei film western!) arriva da solo per affrontare il nemico: è l’unico che ha il potere necessario per sconfiggerlo. La sorte di tutti dipende dal risultato di questo scontro. Perciò, non si può esagerare l’importanza della posta in gioco. Se vince il cattivo, non resteranno più speranze e il mondo sarà destinato alla rovina. Ma se vince l’eroe solitario, sarà l’inizio di niente meno che un mondo nuovo.

Sappiamo, ovviamente, la fine di questa storia. Mentre la narrazione di Matteo è piena della tensione del conflitto, l’esito non è mai in dubbio: Gesù vince! Questo non vuol dire, però, che Gesù non abbia dovuto veramente lottare, che la sua vittoria sia stata facile o scontata. Al v.1, Matteo sottolinea come “Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo”. Dallo Spirito Gesù fu condotto in battaglia, e solo per mezzo dello Spirito egli resistette al diavolo. Non bisogna dimenticare il significato del battesimo di Gesù riferito nel capitolo precedente: pur essendo Figlio di Dio, s’identificò con noi in ogni modo, diventando anche il Figlio dell’uomo, per essere in quanto tale tentato dal diavolo.

1.3. Il riassunto dell’argomento

Matteo scrive questa storia affinché impariamo il valore della vittoria di Gesù per noi oggi. A differenza dei film western, non giungiamo al finale solo per poi spegnere la tv e tornare alla solita vita. Questa è anche la nostra storia. Come discepoli di colui che ha vinto il diavolo, noi pure siamo più che vincitori in lui su ogni tentazione e peccato. In Cristo, siamo tali sia che lo sentiamo o no. Abbiamo bisogno di sapere questo, e di ricordarcelo sempre, perché spesso ci sembriamo tutt’altro che vincitori. Ci arrendiamo facilmente alla tentazione; cadiamo regolarmente nel peccato. Perciò, dobbiamo renderci conto di chi siamo in Cristo per poter vivere come tali. Più fissiamo lo sguardo sul vincitore Gesù, più saremo in grado di vincere le tentazioni e i peccati che fronteggiamo tutti i giorni grazie alla stessa parola cui Gesù ubbidì e allo stesso Spirito che lo rafforzò.

2. La prima tentazione (Matteo 4:3-4)

E il tentatore, avvicinatosi, gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, ordina che queste pietre diventino pani». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di pane soltanto vivrà l’uomo, ma di ogni parola che proviene dalla bocca di Dio”».

2.1. Le pietre e i pani (4:3)

Al termine dei quaranta giorni quando Gesù (a dir poco) ha fame, il tentatore gli si presenta e fa la prima mossa: “Se tu sei il Figlio di Dio, ordina che queste pietre diventino pani”. Magari ci chiediamo: “Qual è il problema? Perché cambiare pietre in pani costituirebbe per Gesù un peccato? In cosa consiste la tentazione?” Per dirla breve, il peccato sarebbe smettere di affidarsi a Dio in tutto e per tutto e ricorrere invece alle proprie forze. Il diavolo tenta Gesù a dipendere dal proprio potere in quanto Figlio di Dio anziché quello dello Spirito per il sostegno di cui ha bisogno durante il periodo di digiuno. Questa, in realtà, è la tentazione al peccato originario e primordiale di Adamo ed Eva in Eden:

No, non morirete affatto; ma Dio sa che nel giorno che ne mangerete, i vostri occhi si apriranno e sarete come Dio. (Genesi 3:4-5)

Questo diventa più evidente quando ci ricordiamo dello scopo di Gesù in questo frangente. In Deuteronomio 8:2-3, Mosè spiegò ciò che Dio volle insegnare a Israele durante i quarant’anni di soggiorno nel deserto dopo l’esodo:

Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, il tuo Dio, ti ha fatto fare in questi quarant’anni nel deserto per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandamenti. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per insegnarti che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che vive di tutto quello che procede dalla bocca del Signore.

Gli israeliti, però, non impararono questa lezione, e non considerarono la fame come occasione per porre fiducia in Dio, dubitando piuttosto della sua benevolenza e ribellandosi alla sua volontà. La disubbidienza d’Israele nel deserto scaturì dalla sua incredulità nei confronti di Dio.

A questo punto, dunque, Gesù, si sottomette al digiuno per quaranta giorni — un giorno per ogni anno trascorso dagli israeliti nel deserto — per fare ciò che essi avrebbero dovuto fare ma che infine non fecero. Fino alla venuta di Gesù, questo passo in Deuteronomio era rimasto inadempiuto. Come Israele, Gesù è stato umiliato, è stato messo alla prova, e ha provato la fame. Ma non come Israele, Gesù ha in modo ineccepibile osservato i comandamenti di Dio, vivendo non di pane ma “di tutto quello che procede dalla bocca del Signore”.

Ecco perché Gesù ha rifiutato di cambiare le pietre in pani: ha dovuto invece dipendere soltanto da Dio per tutto ciò che occorreva al suo sostentamento e in questo modo rimediare al peccato d’Israele. Ma non solo, perché chi di noi si fida pienamente di Dio in tutto e per tutto? Nelle parole di Salmo 14:3, dobbiamo ammettere tutti:

Non c’è nessuno che faccia il bene, neppure uno.

Non solo Israele, ma tutti noi abbiamo bisogno che qualcuno rimedi alla nostra mancanza di fiducia nei confronti di Dio. Questo è esattamente quello che Gesù è andato nel deserto per fare.

2.2. La parola di Dio (4:4)

Al v.4, scopriamo come Gesù contrasta la tentazione, citando appunto la Scrittura che abbiamo appena letto: “Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di pane soltanto vivrà l’uomo, ma di ogni parola che proviene dalla bocca di Dio”».” Se chiediamo cosa significhi questo, basta guardare Gesù stesso che in questo momento lo mette perfettamente in pratica. Eccolo qui, dopo quaranta giorni di digiuno, capace di cambiare le pietre in pani ma rifiuta di farlo perché la parola di Dio che glielo proibisce è la stessa che lo sostiene nella sua debolezza.

Questa frase non è solo un modo di dire, un’iperbole mirata a insegnare. È verità letterale: l’uomo non vive solo di pane ma di ogni parola di Dio. In questo caso, Gesù illustra come in realtà abbiamo più bisogno della parola che del pane, e data la scelta, dovremmo sempre preferire la parola, tanto è vitale alla nostra vita.

3. La seconda tentazione (Matteo 4:5-7)

Allora il diavolo lo portò con sé nella città santa, lo pose sul pinnacolo del tempio, e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù; poiché sta scritto: “Egli darà ordini ai suoi angeli a tuo riguardo” e “Essi ti porteranno sulle loro mani, perché tu non urti col piede contro una pietra”». Gesù gli rispose: «È altresì scritto: “Non tentare il Signore Dio tuo”».

3.1. La genialità del tentatore (4:5-6)

La seconda tentazione ci mostra quanto è furbo, se non proprio geniale, il nostro avversario. “Se tu sei Figlio di Dio…”. Questa premessa, usata anche per la prima tentazione, si riallaccia a quanto detto da Dio al momento del battesimo di Gesù:

Questo è il mio diletto Figlio, nel quale mi sono compiaciuto. (Matteo 3:17)

Formulata così, la tentazione viene a riguardare l’identità stessa di Gesù. È geniale, perché in ogni cosa farebbe fallire Gesù. Se dovesse seguire il consiglio del diavolo, ovviamente cadrebbe in peccato e di conseguenza negherebbe di essere Figlio di Dio. Ma se dovesse rifiutare, anche questo costituirebbe una negazione tacita di essere Figlio di Dio. “Se tu sei Figlio di Dio, fa’ questo” lascia intendere: “se non lo fai, non sei Figlio di Dio”. Abbiamo capito quanto è furbo il tentatore? È la stessa strategia che usa con chiunque dica: “Se Dio esistesse, farebbe questo”, o “Se Dio mi amasse, non farebbe quest’altro”. Chi mette in dubbio così la parola di Dio non si accorge che sta solo ripetendo a pappagallo il diavolo!

C’è ancora un altro elemento insidioso da notare. Il tentatore non si limita solo, come ha fatto la prima volta, a raccomandare una certa linea di condotta. Aggiusta il tiro in base alla prima risposta di Gesù. Dice in effetti: “Visto che vivi non di pane ma della parola di Dio, ascolta ciò che la parola ti dice di fare!”. Citando Salmo 91, il diavolo cerca di rivoltare contro Gesù la sua propria arma. “La Scrittura parla di chi si fida di Dio in questo modo, e tu non lo metterai in pratica?” Il diavolo, palesemente, travisa la Scrittura per ingannare Gesù, ma bisogna ammettere che è molto furbacchione e usa la stessa tattica con grande efficacia, convincendo molte persone che i loro peccati sono coerenti con la parola di Dio.

Oltre tutto ciò, però, la seconda tentazione gioca sui fini che ha Gesù stesso. Farebbe uno spettacolo pubblico ed eclatante se si gettasse dal pinnacolo del tempio e fosse miracolosamente salvato dagli angeli. Questo, almeno agli occhi di tanti osservatori, dimostrerebbe Gesù come Figlio di Dio, e proprio nel cuore del giudaismo dove avrebbe l’impatto più strepitoso. Non è questo ciò che Gesù è venuto per fare: rivelarsi al mondo e suscitare fede in sé stesso? Quale modo migliore se non così?

3.2. Il bis della parola di Dio (4:7)

Gesù, tuttavia, non si lascia ingannare, né dalla manipolazione della Scrittura né dal desiderio di attirarsi il pubblico. Non sta neanche a discutere sull’interpretazione del Salmo 91. La sua risposta è tanto succinta quanto schietta e, nonostante il diavolo abbia distorto la Scrittura, Gesù non fa appello ad altro: “È altresì scritto: ‘Non tentare il Signore Dio tuo.’”. Gesù si riferisce sempre a Deuteronomio (confermando la sua intenzione di adempiere la giustizia di cui Israele e anche tutti gli altri mancavano), questa volta al 6:16, lo stesso capitolo in cui si trova il grande Shema dell’antico patto:

Ascolta, Israele: il Signore, il nostro Dio, è l’unico Signore. Tu amerai dunque il Signore, il tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima tua e con tutte le tue forze.

In questo contesto, “tentare il Signore” significa non porre fiducia nella sua parola, pensando di sapere meglio di lui come gestire la vita. Per quanto riguarda Gesù, egli ha una vocazione precisa e ben determinata. La sua non sarà la strada facile o veloce, che gli consentirà di ammassare con un solo gesto pubblico una gran folla di seguaci desiderosi di vedere un clamoroso spettacolo. No, il suo percorso sarà segnato da “alte grida e con lacrime” (per citare Ebrei 5); dovrà imparare “l’ubbidienza dalle cose che soff[rirà]” e solo così diverrà “autore di salvezza eterna”. Gesù cercherà dei seguaci, sì, ma solo quelli che saranno disposti a rinunciare a tutto e seguirlo sulla via che conduce alla croce, non quelli che vogliono soltanto essere intrattenuti.

Gesù, dunque, rifiuta di “tentare il Signore”, determinando contro la volontà di suo Padre un modo più utile ed efficiente per compiere la sua missione. Un po’ come un cavallo con paraocchi, rimane risolutamente fisso sul percorso che Dio gli ha proposto, senza sviarsi né a destra né a sinistra, confidando che il giusto non è quello facile, ma piuttosto quello di sofferenza e infine morte.

4. La terza tentazione (Matteo 4:8-17)

Di nuovo il diavolo lo portò con sé sopra un monte altissimo, gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose ti darò, se tu ti prostri e mi adori». 10 Allora Gesù gli disse: «Vattene, Satana, poiché sta scritto: “Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi il culto”». 11 Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli si avvicinarono a lui e lo servivano.

 12 Gesù, udito che Giovanni era stato messo in prigione, si ritirò in Galilea. 13 E, lasciata Nazaret, venne ad abitare in Capernaum, città sul mare, ai confini di Zabulon e di Neftali, 14 affinché si adempisse quello che era stato detto dal profeta Isaia: 15 «Il paese di Zabulon e il paese di Neftali, sulla via del mare, di là dal Giordano, la Galilea dei pagani, 16 il popolo che stava nelle tenebre, ha visto una gran luce; su quelli che erano nella contrada e nell’ombra della morte una luce si è levata». 17 Da quel tempo Gesù cominciò a predicare e a dire: «Ravvedetevi, perché il regno dei cieli è vicino».

4.1. La piena forza del male (4:8-9)

Forse accorgendosi che dire “se tu sei Figlio di Dio” risulta inefficace, per la terza tentazione il diavolo abbandona l’approccio subdolo e lancia un assalto frontale: “tutti i regni del mondo … ti darò se tu ti prostri e mi adori”. Magari ci chiediamo perché, se le prime tentazioni più sottoli hanno fallito, Satana pensi di poter avere successo con una così sfrontata. Ma questa domanda non tiene conto di come la tentazione funziona, cioè mira a indebolire la volontà del soggetto a furia di insistere. La tentazione vince, anche le persone più forti, perché aumenta sempre la pressione finché esse non si stanchino di resistere. Questo, tra l’altro, è il motivo per cui Gesù, lungi dal “vincere facile” che di solito piace, è l’unica persona che abbia mai sperimentato la piena forza della tentazione. Scrive C.S. Lewis ne Il cristianesimo così com’è:

La forza di un esercito nemico si scopre combattendolo, non arrendendosi. La forza del vento la avverti avanzandoci contro, non sdraiandoti a terra. Un uomo che cede alla tentazione dopo cinque minuti non sa quale essa sarebbe dopo un’ora. Per questo i cattivi, in un certo senso, sanno ben poco della cattiveria: sono vissuti al riparo, cedendo sempre. La forza degli impulsi maligni dentro di noi si rivela soltanto quando cerchiamo di combatterli: e Cristo, poiché è il solo uomo che non ha mai ceduto alla tentazione, è anche il solo a conoscere appieno che cosa essa significhi. (p.179)

Quest’ultima tentazione verte sullo scopo finale di Gesù. Egli è il Cristo, il Signore, venuto per rivendicare il suo regno universale. Questo è, infatti, ciò che Gesù asserisce alla fine del vangelo:

Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra. (28:18)

Questa dichiarazione, però, viene solo dopo la croce e la risurrezione, nonché tutte le afflizioni subite da Gesù durante l’intero corso della vita. Il diavolo, dunque, gli presenta la possibilità di una scorciatoia: “Guarda, puoi bypassare tutte le difficoltà e sofferenze, compresa una morte atroce, e diventare subito il Re dei re e il Signore dei signori, se mi fai soltanto questo piccolo gesto di ossequio”. Di nuovo, la scelta è tra la cosa giusta è quella facile.

4.2. Il tris della parola di Dio (4:10-11)

Tuttavia, Gesù rimane saldo e irremovibile, fisso sulla parola di Dio sempre in Deuteronomio 6: “Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi il culto”. Questa volta aggiunge anche: “Vattene, Satana!” Ora, il nemico ci ha provato in tutti i modi possibili, ma resta impotente dall’ostinata fedeltà di Gesù. Le tentazioni che hanno piegato Israele nel deserto, e prima ancora Adamo ed Eva nel giardino si sono dimostrate vane nei confronti di Gesù. Quindi, tocca ora a lui dare un ordine al tentatore: “Vattene!” E il diavolo, sconfitto e costretto ad ubbidire, lo lascia. Gesù 1, Satana 0!

4.3. Il regno è vicino (4:12-17)

Osserviamo che è solo a questo punto nella narrativa che, al v.17, Gesù comincia “a predicare e a dire: ‘Ravvedetevi, perché il regno dei cieli è vicino.’” Il regno di Dio è vicino perché, e solo perché, Gesù ha vinto la battaglia contro colui che in Giovanni 12:31 chiama “il principe di questo mondo”. In un certo senso, il diavolo aveva ragione nell’insinuare che gli apparteneva il dominio sulla terra. Ma non si è reso conto della vera natura del potere che si manifesta paradossalmente nell’ubbidienza. Gesù l’ha vinto, non tramite una dimostrazione di forza maggiore ma l’umile sottomissione alla volontà di Dio rivelata nelle Scritture. E questo anticipa la vittoria definitiva che Gesù avrebbe ottenuto sul maligno quando, come scrive Paolo in Filippesi 2:8:

…umilio sé stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce.

Infatti, come Isaia aveva profetizzato secoli prima, “il popolo che stava nelle tenebre ha visto una gran luce” e “su quelli che erano nella contrada e nell’ombra della morte una luce si è levata” perché, e solo perché, Gesù ha scacciato il principe del mondo e abbattuto il suo dominio mediante la fiducia in Dio e l’ubbidienza alla sua parola.

5. Conclusione

18 Mentre camminava lungo il mare della Galilea, Gesù vide due fratelli, Simone detto Pietro e Andrea, suo fratello, i quali gettavano la rete in mare, perché erano pescatori. 19 E disse loro: «Venite dietro a me e vi farò pescatori di uomini». 20 Ed essi, lasciate subito le reti, lo seguirono. 21 Passato oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedeo e Giovanni, suo fratello, i quali nella barca con Zebedeo, loro padre, rassettavano le loro reti; e li chiamò. 22 Essi, lasciando subito la barca e il padre loro, lo seguirono.

5.1. Riassunto conclusivo

È importante, qui in conclusione, ribadire che quanto Gesù ha fatto in questo brano, l’ha fatto non tanto come esempio quanto vicario. Ricordiamoci: Gesù è andato nel deserto da solo, l’unico capace di resistere alla piena forza del maligno e di sconfiggerlo mediante la sua perfetta fedeltà. L’ha fatto per, come ha detto nel 3:15, adempiere “ogni giustizia” al nostro posto. Non abbiamo fatto le cose che avremmo dovuto fare, e abbiamo fatto quelle che non avremmo dovuto fare, e non c’è giustizia in noi. Ma in Gesù sì, e la sua vittoria sul tentatore e sulla tentazione è anche quella di chi per fede è unito a lui.

Non è a caso che solo dopo aver vinto il tentatore Gesù chiamò i suoi discepoli (v.18-22). A quel punto, e solo a quel punto, anche altri potevano unirsi a Gesù per condividere la sua vittoria. Prima, avrebbero solo ripetuto il fallimento dei loro antenati. Da soli, sarebbero stati loro sconfitti dal diavolo. Perciò, il punto, come detto prima, è questo: i discepoli di colui che ha vinto il diavolo, sono più che vincitori su ogni tentazione e peccato. In Cristo, anche siamo tali sia che lo sentiamo o no. Abbiamo bisogno di sapere questo, e di ricordarcelo sempre, perché solo così possiamo godere in pratica del suo potere in noi.

5.2. Consigli per metterlo in pratica

In pratica, sì. Come sempre, dobbiamo essere non solo ascoltatori ma anche facitori della parola. A tal proposito, Giacomo ci esorta in questa maniera semplice ma forte:

Sottomettetevi dunque a Dio; ma resistete al diavolo, ed egli fuggirà da voi. (Giacomo 4:7)

Se ci chiediamo come possiamo, nel concreto, resistere al diavolo, abbiamo la risposta nell’esempio di Gesù in Matteo 4. È vero che prima ho detto che Gesù non è tanto esempio quanto vicario, perché è impossibile seguire l’esempio di Gesù se non si è uniti a lui. Ma quando possiamo affermare con Paolo in Galati 2:20 che siamo stati crocifissi con Cristo e non siamo più noi che viviamo ma Cristo vive in noi, allora possiamo considerare l’esempio di Gesù per imparare come resistere al diavolo.

Dal suo esempio, vediamo le due armi per la battaglia sono sempre le stesse: essere radicati nella parola di Dio e riempiti dallo Spirito Santo. Siccome non abbiamo più tempo oggi, vi incoraggio a meditare più su quanto abbiamo studiato oggi per trovare altre indicazioni specifiche per come usare, come Gesù, “la spada dello Spirito che è la parola di Dio” (Efesini 6:17). Così facendo, cresceremo nel sottometterci a Dio e nel resistere al diavolo, e ci rallegreremo a vederlo fuggire da noi.

Amen!

Isaia 56: Attesa Attiva

1. Introduzione

 1.1. Vivere nel frattempo

L’Avvento è la stagione dell’attesa. Attendiamo la festa di Natale il 25 dicembre, sì, ma l’attesa dell’Avvento significa molto di più. In primo luogo, ci uniamo agli ebrei degli ultimi secoli a.C. che attendevano l’arrivo del Messia, il discendente del re Davide, mandato da Dio per salvarli dai loro nemici e redimerli dai loro peccati. Isaia parla molto di quest’attesa nei capitoli 40-55 dell’omonimo libro. Ma in secondo luogo, rinnoviamo la nostra speranza nell’attendere la seconda venuta del Messia, Gesù Cristo, per vedere finalmente con i nostri occhi la rivelazione di quanto egli ha compiuto una volta per sempre. Il ricordo della prima attesa ci aiuta ad affrontare la seconda: come Gesù è già venuto, è altrettanto sicuro che verrà una seconda volta per manifestare il suo regno in tutta la terra.

Che cosa vuol dire, però, attendere? Noi che viviamo in Italia, pensiamo di saperlo fin troppo bene! Una gran parte della vita consiste nel dover attendere: alla cassa del supermercato, allo sportello dell’ufficio postale, in coda per la visita medica. Oltre a questi momenti quotidiani, ce ne sono altri ben più importanti: la convocazione in tribunale, l’esito di una biopsia, o accanto al letto di un caro vicino alla morte. In questi ambiti, siamo costretti ad attendere perché non abbiamo controllo della situazione. Vale a dire, siamo partecipi passivi a quanto accade, impotenti di sbrigare le procedure o affrettare i tempismi.

Quando la Bibbia parla dell’attendere, invece, spesso indica qualcos’altro. Lungi dall’incoraggiare un’attesa passiva, la parola di Dio ci chiama a un’attesa attiva, come infatti leggiamo nel testo di oggi, Isaia 56:1-8. Il libro di Isaia tratta molto l’argomento dell’attesa da parte del popolo di Dio, e (visto quanto nella vita siamo obbligati ad attendere) è importante che lo approfondiamo. A differenza di ciò che succede sovente (basta pensare allo sbuffare impaziente di gente in coda), il cristiano è tenuto a imparare come aspettare secondo la volontà di Dio, non solo di fronte ai fastidiosi rallentamenti di tutti i giorni, ma soprattutto per quanto riguarda il compimento del suo benevolo proposito: il ritorno di Cristo, i nuovi cieli e la nuova terra. Il cristiano, in altre parole, deve imparare l’attesa attiva. È una contraddizione questa? Come può l’attesa essere attiva?

1.2. Il contesto di Isaia 56

Prepariamoci a esaminare la questione in base a Isaia 56 considerando il contesto del brano. Questo capitolo inizia la terza parte principale del libro, dal 56 al 66, dopo la conclusione della maestosa seconda, dal 40 al 55. Quest’ultima, indirizzata al residuo ebraico esiliato in Babilonia, propone una sublime visione della salvezza che Dio promette di compiere a favore del suo popolo per mezzo del “servo sofferente” la cui morte espiatoria risolve il problema del peccato e garantisce il glorioso futuro nel mondo purificato da ogni traccia del male. Il capitolo 55 conclude questa visione con una stupenda promessa:

12 Sì, voi partirete con gioia e sarete ricondotti in pace; i monti e i colli proromperanno in grida di gioia davanti a voi, tutti gli alberi della campagna batteranno le mani. 13 Nel luogo del pruno si eleverà il cipresso, nel luogo del rovo crescerà il mirto; ciò sarà per il Signore un motivo di gloria, un monumento perenne che non sarà distrutto». (Isaia 55:12-13)

A questo punto nel libro, sorge naturalmente una domanda: che cosa bisogna fare nel frattempo? Gli esuli in Babilonia, confortati e incoraggiati dalle promesse di Dio riguardo al loro futuro, devono comunque affrontare il presente mentre ne aspettano il compimento. Adesso, la promessa è soltanto una promessa, non ancora una realtà tangibile. Quindi si chiede: “E allora? Cosa dobbiamo fare nel frattempo? Aspettiamo come spettatori passivi di uno spettacolo di cui non siamo partecipi? Oppure dobbiamo rendercene partecipi, prendendo l’iniziativa per, in un senso, dare una mano a Dio per portare a termine il suo piano? Insomma, come dobbiamo attendere il futuro promesso in mezzo a un presente difficile e a volte angosciante?”

1.3. Il riassunto dell’argomento

Non richiede un grande sforzo mentale per vedere subito la rilevanza di queste domande alla nostra realtà attuale. Come gli esuli in Babilonia, anche noi attendiamo il glorioso futuro promesso da Dio e realizzato (ma non ancora manifestato pienamente) in Cristo, e mentre l’attendiamo ci troviamo a dover fronteggiare innumerevoli problematiche, grandi e piccole, che ci risultano incongruenti con quel promesso futuro. Sappiamo che Cristo tornerà nel momento opportuno, stabilito da Dio secondo la sua infinita saggezza, ma ciò non risolve ogni dilemma né chiarisce ogni dubbio con cui lottiamo tutti i giorni. E allora? Come dobbiamo attendere che “venga il tuo regno e sia fatta la tua volontà come in cielo così anche in terra”?

La risposta di Dio a questi interrogativi — tanto nostri quanto quelli degli esuli ebraici —comincia dal capitolo 56 di Isaia, di cui studieremo oggi la prima parte, dal v.1 al v.8. In questo brano, impariamo che Dio chiama il suo popolo all’attesa attiva, cioè a cominciare a vivere come se il compimento delle sue promesse fosse già avvenuto, affrontando le problematiche di oggi con le risorse di domani. Leggiamo ora il testo:

2. Attesa attiva (Isaia 56:1-2)

 Così parla il Signore: «Rispettate il diritto e fate ciò che è giusto; poiché la mia salvezza sta per venire, la mia giustizia sta per essere rivelata. Beato l’uomo che fa così, il figlio dell’uomo che si attiene a questo, che osserva il sabato astenendosi dal profanarlo, che trattiene la mano dal fare qualsiasi male!»

2.1. Poiché la salvezza sta per venire (56:1)

 Il primo versetto sintetizza il concetto dell’attesa attiva: fate ciò è giusto, poiché la salvezza di Dio sta per venire. Elaborandolo: Dio ha promesso (nei capitoli 40-55) di compiere la salvezza del suo popolo, Israele, e mediante esso anche la salvezza del mondo intero; dunque, quel residuo di esuli che crede alla promessa e ne attende il compimento deve, nel frattempo, fare ciò che è giusto — ovvero ciò che anticipa la giustizia che Dio sta per rivelare — in mezzo a una realtà in cui si fa l’esatto opposto della giustizia di Dio. Perfettamente calzante al riguardo è l’esortazione di Paolo in Filippesi 2:15:

…siate irreprensibili e integri, figli di Dio senza biasimo in mezzo a una generazione storta e perversa, nella quale risplendete come astri nel mondo.

In altre parole, il residuo credente che aspetta la salvezza a venire non deve aspettarla in maniera passiva, comportandosi come quel servo nella parabola di Gesù che nascose sottoterra il talento affidatogli dal suo padrone. Il padrone chiamò quel servo fannullone “malvagio” proprio perché il servo aveva soltanto aspettato il ritorno del padrone senza far fruttare il suo talento (Matteo 25:24-27). Nello stesso modo, Dio ammonisce gli esuli a non “nascondere il talento” — in questo caso la conoscenza della salvezza che sta per venire — ma a farlo fruttare, facendo ciò che è giusto e testimoniando così a un mondo ingiusto la promessa giustizia che sta per rivelarsi. Questa è l’attesa attiva.

 2.2. Beato chi fa così (56:2)

Per stimolare l’ubbidienza degli esuli, il Signore pronuncia la benedizione di chi “fa così” al v.2. Fare ciò che è giusto in un mondo ingiusto, essere “figli di Dio senza biasimo in mezzo a una generazione storta e perversa”, non è facile, e sovente espone chi lo fa al disprezzo e all’odio del mondo. Perciò, è importante che gli esuli sappiano, e che si ricordino sempre, che pur essendo maledetti dal mondo per la loro ubbidienza sono benedetti da Dio, e che la benedizione di Dio vale infinitamente più di quella del mondo.

Prima di continuare la lettura, notiamo in particolare la seconda parte del versetto 2: beato chi “si attiene a questo, che osserva il sabato astenendosi dal profanarlo, che trattiene la mano dal fare qualsiasi male”. Qui il comandamento di fare ciò che è giusto (v.1) viene specificato come osservare il sabato e di non fare qualsiasi male. Ovviamente, il non fare male è l’altro lato del fare ciò che è giusto, e va bene così. Ma osservare il sabato? Che c’entra il sabato con la salvezza e la giustizia che Dio sta per rivelare? Torneremo a questa domanda. Ora proseguiamo ai versetti seguenti.

3. Due esempi (Isaia 56:3-8)

Lo straniero che si è unito al Signore non dica: «Certo, il Signore mi escluderà dal suo popolo!» Né dica l’eunuco: «Ecco, io sono un albero secco!»

Il resto di questa profezia propone due esempi per illustrare la benedizione di chi attende attivamente il compimento della promessa di Dio. Il motivo per cui questi esempi hanno un notevole potere (e pertanto il motivo per cui il profeta li sceglie) è che essi sono gli ultimi ad apparire beati. Ad occhio e croce, questi sembrano piuttosto i più sfortunati di tutti, altro che beati! Ma come Gesù dichiarò, nel regno di Dio gli ultimi saranno i primi, e così Dio rivolge lo sguardo a questi due, lo straniero e l’eunuco. Da quanto detto al v.2, questa beatitudine non si limita allo straniero e all’eunuco; è per chiunque attende attivamente la salvezza di Dio. Ma il senso della profezia è che se questi due “sfigati” possono considerarsi beati, così anche tutti gli altri.

3.1. L’eunuco (Isaia 56:4-5)

Infatti così parla il Signore circa gli eunuchi che osserveranno i miei sabati, che sceglieranno ciò che a me piace e si atterranno al mio patto: «Io darò loro, nella mia casa e dentro le mie mura, un posto e un nome, che avranno più valore di figli e di figlie; darò loro un nome eterno, che non perirà più.

 Sebbene menzionato secondo al v.3, l’eunuco è il primo dei due a sentire la parola di Dio nei v.4-5. L’eunuco non deve reputarsi “un albero secco”, poiché il Signore promette di dargli “un posto” nella sua casa e “un nome eterno” di valore più grande di figli e di figlie. Che cosa significa?

Innanzitutto, ricordiamoci della situazione dell’eunuco nell’epoca storica che trattiamo. Come sappiamo, l’eunuco è un maschio senza genitali funzionanti, per difetto genetico o, più spesso, per evirazione. In antichità, l’evirazione veniva praticata per poter affidare a soggetti maschili certi compiti delicati ma importanti come la sorveglianza dei ginecei, il servizio nella corte del re e varie altre funzioni civili, militari e religiose. A prescindere dalla mutilazione subita, l’eunuco, dunque, spesso godeva di una posizione di rilevanza e di autorevolezza in quelle società. Ma per l’ebreo, la legge in Deuteronomio 23:1 era schietta:

L’eunuco, a cui sono stati infranti o mutilati i genitali, non entrerà nell’assemblea del Signore.

 Questa proibizione non derivava da un atteggiamento bigotto o discriminatorio ma piuttosto dall’importanza che la legge dava alla santità e allo shalom, cioè all’integrità e all’incorruttibilità del popolo d’Israele. L’eunuco (e, come vedremo dopo, lo straniero) veniva escluso dall’assemblea del Signore non perché fosse un peccato esserlo ma perché la sua presenza comprometteva l’integrità e la purezza della comunità santa. In più, l’eunuco portava lo stigma simile a quello delle donne sterili: nel contesto di un popolo la cui benedizione era fin da Abramo associata ai suoi discendenti (Genesi 12:1-3), l’incapacità di procreare era interpretata come una maledizione.

La particolare rilevanza di questo discorso agli esuli in Babilonia risultava dall’evirazione che quasi certamente alcuni dei loro maschi avrebbero subito. Per esempio, è molto probabile che il profeta Daniele, il protagonista dell’omonimo libro biblico, fosse un eunuco — reso tale dai babilonesi — dati i suoi incarichi presso il re (Daniele 1). Che dunque sarebbe stata la sorte di esuli come Daniele, uomini di grande fede e fedeltà verso Dio, che però furono involontariamente fatti eunuchi? Dovevano ritenersi ebrei di secondo grado, esclusi dall’assemblea del Signore e dalla benedizione promessa ai discendenti di Abramo?

No di certo! La parola di Dio rivolta tramite il profeta agli eunuchi è l’opposta: quelli che, come Daniele, “si atterranno al mio patto” riceveranno dal Signore un posto e un nome. Non saranno esclusi dall’assemblea; anzi, avranno un posto dentro le mura e nella casa di Dio, laddove egli stesso dimora. Gli esclusi saranno per sempre inclusi, e avranno un posto irrevocabile nella presenza di Dio. In più, avranno un “nome eterno che non perirà più”, un nome più prezioso “di figli e di figlie”. Ancora oggi, il nome di un uomo senza figli è destinato a perdersi. All’eunuco fedele, però, Dio promette un nome eterno, più durevole di quello che avrebbe grazie a mille generazioni di discendenti. Ciò che all’eunuco sembra la maledizione, Dio lo convertirà in benedizione. Beato, dunque, l’eunuco che attende attivamente il compimento della promessa di Dio!

3.2. Lo straniero (Isaia 56:6-7)

Anche gli stranieri che si saranno uniti al Signore per servirlo, per amare il nome del Signore, per essere suoi servi, tutti quelli che osserveranno il sabato astenendosi dal profanarlo e si atterranno al mio patto, io li condurrò sul mio monte santo e li rallegrerò nella mia casa di preghiera; i loro olocausti e i loro sacrifici saranno graditi sul mio altare, perché la mia casa sarà chiamata una casa di preghiera per tutti i popoli».

Ma non è beato solo l’eunuco. Come anticipato al v.3, Dio rivolge la parola anche allo straniero che si trova in mezzo al suo popolo. Sempre secondo Deuteronomio 23, lo straniero era da considerarsi come l’eunuco:

 Il bastardo non entrerà nell’assemblea del Signore; nessuno dei suoi discendenti, neppure alla decima generazione, entrerà nell’assemblea del Signore. L’Ammonita e il Moabita non entreranno nell’assemblea del Signore; nessuno dei loro discendenti, neppure alla decima generazione, entrerà nell’assemblea del Signore.

Di nuovo, questa proibizione non scaturiva dal pregiudizio o dal razzismo ma piuttosto dall’importanza di salvaguardare l’integrità e la santità del popolo eletto. Nella discendenza di Abramo sarebbero state benedette tutte le famiglie della terra (Genesi 12:3); quindi quella discendenza doveva rimanere pura. Che dire, però, della situazione degli esuli in Babilonia, i quali erano diventati loro gli stranieri, e si sarebbero sicuramente mescolati con non ebrei, producendo figli di razza mista? Questi “bastardi”, né ebrei né gentili, sarebbero da escludersi dall’assemblea del Signore?

Come per l’eunuco così anche per lo straniero: no di certo! Anzi, gli stranieri che “si saranno uniti al Signore per servirlo” e, come gli eunuchi, “si atterranno al [suo] patto” avranno anche loro un posto in Sion, il monte santo, e nella casa del Signore situata su di esso. Il tempio, e così l’accesso alla presenza di Dio, sarà aperto a “tutti i popoli”. Ebrei e stranieri di nascita s’affiancheranno gli uni agli altri per adorare insieme nella casa di Dio alla sua presenza. Saranno graditi i sacrifici sia degli uni sia degli altri, perché la casa del Signore sarà appunto “chiamata una casa di preghiera per tutti i popoli”. Beati dunque anche gli stranieri che attende attivamente il compimento della promessa di Dio che vale per loro tanto quanto per gli ebrei.

3.3. Anche degli altri (56:8)

 Il Signore, Dio, che raccoglie gli esuli d’Israele, dice: «Io ne raccoglierò intorno a lui anche degli altri, oltre a quelli dei suoi che sono già raccolti».

Per rimarcare che questa beatitudine si estende a tutti coloro che in qualche modo sono “gli altri”, che per qualche motivo sarebbero altrimenti esclusi dall’assemblea del Signore, la profezia conclude al v.8 con la promessa che Dio, quando raccoglierà “gli esuli d’Israele”, raccoglierà “anche degli altri, oltre a quelli dei suoi che sono già raccolti”. Inclusi sono chiaramente gli eunuchi e gli stranieri, ma non solo. Questi vengono esplicitamente nominati, ma non per questo si escludano altri “altri”. L’eunuco e lo straniero servono da esempio lampante di tutti gli altri esclusi che ora sono inclusi nella beatitudine del popolo eletto.

Come, però, si riconoscono questi “altri”? Se non dipende dall’appartenenza genealogica, come si definisce il popolo di Dio? Per rendere la domanda personale: come posso sapere di essere io incluso, di essere io beato, nonostante la mia indegnità di esserlo? La risposta ci riporta alla domanda precedente circa il sabato.

4. Il sabato (Isaia 56:2,4,6)

 Beato l’uomo che fa così, il figlio dell’uomo che si attiene a questo, che osserva il sabato astenendosi dal profanarlo, che trattiene la mano dal fare qualsiasi male!»… Infatti così parla il Signore circa gli eunuchi che osserveranno i miei sabati, che sceglieranno ciò che a me piace e si atterranno al mio patto:… Anche gli stranieri che si saranno uniti al Signore per servirlo, per amare il nome del Signore, per essere suoi servi, tutti quelli che osserveranno il sabato astenendosi dal profanarlo e si atterranno al mio patto.

 Abbiamo già notato, relativo ai versetti 1-2, che fare ciò che è giusto equivale a osservare il sabato. Si verifica quest’equivalenza anche nel resto della profezia. Al v.4, beati sono gli eunuchi che osservano il sabato, e al v.6 beati sono gli stranieri che osservano il sabato. Ovviamente, osservare il sabato non è l’unica cosa che questi beati fanno. Trattengono la mano dal fare qualsiasi male (v.2); scelgono ciò che a Dio piace (v.4); si attengono al suo patto (v.4,6); si uniscono al Signore per servirlo, e amano il suo nome (v.6). Ma ripetuto tre volte, e perciò particolarmente accentuato, è il sabato, come se comprendesse tutta la giustizia a cui Dio chiama il suo popolo. Perché quest’enfasi sul sabato? Significa che noi oggi dobbiamo osservarlo?

 4.1. Il segno della santificazione

 Torniamo indietro a Esodo 31 dove, in base all’ordine stabilito in Genesi 1-2, Dio stabilì la legge del sabato:

12 Il Signore parlò ancora a Mosè e disse: 13 «Quanto a te, parla ai figli d’Israele e di’ loro: “Badate bene di osservare i miei sabati, perché il sabato è un segno tra me e voi per tutte le vostre generazioni, affinché conosciate che io sono il Signore che vi santifica…. (Esodo 31:12-13)

 La prima cosa da notare qui è che il sabato viene chiamato “un segno”. Era importante osservarlo, sì, ma osservarlo come segno di una realtà ben più importante di esso! Isaia stesso, nel primo capitolo del libro, striglia Israele da parte di Dio per aver osservato il sabato ma con cuore ribelle e ipocrita (Isaia 1:13). Come la circoncisione, così anche il sabato, trattato come un fine a sé stante, diventa un simbolo di condanna e non di benedizione.

La seconda cosa da notare consegue dalla prima: il sabato serviva come segno “che io sono il Signore che vi santifica”, e osservarlo significava in fondo conoscerlo come tale. Per quanto facesse bene riposarsi un giorno su sette, il Signore aveva comandato agli israeliti di astenersi dal lavoro il giorno di sabato per insegnargli che è l’opera di Dio e non l’opera loro che li santificava. Il punto della legge del sabato non era, come l’avevano fatta diventare i farisei ai tempi di Gesù, intraprendere soltanto un’altra forma di lavoro. I farisei avevano creato un sistema di regole circa l’osservanza del sabato talmente complesso che rispettarlo tutto era in realtà un lavoro oneroso! Nell’osservarlo come un atto di auto-santificazione, essi avevano mutato il sabato nell’opposto di ciò che doveva essere, ossia il ricordo settimanale che è il Signore a santificare il suo popolo.

4.2. Il Signore del sabato

È per questo motivo che Gesù esortò i farisei a riporre la loro attenzione sul vero significato del sabato:

27 Poi disse loro: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato; 28 perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato». ´(Marco 2:27-28).

Se osservare il sabato consiste fondamentalmente nel conoscere il Signore del sabato, allora consiste fondamentalmente nel conoscere Gesù Cristo! Gesù è infatti il Dio che in Genesi 2:2 si riposò il settimo giorno dopo aver creato i cieli e la terra. Gesù è il Dio che in Esodo benedisse il suo popolo con la libertà di non dover sempre lavorare e di potersi riposare sicuri nella sua grazia. Gesù è il Dio che parlò per mezzo di Isaia, consolando gli eunuchi, gli stranieri e tutti gli altri “altri” e promettendogli un’eredità eterna e un posto perenne nella sua presenza. Questo è lo stesso Gesù che purificò il tempio, scacciando i mercanti e i cambiavalute che occupavano lo spazio riservato agli stranieri, citando appunto Isaia 56:7: “la mia casa sarà chiamata una casa di preghiera per tutti i popoli” (Marco 11:17). E questo è lo stesso Gesù che morì non per abolire la legge ma per portarla a compimento, rivelandosi come il discendente di Abramo nella quale tutte le famiglie della terra sono benedette.

Questo, in sintesi, è ciò che osservare il sabato significa: rinunciare ai vari modi in cui cerchiamo di salvarci da soli e riposarsi in quanto compiuto da Dio in Cristo per noi e al nostro posto. Questo riposarsi non è legato all’etnia o alla genealogia; non dipende dall’avere un corpo integro o dal farsi giusti agli occhi di Dio. Pertanto è la beatitudine di cui tutti possono beneficiare: eunuchi, stranieri e tutti gli altri “altri”, compresi anche noi. Il sabato è sinonimo della grazia, e la grazia è sinonima del nome di Gesù.

5. Conclusione

5.1. Riassunto dell’argomento

Concludiamo tirando le fila del discorso e riassumendo ciò che abbiamo imparato oggi. Il popolo di Dio che, come gli esuli in Babilonia, si trova nel tempo fra la promessa e il compimento, è chiamato all’attesa attiva, che significa fare la giustizia di Dio prima che essa si riveli. Significa vivere come cittadini del regno di Dio prima che esso si manifesti. Significa fare la volontà di Dio sulla terra come se fossimo in cielo. Coloro che si conformano al promesso futuro nell’età presente saranno spesso gli ultimi e gli esclusi; saranno trattati come forestieri e pellegrini nel mondo. Saranno a tutti gli effetti esuli durante tutto il loro percorso terrestre.

Per loro sarebbe più facile ritirarsi dietro le mura di una comunità apparentemente pura, scavare un bunker sottoterra per fuggire dal mondo mentre aspettano l’arrivo del regno di Dio. Ma non è questa la loro vocazione all’attesa attiva, di essere nel mondo ma non del mondo, sconvolgendolo tramite la parola della loro testimonianza e la trasformazione delle loro vite. Da dove viene il potere per fare tutto ciò? Viene dalla conoscenza della beatitudine che è loro in Cristo Gesù quale Signore del sabato. Facendo ciò che dice Isaia 56:6, cioè unendosi a Gesù per servirlo, amando il suo nome e attenendosi fedelmente ai suoi comandamenti, potranno in lui trovare riposo in mezzo a un mondo caotico mentre attendono il loro riposo eterno che inizierà quando il Signore del sabato ritornerà. Riposandoci in lui, sperimenteremo la verità di Isaia 40:31:

Quelli che sperano nel Signore acquistano nuove forze, si alzano a volo come aquile, corrono e non si stancano, camminano e non si affaticano.

5.2. Consigli per metterlo in pratica

Se chiediamo a questo punto: “Va bene, ma cosa vuol dire ‘attesa attiva’ nel concreto di tutti i giorni?” Questa è la domanda a cui risponde Paolo in Tito 2:1-13, e non possiamo far meglio che concludere riferendoci alle sue parole. Al v.13 di Tito 2, Paolo afferma che noi aspettiamo…

….la beata speranza e l’apparizione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore, Cristo Gesù. 

Ai versetti 11-12, spiega che questa nostra attesa è infatti attiva: “la grazia di Dio”, che già “si è manifestata” e per cui siamo stati salvati, ora…

…ci insegna a rinunciare all’empietà e alle passioni mondane, per vivere in questo mondo moderatamente, giustamente e in modo santo.

 Il grande valore di questo brano è che Paolo non si limita a definizioni generali. Nei precedenti dieci versetti, fornisce degli esempi molto pratici dell’attesa attiva del cristiano. Non abbiamo il tempo in questo studio per approfondirli, ma voglio indicarveli in modo che possiate in seguito riflettere voi più a lungo su come metterli in pratica. Come attendiamo attivamente “la beata speranza e l’apparizione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore, Cristo Gesù”? Ecco come:

1 Ma tu esponi le cose che sono conformi alla sana dottrina: i vecchi siano sobri, dignitosi, assennati, sani nella fede, nell’amore, nella pazienza; anche le donne anziane abbiano un comportamento conforme a santità, non siano maldicenti né dedite a molto vino, siano maestre del bene, per incoraggiare le giovani ad amare i mariti, ad amare i figli, a essere sagge, caste, diligenti nei lavori domestici, buone, sottomesse ai loro mariti, perché la parola di Dio non sia disprezzata. Esorta ugualmente i giovani a essere saggi, presentando te stesso in ogni cosa come esempio di opere buone; mostrando nell’insegnamento integrità, dignità, [incorruttibilità,] linguaggio sano, irreprensibile, perché l’avversario resti confuso, non avendo nulla di male da dire contro di noi. Esorta i servi a essere sottomessi ai loro padroni, a compiacerli in ogni cosa, a non contraddirli, 10 a non derubarli, ma a mostrare sempre lealtà perfetta, per onorare in ogni cosa la dottrina di Dio, nostro Salvatore

 Che Dio ci dia la fedeltà nel vivere così e la saggezza di discernere la sua volontà similmente in ogni circostanza della vita. Amen!

Salmo 6: Il potere della preghiera

Testo biblico: Salmo 6

Riassunto dell’argomento: Sapendo di pregare attraverso la bocca di Gesù, siamo sicuri che la nostra preghiera è certamente udita da Dio molto più di quanto sentiamo nel nostro cuore di desiderare da lui tali cose.

Bisogno affrontato: Dubbi sull’efficacia della preghiera e difficoltà nel mantenere la speranza in un mondo disperato

 1. Introduzione

1.1. La parola dell’uomo come parola di Dio

Una caratteristica particolare dei Salmi è che la maggioranza di essi sono, sì, la parola di Dio rivolta all’uomo, ma nella forma della parola dell’uomo rivolta a Dio. In un senso, tutte le Scritture sono costituite da questa doppia provenienza: gli autori biblici scrissero sotto l’ispirazione di Dio in modo che il risultato fosse la parola di Dio trasmessa in parole umane. Ma i Salmi aggiungono ancora un’altra dimensione: sono i canti e le preghiere dei fedeli rivolti al Signore, ma non per questo sono meno la parola di Dio quanto lo sono le altre Scritture che la riportano nei termini di “così dice il Signore…”.

Quest’osservazione può risultarci ragionevole, fino a un certo punto. I canti e le preghiere di adorazione, di lode e di ringraziamento a Dio sono facilmente riconoscibili anche come parola di Dio a noi. Ma i Salmi di lamento? Di dubbio? Addirittura quelli di rabbia e di imprecazione? Non forse rispecchiano più il cattivo umore dei salmisti che il Dio santo e sovrano che si rivolge al suo popolo? Possiamo veramente accettare l’idea che un Salmo, come il Salmo 6 che esamineremo oggi, è frutto non solo di un cuore umano tormentato ma anche dell’eterno Creatore dei cieli e della terra?

Torneremo a questa domanda — perché risulterà critica al valore che questa antica poesia ha per noi oggi — ma ora basta notare la pertinenza del Salmo 6 alla stagione appena cominciata, ossia l’Avvento. Questo Salmo esprime bene il sentimento del periodo liturgico nel quale siamo adesso, un periodo che evoca la tenebrosa angoscia del popolo ebraico dopo l’esilio che bramava la venuta del Messia nonché la tenebrosa angoscia di noi che bramiamo il suo ritorno. Quante volte nelle nostre preghiere, o semplicemente nel profondo dei nostri cuori, echeggiamo il grido del salmista: “O Signore, fino a quando…?” (Salmo 6:3)?

1.2. Il contesto

Come un gran numero dei Salmi, non abbiamo molti dati riguardanti il contesto storico in cui il sesto Salmo fu composto, tranne che è attribuito a Davide, re d’Israele. Questo non crea però grossi problemi, perché i Salmi furono, e sono ancora, destinati ad uso liturgico in varie situazioni, luoghi e tempi. Il fatto che il Salmo 6 sia un lamento individuale — cioè si esprime nella voce di una singola persona che supplica il Signore — non mitiga il suo valore a tutta la comunità di fede. Anzi, (e come vedremo fra poco) questo fatto aumenta la certezza che Dio esaudirà chiunque gli rivolga una preghiera in questo modo. Per noi, questa certezza è un tesoro inestimabile soprattutto nei momenti quando siamo assaliti da dubbi sull’efficacia della preghiera, o quando facciamo fatica a mantenere la speranza in Dio in quanto ci troviamo in mezzo a un mondo disperato.

A differenza degli Ebrei che dopo l’esilio vivevano senza sapere quando il promesso Salvatore messianico sarebbe arrivato, noi entriamo nel periodo di Avvento consapevole che durerà fino al 25 dicembre quando festeggeremo la nascita di Gesù Cristo. Ma proprio come gli Ebrei di allora, non sappiamo quando egli ritornerà per rivelare pienamente il compimento del suo regno e della salvezza di tutti coloro che confidano in lui. Come loro, non l’abbiamo mai visto con i nostri occhi, ma abbiamo soltanto ascoltato le sue promesse, e a esse ci aggrappiamo anche quando sembra assolutamente assurdo farlo. Ci troviamo a dover camminare una via stretta e pericolosa, quasi nascosta dall’oscurità se non per il barlume di luce che la parola di Dio ci fornisce.

Come gli ebrei prima della nascita di Cristo pregavano secondo l’esempio dei Salmi per vivificare la loro debole fede in attesa di colui che doveva venire, così anche noi dobbiamo lasciarci ammaestrare dai Salmi — e in questo caso dal Salmo 6 — per poter scoprire le risorse occorrenti per mantenere la speranza in attesa di colui che dovrà venire una seconda volta. Queste risorse non le troveremo di sicuro nel mondo, ma soltanto nell’ascolto della parola di Dio che paradossalmente si rivolge a noi attraverso la parola umana rivolta a Dio.

1.3. Il riassunto dell’argomento

Che cosa impariamo da questo Salmo? Faccio riferimento all’ultima domanda del nostro catechismo la cui risposta dice così: “la mia preghiera è certamente udita da Dio molto più di quanto io senta nel mio cuore di desiderare da lui tali cose”. Infatti, sapendo di pregare attraverso la bocca di Gesù, possiamo essere più sicuri del fatto che Dio ci esaudisca di quanto sappiamo di averlo pregato, e che questa certezza può fare tutta la differenza nella nostra vita.

2. La sofferenza (Salmo 6:1-7)

Cominciamo ora la lettura del Salmo 6:

O Signore, non correggermi nella tua ira, non castigarmi nel tuo sdegno. Abbi pietà di me, o Signore, perché sono sfinito; risanami, o Signore, perché le mie ossa sono tutte tremanti. Anche l’anima mia è tutta tremante; e tu, o Signore, fino a quando…? Ritorna, o Signore, liberami; salvami, per la tua misericordia. Poiché nella morte non c’è memoria di te; chi ti celebrerà nel soggiorno dei morti? Io sono esausto a forza di gemere; ogni notte inondo di pianto il mio letto e bagno di lacrime il mio giaciglio. L’occhio mio si consuma di dolore, invecchia a causa di tutti i miei nemici.

In questi versetti, scopriamo in che cosa consiste la sofferenza del salmista che lo sprona a pregare. Lo troviamo assalito da ogni lato, sia dall’esterno sia dall’interno, da afflizioni fisiche, psicologiche, emotive e spirituali, tanto da portarlo sulla soglia della morte. È difficile immaginare una situazione più disperata di così. Guardiamola più in dettaglio.

2.1. Una cattiva coscienza (6:1-2a)

Il primo versetto lascia intendere che il salmista porta il peso di una cattiva coscienza nei confronti di Dio. È evidente che, pur chiedendo di non essere castigato dal Signore, si ritiene meritevole di tale castigo, e pertanto implora il Signore per avere pietà di lui. Non cerca di scusarsi né di giustificarsi; ammette piuttosto di essere degno di tutto il male capitatogli e fa appello solamente alla misericordia di Dio.

Non dobbiamo intendere il primo versetto come se il salmista volesse del tutto scappare dal castigo di Dio, perché lui palesemente interpreta le sue sofferenze come il castigo di Dio già in atto. Chiede invece che Dio abbia pietà di lui e cessi dal castigarlo ancora. Ritiene Dio giusto nel castigarlo, e per questo gli chiede misericordia in modo da evitare ulteriori rimproveri dolorosi.

2.2. Una grave malattia (6:2,5)

Ma non è solo una cattiva coscienza che opprime il salmista; il secondo versetto indica che egli è anche gravemente malato, tanto che (secondo ciò che dice al v.5) sta per soccombere alla morte. Non sappiamo di quale malattia si tratti, ma è talmente seria da far tremare tanto le ossa quanto l’anima del salmista.

Parte della pietà di Dio si manifesterebbe nel guarire il salmista malato: “risanami, O Signore!” (v.2). Quando stiamo male fisicamente, non sarà sempre la volontà del Signore di guarirci, ma è sempre appropriato pregare che lui lo faccia! Come in questo caso, Dio può servirsi della malattia per riportarci a sé e per farci crescere nella fede, ma non è il suo benevolo disegno più grande per noi.

2.3. L’assenza del Signore (6:3-4)

Quest’ultimo lamento aggiunge un altro elemento al patimento del salmista. Non è soltanto la malattia che lo fa tremare, ma è il senso di essere stato abbandonato dal Signore. Cos’altro può significare la supplica all’inizio del v.4: “Ritorna, o Signore”? E alla fine del v.3: “O Signore, fino a quando…?”, ovvero fino a quando devo non solo star male ma, soprattutto, star male senza che tu mi venga in soccorso? In combinazione al v.1, non è irragionevole supporre che la paura fondamentale del salmista sia di aver peccato a tal punto che Dio se ne sia allontanato definitivamente. Nulla è così terrificante come questo.

Il salmista si sente di essere stato abbandonato da Dio, ma chiaramente non del tutto abbandonato, altrimenti non avrebbe speranza che il Signore lo esaudisca e ritorni ad abbracciarlo con la sua presenza. In più, chiedere al Signore di ritornare è semplicemente un altro modo per chiedergli la salvezza, che l’ultima parte del v.4 indica.

2.4. Nemici spietati (6:4,7)

“Liberami, salvami” è infatti inscindibile dalla presenza di Dio. Essere con il Signore vuol dire essere liberati e salvati. Un paradiso senza Dio sarebbe l’inferno, e vicendevolmente un infero con Dio sarebbe il paradiso. Per questo il salmista non può gridare “liberami, salvami” senza anche gridare “ritorna”. Dio e Dio solo è la risurrezione e la vita, e quindi solo la riconciliazione con lui può sollevarci dal soggiorno dei morti e farci rivivere.

Questa richiesta nasce non solo dalle afflizioni viste finora. Come se tutto ciò non bastasse, scopriamo al v.7 che il salmista si trova assediato da nemici che vogliono portare a termine il lavoro iniziato dalla malattia. Se la sua infermità non lo fa fuori, i suoi nemici lo faranno volentieri! Non succede quasi sempre così? Il nemico attacca non quando sei più forte, preparato a difenderti da qualunque suo assalto, ma piuttosto quando sei più debole, più indifeso, più impotente. Il nemico è, infatti, spietato, pronto a sfruttare al massimo ogni tua debolezza. Questo è perché il salmista ha bisogno di essere liberato dal Signore: i nemici sono troppo forti per lui, e non è in grado di salvarsi da solo.

2.5. La depressione (6:6)

Non stupisce, dunque, trovare il salmista in un profondo stato di depressione al v.6. Piange così tanto che il suo letto è bagnato di lacrime. Quel minimo di forza che ha, la può usare solo per gemere. Sebbene completamente esausto e sfinito, non riesce a dormire di notte a causa dei tormenti che la sua anima subisce. Tutti questi sono i classici sintomi della depressione severa che rende la vita una specie di morte premortale. Questo ci fa capire che la depressione non è di per sé un peccato né incompatibile con la fede, anche se lo può essere. Il salmista è depresso, ma la sua depressione lo stimola a pregare il Signore e cercare l’aiuto in lui soltanto, il che è la vera definizione della fede.

Notiamo, inoltre, che i versetti 6 e 7 non contengono richieste esplicite come i versetti precedenti, ma non sono per questo meno importanti alle suppliche del salmista. Non sono meri lamenti e basta, lanciati nel vuoto oscuro della solitudine. Il salmista si lamenta, sì, e dà voce alla sua profonda depressione e alla sua misera disperazione. Lo fa, però, nel contesto di una preghiera rivolta al Signore. Costituiscono, dunque, un appello a Dio di fare caso alle sue lacrime e di dare ascolto ai suoi lamenti. Tutto ciò che si presenta al Signore, se lo si presenta nella fiducia che egli ascolterà, sarà da lui sicuramente ascoltato, anche non formalmente presentatogli come preghiera.

2.6. La preghiera della sofferenza

Ribadisco l’osservazione di prima: è difficile immaginare una situazione più disperata di così. Il salmista descrive una sofferenza a 360 gradi dalla quale, per chi ci si trova dentro, pare impossibile uscirne. L’unica cosa — ma veramente l’unica cosa — che gli impedisce di rassegnarsi alla sorte o persino di togliersi la propria vita è la preghiera. Non la preghiera come trucco psicologico o incantesimo magico o manipolazione spirituale; non la preghiera come formula fatta o rito religioso la cui efficacia deriva dal dire tutte le cose giuste; questa è una preghiera schietta e rudimentale, disinibita e primitiva, e (forse per qualche tipo bigotto) spudorata e irreverente.

Questa, dunque, è una preghiera ben distante dalla perfezione; al v.3 il salmista non è in grado nemmeno di finire la frase: “O Signore, fino a quando…?” Gli mancano le parole, anticipando l’apostolo Paolo che in Romani 8:26 confessa: “non sappiamo pregare come si conviene”. Ma questa è la preghiera di una persona consapevole che Dio sa già tutto, e che è inutile rivolgersi a lui con meno di una totale onestà e un non diluito realismo. È la preghiera di uno che prega quando non sembra aver senso farlo.

Questa, però, è esattamente la preghiera che Dio esaudisce. O per dirla inversamente, questo è il Dio che non ci chiede di lasciare tutti i nostri pesi alla porta quando entriamo nella sua presenza (come se fosse così emotivamente delicato da non poterli sopportare!), ma piuttosto ci invita a venire da lui esattamente come siamo e a presentargli tanto le nostre gioie quanto le nostre afflizioni come sacrificio di lode.

Questi versetti, dunque, ci fanno vedere una figura grandemente addolorata, solitaria e disperata se non per qualche barlume di speranza solo in Dio. Ci fanno vedere, inoltre, una figura che, pur pregando (e di certo avendo già pregato prima), attendo ancora qualche risposta da parte del Signore. Gli sembra che Dio sia ancora distante, la sua pietà sommersa nella sofferenza e il suo soccorso in ritardo. Il salmista è un individuo, sì, ma è un individuo che incarna esperienze comuni a tutti gli esseri umani che vivono in un mondo infranto e depravato.

3. La svolta (Salmo 6:8-10)

Il Salmo, però, non è ancora finito. A partire dal v.8, vediamo una svolta radicale e forse anche imprevista in base a ciò che ha preceduto. Leggiamo ora il resto del Salmo 6, i versetti 8-10.

Via da me, voi tutti malfattori; poiché il Signore ha udito la voce del mio pianto. Il Signore ha ascoltato la mia supplica, il Signore accoglie la mia preghiera. 10 Tutti i miei nemici siano confusi e grandemente smarriti; voltino le spalle per la vergogna in un attimo.

3.1. Nulla è cambiato, ma tutto è cambiato (6:10)

Senza preavviso e praticamente di scatto, l’umore del salmista cambia. Scomparsi sono il timore e il tremore dei versetti precedenti, come anche l’angoscia di uno che stia per morire e per essere sopraffatto dai suoi avversari. Laddove c’era debolezza ora c’è forza; laddove c’era spavento ora c’è coraggio; laddove c’era disperazione ora c’è speranza. “Allora”, potremmo concludere, “Fra i versetti 7 e 8, Dio deve avergli risposto, deve averlo risanato e salvato e liberato dal soggiorno dei morti. Deve essere ritornato da lui e avergli usato misericordia e aver sconfitto i suoi nemici. Insomma, Dio deve aver cambiato la sua situazione, e per questo il Salmo cambia tono”.

Potremmo giungere a questa conclusione, e parrebbe anche ragionevole, se non per quello che dice il v.10: “tutti i miei nemici siano confusi e grandemente smarriti; voltino le spalle per la vergogna in un attimo”. Incredibile: il salmista parla come se tutto fosse cambiato, ma nulla è in realtà cambiato! È ancora circondato dai nemici; altrimenti non avrebbe senso dire: “tutti i miei nemici siano confusi…”. Il salmista qui esprime la sua certezza che i suoi nemici saranno confusi, smarriti e vergognati, ma non lo sono ancora. Niente è cambiato veramente per il salmista, eppure comincia a comportarsi come se tutto fosse già cambiato. Come mai?

3.2. Il Signore ha udito (6:8-9)

La risposta si trova nei versetti 8 e 9: “poiché il Signore ha udito…, il Signore ha ascoltato…, il Signore accoglie…”. Dobbiamo prendere atto di questo. Non dice che il Signore ha risposto o che il Signore ha operato o che il Signore si è manifestato in qualche maniera concreta e tangibile. Per quanto il salmista possa vedere, le sue circostanze restano invariate, e aspetta ancora che il Signore intervenga. C’è dunque una sola cosa che spiega il passaggio dal v.7 al v.8, una sola cosa che dà senso alla radicale trasformazione dell’atteggiamento del salmista: il Signore ha udito. Il semplice fatto che il Signore abbia ascoltato la sua supplica fa tutta la differenza.

Per molti che pregano (specie quelli che pregano solo nel momento di bisogno), il non vedere risultati immediati provoca dubbi sull’efficacia della preghiera, e anche sull’esistenza di Dio stesso. “Ho pregato”, dice qualcuno, “ma Dio non mi ha risposto. Quindi, che senso ha pregare?” “Aspetta, però”, ribatte il salmista, “la consolazione della preghiera non sta tanto nel produrre risultati immediati (come agitare una bacchetta magica) quanto in Dio che ascolta. L’efficacia della preghiera non risiede in qualche forza innata sua di cambiare le circostanze ma in Dio che la esaudisce. Parlare del potere della preghiera è solamente un altro modo per parlare del potere di Dio che ode la preghiera. Non è la preghiera che fa la differenza ma Dio che presta orecchio a essa.”

Ecco perché l’ultima domanda e risposta del catechismo recitano così:

Che cosa significa la parolina “amen” [alla fine della preghiera]? “Amen” vuol dire: così dovrà essere, davvero e certamente; perché la mia preghiera è certamente udita da Dio molto più di quanto io senta nel mio cuore di desiderare da lui tali cose.

L’efficacia della preghiera, e il conforto e la speranza e la forza che ne conseguono, non sono dovuti alla sincerità o alla capacità o alla fedeltà o alla religiosità di chi prega. Non sono dovuti allo zelo con cui si prega né alla qualità della fede di chi li chiede a Dio. Sono dovuti a una sola cosa: all’ascolto di Dio.

Questo è il motivo per cui il salmista riesce a parlare come se tutto fosse cambiato quando non è in realtà cambiato niente! Questa è la ragione per cui il salmista, nonostante le sue persistenti debolezze, malattie e paure, trova il coraggio per rivendicare la vittoria sui suoi nemici. Il Signore ha udito, punto e basta! E se il Signore ha udito, il salmista sa che, malgrado qualsiasi mancanza di prove visibili o qualsiasi ritardo da parte di Dio nell’intervenire, la sua preghiera è stata esaudita ed è solo una questione di tempo prima che la risposta si manifesti. Ormai, la battaglia è vinta, la malattia è guarita e la salvezza è compiuta; bisogna solo aspettare con fiducia e con speranza che esse si rivelino nel momento che Dio ha sovranamente stabilito. La sofferenza può continuare, ma non il dubbio sulla fine della storia.

3.3. Per bocca del Messia (6:1a)

Resta, però, una domanda. Se tutto s’impernia sul fatto che Dio ci ascolti, da dove deriva la certezza che lo fa? Come possiamo dire “amen” alla fine della preghiera con tutta sincerità, cioè dirlo perché siamo assolutamente convinti che la nostra preghiera è udita da Dio molto più di quanto sentiamo nel nostro cuore di desiderare da lui tali cose?

Questa domanda ci riconduce al punto dove abbiamo iniziato, osservando che il Salmo 6, come la maggioranza degli altri Salmi, sono la parola di Dio rivolta all’uomo nella forma della parola dell’uomo rivolta a Dio. Come può essere vero questo? Come possono essere attribuite le parole di questo Salmo, piene di dolore e di miseria e di tribolazione e di angoscia, a Dio come le sue proprie parole? Mica Dio soffre così! Mica Dio sa cosa vuol dire essere sul precipizio della morte, tormentato fino alle ossa e all’anima, circondato da nemici spietati e portando il peso insopportabile del peccato e dell’ira divina!

Al contrario! Dio sa cosa vuol dire soffrire così. Sa cosa vuol dire cadere nell’abisso della morte, essere perseguitato dai nemici, essere afflitto e sentirsi abbandonato da Dio per l’iniquità del peccato. Sa tutto questo perché ha esaudito infatti la preghiera del salmista: la sua presenza è ritornata al punto tale che è divenuto uno con lui, e con ognuno di noi, incarnandosi nella persona di Gesù Cristo.

Abbiamo notato prima, infatti, che il salmista, identificato come Davide, incarna le esperienze comuni a tutti gli esseri umani. L’importanza di questo è che il popolo di Dio, che successivamente si serviva di questo Salmo per sostenere la speranza nel periodo tenebroso fra l’esilio e la nascita di Cristo, pregava consapevole di pregare non tanto con le proprie parole ma con quelle del re Davide. Il popolo, basando le proprie suppliche su questo Salmo, pregava non tanto attraverso la propria bocca quanto attraverso la bocca di Davide che lo rappresentava davanti a Dio. Davide, essendo l’unto del Signore (cioè il Messia, il Cristo) e beneficiario del patto che lo riconosceva come figlio di Dio, pregava con la certezza di essere sempre udito dal Signore. Il popolo successivo, dunque, pregava con certezza di essere udito proprio perché pregava attraverso la bocca del figlio di Dio al quale il Padre non avrebbe mai negato le sue richieste.

Ora noi conosciamo Gesù, il discendente di Davide che è il vero Cristo, il vero Messia e il vero Figlio di Dio. Se il Padre non rifiutò le preghiere di Davide il suo figlio adottivo, quanto più non rifiuta mai le preghiere del suo unico vero Figlio Gesù! La preghiera del Salmo 6, dunque, è infine la preghiera di Gesù che si è sostituito al nostro posto, portando la pena dei nostri peccati, caricandosi delle nostre malattie, esponendosi agli attacchi dei nemici infernali e arrendendosi alla morte in croce per poter perdonare i nostri peccati, risanarci e salvarci dalla morte, liberarci dal potere del maligno e compiere una volta per sempre la nostra eterna redenzione.

Quando, dunque, usiamo il Salmo 6, come gli altri Salmi e preghiere trasmesse nelle Scritture, possiamo avere la certezza, al di là di ogni possibile dubbio, che Dio ci ascolta e che rivelerà la sua riposta nel momento opportuno. Possiamo avere questa certezza in quanto preghiamo non tanto con le nostre parole, ma con le parole di Cristo; non tanto attraverso la nostra bocca, ma attraverso la bocca di Gesù. Questa è infatti la certezza che Gesù volle darci quando, insegnandoci a pregare, iniziò così: “Padre nostro”. Non “Padre mio”, ma “Padre nostro”, ossia il Padre che è tanto “mio” quanto “vostro”! Quando preghiamo nel nome di Gesù, non dobbiamo dubitare che Dio esaudisca le nostre richieste (anche se non vediamo subito le su risposte) più di quanto dobbiamo dubitare che Dio esaudisca le richieste di Gesù stesso. Quale più grande consolazione o speranza possiamo mai trovare?

4. Conclusione

4.1. Riassunto dell’argomento

Riassumendo, il Salmo 6 ci insegna che noi, pregando attraverso la bocca di Gesù, possiamo essere più sicuri del fatto che Dio ci esaudisca di quanto sappiamo di averlo pregato, e che questa certezza può fare tutta la differenza nella nostra vita. Come il salmista, anche noi possiamo guardare le circostanze che restano invariate, eppure dichiarare con piena fiducia: “Via da me, voi tutti malfattori!” Via da me voi peccati! Via da me voi dubbi sull’amore di Dio per me! Via da me voi disperazione e depressione che accompagnate la malattia, la sofferenza e la debolezza! Via da me persino tu, O morte, adesso che sei stata sconfitta da Gesù che è risuscitato dalla tomba!

4.2. Consigli per metterlo in pratica

Come possiamo cominciare a mettere in pratica questa parola di Dio? In primo luogo, l’uso quotidiano dei Salmi per modellare le nostre preghiere ci aiuterà a pregare con più certezza, fiducia e convinzione, perché non sono soltanto parole umane rivolte a Dio, ma sono anche le parole di Dio rivolte all’uomo. I Salmi, come il Padre nostro, ci ricordano che non è tanto con la nostra bocca che preghiamo quanto con la bocca di Gesù, ed è questa verità che rafforza la nostra certezza che Dio ci ascolta e, di conseguenza, anche la consolazione e la speranza che troviamo. Ecco perché il nostro piano di lettura biblica propone sempre un Salmo al giorno, e faremo bene a farne un uso regolare.

In secondo luogo, faremo bene a concludere le nostre preghiere con piena consapevolezza di cosa vuol dire: “nel nome di Gesù, amen”. Non c’è bisogno di citare di nuovo il catechismo, ma è quello che dobbiamo tenere presente. Non preghiamo nel nome di qualche terzo più meritevole di noi, o di qualche intermediario che occupa un posto più vicino a Dio (come nella concezione cattolica). No, noi preghiamo propria per la bocca di Gesù, così che il Padre ode le nostre parole come se venissero da suo Figlio perché, in realtà, vengono da suo Figlio! Gesù intercede per noi anche in questo senso: non solo prega il Padre per noi ma lo prega anche prendendo le nostre parole e riferendole al Padre come se fossero sue. Come afferma Ebrei, abbiamo veramente un grande sommo sacerdote presso il Padre in cielo che ci garantisce libero accesso nella sua presenza. Grande è il nostro mediatore e salvatore Gesù! È importante — non per l’efficacia delle nostre preghiere ma per la nostra certezza dell’efficacia delle nostre preghiere — che ci ricordiamo sempre di questo fatto e che diciamo “nel nome di Gesù, amen” consapevoli del potere di ciò che diciamo.

Infine, non possiamo dire altro che questo: “Nel nome di Gesù, amen!”

Ezechiele 11: Nulla è sufficiente

1. Introduzione

1.1. Un profeta matto?

 Leggendo il libro di Ezechiele, ci accorgiamo subito di avere a che fare con una realtà ben distante dalla nostra. Le visioni di Ezechiele possono sembrare strane, se non proprio bizzarre, tanto che alcuni studiosi contemporanei gli hanno diagnosticato una malattia psicologica! Il punto di questo libro, però, non riguarda la salute mentale del profeta ma piuttosto la salute spirituale del popolo chiamato alla santità ma datosi invece all’iniquità.

Sebbene differiscano i particolari storici, la radice del problema più grande — sia il nostro che il loro — rimane sempre la stessa: il cuore umano è duro come pietra nei confronti di Dio (11:19) tanto che non si vuole né si può ubbidire ai suoi comandamenti e diventare santi come lui è santo. Come i giudei a cui Ezechiele fu chiamato a profetizzare, noi siamo in fondo idolatri, propensi a porre fiducia in chiunque o in qualunque cosa non sia Dio. Cerchiamo il senso della vita, la grazia per gli sbagli di ieri, la forza per affrontare oggi e la speranza per domani ovunque tranne che in Dio stesso.

1.2. Il contesto di Ezechiele 11

 1.2.1. Il contesto storico

 Per comprendere il messaggio di Ezechiele 11, dobbiamo prima familiarizzarci con il contesto storico e letterario. Pur essendo vero che la distruzione definitiva di Gerusalemme da parte dei babilonesi avvenne nel 587-6 a.C., la città era stata assediata già due volte prima, nel 605 a.C. e poi nel 598-7 a.C. In ognuno di questi casi, un certo numero dei giudei furono portati via dal loro paese ed esiliati in Babilonia. Il profeta Ezechiele fu deportato dopo il secondo di questi assedi. Essendosi preparato al sacerdozio, Ezechiele invece si trovò in terra straniera, lontano dal tempio del Signore. Perciò, anziché diventare sacerdote, Ezechiele fu chiamato come profeta per rivolgere la parola di Dio agli esuli in Babilonia, a differenza del suo contemporaneo Geremia che profetizzò a Gerusalemme fino alla caduta della città circa dieci anni dopo.

È necessario sapere che negli anni intercorrenti tra le diverse deportazioni esisteva una divisione tra i giudei — quelli che vivevano come esuli in Babilonia e quelli che si trovavano ancora in patria — perché spiega l’atteggiamento borioso di questi ultimi nei confronti dei primi, espresso al v.15:

15 «Figlio d’uomo, i tuoi fratelli, i tuoi fratelli, gli uomini del tuo parentado e tutta quanta la casa d’Israele sono quelli ai quali gli abitanti di Gerusalemme hanno detto: “Statevene lontani dal Signore! A noi è dato il possesso del paese”.

Privi di ogni forma di compassione, i giudei rimasti a Gerusalemme (qui rappresentati dai capi del popolo al v.1), si davano delle arie come se fossero superiori a quelli portati in esilio. “Statevene lontani dal Signore”, cioè, il Signore favorisce noi, ma voi egli ha chiaramente ripudiato! Quest’attitudine fu probabilmente esasperata dal fatto che all’epoca le divinità venissero considerate geograficamente limitate, e gli esuli si sarebbero trovati nel dominio degli dèi babilonesi, lontani dalla portata e dalla presenza del Signore. Vedremo fra poco come Dio gli risponde, ma per ora basta capire la situazione in cui Ezechiele fu chiamato a profetizzare.

1.2.2. Il contesto letterario

Consideriamo brevemente anche il contesto letterario. Nel capitolo 8, Ezechiele viene portato in visione a Gerusalemme dove osserva i giudei commettere atti blasfemi e idolatri proprio nel tempio di Dio. Essendo di lignaggio sacerdotale, Ezechiele ne rimane particolarmente sconvolto. Il capitolo 9 annuncia il giudizio decretato contro i profanatori del santuario, il quale consiste principalmente (come precisa il capitolo 10) nella presenza di Dio che abbandona la malvagia città.

All’inizio del capitolo 11, questa visione viene brevemente interrotta da un’altra in cui Ezechiele vede venticinque capi del popolo “che tramano iniquità e danno cattivi consigli in questa città” (v.2). I versetti successivi riferiscono la risposta di Dio a questa situazione, e poi il capitolo conclude tornando alla visione precedente in cui Ezechiele vede la gloria di Dio lasciare definitivamente il tempio e la città. Così leggiamo:

22 Poi i cherubini spiegarono le loro ali, e le ruote si mossero accanto a loro; la gloria del Dio d’Israele stava su di loro, in alto. 23 La gloria del Signore s’innalzò in mezzo alla città e si fermò sul monte situato a oriente della città. 24 Lo Spirito mi portò in alto e mi condusse in Caldea presso i deportati, in visione, mediante lo Spirito di Dio; la visione che avevo avuta scomparve davanti a me 25 e io riferii ai deportati tutte le parole che il Signore mi aveva dette in visione.

 Per quanto terribile fossero la distruzione di Gerusalemme e la deportazione dei suoi abitanti, nulla di ciò si poteva paragonare alla perdita della presenza di Dio. Tutto quello che dava importanza e sicurezza e bellezza e valore a Gerusalemme era alla fin fine la presenza di Dio in mezzo a essa. Perso Dio, fu perso tutto. Questo è infatti ciò che Mosè aveva testimoniato circa mille anni prima riguardo all’affare del vitello d’oro:

 15 Mosè gli disse: «Se la tua presenza non viene con me, non farci partire di qui. 16 Poiché, come si farà ora a conoscere che io e il tuo popolo abbiamo trovato grazia agli occhi tuoi, se tu non vieni con noi? Questo fatto distinguerà me e il tuo popolo da tutti i popoli che sono sulla faccia della terra». (Esodo 33:15-16)

La grande tragedia era che i giudei non se ne resero conto, che senza Dio non avevano proprio nulla. Ma i loro cuori erano troppo duri, troppo insensibili, e troppo ostinati per poterlo capire. A guardare la società in cui viviamo oggi, siamo in qualche modo diversi da loro?

1.3. Il riassunto dell’argomento

Quindi, a prescindere dall’epoca storica in cui viviamo, abbiamo tutti bisogno di quel radicale intervento, quel trapianto di cuore spirituale di cui Ezechiele parla in questo capitolo. A causa della nostra inclinazione all’idolatria, abbiamo bisogno di imparare e di accettare che nulla ci è sufficiente — sufficiente alla grazia per ieri, alla forza per oggi e alla speranza per domani — se non Dio solo e le sue promesse. Questo è infatti il messaggio di Ezechiele 11: che nulla è sufficiente, ma che quel nulla è sufficiente.

2. Nulla è sufficiente (Ezechiele 11:1-12, 22-25)

 Adesso leggiamo i primi versetti del capitolo.

 2.1. La pentola e la carne (11:1-3)

 1 Poi lo Spirito mi portò in alto e mi condusse alla porta orientale della casa del Signore che guardava verso oriente. Ed ecco, all’ingresso della porta, venticinque uomini; in mezzo a essi vidi Iaazania, figlio di Azzur, e Pelatia, figlio di Benaia, capi del popolo. Il Signore mi disse: «Figlio d’uomo, questi sono gli uomini che tramano iniquità e danno cattivi consigli in questa città. Essi dicono: “Il tempo non è così vicino! Costruiamo pure delle case! Questa città è la pentola e noi siamo la carne”. 

Pur rimanendo tra gli esuli in Babilonia, il viaggio visionario di Ezechiele prosegue e lo Spirito lo conduce “alla porta orientale della casa del Signore”, ovvero del tempio. Lì Ezechiele osserva mentre venticinque capi del popolo, tra cui un certo Iaazania e un certo Pelatia (di cui non abbiamo altre informazioni), che “tramano iniquità e danno cattivi consigli in questa città” (v.2). In che cosa consistono la loro iniquità e i loro cattivi consigli? Il v.3 ce lo spiega: “Essi dicono: ‘Il tempo non è così vicino! Costruiamo pure delle case! Questa città è la pentola e noi siamo la carne.’” Cosa vuol dire?

Non si può essere dogmatici su questo punto, ma pare che questi capi di Gerusalemme vogliano con queste parole incoraggiare il popolo a ignorare gli avvertimenti di Dio riferitigli mediante i profeti, e in particolare mediante Geremia, il portavoce principale del Signore a Gerusalemme in questo momento. Come Ezechiele farà sapere ai giudei in Babilonia, Geremia sta preannunciando la totale devastazione della città da parte dei babilonesi e che, per ordine di Dio, chi vuole salvarsi la vita deve non resistere ma arrendersi agli invasori (Geremia 27).

Il libro di Geremia riporta, però, che il re Sedechia e i capi del popolo non danno retta agli avvertimenti del profeta ma, spronati dai falsi profeti che li consolano dicendo che Dio non permetterà mai che la sua santa città venga conquistata, insistono sul contrario: “Il tempo della caduta di questa città non è così vicino come dice Geremia; costruiamo pure delle case, tanto staremo sani e salvi all’interno delle nostre mura! Noi siamo il popolo di Dio, che egli ha sempre salvato dalla mano dei suoi nemici. Qui abbiamo il tempio! Qui abbiamo il discendente di Davide che regna! Non ha promesso il Signore a Davide che il suo trono non sarebbe mai caduto? Magari siamo stati feriti dai babilonesi in questi anni, ma finché qui c’è la casa di Dio, finché qui c’è la casa di Davide, non possiamo mai subire la totale rovina della città.”

Questo infatti è il probabile significato della frase: “questa città è la pentola e noi siamo la carne”. A noi quest’immagine può sembrare negativa, come per dire: “saremo cotti se rimaniamo in questa città!” All’epoca, però, l’idea era diversa. La carne selezionata per la pentola era la migliore, di alta qualità, mentre la parti meno desiderabili, come le frattaglie, venivano gettate via. Quando dunque i capi del popolo dicono di essere la carne nella pentola, dicono in effetti di essere i giudei migliori, protetti da Dio e superiori a quelli portati via in esilio, e che sarà quella pentola della città a conservarli e a proteggerli contro qualsiasi invasore che cercherà di divorarli. Questo combacia perfettamente con l’atteggiamento degli abitanti di Gerusalemme che abbiamo già notato nell’introduzione: al v.15 si vantano agli esuli: “Statevene lontani dal Signore! A noi è dato il possesso del paese”.

2.2. La sicurezza smentita (11:4-13)

 Perciò profetizza contro di loro, profetizza, figlio d’uomo!» Lo Spirito del Signore cadde su di me e mi disse: «Di’: Così parla il Signore: “Voi parlate a quel modo, casa d’Israele, e io conosco le cose che vi passano per la mente. Voi avete moltiplicato i vostri omicidi in questa città, ne avete riempito di cadaveri le strade”. Perciò così parla il Signore, Dio: “I vostri morti, che avete stesi in mezzo a questa città, sono la carne, e la città è la pentola; ma voi ne sarete portati fuori. Voi avete paura della spada, e io farò venire su di voi la spada”, dice il Signore, Dio.

“Io vi porterò fuori dalla città e vi darò in mano di stranieri; eseguirò su di voi i miei giudizi. 10 Voi cadrete per la spada, io vi giudicherò sulle frontiere d’Israele, e voi conoscerete che io sono il Signore. 11 Questa città non sarà per voi una pentola, voi non sarete in mezzo a lei la carne; io vi giudicherò sulle frontiere d’Israele. 12 Voi conoscerete che io sono il Signore, del quale non avete seguito le prescrizioni né messo in pratica le leggi, ma avete agito secondo le leggi delle nazioni che vi circondano”». 13 Mentre io profetizzavo, Pelatia, figlio di Benaia morì; io caddi faccia a terra e gridai ad alta voce: «Ahimè, Signore, Dio, vuoi tu porre fine al resto d’Israele?»

Nei versetti successivi, a Ezechiele (come a Geremia) il Signore dà un messaggio per smentire la sicurezza dei giudei a Gerusalemme e per rivelarla invece come una pericolosa illusione. “Voi parlate a quel modo”, il Signore inveisce per bocca di Ezechiele, ma “io conosco le cose che vi passano per la mente” (v.5). Nulla è occulto agli occhi di Dio, colui che sa ogni pensiero del cuore umano prima che sia concepito. Tanto meno dunque gli sono nascosti i peccati commessi all’aperto sotto il sole! “Voi avete moltiplicato i vostri omicidi in questa città, ne avete riempito di cadaveri le strade!” (v.6). In più, “non avete seguito le prescrizioni né messo in pratica le leggi, ma avete agito secondo le leggi delle nazioni che vi circondano” così abbandonando la vocazione alla santità.

Di conseguenza, il Signore rovescerà le loro presunte fortune: sono quegli uccisi la carne nella pentola, “ma voi ne sarete portati fuori” dove “eseguirò su di voi i miei giudizi” e “farò venire su di voi la spada” (v.7-9). Quindi, gli abitanti di Gerusalemme, insuperbitisi a causa della loro sopravvivenza all’interno della città, non saranno come carne nella pentola ma saranno scartati come rifiuti “sulle frontiere d’Israele”, e finalmente conosceranno chi è il Signore il loro Dio (v.11-12).

Quest’ultima frase è interessante: gli abitanti di Gerusalemme non conoscono già il Signore? Non sono, dopo tutto, il suo popolo eletto? Non hanno forse il tempio che contiene l’arca del patto, simbolo della promessa di Dio di rimanere sempre fedele a loro? Non regna su di loro il discendente di Davide il cui trono è stato da Dio reso stabile e invincibile? Come mai, allora, si può dire che non conoscono ancora il Signore?

Questa domanda ci porta al nòcciolo della questione. In realtà una domanda migliore sarebbe: come mai i giudei di Gerusalemme si sentono al sicuro, a prova di sconfitta e distruzione, dopo aver infranto la legge di Dio, fino a riempire le strade di cadaveri? La risposta, a cui accennato prima, è l’idolatria, ma non solo l’idolatria dalla tipica forma. Di nuovo ci aiuta Geremia nel suo famoso “sermone del tempio”:

Non ponete la vostra fiducia in parole false, dicendo: ‘Questo è il tempio del Signore, il tempio del Signore, il tempio del Signore!’Ecco, voi mettete la vostra fiducia in parole false, che non giovano a nulla. Voi rubate, uccidete, commettete adultèri, giurate il falso, offrite profumi a Baal, andate dietro ad altri dèi che prima non conoscevate, 10 e poi venite a presentarvi davanti a me, in questa casa sulla quale è invocato il mio nome. Voi dite: ‘Siamo salvi!’ Perciò commettete tutte queste abominazioni. [Geremia 7:4,8-10]

L’oltraggio commesso dai giudei di Gerusalemme non è soltanto (oltre alle varie ingiustizie) il loro andare dietro ad altri dèi — la classica definizione dell’idolatria. Per giunta (e forse più biasimevole ancora), si credono “salvi” perché hanno il tempio del Signore in mezzo a loro. Paradossalmente, hanno mutato l’adorazione di Dio in una forma d’idolatria! Pur mantenendo le forme esteriori del culto ordinato dal Signore, i loro cuori si sono allontanati da lui. Non dicono più a Dio: “Sia fatta la tua volontà”, ma piuttosto: “Fa’ che sia fatta la nostra volontà”.

In altre parole, non vogliono servire Dio, ma vogliono servirsi di Dio per ottenere ciò che desiderano veramente. Dal momento in cui cerchiamo di far uso di Dio anziché cercare Dio stesso come il nostro vero fine, diventiamo idolatri anche se continuiamo a pregare, a leggere le Scritture, o a frequentare la chiesa. E se Dio, e Dio solo, cessa di essere la nostra ragione di vita, di essere la grazia per ieri, la forza per oggi e la speranza per domani, basta poco ad arrivare al commettere anche tutto il resto: rubare, uccidere, commettere adulterio, giurare il falso, e così via. È questo che impariamo dall’esempio dei giudei a cui Ezechiele deve rivolgere la parola di Dio. È per questo che Dio dice che essi non lo conoscono.

Il giudizio annunciato sia da Ezechiele sia da Geremia, dunque, ha lo scopo di smantellare l’intero edificio della falsa sicurezza dei giudei. “Vi sentite sicuri perché siete il popolo di Dio? Vi comportate come le nazioni pagane, quindi vi tratterò come una nazione pagana. Vi sentite sicuri perché avete il tempio? Esso è pieno di abominazioni ed è destinato alla rovina. Vi sentite sicuri perché avete il discendente di Davide sul trono? Lui e i suoi prìncipi verranno uccisi dalla spada. Vi sentite sicuri perché la presenza di Dio dimora in mezzo a voi? Guardate, la presenza di Dio ha abbandonato questa città, e voi dunque siete indifesi davanti ai vostri nemici.”

Questo è effettivamente il messaggio di Ezechiele. E come segno che tutte quante le sue parole si avvereranno, vediamo al v. 13 che mentre Ezechiele sta ancora pronunciando queste parole, Pelatia, uno dei capi del popolo menzionati al v.1, muore di colpo. I giudei non sono, infatti, carne nella pentola, e la sorte di Pelatia è la stessa che aspetta gli altri abitanti di Gerusalemme. Questo è, in fondo, lo scopo del giudizio annunciato da Ezechiele qui: che nulla di tutto ciò che i giudei sono o che hanno o che fanno gli è sufficiente. E questa è la stessa lezione che dobbiamo imparare anche noi.

3. Quel nulla è sufficiente (Ezechiele 11:14-21)

 Ma per quanto severo questo giudizio, vediamo com’è sempre la dimostrazione dell’amore e della grazia di Dio. Lo scopo dello smantellare l’intero edificio della falsa sicurezza dei giudei è specificato nei versetti successivi in cui Ezechiele gli rivolge le seguenti promesse di speranza.

 3.1. Il Signore è il santuario (11:14-16)

 14 La parola del Signore mi fu rivolta in questi termini: 15 «Figlio d’uomo, i tuoi fratelli, i tuoi fratelli, gli uomini del tuo parentado e tutta quanta la casa d’Israele sono quelli ai quali gli abitanti di Gerusalemme hanno detto: “Statevene lontani dal Signore! A noi è dato il possesso del paese”. 16 Perciò di’: Così parla il Signore, Dio: “Sebbene io li abbia allontanati fra le nazioni e li abbia dispersi per i paesi, io sarò per loro, per qualche tempo, un santuario nei paesi dove sono andati”.

Agli esuli lontani dal tempio, disprezzati dai loro connazionali e sentendosi dunque separati dalla presenza di Dio, Ezechiele riferisce parole di grande consolazione: “il Signore stesso sarà per voi un santuario in mezzo a terra straniera”. Capiamo quanto è strabiliante questa promessa? Ricordiamoci che all’epoca le divinità si reputavano limitate a determinate località. Il Dio d’Israele governava ovviamente Gerusalemme, ma Babilonia? Impensabile, specie considerando il fatto che, poiché i babilonesi li hanno deportati, essi avrebbero concluso che i loro fossero dèi più potenti del Dio d’Israele.

Non è affatto così, insiste Ezechiele. Se i babilonesi hanno deportato il popolo, è solo perché Dio gli ha permesso di farlo, e il Dio che gliel’ha permesso è lo stesso che non è minimamente limitato dai confini stabili dagli uomini. La distanza degli esuli dalla casa del Signore a Gerusalemme non è proporzionata alla loro distanza dal Signore stesso. Anzi, benché lontani da Gerusalemme, gli esuli saranno in realtà più vicini alla presenza del Signore in quanto egli si avvicinerà a loro, tanto per essergli un santuario anche in esilio.

Il grande conforto che Ezechiele dà agli esuli, dunque, è che dopo aver perso tutto ciò da cui prima dipendevano per la sicurezza e la speranza — cioè dopo aver imparato che nulla è sufficiente — adesso possono conoscere per esperienza che quel nulla è in realtà sufficiente. Quel nulla è sufficiente proprio perché è quel nulla che permette a Dio di essere il tutto. È quel nulla che permette agli esuli di vedere, forse per la prima volta, che non è l’edificio del tempio ma il Signore stesso a essere la vera sicurezza e la vera speranza. È quel nulla che toglie di mezzo ogni distrazione e ogni illusione e ogni inganno e mette a fuoco invece il Signore, e lui solo, come tutto quello di cui l’uomo ha bisogno.

 3.2. Nient’altro che la promessa (11:17-21)

 17 Perciò di’: Così parla il Signore, Dio: “Io vi raccoglierò in mezzo ai popoli, vi radunerò dai paesi dove siete stati dispersi, e vi darò la terra d’Israele. 18 Quelli vi giungeranno, e ne toglieranno tutte le cose esecrande e tutte le abominazioni. 19 Io darò loro un medesimo cuore, metterò dentro di loro un nuovo spirito, toglierò dal loro corpo il cuore di pietra e metterò in loro un cuore di carne, 20 perché camminino secondo le mie prescrizioni e osservino le mie leggi e le mettano in pratica; essi saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio. 21 Ma quanto a quelli il cui cuore è attaccato alle loro cose esecrande e alle loro abominazioni, io farò ricadere sul loro capo la loro condotta”, dice il Signore, Dio».

Ma il Signore non ha finito ancora di fare promesse agli esuli. Ezechiele prosegue dicendo che in futuro, quando avranno imparato che nulla è sufficiente ma che quel nulla è sufficiente, li farà ritornare in patria. Questo di per sé non sarà una grande benedizione se il popolo resta ancora idolatra, se il suo cuore rimane duro e ostinato, se una volta tornato a casa tornerà anche a ribellarsi al Signore.

Ecco perché Dio promette non solo un cambiamento esteriore ma soprattutto una trasformazione interiore. Quell’intervento radicale, quel trapianto di cuore spirituale che all’uomo risulta impossibile, Dio lo effettuerà per mezzo del suo Spirito: “toglierò dal loro corpo il cuore di pietra e metterò in loro un cuore di carne, perché camminino secondo le mie prescrizioni” (v.19-20). Mai più il popolo andrà dietro ad altri dèi; mai più muterà il culto di Dio in idolatria; mai più cercherà di servirsi di Dio anziché servire Dio. Essi saranno il popolo di Dio santo e irreprensibile, ed egli sarà il loro Dio, il loro vero Bene, e la fonte della grazia per ieri, la forza per oggi e la speranza per domani.

Tornando al v.12, tutto ciò può essere riassunto semplicemente con la frase: “Voi conoscerete il Signore”, lo scopo di tutto quanto Dio annuncia attraverso Ezechiele. Voi conoscerete il Signore non come un utile strumento per procurarvi la felicità, non come uno che si può trascurare o di cui ci si può beffare, ma conoscerete il Signore in quanto SIGNORE, il vostro Creatore, il vostro Sovrano, il vostro Giudice, il vostro unico Bene, e soprattutto il vostro Redentore che non si accontenterà di niente meno della vostra totale santificazione e la vostra finale glorificazione.

Ma per arrivare a conoscere il Signore così — non solo saperlo con l’intelletto ma conoscerlo per esperienza e amarlo più di ogni altra cosa — spesso (e in realtà quasi sempre) Dio deve farci prima capire che nulla ci è sufficiente se non solo lui. Deve smantellare ogni fonte di felicità, ogni fondamento di sicurezza, ogni oggetto di fiducia e ogni àncora di speranza che non sia lui. Questo è un processo difficile e doloroso che può sembrare una specie di morte, ma è ciò che il Signore fa nel suo grande amore per il nostro bene. La vera vita si trova nell’imparare che nulla è sufficiente a sostenerla se non Dio solo e le sue promesse. Quello che Dio fa nei nostri confronti per farcelo imparare è il bene più grande che ci possa mai volere.

3.3. Nient’altro che Gesù

Nulla è sufficiente, ma che quel nulla è sufficiente. Questo è il messaggio di Ezechiele 11, valido tanto per i giudei di allora quanto per noi oggi. Ma ci manca ancora un pezzo. Per noi, la presenza di Dio che serve da santuario non è un concetto teorico né un esercizio mistico. Come Paolo dice in 2 Corinzi 1:20, questa promessa ha il suo “sì” in Gesù Cristo. Gesù è l’adempimento della promessa, essendo lui stesso il santuario dove noi, per mezzo dello Spirito Santo, incontriamo Dio personalmente. Questo è il significato di Giovanni 1:14:

14 E la Parola è diventata carne e ha abitato [letteralmente “tabernacolato”] per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre.

Questo è lo stesso Gesù che prima della sua ascensione promise:

Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente (Matteo 2:20).

Siccome Gesù è il nostro tempio e lui è sempre con noi ovunque siamo, siamo certi di essere sempre nella presenza del Signore. Inoltre, Gesù ci ha donato il suo Spirito, il quale ora dimora dentro di noi, proprio come Dio promise per mezzo di Ezechiele. E se qualcuno chiede: “Ma questa promessa fu fatta agli esuli in Babilonia, non a noi”; la risposta è ciò che abbiamo già visto. Questa promessa, come tutte le promesse di Dio, ha il suo “sì” in Cristo; chi è in Cristo, dunque, è erede anche di questa promessa. Come afferma Paolo in Galati 3:29:

29 Se siete di Cristo, siete dunque discendenza di Abraamo, eredi secondo la promessa.

 4. Conclusione

 4.1. Il riassunto dell’argomento

Infine, è Cristo e solo Cristo che dà senso al messaggio di Ezechiele. Nulla è sufficiente, e quel nulla è sufficiente, ma solo in quanto in quel nulla abbiamo Cristo. Chi ha tutto meno Cristo non ha niente; chi invece ha Cristo e nient’altro ha tutto. Ascoltiamo di nuovo Paolo, ora in Filippesi 3:7-9:

Ma ciò che per me era un guadagno, l’ho considerato come un danno, a causa di Cristo. Anzi, a dire il vero, ritengo che ogni cosa sia un danno di fronte all’eccellenza della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho rinunciato a tutto; io considero queste cose come tanta spazzatura al fine di guadagnare Cristo.

Crediamo veramente questo? Forse lo sappiamo con l’intelletto, ma lo conosciamo per esperienza? Non è una lezione facile da imparare, ma vale qualsiasi perdita necessaria a impararla. Cristo, infatti, vale tutto, e chi guadagna lui guadagna più di tutto ciò che il mondo contiene.

4.2. Consigli pratici

Qui alla fine del nostro studio di Ezechiele 11, vi suggerisco un modo per mettere in pratica ciò che abbiamo imparato: riflettiamo su ciò che ravviva il nostro amore per Gesù e facciamolo di più. Molto di quello che occupa il nostro tempo attenua il nostro amore per Gesù. Dobbiamo identificare quali sono quelle attività ed evitarle quanto possibile, sostituendole con quelle che invece alimentano il nostro zelo per il Signore. Per me, mi sento il cuore ardere di più mentre medito a lungo sulle Scritture e mentre canto canti di lode. In aggiunta, le biografie di grandi uomini e donne di fede m’ispirano molto a impegnarmi sempre più nel servizio del Signore, e le conversazioni con altri credenti incentrate su Gesù mi spronano a crescere nel mio cammino con lui. Più m’impegno in queste attività, più aumenta la passione che provo per il Signore, e più diminuisce il mio attaccamento ai miei idoli. L’importante è che tutti noi riflettiamo bene su ciò che aiuta e su ciò che ostacolo, e dare più attenzione al primo e meno al secondo.

 4.3. Benedizione

Concludiamo con la benedizione di Giobbe 1:21, la benedizione pronunciata da un uomo che conosceva bene che alla presenza del Signore, nulla è sufficiente:

21 «Nudo sono uscito dal grembo di mia madre e nudo tornerò in grembo alla terra; il Signore ha dato, il Signore ha tolto; sia benedetto il nome del Signore».

Che arriviamo tutti noi a poter confessare questo con tutta sincerità. Amen.

Ester 6-7: Ma Dio

1. Introduzione

 1.1. Dio, ma…

 Una delle tante difficoltà che il cristiano di oggi deve affrontare, tanto nel testimoniare il vangelo quanto nel mantenere la propria fede, è quella di una realtà che sembra contraddire l’esistenza di un Dio onnipotente e amorevole, le promesse della sua parola, e la sua volontà per la vita umana. Se si parla del Dio di potere e d’amore rivelato in Gesù Cristo, la gente chiede: “Ma dov’è?” Se si parla del regno che Dio ha stabilito in Cristo, la gente ribatte: “Ma non lo vediamo!” Se si parla del disegno che Dio ha per noi, espresso nei suoi comandamenti, la gente obbietta: “Ma nel mondo reale non si può vivere così!”

Il cristiano, insomma, si trova a testimoniare e a mantenere la propria fede in un contesto che a ogni parola di Dio si risponde con un “ma…” “Tu dici che Dio…, ma il mondo reale non funziona così!” Per il non credente, a motivo della propria incredulità, la realtà che l’occhio vede batte sempre ciò che la parola di Dio dichiara. Di conseguenza, il cristiano può essere assalito non solo dallo scetticismo che viene dall’esterno, ma anche da dubbi dall’interno. Se il mondo ripete sempre “Dio, ma…”, è facile che anche il cristiano si chieda se non sia proprio così.

1.2. Il contesto di Ester

 In un mondo, dunque, in cui Dio pare spesso assente, le sue promesse fallite e i suoi comandamenti assurdi, abbiamo bisogno di radicarci saldamente in tutto quanto le Scritture insegnano. Il libro di Ester può essere, a questo scopo, di particolare aiuto. Il libro di Ester è, infatti, un libro particolare quando paragonato a tutti gli altri libri biblici per questo motivo: Dio non viene mai nominato. Strano, no? È strano perché la Bibbia parla sempre e ovunque di Dio! Ma è ulteriormente strano che questo libro ci possa incoraggiare a mantenere fede in Dio quando non fa nessuna menzione di Dio! O forse non lo è?

Innanzitutto, dobbiamo considerare il contesto del libro di Ester. Non è un libro che si presta facilmente alla predicazione, perché riferisce un’unica storia che risulta piuttosto complessa. Non è un libro da cui si può semplicemente ritagliare una parte per studiare in quanto tutte le parti sono necessarie per comprenderne il messaggio. Servirebbe una sola predica per insegnare questo libro, ma una sola predica, dati i suoi limiti, non basterebbe. Per superare questa difficoltà, bisogna ricapitolare i punti salienti della narrativa e poi guardare in più dettaglio i capitoli che meglio trasmettono i temi principali.

Gli avvenimenti riportati nel libro di Ester hanno luogo tra gli anni 483 e 473 a.C., all’incirca. È ambientato nella corte dell’imperatore persiano Serse (detto anche Assuero) a Susa, nel periodo dopo la sconfitta dell’impero babilonese da quello di Persia e di Media. A questo punto, molti degli esuli deportati da Giuda in Babilonia sono tornati in patria (grazie all’editto dell’imperatore persiano Ciro), ma molti altri ancora rimangono laddove le precedenti generazioni si sono stabilite.

In queste circostanze incontriamo una ragazza ebraica, Ester (il cui nome ebraico è invece Adassa), nata appunto in terra straniera che ormai è diventata casa. Attraverso una serie di eventi narrati nei primi due capitoli del libro, Ester viene scelta come regina e moglie del re Assuero. Ester è affiancata da Mardocheo, cugino di Ester che l’ha poi adottata come figlia dopo che quest’ultima è rimasta orfana alla morte dei suoi genitori.

Nel capitolo 3, incontriamo l’antagonista della storia, Aman l’Agaghita (discendente degli Amalachiti, antico nemico d’Israele), il quale trama contro gli ebrei e convince il re a decretare il loro totale sterminio. Aman, in poche parole, è l’Hitler del quinto secolo a.C. La storia prosegue nel capitolo 4 quando Mardocheo viene a conoscenza del complotto di Aman e riferisce tutto a Ester, scongiurandola di usare la sua posizione per intervenire.

Nel capitolo 5, al rischio della sua vita, Ester si avvicina al re e gli chiede un incontro con Aman. In realtà, gli chiede di venire insieme con Aman a un convito che lei gli preparerà. Nel frattempo, Aman ordina che sia preparata una forca per impiccare Mardocheo, perché quest’ultimo ha rifiutato di rendergli l’onore di cui Ama si riteneva degno. Così arriviamo al capitolo 6 dove inizieremo a leggere.

 1.3. Il riassunto dell’argomento

In questo e anche nel successivo capitolo, impareremo che mentre il mondo risponde alla parola di Dio con “Dio ma…”, coloro che sono radicati nel vangelo rispondono “…ma Dio”. Abbiamo notato prima che nel libro di Ester Dio non appare, e proprio per questo ci può aiutare. Il mondo in un certo senso ha ragione quando dice che spesso Dio sembra assente, le sue promesse fallite o dimenticate e i suoi comandamenti assurdi. A giudicare secondo le apparenze, nessuno crederebbe ciò che la Bibbia afferma. È facile credere in Dio e ubbidirgli quando lo sentiamo vicino; è tutta una altra cosa credere e ubbidire quando sembra che ci abbia abbandonato.

Il nostro bisogno, dunque, è di avere una fede che dice “ma Dio” quando il resto del mondo dice “Dio ma”, una fede che (a citare CS Lewis), “si guarda intorno e scorge un universo dal quale ogni traccia di [Dio] sembra essere svanita … e tuttavia continua a ubbidire (Le lettere di Berlicche, p.35).

 2. L’odiato onorato (Ester 6:1-14)

Riprendiamo adesso la storia di Ester all’inizio del capitolo 6.

 2.1. L’onorato e l’odiato (6:1-5)

6:1 Quella notte il re, non potendo prendere sonno, ordinò che gli si portasse il libro delle Memorie, le Cronache; e ne fu fatta la lettura in presenza del re. Vi si trovò scritto che Mardocheo aveva denunciato Bigtana e Teres, i due eunuchi del re, guardiani dell’ingresso, i quali avevano cercato di attentare alla vita del re Assuero. Allora il re chiese: «Quale onore e quale distinzione si sono dati a Mardocheo per questo?» Quelli che servivano il re risposero: «Non si è fatto nulla per lui». Il re disse: «Chi c’è nel cortile?» C’era Aman che era venuto nel cortile esterno della casa del re, per dire al re di fare impiccare Mardocheo alla forca che egli aveva preparata per lui. I servitori del re gli risposero: «Ecco, c’è Aman nel cortile». E il re disse: «Fatelo entrare».

 La narrativa dell’incontro tra Ester e Aman s’interrompe per riportare un episodio che avviene nel frattempo. Il re non riesce a dormire e si fa leggere le cronache del suo regno. Ricordato del complotto contro la sua vita che Mardocheo ha frustrato, il re vuole fare qualcosa per onorarlo. Capita nello stesso momento che Aman si presenti per chiedere al re di far impiccare Mardocheo. Quindi, abbiamo una situazione interessante: Aman, l’onorato del re, vuole uccidere il suo odiato nemico, Mardocheo, il quale il re, però, vuole onorare. Che succederà?

 2.2. L’odiato diventa l’onorato (6:6-11)

 Aman entrò e il re gli chiese: «Che si deve fare a un uomo che il re vuole onorare?» Aman disse in cuor suo: «Chi altri vorrebbe il re onorare, se non me?» E Aman rispose al re: «Per l’uomo che il re vuole onorare si prenda la veste reale che il re suole indossare e il cavallo che il re suole cavalcare, e sulla cui testa è posta una corona reale; si consegni la veste e il cavallo a uno dei prìncipi più nobili del re; si faccia indossare quella veste all’uomo che il re vuole onorare, lo si faccia percorrere a cavallo le vie della città, e si gridi davanti a lui: “Così si fa all’uomo che il re vuole onorare!”». 10 Allora il re disse ad Aman: «Fa’ presto, prendi la veste e il cavallo, come hai detto, e fa’ a quel modo a Mardocheo, a quel Giudeo che siede alla porta del re; e non tralasciar nulla di quello che hai detto». 11 Aman prese la veste e il cavallo, fece indossare la veste a Mardocheo, gli fece percorrere a cavallo le vie della città, e gridava davanti a lui: «Così si fa all’uomo che il re vuole onorare!»

La trama prende una svolta ironica. Il re chiede ad Aman cosa fare a un uomo che vuole onorare. Aman, pensando che il re parli di lui, gli dice ciò che vuole che sia fatto a sé stesso. L’ironia, ovviamente, è che Aman non sa che il re parla invece di Mardocheo, e quindi, proprio quando ha intenzione di far uccidere Mardocheo, diventa involontariamente lo strumento per mezzo del quale Mardocheo viene onorato! In più, è Aman che deve fare tutto l’onore a Mardocheo, conducendolo personalmente attraverso la città ed elogiandolo davanti a tutti gli abitanti. Ricordiamo che Aman voleva uccidere Mardocheo perché quest’ultimo aveva rifiutato di onorarlo, ma eccolo qui a dover fare al suo nemico ciò che vuole che sia fatto a sé stesso!

 2.3. L’onorato è umiliato (6:12-14)

 12 Poi Mardocheo tornò alla porta del re, ma Aman si affrettò ad andare a casa sua, tutto addolorato e con il capo coperto. 13 Aman raccontò a Zeres sua moglie e a tutti i suoi amici tutto quello che gli era accaduto. I suoi saggi e Zeres sua moglie gli dissero: «Se Mardocheo davanti al quale tu hai cominciato a cadere è della razza dei Giudei, tu non potrai resistergli. Soccomberai davanti a lui». 14 Mentre essi parlavano ancora con lui, giunsero gli eunuchi del re, i quali si affrettarono a condurre Aman al convito che Ester aveva preparato.

 Così Aman torna a casa, completamente mortificato per quanto è stato costretto a fare. Aman, l’onorato del re, è ora l’umiliato. Mostrando più saggezza di lui, Zeres, la moglie di Aman, e i suoi consiglieri lo mettono in guardia dal procedere con la sua congiura. Sicuramente fallirà. È come se una presenza nascosta, un potere all’opera dietro le quinte, stesse dalla parte di Mardocheo e degli altri ebrei, a rendere inutile ogni tentativo di fargli male. Cosa potrebbe essere?

 3. Il distruttore distrutto (Ester 7:1-10)

 Prima di rispondere a questa domanda, proseguiamo con la lettura all’inizio del capitolo 7, che riprende la storia dell’incontro tra Aman, il re ed Ester.

 3.1. L’accusatore accusato (7:1-6a)

7:1 Il re e Aman andarono dunque al convito con la regina Ester. Anche in questo secondo giorno il re disse a Ester, mentre bevevano il vino durante il convito: «Qual è la tua richiesta, o regina Ester? Ti sarà concessa. Che desideri? Fosse anche la metà del regno, l’avrai». Allora la regina Ester rispose: «Se ho trovato grazia agli occhi tuoi, o re, e se così piace al re, la mia richiesta è che mi sia donata la vita; e il mio desiderio, che mi sia donato il mio popolo. Perché io e il mio popolo siamo stati venduti per essere distrutti, uccisi, sterminati. Se fossimo stati venduti per diventare schiavi e schiave, non avrei parlato; ma il nostro avversario non potrebbe riparare al danno fatto al re con la nostra morte». Il re Assuero prese a dire alla regina Ester: «Chi è, e dov’è colui che ha tanta presunzione da far questo?» Ester rispose: «L’avversario, il nemico, è quel malvagio di Aman».

All’insaputa di Aman, anche Ester sta tramando contro di lui. Aman crede che sia per onorarlo che Ester lo ha invitato al convito con il re. Rimane però atterrito quando Ester lo accusa davanti al re di aver ordito lo sterminio totale del suo popolo. Di nuovo, Aman si trova vittima di una svolta inaspettata: convinto di essere onorato da Ester nella presenza del re, viene invece denunciato come assassino della regina. Colui che prima ha accusato gli ebrei è ora divenuto lui stesso l’accusato. Si è rivoltata la frittata.

3.2. Di peggio in peggio (7:6b-8)

Allora Aman fu colto da terrore in presenza del re e della regina. Il re tutto adirato si alzò, e dal luogo del convito andò nel giardino del palazzo; ma Aman rimase per implorare la grazia della vita alla regina Ester, perché vedeva bene che nel suo cuore il re aveva deciso la sua rovina. Poi il re tornò dal giardino del palazzo nel luogo dove bevevano il vino. Intanto Aman si era gettato sul divano sul quale si trovava Ester; e il re esclamò: «Vuole addirittura far violenza alla regina, davanti a me, in casa mia?» L’ordine uscì dalla bocca del re, e coprirono la faccia ad Aman;

Poi, proprio quando la situazione di Aman sembra essere peggiorata al massimo, diventa ancora peggio. La scena arriva infatti a essere comica. Dopo che il re se ne va infuriato, Aman, accorgendosi dei guai in cui si è ficcato, si getta sul divano su cui Ester è seduta per implorare la misericordia. Capita che il re torni e, osservando il gesto di Aman, lo interpreti come atto di violenza contro sua moglie. Per quanto adirato prima, il re lo diventa molto più ancora.

3.3. Il carnefice impiccato (7:9-10)

  Carbona, uno degli eunuchi, disse in presenza del re: «Ecco, è perfino rizzata in casa di Aman la forca alta cinquanta cubiti che Aman ha fatto preparare per Mardocheo, il quale aveva parlato per il bene del re». E il re disse: «Impiccateci lui!» 10 Così Aman fu impiccato alla forca che egli aveva preparata per Mardocheo, e l’ira del re si calmò.

 Così arriva il colpo di scena culminante. Il re ordina che Aman venga impiccato proprio alla stessa forca che egli ha preparato per Mardocheo. Adesso, non è solo l’onorato che viene umiliato, o l’accusatore che viene accusato, ma è il carnefice che viene impiccato, il distruttore che viene distrutto. E come tocco finale, è lo strumento di morte che Aman ha preparato per Mardocheo che diventa lo strumento della propria morte. Gli succede ciò che il salmista scrive nel Salmo 7:15-16:

15 Ha scavato una fossa e l’ha fatta profonda, ma è caduto nella fossa che ha preparata. 16 La sua malizia gli ripiomberà sul capo, la sua violenza gli ricadrà sulla testa.

 4. La promessa mantenuta (Ester 9:1, 20-25)

 Sappiamo, però, che il conflitto centrale della storia riguarda non solo la sorte di Ester e Mardocheo ma di tutto il popolo ebraico sparso per l’impero persiano. Nel capitolo 8, il re autorizza Ester e Mardocheo a scrivere nel nome suo lettere ufficiali destinate a tutte le province dell’impero per dare in potere agli ebrei i loro nemici che speravano di sterminarli. Così, leggiamo nel capitolo 9…

4.1. Il dolore si trasforma in gioia (9:1, 20-22)

 9:1 Il dodicesimo mese, cioè il mese di Adar, il tredicesimo giorno del mese, quando l’ordine del re e il suo decreto dovevano essere applicati, il giorno che i nemici dei Giudei speravano di averli in loro potere, avvenne invece tutto il contrario; poiché furono i Giudei ad avere in loro potere i loro nemici….

20 Mardocheo scrisse queste cose e mandò delle lettere a tutti i Giudei che erano in tutte le province del re Assuero, vicini e lontani, 21 ordinando loro di celebrare ogni anno i giorni quattordici e quindici del mese di Adar 22 come i giorni nei quali i Giudei ebbero riposo dagli attacchi dei loro nemici e il mese in cui il loro dolore venne mutato in gioia, il loro lutto in festa, e di fare di questi giorni, giorni di banchetti e di gioia, nei quali gli uni mandassero regali agli altri e si facessero doni ai bisognosi.

La svolta avvenuta nei confronti di Mardocheo e Aman ora avviene nei confronti degli ebrei e tutti i loro nemici. Ciò che è stato pensato per fargli male si trasforma in bene. Ciò che era motivo di dolore e lutto si tramuta in gioia e in festa. Proprio il giorno che doveva portare lo sterminio degli ebrei porta invece la loro salvezza, mentre nello stesso giorno vengono sterminati gli sterminatori.

 4.2. Il male semina la propria distruzione (9:23-25)

 23 I Giudei si impegnarono a continuare quello che avevano già cominciato a fare, e che Mardocheo aveva loro scritto; 24 poiché Aman, figlio di Ammedata, l’Agaghita, il nemico di tutti i Giudei, aveva tramato contro i Giudei per distruggerli e aveva gettato il Pur, vale a dire la sorte, per sgominarli e farli perire; 25 ma quando Ester si fu presentata davanti al re, questi ordinò per iscritto che la scellerata macchinazione che Aman aveva ordita contro i Giudei fosse fatta ricadere sul capo di lui, e che egli e i suoi figli fossero appesi alla forca. 

In più, come abbiamo visto nel caso di Aman, è lo stesso strumento di distruzione che i nemici hanno preparato per gli ebrei che diventa lo strumento della loro propria distruzione. Come ha affermato il salmista, il male semina la propria rovina quando la semina per il popolo di Dio.

4.3. Ma Dio

Questo ci conduce al punto della storia di Ester, l’argomento principale che prima abbiamo riassunto con la frase “ma Dio”. Abbiamo notato prima che sembra esserci una presenza, un potere all’opera che, sebbene nascosto e non menzionato, agisce per ribaltare la situazione a favore del perseguitato e a danno del persecutore. Vero è che Ester e Mardocheo sono protagonisti attivi nel dramma, ma la loro fortuna non è alla fin fine riconducibile alle loro azioni. Essi non hanno fatto sì che Ester fosse scelta come regina, né che il re non dormisse e si facesse leggere dalle cronache reali, né che Aman si presentasse proprio quando il re voleva onorare Mardocheo, né che Aman preparasse la forca per la propria impiccagione, né che il re tornasse mentre Aman si gettava sul divano dove Ester era seduto, e così via.

Che può spiegare le innumerevoli “coincidenze” che cooperano per salvare gli ebrei? Potremmo dire, forse, che una o due sono state puramente casuali, ma non tutte. Questa storia è troppo complessa, troppo imprevedibile, e alla fine troppo coese da non essere stata scritta da qualcuno. Non scritta nel senso che qualcuno abbia messo inchiostro sulla carta, ma nel senso che qualcuno sia stato l’autore degli avvenimenti stessi. Il motivo per cui il libro di Ester, pur non nominando Dio, è stato incluso nel canone delle Scritture divinamente ispirate, è questo: è Dio quella presenza, quel potere a operare dietro le quinte per salvare il suo popolo e per giudicare i suoi nemici. Il fatto che Dio non venga esplicitamente nominato risulta indispensabile agli obbiettivi del libro: proprio quando Dio sembra assente, egli è lì a far cooperare tutte le cose al bene di coloro che sono chiamati secondo il suo disegno.

I pericoli che circondavano gli ebrei nel libro di Ester erano più che sufficienti a fargli dire: “Dio, ma…”. Erano un popolo piccolo e debole, mentre i loro nemici erano numerosi e potenti. L’autore del loro sterminio era un uomo di altissimo rango nella corte del re, al di sopra di tutti gli altri prìncipi nell’impero. A guardare la situazione dal punto di vista umano, al livello delle apparenze, verrebbe da dire: “Sì, sappiamo di essere il popolo di Dio, ma i nostri nemici sono troppo forti per noi. Sì, sappiamo che Dio ha promesso di salvarci, ma l’imperatore ha già decretato il nostro sterminio. Sì, sappiamo di dover seguire la legge di Dio, ma non si può vivere così in mezzo a gente pagana.”

Il libro di Ester, invece, ci insegna che anche quando sembra che Dio sia assente, che le forze del male stiano per sopraffarci, che non ci siano più speranze perché la nostra situazione appare impossibile, Dio è comunque presente e, sebbene “nascosto dietro le quinte”, sta operando per il nostro più grande bene. Il libro di Ester ci fa vedere il Dio che ribalta situazioni impossibili, e ci insegna dunque a rigettare il “Dio ma” del mondo e a dichiarare invece “ma Dio”. Sì, i nostri nemici sono troppo forti per noi, ma Dio. Sì, il re ha già decretato il nostro sterminio, ma Dio. Sì, non ha senso credere nelle promesse delle Scritture in questo contesto, ma Dio.

5. Conclusione

 5.1. Il riassunto dell’argomento

 Vediamo così il grande valore del libro di Ester. Ci ammaestra nel percepire ciò che rimane occulto al mondo, il “ma Dio” del vangelo. Questo vale non solo per le circostanze della vita, ma anche per la più grande impossibilità che ci sia, l’impossibilità che un peccatore morto nei propri peccati possa risuscitare alla vita eterna. Come scrive l’apostolo Paolo in Efesini 2:1-7:

1 Dio ha vivificato anche voi, voi che eravate morti nelle vostre colpe e nei vostri peccati, ai quali un tempo vi abbandonaste seguendo l’andazzo di questo mondo, seguendo il principe della potenza dell’aria, di quello spirito che opera oggi negli uomini ribelli. Nel numero dei quali anche noi tutti vivevamo un tempo, secondo i desideri della nostra carne, ubbidendo alle voglie della carne e dei nostri pensieri; ed eravamo per natura figli d’ira, come gli altri. Ma Dio, che è ricco in misericordia, per il grande amore con cui ci ha amati, anche quando eravamo morti nei peccati, ci ha vivificati con Cristo (è per grazia che siete stati salvati), e ci ha risuscitati con lui e con lui ci ha fatti sedere nei luoghi celesti in Cristo Gesù, per mostrare nei tempi futuri l’immensa ricchezza della sua grazia, mediante la bontà che egli ha avuta per noi in Cristo Gesù.

Quale speranza c’era per noi che eravamo morti nelle nostre colpe e nei nostri peccati, che eravamo schiavi del maligno e per natura figli d’ira? Nulla, infatti, tanto quanto non si può sperare che un cadavere possa da solo riprendere a respirare. Ma poi seguono quelle due meravigliose parole: “Ma Dio”. Dio, che è ricco in misericordia, e per il suo grande amore, non per opere da noi compiute né per meriti da noi accumulati, ci ha vivificati in Cristo.

Cristo è infatti il grande “ma” del vangelo, l’ultima parola che nessun potere nei cieli o sulla terra è in grado di contrastare o di far tacere. Quando si conosce l’amore di Dio rivelato in Cristo, quando ci si commuove per il sangue che lui ha sparso per togliere i peccati del mondo, quando si comprende l’onnipotenza che l’ha risuscitato dai morti e l’autorità che ora esercita dal suo trono in cielo su tutto il creato, non si può dire mai più “Sì, ma…”. No, Cristo è sempre l’ultima parola, com’è sempre anche la prima, e la risposta del credente a tutto ciò che accade nella vita deve essere: “Sì, ma Cristo!”

 5.2. Consigli pratici

 Oggi siamo stati molto incoraggiati dalla storia di Ester. Questo è appunto lo scopo delle sacre Scritture! È sempre Paolo che afferma in Romani 15:4:

Poiché tutto ciò che fu scritto nel passato, fu scritto per nostra istruzione, affinché, mediante la pazienza e la consolazione che ci provengono dalle Scritture, conserviamo la speranza.

Se dunque trascuriamo le Scritture, come possiamo pensare di poter acquisire la pazienza, trovare la consolazione e conservare la speranza che solo le Scritture ci possono dare? So di dirlo sempre, fino alla nausea, ma lo dico sempre per quanto è importante: abbiamo bisogno di leggere e meditare le Scritture tutti i giorni! Solo le Scritture mediante l’opera dello Spirito Santo possono renderci capaci di dire: “ma Dio” e “ma Cristo” quando il resto del mondo dice l’opposto.

Sono inoltre solo le Scritture che ci rendono capaci di fare ciò che scrisse CS Lewis, forti parole che meritano di essere ripetute qui. Nel suo libro Le lettere di Berlicche, Lewis s’immagina una serie di consigli di un demone esperto a suo nipote che da poco ha iniziato a svolgere i suoi compiti diabolici. A un certo punto il demone confessa il seguente:

La nostra causa non è mai in maggior pericolo di quando un essere umano, senza più desiderio ma ancora con l’intenzione di fare la volontà del nostro Nemico, si guarda intorno e scorge un universo dal quale ogni traccia di Lui sembra essere svanita, e si chiede perché è stato abbandonato, e tuttavia continua a ubbidire (CS Lewis, Le lettere di Berlicche, p.34-35).

Questo è il carattere cristiano che voglio avere io, e spero che lo vogliate anche voi. Immaginate come sarebbe la nostra testimonianza se, nonostante tutto, continuassimo sempre a ubbidire al Signore. Immaginate quanto saremmo saldi nella fede, pazienti nell’afflizione e costanti nella speranza della nostra vittoria finale. E immaginate quanto sarà bello sentire Gesù dirci nell’ultimo giorno: “Ben fatto, buono e fedele servo,… entra nella gioia del tuo Signore” (Matteo 25:23).

5.3. Benedizione

 Concludiamo con un’ultima raccomandazione tratta da Giosué 1:8-9 dove Dio esorta:

Questo libro della legge non si allontani mai dalla tua bocca, ma meditalo, giorno e notte; abbi cura di mettere in pratica tutto ciò che vi è scritto; poiché allora riuscirai in tutte le tue imprese, allora prospererai. Non te l’ho io comandato? Sii forte e coraggioso; non ti spaventare e non ti sgomentare, perché il Signore, il tuo Dio, sarà con te dovunque andrai.

 Amen.

1 Re 13: Infedele, Falso e Fallito

1. Introduzione

1.1. Una storia strana

La storia raccontata in 1 Re 13 sembra molto strana. Un uomo di Giuda, mandato da Dio, si presenta davanti al re d’Israele, Geroboamo, per profetizzare giudizio contro lui e contro l’altare da lui costruito. Tornando al suo paese, l’uomo di Dio incontra un vecchio profeta che, mediante una menzogna, lo induce a trasgredire il comandamento di Dio. Quello stesso profeta, poi, gli rivolge una profezia vera da parte del Signore, che a causa della sua trasgressione l’uomo di Dio non arriverà a casa. Così infatti, congedato dal vecchio profeta, l’uomo di Dio viene sbranato e ucciso da un leone per strada, il quale però non mangia il suo corpo e non attacca il suo asino. L’accaduto lascia sconvolto il vecchio profeta, che poi va a recuperare il cadavere e lo seppellisce nella propria tomba, dando ordini ai suoi figli di seppellire anche lui, quando sarà morto, nella stessa tomba accanto alle ossa dell’uomo di Dio.

Se questa storia ci lascia perplessi, siamo nella maggioranza delle persone che la legge. Che cosa significa, e perché è stata inclusa nel canone delle sacre Scritture? In più, quale importanza potrebbe avere per noi oggi? Per quanto bizzarra possa sembrare, questa storia comunque fa parte di quegli scritti di cui l’apostolo Paolo parla in 1 Corinzi 10:11:

 Ora, [tutte] queste cose avvennero loro per servire da esempio e sono state scritte per ammonire noi, che ci troviamo nella fase conclusiva delle epoche.

Quale esempio, dunque, e quale ammonimento dà questa storia a noi?

1.2. Il contesto: 1 Re 12

Come sempre, il primo passo per studiare il testo biblico è considerare il contesto. Le informazioni necessarie per ambientare 1 Re 13 si trovano nel capitolo precedente che riferisce la divisione del regno stabilito da Davide e tramandato al suo figlio Salomone. Dopo le molte trasgressioni e la grave idolatria commesse da Salomone verso la fine della sua vita, Dio mantiene il suo patto con Davide di non strappare il regno dalla sua casa (come aveva fatto a Saul) ma comunque di castigare i suoi discendenti infedeli. Questo castigo prende forma della divisione del suo regno: il regno di Giuda al sud sotto Roboamo, figlio di Salomone, e il regno d’Israele al nord, che comprendeva la maggior parte delle tribù e del territorio sotto Geroboamo, un re senza legame di sangue alla casa di Davide.

Ma non passa molto tempo prima che Geroboamo stesso si dimostri infedele nei confronti di Dio. Pur sapendo che la legge di Mosè in Deuteronomio aveva prescritto che il culto del Signore fosse celebrato esclusivamente nel tempio a Gerusalemme, Geroboamo costruisce altri posti di adorazione in diversi luoghi del paese (tra cui l’altare a Betel) perché vuole evitare che i suoi sudditi ritornino a Gerusalemme dove regna il suo rivale, Roboamo. Siccome l’altare di Betel, e il culto istituito lì da Geroboamo, costituiscono una flagrante violazione della volontà di Dio, un uomo di Giuda viene mandato dal Signore per annunciare un messaggio di giudizio. E così inizia la storia di 1 Re 13.

1.3. L’argomento di 1 Re 13

Utili sono queste informazioni, ma non bastano per risolvere le molte domande che questo capitolo suscita, tra cui la più grande è: che cosa vuol dire? Prima di procedere, bisogna ricordare questo principio fondamentale: non dobbiamo incuriosirci per domande di cui il testo biblico non si occupa. Trascurare questo principio è un modo sicuro per fraintendere il punto del testo. Se è il testo che vogliamo capire, deve essere il testo a dirci di quali cose dobbiamo interessarci.

Se leggiamo 1 Re 13 tenendo a mente questo, l’argomento principale emerge con perfetta chiarezza, quasi da martellarci in testa tanto viene ripetuto: la parola di Dio. Anche se ci sono vari attori umani che appaiono sul palcoscenico, è in realtà la parola del Signore che domina tutte le scene. E non solo la parola di Dio intesa come “parola scritta sulle pagine della Bibbia”, come se avesse bisogno di essere letta e interpretata per realizzare i suoi obbiettivi. È piuttosto la parola di Dio per mezzo della quale Dio stesso è presente e attivo, non solo comunicando ma anche effettuando ciò che sta dicendo. La parola di Dio è la voce del Dio vivente che agisce con efficacia anche quando nessuno l’ascolta o le ubbidisce. È la parola di Dio come descritta in Ebrei 4:12:

12 Infatti la parola di Dio è vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a doppio taglio, e penetrante fino a dividere l’anima dallo spirito, le giunture dalle midolla; essa giudica i sentimenti e i pensieri del cuore.

Come vedremo, questa storia ci insegna che la parola di Dio trionferà su ogni infedeltà, su ogni falsità e su ogni fallimento degli uomini, usandoli per dimostrare il suo potere, la sua verità e la sua certezza. Perché abbiamo bisogno di imparare questo? È a motivo della nostra tendenza di rimanere scoraggiati, delusi o anche spaventati nei confronti di chi pone resistenza alla nostra testimonianza e nei confronti delle nostre proprie mancanze nel testimoniare. Se invece siamo ben preparati dalla certezza che la parola che dobbiamo testimoniare risulterà sempre vittoriosa nonostante la durezza degli altri e persino le nostre deficienze, saremo pronti a mettere in pratica quanto Paolo esorta in 2 Timoteo 4:2:

predica la parola, insisti in ogni occasione favorevole e sfavorevole, convinci, rimprovera, esorta con ogni tipo di insegnamento e pazienza.

2. L’infedeltà del re d’Israele (1 Re 13:1-10, 33-34)

Cominciamo dunque a leggere e a meditare su questo affascinante capitolo. Nella prima scena, vediamo che succede quando la parola di Dio affronta l’infedeltà dell’uomo, qui rappresentata dal re d’Israele, Geroboamo.

2.1. La ribellione di Geroboamo (13:1-10)

1 Ed ecco, un uomo di Dio giunse da Giuda a Betel per ordine del Signore, mentre Geroboamo stava presso l’altare per bruciare incenso; e per ordine del Signore si mise a gridare contro l’altare e a dire: «Altare, altare! Così dice il Signore: “Ecco, nascerà alla casa di Davide un figlio, di nome Giosia, il quale sacrificherà su di te i sacerdoti degli alti luoghi che su di te bruciano incenso, e si arderanno su di te ossa umane”». E quello stesso giorno diede un segno miracoloso dicendo: «Questo è il segno che il Signore ha parlato: ecco, l’altare si spaccherà, e la cenere che vi è sopra si disperderà».

Quando il re Geroboamo udì la parola che l’uomo di Dio aveva gridata contro l’altare di Betel, stese la mano dall’alto dell’altare e disse: «Pigliatelo!» Ma la mano che Geroboamo aveva stesa contro di lui rimase paralizzata, e non poté più tirarla indietro; l’altare si spaccò e la cenere che vi era sopra si disperse, secondo il segno che l’uomo di Dio aveva dato per ordine del Signore. 

Allora il re si rivolse all’uomo di Dio e gli disse: «Ti prego, implora la grazia del Signore, del tuo Dio, e prega per me affinché mi sia resa la mano». E l’uomo di Dio implorò la grazia del Signore, e il re riebbe la sua mano, che tornò com’era prima. Il re disse all’uomo di Dio: «Vieni con me a casa; ti ristorerai, e io ti farò un regalo». Ma l’uomo di Dio rispose al re: «Anche se tu mi dessi la metà della tua casa, io non entrerò da te e non mangerò pane né berrò acqua in questo luogo, poiché questo è l’ordine che mi è stato dato dal Signore: “Tu non vi mangerai pane né berrai acqua, e non tornerai per la strada che avrai fatta all’andata”». 10 Così egli se ne andò per un’altra strada, e non tornò per quella che aveva fatta venendo a Betel….

È palese che quando la parola di Dio, qui annunciata dall’uomo mandato da Giuda, incontra il re Geroboamo, affronta la totale opposizione del suo cuore duro e ribelle. Geroboamo ha costruito l’altare a Betel ben consapevole di agire contro la legge di Dio. Ora, per giunta, lui esaspera la sua ostinazione nel rigettare la parola di Dio rivoltagli dall’uomo di Giuda. Se prima c’era qualche dubbio sulla colpevolezza del re, adesso non ce n’è più. Geroboamo si oppone alla parola di Dio, e lo fa con impudenza. Dopo tutto, non è lui il re d’Israele, colui che è riuscito a rubare la maggior parte del regno al figlio di Salomone, l’unto del Signore? Chi è dunque il Signore a impedirgli di costruire un altare a Betel?

Ma dopo la profezia di giudizio segue un segno: “la mano che Geroboamo aveva stesa contro [l’uomo di Dio] rimase paralizzata, e non poté più tirarla indietro; l’altare si spaccò e la cenere che vi era sopra si disperse” (13:4-5). La successiva richiesta del re che l’uomo di Dio preghi per lui e resti alla casa reale per rinfrescarsi non costituisce un cambiamento della sua attitudine, ma solo dell’approccio della sua ribellione. Sia che dia ordini di pigliare l’uomo di Dio, sia che lo inviti a casa sua per fargli un regalo, Geroboamo rimane sempre, dall’inizio alla fine, l’avversario della parola di Dio.

2.2 La fine di Geroboamo (13:33-34)

 33 Dopo questo fatto, Geroboamo non abbandonò la sua via malvagia; istituì anzi nuovi sacerdoti degli alti luoghi, prendendoli qua e là dal popolo; chiunque voleva era da lui consacrato e diventava sacerdote degli alti luoghi. 34 Quella fu, per la casa di Geroboamo, un’occasione di peccato, che attirò su di lei la distruzione e lo sterminio dalla faccia della terra.

Questo è confermato da quanto ci viene detto negli ultimi versetti del capitolo: “Geroboamo non abbandonò la sua via malvagia”, perciò “attirò su[lla sua casa] la distruzione e lo sterminio dalla faccia della terra”. Nonostante gli avvertimenti del giudizio, Geroboamo non si è mai pentito della sua ribellione e di conseguenza sono stati lui e la sua casa distrutti completamente.

Questo infatti dimostra il potere della parola di Dio nei confronti dell’infedeltà dell’uomo: nemmeno i più grandi e potenti della terra, come Geroboamo, avranno successo nel contrastarla o nell’ostacolarla. Alla fine, ogni opposizione da parte degli uomini finirà come la mano di Geroboamo e l’altare di Betel: paralizzata e spaccata. Se l’uomo va a schiantarsi contro la parola di Dio in quanto “sasso d’inciampo e pietra di scandalo” (Romani 9:33), riuscirà soltanto a frantumarsi.

3. La falsità del profeta di Betel (1 Re 13:11-23)

Proseguiamo nella lettura per vedere che succede quando la parola di Dio affronta la falsità dell’uomo, esemplificata dal vecchio profeta di Betel.

3.1. L’inganno del profeta di Betel (13:11-19)

11 C’era un vecchio profeta che abitava a Betel; e uno dei suoi figli venne a raccontargli tutte le cose che l’uomo di Dio aveva fatte in quel giorno a Betel e le parole che aveva dette al re. Quando il padre udì il suo racconto, 12 disse ai suoi figli: «Per quale via se n’è andato?», poiché i suoi figli avevano visto la via per la quale se n’era andato l’uomo di Dio venuto da Giuda. 13 Egli disse ai suoi figli: «Sellatemi l’asino». Quelli gli sellarono l’asino ed egli vi montò su, 14 seguì l’uomo di Dio e lo trovò seduto sotto il terebinto, e gli disse: «Sei tu l’uomo di Dio venuto da Giuda?» Egli rispose: «Sono io». 

15 Allora il vecchio profeta gli disse: «Vieni con me a casa mia a mangiare». 16 Ma egli rispose: «Io non posso tornare indietro con te né entrare in casa tua, e non mangerò pane né berrò acqua con te in questo luogo; 17 poiché mi è stato detto, per ordine del Signore: “In quel luogo tu non mangerai pane, né berrai acqua, e non tornerai per la strada che avrai fatta all’andata”». 

18 L’altro gli disse: «Anch’io sono profeta come te; e un angelo mi ha parlato per ordine del Signore, dicendo: “Riportalo con te in casa tua, perché mangi del pane e beva dell’acqua”». Egli mentiva. 19 Così l’uomo di Dio tornò indietro con l’altro, e mangiò del pane e bevve dell’acqua in casa di lui. 

Come Geroboamo, anche il vecchio profeta di Betel tenta di frustrare la parola di Dio, ma lo fa in maniera diversa e, in un senso, più efficace: attraverso l’inganno. Geroboamo ha lanciato un assalto frontale ma ha fallito; il vecchio profeta, invece, usa un “cavallo di Troia” e riesce a far inciampare l’uomo di Dio. Quest’ultimo, a cui il Signore aveva detto di non mangiare pane né bere acqua durante la sua missione in Israele, cade in peccato quando il vecchio profeta mente ribattendo: “un angelo mi ha parlato per ordine del Signore, dicendo: ‘Riportalo con te in casa tua, perché mangi del pane e beva dell’acqua’” (13:18).

Per questo la menzogna e l’inganno sono così efficaci: ci convincono che fare la cosa sbagliata sia la cosa giusta! Il nemico dei servi di Dio sa che difficilmente essi cederanno al peccato. Quindi prova a ingannarli, come nel giardino d’Eden, facendogli credere che il frutto proibito sia “buono per nutrirsi, … bello da vedere e … desiderabile per acquistare conoscenza” (Genesi 3:6). Il diavolo “si traveste da angelo di luce” (2 Corinzi 11:14); il lupo rapace viene “in vesti da pecore” (Matteo 7:15).

La grande efficacia dell’inganno è che l’ingannato non si accorge di essere tale. Uno direbbe: “Ma io non sono ingannato”. Esatto! Questo è proprio ciò che direbbe uno ingannato perché pensa di non esserlo! Ed è in questo modo che il vecchio profeta sembra riuscire a mettere in pericolo la parola di Dio.

3.2. La profezia del profeta di Betel (13:20-23)

20 Mentre sedevano a tavola, la parola del Signore fu rivolta al profeta che aveva fatto tornare indietro l’altro; 21 ed egli gridò all’uomo di Dio che era venuto da Giuda: «Così parla il Signore: “Poiché tu ti sei ribellato all’ordine del Signore e non hai osservato il comandamento che il Signore, tuo Dio, t’aveva dato, 22 e sei tornato indietro e hai mangiato del pane e bevuto dell’acqua nel luogo del quale egli t’aveva detto: ‘Non vi mangiare del pane e non vi bere dell’acqua’, il tuo cadavere non entrerà nella tomba dei tuoi padri”». 23 Quando l’uomo di Dio ebbe mangiato e bevuto, il vecchio profeta, che lo aveva fatto tornare indietro, gli sellò l’asino.

Ma il pericolo è illusorio tanto quanto la menzogna stessa. Il testo non spiega perché Dio lascia che l’inganno del vecchio profeta abbia temporaneo successo, tanto da intrappolare l’uomo di Dio. Ma dimostra con grande chiarezza che Dio non permetterà che l’inganno abbia l’ultima parola, la quale spetta solo a lui. A un certo punto, mentre è seduto a tavola con l’uomo di Dio, lo stesso profeta che prima ha proferito parole false ora è costretto a profetizzare parole veritiere!

Il testo non indica come ciò è avvenuto perché il punto è altro: quando Dio decide che il tempo è opportuno, la sua parola trionferà su ogni tentativo di offuscarla con la falsità. Volente o nolente, il profeta bugiardo non può fare altro che testimoniare la verità, tanto è veritiera la parola del Signore.

4. Il fallimento dell’uomo di Dio (1 Re 13:24-32)

Abbiamo visto il potere della parola di Dio nei confronti dell’opposizione e la sua verità nei confronti della falsità, ma rimane ancora un’altra domanda: che succede quando la parola affronta il fallimento di chi è incaricato di testimoniarla? È un conto se gli avversari della parola non riescono a fermarla, ma n’è un altro se i suoi portatori si dimostrano infedeli? In altre parole, se falliscono i servi di Dio, fallisce anche la parola di Dio? Consideriamo ora l’esempio dell’uomo di Dio dopo che si lascia ingannare dal vecchio profeta.

4.1 La morte profetica dell’uomo di Dio (13:24-26)

24 L’uomo di Dio se ne andò, e un leone lo incontrò per strada e lo uccise. Il suo cadavere rimase steso sulla strada; l’asino se ne stava presso di lui, e il leone pure presso il cadavere. 25 Allora passarono degli uomini che videro il cadavere steso sulla strada e il leone che stava vicino al cadavere, e vennero a riferire ciò nella città dove abitava il vecchio profeta.

 26 Il profeta che aveva fatto tornare indietro l’uomo di Dio, udito ciò, disse: «È l’uomo di Dio, che è stato ribelle all’ordine del Signore; perciò il Signore l’ha dato in balìa di un leone, che l’ha sbranato e ucciso, secondo la parola che il Signore gli aveva detta». 

Esattamente come il vecchio profeta ha predetto, l’uomo di Dio non giunge a casa, ma incontra un leone che lo uccide per strada. Dal fatto che il leone non divori il cadavere né tocchi l’asino (v.28), è evidente che ciò non è successo per caso. Questo leone non stava cercando carne fresca da mangiare, come i leoni sono soliti fare. Questo è un leone in missione, un agente mandato per compiere la volontà di Dio. Il vecchio profeta, informato dell’accaduto, ne capisce subito il significato: “È l’uomo di Dio, che è stato ribelle all’ordine del Signore” (v.26). È perché l’uomo di Dio ha disubbidito al comando di Dio che è morto sbranato dal leone.

Ma notiamo bene una cosa: anche nella morte dovuta alla sua trasgressione, l’uomo di Dio serve da testimone della parola di Dio. Il vecchio profeta si accorge anche di questo quando dichiara: “un leone … l’ha sbranato e ucciso, secondo la parola che il Signore gli aveva detta” (v.26). In altri termini, la morte dell’uomo di Dio ha dato conferma che lui aveva veramente portato un messaggio da Dio. La sua morte ha dimostrato che la certezza della parola di cui era incaricato.

4.2. La conversione del profeta di Betel (13:27-32)

27 Poi si rivolse ai suoi figli e disse loro: «Sellatemi l’asino». E quelli glielo sellarono. 28 Egli andò, trovò il cadavere steso sulla strada e l’asino e il leone che stavano presso il cadavere; il leone non aveva divorato il cadavere né sbranato l’asino. 29 Il profeta prese il cadavere dell’uomo di Dio, lo pose sull’asino e lo portò indietro; e il vecchio profeta rientrò in città per piangerlo e per dargli sepoltura. 30 Depose il cadavere nella propria tomba; ed egli e i suoi figli lo piansero, dicendo: «Ahi, fratello mio!» 31 E quando l’ebbe seppellito, il vecchio profeta disse ai suoi figli: «Quando sarò morto, seppellitemi nella tomba dov’è sepolto l’uomo di Dio; ponete le mie ossa accanto alle sue. 32 Poiché la parola da lui gridata per ordine del Signore, contro l’altare di Betel e contro tutti i santuari degli alti luoghi che sono nelle città di Samaria, si verificherà certamente».

Il vecchio profeta, assistendo a tutto ciò, subisce una specie di conversione proprio perché comprende il significato profetico della morte dell’uomo di Dio. Perché il vecchio profeta, in parte responsabile della sorte dell’uomo di Dio, poi lo piange con grande commozione? Perché, dopo averlo seppellito nella propria tomba, ordina ai suoi figli di seppellire anche lui accanto alle ossa dell’altro? Ci dà la risposta il v.32: “Poiché la parola di lui gridata per ordine del Signore … si verificherà certamente”. Dopo aver visto avverarsi la parola riguardante l’uomo di Dio, il vecchio profeta viene a credere nella parola dichiarata dall’uomo di Dio.

Così, sia nell’ubbidienza nei confronti di Geroboamo, sia nella disubbidienza nei confronti del vecchio profeta, l’uomo di Dio ha servito come testimone della parola di Dio. Tanto è efficace la parola di Dio che non dipende dalla fedeltà dei suoi servi. Essa non opera solo malgrado i nostri fallimenti, ma anche proprio a causa dei nostri fallimenti. Tanto è potente la parola che si serve persino delle nostre mancanze per compiere la volontà di chi la manda a effetto.

Ora, per vedere il finale di questa storia, bisogna passare a 2 Re 23:15-18, che riferisce quanto accade circa 400 anni dopo.

4.3. La salvezza del profeta di Betel (2 Re 23:15-18)

15 [Giosia] abbatté pure l’altare che stava a Betel e l’alto luogo, costruito da Geroboamo, figlio di Nebat, il quale aveva fatto peccare Israele. Bruciò l’alto luogo e lo ridusse in polvere, e bruciò l’idolo di Astarte. 16 Poi Giosia, voltatosi, vide le tombe che stavano là sul monte; mandò a prelevare le ossa di quelle tombe e le bruciò sull’altare, profanandolo, secondo la parola del Signore pronunciata dall’uomo di Dio, che aveva annunciato queste cose. 17 Poi disse: «Che monumento è quello che io vedo laggiù?» La gente della città rispose: «È la tomba dell’uomo di Dio, che venne da Giuda, e che proclamò contro l’altare di Betel queste cose che tu hai fatte». 18 Egli disse: «Lasciatelo stare; nessuno rimuova le sue ossa!» Così le sue ossa furono conservate con le ossa del profeta ch’era venuto da Samaria.

Esattamente come l’uomo di Dio aveva profetizzato e il vecchio profeta aveva poi creduto, il re Giosia ha profanato gli altari illeciti, bruciandoci sopra le ossa umane esumate dalle tombe. Osserviamo un dettaglio importante: quando Giosia ha visto la tomba dell’uomo che aveva predetto tutto ciò, ha ordinato che nessuno disturbasse le sue ossa, e insieme a quelle, “le ossa del [vecchio] profeta ch’era venuto da Samaria”. Mentre tutte le ossa degli idolatri venivano disonorate nel giudizio, quelle del vecchio profeta sono state risparmiate.

A causa dei meriti del vecchio profeta? Assolutamente no. Lui aveva testimoniato falsità come se fosse la parola di Dio, un peccato che secondo la Torah meritava la morte. Le sue ossa invece sono state salvate dal giudizio solo perché erano state sepolte insieme a quelle dell’uomo di Dio, colui che aveva testimoniato la verità ma che per primo aveva subito in sé il giudizio che aveva pronunciato. In tal modo, la storia dell’uomo di Dio e del vecchio profeta prefigura il vangelo di Gesù Cristo.

Come l’uomo di Dio, Gesù è venuto dalla tribù di Giuda per annunciare il giudizio di Dio sul peccato. Ma a differenza dell’uomo di Dio, Gesù non solo portava la parola di Dio, era lui stesso la parola di Dio. Come l’uomo di Dio, Gesù ha subito per primo quel giudizio morendo sulla croce. Ma a differenza dell’uomo di Dio, Gesù l’ha subito non per il proprio peccato, ma per i peccati di tutto il mondo. E l’ha fatto affinché noi, che guardiamo l’uomo stroncato dal giudizio divino e poniamo fiducia in lui come vera parola di Dio e siamo sepolti con lui nella morte, potessimo essere salvati, come le ossa del vecchio profeta, da quel giudizio. Ma a differenza del vecchio profeta, non sono le ossa di chi crede in Gesù che saranno conservate, ma proprio l’intero suo essere, corpo e anima, risusciterà dai morti quando Cristo ritornerà.

5. Conclusione

5.1. Riassunto dell’argomento

Questo è il potere, la verità e la certezza della parola di Dio che è Gesù. Lui è la parola di Dio che vincerà ogni opposizione, la pietra d’inciampo contro la quale tutti i suoi avversari si frantumeranno, ma al tempo stesso la pietra angolare che sosterrà contro ogni tempesta quelli che costruiscono le loro vite su di essa. Gesù è anche la parola di Dio che vincerà ogni falsità che tenta di offuscarla, tanto che un giorno ogni lingua confesserà, persino quelle che prima hanno mentito e ingannato, che Gesù Cristo è il Signore alla gloria di Dio Padre. Infine, Gesù è la parola di Dio sicura che regge anche quando tutt’attorno crolla. Gesù è lo stesso ieri, oggi e in eterno. I suoi servi verranno e se ne andranno; riusciranno e verranno meno, ma Gesù è la parola certa che dura per sempre, efficace nel compiere tutto il suo proposito.

5.2 Consigli pratici

Che cosa significa questo per noi oggi? Innanzitutto, significa che la nostra fede deve essere posta unicamente nella parola di Dio, perché essa è l’unica cosa potente, veritiera e certa da poter sostenere la nostra fede attraverso tutta la vita. Quelli che hanno fede nell’uomo la perdono quando ne rimangono delusi, quando scoprono di essere stati ingannati o traditi, quando osservano cosiddetti uomini di Dio ipocriti che nel nome di Dio commettono ogni sorta di male. Ma quelli che hanno fede soltanto nella parola di Dio non ne rimarranno delusi, non ne saranno mai ingannati o traditi, e fisseranno lo sguardo sull’unico vero uomo di Dio, Gesù, che fa solo il bene e mai il male.

In secondo luogo, significa che dobbiamo rinnovare il nostro impegno nel meditare giorno e notte sulla parola di Dio. Se, come l’uomo di Dio in 1 Re 13, la trascuriamo anche per un momento, ci rendiamo vulnerabili agli inganni dell’avversario. Questa parola è letteralmente la nostra vita, di cui abbiamo tanto bisogno quanto il cibo che mangiamo e l’aria che respiriamo.

Infine, significa che dobbiamo ubbidire a quanto la parola ci comanda, e in particolare di essere fedeli testimoni a cui il Signore ci manda. Il nostro compito di testimoniare il vangelo è infatti il comandamento di Dio che non possiamo ignorare. E non possiamo scusarci dicendo di essere troppo mancanti o incapaci, perché abbiamo visto che il potere della testimonianza deriva dalla parola e non dal testimone. È inevitabile che sbaglieremo, che balbetteremo, che affronteremo domande a cui non avremo risposte e situazioni che non sapremo gestire. Ma nulla ci ciò importa, perché è la parola di Dio a fare tutto, servendosi anche dei nostri errori e dei nostri fallimenti per compiere tutta la sua invincibile volontà.

5.3. Benedizione

Chiudiamo con questo bellissimo passo tratto da Isaia 55:10-11.

10 Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver annaffiato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, affinché dia seme al seminatore e pane da mangiare, 11 così è della mia parola, uscita dalla mia bocca: essa non torna a me a vuoto, senza aver compiuto ciò che io voglio e condotto a buon fine ciò per cui l’ho mandata.

Amen!

1 Pietro 4:12-19: Il giudizio comincia dalla casa di Dio

1) Soffrire come partecipi di Cristo (1 Pietro 4:12-13)

1.1) Introduzione

La Bibbia parla molto, anzi moltissimo, della sofferenza. Ne parla moltissimo perché nella vita — per dire l’ovvio — la sofferenza è inevitabile e normale. Dico che questo è ovvio perché sappiamo tutti fin troppo bene che il mondo in cui viviamo è infranto e afflitto da ogni sorta di male. Tra tutte le differenze che dividono gli esseri umani, questa cosa li accomuna tutti. Nessuno — dal più ricco al più povero, dal più potente al più debole, dal più famoso al più sconosciuto — ne rimane imperturbato. Chiedi alla gente che cosa pensa di Dio, e sentirai mille risposte diverse. Ma chiedi alla gente che cosa pensa della sofferenza, e le risposte saranno più o meno le stesse. Come tutti muoiono, così anche tutti soffrono, e non c’è via di scampo.

Tuttavia, esiste uno strano fenomeno che quando succede qualcosa di male, quella stessa gente spesso ne rimane stupita e perplessa. “Perché questo è successo a me?”, si sente domandare. Anche se tutti sanno che la sofferenza è normale in questa vita “sotto il sole”, molti di loro reagiscono con sorpresa e rabbia proprio quando soffrono, come se gli accadesse qualcosa di strano!

La prima lettera di Pietro vuole invece che siamo ben preparati a soffrire, che non ci stupiamo “per l’incendio che divampa” in mezzo a noi. Questa lettera, che fa parte del gruppo di scritti biblici chiamati “lettere cattoliche” o “generali” perché, a differenza delle lettere di Paolo scritte a chiese o individui esplicitamente nominati, queste lettere — tra cui si trovano quelle di Pietro, Giovanni, Giacomo e Giuda — sono piuttosto indirizzate ai cristiani ovunque, e per questo sono “cattoliche” (cioè universali) o “generali”. Essendo lettere del primo secolo d.C., hanno delle peculiarità dovute all’epoca in cui furono redatte. In genere, però, risultano molto più immediate rispetto alle lettere paoline in quanto i loro autori apostolici volevano che fossero pertinenti e applicabili al maggior numero di cristiani possibile.

Così ci troviamo di fronte alla prima lettera di Pietro, scritta appunta dall’apostolo Pietro, “agli eletti che vivono come forestieri dispersi” nel mondo (1:1). Non dobbiamo leggere molto prima di arrivare a uno dei suoi argomenti principali:

Perciò voi esultate anche se ora, per breve tempo, è necessario che siate afflitti da svariate prove. (1:6)

“È necessario che siate afflitti da svariate prove”. E ci vorrà il resto di questa lettera a spiegare che cosa vuol dire, e come possiamo esserci preparati; o per dirla come Pietro nel 4:1, come possiamo essere “armati” in vista delle svariate prove che inevitabilmente verranno.

1.2) Non vi stupite (4:12)

12 Carissimi, non vi stupite per l’incendio che divampa in mezzo a voi per provarvi, come se vi accadesse qualcosa di strano.

Così ci troviamo nel capitolo 4 di 1 Pietro a esaminare v.12-19. Siamo ormai quasi alla fine della lettera, e qui Pietro riassume tutto quanto il suo insegnamento fino a questo punto riguardo alla sofferenza. Comincia esortandoci a non stupirci quando soffriamo, “come se [ci] accadesse qualcosa di strano”. Come ha detto nel primo capitolo, la sofferenza è al cristiano non solo inevitabile e normale ma proprio “necessaria”. Se la sofferenza è necessaria nella vita del cristiano, deve essere ovvio che non è qualcosa di strano quando accade.

Ma perché necessario? Qui Pietro riprende la parola usata prima nel capitolo 1: “per provarvi”. Cito di nuovo 1:6: “è necessario che siate afflitti da svariate prove”. Pietro spiega inoltre che queste svariate prove sono necessarie…

affinché la vostra fede, che viene messa alla prova, che è ben più preziosa dell’oro che perisce, e tuttavia è provato con il fuoco, sia motivo di lode, di gloria e di onore al momento della manifestazione di Gesù Cristo.

Al cristiano, la fede è più preziosa di ogni altra cosa, proprio perché ogni altra cosa, come l’oro, è destinata a perire. La fede invece (come afferma Pietro nel 1:5) è quella per mezzo della quale siamo “custoditi dalla potenza di Dio … per la salvezza che sta per essere rivelata negli ultimi tempi”. In contrasto con l’oro che perisce, questa salvezza è, secondo 1:4, “un’eredità incorruttibile, senza macchia e inalterabile” che abbiamo grazie alla “risurrezione di Gesù Cristo dai morti”.

Ecco perché Pietro valorizza la fede così tanto, e questo è anche il motivo per cui la fede deve essere provata in svariati modi. Poiché la fede è l’unica cosa che garantisce il nostro bene eterno, è necessario che essa diventi sempre più forte e pura, il che non avviene se non per mezzo della sofferenza. Quindi, Pietro ci esorta: “non vi stupite per l’incendio che divampa in mezzo a voi per provarvi, come se accadesse qualcosa di strano”.

1.3) Anzi rallegratevi (4:13)

13 Anzi, rallegratevi in quanto partecipate alle sofferenze di Cristo, perché anche al momento della rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare.

Proseguendo al v.13, scopriamo che Pietro non si ferma qui. Un conto è non stupirsi, ma rallegrarsi è un altro. Qualsiasi onesto osservatore del mondo potrebbe non stupirsi quando viene colpito dal male. Ma è difficile che qualcuno se ne rallegri senza la fede. Ed è questo che Pietro vuole insegnarci al v.13. Non è sufficiente che il cristiano non si stupisca della sofferenza; deve anche rallegrarsi in essa, perché così dimostrerà che la sua fede non è un mero stoicismo o rassegnazione alla sorte di cui anche un ateo potrebbe essere capace.

Qualcuno ribatterà: ma è difficile; anzi sembra proprio impossibile gioire nella sofferenza! Appunto! Pietro probabilmente risponderebbe che per questo la fede cristiana si contraddistingue da ogni altra prospettiva filosofica o strategia di adattamento alla sofferenza: essa è il miracolo possibile solo alla “potenza di Dio” rivelata nella “risurrezione di Gesù Cristo dai morti” (1:4-5).

Ora, Pietro non è l’unico tra gli autori biblici a dare una simile raccomandazione. Giacomo scrive il seguente all’inizio della sua lettera:

Fratelli miei, considerate una grande gioia quando venite a trovarvi in prove svariate, sapendo che la prova della vostra fede produce costanza. E la costanza compia pienamente l’opera sua in voi, perché siate perfetti e completi, di nulla mancanti.

Così anche Paolo in Romani 5:3-4:

non solo, ma ci gloriamo anche nelle afflizioni, sapendo che l’afflizione produce pazienza, la pazienza, esperienza, e l’esperienza, speranza.

Questi incoraggiamenti si basano sugli effetti che la sofferenza produce nella vita del cristiano. Dio usa svariate prove per purificare, fortificare e far maturare la fede del credente. Abbiamo già visto che anche Pietro parla in questa maniera, ma qui nel 4:13 fornisce ancora un’altra ragione che deve farci rallegrare: “rallegratevi in quanto partecipate alle sofferenze di Cristo”.

Mentre la sofferenza è comune a tutti, solo il cristiano si può consolare sapendo che le sue sofferenze non sono altro che una partecipazione alle sofferenze di Cristo. Ora, la Bibbia c’insegna che non c’è sofferenza che Gesù non abbia conosciuto e vissuto durante la sua vita. Potremmo riflettere a lungo, per esempio, sulla commovente descrizione delle sue afflizioni in Isaia 52-53, dove viene nominato “uomo di dolore” (53:3). Potremmo esaminare i quattro vangeli e vedere in dettaglio tutti i vari modi specifici in cui Gesù ha sofferto: tradito, abbandonato, flagellato, ecc. Ma forse basta citare Ebrei 4:15:

15 Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non possa simpatizzare con noi nelle nostre debolezze, poiché egli è stato tentato come noi in ogni cosa, senza commettere peccato. 

Come noi, in ogni cosa! In aggiunta, sulla croce Gesù ha portato il peso dei peccati del mondo intero. Secondo Ebrei 2:9, ha gustato “la morte per tutti”. Inimmaginabili, incalcolabili sono state le sofferenze di Gesù, e in proporzione, le nostre sembrano poca cosa. Dico questo non per sminuire la gravità delle nostre, ma per metterle nella giusta prospettiva e per ricordarci che non possiamo mai sperimentare qualcosa che Gesù non abbia conosciuto.

La grande consolazione che questo ci dà — quella che ci permette di rallegrarci pur affrontando svariate prove — non è tanto che Gesù ha sofferto come noi, ma piuttosto che Gesù ha sofferto per noi. Se Gesù avesse solo sofferto come noi, le sue sofferenze sarebbero comunque distinte e separate dalle nostre, proprio come le sofferenze di una persona possono essere simili a quelle di un’altra, ma mai esattamente le stesse. Per esempio, due persone possono morire dello stesso tipo di cancro, ma entrambe devono comunque vivere quest’esperienza da sole. Nessun altro può viverla al loro posto. Quanto anche una mamma vorrebbe sostituirsi al posto di suo figlio malato, ma non lo potrebbe mai fare.

Ma Gesù non ha solo sofferto come noi, ma soprattutto per noi, sostituendosi al nostro posto. Questo cambia tutto. Gesù ha sofferto per mettere fine alla sofferenza. È morto per mettere fine alla morte. Siccome le sofferenze e la morte di Gesù non sono state inutili ma efficaci nel compiere il fine divinamente prestabilito, così il cristiano sa che le proprie sofferenze, nonché la propria morte, non risulteranno invano in quanto esse sono una partecipazione nelle sofferenze di Cristo.

Pertanto, il cristiano sa anche che riuscirà a superare qualsiasi prova, non perché sia bravo o forte, ma perché Gesù le ha già superate tutte: non alcune simili, ma proprio le stesse identiche prove che colpiscono ognuno di noi. Come in Cristo tutti i nostri peccati — passati, presenti e futuri — sono stati già cancellati, così anche le nostre sofferenze — passate, presenti e future — sono state già superate da lui al nostro posto.

Questo non vuol dire, ovviamente, che non soffriremo mai più, proprio come essere perdonati in Cristo non vuol dire che non peccheremo mai più. Ma come il perdono dei peccati tramite il sacrificio di Gesù comporta la promessa che un giorno saremo resi veramente santi, così anche le sofferenze di Gesù al nostro posto comportano la promessa che allo stesso tempo ne saremo pienamente liberati.

Questo è perché Pietro aggiunge all’esortazione del v.13: “… perché anche al momento della rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare.” Cioè, possiamo già rallegrarci adesso, pur trovandoci in mezzo alla sofferenza, in vista della gioia che sarà nostra nel giorno quando Gesù ritorna per asciugare ogni lacrima dai nostri occhi. Il cristiano, dunque, non si rallegra del fatto della sofferenza stessa; si rallegra piuttosto di ciò che sarà il fine della sofferenza, in quanto essa non è che partecipare alle sofferenze di Cristo. Gesù si è arreso al patimento della croce ed è stato dopo esaltato alla gloria di Dio in virtù della sua vittoria sulla morte e la sua vita indistruttibile. Come partecipe alle sofferenze di Cristo, il cristiano non deve aspettarsi niente di meno, e per questo è in grado di rallegrarsi in ogni circostanza della vita.

Quindi, per riassumere, Pietro vuole prepararci in vista delle svariate prove che sono parte normale della vita cristiana, perché vuole che quando accadono, non ne rimaniamo stupiti ma ci rallegriamo in quanto sappiamo di partecipare alle sofferenze di Cristo.

2) Soffrire come cristiano (1 Pietro 4:14-16)

Per quanto già bellissimo, il discorso di Pietro continua perché ci sono due precisazioni da fare. La prima è qualcosa che avremmo già potuto intuire, ma Pietro lo vuole rendere esplicito. Proseguiamo ai versetti 14-16.

2.1) Beati voi! (4:14)

14 Se siete insultati per il nome di Cristo, beati voi! Perché lo Spirito di gloria, lo Spirito di Dio, riposa su di voi.

Qui Pietro è molto specifico. Non parla solo di sofferenza in generale ma quella che è particolare al cristiano, cioè soffrire perché si è cristiani. Se, per esempio, siamo “insultati per il nome di Cristo”, non dovremmo provare un senso di vergogna o paura ma piuttosto di beatitudine. Perché? È perché “lo Spirito di gloria, lo Spirito di Dio, riposa su di voi”. Questo è semplicemente un altro modo per indicare che il cristiano partecipa alle sofferenze di Cristo.

Da quando lo Spirito è disceso al suo battesimo per riposare su di lui, Gesù ha intrapreso il percorso che lo avrebbe infine portato alla croce. I vangeli sinottici riportano infatti che subito dopo il suo battesimo, lo Spirito ha condotto Gesù nel deserto per digiunare per quaranta giorni e “per essere tentato dal diavolo” (Matteo 4:1). In un certo senso, venir incontro alla sofferenza e alla tentazione è stato il primo “frutto dello Spirito” nella vita di Gesù! I vangeli sono espliciti su questo fatto. Per Gesù, l’essere più esposto agli attacchi satanici è stato il risultato dell’essere ripieno dello Spirito.

Quando dunque anche il cristiano si trova attaccato dalle forze del male proprio perché si identifica con Cristo, si può consolare sapendo che, come Cristo (di cui è partecipe), lo Spirito di Dio riposa su di lui o lei. Il diavolo non deve occuparsi più di tanto dei malvagi in quanto non minacciano il suo potere. Sono invece i cristiani pieni della potenza dello stesso Spirito che ha riempito Gesù che costituiscono un maggior pericolo. È un segno preoccupante se al cristiano tutto va a gonfie vele!

2.2) Non vergogna ma gloria (4:15-16)

15 Nessuno di voi abbia a soffrire come omicida, o ladro, o malfattore, o perché si immischia nei fatti altrui; 16 ma se uno soffre come cristiano non se ne vergogni, anzi glorifichi Dio, portando questo nome.

Poi, nei v.15-16, Pietro chiarisce cosa vuole dire e cosa non vuole dire. Le sofferenze del cristiano non dovrebbero essere dovute a dei misfatti, di cui per esempio l’omicidio, il furto, o anche qualcosa di molto meno estremo come il pettegolezzo. Cristo non ha sofferto per aver fatto il male; anzi ha fatto solo il bene! Il cristiano, quindi, deve soffrire “come cristiano”, non vergognandosi di portare il nome di Gesù e così dando gloria a Dio.

Riflettiamo bene su questo punto. Pochi si stupiscono quando uno reputato cattivo soffre; piuttosto è considerato giusto che sia così. Questo è in pratica il concetto di karma secondo il quale al buono torna il bene e al malvagio torna il male. Ma il mondo non capisce, si scandalizza pure, quando vede il bene tornare al malvagio e il male tornare al buono. Questo scandalo sta alla radice del perenne “problema del male” che nega l’esistenza di un Dio buono che permetterebbe che il male accada agli innocenti.

Notiamo come Pietro, invece, va in una direzione diametralmente opposta alla legge del karma. Secondo lui, il cristiano soffrirà in questo mondo non malgrado il bene che fa ma proprio a causa del bene che fa! Questo lo ha già spiegato in più dettaglio nel 2:19-23:

19 Perché è una grazia se qualcuno sopporta, per motivo di coscienza dinanzi a Dio, sofferenze che si subiscono ingiustamente. 20 Infatti, che vanto c’è se voi sopportate pazientemente quando siete malmenati per le vostre mancanze? Ma se soffrite perché avete agito bene, e lo sopportate pazientemente, questa è una grazia davanti a Dio. 21 Infatti a questo siete stati chiamati, poiché anche Cristo ha sofferto per voi, lasciandovi un esempio perché seguiate le sue orme. 22 Egli non commise peccato e nella sua bocca non si è trovato inganno.23 Oltraggiato, non rendeva gli oltraggi; soffrendo, non minacciava, ma si rimetteva a colui che giudica giustamente

Vediamo come per Pietro il discorso s’impernia sempre su Gesù, perché il cristiano è in fondo uno che segue le orme di Gesù, uno in cui Cristo stesso vive. Quindi, la domanda “perché i giusti soffrono?” può trovare una risposta solo in Gesù, l’unico vero giusto che ha sofferto. La domanda dovrebbe essere: “perché Gesù, il più giusto di tutti, ha sofferto come il più ingiusto di tutti?”

Ne abbiamo già menzionata una: affinché gli ingiusti potessero diventare giusti. Ma c’è un’altra che Pietro sottolinea nel 2:7-8: “per gli increduli” Gesù è “pietra d’inciampo e sasso di ostacolo”. In altre parole (e cambiando metafora) Gesù è la luce di Dio che è venuta nel mondo di tenebre. Ma le tenebre hanno odiato la luce e hanno provato a spegnerla, perché non volevano che le loro opere tenebrose venissero da essa esposte.

Continuando nel v.9, Pietro descrive i cristiani come “una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una gente santa, un popolo che Dio si è acquistato [per proclamare] le virtù di colui che [li] ha chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa”. Come rappresentanti e testimoni della meravigliosa e santissima luce di Dio, la presenza dei cristiani nel mondo è tanto insopportabile quanto lo era la luce stessa. A questo infatti siamo stati chiamati, dice Pietro, a soffrire perché abbiamo agito bene nel nome di Gesù, è questa è addirittura una grazia davanti a Dio.

Non c’è dunque il più minimo spazio nel pensiero cristiano per l’idea del karma. Cito invece le parole di Gesù in Giovanni 15:

15:18 «Se il mondo vi odia, sapete bene che prima di voi ha odiato me. 19 Se foste del mondo, il mondo amerebbe quello che è suo; siccome non siete del mondo, ma io ho scelto voi in mezzo al mondo, per questo il mondo vi odia. 20 Ricordatevi della parola che vi ho detta: “Il servo non è più grande del suo signore”. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi

3) Soffrire secondo la volontà di Dio (1 Pietro 4:17-19)

La seconda precisazione che Pietro vuole fare ci porta all’ultima parte del nostro studio, v.17-19. Abbiamo visto che il cristiano deve aspettarsi la sofferenza come parte normale della vita, e deve proprio gioire in essa in quanto partecipa alle sofferenze di Cristo che ha sofferto a causa della sua giustizia. L’altra cosa che Pietro vuole aggiungere a quest’esortazione è la fiduciosa certezza che tutte quante le svariate prove che il cristiano affronterà non accadranno se non “secondo la volontà di Dio” (v.19).

In primo luogo, osserviamo che Pietro non si preoccupa della questione del rapporto fra la sovrana volontà di Dio e il male. Di nuovo, la risposta è da trovarsi solo nella croce di Cristo dove si è rivelata la perfetta confluenza fra la sovranità di Dio e la responsabilità dell’uomo, fra la santa volontà di Dio che si oppone a ogni male, e il più grande male che involontariamente compie la santa volontà di Dio per la salvezza del mondo. Al cristiano, dunque, basta la croce come risposta a ogni dubbio o mistero riguardante il cosiddetto “problema del male”, e possiamo accontentarci della semplice certezza che il male è sempre convertito da Dio in bene per compiere il suo benevolo proposito (Genesi 50:20).

3.1) La conclusione: fidarsi di Dio e fare il bene (4:19)

19 Perciò anche quelli che soffrono secondo la volontà di Dio affidino le anime loro al fedele Creatore, facendo il bene.

Al v.19, vediamo infatti che la semplice fiducia nella volontà di Dio è la conclusione di questo discorso. Il cristiano sa (e deve sempre ricordarsi) che non soffre se non “secondo la volontà di Dio”, la stessa volontà pienamente rivelata in Cristo sulla croce. Come Cristo, dunque, i cristiani devono affidare “le anime loro al fedele Creatore” e fare “il bene”.

Chiamare Dio “Creatore” in questo contesto evidenzia che la sovranità di Dio si estende in tutto quanto il creato, e dunque non c’è nulla che possa accadere al cristiano che Dio non farà cooperare al suo bene eterno. Affidare l’anima a Dio richiama le ultime parole di Gesù sulla croce quando dice: “Padre, nelle tue mani rimetto lo spirito mio” (Luca 23:46). Con occhi fissi sulla croce, il cristiano si aspetta di soffrire ingiustamente per aver fatto del bene nel nome di Gesù, ed è per questo che deve affidarsi a Dio. Se tutto accadesse al cristiano invece secondo la legge del karma, non ci sarebbe bisogno di questa fiducia in quanto si toglierebbe lo scandalo della croce! Il cristiano, armato di questa fiducia, non si stancherà di fare il bene, nonostante le sue ingiuste sofferenze, perché sarà sempre sostenuto dallo stesso Spirito di gloria che ha sostenuto Gesù in ogni sua afflizione.

3.2) Il giudizio comincia dalla casa di Dio (4:17-18)

17 Infatti è giunto il tempo in cui il giudizio deve cominciare dalla casa di Dio; e se comincia prima da noi, quale sarà la fine di quelli che non ubbidiscono al vangelo di Dio? 18 E se il giusto è salvato a stento, dove finiranno l’empio e il peccatore?

In base a tutto ciò, sarebbe facile concludere che la fede cristiana sia una specie di rassegnazione passiva alla sorte, come l’agnello condotto al macello. Per contro, non bisogna dimenticare che Gesù non si figura come l’Agnello di Dio immolato ma anche come il Leone di Giuda trionfante! Seguendo Gesù come l’Agnello di Dio, il comportamento del cristiano nella sofferenza e davanti ai persecutori sarà mite e fiducioso, ma la sua speranza sarà aggressiva e ruggente come un leone. Il suo sguardo non è solo rivolto indietro a Gesù sulla croce, ma anche in avanti “al momento della rivelazione della sua gloria” (v.13).

In quel giorno, si rivelerà “la fine di quelli che non ubbidiscono al vangelo di Dio”. Pietro non specifica qui quale sarà quella fine, ma la lascia intendere al v.18 con la suggestiva domanda: “se il giusto è salvato a stento [cioè solo attraversando le molte e svariate prove appena discusse], dove finiranno l’empio e il peccatore?” Ciò che riempie la speranza cristiana di grinta e audacia di fronte ai suoi persecutori è la certezza che quello che Dio ha fatto nei confronti di Gesù, risuscitandolo dai morti e facendolo sedere alla sua destra al di sopra di ogni potere e principato nell’universo, lo farà anche nei confronti di tutti coloro che partecipano alle sofferenze di Cristo.

Questo è infatti il giudizio di Dio, il giudizio che mette tutto a posto, che raddrizza lo storto e fascia il ferito, che salva gli oppressi e opprime gli oppressori, che non ripaga comunque secondo la legge del karma ma che crea un nuovo ordine intero basato sulla grazia, di cui Cristo risorto è la primizia e l’esemplare. Tutto ciò avverrà, come dice Pietro nel 1:7, “al momento della manifestazione di Gesù Cristo” quando egli torna per rivendicare la sua autorità su tutto il mondo e per far sì che la volontà di Dio sia fatta in terra come in cielo.

Nel frattempo, Pietro dice al v.17, “il giudizio deve cominciare dalla casa di Dio”. Anche in questo il cristiano segue le orme di Cristo. Cos’è stata la croce se non il giudizio finale di tutti gli uomini manifestato in un solo uomo, Gesù, nell’età presente? Come la risurrezione di Gesù, in quanto primizia, prefigura il mondo già giudicato (cioè messo a posto, risanato e ricreato), così la crocifissione di Gesù rivela il giudizio stesso. Il cristiano si trova alla sovrapposizione di queste due età, cittadino del regno di Dio pur vivendo nel regno del mondo, portando la croce verso la propria morte ma aspettando con fiducia la propria risurrezione e glorificazione.

In questo senso, la “casa di Dio” — ossia la comunità cristiana, la chiesa, la comunione dei santi chiamati fuori dal mondo per essere rimandati come testimoni al mondo — costituisce in quest’epoca la manifestazione del giudizio di Dio che ha avuto inizio alla croce e continua nelle sofferenze dei cristiani. Questo non è un giudizio alla condanna, poiché “non c’è più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù” (Romani 8:1), bensì un giudizio per essere “messi a posto”, preparati al regno di Dio, santificati in vista della gloria che sarà loro quando saranno manifestati con Gesù al suo ritorno.

Questo, a proposito, è uno dei motivi per cui la Bibbia non riconosce nessun concetto di un purgatorio post mortem. Quella purificazione ha luogo tramite le “svariate prove” di questa vita, tramite “l’incendio che [ora] divampa” in mezzo a noi. In quanto il cristiano, come Cristo sulla croce, sopporta con fiducia e pazienza questo giudizio, renderà una chiara e forte testimonianza del giudizio ancora a venire e del bisogno che tutti hanno dunque di ravvedersi e credere in Gesù.

La conclusione del discorso? Leggiamo ciò che Pietro scrive nel 5:6-9:

Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, affinché egli vi innalzi a suo tempo, gettando su di lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi. Siate sobri, vegliate; il vostro avversario, il diavolo, va attorno come un leone ruggente cercando chi possa divorare. Resistetegli stando fermi nella fede, sapendo che le medesime sofferenze affliggono i vostri fratelli sparsi per il mondo.

Che il Signore ci conceda la grazia di fare proprio questo. Amen.

Ebrei 7: Il Sacerdote Come Melchisedec

1) Introduzione a Ebrei 7

1.1) Il rinnovamento della mente secondo le Scritture

In Romani 12:2, l’apostolo Paolo riassume lo scopo della vita cristiana in questo modo:

Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà.

L’opposto dell’essere conformati al mondo — al regno del male, del maligno e della morte — è l’essere trasformati mediante il rinnovamento della mente. Come avviene questo rinnovamento della mente che ci libera dall’andazzo del mondo e ci conforma all’immagine di Gesù Cristo? Uno dei modi principali è lo studio delle Sacre Scritture per mezzo del quale non solo impariamo i loro insegnamenti, ma acquisiamo anche la capacità di pensare e di ragionare come gli autori biblici, soprattutto nei confronti delle Scritture stesse. Tante persone leggono le Scritture senza trarne alcun beneficio. 2 Pietro 3:16 avverte che le stesse Scritture che testimoniano la vita eterna in Cristo:

uomini ignoranti e instabili travisano a loro perdizione.

Impariamo a non travisare le Scritture e a farne l’uso corretto in gran misura quando ci lasciamo istruire dagli autori biblici stessi. Chi sa meglio leggere le Scritture se non coloro che le hanno scritte?

1.2) Il contesto di Ebrei

Un ottimo esempio di un autore biblico che ci insegna a leggere rettamente le Scritture — o meglio, ad avere una mente rinnovata all’immagine di Cristo — è lo scrittore della lettera agli Ebrei. Ricordiamoci brevemente l’occasione e l’obiettivo di questo documento. L’autore — che rimane anonimo — lo compone probabilmente prima della distruzione del tempio nel 70 d.C. per alcuni credenti ebraici che, a causa delle persecuzioni da parte dei loro connazionali, si chiedono se sia meglio abiurare la loro fede in Gesù quale Cristo e tornare al giudaismo dei loro padri, sottomettendosi di nuovo al giogo della legge mosaica e osservando tutte le sue prescrizioni. 

Questa lettera (che in realtà si presenta più come un sermone scritto, e dunque mi riferirò al suo autore come il “Predicatore”) costituisce simultaneamente un avvertimento e un’esortazione: un avvertimento di non rinunciare alla fede in Cristo, poiché chi lo fa, lo fa alla propria perdizione ora che Cristo ha adempiuto e quindi reso obsoleto il sistema mosaico; e un’esortazione a mantenere ferma la confessione di fede in Gesù come l’unica fonte della salvezza, di cui Mosè e tutti i profeti hanno dato testimonianza. A questo scopo, il Predicatore esamina il sistema mosaico, passo dopo passo, esponendo come tutto trova compimento e superamento in Gesù.

1.3) La consolazione del sacerdozio di Gesù

Uno dei punti cardini dell’istituzione mosaica era il sacerdozio, necessario per mantenere la relazione tra un popolo peccatore e il suo Dio tre volte santo. Nel capitolo 7 di Ebrei, il Predicatore tratta questo argomento per dimostrare come il sacerdozio di Gesù è infinitamente superiore al sacerdozio mosaico, cosicché qualunque ritorno a quest’ultimo sarebbe infinitamente folle e pericoloso. E qual è questa dimostrazione? Gesù è “sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedec” (v.7, citando Salmo 110:4). 

Secondo il Predicatore, se noi comprendiamo questa verità e ne facciamo tesoro, diventerà per noi una sorgente inesauribile di forza e coraggio, perché vivremo alla luce del fatto che “egli può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio, dal momento che vive sempre per intercedere per loro” (v.25). Quest’affermazione è infatti il punto dell’intero discorso in Ebrei 7.

Ora, secondo ciò che il Predicatore dice negli ultimi versetti del capitolo 6, riconoscere Gesù come sacerdote secondo l’ordine di Melchisedec dovrebbe darci “una potente consolazione” in qualsiasi afflizione e farci “afferrare saldamente la speranza … come un’àncora dell’anima” per poter resistere a qualsiasi persecuzione o opposizione e testimoniare Cristo crocifisso con franchezza e fedeltà. Se non fa questo effetto in noi, significa che abbiamo ancora strada da percorrere prima di arrivare alla mente conforme a Gesù. Lo scopo di Ebrei 7, e dunque quello di questo studio, è di aiutarci a fare un altro passo verso questa meta. Consideriamo adesso questo meraviglioso testo.

2) La figura di Melchisedec in Genesi 14 (Ebrei 7:1-10)

2.1) L’identità di Melchisedec (v.1-3)

Questo Melchisedec, re di Salem, era sacerdote del Dio altissimo. Egli andò incontro ad Abraamo, mentre questi ritornava dopo aver sconfitto dei re, e lo benedisse. E Abraamo diede a lui la decima di ogni cosa. Egli è anzitutto, traducendo il suo nome, re di giustizia; e poi anche re di Salem, vale a dire re di pace. Senza padre, senza madre, senza genealogia, senza inizio di giorni né fine di vita, reso simile quindi al Figlio di Dio, egli rimane sacerdote in eterno.

I primi dieci versetti costituiscono un’esposizione di Genesi 14. Nei versetti 1-3, il Predicatore ci ricorda i particolari storici narrati in Genesi 14 e le generalità di una delle figure bibliche più enigmatiche, il suddetto Melchisedec, il quale appare solo due volte nell’Antico Testamento: qui in Genesi 14 e poi anche nel Salmo 110 che, come vedremo, il Predicatore tratterà nella seconda parte di Ebrei 7.

In Genesi 14, Melchisedec si presenta incontrando Abraamo mentre quest’ultimo ritorna “dopo aver sconfitto dei re”. L’occasione menzionata dal Predicatore è quella in cui Abraamo intraprende una spedizione militare per salvare suo nipote Lot che è stato rapito insieme ad altri abitanti di Sodoma e Gomorra dopo che queste ultime sono state sconfitte e saccheggiate da una confederazione di re proveniente da oriente. Dopo aver liberato Lot, Abraamo torna al paese di Canaan e gli viene incontro Melchisedec, il quale lo benedice nel nome di Dio e al quale Abraamo dà la decima del bottino.

L’apparizione di Melchisedec occupa solo tre versetti di Genesi 14, ma il Predicatore ne evidenzia due caratteristiche straordinarie. Prima, ci fa notare nel v.1 che Melchisedec ricopre da solo due ruoli che nell’epoca mosaica si tenevano distinti, cioè quelli del re e del sacerdote. Secondo la legge, solo uomini nati dalla tribù di Levi potevano servire come sacerdoti, mentre dopo Davide i re venivano dalla tribù di Giuda. Qui, però, vediamo che Melchisedec è presentato sia come sacerdote sia come re. E non è un re qualsiasi; è re di Salem, ossia (per usare il nome a noi più familiare) re di Geru-Salem-me, prima che Davide lo fosse.

La seconda cosa che il Predicatore ci indica (nel v.3) è la similitudine di Melchisedec a Gesù in quanto senza padre, senza madre, senza genealogia, senza inizio di giorni né fine di vita, reso simile … al Figlio di Dio, egli rimane sacerdote in eterno”. Questo non significa che Melchisedec era una figura sovrumana, o possibilmente una “cristofonia”, un’apparizione preincarnata di Gesù. Sarebbe difficile capire come Melchisedec poteva essere “reso simile” a Gesù se in realtà lui fosse Gesù. 

Il commento del Predicatore nel v.3 è da interpretare invece alla luce del contrasto che lui vuole fare con il sacerdozio levitico. A differenza dei sacerdoti istituiti dalla legge mosaica (i quali dovevano dimostrare di essere membri della tribù di Levi e, per i sommi sacerdoti, dovevano tracciare la loro patrilinearità fino ad Aarone), Melchisedec appare come sacerdote legittimo senza però avere queste qualifiche.

In questo senso è “senza genealogia, senza inizio di giorni né fine di vita”. Per quanto riguarda le Scritture (che di solito sono scrupolose nel tracciare le genealogie dei personaggi importanti), Melchisedec appare dal nulla come sacerdote e subito scompare senza lasciare un lignaggio sacerdotale o reale. Non si sa da dove sia venuto, e non si sa che fine abbia fatto. Melchisedec si profila come un vero sacerdote di Dio, ma ovviamente appartenente a un ordine sacerdotale totalmente diverso da quello levitico stabilito dalla legge mosaica. Questo è il punto che il Predicatore vuole mettere in rilievo.

2.2) La superiorità di Melchisedec a Levi (v.4-10)

Pertanto considerate quanto sia grande costui al quale Abraamo, il patriarca, diede la decima del bottino! Ora, tra i figli di Levi, quelli che ricevono il sacerdozio hanno per legge l’ordine di prelevare le decime dal popolo, cioè dai loro fratelli, benché questi siano discendenti di Abraamo. Melchisedec, invece, che non è della loro stirpe, prese la decima da Abraamo e benedisse colui che aveva le promesse! Ora, senza contraddizione, è l’inferiore che è benedetto dal superiore. Inoltre, qui, quelli che riscuotono le decime sono uomini mortali; là, invece, le riscuote uno di cui si attesta che vive. In un certo senso, nella persona di Abraamo, Levi stesso, che riceve le decime, ha pagato la decima; 10 perché egli era ancora nei lombi di suo padre, quando Melchisedec incontrò Abraamo.

Detto questo, il Predicatore continua l’esposizione di Genesi 14 nei v.4-10 per dimostrare la superiorità dell’ordine sacerdotale di Melchisedec rispetto a quello levitico. Secondo il Predicatore, questa superiorità si manifesta in due azioni: Melchisedec che benedice Abraamo, e Abraamo che dà la decima a Melchisedec. Per quanto riguarda la prima azione, il Predicatore ci ricorda nel v.7 che nelle Scritture è sempre “l’inferiore che è benedetto dal superiore”. Padri benedicono i propri figli, re benedicono i propri sudditi, e il Signore benedice il suo popolo. 

Già questo testimonia la superiorità di Melchisedec ad Abraamo. Ma in più, il Predicatore ci fa notare, Abraamo dà la decima del bottino a Melchisedec, cosa che la legge comandava che gli israeliti facessero nei confronti dei sacerdoti levitici. Come la decima rappresentava la superiorità dei sacerdoti nei confronti del popolo, così essa rappresenta la superiorità di Melchisedec nei confronti di Abraamo, il quale era infatti il bisnonno di Levi! 

Questa relazione biologica è quella che permette al Predicatore di asserire nel v.9 che “in un certo senso, nella persona di Abraamo, Levi stesso … ha pagato la decima” a Melchisedec! Secondo il Predicatore, la conclusione di un’attenta lettura di Genesi 14 dovrebbe essere ovvia: l’ordine sacerdotale di Melchisedec, per quanto sia enigmatico, è superiore a quello levitico, nonché più antico in quanto Melchisedec precede il sacerdozio levitico di più di 400 anni!

3) L’ordine di Melchisedec nel Salmo 110 (Ebrei 7:11-17)

3.1) Il bisogno di un nuovo sacerdozio (v.11-12)

11 Se dunque la perfezione fosse stata possibile per mezzo del sacerdozio levitico (perché su quello è basata la legge data al popolo), che bisogno c’era ancora che sorgesse un altro sacerdote secondo l’ordine di Melchisedec e non scelto secondo l’ordine di Aaronne? 12 Poiché, cambiato il sacerdozio, avviene necessariamente anche un cambiamento di legge. 

Finita l’esposizione di Genesi 14, il Predicatore ora passa a esaminare l’unico altro passo nelle Scritture che parla di Melchisedec, il Salmo 110. Questo salmo è di particolare importanza nel Nuovo Testamento, essendo il testo veterotestamentario citato più volte a causa delle sue esplicite profezie messianiche. Gesù (Matteo 22:41-46) si riferisce al primo versetto per dimostrare la sua divinità contro i suoi avversari:

Il Signore ha detto al mio Signore: «Siedi alla mia destra finché io abbia fatto dei tuoi nemici lo sgabello dei tuoi piedi».

In Ebrei 7, è il v.4 su cui il Predicatore si focalizza:

«Il SIGNORE ha giurato e non si pentirà: “Tu sei sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedec»

In base a questo giuramento profetico da parte del Signore, il Predicatore pone una domanda retorica nel v.11 la cui argomentazione si può parafrasare così: secoli dopo l’istituzione del sacerdozio levitico, Dio, parlando per mezzo di Davide, ha giurato di stabilire un altro ordine sacerdotale, diverso da quello levitico, secondo la figura di Melchisedec. Ora, se il sacerdozio levitico fosse capace di togliere i peccati e riconciliarci con Dio, non ci sarebbe stato bisogno di un altro sacerdozio. Ma visto che Dio ha giurato attraverso Davide di istituirne un altro, deve significare che il primo, stabilito dalla legge, risulta inefficace. 

Inoltre — il Predicatore aggiunge nel v.12 — se il sacerdozio stabilito dalla legge risulta inefficace e va cambiato, vuol dire che l’intero sistema mosaico, compresa la legge stessa, vanno cambiati. Forse possiamo intuire dove il Predicatore vuole portare il filo del discorso: poiché l’istituzione dell’ordine sacerdotale di Melchisedec richiede un cambiamento non solo del sacerdozio ma anche di tutta quanta la legge mosaica, ne consegue che è insensato tornare a quel sistema!

3.2) Il bisogno di un cambiamento di legge (v.13-14)

13 Infatti, queste parole sono dette a proposito di uno che appartiene a un’altra tribù, della quale nessuno fu mai assegnato al servizio dell’altare; 14 è noto infatti che il nostro Signore è nato dalla tribù di Giuda, per la quale Mosè non disse nulla riguardo al sacerdozio.

Nei v.13-14, il Predicatore dimostra che quest’ultimo punto è confermato ancora dal Salmo 110. Grazie alla sua attenta meditazione sul testo, il Predicatore nota che le parole del Salmo 110 “sono dette a proposito di uno che appartiene a un’altra tribù”. Com’anche Gesù ha indicato in Matteo 22, Davide parla nel Salmo 110 di un suo discendente che tuttavia lui chiama “mio Signore”. Ma se il “Signore” al quale il Salmo 110 è rivolto viene dalla stirpe di Davide, e quindi dalla tribù di Giuda, questo implica che la legge mosaica sarà abrogata, perché la legge ordinava invece che i sacerdoti appartenessero alla tribù di Levi! Non c’è mai stato un sacerdote da Giuda, bensì i re. Quindi, perché un re davidico diventi anche sacerdote (come giurato da Dio nel Salmo 110), la legge mosaica dovrà in qualche modo essere revocata.

3.3) Il bisogno dell’ordine di Melchisedec (v.15-17)

 15 E la cosa è ancor più evidente quando sorge, a somiglianza di Melchisedec, un altro sacerdote 16 che diventa tale non per disposizione di una legge dalle prescrizioni carnali, ma in virtù della potenza di una vita indistruttibile; 17 perché gli è resa questa testimonianza: «Tu sei sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedec». 

Prima di portare a conclusione il suo discorso, il Predicatore scava ancora un altro punto importante dal Salmo 110 nei v.15-17. A differenza dei sacerdoti levitici che diventavano tali “per disposizione di una legge dalle prescrizioni carnali”, il Signore, il re davidico di cui il salmo parla, diventerà sacerdote “in virtù della potenza di una vita indistruttibile”. Il Predicatore scopre questo perché nota che Dio giura al Messia: “Tu sei sacerdote in eterno”. 

Ma questo ovviamente costituisce un’enorme deviazione dalle norme mosaiche, le quali dovevano fronteggiare la realtà della morte che impediva a qualsiasi sacerdote di servire oltre i suoi anni, e dunque provvedeva al passaggio continuo del sacerdozio di generazione in generazione. Questo sacerdote, però, colui dichiarato tale da giuramento divino secondo l’ordine di Melchisedec, è sacerdote in eterno, e questo “in eterno”, dice il Predicatore, indica la “vita indistruttibile” che lo differenzia da tutti i sacerdoti levitici e rende superflue tutte le prescrizioni legali che tutelavano il passaggio del sacerdozio dall’uno all’altro.

4) Una migliore speranza in Gesù (Ebrei 7:18-28)

18 Così, qui vi è l’abrogazione del comandamento precedente a motivo della sua debolezza e inutilità 19 (infatti la legge non ha portato nulla alla perfezione); ma vi è altresì l’introduzione di una migliore speranza, mediante la quale ci accostiamo a Dio.

A questo punto, nei v.18-19, il Predicatore porta il discorso a una specie di conclusione che spiegherà in più dettaglio nel resto del capitolo. Qual è il punto di quanto ricavato dall’Antico Testamento riguardante la figura di Melchisedec? Vediamo i due lati della stessa medaglia. Da un lato, Melchisedec emerge nell’Antico Testamento come testimonianza della “debolezza” e dell’”inutilità” della legge mosaica e il sacerdozio da essa istituito, e dall’altro Melchisedec emerge come prefigurazione di “una migliore speranza”, la quale ci permette di accostarci a Dio con piena fiducia di essere da lui accolti e accettati, santi e irreprensibili, grazie all’efficacia del nuovo ordine sacerdotale che ha compimento in Gesù Cristo. 

Pertanto, rinunciare a Gesù quale sacerdote come Melchisedec significa rinunciare a questa migliore speranza, mentre mantenere ferma la confessione di fede in Gesù, nonostante le difficoltà e persecuzioni che questa fede attira, significa diventare “più che vincitori in virtù di colui che ci ha amati” (Romani 8:37). Nei versetti rimanenti del capitolo, il Predicatore s’impegna a spiegare in tre punti la grandezza di questa migliore speranza, per spronarci a rafforzare sempre di più la nostra presa su di essa.

4.1) La fermezza di un giuramento divino (v.20-22)

20 Questo non è avvenuto senza giuramento. Quelli sono stati fatti sacerdoti senza giuramento, 21 ma egli lo è con giuramento, da parte di colui che gli ha detto: «Il Signore ha giurato e non si pentirà: “Tu sei sacerdote in eterno”». 22 Ne consegue che Gesù è divenuto garante di un patto migliore del primo.

Il primo punto, dettagliato nei v.20-22, è che questa speranza è migliore a causa della fermezza del giuramento divino con cui è stabilita. Mettendo di nuovo a confronto i due ordini sacerdotali, il Predicatore rileva che, mentre il sacerdozio levitico si tramandava da padre a figlio (la “disposizione di una legge dalle prescrizioni carnali” menzionata nel v.16), quello secondo l’ordine di Melchisedec è stato stabilito da un esplicito giuramento da parte di Dio stesso, cosa che non ha fatto nell’istituire l’ordine levitico. Il sacerdozio di Melchisedec, cioè quello di Gesù, gode dunque di una maggiore sicurezza; anzi, dell’immutabilità della parola di Dio stesso. Dio ha giurato, e non si pentirà mai. Il sacerdozio di Gesù durerà in eterno.

4.2) La potenza di una vita indistruttibile (v.23-25)

23 Inoltre, quelli sono stati fatti sacerdoti in gran numero, perché la morte impediva loro di durare; 24 egli invece, poiché rimane in eterno, ha un sacerdozio che non si trasmette. 25 Perciò egli può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio, dal momento che vive sempre per intercedere per loro.

Poi, nei v.23-25, il Predicatore passa al secondo punto che conferma la migliore speranza che si ha in Cristo: il suo sacerdozio non è limitato dalla morte, e dunque “non si trasmette”. Sotto il vecchio patto, c’era bisogno di “sacerdoti in gran numero” a causa della morte, ma Gesù “rimane in eterno”. A differenza di Aaronne il cui inizio e la cui morte sono narrati nella Torah, Melchisedec appare in Genesi 14 come un sacerdote “senza inizio di giorni né fine di vita” (v.3), ed è all’ordine di quest’ultimo che Gesù appartiene. 

Poiché Gesù è sacerdote non solo per giuramento divino ma anche “in virtù di una vita indistruttibile” (v.16), noi abbiamo una migliore speranza in quanto “egli può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio, dal momento che vive sempre per intercedere per loro”. In altre parole, il sacerdozio di Gesù, non limitato dalla morte, precede la nascita e permane dopo la morte di ogni essere umano. 

In altre parole, quando affermiamo che Gesù è sacerdote secondo l’ordine di Melchisedec, affermiamo che le nostre vite sono interamente racchiuse dal ministero di Gesù quale nostro mediatore presso Dio Padre in cielo. Non è Maria, ma Gesù che prega per noi peccatori adesso e nell’ora della nostra morte, amen! Prima che nascessimo, Gesù era il nostro sommo sacerdote. Durante ogni momento della nostra vita, Gesù è il nostro sommo sacerdote. Dopo la nostra morte, Gesù sarà ancora il nostro sommo sacerdote come garante della nostra risurrezione a vita eterna. Ecco perché Gesù, e solo Gesù, può salvarci perfettamente. Anche se moriamo, la nostra vita è nelle mani di chi non muore mai.

4.3) La necessità di un sacerdote perfetto (v.26-28)

26 Infatti a noi era necessario un sommo sacerdote come quello, santo, innocente, immacolato, separato dai peccatori ed elevato al di sopra dei cieli, 27 il quale non ha ogni giorno bisogno di offrire sacrifici, come gli altri sommi sacerdoti, prima per i propri peccati e poi per quelli del popolo, poiché egli ha fatto questo una volta per sempre quando ha offerto se stesso. 28 La legge infatti costituisce sommi sacerdoti uomini soggetti a debolezza, ma la parola del giuramento fatto dopo la legge costituisce il Figlio, che è stato reso perfetto in eterno.

Il terzo punto, infine, è quello che porta a termine il capitolo. La migliore speranza che è nostra in Gesù deriva non solo dalla fermezza del giuramento divino, e non solo dalla potenza della sua vita indistruttibile ma anche dalla sua perfezione come sommo sacerdote. Anche per questo il sacerdozio di Gesù secondo l’ordine di Melchisedec differisce da quello levitico in quanto egli non deve offrire sacrifici né per se stesso né ripetutamente, perché, essendo santo e immacolato, ha offerto se stesso una volta per sempre come unico sacrifico necessario per togliere tutti i peccati. 

La perfezione di Gesù, il Predicatore ci ricorda nel v.28, non è stata semplicemente un attributo del suo essere Figlio di Dio, ma è stata ottenuta solo affrontando tutte le tentazioni e tutti i tormenti che assaliscono la nostra carne debole e peccaminosa. Cito da Ebrei 5:8-10:

Nei giorni della sua carne, con alte grida e con lacrime, egli offrì preghiere e suppliche a colui che poteva salvarlo dalla morte ed è stato esaudito per la sua pietà. Benché fosse Figlio, imparò l’ubbidienza dalle cose che soffrì; e, reso perfetto, divenne per tutti quelli che gli ubbidiscono autore di salvezza eterna, 10 essendo da Dio proclamato sommo sacerdote secondo l’ordine di Melchisedec.

Nella sua carne, Gesù è stato esposto a ogni forma di tentazione e così ha “imparato” l’ubbidienza, non con la grande facilità di una divinità imperturbabile ma “con alte grida e con lacrime”! Così è in grado di “simpatizzare con noi nelle nostre debolezze” (4:15). Ma il fatto che lui abbia vinto ogni tentazione e sia rimasto puro da ogni peccato significa che è anche in grado di renderci partecipi del potere della sua vittoria.

Non è questa veramente la migliore speranza che si possa mai avere? Questa è la speranza che abbiamo in Gesù, proprio perché egli è sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedec: “Egli può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio, dal momento che vive sempre per intercedere per loro” (v.25).

5) Conclusione: La (sovra)sufficienza di Gesù

Siamo giunti alla fine del nostro studio, e vorrei concludere lasciandovi tre spunti per stimolare riflessione circa l’applicazione di Ebrei 7 alla vita quotidiana.

5.1) Un altro sacerdozio?

Il primo spunto di riflessione concerne la chiesa. Cerco di non parlare tanto contro la chiesa cattolica romana, ma quando la Bibbia tratta un tema pertinente, ci tengo a precisare le differenze che ci dividono. Se Gesù è un sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedec (e adesso dovremmo capire cosa significa questo!), che bisogno ci sarebbe di un altro sacerdozio come quello presente nella chiesa romana? Certo, le Scritture provvedono alla guida e alla tutela della chiesa nella forma di pastori (chiamati anche anziani) e diaconi, ma questi non sono altro che “fratelli maggiori”. 

Il sacerdozio secondo la concezione romana invece è ben diverso: è il mediatore necessario per conferire la grazia di Dio ai fedeli. Secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica, il “ministro ordinato” opera “nella persona di Cristo-Capo” cosicché, “soprattutto nel presiedere l’Eucaristia” (1142), “si attua l’opera della nostra redenzione” (1068). Quest’idea non combacia però con il sacerdozio di Gesù secondo l’ordine di Melchisedec di cui è detto esplicitamente che “non si trasmette” (v.24). “Aspetta”, un cattolico ribatterà, “il sacerdozio di Gesù non esclude la partecipazione di sacerdoti umani ordinati.” 

Al contrario! Abbiamo visto che essere sacerdote secondo l’ordine di Melchisedec è invece esclusivo in quanto esclude chiunque è soggetto alla morte. Quindi, ristabilire un ordine sacerdotale che di nuovo si regola secondo prescrizioni legali e che richiede un “gran numero” di sacerdoti perché “la morte [impedisce] loro di durare” significa tornare a un ordine sacerdotale simile a quello levitico, il che effettivamente nega la superiorità di quello di Melchisedec posseduto da Gesù! 

Quindi, per quanto riguarda la chiesa romana, noi protestanti abbiamo ancora da protestare, e le differenze che ancora ci dividono sono di una tale importanza che le trascuriamo solo al nostro danno. Parte del nostro mantenere ferma la confessione di Cristo come protestanti (o evangelici) italiani è dunque lottare per la migliore speranza nell’avere Cristo, e Cristo solo, come sacerdote e mediatore.

5.2) Un altro aiuto?

Il secondo spunto di riflessione concerne la nostra quotidianità che può essere interrotta da vicende tremende e drammatiche (che mettono la nostra fede a dura prova), ma per la maggior parte consiste in tante altre faccende e problematiche relativamente banali. Non voglio sottovalutare l’importanza di questa migliore speranza per quei momenti drammatici, ma mi preme ricordarvi di non sottovalutarla neanche per le più banalità che occupano la maggior parte del nostro tempo e attenzione. È ovvio che abbiamo bisogno del sacerdozio di Gesù nei momenti di grande difficoltà, e sono quei momenti in cui ne siamo solitamente più consapevoli. 

Quindi, può darsi che la nostra tentazione più grande (perché è più subdola) sia quella di non esserne così consapevoli quando le problematiche quotidiane sembrano più a nostra portata. Gesù vuole, sì, che ci fidiamo del suo ministero sacerdotale per “essere soccorsi al momento opportuno” (4:16), ma vuole anche che ci fidiamo del suo ministero sacerdotale nei momenti più banali, per le faccende domestiche, per i piccoli contrattempi e fastidi che incontriamo tutti i giorni. 

Se Gesù è in grado di salvarci “perfettamente” (v.25), dal peccato e dalla morte, egli è certamente in grado di aiutarci nel lavare i piatti, nel sopportare quel collega litigioso al lavoro, per sopravvivere alla prossima riunione condominiale. Poiché egli è sacerdote “in virtù della potenza di una vita indistruttibile” (v.16), nulla è troppo grande per lui, ma nemmeno è nulla troppo piccolo per lui. Affidiamo dunque tutto a lui, persino le cose che riteniamo di pochissimo conto, perché tanto è capiente la premura di Gesù nei nostri confronti. C’è forse qualche altro aiuto superiore a questa migliore speranza?

5.3) Un altro modello?

Il terzo e ultimo spunto di riflessione ci porta dove abbiamo cominciato: c’è forse un altro modello all’infuori di Gesù secondo le Scritture alla cui somiglianza vogliamo diventare conformi? In Romani 12:2, Paolo non potrebbe essere più chiaro: o ci stiamo conformando al mondo o ci stiamo conformando a Cristo mediante il rinnovamento della nostra mente. Esistono solo queste due opzioni. E la seconda è sicuramente quella più difficile, perché va proprio contro l’andazzo della prima. Per essere conformi al mondo, non bisogna fare niente. Se ce ne accorgiamo o no, veniamo naturalmente conformati alla somiglianza del mondo, perché da ogni lato siamo costantemente bombardati dal suo modo di pensare.

Ecco perché in 2 Timoteo 2:15 Paolo esorta suo figlio nella fede dicendo: 

Sfòrzati di presentare te stesso davanti a Dio come un uomo approvato, un operaio che non abbia di che vergognarsi, che tagli rettamente la parola della verità. 

Bisogna sforzarsi per avere una mente rinnovata secondo la parola di Dio, perché essa ci trasforma solo nella misura in cui la meditiamo. Lo studio che abbiamo fatto oggi n’è un esempio. Se non ci riteniamo capaci di questo tipo di studio approfondito delle Scritture, non c’è problema. Abbiamo i più bravi maestri, come l’autore della lettera agli Ebrei, che sono sempre pronti ad aiutarci e insegnarci se solo ce ne avvaliamo. Personalmente non avrei mai capito da solo la teologia del sacerdozio secondo l’ordine di Melchisedec; l’ho imparata solo seguendo l’esempio del Predicatore che non solo me l’ha insegnata, ma mi ha anche insegnato a leggere l’Antico Testamento con più attenzione e comprensione. 

E questa comprensione, miei fratelli e sorelle, e alla portata di tutti in cui dimora lo Spirito Santo, lo stesso Spirito che ha ispirato gli autori biblici a scrivere le parole che adesso costituiscono le Sacre Scritture. Quindi, al lavoro!

Amen.

Filemone: La rivoluzione più rivoluzionaria

1) Introduzione a Filemone (1-3)

Paolo, prigioniero di Cristo Gesù, e il fratello Timoteo, al caro Filemone, nostro collaboratore, alla sorella Apfia, ad Archippo, nostro compagno d’armi, e alla chiesa che si riunisce in casa tua: grazia a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo.

1.1) La (forse) più trascurata lettera di Paolo

La lettera di Paolo a Filemone non è la più teologicamente profonda né la più drammaticamente emotiva delle sue opere canoniche. Forse questo fatto (per non menzionare la sua brevità) spiega il motivo per cui è anche la più trascurata delle lettere di Paolo. In tutti i miei anni nella chiesa, credo di aver sentito un solo sermone su Filemone, ma innumerevoli altri sul resto dei suoi scritti. Qualsiasi sia il motivo, è una perdita perché questa lettera, pur apparendo superficialmente ordinaria e poco avvincente, è invece una risorsa inesauribile per la riflessione e la pratica cristiane.

È vero: Filemone non ascende mai alle altezze teologiche di Romani, e non si applica immediatamente alla vita come Efesini. Concerne semplicemente la questione di un certo schiavo di nome Onesimo fuggito dal suo padrone. Ma non dobbiamo lasciarci ingannare dalla sua semplicità; Filemone è un bellissimo esempio del vangelo all’opera. Dimostra in modo concreto come la grazia di Dio trasforma radicalmente la vita dei credenti. Non è neanche esagerato dire che fornisce un modello di una rivoluzione tanto potente da cambiare il mondo, a partire da ogni individuo. E se questo ci sorprende — perché Filemone non assomiglia affatto ai trattati rivoluzionari dei nostri tempi — dobbiamo ricordarci che così opera il regno di Dio: come un granello di senape, come il lievito nell’impasto, come il Messia crocifisso, cioè contro le nostre aspettative.

1.2) Il contesto storico di Filemone

Prima di esaminare il testo di Filemone in dettaglio, bisogna spendere qualche parola sul contesto storico. Abbiamo già detto che la questione di cui si occupa è di un tale schiavo, chiamato Onesimo, che era fuggito dal suo padrone Filemone, il destinatario di questa lettera. Impariamo nel v.2 che la chiesa (o una parte della chiesa) di Colosse (un’altra città importante dell’Asia Minore, distante da Efeso circa 160 km) si riuniva nella casa di Filemone. Le prime chiese nel periodo apostolico erano solite riunirsi nelle case, e spesso chi ospitava la chiesa nella propria casa ne fungeva da responsabile.

Ora, bisogna ricordarsi che nella società greco-romana del primo secolo, le case (soprattutto quelle abbastanza grandi da poter ospitare una piccola comunità cristiana) non erano solo il domicilio della famiglia nucleare (genitori e figli) ma erano costituite anche da padroni e servi o schiavi. Questo è uno dei motivi per cui Paolo, nelle sue lettere alle chiese di Efeso e Colosse (non a caso!), diede istruzioni per il comportamento di mariti e mogli, genitori e figli, e padroni e schiavi. Questi erano i tre tipi di rapporti di solito presenti nelle case dove le chiese si riunivano.

Evidentemente, uno degli schiavi della casa di Filemone era scappato e, secondo quello che Paolo lascia intendere nel v.18, aveva rubato dei soldi o dei beni di Filemone mentre se ne andava. Come schiavo, Onesimo non avrebbe avuto mezzi per sostenersi da solo, e probabilmente si era portato dietro queste cose per vivere. Impariamo anche che Onesimo era giunto a Roma — un’enorme città dove avrebbe potuto nascondersi facilmente — perché aveva in qualche modo incontrato Paolo mentre l’apostolo era imprigionato.

Nel v.10, Paolo chiama Onesimo “mio figlio che ho generato mentre ero in catene”, indicando che lo schiavo di Filemone si era convertito grazie al ministero di Paolo che continuava a svolgere a Roma nonostante la sua incarcerazione. Non solo convertito, Onesimo era rimasto con Paolo come un suo assistente nel ministero, sicuramente di grande aiuto viste le catene dell’apostolo. Paolo dice infatti che Onesimo gli è stato molto “utile”, come lo era stato a Filemone (v.11). Una cosa interessante è che il nome Onesimo significa proprio “utile”, e quindi Paolo fa un gioco di parole nel v.11 quando descrive Onesimo come “un tempo inutile a te, ma che ora è utile a te e a me”. Onesimo, “l’utile”, si era dimostrato invece “inutile” quando era fuggito da Filemone, ma dopo la sua conversione a Cristo era diventato “utile” a Paolo, in un senso ancora più grande di prima. Per quanto potesse essere stato utile in passato come schiavo, dopo è diventato veramente utile nel senso che collaborava con Paolo nel vangelo e poteva aiutare la chiesa a Colosse.

1.3) L’argomento di Filemone

Queste informazioni ci portano a considerare l’argomento di Filemone. Nella società dell’epoca, gli schiavi fuggiti (per non parlare del furto!), se catturati, venivano solitamente puniti con terribile severità e senza compassione, e spesso con la pena di morte. Nel v.13, Paolo scrive che avrebbe preferito tenere Onesimo con sé perché “mi servisse nelle catene che porto a motivo del vangelo”. Tuttavia, per poter beneficiare ancora della sua collaborazione, Paolo riconosce che Onesimo debba prima riconciliarsi con Filemone per il torto che gli ha fatto e, se necessario, restituire ciò che gli ha rubato (v.18).

Paolo, in prigione, non può accompagnare Onesimo da Filemone a Colosse, a quindi scrive questa lettera per intervenire in suo favore nei confronti del suo padrone, affinché Filemone lo accolga con grazia e perdono. Come sempre, il testo ci offre più spunti di riflessione del tempo che abbiamo per studiarli. Quindi oggi vogliamo focalizzarci sui tre protagonisti — Paolo, Onesimo e Filemone — per vedere come essi esemplificano ciò che vorrei chiamare la “rivoluzione più rivoluzionaria” che il vangelo porta all’individuo, alle relazioni personali, e al mondo. Cosa voglio dire? Consideriamo insieme la lettera a Filemone.

2) Paolo: dall’interno all’esterno (4-14)

Io ringrazio continuamente il mio Dio, ricordandomi di te nelle mie preghiere, perché sento parlare dell’amore e della fede che hai verso il Signore Gesù e verso tutti i santi. Chiedo a lui che la fede che ci è comune diventi efficace nel farti riconoscere tutto il bene che noi possiamo compiere, alla gloria di Cristo. Infatti ho provato una grande gioia e consolazione per il tuo amore, perché per opera tua, fratello, il cuore dei santi è stato confortato.

Perciò, pur avendo molta libertà in Cristo di comandarti quello che conviene fare, preferisco fare appello al tuo amore, semplicemente come Paolo, vecchio e ora anche prigioniero di Cristo Gesù; 10 ti prego per mio figlio che ho generato mentre ero in catene, per Onesimo, 11 un tempo inutile a te, ma che ora è utile a te e a me. 12 Te lo rimando, lui, che amo come il mio cuore. 13 Avrei voluto tenerlo con me, perché in vece tua mi servisse nelle catene che porto a motivo del vangelo; 14 ma non ho voluto fare nulla senza il tuo consenso, perché la tua buona azione non fosse forzata, ma volontaria.

Cominciamo con Paolo, e vediamo come dimostra la rivoluzione che opera dall’interno all’esterno. Dopo aver scritto i saluti tipici in cui ringrazia il Signore per l’amore e la fede di Filemone, Paolo dice chiaramente che potrebbe, come apostolo di Cristo, “comandarti quello che conviene fare”, ma che preferisce invece “fare appello al tuo amore” (vv.8-9). Questo sentimento lo ribadisce nel v.14 quando scrive che “non ho voluto fare nulla senza il tuo consenso”, perché Paolo desidera che la “buona azione” di Filemone non sia “forzata ma volontaria”. Paolo vuole infatti, come vedremo dopo, che Filemone accolga Onesimo “non più come schiavo ma … come un fratello” (v.16) e che non lo tenga responsabile per il torto che gli ha fatto. Paolo cerca, in una parola, la riconciliazione tra Filemone e Onesimo.

Ma quando consideriamo (come alcuni dicono) “il mondo reale”, sappiamo che in genere non funziona così. I torti non si dimenticano. Il rancore non lascia perdere. I padroni non trattano i propri schiavi (o possiamo dire “dipendenti” se vogliamo usare termini contemporanei) che gli rubano come fratelli. Chi sbaglia, deve pagare. A chi ha subito un male, il perdono non viene naturale. Infatti, il perdono può sembrare del tutto ingiusto, perché lascia impunito chi merita la punizione!

E in questo contesto, quando Paolo cerca proprio il perdono e la riconciliazione che sono contrari alle normali inclinazioni umane, ha senso che lui eviti deliberatamente di usare la sua autorità apostolica per comandare che Filemone faccia così? Come può aspettarsi che la “buona azione” di Filemone non sia “forzata ma volontaria”? Come può essere, come scrive nel v.21, “fiducioso” nell’ubbidienza di Filemone, sapendo che lui farà “anche più di quel che” gli chiede? In una società in cui gli schiavi fuggiti e catturati venivano spesso ammazzati dai propri padroni, Paolo rimanda Onesimo a Filemone solo con un incoraggiamento di accoglierlo come un fratello e pensa che tutto andrà bene così? Ma è scemo questo Paolo? Non sa come il mondo funziona?

Paolo sa come il mondo funziona, ma non sta “giocando” secondo le sue regole. Il regno del mondo cerca di cambiare le cose tramite l’imposizione di una forza maggiore dall’esterno — come nuove leggi, nuovi decreti, nuovi governi, e nuovi partiti politici, o più poliziotti, più controlli, e più armi, o proteste, sovversioni e ribellioni, fino al più estremo sconvolgimento sociale che è la rivoluzione vera e propria. La violenza che affligge quotidianamente il nostro mondo è solo il sintomo di questa tendenza, di cercare il cambiamento attraverso la forza. Il mondo, infatti, non conosce un altro metodo: “devi fare come ti dico io, o ti faccio pagare le conseguenze”.

Ma dovremmo ormai tutti sapere che l’imposizione della forza maggiore dall’esterno non cambia mai veramente le cose. Magari la gente si comporta diversamente perché ha paura delle conseguenze, ma prima o poi si trova sempre una scappatoia. Più sono avanzate le tecnologie della sorveglianza, più diventano furbi i criminali. Più forti diventano le difese di un paese, più forti diventano le armi del suo nemico. La forza maggiore imposta dall’esterno non raggiunge mai l’interno, e non ha il potere di cambiare il cuore umano, la vera fonte di tutto il male nel mondo. Si possono fare nuove leggi con sempre più grandi penali, ma se non cambia il cuore umano, non cambierà in realtà niente.

Ecco perché Paolo non gioca secondo le regole del mondo. Non hanno mai funzionato, e non funzioneranno mai. Paolo sa che per cambiare le cose veramente, bisogna iniziare dall’interno, dal cuore. E c’è una sola cosa nel mondo che può veramente cambiare il cuore umano, la grazia di Dio ricevuta per fede nel vangelo. Ecco perché Paolo rifiuta di comandare, ma fa appello a Filemone come fratello nel Signore. Filemone ha già manifestato i frutti di fede e di amore nella sua vita, frutti dell’opera dello Spirito Santo. Paolo è convinto che Filemone farà quello che gli chiede, e ancora di più, non perché abbia fiducia nella sua bontà innata (di cui in realtà non ce n’è) ma nell’efficacia del vangelo di Cristo in lui. Paolo sa che se Filemone accoglie Onesimo come fratello perché è stato costretto a farlo, in pratica non cambierà niente. Perché ci sia la vera riconciliazione tra i due, il perdono di Filemone deve essere volontario, deve nascere dentro di lui come frutto della grazia in lui.

Magari questo approccio sembra poco realistico e un po’ ingenuo, perché “il mondo non è così”. Ma Paolo pone la sua fiducia non nel mondo così com’è, ma nel potere di Dio di trasformarlo radicalmente dall’interno tramite il vangelo. Il suo esempio è un invito a fare la stessa cosa, di “scommettere” tutto sulla grazia di Dio. Questa è la rivoluzione più rivoluzionaria.

3) Onesimo: dalla ribellione alla sottomissione (15-16)

15 Forse proprio per questo egli è stato lontano da te per un po’ di tempo, perché tu lo riavessi per sempre; 16 non più come schiavo, ma molto più che schiavo, come un fratello caro specialmente a me, ma ora molto più a te, sia sul piano umano sia nel Signore!

Adesso consideriamo Onesimo. Onesimo trova il suo ruolo in questa rivoluzione in un modo che sembra tutt’altro che rivoluzionario. Se Paolo è l’esempio della rivoluzione che cambia dall’interno all’esterno, Onesimo è l’esempio della rivoluzione che passa dalla ribellione alla sottomissione. Come? La sottomissione come atto rivoluzionario? Sì, esattamente!

Onesimo, ci ricordiamo, era fuggito da Filemone, e gli aveva pure fatto torto rubandogli delle cose. Questo è comprensibile. La vita da schiavo non è da invidiare in nessun’epoca, e il desiderio umano di essere liberi e non trattati come proprietà è universale. Ora, un rivoluzionario (secondo i criteri del mondo) approverebbe la “ribellione” di Onesimo, dicendo forse che era suo diritto cogliere l’occasione di scappare quando ha potuto. Nella nostra società di oggi, questo tipo di ribellione contro l’ordine esistente è applaudito, e i ribelli che si oppongono ai poteri oppressivi sono considerati campioni della libertà. Basta pensare a quello che sta succedendo negli Stati Uniti — le proteste contro il governo e l’insubordinazione nei confronti delle forze dell’ordine a causa della discriminazione contro le minoranze — per vedere quanto i “ribelli” del nostro tempo sono stimati ed elogiati come lottatori per i diritti umani. Secondo questa prospettiva, Onesimo sarebbe un eroe.

Potrebbe sembrare dunque strano, se non scandaloso, che Paolo rimandi Onesimo al suo padrone, rimettendolo di nuovo nelle mani di chi ha l’autorità di farne qualsiasi cosa che vuole. E Onesimo, da parte sua, è altrettanto strano nel senso che lui è evidentemente d’accordo. Paolo non può accompagnarlo fino a Colosse, e deve fidarsi di Onesimo che lui farà tutto il viaggio da Roma fino a Colosse senza ripensarci e scappare di nuovo. Sarebbe stato un viaggio lungo e difficile, con infinite opportunità di cambiare idea. Ma il fatto che oggi stiamo leggendo questa lettera è la prova che Onesimo ha fatto quel viaggio, è stato fedele a quello che Paolo gli ha chiesto di fare ed è tornato da Filemone, non come Spartaco, lo schiavo che ha violentemente sfidato l’impero. Non più il ribelle e il ladro, Onesimo è tornato dal suo padrone in ubbidienza e sottomissione, per fare ciò che era il suo dovere.

Ora, a tante persone la sottomissione di Onesimo parrebbe l’esatto opposto della rivoluzione, del cambiamento, della lotta per la libertà e i diritti umani. È impensabile: lo schiavo libero che volontariamente torna dal suo padrone, pur sapendo che il padrone ha l’autorità di ucciderlo se vuole? Eppure, se abbiamo occhi per vedere, qui vediamo la vera rivoluzione, la rivoluzione più rivoluzionaria che ha il potere di trasformare radicalmente il mondo, di portare la vera libertà.

Questo è perché la vera libertà non è principalmente quella esteriore ma quella interiore (per tornare a quanto detto prima riguardante Paolo). Onesimo, che aveva assistito Paolo per un po’ nel suo ministero, aveva osservato l’apostolo mentre era imprigionato e in catene. Onesimo doveva la sua conversione alla predicazione di un uomo che aveva meno libertà di quando Onesimo era schiavo nella casa di Filemone. Questo per dire che nell’esempio di Paolo, Onesimo avrebbe imparato cos’è la vera libertà, la libertà che si ha solo in Gesù, la libertà non da qualche tiranno umano, ma dal peccato e dalla morte, la vera schiavitù di ogni essere umano. Paolo avrebbe insegnato a Onesimo ciò che aveva scritto ai Filippesi, sempre da prigione:

4:11 Non lo dico perché mi trovi nel bisogno, poiché io ho imparato ad accontentarmi dello stato in cui mi trovo. 12 So vivere nella povertà e anche nell’abbondanza; in tutto e per tutto ho imparato a essere saziato e ad aver fame; a essere nell’abbondanza e nell’indigenza. 13 Io posso ogni cosa in colui che mi fortifica.

Paolo avrebbe esortato Onesimo come ha scritto nella sua lettera alla chiesa di Colosse di cui Filemone faceva parte:

3:22 Servi, ubbidite in ogni cosa ai vostri padroni secondo la carne; non servendoli soltanto quando vi vedono, come per piacere agli uomini, ma con semplicità di cuore, temendo il Signore. 23 Qualunque cosa facciate, fatela di buon animo, come per il Signore e non per gli uomini, 24 sapendo che dal Signore riceverete per ricompensa l’eredità. Servite Cristo, il Signore!

Così, Onesimo sapeva che non tornava a casa come schiavo di Filemone, ma come schiavo di Cristo. Questa è la vera libertà, che nessun padrone o nessuna prigione potrebbe mai togliere. Onesimo non tornava a casa come schiavo di Filemone, ma come schiavo di Cristo che è la vera libertà! Questa è la libertà di chi per cui “vivere è Cristo e il morire guadagno” (Filippesi 1:21). Questa è la libertà della grazia che non si lascia “vincere dal male” ma che vince “il male con il bene” (Romani 12:21).

Questo è infatti perché la sottomissione, e non la ribellione, è la vera rivoluzione. Ogni tentativo di sovvertire l’ordine esistente, anche se ci riesce, non fa altro che stabilire un altro ordine esistente che sarà altrettanto difettoso. Ricordiamoci le parole di Gesù in un altro contesto: “quello che nasce dalla carne è carne” (Giovanni 3:6). Per quanto possa essere giusta la causa, ciò che l’uomo fa sarà sempre e solo fatto dall’uomo, e pertanto sempre e solo ingiusto. Ma l’ingiustizia non sarà mai vinta dall’ingiustizia; il male non sarà mai vinto dal male, ma solo dal bene, la cui fonte è solo il Signore. Ecco perché Paolo scrive così in Romani 12:

17 Non rendete a nessuno male per male. Impegnatevi a fare il bene davanti a tutti gli uomini. 18 Se è possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti gli uomini. 19 Non fate le vostre vendette, miei cari, ma cedete il posto all’ira di Dio; poiché sta scritto: «A me la vendetta; io darò la retribuzione», dice il Signore. 20 Anzi, «se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere; poiché, facendo così, tu radunerai dei carboni accesi sul suo capo». 21 Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene.

Fare il bene, e lasciare posto al giusto giudizio di Dio che solo metterà a posto il mondo. Questo è in effetti quello che Onesimo ha fatto quando è tornato da Filemone, passando dalla ribellione alla sottomissione. La sottomissione è un atto di fiducia nel Signore, che sarà lui a giudicare e a salvare nel momento giusto e che prima di quel momento egli non si servirà mai della nostra ribellione o della nostra ira per compiere la sua giustizia. La vera rivoluzione che sconvolge e trasforma il mondo è quella del regno di Dio, e sarà solo Gesù che porterà questo regno a compimento quando torna. In questa prospettiva vediamo che il ritorno di Onesimo da Filemone è stato, infatti, l’atto rivoluzionario più rivoluzionario di tutti.

4) Filemone: dal potere alla fratellanza (17-25)

17 Se dunque tu mi consideri in comunione con te, accoglilo come me stesso. 18 Se ti ha fatto qualche torto o ti deve qualcosa, addebitalo a me. 19 Io, Paolo, lo scrivo di mia propria mano: pagherò io; per non dirti che tu mi sei debitore perfino di te stesso. 20 Sì, fratello, io vorrei che tu mi fossi utile nel Signore; rasserena il mio cuore in Cristo. 21 Ti scrivo fiducioso nella tua ubbidienza, sapendo che farai anche più di quel che ti chiedo. 22 Al tempo stesso preparami un alloggio, perché spero, grazie alle vostre preghiere, di esservi restituito. 23 Epafra, mio compagno di prigionia in Cristo Gesù, ti saluta. 24 Così pure Marco, Aristarco, Dema, Luca, miei collaboratori. 25 La grazia del Signore Gesù Cristo sia con il vostro spirito.

Infine, consideriamo Filemone. Ne abbiamo già parlato parecchio in questo studio, quindi a questo punto non bisogna dilungarci più di tanto. Ci conviene però evidenziare un terzo elemento di questa “rivoluzione più rivoluzionaria” che non abbiamo ancora trattato, cioè la trasformazione del potere in fratellanza. Ora, l’idea della fratellanza umana ha una versione secolare, per esempio quella che emerse durante la Rivoluzione francese. Ma il sogno di una fratellanza umana secolare non ha mai funzionato, e non funzionerà mai, per gli stessi motivi che abbiamo già discusso. Una virtù imposta dall’esterno non cambia il cuore umano, e qualsiasi tentativo di imporla dall’alto non farà altro che distruggerla. Come si può rendere obbligatoria la fratellanza se non attraverso l’uso proprio di quel potere che è opposto alla fratellanza? I poteri del mondo non si faranno mai fratelli dei propri inferiori, perché per farlo dovrebbero rinunciare al potere che li rende ciò che sono! Sappiamo fin troppo bene che l’interesse numero uno di quelli in potere è di mantenere il loro potere! Ecco perché l’ideale secolare della fratellanza non si realizzerà mai.

Ma nella figura di Filemone vediamo una vera possibilità. Abbiamo già letto come Paolo supplica Filemone di accogliere Onesimo “non più come schiavo ma … come un fratello” (v.16). Ma Paolo dice anche di più. Nel v.17: “accoglio come me stesso”, e nel v.18 dice che se Onesimo “ti ha fatto qualche torto o ti deve qualcosa, addebitalo a me”. Qui Paolo segue le orme di Cristo stesso, che si è fatto propria la nostra causa di debitori verso Dio. Noi siamo come Onesimo: ci siamo allontanati dalla casa di Dio, il nostro Padre e Padrone, abbiamo cercato di rubargli la gloria che spetta solo a lui, e meritavamo la pena di morte. Ma Cristo è intervenuto al nostro posto, pagando il nostro debito, riconciliandoci con Dio e riportandoci a casa sua. Ora Paolo imita l’esempio di Cristo nell’interporsi come mediatore tra Filemone e Onesimo, promettendo di pagare il debito di Onesimo e intercedendo a suo favore presso Filemone. Come Cristo ci presenta al Padre come se fossimo lui (perché siamo in lui!), santi e irreprensibili, così Paolo presenta Onesimo a Filemone come se fosse l’apostolo stesso.

Quindi, come potrebbe Filemone non accogliere Onesimo con grazia e perdono dopo questo? Le parole di Paolo gli avrebbero ricordato che alla fine, siamo tutti debitori di grazia. Non solo Onesimo, ma anche Filemone è un debitore verso Paolo, come dice nel v.19: “Io, Paolo, lo scrivo di mia propria mano: pagherò io; per non dirti che tu mi sei debitore perfino di te stesso.” Come potrebbe Filemone punire Onesimo quando sa di essere stato salvato da una punizione infinitamente più grande? Come potrebbe non perdonare Onesimo quando sa di essere stato perdonato da Dio, e per infinitamente più di quanto dovrebbe perdonare a Onesimo? Come potrebbe trattare Onesimo di nuovo come schiavo, come se gli fosse inferiore, quando sa di essere lui stesso uno schiavo di Cristo? Come potrebbe non accogliere Onesimo come fratello, e non più come schiavo, quando in Cristo sono ugualmente figli dello stesso Dio Padre?

Non sappiamo con certezza come Filemone ha trattato Onesimo quando è arrivato, ma credo sia molto probabile, se non praticamente sicuro, che l’abbia trattato esattamente come Paolo aveva sperato. Di nuovo, il fatto che abbiamo questa lettera significa che Filemone non l’ha subito buttata via, che non ha cercato di sopprimere il suo contenuto sperando di non dover rendere conto a nessuno per come ha reagito. La presenza di Filemone nel Nuovo Testamento è, secondo me, testimonianza del fatto che Filemone abbia infatti ubbidito e fatto “anche più di quel” che Paolo gli ha chiesto (v.21). In questo modo, Filemone avrebbe ricevuto Onesimo come un fratello, avrebbe perdonato qualsiasi torto o debito e si sarebbe riconciliato con lui. Facendo così, Filemone avrebbe agito, seguendo l’esempio di Paolo, come Cristo stesso quando ha sacrificato i suoi propri diritti per riportare il fuggitivo a casa.

Alcuni criticano Paolo per non aver provato ad abolire la pratica della schiavitù nel primo secolo. Ma se comprendiamo quello che Paolo dice in questa lettera, vediamo di nuovo Paolo che cerca di trasformare il sistema dall’interno. Da un certo punto di vista, Onesimo è tornato da Filemone come schiavo. Ma in realtà, è tornato come suo fratello, e il grande amore che Filemone aveva dimostrato verso gli altri credenti (l’amore che Paolo elogia all’inizio della lettera) l’avrebbe dimostrato anche a Onesimo, il tipo di amore sacrificale di Cristo stesso. Questa è la vera rivoluzione, la rivoluzione più rivoluzionaria, che trasforma dall’interno, che stabilisce la giustizia del regno di Dio, e che fa di schiavi e padroni una nuova famiglia di fratelli e figli di Dio.

Certo, l’apparenza di questa rivoluzione è tutt’altro che rivoluzionaria. Non coinvolge sconvolgimenti sociali drammatici, colpi di stato, proteste di massa nelle strade, tumulti e rivolte e violenza. La rivoluzione del regno di Dio è diametralmente opposta a tutto questo, e i suoi movimenti sono poco clamorosi e spesso difficili da percepire. Sono il perdono e la riconciliazione, la sottomissione e la fiducia, il testimoniare il vangelo e il fare i propri doveri. Sulla superficie, quello che succede nella lettera a Filemone è poco strepitoso ed eclatante. Questo testo non diventerà mai il copione di un film hollywoodiano. Per contro, un film come “Il Gladiatore” — sempre la storia di uno schiavo che sfida l’impero — è molto più apprezzabile da questo punto di vista. Ma “Il Gladiatore” non fa vedere la vera rivoluzione. Il regno di Dio è invece, come insegna Gesù:

31 … simile a un granello di senape che un uomo ha preso e seminato nel suo campo. 32 Esso è il più piccolo di tutti i semi; ma, quand’è cresciuto, è maggiore degli ortaggi e diventa un albero; tanto che gli uccelli del cielo vengono a ripararsi tra i suoi rami.

I nostri piccoli gesti di amore e misericordia verso gli altri, i nostri poveri tentativi di testimoniare il vangelo, i nostri imperfetti sforzi di perdonare e riconciliare, questi non saranno mai presi in considerazione dai grandi di questo mondo, e spesso sembreranno inutili anche a noi! Ma è attraverso questi apparentemente insignificanti atti di fedeltà in ubbidienza alla parola di Dio che Dio opera per far crescere il seme del suo regno in quell’albero che un giorno riempirà tutta la terra di pace e gioia per sempre.

Amen.

Atti 19:23-41: Il teatro del vangelo

1) Atti 19: Il vangelo a Efeso

1.1) La città di Efeso

I fatti narrati in Atti 19 accadono all’incirca dell’anno 55 quando Paolo, durante il suo terzo viaggio missionario, arriva a Efeso, una grande e influente città sulla costa dell’Asia Minore, l’odierna Turchia. Luca, l’autore di Atti, indica che il ministero di Paolo a Efeso è stato particolarmente fecondo, non solo nel fondare lì una forte e fervente chiesa ma anche nel far sì che dopo due anni “tutti coloro che abitavano nell’Asia, Giudei e Greci, udirono la Parola del Signore” (19:10). Essendo sulla costa, Efeso aveva un grande porto ed era un importante crocevia di commercio e transito. Questo ha permesso a Paolo di venir in contatto con persone provenienti da lontano e di predicare loro il vangelo, così che Efeso è diventato un centro di ampia diffusione della parola di Dio in tutta quella regione.

Notiamo questo non però per trascurare quel che è successo tra gli abitanti di Efeso stesso, che è stato, in una parola, straordinario. Come vediamo in questo capitolo, Efeso era famoso all’epoca per il culto della dea Diana, alla quale era dedicato uno dei templi più belli del mondo. Questo tempio era infatti una delle sette meravaglie antiche, e genti da tutte le parti venivano lì per adorare. E come accade sempre in luoghi turistici, si era formata una grande industria basata sulla vendita di statuette, “tempietti” (19:24), e altri souvenir legati alla deità.

Inseparable, inoltre, dal culto di Diana a Efeso era la pratica della magia — non quei giochi di prestigio che fanno divertire i bambini a feste di compleanno, ma la magia vera e propria, mirata a far uso dei poteri spirituali sia benevoli che maligni. Gli antichi vivevano con una consapevolezza dell’invisibile realtà spirituale molto più sentita e sviluppata rispetto a noi moderni, ed Efeso era famoso (forse un po’ come Torino oggi!) come centro di conoscenze esoteriche e pratiche occultistiche. Ancora oggi sono conservati talismani, amuleti e manoscritti con incantesimi e riti magici rimasti dall’Efeso antico. Se uno all’epoca voleva aiuto o protezione dagli spiriti maligni, se voleva guarigione da malattie attribuite agli stessi, o se voleva imparare a usufruire delle energie considerate benevole, poteva andare a Efeso sapendo che lì avrebbe trovato risposte alle proprie domande. In poche parole, Efeso era nel mondo antico un baluardo del regno di Satana.

1.2) Il ministero di Paolo

È in questo contesto che Paolo arriva e porta l’arma del regno di Dio, il vangelo di Gesù Cristo. E quanto più forte delle tenebre risulta il potere della Parola! Leggiamo che cosa succede:

Poi entrò nella sinagoga, e qui parlò con molta franchezza per tre mesi, esponendo con discorsi persuasivi le cose relative al regno di Dio. Ma siccome alcuni si ostinavano e rifiutavano di credere dicendo male della Via in presenza della folla, egli, ritiratosi da loro, separò i discepoli e insegnava ogni giorno nella scuola di Tiranno. 10 Questo durò due anni. Così tutti coloro che abitavano nell’Asia, Giudei e Greci, udirono la Parola del Signore. 11 Dio intanto faceva miracoli straordinari per mezzo di Paolo; 12 al punto che si mettevano sopra i malati dei fazzoletti e dei grembiuli che erano stati sul suo corpo, e le malattie scomparivano e gli spiriti maligni uscivano.

13 Or alcuni esorcisti itineranti giudei tentarono anch’essi di invocare il nome del Signore Gesù su quelli che avevano degli spiriti maligni, dicendo: «Io vi scongiuro, per quel Gesù che Paolo annuncia». 14 Quelli che facevano questo erano sette figli di un certo Sceva, giudeo, capo sacerdote. 15 Ma lo spirito maligno rispose loro: «Conosco Gesù, e so chi è Paolo; ma voi chi siete?» 16 E l’uomo che aveva lo spirito maligno si scagliò su tutti loro; e li trattò in modo tale che fuggirono da quella casa, nudi e feriti. 17 Questo fatto fu risaputo da tutti, Giudei e Greci, che abitavano a Efeso; e tutti furono presi da timore, e il nome del Signore Gesù era esaltato. 18 Molti di quelli che avevano creduto venivano a confessare e a dichiarare le cose che avevano fatte. 19 Fra quanti avevano esercitato le arti magiche, molti portarono i loro libri e li bruciarono in presenza di tutti; e, calcolatone il prezzo, trovarono che era di cinquantamila dramme d’argento. 20 Così la Parola di Dio cresceva e si affermava potentemente.

La storia dell’arrivo, non tanto di Paolo, ma della Parola che lui portava è una di grande potenza. I “miracoli straordinari” compiuti da Dio “per mezzo di Paolo” — guarigioni ed esorcismi — dimostravano la superiorità del regno di Dio sul regno di Satana e la supremazia del nome di Gesù al di sopra di ogni altro nome in cielo e sulla terra. Anche la buffa vicenda dei sette figli di Sceva mette in risalto l’autenticità del vangelo predicato da Paolo: i demoni erano in grado di distinguere il vero potere al quale erano costretti a ubbidire da quello che era solo una messinscena. Così, quando Paolo ha predicato il nome di Gesù a Efeso, il suo messaggio è stato confermato (come succede ancora oggi nelle parti del mondo dove il mondo spirituale è più “visibile”) da segni miracolosi innegabili. Quando gli efesini hanno visto il potere del nome di Gesù, il risultato è stato altrettanto straordinario: molti hanno creduto e hanno rinunciato ai loro idoli e alle pratiche demoniache in cui erano stati coinvolti.

Particolarmente indicativo dell’enorme impatto del vangelo a Efeso è il valore dei libri magici che i nuovi credenti hanno distrutto col fuoco. Abbiamo già notato che Efeso era famoso per la produzione di oggetti e manoscritti occultistici, che costituiva una parte non insignificante dell’economia. Qui Luca ci dice che il valore dei libri bruciati “era di cinquantamila dramme d’argento”, una cifra che, tradotta in termini contemporanei, è uguale a circa cinque milioni di euro. Quindi, una somma di non poco conto. Luca ci dice questo per farci capire quanto è stato efficace il vangelo a Efeso, tanto da spronare i nuovi credenti a buttare via in effetti cinque milioni di euro!

1.3) Il tumulto

È ovvio che un colpo così grande all’economia locale non sarebbe passato inosservato. Il resto del capitolo 19 riporta infatti le ripercussioni. Leggiamo dal v.23 in poi:

23 In quel periodo vi fu un gran tumulto a proposito della nuova Via. 24 Perché un tale, di nome Demetrio, orefice, che faceva tempietti di Diana in argento, procurava non poco guadagno agli artigiani. 25 Riuniti questi e gli altri che esercitavano il medesimo mestiere, disse: «Uomini, voi sapete che da questo lavoro proviene la nostra prosperità; 26 e voi vedete e udite che questo Paolo ha persuaso e sviato molta gente non solo a Efeso, ma in quasi tutta l’Asia, dicendo che quelli costruiti con le mani non sono dèi. 27 Non solo vi è pericolo che questo ramo della nostra arte cada in discredito, ma che anche il tempio della grande dea Diana non conti più, e che sia perfino privata della sua maestà colei che tutta l’Asia e il mondo adorano». 28 Essi, udite queste cose, accesi di sdegno, si misero a gridare: «Grande è la Diana degli Efesini!»

29 E la città fu piena di confusione; e trascinando con sé a forza Gaio e Aristarco, macedoni, compagni di viaggio di Paolo, si precipitarono tutti d’accordo verso il teatro. 30 Paolo voleva presentarsi al popolo, ma i discepoli glielo impedirono. 31 Anche alcuni magistrati dell’Asia, che gli erano amici, mandarono a pregarlo di non avventurarsi nel teatro. 32 Intanto, chi gridava una cosa, chi un’altra; infatti l’assemblea era confusa; e i più non sapevano per quale motivo si fossero riuniti. 33 Dalla folla fecero uscire Alessandro, che i Giudei spingevano avanti. E Alessandro, fatto cenno con la mano, voleva tenere un discorso di difesa davanti al popolo. 34 Ma quando si accorsero che era giudeo, tutti, per quasi due ore, si misero a gridare in coro: «Grande è la Diana degli Efesini!»

35 Allora il segretario, calmata la folla, disse: «Uomini di Efeso, c’è forse qualcuno che non sappia che la città degli Efesini è la custode del tempio della grande Diana e della sua immagine caduta dal cielo? 36 Queste cose sono incontestabili; perciò dovete calmarvi e non fare nulla in modo precipitoso; 37 voi infatti avete condotto qua questi uomini, i quali non sono né sacrileghi né bestemmiatori della nostra dea. 38 Se dunque Demetrio e gli artigiani che sono con lui hanno qualcosa contro qualcuno, ci sono i tribunali e ci sono i proconsoli: si facciano citare gli uni e gli altri. 39 Se poi volete ottenere qualcos’altro, la questione si risolverà in un’assemblea regolare. 40 Infatti corriamo il rischio di essere accusati di sedizione per la riunione di oggi, non essendovi ragione alcuna con la quale poter giustificare questo tumulto». 41 Detto questo, sciolse l’assemblea.

Luca dà molta attenzione a questa vicenda, quasi la metà del capitolo. Deve essere dunque molto importante, e nel resto di questo studio ci focalizzeremo su di essa. Cominciamo con la domanda che dobbiamo sempre porre di fronte alle narrative bibliche: perché l’autore ha voluto riferire questa storia? Più di due anni Paolo ha trascorso a Efeso, e Luca avrebbe potuto scrivere tante altre cose, ma ha voluto scrivere e farci sapere questo. Perché? Il racconto del tumulto a Efeso c’insegna almeno tre cose importanti che riguardano ciò che vorrei chiamare “il teatro del vangelo”. Per anticipare: proprio come al teatro — o possiamo includere anche il cinema, o le trasmissioni televisive — si fanno spettacoli che possono, sì, intrattenere, ma di più sono mini-rappresentazioni comiche o tragiche dell’esperienza umana, così anche è la chiesa: la comunità di persone chiamate fuori dal regno di Satana per rappresentare il regno di Dio davanti al mondo. La chiesa è in pratica un “teatro del vangelo”, dove quelli ancora nel regno di Satana possono vedere uno spettacolo (se solo un’anteprima) del regno di Dio, di come sarà il mondo dopo che in Cristo tutte le cose saranno fatte nuove. Il tumulto a Efeso — che non a caso ha luogo nel famoso teatro della città — fornisce a Luca un’ottima occasione per farci comprendere quest’aspetto molto importante della vita cristiana. Consideriamo adesso tre elementi della narrativa che contribuiscono a questo tema.

2) Il teatro del vangelo

2.1) La follia dell’idolatria

Il primo elemento che viene fuori chiaramente è la follia dell’idolatria. Il tumulto che finisce con quasi tutta la città in subbuglio, inzia con un certo Demetrio, orefice, parte del gruppo di artigiani efesini che fanno “tempietti di Diana in argento” (v.24) per vendere ai tanti pellegrini che arrivano a Efeso per adorare la divinità patronale. Luca ci informa che la produzione di questi oggetti “procurava non poco guadagno agli artigiani” (v.24), e sono naturalmente arrabbiati che la predicazione di un certo ebreo di nome Paolo sta facendo crollare la loro attività. Abbiamo già visto l’impatto economico della distruzione dei libri magici. Di conseguenza, questo Demetrio e altri del “medesimo mestiere” (v.25) fomentano un tumulto contro Paolo e gli altri cristiani della città dicendo che “questo Paolo ha persuaso e sviato molta gente non solo a Efeso, ma in quasi tutta l’Asia, dicendo che quelli costruiti con le mani non sono dèi” (v.26).

Ora, è ovvio che l’interesse di Demetrio e gli altri artigiani è principalmente economico, ma sanno che gli efesini sono fieri che la loro città è il centro mondiale del culto di Diana, e su questo fanno leva per suscitare un movimento contro Paolo, per evitare che “il tempio della grande dea Diana non conti più, e che sia perfino privata della sua maestà colei che tutta l’Asia e il mondo adorano” (v.27). Sono furbi, questi artigiani, e con questa retorica riescono a incitare un tumulto contro Paolo. Paolo stesso viene salvato da alcuni “discepoli” e “magistrati” (v.30-31), ma la folla afferra “Gaio e Aristarco, macedoni, compagni di viaggio di Paolo” e li porta al teatro, una grande struttura che poteva ospitare circa ventimila persone (v.29).

Senza nessun intervento, sarebbe finito male per Gaio e Aristarco, ma uno degli ufficiali della città, il “segretario”, riesce a calmare la folla e gli salva la vita. Forse il segretario non è del tutto disinteressato, avvertendo che “corriamo il rischio di essere accusati di sedizione per la riunione di oggi, non essendovi ragione alcuna con la quale poter giustificare questo tumulto” (v.40). Il governo locale era soggetto al potere di Roma, e quindi era meglio per tutti che si risolvesse la questione per vie legali. Il tumulto rischiava di incorrere in una rappresaglia da parte dell’impero, e così “sciolse l’assembea” (41).

L’intervento del segretario nella narrativa serve per evidenziare la follia della folla. Non c’è stata veramente, come dice, “ragione alcuna con la quale poter giustificare questo tumulto”. Ma nel senso che forse neanche il segretario ha capito, non c’è stata ragione alcuna perché ciò che aveva in fondo istigato il tumulto — l’idolatria — è senza ragione, e questo è il punto. L’idolatria — mettere, servire, adorare qualcosa di creato come se fosse il Creatore — è per natura irragionevole e senza senso. Questo viene fuori nella narrativa anche in modo un po’ buffo quando nel v.32 riporta che “chi gridava una cosa, chi un’altra; infatti l’assemblea era confusa; e i più non sapevano per quale motivo si fossero riuniti”. Questo è quello che l’idolatria fa all’essere umano: lo rende stupido e insensato, perché l’essere umano diventa come ciò che adora. Lo dice esplicitamente 2 Re 17:15:

Andarono dietro a cose vane [qui intese come idoli], diventando vani essi stessi.

Può essere un idolo vero e proprio, come Diana di Efeso, o può essere un idolo più subdolo come l’avidità del denaro, cioè l’idolo che hanno maggiormente servito Demetrio e gli artigiani efesini. Ma qualunque cosa sia, l’idolatria porta sempre a questa fine: alla confusione, alla stupidità, all’insensibilità, al caos, e (senza l’intervento di un salvatore) alla morte.

Il lato ironico di questa storia è che l’idolatria si spaccia sempre per bella, buona, amorevole, e tollerante. Il mondo di Paolo non era molto diverso dal nostro in questo aspetto. La cultura greco-romana era politeista, che per definizione tollera un’ampia gamma di idee, filosofie e religioni. Vuoi credere in Diana di Efeso? Va bene! Oppure vuoi credere in Mitra, una divinità solare persiana che aveva un grande seguito nell’impero romano? Va bene anche lui! Vuoi magari servire l’onnipresente dio Mammona, cioè il denaro? Ottimo! Sei libero di scegliere l’opzione religiosa che fa per te. Cosa potrebbe essere più bello, più consolante, più tollerante di questo pluralismo religioso? Ma guai se arriva un Paolo che predica Gesù, nome al di sopra di ogni nome, l’unico Signore al quale ogni ginocchio si piegherà, l’unico Salvatore per il quale siamo salvati! No, un Paolo non possiamo affatto tollerare! Tolleriamo tutto sì, a patto che tutto sia d’accordo con noi! Non possiamo tollerare qualcuno che non tollera tutto! Siamo dunque intolleranti di Paolo e del Gesù che egli predica nel nome della tolleranza!

Questo ragionamento è palesemente ipocrita. Nessuno tollera tutto. Nessuno ama e accetta tutto. Ed è così che oggi, come allora, l’idolatria si nasconde dietro una maschera di bontà e amore verso tutti. Per il mondo, è l’idolatria che ha senso, che ha ragione, è la strada che porta alla pace e alla felicità. Ma quando arriva il vangelo di Cristo, l’illusione scompare, e la farsa viene smascherata. Il vangelo rivela che il diritto del mondo è storto, che l’onore del mondo è vergogna, che la ragione del mondo è irragionevole, e che tutti i suoi idoli sono solo portatori di confusione e morte. Qui, in Atti 19, vediamo uno spettacolo che ci fa vedere la follia dell’idolatria in maniera comica e tragica allo stesso tempo.

Credo non sia un caso che tutto ciò accada in un teatro.

2.2) La spada della testimonianza

Oltre la follia dell’idolatria, il secondo elemento da notare è la “spada” della testimonianza. Abbiamo appena accennato a questo, ma vale la pena approfondirlo. Contro alcune idee popolari, Gesù non era un mero maestro di buona morale, o di amore e pace verso tutti. In Matteo 10:34-36 Gesù stesso ha detto:

34 Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a metter pace, ma spada. 35 Perché sono venuto a mettere l’uomo contro suo padre, la figlia contro sua madre e la nuora contro sua suocera; 36 e i nemici dell’uomo saranno quelli stessi di casa sua.

La “spada” a cui Gesù si riferisce è la parola del vangelo che crea divisione tra chi l’accetta e chi la rifiuta. Questa spada la vediamo all’opera a Efeso, la spada che taglia via una gran parte del guadagno degli artigiani e dei mercanti, che getta l’intera città in confusione, e che mette in pericolo la vita di Paolo e gli altri cristiani. Certo, il tumulto è in fondo provocato, come detto prima, dall’idolatria. Ma finché gli idoli del mondo hanno il monopolio sui cuori, sui pensieri e sui portafogli delle persone, sono contenti di dargli per un po’ l’illusione della pace e della felicità. Sin dal giardino d’Eden, la tentazione al peccato risulta così efficace perché promette il bene. È molto più facile tenere un popolo assoggettato se si offrono loro come schiavi in cambio del bene promesso dai dominatori.

Ma come vediamo in questo spettacolo (letteralmente!) teatrale, il vangelo mostra gli idoli per quelli che sono veramente. Rileggiamo che cosa dice infatti Demetrio:

26 e voi vedete e udite che questo Paolo ha persuaso e sviato molta gente non solo a Efeso, ma in quasi tutta l’Asia, dicendo che quelli costruiti con le mani non sono dèi. 27 Non solo vi è pericolo che questo ramo della nostra arte cada in discredito, ma che anche il tempio della grande dea Diana non conti più, e che sia perfino privata della sua maestà colei che tutta l’Asia e il mondo adorano.

Se Gesù è l’unico Signore, nessun altro lo è. Se Gesù è l’unico vero Dio, nessun altro lo è. Se Gesù è l’unico Salvatore, nessun altro lo è. Il vangelo proclama tutto ciò, e quindi la conclusione di Demetrio è giusta: il vangelo dimostra che “quelli costruiti con le mani non sono dèi”. Ma agli idoli del mondo, che vogliono essere adorati come dèi, non piace essere esposti come idoli, come impostori, contraffazioni e promotori di male e morte anziché pace e vita. Il tumulto a Efeso illustra che cosa succede quando il dominio degli idoli viene minacciato dalla spada del vangelo, la rabbia con cui reagiscono e la violenza che usano. Se hanno crocifisso Gesù, che cosa faranno ai suoi servi? La persecuzione contro i cristiani a Efeso è un esempio di quello che tutti i fedeli testimoni di Gesù devono aspettarsi dal mondo. Se brandiamo la spada del vangelo, non dobbiamo sorprenderci che a qualcuno non piacerà esserne ferita. Ma dobbiamo comunque fortificarci nella conoscenza che se soffriamo a causa della spada del vangelo, partecipiamo alle sofferenze di Cristo e saremo premiati nel tempo giusto. Come dice 1 Pietro 4:12-16:

12 Carissimi, non vi stupite per l’incendio che divampa in mezzo a voi per provarvi, come se vi accadesse qualcosa di strano. 13 Anzi, rallegratevi in quanto partecipate alle sofferenze di Cristo, perché anche al momento della rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare. 14 Se siete insultati per il nome di Cristo, beati voi! Perché lo Spirito di gloria, lo Spirito di Dio, riposa su di voi. 15 Nessuno di voi abbia a soffrire come omicida, o ladro, o malfattore, o perché si immischia nei fatti altrui; 16 ma se uno soffre come cristiano non se ne vergogni, anzi glorifichi Dio, portando questo nome.

2.3) La chiesa teatrale

Il terzo elemento di questa storia ci porta verso la conclusione di questo studio. Il tumulto a Efeso ha luogo nel teatro, suggerendo che qui dobbiamo vedere una specie di spettacolo del regno di Dio, in cui si manifestano la follia dell’idolatria (che di solito passa per saggezza) e la spada del vangelo (che abbatte il regno di Satana e suscita la sua ira). Ma infine, dobbiamo vedere qui che è la chiesa stessa che funge da teatro del vangelo. È evidente che il vero potere dietro tutto quello che accade in Atti 19 è la Parola di Dio: la parola del Cristo crocifisso che (per citare Paolo stesso) “per i Giudei è scandalo, e per gli stranieri pazzia; ma per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio” (1 Corinzi 1:23-24). Ma la Parola non arriva tramite una voce incorporea; Gesù manda i suoi servi per testimoniarla. In Atti 19, è Paolo che arriva come testimone del vangelo, insieme ai suoi colleghi missionari e poi dopo con coloro che credono e vengono battezzati come membri della chiesa. È per questo che, mentre il vero potere in Atti 19 è il vangelo, la figura che rappresenta questo potere è Paolo. È da Paolo che gli Efesini sentono nominare Gesù Cristo. È da Paolo che ascoltano il messaggio che questo Gesù è l’unico vero Dio e i loro dèi non sono altro che idoli. È dunque a Paolo che la loro rabbia viene principalmente indirizzata. È Paolo che si trova in pericolo, ed è a causa della loro associazione con Paolo che Gaio e Aristarco vengono trascinati dalla folla nel teatro.

In tutto questo, quindi, vediamo Paolo e i suoi con-testimoni che sono al centro di questa storia come i rappresentanti in carne e ossa della Parola di Dio. Questi sono gli attori sul palco, e le loro vite costituiscono uno spettacolo del regno di Dio davanti al mondo. E affinché non pensiate che quest’idea sia una sforzatura del testo biblico da parte mia, leggiamo quello che Paolo stesso ha scritto in 1 Corinzi 4:9-13:

Poiché io ritengo che Dio abbia messo in mostra noi, gli apostoli, ultimi fra tutti, come uomini condannati a morte; poiché siamo diventati uno spettacolo [in greco letteralmente “un teatro”] al mondo, agli angeli e agli uomini. 10 Noi siamo pazzi a causa di Cristo, ma voi siete sapienti in Cristo; noi siamo deboli, ma voi siete forti; voi siete onorati, ma noi siamo disprezzati. 11 Fino a questo momento noi abbiamo fame e sete. Siamo nudi, schiaffeggiati e senza fissa dimora, 12 e ci affatichiamo lavorando con le nostre proprie mani; ingiuriati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; diffamati, esortiamo; 13 siamo diventati, e siamo tuttora, come la spazzatura del mondo, come il rifiuto di tutti.

Paolo ha scritto questa lettera alla chiesa di Corinto, sì, ma l’ha scritta mentre era a Efeso (16:8) nel periodo narrato in Atti 19. Anche se non posso saperlo con certezza, sono dell’idea che mentre scriveva queste parole Paolo aveva in mente proprio il tumulto per cui due dei suoi collaboratori erano stati quasi ammazzati nel teatro dalla folla. Forse Paolo, riflettendo su quest’esperienza, l’ha voluta poi usare per descrivere tutta la vita cristiana. Non solo le nostre parole, ma anche le nostre vite — e in particolare le nostre sofferenze e le persecuzioni che subiamo per il nome di Cristo — costituiscono uno spettacolo teatrale in cui il mondo non solo ascolta la nostra testimonianza ma anche vede una rappresentazione delle sofferenze del Cristo crocifisso che predichiamo. La vita del testimone deve essere conforme al contenuto della sua testimonianza. Se il contenuto del messaggio cristiano è in fondo Cristo crocifisso, allora il portatore di questo messaggio cercherà di fare della propria vita un piccolo spettacolo della croce. In quanto è l’intera comunità cristiana e non un qualsiasi credente individuale a essere il testimone del corpo di Cristo crocifisso, è l’intera comunità cristiana che è chiamata a mettere in scena il vangelo, soprattutto nel modo in cui partecipa alle sofferenze di Cristo davanti al mondo che guarda.

Per essere chiari: parliamo di “rappresentare” Cristo e non di “ripresentare” Cristo. Contro la chiesa romana, la comunità cristiana non si sostituisce a Cristo, le sue sofferenze non sono salvifiche, e le sue attività (come la comunione o l’Eucharistia) non ri-presentano al mondo le opere compiute da Gesù una volta per sempre. Ecco perché l’analogia del teatro (o il cinema) è così utile. Se vediamo uno spettacolo che fa vedere un evento storico, sappiamo che quello spettacolo, o quel film, non fa vedere l’evento stesso. Fa vedere una rappresentazione dell’evento, di come poteva essere accaduto, e nel caso di un film storicamente fedele, forse come l’evento è realmente accaduto. Ma noi spettatori non siamo ingannati. Sappiamo che è solo una rappresentazione, solo una testimonianza dell’evento vero.

Così è con la nostra testimonianza cristiana. Le nostre vite non saranno mai più di una pallida rappresentazione e testimonianza di Cristo. Ma, come vediamo in Atti 19, Gesù opera potentemente tramite le nostre povere rappresentazioni e testimonianze per abbattere il regno di Satana e edificare la sua chiesa al suo posto. Come ci saranno sempre errori anche nei film in cui i produttori cercano di rendere tutti i dettagli più veritieri possibile, così qualsiasi “teatro del vangelo” che noi facciamo vedere al mondo avrà grandi problemi e difetti. Sbaglieremo molto, e spesso saremo povere imitazioni di Gesù. Nonostante ciò, a Gesù piace usarci in questo modo, ed è un grande privilegio far parte del cast del più bello spettacolo di tutti: quello del regno di Dio.

Che Dio ci conceda la grazia di essere partecipi sempre più fedeli in questo spettacolo, di sopportare con pazienza e coraggio la nostra porzione delle sofferenze di Cristo, e di essere usati, come lui vuole usarci, per diffondere la sua Parola in un mondo dominato dall’idolatria. Amen.