Isaia 9: Un bambino ci è nato

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1. Introduzione (Isaia 40:1)

 1.1. Il messaggio attuale di Isaia

La Bibbia, pur essendo un libro antico, resta sempre molto attuale, perché le problematiche in essa trattati continuano a pervadere il mondo in cui ci troviamo. Il profeta Isaia, dal cui libro mediteremo una porzione oggi, visse circa 700 anni prima della nascita di Gesù, eppure rivolge un messaggio da parte del Signore che rimane sempre potente. Mentre le nostre circostanze specifiche possono essere diverse da quelle di Isaia, abbiamo ancora bisogno di ascoltare la parola che egli riferì.

Per capire meglio ciò che stiamo per leggere, sarà utile considerare brevemente il contesto in cui Isaia svolse il suo servizio profetico. Il paese di Israele — o meglio il regno di Israele stabilito dal re Davide, figlio di Isai, intorno all’anno 1000 a.C., è ormai diviso in due, afflitto da frequenti conflitti e guerre tra nord e sud. Inoltre, il regno diviso esiste sotto la costante minaccia di incursioni militari da parte degli Assiri dal nord, dagli Egiziani dal sud e dai Babilonesi dall’est.

Questi pericoli esterni già basterebbero per rendere la vita difficile e incerta, ma i due regni di Israele sono altrettanto tormentati da problemi interni. Nello stesso contesto del brano che studieremo oggi, Isaia osserva che:

17 Infatti la malvagità arde come il fuoco che divora rovi e pruni; divampa nel folto della foresta, da cui s’innalzano vorticosamente colonne di fumo. 18 Per l’ira del Signore degli eserciti il paese è in fiamme e il popolo è in preda al fuoco; nessuno risparmia il fratello. 19 Si saccheggia a destra e si ha fame; si divora a sinistra e non si è saziati; ognuno divora la carne del proprio braccio.

Oltre alla “malvagità” che “arde come il fuoco” nel paese, Isaia menziona in particolare

1quelli che fanno decreti iniqui e a quelli che mettono per iscritto sentenze ingiuste, per negare giustizia ai deboli, per spogliare del loro diritto i poveri del mio popolo, per far delle vedove la loro preda e degli orfani il loro bottino!

In questo senso, il mondo di Isaia non è molto lontano dal nostro: dove i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, dove i potenti sfruttano i loro sudditi e i sacerdoti fanno della religione un mezzo per commettere ogni sorta di male. L’ingiustizia è sempre dilagante, e i più deboli della società non hanno nessuno che gli venga in soccorso. Possiamo facilmente identificarci, dunque, con la descrizione di Isaia di un “paese dell’ombra della morte” (9:1).

1.2. Il riassunto dell’argomento

Lo scopo di Isaia, però, non è di lamentarsi della brutta situazione, come fanno molti. Egli è mandato dal Signore, invece, per predicare un messaggio di speranza; ovvero, dopo l’ombra della morte ci sarà la luce, dopo la tristezza ci sarà la gioia, dopo l’afflizione ci sarà il riposo e dopo il conflitto ci sarà la pace. Isaia concluderà questa buona notizia spiegando come possiamo sapere con certezza e conoscere per esperienza la realtà di questa speranza. Leggiamo ora le parole di Isaia.

2. L’annuncio della speranza (Isaia 9:1-4)

 1Il popolo che camminava nelle tenebre vede una gran luce; su quelli che abitavano il paese dell’ombra della morte la luce risplende. Tu moltiplichi il popolo, tu gli elargisci una gran gioia; esso si rallegra in tua presenza come uno si rallegra al tempo della mietitura, come uno esulta quando spartisce il bottino. Infatti il giogo che gravava su di lui, il bastone che gli percuoteva il dorso, la verga di chi l’opprimeva tu li spezzi, come nel giorno di Madian. Difatti ogni calzatura portata dal guerriero nella mischia, ogni mantello sporco di sangue saranno dati alle fiamme, saranno divorati dal fuoco.

2.1. La luce (9:1)

 Il primo versetto del capitolo riassume quanto segue. Il popolo camminava nelle tenebre, ma ora vede una gran luce. Come accennato prima, le tenebre qui rappresentano tutto ciò che rende la vita e il mondo oscuri e spaventosi. Sappiamo tutti la paura del buio che da bambini si può provare. In antichità, quando non esisteva la luce elettrica, il buio era ancora più terrificante di quanto lo possa essere oggi. In un mondo senza la polizia, l’ambulanza e l’antifurto, la notte era il dominio di ladri, di malfattori, di animali selvaggi e di ogni tipo di pericolo nascosto e misterioso. Anche quelle poche persone che, tutto sommato, vivono abbastanza tranquilli, non possono fuggire quell’ombra finale che chiude ogni occhio nel buio totale, cioè la morte.

L’annuncio del profeta in questo contesto è che la notte passerà e il sole spunterà. Qualunque siano stati i fallimenti e i dolori del giorno precedente, l’arrivo dell’alba segnala che un nuovo giorno sta per iniziare. Ma la cosa particolarmente bella di questo nuovo giorno è che non finirà mai. Non sarà un giorno qualsiasi che vedrà anch’esso il tramonto e il ritorno della notte. Isaia parla della luce che disperde “l’ombra della morte”, il che non significa un ciclo incessante di morte e di rinascita, ma piuttosto la morte della morte stessa e l’inizio della vita eterna. E questa vita eterna si distingue non solo perché non ha fine ma soprattutto per la sua qualità. Chi vorrebbe vivere per sempre se la vita fosse un costante tormento? La vita che, come la luce del mattino, scaccia le tenebre della morte è quella più bella di quanto possiamo immaginare. Isaia ce la descrive ai versetti successivi.

2.2. La gioia (9:2)

Rivolgendosi ora al Signore stesso, Isaia lo loda per come egli moltiplica il popolo e gli elargisce una gran gioia. Paragona questa gioia a quella che si ha “al tempo della mietitura”. L’Israele nei tempi di Isaia era principalmente un paese agricolo, e la mietitura era letteralmente una questione di vita e di morte. Se alla fine della stagione si raccoglieva poco o niente, si moriva di fame. Dall’altro canto, una raccolta abbondante non solo assicurava la vita per l’anno successivo, ma dava la possibilità di anche conservarne una parte per eventuali scarsità in futuro.

La gioia che Isaia prevede, dunque, è quella più grande concepibile, simile anche al soldato che gode del bottino dopo una durissima battaglia. È la gioia di avere tutto quello che serve — e anche di più — per potersi godere la vita al massimo. Dopo tanto dolore e tanta tristezza, dopo aver versato lacrime innumerevoli, il popolo avrà una gioia abbondante quanto la più ampia raccolta che durerà per sempre. Poiché questa è la gioia della vita eterna, è una gioia senza fine che non sarà mai più tolta o interrotta.

2.3. Il riposo (9:3)

Questa gioia è in parte legata alla buona notizia che Isaia annuncia al v.3, ovvero il Signore spezzerà “il giogo”, “il bastone” e “la verga”, strumenti usati per percuotere il dorso e per opprimere il lavoratore. Come egli aveva liberato Israele dagli oppressori “nel giorno di Madian” per mano di Gedeone, così farà di nuovo per dare riposo al suo popolo. Qui Isaia parla della liberazione da tutto quello che rende schiavi, che sfrutta i deboli, che calpesta la giustizia e ignora le grida degli oppressi. Questo è anche il riposo dalla fatica vana, dal lavoro che ci richiede tanto ma ci restituisce poco, dal senso che siamo chiusi in un circolo vizioso di che non porta a nulla.

Di nuovo, non stiamo parlando di quel minimo di riposo riusciamo a prendere (forse!) il weekend, oppure i giorni di ferie ad Agosto che passano troppo in fretta. Questo è un riposo pari alla vita e alla gioia descritte prima. Insieme alla vita eterna e la gioia sovrabbondante, Isaia ci fa vedere il giorno quando nemmeno il riposo finirà. Questo non significa che allora non si lavorerà più e si morirà poi di noia, ma piuttosto che non si faticherà mai più invano, e si sarà sempre soddisfatti del proprio lavoro e si potrà sempre goderne i risultati. In più, non ci sarà più ingiustizia né lo sfruttamento né la schiavitù né l’oppressione. Questo è il riposo che Dio promette di dare.

2.4. La pace (9:4)

Alla luce di tutto ciò, non è sorprendente scoprire che Isaia annuncia la pace come risultato finale. Al v.4., vediamo “ogni calzatura portata dal guerriero” e “ogni mantello sporco di sangue” gettati e divorati dal fuoco. Questa è un’immagine della cessazione di guerra e di ogni forma di conflitto. Al capitolo 2, Isaia ne fornisce un’altra:

… essi trasformeranno le loro spade in vomeri d’aratro e le loro lance in falci. Una nazione non alzerà più la spada contro un’altra, e non impareranno più la guerra.

Quanto è stupenda questa visione delle armi di guerra che si trasformano in attrezzi di agricoltura, il cambiamento di ciò che distrugge e uccide in ciò che coltiva e fa vivere. Come ai versetti precedenti, questa non è una pace temporanea, perché “una nazione non alzerà più la spada contro un’altra, e non impareranno più la guerra”. Anziché sviluppare sempre più efficaci mezzi di morte, le nazioni dedicheranno tutte le loro energie e capacità per creare bellezza e fecondità.

Non dovremmo lasciarci sfuggire la vera universalità di questa pace. Mentre l’immagine usata al v.4 è del guerriero in battaglia, la pace che Isaia descrive non vale solo al livello internazionale ma anche individuale. A volte, i conflitti più grandi sono quelli dentro di noi. Infatti, è spesso perché l’uomo è in conflitto con sé che poi entra in conflitto con altri. Se leggiamo questo versetto insieme a quelli precedenti, la visione che emerge è di una realtà che trasforma sia l’interno che l’esterno.

Quante volte ho sentito la gente lamentarsi della difficoltà di trovare la pace e la tranquillità interiore. Questo, a mio avviso, è uno dei bisogni più sentiti nella società di oggi. Tra la frenesia e lo stress della vita, tra il lavoro e le bollette, tra figli disubbidienti e vicini di casa irascibili, ci sono pochi che riescono a mantenere una serenità imperturbabile. Questa serenità — un’ininterrotta calma radicata nel profondo del cuore — è quella che Isaia annuncia in questi versetti. Chi non vorrebbe averla? E chi non vorrebbe veder risplendere la luce di un nuovo giorno, gustare una gioia sovrabbondante, godere del riposo e della soddisfazione di un lavoro svolto con successo, ed essere certo che un giorno il mondo diventerà quel luogo di giustizia, di libertà e di amore che tutti vorremmo?

3. L’avvento della speranza (Isaia 9:5-6)

 Poiché un bambino ci è nato, un figlio ci è stato dato, e il dominio riposerà sulle sue spalle; sarà chiamato Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre eterno, Principe della pace, per dare incremento all’impero e una pace senza fine al trono di Davide e al suo regno, per stabilirlo fermamente e sostenerlo mediante il diritto e la giustizia, da ora e per sempre: questo farà lo zelo del Signore degli eserciti.

3.1. La nascita del re (9:5)

Se la “buona notizia” di Isaia sembra troppo bella per essere vera, dobbiamo passare ai versetti 5-6 per capire il motivo per cui egli può annunciarla con certezza e convinzione. La speranza dell’avvento della luce, della gioia, del riposo e della pace in questo mondo di tenebre nasce proprio dalla nascita di un bambino: “Poiché un bambino ci è nato…”. Isaia precisa subito che questo bambino è destinato a regnare, in quanto “il dominio riposerà sulle sue spalle”. Il suo dominio non sarà come nessun altro in tutta la terra, perché sarà stabilito “fermamente … mediante il diritto e la giustizia da ora e per sempre.” L’eterno impero di pace che tante potenti figure storiche hanno sognato, ma che erano incapaci di realizzare, diventerà finalmente una realtà.

Mentre questo re, secondo Isaia, erediterà il trono di Israele in quanto discendente di Davide, è chiaro che il suo regno non avrà limiti non solo nel tempo ma anche nello spazio. Al capitolo 11, Isaia aggiunge questi dettagli riguardanti questo re:

Lo Spirito del Signore riposerà su di lui: Spirito di saggezza e d’intelligenza, Spirito di consiglio e di forza, Spirito di conoscenza e di timore del Signore. Respirerà come profumo il timore del Signore, non giudicherà dall’apparenza, non darà sentenze stando al sentito dire, ma giudicherà i poveri con giustizia, pronuncerà sentenze eque per gli umili del paese. Colpirà il paese con la verga della sua bocca, e con il soffio delle sue labbra farà morire l’empio. La giustizia sarà la cintura delle sue reni, e la fedeltà la cintura dei suoi fianchi. Il lupo abiterà con l’agnello, e il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello, il leoncello e il bestiame ingrassato staranno assieme, e un bambino li condurrà. La vacca pascolerà con l’orsa, i loro piccoli si sdraieranno assieme e il leone mangerà il foraggio come il bue. Il lattante giocherà sul nido della vipera, e il bambino divezzato stenderà la mano nella buca del serpente. Non si farà né male né danno su tutto il mio monte santo, poiché la conoscenza del Signore riempirà la terra, come le acque coprono il fondo del mare.

3.2. L’identità del re (9:5-6)

 Ovviamente, questo bambino re non potrà essere un bambino qualsiasi per poter compiere tutto ciò. È infatti questo che Isaia chiarisce dandogli quattro titoli che insieme identificano chi sarà. Il primo è “Consigliere ammirabile”. In antichità, il re doveva essere soprattutto un uomo ricco non di soldi ma di saggezza, perché solo così poteva sempre e in ogni situazione discernere il giusto e regnare giustamente. Tra tutti i re della terra, questo bambino sarà il più “ammirabile” di tutti per quanto sarà saggio.

Secondo, il bambino sarà chiamato sorprendentemente “Dio potente”. Questo è davvero un mistero, perché come può un bambino che nasce essere anche il Dio Creatore dell’universo? Per quanto incredibile, questo è esattamente ciò che il profeta dichiara. In più, Isaia accresce il mistero chiamando il bambino anche “Padre eterno”. Come può un bambino essere un padre, e come può uno che nasce (cioè che ha un inizio) essere eterno?

Siamo veramente sul precipizio di un immenso enigma, che si risolverà solo alla nascita di un bambino, circa 700 anni dopo in un piccolo villaggio vicino a Gerusalemme, che riceverà il nome “Gesù”. Questo è il bambino in cui i paradossi della profezia vengono illuminati, colui che nasce come ogni essere umano eppure, al tempo stesso, incarna il Dio eterno e onnipotente. Questo bambino è il Dio che “nel principio creò i cieli e la terra” (Genesi 1:1), ma poi è diventato egli stesso una creatura per poter essere “Emmanuele”, ossia “Dio con noi”. Dal momento che ci siamo allontanati dal nostro Creatore, ci siamo staccati dalla Fonte della nostra vita, così auto-destinandoci alla morte. La nostra condizione è talmente grave, che quando egli ci ha chiamato, ce ne siamo allontanati ancora di più, preferendo le tenebre della morte alla luce della sua vita.

3.3. Lo zelo del Signore (9:6)

Ecco perché Isaia lo chiama anche “Principe della pace”. Questo bambino è la rivelazione del Dio che non voleva abbandonarci alla nostra ostinata spirale verso l’abisso della morte, ed è venuto egli stesso, in forma umana, per cercare e salvare ciò che era perduto. Come il buon pastore che non smette di cercare finché non ritrova la sua pecora smarrita, così Dio ci ha inseguito, fino alla sua propria morte sulla croce, per ritrovarci, per riconciliarci con sé e per ridarci la luce, la gioia, il riposo e la pace a cui abbiamo rinunciato. Come profetizza Isaia al capitolo 53:

Tuttavia erano le nostre malattie che egli portava, erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato; ma noi lo ritenevamo colpito, percosso da Dio e umiliato! Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni, stroncato a causa delle nostre iniquità; il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui e mediante le sue lividure noi siamo stati guariti.

Questo è “lo zelo del Signore” che ha fatto tutto questo. L’amore di Dio per noi non è capriccioso né condizionato dai nostri misfatti. Non è indifferente né distante, ma zelante e risoluto di riscattarci ad ogni costo, persino al costo del proprio sangue. Questo è il Dio che Isaia vuole farci conoscere in questa profezia, il Dio che si rivela nel bambino chiamato Gesù.

4. Conclusione: Poiché un bambino ci è nato (Isaia 9:5)

 È non solo Isaia che vuole farci sapere questo, ma Gesù è infatti il punto di tutta la Bibbia! Sin dal primo libro in Genesi, Dio ha promesso che il male sarebbe stato per sempre annientato per mezzo di un discendente di Eva. Questo è il punto della storia di Abraamo e di Isacco, in cui vediamo che questa promessa salvezza verrà tramite il sacrificio dell’unico Figlio di Dio. Questo è il punto della storia dell’esodo, quando il popolo di Israele viene liberato da schiavitù in Egitto attraverso la morte dei primogeniti. Questo è il punto della storia Davide che batte il gigante Golia, anticipando la vittoria del figlio di Davide sui veri nemici del popolo di Dio, il peccato e la morte. Ogni storia della Scrittura, infatti, sussurra il nome di Gesù.

E questo è il punto principale della profezia di Isaia. Se non vi ricordate di nient’altro da questo studio, ricordatevi almeno di questo: la luce che scaccia le tenebre, la gioia che fa straripare il cuore, il riposo che dura per sempre e la pace che supera ogni intelligenza, tutto ciò è dovuto a quest’unica cosa: “poiché un bambino ci è nato”. Tutto quello di cui abbiamo bisogno, tutto quello che desideriamo e tutto quello troppo bello da essere immaginato si trova in Gesù. Se abbiamo Gesù, abbiamo tutto. Se non abbiamo Gesù, non abbiamo niente.

Il messaggio di Isaia è semplice: se cerchiamo la luce senza cercare Gesù, rimarremo nel buio. Se cerchiamo la gioia senza cercare Gesù, non saremo mai pienamente soddisfatti. Se cerchiamo il riposo senza cercare Gesù, saremo sempre soggetti alla stanchezza e all’esaurimento. Se cerchiamo la pace senza cercare Gesù, ci troveremo sempre in conflitto dentro e fuori. Gesù è la nostra luce. Gesù è la nostra gioia. Gesù è il nostro riposo. E Gesù è la nostra pace. Questo è il cuore della Bibbia e la vera ragione di Natale. Per il suo grande amore per noi, Dio vuole darci tutto, e per darci tutto, Dio ci dà se stesso in Gesù Cristo. L’unica domanda che rimane è questa: lo accetterai? Non lasciate sfuggire l’occasione che il Natale vi offre; ricevete il dono di Gesù.

Isaia 40: Il tuo dio è troppo piccolo

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1. Introduzione (Isaia 40:1)

«Consolate, consolate il mio popolo», dice il vostro Dio.

 1.1. Speranza in tempi di tenebre

Il periodo dell’Avvento ci offre l’occasione annuale per riflettere sul significato della speranza, che non vive se non nelle tenebre. Tradizionalmente, le quattro domeniche dell’Avvento sono associate non solo alla speranza, ma anche alle altre virtù cardinali cristiane, ovvero l’amore, la gioia e la pace. Ciò che non va dimenticato è che queste virtù risplendono di più contro uno sfondo oscuro. L’amore cristiano si distingue perché opera in ambienti dominati dall’odio; la gioia cristiana spicca per il suo contrasto alla depressione e alla disperazione sempre più crescenti e la pace cristiana si fa notare per la sua resistenza ai costanti conflitti nel mondo.

Così anche la speranza cristiana è rimarchevole proprio perché si aggrappa a una realtà che non si vede con gli occhi e a delle promesse che sono fondate unicamente nella parola di Dio. In una società che deve vedere per poter credere, la speranza cristiana va sempre controcorrente. Non è mai facile, dunque, mantenere la speranza nelle promesse di Dio, e l’Avvento è necessario in quanto ci dà l’opportunità di ricordarci perché speriamo e come possiamo ravvivare la candela della nostra speranza contro il buio prevalente in cui viviamo.

A mio avviso, non c’è testo biblico più adatto a questo scopo che Isaia 40, il quale inizia con le bellissime parole: “‘Consolate, consolate il mio popolo’”, dice il vostro Dio”. L’ultimo versetto del capitolo è altrettanto bello: “Quelli che sperano nel Signore acquistano nuove forze, si alzano a volo come aquile, corrono e non si stancano, camminano e non si affaticano.”

Questo, per me, riassume tutto quello che l’Avvento rappresenta e il valore che esso, in quanto ci riporta a meditare le promesse di Dio nella sua parola, può avere nella nostra vita. Questo, inoltre, descrive lo stato d’animo che io voglio avere, che nonostante le circostanze in cui mi trovo, posso correre senza stancarmi e camminare senza affaticarmi. Voglio anche io alzarmi a volo come aquile, conoscendo per esperienza la verità che sono più che vincitore in Cristo. Più difficoltà incontro nella vita, più voglio diventare forte nella speranza anziché diventare debole nella disperazione, nella rabbia o nella rassegnazione che “tanto non cambierà nulla”.

1.2. Il riassunto dell’argomento

In poche parole, Isaia 40 ci insegna che se la nostra speranza viene meno e ci perdiamo d’animo, è perché il nostro dio è troppo piccolo. Anzi, non è che Dio sia troppo piccolo, ma è la nostra idea di Dio a essere inadeguata. Ma se la nostra idea di Dio è inadeguata, non spereremo pienamente in lui. E se non speriamo in lui, non acquisteremo le nuove forze di cui Isaia parla. Così, vediamo ancora una volta che conoscere Dio è l’aspetto più importante e più pratico della vita.

Dio non vuole che siamo stanchi e affannati, sempre in balia delle vicissitudini che ci capitano, senza che le possiamo affrontare con coraggio e costanza. Vuole darci nuove forze affinché tutti i giorni possiamo non solo credere ma anche sperimentare la realtà che siamo più che vincitori in Cristo. Per darci queste nuove forze, deve riaccendere in noi la fiamma della speranza, e per riaccendere in noi la fiamma della speranza, deve farci vedere che egli è sempre più grande di quanto pensiamo o immaginiamo. Per dirla breve, la speranza viene meno quando Dio ci sembra piccolo. Ma è vero anche l’opposto: la speranza si rinvigorisce quando vediamo Dio per quanto sia grande.

2. Il tuo dio è troppo piccolo (Isaia 40:27-28)

 Il nostro studio si concentrerà sull’ultima porzione di Isaia 40, dal versetto 27 al 31. Questa parte finale ricapitola il contenuto dei versetti precedenti, e per mezzo di essa possiamo meglio contemplare il quadro più ampio dipinto dal profeta. Abbineremo la nostra solita considerazione del contesto biblico alla riflessione sul versetto 27.

2.1. Il contesto (40:27)

 27 Perché dici tu, Giacobbe, e perché parli così, Israele: «La mia via è occulta al Signore e al mio diritto non bada il mio Dio»?

Solo da questo versetto possiamo intuire la stanchezza del popolo d’Israele nel cercare di mantenere la speranza in Dio. La lamentela del popolo riguarda l’apparente indifferenza, o peggio ancora, impotenza del Signore di fronte alle difficoltà vissute. Essi hanno sperato in lui, ma sembra che la loro via gli sia occulta e che egli non badi al loro diritto. Che senso ha, dunque, proseguire la lotta che mantenere la speranza richiede?

Per capire meglio la loro situazione, passiamo al capitolo precedente:

1 In quel tempo Merodac-Baladan, figlio di Baladan, re di Babilonia, mandò una lettera e un dono a Ezechia, perché aveva sentito che egli era stato malato ed era guarito. Ezechia se ne rallegrò e mostrò agli ambasciatori le stanze dove erano le sue cose preziose, l’argento, l’oro, gli aromi, gli oli finissimi, tutto il suo arsenale e tutto quello che si trovava nei suoi magazzini; non vi fu cosa, nel suo palazzo e in tutti i suoi domini, che Ezechia non mostrasse loro.

Allora il profeta Isaia andò dal re Ezechia e gli disse: «Che hanno detto quegli uomini? Da dove ti sono venuti?» Ezechia rispose: «Sono venuti da me da un paese lontano, da Babilonia». Isaia disse: «Che hanno visto in casa tua?» Ezechia rispose: «Hanno visto tutto quello che c’è in casa mia; non c’è nulla nei miei tesori che io non abbia mostrato loro». Allora Isaia disse a Ezechia: «Ascolta la parola del Signore degli eserciti: “Ecco, verranno giorni in cui tutto quello che c’è in casa tua e tutto quello che i tuoi padri hanno accumulato fino a oggi sarà trasportato a Babilonia; e non ne rimarrà nulla”, dice il Signore. “Saranno presi alcuni dei tuoi figli, usciti da te e da te generati, per farne degli eunuchi nel palazzo del re di Babilonia”».

Questa vicenda accaduta durante il regno di Ezechia, re di Giuda fino a circa cent’anni prima dell’esilio babilonese qui profetizzato, fornisce il quadro storico in cui dobbiamo leggere Isaia 40. Esistono domande accademiche sulla redazione di questa parte del libro, ma non ci interessano più di tanto in quanto ciò che conta è la forma canonica del libro conservata e tramandata attraverso i secoli fino a oggi. Dopo la visita degli ambasciatori babilonesi, Isaia predice al re Ezechia che “tutto quello che c’è in casa tua e tutto quello che i tuoi padri hanno accumulato fino a oggi sarà trasportato a Babilonia”. Questo è un chiaro riferimento all’invasione babilonese in Giuda e la seguente deportazione dei superstiti in terra straniera.

Mentre tutti noi abbiamo passato delle esperienze traumatiche, nulla di ciò può paragonarsi a quello che è successo intorno all’anno 587 a.C. quando si è avverata la profezia di Isaia. I giudei hanno perso, non solo al livello individuale ma anche nazionale, tutto quello che gli dava senso e sicurezza alla loro esistenza — casa e famiglia, patria e società, tempio e trono. L’unica cosa che gli è rimasta era la promessa di Dio — come quella annunciata da Isaia — che l’esilio non costituiva la fine del popolo e il fallimento della parola di Dio.

Tuttavia, non gli risultava facile mantenere fiducia in queste promesse, dato che la realtà vissuta dai giudei sembrava contraddirle. Se Dio aveva promesso di guidare la via del suo popolo e difendere il suo diritto contro i suoi nemici, dov’era la prova? Il vero potere che i giudei conoscevano era quello della Babilonia e delle sue divinità a causa della devastazione inflitta da esse nel loro paese. Pareva che Dio avesse perso traccia del suo popolo in esilio, o perché lo aveva abbandonato o perché era incapace di liberarlo dai più potenti babilonesi. In ogni caso, la speranza dei giudei cominciava a venire meno, il che dava spazio alla paura e alle lamentele, tra cui i dubbi espressi al v.27 di Isaia 40.

2.2. Il problema e il rimedio (Isaia 40:28)

 28 Non lo sai tu? Non l’hai mai udito? Il Signore è Dio eterno, il creatore degli estremi confini della terra; egli non si affatica e non si stanca; la sua intelligenza è imperscrutabile.

È interessante notare, però, che i dubbi del popolo vengono espressi in modo indiretto, cioè come parte di una domanda posta dal profeta in contrasto con a quei dubbi. Se il popolo chiede: “Perché Dio ci bada più?”, il profeta gli risponde con un interrogativo suo: “Perché chiedete: ‘Perché Dio non ci bada più?’?” La strategia retorica di Isaia è di mettere in dubbio i dubbi del popolo. Intende minare la certezza che il popolo ha nel dubitare della parola di Dio!

Questo non è, però, un mero gioco di parole che vince il dibattito perché lascia confuso l’avversario. Le domande del profeta rivelano piuttosto sia il problema fondamentale che erode la speranza del popolo sia il rimedio per contrastarlo. Il “perché?” del v.27 conduce ad altri quesiti al v.28 che espongono la questione principale: “Non lo sai tu? Non l’hai mai udito?” Ciò che segue in altri contesti sarebbe comico, risulta in realtà un po’ sarcastico e ironico visto che Isaia non si sta rivolgendo a persone pagane che non l’hanno mai udito. I giudei sono perfettamente consapevoli che il loro Dio, il Signore, è l’unico vero Dio eterno, “creatore degli estremi confini della terra” che non si affatica e non si stanca.

Quest’approccio è lo stesso usato da Gesù quando, agli esperti della Scrittura, chiede: “Non avete letto quello che vi è stato detto da Dio…?” (Matteo 22:31). La spudoratezza di Gesù e di Isaia in questi contesti è simile a uno studente che avrebbe l’audacia di chiedere al suo professore di italiano: “Ma non sai che l’autore della Divina Commedia fu Dante Alighieri?” Isaia, infatti, parla ai giudei come se fossero pagani, perché è proprio come pagani che si stanno comportando.

Il loro problema di fondo non è che il Signore sia indifferente o impotente (come sottintendono le loro lamentele), ma che la loro idea del Signore è insufficiente. Il loro Dio (D maiuscola) è grande, ma il loro dio (d minuscola) è troppo piccolo. In altre parole, non hanno posto la loro speranza in Dio come egli si è rivelato ma piuttosto in un dio della loro immaginazione. Quello che Isaia si adopera per fare in questi versetti è di aiutarli a capire che Dio è sempre più grande di quanto l’essere umano sia in grado di concepire. Come già accennato, Isaia si concentra su tre aspetti della rivelazione di questo “sempre più grande” Dio: egli è il Dio creatore, eterno e instancabile.

3. Il tuo Dio è troppo grande (Isaia 40:6-26)

 Questi tre aspetti vengono poeticamente elaborati nei versetti precedenti, ed è dunque a essi che vogliamo ora rivolgere la nostra attenzione per capire meglio il messaggio di Isaia. Cominciamo con la descrizione del Dio creatore ai vv.18-26.

 3.1. Il Dio creatore (40:18-26)

Purtroppo il tempo e lo spazio non ci permettono di soffermarci molto su questi versetti. Perciò cercheremo di cogliere gli elementi salienti. Osserviamo subito che Isaia si serve dello stesso approccio, introducendo i punti principali con delle domande retoriche.

3.1.1. Il Dio creatore è senza paragone (40:18-20)

18 A chi vorreste assomigliare Dio? Con quale immagine lo rappresentereste? 19 Un artista fonde l’idolo, l’orafo lo ricopre d’oro e vi salda delle catenelle d’argento. 20 Colui che la povertà costringe a offrire poco sceglie un legno che non marcisca e si procura un abile artigiano per fare un idolo che non vacilli.

 Il fatto che il Signore è il Dio creatore significa che non fa parte del creato, essendo egli non creato, e non può essere dunque paragonato a o rappresentato da niente nel creato. Questo è il motivo per cui il Signore ha vietato al suo popolo di farsi sculture o immagini da adorare (Esodo 20:4), non solo perché potevano raffigurare divinità false, ma anche perché non potevano neppure raffigurare il vero Dio creatore. Quando si tenta di conoscere o di adorare Dio, anche quello vero, per mezzo del creato, il risultato sarà sempre la conoscenza e l’adorazione di un idolo.

Questo, tra l’altro, è la ragione per cui dobbiamo rigettare la cosiddetta “teologia naturale” della chiesa romana e di alcune chiese protestanti che presumono appunto di poter conoscere Dio attraverso la natura. Il creatore è sempre più grande del creato, e può essere conosciuto solo in base al modo in cui egli si fa conoscere personalmente, ossia attraverso la sua parola. Quindi, se troviamo che la nostra speranza in Dio viene meno, la probabile causa, dice Isaia, è che il dio in cui abbiamo sperato non è il vero Dio che si è rivelato nella sua parola, ma è piuttosto un idolo della nostra immaginazione sempre limitata dalla finitezza del creato.

3.1.2. Il Dio creatore è sovrano (40:21-24)

21 Ma non lo sapete? Non l’avete sentito? Non vi è stato annunciato fin dal principio? Non avete riflettuto sulla fondazione della terra? 22 Egli è assiso sulla volta della terra, da lì gli abitanti appaiono come cavallette; egli distende i cieli come una cortina e li spiega come una tenda per abitarvi; 23 egli riduce i prìncipi a nulla e annienta i giudici della terra; 24 appena piantati, appena seminati, appena il loro fusto ha preso radici in terra, egli vi soffia contro e quelli inaridiscono, e l’uragano li porta via come stoppia.

In secondo luogo, il fatto che il Signore sia il Dio creatore significa che è sovrano su tutto il creato. Tutti gli abitanti della terra sono per lui “come cavallette”, e persino i più grandi e potenti uomini sono “come stoppia” portata via dall’uragano. Al creatore basta soffiare contro qualsiasi sua creatura ed essa inaridisce. Se, dunque, i babilonesi hanno trionfato sui giudei, e solo perché Dio gli ha permesso di farlo. Nello stesso modo, se nella nostra vita il male sembra vincere, sappiamo che ciò è governato dal Signore per infine portarci il bene maggiore.

3.1.3. Il Dio creatore è supremo (40:25-26)

25 «A chi dunque mi vorreste assomigliare, a chi sarei io uguale?», dice il Santo. 26 Levate gli occhi in alto e guardate: chi ha creato queste cose? Egli le fa uscire e conta il loro esercito, le chiama tutte per nome; per la grandezza del suo potere e per la potenza della sua forza, non ne manca una.

L’ultima implicazione rilevata da Isaia del fatto che il Signore sia il Dio creatore è che egli è supremo sopra tutte le forze visibili e invisibili nell’universo. Leggendo questi versetti, dobbiamo ricordarci che per gli antichi, gli “eserciti” del cielo — il sole, la luna, le stelle ed altri corpi celesti — erano divinità che determinavano il corso della storia sulla terra. Ma Isaia ricorda ad Israele che tutti gli eserciti del cielo, che siano divinità o no, sono creature e, in quanto creature, sottomesse al loro creatore. Non dobbiamo mai pensare che ci siano poteri che possono minimamente rivaleggiare quello del nostro Dio. Egli è il creatore, ed è dunque supremo su tutto.

3.2. Il Dio eterno (40:12-17)

Passando al secondo aspetto del nostro “troppo grande” Dio, Isaia evidenzia la sua eternità, particolarmente ai vv.12-17. In questi versetti, cosa vuol dire esattamente che il Signore è il Dio eterno?

3.2.1. Il Dio eterno è onni-saggio (40:12-14)

12 Chi ha misurato le acque nel cavo della sua mano o preso le dimensioni del cielo con il palmo? Chi ha raccolto la polvere della terra in una misura o pesato le montagne con la stadera e i colli con la bilancia? 13 Chi ha preso le dimensioni dello Spirito del Signore o chi gli è stato consigliere per insegnargli qualcosa? 14 Chi ha egli consultato perché gli desse istruzione e gli insegnasse il sentiero della giustizia, gli impartisse la saggezza e gli facesse conoscere la via del discernimento?

Nell’ottica biblica, misurare qualcosa non significa tanto calcolarne le dimensioni quanto comprenderlo fino a fondo. Questo spiega il motivo per cui Isaia passa subito dal chiedere: “chi ha misurato le acque nel cavo della sua mano?” al domandare: “chi ha preso le dimensioni dello Spirito del Signore o chi gli è stato consigliere per insegnargli qualcosa?” La conoscenza del Signore è tale che comprendere le profondità dei mari o le altezze del cielo gli è facile quanto conoscere il palmo della mano.

Ovviamente, questo è un linguaggio metaforico in quanto Dio non ha mani letterali, e la sua grandezza rispetto alle acque o al cielo non è in proporzione alla grandezza dei suoi palmi. Queste metafore operano al livello della nostra immaginazione, per sbarazzarci delle idee troppo povere che abbiamo di Dio e per lasciarci stupefatti dalla grandezza di chi è veramente. Dio è eterno, e questo significa che la sua conoscenza è infinita e incommensurabile. È più probabile che una formica possa comprendere la meccanica quantistica che noi possiamo comprendere la sapienza imperscrutabile del Dio eterno.

Attenzione però: Isaia qui non parla di una mera conoscenza del tipo teorico o scientifico; la sua è una saggezza infinita che gli permette di sempre discernere “il sentiero della giustizia”. In altre parole, possiamo sempre avere fiducia nel Signore perché le sue vie, per quanto possano essere misteriose e strane, sono sempre giuste. A volte, sbagliamo anche quando pensiamo di fare la cosa giusta proprio perché ci manca quella conoscenza, quella saggezza che fa la differenza. Al Dio eterno, invece, la cui saggezza è infinita, la cosa giusta da fare è sempre chiara.

3.2.2. Il Dio eterno è onni-benevolo (40:15-17)

15 Ecco, le nazioni sono come una goccia che cade da un secchio, come la polvere minuta delle bilance; ecco, le isole sono come pulviscolo che vola. 16 Il Libano non basterebbe a procurare il fuoco e i suoi animali non basterebbero per l’olocausto. 17 Tutte le nazioni sono come nulla davanti a lui; egli le valuta meno che nulla, una vanità.

Inoltre, il fatto che il Signore sia il Dio eterno significa che egli è onni-benevolo. Non è consolante sapere che Dio è onni-saggio se non è anche onni-benevolo, sapere cioè che egli agisce saggiamente sempre per il nostro bene. Ora, forse questi versetti non sembrano affermare che la benevolenza di Dio è infinita in quanto egli è eterno, ma di nuovo dobbiamo entrare nell’ottica biblica in cui la distanza che separa l’eterno dal finito è la misura sbalorditiva della grazia divina. Davanti al Dio eterno, “tutte le nazioni sono come nulla…; egli le valuta meno che nulla”, eppure egli è sempre fedele nel sostenere le nazioni con tutto ciò che occorre alla loro esistenza. Riconoscere che tutte le nazioni sono “una vanità” non vuol dire disprezzarle ma piuttosto esaltare la grandezza della grazia di Dio che, nonostante la loro piccolezza, si degna comunque di benedirle!

3.3. Il Dio instancabile (40:6-11)

Il terzo e ultimo aspetto del Signore che Isaia sottolinea in questo capitolo è che “egli non si affatica e non si stanca” (v.28). Perché è importante sapere questo? I vv.6-11 ne spiegano i motivi.

3.3.1. Il Dio instancabile è affidabile (40:6-8)

Una voce dice: «Grida!» E si risponde: «Che griderò?» «Grida che ogni carne è come l’erba e che tutta la sua grazia è come il fiore del campo. L’erba si secca, il fiore appassisce quando il soffio del Signore vi passa sopra; certo, il popolo è come l’erba. L’erba si secca, il fiore appassisce, ma la parola del nostro Dio dura per sempre».

In primo luogo, il fatto che il Signore è il Dio instancabile significa che, a differenza di “ogni carne” sulla faccia della terra, non si secca come l’erba e non appassisce come il fiore del campo, egli e la sua parola durano per sempre. Il corpo umano, come ogni altra cosa creata, è soggetto all’esaurimento e al deterioramento. Quindi, nessuno è degno di essere l’oggetto della nostra speranza, perché nessuno è capace di garantirne l’esito positivo. Prima o poi rimarremo sempre delusi dalle speranze poste in qualcuno, se non nel Dio non si esaurisce mai e dura per sempre. Solo il Signore è lo stesso ieri, oggi e domani, e dunque solo il Signore è veramente e pienamente affidabile.

3.3.2. Il Dio instancabile è compassionevole (40:9-11)

Tu che porti la buona notizia a Sion, sali sopra un alto monte! Tu che porti la buona notizia a Gerusalemme, alza forte la voce! Alzala, non temere! Di’ alle città di Giuda: «Ecco il vostro Dio!» 10 Ecco, il Signore, Dio, viene con potenza, con il suo braccio egli domina. Ecco, il suo salario è con lui, la sua ricompensa lo precede. 11 Come un pastore, egli pascerà il suo gregge: raccoglierà gli agnelli in braccio, li porterà sul petto, condurrà le pecore che allattano.

In secondo luogo, il fatto che il Signore sia il Dio instancabile costituisce il cuore del vangelo, la buona notizia, che le sue compassioni non finiscono mai. Come un pastore, egli pascerà il suo gregge, e lo proteggerà da ogni male che le pecore temono. Se il Signore fosse un uomo, anche le sue compassioni avrebbero un limite, e noi avremmo sempre paura di sbagliare o di peccare una volta di troppo e di trovarci oggetti della sua rabbia implacabile. Ma non è così. In quanto il Signore non si stanca mai, nemmeno le sue compassioni possono mai finire, e quindi possiamo essere sempre certi di “ottenere misericordia e trovare grazia ed essere soccorsi al momento opportuno” presso il suo trono (Ebrei 4:16).

4. Il tuo Dio non è abbastanza piccolo (Isaia 40:29-31)

 29 Egli dà forza allo stanco e accresce il vigore a colui che è spossato. 30 I giovani si affaticano e si stancano; i più forti vacillano e cadono; 31 ma quelli che sperano nel Signore acquistano nuove forze, si alzano a volo come aquile, corrono e non si stancano, camminano e non si affaticano.

Fino a questo punto, abbiamo visto la nostra tendenza innata di rendere Dio troppo piccolo. Non vogliamo il Dio “sempre più grande”, perché non vogliamo essere soggetti alla sua volontà. Quindi, pensiamo Dio a nostra immagine, effettivamente creando un idolo che approvi invece la nostra volontà. Ma dal momento in cui facciamo questo, ci stronchiamo dall’unica vera fonte della speranza di cui abbiamo bisogno per affrontare le innumerevoli difficoltà nella vita. Dobbiamo dunque ricordarci sempre di chi è Dio veramente, ossia Dio come egli stesso si è rivelato nella sua parola, che va sempre oltre ciò che possiamo concepire o immaginare.

Esiste, però, un’altra tentazione a cui abbiamo già accennato, ovvero quella di pensare Dio talmente grande che non si prende la briga di immischiarsi nelle nostre piccole vite. Se siamo, come Isaia dice, come l’erba che si secca o come la polvere che vola via, perché dobbiamo pensare che un Dio talmente grande quanto il Signore si prenda cura di noi? Se egli è troppo grande da lasciarsi disturbare dai nostri problemi, come possiamo sperare in lui di acquistare nuove forze per superarli?

4.1. Non troppo grande per diventare piccolo

 Pur essendoci già degli indizi che anticipano la risposta, dobbiamo lasciarci condurre alla vera e definitiva rivelazione del Dio che Isaia descrive qui, cioè alla parola di Dio stessa, Gesù Cristo, in cui si armonizzano le apparenti tensioni tra la grandezza divina e la piccolezza umana, tra l’eternità di Dio e la temporaneità dell’uomo, tra il potere infinito del primo e la misericordia di cui ha bisogno il secondo. In Gesù, scopriamo che l’eterno creatore non era troppo grande per diventare piccolo, che in realtà la sua grandezza si manifesta sommamente nella piccolezza dell’incarnazione.

Al capitolo 53, Isaia rimane stupito dal fatto che “il braccio del Signore” (che rappresenta la sua potenza) si è rivelato in un uomo “disprezzato e abbandonato dagli uomini, uomo di dolore, familiare con la sofferenza, pari a colui davanti al quale ciascuno si nasconde la faccia” (vv.1-3). “Chi”, esclama Isaia, “ha creduto a quello che abbiamo annunciato”, dato che l’annuncio è così incredibile! In Gesù, il Dio creatore è diventato una creatura. In Gesù, il Dio eterno si è sottoposto ai limiti del tempo e si è reso vulnerabile al degrado della natura, fino alla morte. In Gesù, il Dio instancabile si è fatto un uomo afflitto e affannato, soggetto alle debolezze e allo sfinimento della nostra carne.

Perché ha fatto questo? Isaia spiega il motivo al 53:4-5:

Tuttavia erano le nostre malattie che egli portava, erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato; ma noi lo ritenevamo colpito, percosso da Dio e umiliato! Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni, stroncato a causa delle nostre iniquità; il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui e mediante le sue lividure noi siamo stati guariti.

In poche parole, in Gesù il Dio creatore è diventato una creatura per salvare il suo creato dalla corruzione dovuta al peccato. In Gesù il Dio eterno si è sottoposto alla morte per farci vivere eternamente. In Gesù il Dio instancabile “svuotò se stesso”, come dice Paolo in Filippesi 2:7, per dare a noi le sue forze sempre nuove. E tutto questo, egli lo ha fatto per il suo grande, eterno, insondabile e inesauribile amore per noi. Come mai non dovremo porre tutta la nostra speranza in lui quando egli promette che così facendo, ci alzeremo a volo come aquile?

4.2. Lo scopo della speranza

Ora, resta un’ultima domanda che potrebbe comunque minacciare la nostra speranza. Se Dio prometta di dare “forza allo stanco” e di accrescere “il vigore a colui che è spossato”, perché sperimentiamo così spesso l’opposto? Perché, contrario alla promessa, ci stanchiamo correndo, e ci affatichiamo camminando, e veniamo sopraffatti dalle difficoltà anziché volarci sopra come aquile? Perché speriamo nel Signore, ma le nostre speranze a volte sembrano deluse dall’apparente noncuranza da parte di Dio?

Attenzione: notiamo chi è il beneficiario di questa promessa: è “allo stanco” che Dio dà forza e “a colui che è spossato” che egli accresce il vigore. Questo è, infatti, lo scopo della speranza, il motivo per cui Dio spesso ci fa aspettare, anche fino al nostro totale esaurimento, prima di venirci in soccorso. Simile alla nostra tendenza di sostituire idoli al posto di Dio è la nostra tendenza di aggrapparci tenacemente a essi finché non vediamo il loro totale fallimento. Magari proviamo per un po’ a sperare nel Signore, ma quando i problemi non si risolvono nei modi o nei tempi che vogliamo, torniamo in fretta ai nostri soliti idoli.

Perché possiamo trovare la vera forza nel Signore, egli deve sovente lasciarci esaurire tutte le nostre forze da cui vogliamo invece dipendere. Perché possiamo gustare la bontà della vera speranza, Dio deve permettere che gustiamo l’amarezza della delusione di speranze poste nei nostri idoli. Finché non troviamo tutta la nostra forza e non poniamo tutta la nostra speranza solo nell’unico vero Dio e Padre del Signore Gesù Cristo, saremo sempre in balia della stanchezza e dell’ansia.

Ma quando, in base alla conoscenza del Dio che si è rivelato in Cristo, speriamo pazientemente nella sua parola, acquisteremo le nuove forze che ci ha promesso. Quando ci sentiamo stanchi e affannati, paurosi e ansiosi, tristi e depressi, non è il momento per lamentarci dicendo come Israele: “La mia via è occulta al Signore e al mio diritto non bada il mio Dio”. È invece il momento per accettare la sempre valida promessa di Gesù in Matteo 11:28-30:

28 Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo. 29 Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore; e voi troverete riposo per le anime vostre; 30 poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero.

Amen!

 

Amos 3,7: Agnelli diventano leoni

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1. Introduzione (Amos 7:8-9)

Il Signore mi disse: «Amos, che cosa vedi?» Io risposi: «Un filo a piombo». E il Signore disse: «Ecco, io metto il filo a piombo in mezzo al mio popolo, Israele; io non lo risparmierò più; saranno devastati gli alti luoghi d’Isacco, i santuari d’Israele saranno distrutti, e io mi leverò con la spada contro la casa di Geroboamo».

 1.1. Pecore in mezzo ai lupi

In Matteo 10, quando Gesù manda i suoi discepoli in missione tra i villaggi della Galilea, li descrive come “pecore in mezzo ai lupi” (v.16). Questa frase può essere facilmente applicata ai discepoli di tutti i tempi che devono testimoniare la parola di Dio in ambienti difficili e sovente ostili. La particolare sfida è che non possono (o almeno non dovrebbero!) imitare i comportamenti e utilizzare le tattiche degli stessi lupi per compiere la loro missione. È facile voler rendere male per male, e meno facile attenersi all’esortazione dell’apostolo Paolo: “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene” (Romani 12:21). Il male spesso sembra più forte, se non invincibile, perché si permette di “giocare sporco”. Come si può vincere quando l’avversario bara continuamente?

Se fosse facile, Gesù non avrebbe dovuto avvertirci del pericolo. Pecore — o per usare il termine proverbiale “agnelli” — non hanno grandi speranze contro i lupi. Come possono rimanere fedeli alla loro mission senza trasformarsi in lupi anch’essi? La Scrittura ci fornisce tanti esempi — non ultimo lo stesso Gesù — di come farlo. Oggi consideriamo uno di questi, il profeta Amos, chiamato a rivolgere la parola di Dio a un pubblico tutt’altro che accogliente, e in particolare a dei “lupi” di potere che l’avrebbero potuto uccidere in qualsiasi momento.

1.2. Il riassunto dell’argomento

Nell’esempio di Amos, il profeta “non profeta”, vediamo come un agnello in mezzo ai lupi si trasformi in un leone, come i suoi belati diventino ruggiti forti, efficaci e anche terrificanti in quanto la parola di Dio. Questo succede non perché gli agnelli stessi siano leoni veramente, ma perché il loro Signore, il Leone di Giuda, li rende tali, come anch’egli si è reso l’Agnello di Dio per togliere il peccato del mondo. Il Leone divino diventa l’Agnello immolato affinché i suoi agnelli possano diventare leoni, capaci di compiere la loro missione in mezzo ai lupi.

1.3. Il contesto

In genere, dei profeti veterotestamentari si sa poco, perché la loro importanza non derivava dalle loro biografie bensì dal messaggio che dovevano rivolgere. La personalità dei profeti veniva eclissata dalla parola di Dio. Quando, dunque, ci vengono fornite delle informazioni biografiche (come Osea e il suo matrimonio con una donna di prostituzione), sappiamo che esse sono parte integrante del loro incarico profetico. Quindi, dobbiamo prestare particolare attenzione al modo in cui Amos ci viene presentato all’inizio dell’omonimo libro:

1:1 Parole di Amos, uno dei pastori di Tecoa, che ebbe in visione riguardo a Israele, al tempo di Uzzia, re di Giuda, e al tempo di Geroboamo, figlio di Ioas, re d’Israele, due anni prima del terremoto. Egli disse: «Il Signore rugge da Sion, egli fa sentire la sua voce da Gerusalemme; i pascoli dei pastori sono desolati e la vetta del Carmelo è inaridita».

Amos non è un profeta “di mestiere” ma piuttosto un pastore di Tecoa, un piccolo villaggio nei pressi di Betlemme in Giuda. Da questo contesto Amos viene chiamato per profetizzare principalmente in Israele, nel regno del nord, ormai da lungo tempo separato da Giuda a sud. Il periodo in cui Amos profetizza è specificato “al tempo di Geroboamo, figlio di Ioas, re d’Israele”, l’età d’oro prima della caduta del regno nel 722 a.C. La difficoltà della vocazione di Amos, in particolare, nasce dal fatto di dover predire giudizi divini a un popolo ricco e benestante:

 6:1 Guai a quelli che vivono tranquilli a Sion e fiduciosi sul monte di Samaria, ai notabili della prima fra le nazioni, dietro ai quali va la casa d’Israele! Passate a Calne e guardate, e di là andate fino a Camat la grande, poi scendete a Gat dei Filistei: quelle città stanno forse meglio di questi regni? o il loro territorio è forse più vasto del vostro? Voi volete allontanare il giorno del male, ma fate avvicinare il regno della violenza. Si stendono su letti d’avorio, si sdraiano sui loro divani, mangiano gli agnelli del gregge e i vitelli presi dalla stalla. Improvvisano al suono della cetra, si inventano strumenti musicali come Davide; bevono il vino in ampie coppe e si ungono con gli oli più pregiati, ma non si addolorano per la rovina di Giuseppe. Perciò ora andranno in esilio alla testa dei deportati e cesseranno le feste di questa combriccola. Il Signore, Dio, l’ha giurato per se stesso, dice il Signore, Dio degli eserciti: «Io detesto l’orgoglio di Giacobbe, odio i suoi palazzi e darò in mano al nemico la città con tutto ciò che contiene».

Come possiamo immaginare, le parole di Amos (oltretutto uno straniero in Israele) non risultano molto gradevoli alle classi alte e regnanti. In più, essi non hanno nessun motivo evidente di ritenersi in pericolo. Sotto Geroboamo II, il regno d’Israele gode di una prosperità mai vista fin dai tempi di Salomone, quando il Signore gli aveva dato riposo da tutti i suoi nemici. Non è la benedizione materiale un segno del favore di Dio? Allora, chi sei tu, povero pastore giudeo, a venirci per dire che stiamo per essere distrutti dal Signore?

Questo è il contesto in cui Amos è chiamato a profetizzare. Ora proseguiamo il nostro studio leggendo dal capitolo 7.

2. Dall’ovile alla tana (Amos 7:10-17)

10 Allora Amasia, sacerdote di Betel, mandò a dire a Geroboamo, re d’Israele: «Amos congiura contro di te in mezzo alla casa d’Israele; il paese non può sopportare tutte le sue parole. 11 Amos, infatti, ha detto: “Geroboamo morirà di spada e Israele sarà condotto in esilio lontano dal suo paese”». 12 Poi Amasia disse ad Amos: «Veggente, vattene, fuggi nel paese di Giuda; mangia il tuo pane laggiù e là profetizza; 13 ma a Betel non profetizzare più, perché è santuario del re e residenza reale».

 14 Allora Amos rispose: «Io non sono profeta, né figlio di profeta; sono un mandriano e coltivo i sicomori. 15 Il Signore mi prese mentre ero dietro al gregge e mi disse: “Va’, profetizza al mio popolo, a Israele”. 16 Ora ascolta la parola del Signore. Tu dici: “Non profetizzare contro Israele e non predicare contro la casa d’Isacco!” 17 Ebbene, così dice il Signore: “Tua moglie si prostituirà nella città, i tuoi figli e le tue figlie saranno uccisi con la spada, il tuo paese sarà spartito con la cordicella, tu stesso morirai su terra impura e Israele sarà certamente condotto in esilio, lontano dal suo paese”».

2.1. Veggente, vattene! (7:10-13)

Qui vediamo il tipo di animosità che Amos ha sempre dovuto affrontare durante il suo ministero. Amasia è il sacerdote di Betel, uno dei centri di culto stabiliti da Geroboamo I dopo aver condotto una ribellione contro Roboamo, figlio di Salomone. Geroboamo aveva istituito il culto a Betel, vicino al confine con Giuda, per rivaleggiare con il culto ufficiale a Gerusalemme. Come tale, il culto di Betel rappresentava una diretta violazione del comandamento di Dio, e più di una volta egli aveva mandato profeti per condannarlo.

Anche Amos viene mandato a Betel per predicare, e Amasia il sacerdote — un vero lupo rapace — tenta di impedirglielo. In primis, lo accusa davanti al re Geroboamo II di congiura e di tradimento contro lo stato, crimini che già da sé meritavano la pena di morte. In più, Amasia ordina ad Amos direttamente di tornare al proprio paese e di profetizzare là dove la sua predicazione sarà forse più gradita.

Le parole di Amasia hanno una venatura di disprezzo. Egli si riferisce ad Amos come “veggente”, un termine che probabilmente intende sminuire il ruolo di Amos in quanto quest’ultimo non appartiene al corpo ufficiale di profeti reali. Come in 2 Cronache 18, il re d’Israele aveva un gruppo di profeti autorizzati (cioè quelli che gli dicevano solo ciò che egli voleva sentire!), e chiunque altro veniva automaticamente screditato. Quindi, Amasia dice ad Amos in effetti: “Ma chi ti credi di essere che ti permetti di parlare da profeta? Tu non ti meriti neanche di essere chiamato profeta, quindi vattene veggente!” Amasia vuole veramente mandare Amos a quel paese!

2.2. Il profeta non profeta (7:14-15a)

Amos, da parte sua, non nega la derisione di Amasia. Gli risponde dicendo: “Io non sono profeta, né figlio di profeta; sono un mandriano e coltivo i sicomori. Il Signore mi prese mentre ero dietro al gregge.” “È vero”, ammette Amos, “non sono profeta (come lo definisci tu), e non ho le qualifiche né il riconoscimento del re di esserlo. Non sono altro che un semplice mandriano e pastore che fino a poco tempo fa andavo dietro al gregge”.

 

Per sottolineare le sue umili condizioni, Amos aggiunge che coltiva i sicomori, i cui frutti erano cibo dei più poveri del paese. Pur agendo da profeta, Amos dice di non essere profeta, praticamente dando ragione ad Amasia di non meritarsi quel titolo. Se Amos è un profeta, è un profeta “non profeta”. O per tornare alla metafora degli animali (appropriata anche in vista della sua professione di pastore), Amos è un debole agnello in mezzo a dei lupi pericolosi. Perché allora osa parlare in presenza del re, del sacerdote di Betel e degli altri personaggi potenti e influenti?

2.3. Va’, profetizza! (7:15b)

Il motivo che Amos dà al v.15 è tanto semplice quanto forte: “Il Signore mi prese mentre ero dietro al gregge e mi disse: ‘Va’, profetizza al mio popolo, a Israele’.” In mancanza di tutto il resto, questa è l’unica autorizzazione che serve. Amos sa di non essere riconosciuto come profeta dall’establishment ufficiale. Non vuole neanche rivendicare il titolo di profeta per se stesso. Ma tutto ciò non importa alla luce del mero comandamento del Signore: “Va’, profetizza”. È l’autorità di Dio, e non quella dell’uomo, che serve per mandare un pastore a parlare ai re, per mandare degli agnelli coraggiosi in mezzo ai lupi feroci.

3. Il ruggito del leone (Amos 3:3-8)

Due uomini camminano forse insieme, se prima non si sono accordati? Ruggisce forse il leone nella foresta, se non ha una preda? Il leoncello fa forse udire la sua voce dalla tana, se non ha preso nulla? Cade forse l’uccello nella rete a terra, se non gli è tesa una trappola? Scatta forse la tagliola dal suolo, se non ha preso qualcosa? Squilla forse la tromba in una città, senza che il popolo tremi? Piomba forse una sciagura sopra una città, senza che il Signore ne sia l’autore? Poiché il Signore, Dio, non fa nulla senza rivelare il suo segreto ai suoi servi, i profeti. Il leone ruggisce, chi non temerà? Il Signore, Dio, parla, chi non profetizzerà?

3.1. Causa ed effetto

Al livello pratico, però, come può un agnello pensare di affrontare dei lupi? Come può un povero pastore come Amos parlare con potere ed efficacia a gente come il re Geroboamo e il sacerdote Amasia? Anche se Amos non dovesse perdere la vita, tutti i suoi sforzi non sarebbero forse invano? Cosa crede di poter fare lui nei confronti di un regno intero?

Per rispondere a queste domande, torniamo un po’ indietro, al capitolo 3 del libro. Qui Amos rivolge una parola di Dio che riguarda appunto il significato e il meccanismo del ministero profetico. Amos elenca una serie di esempi i quali dimostrano il principio di causa ed effetto. Questioni scientifiche e filosofiche che concernono quest’argomento non hanno tanta rilevanza qui, perché lo scopo di Amos è di dimostrare come dopo certe azioni ci si possono aspettare certe conseguenze, e da tali conseguenze si possono intuirne le azioni causali con sufficiente certezza.

Questi esempi, tratti dalla vita quotidiana dell’epoca, possono risultare non così evidenti a noi oggi. Non siamo abituati, come erano gli israeliti, a vedere i leoni in giro (menomale!), e non conosciamo dunque i loro comportamenti rispetto alla preda. Ma ciò non dovrebbe togliere niente dal punto principale del discorso, che certi effetti sono legati a certe cause. Se il leone ruggisce nella foresta, è perché ha una preda. Se cade l’uccello nella rete a terra, è perché gli è stata tesa una trappola. Un esempio più attuale sarebbe forse questo: se cade il nostro governo dopo pochi mesi, è perché siamo in Italia!

A parte gli scherzi, notiamo che Amos passa subito da questi esempi più banali a quelli più tosti e teologicamente importanti. Se squilla la tromba in città per avvertire gli abitanti di un’invasione imminente, essi senza dubbio avranno paura. Se piomba una tale sciagura sopra una città — come infatti Amos predice che avverrà alle città d’Israele — è perché il Signore la sta giudicando. Quando verranno gli Assiri per distruggere il regno d’Israele, il popolo dovrà dunque ricordarsi delle parole di Amos e sapere che ciò non è una disgrazia casuale ma il giudizio che viene dalla mano del Signore.

3.2. La profezia e il parlare di Dio

Dopo questi esempi, arriviamo al concetto chiave ai versetti 7-8:

Poiché il Signore, Dio, non fa nulla senza rivelare il suo segreto ai suoi servi, i profeti. Il leone ruggisce, chi non temerà? Il Signore, Dio, parla, chi non profetizzerà?

Come la paura segue il ruggito del leone, così la profezia segue il parlare di Dio. La profezia — che non è tanto il predire il futuro quanto riferire la parola di Dio — è il risultato del parlare di Dio quanto è il calore è il risultato del fuoco o la terra bagnata è il risultato della pioggia. Nell’ottica biblica, non si può impedire che qualcuno profetizzi quando è Dio che vuole parlare all’uomo.

Da questa verità consegue un paio di implicazioni. La prima è che nessuno può dire di non poter sentire e conoscere il Signore e la sua volontà. Magari ci si aspetta che per parlarci Dio debba tuonare per mezzo di una tempesta o scrivere parole nelle nuvole del cielo, e non ci si rende conto che Dio si serve di profeti — ossia portavoce umani — per comunicare. Ciò non toglie, però, la responsabilità di tutti di ascoltare la voce profetica quando Dio la manda con il suo messaggio.

La seconda implicazione è che il compito profetico resta sempre valido per noi, anche se in forma diversa. Nessuno di noi è chiamato a essere profeta come Amos, o Geremia o Isaia o Ezechia o nessun altro dei profeti veterotestamentari. Come quello del re e del sacerdote, il ruolo del profeta è stato adempiuto in maniera definitiva e permanente da Gesù Cristo, l’unica e l’ultima vera Parola di Dio. Tuttavia, noi che siamo uniti a Gesù, siamo uniti a lui anche nella sua opera profetica, che ci coinvolge nella sua missione di portare il vangelo a tutto il mondo.

In fondo, il profeta è la persona che ode la parola di Dio e viene poi incaricato di riferirla ad altri. Questo è il semplice significato del comandamento di Dio ad Amos: “Va’, profetizza!”. Amos doveva comunicare al popolo d’Israele quello, e solo quello, che aveva sentito dire il Signore. Amos non aveva nessun’autorità in se stesso; era un povero pastore e mandriano. Ma siccome il messaggio che portava veniva dalla bocca del Signore, andava ascoltato, sia dai piccoli ai più grandi d’Israele, compreso il re Geroboamo. Poiché nessuna parola di Dio rimane inefficace, il compito del profeta avrà sempre successo, anche quando incontra orecchie sorde e cuori induriti che lo respingono.

Come discepoli di Gesù, anche noi siamo similmente incaricati di portare la parola di Dio al mondo, la parola che è il vangelo di Cristo. Da soli, non abbiamo nessun’autorità. Ma il vangelo che abbiamo ascoltato, sappiamo che esso è la parola di Dio, e che avendolo ascoltato e creduto, abbiamo di conseguenza la responsabilità di riferirlo agli altri, chiamandoli con autorità di ravvedersi e credere anch’essi. Come Paolo scrive in 1 Tessalonicesi 1:5 e 2:13:

Infatti il nostro vangelo non vi è stato annunciato soltanto con parole, ma anche con potenza, con lo Spirito Santo e con piena convinzione… 13 Per questa ragione anche noi ringraziamo sempre Dio: perché quando riceveste da noi la parola della predicazione di Dio, voi l’accettaste non come parola di uomini, ma, quale essa è veramente, come parola di Dio, la quale opera efficacemente in voi che credete.

In quanto predichiamo il vangelo di Cristo nel potere dello Spirito Santo, stiamo anche noi profetizzando, seguendo così l’esempio dei profeti come Amos. Nella misura in cui stiamo profetizzando, dobbiamo avere anche lo stesso coraggio e la stessa franchezza con cui ha profetizzato Amos, sapendo che per mezzo nostro il Leone di Giuda ruggisce proprio mediante la nostra debole voce.

4. Il leone e l’agnello

 4.1. Il vero profeta non profeta

Forse non ci sentiamo all’altezza di una così grande vocazione. Le figure profetiche nella Bibbia, come Amos e molti altri, possono sembraci come dei sovrumani. È difficile immaginare che Dio possa chiedere a dei sempliciotti come noi di profetizzare davanti ai Geroboamo e agli Amasia del nostro tempo!

In realtà, questo è esattamente ciò che Dio ci chiama a fare. Ma non ci chiama a farlo da soli o senza aiuto. Se chiama noi agnelli a ruggire come leoni in questo mondo, è perché egli, il Leone di Giuda, è diventato un agnello per rendercene capaci. Lo stesso vangelo che dobbiamo predicare è quello che ci dà il potere per farlo. Gesù, il Leone divino, è diventato un debole agnello, affinché noi, i deboli agnelli, potessero diventare dei leoni come lui.

In Amos vediamo una prefigurazione di questo. Amos, come detto già più volte, era un profeta non profeta, ovvero un uomo ordinario reso capace di fare qualcosa di straordinario per mezzo della stessa parola che doveva annunciare. Pur essendo fuori dall’establishment ufficiale, è stato mandato a predicare la parola di Dio proprio a quell’establishment, e per questo veniva minacciato e perseguitato.

Nello stesso modo, anche Gesù è venuto nel mondo come un uomo ordinario — il figlio di un falegname — e quando ha cominciato a predicare il regno di Dio, non aveva nessuna qualifica o autorizzazione per farlo se non solo la voce di Dio che al momento del suo battesimo lo ha dichiarato suo Figlio nel quale si era compiaciuto. Gesù veniva da fuori dell’establishment ufficiale del suo tempo, e non aveva nessun riconoscimento da parte del re Erode, del sacerdote Caiafa o dell’impero romano, ma ciononostante ha predicato la parola di Dio in quanto era egli stesso la Parola di Dio nella carne. Pur essendo il Leone della tribù di Giuda e l’erede al trono di Davide suo padre, Gesù…

 …si lasciò umiliare e non aprì la bocca. Come l’agnello condotto al mattatoio, come la pecora muta davanti a chi la tosa, egli non aprì la bocca. (Isaia 53:7)

Il versetto precedente in Isaia 53 spiega il motivo per questo:

Noi tutti eravamo smarriti come pecore, ognuno di noi seguiva la propria via; ma il Signore ha fatto ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti.

Inimmaginabile ma meraviglioso! Il Leone è diventato un Agnello per morire al posto di tutti noi pecore che ci eravamo smarriti, proprio per riscattarci e per riportarci a casa.

4.2. La grande trasformazione

Questo, però, è solo il primo lato della medaglia. Il risultato del Leone che è diventato un Agnello è che noi agnelli, una volta smarriti ma ora ritrovati, diventiamo come dei leoni in lui! Paolo, in 2 Corinzi 5:14-20, lo spiega in questo modo:

14 infatti l’amore di Cristo ci costringe, perché siamo giunti a questa conclusione: che uno solo morì per tutti, quindi tutti morirono; 15 e che egli morì per tutti, affinché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro…. 17 Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate: ecco, sono diventate nuove. 18 E tutto questo viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé per mezzo di Cristo e ci ha affidato il ministero della riconciliazione. 19 Infatti Dio era in Cristo nel riconciliare con sé il mondo, non imputando agli uomini le loro colpe, e ha messo in noi la parola della riconciliazione. 20 Noi dunque facciamo da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro; vi supplichiamo nel nome di Cristo: siate riconciliati con Dio.

Notiamo bene: se siamo in Cristo, siamo morti a ciò che eravamo prima (pecore smarrite) e siamo ora nuove creature (leoni) a cui è stato affidato il ministero della riconciliazione, il quale consiste nell’esortare gli altri a essere riconciliati con Dio. In altre parole, Gesù è morto non solo per salvarci, ma anche di usarci come i suoi ambasciatori (ossia profeti e testimoni) per mezzo dei quali egli esorta il mondo al ravvedimento. Anche se non ci sentiamo come leoni, in Cristo lo siamo, e il primo passo nell’ubbidire al nostro dovere profetico è di credere che è così! Proverbi 28:1 la dice breve:

L’empio fugge senza che nessuno lo perseguiti, ma il giusto se ne sta sicuro come un leone.

5. Conclusione

In conclusione, dunque, dobbiamo solo ricordarci di ciò che sappiamo già: in Cristo siamo più che vincitori perché egli ha già vinto. Egli garantisce che il vangelo sarà predicato in tutto il mondo, e che le porte dell’Ades non potranno resistere all’assalto da parte della chiesa. In Apocalisse, lo scrittore Giovanni è consolato a vedere questa visione:

Io piangevo molto perché non si era trovato nessuno che fosse degno di aprire il libro e di guardarlo. Ma uno degli anziani mi disse: «Non piangere; ecco, il leone della tribù di Giuda, la radice di Davide, ha vinto per aprire il libro e i suoi sette sigilli». Poi vidi, in mezzo al trono e alle quattro creature viventi e in mezzo agli anziani, un Agnello in piedi, come immolato, e aveva sette corna e sette occhi, che sono i {sette} spiriti di Dio, mandati per tutta la terra. Egli venne e prese il libro dalla destra di colui che sedeva sul trono. Quando ebbe preso il libro, le quattro creature viventi e i ventiquattro anziani si prostrarono davanti all’Agnello, ciascuno con una cetra e delle coppe d’oro piene di profumi, che sono le preghiere dei santi. Essi cantavano un cantico nuovo, dicendo: «Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai acquistato a Dio, con il tuo sangue, gente di ogni tribù, lingua, popolo e nazione, 10 e ne hai fatto per il nostro Dio un regno e dei sacerdoti; e regneranno sulla terra».

Eccolo qui! Il gioco è fatto, la battaglia è finita e la vittoria è nostra in Cristo! Dobbiamo soltanto credere che è proprio così, e poi, come Amos, svolgere la nostra missione, non paurosi come agnelli indifesi, ma come leoni trionfanti.

Amen!

2 Cronache 5: A Casa con Dio

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1. Introduzione (2 Cronache 5:1-3)

 1 Così fu compiuta tutta l’opera che Salomone fece eseguire per la casa del Signore. Salomone fece portare l’argento, l’oro e tutti gli utensili che Davide suo padre aveva consacrati, e li mise nei tesori della casa di Dio. Allora Salomone convocò a Gerusalemme gli anziani d’Israele e tutti i capi delle tribù, cioè i grandi delle famiglie patriarcali dei figli d’Israele, per portare su l’arca del patto del Signore, dalla città di Davide, cioè da Sion. Tutti gli uomini d’Israele si radunarono presso il re per la festa che cadeva il settimo mese.

 1.1. Finalmente a casa

Nel finale del famoso film Il Mago di Oz, la protagonista Dorothy ripete questa frase: “Nessun posto è bello come casa mia”. Nonostante tutte le sue avventure in un paese di meraviglie, Dorothy non vede l’ora di tornare a quel bellissimo posto a cui nessun altro può paragonarsi: casa sua. Penso che tutti noi abbiamo provato lo stesso sentimento. Per quanto possa essere bello un viaggio in qualche posto nuovo, prima o poi ci viene il desiderio di tornare dove sentiamo di appartenere, la casa che in vari sensi abbiamo formato con le nostre mani ma che prima ancora ha formato noi.

Nella Scrittura, il popolo di Dio è spesso descritto come una comunità di pellegrini nel mondo, stranieri che aspettano l’arrivo della loro vera casa nel regno di Dio. Questo è ovviamente il caso d’Israele dopo l’esodo e prima di entrare in terra promessa. Ma persino dopo la conquista di Canaan e nel periodo dei giudici, è difficile dire che gli israeliti fossero veramente “a casa”, in quanto spesso minacciati, oppressi e spostati dai vari nemici che li circondavano. Quando inizia la narrativa dei libri di Cronache, in 1 Cronache 10, sono ormai passati secoli dopo la conquista del paese, eppure i filistei continuano a essere una spina nella carne d’Israele. Dopo aver sconfitto l’esercito del re Saul, molti israeliti sono costretti ad abbandonare le loro case e le loro terre, le quali vengono impossessate dai filistei.

La narrativa di Cronache prosegue con l’incoronazione di Davide come re e capostipite di una nuova dinastia reale, e il suo primo atto ufficiale, dopo aver conquistato la città di Gerusalemme, è quello di trasportare l’arca del patto del Signore a questa nuova capitale del suo regno (1 Cronache 13). Questo è perché Davide sa (e il Cronista lo vuole evidenziare) che il popolo d’Israele non sarà mai veramente “a casa”, neanche in terra promessa, finché il Signore non è “a casa” in mezzo a loro. In quanto l’arca del patto rappresentava — e nei momenti migliori ospitava — la presenza di Dio, era necessario portarla laddove Dio aveva scelto come sua dimora, ovvero a monte Sion in Gerusalemme.

1.2. Il riassunto dell’argomento

Anche se (per motivi che vedremo dopo) l’arca del patto non svolge più questo ruolo, la verità che simboleggia resta sempre fondamentale per noi: il Dio Padre del nostro Signore Gesù Cristo desidera dimorare in mezzo a noi, egli come nostro Dio e noi come suo popolo. Per adattare la celebre frase di Agostino, siamo stati creati per dimorare con Dio, e non ci sentiremo mai a casa finché non siamo a casa con lui. Per il credente, “casa” non è tanto un posto quanto una persona, ed è proprio nel conoscerla, nel ringraziarla e nel godere della sua smisurata bontà che troviamo quel senso di riposo e di appartenenza di cui le nostre case terrene servono solo come una pallida imitazione. Per il credente, la via per tornare a casa non è di ripetere: “nessun posto è bello come casa mia”, ma piuttosto: “la bontà del Signore dura in eterno”.

1.3. Il contesto: dal tabernacolo al tempio

Prima di studiare il testo biblico di oggi, ossia 2 Cronache 5 che riporta la storia dell’arrivo dell’arca al tempio, consideriamo brevemente il contesto. Il libro di 2 Cronache comincia subito dopo la morte di Davide e l’incoronazione di Salomone, suo figlio, al suo posto. Salomone subito dimostra lo stesso zelo di suo padre per l’arca e per la casa di Dio quando, nel primo capitolo di 2 Cronache, convoca tutti i leader d’Israele per consultare il Signore a Gabaon presso la tenda del convegno, cioè il tabernacolo fatto nel deserto sotto la guida di Mosè. In questo momento, però, l’arca si trova a Gerusalemme, separata dal tabernacolo progettato per essere la sua vera abitazione.

Per rimediare a questa situazione, e per adempiere la parola di Dio a Davide suo padre, Salomone decide, all’inizio di 2 Cronache 2, di “costruire una casa per il nome del Signore”. Il fatto che nella narrativa la decisione di costruire il tempio segua la richiesta di Salomone a Dio per la saggezza indica che questa decisione è quella voluta da Dio stesso e non da Salomone soltanto. Finalmente, passando dal tabernacolo al tempio, la presenza del Signore — incentrata sull’arca — avrà una dimora fissa in mezzo a Israele.

Arrivando al capitolo 5 di 2 Cronache, i lavori per costruire il tempio sono finiti, e il santuario è pronto all’uso: “Allora Salomone convocò a Gerusalemme gli anziani d’Israele e tutti i capi delle tribù, cioè i grandi delle famiglie patriarcali dei figli d’Israele, per portare su l’arca del patto del Signore, dalla città di Davide, cioè da Sion.” È a questo punto che cominciamo il nostro studio.

2. La presenza dell’arca del Signore (2 Cronache 5:4-10)

Arrivati che furono tutti gli anziani d’Israele, i Leviti presero l’arca e portarono su l’arca, la tenda di convegno e tutti gli utensili sacri che erano nella tenda. I sacerdoti e i Leviti eseguirono il trasporto. Il re Salomone e tutta la comunità d’Israele, convocata presso di lui, si raccolsero davanti all’arca, e sacrificarono pecore e buoi in tal quantità da non potersi contare né calcolare.

 I sacerdoti portarono l’arca del patto del Signore al luogo destinatole, nel santuario della casa, nel luogo santissimo, sotto le ali dei cherubini; poiché i cherubini avevano le ali spiegate sopra il posto dell’arca, e coprivano dall’alto l’arca e le sue stanghe. Le stanghe avevano una tale lunghezza che le loro estremità si vedevano sporgere dall’arca, davanti al santuario, ma non si vedevano dal di fuori. Esse sono rimaste là fino a oggi. 10 Nell’arca non c’era altro se non le due tavole di pietra che Mosè vi aveva deposte sull’Oreb, quando il Signore fece il patto con i figli d’Israele, dopo che questi furono usciti dal paese d’Egitto.

2.1. L’arca del regno

Quando il Cronista racconta la festa dell’inaugurazione del tempio, si focalizza sull’arrivo dell’arca del Signore. Perché tutta questa attenzione? Ovviamente, abbiamo già accennato al significato che l’arca aveva relativo alla presenza di Dio. Ma possiamo approfondire quest’idea. Che cosa voleva dire (e vuol dire tuttora!) la presenza di Dio? Che cosa succede quando Dio è presente in mezzo al suo popolo? In questa parte del brano, possiamo individuare tre specifici aspetti.

Il primo è che la presenza di Dio comporta il regno di Dio, inteso come il regnare di Dio. Laddove Dio è presente, egli regna. Vediamo quest’aspetto in vari modi. Ai versetti 4-5, il Cronista menziona che “furono … i Leviti” che “presero l’arca e portarono su l’arca”, e di nuovo che “i sacerdoti e i Leviti eseguirono il trasporto”. L’enfasi sul ruolo levitico nel trasportare l’arca deriva non solo dalle indicazioni imposte nella legge di Mosè, ma soprattutto dalla vicenda di Uzza che, durante il primo tentativo di trasportare l’arca da parte di Davide nel 1 Cronache 13, muore a causa di un metodo di trasporto sbagliato.

La sua morte non è stata casuale ma direttamente dovuta alla mancanza di rispetto nei confronti degli espliciti comandamenti del Signore. Davide, e sicuramente Salomone dopo di lui, avrebbero imparato la lezione, che pur essendo re d’Israele, dovevano innanzitutto sottomettersi all’autorità di Dio. Il Cronista specifica il ruolo dei Leviti nel trasportare l’arca proprio per sottolineare l’ubbidienza di Salomone e del popolo al vero re d’Israele.

Inoltre, la presenza dei cherubini nei versetti 7-8 “sopra il posto dell’arca” evoca il trono celeste dove Dio regna. In 1 Cronache 28:2, Davide, parlando del suo desiderio di costruire il tempio, si riferisce all’arca come “lo sgabello dei piedi del nostro Dio”. Il linguaggio è palesemente metaforico, in quanto Dio non ha piedi, ma l’immagine richiama un re, seduto sul trono, con uno sgabello sotto dove posare i suoi piedi. L’idea dell’arca era proprio questa: come lo sgabello serve al re, così l’arca serve al Signore, il quale è seduto sul suo trono in cielo. L’arca, dunque, rappresentava il punto dove il regno di Dio si concretizzava al massimo sulla terra. Il trono del Signore era in cielo, ma lo sgabello dei suoi piedi era sulla terra, proprio sull’arca del patto.

Per gli israeliti, la presenza dell’arca aveva un significato ben chiaro: il Signore era il loro sovrano, degno della loro fiducia, della loro fedeltà e della loro ubbidienza assoluta. Era un grandissimo privilegio ospitare l’arca del Signore tra di loro, ma coinvolgeva anche una grandissima responsabilità nei suoi confronti.

2.2. L’arca della riconciliazione

Sappiamo bene, però, che Israele era incapace di ubbidire perfettamente a Dio, come lo siamo anche noi. Quindi, se l’arca rappresentasse solo l’autorità di Dio, la sua presenza sarebbe stata non una benedizione ma piuttosto una sentenza di morte. Questo ci porta al secondo aspetto dell’arca, ovvero la riconciliazione. L’arca simboleggiava, e metteva in atto, non solo gli obblighi del popolo nei confronti del suo Signore, ma anche i provvedimenti per mantenere, e ripristinare quando necessario, la comunione tra di loro.

Al v.6, vediamo che quando “Salomone e tutta la comunità d’Israele, convocata presso di lui, si raccolsero davanti all’arca”, essi “sacrificarono pecore e buoi in tal quantità da non potersi contare né calcolare”. Senza dubbio, questi animali sarebbero serviti anche come sacrifici di riconoscenza. Tuttavia, i sacrifici offerti nei pressi dell’arca del patto all’interno del luogo santissimo avevano, nella legge di Mosè, una funzione ben precisa: fare espiazione per i peccati del popolo.

Come dettagliato in Levitico 16, il sommo sacerdote doveva entrare una volta all’anno nel santuario per spargere sangue sull’arca. Come egli copriva l’arca di sangue, così “copriva” in un senso i peccati del popolo. Questo era un provvedimento imperfetto e temporaneo (dimostrato dal fatto che dovesse essere ripetuto ogni anno), ma era in questo modo che il Dio tre-volte santo poteva dimorare in mezzo a un popolo peccatore.

Non dovremmo intendere tutto ciò come la classica divinità arrabbiata che va placata con la violenza. Dobbiamo ricordarci che l’idea del ruolo dell’arca nel giorno dell’espiazione — e infatti l’idea dell’intero sistema sacerdotale e sacrificale d’Israele — aveva avuto origine con Dio. La presenza dell’arca nel santuario non era dovuta al tentativo da parte dell’uomo religioso di trovare un modo per mantenere buoni rapporti con Dio. Nella legge di Mosè, era stato sempre Dio a donare l’arca come simbolo e metodo del suo impegno di mantenere buoni rapporti con il suo popolo.

In altre parole, la presenza dell’arca significava l’amore incondizionato, la misericordia attiva e la grazia immeritata di Dio. Per ricorrere all’immagine del re pastore, l’arca era il segno concreto del buon pastore pronto a lasciare le novantanove pecore per ritrovare quell’una smarrita e disposto a sacrificare la propria vita e spargere il proprio sangue per dare al suo gregge la vita in abbondanza.

2.3. L’arca della rivelazione

Ma tutto ciò non avrebbe giovato a nulla se fosse rimasto un segreto o un mistero. Il fatto che Dio regni è pericoloso se i suoi sudditi non ne sono consapevoli, e il fatto che Dio li redima dai loro peccati non li aiuta se non ne sanno niente. Questa considerazione ci porta al terzo aspetto del significato dell’arca, ossia la rivelazione. Il Dio che regna e riconcilia e anche il Dio che rivela tutto questo affinché il suo popolo ne possa beneficiare. Leggiamo di nuovo il versetto 10:

10 Nell’arca non c’era altro se non le due tavole di pietra che Mosè vi aveva deposte sull’Oreb, quando il Signore fece il patto con i figli d’Israele, dopo che questi furono usciti dal paese d’Egitto.

Pur rimanendo nascoste dentro l’arca che rimaneva anch’essa nascosta nel luogo santissimo, le due tavole di pietra contenenti le dieci parole (ossia comandamenti) del patto rendevano sempre testimonianza a Israele che il suo era il Dio che rivela se stesso e la sua volontà. Poiché Dio desidera così tanto dimorare in comunione con noi, non è contento di restare a distanza, aspettando che gli ci avviciniamo (ciò che in realtà non succederebbe mai). Come il buon pastore che va alla ricerca delle sue pecore smarrite, così prende l’iniziativa per far sentire la sua voce. Secondo Gesù in Giovanni 10:3-4, questo è esattamente il modo in cui le pecore lo vengono a conoscere:

… le pecore ascoltano la sua voce; ed egli chiama le proprie pecore per nome e le conduce fuori. Quando ha messo fuori tutte le sue pecore, va davanti a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce.

Quando, sul monte Sinai, Dio si è rivelato a Israele nel fuoco, nel fumo e nel terremoto, la cosa più impressionante è stata sentire parlare la sua voce (Deuteronomio 5:22-27). Ripetutamente nella Scrittura, è il fatto che il Signore parli che lo distingue dagli dèi falsi (Isaia 45:18-23). Poiché il Signore è il Dio vivente e non un idolo di legno o di metallo, egli parla, e in questo modo si rivela e instaura rapporti con le sue creature. Israele era nato come nazione da questa realtà, e la presenza delle tavole di pietra dentro l’arca serviva come testimonianza perenne di essa.

In questi tre modi, dunque, la presenza dell’arca nel tempio rappresentava cosa significava dimorare nella presenza del Signore: egli è il Dio che regna, che riconcilia e che rivela. Così è vero anche per noi, anche se di solito sperimentiamo questi tre aspetti in ordine invertito: veniamo a conoscere Dio attraverso la rivelazione della sua parola e, scoprendo di essere peccatori, ci rendiamo conto del nostro bisogno di essere riconciliati con lui, e poi, una volta riconciliati, viene creato in noi il desiderio di ubbidire alla sua volontà come nostro Signore.

3. L’arca della presenza del Signore (2 Cronache 5:11-14)

 11 Mentre i sacerdoti uscivano dal luogo santo – poiché tutti i sacerdoti presenti si erano santificati senza osservare l’ordine delle classi, 12 e tutti i Leviti cantori, Asaf, Eman, Iedutun, i loro figli e i loro fratelli, vestiti di bisso, con cembali, saltèri e cetre stavano in piedi a oriente dell’altare, e con loro centoventi sacerdoti che suonavano la tromba –, 13 mentre, dico, quelli che suonavano la tromba e quelli che cantavano, come un sol uomo, fecero udire all’unisono la voce per lodare e per celebrare il Signore, e alzarono la voce al suono delle trombe, dei cembali e degli altri strumenti musicali, per lodare il Signore «perch’egli è buono, perché la sua bontà dura in eterno!», avvenne che la casa, la casa del Signore, fu riempita di una nuvola. 14 I sacerdoti non poterono rimanervi per svolgere il loro servizio a causa della nuvola, poiché la gloria del Signore riempiva la casa di Dio.

3.1. La presenza dell’arca o del Signore?

Attenzione però: quello che segue in 2 Cronache 5 ci avverte dal confondere il simbolo con la realtà. L’arca arriva al tempio, ma la presenza di Dio non si manifesta subito o automaticamente. Vale a dire, la presenza dell’arca non garantisce la presenza del Signore. Egli non è un dio geograficamente limitato (come gli dèi pagani) né un idolo legato a uno specifico pezzo di legno o di metallo. Salomone stesso confessa questo nella sua preghiera al capitolo successivo:

Ma è proprio vero che Dio abita con gli uomini sulla terra? Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti; quanto meno questa casa che io ho costruita! (2 Cronache 6:18)

Il Salmo 115 — che mette in rilievo il netto contrasto tra il Signore e gli idoli — afferma qualcosa di simile:

Il nostro Dio è nei cieli; egli fa tutto ciò che gli piace. (Salmo 115:3)

Analogamente, ci sbagliamo se supponiamo che Dio sia presente con noi semplicemente perché siamo membri di una chiesa, leggiamo la Bibbia e osserviamo la cena del Signore. Il fatto che un determinato edificio venga consacrato come luogo di culto non assicura che esso diventi così la casa di Dio. Egli è nei cieli, e fa tutto ciò che gli piace, il che vuol dire che non è costretto a rispettare le nostre regole, a conformarsi ai nostri schemi o a farsi presente quando lo convochiamo. Questo elemento nel testo dovrebbe guardarci da una certa presuntuosità o arroganza.

3.2. La presenza del Signore e la lode del popolo

Dall’altro canto, è una cosa incoraggiante e preziosa sapere che la presenza di Dio non dipende dall’arca, o da qualsiasi altro oggetto religioso. Ricordiamoci che i libri di Cronache sono stati scritti per il beneficio dei superstiti della deportazione babilonese, i quali non avevano più accesso all’arca. Gli ebrei rimpatriati hanno ricostruito il tempio, è vero, ma non c’è nessuna indicazione che avevano ancora l’arca per mettere nel luogo santissimo. A quanto pare, il luogo santissimo del secondo tempio era vuoto.

Quindi, come poteva il residuo ebraico adorare il Signore come era necessario? Gli sarebbe stato per sempre impossibile avere accesso alla presenza di Dio? Potevano essi considerarsi il popolo di Dio se l’arca della presenza di Dio era stata persa? La risposta a queste domande era consolante: poiché l’arca non garantisce la presenza di Dio, è anche vero che Dio non ha bisogno dell’arca per dimorare in mezzo al suo popolo. Notiamo un elemento importantissimo ai versetti 13-14: “la casa del Signore fu riempita” dalla “gloria del Signore” nel momento in cui “quelli che suonavano la tromba e quelli che cantavano … fecero udire all’unisono la voce per lodare e celebrare il Signore”. In altre parole, non era l’arrivo dell’arca ma piuttosto l’adorazione del popolo a cui Dio ha risposto con la sua presenza!

Il messaggio per i lettori originari di Cronache era dunque questo: non pensate che l’assenza dell’arca o del tempio vi impedisca dal dimorare con il Signore; egli è presente laddove (per citare Gesù in Giovanni 4:23) è adorato “in spirito e verità”. Leggiamo anche il versetto successivo in Giovanni 4:
24 Dio è Spirito, e quelli che lo adorano bisogna che lo adorino in spirito e verità.

Come Davide aveva scritto nel Salmo 22:3

…tu sei il Santo, [seduto sulle] lodi d’Israele.

Ciò che dobbiamo capire noi è che questo stesso messaggio vale ancora oggi. Il Signore è presente, letteralmente presente quando “due o tre sono riuniti” nel nome di Gesù (Matteo 18:20). Questo significa che chi va “in chiesa” per pregare non è necessariamente vicino al Signore, e quelli che si riuniscono in un bar, in un bosco o in una casa, se sono riuniti nel nome di Gesù, non ne sono lontani. Anzi, “i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità, poiché il Padre cerca tali adoratori” (Giovanni 4:23). In Giovanni 4, la donna samaritana voleva sapere se fosse meglio adorare Dio sul monte Gerazim (come sostenevano i samaritani) o a Gerusalemme (come insistevano i giudei).

La risposta di Gesù è stata semplice ma profonda: nessuno dei due, oppure entrambi! Non è il luogo che conta, come non conta nessun oggetto o abito o rito. Ciò che conta è adorare il Signore per mezzo dello Spirito che dimora in noi e secondo la verità della sua parola. Non abbiamo bisogno dell’arca, ma abbiamo bisogno della realtà che l’arca prefigurava. Gesù, infatti, è la nostra arca, quella vera ed eterna. Questo significa che dobbiamo adorare soltanto il Dio che si è rivelato in Gesù Cristo, e nessuno altro. Dobbiamo adorare Dio avvicinandoci a lui per mezzo del sangue che Gesù ha sparso sulla croce per purificarci da ogni iniquità e per riconciliarci con il Padre. E dobbiamo adorare Dio con la riverenza dovuta al nostro Re, con cuori sinceri e con vite ubbidienti alla sua volontà. Se adoriamo così, siamo, secondo Gesù, veri adoratori, e sappiamo di godere della presenza personale di Dio in mezzo a noi.

3.3. La bontà del Signore

Qui verso la fine del nostro studio, torniamo all’argomento con cui abbiamo cominciato: che cosa significa per il credente essere “a casa”? Risposta: “lodare il Signore «perch’egli è buono, perché la sua bontà dura in eterno!»” (v.13). Proprio come il ritornello di un canto di lode, il testo di 2 Cronache ripete questa frase al capitolo 7:

Tutti i figli d’Israele videro scendere il fuoco e la gloria del Signore sulla casa; si chinarono con la faccia a terra, si prostrarono sul pavimento e lodarono il Signore, dicendo: «Celebrate il Signore, perch’egli è buono, perché la sua bontà dura in eterno». Poi il re e tutto il popolo offrirono dei sacrifici davanti al Signore. Il re Salomone offrì in sacrificio ventiduemila buoi e centoventimila pecore. Così il re e tutto il popolo dedicarono la casa di Dio. I sacerdoti stavano in piedi, compiendo il loro servizio; così pure i Leviti, con gli strumenti musicali consacrati al Signore, che il re Davide aveva fatti per lodare il Signore, la cui bontà dura in eterno, quando anche Davide celebrava con essi il Signore; e i sacerdoti suonavano la tromba di fronte ai Leviti, e tutto Israele stava in piedi.

L’enfasi del Cronista su questa frase (che, a proposito, funge da ritornello spesso anche nei Salmi) suggerisce che nell’incoraggiare i suoi lettori ad adorare Dio “in spirito e verità”, volesse focalizzare l’adorazione sulla bontà di Dio che dura in eterno. La parola ebraica qui tradotta “bontà” è chesed, un termine in realtà intraducibile. La sua accezione di base è, appunto, “bontà” o “amore”, ma connota inoltre l’idea del vincolo pattizio, della costanza e della tenacia di quella bontà.

Questa è la bontà del Salmo 23 che ci insegue come un nemico implacabile tutti i giorni della nostra vita. Questo è l’amore del buon pastore che lascia il suo gregge per ritrovare quell’unica pecora smarrita, e non cessa di cercarla prima di averla riportata a casa. Questo è “il travolgente, incessante, audace amore di Dio” di cui cantiamo, che continua a dare e a dare e a dare sempre di più a quelli che ne sono indegni. Quest’amore benevolo del Signore che dura in eterno deve essere, secondo il Cronista, il particolare oggetto delle nostre lodi.

A rifletterci bene, non è difficile capire perché. L’idea che Dio ci ami in questa maniera è quasi troppo bella per essere vera. Ma possiamo dire ancora di più: questo chesed di Dio è dove finalmente torniamo e ci sentiamo a casa. Questo sentimento richiama un altro termine ebraico intraducibile, cioè shalom, che di solito viene tradotto come “pace” ma significa il benessere totale, la presenza e la pienezza di ogni cosa bella e la totale mancanza del male, quando tutto è veramente a posto e non c’è la più minima paura o preoccupazione.

Questo shalom, come accennato prima, non è da trovarsi in qualche luogo, anche se “casa nostra” può darci qualche indizio. Il vero shalom, il vero essere “a casa”, è quando ci troviamo sempre circondati, sostenuti e riempiti dal chesed del Signore. Quando esso diventa l’oggetto dei nostri pensieri e dei nostri canti, quando siamo riuniti con altri nel nome di Gesù per lodarlo in questo modo, allora siamo veramente a casa. O meglio dire: lì abbiamo l’esperienza più simile all’essere nel regno di Dio dove vedremo il nostro Signore faccia a faccia, quando egli asciugherà ogni lacrima dai nostri occhi e distruggerà per sempre il male e la morte. Sono questi momenti in cui sperimentiamo ciò che Salomone e gli israeliti hanno sperimentato in 2 Cronache 5, la presenza di Dio in mezzo a noi.

4. Conclusione

La conclusione allo studio di oggi è molto semplice. Non posso fare meglio che farvi leggere Ebrei 10:19-25:

19 Avendo dunque, fratelli, libertà di entrare nel luogo santissimo per mezzo del sangue di Gesù, 20 per quella via nuova e vivente che egli ha inaugurata per noi attraverso la cortina, vale a dire la sua carne, 21 e avendo noi un grande sacerdote sopra la casa di Dio, 22 avviciniamoci con cuore sincero e con piena certezza di fede, avendo i cuori aspersi di quell’aspersione che li purifica da una cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura. 23 Manteniamo ferma la confessione della nostra speranza, senza vacillare; perché fedele è colui che ha fatto le promesse. 24 Facciamo attenzione gli uni agli altri per incitarci all’amore e alle buone opere, 25 non abbandonando la nostra comune adunanza come alcuni sono soliti fare, ma esortandoci a vicenda, tanto più che vedete avvicinarsi il giorno.

Se è vero che non siamo più “a casa” che quando siamo riuniti nel nome di Gesù, che per mezzo suo entriamo nel luogo santissimo per dimorare nella presenza di Dio Padre, e che possiamo godere della sua presenza di più quando lo lodiamo per la sua bontà che dura in eterno, quanto è importante che non abbandoniamo “la nostra comune adunanza”, “esortandoci a vicenda tanto più che [vediamo] avvicinarsi il giorno” della rivelazione di Gesù Cristo! Finché non arriva quel giorno, seguiamo l’esempio di Salomone e degli israeliti in 2 Cronache e lodiamo il Signore incessantemente per la sua bontà incessante! In questo modo, saremo “a casa” anche prima di arrivare veramente a casa nel regno di Dio. Mentre aspettiamo il ritorno del nostro Salvatore, in un senso non dobbiamo aspettare, perché la benedizione e la gioia della sua presenza sono già a nostra disposizione.

Amen!

1 Cronache 10-11: Il re pastore

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1. Introduzione

 1.1. Cristo regna

Nella vita, una delle cose più importanti di sapere — anzi, da conoscere per esperienza e in cui porre tutta la nostra speranza — è che Gesù Cristo, il nostro re pastore, è sul trono dell’universo. Di fronte a tutte le circostanze in cui ci troviamo, dobbiamo essere come quel bambino che vede una gelateria e non smette di chiedere un gelato ai genitori finché non lo riceve. La nostra affermazione che “Cristo regna!” deve essere implacabile nonostante qualsiasi difficoltà che ci può capitare. Nulla deve distogliere il nostro cuore e la nostra bocca dall’insistere sempre su questa verità.

È di particolare importanza che quando dichiariamo: “Cristo regna!”, teniamo presente che il suo non è un regno di puro potere e basta. Gesù è il nostro re “pastore”, il che significa che egli usa il suo potere per prendersi cura di noi, come un pastore nei confronti delle sue pecore. Come Gesù dice in Giovanni 10:9-15:

Io sono la porta; se uno entra per me, sarà salvato, entrerà e uscirà, e troverà pastura. 10 Il ladro non viene se non per rubare, ammazzare e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. 11 Io sono il buon pastore; il buon pastore dà la sua vita per le pecore. 12 Il mercenario, che non è pastore al quale non appartengono le pecore, vede venire il lupo, abbandona le pecore e si dà alla fuga (e il lupo le rapisce e le disperde), 13 perché è mercenario e non si cura delle pecore. 14 Io sono il buon pastore, e conosco le mie, e le mie conoscono me, 15 come il Padre mi conosce e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore.

Quando siamo convinti non solo che Cristo regna, ma che regna allo scopo di farci avere la vita in abbondanza al costo della sua, possiamo veramente conoscere la sua pace che supera ogni intelligenza e custodisce i nostri cuori e i nostri pensieri.

1.2. Il riassunto dell’argomento

Questo è fondamentalmente il messaggio del testo biblico che meditiamo oggi, 1 Cronache 10:1-11:3. Ovviamente, il nome di Gesù non viene esplicitamente menzionato, ma ciò non importa. Ogni Scrittura sussurra il suo nome in qualche modo, e questo brano non fa eccezione. Anche se narra una violenta e sconvolgente vicenda nella storia d’Israele, vediamo come Dio si serva di essa per stabilire sul suo popolo il suo re pastore promesso. Se in una tale circostanza, Dio è in grado di operare per il bene del suo popolo, possiamo avere la certezza che in ogni circostanza, egli opera in Gesù, il nostro re pastore, per il nostro bene.

1.3. Il contesto

Prima di esaminare il testo, consideriamo un momento il contesto. I due libri di Cronache — che in realtà compongono una sola narrativa — riferiscono una gran parte della stessa storia già riportata nei libri di Samuele e di Re, ma non ne fanno una mera ripetizione. Ci sono delle differenze sostanziali, tra cui forse la più evidente è l’inclusione di nove interi capitoli di genealogie che aprono i libri di Cronache, le quali risultano difficili anche per i più devoti lettori della Bibbia. Tuttavia, hanno valore in quanto ci fanno capire qual è il motivo per cui i libri di Cronache sono stati scritti.

Le genealogie tracciano i discendenti di Abraamo, di Isacco e di Giacobbe (cioè Israele) fino al ritorno in terra promessa dopo la deportazione babilonese. Questo è importante, perché rivela come il Signore ha sempre mantenuto le sue promesse al suo popolo nonostante tutte le disgrazie accadutegli. Pur essendo stati dispersi tra le nazioni per le loro innumerevoli infedeltà, i figli d’Israele non sono mai stati dimenticati o abbandonati da Dio.

Le genealogie dimostrano che egli ha sempre tenuto traccia di loro, e non solo come un gruppo en masse ma come individui con i propri nomi. Il Signore ha mantenuto le sue promesse non solo a Israele in quanto popolo, ma anche a, per esempio, “Utai”, “Asaia”, “Sallu”, “Ibneia” ed “Ela” (1 Cronache 9:4-8). La scrupolosità con cui i nomi sono elencati in questi capitoli iniziali di Cronache rende testimonianza della scrupolosità di Dio nel prendersi cura di ognuna delle sue pecore. Di nuovo come Gesù dice in Giovanni 10:

…egli (il buon pastore) chiama le proprie pecore per nome e le conduce… (v.3)

In più, le genealogie dimostrano che, come Dio non ha abbandonato il suo popolo in passato, non lo abbandonerà neppure in futuro. Come gli ha promesso tramite il profeta Geremia:

“Infatti io so i pensieri che medito per voi”, dice il Signore, “pensieri di pace e non di male, per darvi un avvenire e una speranza.” (Geremia 29:11)

Questo ci porta appunto al principale messaggio di Cronache: nonostante le vostre infedeltà nei confronti di Dio, egli è stato, e sarà, sempre fedele nei vostri confronti. I libri di Cronache non si occupano tanto dei fallimenti di Israele, come fanno invece i libri di Samuele e di Re. Questi ultimi si adoperano per, in un senso, giustificare tutti i giudizi che Dio ha portato contro Israele: nel dargli il re Saul, nel castigare la casa di Davide attraverso la spaccatura del regno in due, nel distruggere Israele, il regno del nord, per mezzo di Assiria per l’incessante ribellione dei suoi re e dei suoi abitanti, e infine nell’abbattere Giuda, il regno del sud, dandolo in mano ai babilonesi.

I libri di Cronache, per contro, sono indirizzati agli superstiti di questi giudizi che hanno bisogno soprattutto della speranza. Hanno bisogno di sapere che Dio non li ha abbandonati, che la sua parola non è venuta meno e che possono sempre e in ogni circostanza contare sulle sue promesse per il loro futuro. Questo spiega perché il Cronista (così mi riferirò all’autore di questi libri) non si interessa tanto dei re d’Israele ma si concentra piuttosto sul lignaggio di Davide. È la casa di Davide a cui Dio ha promesso un regno eterno, ed è dunque la casa di Davide che resta al centro delle speranze del popolo.

Questo spiega anche perché il Cronista non riporta tutta la storia del regno di Saul, il quale per lui rimane una figura importante solo in quanto precede Davide. Così, dopo i nove capitoli di genealogie, il Cronista inizia la narrativa con la caduta della casa di Saul e l’ascesa della casa di Davide, il progenitore del vero re pastore a venire, Gesù Cristo. Guardiamo ora il testo di 1 Cronache 10.

2. La caduta della casa di Saul (1 Cronache 10:1-14)

2.1. La morte della casa di Saul (10:1-6)

10:1 I Filistei combatterono Israele, e gli Israeliti fuggirono davanti ai Filistei e caddero uccisi in gran numero sul monte Ghilboa. I Filistei inseguirono accanitamente Saul e i suoi figli e uccisero Gionatan, Abinadab e Malchi-Sua, figli di Saul. La battaglia si abbatté pesantemente su Saul; gli arcieri lo raggiunsero, ed egli si trovò in grande angoscia a causa degli arcieri. Saul disse al suo scudiero: «Sfodera la spada e trafiggimi, affinché questi incirconcisi non vengano a trafiggermi e a farmi oltraggio». Ma lo scudiero non volle farlo, perché ebbe gran paura. Allora Saul prese la propria spada e vi si gettò sopra. Lo scudiero di Saul, vedendolo morto, si gettò anch’egli sulla propria spada e morì. Così morirono Saul e i suoi tre figli; e tutta la sua casa perì nel medesimo tempo. 

La narrativa comincia proprio alla fine della vita di Saul e riporta la sua morte in battaglia contro i Filistei, i perenni nemici di Israele. La narrativa sottolinea due elementi significativi. Il primo è che Saul, benché ferito da una freccia nemica, sceglie di morire per mano propria anziché lasciarsi uccidere (eventualmente preceduto da umiliazione e tortura) dai Filistei. Non volendo farlo il suo scudiero, Saul “prese la propria spada e vi si gettò sopra”. Vedremo dopo perché questo dettaglio è importante.

Il secondo elemento significativo è la morte non solo di Saul, ma anche tutti e tre i suoi figli, il cui risultato è che “tutta la sua casa perì nel medesimo tempo”. In altre parole, Saul non ha lasciato un erede per occupare il suo trono e portare avanti la sua dinastia. Tutta la sua casa è perita nella stessa battaglia, rendendo necessario un cambio non solo di re ma di stirpe reale. È questo che concede a Davide, figlio d’Isai, di diventare re al posto di Saul e capostipite di un nuovo lignaggio regnante.

2.2. Il fallimento della casa di Saul (10:7-12)

Tutti gli Israeliti che abitavano nella valle, quando videro che la gente d’Israele si era data alla fuga e che Saul e i suoi figli erano morti, abbandonarono le loro città e fuggirono; e i Filistei andarono ad abitarle. L’indomani i Filistei vennero a spogliare gli uccisi e trovarono Saul e i suoi figli caduti sul monte Ghilboa. Spogliarono Saul, portarono via la sua testa e le sue armi, e mandarono dappertutto per il paese dei Filistei ad annunciare la buona notizia ai loro idoli e al popolo; 10 misero le sue armi nella casa del loro dio e inchiodarono il suo teschio nel tempio di Dagon. 11 Tutta la gente di Iabes di Galaad udì tutto quello che i Filistei avevano fatto a Saul, 12 e tutti gli uomini valorosi si alzarono, presero i cadaveri di Saul e dei suoi figli e li portarono a Iabes; seppellirono le loro ossa sotto la tamerice di Iabes e digiunarono per sette giorni.

Nei versetti successivi, il Cronista non si limita a raccontare la caduta dell’intera casa di Saul; riferisce anche il suo totale fallimento. Dopo la morte di Saul e dei suoi figli, il testo indica che “tutti gli Israeliti che abitavano nella valle” di quella zona “abbandonarono le loro città e fuggirono”, e subito dopo “i Filistei andarono ad abitarle”. Nel primo libro di Samuele (di cui il Cronista presuppone la conoscenza da parte dei suoi lettori), viene detto che Saul “salverà” Israele “dalle mani dei Filistei” (1 Samuele 9:16).

Egli aveva effettivamente ottenuto vittoria sui Filistei in passato, ma qui alla fine della sua vita vediamo che ogni suo successo viene praticamente annullato. All’inizio del suo regno, è stata proprio “la gente di Iabes di Galaad” che Saul aveva liberato dai Filistei (come narrato in 1 Samuele 11), la stessa gente che ora si trova a dover liberare il suo cadavere dai Filistei per poterlo seppellire dignitosamente. Il Cronista evidenzia così la tragica ribalta del regno di Saul, ponendo particolare accento sul bisogno di un nuovo re che vincerà laddove il suo predecessore ha fallito.

2.3. Il motivo della caduta di Saul (10:13-14)

13 Così morì Saul, a causa dell’infedeltà che egli aveva commessa contro il Signore per non aver osservato la parola del Signore, e anche perché aveva interrogato e consultato quelli che evocano gli spiriti, 14 mentre non aveva consultato il Signore. Perciò il Signore lo fece morire e trasferì il regno a Davide, figlio d’Isai.

Tutta questa storia, però, viene interpretata in chiave teologica alla fine del capitolo 10. In passato, abbiamo osservato che le narrative bibliche sono storiche, ma non sono solamente storiche. Vale a dire, le narrative bibliche riportano “storia interpretata”, o “storia teologica”, ossia la storia vista dal punto di vista di Dio. Come accennato prima, lo scopo del Cronista non è di semplicemente ripercorrere gli avvenimenti del passato ma di infondere la speranza per il futuro. Perciò, al Cronista preme spiegare come la mano del Signore è stata sempre all’opera “dietro le quinte” per portare a compimento il suo proposito benevolo.

Notiamo bene: sebbene Saul sia morto per mano propria, è stato in realtà il Signore a farlo morire per un duplice motivo: primo “a causa dell’infedeltà che egli aveva commessa contro il Signore” e secondo per trasferire “il regno a Davide, figlio d’Isai”. L’infedeltà commessa da Saul è specificata in due modi: Saul non aveva “osservato la parola del Signore” (un riferimento alla sua disubbidienza nell’offrire un sacrificio illecito [1 Samuele 13] e nel risparmiare la vita del re degli Amalechiti [1 Samuele 15]) e aveva “consultato quelli che evocano gli spiriti” in 1 Samuele 28. Secondo il Cronista, non è tanto il fatto che Saul abbia consultato un’evocatrice di spiriti ma che non ha consultato il Signore! Saul avrebbe potuto consultare qualunque altro e comunque commesso lo stesso peccato. Si è affidato a qualcuno all’infuori di Dio, e in questo si è reso colpevole.

Ora, è importante precisare che il Cronista non si preoccupa di questioni filosofiche riguardanti il rapporto tra la sovranità di Dio e l’arbitrio dell’uomo, e non dobbiamo preoccuparcene neanche noi. Basta sapere che, mentre Saul si è suicidato per volontà sua, questo non smentisce né diminuisce il fatto che l’abbia fatto soprattutto per la volontà di Dio, tanto è vero che il Cronista può dire persino che “il Signore lo fece morire”. La lezione da imparare qui è simile a quella che Giuseppe trasmette ai suoi fratelli in Genesi 50:20:

Voi avevate pensato del male contro di me, ma Dio ha pensato di convertirlo in bene per compiere quello che oggi avviene.

Nonostante la sua malvagità, la morte di Saul e di tutta la sua casa è stata una grande tragedia nella storia d’Israele, e sicuramente è risultata destabilizzante per molti, specie per quelli che hanno perso le loro case e il loro paese ai Filistei. Per i superstiti dell’esilio babilonese, questa storia sarebbe stata un’agghiacciante anteprima delle loro esperienze personali nel vedere l’apparente caduta della monarchia davidica e nell’essere deportati lontano dalla loro patria.

Tuttavia, il messaggio del Cronista è palese: nemmeno ciò che sembra un fallimento da parte della parola di Dio lo è; anzi, Dio è sempre all’opera, anche nelle circostanze più sconcertanti, per mantenere le sue promesse e per compiere il suo disegno benevolo per il suo popolo. Per ogni caduta di un Saul, c’è l’ascesa di un Davide.

3. L’ascesa della casa di Davide (1 Cronache 10:14-11:3)

Perciò il Signore lo fece morire e trasferì il regno a Davide, figlio d’Isai.

 11:1 Allora tutto Israele si radunò presso Davide a Ebron e gli disse: «Ecco, noi siamo tue ossa e tua carne. Anche in passato, quando il re era Saul, tu guidavi e riconducevi Israele; e il Signore, il tuo Dio, ti ha detto: “Tu pascerai il mio popolo, Israele, tu sarai il principe del mio popolo, Israele”». Tutti gli anziani d’Israele vennero dunque dal re a Ebron, e Davide fece alleanza con loro a Ebron, in presenza del Signore; ed essi unsero Davide come re d’Israele, secondo la parola che il Signore aveva pronunciata per mezzo di Samuele.

3.1. Secondo la parola del Signore (10:14-11:3)

Vediamo in movimento lo stesso meccanismo nell’incoronazione di Davide che abbiamo visto nella distruzione di Saul. Come la morte di Saul è stata attribuita infine al volere di Dio, così lo è anche la decisione da parte di “tutto Israele” di ungere Davide come re. L’unica differenza qui è che mentre Saul ha compiuto la volontà di Dio involontariamente attraverso il suo suicidio, il popolo unge Davide come re, consapevole che Dio lo ha scelto come tale, anche “quando il re era Saul”. Sicuramente, anche se il Signore si serve dei nostri peccati per compiere la sua volontà, è meglio quando offriamo la nostra ubbidienza al suo servizio!

In questo, il Cronista indica già la superiorità della casa di Davide rispetto a quella di Saul. Mentre il regno di quest’ultimo è cominciato e finito nel peccato, il regno del primo si inaugura con la fedeltà del popolo a Dio: “ed essi unsero Davide come re d’Israele, secondo la parola che il Signore aveva pronunciata per mezzo di Samuele”. Chiaramente, il Cronista non vuole darci l’occasione di ribattere come i critici di Paolo in Romani 6:1:

Che diremo dunque? Rimarremo forse nel peccato affinché la grazia abbondi?

A questa domanda insensata c’è una sola risposta: “No di certo!” Paolo continua:

17 Ma sia ringraziato Dio, che eravate schiavi del peccato, ma avete ubbidito di cuore a quella forma d’insegnamento che vi è stata trasmessa; 18 e, liberati dal peccato, siete diventati servi della giustizia. 19 … poiché, come già prestaste le vostre membra a servizio dell’impurità e dell’iniquità per commettere l’iniquità, così prestate ora le vostre membra a servizio della giustizia per la santificazione.

3.2. Il re pastore (11:2)

Il punto di questi versetti, però, non è tanto un’esortazione all’ubbidienza quanto la dimostrazione dell’efficacia e della costanza della parola di Dio, e più specifico ancora, l’inaugurazione del promesso regno del re pastore. Rileggiamo attentamente il versetto 2 dove il popolo dice a Davide:

Anche in passato, quando il re era Saul, tu guidavi e riconducevi Israele; e il Signore, il tuo Dio, ti ha detto: “Tu pascerai il mio popolo, Israele, tu sarai il principe del mio popolo, Israele”.

La promessa di Dio a Davide è qui formulata da due affermazioni. Davide sarà il “principe” del popolo di Dio, in quanto Dio è il re vero e proprio. In aggiunta, l’incarico di Davide sarà quello di “pascere” Israele e non solo “regnare” o “governare”. Il potere di Davide, infatti, dovrà manifestarsi principalmente in questo “pascere” il popolo anziché “signoreggiare” o “dominare”. Come implicito in questi termini, la differenza tra i due modi di regnare è enorme. Lasciamo esplicare questa differenza a Gesù che in Marco 10:42-45 dice:

42 «Voi sapete che quelli che sono reputati prìncipi delle nazioni le signoreggiano e che i loro grandi esercitano autorità su di esse. 43 Ma non è così tra di voi; anzi, chiunque vorrà essere grande fra voi sarà vostro servitore; 44 e chiunque tra di voi vorrà essere primo sarà servo di tutti. 45 Poiché anche il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti».

Davide non dovrà essere come i “principi delle nazioni”, neppure come Saul che alla fine è diventato esattamente come essi, ma dovrà essere piuttosto un “re pastore” il cui scopo è quello non di essere servito ma di servire e di essere disposto anche a sacrificare la propria vita per il bene del suo popolo.

Come il Cronista riferirà nei capitoli successivi, questo è ciò che Davide in gran misura ha fatto. Il Salmo 78:70-72 riassume il regno di Davide in questo modo:

70 [Il Signore] Scelse Davide, suo servo, lo prese dagli ovili; 71 lo portò via alle pecore che allattavano, per pascere Giacobbe, suo popolo, e Israele, sua eredità. 72 Ed egli si curò di loro con un cuore integro e li guidò con mano sapiente.

Tuttavia, sappiamo che per quanto bravo, Davide non è stato il vero re pastore promesso. Anche se il Cronista non fa menzione della famosa ma deplorevole vicenda di Davide, Batsceba e Uria l’Ittita (che in 2 Samuele svolge un ruolo cruciale nella narrativa), è chiaro che egli non vuole presentare Davide come il vero re pastore. In primo luogo, 1 Cronache 17 riporta il patto che Dio stabilisce con Davide in cui promette un regno eternamente stabile non a lui, ma a “uno dei tuoi figli” dopo che “i tuoi giorni saranno compiuti e tu te ne andrai a raggiungere i tuoi padri” (v.11).

In secondo luogo, il Cronista riepiloga come, col tempo, la casa di Davide si è sviata a seguire la via di Saul e dei re del regno del nord, così che Dio l’ha similmente castigata, dandola in mano ai babilonesi. L’ultimo capitolo di 2 Cronache descrive l’assedio e la distruzione di Gerusalemme e l’apparente caduta della monarchia davidica. In questo modo, il Cronista rende testimonianza che né Davide né qualunque dei suoi discendenti fino alla deportazione è stato il vero re pastore promesso.

3.3. Colui che deve venire

Ciò non costituisce però l’ultima parola del libro. Chiude invece in questo modo:

22 Nel primo anno di Ciro, re di Persia, affinché si adempisse la parola del Signore pronunciata per bocca di Geremia, il Signore destò lo spirito di Ciro, re di Persia, il quale, a voce e per iscritto, fece pubblicare per tutto il suo regno questo editto: 23 «Così dice Ciro, re di Persia: “Il Signore, Dio dei cieli, mi ha dato tutti i regni della terra, ed egli mi ha comandato di costruirgli una casa a Gerusalemme, che si trova in Giuda. Chiunque fra voi è del suo popolo, sia il Signore, il suo Dio, con lui, e parta!”». (2 Cronache 36:22-23)

La frase chiave, qui come nel testo che abbiamo studiato oggi, è quella che concerne la parola di Dio, cioè: “affinché si adempisse la parola del Signore”. Pare evidente che il Cronista, che scrive in un periodo dopo l’esilio ma comunque prima della nascita di Gesù, ha concluso la sua opera in questo modo come dichiarazione risoluta di fede. Come Dio ha sempre adempiuto la sua parola in passato, così lo farà sempre in futuro. Presumiamo che il Cronista non abbia potuto vedere la nascita del figlio di Davide che è stato il vero re pastore, ma se l’avesse visto, l’avrebbe sicuramente riconosciuto come tale nella persona di Gesù Cristo.

Come Gesù ha dimostrato in mille modi diversi, ma soprattutto sulla croce, egli è stato — ed è tuttora! — il vero re pastore che ha dato la sua vita per le sue pecore. Egli è il vero re pastore di cui Davide era solo un’ombra. Infatti, come ha fatto notare Gesù ai suoi avversari in Matteo 22:41-45, lo stesso Davide ha chiamato questo vero re “Signore”, testimoniando così che suo figlio sarebbe stato molto più grande di lui.

Per quanto bravo in guerra, Davide non era in grado di liberare Israele dai veri nemici, il peccato e la morte. Per quanto benevolo e generoso come re, Davide non era capace di dare al popolo la vita eterna in abbondanza. Per quanto giusto e integro agli occhi di Dio, Davide non poteva caricarsi delle trasgressioni del suo popolo e offrirsi come sacrificio immacolato per salvarlo dal giudizio divino. Per quanto esaudito dal Signore, Davide non vive sempre per intercedere presso Dio Padre in cielo, ma Gesù sì.

Gesù è il vero re guerriero che ha sconfitto il peccato e la morte. Gesù è il vero re benevolo che dà la vita eterna in abbondanza come una sorgente d’acqua infinita. Gesù è il vero re integro e santo che ha potuto offrire se stesso, il giusto per noi ingiusti, per riconciliarci con Dio. E Gesù è il vero re sacerdote, che “può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio, dal momento che vive sempre per intercedere per loro” (Ebrei 7:25).

Tutto questo può essere riassunto nel semplice titolo “re pastore”. Quando leggiamo il Salmo 23, sempre un salmo di Davide, possiamo leggerlo nell’ottica della persona di Gesù Cristo:

Gesù Cristo è il mio pastore: nulla mi manca. Gesù mi fa riposare in verdeggianti pascoli, mi guida lungo le acque calme. Gesù mi ristora l’anima, mi conduce per sentieri di giustizia, per amore del suo nome. Quand’anche camminassi nella valle dell’ombra della morte, io non temerei alcun male, perché tu, Gesù, sei con me; il tuo bastone e la tua verga mi danno sicurezza. Per me tu, Gesù, imbandisci la tavola sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo; la mia coppa trabocca. Certo, Gesù, i tuoi beni e la tua bontà m’accompagneranno tutti i giorni della mia vita; e io abiterò nella casa di tuo Padre per tutta l’eternità.

Veramente, non c’è conforto, pace, gioia o speranza migliore che conoscere Gesù come nostro re pastore.

4. Conclusione

In conclusione, voglio semplicemente ribadire quanto già detto. In base a 1 Cronache 10-11, possiamo affermare con certezza che in ogni circostanza, Gesù, il nostro re pastore, sta operando per il nostro bene. Sappiamo che come re, egli porterà a compimento la sua opera, e come pastore, quell’opera sarà sempre buona. Come re, Gesù è onni-potente, e ciò garantisce che il suo piano non potrà mai essere frustrato. Come pastore, Gesù è anche onni-benevolo, e ciò garantisce che egli userà la sua onnipotenza sempre per il nostro bene e mai per il nostro male.

Vivremo momenti, o anche periodi, quando sembra che la “casa regnante” della nostra vita stia crollando, che l’amore di Dio ci abbia abbandonato e la sua parola abbia fallito. Ma quando siamo tentati a credere a queste bugie, dobbiamo sempre ricordarci di Gesù come nostro re pastore, e come tale, è degno di tutta la nostra fiducia. Dobbiamo ricordarci che chi pone la propria speranza in Cristo non sarà mai deluso.

In questi giorni, abbiamo visto tutta la pompa magna, e anche il grandissimo lutto quasi mondiale, per la morte della regina Elisabetta II. È stata una figura molto amata, non solo dagli inglesi ma anche da molte persone in molti paesi, proprio per la sua presenza stabile e consolante in un mondo incerto e tribolato. Tuttavia, per quanto potesse essere stata brava, la regina Elisabetta non può paragonarsi minimamente al re Gesù, la cui presenza dà la vera stabilità e la vera consolazione.

Come siamo tentati a dubitare del potere e della bontà di Dio, così siamo tentati a porre fiducia in figure umane. Ma come è morta la regina Elisabetta — nonostante il suo lunghissimo regno — così succederà a qualsiasi essere umano in cui cerchiamo aiuto o sicurezza o salvezza. Solo in Gesù possiamo trovare quella vera speranza che non ci deluderà mai, proprio perché Gesù, morto e poi risuscitato una volta per sempre, non morirà mai più, ma regnerà per sempre “in virtù della potenza di una vita indistruttibile” (Ebrei 7:16), la stessa potenza con cui (come Paolo dice in Filippesi 3:21):

…trasformerà il corpo della nostra umiliazione rendendolo conforme al corpo della sua gloria.

Questa è “la beata speranza” che aspettiamo, “l’apparizione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore, Cristo Gesù” (Tito 2:13), quando la nostra fede cambierà in visione e saremo per sempre nella presenza del nostro re pastore. Che fissiamo lo sguardo sempre su di lui finché egli venga!

Amen!

Salmo 95: Dal deserto al riposo

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1. Introduzione

Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, il tuo Dio, ti ha fatto fare in questi quarant’anni nel deserto per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandamenti. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per insegnarti che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che vive di tutto quello che procede dalla bocca del Signore. (Deuteronomio 8:2-3)

1.1. Il deserto della vita

 Se mai, nella vita, ci troviamo in periodi paragonabili al vivere nel deserto — sete, stanchezza, siccità, solitudine, ansia, inutilità, depressione o disperazione — non dobbiamo rimanere sorpresi. Vediamo molte volte nella Scrittura come Dio conduce i suoi servi nel deserto per umiliarli, facendoli capire quanto hanno bisogno di lui, e per metterli alla prova, facendo crescere la loro fede nella sua parola. In queste parole di Mosè riportate in Deuteronomio, il riferimento è al pellegrinaggio d’Israele nel deserto per quarant’anni prima di entrare nella terra promessa. Ma prima ancora, Mosè stesso aveva trascorso quarant’anni nel deserto di Madian dopo aver fuggito l’ira del faraone in Egitto. Ci ricordiamo anche di Davide che si è rifiugiato nel deserto mentre veniva perseguitato da Saul, di Elia che ha fatto lo stesso a causa di Iezebel, e infine di Gesù, condotto nel deserto dallo Spirito per essere tentato dal diavolo per quaranta giorni.

Noi che seguiamo Gesù, dunque, non dovremmo stupirci più di tanto se prima o poi finiamo nel deserto della vita. È solo lì che Dio riesce a compiere in noi il suo benevolo proposito per noi. Quindi, è importante porre questa domanda: come possiamo superare le prove del deserto quando tocca a noi affrontarle? Come possiamo uscirne vittoriosi — non come quella generazione d’Israele perita nel deserto — e poi entrare in quello che il Salmo 95 chiama il “riposo” del Signore?

1.2. Il contesto

Il Salmo 95 è, appunto, un ottimo testo per rispondere a questi interrogativi. Questo Salmo si trova verso l’inizio del quarto libro di Salmi (di cui ce ne sono cinque). Il terzo libro, che include i Salmi 73-89, ha in generale un tono cupo e angosciante. Il secondo libro dei Salmi conclude con il Salmo 72 che descrive un futuro messianico glorioso in cui il figlio di Davide stabilisce e mantiene senza interruzione un regno di pace, di giustizia e di bontà. Questa visione, però, sembra venire smentita nei Salmi del terzo libro, che piangono la caduta del trono di Davide, la distruzione del tempio (a cui la casa di Davide era indivisibilmente legato) e l’apparente fallimento della parola di Dio.

Quando inizia il quarto libro al Salmo 90, troviamo una serie di canti mirati a ravvivare e rafforzare la fiducia del popolo nelle promesse del Signore nonostante tutto ciò. Nei Salmi 90 e 91, è il Signore stesso a essere il rifugio e la dimora del suo popolo quando esso si trova in esilio, senza patria e senza tempio. Nel Salmo 92, è il Signore stesso, e non principalmente un giorno alla settimana, a essere il riposo sabatico per il suo popolo. E nei Salmi 93-99, è il Signore stesso a regnare, così quand’anche cade la casa di Davide, il regno di Dio rimane stabile.

Il punto di tutto questo è che nonostante tutte le disgrazie accadute, il popolo ha motivo di lodare il Signore. Possiamo dirlo con più convinzione: il popolo ha bisogno non solo di fidarsi di Dio, ma anche di ringraziarlo e adorarlo con canti di gioia. Il fatto di trovarsi in un periodo di “deserto” non sminuisce questo bisogno; anzi lo fa accrescere!

1.3. Il riassunto dell’argomento

Questa è la verità che impariamo nel Salmo 95: lodare il Signore nel deserto è la via che ci riporterà nel suo riposo promesso. Quando siamo nel deserto della vita, la tentazione è di non ringraziare il Signore, di non lodarlo e sperare ancora nelle sue promesse, ma piuttosto di lamentarci, di abbatterci, di rimanere amareggiati o invidiosi di chi gode della prosperità. Il Salmo 95, con il suo richiamo al vagabondaggio d’Israele nel deserto dopo l’esodo, vuole trasformare il nostro cuore in modo che non siamo come quella generazione ma invece come Gesù, che a simili tentazioni nel deserto ha risposto: “Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi il culto” (Matteo 4:10).

2. Lodare il Signore (Salmo 95:1-7)

1 Venite, cantiamo con gioia al Signore, acclamiamo alla Rocca della nostra salvezza! Presentiamoci a lui con lodi, celebriamolo con salmi! Poiché il Signore è un Dio grande, un gran Re sopra tutti gli dèi. Nelle sue mani sono le profondità della terra e le altezze dei monti sono sue. Suo è il mare, perché egli l’ha fatto e le sue mani hanno plasmato la terra asciutta. Venite, adoriamo e inchiniamoci, inginocchiamoci davanti al Signore che ci ha fatti. Poiché egli è il nostro Dio, e noi siamo il popolo di cui ha cura e il gregge che la sua mano conduce.

2.1. Il primo invito alla lode (95:1-5)

Il Salmo 95 si divide in due parti. La prima, dal v.1 al 7, consiste di due inviti alla lode. La seconda parte, dal v.8 al V.11, ci fa riflettere sul fallimento d’Israele nel deserto. Come vedremo, la chiave per comprendere questo Salmo è di capire non solo il significato delle parti separate, ma soprattutto il collegamento dell’insieme.

La prima parte risulta piuttosto semplice. Troviamo il primo invito alla lode nei vv.1-2:

1 Venite, cantiamo con gioia al Signore, acclamiamo alla Rocca della nostra salvezza! Presentiamoci a lui con lodi, celebriamolo con salmi!

Ben quattro volte il salmista esorta il popolo a lodare il Signore, e la ripetizione sottolinea quanto sia importante farlo. Nel v.1, dobbiamo non solo dire che il Signore è grande ma proprio cantarlo, e con gioia! Non si può fare questo in maniera superficiale o esteriore; bisogna che il cuore sia ricolmo di gioia verso la “Rocca della nostra salvezza”! Al v.2, il popolo è invitato a entrare nella presenza di Dio, a patto che si presenti “con lodi”. Il Signore è degno non solo della fiducia, ma anche della celebrazione! Troviamo parole analoghe al Salmo 100:

Servite il Signore con letizia, presentatevi gioiosi a lui!… Entrate nelle sue porte con ringraziamento, nei suoi cortili con lode

I vv.3-5 spiegano le ragioni per questo.

Poiché il Signore è un Dio grande, un gran Re sopra tutti gli dèi. Nelle sue mani sono le profondità della terra e le altezze dei monti sono sue. Suo è il mare, perché egli l’ha fatto e le sue mani hanno plasmato la terra asciutta.

Il nostro Dio non è un idolo fatto d’uomo che non può vedere, udire o parlare. Non è nemmeno simile ai presunti dèi delle nazioni. Come disse Giovanni Calvino, il cuore umano è una fabbrica di idoli, e non smette di adorare divinità di ogni sorta, ma il Signore è il “gran Re” sopra tutti quanti. La sua grandezza è incalcolabile in quanto egli è il creatore del cielo e della terra, dalle profondità della terra alle altezze dei monti. Persino il mare è suo, quel malevolo potere che nessun essere umano è capace di domare. Il Signore è colui che ha stabilito i suoi limiti, avendo plasmato la terra asciutta e promesso a Noè dopo il diluvio che le sue acque non avrebbero mai più sterminato la vita dalla faccia della terra. Alla luce di tutto ciò, non deve essere difficile capire perché il Signore è degno delle nostre lodi più alte e gioiose.

2.2. Il secondo invito alla lode (95:6-7)

Lo schema dei vv.1-5 si ripete ai vv.6-7, dove troviamo un secondo invito alla lode e una seconda spiegazione del perché.

Venite, adoriamo e inchiniamoci, inginocchiamoci davanti al Signore che ci ha fatti. Poiché egli è il nostro Dio, e noi siamo il popolo di cui ha cura e il gregge che la sua mano conduce.

Di fronte a un Dio così maestoso e potente, è palese che non dobbiamo esprimere solo gioia ma anche riverenza e sottomissione. Dobbiamo inchinarci e inginocchiarci nella sua presenza sapendo che egli “ci ha fatti”, e quindi non siamo i signori delle nostre vite. Apparteniamo a lui, e non a noi stessi. Nei suoi confronti, siamo come un gregge di pecore, animali piuttosto stupidi e totalmente dipendenti dal loro pastore per ogni cosa. Questa è buona notizia, però, perché non c’è posto migliore che nelle mani di questo Pastore. Quanto è bello sapere che colui che ha cura di noi è lo stesso Creatore dell’universo, il Signore al quale ogni potere nei cieli e sulla terra — sia quelli buoni sia quelli cattivi — è sottoposto. Quando confessiamo col cuore che “il Signore è il mio pastore”, possiamo affermare subito dopo: “nulla mia manca” (Salmo 23).

Abbiamo dunque tanti motivi non solo per dover ma soprattutto per volere lodare il Signore con gioia e con timore tutti i giorni della nostra vita.

3. Il riposo del Signore (Salmo 95:8-11)

 Oggi, se udite la sua voce, non indurite il vostro cuore come a Meriba, come nel giorno di Massa nel deserto, quando i vostri padri mi tentarono, mi misero alla prova sebbene avessero visto le mie opere. 10 Quarant’anni ebbi in disgusto quella generazione e dissi: «È un popolo dal cuore traviato; essi non conoscono le mie vie». 11 Perciò giurai nella mia ira: «Non entreranno nel mio riposo!»

3.1. L’esempio storico

A questo punto, arriviamo alla seconda parte del Salmo 95, che in un certo senso cambia tono. Se la prima parte pone accento sulla gioia di lodare il Signore, la seconda parte contiene un serio avvertimento contro l’incredulità, qui rappresentata dalla generazione d’Israele che è stata condannata a morire nel deserto di Sinai. Magari abituati dallo stile evidente in molti Salmi, ci aspettavamo qualcosa di positivo e di rassicurante alla fine, ma non è così. O, meglio dire, così non sembra all’inizio. Come anticipato prima, l’importante è di capire il significato di questi versetti alla luce della prima parte del Salmo, cosa che forse non pare facile.

Al v.8, il salmista passa dall’invitare alla lode all’avvertire contro l’indurimento del cuore. L’esempio lampante che gli viene subito in mente è quella generazione di israeliti — cioè “i vostri padri” — che “tentarono” il Signore e lo “misero alla prova” pur avendo visto le sue opere compiute per liberarli dalla schiavitù. Dopo aver assistito a quella tremenda manifestazione del suo potere — le dieci piaghe, la spartizione delle acque del Mar Rosso e lo sterminio dell’esercito egiziano — essi non avrebbero dovuto dubitare minimamente della sua capacità di dargli il paese di Canaan.

Tuttavia, come si riporta in Numeri 13-14, il popolo si è ribellato al comandamento di Dio di prenderne possesso per paura degli abitanti. Avevano più timore dei Cananei che del Signore; avevano più fiducia nella forza dei loro nemici che in quella di Dio. Ai vv.10-11, il salmista nota che Dio “ebb[e] in disgusto quella generazione” e di conseguenza “giur[ò] nella [sua] ira: «Non entreranno nel mio riposo!»”, ovvero il riposo della terra promessa.

Il salmista asserisce, inoltre, che la mancanza di fede di quella generazione non si è manifestata per la prima volta nel rifiuto di entrare in Canaan. Al v.8, parla della vicenda accaduta “a Meriba” e a “Massa nel deserto”. Subito dopo l’esodo, Dio aveva cominciato a provvedere miracolosamente ai bisogni del popolo, dandogli da bere (acqua amara cambiata in dolce) e da mangiare (manna e quaglie). Nonostante ciò, Esodo 17 racconta che dal momento in cui gli israeliti hanno di nuovo provato la sete, si sono messi subito a mormorare contro il Signore, come se avessero già dimenticato tutto. Il luogo di questa scena vergognosa è stato chiamato “Massa e Meriba” da Mosè, parole che significano “tentazione” e “contesa”, perché “avevano tentato il Signore, dicendo: «Il Signore è in mezzo a noi, sì o no?»” (Esodo 17:7).

La triste verità è che il “cuore traviato” di quella generazione l’aveva sempre caratterizzato. I “piccoli” fallimenti di fede nelle questioni del bere e del mangiare sono poi sfociati in quello grande per cui la generazione dell’esodo è stata condannata alla morte nel deserto.

3.2. L’esortazione attuale

Ovviamente, il salmista non dice tutto questo per fare un mero ripasso della storia. La sua preoccupazione è per la generazione attuale del popolo di Dio, che di nuovo si trova in un momento di “deserto”. Ecco perché questa seconda parte inizia con l’esortazione:

Oggi, se udite la sua voce, non indurite il vostro cuore come a Meriba, come nel giorno di Massa nel deserto,

Anche se le circostanze precise sono cambiate, la tentazione di fondo rimane sempre la stessa: di aver conosciuto le opere del Signore e di aver udito la sua voce, ma di comunque indurire il cuore e di mancare di fiducia nei suoi confronti, una mancanza che spesso si manifesta in mormorii, lamentele, paura e rabbia. E come la tentazione rimane uguale, così anche la promessa del riposo che Dio ci ha posto davanti.

Per approfondire questo Salmo, ci viene in aiuto l’anonimo autore della lettera agli Ebrei, quella stupenda e illuminante esposizione dell’Antico Testamento. Ai capitoli 3-4 di Ebrei, prende in considerazione il Salmo 95 e mette in rilievo la sua pertinenza sempre attuale. Dopo aver citato in pieno i vv.8-11 del Salmo 95, l’autore prosegue commentando:

12 Badate, fratelli, che non ci sia in nessuno di voi un cuore malvagio e incredulo che vi allontani dal Dio vivente; 13 ma esortatevi a vicenda ogni giorno, finché si può dire: «Oggi», perché nessuno di voi s’indurisca per la seduzione del peccato. 14 Infatti siamo divenuti partecipi di Cristo, a condizione che manteniamo ferma sino alla fine la fiducia che avevamo da principio, 15 mentre ci viene detto: «Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori, come nel giorno della ribellione».

16 Infatti, chi furono quelli che dopo averlo udito si ribellarono? Non furono forse tutti quelli che erano usciti dall’Egitto, sotto la guida di Mosè? 17 Chi furono quelli di cui Dio si disgustò per quarant’anni? Non furono quelli che peccarono, i cui cadaveri caddero nel deserto? 18 A chi giurò che non sarebbero entrati nel suo riposo, se non a quelli che furono disubbidienti? 19 Infatti vediamo che non vi poterono entrare a causa della loro incredulità. (Ebrei 3:12-19)

Se ci fosse mai un dubbio sulla rilevanza dell’Antico Testamento a noi oggi, questo brano dovrebbe risolverlo una volta per sempre. Non solo la generazione dell’esodo, e neanche solo la generazione quando il Salmo 95 è stato composto, ma ancora “oggi” è il giorno quando affrontiamo “la seduzione del peccato” che cerca sempre di indurire il nostro cuore e di portarlo alla malvagità e all’incredulità. Non solo la generazione dell’esodo, neanche solo la generazione dell’esilio, ma anche noi siamo sovente costretti a soggiornare nel deserto, dove l’ambiente è pericoloso, il futuro è incerto e le provviste occorrenti alla vita sono scarse. In questi momenti, saremo in grado di mantenere “ferma sino alla fine la fiducia che avevamo da principio”?

3.3. Il riposo futuro

La risposta di Ebrei all’inizio del capitolo 4, basata sempre sulla risposta del Salmo 95, è di ricordarci che:

 4:1la promessa di entrare nel suo riposo è ancora valida e nessuno di voi deve pensare di esserne escluso. 

Cosa vuol dire questo? Proseguiamo nella lettura di Ebrei 4:

Poiché a noi come a loro è stata annunciata una buona notizia; a loro però la parola della predicazione non giovò a nulla, non essendo stata assimilata per fede da quelli che l’avevano ascoltata. Noi che abbiamo creduto, infatti, entriamo in quel riposo, come Dio ha detto:

«Così giurai nella mia ira: “Non entreranno nel mio riposo!”».

Qui il discorso diventa veramente interessante. Come accennato prima, la fine del Salmo 95 può a primo sguardo sembrare poco incoraggiante, concludendo con il giuramento adirato di Dio: “Non entreranno nel mio riposo”. È importante osservare, però, che per Ebrei questo costituisce l’annuncio della “buona notizia” che “noi che abbiamo creduto, infatti, entriamo in quel riposo”. Com’è dunque che l’autore di questa lettera passa da una dichiarazione di maledizione a una di benedizione? Riprendiamo la lettura di Ebrei 4 al v.6:

Poiché risulta che alcuni devono entrarci, e quelli ai quali la buona notizia fu prima annunciata non vi entrarono a motivo della loro disubbidienza, Dio stabilisce di nuovo un giorno – oggi – dicendo per mezzo di Davide, dopo tanto tempo, come si è detto prima: «Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori!» Infatti, se Giosuè avesse dato loro il riposo, Dio non parlerebbe ancora di un altro giorno. Rimane dunque un riposo sabatico per il popolo di Dio. 10 infatti chi entra nel riposo di Dio si riposa anche lui dalle proprie opere, come Dio si riposò dalle sue.

Questi versetti sono cruciali, e oltre ad aiutarci a comprendere il Salmo 95, ci insegnano come anche noi dobbiamo leggere e interpretare la Scrittura. L’autore della lettera ci fa notare un elemento essenziale del Salmo 95: pur essendo scritto “tanto tempo” dopo le vicende narrate, ne parla come se fossero le stesse circostanze delle generazioni successive. Vale a dire, non è stata solo la generazione dell’esodo che viaggiava verso il riposo di Dio; anche quelle dopo, inclusa la generazione attuale, è sempre in viaggio verso il vero riposo di cui la terra promessa era solo una prefigurazione.

Sappiamo che alla fine, Giosuè ha condotto Israele in Canaan e, sotto la sua guida, Israele è riuscito a prendere possesso della terra. “Ma”, dice l’autore di Ebrei, “se Giosuè avesse dato loro il vero riposo, Dio non parlerebbe ancora di un altro giorno di riposo nel Salmo 95!” Il punto è questo: se il popolo a cui il Salmo 95 è rivolto vive nel giorno — l’oggi — in cui affronta la stessa tentazione che ha fatto cadere la generazione dell’esodo, questo può significare una sola cosa, ossia anche la generazione attuale — noi! — stiamo attraversando un deserto verso il vero e eterno “riposo sabatico”.

Come Dio si è riposato dalle sue opere di creazione, così anche noi, una volta arrivati a quel riposo, ci riposeremo dalle nostre, intese qui come tutte le nostre lotte nel resistere alla seduzione del peccato e nel mantenere ferma la nostra fiducia fino alla fine. Un giorno, nel riposo di Dio, non saremo più nel deserto in mezzo alle difficoltà e alle delusioni, ma godremo delle inimmaginabili bontà del suo regno in cui scorrono veramente il latte e il miele.

4. Entrare nel riposo del Signore

La conclusione di Ebrei è forte e chiara:

11 Sforziamoci dunque di entrare in quel riposo, affinché nessuno cada seguendo lo stesso esempio di disubbidienza.

Come dobbiamo sforzarci di entrare nel riposo di Dio e non seguire l’esempio di disubbidienza d’Israele nel deserto? Torniamo al Salmo 95.

4.1. La lode è la via al riposo

Per rispondere, dobbiamo tirare le fila dello studio. Nella prima parte del Salmo, abbiamo visto l’invito alla lode, e nella seconda parte abbiamo visto il pericolo della tentazione ma anche la buona notizia del riposo di Dio. Come si collegano le due parti? Credo che il nocciolo del discorso sia questo. Il modo in cui possiamo guardarci dall’avere un cuore incredulo e traviato, rimanere costanti nella fede e sforzarci di entrare nel riposo di Dio è attraverso la lode. Chi è impegnato nel lodare il Signore non ha tempo di mormorare. La bocca non può essere riempita simultaneamente di ringraziamenti e di lamentele. Il cuore che prorompe in canti di gioia per quanto è grande il Signore non può indurirsi per la seduzione del peccato. Per dirla breve, la lode è l’arma più potente contro la tentazione e l’incredulità.

Se questo è vero, ne consegue che la lode è anche la via che ci conduce verso il riposo di Dio. Se nel deserto gli israeliti avessero ricantato il canto della vittoria di Dio sugli egiziani al Mar Rosso (cioè il canto di Esodo 15), non avrebbero potuto lasciarsi intimorire dagli abitanti di Canaan. Quel canto avrebbe ravvivato la loro fiducia nell’onnipotenza del Signore e nell’infallibilità della sua parola. Così non si sarebbero ribellati, e di conseguenza non sarebbero stati condannati ai quarant’anni di vagabondaggio nel deserto. Sarebbero invece entrati nel riposo della terra promessa.

In quanto anche noi camminiamo nel deserto verso il vero riposo di Dio, così abbiamo bisogno anche noi di riempire i nostri cuori e le nostre bocche di canti, di lodi, di salmi e di ringraziamenti per non dare il più minimo spazio alla tentazione e al peccato. La lode è veramente la via sicura che ci porterà nel riposo di Dio.

4.2. La lode è l’opera del Salvatore

Dico questo non nel senso che è la potenza delle nostre lodi a renderci vittoriosi, piuttosto è il canto di lode nel quale ci conduce Gesù. Come indica il vangelo di Matteo (a cui abbiamo fatto riferimento nell’introduzione), Gesù ha trascorso quaranta giorni nel deserto, digiunando e affrontando le tentazioni del diavolo, proprio per vincere nella stessa misura in cui Israele è stato sconfitto. Come gli israeliti avevano dubitato, Gesù ha creduto. Come gli israeliti avevano disubbidito, Gesù ha ubbidito, Come gli israeliti avevano mormorato contro Dio, Gesù l’ha lodato.

Tutto questo Gesù ha fatto non solo per Israele, ma per tutti noi che siamo soggetti alle stesse tentazioni e debolezze. Come dice sempre l’autore di Ebrei:

10 Infatti, per condurre molti figli alla gloria, era giusto che colui a causa del quale e per mezzo del quale sono tutte le cose rendesse perfetto, per via di sofferenze, l’autore della loro salvezza. 11 Sia colui che santifica sia quelli che sono santificati provengono tutti da uno; per questo egli non si vergogna di chiamarli fratelli, 12 dicendo: «Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli; in mezzo all’assemblea canterò la tua lode». 13 E di nuovo: «Io metterò la mia fiducia in 

lui». E inoltre: «Ecco me e i figli che Dio mi ha dati». (Ebrei 2:10-13).

Notiamo bene: quello che Gesù ha fatto, divenendo come noi in ogni cosa e caricandosi delle nostre sofferenze, l’ha fatto per condurci “alla gloria”, cioè al riposo di Dio. Ha fatto al nostro posto e nella nostra carne tutto ciò che dobbiamo fare ma di cui siamo incapaci. Ha perseverato fiducioso e ubbidiente fino alla croce, senza mai contestare la volontà di suo Padre ma cantando le lodi di Dio in mezzo ai noi. Così, quando noi uniamo le nostre voci al suo canto di lode, troviamo la forza necessaria per perseverare come lui. La lode è la via attraverso il deserto al riposo di Dio, ed è il cantare di Gesù che sostiene e rende possibile il nostro. Gesù è il nostro esempio di costanza, sì, ma soprattutto è il nostro sommo sacerdote misericordioso nei cieli che ci soccorre sempre nel momento opportuno.

5. Conclusione

 In conclusione, voglio solo ribadire l’esortazione di Ebrei 3:13: “esortatevi a vicenda ogni giorno, finché si può dire: «Oggi», perché nessuno di voi s’indurisca per la seduzione del peccato”. Secondo l’apostolo Paolo in Colossesi 3:16, questo “esortatevi a vicenda” prende la forma proprio del canto della comunità:

La parola di Cristo abiti in voi abbondantemente, ammaestrandovi ed esortandovi gli uni gli altri con ogni sapienza, cantando di cuore a Dio, sotto l’impulso della grazia, salmi, inni e cantici spirituali.

Uno dei motivi principali per cui ci riuniamo come chiesa locale è per cantare. Questo non è un’attività secondaria, bella e divertente ma alla fine superflua. No, è assolutamente vitale, perché è attraverso il canto che ogni membro della chiesa partecipa nell’esortare e nell’ammaestrare tutta la comunità nella fede. Ovviamente, sono indispensabili anche la predicazione della parola di Dio, la preghiera e la comunione fraterna. Ma guai alla chiesa che trascura il canto o lo sottovaluta. Dobbiamo imparare bene la lezione di Israele nel deserto, che ha dimenticato le parole del canto dell’esodo e di conseguenza si è arreso alla tentazione e alla paura. Sforziamoci di entrare nel riposo di Dio, cantando passo dopo passo le lodi del nostro grande Dio, e consolandoci che anche quando noi veniamo meno, sarà il canto del nostro Salvatore Gesù a rialzarci e sostenerci fino alla fine.

Amen!

Deuteronomio 6: Il grande comandamento (ovvero la grande promessa)

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1. Introduzione (Deuteronomio 6:1-3)

1 Questi sono i comandamenti, le leggi e le prescrizioni che il Signore, il vostro Dio, ha ordinato di insegnarvi, perché li mettiate in pratica nel paese nel quale vi preparate a entrare per prenderne possesso, così che tu tema il tuo Dio, il Signore, osservando, tutti i giorni della tua vita, tu, tuo figlio e il figlio di tuo figlio, tutte le sue leggi e tutti i suoi comandamenti che io ti do, affinché i tuoi giorni siano prolungati. Ascoltali dunque, Israele, e abbi cura di metterli in pratica, affinché venga a te del bene e vi moltiplichiate grandemente nel paese dove scorrono il latte e il miele, come il Signore, il Dio dei tuoi padri, ti ha detto.

1.1. Il più grande comandamento

 Il testo biblico che oggi prendiamo in considerazione è molto noto, anche da molti che non leggono spesso la Bibbia. È giusto che sia molto noto in quanto fondamentale alla comprensione dell’intera Scrittura. È stato Gesù stesso ad affermarlo in Matteo 22:

34 I farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si radunarono; 35 e uno di loro, gli fece una domanda per metterlo alla prova: 36 «Maestro, qual è, nella legge, il gran comandamento?» 37 Gesù gli disse: «“Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. 38 Questo è il grande e il primo comandamento. 39 Il secondo, simile a questo, è: “Ama il tuo prossimo come te stesso”. 40 Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti».

Tutta la legge e i profeti, dice Gesù, dipendono da questi due comandamenti, di cui il primo — “Ama il Signore Dio…” — è il più grande. Nonostante ciò, è facile, quando si leggono questo e altri brani similmente familiari, avere troppa fretta o addirittura saltarli perché, tanto, questi brani “li conosciamo già”. E così capita che quello che dovrebbe essere il nostro miglior amico diventi invece un totale estraneo. Data la loro importanza, è importante tornare spesso a meditare questi testi, che in realtà sono fonti inesauribili.

Quindi ci troviamo davanti a Deuteronomio 6:4-8, che è assolutamente indispensabile per capire tutta quanta la Scrittura e per vivere conforme alla volontà di Dio per noi. Tanto è indispensabile, infatti, che storicamente gli ebrei hanno sempre usato il v.4 come credo principale e preghiera quotidiana, nonché regola di vita. Ma se avessimo solo l’insegnamento di Gesù in Matteo 22, già questo basterebbe per convincerci del ruolo centrale che questo brano deve svolgere nella nostra vita.

1.2. Il contesto

Questo, infatti, è evidente nel contesto stesso di Deuteronomio 6. Nel libro di Deuteronomio (che significa “seconda legge”), Mosè parla ai figli d’Israele che stanno per entrare in terra promessa a prenderne possesso. Questa è una nuova generazione di israeliti, poiché la precedente era perita nel deserto a causa della sua incredulità nella promessa di Dio e del suo conseguente rifiuto di ubbidire al comandamento di Dio di prendere possesso della terra già quarant’anni prima.

Mosè, ormai vecchio e consapevole di non poter accompagnare Israele durante la conquista a causa di un atto di incredulità sua, si adopera per ricapitolare la storia della redenzione d’Israele dall’Egitto, per ricordare ai figli d’Israele il loro privilegio di essere il popolo eletto di Dio e per esortarli a mantenere fedelmente il patto e i comandamenti che questo privilegio comporta. Deuteronomio, quindi, è una specie di commiato da parte di Mosè che riassume tutta quanta la volontà di Dio per il suo popolo.

Al capitolo 5, Mosè riepiloga le dieci parole, ovvero i dieci comandamenti, che costituiscono i punti cardini del patto. Anche se sono in realtà comandamenti, è un po’ fuorvianti chiamarli così (e per questo preferisco come il testo biblico li denomina, le dieci “parole”), perché tutti dipendono dalla prima “parola” che è questa: “Io sono il Signore, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla casa di schiavitù” (5:6).

Questi comandamenti, dunque, non fanno capire al popolo come devono guadagnare il favore di Dio, e nemmeno di mantenerlo una volta guadagnato. Iniziano invece con la dichiarazione da parte del Signore che ama già il suo popolo, che l’ha già salvato e gli ha già elargito la sua grazia. Quindi, queste parole descrivono la vita libera e benedetta, il cui punto di partenza è la certezza di essere già il “tesoro” prezioso di Dio (7:6).

Poi, all’inizio del capitolo 6, Mosè ribadisce il concetto chiave che il popolo deve (anzi può!) attenersi strettamente al patto del Signore in modo da poter godere al massimo la beatitudine che consegue naturalmente dall’essere in comunione con lui. Arrivando così al v.4, Mosè offre il più succinto riassunto di tutta quanta la volontà di Dio rivelata ne “i comandamenti, le leggi e le prescrizioni che il Signore, il vostro Dio, ha ordinato di insegnarvi” (6:1). È come se dicesse: “So che sono tanti gli insegnamenti che dovete imparare e mettere in pratica, ma se fate questa sola cosa che sto per dirvi, tutto il resto seguirà automaticamente”.

1.3. Il riassunto dell’argomento

Perciò, se noi, come gli israeliti, chiediamo: “In poche parole, cos’è che Dio vuole da noi?”, questo brano riassume la risposta con grande chiarezza e semplicità: Dio vuole l’intero nostro essere, e in particolare il nostro cuore in quanto da esso “provengono le sorgenti della vita” (Proverbi 4:23). Ma questo non è un precetto unilaterale. Se Dio ci richiede tutto il nostro cuore, è perché prima di tutto egli ci ha dato il suo. In altre parole, questo brano anticipa l’amore di Dio supremamente mostrato in Cristo Gesù sulla croce.

Poiché Dio in Cristo ha dato se stesso a noi sulla croce, è ora il suo diritto di chiedere, e altrettanto il nostro privilegio di dare noi stessi a lui. Quando ci accorgiamo che nel dare se stesso a noi, Dio ci ha dato tutto quello che potremmo mai desiderare e infinitamente più ancora, scopriamo che dare a lui l’intero nostro essere è la gioia più grande possibile. Quindi, non è tanto il più grande comandamento quanto il più grande piacere che troviamo in questo brano. Adesso passiamo allo studio.

2. Il Dio che deve essere amato (Deuteronomio 6:4)

 Ascolta, Israele: il Signore, il nostro Dio, è l’unico Signore.

2.1. Ascolta Israele

Prima di arrivare al grande comandamento vero e proprio al v.5 — che riguarda l’amore per Dio — è importante precisare chi è questo Dio che deve essere amato. Come detto prima, l’affermazione del v.4 è il “credo” basilare della fede veterotestamentaria. Inizia anch’esso con un comandamento: “Ascolta, Israele”. Non possiamo esagerare l’importanza di questo. L’ascolto è, infatti, la radice di tutti i frutti della fede, della speranza e dell’amore che il popolo di Dio deve produrre. Senza l’ascolto, non possiamo conoscere il Dio che dobbiamo amare e in cui dobbiamo sperare e avere fiducia. Questo Dio è colui che si rivela tramite la sua parola, quindi non si può venirne a conoscenza con le orecchie tappate. Come scrive l’apostolo Paolo in Romani 10:14-17

14 Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? E come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare?17  Così la fede viene da ciò che si ascolta, e ciò che si ascolta viene dalla parola di Cristo.

2.2. Il nostro Dio

Cos’è che Israele (e anche noi!) dobbiamo ascoltare? Che il Signore, che è il nostro Dio, è l’unico Signore. Nell’ebraico originale, questa frase è molto compatta grazie alla mancanza del tempo presente del verbo “essere”. Tradotto letteralmente, il testo ebraico dice: “il Signore, nostro Dio, il Signore, uno”. Questa forma sintetica si presta a trasmettere una grande ricchezza di significato che si scopre attraverso una meditazione continua. Consideriamo adesso un paio di implicazioni specifiche.

Innanzitutto, la confessione che “il Signore [è] il nostro Dio” significa che tra tutti i possibili dèi, il Signore — che si identifica con il nome YHVH — è il nostro. La Scrittura non nega che ci siano altri dèi in quanto oggetti di venerazione e di culto. L’Egitto, da cui Israele era uscito, era strapieno di divinità diverse. Anche ai giorni nostri, il mondo è ricolmo di divinità varie. Alcune di esse sono addirittura le stesse del mondo antico. Ovunque ci sono persone che adorano il Sesso, il Potere, la Prosperità, la Ricchezza, la Guerra. La Scrittura non nega, dunque, che tali cose possono essere divinizzate, neppure che gli esseri maligni che si appropriano dell’adorazione indirizzata a tali cose e le usano per assoggettare gli esseri umani alla loro volontà. Quello che la Scrittura nega è che queste cose siano divinità vere, che esse siano in qualche senso degne dell’adorazione che gli viene data.

Il presupposto di questo versetto è che ognuno avrà un proprio dio. Essendo stati creati a immagine del vero Dio per portare gloria a lui, non possiamo fare a meno di adorare qualcosa o qualcuno, anche nella nostra condizione peccaminosa. A differenza di tutti gli altri possibili oggetti di adorazione, Mosè ribadisce in modo enfatico che il nostro Dio è invece il Signore, il Dio che si è dimostrato più potente di ogni altro dio d’Egitto, e poi in Gesù si è dimostrato più potente di ogni realtà in cielo e sulla terra.

2.3. Il Signore solo

La seconda parte di questa confessione esplica ciò che forse si può già intuire: il Signore è uno e unico (secondo l’accezione del termine ebraico). Questo significa certamente che egli è uno e unico per quanto riguarda il suo essere, la sua gloria, la sua santità, la sua potenza. Ma più che qualche idea astratta di Dio, la sua unicità concerne il rapporto con il suo popolo. Non è che Israele, come gli egiziani, potessero adorare il Signore al fianco di altri dèi. Non potevano nemmeno considerarlo il dio superiore di un pantheon. Il Signore è uno in quanto unico Dio d’Israele.

Confessare il Signore “nostro Dio” vuol dire, dall’altra parte, negare che lo sia qualsiasi altra entità. Gli dèi egiziani tolleravano il culto dedicato ad altri; ma il Signore no. È come quando confessiamo: “Gesù è il Signore”, lasciamo intendere: “e nessun altro lo è”. Questo è il Dio con cui Israele ha a che fare, ed è assolutamente necessario, dunque, che Israele ascolti e confessi che solo il Signore è Dio.

3. L’amore per il Signore (Deuteronomio 6:5)

Tu amerai dunque il Signore, il tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima tua e con tutte le tue forze. 

 Molte persone si fermano a questo punto, pensando che sia sufficiente riconoscere che Dio — o qualche forma di entità superiore — esiste. Nella prospettiva biblica, non è così. Partendo dal fatto che Dio — anzi, il Signore che è l’unico vero Dio — esista e sia il nostro Dio, consegue uno stile di vita ben preciso. “Tu amerai dunque” è la logica della Scrittura.

3.1. Cuore, anima, forza

Come dobbiamo amare Dio? Così: con tutto il cuore, con tutta l’anima nostra e con tutte le nostre forze. Qui vale la pena soffermarci un momento sul significato di queste cose viste dalla prospettiva ebraica. In primo luogo, il cuore per gli ebrei indica non solo il centro emotivo di una persona (come spesso intendiamo noi), ma comprende anche le facoltà mentali e volontarie.

Per tradurre accuratamente il termine originale, dovremmo scrivere: “cuore, intelletto e volontà”. Per gli ebrei, con il cuore si prova passione, sì, ma anche si ragiona, si medita, si desidera e si decide. Amare Dio con tutto il cuore, dunque, significa metterlo sul primo piano dei nostri affetti, dei nostri pensieri e delle nostre decisioni. Significa far sì che Dio sia il Signore di tutta la nostra vita.

In secondo luogo, dobbiamo amare Dio con tutta la nostra anima. Anche questo merita un momento di riflessione. Spesso quando parliamo di “anima”, pensiamo alla parte immateriale del nostro essere che si distingue dalla parte fisica. Ma il vocabolo ebraico, nefesh, è più ricco. Indica non solo l’anima in questo senso, ma proprio tutta la forza vitale che anima una persona. La parola ebraica significa letteralmente “gola”, il che per estensione è venuto a significare l’aria che ci passa dalla bocca ai polmoni, e così anche ciò che distingue un essere vivente da uno morto. È lo stesso termine che troviamo in Genesi 2:7:

Dio il Signore formò l’uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l’uomo divenne un’anima [nefesh] vivente.

Amare Dio con tutta l’anima, in questo senso, vuol dire amarlo con l’intero nostro essere, sia con l’anima (come la intendiamo noi) sia con il corpo. Vuol dire amare Dio con ogni nostro respiro, ogni battito del nostro cuore, ogni batter d’occhio. Vuol dire amare Dio ventiquattro ore su ventiquattro finché dura la nostra vita.

Infine, il versetto dice che dobbiamo amare Dio con tutte le nostre forze. Questo è di particolare interesse. La traduzione “tutte le forze” è un’approssimazione all’originale perché tradurlo letteralmente farebbe confusione. Il testo ebraico dice: “con tutto il tuo molto”, o forse meglio, “moltissimo”. Il termine ebraico è un avverbio, non un sostantivo, ma viene usato come un sostantivo per indicare il modo in cui dobbiamo amare Dio con tutto il cuore e tutta l’anima.

In tutto ciò, dobbiamo amarlo “moltissimamente”! L’amore per Dio non deve essere un affetto moderato ma uno zelo ardente. La misura della passione che proviamo nei confronti di Dio deve essere in proporzione alla sua grandezza e maestà. Dovremmo addirittura essere accusati di fanatismo a motivo del fervore del nostro amore per lui. Questo è quello che significa amare Dio “con tutte le tue forze”.

3.2. L’amore e la fede

Notiamo, a questo punto, l’importanza non solo di fede ma soprattutto di amore. Parliamo spesso di fede in Dio, e facciamo bene a farlo. Ma quello che Dio vuole da noi non è solo la fede. Possiamo avere fede in una realtà che però non ci piace. Io posso credere al dottore quando mi diagnostica una grave malattia, ma non ne sarò per niente contento! L’amore, in realtà, è la fede giunta alla piena maturità, proprio come un albero che comincia a portare frutto. Senza l’amore per Dio, la fede rimane incompleta e, in un certo senso, anche falsa.

Quando Gesù parla alla chiesa di Efeso in Apocalisse 2, la elogia per tutte le sue opere buone e per la sua costanza nel mantenere la fede in mezzo alla sofferenza. Ma poi al v.4 dice: “Ma ho questo contro di te: che hai abbandonato il tuo primo amore”. Per questo motivo, nonostante tutti i suoi pregi, la chiesa rischiava di essere “rimossa dal suo posto”. Questo è il grande valore che il Signore attribuisce al nostro amore per lui.

4. L’amore e la parola (Deuteronomio 6:6-8)

Questi comandamenti, che oggi ti do, ti staranno nel cuore; li inculcherai ai tuoi figli, ne parlerai quando te ne starai seduto in casa tua, quando sarai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, te li metterai sulla fronte in mezzo agli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle porte della tua città.

4.1. I frutti dell’amore (6:7-8)

I versetti successivi illustrano come questo amore di Dio si manifesta nella quotidianità. Se amiamo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e tutte le forze, troviamo diletto nella sua parola tanto da meditarla e parlarne quando siamo seduti in casa e quando siamo per via, quando ci corichiamo per dormire e quando ci alziamo la mattina dopo. Questi sono merismi, quella figura retorica che menziona solo gli estremi per indicare anche tutto il resto. Significano che le parole di Dio (la traduzione letterale di “comandamenti” al v.6) saranno sempre oggetto dei nostri pensieri, da quando ci svegliamo fino a quando andiamo a dormire, e durante tutto quello che facciamo in mezzo. Questo è l’uomo di cui parla il Salmo 1 che trova diletto nella parola di Dio e quindi la medita “giorno e notte”.

Inoltre, legare le parole di Dio “alla mano come un segno” e metterle “sulla fronte in mezzo agli occhi” non vogliono dire tanto farlo letteralmente (come gli ebrei ortodossi) quanto lasciare che esse governino tutto ciò che facciamo (le mani) e tutto ciò che poniamo davanti ai nostri occhi come oggetto di considerazione. In aggiunta, scrivere le parole di Dio sugli stipiti della casa e sulle porte della città indica l’importanza che esse guidino i nostri rapporti familiari (come anche al v.7) e sociali. Tutto ciò è un frutto evidente di chi ama Dio veramente, che fa tesoro delle sue parole e le mette al primo posto in ogni aspetto della vita.

4.2. La radice dell’amore (6:6)

Ma questo amore per la parola di Dio non è solo il frutto dell’amore per Dio stesso; ne è anche la radice. Notiamo in particolare il v.6: “questi comandamenti [ovvero parole], che oggi ti do, ti staranno nel cuore”. Il senso di quest’esortazione è che il nostro cuore amerà il Signore in quanto la sua parola starà in esso. Troviamo la conferma ai vv.1-2: Mosè doveva insegnare agli israeliti le parole della legge del Signore affinché essi lo temessero. E come abbiamo anche imparato dal v.4, è l’ascolto della parola che ci fa conoscere Dio, e solo conoscendo Dio possiamo amarlo come dobbiamo. Questo è non è un circolo vizioso ma “virtuoso”. Più si ascolta e si fa tesoro della parola di Dio, più cresce l’amore per Dio; e più cresce l’amore per Dio, più si vuole ascoltare e far tesoro della sua parola, e così via.

5. Il più grande amore

Verso la fine del nostro studio, è necessario approfondire quest’ultimo punto. Come possiamo veramente amare Dio che dobbiamo? Mentre esponevo il senso del grande comandamento al v.5, forse vi siete sentiti in colpa. Anziché essere incoraggiati ad amare Dio come va amato, magari vi siete scoraggiati a pensare alle vostre mancanze. Potrete anche essere d’accordo, e desiderare amare Dio in questo, ma non ve ne sentite capaci. Che dire dunque?

5.1. La più grande promessa (6:5)

La prima cosa da dire ci riporta al v.5: “Tu amerai dunque il Signore…” Com’è evidente anche nella nostra traduzione, il comandamento ha la forma di un’affermazione. Non è un imperativo: “ama il Signore” ma piuttosto un tempo futuro: “amerai il Signore”. Ora, è vero che il tempo futuro può avere anche il senso di un imperativo, ma non è un caso che questo comandamento, il più grande di tutti, sia detto in questo modo. Infatti, ogni comandamento del Signore è una promessa. È la promessa di quel che il Signore stesso si impegna per fare nel cuore del suo popolo.

È vero che nessuno è in grado di amare Dio come deve, ed è proprio per questo motivo che il Signore promette di dare ciò che richiede. Egli ci comanda di amarlo con l’intero nostro essere, e nel suo proposito infallibile egli ci renderà capaci di farlo. Dobbiamo dunque leggere tutti i comandamenti di Dio in quest’ottica, dato che essi sono riassunti in quest’uno. Se Dio si propone di creare in noi un cuore che lo ami interamente, sicuramente creerà in noi un cuore che ubbidisca a tutta quanta la sua volontà. Dobbiamo dunque leggere ogni comandamento di Dio in quest’ottica, cioè non come un fardello impossibile da portare ma come una promessa di ciò che il Signore compirà in noi per la sua gloria.

5.2. L’amore di Dio per noi

Com’è che il Signore crea in noi questo cuore? Per arrivare alla risposta, dobbiamo ricordarci del contesto di Deuteronomio, e anche di tutta la narrativa biblica. Prima di comandare l’amore al suo popolo, è Dio che per primo gli mostra il suo amore. Tutto il discorso di Mosè deriva e dipende dall’amore che Dio ha rivelato nel liberare Israele dalla schiavitù. Leggiamo i vv.6-8 del capitolo successivo di Deuteronomio:

«Infatti tu sei un popolo consacrato al Signore tuo Dio. Il Signore, il tuo Dio, ti ha scelto per essere il suo tesoro particolare fra tutti i popoli che sono sulla faccia della terra. Il Signore si è affezionato a voi e vi ha scelti, non perché foste più numerosi di tutti gli altri popoli, anzi siete meno numerosi di ogni altro popolo, ma perché il Signore vi ama: il Signore vi ha fatti uscire con mano potente e vi ha liberati dalla casa di schiavitù

Che amore stupendo, incondizionato e incalcolabile! Se poi il Signore comanda che questo popolo da lui grandemente amato lo ami a sua volta con tutto il cuore, lo fa solo perché prima egli ha amato il popolo con tutto il suo cuore. Questo è il “meccanismo” che ha il potere di trasformare un cuore idolatra in un cuore che ama il Signore: quando capiamo e meditiamo la profondità dell’amore di Dio per noi, crescono il nostro desiderio e la nostra capacità di amarlo come dobbiamo.

Questo, per chiudere il cerchio, è perché la parola di Dio è indispensabile. Alla fine del capitolo 6, infatti, Mosè dà quest’ordine:

20 Quando in avvenire tuo figlio ti domanderà: “Che significano queste istruzioni, queste leggi e queste prescrizioni che il Signore, il nostro Dio, vi ha date?”, 21 tu risponderai a tuo figlio: “Eravamo schiavi del faraone in Egitto e il Signore ci fece uscire dall’Egitto con mano potente….

In fondo, tutte le istruzioni, leggi e prescrizioni della parola di Dio fanno conoscere il suo amore dimostrato nel salvare il suo popolo. Quindi, in quanto il popolo medita la sua parola, approfondisce sempre di più la conoscenza dell’amore di Dio e gli si trasforma il cuore in uno capace di amare il Signore.

6. Conclusione

In questo studio, abbiamo imparato che il Signore vuole il nostro cuore (nel senso di amarlo con tutto il cuore, tutta l’anima e tutte le forze) in quanto egli ci ha dato il suo. Abbiamo scoperto che questo comandamento è in realtà una promessa che si compie in noi tramite la parola di Dio e che diventare persone che amano Dio in questo modo è il più grande piacere che si possa mai provare.

Se questo funzionava per quanto riguardava la parola di Dio rivolta a Israele per mezzo di Mosè, quanto più funziona ora che la sua parola si è rivelata in Gesù Cristo! Se l’amore di Dio mostrato nell’esodo aveva il potere di cambiare il cuore degli israeliti, quanto di più lo ha l’amore di Dio rivelato in Cristo Gesù sulla croce! Come abbiamo detto più volte, l’esodo d’Israele è una prefigurazione dell’esodo compiuto da Gesù sulla croce per mezzo della quale ha liberato tutti noi dalla schiavitù del peccato. Quando gli scrittori del Nuovo Testamento volevano fare conoscere l’immensa ricchezza dell’amore che Dio ha per noi, non potevano fare altro che riferirsi alla croce. Leggiamo 1 Giovanni 4:9-10:

In questo si è manifestato per noi l’amore di Dio: che Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo affinché, per mezzo di lui, vivessimo. 10 In questo è l’amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma che egli ha amato noi, e ha mandato suo Figlio per essere il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati. 

Qual è l’effetto pratico? Giovanni ce lo dice al v.19:

19 Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo.

Ecco qui, in un’unica frase, l’intero messaggio di oggi. Meditando l’amore di Dio per noi rivelato nella croce, anche noi amiamo sia lui che il nostro prossimo. Quando comprendiamo come Dio ha dato il suo cuore interamente a noi in Gesù, anche noi vorremo dare il nostro cuore interamente a lui. Che Dio compia quest’opera in noi sempre di più, finché il nostro amore non sarà perfezionato nel giorno del ritorno del nostro Signore.

Amen!

Apocalisse 21: Nuove tutte le cose

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1. Introduzione

Rivelazione di Gesù Cristo, che Dio gli diede per mostrare ai suoi servi le cose che devono avvenire tra breve, e che egli ha fatto conoscere mandando il suo angelo al suo servo Giovanni. Egli ha attestato come parola di Dio e testimonianza di Gesù Cristo tutto ciò che ha visto. Beato chi legge e beati quelli che ascoltano le parole di questa profezia e fanno tesoro delle cose che vi sono scritte, perché il tempo è vicino!

1.1. L’apocalisse di Gesù Cristo

Chi si avvicina al libro di Apocalisse, il testo conclusivo della Bibbia, deve sempre tenere presente come inizia. È la “rivelazione di Gesù Cristo”: sia la rivelazione che Gesù fa conoscere, sia anche la rivelazione che è Gesù stesso. Notiamo inoltre la beatitudine pronunciata su chi legge, ascolta e fa tesoro di questo libro. Esso non è scritto per soddisfare le nostre curiosità riguardo al futuro né per confonderci in un labirinto di simbolismi esoterici. È un libro destinato alla lettura, all’ascolto, alla messa in pratica; insomma è destinato all’uso quotidiano per rafforzare e sostenere la fede cristiana “finché egli venga”.

Il passo che mediteremo oggi è tratto dal capitolo 21, versetti 1-8. Questo non è il più difficile dei capitoli da interpretare, ma nondimeno, essendo un testo del genere “apocalittico”, richiede una lettura molto attenta per poter veramente far tesoro del suo contenuto. Per quanto possa esserne difficile la comprensione, ne vale la pena, perché questo brano ci aiuta a mettere in pratica l’esortazione di 1 Pietro 1:13:

Perciò, dopo aver predisposto la vostra mente all’azione, state sobri, e abbiate piena speranza nella grazia che vi sarà recata al momento della rivelazione di Gesù Cristo.

Pietro ci insegna che è necessario avere la nostra speranza posta pienamente nella grazia che sarà nostra quando Gesù sarà rivelato dal cielo, al momento del suo ritorno. Questo è necessario perché solo così, Pietro indica, possiamo vivere una vita santa in mezzo al mondo corrotto:

Come figli ubbidienti, non conformatevi alle passioni del tempo passato, quando eravate nell’ignoranza; ma come colui che vi ha chiamati è santo, anche voi siate santi in tutta la vostra condotta (vv.14-15).

 Per Pietro, come per Giovanni l’autore di Apocalisse, porre tutta la nostra speranza nella “rivelazione di Gesù Cristo” che non è ancora avvenuta è ciò che ci rafforzerà e sosterrà la nostra fede fino alla fine. È questa speranza che ci permetterà di “vincere”, uno dei temi principali di Apocalisse. Ma come possiamo porre tutta la nostra speranza in qualcosa di cui abbiamo poca conoscenza? Ecco l’importanza del libro di Apocalisse, e il suo inestimabile valore pratico per la vita di tutti i giorni.

1.2. Il contesto

Il capitolo 21 è il penultimo di Apocalisse. Nei capitoli precedenti, abbiamo visto in forma visionaria e simbolica tutto ciò che porterà al compimento del piano di Dio, dal momento che Gesù è morto, risuscitato e asceso in cielo fino al suo ritorno — o meglio la sua rivelazione — sulla terra. I capitoli 19 e 20, infatti, narrano proprio questo: l’apparizione di Gesù dal cielo, l’ultimo tentativo da parte di Satana e dei suoi servi di resistere e la loro sconfitta. Alla fine del capitolo 20, dopo che il diavolo viene “gettato nello stagno di fuoco e di zolfo” (v.10), Giovanni ci fa vedere il gran giorno di giudizio quando i vivi e i morti staranno davanti al Signore sul suo trono per essere da lui giudicati. Per quanto possa sembrare terrificante, questo giudizio è un momento di gioia incontenibile per i santi — e infatti per tutto il cosmo — perché segna la sconfitta finale del male e la pienezza del regno di Dio in tutto il creato.

1.3. Il riassunto dell’argomento

Poi, nei capitoli 21-22, Giovanni ci fa vedere una visione di questo creato “ricreato”. La visione è, come nel resto di Apocalisse, necessariamente piena di simbolismi: “necessariamente” perché non abbiamo la più pallida idea, né possiamo adeguatamente immaginare, come sarà il mondo senza il male e senza la morte. In tutta la Scrittura, questi due nemici sono sempre ritenuti degli invasori innaturali. Eppure ci siamo talmente abituati da non poter concepire minimamente il mondo senza di essi. Questo è il motivo per cui Giovanni ci parla in maniera simbolica: per stimolare la nostra immaginazione al punto che cominciamo a scorgere, se solo come in uno specchio oscuro, il mondo che Dio intende realizzare.

I versetti 1-8 del capitolo 21, specificamente, ci mostrano una visione di ogni cosa fatta nuova, dai cieli più alti alle profondità della terra più basse. Questa visione si concentra in particolare non solo sul nuovo mondo che Dio creerà ma anche sul nuovo popolo che lo abiterà. Quindi, un nuovo popolo per un nuovo mondo, in cui ogni cosa è fatta nuova. Questa è la speranza della rivelazione di Gesù Cristo.

2. Nuova ogni cosa (Apocalisse 21:1-4)

 1Poi vidi un nuovo cielo e una nuova terra, poiché il primo cielo e la prima terra erano scomparsi, e il mare non c’era più. E vidi la santa città, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo da presso Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii una gran voce dal trono, che diceva: «Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro, essi saranno suoi popoli e Dio stesso sarà con loro {e sarà il loro Dio}. Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore, perché le cose di prima sono passate».

 2.1. Passate le cose di prima (21:1, 4)

Cominciamo a vedere la realtà concreta di questa speranza al v.1 dove Giovanni riporta di aver visto “un nuovo cielo e una nuova terra”. Questa frase richiama le prime parole della Scrittura:

Nel principio Dio creò i cieli e la terra (Genesi 1:1).

 Notiamo, però, che questi sono nuovi, “poiché il primo cielo e la prima terra”, ovvero quelli di Genesi 1:1 che successivamente furono corrotti dal male, “erano scomparsi”. Il carattere di questo nuovo creato è evidente nel modo di dire ebraico che Giovanni usa per descriverlo, ossia un “merismo”. Il merismo è una figura retorica con la quale si esprime tutto quanto è compreso nei termini estremi. Quindi, come in Genesi 1:1, il “nuovo cielo” e la “nuova terra” che Giovanni descrive implica anche tutto ciò che è in essi. Nella prospettiva ebraico, i cieli e la terra rappresentavano gli estremi del creato; perciò, nominarli insieme era un modo per riferirsi al cosmo intero senza doverne declinare ogni elemento.

Il punto è che la nuova creazione che Giovanni vede è una in cui, come dice il v.5, saranno fatte “nuove tutte le cose”. Parte della speranza cristiana è che non ci sarà nemmeno un millimetro dell’intero universo che non sarà radicalmente trasformato secondo la volontà di Dio. Nel nuovo creato, dunque, non ci sarà neppure la più minima possibilità che il male, in qualsiasi forma, potrà irrompere per corromperlo come nel primo.

Questa speranza è simbolicamente rafforzata dalla frase “e il mare non c’era più”. Ora, per noi il mare rappresenta la felicità, la bellezza, il calore dell’estate e le vacanze spensierate trascorse in spiaggia. Ma nel punto di vista ebraico, il mare evocava il male come un potere indomabile di distruzione, un caos totale che minacciava sempre di annichilire la vita di qualsiasi sorte. Pensiamo, per esempio, alla storia del diluvio in Genesi 7:

10 Trascorsi i sette giorni, le acque del diluvio vennero sulla terra. 11 Il seicentesimo anno della vita di Noè, il secondo mese, il diciassettesimo giorno del mese, in quel giorno tutte le fonti del grande abisso eruppero e le cateratte del cielo si aprirono. 12 Piovve sulla terra quaranta giorni e quaranta notti…. 19 Le acque ingrossarono oltremodo sopra la terra; tutte le alte montagne che erano sotto tutti i cieli furono coperte. 20 Le acque salirono quindici cubiti al di sopra delle vette dei monti; le montagne furono coperte. 21 Perì ogni essere vivente che si muoveva sulla terra: uccelli, bestiame, animali selvatici, rettili d’ogni sorta striscianti sulla terra e tutti gli uomini. 22 Tutto quello che era sulla terra asciutta e aveva alito di vita nelle sue narici morì. 23 Tutti gli esseri che erano sulla faccia della terra furono sterminati…

Questo è il potere del mare, o più specificamente delle acque, quando esse “trasgrediscono” i loro confini che invadono la terra. Questo, inoltre, è il motivo per cui in Genesi 1 Dio comandò che le acque sotto il cielo fossero raccolte in un unico luogo che poi chiamò “mari”: per far apparire l’asciutto in modo che la terra potesse produrre della vegetazione e degli esseri viventi (vv.9-25). Nel primo creato, le acque erano limitate ai “mari”, ma presentavano sempre una mostruosa minaccia, poiché semmai dovessero oltrepassare i loro confini — come nel diluvio di Genesi 7 — avrebbero sterminato tutta la vita sulla faccia della terra. Nonostante la promessa di Dio che non avrebbe più promesso che le acque distruggessero tutta la terra, fino ai giorni nostri il potere micidiale delle acque si è dimostrato tante volte, per esempio nell’uragano Katrina del 2005 e nello tsunami di Giappone del 2011.

Quando, dunque, Giovanni osserva che nel nuovo creato il mare non c’è più, non dobbiamo lasciarci sfuggire l’enorme significato di questo. Se nel primo creato le acque, pur essendo di solito rinchiuse nei mari, comunque costituiscono un pericolo perenne e pauroso, nel nuovo creato questo pericolo non esisterà più. Non è solo che il male — simboleggiato dal mare — sarà irrevocabilmente incarcerato; esso semplicemente non esisterà affatto. Non è solo che si vivrà tranquilli sapendo che il male non potrà oltrepassare i suoi limiti; questi limiti non saranno più necessari in quanto il male cesserà di esistere. Il male non ci sarà più, ma neanche ci sarà la minaccia o la paura di un suo eventuale ritorno.

Questo è espresso in più dettaglio al v.4 quando dice che Dio “asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore, perché le cose di prima sono passate.” Tutte queste cose non saranno più né sentite né temute, perché passeranno nel dimenticatoio del primo creato. La speranza cristiana è veramente grande, troppo grande infatti da essere descritta in parole. Ecco perché Giovanni ci stuzzica l’immaginazione con l’immagine di una nuova terra in cui il mare non c’è più.

2.2. La santa città (21:2)

La visione di Giovanni prosegue, e al v.2 egli descrive “la santa città, la nuova Gerusalemme” che scende dal cielo. Come il discorso del mare, anche quest’immagine ci fa capire che la nuova creazione non sarà un mero ritorno al passato prima del peccato, solo un ripristino di ciò che fu perso. È vero che Giovanni richiama la creazione originale di Genesi 1 e 2 quando tratteggia la nuova — utilizzando, per esempio, termini relativi al giardino d’Eden. Tuttavia, non abbiamo qui solo un giardino ma una città. In Genesi, le città non appaiono subito, ma solo dopo che gli esseri umani cominciano a svolgere la loro vocazione di dominare sulla terra e rendersela soggetta (Genesi 1:28). Genesi 2:15 indica che

Dio il Signore prese dunque l’uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo lavorasse e lo custodisse.

Lo sviluppo di tutte le potenzialità latenti del creato, compresa la costruzione di città, non fu parte dell’opera creatrice di Dio nel principio. Quando, dunque, vediamo una città sulla nuova terra, questo simboleggia come la nuova creazione supererà di gran lunga la prima. Questo non è un semplice ricominciare da capo, un ritorno al giardino primordiale; qui siamo già avanti rispetto all’Eden. Per quanto fosse idilliaco e utopistico prima del peccato, il primo mondo non può paragonarsi alla bellezza e alla meraviglia del nuovo mondo a venire.

In più, questa città è “santa”. Pensando di nuovo ai primi capitoli di Genesi, ci ricordiamo che le prime città costruite, come quella di Babele, rappresentavano la corruzione della vocazione umana, in quanto furono costruite non per portare gloria al Creatore ma invece alle creature. Anche la prima Gerusalemme, quella che doveva essere una città santa, divenne poi (come disse Gesù) un “covo di ladri”.

Nella nuova creazione, tutto questo è “fatto nuovo”. La città che si fonderà sulla nuova terra sarà tutto ciò che la prima Gerusalemme doveva essere: la santa dimora di Dio in mezzo al suo popolo. Al v.22, infatti, la nuova Gerusalemme non ha un tempio, perché è tutta la città stessa a essere il tempio. Non più saranno costruite città come Babele, o come Sodoma e Gomorra, neanche come la prima Gerusalemme. Sulla nuova terra ci sarà una sola città, la quale sarà santa nella sua interezza.

2.3. La sposa adorna (21:2-3)

La nuova Gerusalemme è ulteriormente descritta al v.2 “come una sposa adorna per il suo sposo”. Qui affrontiamo una domanda interessante. Al capitolo 19, la figura della sposa rappresenta i santi, il popolo purificato dal sangue dell’Agnello di Dio e pronto al matrimonio, cioè pronto a ereditare il regno di Dio. Passando al capitolo 21, invece, la sposa diventa il simbolo della santa città. Quindi, quale dei due rappresenta, la città santa o il popolo di Dio? La risposta è ”sì”; rappresenta entrambi! Leggiamo infatti al v.3 che quando la nuova Gerusalemme scende dal cielo, la voce di Dio annuncia che essa è “il tabernacolo di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro, essi saranno suoi popoli e Dio stesso sarà con loro e sarà il loro Dio.”

Questo è il compimento dell’intera narrativa biblica. Il proposito di Dio, stabilito prima della fondazione del mondo, è stato sempre questo: di essere Emanuele, Dio-con-noi, il Dio che si vincola a e dimora in mezzo a un popolo santo. Perché Dio possa dimorare in mezzo al suo popolo, ci deve essere anche un luogo capace di ospitarli. Questo è ciò che il giardino d’Eden doveva essere, ed è ciò che la nuova Gerusalemme sulla nuova terra sarà. Quindi, la figura della sposa rappresenta appunto sia il luogo santo sia il popolo santo in mezzo al quale Dio dimorerà per tutta l’eternità.

Questo, tra l’altro, è il motivo per cui il nuovo mondo sarà “paradiso”, come infatti indica il v.4. Un mondo senza morte, senza cordoglio, senza grido e senza dolore sarebbe comunque un inferno se in mezzo non ci fosse Dio stesso. Queste cose, come tutte “le cose di prima”, saranno passate solo perché sarà Dio ad asciugare ogni lacrima dai nostri occhi. Egli, in realtà, è la fonte della santità e della vita, ed è dunque solo nella sua presenza che possiamo sperimentare un mondo senza male e senza morte. Ciò che fa del nuovo mondo un “paradiso” è che lì vivremo appieno la comunione con Dio per cui siamo stati creati. Saremo con lui come suo popolo, ed egli sarà con noi come nostro Dio. Questa è la vera speranza che abbiamo, quella che ci tiene come un’ancora in mezzo alle tempeste più violente della nostra vita attuale. Questo è il nuovo popolo che Dio sta preparando per il suo nuovo mondo.

3. Compiuta ogni cosa (Apocalisse 21:5-6a)

E colui che siede sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose». Poi [mi] disse: «Scrivi, perché queste parole sono fedeli e veritiere», e aggiunse: «Ogni cosa è compiuta. Io sono l’alfa e l’omega, il principio e la fine…

 Ma come possiamo essere certi di questa speranza, che non sia un mero augurio o, peggio ancora, un sogno impossibile? Proprio perché questa speranza è cruciale alla nostra vita, Giovanni ci fornisce tre motivi per cui possiamo sapere con certezza che la visione della nuova creazione si avvererà.

3.1. Colui che siede sul trono

Il primo motivo è che colui che promette di fare “nuove tutte le cose” è lo stesso che “siede sul trono” in cielo. Questo è infatti “il Signore Dio, colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente” (1:8). C’è forse qualcosa che sia impossibile all’onnipotente Dio? Assolutamente no! La nuova creazione sarà l’opera dello stesso Dio che nel principio creò i cieli e la terra dal nulla. Colui che fece il primo creato è sicuramente in grado di farne uno nuovo!

3.2. Parole fedeli e veritiere

Il secondo motivo consegue dal primo. Poiché è l’onnipotente Dio che siede sul trono che dice di fare “nuove tutte le cose”, possiamo sapere con certezza che le sue parole “sono fedeli e veritiere”. Sono veritiere perché si avvereranno, e sono fedeli perché colui che le proferisce le manderà a effetto. Siccome Dio è fedele e veritiero, così sono anche le sue parole, e non dobbiamo dunque dubitare che egli manterrà la sua promessa di creare nuovi cieli e una nuova terra.

3.3. L’alfa e l’omega

Il terzo motivo è anche esso radicato nella natura di Dio. Egli è “l’alfa e l’omega, il principio e la fine”. Quindi, dalla prospettiva divina, “ogni cosa è compiuta”, anche se non ci sembra che sia così. Dio sa ogni cosa dall’inizio alla fine, perché egli è l’inizio e la fine. Per lui, il futuro è tanto certo quanto il passato. Tutto è già scritto nel libro dell’Agnello (cap.5), e Dio ne è l’autore dalla prima alfa all’ultima omega. Non dobbiamo dunque dubitare di questa realtà solo perché i nostri occhi non riescono a vederla. Agli occhi di Dio essa è già compiuta; ogni cosa è già stata fatta nuova.

4. Ereditata ogni cosa (21:6b-8)

…A chi ha sete io darò gratuitamente della fonte dell’acqua della vita. Chi vince erediterà queste cose, io gli sarò Dio ed egli mi sarà figlio. Ma per i codardi, gli increduli, gli abominevoli, gli omicidi, i fornicatori, gli stregoni, gli idolatri e tutti i bugiardi, la loro parte sarà nello stagno ardente di fuoco e di zolfo, che è la morte seconda».

4.1. Chi vince (21:7)

Rimane ancora una domanda, forse la più importante di tutte: chi erediterà queste cose nuove? Come possiamo sapere non solo che questa visione dei nuovi cieli e della nuova terra si avvererà ma anche che essa si avvererà per noi? È inutile che teniamo questa speranza se per noi non vale.

Al v.7, troviamo la prima parte della risposta: “chi vince erediterà queste cose”. Ma cosa significa vincere? Questo, come già accennato, è uno dei temi principali di Apocalisse e viene ampiamente spiegato nei capitoli precedenti. Nelle lettere alle sette chiese che aprono il libro, scopriamo che vincere vuol dire sopportare con costanza afflizioni per il nome di Gesù (2:3), rimanere fedele a Cristo fino alla morte (2:10), non scendere a compromessi con l’idolatria e con l’immoralità del mondo (2:14-15, 20-25), condurre una vita pura (3:4), serbare la parola di Dio (3:8), e ravvederci quando siamo ripresi e corretti dal Signore (3:19). Forse il modo più sintetico per definire cosa significa “vincere” in Apocalisse lo troviamo al 12:11:

Ma essi hanno vinto [il diavolo] per mezzo del sangue dell’Agnello e con la parola della loro testimonianza; e non hanno amato la loro vita, anzi l’hanno esposta alla morte. 

Vincere, in poche parole, vuol dire mantenere fiducia in Gesù e fedeltà nel testimoniare la sua parola, anche quando farlo costa la vita. Se vogliamo riassumere questo concetto in una sola parola, sarebbe “martirio”: ovvero testimoniare fino alla morte. Chi fa questo, dice Apocalisse 21:7, erediterà sicuramente i nuovi cieli e la nuova terra.

4.2. Ma per gli altri (21:8)

Ma per gli altri? La risposta è già anticipata al v.8: “Ma per i codardi, gli increduli, gli abominevoli, gli omicidi, i fornicatori, gli stregoni, gli idolatri e tutti i bugiardi, la loro parte sarà nello stagno ardente di fuoco e di zolfo, che è la morte seconda.” Questo elenco non è esauriente ma indicativo; a differenza di quelli che vincono, queste persone — insieme a tutte le altre persone simili — non erediteranno la vita della nuova creazione ma la distruzione nello stagno ardente, la morte seconda.

Adesso consideriamo un paio di possibili domande: perché vengono nominati in particolare questi gruppi, e qual è precisamente la loro fine? La prima domanda è più facile. Queste categorie di persone erano particolarmente rilevanti ai cristiani delle sette chiese a cui il libro di Apocalisse fu inizialmente destinato alla fine del primo secolo. I codardi rinnegavano il nome di Gesù per paura della persecuzione. Gli increduli non credevano al vangelo neanche, spesso per la stessa ragione. Gli abominevoli, gli omicidi, i fornicatori, gli stregoni e gli idolatri componevano la maggior parte della popolazione della società greco-romana, e le loro pratiche costituivano sempre una grande tentazione per i primi cristiani. I bugiardi, infine, erano particolarmente pericolosi in quanto distorcevano la verità del vangelo e condannavano non solo se stessi ma anche tutti quelli che gli davano retta.

Ora, è ovvio che ci sono anche oggi molte persone di questo tipo. Ma il punto principale è che questi, chiunque siano, sono l’esatto opposto di quelli che vincono: seguono l’andazzo del mondo, si lasciano ingannare dalle menzogne del tentatore, si arrendono ai desideri peccaminosi della carne e non perseverano nella testimonianza di Gesù. Sostanzialmente, Giovanni vuole farci capire che alla fine ci sono solo due modi di vivere: o siamo vincitori in Cristo o siamo sconfitti dal peccato. O siamo servi di Cristo o siamo schiavi del diavolo. O apparteniamo alla nuova creazione, o siamo destinati a passare come la vecchia creazione. Non c’è una via di mezzo. Se vogliamo assicurarci di essere tra i primi, gli eredi della vita eterna, dobbiamo stare attenti al comandamento ripetuto più volte:

Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese (2:7, 11, 17, 29; 3:6, 13, 22).

Come abbiamo visto nei primi versetti del libro, sono beati quelli che ascoltano e fanno tesoro delle cose che vi sono scritte. Ecco, per l’ennesima volta, l’incalcolabile importanza di Apocalisse per noi.

Che dire però della seconda domanda? La prima cosa da dire è semplicemente che non sappiamo bene quale sarà la fine dei perduti descritti al v.8, quale sarà la natura vera e propria della “morte seconda” simboleggiata dallo “stagno ardente di fuoco e di zolfo”. L’enfasi di questo capitolo non viene posta sulla morte seconda ma sulla vita eterna. C’è una notevole sproporzione tra le poche parole spese riguardo al destino dei perduti rispetto alle tante parole spese riguardo al destino dei santi. Quindi, mi sembra inappropriato congetturare più di tanto. Credo che sia sufficiente osservare che, qualunque sarà la realtà di cui lo stagno ardente e la morte secondo sono simboli, non sarà per niente desiderabile. Anzi, sarà da evitare a ogni costo, tanto che, come Gesù disse nel sermone sul monte:

Se dunque il tuo occhio destro ti fa cadere in peccato, cavalo e gettalo via da te; poiché è meglio per te che uno dei tuoi membri perisca, piuttosto che tutto il tuo corpo sia gettato nella geenna (Matteo 5:29).

Quindi, per quanto possa essere difficile la vita cristiana, non è nulla in confronto a quanto sarà difficile l’unica altra alternativa. È vero: i cristiani soffriranno, e a volte anche fino alla morte per rimanere fedeli a Cristo. Ma la loro sofferenza avrà una fine, e la morte non li dominerà, mentre la sofferenza degli altri non avrà fine, e la loro parte sarà la morte eterna.

Se poi qualcuno dovesse obbiettare che una tale sorte sia incoerente con l’amore di Dio, basta notare che, infine, Dio non fa altro che concedergli quello che essi stessi hanno preferito. La nuova creazione sarà una realtà totalmente priva di paura. Come allora potrebbero entrarvi i cordardi? Essa sarà totalmente priva di impurità. Come allora potrebbero entrarvi i fornicatori? Sarà totalmente priva di falsità. Come allora potrebbero entrarvi i bugiardi? Come ha immaginato C.S. Lewis nella sua novella Il Grande Divorzio, tali persone, avessero la possibilità di visitare e di trascorrere un po’ di tempo in questo paradiso, vorrebbero subito scappare perché lo troverebbero insopportabile.

4.3. Il dono di ogni cosa (21:6b)

Però, attenzione. Non facciamo l’errore di concludere che sono solo i più bravi a ereditare la vita eterna. Tale conclusione sarebbe totalmente contraria a questo brano. Prima di distinguere tra i vincitori e i perduti ai vv.7-8, Dio proferisce questo invito: “A chi ha sete io darò gratuitamente della fonte dell’acqua della vita.” La vita eterna è sempre un dono gratuito. Non bisogna fare nulla per ereditarla, se non solo accettarla. “Chi ha sete”: ossia, non coloro che sono già bravi, già forti, che riescono con le proprie forze a resistere al mondo e vincere nel nome di Dio. “Chi ha sete” vuol dire chi non è né bravo né forte, chi non ce la fa con le proprie forze e ammette di non avere speranza senza che l’acqua della vita non gli venga offerta come dono gratuito.

La buona notizia del vangelo — ripetuta per l’ennesima volta anche qui nell’ultimo passo della Bibbia — è che Dio invita tutti e ognuno a venire e a bere l’acqua della vita che egli dona gratuitamente. L’unico requisito di poter bere quest’acqua è avere sete. Nello stesso modo, l’unico requisito per ereditare la vita eterna è esserne privi. Lo stesso Giovanni, nel vangelo che porta il suo nome, ci fa vedere un bellissimo esempio: una donna samaritana (quindi odiatissima dal punto di vista dei giudei), sessualmente promiscua e immorale, incontra Gesù il quale le dice:

«Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete; anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una fonte d’acqua che scaturisce in vita eterna» (Giovanni 4:13-14).

Sì, anche questa persona che tutti gli altri contemporanei di Gesù avrebbero subito respinto come indegna ed esclusa dal regno di Dio, Gesù invita a bere l’acqua della vita. La donna samaritana accetta l’invito di Gesù e la sua sete viene soddisfatta; non perché lei sia brava, ma semplicemente perché Gesù è la sorgente inesauribile della vita eterna, più che sufficiente per dare da bere a tutti in abbondanza.

Questo spiega qual è veramente la differenza dei vincitori e dei perduti in Apocalisse. I vincitori sono semplicemente quelli che hanno scoperto, come la donna samaritana, che l’unica sorgente dell’acqua della vita è Gesù Cristo, e da quel momento in poi non vanno mai da nessun’altra parte per dissetarsi. In un certo senso, dunque, possiamo dire che i vincitori non sono i più bravi ma solo i più assetati, e non si accontentano di niente se non della acqua della vita che Gesù dona gratuitamente.

Se gli altri che non ereditano la vita eterna — i codardi, gli increduli, gli abominevoli, ecc. — rimangono perduti, e solo per aver fatto ciò che il Signore descrive tramite il profeta Geremia:

Ha[nno] abbandonato me, la sorgente d’acqua viva, e si [sono] scavat[i] delle cisterne, delle cisterne screpolate, che non tengono l’acqua (Geremia 2:13).

5. Conclusione

Per riassumere, dunque, abbiamo imparato che la speranza a cui dobbiamo sempre aggrapparci, la quale ci permette di condurre una vita santa in mezzo a un mondo malvagio, è questa: Dio ci sta preparando come un nuovo popolo per il suo nuovo mondo. Ci sta preparando come la sposa adorna per il giorno delle nozze, quando finalmente vivremo la perfetta e ininterrotta comunione con Dio per cui siamo stati creati. Nei momenti difficili, dobbiamo ricordarci che tutte le nostre lacrime, Dio un giorno le asciugherà dai nostri occhi. Dobbiamo ricordarci che ogni cordoglio, ogni grido, ogni dolore, e persino la morte stessa scompariranno nel giorno in cui Cristo ritorna per far nuove tutte le cose.

Dobbiamo ricordarci che questa speranza è certa e infallibile, perché il Dio che ce l’ha promessa è fedele e veritiero, il principio e la fine, l’Onnipotente. Dobbiamo tenere fermamente questa speranza — o meglio, lasciarci tenere fermamente da questa speranza — come un’ancora dell’anima, rimanendo costanti in questa speranza fino alla fine, testimoniandola anche se ci dovesse costare la vita. Infine, dobbiamo nutrire questa speranza usando i mezzi che Dio ci ha fornito: la preghiera, la comunione dei santi e la sua parola, di cui il libro di Apocalisse è il culmine. In questo modo, saremo anche noi i vincitori, pronti per la rivelazione di Gesù Cristo e dell’eredità che egli tiene in serbo in cielo per noi. Come abbiamo fatto riferimento a 1 Pietro 1 all’inizio di questo studio, così lo facciamo di nuovo qui alla fine:

Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha fatti rinascere a una speranza viva mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per un’eredità incorruttibile, senza macchia e inalterabile. Essa è conservata in cielo per voi, che siete custoditi dalla potenza di Dio mediante la fede, per la salvezza che sta per essere rivelata negli ultimi tempi. Perciò voi esultate anche se ora, per breve tempo, è necessario che siate afflitti da svariate prove, affinché la vostra fede, che viene messa alla prova, che è ben più preziosa dell’oro che perisce, e tuttavia è provato con il fuoco, sia motivo di lode, di gloria e di onore al momento della manifestazione di Gesù Cristo.

Amen!

1 Pietro 2: Eletti nell’Eletto

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1. Introduzione

Pietro, apostolo di Gesù Cristo, agli eletti che vivono come forestieri dispersi nel Ponto, nella Galazia, nella Cappadocia, nell’Asia e nella Bitinia (1 Pietro 1:1).

1.1. Una dottrina controversa

Nella storia della fede cristiana, forse nessun’altra dottrina ha creato così tante discussioni e divisioni fra i cristiani quanto l’elezione, chiamata anche la predestinazione. Non è neanche difficile capire perché. Se prima dei tempi, Dio ha scelto chi sarebbe stato salvato e chi invece sarebbe rimasto eternamente dannato, questo suscita non poche domande riguardo al carattere di Dio. Egli potrebbe veramente essere definito “amore” (1 Giovani 4:8) se avesse creato tante persone pur sapendo che avrebbero subito tormenti eterni? Che tipo di atteggiamento potrebbe incitare in esse, se non la disperazione totale? In più, che tipo di atteggiamento potrebbe incoraggiare negli eletti, se non la superbia di essere da Dio preferiti agli altri?

Dall’altro canto, invece, quali sono le conseguenze di una dottrina opposta, cioè che Dio non ha sovranamente determinato chi sarebbe stato salvato ma ha lasciato la scelta in balìa dell’arbitrio umano? Se la razza umana è, come insiste la Scrittura, corrotta dal peccato al punto che nessuno cerca Dio (Romani 3:10-12), nessuno userà il proprio arbitrio per scegliere la redenzione. Se contro la Scrittura, qualcuno vuole negare la completa corruzione dell’umanità e adottare una prospettiva più ottimista — ovvero ci sono alcuni “bravi” che sceglieranno Dio — ne conseguirà che il vangelo sarà buona notizia solo per chi è già bravo, ma risulterà impotente di aiutare i meno bravi, o anche quelli sinceri che ci vorrebbero credere ma non se ne sentono incapaci.

Siccome la posta in gioco è altissima — il carattere di Dio e il destino eterno degli esseri umani — la dottrina dell’elezione è, in realtà, di prima importanza. Nonostante la sua complessità e la sua natura divisiva, non possiamo accantonarla o trascurarla, nemmeno negarla completamente. Nella Bibbia, l’elezione è ovunque un dato di fatto, come appunto vediamo al primo versetto della prima lettera dell’apostolo Pietro: “agli eletti”, e poi ancora al versetto 2: “eletti secondo la prescienza di Dio Padre…”. Per dirla semplice, se Dio non avesse ritenuto che la dottrina dell’elezione fosse necessaria alla nostra vita, non ce ne avrebbe sovente parlato nella sua parola. Che dirne quindi?

1.2. Il contesto di 1 Pietro 2

Data la sua complessità, non è possibile sviscerare l’argomento appieno. Tuttavia, possiamo studiare un testo biblico della serie “scatola del puzzle”, ossia un testo che ci fornisce un’immagine dell’insieme di tutte le parti, una panoramica dell’intero insegnamento scritturale sulla questione. Ciò non vuole dire che un tale testo risolva ogni dubbio o risponda a ogni domanda; esso funge piuttosto da ottica nella quale possiamo interpretare altri brani biblici simili. Il testo selezionato per oggi è 1 Pietro 2:4-12, il quale ci fa vedere i tre “strati” dell’elezione.

Tra le varie difficoltà che affliggono qualsiasi discussione su questa dottrina, ce n’è una che spicca in modo particolare: l’ignoranza che nella Bibbia, l’elezione non opera su un piano solo, ciò che concerne la relazione fra la volontà di Dio e il destino dell’individuo umano. La Bibbia tratta questa relazione, ma essa occupa in realtà un posto di importanza, non secondaria, ma proprio terziaria rispetto agli altri due livelli che sono di gran lunga più critici. Il valore di 1 Pietro 2 è che ci fa vedere con gran chiarezza tutti e tre i livelli e il relativo peso di ognuno.

Come abbiamo già osservato nei primi versetti di 1 Pietro, il concetto dell’elezione passa subito in primo piano, e perciò non è sorprendente che sia oggetto di ulteriori riflessioni da parte dell’autore. Tra i vari nominativi con cui Pietro avrebbe potuto rivolgersi ai destinatari della sua lettera, egli ha scelto innanzitutto il termine “eletti”. Questa osservazione serve a confermare quanto l’apostolo riteneva cruciale la dottrina dell’elezione e quanto dobbiamo anche noi ritenerla tale. Per questo motivo, Pietro vuole assicurarsi che i lettori della lettera, compresi noi oggi, abbiano un’idea chiara di ciò che significa.

1.3. Il riassunto dell’argomento

Per anticipare ciò che impareremo, possiamo riassumere l’insegnamento di Paolo con la seguente frase: siamo eletti nell’Eletto (ovvero Gesù Cristo) affinché i non-eletti diventino anch’essi parte del popolo di Dio. Questa frase andrà ovviamente spiegata, ma qui basta capire che la dottrina dell’elezione (o della predestinazione), benché una delle più controverse nella storia cristiana, miri non a creare divisioni o alimentare la superbia tra i cristiani ma piuttosto unirli come un unico popolo mandato umilmente in missione verso i non-cristiani. Consideriamo adesso 1 Pietro 2:4-10.

2. Essere eletti (1 Pietro 2:5, 9-12)

 anche voi, come pietre viventi, siete edificati per formare una casa spirituale, un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali, graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo….  Ma voi siete una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una gente santa, un popolo che Dio si è acquistato, perché proclamiate le virtù di colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa; 10 voi, che prima non eravate un popolo, ma ora siete il popolo di Dio; voi, che non avevate ottenuto misericordia, ma ora avete ottenuto misericordia.

 11 Carissimi, io vi esorto, come stranieri e pellegrini, ad astenervi dalle carnali concupiscenze che danno l’assalto contro l’anima, 12 avendo una buona condotta fra i pagani, affinché laddove sparlano di voi, chiamandovi malfattori, osservino le vostre opere buone e diano gloria a Dio nel giorno in cui li visiterà.

 2.1. Una nuova identità

Anche se abbiamo detto prima che l’elezione dell’individuo ha meno importanza rispetto agli altri due livelli di questa dottrina, cominciamo da essa per due motivi: primo per tenere quelli più rilevanti (in ordine ascendente) per dopo, ma secondo perché è la questione che in genere ci preoccupa di più e ciò di cui subito chiediamo.

La prima cosa da dire riguarda lo scopo dell’elezione nella Bibbia: per conferirci una nuova identità. Quando Pietro inizia la lettera rivolgendosi “agli eletti”, vuole dire che tali sono i suoi destinatari. Al versetto 2, “secondo la prescienza di Dio Padre, mediante la santificazione dello Spirito, a ubbidire e a essere cosparsi del sangue di Gesù Cristo”, noi che leggiamo questa lettera siamo eletti, un’identità che ci distingue da quelli che non lo sono e perciò ci rende “forestieri dispersi” nel mondo.

Ai versetti 11-12 del capitolo 2, Pietro ci esorta che, in quanto “stranieri e pellegrini” nel mondo, dobbiamo astenerci “dalle carnali concupiscenze che danna l’assalto contro l’anima, avendo una buona condotta fra i pagani”. Questi ultimi, infatti, non sono gli “eletti”, essendo parte del mondo corrotto e peccaminoso. Per questo motivo, gli eletti devono sapere che, in quanto eletti, essi hanno un’identità nuova e distinta dai non-eletti.

Pietro si serve di tante immagini diverse per precisare questa nuova identità. Gli eletti sono “pietre viventi” che formano “una casa spirituale” e “un sacerdozio santo” (v.5). Come “stirpe eletta”, essi sono “un sacerdozio regale, una gente santa, un popolo che Dio si è acquistato” (v.9), coloro che hanno “ottenuto misericordia” (v.10). Qui troviamo tanti titoli che insieme  indicano la sola identità degli eletti. Essa è talmente grande e meravigliosa da non poter essere descritta da un unico termine. Sono tutte le sfaccettature di un solo diamante che è la nuova identità degli eletti.

2.2. Una nuova vocazione

Non possiamo però limitarci solo alla nostra nuova identità come “eletti”. Siamo eletti non come fine a sé stante ma per uno scopo ben preciso. Siamo una casa spirituale e un sacerdozio santo “per offrire sacrifici spirituali, graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo” (v.5). Questo offrire sacrifici spirituali consiste maggiormente nel proclamare “le virtù di colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa” (v.9). La nostra buona condotta fra i pagani serve affinché essi “osservino le vostre opere buone a diano gloria a Dio nel giorno in cui li visiterà” (v.12). Noi che non avevamo ottenuto misericordia, abbiamo ora ottenuto misericordia per testimoniare agli altri ai quali eravamo uguali, in modo che anch’essi possano ottenere la misericordia.

Questo ci fa capire una cosa fondamentale riguardante l’elezione: qualunque sia il modo in cui la definiamo, dobbiamo tenere presente che gli eletti sono tali principalmente per il beneficio dei non-eletti. Questo non contraddice il fatto che gli eletti siano tali anche principalmente per la gloria di Dio. Dio è maggiormente glorificato quando più persone che prima non avevano ottenuto misericordia dopo l’ottengono grazie alla testimonianza e alla buona condotta degli eletti. Per dirla diversamente: Dio non ci salva per glorificarsi nel mostrare la sua misericordia a un gruppo da sempre definito e limitato (gli eletti), ma per glorificarsi soprattutto nel mostrare la sua misericordia a un gruppo sempre in crescita. Come detto prima, siamo eletti affinché i non-eletti diventino tali anch’essi. Compresa così, l’elezione non è una dottrina che ci rende superbi o egoisti ma piuttosto umili e ben disposti a servire gli altri.

3. Eletto negli eletti (1 Pietro 2:5, 9-10)

Questo viene confermato quando rintracciamo la genesi dei titoli applicati da Pietro agli eletti, come “sacerdozio regale” e “gente santa”. Non abbiamo il tempo oggi per approfondire il significato di queste ricche immagini. Mi limito a dire che sono tutte tratte dall’Antico Testamento, ed è lì che vi incoraggio ad andare per studiarle di più. Ciononostante, una cosa bisogna vedere brevemente.

 3.1. La vocazione d’Israele

Leggiamo Esodo 19:1-6:

1 Nel primo giorno del terzo mese, da quando furono usciti dal paese d’Egitto, i figli d’Israele giunsero al deserto del Sinai. Partiti da Refidim, giunsero al deserto del Sinai e si accamparono nel deserto; qui Israele si accampò di fronte al monte. Mosè salì verso Dio e il Signore lo chiamò dal monte dicendo: «Parla così alla casa di Giacobbe e annuncia questo ai figli d’Israele: “Voi avete visto quello che ho fatto agli Egiziani e come vi ho portato sopra ali d’aquila e vi ho condotti a me. Dunque, se ubbidite davvero alla mia voce e osservate il mio patto, sarete fra tutti i popoli il mio tesoro particolare; poiché tutta la terra è mia; e mi sarete un regno di sacerdoti, una nazione santa”. Queste sono le parole che dirai ai figli d’Israele».

Avrete già notato la similitudine delle parole di Dio a Israele qui e le parole di Pietro a noi. L’apostolo infatti vuole richiamare deliberatamente questo e altri testi simili. Qui in Esodo, poco dopo la liberazione d’Israele dalla schiavitù in Egitto, il Signore stabilisce il suo patto con esso, conferendogli una nuova identità e, correlata a essa, una nuova vocazione. I figli d’Israele non saranno più schiavi di poco più valore delle bestie, ma saranno invece il “tesoro particolare” di Dio, “un regno di sacerdoti” e “una nazione santa”. Già inerente a questa nuova identità è la nuova vocazione d’Israele; non servirà più gli egizi ma il Signore il quale l’ha chiamato per essere una luce nelle tenebre e una fonte di benedizioni tra le nazioni. Come Dio dice attraverso il profeta Isaia secoli dopo:

44:1 «Ora ascolta, Giacobbe, mio servo, o Israele, che io ho scelto! 49:3«Tu sei il mio servo, Israele, per mezzo di te io manifesterò la mia gloria»….6; voglio fare di te la luce delle nazioni, lo strumento della mia salvezza fino alle estremità della terra» (Isaia 44:1; 49:3, 6).

Il punto saliente è che Dio ha scelto, cioè eletto Israele come suo servo per portare la benedizione della salvezza a tutti i popoli del mondo. In quanto Pietro si serve degli stessi termini che nell’Antico Testamento rappresentano la vocazione d’Israele, la sua intenzione è palesemente quella di indicare che lo stesso vale per noi. Come Israele, anche noi, come chiesa, siamo eletti per portare la benedizione di Dio ai non-eletti della terra.

3.2. Eletto negli eletti

Il legame tra la vocazione d’Israele e quella della chiesa non solo conferma quanto abbiamo detto circa l’elezione in 1 Pietro 2, ma ci porta anche al secondo livello della dottrina, ossia dall’elezione dell’individuo all’elezione del popolo. Ci abbiamo già accennato, ma è necessario ora esplicare questo punto. Rileggiamo Esodo 19:3:

Mosè salì verso Dio e il Signore lo chiamò dal monte dicendo: «Parla così alla casa di Giacobbe e annuncia questo ai figli d’Israele…

È importante notare che la nuova identità e la nuova vocazione vengono conferite a un popolo, non a degli individui che casualmente si trovano insieme. La differenza, per quanto sottile, è indispensabile. Se gli israeliti individuali erano il tesoro particolare di Dio, sacerdoti e una gente santa, lo erano in quanto facevano parte del popolo che Dio aveva costituito tale. Erano eletti perché erano della “casa di Giacobbe” e dei “figli d’Israele”. Questo è perché quando Dio ha scelto questi individui, li ha scelti in virtù del loro essere discendenza di Abramo. Dio li ha liberati da Egitto, dice Esodo 2:24, perché si era ricordato “del suo patto con Abraamo, con Isacco e con Giacobbe. In altre parole, il popolo d’Israele non era eletto perché era composto da individui eletti; gli israeliti individuali erano eletti perché appartenevano al popolo eletto.

Il nocciolo del discorso è che nella Scrittura, l’elezione dell’individuo deriva e dipende dall’elezione del popolo di cui fa parte. Se i credenti ai quali Pietro si rivolge sono gli “eletti”, è soltanto perché essi sono inclusi nella “stirpe eletta” (v.9) che è la chiesa di Cristo. Il termine “stirpe eletta”, infatti, convalida questo concetto perché richiama di nuovo l’elezione d’Israele: gli israeliti erano eletti in quanto erano “figli d’Israele”, nati dalla “stirpe eletta” dei patriarchi.

Applicando questa stessa terminologia ai cristiani, Pietro intende farci capire che anche la nostra elezione individuale è frutto della nostra appartenenza al popolo eletto che è la chiesa, il corpo di Gesù Cristo. Dio non sceglie individui per costituire un popolo; sceglie piuttosto un popolo i cui membri sono di conseguenza scelti anche loro. Perché Dio sceglie un popolo, una stirpe eletta? Per fare quello che abbiamo già sottolineato più volte: per benedire quelli che ancora non sono il suo popolo ma possono diventarlo, così divenendo eletti anche loro. Poiché l’individuo è eletto solo insieme agli altri eletti, la sua elezione non è uno stato predeterminato e immutabile. La buona notizia del vangelo è che i non-eletti possono diventare eletti unendosi al popolo eletto di Dio.

Di nuovo, è lo sfondo dell’Antico Testamento a confermare questo. Il versetto 10 di 1 Pietro 2 è infatti un riferimento al profeta Osea, al quale Dio ha comandato di chiamare i suoi figli, natigli da una prostituta, “Lo-Ruama” e “Lo-Ammi”, nomi che significano rispettivamente “Niente più misericordia” e “Non il mio popolo” e fungevano da segni a coloro che Dio aveva ripudiato. Tuttavia, la promessa di Dio attraverso Osea è stata questa:

Avverrà che invece di dir loro, come si diceva: “Voi non siete mio popolo”, sarà loro detto: “Siete figli del Dio vivente”…., e avrò compassione di Lo-Ruama; e dirò a Lo-Ammi: “Tu sei il mio popolo!’ ed egli mi risponderà: “Mio Dio!” (Osea 1:10; 2:23).

 Questo, per chi non se ne sarà già accorto, è il linguaggio dell’elezione. Dire: “non siete mio popolo” vuol dire: “non siete eletti”. Ma notiamo bene questa cosa: a quelli cui si è prima detto: “Non siete mio popolo”, proprio agli stessi si dirà: “Voi siete il mio popolo”. Vale a dire, i non-eletti saranno chiamati eletti, perché essi, pur non avendo prima ottenuto misericordia da Dio, l’otterranno.

Tornando a 1 Pietro 2:10, possiamo dunque parafrasare questo versetto così: “voi, che prima non eravate un popolo eletto, ora siete il popolo eletto di Dio”! Stupendo e meraviglioso! Questo è il motivo per cui il teologo Karl Barth sosteneva che la dottrina dell’elezione è uguale al vangelo, ed è solo buona notizia: quelli che di natura sono i non-eletti in quanto peccatori condannati, possono diventare eletti come parte del popolo eletto di Dio.

4. Eletti nell’Eletto (1 Pietro 2:4-8)

 Accostandovi a lui, pietra vivente, rifiutata dagli uomini ma davanti a Dio scelta e preziosa, anche voi, come pietre viventi, siete edificati per formare una casa spirituale, un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali, graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo. Infatti si legge nella Scrittura: «Ecco, io pongo in Sion una pietra angolare, scelta, preziosa e chiunque crede in essa non resterà confuso». Per voi dunque che credete essa è preziosa; ma per gli

Increduli la pietra che i costruttori hanno rigettata è diventata la pietra angolare, pietra d’inciampo e sasso di ostacolo. Essi, essendo disubbidienti, inciampano nella parola; e a questo sono stati anche destinati.

4.1. La pietra angolare

Seguendo Pietro, tutto questo ci porta a considerare il terzo e più importante livello della dottrina dell’elezione. Come credenti, siamo individui eletti, incaricati di benedire i non-eletti, perché apparteniamo al popolo eletto. Ma come possiamo venire ad appartenere al popolo eletto? Gli israeliti sapevano di essere eletti perché erano figli d’Israele, il patriarca che Dio aveva scelto come progenitore della “stirpe eletta”. Ma noi che non siamo per nascita figli d’Israele, possiamo veramente reputarci “eletti” se non siamo della stessa stirpe eletta?

La risposta che Pietro ci dà è un forte e inequivocabile “sì!”, e ci spiega perché nei vv.4-6. Gli eletti sono “pietre viventi” che formano “una casa spirituale” perché si accostano a Cristo, la sola vera “pietra vivente”. Che Cristo sia la sola vera pietra vivente è evidente dal riferimento di Pietro a una serie di passi veterotestamentari che profetizzano la pietra che il Signore stabilirà come angolare del suo nuovo tempio, simbolico di un nuovo popolo e anche, nel senso più grande, dell’intero creato rinnovato (Salmo 118:22; Isaia 8:14; 28:16).

Pietro sostiene che Gesù è la pietra che, pur essendo rifiutata dagli uomini, è quella “scelta” (cioè eletta) da Dio come fondamento del suo popolo eletto e compimento del suo proposito eterno. Attenzione: non ci sono molteplici pietre angolari; ce n’è una sola scelta da Dio. Tuttavia, tutti coloro che credono in questa pietra vivente — e in questo modo si accostano a essa — diventano anch’essi delle pietre viventi utilizzate per edificare la casa di Dio in virtù della loro unione con la vera pietra vivente. Notiamo bene la logica: i credenti non sono pietre viventi di natura; lo sono solo in quanto unite alla vera pietra vivente che è Cristo. Siccome l’immagine della pietra riguarda l’elezione — rigettata dagli uomini ma scelta da Dio — così Pietro vuole farci capire il modo in cui chiunque persona venga eletta. Siamo pietre viventi, scelte da Dio, in quanto siamo unite all’unica vera pietra vivente, Cristo che è l’unico vero eletto.

Questa logica è del tutto coerente con il modo in cui riceviamo tutti gli altri benefici della salvezza. Siamo giustificati perché siamo uniti a Gesù, l’unico vero Giusto. Siamo figli di Dio perché siamo uniti all’unico vero Figlio di Dio. E siamo eletti perché, e solo perché, siamo uniti all’unico vero Eletto, Cristo Gesù. Se fossero ancora dei dubbi al riguardo, basta leggere al capitolo 1 dove Pietro scrive:

20 Già designato prima della fondazione del mondo, egli [Cristo] è stato manifestato negli ultimi tempi per voi; 21 per mezzo di lui credete in Dio che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria affinché la vostra fede e la vostra speranza siano in Dio.

Sebbene manifestato solo “negli ultimi tempi”, la venuta del Figlio di Dio fattosi carne non era il “piano B” di Dio, ideato solo per rimediare a un problema imprevisto nel suo “piano A”. No, Pietro asserisce che l’elezione di Gesù Cristo è stata l’inizio e la fonte di tutte le vie e opere di Dio. Se nel principio Dio ha creato l’umanità a sua immagine e somiglianza, l’ha fatto in vista del Messia che doveva venire (Colossesi 1:16). Se, come eletti, siamo venuti a credere in lui, è solo “per mezzo di lui”, il quale era stato il vero e unico Eletto prima della fondazione del mondo.

Ecco dunque i tre livelli dell’elezione che vediamo qui in 1 Pietro 2 e anche nella Scrittura: noi siamo individualmente sacerdoti regali (1° livello) perché apparteniamo al sacerdozio regale che è il popolo (2° livello) costituito tale dall’unione all’unico vero Sacerdote regale, Cristo (3° livello). Siamo individualmente santi (1° livello) perché apparteniamo alla gente (2° livello) resa santa dall’unione all’unico vero Santo, Gesù.

Così vediamo un altro motivo per cui tante formulazioni della dottrina dell’elezione risultano fuorvianti: essa non concerne principalmente la scelta pretemporale di alcuni individui umani alla salvezza ad esclusione di altri ma piuttosto la scelta di un solo individuo umano, ossia Gesù Cristo, nel quale ogni essere umano può partecipare alla grazia dell’elezione. Qui non abbiamo un dio di carattere discutibile, parziale nel suo amore ma non nel suo giudizio, oppure un dio incapace di salvare l’uomo dal suo arbitrio schiavo.

4.2. La pietra d’inciampo

Che bisogna però dire dei “disubbidienti” che, come osserva Pietro, non credono ma “inciampano nella parola”? Perché aggiunge che “a questo sono stati anche destinati”? Per rispondere, voglio farvi due considerazioni che, di nuovo, non toglieranno ogni perplessità ma dovrebbero almeno chiarire il quadro generale.

La prima considerazione è questa: qualunque sia la reazione da parte di qualcuno al vangelo, in ogni caso, egli ha a che fare sempre con la stessa pietra. È la stessa pietra, e non un’altra, a essere sia “pietra angolare” sia “pietra d’inciampo”. Come c’è “un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo” (1 Timoteo 2:5), c’è anche un solo Eletto fra Dio e gli uomini, lo stesso Cristo Gesù uomo. Per questo motivo, sappiamo che Dio ha una sola volontà nei confronti di ogni essere umano: “che tutti gli uomini siano salvati e vengano alla conoscenza della verità” (1 Timoteo 2:4). Dio, infatti, non ha posto due pietre, una angolare e l’altra d’inciampo. Ha posto solo la pietra angolare, volendo che infine nessuno la rifiuti ma che creda in essa.

La seconda considerazione è più speranzosa: tenendo a mente tutti i riferimenti biblici, questo testo non ci permette di giungere alla conclusione che i disubbidienti che inciampano sulla pietra angolare sono irrimediabilmente destinati a rimanere tali. Abbiamo già visto e ribadito che gli eletti sono chiamati a portare la benedizione di Dio ai non-eletti affinché essi possano diventarne beneficiari, passando così dalla “non-elezione” del peccato all’elezione di Gesù Cristo.

A quelli tra gli eletti che potrebbero insuperbirsi della loro elezione, Pietro gli ricorda al versetto 10 che “prima non eravate un popolo…., non avevate ottenuto la misericordia”. “Ricordatevi”, avverte Pietro, “che una volta anche voi eravate dei non-eletti, e se ora siete eletti, e solo per la misericordia di Dio che non vi siete meritati ma che è vostra solo in Cristo. Non siete voi a essere eletti, perché c’è un solo Eletto, Gesù Cristo, e voi siete eletti solo in quanto siete uniti a lui, e ciò è la verità che vale per tutti.”

“Ma”, qualcuno potrebbe ribattere, “Pietro dice che a inciampare nella parola i non-eletti sono stati destinati. Allora?” Ci sarebbe molto più da dire al proposito di quanto abbiamo tempo in questo studio. Mi limito a osservare che nella Bibbia, “essere destinati” non riguarda necessariamente il destino eterno. Siamo noi che, con i nostri schemi mentali, possiamo presuppore che questo sia il significato, ma dobbiamo chiederci se sia legittimo farlo. Infatti, se passiamo da 1 Pietro 2 a Romani 11, il quale è molto simile e pertinente alla questione, troveremo una riflessione teologica da parte dell’apostolo Paolo molto più elaborata e dettagliata, in cui spiega che l’indurimento del cuore di fronte Cristo è spesso (soprattutto per quanto riguarda gli ebrei) una misura temporanea che mira alla diffusione sempre maggiore del vangelo. Leggiamo la conclusione del discorso in Romani 11:30-32:

30 Come in passato voi siete stati disubbidienti a Dio, e ora avete ottenuto misericordia per la loro disubbidienza, 31 così anch’essi sono stati ora disubbidienti, affinché, per la misericordia a voi usata, ottengano anch’essi misericordia. 32 Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disubbidienza per far misericordia a tutti.

Alla fin fine, il volere di Dio è sempre questo: “far misericordia a tutti”. Un temporaneo inciampare nella parola può in realtà aumentare la grandezza della misericordia mostrata. Se nessuno fosse “rinchiuso … nella disubbidienza” — o per usare il linguaggio di Pietro, se nessuno fosse “destinato” all’incredulità, — allora nessuno potrebbe conoscere per esperienza la misericordia di Dio. Ovviamente, non possiamo sapere, né presumere di sapere a fondo tutte le vie di Dio. Ma possiamo sapere con certezza che nessuno dei non-eletti è destinato obbligatoriamente a rimanere tale per sempre e chi è in qualche senso destinato a inciampare nella parola vedrà in ogni caso la misericordia di Dio.

5. Conclusione

In conclusione, abbiamo imparato che l’elezione nella Bibbia e l’essere eletti nell’Eletto Gesù affinché i non-eletti diventino anch’essi parte del popolo di Dio. Sono convinto che se comprendiamo questa stupenda verità e ne facciamo tesoro, non dovremo vergognarci o scandalizzarci come se fosse una dottrina problematica o biasimevole. Dovremo invece esultare che in essa si riassume tutta la buona notizia del vangelo: che in Cristo Gesù Dio è per noi, non solo per quanti siamo eletti, ma anche per quanti sono non-eletti. L’elezione è il lieto annuncio che prima della fondazione del mondo, Dio non ha voluto essere Dio senza di noi, ma ha scelto di essere Emmanuele, Dio con noi, unito alla nostra carne in Gesù Cristo.

Nonostante la disubbidienza di molti, nessuno è fuori dalla portata della misericordia di Dio. Infatti, è solo ai non-eletti che Dio può mostrare la sua misericordia, facendoli diventare parte del suo popolo eletto nell’unico vero Eletto, Gesù Cristo, nostro Signore. Consapevole di ciò, dovremmo svolgere con sempre più zelo e costanza la nostra missione come eletti, di testimoniare ai non-eletti come anch’essi possono diventare eletti nel Salvatore sia nostro che loro.

Amen!

Giacomo 5: La beatitudine della costanza

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1. Introduzione (Giacomo 1:2-5)

1.1. La delusione dell’afflizione

Recentemente, abbiamo studiato il tema della saggezza divina, la quale risulta strana — se non propria assurda e scandalosa — alla maggioranza delle persone in quanto contrasta la saggezza del mondo. Abbiamo visto, però, quanto sia importante la saggezza di Dio, soprattutto alla luce delle sofferenze che ogni persona dovrà prima o poi affrontare, le quali che rivelano i limiti e l’inadeguatezza dell’altra. Siccome la sofferenza è parte ricorrente della vita, non è sorprendente che sia anche un argomento ricorrente nella Bibbia. Aprendo alla lettera di Giacomo, il fratello di Gesù, leggiamo come prima cosa la seguente esortazione:

Fratelli miei, considerate una grande gioia quando venite a trovarvi in prove svariate (1:2).

Non è a caso che Giacomo prosegua dicendo:

Se poi qualcuno di voi manca di saggezza, la chieda a Dio che dona a tutti generosamente senza rinfacciare, e gli sarà data (1:5).

Il legame tra la saggezza divina e la costanza — anzi, la gioia! — nell’afflizione è inscindibile. Non possiamo pensare di poter sopportare i dolori della vita con pazienza e contentezza se non siamo ben formati nella saggezza di Dio la quale, Giacomo ci ricorda, viene “piantata” in noi tramite la sua parola (1:21).

Tutto ciò servire per evidenziare come Giacomo sia in sintonia con il resto delle Scritture. Tuttavia, Giacomo non ripete a pappagallo gli insegnamenti che troviamo altrove; ha qualcosa di importante da aggiungere al riguardo. Tra le varie difficoltà che la sofferenza crea nella nostra vita, spicca particolarmente la delusione: quello che avremmo voluto fare, che avremmo potuto fare, se non per la sofferenza. Ci immaginiamo la vita che avremmo desiderato — la famiglia perfetta, il posto di lavoro sicuro, la buona salute, i vari progetti ancora da realizzare — ma le molteplici problematiche della vita reale vanificano molti, se non proprio tutti, i nostri sogni.

Questo vale non solo per le nostre ambizioni “terrene”, ma anche per le nostre aspirazioni da seguaci di Cristo. Qual è il credente che legge i racconti biblici dei grandi uomini e donne di fede e non sente nascere nel cuore il desiderio di essere contato tra tali personaggi, i quali, secondo Ebrei 11:

…per fede conquistarono regni, praticarono la giustizia, ottennero l’adempimento di promesse, chiusero le fauci dei leoni, 34 spensero la violenza del fuoco, scamparono al taglio della spada, guarirono da infermità, divennero forti in guerra, misero in fuga eserciti stranieri (vv.33-34).?

Parlando personalmente, io voglio che la mia vita serva al proposito di Dio, che valga per l’eternità. Alla fine, voglio sentire il Signore dirmi: “Va bene, servo buono e fedele” (Matteo 25:21). Voglio cercare “prima il regno di Dio e la sua giustizia” (Matteo 6:33), facendo la mia parte per far avanzare la sua causa. Ciononostante, vedo il più delle volte che le mie migliori intenzioni vengono sventate da un apparentemente ininterrotto susseguirsi di difficoltà impreviste, tanto da lasciarmi scoraggiato e dubitoso del senso della mia vita.

Giobbe, quel famoso “uomo di dolore” (di cui Giacomo fa menzione al capitolo 5), conosceva bene la delusione della sofferenza. Leggiamo un breve estratto di uno dei suoi lunghi lamenti:

29:4 Oh, fossi com’ero ai giorni della mia maturità, quando Dio vegliava amico sulla mia tenda, quando l’Onnipotente stava ancora con me e avevo i miei figli intorno a me;… 18 Dicevo: “Morirò nel mio nido, moltiplicherò i miei giorni come la sabbia;… 20 la mia gloria sempre si rinnoverà, l’arco rinverdirà nella mia mano”. 21 I presenti mi ascoltavano fiduciosi, tacevano per udire il mio parere. 25 Quando andavo da loro, mi sedevo come capo; ero come un re tra le sue schiere, come un consolatore in mezzo agli afflitti…. 30:16 Ora mi consumo, mi hanno colto i giorni dell’afflizione. 17 La notte mi trafigge, mi stacca le ossa, e i dolori che mi rodono non hanno sosta…. 26 Speravo il bene, ma è venuto il male; aspettavo la luce, ma è venuta l’oscurità!

Sebbene le nostre afflizioni non giungano (grazie a Dio!) allo stesso livello, possiamo comunque immedesimarci in questo sentimento di Giobbe, il quale può chiuderci nella prigione delle nostre aspettative deluse. Anziché gioire nelle svariate prove, rimaniamo fissati su ciò che avrebbe invece dovuto essere, perdendo così la grazia che Dio vuole donarci. In questa lettera, Giacomo vuole liberarci da questa prigione tramite la saggezza di Dio.

1.2. Il riassunto dell’argomento

Come vedremo nella porzione di Giacomo selezionata per oggi — 5:7-11 — la chiave che ci libera dalla prigione della delusione (e della sofferenza in generale) è la beatitudine della costanza, la quale deriva da una profonda conoscenza e da una intima comunione con il Signore. Siamo beati se nell’afflizione la nostra fede rimane constante e paziente, in modo che anche il nostro eventuale “non fare nulla” faccia tutto. La delusione può certamente durare, e le svariate prove si possono prolungare nel tempo, senza risoluzione. Ma chi non fa niente se non solo rimanere costante nella fede, pur non potendo fare altro agli occhi dell’uomo, in realtà fa tutto agli occhi di Dio. I più grandi nel regno di Dio non sono necessariamente quelli che compiono grandi atti o i cui nomi verranno ricordati nei libri di storia; sono piuttosto i più piccoli anonimi che semplicemente perseverano nella fede. Questo è ciò che Giacomo ci insegna.

1.3. Il contesto di Giacomo 5

Contestualmente, i versetti 7-11 di Giacomo seguono le descrizioni di alcune prove particolari nelle quali i suoi destinatari originari si trovavano e per le quali avevano bisogno della costanza. Queste prove erano (non casualmente) dovute a comportamenti di taluni che agivano non secondo la saggezza di Dio ma secondo quella del mondo. Citando questi esempi, Giacomo mira a condannare tali comportamenti e a far vedere come la saggezza del mondo, da cui essi scaturiscono, porta conseguenze disastrose. Per esempio, leggiamo al capitolo 4:

1 Da dove vengono le guerre e le contese tra di voi? Non derivano forse dalle passioni che si agitano nelle vostre membra? Voi bramate e non avete; voi uccidete e invidiate e non potete ottenere; voi litigate e fate la guerra; non avete, perché non domandate; domandate e non ricevete, perché domandate male per spendere nei vostri piaceri.

Successivamente, Giacomo affronta un altro atteggiamento incongruo con la vera saggezza:

13 E ora a voi che dite: «Oggi o domani andremo nella tale città, vi staremo un anno, trafficheremo e guadagneremo»; 14 mentre non sapete quel che succederà domani! Che cos’è infatti la vostra vita? Siete un vapore che appare per un istante e poi svanisce. 15 Dovreste dire invece: «Se Dio vuole, saremo in vita e faremo questo o quest’altro». 16 Invece voi vi vantate con la vostra arroganza. Un tale vanto è cattivo. 17 Chi dunque sa fare il bene e non lo fa, commette peccato.

Passando al capitolo 5, ai versetti che precedono immediatamente il nostro testo, Giacomo biasima alcuni della comunità in un modo che ricorda le invettive dei profeti veterotestamentari:

1 A voi ora, o ricchi! Piangete e urlate per le calamità che stanno per venirvi addosso! Le vostre ricchezze sono marcite e le vostre vesti sono tarlate. Il vostro oro e il vostro argento sono arrugginiti, e la loro ruggine sarà una testimonianza contro di voi e divorerà le vostre carni come un fuoco. Avete accumulato tesori negli ultimi giorni. Ecco, il salario da voi frodato ai lavoratori che hanno mietuto i vostri campi grida; e le grida di quelli che hanno mietuto sono giunte agli orecchi del Signore degli eserciti. Sulla terra siete vissuti sfarzosamente e nelle baldorie sfrenate; avete impinguato i vostri cuori in tempo di strage. Avete condannato, avete ucciso il giusto. Egli non vi oppone resistenza.

Qui scopriamo il motivo per cui Giacomo passerà subito dopo a esortare i suoi fratelli cristiani a essere pazienti e costanti nella fede: essi sono i lavoratori che i ricchi hanno sfruttato e imbrogliato, coloro che sono stati ingiustamente condannati e persino uccisi per l’avidità dei loro padroni. Questi ultimi si sono impinguati con il sudore e il sangue degli altri, ma il Signore tiene conto di ogni ingiustizia commessa contro i suoi. Nel giudizio, saranno gli oppressori che piangeranno e urleranno per le calamità in cui saranno finiti, e in quel giorno le loro ricchezze non gli procureranno nessun giovamento.

Eppure, l’ora finale non è ancora arrivata, e nel frattempo i credenti continuano a soffrire. Indubbiamente, le loro afflizioni, ingiustamente inflitte, gli hanno impedito di realizzare i loro desideri per sé stessi e per le loro famiglie, nonché ciò che avrebbero voluto compiere per il regno di Dio. Può darsi, dunque, che i loro persecutori gli abbiano rubato non solo il benessere materiale ma anche la beatitudine spirituale? Come devono reagire? Queste domande ci porta al testo e all’argomento di oggi: la beatitudine della costanza, che Giacomo espone attraverso tre esempi, ossia la pazienza dell’agricoltore, la sopportazione dei profeti e la costanza di Giobbe.

2. La pazienza dell’agricoltore (Giacomo 5:7-9)

Siate dunque pazienti, fratelli, fino alla venuta del Signore. Osservate come l’agricoltore aspetta il frutto prezioso della terra pazientando, finché esso abbia ricevuto la pioggia della prima e dell’ultima stagione. Siate pazienti anche voi; fortificate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina. Fratelli, non lamentatevi gli uni degli altri, affinché non siate giudicati; ecco, il giudice è alla porta. 

2.1. Siate pazienti (5:7-8)

Di fronte a tali prove, i credenti devono rimanere pazienti. Questa è l’esortazione principale di Giacomo in questi versetti. Pur essendo vittima di ingiustizia, il cristiano non deve lamentarsi o vendicarsi o rendere male per male; piuttosto deve soffrire con pazienza. Ciò non vuol dire che non debba avvalersi di eventuali canali legali per cercare una soluzione, canali che Dio stesso ha stabilito proprio per questo motivo. Il punto è che il cristiano non deve tentare di fare quello che solo Dio può fare: giudicare, punire, determinare gli esiti.

L’atteggiamento a cui il cristiano è chiamato viene esemplificato dall’agricoltore che “aspetta il frutto prezioso della terra pazientando, finché abbia ricevuto la pioggia della prima e dell’ultima stagione”. Il contadino può preparare e seminare un campo, ma non è in grado di far cadere la pioggia né di far germogliare le piante. Tra tutto ciò che egli può, e deve fare, il lavoro critico — il far crescere e fruttare — non dipende da lui. Anzi, è lui che deve dipendere con fiducia e pazienza da Dio, l’unico capace di portare tutto a buon fine.

Nello stesso modo, Giacomo ci stimola a questo tipo di pazienza fiduciosa. Non possiamo realizzare la giustizia in un mondo ingiusto. Non possiamo pretendere la resa dei conti ai nostri oppressori. Non possiamo fargli pagare le conseguenze della loro malvagità. Possiamo solo fidarci del Signore che farà tutto questo. Se confidiamo in lui, il frutto evidente nella nostra vita sarà la pazienza.

2.2. Non lamentatevi (5:9)

Come l’altro lato della stessa medaglia, Giacomo aggiunge un’altra raccomandazione: “non lamentatevi gli uni degli altri, affinché non siate giudicati”. Il lamentarsi, che sia rivolto a Dio o ad altre persone, è l’opposto della pazienza fiduciosa. Lamentarsi significa credersi in grado di sapere meglio di Dio come gestire la situazione, di poter determinare i tempi e i risultati meglio del Sovrano dell’universo, di poter giudicare i pensieri e le intenzioni del cuore meglio del Giudice divino. Se ci arroghiamo il diritto di giudicare al posto di Dio, saremo noi i primi a essere da lui giudicati. Quando invece ci affidiamo al “giudice [che] è alla porta”, rinunciamo a ogni pretesa di poter giudicare e aspettiamo con pazienza, e senza lamentarci, il suo giudizio.

2.3. Fino alla venuta del Signore (5:7-9)

Se chiediamo (come siamo propensi a fare): “ma fino a quando, Signore, dobbiamo aspettare?” Giacomo ci risponde subito: siate pazienti “fino alla venuta del Signore” (v.7). Se insistiamo: “ma così a lungo?”, Giacomo ribatte: “fortificate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina” (v.8). Attenzione però: non “vicina” a seconda del nostro calcolare i tempi. Avere pazienza fiduciosa implica, innanzitutto, la necessità di aspettare (perché ottenere risultati immediati non richiede la pazienza) e, altrettanto importante, la necessità di essere convinti che definire “vicina” spetta solo al Signore.

Possiamo aggiungere, però, che “vicina” in questo contesto significa “prossimamente”, ossia la tappa successiva nel piano di Dio. Considerando il piano di Dio dalla creazione in poi, non c’è nulla che debba accadere prima che Cristo ritorni. Ogni cosa è stata già compiuta, e aspettiamo solo la piena e visibile rivelazione del regno di Dio alla seconda venuta di Gesù. Prima che avvenga ciò, altro non deve succedere. Quindi, la venuta del Signore è “vicina” in quanto egli può arrivare in qualsiasi momento, e per la sua venuta dobbiamo essere costantemente preparati.

Anche se a volte Dio vendica le ingiustizie commesse contro i santi durante le loro vite (pensiamo all’esempio di Giuseppe in Egitto), dobbiamo fortificare i nostri cuori sapendo che probabilmente sarà solo alla venuta di Cristo che vedremo la giustizia fatta in terra come in cielo. Ecco il nostro bisogno della pazienza.

3. La sopportazione dei profeti (Giacomo 5:10-11a)

10 Prendete, fratelli, come modello di sopportazione e di pazienza i profeti che hanno parlato nel nome del Signore. 11 Ecco, noi definiamo felici quelli che hanno sofferto pazientemente….

3.1. L’esempio dei profeti (5:10)

A questo punto, qualcuno potrebbe domandare: “Allora, dobbiamo prepararci a una vita sempre infelice e disgraziata? Deve il cristiano non considerarsi beato prima della venuta di Gesù? È vero che se ‘abbiamo sperato in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miseri fra tutti gli uomini’ (1 Corinzi 15:19), ma dobbiamo concludere dunque che abbiamo sperato in Cristo solo per la vita avvenire?”

A questi interrogativi Giacomo fornisce una risposta forte e perentoria: no affatto! La beatitudine che attende tale pazienza fiduciosa è ineguagliabile rispetto a qualunque presunta beatitudine offerta dal mondo. Ora Giacomo passa dall’esempio dell’agricoltore a quello dei profeti di cui leggiamo nell’Antico Testamento, tra cui Elia, Isaia e Geremia. Essi non sono solo un modello di pazienza come il contadino ma anche di “sopportazione” in quanto furono perseguitati per aver “parlato nel nome del Signore”. L’esempio dei profeti è assai più rilevante alla comunità cristiana proprio perché entrambi hanno la stessa vocazione. Cambiati sono i tempi e le circostanze, ma la missione resta sempre uguale: testimoniare la parola di Dio in un contesto ostile. Tornando a Ebrei 11, leggiamo ancora di…

36 altri [che] furono messi alla prova con scherni, frustate, anche catene e prigionia. 37 Furono lapidati, segati, uccisi di spada; andarono attorno coperti di pelli di pecora e di capra; bisognosi, afflitti, maltrattati.

È quasi sicuro che l’autore qui si riferisca ai profeti di cui parla Giacomo. Elia andò attorno coperto di pelli animali e fu grandemente maltrattato. Geremia fu frustato e imprigionato. La tradizione ebraica ricorda che Isaia fu segato in due. Tutto questo perché furono ubbidienti al Signore nel rivolgere la sua parola a un popolo maldisposto ad ascoltarla. Questo è lo stesso dovere del cristiano oggi.

3.2. La vera benedizione (5:11a)

“Aspetta però”, qualcuno mi potrebbe dire, “non stavi per parlare della beatitudine che il cristiano può sperimentare anche adesso e non solo quella che aspetta il ritorno di Cristo?” Sì, infatti. Rileggiamo la prima parte del versetto 11: “Ecco, noi definiamo felici quelli che hanno sofferto pazientemente”. Il termine greco originale, qui tradotto “felici”, significa letteralmente “beati”, derivando dalla parola usata da Gesù all’inizio del sermone sul monte per pronunciare le famose “beatitudini”. Mi riferisco al sermone sul monte non a caso. Spesso Giacomo stesso cita l’insegnamento di Gesù, come infatti fa al versetto 12 del capitolo 5:

Soprattutto, fratelli miei, non giurate né per il cielo né per la terra, né con altro giuramento; ma il vostro sì sia sì, e il vostro no sia no, affinché non cadiate sotto il giudizio.

Quindi, è molto probabile che al versetto 11, Giacomo ha in mente proprio le beatitudini di Gesù, tra cui:

10 Beati i perseguitati per motivo di giustizia, perché di loro è il regno dei cieli. 11 Beati voi, quando vi insulteranno e vi perseguiteranno e diranno contro di voi ogni sorta di male per causa mia. 12 Rallegratevi e giubilate, perché il vostro premio è grande nei cieli; poiché così hanno perseguitato i profeti che sono stati prima di voi (Matteo 5:10-12).

Attenzione: sia Gesù sia Giacomo parlano non di una futura beatitudine (beati saranno i perseguitati…) bensì della beatitudine presente (beati voi quando, proprio nel momento in cui vi insulteranno e vi perseguiteranno). Mentre è vero che i perseguitati saranno beati al ritorno di Cristo, sono anche da definire “beati” ora, dal momento che, come i profeti, soffrono pazientemente.

Forse questa non è la risposta che avremmo voluto e ci saremmo aspettati, ma è la risposta che proviene dalla saggezza di Dio. La saggezza del mondo dice il contrario: maledetto chi soffre in questa vita. Ma la saggezza di Dio, rivelata nella croce di Cristo, pronuncia la beatitudine di chi soffre per il nome di Gesù, sopportando pazientemente la propria croce. Riconoscere la beatitudine del sopportare la sofferenza non viene naturale, perciò serve il miracolo operato dallo Spirito Santo di cui abbiamo parlato in studi precedenti. Che Dio ci dia occhi per vedere e cuori per comprendere la vera saggezza che la vera beatitudine in questa vita non è il benessere ma la costanza nel malessere.

4. La costanza di Giobbe (Giacomo 5:11b)

11…Avete udito parlare della costanza di Giobbe, e conoscete la sorte finale che gli riserbò il Signore, perché il Signore è pieno di compassione e misericordioso.

 4.1. Il “non fare nulla” di Giobbe

Questo ci porta all’ultima parte del versetto 11 dove Giacomo illustra il tema della vera beatitudine nella figura di Giobbe, di cui abbiamo fatto menzione all’inizio del nostro studio. L’esempio di Giobbe è particolarmente utile in quanto egli non è ricordato per nulla se non solo per la sua “costanza”. Se ci riflettiamo bene, scopriamo che anche i primi due esempi citati da Giacomo hanno questo in comune. L’agricoltore lavora, sì, ma non è il suo lavoro che fa fruttare i campi. I profeti testimoniarono, ma i loro sforzi di potare il popolo al ravvedimento risultarono perlopiù invano.

Ma Giobbe risalta in modo particolare proprio perché non fece niente di ciò che di solito bisogna fare per meritare un posto accanto agli eroici personaggi della storia. Giobbe non fu un Noè che costruì l’arca, né un Mosè che liberò il suo popolo da schiavitù, né un Davide che uccise il gigante. Giobbe non è rinomato per aver compiuto opere straordinarie nell’avanzamento del piano divino. L’unica cosa che egli fece fu semplicemente questa: rimase costante nell’afflizione.

Certo, noi elogiamo Giobbe oggi come un grande servo di Dio. Ricordiamoci, però, del discorso di Giobbe che abbiamo letto prima in cui esprime le sue innumerevoli delusioni dovute alla sua sorte: le sue aspettative frustrate, i suoi progetti vanificati, i suoi sogni ormai irraggiungibili. Prima di essere colpito da così tante disgrazie, Giobbe era un uomo stimato e onorato a cui tutti davano retta quando parlava. Dopo, però, tutti lo biasimavano come “percosso da Dio e umiliato” (Isaia 53:4). Così anche quel poco che Giobbe era stato in grado di fare per servire il Signore — insegnare la sapienza di Dio agli altri — gli fu tolto. Quindi, a differenza di come lo ricordiamo, Giobbe, sul momento, si sentiva tutt’altro che un grande servo di Dio.

4.2. Il disegno del Signore

Tuttavia (e questo è il punto di Giacomo e il gran valore dell’esempio di Giobbe), conosciamo il disegno divino in tutto questo, “la sorte finale che gli riserbò il Signore”. Questo disegno non fu, come potremmo essere tentati a pensare, che “il Signore benedì gli ultimi anni di Giobbe più dei primi” (Giobbe 42:12), anche se così è la conclusione del libro. L’intera storia verte sull’accusa, lanciata da Satana all’inizio del libro, che Giobbe teme Dio solo per i benefici che ne trae (1:9-10). Se il disegno principale del Signore fosse stato infine di dare a Giobbe più benefici di prima, avrebbe solo giustificato l’accusa di Satana! No, “la sorte finale che gli riserbò il Signore” fu quella che Giobbe stesso confessa alla fine del libro:

Il mio orecchio aveva sentito parlare di te, ma ora l’occhio mio ti ha visto (42:5).

In altre parole, Giobbe passa da un “sapere per sentito dire” del Signore a un “conoscerlo per esperienza”. È istruttivo notare che questa confessione consegua non da qualche risposta di Dio alle domande di Giobbe ma piuttosto dalle domande che Dio pone a Giobbe! È infatti l’assenza di risposte da parte di Dio che parla più forte. Dio non consola Giobbe dicendogli che “tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio” (Romani 8:28) o che la sua afflizione “produce un sempre più grande smisurato peso di gloria” (2 Corinzi 3:17).

Tutto ciò è assolutamente vero, ma il disegno di Dio nelle sofferenze di Giobbe fu ben più preciso: fargli conoscere per esperienza che vedere Dio, e Dio solo, è la beatitudine più grande possibile. Se avessimo solo questo — cioè se avessimo solo il libro di Giobbe e nessun’altra Scrittura descrivendo i benefici ai quali le nostre sofferenze sono finalizzate (Giobbe stesso, infatti, non aveva la Bibbia) — l’avere solo Dio come fine della costanza nella sofferenza è già sufficiente per considerarci beati.

4.3. La misericordia del Signore

Questa, dunque, è la misericordia del Signore che vediamo nella vita di Giobbe, e anche nell’esempio dei profeti e di chiunque altro rimane costante e paziente nella fede durante prove svariate della vita. Conoscere per esperienza che “il Signore è pieno di compassione e misericordioso” è di fatto la manifestazione della sua compassione e della sua misericordia. Al di là di ogni altro fine benevolo, sperimentare la misericordia di Dio — che non sperimentiamo pienamente se non attraverso l’afflizione — è in sé stesso la più grande prova della sua misericordia verso di noi e dunque la più grande forma di beatitudine che possiamo avere.

5. Conclusione

In conclusione, Giacomo ci insegna che non siamo beati agli occhi di Dio principalmente per quello che facciamo, o che speriamo di fare, nel suo servizio. Anche se come Giobbe non facessimo nient’altro che rimanere costanti, pazienti e fiduciosi nelle difficoltà, entreremo nel regno di Dio più che vincitori, onorati e lodati per la nostra fedeltà. L’uso che Dio vuole fare di ognuno di noi per portare a termine il suo piano non è mai invano. Probabilmente, non saremo ricordati da generazioni future come Noè, Mosè, Davide, Pietro, Paolo e nemmeno come Giobbe, ma non per questo le nostre vite non conteranno per l’eternità.

È normale che la sofferenza ci lasci delusi e perplessi, che fermi i nostri piani e frustri i nostri progetti. Tuttavia, se solo rimaniamo costanti nella fede, troveremo la stessa beatitudine dei più grandi servitori di Dio. Come il titolo di un bel libro scritto da Francis Schaeffer, nel regno di Dio “non ci sono persone piccole”. Se lasciamo un solo retaggio di costanza e pazienza fiduciosa, avremo compiuto appieno il nostro servizio, e non avremo nessun motivo di vergognarci per tutta l’eternità.

Chiudiamo leggendo le parole incoraggianti di Gesù rivolte a una piccola comunità che, verso la fine del primo secolo d.C., non sembrava di aver fatto nulla di rimarchevole per il suo Signore, nulla di essere menzionato insieme agli eroi della fede nel Ebrei 11. Ciononostante, Gesù gli dice in Apocalisse 3:8-12:

…Ecco, ti ho posto davanti una porta aperta, che nessuno può chiudere, perché, pur avendo poca forza, hai serbato la mia parola e non hai rinnegato il mio nome…. 10 Siccome hai osservato la mia esortazione alla costanza, anch’io ti preserverò dall’ora della tentazione che sta per venire sul mondo intero, per mettere alla prova gli abitanti della terra…. 12 Chi vince io lo porrò come colonna nel tempio del mio Dio, ed egli non ne uscirà mai più; scriverò su di lui il nome del mio Dio e il nome della città del mio Dio (la nuova Gerusalemme che scende dal cielo da presso il mio Dio) e il mio nuovo nome.

Questa è la beatitudine, sia futura che presente, di chi rimane costante nella fede, di chi, pur non facendo nient’altro, in realtà fa tutto! Che il Signore ci dia tutti la grazia di perseverare nella fino alla fine. Amen.