1 Cronache 21: Il re rappresentante

1) Introduzione: il contesto di 1 Cronache 21

Il caos narrato nel libro di Giudici — quando il popolo d’Israele, nonostante i ripetuti castighi del Signore, tornava continuamente a ribellarsi a lui e abbandonarsi all’idolatria dei popoli circostanti — è riassunto dall’ultimo versetto del libro (21:25): “In quel tempo non c’era re in Israele; ognuno faceva quello che gli pareva meglio.” In altre parole, il motivo per cui questo ciclo di ribellione-castigo-ribellione-castigo andava sempre peggiorando era perché mancava un re che potesse condurre e mantenere il popolo nell’ubbidienza fedele a Dio.

Ecco l’importanza della figura di Davide nella parte della storia biblica in cui ci troviamo adesso, nel libro di 1 Cronache. In questo libro (che è inscindibile dal secondo volume che lo segue), Davide — e il lignaggio regale che discende da lui — viene presentato come la soluzione al problema d’Israele. Dopo le genealogie iniziali, Cronache racconta come Davide riesce a fare finalmente ciò che gli israeliti e i loro giudici non hanno mai fatto: vince i nemici d’Israele che (ricordandoci di nuovo il libro di Giudici) minacciavano non solo la sicurezza politica del popolo ma soprattutto la santità di esso con le loro credenze pagane e pratiche abominevoli. Sedotto dagli idoli dei suoi nemici, Israele si lasciava trascinare dietro a loro e si allontanava dal Signore, abbandonando la sua vocazione di essere una luce e una benedizione alle nazioni.

In Cronache, invece, (in particolare i capitoli 18-20) vediamo che è Davide che vince questi nemici e, di conseguenza (dal capitolo 22 in poi), comincia a fare i preparativi per la costruzione del tempio a Gerusalemme. Perché? Innanzitutto, dobbiamo ricordarci che il tempio era la dimora di Dio in mezzo al suo popolo, il luogo che, dopo l’espulsione dell’umanità dal giardino d’Eden a causa del peccato, serviva per rendere di nuovo possibile l’incontro tra il Creatore e le sue creature. Il tempio era l’ambasciata del regno di Dio, il terreno su cui si anticipava la nuova creazione in mezzo a quella decaduta, una piccola parte della terra che rivelava ciò che Dio intende fare in tutta la terra. In breve, il tempio significava riconciliazione: riconciliazione tra Dio e l’umano, tra cielo e la terra. Nel periodo in cui Davide diventa re, il tabernacolo (come indicato nel v.29 del testo di oggi) svolge questa funzione, però è ormai vecchio, e, essendo una tenda, non era destinato a durare per sempre. Il tempio, invece, supererà di gran lunga il tabernacolo, non ultimo perché sarà una struttura fissa e permanente dove tutti gli israeliti (per non parlare delle altre nazioni!) potranno venire per incontrare e conoscere il loro Dio.

Ma finché durava la minaccia dei nemici d’Israele, il tempio non poteva essere costruito, sia (ovviamente) perché rischiava di essere distrutto, sia (e più importante ancora) perché il popolo non poteva ospitare la presenza di Dio mentre continuava a rendersi impuro votandosi a idoli. Così scopriamo il filo conduttore di questa parte di 1 Cronache: vincendo i nemici d’Israele, Davide protegge la santità d’Israele affinché la dimora di Dio possa finalmente stabilirsi in modo permanente in mezzo a Israele. È solo così che Israele sarà in grado di svolgere la sua cruciale vocazione di portare luce e benedizione a tutte le nazioni della terra.

Leggendo lo svolgimento di questa narrativa in 1 Cronache, notiamo che il racconto delle vittorie di Davide sui nemici d’Israele (cap. 18-20) è separato dall’inizio dei suoi preparativi per la costruzione del tempio (cap. 22 in avanti) dalla storia riportata nel cap. 21 che collega le due parti. Questa storia — di peccato, di castigo e poi d’espiazione — sottolinea in mezzo a tutti questi avvenimenti la relazione di Davide in quanto re al popolo di Dio, così da mettere in risalto il suo ruolo non solo come guerriero e architetto ma soprattutto come rappresentante e sostituto del popolo davanti a Dio. Come vedremo, Davide qui emerge come una bellissima prefigurazione e chiarissima testimonianza della persona e dell’opera di Gesù Cristo.

2) Il peccato del re e il castigo del popolo (1 Cronache 21:1-17)

A) Il peccato del re (21:1-8)

21:1 Satana si mosse contro Israele e incitò Davide a fare il censimento d’Israele. Davide disse a Ioab e ai capi del popolo: «Andate, fate il censimento degli Israeliti da Beer-Sceba fino a Dan e venite a riferirmene il risultato, perché io ne sappia il numero». Ioab rispose: «Il Signore renda il suo popolo cento volte più numeroso di quello che è! Ma, o re, mio signore, non sono forse tutti servi del mio signore? Perché il mio signore domanda questo? Perché rendere così Israele colpevole?» Ma l’ordine del re prevalse contro Ioab. Ioab dunque partì, percorse tutto Israele, poi tornò a Gerusalemme. Ioab fornì a Davide la cifra del censimento del popolo: c’erano in tutto Israele un milione e centomila uomini abili alle armi; e in Giuda quattrocentosettantamila uomini abili alle armi. Ioab non aveva fatto il censimento di Levi e di Beniamino come degli altri, perché l’ordine del re era per lui abominevole. Questo dispiacque a Dio, che perciò colpì Israele. E Davide disse a Dio: «Io ho gravemente peccato in ciò che ho fatto; ma ora ti prego, perdona l’iniquità del tuo servo, perché io ho agito con grande stoltezza».

Per cominciare la nostra riflessione su questa storia, è importante notare che, a differenza dei capitoli circostanti che esaltano le qualità positive di Davide, questo inizia riferendo un suo grande peccato che fa piombare sull’intera nazione una grande catastrofe. Davide ordina che sia fatto il censimento d’Israele, contando in particolare gli “uomini abili alle armi” (v.5). V.7 poi dice che questo atto “dispiacque a Dio, che perciò colpì Israele”. La domanda che ci viene subito in mente è: perché questo censimento costituì un grande peccato da parte di Davide? La risposta non è del tutto chiara (e in realtà non deve neanche esserlo perché il punto della questa storia non è il perché del peccato di Davide), ma possiamo proporre due possibilità. Prima, può essere che Davide, a causa delle sue tante vittorie militari, s’insuperbisca e, anziché continuare a fidarsi della forza del Signore in guerra, guarda invece alle forze delle sue truppe e nelle proprie capacità come condottiero. La seconda possibilità (che non esclude la prima) è che non ha ubbidito al comandamento di Dio in Esodo 30:12:

Quando farai il conto dei figli d’Israele, facendo il censimento, ognuno di essi darà al Signore il riscatto [in forma di denaro] della propria vita, quando saranno contati; perché non siano colpiti da qualche piaga, quando ne farai il censimento.

In ogni caso, la cosa principale da sapere è che nell’ordinare il censimento, Davide, come egli stesso confessa nel v.7: “Io ho gravemente peccato in ciò che ho fatto … perché io ho agito con grande stoltezza.”

B) Il castigo del popolo (21:9-13)

Il Signore parlò così a Gad, il veggente di Davide: 10 «Va’ a dire a Davide: “Così dice il Signore: Io ti propongo tre cose; scegline una, e quella ti farò”». 11 Gad andò dunque da Davide e gli disse: «Così dice il Signore: “Scegli quello che vuoi: 12 o tre anni di carestia, o tre mesi durante i quali i tuoi avversari facciano scempio di te e ti raggiunga la spada dei tuoi nemici, oppure tre giorni di spada del Signore, ossia di peste nel paese, durante i quali l’angelo del Signore porterà la distruzione in tutto il territorio d’Israele”. Ora, vedi che cosa io debba rispondere a colui che mi ha mandato». 13 Davide disse a Gad: «Io sono in grande angoscia! Ebbene, che io cada nelle mani del Signore, perché le sue compassioni sono immense; ma che io non cada nelle mani degli uomini!»

14 Così il Signore mandò la peste in Israele; e morirono settantamila Israeliti. 15 Dio mandò un angelo a Gerusalemme per distruggerla; e come questi si disponeva a distruggerla, il Signore gettò su di lei lo sguardo, si pentì della calamità che aveva inflitta e disse all’angelo distruttore: «Basta, ritira ora la tua mano!» L’angelo del Signore si trovava presso l’aia di Ornan, il Gebuseo. 16 Davide, alzando gli occhi, vide l’angelo del Signore che stava fra terra e cielo, tenendo in mano una spada sguainata, vòlta verso Gerusalemme. Allora Davide e gli anziani, coperti di sacchi, si gettarono con la faccia a terra. 17 E Davide disse a Dio: «Non sono io quello che ordinò il censimento del popolo? Sono io che ho peccato e che ho agito con tanta malvagità; ma queste pecore che hanno fatto? Ti prego, Signore, mio Dio, si volga la tua mano contro di me e contro la casa di mio padre, ma non contro il tuo popolo per colpirlo con il flagello!»

Non è tanto importante sapere perché il censimento era un peccato, perché il testo pone l’enfasi invece sulla conseguenza: “Così il Signore mandò la peste in Israele; e morirono settantamila Israeliti” (v.14). Questo accade dopo che Davide, dovendo scegliere tra tre possibili castighi, preferisce cadere “nelle mani del Signore, perché le sue compassioni sono immense” anziché “nelle mani degli uomini” (v.13). Ora, sicuramente un’altra domanda ci viene in mente a questo punto: perché Dio colpisce di peste tutto il popolo d’Israele per il peccato di solo Davide? Questa domanda è infatti quella che il testo vuole suscitare, perché è la stessa che turba Davide così profondamente nel v.17: “Non sono io quello che ordinò il censimento del popolo? Sono io che ho peccato e che ho agito con tanta malvagità; ma queste pecore che hanno fatto?”

La risposta a questa domanda ci porta al punto principale di questa storia: l’indivisibile relazione tra il re e il suo regno, ovvero il re che rappresenta, che incarna nella sua propria persona, l’intero popolo che egli governa. Davanti a Dio, ciò che fa il re, è come se lo facesse tutto il popolo, come se lo facesse ogni individuo appartenente al popolo. Come avviene al re, così avviene al popolo. Ecco perché tutto il popolo viene colpito dalla peste a causa del peccato di Davide. In quello che ha fatto, Davide non ha peccato solo come individuo ma come Israele. Quando lui ha peccato nell’ordinare il censimento, è come se tutto il popolo, e ogni individuo parte di esso, avesse fatto la stessa cosa. Questo è perché, nella Bibbia, il re rappresenta il suo popolo al punto tale che come agisce il re, così il popolo è considerato di agire, anche se in realtà il popolo non agisce così.

Possiamo ovviamente chiedere: ma è giusto questo? È giusto punire uno per la colpa di un altro? Per non dilungarci troppo in questo momento (perché vedremo la vera risposta solo alla fine), possiamo considerare la spiegazione dell’autore C.S. Lewis:

[Gli esseri umani] sembrano separati perché li vediamo andare in giro separatamente; ma bisogna tener conto che noi siamo fatti in modo che riusciamo a vedere soltanto il momento presente. Se potessimo vedere il passato, le cose ci apparirebbero diverse. Perché c’è stato un tempo in cui ogni uomo era parte di sua madre, e (prima ancora) di suo padre; e un tempo in cui questi erano parte dei suoi nonni. Se potessimo vedere l’umanità dispiegata nel tempo, come la vede Dio, essa non ci apparirebbe come una moltitudine di esseri separati e dispersi, ma come un unico essere in crescita: un po’ come un albero molto complicato. Ogni individuo apparirebbe connesso con ogni altro. (Il Cristianesimo così com’è, p.221.222)

In altre parole, è semplicemente non vero, come principio generale, che siamo tutti essere distinti in modo che l’agire di uno non porti conseguenze all’altro. Questo punto di vista è molto comune oggi, ma è sbagliato, ed è la prospettiva biblica quella giusta! Siamo tutti intrecciati insieme, creati da Dio e discesi da Adamo. In più, sappiamo questo principio anche per esperienza. Se il governo di una nazione decide di muovere guerra contro un altro paese, ci possono essere molti cittadini non d’accordo con questa decisione, ma in quanto sono cittadini di quello stato, sono compresi, volendo o non volendo, in quella decisione, e quella decisione avrà grandissime conseguenze per loro. È lo stesso che vediamo qui. Davide, in quanto re, rappresenta l’intero popolo d’Israele, e quando lui pecca, tutti ne subiscono le conseguenze.  Per questo motivo, Davide, senza dubbio sopraffatto da un senso di colpa, supplica il Signore: “si volga la tua mano contro di me e contro la casa di mio padre, ma non contro il tuo popolo per colpirlo con il flagello!” (v.17). Torneremo a questo tra breve.

3) Il sacrificio del re e la salvezza del popolo (1 Cronache 21:18-22:1)

A) Il sacrificio del re (21:18-26)

18 Allora l’angelo del Signore ordinò a Gad di dire a Davide che salisse a erigere un altare al Signore nell’aia di Ornan, il Gebuseo. 19 Davide salì, secondo la parola che Gad aveva pronunciata nel nome del Signore. 20 Ornan, voltandosi, vide l’angelo; e i suoi quattro figli che erano con lui si nascosero. Ornan stava battendo il grano. 21 Quando Davide giunse presso Ornan, Ornan guardò e vide Davide; e, uscito dall’aia, si prostrò davanti a Davide con la faccia a terra. 22 Allora Davide disse a Ornan: «Dammi il terreno di quest’aia, perché io vi costruisca un altare al Signore; dammelo per tutto il prezzo che vale, affinché il flagello cessi d’infierire sul popolo». 23 Ornan disse a Davide: «Prendilo, e il re, mio signore, faccia quello che pare bene ai suoi occhi; guarda, io ti do i buoi per gli olocausti, gli attrezzi per trebbiare come legna e il grano per l’offerta; tutto ti do». 24 Ma il re Davide disse a Ornan: «No, io comprerò da te queste cose per il loro intero prezzo; poiché io non offrirò al Signore ciò che è tuo, né offrirò un olocausto che non mi costi nulla». 25 E Davide diede a Ornan come prezzo del luogo il peso di seicento sicli d’oro; 26 poi costruì in quel luogo un altare al Signore, offrì olocausti e sacrifici di riconoscenza e invocò il Signore, il quale gli rispose mediante il fuoco, che discese dal cielo sull’altare dell’olocausto.

Come risposta alla preghiera di Davide, il Signore gli ordina, per bocca del profeta Gad, di “erigere un altare … nell’aia di Ornan, il Gebuseo” (v.18) e poi di fare un sacrificio d’espiazione per il suo peccato. Davide ubbidisce subito, e nel momento in cui lo fa, il Signore risponde “mediante il fuoco, che discese dal cielo sull’altare dell’olocausto” (v.26), indicando di aver accettato l’offerta di Davide. È di particolare importanza notare ciò che Davide dice quando va da Ornan per prendere il terreno della sua aia dove costruirà l’altare. Quando Ornan offre tutto a Davide gratis — non solo il terreno ma anche “i buoi per gli olocausti, gli attrezzi per trebbiare come legna e il grano per l’offerta” (v.23) — Davide non risponde con un “grazie, molto gentile”. Per quanto generosa l’offerta di Ornan, Davide la rifiuta dicendo: “No, io comprerò da te queste cose per il loro intero prezzo; poiché io non offrirò al Signore ciò che è tuo, né offrirò un olocausto che non mi costi nulla” (v.24). Perché fa così? Perché Davide non è disposto a fare un sacrificio al Signore che non gli costi nulla?

È perché il sacrificio deve essere tale: un sacrificio. Se Davide avesse offerto al Signore qualcosa che gli era stato regalato, non sarebbe stato più un sacrificio da parte sua (lo sarebbe stato invece da parte di Ornan). Ma è Davide che ha peccato. È Davide che ha fatto subire la peste al popolo. Quindi è Davide che deve pagare. Lo ammette egli stesso nel v.17 quando chiede al Signore di volgere la sua mano “contro di me … ma non contro il tuo popolo”. Così Davide, offre un sacrificio che gli è un sacrificio — un sacrificio che gli costa qualcosa — e per questo il Signore lo accetta, mandando fuoco dal cielo per consumarlo sull’altare.

B) La salvezza del popolo (21:27-22:1)

27 Poi il Signore comandò all’angelo di rimettere la spada nel fodero. 28 In quel tempo Davide, vedendo che il Signore lo aveva esaudito nell’aia di Ornan il Gebuseo, offriva in tal luogo dei sacrifici. 29 Il tabernacolo del Signore, che Mosè aveva costruito nel deserto, e l’altare degli olocausti si trovavano allora sull’alto luogo di Gabaon. 30 Davide non poteva andare davanti a quell’altare a cercare Dio per lo spavento che gli aveva causato la spada dell’angelo del Signore. 22:1  Davide disse: «Qui sarà la casa di Dio, del Signore, e qui sarà l’altare degli olocausti per Israele».

Poi nel v.27, dopo aver accettato l’olocausto sull’altare, il Signore comanda “all’angelo di rimettere la spada nel fodero”, la spada di giudizio che Davide ha visto nel v.16 durante la peste, la “spada sguainata volta verso Gerusalemme”.  Rifoderata la spada, la peste sparisce dal popolo e Israele è salvato. Qual è il significato di questo? Il messaggio è chiaro: come il peccato di Davide ha portato castigo sul popolo, così vediamo che il sacrificio di Davide porta salvezza al popolo. Come nel peccato di Davide tutto il popolo è reso colpevole, così nel sacrificio di Davide tutto il popolo è perdonato. Questo accade totalmente a parte qualsiasi volere o agire da parte del popolo stesso. È in virtù del suo essere re, del suo essere l’eletto di Dio, del suo essere l’unto del Signore che Davide rappresenta nella sua propria persona il popolo intero.

Vediamo dunque quanto è necessario, nella Bibbia, che ci sia un re giusto e fedele che rappresenti il popolo davanti a Dio. In Giudici, è la mancanza del re che permette a ogni sorta di male e ingiustizia di prosperare e diffondersi. Ma come qui in Cronache (come anche nei libri paralleli, Samuele e Re), non è la semplice presenza del re che garantisce la santità del popolo e la benedizione di Dio. Finché il re agisce rettamente, così il popolo sperimenta la benedizione del Signore. Ma quando il re agisce malvagiamente (come ha fatto Davide qui, e come faranno la maggior parte dei re d’Israele), il popolo subisce la maledizione. Quindi, questa storia insegna non solo il ruolo indispensabile del re, ma anche il bisogno che egli sia un re giusto e fedele, che non pecchi mai ma che per la sua perfetta ubbidienza procura e mantiene la benedizione di Dio sul suo popolo.

Ma quale re umano è capace di esserlo? Quale re prima o poi non commetterà qualche peccato o ingiustizia e così far cadere sul popolo la maledizione? Neanche il grande Davide, così tanto esaltato nella Bibbia, era all’altezza, come ampiamente dimostrato in questo brano. Quale dunque è la speranza del popolo? Se dipende dagli esseri umani, se bisogna aspettare che qualche re, qualche governo, qualche politico, o qualsiasi altra persona ci salvi e ci assicuri un futuro migliore, siamo veramente nei guai.

C) Il vero Davide e la salvezza del mondo

Il messaggio principale di questa storia, dunque, è che nessuno, neanche il grande Davide, è la soluzione al problema del popolo di Dio. Questo è indicato inoltre dal fatto che Cronache fu scritto nell’epoca dopo l’esilio babilonese, quando il lignaggio di Davide aveva perso il trono, quando il tempio progettato da Davide era stato distrutto, e quando la maledizione per i peccati dei re e di tutto Israele era già caduta su di loro in pieno. Quale poteva essere quindi l’intenzione dell’autore di Cronache nel raccontare questa storia? Nostalgia? No, era per ricordare al popolo di quella generazione che nonostante tutto, la promessa di Dio a Davide (riportata in 1 Cronache 17:11-14) rimaneva valida:

11 Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu te ne andrai a raggiungere i tuoi padri, io innalzerò al trono dopo di te la tua discendenza, uno dei tuoi figli, e stabilirò saldamente il suo regno. 12 Egli mi costruirà una casa, e io renderò stabile il suo trono per sempre. 13 Io sarò per lui un padre ed egli mi sarà figlio; e non gli ritirerò la mia grazia, come l’ho ritirata da colui che ti ha preceduto. 14 Io lo renderò saldo per sempre nella mia casa e nel mio regno, e il suo trono sarà reso stabile per sempre.

Come poteva, nel periodo in cui scriveva il cronista, essere ancora valida questa promessa quando il trono di Davide e il tempio non c’erano più? Certamente, il cronista non poteva far rivolgere lo sguardo dei suoi lettori a qualcosa di visibile, a qualcosa di attuale, a qualcosa di tangibile, se non solo alla promessa di Dio e alla figura del vero re, del vero eletto, del vero unto (cioè Messia!) di cui Davide era una prefigurazione. Anche se non lo conosceva per nome, il cronista parlava di Gesù. È Gesù, il discendente di Davide, a essere il vero Figlio di Dio il cui trono sarà stabile per sempre e il cui regno durerà in eterno. È Gesù il vero condottiero che vince tutti i nemici di Dio — compresi il male, il maligno e la morte — per dare pace e sicurezza al suo popolo. È Gesù il vero architetto e costruttore del tempio di Dio perché lo costruisce non solo a Gerusalemme, sull’aia di Ornan, ma lo sta costruendo in tutta la terra. Ed è Gesù il vero re che rappresenta il suo popolo quando agisce per procurare, con la sua perfetta ubbidienza, la sua eterna benedizione.

Come Davide, Gesù incarna nella sua propria persona il popolo che rappresenta. Ma non come Davide, Gesù rappresenta non solo il popolo d’Israele, ma tutti i popoli della terra! Come Davide, Gesù offre il sacrificio necessario per espiare i peccati del popolo. Ma non come Davide, Gesù non deve fare espiazione per il proprio peccato. Come Davide, Gesù ha rifiutato di offrire un sacrificio che non gli costasse nulla. Ma non come Davide, Gesù ha dovuto pagare il prezzo più alto: non in quantità di denaro ma con il proprio sangue, sacrificando la sua vita sulla croce per ognuno di noi.

Così sappiamo con certezza che grazie all’intercessione di Gesù, la spada del giudizio divino non incombe più su di noi. Davide ha pregato che quella spada colpisse solo lui al posto del popolo, ma ciò non era possibile perché era solo un uomo peccatore. Gesù invece, essendo Figlio di Dio, ha fatto cadere quella spada su se stesso, sostituendosi a noi sotto tutta l’onnipotente forza del suo colpo, affinché quella spada rimanesse da allora e per sempre nel suo fodero. E Gesù ha potuto fare tutto questo proprio per il principio che abbiamo imparato in questa storia: come avviene al re, così avviene al suo popolo. Assumendo la nostra natura nel suo divenire uomo, quello che Gesù ha fatto, ha fatto per tutti coloro che hanno in comune la stessa carne:

14 Poiché dunque i figli hanno in comune sangue e carne, egli pure vi ha similmente partecipato, per distruggere, con la sua morte, colui che aveva il potere sulla morte, cioè il diavolo, 15 e liberare tutti quelli che dal timore della morte erano tenuti schiavi per tutta la loro vita. (Ebrei 2:14-15).

4) Conclusione

Concludiamo ascoltando di nuovo C.S. Lewis che riassume tutto questo con la sua solita eloquenza. Riallacciandosi al suo discorso già citato prima, Lewis prosegue:

…il farsi uomo d Cristo è … come se qualcosa che agisce da sempre su tutta la massa umana cominciasse, in un singolo punto, a farlo in modo nuovo. Da quel punto l’effetto si propaga a tutta l’umanità. Cambia le cose per chi è vissuto prima di Cristo come per chi è venuto dopo di Lui. Le cambia per chi di Lui non ha mai sentito parlare. È come far cadere in un bicchiere d’acqua una goccia di qualcosa che muta sapore o colore a tutto il liquido….

Qual è dunque il cambiamento che Egli ha effettuato in tutta la massa umana? Soltanto questo: che l’impresa di diventare figli di Dio, di trasformarci da essere creati in esseri generati, di passare dalla temporanea vita biologica alla perenne vita “spirituale”, è stata realizzata per noi. L’umanità, sostanzialmente, è già “salvata”. Noi individui dobbiamo appropriarci di questa salvezza. Ma la parte più ardua del compito — quella che non avremmo potuto assolvere da soli — è stata assolta per noi. Non siamo costretti a tentare di ascendere alla vita spirituale con le nostre sole forze: essa è già discesa nel genere umano. Se ci apriamo all’unico Uomo in cui essa fu pienamente presente, e che, pur essendo Dio, è anche realmente uomo, Egli la realizzerà in noi e per noi. (Il cristianesimo così com’è, p.222-223)

Lodi al Signore per averci dato un re come Gesù Cristo!

Giudici 3: La Satira della Salvezza

1) La storia secondo la Bibbia (Giudici 3:1-11)

3:1 Questi sono i popoli che il Signore lasciò stare per mettere alla prova, per mezzo di essi, Israele, cioè tutti quelli che non avevano visto le guerre di Canaan. Egli voleva soltanto che le nuove generazioni dei figli d’Israele conoscessero e imparassero la guerra: quelli, per lo meno, che non l’avevano mai vista prima. Questi popoli erano: i cinque prìncipi dei Filistei, tutti i Cananei, i Sidoni e gli Ivvei, che abitavano la montagna del Libano, dal monte Baal-Ermon fino all’ingresso di Camat. Queste nazioni servirono a mettere Israele alla prova, per vedere se Israele avrebbe ubbidito ai comandamenti che il Signore aveva dato ai loro padri per mezzo di Mosè. Così i figli d’Israele abitarono in mezzo ai Cananei, agli Ittiti, agli Amorei, ai Ferezei, agli Ivvei e ai Gebusei; sposarono le loro figlie, diedero le proprie figlie come spose ai loro figli e servirono i loro dèi.

I figli d’Israele fecero ciò che è male agli occhi del Signore; dimenticarono il Signore, il loro Dio, e servirono gli idoli di Baal e di Astarte. Perciò l’ira del Signore si accese contro Israele ed egli li diede nelle mani di Cusan-Risataim, re di Mesopotamia; e i figli d’Israele furono servi di Cusan-Risataim per otto anni.

Poi i figli d’Israele gridarono al Signore, e il Signore fece sorgere per loro un liberatore: Otniel, figlio di Chenaz, fratello minore di Caleb; ed egli li liberò. 10 Lo Spirito del Signore venne su di lui ed egli fu giudice d’Israele; uscì a combattere e il Signore gli diede nelle mani Cusan-Risataim, re di Mesopotamia; e la sua mano fu potente contro Cusan-Risataim. 11 Il paese ebbe pace per quarant’anni; poi Otniel, figlio di Chenaz, morì.

La storia narrata nella Bibbia è storia interpretata. Non è storia riportata secondo criteri moderni che privilegiano un mero resoconto degli avvenimenti del passato. La storia della Bibbia è la storia riferita dalla prospettiva di Dio. Il suo scopo non è di farci sapere ciò che è accaduto in passato come fatti puramente storici (lasciandoci di conseguenza come spettatori disinteressati), ma di farci adottare un determinato punto di vista su questi fatti (quello ovviamente di Dio) e di coinvolgerci come partecipi attivi in essi.

Sapere questo è importante per due motivi principali. In primo luogo, il nostro obbiettivo nel leggere la Bibbia (in particolare i libri storici) non deve essere solo capire che cosa è successo (come il diluvio o l’esodo) ma anche come la Bibbia lo narra, prestando particolare attenzione alle enfasi, ai dettagli, alle ripetizioni, o anche alle esclusioni presenti. Nella narrativa biblica, nulla viene menzionato a caso, niente è superfluo. Tutti i dettagli — anche quelli apparentemente insignificanti — sono in realtà critici per la comprensione del testo. È solo quando attendiamo a questi particolari (e non solo ai lineamenti generali della storia) che riusciamo a comprendere la specifica prospettiva che il testo vuole farci avere. Vedremo fra un po’ un chiaro esempio di questo nella storia di Eud in Giudici 3. Vedremo che il libro di Giudici non vuole solo farci sapere che Eud assassinò un re pagano e così ne liberò il popolo d’Israele, ma che vuole anche darci la giusta interpretazione di questa vicenda.

In secondo luogo, più leggiamo la Bibbia in questo modo, più impareremo a interpretare rettamente non solo le storie bibliche, ma la storia in generale. L’ottica nella quale la Bibbia ci fa capire gli specifici avvenimenti che essa riferisce diventerà l’ottica nella quale cominceremo a capire qualsiasi avvenimento, passato, presente o futuro, sia personale sia mondiale. Leggere la Bibbia è la scuola in cui impariamo a leggere il mondo, a vederlo come Dio lo vede. Quando siamo ammaestrati dalle Scritture nel modo giusto per interpretare la storia che esse riportano, siamo resi capaci di interpretare nel modo giusto la storia del mondo in generale. Per adattare una frase di CS Lewis, la Bibbia è come il sole: la sua luce ci permette di vedere non solo esso ma anche tutto il resto della realtà che ci circonda. Una persona ben ammaestrata dalla parola di Dio nell’interpretare la storia sarà quella descritta da Gesù in Luca 21:26-28: mentre “gli uomini verranno meno per la paurosa attesa di quello che starà per accadere al mondo”, lei “si rialzerà” e “leverà il capo” perché sa che “la sua liberazione si avvicina”.

Questi punti sono di grande importanza per quanto riguarda il libro di Giudici, un libro di non facile lettura perché le sue storie sono spesso pesanti e sanguinose, e i suoi personaggi, anche i suoi cosiddetti “eroi”, sono di carattere discutibile. Basta pensare alla figura di Sansone, per esempio. Questo libro ci può facilmente lasciare perplessi: in un libro “sacro” come la Bibbia, che cosa facciamo di queste storie piene di violenza, crudeltà, sesso e abominazioni di ogni sorta? La chiave interpretativa ci viene fornita nel v.7 di Giudici 3: I figli d’Israele fecero ciò che è male agli occhi del Signore; dimenticarono il Signore, il loro Dio, e servirono gli idoli…”. Il libro di Giudici ci fa vedere le terribili conseguenze — senza smussarle o edulcorarle — dell’idolatria che nasce dal dimenticare il Signore. Ce le fa vedere attraverso un serie di episodi in cui, nonostante la grazia mostratagli da Dio, il suo popolo torna sempre “a fare ciò che è male agli occhi del Signore” (v.12).

Ma più che il peccato abbondante da parte del popolo, il libro di Giudici ci fa vedere la grazia di Dio che sovrabbonda laddove abbonda il peccato. Nel momento in cui il popolo si lascia correggere da Dio (che per castigarlo permette a un oppressore pagano di affliggerlo per un certo periodo), Dio manda un giudice, un liberatore, che salva Israele e lo riporta a servire di nuovo il Signore. Nelle figure di questi giudici vediamo una prefigurazione del più grande giudice e liberatore, Gesù Cristo. Ma a questo tema torneremo alla fine del messaggio. Adesso consideriamo la storia di Eud in Giudici 3:12-29 e, alla luce del nostro discorso introduttivo, chiediamo: che cosa succede in questa storia e qual è l’interpretazione che il testo dà a essa?

2) La satira della salvezza (Giudici 3:12-29)

A) Il contesto (3:12-14)

12 I figli d’Israele continuarono a fare ciò che è male agli occhi del Signore; così il Signore rese forte Eglon, re di Moab, contro Israele, perché essi avevano fatto ciò che è male agli occhi del Signore. 13 Eglon radunò intorno a sé i figli di Ammon e di Amalec; poi marciò contro Israele, lo sconfisse e s’impadronì della città delle palme. 14 I figli d’Israele furono servi di Eglon, re di Moab, per diciotto anni.

La storia di Eud inizia come le altre in Giudici: “i figli d’Israele continuarono a fare ciò che a male agli occhi del Signore”, e di conseguenza Dio li dà in potere di un tiranno straniero — Eglon, re di Moab — che li opprime. Due dettagli qui ci aiutano a capire il significato di questo castigo: 1) “Eglon … sconfisse e s’impadronì della citta delle palme” e 2) “i figli d’Israele furono servi di Eglon, re di Moab”. “Città delle palme” è un soprannome per la città di Gerico, la prima conquista d’Israele nella terra promessa, e la servitù d’Israele richiama la sua schiavitù in Egitto. In altre parole, questo castigo costituisce una regressione di Israele alle sue condizioni prima dell’esodo. Come Genesi interpreta il peccato come la de-creazione, un ritorno alle tenebre del caos e al vuoto della non-esistenza, così Giudici interpreta la ribellione d’Israele come la negazione dell’esodo, un ritorno all’angoscia della schiavitù in un paese straniero. Come indicato nel v.14, questo periodo di soggiogamento dura diciotto anni, fin a quando…

B) Caratteristiche della satira (3:15-17)

15 I figli d’Israele gridarono al Signore ed egli fece sorgere per loro un liberatore: Eud, figlio di Ghera, beniaminita, che era mancino. I figli d’Israele mandarono per mezzo di lui un regalo a Eglon, re di Moab. 16 Eud si fece una spada a due tagli, lunga un cubito, e la cinse sotto la sua veste, al fianco destro. 17 Quindi offrì il regalo a Eglon, re di Moab, che era un uomo molto grasso.

…”i figli d’Israele gridarono al Signore”. Di nuovo come nel libro d’Esodo, il Signore è pronto ad ascoltare le suppliche del suo popolo e a intervenire per liberarlo. Quando il popolo si lascia correggere dal castigo del Signore e si ravvede, abbandonando gli idoli e tornando da lui, egli fa “sorgere per loro un liberatore”. In questo caso, il liberatore è il giudice Eud, “beniaminita, che era mancino”. Ricordandoci dell’importanza anche dei minimi dettagli, facciamo bene a chiederci: ma perché il testo dice questo? Che importanza ha sapere che Eud era mancino? E perché, quando nel v.17 si parla di nuovo di Eglon, ci viene detto che “era un uomo molto grasso”?

Ci aiuterà sapere che il nome “Beniamino” (da cui deriva il termine “beniaminita”, cioè della tribù di Beniamino) vuol dire “figlio della mia destra”. Questo nome è forte, perché per gli ebrei, la destra era un simbolo di potere. È interessante dunque, se non un po’ comico, che Eud, uno dei “figli della mia destra”, è in realtà mancino. Un liberatore mancino? Non proprio quello che ci si aspettava. Per quanto riguarda Eglon, invece, che importanza ha sapere che era un uomo molto grasso? Ci aiuterà sapere che il suo nome assomiglia molto alla parola ebraica che significa “vitello”. Ora il fatto di essere molto grasso acquisisce un nuovo significato, anche questo comico: il grande e forte re che opprime Israele da diciotto anni non è in realtà altro che un vitello ingrassato, e quindi pronto al macello pur essendone completamente inconsapevole.

Questi due dettagli che servono per caratterizzare i due personaggi principali in questa storia ci fanno capire che si tratta di una satira. Che la narrativa di Eud e Eglon sia un resoconto storico è evidente, ma la sua caratterizzazione del tiranno Eglon come un vitello ingrassato e del liberatore Eud come un uomo dalla mano “sbagliata” ci fornisce la chiave interpretativa: la prospettiva di questa storia è satirica, e sarà proprio per mezzo della sua ironia, del suo sarcasmo, del suo umorismo mordace che trasmetterà il suo messaggio.

In quest’ottica, proseguiamo nella lettura…

C) Il re “vitello” al macello (3:18-26)

18 Quando ebbe finito la presentazione del regalo, rimandò la gente che l’aveva portato. 19 Ma egli, giunto agli idoli che sono presso a Ghilgal, tornò indietro e disse: «O re, io ho qualcosa da dirti in segreto». Il re disse: «Silenzio!» Tutti quelli che gli stavano intorno, uscirono. 20 Allora Eud si avvicinò al re, che stava seduto nella sala di sopra, riservata a lui solo, per prendervi il fresco, e gli disse: «Ho una parola da dirti da parte di Dio». Eglon si alzò dal suo seggio; 21 ed Eud, stesa la mano sinistra, prese la spada dal suo fianco destro e gliela piantò nel ventre. 22 Anche l’elsa entrò dopo la lama; e il grasso si rinchiuse attorno alla lama, poiché egli non gli ritirò dal ventre la spada, che gli usciva da dietro. 23 Poi Eud uscì nel portico, chiuse le porte della sala di sopra e mise il chiavistello. 24 Quando fu uscito, vennero i servi, i quali guardarono, ed ecco che le porte della sala di sopra erano chiuse con il chiavistello; e dissero: «Certo egli fa i suoi bisogni nello stanzino della sala fresca». 25 Tanto aspettarono, che ne furono preoccupati; e poiché il re non apriva le porte della sala, quelli presero la chiave, aprirono, ed ecco che il loro signore era steso per terra, morto. 26 Mentre essi indugiavano, Eud si diede alla fuga, passò oltre gli idoli e si mise in salvo a Seira.

Leggendo il resto della storia, scopriamo che essa s’impernia proprio sul fatto che Eud sia mancino e che Eglon sia grasso. Dopo essersi presentato davanti a Eglon per fargli un regalo (come suddito che deve rendere omaggio al proprio sovrano), Eud indica al re che ha un segreto da dirgli (presumibilmente in qualità di servizio segreto), ma poi precisa che si tratta in realtà di “una parola … da parte di Dio”. All’insaputa di Eglon, questa parola è in verità una spada che gli toglierà la vita, ma non lo sa e non lo può anticipare proprio perché Eud è mancino. È la mano destra che di solito si usa per colpire, e quindi il movimento della sinistra di Eud non avverte il re del pericolo. Quello che inizialmente sembra un difetto di Eud (un figlio “della destra” che è invece mancino) si rivela alla fine la sua forza. Per Eglon, essere grasso fa sì che la spada venga totalmente “ingoiata” dal suo ventre, prevenendo qualsiasi schizzo di sangue e permettendo a Eud di uscire pulito dalla sua sala e scappare via senza avvertire i suoi servi.

Poi si aggiunge un altro dettaglio che purtroppo è stato offuscato nella traduzione. Nel v.22 quando implica che la spada “gli usciva da dietro”, in realtà il testo ebraico dice che non la spada ma le feci uscirono dal re. Questo dettaglio, che all’inizio sembra disgustoso, risulta anche esso cruciale per lo scopo della storia: il motivo per cui i servi rimangono fuori dalla sala del re a lungo e così danno a Eud il tempo necessario per scappare è perché, come dicono nel v.24: “Certo egli fa i suoi bisogni nello stanzino della sala fresca”. Qui l’umorismo ridicolizzante della narrativa giunge al culmine: è vero che il re faceva i suoi bisogni, ma in un senso totalmente diverso da quello che pensavano i servi! Ecco il grande e potente re nemico d’Israele, morto come un vitello ingrassato e nelle sue feci, ed ecco i suoi servi troppo stupidi da sapere ciò che è successo proprio nella sala davanti a loro!

D) L’umiliazione (3:27-30)

27 Quando fu arrivato, suonò la tromba nella regione montuosa di Efraim, e i figli d’Israele scesero con lui dalla regione montuosa, ed egli si mise alla loro testa. 28 Disse loro: «Seguitemi, perché il Signore vi ha dato nelle mani i Moabiti, vostri nemici». Quelli scesero dietro a lui, s’impadronirono dei guadi del Giordano per impedire il passaggio ai Moabiti e non lasciarono passare nessuno. 29 In quel tempo sconfissero circa diecimila Moabiti, tutti robusti e valorosi; non ne scampò neppure uno. 30 Così, in quel giorno, Moab fu umiliato sotto la mano d’Israele e il paese ebbe pace per ottant’anni.

Dopo l’assassinio di Eglon, Eud raduna i figli d’Israele e fa ciò che per diciotto anni gli era impossibile: sconfiggono i Moabiti (circa diecimila guerrieri, tutti “robusti e valorosi”), sterminandoli tutti. E notiamo l’ultima frase della storia nel v.30: “Così, in quel giorno, Moab fu umiliato sotto la mano d’Israele”. Il grande e potente oppressore d’Israele da diciotto anni sconfitto in un solo giorno! Umiliato infatti! E questo è il punto: Moab e il suo re vengono umiliati non solo nell’avvenimento qui narrato, ma proprio nella narrativa stessa. Il modo in cui la narrativa è stata scritta — come satira — fa lo stesso effetto dell’evento narrato. Mettendo in ridicolo Eglon e il suo esercito, umilia di nuovo questo apparentemente imbattibile oppressore del popolo di Dio.

La storia di Eud, dunque, serve non solo per farci sapere ciò che è accaduto in quel momento storico, ma anche per formare la nostra percezione del mondo intero. Dal nostro punto di vista, un uomo come Eglon sarebbe davvero un nemico invincibile, ma dal punto di vista di Dio, egli è solo un vitello ingrassato pronto al macello e troppo stupido per saperlo. Mentre noi tendiamo a mettere fiducia nella forza e nelle capacità umane, Dio si serve di solito della debolezza per insegnarci che tutto dipende da lui, e non da noi.

Possiamo riassumere la lezione della storia di Eud citando Giacomo 4:6: “Dio resiste ai superbi e dà grazia agli umili”. Quando Israele s’insuperbisce, Dio lo castiga per insegnargli l’umiltà. Ma quando il popolo si umilia, Dio lo libera dall’oppressore, usando proprio “le cose deboli del mondo per svergognare le forti”, come infatti Paolo scrive in 1 Corinzi 1:27-29:

Dio ha scelto le cose pazze del mondo per svergognare i sapienti; Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti; Dio ha scelto le cose ignobili del mondo e le cose disprezzate, anzi le cose che non sono, per ridurre al niente le cose che sono, perché nessuno si vanti di fronte a Dio.

Se ci lasciamo istruire dalla storia di Eud, vedremo non solo questa storia ma tutta la storia — tutto il mondo infatti! — in quest’ottica, e questo cambierà radicalmente il modo in cui viviamo.

3) La satira della croce 

Se abbiamo veramente occhi per vedere, però, vedremo che alla fine la storia di Eud ci insegna questo messaggio perché anticipa la storia più grande di tutte, la storia che, come quella di Eud, è in effetti una grande satira. È la satira di cui Paolo parlava in 1 Corinzi, la più grande “presa in giro” di tutti i tempi. Ascoltiamo di nuovo 1 Corinzi 1:

20 Dov’è il sapiente? Dov’è lo scriba? Dov’è il contestatore di questo secolo? Non ha forse Dio reso pazza la sapienza del mondo? 21 Poiché il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria sapienza, è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione. 22 I Giudei infatti chiedono miracoli e i Greci cercano sapienza, 23 ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo e per gli stranieri pazzia; 24 ma per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio.

Che cos’è la croce di Cristo se non un grande scherzo, nel senso che per mezzo di essa Dio una volta per sempre ha umiliato i superbi, reso pazzi i sapienti, e spezzato la forza dei potenti? È proprio Gesù il vero “Eud” che sembrava tutt’altro che un salvatore. Come Eud, Gesù ha compiuto la salvezza del suo popolo in un modo del tutto inaspettato. Come ne parlò il profeta Isaia (53:2-5):

non aveva forma né bellezza da attirare i nostri sguardi, né aspetto tale da piacerci. Disprezzato e abbandonato dagli uomini, uomo di dolore, familiare con la sofferenza, pari a colui davanti al quale ciascuno si nasconde la faccia, era spregiato, e noi non ne facemmo stima alcuna. Tuttavia erano le nostre malattie che egli portava, erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato; ma noi lo ritenevamo colpito, percosso da Dio e umiliato! Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni, stroncato a causa delle nostre iniquità; il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui e mediante le sue lividure noi siamo stati guariti.

Prendendo spunto da questa profezia, possiamo anche vedere, se solo un po’ stranamente, una prefigurazione di Cristo nella figura di Eglon. Dice ancora Isaia nel v.7:

Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la bocca. Come l’agnello condotto al mattatoio, come la pecora muta davanti a chi la tosa, egli non aprì la bocca.

Eglon anticipa Gesù in questo senso: come Eglon, anche Gesù era il grande e potente re (in realtà il più grande e il più potente re di tutti) che, nonostante la sua gloria e potenza, è stato umiliato e ucciso come un animale al macello. Come Giudici 3 ridicolizza Eglon nel modo in cui è stato ucciso, così anche i vangeli narrano come Gesù, sulla croce, è stato disprezzato e ridicolizzato proprio per essersi chiamato “il re dei giudei”, per essere stato un salvatore che sembrava non capace di salvare se stesso. E ancora come Eglon, l’assassinio di Gesù ha effettuato la salvezza del suo popolo. Ma le similitudini finiscono qui, perché mentre Eglon è stato una vittima ignara, Gesù invece ha offerto se stesso volontariamente come sacrificio di amore.

Questa storia — la storia del vangelo — è la vera ottica divina tramite cui dobbiamo comprendere la storia della nostra vita e la storia del mondo. Non solo dunque la storia di Eud, ma è la più grande storia del vangelo (che la storia di Eud anticipa!) che ci ammaestra come pensare, come parlare, e come vivere bene in questo mondo. Ci saranno sempre tante cose che non capiremo; ci saranno periodi — come i diciotto anni dell’oppressione di Moab — che vivremo senza sapere il perché. Ma quando teniamo lo sguardo fisso su Gesù, “colui che crea la fede e la rende perfetta”, avremo tutto quello che ci serve per affrontare ogni circostanza:

Per la gioia che gli era posta dinanzi egli sopportò la croce, disprezzando l’infamia, e si è seduto alla destra del trono di Dio. Considerate perciò colui che ha sopportato una simile ostilità contro la sua persona da parte dei peccatori, affinché non vi stanchiate perdendovi d’animo. (Ebrei 12:2-3)

Amen!

Levitico 26: Per essere il vostro Dio

1) Introduzione (Levitico 26:1-2)

26:1 «“Non vi farete e non metterete in piedi né idoli, né sculture, né monumenti. Nel vostro paese non rizzerete pietre scolpite per prostrarvi davanti a loro, poiché io sono il Signore vostro Dio. Osserverete i miei sabati e porterete rispetto al mio santuario. Io sono il Signore.

Come non tante persone, io amo l’Antico Testamento. Lo amo per tanti motivi, ma soprattutto per come vedo in esso rivelarsi il Dio di Gesù Cristo che conosciamo nel Nuovo Testamento. Certo, l’Antico Testamento non parla in questi termini specifici, ma, per chi ha occhi per vedere e orecchie per udire, il Dio manifestato in esso è colui che ci ha amato così tanto che è venuto in Gesù Cristo per morire in croce per salvarci mentre eravamo ancora i suoi nemici e peccatori. Non mi stanco mai di ripetere questo: il Dio dell’Antico Testamento è il Dio di Gesù Cristo, colui che, secondo Ebrei 13:8, “è lo stesso ieri, oggi e in eterno”.

Problematici per molti, però, sono brani come quello che stiamo considerando oggi, Levitico 26. A dire il vero, tutto il libro di Levitico risulta difficile alle sensibilità contemporanee. È un libro di leggi che sembrano non finire mai. Si occupa di tante prescrizioni riguardanti il culto del tabernacolo, il sacerdozio levitico e il sacrificio di animali che, nella migliore delle ipotesi, appaiono al lettore contemporaneo antiquati e irrilevanti alle questioni del mondo attuale.

Lasciando però tutto questo a parte, il capitolo 26 di Levitico (che costituisce il suo culmine) apparentemente presenta Dio come lo stereotipato giudice severo che non tollera la più minima infrazione della sua legge ed è sempre pronto a infliggere le punizioni più estreme e devastanti. “Io vi resisterò con furore e vi castigherò sette volte di più per i vostri peccati. Mangerete la carne dei vostri figli e delle vostre figlie” (vv.28-29). Sul serio? Questo Dio, si pensa, è l’opposto della figura di Gesù Cristo che predicava un messaggio di amore, perdono e compassione. Questa caratterizzazione di Dio è, per molti, un buon motivo per non leggere l’Antico Testamento, o la Bibbia in generale, o persino per rifiutare Dio stesso: “se questo è il Dio della Bibbia, è meglio evitarlo!”

Una tale idea, benché comune, è del tutto sbagliata. Che sia del tutto sbagliata si capisce quando si impiega il tempo necessario per approfondire il linguaggio di Levitico 26 alla luce del suo contesto. Se così facciamo, vedremo che questo capitolo, insieme all’intero libro di Levitico, non sarà più un sasso d’inciampo ma una preziosa testimonianza della grandezza dell’amore di Dio per noi, lo stesso amore che si è rivelato supremamente in Gesù suo Figlio. Vedremo che (per anticipare la conclusione del capitolo nel v.45) Dio ci ama così tanto che non c’è limite a quello che farà “per essere il nostro Dio”.

Cominciamo dunque con il contesto. Qual è il significato del libro di Levitico e di questo capitolo in particolare?

2) La mia dimora in mezzo a voi (Levitico 26:1-13, 46)

26:1 «“Non vi farete e non metterete in piedi né idoli, né sculture, né monumenti. Nel vostro paese non rizzerete pietre scolpite per prostrarvi davanti a loro, poiché io sono il Signore vostro Dio. Osserverete i miei sabati e porterete rispetto al mio santuario. Io sono il Signore.

Se vi comportate secondo le mie leggi, se osservate i miei comandamenti e li mettete in pratica, io vi darò le piogge nella loro stagione, la terra darà i suoi prodotti e gli alberi della campagna daranno i loro frutti. La trebbiatura vi durerà fino alla vendemmia, e la vendemmia vi durerà fino alla semina; mangerete a sazietà il vostro pane e vivrete sicuri nel vostro paese. Io farò sì che la pace regni nel paese; voi vi coricherete e non ci sarà chi vi spaventi; farò sparire dal paese le bestie feroci e la spada non passerà per il vostro paese. Voi inseguirete i vostri nemici ed essi cadranno davanti a voi per la spada. Cinque di voi ne inseguiranno cento, cento di voi ne inseguiranno diecimila, e i vostri nemici cadranno davanti a voi per la spada. Io mi volgerò verso di voi, vi renderò fecondi e vi moltiplicherò e manterrò il mio patto con voi. 10 Voi mangerete il raccolto dell’anno precedente e, quando sarà vecchio, lo tirerete fuori per fare posto a quello nuovo. 11 Io stabilirò la mia dimora in mezzo a voi e non vi detesterò. 12 Camminerò tra di voi, sarò vostro Dio e voi sarete mio popolo. 13 Io sono il Signore vostro Dio; vi ho fatto uscire dal paese d’Egitto per liberarvi dalla schiavitù; ho spezzato il vostro giogo e vi ho fatto camminare a testa alta….

46 Tali sono gli statuti, le prescrizioni e le leggi che il Signore stabilì tra sé e i figli d’Israele, sul monte Sinai, per mezzo di Mosè.

C’è molto che possiamo scoprire sul significato di Levitico solo da questo capitolo. Il libro contiene “gli statuti, le prescrizioni e le leggi che il Signore stabilì tra sé e i figli d’Israele, sul monte Sinai, per mezzo di Mosè” (v.46). Dopo aver liberato Israele dalla schiavitù in Egitto, Dio lo conduce al monte Sinai nel deserto dove lo costituisce “mio popolo” con il patto di cui questi comandamenti fanno parte integrante (vv.12-13). Indicano come Israele dovrà essere un popolo santo, rispecchiando così la santità del suo Dio. La santità del popolo è indispensabile visto che Dio ha stabilito, e stabilirà ancora, il suo “santuario”, cioè la sua “dimora” mezzo a loro (vv.2, 11).

Letto alla luce dell’intera narrativa della Bibbia fino a questo punto, il ruolo d’Israele qui acquisisce un’importanza cruciale. Questi sono i discendenti di Abraamo attraverso i quali Dio ha promesso di portare benedizione a tutte le famiglie della terra. Questa benedizione è il rovesciamento della maledizione introdotta in Genesi 3, le terribili conseguenze del peccato illustrate dall’espulsione di Adamo ed Eva fuori dal giardino d’Eden e nel dominio della morte. Il giardino, secondo Genesi 2, fu il santuario originale, la dimora del Creatore in mezzo alle sue creature dove esse potevano vivere appieno la comunione per cui Dio le aveva create. Ma Dio promise che non avrebbe permesso al peccato di rovinare tutto per sempre. Aveva un piano per togliere il peccato, per distruggere la morte, per riconciliare l’umanità con se stesso, e per ripristinare la loro comunione in eterno.

Questo piano giunge a una tappa importante quando, alla fine di Esodo, Mosè finisce la costruzione del tabernacolo e la gloria del Signore — in forma di una nuvola e del fuoco — lo riempie, indicando che Dio finalmente è tornato ad abitare in mezzo agli esseri umani, rappresentati dai figli d’Israele. Questo tabernacolo è “l’ambasciata” della nuova creazione, e questo momento anticipa ciò che Dio intende compiere in tutto il mondo, facendolo diventare la sua santa dimora.

Israele, però, si è già dimostrato, e si dimostrerà ancora, un popolo tutt’altro che santo. È testardo e disubbidiente, propenso all’idolatria e incline all’incredulità. Come può dunque il “tre volte santo” Dio dimorare in mezzo a un popolo così impuro? Questo è il tema dominante di Levitico e l’interrogativo al cuore di tutti i suoi precetti e insegnamenti. La risposta è quella che leggiamo qui in Levitico 26:3: “Se vi comportate secondo le mie leggi, se osservate i miei comandamenti e li mettete in pratica”, allora il popolo godrà di tutte le benedizioni che risultano dall’essere in piena comunione con Dio. Levitico insegna a Israele come essere un popolo santo in modo da poter ospitare la presenza di Dio tra di loro.

È necessario notare che le benedizioni qui promesse non sono premi di cui Israele deve dimostrarsi degno e meritevole. Nel v.13 Dio gli ricorda esplicitamente: “Io sono il Signore vostro Dio; vi ho fatto uscire dal paese d’Egitto per liberarvi dalla schiavitù”. In altre parole, il Signore è già il loro Dio; non devono comportarsi bene prima che egli lo diventi. Il Signore li ha già liberati dalla schiavitù; non devono compiere opere buone prima che egli agisca a loro favore. Il fatto che il Signore gli dià questa legge per insegnargli la santità è già un dono di grazia e un segno del suo amore, perché implica che essi non siano ancora santi, altrimenti a che scopo servirebbe la legge? Le benedizioni che Dio promette a condizione dell’ubbidienza non sono quindi da intendersi come il premio per un popolo meritevole ma piuttosto come il risultato “normale” di quando si vive in piena comunione con Dio nella sua presenza. Descrivono il benessere che consegue solo, ma sempre, dalla vita santa. La santità non è un mezzo per ottenere altre cose più desiderabili; è se stessa il suo proprio premio maggiore.

3) Resisterò alla vostra resistenza (Levitico 26:18-39)

14 «“Ma se non mi date ascolto e se non mettete in pratica tutti questi comandamenti, 15 se disprezzate le mie leggi e detestate le mie prescrizioni non mettendo in pratica tutti i miei comandamenti e così rompete il mio patto, 16 ecco quel che vi farò a mia volta: manderò contro di voi il terrore, la consunzione e la febbre, che annebbieranno i vostri occhi e consumeranno la vostra vita, e seminerete invano la vostra semenza: la mangeranno i vostri nemici. 17 Volgerò la mia faccia contro di voi e voi sarete sconfitti dai vostri nemici; quelli che vi odiano vi domineranno e vi darete alla fuga senza che nessuno vi insegua.

18 Se nemmeno dopo questo vorrete darmi ascolto, io vi castigherò sette volte di più per i vostri peccati. 19 Spezzerò la superbia della vostra forza, farò in modo che il vostro cielo sia come di ferro e la vostra terra come di bronzo. 20 La vostra forza si consumerà invano, poiché la vostra terra non darà i suoi prodotti e gli alberi della campagna non daranno i loro frutti.

21 E se mi resistete con la vostra condotta e non volete darmi ascolto, io vi colpirò sette volte di più, secondo i vostri peccati. 22 Manderò contro di voi le bestie feroci, che vi rapiranno i figli, stermineranno il vostro bestiame, vi ridurranno a un piccolo numero, e le vostre strade diventeranno deserte.

23 E se, nonostante questi castighi, non volete correggervi per tornare a me, ma con la vostra condotta mi resisterete, anche io vi resisterò 24 e vi colpirò sette volte di più per i vostri peccati. 25 Manderò contro di voi la spada, che farà vendetta per la trasgressione del mio patto; voi vi raccoglierete nelle vostre città, ma io manderò in mezzo a voi la peste e sarete dati in mano al nemico. 26 Quando vi toglierò il sostegno del pane, dieci donne cuoceranno il vostro pane in uno stesso forno, vi distribuiranno il vostro pane a peso e mangerete, ma non vi sazierete.

27 E se, nonostante tutto questo, non volete darmi ascolto, ma con la vostra condotta mi resisterete, 28 anch’io vi resisterò con furore e vi castigherò sette volte di più per i vostri peccati. 29 Mangerete la carne dei vostri figli e delle vostre figlie. 30 Io distruggerò i vostri alti luoghi, spezzerò le vostre statue consacrate al sole, ammucchierò i vostri cadaveri sui resti dei vostri idoli e vi detesterò. 31 Ridurrò le vostre città a deserti, desolerò i vostri santuari e non aspirerò più il soave odore dei vostri profumi. 32 Desolerò il paese; e i vostri nemici che vi abiteranno ne saranno stupefatti. 33 E, quanto a voi, io vi disperderò fra le nazioni e vi inseguirò a spada tratta; il vostro paese sarà desolato e le vostre città saranno deserte.

34 Allora la terra si godrà i suoi sabati per tutto il tempo che rimarrà desolata e che voi sarete nel paese dei vostri nemici; allora la terra si riposerà e si godrà i suoi sabati. 35 Per tutto il tempo che rimarrà desolata avrà il riposo che non ebbe nei vostri sabati, quando voi l’abitavate. 36 Quanto ai superstiti fra di voi, io toglierò il coraggio dal loro cuore nel paese dei loro nemici; il rumore di una foglia agitata li metterà in fuga; fuggiranno come si fugge davanti alla spada e cadranno senza che nessuno li insegua. 37 Precipiteranno l’uno sopra l’altro come davanti alla spada, senza che nessuno li insegua, e voi non potrete resistere davanti ai vostri nemici. 38 Perirete fra le nazioni e il paese dei vostri nemici vi divorerà. 39 I superstiti fra di voi saranno afflitti nei paesi dei loro nemici a causa delle proprie iniquità; e saranno afflitti anche a causa delle iniquità dei loro padri.

Che dunque dobbiamo dire riguardo alle maledizioni che seguono nei versetti successivi? È Dio che cambia idea nei confronti del suo popolo, o che fa vedere che il suo amore non è in realtà incondizionato, perché sembra convertirsi in rabbia quando il popolo non rispetta i suoi comandamenti? O forse esiste un’altra possibilità, cioè che, anche se non si può guadagnare il favore di Dio all’inizio, lo si può perdere se non si mantiene una perfetta ubbidienza alla sua volontà? Queste sono domande non insignificanti, perché il modo in cui rispondiamo determinerà, in gran parte, se vorremo avvicinarci a questo Dio oppure allontanarcene.

Per rispondere, la prima cosa da fare è attendere a come Dio introduce ogni serie di maledizioni che manderà contro il popolo per spiegare il motivo per cui lo farà:

14 «“Ma se non mi date ascolto …

18 Se nemmeno dopo questo vorrete darmi ascolto, io vi castigherò…

21 E se mi resistete con la vostra condotta e non volete darmi ascolto, io vi colpirò…

23 E se, nonostante questi castighi, non volete correggervi per tornare a me, ma con la vostra condotta mi resisterete, anche io vi resisterò…

27 E se, nonostante tutto questo, non volete darmi ascolto, ma con la vostra condotta mi resisterete, 28 anch’io vi resisterò con furore…

Evidenziando queste frasi, vediamo subito che Dio non agisce nei confronti del suo popolo come un giudice severo ma come un padre addolorato per la ribellione di suo figlio. Ogni frase indica come Dio, dopo aver mandato una serie di castighi al popolo, si trattiene un momento per vedere se esso ha imparato la lezione. Questo non è un dio che trova soddisfazione nell’affliggere peccati, o un dio che esagera la punizione rispetto al misfatto. Questo è il Padre celeste amorevole che, con ogni castigo, desidera far tornare il suo figlio prodigo a sé, ed è pronto a perdonare e a smettere di castigare nel momento in cui il figlio si fa correggere.

Ma bisogna dire di più. C’è anche una parola molto interessante che si ripete più volte: resistere. Vs. 21: “se mi resistete…”; vs.23: “se, nonostante questi castighi … con la vostra condotta mi resisterete…”; vs. 27: “se, nonostante tutto questo … con la vostra condotta mi resisterete…”. E notiamo come il Signore risponde: vs.23: “…anche io vi resisterò…”; vs.28: “…anch’io vi resisterò con furore”; e poi ancora nel vs.41: “…peccati per i quali anch’io avrò dovuto resistere loro…”. A primo sguardo, questo potrebbe sembrare un esempio del famoso principio: “occhio per occhio, dente per dente”. Vale a dire, voi fate male a me, e quindi io faccio male a voi. Voi avete offeso me, quindi io vi faccio pagarne le conseguenze.

In realtà, però, non è così. Il Signore non è quella divinità capricciosa che all’improvviso cambia idea o che cambia il modo in cui ci tratta in base al suo umore. Egli è lo stesso Dio che nel v.13 ha ricordato a Israele nel v.13: “Io sono il Signore vostro Dio; vi ho fatto uscire dal paese d’Egitto per liberarvi dalla schiavitù; ho spezzato il vostro giogo e vi ho fatto camminare a testa alta.” Quando, per spiegare il motivo per cui manda queste terribili afflizioni, Dio dice: “anche io vi resisterò”, è per amore e non per rancore o vendetta personale che lo fa. Avverte il popolo: “se mi resistete, sappiate che io resisterò alla vostra resistenza! Se mi rifiutate, sappiate che io rifiuterò il vostro rifiuto”. Perché Dio deve resistere alla resistenza del suo popolo? Perché deve rifiutare il suo rifiuto? È perché lo ama, e il suo amore è così grande e inarrestabile che non c’è limite a quello che farà per compiere tutto il bene che ha promesso di fargli.

Vediamo chiaramente, dunque, che l’ira di Dio, lungi dall’essere opposta al suo amore, è il suo amore. L’ira di Dio è la forma che il suo amore assume nei confronti di ciò che lo rifiuta, di ciò che tenta di evitare le sue benedizioni, di ciò che pone resistenza al compimento del suo benevolo proposito. Quando Dio promette, da un lato, benedizioni per l’ubbidienza e, dall’altro, maledizioni per la disubbidienza, non è Dio che cambia, mutando il suo amore in ostilità. Cambia solo la maniera in cui si esprime il suo amore. È proprio perché Dio ama in modo incondizionato che rifiuta di lasciar andare il suo popolo quando esso cerca di scappare. È il buon pastore che rifiuta di permettere alla pecora smarrita di rimanere per sempre perduta. L’ira di Dio è il grande “No!” dell’amore di Dio all’uomo che pretende: “non la tua volontà, ma la mia sia fatta!”

4) Per essere il vostro Dio (Levitico 26:40-45)

40 «“E confesseranno la loro iniquità e l’iniquità dei loro padri, l’iniquità delle trasgressioni commesse contro di me e della resistenza oppostami, 41 peccati per i quali anch’io avrò dovuto resistere loro e deportarli nel paese dei loro nemici; ma allora, se il cuore loro incirconciso si umilierà e se accetteranno la punizione della loro iniquità, 42 io mi ricorderò del mio patto con Giacobbe, mi ricorderò del mio patto con Isacco e del mio patto con Abraamo, e mi ricorderò del paese; 43 poiché il paese sarà abbandonato da loro e si godrà i suoi sabati mentre rimarrà desolato, senza di loro. Essi sconteranno la loro colpa per aver detestato le mie prescrizioni e avere avuto in avversione le mie leggi. 44 Ma, nonostante tutto questo, quando saranno nel paese dei loro nemici, io non li disprezzerò e non li prenderò in avversione fino al punto d’annientarli del tutto e di rompere il mio patto con loro; poiché io sono il Signore loro Dio; 45 ma per amor loro mi ricorderò del patto stretto con i loro antenati, che feci uscire dal paese d’Egitto, sotto gli occhi delle nazioni, per essere il loro Dio. Io sono il Signore”».

Ecco perché fallisce l’idea che il Dio “severo dell’Antico Testamento” è contrario al Dio “amorevole del Nuovo”. Ecco perché fallisce anche l’obbiezione che dice: “non potrei mai credere in un dio d’ira, ma solo in in dio d’amore”. La severità di Dio è la misura dell’intensità del suo amore. Questo è bellissimamente affermato nell’ultimo versetto del capitolo. Dio promette che, dopo aver fatto piombare tutte queste maledizioni sul suo popolo, non lo metterà allo sterminio totale ma “per amor loro mi ricorderò del patto stretto con i loro antenati … per essere il loro Dio”. Per amor loro. Per essere il loro Dio. Questo è infatti cosa vuol dire “l’amore di Dio”, e cosa l’amore di Dio vuole. Per essere il loro, e anche il nostro Dio. Dio è talmente risoluto e determinato di essere il nostro Dio e di fare di noi il suo popolo che non si limiterà a niente per compierlo. Nessun ostacolo è troppo grande. Nessuna resistenza è troppo forte. Nessun rifiuto è troppo definitivo. Egli sarà il nostro Dio, e noi saremo il suo popolo. Costi quello che costi (e, secondo Levitico 26, il costo può essere decisamente alto!), Dio compirà il suo benevolo proposito nei nostri confronti.

La più grande conferma di questo non è però la testimonianza di Levitico 26 ma la croce di Gesù Cristo nella quale sia le benedizioni sia le maledizioni di Levitico si compiono nel modo più grande e assoluto. L’apostolo Paolo lo spiega così in Galati 3:10, 13-14:

10 Infatti tutti quelli che si basano sulle opere della legge sono sotto maledizione, perché è scritto: «Maledetto chiunque non si attiene a tutte le cose scritte nel libro della legge per metterle in pratica»…. 13 Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, essendo divenuto maledizione per noi (poiché sta scritto: «Maledetto chiunque è appeso al legno»), 14 affinché la benedizione di Abraamo venisse sugli stranieri in Cristo Gesù, e ricevessimo, per mezzo della fede, lo Spirito promesso.

Che grande amore è infatti questo! Gesù Cristo, l’unico che era veramente degno di ogni benedizione (essendone in realtà lui la fonte!) si è fatto diventare maledizione al posto di tutti noi che, come Israele, siamo testardi e disubbidienti, propensi all’idolatria e inclini all’incredulità. In Levitico, le maledizioni erano destinate a peccatori come noi. Ma in Gesù, vediamo Dio che prende su di sé queste maledizioni per dare a noi peccatori le benedizioni che non potremmo mai ottenere altrimenti. Grazie al sacrificio di Gesù, adesso noi riceviamo “la benedizione di Abraamo … per mezzo della fede, lo Spirito promesso”. In Gesù, vediamo che veramente non c’è limite a quello che Dio nel suo amore farà per benedirci, anche se richiede la morte del proprio Figlio!

Voglio lasciarvi con un’ultima immagine. Alla fine del Salmo 23, il salmista afferma: “Certo, beni e bontà m’accompagneranno tutti i giorni della mia vita”. Il verbo qui tradotto “accompagneranno” è in realtà molto più forte in ebraico. Letteralmente vuol dire “inseguire”, ed è un termine che di solito viene usato in contesti di guerra per descrivere, per esempio, un esercito che “insegue” un nemico sconfitto per distruggerlo fino all’ultimo uomo. In Salmo 23:6, il salmista usa questa stessa parola per descrivere la sua certezza che la bontà del Signore lo “inseguirà”. Il senso è della frase è questo: il Dio di cui una volta ero nemico ha sconfitto la mia ribellione, e adesso le sue benedizioni e la sua bontà mi inseguiranno tutti i giorni della mia vita, e non smetteranno di inseguirmi finché non sperimento appieno tutto il bene che il Signore vuol farmi. Questo è davvero un grande amore! Questa è davvero una grande speranza!

Esodo 3: Io Sono il Signore

3:1 Mosè pascolava il gregge di Ietro suo suocero, sacerdote di Madian, e, guidando il gregge oltre il deserto, giunse alla montagna di Dio, a Oreb. L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco, in mezzo a un pruno. Mosè guardò, ed ecco il pruno era tutto in fiamme, ma non si consumava. Mosè disse: «Ora voglio andare da quella parte a vedere questa grande visione e come mai il pruno non si consuma!» Il Signore vide che egli si era mosso per andare a vedere. Allora Dio lo chiamò di mezzo al pruno e disse: «Mosè! Mosè!» Ed egli rispose: «Eccomi». Dio disse: «Non ti avvicinare qua; togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo sacro». Poi aggiunse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe». Mosè allora si nascose la faccia, perché aveva paura di guardare Dio.

Il Signore disse: «Ho visto, ho visto l’afflizione del mio popolo che è in Egitto e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; infatti conosco i suoi affanni. Sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso, in un paese nel quale scorre il latte e il miele, nel luogo dove sono i Cananei, gli Ittiti, gli Amorei, i Ferezei, gli Ivvei e i Gebusei. E ora, ecco, le grida dei figli d’Israele sono giunte a me; e ho anche visto l’oppressione con cui gli Egiziani li fanno soffrire. 10 Or dunque va’; io ti mando dal faraone perché tu faccia uscire dall’Egitto il mio popolo, i figli d’Israele». 11 Mosè disse a Dio: «Chi sono io per andare dal faraone e far uscire dall’Egitto i figli d’Israele?» 12 E Dio disse: «Va’, perché io sarò con te. Questo sarà il segno che sono io che ti ho mandato: quando avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, voi servirete Dio su questo monte».

13 Mosè disse a Dio: «Ecco, quando sarò andato dai figli d’Israele e avrò detto loro: “Il Dio dei vostri padri mi ha mandato da voi”, se essi dicono: “Qual è il suo nome?” che cosa risponderò loro?» 14 Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono». Poi disse: «Dirai così ai figli d’Israele: “L’io sono mi ha mandato da voi”». 15 Dio disse ancora a Mosè: «Dirai così ai figli d’Israele: “Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe mi ha mandato da voi”. Tale è il mio nome in eterno; così sarò invocato di generazione in generazione.

16 Va’, raduna gli anziani d’Israele e di’ loro: “Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abraamo, d’Isacco e di Giacobbe mi è apparso, dicendo: ‘Certo, io vi ho visitati, ho visto quello che vi fanno in Egitto 17 e ho detto: Io vi farò uscire dall’Egitto, dove siete maltrattati, verso il paese dei Cananei, degli Ittiti, degli Amorei, dei Ferezei, degli Ivvei e dei Gebusei, in un paese nel quale scorre il latte e il miele’”. 18 Essi ubbidiranno alla tua voce e tu, con gli anziani d’Israele, andrai dal re d’Egitto e gli direte: “Il Signore, il Dio degli Ebrei, ci è venuto incontro; perciò lasciaci andare per tre giornate di cammino nel deserto, per offrire sacrifici al Signore, nostro Dio”. 19 Io so che il re d’Egitto non vi concederà di andare, se non forzato da una mano potente. 20 Io stenderò la mia mano e colpirò l’Egitto con tutti i miracoli che io farò in mezzo a esso; dopo questo, vi lascerà andare. 21 Farò sì che questo popolo trovi favore presso gli Egiziani e, quando ve ne andrete, non ve ne andrete a mani vuote; 22 ma ogni donna domanderà alla sua vicina e alla sua coinquilina degli oggetti d’argento, degli oggetti d’oro e dei vestiti. Voi li metterete addosso ai vostri figli e alle vostre figlie, e così spoglierete gli Egiziani».

1) La Rivelazione del Dio d’Israele

Il brano che consideriamo oggi è importantissimo per quanto riguarda la giusta comprensione di Dio, e così si è dimostrato lungo la storia. È qui in questo capitolo che, nel deserto e tramite una voce che parla in mezzo a un pruno ardente, Dio rivela il suo nome proprio. Questo nome, ritenuto impronunciabile dagli ebrei, è tradotto nelle nostre Bibbie dal termine SIGNORE, tutto maiuscolo. Questo nome è stato lo stimolo di innumerevoli studi e riflessioni, nonché congetture, speculazioni e fantasticherie sull’essere di Dio. Il nostro compito oggi non è di ripercorrere tutte queste idee e le filosofie derivanti da esse, ma (come sempre quando abbiamo a che fare con la Bibbia) di attenerci strettamente al testo biblico perché è esso che dà testimonianza autorevole della rivelazione di Dio attraverso questo nome.

A) Il contesto di Esodo 3

La prima cosa che notiamo è, contrario a qualsiasi discussione meramente teorica o filosofica, Dio si rivela per nome in un certo contesto, in un determinato luogo e in una specifica situazione. Qui Dio si rivolge a Mosè per chiamarlo come suo servo e mandarlo in Egitto come suo strumento di liberazione. Sappiamo che in questo momento storico, il popolo d’Israele è in schiavitù in Egitto. L’inizio del libro di Esodo spiega così:

1:6 Giuseppe morì, come morirono pure tutti i suoi fratelli e tutta quella generazione. I figli d’Israele furono fecondi, si moltiplicarono abbondantemente, divennero numerosi, molto potenti, e il paese ne fu ripieno.

Sorse sopra l’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe. Egli disse al suo popolo: «Ecco, il popolo dei figli d’Israele è più numeroso e più potente di noi. 10 Usiamo prudenza con esso, affinché non si moltiplichi e, in caso di guerra, non si unisca ai nostri nemici per combattere contro di noi e poi andarsene dal paese». 11 Stabilirono dunque sopra Israele dei sorveglianti ai lavori, per opprimerlo con le loro angherie. Israele costruì al faraone le città che servivano da magazzini, Pitom e Ramses.

12 Ma quanto più lo opprimevano, tanto più il popolo si moltiplicava e si estendeva; e gli Egiziani nutrirono avversione per i figli d’Israele. 13 Così essi obbligarono i figli d’Israele a lavorare duramente. 14 Amareggiarono la loro vita con una rigida schiavitù, adoperandoli nei lavori d’argilla e di mattoni e in ogni sorta di lavori nei campi. Imponevano loro tutti questi lavori con asprezza.

Nonostante l’ordine successivo del faraone di mettere a morte tutti i maschi nati agli ebrei, uno dei bambini ebraici, Mosè, viene salvato e cresce proprio nella casa del faraone finché non deve scappare dopo aver ucciso un egiziano che picchiava uno dei suoi fratelli. Si rifugia nel deserto dove rimane per quarant’anni, ed è lì che Dio lo incontra in Esodo 3, manifestandosi a lui e chiamandolo come strumento di liberazione d’Israele. Dio s’identifica come “il Dio di tuo padre, il Dio di Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe” (v.6), una frase che richiama non solo i patriarchi d’Israele ma anche le promesse fatte loro, promesse che diventano in questo contesto la ragione per cui Dio intende ora intervenire per porre fine alle afflizioni dei discendenti dei patriarchi, e adempiere il suo giuramento di benedirli e dargli “un paese buono e spazioso, in un paese nel quale scorre il latte e il miele” (v.8). Questo è affermato esplicitamente alla fine del capitolo 2 dove leggiamo:

23 Durante quel tempo, che fu lungo, il re d’Egitto morì. I figli d’Israele gemevano a causa della schiavitù e alzavano delle grida; e le grida che la schiavitù strappava loro salirono a Dio. 24 Dio udì i loro gemiti. Dio si ricordò del suo patto con Abraamo, con Isacco e con Giacobbe. 25 Dio vide i figli d’Israele e ne ebbe compassione.

B) La vocazione di Mosè

In Esodo 3, scopriamo che Dio ha scelto Mosè come suo strumento per compiere tutto ciò, e quando poi gli si manifesta nel deserto gli comanda: “ Or dunque va’; io ti mando dal faraone perché tu faccia uscire dall’Egitto il mio popolo, i figli d’Israele” (3:10). Mosè, da parte sua, è molto insicuro ed esita di accettare la sua vocazione, chiedendo a Dio “Chi sono io per andare dal faraone e far uscire dall’Egitto i figli d’Israele?” Il Signore risponde rassicurandolo che “io sarò con te” (v.12), garantendo che non sarà Mosè a farlo ma la potenza di Dio operando per mezzo di lui.

Mosè continua ponendo ancora un’altra domanda che, a questo punto nel dialogo, ha molto senso: “Ecco, quando sarò andato dai figli d’Israele e avrò detto loro: ‘Il Dio dei vostri padri mi ha mandato da voi’, se essi dicono: ‘Qual è il suo nome?’ che cosa risponderò loro?” (v.13). Questa domanda ha senso perché la promessa di Dio: “io sarò con te” è convincente solo nella misura in cui questo Dio è conosciuto. Mosè potrebbe pensare: “Va bene, il Dio d’Israele sarà con me, ma come posso sapere che egli sarà in grado di mantenere le sue promesse, che sarà capace di vincere la grandezza d’Egitto e il potere dei loro dèi? Se non lo è, e io torno in Egitto, mi ammazzeranno! Tantomeno riuscirò a convincere gli ebrei a fidarsi di lui!” Come sempre, ci si fida del Signore solo in quanto si conosce il Signore. È quindi a questo scopo — per farsi conoscere — che Dio risponde con le sue famose parole:

14 Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono». Poi disse: «Dirai così ai figli d’Israele: “L’io sono mi ha mandato da voi”». 15 Dio disse ancora a Mosè: «Dirai così ai figli d’Israele: “Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe mi ha mandato da voi”. Tale è il mio nome in eterno; così sarò invocato di generazione in generazione.

Approfondiamole adesso.

2) L’Io Sono 

Innanzitutto, ci aiuterà sapere qualcosa sulla lingua originale nella quale il libro di Esodo fu redatto, ovvero l’ebraico. Quello che non è immediatamente evidente a noi (a causa della traduzione italiana che stiamo leggendo) lo diventerà se siamo in grado di vederlo nell’ebraico. Possiamo vederlo facilmente, senza diventare esperti della lingua ebraica, se ne sappiamo un paio di caratteristiche importanti.

In primo luogo, le parole in ebraico derivano da una radice di tre lettere (specificamente tre consonanti) che portano il significato fondamentale. A queste tre lettere, poi, si aggiungono vocali, prefissi e suffissi per formare le diverse parti del discorso come verbi, sostantivi, aggettivi e avverbi. Per esempio, le seguenti tre lettere hanno il significato “essere”:

היה

Questa è la radice della dichiarazione di Dio in Esodo 3:14:

אהיה – אשר – אהיה

Io sono – colui che – Io sono

E quando Dio dice a Mosè: “Dirai così ai figli d’Israele: ‘L’Io Sono mi ha mandato da voi'”, la parola tradotta “Io sono” è in ebraico:

אהיה

Guardando la forma dei caratteri, non è difficile vedere che questa parola, un verbo, deriva dalla radice…

היה

…con l’aggiunta di un prefisso. Poi, quando nel v.15 Dio rivela il suo nome proprio, tradotto da “SIGNORE” tutto maiuscolo, la parola ebraica è:

יהוה

…a volte traslitterata così: YHWH.

Nonostante le differenze, si vede facilmente la somiglianza tra la parola “SIGNORE” e la sua radice “essere” in ebraico, una somiglianza che in traduzione resta impercettibile. Il punto è questo: ogni volta che il nome “SIGNORE” si ripete nelle Scritture, la sua forma grafica si ricorda sempre il collegamento con questo capitolo in Esodo, e in particolare con la dichiarazione di Dio: “Io sono colui che sono”. Per chi non legge il testo ebraico, è facile dimenticare questo collegamento, ma ai lettori ebraici esso rimane sempre palese.

Ma che cosa significa questa frase? Questo ci porta alla seconda caratteristica della lingua ebraica che dobbiamo sapere: il verbo “essere” (che abbiamo appena visto sopra) non ha una coniugazione al presente. In altre parole, la frase “io sono” (come appare nella traduzione di Esodo 3:14) non esiste in ebraico come tale. Mentre in italiano una comune domanda e risposta può essere: “Dove sei tu? Io sono a casa”, in ebraico si direbbe invece: “Dove tu? Io a casa”, perché “sei” e “sono” non esistono.

Questo crea ovviamente una difficoltà per comprendere Esodo 3:14. Se “io sono” non esiste in ebraico, che cosa dice realmente? È importante sapere che l’ebraico ha solo due tempi verbali: il perfetto e l’imperfetto. Il perfetto rappresenta un’azione o una condizione già compiuta, che non continua, e perciò viene di solito tradotto col tempo passato. Per esempio, Genesi 1:1 dice: “Nel principio Dio creò i cieli e la terra”. Il verbo tradotto “creò” è in ebraico coniugato al perfetto, perché la creazione dei cieli e la terra è un’azione che Dio ha finito di fare. Per questo, ha senso tradurlo col tempo passato: “creò”. L’imperfetto, invece, rappresenta un’azione o una condizione non compiuta, che si svolge ancora. Da non confondere con l’imperfetto italiano, l’imperfetto ebraico differisce in quanto comprende il presente, e soprattutto, il futuro. Per questo motivo, le traduzioni della Bibbia rendono in generale i verbi ebraici imperfetti appunto con il tempo futuro, come nel Salmo 9:1:

Io celebrerò il Signore con tutto il mio cuore, narrerò tutte le tue meraviglie.

Scopriamo l’importanza di questo discorso quando in Esodo 3:14 notiamo che il verbo “essere” è coniugato all’imperfetto:

אהיה

Questo significa che, come molto studiosi sostengono, Esodo 3:14 dovrebbe tradursi non: “Io sono colui che sono” ma: “Io sarò colui che sarò“. Forse sembra un cambiamento di poco conto, ma non lo è. Se lo parafrasiamo in un modo che tenta di rendere anche il dinamismo dell’ebraico (perché “essere” in ebraico ha una sfumatura più attiva del nostro verbo), possiamo tradurlo così: “Io sarò colui che mi dimostrerò di essere” oppure “colui che farò conoscere“. Se riflettiamo bene su questo, ci accorgeremo di essere lontani anni luce da “Io sono colui che sono”. Quest’ultimo tratta di un dio astratto e statico, che è, che esiste, e basta. È uno cerchio chiuso. Non ci dice nulla di chi è (in modo che possiamo conoscerlo personalmente e così fidarci di lui) ma soltanto che egli è, il mero fatto della sua esistenza. Se, quando chiedo a mio figlio “Perché ti piace questa canzone”, lui mi risponde: “mi piace perché mi piace”, questo non mi dice nulla di più. Sapevo già che gli piaceva. La risposta non è una spiegazione che mi aiuta a capire. È un cerchio chiuso.

Il secondo modo per intendere questa frase, invece, è attivo, vivace e rivelatore: “Io sono colui che mi dimostrerò di essere”. Questo implica azione da parte di Dio, comunicazione, relazione, e sempre più rivelazione di chi è. Dio non è solo l’essere divino che è, ma è colui che si rivela, e che si rivelerà ancora, sempre con l’intenzione di farsi conoscere affinché noi possiamo entrare in comunione con lui e fidarci di lui sempre di più. Questo è un invito a noi da parte di Dio di tenere gli occhi aperti per vedere come lui sta per rivelarsi.

Questo è perché, subito dopo che Dio fa conoscere a Mosè il suo nome, promette nel v.16:

Io vi farò uscire dall’Egitto, dove siete maltrattati, verso il paese dei Cananei, degli Ittiti, degli Amorei, dei Ferezei, degli Ivvei e dei Gebusei, in un paese nel quale scorre il latte e il miele.

Alla domanda di Mosè, Dio risponde in effetti: “Vuoi sapere chi sono? Ti farò vedere chi sono quando libererò il mio popolo dall’Egitto!” Questo è anche perché, dopo l’esodo, Dio si manifesta sul monte Sinai all’intero popolo d’Israele dicendo:

Io sono il Signore, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla casa di schiavitù. (Esodo 20:1)

Dopo l’esodo, Dio non si fa chiamare più solo “il SIGNORE Dio di Abraamo, di Isacco e di Giacobbe” ma anche “Dio che ha fatto uscire Israele dall’Egitto”! In altre parole, Dio non è il dio che semplicemente esiste. Dio è il Dio che si fa conoscere nell’esaudire le suppliche del suo popolo e nel salvarlo dalla schiavitù. Si conosce l’essere di Dio solo nell’operare di Dio.

3) Il Dio di Gesù Cristo

Come possiamo descrivere dunque il Dio che veniamo a conoscere nei termini “Io sarò colui che mi dimostrerò di essere”, e poi nel nome proprio, YHWH (SIGNORE), che ricorda sempre questa frase? Cerchiamo di riassumere i punti salienti.

A) Solo Dio fa conoscere Dio

Se badiamo bene alla frase “Io sarò colui che mi dimostrerò di essere”, il suo significato diventa subito chiaro: “Non potete voi venirmi a conoscere se io non mi faccio conoscere a voi.” “Io sarò colui che mi dimostrerò di essere” vuol dire “Io sono solo colui che io faccio conoscere a voi, cioè non colui che voi pensate che io sia”. Vale a dire: noi come esseri umani non siamo in grado di conoscere Dio tramite i nostri tentativi di conoscerlo. Si radunino tutte le menti più intelligenti e brillanti del mondo e della storia, tutti i filosofi e scienziati e pensatori e studiosi ed esperti, e combinando tutti i loro poteri mentali, non saranno comunque capaci di conoscere Dio neanche nel più minimo dettaglio. “Io sarò colui che mi dimostrerò di essere” è un giudizio contro ogni idea e ogni concezione di Dio che proviene non da Dio ma dall’uomo. Significa che per conoscere Dio veramente, dobbiamo prima rinunciare a tutto quello che di testa nostra pensiamo o crediamo di lui.

Per Mosè e gli ebrei in Egitto, questo era necessario perché le loro idee della divinità erano condizionate dalla mitologia egiziana. È altrettanto necessario per noi oggi, perché le nostre idee di Dio sono condizionate da tanti fattori come il materialismo, il secolarismo e la filosofia occidentale. Ma nonostante i particolari, le idee sul “divino” che hanno tutti gli esseri umani di qualsiasi luogo e di qualsiasi tempo sono condizionate dal peccato a causa del quale, secondo Romani 1, essi “soffocano la verità con l’ingiustizia” e “hanno mutato la gloria del Dio incorruttibile in immagini simili a quelle dell’uomo corruttibile” (vv.18, 23). Detto diversamente, quando l’uomo dice di conoscere “Dio”, non è in realtà Dio che conosce ma il suo opposto: conosce solo è un anti-dio, un’immagine che nella sua mente ha fatto nella sua propria somiglianza.

Ecco perché fallisce ogni obbiezione contro la fede biblica che si basa sul pensiero umano. “Se Dio esistesse, allora farebbe così”. “Se Dio ci amasse veramente, allora non farebbe così”. Quante volte la gente dice di non poter credere in Dio o in Gesù o nella Bibbia per qualche idea o ragione che proviene dalla loro testa! Tutto questo è diametralmente opposto al principio che solo Dio fa conoscere Dio. Di fronte a lui, non possiamo fare altro che tacere e ascoltare, confessando soltanto insieme a Giobbe: “Ecco, io sono troppo meschino; che ti potrei rispondere? Io mi metto la mano sulla bocca” (Giobbe 40:4).

A sostegno di questo principio è il pruno ardente. Un pruno “tutto in fiamme” ma che “non si consuma” non è uno spettacolo comune; anzi è proprio contro natura! È per questo motivo che Mosè s’incuriosisce e si avvicina per vedere: “Ora voglio andare da quella parte e vedere questa grande visione e come mai il pruno non si consuma!” (v.3). Se fosse stato un pruno normale, se fosse stato un fuoco qualsiasi, Mosè non ci avrebbe fatto caso. Ma è proprio lì, davanti al miracolo del pruno ardente, che Mosè si trova nella presenza del Signore. Solo così si viene a conoscere il Signore: non per vie naturali — contemplando il cosmo, filosofeggiando sulla natura della divinità, ragionando in base a ciò che si ritiene di aver senso — no. Si conosce il Signore solo per mezzo del miracolo della rivelazione, quando Dio fa irruzione in mezzo alle nostre vie naturali, quando Dio fa guerra contro tutte le nostre idee di lui e le distrugge, lasciando solo quello che lui ha da dire di se stesso nella sua parola.

B) Dio si fa conoscere solo in relazione al suo popolo

Il secondo punto importante è questo: Dio si fa conoscere solo in relazione al suo popolo. Questo è davvero sbalorditivo e stupendo. Quando Dio si presenta a Mosè, dice così: “Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe” (v.6). Dice di nuovo la stessa cosa legata alla rivelazione del suo nome nel v.15: “Dirai così ai figli d’Israele: ‘Il SIGNORE, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe mi ha mandato da voi'”. E dopo l’esodo, egli sarà “il SIGNORE, il Dio degli ebrei” (v.18).

Che meraviglia! Il SIGNORE, il Dio che è colui che sarà e che non ha bisogno di niente e di nessuno, si degna di far partecipare Abraamo, Isacco, Giacobbe e l’intero popolo d’Israele nella sua propria identità! Lui non è solo “il SIGNORE Dio”, ma “il SIGNORE Dio dei vostri padri…” Ecco perché il nome di Dio SIGNORE è indivisibilmente legato al giuramento con il quale si vincola al suo popolo: egli è certamente Dio senza di noi, ma nel suo grande amore ha deciso di non esserlo! Questo è una parte di quel “mi dimostrerò di essere”: nel coinvolgere il suo popolo nella sua identità, Dio si fa conoscere come il Dio di grazia infinita e amore incondizionato, che dà se stesso in pegno come garanzia delle sue promesse nei nostri confronti. Il nome SIGNORE rivela il Dio che cambia il suo nome, che inserisce il nome del suo popolo nella sua “cartà d’identità”, per far vedere quanto è grande il suo amore verso di esso e quanto è inscindibile la loro relazione. Il nome SIGNORE rivela il Dio che non vuole essere conosciuto solo come “Dio” e basta; vuole essere conosciuto come “Dio di Abraamo, di Isacco, di Giacobbe, di Mosè e degli ebrei”. Insomma, il nome SIGNORE non è un cerchio chiuso (Io sono colui che sono), ma l’identità del Dio che ama il suo popolo così tanto che vuole farsi conoscere solo in relazione con esso. Che privilegio diventare partecipi del nome di Dio!

C) Dio si fa conoscere pienamente in Gesù Cristo

Per il terzo e ultimo punto, torniamo alla nostra precedente osservazione che quando Dio dice: “Io sono colui che mi dimostrerò di essere”, questo anticipava come si sarebbe fatto conoscere liberando Israele dall’Egitto. Il SIGNORE, il nome di Dio, non è, come Esodo 3, un capitolo chiuso a cui non c’è niente da aggiungere. Il nome del SIGNORE significa che c’è molto ancora da vedere, che la piena rivelazione di Dio deve ancora arrivare.

Quando proseguiamo nella Bibbia, scopriamo che il Dio che si fa conoscere in relazione all’umanità: prima il Dio di Abraamo, di Isacco e di Giacobbe, e poi il Dio che liberò Israele dall’Egitto, poi si manifesta pienamente come il Dio di Gesù Cristo. Questo è l’obbiettivo, questa è la meta verso la quale la storia di Esodo ci porta. È in Gesù Cristo che finalmente vediamo pienamente chi è il SIGNORE, colui che si dimostra di essere. Solo Gesù può dire, come in Giovanni 14:9, “Chi ha visto me, ha visto il Padre”. Vedere Gesù, infatti, significa vedere Dio per tutto quello che è. Quando vediamo Gesù, non dobbiamo aver paura che nascosto dietro a lui c’è un altro dio, o una parte di Dio, che ci rimane inaccessibile e inconoscibile.

Così dice Giovanni 1:14:

E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre.

Contemplando la gloria di Gesù, la Parola di Dio, contempliamo la gloria di Dio stesso. Non un’ombra della gloria di Dio, né la gloria di un altro dio. Nel volto di Gesù noi contempliamo la gloria, e tutta la gloria di Dio il SIGNORE. Questo è perché nel Nuovo Testamento, Dio è più spesso identificato così: “Dio Padre del Signore Gesù Cristo”. La piena rivelazione di Dio.

Inoltre, bisogna aggiungere che Gesù è la perfetta rivelazione di Dio a noi solo perché egli è sia pienamente Dio sia pienamente uomo. Se non fosse pienamente Dio, non potrebbe farci conoscere tutta la gloria di Dio, perché come dice Giovanni 1:18:

Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere.

Ricordiamoci: solo Dio è in grado di far conoscere Dio. Ma dall’altra parte, se Gesù non fosse pienamente uomo, non potrebbe far conoscere Dio in un modo a noi umani comprensibile. Ecco perché la Parola di Dio, essendo egli stesso “l’unigenito Dio … nel seno del Padre”, “è diventata carne”: per poter abitare fra di noi e farci contemplare “la sua gloria … come di unigenito dal Padre”.

In vista di tutto questo, quanto di più dovremmo amare il SIGNORE che si è degnato di farsi conoscere in Cristo, facendoci diventare partecipi della sua identità! Quando di più dovremmo fidarci di lui, sapendo che in Cristo Dio ci ama con un amore incondizionato, che elargisce su di noi grazia su grazia su grazia dalla sua fonte infinita, e che non permetterà a nulla, nemmeno al male o al maligno o alla morte, di impedire il compimento di ogni sua promessa a nostro favore. Poiché in Cristo anche i nostri nomi sono inclusi nel nome di Dio (non solo il Dio di Abraamo, di Isacco e di Giacobbe ma anche, in Cristo il Dio di ognuno di noi!), Dio non può essere infedele a noi senza essere infedele a se stesso, tanto è forte e stretto il vincolo che ha stabilito.

Amen!

Genesi 27-28: Il Cacciatore Divino

1) Il Cacciatore Soppiantato (Genesi 27:1-45)

27:1 Isacco era invecchiato e i suoi occhi indeboliti non ci vedevano più. Allora egli chiamò Esaù, suo figlio maggiore, e gli disse: «Figlio mio!» Quello rispose: «Eccomi!» E Isacco: «Ecco, io sono vecchio e non so il giorno della mia morte. Ora prendi, ti prego, le tue armi, le tue frecce e il tuo arco, va’ fuori nei campi e prendimi un po’ di selvaggina. Poi preparami una pietanza saporita, di quelle che mi piacciono; portamela perché io la mangi e ti benedica prima che io muoia». Rebecca stava ad ascoltare mentre Isacco parlava a suo figlio Esaù. Ed Esaù se ne andò nei campi per cacciare della selvaggina e portarla a suo padre.

Rebecca parlò a suo figlio Giacobbe e gli disse: «Ho udito tuo padre che parlava con tuo fratello Esaù, e gli diceva: “Portami un po’ di selvaggina e fammi una pietanza saporita perché io la mangi e ti benedica davanti al Signore, prima che io muoia”. Ora, figlio mio, ubbidisci alla mia voce e fa’ quello che ti comando. Va’ al gregge e prendimi due buoni capretti e io ne farò una pietanza saporita per tuo padre, di quelle che gli piacciono. 10 Tu la porterai a tuo padre, perché la mangi e così ti benedica prima che egli muoia». 11 Giacobbe disse a Rebecca sua madre: «Mio fratello Esaù è peloso, e io no. 12 Può darsi che mio padre mi tasti e mi consideri un impostore e mi attirerò addosso una maledizione invece di una benedizione». 13 Sua madre gli rispose: «Questa maledizione ricada su di me, figlio mio! Ubbidisci pure alla mia voce e va’ a prendermi i capretti». 14 Egli dunque andò a prenderli e li portò a sua madre; e sua madre ne preparò una pietanza saporita, di quelle che piacevano al padre di lui. 15 Poi Rebecca prese i più bei vestiti di Esaù, suo figlio maggiore, i quali erano in casa presso di lei, e li fece indossare a Giacobbe suo figlio minore; 16 con le pelli dei capretti gli coprì le mani e il collo, che erano senza peli. 17 Poi mise in mano a suo figlio Giacobbe la pietanza saporita e il pane che aveva preparato.

18 Egli andò da suo padre e gli disse: «Padre mio!» Isacco rispose: «Eccomi; chi sei tu, figlio mio?» 19 Giacobbe disse a suo padre: «Sono Esaù, il tuo primogenito. Ho fatto come tu mi hai detto. Àlzati, ti prego, mettiti a sedere e mangia la mia selvaggina, perché tu mi benedica». 20 Isacco disse a suo figlio: «Come hai fatto a trovarne così presto, figlio mio?» E quello rispose: «Perché il Signore, il tuo Dio, l’ha fatta venire sulla mia via». 21 Allora Isacco disse a Giacobbe: «Avvicìnati, figlio mio, e lascia che io ti tasti, per sapere se sei proprio mio figlio Esaù, o no». 22 Giacobbe s’avvicinò a suo padre Isacco; e, come questi lo ebbe tastato, disse: «La voce è la voce di Giacobbe, ma le mani sono le mani di Esaù». 23 Non lo riconobbe, perché le sue mani erano pelose come le mani di suo fratello Esaù, e lo benedisse. 24 Disse: «Tu sei proprio mio figlio Esaù?» Egli rispose: «Sì». 25 E Isacco gli disse: «Portami da mangiare la selvaggina di mio figlio, e io ti benedirò». Giacobbe gliene servì, e Isacco mangiò. Giacobbe gli portò anche del vino, ed egli bevve.

26 Poi suo padre Isacco gli disse: «Ora avvicìnati e baciami, figlio mio». 27 Egli s’avvicinò e lo baciò. E Isacco sentì l’odore dei vestiti, e lo benedisse dicendo: «Ecco, l’odore di mio figlio è come l’odore di un campo, che il Signore ha benedetto. 28 Dio ti conceda la rugiada del cielo, la fertilità della terra e abbondanza di frumento e di vino. 29 Ti servano i popoli e le nazioni s’inchinino davanti a te. Sii padrone dei tuoi fratelli e i figli di tua madre s’inchinino davanti a te. Maledetto sia chiunque ti maledice, benedetto sia chiunque ti benedice!»

30 Appena Isacco ebbe finito di benedire Giacobbe e Giacobbe se ne fu andato dalla presenza di suo padre Isacco, Esaù suo fratello giunse dalla caccia. 31 Anch’egli preparò una pietanza saporita, la portò a suo padre e gli disse: «Si alzi mio padre, e mangi della selvaggina di suo figlio, perché mi benedica». 32 Suo padre Isacco gli disse: «Chi sei tu?» Ed egli rispose: «Sono Esaù, tuo figlio primogenito». 33 Isacco fu preso da un tremito fortissimo e disse: «E allora, chi è colui che ha preso della selvaggina e me l’ha portata? Io ho mangiato di tutto prima che tu venissi, e l’ho benedetto; e benedetto egli sarà». 34 Quando Esaù udì le parole di suo padre, emise un grido forte e amarissimo. Poi disse a suo padre: «Benedici anche me, padre mio». 35 Isacco rispose: «Tuo fratello è venuto con inganno e si è preso la tua benedizione». 36 Ed Esaù: «Non è forse a ragione che egli è stato chiamato Giacobbe? Mi ha già soppiantato due volte: mi tolse la mia primogenitura, ed ecco che ora mi ha tolto la mia benedizione». Poi aggiunse: «Non hai serbato qualche benedizione per me?» 37 Isacco rispose e disse a Esaù: «Io l’ho costituito tuo padrone, gli ho dato tutti i suoi fratelli per servi e l’ho provveduto di frumento e di vino; che potrei dunque fare per te, figlio mio?» 38 Allora Esaù disse a suo padre: «Hai tu questa sola benedizione, padre mio? Benedici anche me, padre mio!» Quindi Esaù alzò la voce e pianse. 39 Suo padre Isacco rispose e gli disse: «Ecco, la tua dimora sarà priva della fertilità della terra e della rugiada che scende dal cielo. 40 Tu vivrai della tua spada, e sarai servo di tuo fratello; ma avverrà che, conducendo una vita errante, tu spezzerai il suo giogo dal tuo collo».

41 Esaù odiava Giacobbe a causa della benedizione datagli da suo padre, e disse in cuor suo: «I giorni del lutto di mio padre si avvicinano, allora ucciderò mio fratello Giacobbe». 42 Furono riferite a Rebecca le parole di Esaù, suo figlio maggiore, e lei mandò a chiamare Giacobbe, suo figlio minore, e gli disse: «Esaù, tuo fratello, vuole vendicarsi e ucciderti. 43 Ora, figlio mio, ubbidisci alla mia voce; lèvati e fuggi a Caran da mio fratello Labano, 44 rimani laggiù, finché il furore di tuo fratello sia passato, 45 finché l’ira di tuo fratello si sia stornata da te ed egli abbia dimenticato quello che tu gli hai fatto. Allora io manderò a farti ritornare da laggiù. Perché dovrei essere privata di voi due in uno stesso giorno?»

Giacobbe è uno dei personaggi più affascinanti nella Bibbia. Non è un uomo che fa da esemplare morale. In Genesi 25, nasce un attimo dopo il suo gemello, Esaù, tenendo il calcagno di quest’ultimo. Per questo viene chiamato Giacobbe, un nome che in ebraico è associato alla parola per “calcagno” ma anche ai termini “seguire” e “soppiantare”. Nella storia riportata subito dopo, vediamo che questo descrive perfettamente il suo carattere. Esaù, presentato come “un esperto cacciatore”, torna stremato dai suoi sforzi nei campi e vede Giacobbe che ha preparato una minestra. Giacobbe però gliene offre solo a patto che Esaù gli dia in cambio la sua primogenitura, il diritto che gli spetta essendo appunto il primogenito (anche se solo per pochi secondi). Non si tratta ovviamente di un inganno, che succede dopo nel cap. 27, ma Giacobbe chiaramente si approfitta della stanchezza di suo fratello per ottenere l’eredità del loro padre, Isacco, in un modo poco lodevole.

Questa vicenda ci prepara per quanto avviene successivamente quando, nel cap. 27, Giacobbe di nuovo si approfitta del suo fratello cacciatore, questa volta per rubargli la benedizione del padre con l’aiuto di sua madre, Rebecca. Isacco, ci viene detto, è praticamente cieco, e chiede a Esaù di andare a caccia e prendergli un po’ di selvaggina perché possa mangiarla e poi dargli la sua benedizione. Questa benedizione, come vediamo soprattutto nel v.29, non è una parola vuota ma conferisce la promessa di Dio ad Abraamo, che…

Ti servano i popoli e le nazioni s’inchinino davanti a te. Sii padrone dei tuoi fratelli e i figli di tua madre s’inchinino davanti a te. Maledetto sia chiunque ti maledice, benedetto sia chiunque ti benedice!

Giacobbe, quindi, per la seconda volta adempie il significato del suo nome e soppianta Esaù, travestendosi da cacciatore e fungendo di essere lui. Isacco sembra un po’ sospettoso, ma alla fine l’inganno funziona e Isacco pronuncia la sua benedizione su Giacobbe, convinto che lui sia invece Esaù.

La conclusione della narrativa è prevedibile. Esaù torna finalmente dalla caccia, prepara il cibo e poi lo porta a suo padre, aspettandosi di ricevere la sua benedizione. Tutti e due poi rimangono sbigottiti quando si accorgono dell’inganno. Esaù, prima mortificato ma poi adirato contro Giacobbe, giura di ucciderlo per vendicarsi, passando così da cacciatore di animali a cacciatore di suo fratello. Giacobbe è dunque costretto a fuggire, non più il soppiantore ma la preda, la vittima del suo proprio successo.

2) Il Cacciatore Divino (Genesi 28:10-15)

10 Giacobbe partì da Beer-Sceba e andò verso Caran. 11 Giunse ad un certo luogo e vi passò la notte, perché il sole era già tramontato. Prese una delle pietre del luogo, se la mise per capezzale e lì si coricò. 12 Fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima toccava il cielo; e gli angeli di Dio salivano e scendevano per la scala. 13 Il Signore stava al di sopra di essa e gli disse: «Io sono il Signore, il Dio di Abraamo tuo padre e il Dio d’Isacco. La terra sulla quale tu stai coricato, io la darò a te e alla tua discendenza. 14 La tua discendenza sarà come la polvere della terra e tu ti estenderai a occidente e a oriente, a settentrione e a meridione, e tutte le famiglie della terra saranno benedette in te e nella tua discendenza. 15 Io sono con te, e ti proteggerò dovunque tu andrai e ti ricondurrò in questo paese, perché io non ti abbandonerò prima di aver fatto quello che ti ho detto».

Questa vicenda però crea le condizioni necessarie per la stupenda rivelazione di Dio nel cap.28, il tema che vogliamo approfondire nel resto di questo messaggio. Questa rivelazione è stupenda proprio in quanto è in grado di rivoluzionare la nostra idea di Dio e, di conseguenza, la nostra vita. Per introdurre questo concetto, bisogna prima prendere una breve pausa dalla storia di Giacobbe e precisare un’idea comune che molti hanno di Dio, ovvero quello del dio “giudice imparziale”. Quando dico “il dio giudice imparziale”, non sto parlando del vero senso biblico secondo cui Dio è giudice ed è imparziale, cioè che egli mette a posto ciò che è guasto, raddrizza ciò che è storto, e risana ciò che è malato, senza accettare tangenti o fare favoritismi in base all’etnia, al sesso, al livello economico, e così via. Sto parlando dell’idea di un dio come arbitro totalmente disinteressato, il dio dalle braccia incrociate che aspetta per vedere se ci dimostriamo buoni o cattivi prima di decidere se premiarci o punirci.

Ovviamente c’è la versione più crudele, il dio che non vede l’ora di coglierci in qualche peccato o fallo e fulminarci nella sua ira. C’è anche la versione più carina, il dio “babbo natale” a cui piace farci regali ma che comunque deve prima verificare che non siamo sulla lista dei bimbi cattivi. La cosa comune in qualsiasi versione di quest’idea è che dio non prende azione nei nostri confronti finché noi non prendiamo azione nei suoi confronti. Lui ci ama solo dopo che noi amiamo lui. Ci benedice solo dopo che ubbidiamo ai suoi comandamenti. Ci premia solo dopo che noi dimostriamo di essere persone brave, buone e dunque meritevoli.

Quest’idea si manifesta poi in varie forme concrete e pratiche. C’è la forma religiosa: cerco di vivere come Dio vuole, attenendomi ai suoi precetti, frequentando la chiesa, pregando, facendo opere di carità e benevolenza, sempre con la speranza che Dio mi contraccambierà tutto il bene che ho fatto. Se credo di esserci riuscito, sarò propenso a diventarne orgoglioso e disprezzare, o considerare inferiori, quelli che non sono all’altezza. Dall’altra parte, se mi ritengo un fallito, o se non vedo che Dio mi tratta come penso di essere degno, sarò suscettibile alla delusione, alla depressione e persino alla rabbia. Questo contribuisce alla manifestazione irreligiosa di quest’idea, quando non voglio niente a che fare con un tale dio. O mollo la mia fede perché sono stanco di provare dopo aver fallito tante volte, o mi stufo dell’ipocrisia delle persone religiose, di coloro che “predicano bene ma razzolano male”, e non vedo la giustizia di Dio che dovrebbe punire quelli e aiutare altri che, pur essendo non credenti, sono a mio avviso brave persone. In ogni caso, sia per il religioso sia per l’irreligioso, l’idea del dio “giudice imparziale” porta conseguenze negative.

Tornando adesso alla storia di Giacobbe in Genesi 28, scopriamo come Dio si rivela in modo assolutamente opposto, in modo davvero rivoluzionario per quanto riguarda le nostre idee di lui, non come “giudice imparziale” ma piuttosto come “cacciatore divino”. Abbiamo già notato che l’episodio raccontato nel cap.27 s’impernia sul tema della caccia. Isacco chiede a suo figlio Esaù, l’esperto cacciatore, di prendergli selvaggina affinché possa benedirlo prima di morire. L’inganno di Giacobbe risulta efficace perché impersona un cacciatore. Ma quando Esaù viene a conoscenza di ciò che è successo, impiega le sue capacità da cacciatore per inseguire e uccidere Giacobbe che ormai è diventato la preda.

Mentre però Giacobbe cerca di scappare da suo fratello, la narrativa prende una svolta inaspettata e sorprendente: è Dio che appare all’improvviso lungo il suo percorso come il vero cacciatore. Accade di notte, mentre Giacobbe dorme in un luogo a lui sconosciuto ed è dunque particolarmente vulnerabile e indifeso. In un sogno, Dio si manifesta a Giacobbe in cima a una scala per la quale gli angeli salgono e scendono. Da lì la parola di Dio (sempre il mezzo principale tramite cui Dio si rivela agli esseri umani) si rivolge a Giacobbe e gli fa la stessa promessa che ha fatto ad Abraamo e Isacco:

La terra sulla quale tu stai coricato, io la darò a te e alla tua discendenza. La tua discendenza sarà come la polvere della terra … e tutte le famiglie della terra saranno benedette in te e nella tua discendenza. Io sono con te, e ti proteggerò dovunque tu andrai…

È di vitale importanza notare che alla fine Dio sottolinea il carattere incondizionato di questa promessa:

…io non ti abbandonerò prima di aver fatto quello che ti ho detto.

Questo è rafforzato dall’immagine della scala che richiama gli ziggurat, quelle enormi strutture dotate di una rampa di scale centrale costruite dai popoli antichi per giungere all’altezza delle divinità. La scala che Giacobbe vede invece funziona nel modo contrario: non è Giacobbe che deve salire per incontrare Dio, ma è Dio che scende, per mezzo della sua parola (di cui gli angeli sono raffigurati come i portatori), per incontrare Giacobbe. Il sogno di Giuseppe è letteralmente il capovolgimento degli antichi concetti pagani della deità, e anche dei nostri. Il Dio di Abraamo e di Isacco — e da ora in poi il Dio anche di Giacobbe — non è il dio “giudice imparziale” o “tiranno spietato” o “babbo natale” che aspetta che noi costruiamo una scala per raggiungere lui. Egli è il “cacciatore divino” che prende l’iniziativa, che va alla ricerca di quelli che non lo cercano, che persino vogliono scappare da lui, e che riesce a trovarci anche nei luoghi che sembrano più lontani dalla sua presenza. Ma a differenza di Esaù che insegue Giacobbe per fargli del male, Dio lo insegue per fargli del bene, per benedirlo oltre misura e oltre immaginazione.

E tutto questo non perché Giacobbe si è dimostrato degno di tali benedizioni; anzi, dalla nascita è un manipolatore, un ingannatore, un soppiantore. Davanti al dio “giudice imparziale”, Giacobbe sarebbe rifiutato e condannato. Ma davanti al Cacciatore Divino, è accolto e prezioso. Questo Dio ama Giacobbe prima che Giacobbe ami lui. Lo benedice prima che Giacobbe gli ubbidisca. Gli da promesse meravigliose prima che Giacobbe dimostri di esserne degno (cosa che in realtà non fa mai!).

3) La Preda di Dio (Genesi 28:16-22)

16 Quando Giacobbe si svegliò dal sonno, disse: «Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo!» 17 Ebbe paura e disse: «Com’è tremendo questo luogo! Questa non è altro che la casa di Dio, e questa è la porta del cielo!» 18 Giacobbe si alzò la mattina di buon’ora, prese la pietra che aveva messa come capezzale, la pose come pietra commemorativa e vi versò sopra dell’olio. 19 E chiamò quel luogo Betel; mentre prima di allora il nome della città era Luz. 20 Giacobbe fece un voto, dicendo: «Se Dio è con me, se mi protegge durante questo viaggio che sto facendo, se mi dà pane da mangiare e vesti da coprirmi, 21 e se ritorno sano e salvo alla casa di mio padre, il Signore sarà il mio Dio 22 e questa pietra, che ho eretta come monumento, sarà la casa di Dio; di tutto quello che tu mi darai, io certamente ti darò la decima».

La risposta di Giacobbe conferma tutto questo. Dopo essersi svegliato dice: “Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo!” In realtà, Giacobbe era sempre inconsapevole della presenza di Dio nella sua vita. Questa è la prima volta nella sua storia che se ne renda conto. Giacobbe non era mai un uomo di fede, evidente dal fatto che pensava di dover manipolare le persone attorno a lui e controllare le circostanze in cui si trovava per ottenere ciò che desiderava.

Tuttavia, nonostante la sua incredulità, o almeno la sua indifferenza circa la presenza di Dio nella sua vita, Dio era lì presente. Malgrado il suo “io non lo sapevo”, il Signore l’ha seguito fino a quel luogo sconosciuto. Pur fuggendo da casa sua, Giacobbe si è trovato inaspettatamente e involontariamente in “Betel”, che tradotto vuol dire “casa di Dio”. E anche se alla fine Giacobbe non risponde con una fede vera e sincera in quanto dice “il Signore sarà il mio Dio” solo se quest’ultimo adempie una serie di condizioni (se Dio è con me, se mi protegge durante questo viaggio, se mi dà pane da mangiare e vesti da coprirmi, se ritorno sano e salvo alla casa di mio padre), Dio non viene meno nel compiere tutte le sue promesse. Giacobbe è sempre stato infedele nei confronti di Dio, e lo sarà ancora, ma Dio è sempre stato, è, e sarà sempre fedele nei suoi confronti. Nonostante i falli e i peccati di Giacobbe, Dio non lo abbandonerà mai ma continuerà a inseguirlo finché non avrà adempiuto tutto quanto il suo proposito benevolo nei suoi confronti. Il Dio di Abraamo e di Isacco è risoluto a essere il Dio anche di Giacobbe, anche se Giacobbe non è ancora sicuro se lo vuole o meno. Questo è il carattere del Dio vero, del “Cacciatore Divino”.

Ma per quanto stupenda nei confronti di Giacobbe, questa rivelazione del Cacciatore Divino giunge al culmine nella persona di Gesù Cristo nei confronti del mondo intero. Nel vangelo di Giovanni capitolo 1 (che abbiamo già visto come una “seconda Genesi”), leggiamo la storia del primo incontro di Filippo e Natanaele (che diventeranno discepoli e apostoli) con Gesù in cui la scala di Giacobbe fa una nuova apparizione:

45 Filippo trovò Natanaele e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella legge e i profeti: Gesù da Nazaret, [il] figlio di Giuseppe». 46 Natanaele gli disse: «Può forse venire qualcosa di buono da Nazaret?» Filippo gli rispose: «Vieni a vedere». 47 Gesù vide Natanaele che gli veniva incontro e disse di lui: «Ecco un vero Israelita in cui non c’è falsità». 48 Natanaele gli chiese: «Da che cosa mi conosci?» Gesù gli rispose: «Prima che Filippo ti chiamasse, quando eri sotto il fico, io ti ho visto». 49 Natanaele gli rispose: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele». 50 Gesù rispose e gli disse: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto il fico, tu credi? Tu vedrai cose maggiori di queste». 51 Poi gli disse: «In verità, in verità vi dico che [da ora in poi] vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo».

Qui non è in realtà una scala che collega il cielo con la terra ma Gesù stesso. Egli è, come Giovanni dice nel 1:14, la Parola di Dio che “è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, pieno di grazia e di verità”. Gesù è la presenza di Dio che non ha aspettato che venissimo da lui ma che ci è venuta a cercare mentre eravamo come Giacobbe: inconsapevoli, indifferenti e increduli. Oppure, per usare l’immagine di Luca 15:3-6, Gesù è il buon pastore che, smarrita una delle sue pecore, lascia le altre novantanove e “va dietro a quella perduta finché non la ritrova”. Gesù è “l’amico dei peccatori” (Luca 7:34) che invita gli indegni a casa sua per mangiare e bere a tavola con lui. Gesù è il grande medico che viene non per i sani ma per i malati (Luca 5:31-32). E soprattutto, Gesù è l’amore di Dio che pagherà qualsiasi prezzo per riacquistarci, che infatti ha pagato il prezzo più caro, spargendo il suo sangue e sacrificando la sua vita sulla croce per salvarci. Così afferma 1 Giovanni 4:10:

In questo è l’amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma che egli ha amato noi, e ha mandato suo Figlio per essere il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati.

Quanto cambierà la nostra vita se noi veramente afferriamo questo “amore cacciatore” di Dio in Cristo! Quanto coraggio avremo quando finalmente comprendiamo con tutto il cuore che Dio non smetterà di inseguirci con la sua grazia finché non sperimentiamo la pienezza delle sue benedizioni. Quanta speranza ci darà la certezza che Dio è per noi, che sta sempre dalla nostra parte, che rimane fedele a noi anche quando noi ci dimostriamo infedeli a lui. E quanto sarà grande la libertà di vivere nella conoscenza che, come Paolo dichiara in Romani 8:32-34:

Colui che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per noi tutti, non ci donerà forse anche tutte le cose con lui? Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio è colui che li giustifica. Chi li condannerà? Cristo Gesùè colui che è morto e, ancor più, è risuscitato, è alla destra di Dio e anche intercede per noi.

Che Dio ci conceda tutti la grazia in Cristo di poter credere veramente tutto questo e di vivere nella forza che viene dal sapere che ovunque ci troviamo — persino in un luogo sconosciuto scappando da uno che ci vuole uccidere — siamo sempre nelle mani e nella presenza del Cacciatore Divino che non ci abbandonerà prima di aver adempiuto tutte le sue promesse al nostro riguardo. Amen.

Genesi 1:1-5 Nel Principio Dio

1) Dio Creò (Genesi 1:1-2)

1 Nel principio Dio creò i cieli e la terra. La terra era informe e vuota, le tenebre coprivano la faccia dell’abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque.

La Bibbia inizia, in Genesi 1:1, con le famose parole: “Nel principio Dio creò i cieli e la terra”. L’enormità del significato di questa sola frase è uguale alle dimensioni dell’universo che essa descrive. Se comprendiamo questo, anche solo in modo parziale, ci cambierà radicalmente la vita. È dunque necessario riflettere bene su questo, meditando attentamente su ogni singola parola.

Nel principio, Dio creò i cieli e la terra.

Nel principio, Dio creò.

Nel principio, Dio.

È interessante notare che la Bibbia non comincia dal punto di vista umano o con un tentativo di provare l’esistenza di Dio quando la maggior parte delle persone pensa di sé come il presupposto dell’esistenza e della ragione. L’influente filosofo francese Renato Cartesio lo disse così: “Penso, quindi sono”. In altre parole, non posso essere veramente certo di niente se non la mia esistenza. Parto sempre dal fatto che io esisto, e valuto tutto in quanto riesco a capirlo rispetto alle mie esperienze. Se credo in Dio, è perché ho giudicato le prove della sua esistenza convincenti. Se non ci credo, forse è perché non credo in ciò che non posso toccare, vedere o sentire. Se cerco Dio, è perché ne sento il bisogno. Se non lo cerco, è perché penso di farcela senza di lui. In ogni caso — credente o non credente, praticante o non praticante — sono sempre io al centro della questione. La questione dell’esistenza di Dio, la questione del suo ruolo nella mia vita, tutto viene determinato in base alla mia capacità di indagare, ragionare, e giudicare.

La Bibbia, al contrario, inizia nel modo opposto. Non offre prove o ragioni per dimostrare l’esistenza di Dio. Non cerca di rendere pertinente la questione alla nostra vita. Dichiara in modo semplice e schietto: “Nel principio, Dio”. Così dovrebbe essere anche il nostro modo di pensare e di fare. Non “nel principio io” ma “nel principio Dio”. Questo deve essere il nostro presupposto di vita, il nostro punto di partenza. L’esistenza di Dio dovrebbe essere per noi più certa del fatto che noi esistiamo. Il nostro approccio non dovrebbe essere “penso, quindi sono” ma “Dio, quindi sono”. L’esistenza di Dio è l’unico, vero, inalterabile, innegabile fatto della realtà. “Nel principio, Dio” e nient’altro. Inoltre, “nel principio Dio creò” significa che, come l’universo, i cieli e la terra, devono tutta la loro esistenza solo a questo, così anche noi. L’apostolo Giovanni, commentando e ampliando Genesi 1 alla luce della venuta della Parola di Dio, Gesù Cristo, spiega:

Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei, e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. (Giovanni 1:1-3)

Negare, dunque, l’esistenza di Dio è la forma di irrazionalità più assurda, perché nega la fonte e l’origine di tutto quello che esiste all’infuori di Dio. Sarebbe simile se un figlio negasse di aver avuto una madre, o se un libro negasse di aver avuto un autore, o se un edificio negasse di aver avuto un architetto. Di conseguenza, partire non dal “nel principio Dio” ma dal “nel principio io” scompiglierà e rovinerà tutto quello che segue.

Ecco perché Salmo 14:1 dichiara senza equivoci: “Lo stolto ha detto nel cuor suo: ‘Non c’è Dio'”. E cosa ne risulta? I versetti successivi (2-3) lo precisano:

Sono corrotti, fanno cose abominevoli; non c’è nessuno che faccia il bene. Il Signore ha guardato dal cielo i figli degli uomini, per vedere se vi è una persona intelligente, che ricerchi Dio. Tutti si sono sviati, tutti sono corrotti, non c’è nessuno che faccia il bene, neppure uno.

“Nel principio Dio” è, secondo Genesi 1:1, la bussola senza la quale navigare questo mondo e questa vita è impossibile. Avere la bussola rotta ci porterà lontano da dove vogliamo e dobbiamo andare.

2) Dio Disse (Genesi 1:3)

Dio disse: «Sia luce!» E luce fu.

Poi nel v.3 di Genesi 1, troviamo un altro dato di fatto che sempre precede e fonda la nostra esistenza e la nostra esperienza: “Dio disse”. Questo Dio che era nel principio, che è egli stesso il principio, non è un dio zitto e muto. Dio è il Dio che dice, che parla, che comunica. E quando parla, chiama all’esistenza le cose che non sono. “Dio disse: “Sia luce!” E luce fu.” Nel principio, Dio non parlò a un altro che esisteva già insieme a lui. Dio parlò alla luce e le diede un comando prima che la luce fosse, ma fu la sua parola stessa, rivolta alla luce inesistente, che portò la luce all’esistenza. Vale a dire, la parola di Dio è efficace; compie la volontà di chi la pronuncia. Così afferma il Signore in Isaia 55:10-11:

Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver annaffiato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, affinché dia seme al seminatore e pane da mangiare, così è della mia parola, uscita dalla mia bocca: essa non torna a me a vuoto, senza aver compiuto ciò che io voglio e condotto a buon fine ciò per cui l’ho mandata.

Così afferma il Signore anche in Geremia 1:12:

Io vigilo sulla mia parola per mandarla a effetto.

E ancora una volta in Giovanni 1, v.5:

La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta.

Se le tenebre mai provassero a resistere alla parola di Dio che chiama la luce dal nulla, non riuscirebbero a contrastarla. “Dio disse: ‘Sia luce'”, e le tenebre non potevano sopraffare il potere del comando divino, ma dovevano arrendersi davanti a esso e cedere spazio all’arrivo della luce.

Questo concetto della parola e del parlare di Dio deve affiancarsi a quello dell’esistenza di Dio: nel principio Dio creò, e nel principio Dio disse. Di nuovo, la Bibbia qui all’inizio non cerca di provare che la parola di Dio è veritiera ed efficace; fa vedere semplicemente che lo è. Non chiede neanche se la parola di Dio sia attinente o importante alla nostra vita, perché “essa era nel principio con Dio” (Giovanni 1:2). Ovvero, la domanda da fare, quella con cui la Bibbia inizia, non è: “È la parola di Dio pertinente alla vita umana?” ma piuttosto: “È la vita umana pertinente alla parola di Dio?” Il principio dell’universo, il fondamento della realtà, il dato di fatto inalterabile prima di ogni nostro pensare, sperimentare e fare è la parola di Dio, come diventa chiaro alla fine di Genesi 1:

26 Poi Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza, e abbiano dominio sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». 27 Dio creò l’uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina. 28 Dio li benedisse; e Dio disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra, rendetevela soggetta, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sopra ogni animale che si muove sulla terra».

Secondo questo, non sono la ragione e l’esperienza umane che convalidano la parola di Dio, ma è la parola di Dio che le crea e costituisce. La parola di Dio, essendo “nel principio con Dio”, non è soggetta al giudizio umano né deriva la sua attendibilità dalla nostra valutazione. È la parola di Dio che è il nostro giudice, la parola di Dio che valuta la nostra fedeltà o meno. Ciò che succede quando si nega “nel principio, Dio” succede anche quando si nega “nel principio Dio disse”. In Genesi 3:2, sarà proprio questa la tentazione del serpente che farà cadere Adamo ed Eva nel peccato, nel decadimento, e infine nella morte:

«Come! Dio vi ha detto di non mangiare da nessun albero del giardino?»

Il messaggio qui è evidente: non dobbiamo mai pensare di poter chiamare in giudizio la parola di Dio; dobbiamo solo dare ascolto, sottometterci e ubbidire a essa. Come fu per l’universo così continua a essere per noi tutti i giorni della nostra vita: nel principio Dio disse. Ecco il motivo per la beatitudine nel Salmo 1 di chi:

…il cui diletto è nella legge del Signore e su quella legge medita giorno e notte. Egli sarà come un albero piantato vicino a ruscelli, il quale dà il suo frutto nella sua stagione e il cui fogliame non appassisce; e tutto quello che fa prospererà. (vv.2-3)

Così in Deuteronomio 32:46-47 il Signore comanda al suo popolo per bocca di Mosè:

Prendete a cuore tutte le parole che oggi pronuncio solennemente davanti a voi. Le prescriverete ai vostri figli, affinché abbiano cura di mettere in pratica tutte le parole di questa legge. Poiché questa non è una parola senza valore per voi: anzi, è la vostra vita.

3) Dio Separò (Genesi 1:4-5)

Dio vide che la luce era buona; e Dio separò la luce dalle tenebre. Dio chiamò la luce «giorno» e le tenebre «notte». Fu sera, poi fu mattina: primo giorno.

C’è ancora un terzo elemento che dobbiamo considerare. Dopo aver creato la luce, il testo di Genesi 1 prosegue dicendo che “Dio vide che la luce era buona; e Dio separò la luce dalle tenebre”. Questo “separare” la luce dalle tenebre fu e rimane indispensabile. Se Dio non avesse separato la luce dalle tenebre, se non avesse chiamato la luce “giorno” e le tenebre “notte”, non avrebbe potuto garantire che le tenebre non avrebbero sopraffato, o almeno confuso, la luce. Questa separazione protegge la luce dalle tenebre, e assicura che le tenebre abbiano sempre un limite oltre il quale non riescono a passare. Questa separazione è la promessa che, nonostante sia la notte, il giorno sicuramente spunterà. Notiamo infatti l’ordine dei giorni in Genesi 1: “Fu sera, poi fu mattina: primo giorno”. Non “fu mattina, poi fu sera”, come se la luce venisse sopraffata dalle tenebre, ma “fu sera, poi fu mattina” per dire: “è la luce che sempre vincerà!” E questo trionfo grazie alla separazione che Dio creò tra la luce e le tenebre, tra il giorno e la notte.

Lo stesso punto è ripetuto nella narrazione dei due giorni successivi nei vv.6-13:

Poi Dio disse: «Vi sia una distesa tra le acque, che separi le acque dalle acque». Dio fece la distesa e separò le acque che erano sotto la distesa dalle acque che erano sopra la distesa. E così fu. Dio chiamò la distesa «cielo». Fu sera, poi fu mattina: secondo giorno.

Poi Dio disse: «Le acque che sono sotto il cielo siano raccolte in un unico luogo e appaia l’asciutto». E così fu. 10 Dio chiamò l’asciutto «terra», e chiamò la raccolta delle acque «mari». Dio vide che questo era buono. 11 Poi Dio disse: «Produca la terra della vegetazione, delle erbe che facciano seme e degli alberi fruttiferi che, secondo la loro specie, portino del frutto avente in sé la propria semenza, sulla terra». E così fu. 12 La terra produsse della vegetazione, delle erbe che facevano seme secondo la loro specie e degli alberi che portavano del frutto avente in sé la propria semenza, secondo la loro specie. Dio vide che questo era buono. 13 Fu sera, poi fu mattina: terzo giorno.

In questi versetti, troviamo la stessa enfasi sulla separazione che Dio effettua tra i vari elementi nella creazione. Nel v.6, Dio crea una distesa (sempre tramite la sua parola!) per separare le acque. Poi nel v.9, Dio ordina alle acque di essere “raccolte in un unico luogo” affinché possa apparire “l’asciutto”. Anche se il testo non usa la parola “separare”, l’idea è sempre quella. Dio separa le acque dalla terra asciutta per permettere alla terra, come prosegue nei vv.11-12, di produrre “della vegetazione, delle erbe … e degli alberi” per portare frutto. Di nuovo vediamo come la separazione che Dio stabilisce tra le acque e l’asciutto è indispensabile alla vita. Se, come dice nel v.2, c’è solo l’acqua sulla superficie, la terra sarà solo “informe e vuota”, incapace di ospitare la vita. Come il limite che Dio impone alle tenebre garantisce che la luce non ne sarà sopraffatta, così anche il limite che Dio impone alle acque garantisce che l’asciutto non sparirà e la vita potrà prosperare. Questo, ovviamente, anticipa il giudizio del diluvio nel cap.7 quando Dio permette che le acque tornino a ricoprire l’asciutto, e di conseguenza ogni essere vivente sull’asciutto muore.

Ecco quindi la necessità del comando di Dio che separa, che limita, che dice anche di no. Il comando, o possiamo anche dire la legge di Dio, è quella che stabilisce l’ordine, che previene il caos, e che crea le condizioni occorrenti alla vita. Senza il comando di Dio, la terra sarebbe informe e vuota, la vita sparirebbe, e la luce sarebbe sopraffatta dalle tenebre. E come l’esistenza e la parola di Dio così anche il comando di Dio: è nel principio. Esso è il presupposto della nostra esistenza, della nostra felicità, e della nostra pace. Abbiamo queste cose solo nella misura in cui ubbidiamo a quello che Dio comanda. Dio dunque parlava seriamente quando nel 2:16-17:

…ordinò all’uomo: «Mangia pure da ogni albero del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai».

Questo, secondo Genesi 1, è il terzo dato di fatto inalterabile e imprescindibile della nostra esistenza. Possiamo provare a ignorarlo, a negarlo, o a contrastarlo, ma l’unico risultato sarà sempre lo stesso: la morte.

4) Il Nuovo Principio

Questo, infatti, è la condizione del mondo in cui viviamo. Il mondo non è come descritto in Genesi 1, in cui le tenebre e le acque — sia quelle letterali sia quelle metaforiche — ubbidiscono sempre alla parola di Dio. A volte la mattina non spunta dopo la notte e la luce sembra avvolta dalle tenebre. A volte le acque non rimangono nel posto assegnato loro ma straripano e inondano e distruggono. Il mondo in cui viviamo appare più “informe e vuoto” che ordinato e prospero. Questo è perché viviamo nel mondo del Genesi 3, il mondo in cui abbiamo messo noi stessi “nel principio” al posto di Dio, in cui abbiamo rifiutato la sua parola e ci siamo ribellati alla sua legge. E ne stiamo pagando le conseguenze. Per tornare al Salmo 14:

Sono corrotti, fanno cose abominevoli; non c’è nessuno che faccia il bene. Il Signore ha guardato dal cielo i figli degli uomini, per vedere se vi è una persona intelligente, che ricerchi Dio. Tutti si sono sviati, tutti sono corrotti, non c’è nessuno che faccia il bene, neppure uno.

Ecco perché nel suo vangelo, Giovanni non si limita a commentare Genesi 1; va oltre la prima creazione per parlare di una nuova:

La vera luce che illumina ogni uomo stava venendo nel mondo. 10 Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l’ha conosciuto. 11 È venuto in casa sua, e i suoi non l’hanno ricevuto; 12 ma a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio, a quelli cioè che credono nel suo nome, 13 i quali non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma sono nati da Dio.

14 E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre. 15 Giovanni gli ha reso testimonianza, esclamando: «Era di lui che io dicevo: “Colui che viene dopo di me mi ha preceduto, perché era prima di me. 16 Infatti dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia”». 17 Poiché la legge è stata data per mezzo di Mosè; la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo. (Giovanni 1:9-17)

Qui vediamo che il Dio Creatore che era nel principio è venuto poi nella sua creazione, divenendo parte di essa in forma umana, per ricreare ciò che si era corrotto e per darci un nuovo principio. Vediamo come la Parola di Dio, il Figlio di Dio stesso, è sceso dal cielo come la pioggia e la neve (per usare il linguaggio di Isaia 55) e non ci è tornato a vuoto, senza aver compiuto ciò per cui era stato mandato. La stessa Parola che era nel principio con Dio per mezzo della quale ogni cosa è stata fatta, questa Parola ha parlato di nuovo in mezzo alle tenebre del peccato e della morte e ha fatto risplendere la luce della vita eterna che non sarà mai sopraffatta. E vediamo che laddove la legge è risultata inefficace a salvare — in questo caso la legge “data per mezzo di Mosè” — “la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo” per togliere il peccato del mondo. Anche se il peccato e la morte abbondano in questo mondo, la grazia che abbiamo ricevuto in Cristo sovrabbonda ancora di più. Infatti è dalla pienezza di Dio in Cristo che abbiamo ricevuto la grazia della salvezza, e per questo abbiamo ricevuto, e riceviamo ancora, grazia su grazia su grazia su grazia su grazia.

Questo è il compimento del messaggio di Genesi 1, e in Cristo abbiamo il privilegio di beneficiarne. Rallegriamoci dunque! Fidiamoci sempre di più del Dio che era nel principio, perché è lui che in Cristo ci ha fatto rinascere a un nuovo principio nella speranza certa che un giorno tutta la creazione sarà fatta nuova, e potremmo allora goderci il mondo di pace, di giustizia e di amore che Dio ha promesso di realizzare. Amen.

Apocalisse 6: I Sigilli della Storia e l’Ira dell’Agnello

1) Introduzione

6:1 Poi vidi quando l’Agnello aprì uno dei sette sigilli

Quando l’apostolo Paolo si riferisce al “buon combattimento della fede” (1 Timoteo 6:12), parla di una questione che affronta tutte le persone a prescindere dalle loro prospettive religiose. Siamo costantemente assaliti da voci che cercano di persuaderci di porre fiducia in esse, dalle pubblicità che vogliono farci credere che saremo felici se compriamo il prodotto che vendono, ai politici che promettono di realizzare i nostri sogni più grandi se li votiamo. Questo è evidente anche nella pandemia COVID perché (come ho sentito qualcuno dire recentemente) è difficile sapere la verità del virus quando esperti da ogni lato — dai catastrofisti ai complottisti — ci danno informazioni contraddittorie. Tutti i giorni sentiamo dichiarazioni, affermazioni, e opinioni che mirano a ottenere la nostra fiducia, e noi siamo costretti a lottare per capire a chi dobbiamo ascoltare e a chi no. Anche quelli che dicono di non fidarsi più di nessuno stanno semplicemente mettendo tutta la loro fiducia in se stessi, cioè nella loro intelligenza e nelle loro capacità di discernere la verità dalla menzogna. Alla fine, tutto questo non è altro che un “combattimento di fede”: tra quelli che combattono per vincere la nostra fiducia e noi che cerchiamo di capire a chi o a cosa dare retta.

Ciò che rende in particolare la fede cristiana un combattimento è che essa riguarda soprattutto cose che non si possono vedere con gli occhi o toccare con le mani. Non voglio dire che la fede cristiana manchi di concretezza o praticità, ma solo che in fondo essa si basa sulla parola di Dio. Crediamo che sia così perché Dio ha detto che è così. In più, crediamo che sia così perché Gesù Cristo, la Parola di Dio in carne umana, ci ha fatto vedere in se stesso che è così. Tuttavia, resta vero che, come dice Paolo in 2 Corinzi 5:7, “camminiamo per fede e non per visione”, e di conseguenza anche il più forte e convinto credente avrà a volte dei dubbi al riguardo. Dopo un po’ che i nostri amici, conoscenti, colleghi di lavoro, vicini di casa, o anche familiari ci dicono che dobbiamo essere mezzo pazzi per credere in Gesù, cominciamo anche noi a chiederci se è così. Ecco qui l’importanza del libro dell’Apocalisse.

“Apocalisse”, che letteralmente vuol dire “svelare”, è stato scritto dall’apostolo Giovanni alle chiese che erano, a continuano a essere, tentati a credere che il mondo sia così come ci appare: che i primi siano i primi e gli ultimi siano gli ultimi, che i grandi non servano gli altri ma si facciano servire dagli altri, che i vincitori siano i forti, i belli, i ricchi e i bravi, e spesso che il male sia pù potente del bene. Lo scopo di Apocalisse è di smascherare queste percezioni ed esporre i loro inganni, di togliere il velo che ci nasconde il vero potere dell’universo e farci vedere che, come afferma 1 Giovanni 5:4: “questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede”. Per quanto sembra strano e misterioso, il libro dell’Apocalisse è un’arma indispensabile nel buon combattimento della fede del credente.

Nei capitoli 4 e 5 di Apocalisse, Giovanni riesce a sbirciare “dietro le quinte”, e vede il trono celeste di Dio attorno al quale le creature viventi e gli angeli cantano incessantemente le lodi dell’Altissimo. Nella visione che Giovanni riferisce vediamo che sul trono più alto del cosmo non c’è né uomo né nessun’altra creatura ma Dio Creatore del cielo e della terra. Egli è il sovrano assoluto e indiscusso, e tiene nella sua mano un libro sigillato da sette sigilli. Questo è il libro che rappresenta il suo piano per il compimento della storia dell’universo. I suoi decreti che sono scritti dentro sono “fedeli e veritieri”, e nessuno è in grado di contrastarli o frustrarne l’adempimento.

Poi, Giovanni vede nella visione che nessuno è degno e capace di aprire il libro e rivelarne il contenuto se non uno solo: il Signore Gesù Cristo, raffigurato come il Leone vincitore e l’Agnello immolato per togliere il peccato del mondo. Gesù e Gesù solo ha sconfitto i potere del male e della morte, ed è a lui Dio ha dato il nome al di sopra di ogni altro nome, e il potere al di sopra di ogni altro potere. Apocalisse ci fa vedere che Gesù è il Signore di tutto e di tutti; non solo in un senso spirituale divorziato dalle realtà fisiche, politiche, scientifiche, storiche, e culturali del mondo; non solo un signore tra tanti altri. Lui è il Signore di tutto ciò. Ed è dunque solo lui che è degno e in grado di prendere in mano il libro del destino del mondo e aprirne i sigilli, dando così il via agli avvenimenti che alla fine porteranno alla vittoria finale di Dio e della venuta del suo regno in ogni angolo del mondo. Il capitolo 6 di Apocalisse rivela il contenuto del libro e narra questi avvenimenti man mano che Gesù — sempre designato “l’Agnello” — apre i sigilli del libro uno alla volta. Tutto questo mira a fortificare la nostra fede, a rendere più ferma la nostra risolutezza di essere fedeli a Cristo, e ad avere coraggio e franchezza nel testimoniarlo agli altri. Consideriamo adesso il contenuto dei sigilli.

2) I Primi Quattro Sigilli: I Quattro Cavalli (6:1-8)

A) 1° sigillo: il cavallo bianco (vv.1-2)

6:1 Poi vidi quando l’Agnello aprì uno dei sette sigilli e udii una delle quattro creature viventi, che diceva con voce come di tuono: «Vieni». Guardai e vidi un cavallo bianco. Colui che lo cavalcava aveva un arco; e gli fu data una corona, ed egli venne fuori da vincitore, e per vincere.

Quando l’Agnello apre il primo sigillo, Giovanni vede venir fuori un cavallo bianco, e il cavaliere che ha un arco. Questo è il primo dei famosi “quattro cavalli dell’Apocalisse” che molti conoscono anche tra quelli che non hanno mai letto la Bibbia. Le immagini di questi cavalli e dei loro cavalieri sono ovviamente simboliche, come il linguaggio in tutto il libro di Apocalisse. Come Gesù non è letteralmente un agnello, così non c’è letteralmente un cavallo bianco col cavaliere che ha un arco. Il significato è da ricercare in ciò che questi cavalli e gli altri simboli rappresentano. Qui il colore del cavallo è importante: bianco, lo stesso colore che indossa Gesù e lo stesso colore del cavallo sul quale egli tornerà nel capitolo 19 per stabilire il suo regno sulla terra. Ma è chiaro che non è Gesù a calvacare questo cavallo, perché è Gesù ad aprire il sigillo che gli permette di venir fuori!

No, questo cavaliere è un impostore, una pallida imitazione di Cristo che viene fuori “da vincitore, e per vincere”. Altrove questo è chiamato “l’anticristo” o “lo spirito dell’anticristo” per tenta di usurpare il posto che spetta solo a Gesù. Nel capitolo 5, è Gesù solo che viene acclamato il vincitore, ma qui vediamo un altro che si arroga lo stesso titolo e diritto. Questo cavaliere rappresenta ogni cosa o ogni persona all’infuori di Cristo che pretende di essere “la via, la verità e la vita”. Può essere un politico o un partito politico; può essere una filosofia o ideologia, puo essere il denaro, può essere persino un prodotto sul mercato che promette di cambiare la nostra vita in bene se ci fidiamo dei produttori abbastanza da spendere i nostri soldi per comprarlo. In poche parole, il cavaliere bianco — l’anticristo — è un idolo, quello che chiede la fiducia e la lealtà che spettano solo a Cristo. E considerando quanto è diffusa l’idolatria nel mondo, non è difficile vedere quanto è efficace questo cavaliere nel “vincere” i cuori, le menti, e le anime delle persone.

B) 2° sigillo: il cavallo rosso (vv.3-4)

Quando l’Agnello aprì il secondo sigillo, udii la seconda creatura vivente che diceva: «Vieni». E venne fuori un altro cavallo, rosso; e a colui che lo cavalcava fu dato di togliere la pace dalla terra affinché gli uomini si uccidessero gli uni gli altri, e gli fu data una grande spada.

L’apertura del secondo sigillo fa venire fuori un cavallo rosso, il colore del sangue. Questo è infatti ciò che accade, perché il cavaliere rosso toglie la pace dalla terra e fomenta conflitti dai quali risultano tanti morti. Naturalmente i conflitti più gravi e sanguinosi sono le guerre, ma l’impatto di questo cavallo è ben più ampio. Anche liti tra vicini di casa possono sfociare in violenza. È difficile, se non impossibile, che passiamo una giornata senza imbatterci in qualche conflitto, o uno in cui siamo coinvolti o uno di cui siamo testimoni. La storia umana è una storia del conflitto, e così sarà fino alla fine. Finché l’uomo è ingannato dallo spirito dell’anticristo e va dietro a idoli, sarà disposto a fare qualsiasi cosa per ottenere quello che desidera, anche quando deve far male agli altri.

C) 3° sigillo: il cavallo nero (vv.5-6)

Quando l’Agnello aprì il terzo sigillo, udii la terza creatura vivente che diceva: «Vieni». Guardai e vidi un cavallo nero; e colui che lo cavalcava aveva una bilancia in mano. E udii come una voce in mezzo alle quattro creature viventi, che diceva: «Una misura di frumento per un denaro e tre misure d’orzo per un denaro, ma non danneggiare né l’olio né il vino».

Il terzo sigillo fa venire fuori un cavallo nero, il colore che rappresenta il male, la corruzione, l’ingiustizia e la sofferenza. Il cavaliere ha in mano una bilancia che dovrebbe simboleggiare la giustizia, ma in questo caso è l’opposto. Le misure usate per il frumento e l’orzo — alimenti di base — sono tante volte aumentate rispetto a quelle giuste, mentre l’olio e il vino — alimenti di lusso — rimangono invariati. Questo indica un’ingiustizia economica in cui i poveri vengono sfruttati in modo che non possano comprare da mangiare mentre i ricchi continuano a godersi i loro cibi succulenti.

D) 4° sigillo: il cavallo giallastro (vv.7-8)

Quando l’Agnello aprì il quarto sigillo, udii la voce della quarta creatura vivente che diceva: «Vieni». Guardai e vidi un cavallo giallastro; e colui che lo cavalcava si chiamava Morte, e gli veniva dietro l’Ades. Fu dato loro potere sulla quarta parte della terra, per uccidere con la spada, con la fame, con la mortalità e con le belve della terra.

L’Agnello apre il quarto sigillo e fa uscire il quarto e ultimo cavallo di colore giallastro, il colore della malattia e del morire. Questo cavaliere si chiama appunto “Morte”, ed è seguito dall’Ades, il soggiorno dei morti. Egli rappresenta l’effetto cumulativo dei tre cavalli precedenti: laddove c’è la guerra si muore di spada; laddove c’è sfruttamento economico si muore di fame e di malattia. A questi flagelli viene aggiunta la morte dovuta alle “belve della terra”, che sicuramente sono gli animali ma forse anche esseri umani che si comportano come tali. Spesso nei salmi i malvagi sono paragonati alle belve proprio perché le loro azioni sono disumane e perché disumanizzano le loro vittime. Comunque sia, la conseguenza di questi quattro cavalli è che la quarta parte del mondo viene colpita e uccisa, una devastazione tremenda e inimmaginabile.

A questo punto ci conviene riflettere brevemente su quanto abbiamo visto fin qui. La prima cosa importante da notare è l’ottica nella quale questi primi quattro sigilli ci fanno vedere gli avvenimenti terribili nella storia e nei giorni nostri. Tutti — conflitti, guerre, ingiustizie, corruzione, povertà, fame, pesti, cattiveria umana — fanno parte del libro che Dio ha scritto riguardante il destino del mondo. I quattro cavalli e i loro cavalieri entrano nella storia solo quando l’Agnello apre i sigilli del libro. In più, notiamo l’uso della forma passiva dei verbi: al cavaliere bianco “fu data una corona” (v.2); al cavaliere rosso “fu dato di togliere la pace dalla terra” e “gli fu data una grande spada” (v.4); al cavaliere giallastro e all’Ades “fu dato loro potere sulla quarte parte della terra per uccidere” (v.8). Per quanto riguarda il cavallo nero, è una voce “in mezzo alle quattro creature viventi” (v.6) che conducono le lodi attorno al trono di Dio che annuncia la sofferenza che seguirà. Il significato di questo è chiaro: i cavalieri possono affliggere il mondo solo nella misura in cui l’Agnello di Dio gli permette di farlo. Tutto quello che sembra il male sfrenato e fuori controllo è in realtà soggetto alla sovranità del Signore Gesù Cristo.

La seconda cosa importante da notare è che questi cavalli rappresentano soltanto le conseguenze naturali e inevitabili della ribellione umana contro Dio. È vero che i cavalli escono solo quando l’Agnello apre i sigilli del libro, ma ciò non significa che l’Agnello sia l’autore dei mali che portano. Il cavaliere bianco vince quelli che scelgono di andare dietro a idoli anziché adorare Dio. Il cavaliere rosso toglie la pace e fomenta il conflitto a quelli che si sono fatti nemici di Dio. Il cavaliere nero porta l’ingiustizia in mezzo a quelli che trasgrediscono la legge di Dio e si sono resi ingiusti davanti a lui. Il cavaliere giallastro uccide quelli che si sono allontanati dal loro Creatore e l’unica fonte della loro vita. In effetti, i sigilli danno agli esseri umani ciò che essi stessi hanno scelto. Hanno preferito gli idoli a Dio, la ribellione all’ubbidienza, l’ingiustizia alla giustizia, la morte dell’autonomia alla vita della sottomissione. Quindi, nel far entrare i quattro cavalieri nel mondo, Dio è perfettamente giusto.

Il punto di tutto ciò è doppio. Per i credenti, il messaggio è di incoraggiamento e conforto. Non bisogna mai pensare che il male sia più forte del bene, che la luce rischi di essere ingoiata dalle tenebre. Per quanto terribili e tremende, le forze del male non possono fare altro che Dio gli permette di fare, e per quanto misterioso, il proposito di Dio farà cooperare ogni male “al bene di quelli che amano Dio e che sono chiamati secondo il suo disegno” (Romani 8:28). Per i non credenti, il messaggio è di ravvedimento e salvezza. Se gli esseri umani abbandoneranno gli idoli, se saranno riconciliati con Dio, se ubbidiranno alla sua volontà e se si rivolgeranno a lui con tutto il cuore, troveranno perdono e vita eterna. Alla fine, per quanto severo, il giudizio di Dio è la manifestazione della sua misericordia che rifiuta di permettere agli esseri umani di rifiutare il suo benevolo proposito nei loro confronti.

3) Il Quinto Sigillo: I Martiri (6:9-11)

Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di quelli che erano stati uccisi per la parola di Dio e per la testimonianza che avevano resa. 10 Essi gridarono a gran voce: «Fino a quando aspetterai, o Signore santo e veritiero, per fare giustizia e vendicare il nostro sangue su quelli che abitano sulla la terra?» 11 E a ciascuno di essi fu data una veste bianca e fu loro detto che si riposassero ancora un po’ di tempo, finché fosse completo il numero dei loro compagni di servizio e dei loro fratelli, che dovevano essere uccisi come loro.

Quando l’Agnello apre il quinto sigillo, Giovanni vede qualcosa di nuovo. Non è più la terra ma il cielo che si mette a fuoco, in particolare “l’altare” che si trova nel tempio celeste di Dio. Sotto l’altare Giovanni vede “le anime di quelli che erano stati uccisi per la parola di Dio e per la testimonianza che avevano resa” (v.9). Questi sono i martiri che sembrano essere stati sconfitti dal mondo ma in realtà, come leggiamo nel 12:11, “hanno vinto per mezzo del sangue dell’Agnello e per mezzo della parola della loro testimonianza; e non hanno amato la loro vita, tanto da esporla alla morte”. Come l’Agnello ha vinto per mezzo della croce, così anche i martiri che rimangono fedeli a lui fino alla morte. È da ricordare che l’accezione originaria del termine “martire” era semplicemente “testimone”, e in questo senso tutti i credenti sono martiri quando testimoniano Gesù con coraggio e costanza.

Ma nella visione di Giovanni vengono specificati i martiri uccisi per la loro testimonianza perché esemplificano nel modo più chiaro la fede che neanche la morte può abbattere. Giovanni sente inoltre le loro suppliche che Dio intervenga per mettere fine al male e alla violenza e ristabilire la pace e la giustizia nel mondo, vendicando così il loro sangue. Gli viene detto di risposarsi “ancora un po’ di tempo” perché non è ancora “completo il numero dei loro compagni di servizio” (v.11). Anche qui il messaggio è doppio. Prima, ci conforta sapere che ci sarà una fine alle nostre sofferenze, e che la cosa peggiore che il mondo possa fare è ucciderci, aprendoci la porta a entrare nella presenza del Signore e del riposo da tutte le nostre sofferenze. Ma questo ci avverte anche che dobbiamo essere sempre pronti alla sofferenza, e persino al martirio in questo mondo, perché il numero di quelli che “devono essere uccisi” non è ancora completo.

4) Il Sesto Sigillo: L’Ira dell’Agnello (6:12-17)

12 Poi vidi quando l’Agnello aprì il sesto sigillo; e si fece un gran terremoto. Il sole diventò nero come un sacco di crine e la luna diventò tutta come sangue; 13 le stelle del cielo caddero sulla terra come quando un fico scosso da un forte vento lascia cadere i suoi fichi immaturi. 14 Il cielo si ritirò come una pergamena che si arrotola, e ogni montagna e ogni isola furono rimosse dal loro luogo. 15 I re della terra, i grandi, i generali, i ricchi, i potenti e ogni schiavo e ogni uomo libero si nascosero nelle spelonche e tra le rocce dei monti. 16 E dicevano ai monti e alle rocce: «Cadeteci addosso, nascondeteci dalla presenza di colui che siede sul trono e dall’ira dell’Agnello; 17 perché è venuto il gran giorno della loro ira. Chi può resistere?»

Ma il tempo per trattenere il giudizio finale non si prolungherà per sempre, e Dio risponderà alle preghiere dei santi di “fare giustizia e vendicare il loro sangue su quelli che abitano sulla terra” (v.10). Il tempo trascorso tra l’apertura del quinto e del sesto sigilli non è specificato, ma quanto è certo che è scritto nel libro di Dio tanto è certo che verrà “il gran giorno dell’ira dell’Agnello”. L’apertura del sesto sigillo ci porta sulla soglia della venuta del regno di Dio, quando finalmente sarà fatta la volontà di Dio come in cielo così anche in terra. Ma perché questo avvenga, Dio deve spacciare via tutto quello che lo impedisca. Così il giudizio finale sarà totale e universale. Il sole diventerà “nero come un sacco di crine” e la luna “tutta come sangue” (v.12). Il cielo si ritirerà, e “ogni montagna e ogni isola” saranno “rimosse dal loro luogo” (vv.13-14). Anche queste immagini sono simboliche, indicando la grandezza dello sconvolgimento che il giudizio di Dio effettuerà, tanto da far sembrare che persino “le stelle del cielo” stiano cadendo “sulla terra come quando un fico scosso da un forte vento lascia cadere i suoi fichi immaturi” (v.13).

In quel giorno, nessuno potrà resistere, e nella sua visione Giovanni vede che tutti saranno colpiti, indipendentemente dal loro potere, dalle loro ricchezze, o dall’onore con cui il mondo li acclama. Nessuno tra “i re della terra, i grandi, i generali, i ricchi, i potenti e ogni schiavo e ogni uomo libero” scamperà. Se la pandemia COVID è stata un grande livellatore colpendo tutti senza discriminare o fare favoritismi, il giudizio di Dio lo sarà ancora di più. E tanto terrificante sarà “l’ira dell’Agnello” che gli uomini preferiranno essere schiacciati dai monti e dalle rocce. Proviamo a immaginare uno spavento così grande da umiliare i più arroganti, da impoverire i più ricchi e da abbattere i più forti. Così sarà il gran giorno dell’ira dell’Agnello, e anche se sembra tardare, il suo futuro arrivo è certo, essendo scritto nel libro nella mano dell’Agnello.

Ma anche questo è la manifestazione della misercordia e dell’amore di Dio. Non è a caso che si tratti dell’ira “dell’Agnello”, lo stesso Agnello che si è sacrificato per togliere il peccato. Il Giudice del mondo non è altro che il Salvatore del mondo. Colui che versa la sua ira sul mondo non è altro che colui che si è sostituito al posto del mondo sotto la stessa ira. L’ira dell’Agnello è dunque l’ira del suo amore, l’amore che rifiuta di essere rifiutato, l’amore che non resta indifferente di fronte a ciò che distrugge l’amato, l’amore che è consumante come un fuoco e feroce come un urugano. L’ira dell’Agnello è lo stesso amore che ha rivelato sulla croce che ora viene manifestato in modo irresistibile e inarrestabile nei confronti di ogni singolo essere umano. E il motivo per cui a Giovanni fu concesso di vedere in anticipo questo giorno e poi di scriverlo a noi è affinché ogni peccatore abbia l’opportunità di ravvedersi e prepararsi al suo arrivo, e affinché ogni credente si fortifichi nella propria fede e speranza, mantendo ferma la testimonianza di Gesù Cristo fino alla morte.

Ecco perché abbiamo tanto bisogno di meditare a lungo su Apocalisse, perché l’inizio del libro stesso pronuncia questa benedizione: “Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e serbano le cose che vi sono scritte, perché il tempo è vicino” (1:3). Non ci resta altro che fare esattamente questo. Che Dio ci conceda la grazia tramite la sua parola di perseverare fino alla fine, rimanendo fedeli a lui e costanti nella nostra testimonianza. Amen.

1 Tessalonicesi: L’Azione della Parola di Dio

1) La Parola Con Potenza (1:1-10)

1:1 Paolo, Silvano e Timoteo alla chiesa dei Tessalonicesi che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: grazia a voi e pace [da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo]. 2 Noi ringraziamo sempre Dio per voi tutti, nominandovi nelle nostre preghiere, ricordandoci continuamente, davanti al nostro Dio e Padre, dell’opera della vostra fede, delle fatiche del vostro amore e della costanza della vostra speranza nel nostro Signore Gesù Cristo. Conosciamo, fratelli amati da Dio, la vostra elezione. Infatti il nostro vangelo non vi è stato annunciato soltanto con parole, ma anche con potenza, con lo Spirito Santo e con piena convinzione; infatti sapete come ci siamo comportati fra voi, per il vostro bene. Voi siete divenuti imitatori nostri e del Signore, avendo ricevuto la parola in mezzo a molte sofferenze, con la gioia che dà lo Spirito Santo, tanto da diventare un esempio per tutti i credenti della Macedonia e dell’Acaia. Infatti da voi la parola del Signore ha echeggiato non soltanto nella Macedonia e nell’Acaia, ma anzi la fama della fede che avete in Dio si è sparsa in ogni luogo, di modo che non abbiamo bisogno di parlarne; perché essi stessi raccontano quale sia stata la nostra venuta fra voi, e come vi siete convertiti dagli idoli a Dio per servire il Dio vivente e vero, 10 e per aspettare dai cieli il Figlio suo che egli ha risuscitato dai morti, cioè Gesù, che ci libera dall’ira imminente.

Fondamentale alla nostra fede è la Bibbia, l’unica testimonianza autorevole alla rivelazione di Dio all’umanità. La Bibbia, come sappiamo, è un libro, la parola di Dio scritta in parole umane. Questo fatto merita un po’ di riflessione. Perché questa testimonianza prende la forma di un libro? Perché Dio ha fatto sì che la sua parola fosse trasmessa a noi in questa modalità? O più basilare ancora: perché Dio si è rivelato a noi tramite la parola e non, per esempio, tramite una visione? La prima lettera di Paolo ai Tessalonicesi ci dà un’ottima opportunità per riflettere su questo tema, cioè, la centralità della parola alla nostra fede. I cristiani sono prima di tutto “un popolo del libro” perché, come Paolo afferma in 2 Timoteo 3:16-17:

16 Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, 17 perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona.

Solo della Scrittura è dichiarato questo, che è “ispirata da Dio”, e la Scrittura da sola è sufficiente affinché siamo completi e ben preparati per ogni opera buona.

La lettera di 1 Tessalonicesi, scritta da Paolo a una chiesa che aveva fondato nella città di Tessalonica (che esiste ancora oggi) in Grecia, non è un trattato specifico su quest’argomento, ma è pieno di riferimenti a esso. Quando Paolo lasciò la chiesa per fondarne altre altrove, essa era una comunità matura nella fede, ma dopo un po’ i suoi membri si resero conto di aver ancora bisogno del suo aiuto in certe questioni. Paolo, trovandosi lontano da Tessalonica, non poteva essere lì personalmente, e quindi gli scrisse questa lettera, sapendo che essa era in grado di supplire alla sua assenza nei confronti dei credenti tessalonicesi. In questo, vediamo la certezza che Paolo aveva nella parola scritta come strumento efficace dell’opera di Dio nella chiesa. Come spiega chiaramente nel 2:13:

2:13 Per questa ragione anche noi ringraziamo sempre Dio: perché quando riceveste da noi la parola della predicazione di Dio, voi l’accettaste non come parola di uomini, ma, quale essa è veramente, come parola di Dio, la quale opera efficacemente in voi che credete.

Per Paolo, la parola del vangelo, sia annunciata che scritta, “opera efficacemente” in noi che crediamo perché essa, pur provenendo da uomini come Paolo, non è solo la parola dell’uomo ma è veramente la parola di Dio. È questa certezza che vogliamo, e che dobbiamo, avere anche noi, perché se non siamo convinti dell’efficacia della Bibbia, avremo poca motivazione per darle retta. Se invece condividiamo la convinzione di Paolo, saremo sempre più spronati a leggerla, a studiarla, e a metterla in pratica.

La difficoltà che affrontiamo, però, è che viviamo in una cultura che sottovaluta la parola. Spesso si distingue tra “parole” e “fatti”, come se parole contassero meno dei fatti. Per quanto riguarda la parola scritta, è noto che in genere gli italiani non sono grandi lettori di libri. Più ancora, (e soprattutto quando si parla della Bibbia), la parola scritta è spesso considerata complessa, ambigua e difficile da capirsi. La Bibbia in particolare è un libro ritenuto inaccessibile alla persona normale, o anche poco attendibile perché deve essere interpretato. Quante volte ho sentito qualcuno ribattere: “Ma è solo la tua interpretazione!”, come se questo minasse l’autorevolezza delle Scritture! Ma tutto questo è sintomatico della poca fiducia che molti hanno nella parola scritta, e specialmente nella Bibbia, come mezzo efficace di comunicazione. Noi siamo purtroppo condizionati da questa mentalità, e influisce molto sul rapporto che abbiamo con il testo sacro.

Per questo motivo, è importante che riflettiamo bene su come la Bibbia stessa considera il tema della parola, e non possiamo fare meglio che studiarlo in 1 Tessalonicesi. Paolo comincia questa lettera ricordando ai tessalonicesi il vangelo che gli aveva annunciato “non soltanto con parole, ma anche con potenza, con lo Spirito Santo e con piena convinzione” (1:5). Indipendentemente da quello che possiamo pensare di altre parole, la parola del vangelo, Paolo insiste, è potentemente efficace quando viene annunciata perché è accompagnata dallo Spirito Santo che convince chi ascolta della sua verità. Così la parola del vangelo si distingue da altre parole umane nel senso che realizza lo scopo per cui viene comunicata. Il vangelo non è una parola che, come altre parole umane, può essere semplicemente ignorata. Non è una promessa che, come altre promesse umane viene meno. Ottiene l’ascolto quando viene dichiarato, e garantisce il compimento di ciò che prevede. Rimaniamo spesso delusi o ingannati dalle parole che altri dicono, ma questo non succede mai quando la parola del vangelo è trasmessa, perché lo Spirito Santo ne assicura l’efficacia.

Paolo ricorda inoltre ai tessalonicesi che la loro esperienza è testimone di tutto ciò. Sanno che quando il vangelo è stato da Paolo annunciato, la sua potenza si è dimostrata nel fatto che essi sono di conseguenza “divenuti imitatori … del Signore” (1:6). I tessalonicesi hanno “ricevuto la parola in mezzo a molte sofferenze” (1:6), e si sono “convertiti dagli idoli a Dio per servire il Dio vivente e vero” (1:9). Questa conversione — dalle tenebre alla luce, dalla falsità alla verità, dalla morte alla vita, dagli idoli a Gesù — era dovuta non all’eloquenza della predicazione di Paolo ma solo alla potenza della parola annunciata.

Nel 2:3-7, infatti, Paolo respinge esplicitamente ogni tentativo di far accettare il vangelo con strategie o trucchi umani:

3 Perché la nostra predicazione non proviene da finzione, né da motivi impuri, né è fatta con inganno; ma, come siamo stati approvati da Dio che ci ha stimati tali da poterci affidare il vangelo, parliamo in modo da piacere non agli uomini, ma a Dio che prova i nostri cuori. Difatti, non abbiamo mai usato un parlare lusinghevole, come ben sapete, né pretesti ispirati da cupidigia; Dio ne è testimone. E non abbiamo cercato gloria dagli uomini, né da voi, né da altri, sebbene, come apostoli di Cristo, avremmo potuto far valere la nostra autorità; invece, siamo stati mansueti in mezzo a voi, come una nutrice che cura teneramente i suoi bambini.

Paolo non spacciava il vangelo come un venditore di auto. Annunciava il vangelo con sincerità e semplicità, e le vite trasformate come risultato erano la prova dell’efficacia della parola stessa. Tale era la fiducia di Paolo nella potenza della parola che era capace di capovolgere il mondo con un mero sussurro. Il vangelo, in quanto parola di Dio, non è da separare dai “fatti” che sono più concreti. Per Paolo, la parola di Dio è il suo atto. Dio agisce parlando. E quando diamo ascolto alla parola di Dio, permettiamo allo Spirito Santo di entrare nelle nostre vite e di renderci conformi all’immagine di Gesù.

2) La Parola In Azione

A) Insegnare/Istruire (4:2-6, 13-17)

Il resto della lettera di 1 Tessalonicesi si legge quasi come un catalogo delle varie azioni che Dio intraprende nei nostri confronti quando apriamo le nostre orecchie alla sua parola. Consideriamo adesso le diverse opere che Dio compie in noi tramite la sua parola. Ne abbiamo già vista una: tramite la parola del vangelo, Dio ci libera dagli idoli che ci schiavizzano e ci converte a se stesso, l’unico vero Dio, affinché lo serviamo in gioia e in libertà. Ma c’è molto ancora. Attraverso la sua parola Dio ci istruisce e ci insegna la verità che ci rende saldi nella fede e capaci di discernere l’errore. Nel capitolo 4 troviamo due chiari esempi di questo. Nei vv.2-6 leggiamo:

4:Infatti sapete quali istruzioni vi abbiamo date nel nome del Signore Gesù. Perché questa è la volontà di Dio: che vi santifichiate, che vi asteniate dalla fornicazione, che ciascuno di voi sappia possedere il proprio corpo in santità e onore, senza abbandonarsi a passioni disordinate come fanno gli stranieri che non conoscono Dio; che nessuno opprima il fratello né lo sfrutti negli affari; perché il Signore è un vendicatore in tutte queste cose, come già vi abbiamo detto e dichiarato prima.

Qui vediamo come la parola di Dio ci insegna qual è la volontà di Dio per noi, la nostra santificazione. I tessalonicesi, una volta convertiti dagli idoli a servire l’unico vero Dio, dovevano poi imparare a “possedere il proprio corpo in santità e onore”. Questo non era né facile né automatico, perché erano circondati da persone che “non conoscevano” Dio e per cui “abbandonarsi a passioni disordinate” era del tutto normale. Loro invece dovevano vivere in modo totalmente controcorrente, e quindi dovevano essere istruiti in tutta la volontà di Dio per loro. Così anche noi che viviamo in una società che non conosce Dio e che reputa normali stili di vita contrari alla sua volontà, abbiamo altrettanto bisogno di essere istruiti in modo conforme alla santità. Come avviene questo? Qual è la scuola in cui siamo ammaestrati in tutta la volontà di Dio? È la parola di Dio scritta: “Infatti sapete quali istruzioni vi abbiamo date nel nome del Signore Gesù” (4:2).

Poi nei vv.13-17 del capitolo 4, troviamo un altro tipo di insegnamento importante:

4:13 Fratelli, non vogliamo che siate nell’ignoranza riguardo a quelli che dormono, affinché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. 14 Infatti, se crediamo che Gesù morì e risuscitò, crediamo pure che Dio, per mezzo di Gesù, ricondurrà con lui quelli che si sono addormentati. 15 Poiché questo vi diciamo mediante la parola del Signore: che noi viventi, i quali saremo rimasti fino alla venuta del Signore, non precederemo quelli che si sono addormentati; 16 perché il Signore stesso, con un ordine, con voce d’arcangelo e con la tromba di Dio, scenderà dal cielo, e prima risusciteranno i morti in Cristo; 17 poi noi viventi, che saremo rimasti, verremo rapiti insieme con loro, sulle nuvole, a incontrare il Signore nell’aria; e così saremo sempre con il Signore.

Qui vediamo come l’insegnamento della parola di Dio serve per liberarci dall’ignoranza. Evidentemente, i tessalonicesi erano ignoranti “riguardo a quelli che dormono” (cioè i morti) e di conseguenza erano “tristi come gli altri che non hanno speranza” (v.13). Per questo motivo Paolo gli insegna il ritorno di Gesù e la risurrezione. Sappiamo, Paolo dice, che la morte non è l’ultima parola per i credenti. Sono morti, sì, e forse moriremo anche noi se Gesù non torna prima, ma il fatto è che Gesù tornerà, e quando tornerà i morti risusciteranno e saranno riuniti con quelli che sono ancora vivi. Per i credenti è la vita, non la morte, che trionferà, e siamo certi che un giorno saremo tutti insieme nella presenza del Signore per sempre, senza paura, senza angoscia, e senza lacrime. Se non siamo ignoranti ma convinti di questo, non saremo tristi di fronte alla morte “come gli altri che non hanno speranza”. Saremo tristi, certo, ma la nostra tristezza sarà sempre temperata dalla speranza, e piangeremo sapendo che un giorno non piangeremo mai più. Questo è lo scopo dell’insegnamento della parola di Dio, ed è il motivo per cui Paolo, insieme agli altri autori ispirati, ci hanno regalato il tesoro delle sacre Scritture che ci liberano dall’ignoranza e ci riempiono di speranza.

B) Consolare (4:18; 5:9-11)

La seconda azione, legata alla prima, che Dio compie in noi tramite la sua parola è la consolazione. Dopo aver insegnato il ritorno di Cristo, Paolo conclude nel v.18:

4:18 Consolatevi dunque gli uni gli altri con queste parole.

Nello stesso modo, nei vv.9-11 del capitolo 5, Paolo ricorda che, nonostante il male che ci assalisce e il mondo che peggiora sempre di più, il nostro destino non è ira e distruzione ma salvezza e vita eterna che sarà nel giorno in cui Gesù si rivelerà dal cielo.

5:9 Dio infatti non ci ha destinati a ira, ma ad ottenere salvezza per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo, 10 il quale è morto per noi affinché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui. 11 Perciò, consolatevi a vicenda ed edificatevi gli uni gli altri, come d’altronde già fate.

È Dio che ci ha destinati alla salvezza, e sarà lui a portarla a compimento. Inoltre, anche prima del ritorno di Cristo, anche se lo vediamo, e persino in mezzo alla valle dell’ombra della morte, noi “viviamo insieme con” Gesù. Bramiamo il giorno quando la nostra fede cambierà in visione e lo vedremo faccia a faccia, ma nel frattempo noi godiamo di una comunione con lui che nessun dolore o difficoltà ci può togliere. Certo, tendiamo a dimenticare questo, specie quando siamo sopraffatti dalle prove della vita. Se non ci rivolgiamo alla parola, ci priviamo del più grande conforto che abbiamo. Ma quando diamo di nuovo ascolto alla parola di Dio, egli ci ricorda delle sue promesse infallibili, e troviamo una grande consolazione per le nostre anime.

C) Preannunciare/Preparare (3:1-4)

Mediante la sua parola, quindi, Dio ci salva, ci istruisce, ci conforta, ma vediamo anche che ci prepara per renderci saldi in anticipo delle varie difficoltà che possiamo attraverso nella vita.

3:1 Perciò, non potendo più resistere, preferimmo restare soli ad Atene; e mandammo Timoteo, nostro fratello e collaboratore di Dio nel vangelo di Cristo, per confermarvi e confortarvi nella vostra fede, affinché nessuno fosse scosso in mezzo a queste tribolazioni; infatti voi stessi sapete che a questo siamo destinati. Perché anche quando eravamo tra di voi, vi preannunciavamo che avremmo dovuto soffrire, come poi è avvenuto, e voi lo sapete.

Come Paolo fece nei confronti dei tessalonicesi, mandando a loro Timoteo “affinché nessuno fosse scosso in mezzo a queste tribolazioni”, così Dio fa attraverso le Scritture. Esse ci preannunciano che dovremo soffrire in modo che non saremo presi alla sprovvista quando capita. Nel capitolo 5, vv.4-8, la parola ci dice questo esplicitamente usando la metafora del “giorno” e della “notte”:

5:4 Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno abbia a sorprendervi come un ladro; perché voi tutti siete figli di luce e figli del giorno; noi non siamo della notte né delle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma vegliamo e siamo sobri; poiché quelli che dormono, dormono di notte, e quelli che si ubriacano, lo fanno di notte. Ma noi, che siamo del giorno, siamo sobri, avendo rivestito la corazza della fede e dell’amore e preso per elmo la speranza della salvezza.

I credenti, ammaestrati dalla parola, sanno cosa aspettarsi nel mondo, e non rimangono sorpresi quando “come un ladro” vengono le tribolazioni e le angosce. Non rimangono stupiti che il peccato umano sfocia in razzismo e omicidio, come è successo recentemente con la morte di George Floyd negli Stati Uniti. Non rimangono sorpresi neanche quando il mondo intero viene colpito da una pandemia come il COVID-19, perché la parola ha già preannunciato tutto ciò. Come “figli della luce” e “figli del giorno”, i credenti vegliano, sono sobri, e sanno discernere i segni della fine e del ritorno di Cristo. Mentre quelli del mondo “si ubriacano” e “dormono” così che l’arrivo del “ladro” li sconvolge, quelli che si sono rivestiti dell’armatura di Dio sono preparati a tutto, e sanno reagire nel modo giusto. Sono così non grazie alla loro intelligenza o capacità, ma perché tramite la sua parola Dio li ha preparati e li ha fortificati per poter stare forti e fermi in mezzo alla tempesta.

D) Esortare/Ammonire (2:10-12; 4:1, 9-12; 5:14-18)

A volte, però, abbiamo bisogno di essere esortati, ammoniti, e rimproverati. Così Dio fa anche questo nella sua parola. Per esempio, alla fine della lettera, nel 5:14-18, Paolo scrive:

5:14 Vi esortiamo, fratelli, ad ammonire i disordinati, a confortare gli scoraggiati, a sostenere i deboli, a essere pazienti con tutti. 15 Guardate che nessuno renda ad alcuno male per male; anzi cercate sempre il bene gli uni degli altri e quello di tutti. 16 Siate sempre gioiosi; 17 non cessate mai di pregare; 18 in ogni cosa rendete grazie, perché questa è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi.

A volte, quello che ci serve è un rimprovero paterno perché non stiamo facendo ciò che dovremmo fare. Se cadiamo nel peccato, se non dimostriamo l’amore e il perdono di Cristo rendendo invece male per male, se cessiamo di pregare, e non rendiamo grazie in ogni cosa ma piuttosto ci lamentiamo di tutto, abbiamo bisogno della correzione e della disciplina del nostro Padre celeste. E una volta disciplinati, dobbiamo essere incoraggiati a riprendere la giusta via e perseverare in essa. Anche questo Dio fa per mezzo della sua parola. Certo, la disciplina del Signore non è piacevole. A nessuno piace essere rimproverato o corretto, perché il nostro orgoglio vuole che abbiamo sempre ragione. Ma per quanto difficile e doloroso, anche la disciplina è un’opera necessaria che Dio compie nei nostri confronti. Se diamo costante ascolto alla sua parola, spesso possiamo evitare le drastiche misure che a volte Dio deve prendere per farci tornare a lui, perché sarà più difficile che ci allontaniamo da lui o che dimentichiamo le sue esortazioni. Quindi, vediamo per l’ennesima volta l’importanza di meditare sempre sulla parola di Dio, affinché lui possa correggerci prima che lasciamo la retta via

E) Benedire (3:12-13; 5:23-25)

L’ultima azione (almeno per quanto riguarda questo studio) che Dio compie in noi tramite la sua parola è la benedizione. La benedizione può assumere la forma di una preghiera, può essere pronunciata da qualcuno come Paolo, ma quando la leggiamo nelle Scritture possiamo essere certi che costituisce il desiderio di Dio per noi. Nella Bibbia, la benedizione è quella che Dio promette di adempiere nei nostri confronti, anche quando abbiamo poca fiducia che egli è in grado di farlo. Due passaggi in 1 Tessalonicesi sono particolarmente pertinenti al riguardo: 3:12-13 e 5:23-25:

3:12 e quanto a voi, il Signore vi faccia crescere e abbondare in amore gli uni verso gli altri e verso tutti, come anche noi abbondiamo verso di voi, 13 per rendere i vostri cuori saldi, irreprensibili in santità davanti a Dio nostro Padre, quando il nostro Signore Gesù [Cristo] verrà con tutti i suoi santi.

5:23 Or il Dio della pace vi santifichi egli stesso completamente; e l’intero essere vostro, lo spirito, l’anima e il corpo, sia conservato irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. 24 Fedele è colui che vi chiama, ed egli farà anche questo. 25 Fratelli, pregate per noi.

Sappiamo che spesso veniamo meno agli insegnamenti e alle esortazioni della Bibbia. A volte non ci sentiamo consolati dalle consolazioni delle Scritture. Altre volte siamo colti dormendo, come quando Gesù ha trovato i discepoli che si sono addormentati mentre lui pregava nel giardino dei Getsemani. Ci comportiamo meno come i “figli della luce” e più come quelli che si ubriacano di notte. Ma al di là di tutto questo, le benedizioni di Dio su di noi, come questi due esempi qui, sono le promesse che alla fine, sarà Dio a portare a compimento l’opera buona che ha cominciato in noi. Il nostro amore è spesso debole, ma Dio lo farà crescere e abbondare. I nostri cuori sono spesso vacillanti, ma Dio li renderà saldi. Siamo spesso macchiati dai nostri peccati, ma Dio ci santificherà completamente e ci presenterà irreprensibili davanti a se stesso. La nostra fede, come i nostri corpi e le nostre anime, sono vulnerabili agli attacchi del nemico e alle sofferenze della vita, ma Dio ci conserverà per la venuta del nostro Signore Gesù Cristo. Questa è la parola di Dio a noi, e quindi egli la compierà sicuramente. Quanto è prezioso dunque il tesoro che abbiamo nelle sacre Scritture che testimoniano questa parola! Non dovremmo mai trascurarle ma ascoltarle e meditarle giorno e notte, come dice nel Salmo 1. Nella misura in cui diamo ascolto alla parola di Dio scritta, egli farà tutto questo in noi, e molto di più!

Chiudo con Salmo 19:7-11, che riassume bene tutto quanto:

La legge del Signore è perfetta, essa ristora l’anima; la testimonianza del Signore è veritiera, rende saggio il semplice. I precetti del Signore sono giusti, rallegrano il cuore; il comandamento del Signore è limpido, illumina gli occhi. Il timore del Signore è puro, sussiste per sempre; i giudizi del Signore sono verità, tutti quanti sono giusti, 10 sono più desiderabili dell’oro, anzi, più di molto oro finissimo; sono più dolci del miele, anzi, di quello che stilla dai favi. 11 Anche il tuo servo è da essi ammaestrato; v’è gran ricompensa a osservarli.

Giacomo 2:14-26: La Fede che Salva

1) Introduzione

“Sola fede” è uno dei cinque “sola” che caratterizzano le principali convinzioni della Riforma Protestante e della fede evangelica odierna. Facciamo bene tutte le volte che lo ribadiamo, data la nostra tendenza di tornare a dipendere dal nostro operato per giustificarci e salvarci. Come ci ha ricordato il nostro studio di Romani 5, abbiamo la pace con Dio solo perché siamo stati giustificati solo per fede e non per le opere. Se la nostra pace con Dio dipendesse dalla nostra capacità di diventare chi dobbiamo essere — perfettamente santi e giusti — non la potremmo mai ottenere. Ma siccome siamo stati riconciliati con Dio non tramite le nostre opere ma per l’opera di Cristo al nostro posto, possiamo riposarci nella certezza che “non c’è più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù” (Romani 8:1). Tutti i nostri peccati — passati, presenti e futuri — sono stati tolti per mezzo dell’unico sacrificio di Gesù sulla croce, e dunque non dobbiamo mai avere paura di tornare di nuovo sotto la condanna di Dio. Questo è uno dei motivi per cui il vangelo è “buona notizia”: non siamo noi a dovere raggiungere Dio, ma è Dio che ha già raggiunto noi nel suo Figlio Gesù, adottandoci come i suoi diletti figli e dandoci il dono del suo Spirito come garanzia della vita eterna e della nostra eredità celeste. La Bibbia non potrebbe essere più chiara quando dichiara in Efesini 2:8-9:

Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi: è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti.

Quindi, è necessario ripetere (anche fino alla nausea!) che siamo salvati solo per fede, che vuol dire semplicemente che la nostra salvezza è un dono che riceviamo gratuitamente, non è un’opera che compiamo. Dobbiamo stare attenti di non pensare alla fede come un altro tipo di opera, quell’1% che facciamo noi dopo che Dio ha fatto il 99%. La fede non è un’opera, è solo la mano vuota con la quale riceviamo ciò che Dio ci dona. Persino la fede stessa è un dono, facendo parte dell’insieme dei benefici che Cristo è per noi. Cristo è morto al nostro posto, ha ubbidito perfettamente al nostro posto, e ha anche creduto perfettamente al nostro posto. Perciò, la frase “sola fede” si riferisce in primis alla fede di Cristo per mezzo della quale siamo salvati e solo in un senso secondario si riferisce alla nostra fede in lui. Infatti, se abbiamo fede, dobbiamo dire come Paolo in Galati 2:20: “non sono io, ma è Cristo che vive [e che crede] in me”! La nostra salvezza è l’opera di Dio, dall’inizio alla fine, e per questo professiamo con convinzione i sola della Riforma: sola Scrittura, solo Cristo, sola grazia, sola fede, e solo a Dio la gloria.

La lettera di Giacomo, però, sembra creare una difficoltà quando dice “Voi vedete [dunque] che l’uomo è giustificato per opere, e non per fede soltanto” (2:24). Questo versetto sta in apparente contraddizione con tutto quello che abbiamo detto fin qui. Tanto è grande questa difficoltà che è detto che Martin Lutero, il riformatore che nel ‘500 rischiò la sua vita per predicare la sola fede, chiamò Giacomo “la lettera di paglia” per come, secondo lui, il suo messaggio contrastava il vangelo di sola grazia predicato da Paolo nelle pagine del Nuovo Testamento. Infatti, a primo sguardo, sarebbe facile arrivare a una simile conclusione. È importante dunque che risolviamo la questione. Giacomo contraddice Paolo? Sbagliamo quando insistiamo che siamo salvati solo per fede e non per opere? Il nostro scopo oggi è di trovare la soluzione, ascoltando attentamente ciò che Giacomo vuole insegnarci.

2) Quale Fede? (Giacomo 2:14-19, 26)

14 A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede ma non ha opere? Può la fede salvarlo? 15 Se un fratello o una sorella non hanno vestiti e mancano del cibo quotidiano, 16 e uno di voi dice loro: «Andate in pace, scaldatevi e saziatevi», ma non date loro le cose necessarie al corpo, a che cosa serve? 17 Così è della fede; se non ha opere, è per se stessa morta. 18 Anzi, uno piuttosto dirà: «Tu hai la fede, e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le [tue] opere, e io con le mie opere ti mostrerò la [mia] fede». 19 Tu credi che c’è un solo Dio, e fai bene; anche i demòni lo credono e tremano…. 26 Infatti, come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta.

La domanda fondamentale da fare nei confronti di questo passo di Giacomo riguarda il significato dei termini. Quando Giacomo parla in questi versetti di “fede”, di “opere” e di “giustificazione”, che cosa vuol dire? È vero che la Bibbia è coerente nel suo messaggio, ma dobbiamo ricordarci che Dio usò tante persone per comunicarlo. Come ognuno di noi ha un modo diverso di esprimersi, così anche gli autori che hanno contribuito alla Bibbia. Paolo e Giacomo non erano la stessa persona, e non scrivevano nelle stesse occasioni e con gli stessi obbiettivi. Dobbiamo dunque ascoltare Giacomo secondo le sue intenzioni, senza presuppore che usasse gli stessi termini nello stesso modo di Paolo.

Detto questo, dobbiamo prima chiedere: di quale “fede” parla Giacomo qui? Se teniamo presente questa domanda mentre leggiamo, il senso della parola “fede” in questo contesto diventa subito chiaro. La fede di cui Giacomo parla è “morta”, come la chiama nel v.17. Nel v.26, è una fede che è come un corpo senza lo spirito. Nel v.19, è lo stesso tipo di fede che hanno anche i demoni: “tu credi che c’è un solo Dio, e fai bene; anche i demoni lo credono e tremano”. Ovviamente, la fede con la quale i demoni credono in Dio non è una fede che salva. Anzi, è una fede che incute paura e terrore, una fede per cui i demoni cercano di opporsi a Dio, di frustrare il suo piano e di allontanarsi il più possibile da lui! Questa è l’idea di fede che Giacomo sta affrontando quando chiede nel v.14: “A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede ma non ha opere? Può la fede salvarlo?”

Nei vv.15-16 Giacomo propone un esempio concreto di questa fede morta e diabolica:

Se un fratello o una sorella non hanno vestiti e mancano del cibo quotidiano, e uno di voi dice loro: «Andate in pace, scaldatevi e saziatevi», ma non date loro le cose necessarie al corpo, a che cosa serve?

Notiamo bene il significato di questo esempio: non è Dio che ha bisogno dell’opera buona, ma il fratello o la sorella che non hanno vestiti e cibo. Lo scopo dell’opera buona in questo caso non è di ottenere la vita eterna, ma di aiutare il prossimo dandogli “le cose necessarie al corpo”. La fede vera, Giacomo dice, si manifesta in atti concreti di amore verso il prossimo. Se invece uno dice di avere fede ma non ama il prossimo, quella fede è in realtà morta e non serve a niente.

Il punto qui, quindi, è la dimostrazione visibile e tangibile della fede attraverso le opere. Così Giacomo continua nel v.18:

Anzi, uno piuttosto dirà: «Tu hai la fede, e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le [tue] opere, e io con le mie opere ti mostrerò la [mia] fede».

Questo immaginario interlocutore presume di poter scindere la fede dalle opere, in modo da poter fare esattamente quello che Giacomo dice è impossibile: avere la fede vera ma ignorare i bisogni del nostro prossimo. Così Giacomo gli dà una sfida: “mostrami la tua fede senza le tue opere”, ciò che Giacomo sa non si può fare. È con le opere, lui insiste, che si mostra la fede. E mostrare la fede è il punto, non ottenere la salvezza. Secondo Giacomo, le opere servono per mostrare l’esistenza della fede che salva; non sono però quello che salva. I riformatori lo dicevano in questo modo: solo la fede salva, ma la fede che salva non è mai da sola. La fede non si vede, ma le opere sì. Sono dunque le opere che indicano la presenza della fede, come il fumo indica la presenza del fuoco.

Questo è infatti il tema principale dell’intera lettera di Giacomo. All’inizio di questo capitolo, Giacomo esorta che la fede deve essere “immune da favoritismi”, e poi propone un altro esempio nei vv.2-4:

Infatti, se nella vostra adunanza entra un uomo con un anello d’oro, vestito splendidamente, e vi entra pure un povero vestito malamente, e voi avete riguardo a quello che veste elegantemente e [gli] dite: «Tu, siedi qui al posto d’onore»; e al povero dite: «Tu, stattene là in piedi», o «siedi [qui] in terra accanto al mio sgabello», non state forse usando un trattamento diverso e giudicando in base a ragionamenti malvagi?

Prima ancora, nel 1:26, Giacomo afferma che:

26 Se uno [fra voi] pensa di essere religioso, ma poi non tiene a freno la sua lingua e inganna se stesso, la sua religione è vana.

Questi sono tutti esempi di quello che Giacomo dice nei vv.22-25 del primo capitolo:

22 Ma mettete in pratica la parola e non ascoltatela soltanto, illudendo voi stessi. 23 Perché, se uno è ascoltatore della parola e non esecutore, è simile a un uomo che guarda la sua faccia naturale in uno specchio; 24 e quando si è guardato se ne va, e subito dimentica com’era. 25 Ma chi guarda attentamente nella legge perfetta, cioè nella legge della libertà, e in essa persevera, non sarà un ascoltatore smemorato, ma uno che la mette in pratica; egli sarà felice nel suo operare.

Per Giacomo, la fede è sempre pratica, ed è sempre praticata, o non è niente. Giacomo non ammette nessuna separazione tra “teoria” e “pratica”, tra “sapere” e “fare”, tra “fede” e “vita”. In questo, Giacomo è perfettamente d’accordo con Paolo che, in Galati 5:6, dice: “quello che vale è la fede che opera per mezzo dell’amore.” Paolo dice questo, ricordiamoci, nella stessa lettera in cui tre capitoli prima insiste che “l’uomo non è giustificato per le opere della legge, ma soltanto per mezzo della fede in Cristo Gesù” (Galati 2:16). Paolo non vedeva nessuna contraddizione nel dire che siamo giustificati solo per fede e che quella fede opera per mezzo dell’amore. La fede è l’albero, e le opere sono i frutti. Non sono le opere che danno vita alla fede, ma la fede che produce le opere. Allo stesso tempo, come un albero senza frutto o fogliame è morto, così la vera fede non può non produrre opere buone come i frutti della vita.

3) Giustificato Per Opere? (Giacomo 2:20-26)

20 Insensato! Vuoi renderti conto che la fede senza le opere non ha valore? 21 Abraamo, nostro padre, non fu forse giustificato per le opere quando offrì suo figlio Isacco sull’altare? 22 Tu vedi che la fede agiva insieme alle sue opere e che per le opere la fede fu resa completa; 23 così fu adempiuta la Scrittura che dice: «Abraamo credette a Dio, e ciò gli fu messo in conto come giustizia»; e fu chiamato amico di Dio. 24 Voi vedete [dunque] che l’uomo è giustificato per opere, e non per fede soltanto. 25 E così Raab, la prostituta, non fu anche lei giustificata per le opere quando accolse gli inviati e li fece ripartire per un’altra strada? 26 Infatti, come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta.

Questo non dovrebbe difficile da capire. Ma cosa vuol dire dopo quando Giacomo dice nel v.24 che “l’uomo è giustificato per opere, e non per fede soltanto?”. Per rispondere, dobbiamo prima vedere come Giacomo usa l’esempio di Abraamo come prova che, come dice nel v.20, “la fede senza le opere non ha valore”. Nel v.21, Giacomo richiama la nostra attenzione al momento quando Abraamo “offrì suo figlio Isacco sull’altare” e chiede: “non fu forse giustificato per le opere?” Adesso, un lettore attento del libro di Genesi dovrebbe subito accorgersi di un fatto interessante. La storia di Abraamo quando ha offerto Isacco sull’altare è riferita in Genesi 22. Ma è in Genesi 15:6 — un momento tanti anni prima, prima ancora che nascesse Isacco — che leggiamo che “Abraamo credette a Dio e ciò gli fu mezzo in conto come giustizia”, la frase che Giacomo cita nel v.23. È interessante che in Romani 4:2-5, Paolo cita questo stesso versetto come prova che Abraamo è stato giustificato solo per fede e non per opere:

Poiché se Abraamo fosse stato giustificato per le opere, egli avrebbe di che vantarsi, ma non davanti a Dio; infatti, che dice la Scrittura? «Abraamo credette a Dio e ciò gli fu messo in conto come giustizia». Ora a chi opera, il salario non è messo in conto come grazia, ma come debito; mentre a chi non opera ma crede in colui che giustifica l’empio, la sua fede è messa in conto come giustizia.

Quando però Giacomo cita Genesi 15:6, sembra arrivare a una conclusione diversa. Leggiamo di nuovo vv.22-23:

22 Tu vedi che la fede agiva insieme alle sue opere e che per le opere la fede fu resa completa; 23 così fu adempiuta la Scrittura che dice: «Abraamo credette a Dio, e ciò gli fu messo in conto come giustizia»

A questo punto, ci sono due possibilità. O Giacomo e Paolo interpretano lo stesso versetto di Genesi in modo contraddittorio, o la contraddizione è solo superficiale e non reale. Sono convinto che la seconda opzione è quella vera, e questo diventa chiaro quando leggiamo Giacomo attentamente. Abbiamo già osservato che Giacomo parla della giustificazione di Abraamo quando ha offerto Isacco in Genesi 22, anche se il versetto che Giacomo cita da Genesi che riporta la giustificazione di Abraamo si trova nel capitolo 15 e accade tanti anni prima nella vita di Abraamo. La chiave è la parola “adempiuta” nel v.23: quando Abraamo ha offerto Isacco in Genesi 22, si è adempiuto ciò che Genesi 15 aveva detto riguardante la giustificazione di Abraamo: “Abraamo credette a Dio e ciò gli fu mezzo in conto come giustizia”.

In altre parole, Giacomo non dice che Abraamo è stato giustificato davanti a Dio quando offrì Isacco, perché sa benissimo che era stato già giustificato per fede in Genesi 15. Giacomo dice invece che la giustificazione di Abraamo in Genesi 15 — che è avvenuto solo per fede — è stata “adempiuta” o “resa completa” (v.22) quando ha ubbidito al comandamento di Dio in Genesi 22. Se Abraamo avesse rifiutato di ubbidire a Dio quando gli ha ordinato di offrire Isacco, avrebbe dimostrato di non aver mai veramente creduto in lui. Avrebbe mostrato una fede “morta”, una fede “dei demoni”, non una fede che salva e giustifica. In questo senso Abraamo è stato “giustificato” per le sue opere: la sua ubbidienza ha mostrato la realtà della fede che tanti anni prima Dio gli aveva messo in conto come giustizia. Era solo per fede che Abraamo è stato giustificato davanti a Dio, e poi è stata l’ubbidienza di Abraamo che ha giustificato la realtà della sua fede.

Questo è il significato del v.24 che “l’uomo è giustificato per opere, e non per fede soltanto.” Solo la fede giustifica, ma sono le opere che poi “giustificano” la fede, dimostrandone la validità e l’autenticità. Di nuovo, Giacomo e Paolo sono pienamente d’accordo, anche se usano il concetto di “giustificazione” con sensi differenti. Paolo parla della giustificazione come il momento quando siamo riconciliati con Dio, quando passiamo dalla condanna al perdono, quando diventiamo figli di Dio invece dei suoi nemici. Quando Giacomo parla della giustificazione, si riferisce alla giustificazione della fede stessa, la dimostrazione che la fede che uno ha è quella viva e non quella morta. Il desiderio di Paolo è di farci sapere come possiamo essere giusti davanti a Dio; il desiderio di Giacomo è di farci sapere come distinguere la fede vera da quella falsa.

4) Conclusione: Generati Mediante La Parola (Giacomo 1:16-18)

1:16 Non v’ingannate, fratelli miei carissimi; 17 ogni cosa buona e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre degli astri luminosi presso il quale non c’è variazione né ombra di mutamento. 18 Egli ha voluto generarci secondo la sua volontà mediante la parola di verità, affinché in qualche modo siamo le primizie delle sue creature.

Nonostante l’accento che Giacomo pone sulla praticità della fede nella forma di ubbidienza e di opere buone, non vuole in nessun modo minimizzare la necessità e il potere della grazia di Dio nel salvarci, risuscitandoci a nuova vita dalla morte del peccato. Tutte le sue esortazioni a manifestare la nostra fede nei vari aspetti della vita quotidiana sono radicate nella sua convinzione che è Dio, e non noi, che ha fatto tutto. Così ci avverte nel 1:16-17 di non ingannarci e pensare che in qualche modo abbiamo noi ottenuto il favore di Dio nei nostri confronti, perché in realtà “ogni cosa buona e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre degli astri luminosi presso il quale non c’è variazione né ombra di mutamento”. Sbagliamo se pensiamo di avere anche la più minima cosa buona nella vita grazie alle nostre capacità. Tutto è un dono di Dio, e quindi per tutto dobbiamo ringraziare solo e sempre lui.

In più, Giacomo ci ricorda in 1:18 che è Dio che “ha voluto generarci secondo la sua volontà” (e non la nostra!) “mediante la parola di verità, affinché in qualche modo siamo le primizie delle sue creature”. Solo quando Dio ci genera a nuova vita mediante la sua parola siamo in grado di poter ascoltare e mettere in pratica quella parola. Non siamo noi che mettendo in pratica la parola ci generiamo da soli. Prima dobbiamo essere generati dalla parola, e poi possiamo osservarla. La capacità di ubbidire alla parola viene dalla parola stessa e non dalle nostre forze.

Quindi, quando Giacomo parla dopo dell’importanza delle buone opere, non è per schiacciarci di nuovo sotto un fardello di una perfezione a cui verremo sempre meno. Ci chiama semplicemente a vivere nel potere della grazia che Dio opera in noi da quando ci ha generato mediante la sua parola. E se ci ha generato mediante la sua parola, sarà sempre quella parola che ci renderà capaci di compiere le buone opere come prova della nostra salvezza. Come promette Salmo 1, coloro che trovano diletto nella parola di Dio e che la meditano giorno e notte saranno come un albero piantato vicino ai ruscelli che porta sempre il suo frutto e il cui fogliame non appassisce mai.

Tornando a Efesini 2:8-9, troviamo un chiarissimo riassunto di tutto quello che Giacomo dice se aggiungiamo anche il v.10:

Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi: è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti; 10 infatti siamo opera sua, essendo stati creati in Cristo Gesù per fare le opere buone, che Dio ha precedentemente preparate affinché le pratichiamo.

Fratelli e sorelle, siamo stati creati da Dio in Cristo per fare le opere buone. Tramite la stessa grazia con cui ci ha salvato senza le nostre opere, Dio ha promesso di produrle in noi, come un albero vivo porta il suo frutto. Teniamo allora lo sguardo su di lui, radicati nella sua parola, e pratichiamo le buone opere che ha precedente preparato per noi. Sarà il nostro privilegio e anche il nostro piacere!

2 Corinzi 1:1-11: La Consolazione di Cristo

1) Introduzione (2 Corinzi 1:1-2)

1 Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, e il fratello Timoteo, alla chiesa di Dio che è in Corinto, con tutti i santi che sono in tutta l’Acaia: grazia a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo.

La sofferenza. Poco ci piace parlarne. Ancora meno ci piace sperimentarla. Ma nella vita la sofferenza è inevitabile, e se non ci prepariamo prima che venga, ci troveremo senza la capacità di affrontarla. Un atleta non può aspettare il giorno della gara per iniziare ad allenarsi e pensare di vincere. Similmente non possiamo ritenerci in grado di reggere nel giorno della tempesta se prima non abbiamo costruito una solida base su cui stare. Ecco perché in Matteo 7:24-25 Gesù chiama “avveduto” l’uomo che:

ha costruito la sua casa sopra la roccia. La pioggia è caduta, sono venuti i torrenti, i venti hanno soffiato e hanno investito quella casa; ma essa non è caduta, perché era fondata sulla roccia.

È per aiutarci a costruire la casa della nostra vita sulla roccia che oggi meditiamo sul primo capitolo della seconda lettera di Paolo ai Corinzi, anche se, va riconosciuto subito, Paolo non scrive questa lettera come un trattato sulla sofferenza in generale. L’occasione di 2 Corinzi è ben più specifica. Come diventerà chiaro nel resto della lettera, Paolo scrive alla chiesa di Corinto (da lui fondata qualche anno prima) per difendere il suo apostolato da alcuni “sommi apostoli” (11:5) che cercano di minare la sua autorità e rovinare la sua reputazione tra i membri della chiesa. Paolo chiama questi “sommi apostoli” in senso ironico, perché lungi dall’essere veri apostoli di Cristo, si sono infiltrati nella chiesa predicandovi “un altro Gesù” (come Paolo dice in 11:4), portando un messaggio totalmente opposto al vangelo. La strategia di questi falsi apostoli è subdola ed efficace. Attaccano il messaggero, e, caduto lui, di conseguenza cade anche il suo messaggio. Quando dunque Paolo si difende in 2 Corinzi contro le accuse di questi falsi apostoli, non lo fa per non fare una brutta figura davanti ai corinzi. È invece per evitare che il vangelo di Cristo incorra nel biasimo e nel disonore.

Che c’entra quindi il tema della sofferenza? Evidentemente, i falsi apostoli sfruttavano le varie e molteplici sofferenze che Paolo subiva a causa del suo ministero per screditarlo agli occhi dei corinzi. Troviamo un esempio di quello che essi dicevano di lui nel 10:10:

Qualcuno dice infatti: «Le sue lettere sono severe e forti, ma la sua presenza fisica è debole e la sua parola è cosa da nulla»

In una cultura che, come quella dei corinzi, ammirava i leader forti, ricchi ed eloquenti, questa tattica risultava molto persuasiva. Se Paolo fosse veramente un apostolo, non dovrebbe essere così debole e sofferente. Certamente Dio non permetterebbe al suo grande apostolo di provare così tante afflizioni e dolori!

In 2 Corinzi, Paolo risponde ai suoi avversari stranamente affermando le loro critiche. Non cerca di nascondere le sue sofferenze; non tenta di farsi apparire più forte. Anzi, si vanta, in un certo senso, delle sue sofferenze e debolezze perché sono queste che paradossalmente danno conferma del suo apostolato. Il suo ragionamento è riassunto in 4:7:

Ma noi abbiamo questo tesoro in vasi di terra, affinché questa grande potenza sia attribuita a Dio e non a noi.

Per Paolo, la sofferenza è parte integrante del suo ministero, perché nessuno può confondere così la potenza del vangelo con le capacità dell’apostolo. In più, è incoerente predicare “Cristo crocifisso” senza seguirlo portando la propria croce. Paolo non è contento di solo predicare Cristo crocifisso; desidera rispecchiarlo nel proprio modo di vivere.

Detto questo, siamo adesso pronti per considerare il capitolo inziale di 2 Corinzi in cui Paolo introduce il tema della sofferenza. Ma forse ancora più importante è il tema della consolazione che è nostra in Cristo. Come Paolo insegna, è alla luce della consolazione di Cristo che le ombre delle nostre sofferenze perdono un po’ della loro oscurità. Qui non troviamo una risposta esauriente alla domanda: “perché soffriamo?”, ma la risposta che Paolo ci dà è sufficiente per consolarci nei momenti più difficili della vita. E quando ci aggrappiamo a questa consolazione, non saremo certo liberati dalle nostre sofferenze, ma saremo capaci di sopportarle, mantenendo ferma la nostra speranza in Cristo. In questi versetti, Paolo dà senso alle nostre sofferenze in questi tre modi: 1) siamo consolati per consolare, 2) siamo partecipi delle sofferenze di Cristo, e 3) impariamo a mettere fiducia nel Dio che risuscita i morti.

2) Consolati per Consolare (2 Corinzi 1:3-4)

Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra afflizione affinché, mediante la consolazione con la quale siamo noi stessi da Dio consolati, possiamo consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione;

Nel v.3, Paolo benedice “il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo” per il fatto che egli sia “il Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione”. Mentre è vero che Dio è sovrano su tutto — comprese le nostre sofferenze — la sua sovranità non è fredda o arbitraria come i concetti pagani della “sorte” o del “destino”. Questo è perché Paolo, innanzitutto, pone l’accento sulla misericordia e la consolazione di Dio. Se Dio nella sua sovranità permette che siamo afflitti, lo fa per poterci consolare. Non conosciamo Dio se non prima di tutto come “Padre misericordioso”, e come “Dio di ogni consolazione” non c’è afflizione che lui non sia in grado di consolare. A volte saremo afflitti “oltre le nostre forze” (v.8), ma possiamo essere certi che quando abbonderanno le nostre afflizioni, sovrabbonderanno le consolazioni di Dio. Se ci sentiamo travolti dalle sofferenze, dobbiamo ricordarci che quelle sofferenze saranno presto travolte dalle consolazioni del Signore.

Ma perché Dio desidera consolarci se questo richiede che prima soffriamo? Non sarebbe forse meglio sin dall’inizio non farci soffrire? Paolo risponde subito dicendo che è “affinché, mediante la consolazione con la quale siamo noi stessi da Dio consolati, possiamo consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione”. Come dirà nel 5:15-20, Paolo, insieme a tutti i seguaci di Cristo, “non vivono per se stessi ma per colui che è morto e risuscitato per loro”, facendo “da ambasciatori per Cristo”. Finché viviamo in questo mondo decaduto, la sofferenza sarà parte normale della vita, ed è dunque necessario che gli ambasciatori di Cristo siano in grado di consolare quelli che soffrono. Ma possiamo consolare altri nelle loro sofferenze se non siamo mai stati consolati nelle nostre? Non è certo piacevole, ma è indispensabile che l’ambasciatore di Cristo soffra e sia da Dio consolato in modo da poter poi consolare altri nelle loro sofferenze. Questo è perché Paolo in 2 Timoteo 2:10 dice:

Ecco perché sopporto ogni cosa per amore degli eletti, affinché anch’essi conseguano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna.

Quando anche noi siamo convinti che (per ripetere 5:15) “egli morì per tutti, affinché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro”, potremo anche noi dire la stessa cosa: sopportiamo ogni cosa per amore degli altri, come anche Cristo ha sopportato ogni cosa per amore nostro. Quindi, la prima parte della risposta di Paolo alla domanda: “perché soffriamo?” è questa: per essere consolati da Dio affinché “mediante la consolazione con la quale siamo noi stessi da Dio consolati, possiamo consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione”.

3) Partecipi delle Sofferenze (2 Corinzi 1:5-7)

perché, come abbondano in noi le sofferenze di Cristo, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione. Perciò se siamo afflitti, è per la vostra consolazione e salvezza; se siamo consolati, è per la vostra consolazione, la quale opera efficacemente nel farvi capaci di sopportare le stesse sofferenze che anche noi sopportiamo. La nostra speranza nei vostri riguardi è salda, sapendo che, come siete partecipi delle sofferenze, siete anche partecipi della consolazione.

Se poi chiediamo: “in che modo siamo consolati da Dio?”, Paolo risponde nei vv.5-7. Dio ci consola rassicurandoci che se soffriamo, è perché siamo “partecipi delle sofferenze di Cristo”. In quanto “abbondano in noi le sofferenze di Cristo”, così nella stessa misura “per mezzo di Cristo abbonda anche la nostra consolazione”. In altre parole, la consolazione che sperimentiamo in Cristo è in proporzione a quanto sperimentiamo le sofferenze di Cristo. Anche se forse non sembra all’inizio, sapere questo è una grande consolazione. Come abbiamo già detto, la sofferenza è parte normale della vita, e colpisce tutti indiscriminatamente. Questo non vuol dire ovviamente che nella vita non c’è altro che sofferenza, ma semplicemente che la sofferenza è inevitabile per tutti. Soffrono i ricchi e i poveri, i giovani e i vecchi, i grandi e i piccoli, i famosi e gli sconosciuti, e anche i credenti e i non credenti.

Ma c’è una differenza che distingue la sofferenza tra questi ultimi. Mentre per il non credente la sofferenza è solo quella: sofferenza, per il credente la sofferenza è molto di più: è una partecipazione nelle sofferenze di Cristo. Per il non credente, non c’è mai la certezza che la sofferenza abbia un senso, anche se lo si spera. Ma il credente non deve mai dubitarne perché, pur mancando altre risposte, sa che le sue sofferenze sono condivise con Cristo. Quindi, per il credente, tanto è possibile che le sue sofferenze non abbiano un senso quanto è possibile che le sofferenze di Cristo non abbiano avuto un senso. Non c’è sofferenza nella vita del credente che non sia una partecipazione nelle sofferenze di Cristo, e perciò non c’è sofferenza nella vita del credente che non abbia un senso. Forse questo senso non lo capiamo; forse non lo mai capiremo in questa vita. Ma possiamo essere certi che, come le sofferenze di Cristo sono state efficaci, così lo saranno le nostre allo scopo che Dio sta realizzando.

Ovvio: le nostre sofferenze non sono efficaci nello stesso senso in cui quelle di Cristo sono state efficaci. Le nostre sofferenze non salvano nessuno. Ma sappiamo comunque che nelle mani di colui che è il Salvatore, nulla sarà sprecato, e tutto si rivelerà un giorno di essere avvenuto per un motivo buono e bello. In Romani 8:28 Paolo lo dice così:

Or sappiamo che tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio, i quali sono chiamati secondo il suo disegno.

Io non so di voi, ma se devo soffrire, io voglio che le mie sofferenze siano una partecipazione in quelle di Cristo, così che non devo dubitare che abbiano un senso. Quando siamo convinti di questo, troviamo veramente una grande consolazione.

4) Dio che Risuscita i Morti (2 Corinzi 1:8-10)

Fratelli, non vogliamo che ignoriate, riguardo all’afflizione che ci colse in Asia, che siamo stati grandemente oppressi, oltre le nostre forze, tanto da farci disperare perfino della vita. Anzi, avevamo già noi stessi pronunciato la nostra sentenza di morte, affinché non mettessimo la nostra fiducia in noi stessi, ma in Dio, che risuscita i morti. 10 Egli ci ha liberati e ci libererà da un così gran pericolo di morte, e abbiamo la speranza che ci libererà ancora.

Però, se siamo onesti, dobbiamo ammettere che a volte dimentichiamo queste verità che ci consolano nell’afflizione. A volte il dolore è talmente forte che non riusciamo a pensare ad altro. A volte il male è talmente soffocante, talmente schiacciante che non siamo in grado nemmeno di respirare. In questi momenti, cosa dobbiamo fare? Paolo risponde nei vv.8-10, riconoscendo che è possibile essere “grandemente oppressi, oltre le nostre forze, tanto da farci disperare perfino della vita”. Paolo conosce benissimo la sofferenza che porta alla disperazione, avendo lui stesso vissuto una simile esperienza che qui racconta. Non sappiamo esattamente di quale afflizione Paolo parla qui, l’afflizione che lo “colse in Asia” e che lo fece pronunciare “la nostra sentenza di morte”, ma non importa. L’importante è la ragione per cui, secondo Paolo, Dio gli permise di attraverso ciò che il salmista chiama “la valle dell’ombra della morte”. Questa ragione vale tanto per noi quanto per lui: “affinché non mettessimo la nostra fiducia in noi stessi ma in Dio ch risuscita i morti”.

È troppo facile dire “mi fido di Dio” quando tutto va bene. È difficile dire “mi fido di Dio” quando tutto va male. Ma è un’altra cosa ancora dire “mi fido di Dio” quando soffriamo oltre le nostre forze da sopportarlo, quando è preferibile morire che vivere ancora un altro minuto, quando ci sentiamo abbandonati persino da Dio e, come Giobbe, malediciamo il giorno in cui siamo nati. Il fatto puro e semplice è che non impareremo mai di mettere tutta (veramente tutta!) la nostra fiducia in Dio come il Dio che risuscita i morti finché non ci sentiamo di essere sotto la sentenza di morte. Affinché impariamo a fidarci di Dio di risuscitarci dalla morte, dobbiamo essere portati al punto in cui ci disperiamo perfino della vita. Questo mi ricorda la storia di Abraamo quando Dio gli comandò di offrire suo figlio, Isacco, come sacrificio, e come Ebrei 11:17-19 spiega come Abraamo superò questa prova:

17 Per fede Abraamo, quando fu messo alla prova, offrì Isacco; egli, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito. 18 Eppure Dio gli aveva detto: «È in Isacco che ti sarà data una discendenza». 19 Abraamo era persuaso che Dio è potente da risuscitare anche i morti; e riebbe Isacco come per una specie di risurrezione.

Quando Abraamo salì sul monte con Isacco, non sapeva che Dio lo avrebbe fermato all’ultimo momento e avrebbe dato un montone al posto di suo figlio. Quando alzò il coltello, era convinto che l’avrebbe ucciso ma, come dice in Ebrei, era altrettanto convinto che Dio l’avrebbe risuscitato, avendo già promesso che sarebbe stato per mezzo di Isacco che Abraamo sarebbe diventato padre di una moltitudini di nazioni. Ma come dice Genesi 22:10-12, Abraamo doveva arrivare al punto in cui “stese la mano e prese il coltello per scannare suo figlio” per poter dimostrare se credeva veramente nella promesso di Dio o no. Solo allora l’angelo del Signore “chiamò dal cielo e disse:… Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli male! Ora so che tu temi Dio, poiché non mi hai rifiutato tuo figlio, l’unico tuo.”

Per quanto difficile e straziante è una tale prova, Paolo ci incoraggia nel v.10 dicendo che il risultato è la libertà e la speranza: “Egli ci ha liberati e ci libererà da un così gran pericolo di morte, e abbiamo la speranza che ci libererà ancora.” Quando soffriamo oltre le nostre forze tanto da farci disperare perfino della vita, ma quando in quelle circostanze sperimentiamo personalmente come Dio ci libera, d’allora in poi avremo sempre la speranza che “ci libererà ancora”. Questa speranza — che neanche il più “gran pericolo di morte” può abbattere o distruggere — è il frutto soltanto della sofferenza che fa disperare della vita. La fede che è pura come oro non esce se non dal fuoco. Senza piangere davanti alla tomba come gli amici di Lazzaro in Giovanni 11, non si può avere veramente la certezza che Gesù è “la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà” (Giovanni 11:25). Gesù stesso è il nostro esempio più chiaro: la vittoria della Pasqua ha seguito — e poteva solo seguire — la morte di Venerdì Santo. Prima di ogni corona c’è la croce, e questo è tanto vero per i seguaci di Gesù quanto lo era per il loro Maestro.

Per quanto riguarda la fede, non funziona il “per sentito dire”: bisogna vivere la potenza di Dio di risuscitare i morti per poterci credere veramente. Sono esperienze che non sceglieremmo mai, ma quando Dio nella sua sovrana bontà ce le fa attraversare, il risultato è sempre fede pura, speranza salda, amore profondo e un cuore grato.

5) Cooperate con la Preghiera (2 Corinzi 1:3, 11)

Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione,… 11 Cooperate anche voi con la preghiera, affinché per il favore divino che noi otterremo per mezzo della preghiera di molte persone siano rese grazie da molti per noi.

Abbiamo iniziato questo studio dicendo che è importante essere preparati alla sofferenza. Se non stiamo ora attraversando la valle dell’ombra della morte, possiamo essere certi che prima o poi lo faremo. Che cosa dobbiamo fare quindi per prepararci? Voglio farvi quattro consigli pratici in base a questo testo. Prima di tutto, dobbiamo meditare su e ricordarci spesso delle verità che Paolo insegna qui. Nel momento della sofferenza, è difficile pensare con chiarezza, e non abbiamo spesso la capacità mentale considerare grandi verità teologiche. Ecco perché è necessario (per tornare alla parabola che Gesù usa nel sermone sul monte) costruire la nostra casa sulla roccia prima che la colpisca la tempesta. Se prendiamo il tempo necessario per imparare e meditare sulle grandi verità del vangelo nei tempi di calma, avremo una base solida che ci permetterà di resistere quando nei tempi di tempesta.

Secondo, dobbiamo fare quello che Paolo ci esorta a fare nel v.11: “Cooperate anche voi con la preghiera…”. Come lo studio della Bibbia, così anche la preghiera deve essere il nostro “pane quotidiano” se vogliamo prepararci alla sofferenza. Notiamo che Paolo non dice qui che la preghiera serve solo quando si è oppressi oltre ogni forza. Anche i corinzi che non soffrono come Paolo, devono cooperare con lui nella preghiera, come se fossero nelle stesse condizioni. Come Paolo accenna nel v.6, i corinzi devono essere “capaci di sopportare le stesse sofferenze che anche noi sopportiamo”. La preghiera, come Gesù esemplifica nel giardino di Getsemani, è per “non entrare in tentazione” nell’ora della prova (Luca 22:40). È la preghiera che ci tiene collegati alla potenza di Dio e in comunione con l’amore di Dio che ci sostengono nei periodi difficili e dolorosi della vita.

Terzo, dobbiamo abituarci alla trasparenza con i nostri fratelli e le nostre sorelle in Cristo. In questo capitolo, come nel resto di 2 Corinzi, Paolo è totalmente trasparente nel parlare apertamente e francamente delle sue sofferenze sia fuori che dentro. Non cerca di nascondere nulla per farsi apparire più forte. Anzi, si vanta delle sue debolezze! Per Paolo, la sofferenza e la debolezza non sono cause di imbarazzo o di vergogna ma piuttosto occasioni per esaltare la potenza e la grazia di Dio. Se la consolazione di Dio viene in parte per mezzo di altri che sono stati consolati nelle loro afflizioni, ci priviamo di un grande aiuto che Dio ci ha dato se non siamo onesti con loro circa le difficoltà che stiamo vivendo. E siccome questa trasparenza non è naturale o automatica (spesso infatti è contraria a tutti i nostri istinti), bisogna coltivarla, e coltivarla prima che venga la prova.

Infine, dobbiamo concludere dove abbiamo cominciato all’inizio del brano, e seguire l’esempio di Paolo che sempre e in tutto loda e benedice il Signore: “Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione” (v.3). Lodare Dio nelle sofferenze è difficile, ma è importante e salutare. È la lode che ci porta in alto, al di sopra delle nostre sofferenze, e ci rida la giusta prospettiva su di esse. Nella sofferenza, tendiamo a vedere solo la valle e le sue ombre, dimenticando che in realtà quella valle è solo un tratto temporaneo lungo il nostro percorso. La lode invece ci ricorda di nuovo che quella valle non è la nostra meta finale, che un giorno Dio farà splendere ancora su di noi il sole della gioia, e che nella sua presenza ogni dolore e ogni tristezza fuggiranno via. Fu la lode che permise a Giobbe di superare le sue terribili afflizioni. In Giobbe 1:20-21 leggiamo:

20 Allora Giobbe si alzò, si stracciò il mantello, si rase il capo, si prostrò a terra e adorò dicendo: 21 «Nudo sono uscito dal grembo di mia madre e nudo tornerò in grembo alla terra; il Signore ha dato, il Signore ha tolto; sia benedetto il nome del Signore».

Possiamo essere certi che Giobbe reagì in questo modo perché aveva coltivato un’abitudine di lode nella sua vita molto tempo prima di questo momento. Così è importante che anche noi costruiamo adesso una “casa di lode” affinché, quando arriva la tempesta, potremmo continuare a cantare le lodi di Dio nonostante tutto.

Chiudo con la benedizione di Giuda 24-25 che mi sembra molto appropriata qui. Alla fine, se temiamo la sofferenza, e se ci chiediamo come avremo la forza per sopportarla quando viene, ricordiamoci che non siamo noi ma è Dio che ha promesso di fare questo:

A colui che può preservarvi da ogni caduta e farvi comparire irreprensibili e con gioia davanti alla sua gloria, al Dio unico, nostro Salvatore per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore, siano gloria, maestà, forza e potere prima di tutti i tempi, ora e per tutti i secoli. Amen.