Giovanni 3:1-17: La libertà della Parola di Dio

Giovanni 3:1-13

1 C’era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo, uno dei capi dei Giudei. Egli venne di notte da lui e gli disse: «Rabbì, noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio; perché nessuno può fare questi segni che tu fai, se Dio non è con lui». Gesù gli rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio». Nicodemo gli disse: «Come può un uomo nascere quando è già vecchio? Può egli entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere?» Gesù rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non ti meravigliare se ti ho detto: “Bisogna che nasciate di nuovo”. Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito».

Nicodemo replicò e gli disse: «Come possono avvenire queste cose?» 10 Gesù gli rispose: «Tu sei maestro d’Israele e non sai queste cose? 11 In verità, in verità ti dico che noi parliamo di ciò che sappiamo, e testimoniamo di ciò che abbiamo visto; ma voi non ricevete la nostra testimonianza. 12 Se vi ho parlato delle cose terrene e non credete, come crederete se vi parlerò delle cose celesti? 13 Nessuno è salito in cielo, se non colui che è disceso dal cielo: il Figlio dell’uomo. 14 E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato, 15 affinché chiunque crede in lui [non perisca, ma] abbia vita eterna. 16 Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. 17 Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

1) Introduzione: la luce splende nelle tenebre

Il prologo di Giovanni (1:1-18) riassume tutto il contenuto del vangelo e ne anticipa i temi principali. Per capire pienamente questo stupendo brano, dunque, è necessario leggere il resto del vangelo. Ma è vero anche l’opposto: per capire il resto del vangelo è necessario sempre tenere a mente le parole del prologo, e in particolare La Parola che ne è il centro. Dopo il prologo, Giovanni non applica mai più il termine “parola” a Gesù nel vangelo, ma non per questo cessa di essere importante. La Parola che era Dio e con Dio nel principio prima della creazione e che poi è diventata carne per abitare per un tempo in mezzo a noi, questa è la stessa che vediamo in azione in quanto segue.

Vediamo infatti come rivela la sua gloria — la gloria di Dio stesso — ma in un modo che sembra opposto alle nostre solite nozioni di gloria. Per questo, la gloria della Parola, di Gesù Cristo, risulta celata alla maggior parte delle persone che la vede. Di conseguenza, quando Gesù viene in casa sua, nel mondo che lui ha fatto, i suoi non lo ricevono. La luce di Gesù splende nelle tenebre, ma le tenebre non sono in grado di comprenderla (1:5). Infatti, come Giovanni dice nel 3:19:

Il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, e gli uomini hanno amato le tenebre più della luce, perché le loro opere erano malvagie.

Nel secondo capitolo di Giovanni, Gesù fa splendere la luce della sua gloria a un matrimonio in Cana, cambiando l’acqua in vino, ma fra tutti gli invitati solo i discepoli la vedono e credono. Dopodiché, Gesù fa splendere la sua luce nelle tenebre del tempio alla festa di Pasqua, cacciando i mercanti e dichiarando se stesso il vero tempio. I Giudei lì presenti fraintendono però questo gesto, e neanche i discepoli lo capiscono fino a dopo la sua risurrezione (2:18-22). Commentando questo episodio, Giovanni aggiunge che mentre “molti credettero nel suo nome vedendo i segni che egli faceva”, “Gesù non si fidava di loro, perché conosceva tutti” e anche “quello che era nell’uomo” (2:23-25). Questo è perché, come Giovanni ha scritto nel prologo, Gesù è “la vera luce che illumina ogni uomo” (1:9). Alla luce di Gesù, ciò che nelle tenebre appare come fede si rivela come incredulità, e ciò che sembra giusto viene smascherato come ingiustizia. Nelle sue tenebre, l’uomo ama ciò che Dio odia, e odia ciò che Dio ama, ma sotto lo scrutinio della luce di Gesù tutto viene esposto per quello che è veramente.

2) Nicodemo incontra la Parola

Questo ci porta all’inizio del capitolo 3. Giovanni prosegue la sua narrativa dicendo che:

1 C’era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo, uno dei capi dei Giudei. Egli venne di notte da lui e gli disse: «Rabbì, noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio; perché nessuno può fare questi segni che tu fai, se Dio non è con lui».

Probabilmente questo Nicodemo — un uomo chiaramente molto importante e influente tra i Giudei, essendo un fariseo e un capo del popolo — era tra coloro che pochi versetti prima “credettero” in Gesù dopo i segni compiuti nel tempio. Insieme a questi altri, Nicodemo è arrivato alla conclusione che Gesù è “un dottore venuto da Dio”, ed è presumibilmente curioso di scoprirne di più. Deve essere rimasto davvero scioccato, quindi, quando Gesù risponde in modo strano, brusco, se non un po’ (almeno apparentemente) sgarbato:

Gesù gli rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio».

Cosa? Che significa? Come consegue logicamente da quello che Nicodemo ha detto? La risposta di Gesù sembra venire da nulla, come se lui fosse coinvolto in un dialogo completamente diverso. Nicodemo, infatti, esprime la sua perplessità nel versetto successivo:

4 Nicodemo gli disse: «Come può un uomo nascere quando è già vecchio? Può egli entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere?»

Qui Nicodemo vuole dire non solo che le parole di Gesù sembrano poco pertinenti all’occasione ma anche che non hanno proprio senso. È possibile che un uomo come Nicodemo, già di una certa età, possa rientrare nel grembo di sua madre e rinascere? E come risponde Gesù? Chiede scusa per essere stato poco chiaro, o si esprime con parole più semplici? No, anzi ripete semplicemente la stessa cosa:

Gesù rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio.

È vero che Gesù prosegue per spiegarsi più in dettaglio, ma lungi dal rendersi più comprensibile, non fa altro che esasperare la confusione di Nicodemo.

Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non ti meravigliare se ti ho detto: “Bisogna che nasciate di nuovo”. Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito». Nicodemo replicò e gli disse: «Come possono avvenire queste cose?»

3) La libertà della Parola

A questo punto vediamo emergere un tema importante: la libertà assoluta della Parola di Dio. (Qui il termine “parola” è da intendersi come la Parola del 1:1, ma anche in senso secondario come le Scritture per mezzo delle quali la Parola si fa presente e parla con noi.) Per capire meglio questo tema, sarà utile rintracciare i nostri passi. Abbiamo visto all’inizio del capitolo che Nicodemo, avendo in un certo senso creduto in Gesù, viene da Gesù per saperne di più. Ma il lettore attento avrà già notato che qualcosa non va: Nicodemo viene da Gesù “di notte”. Magari Nicodemo aspetta che si faccia notte prima di incontrare Gesù perché, essendo appunto un fariseo e uno dei capi dei Giudei, mette a rischio la sua posizione e reputazione, specie perché il gesto di Gesù nel tempio era malvisto da tanti dei suoi colleghi. In ogni caso, nonostante le motivazioni di Nicodemo, il fatto che venga da Gesù di notte è, secondo Giovanni, un indizio che appartiene ancora al mondo delle tenebre, che la sua fede è in realtà incredulità mascherata.

Nei vv.11-12, infatti, Gesù dice questo esplicitamente a Nicodemo:

11 In verità, in verità ti dico che noi parliamo di ciò che sappiamo, e testimoniamo di ciò che abbiamo visto; ma voi non ricevete la nostra testimonianza. 12 Se vi ho parlato delle cose terrene e non credete, come crederete se vi parlerò delle cose celesti?

È difficile avere certezza sul motivo per cui Gesù parla qui nella prima persona plurale. Potrebbe riferirsi alla testimonianza precedente di Giovanni il battista, oppure (e forse più probabile) si riferisce al Padre e allo Spirito Santo che attraverso le profezie delle Scritture e le opere di Gesù testimoniavano anche essi (5:37-47). In ogni caso, è chiaro qui che Gesù giudica che Nicodemo e gli altri Giudei non hanno ricevuto la loro testimonianza e non hanno creduto quando Gesù ha parlato.

Ma cosa diciamo allora delle prime parole di Nicodemo che sembrano una confessione di fede genuina: “Rabbì [un titolo onorifico dato ai maestri di grande stima], noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio; perché nessuno può fare questi segni che tu fai, se Dio non è con lui”. Se teniamo presente il suo ruolo come fariseo e capo dei Giudei, possiamo intuire che Nicodemo sta dicendo in pratica: “Dopo aver valutato i meriti dei segni che tu fai, Gesù, io e altri miei colleghi, esperti tutti nelle Scritture e scrupolosi nell’osservare le leggi divine, siamo arrivati alla conclusione che tu sei un maestro mandato da Dio. Come sai, io sono uno dei capi dei Giudei e come tale è la mia responsabilità accertare che nessuno insegni dottrine fuorvianti nel nome del Signore. Vorrei autorizzarti ufficialmente come maestro in Israele, ma non tutti i miei colleghi sono ancora convinti, e quindi ho bisogno di chiarire alcuni punti con te…”.

Allora, qualcuno potrebbe chiedere a questo punto: “Ma che problema c’è? Nicodemo non ha confessato fede in Gesù come uno mandato da Dio? Forse la sua fede non è perfetta, forse gli manca un po’ di conoscenza, ma non ha cercato Gesù proprio per saperne di più? I segni compiuti da Gesù non miravano proprio a suscitare questo tipo di desiderio?” Di nuovo, dobbiamo ricordarci che Gesù non giudica in base alle apparenze ma, come “la vera luce che illumina ogni uomo”, penetra sotto la superficie e scopre quello che c’è veramente nel cuore umano. Ed è questa luce penetrante che Gesù fa splendere nelle tenebre nascoste di Nicodemo quando risponde: “In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio” (v.3). Abbiamo detto che questo è un esempio della libertà assoluta della Parola di Dio. Che cosa significa?

A) Libertà dal giudizio

In primo luogo, significa che la Parola di Dio è libera da ogni giudizio umano, sia dalla negazione di chi la rifiuta sia dall’approvazione di chi la riceve. Vediamo questo nel modo in cui Gesù risponde a Nicodemo. Il fatto che la prima risposta di Gesù sia imprevista e incongrua nel contesto del loro dialogo mostra che egli non è costretto a conformarsi agli schemi che l’uomo cerca di imporgli. Il fatto che la seconda risposta di Gesù ribadisca solo quanto detto nella prima mostra che non c’è altro giudice della veridicità della Parola all’infuori della Parola stessa. Questa Parola, ricordiamoci, era “nel principio”, “con Dio” e “Dio” stesso, la Parola per mezzo della quale tutte le cose sono state fatte. Quale di queste cose, dunque, potrebbe erigersi al di sopra di questa Parola per poterla giudicare? O quale di queste cose potrebbe affiancarsi a questa Parola per aiutarla a fornire ulteriori prove della sua potenza e divinità?

L’attendibilità di questa Parola non viene smentita da chi la contesta, e l’efficacia della Parola non viene convalidata da chi la accetta. Il problema della “fede” di Nicodemo che Gesù illumina è proprio quest’idea: “noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio” perché ti abbiamo sottoposto al nostro giudizio, perché abbiamo messo alla prova i segni che hai compiuto, e abbiamo determinato che sei colui che dici di essere. Ma Gesù, che è la Parola di Dio incarnata, non è soggetto al giudizio umano. Non si permette di essere messo alla prova dal mondo che ha fatto lui. Non risponde alle nostre richieste di presentarsi davanti al nostro tribunale. Vedremo infatti nel 19:19-21 che, quando Gesù è arrestato e portato davanti al sommo sacerdote, rifiuterà di rispondere alle domande mirate a coglierlo in fallo. Gesù esige di essere ricevuto come lui decide di presentarsi, in base al potere ‘auto-convalidante’ della sua Parola, senza che si ricorra a prove aggiuntive. Come Gesù dichiara a Nicodemo nel v.13:

13 Nessuno è salito in cielo, se non colui che è disceso dal cielo: il Figlio dell’uomo.

Se solo il Figlio dell’uomo è disceso dal cielo, chi sulla terra è capace di verificare se ciò che dice sulle “cose celesti” è vero? Chi è capace di confutarlo? Chi può dare testimonianza convincente della Parola se non la Parola e soltanto essa?

In breve, Gesù non ritiene importante solo che viene ricevuto ma anche come viene ricevuto. La vera fede non è quella che, come Nicodemo, è disposta a credere solo se Gesù supera l’esame a cui noi lo sottoponiamo. La vera fede invece è quella che si sottomette a Gesù senza pretese o riserve, senza condizioni o rimostranze. La vera fede è quella che riceve Gesù non come una parola fra tante altre, ma come la Parola che è al di sopra di ogni altra, che non può essere messa in dubbio o discussione, che deve bastare come prova sufficiente della propria origine divina. La vera fede è quella che ascolta la Parola e risponde con un semplice e umile “Sì”, perché nient’altro è necessario. La vera fede è quella delle pecore che seguono la voce del pastore semplicemente perché riconoscono la sua voce quando parla (10:4-5). Questa è la libertà della Parola di Dio dal giudizio umano.

B) Libertà dall’obbligo

Ma la Parola è libera anche in un altro senso: libera da qualsiasi obbligo o costrizione. Un altro modo per dire la stessa cosa è: grazia. Questa la vediamo nella seconda risposta di Gesù a Nicodemo:

Gesù rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito.

Qui Gesù spiega più in dettaglio cosa significa “nascere di nuovo”: nascere “d’acqua e di Spirito”. Solo così si può “entrare nel regno di Dio”, nel mondo che sarà risanato e liberato da ogni male sotto il benevolo dominio di Dio e il suo Messia. Perché? “Quello che è nato dalla carne è carne”; cioè la natura umana è sin dalla nascita decaduta e depravata, incapace di liberarsi dal peccato e salvarsi dalla morte. Quindi, per entrare nel mondo in cui il peccato e la morte non esistono più, bisogna nascere “d’acqua e di Spirito”, una frase che ci riporta alla profezia di Ezechiele 36:

25 vi aspergerò d’acqua pura e sarete puri; io vi purificherò di tutte le vostre impurità e di tutti i vostri idoli. 26 Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò dal vostro corpo il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. 27 Metterò dentro di voi il mio Spirito e farò in modo che camminiate secondo le mie leggi, e osserviate e mettiate in pratica le mie prescrizioni.

Qui il Signore promette di fare ciò di cui gli esseri umani non sono capaci: purificarsi da ogni impurità, sbarazzarsi da ogni idolo, trasformarsi da depravati in santi, creare un cuore nuovo che desidera soltanto ubbidire a Dio. E tutto questo il Signore promette di fare per mezzo del suo Spirito che dimorerà dentro di loro, assicurando così che essi cammineranno secondo le sue leggi perfettamente e per sempre. Ma onde evitare qualsiasi fraintendimento, il Signore dichiara senza equivoci:

22 … Io agisco così, non a causa di voi, o casa d’Israele, ma per amore del mio nome santo, che voi avete profanato fra le nazioni dove siete andati.

Dio compirà tutto questo non perché è obbligato a farlo, o a causa di qualche merito che troverà nel suo popolo. Anzi, essi non hanno fatto altro che profanare il suo nome santo! No, Dio li salverà solo per amore del suo nome, per santificarlo in tutto il mondo. In altre parole, questa “nuova nascita”, opera dello Spirito Santo, avverrà solo grazie alla grazia di Dio che è libera da ogni necessità e indebitata a nessuno.

Questo sfondo profetico ci aiuta a capire meglio le parole di Gesù a Nicodemo. Solo se Dio agisce per ricrearci da dentro, mettendo il suo Spirito dentro di noi e togliendoci ogni tendenza al peccato saremo in grado di entrare nel suo regno. E se chiediamo, come Nicodemo, come si può nascere di nuovo, Gesù risponde semplicemente che:

8 Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito.

L’immagine che Gesù usa è forte: il vento è imprevedibile e indomabile. Anche oggi, con tutti gli sviluppi scientifici e tecnologici, nessuno è in grado di controllarlo. Così è l’opera dello Spirito che fa nascere di nuovo. Nessuno è in grado di prevederla, di controllarla, o di guadagnarla. La nuova nascita è un dono di pura grazia che avviene solo quando, dove e come Dio decide. L’uomo è totalmente impotente di farsi nascere di nuovo, di ottenere accesso al regno di Dio. Così annuncia la Parola a Nicodemo: non puoi venire da me nel modo che scegli tu ma solo nel modo che scelgo io. Le mie pecore riconoscono la mia voce e mi seguono quando le chiamo, ma affinché mi seguano devo chiamarle. Come Gesù dirà nel 6:44:

Nessuno può venire a me se il Padre che mi ha mandato non lo attira.

Questa è la libertà della Parola da ogni obbligo.

C) Libertà da impedimenti

Ma se la nuova nascita è solo per grazia, non è dunque impossibile a nessuno. È sconvolgente quando scopriamo, come Nicodemo, che il nostro destino eterno dipende da ciò che non possiamo controllare né possedere, che sta solo nelle mani del Dio sovrano. Viene anche a noi da chiedere: “Come dunque possono avvenire queste cose?”. Ma è proprio perché lo Spirito compie la nuova nascita come soffia il vento che nessuno deve considerarsi escluso o troppo lontano, una causa persa, un caso disperato. Se dipendesse dall’uomo, ci sarebbero molti che non sarebbero all’altezza, per cui non ci sarebbe la più minima speranza di salvezza. Ma poiché non dipende dall’uomo ma solo da Dio, c’è speranza per tutti, a prescindere da tutte le distinzioni che di solito dividono gli esseri umani: ricchi e poveri, giusti e ingiusti, neri e bianchi, forti e deboli. La Parola di Dio è anche libera da ogni impedimento e debolezza.

Per questo motivo, come prosegue Giovanni, chiunque crede in Gesù non perirà ma avrà la vita eterna:

14 E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato, 15 affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna. 16 Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. 17 Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

La giusta risposta al discorso di Gesù non è quella di molti che ribattono: “Allora se è tutto un dono, o ce l’hai o non ce l’hai. Se è tutto per grazia, non ho nessuna responsabilità.” No, chi comprende la grazia si rallegra invece che non deve fare niente se non guardare semplicemente al Figlio dell’uomo innalzato sulla croce, come la gente che moriva nel deserto doveva solo rivolgere lo sguardo al serpente di bronzo innalzato da Mosè per essere salvata. Dio desidera che nessuno sia giudicato ma che tutto il mondo sia salvato per mezzo di suo Figlio, e questa è davvero buona notizia.

4) Conclusione

Concludiamo con qualche breve considerazione pratica. Prima, per quanto riguarda testimoniare Gesù agli altri: egli è la Parola che si convalida da sola, senza aver bisogno di qualche ingegno o eloquenza da parte nostra. Spesso non apriamo la bocca per condividere la nostra fede perché abbiamo paura di non essere capaci di difenderla da obbiezioni complesse o di rispondere a domande difficili. Abbiamo imparato oggi che Gesù è la Parola che si difende da sola, che è essa stessa la risposta a ogni domanda, che è libera da qualsiasi giudizio umano e che rende se stessa efficace nel cuore di chi l’ascolta. Non spetta a noi la responsabilità di convincere gli altri ma solo la responsabilità di condividere la Parola in tutta la sua semplicità.

Secondo, per quanto riguarda la nostra meditazione personale sulle Scritture: non ci viene naturale trovare, come dice Salmo 1, diletto nella Parola di Dio e meditarla giorno e notte. “Ciò che è nato di carne è carne”, e ciò che è carne non trova diletto nella Parola, perché questo diletto è frutto solo dello Spirito Santo che opera proprio tramite la Parola. Quindi, l’unico modo per far crescere il nostro diletto nella Parola è di leggere e meditare la Parola. Come solo la Parola è in grado di convalidarsi nel cuore umano, così solo la Parola è in grado di creare in noi il diletto che ci sprona a meditarla giorno e notte. Più meditiamo la Parola, più crescerà il nostro desiderio di meditarla, e così via.

Infine, per quanto riguarda il nostro carattere cristiano: l’opera della grazia in noi è la stessa prima e dopo la nuova nascita, cioè sempre come soffia il vento. Tanto i credenti quanto i non-credenti non possono controllarla né venire mai in possesso di essa. La Parola di Dio viene a dimorare in noi, ma rimane sempre al di sopra di noi, sempre la Parola che era nel principio con Dio. La consapevolezza di questo deve produrre in noi una grande umiltà, perché se siamo nati dallo Spirito, è solo perché è piaciuto al Vento di Dio soffiare un alito vitale nelle narici della nostra anima, da cui la nostra vita dipende ogni momento. Quindi, non possiamo mai insuperbirci al di sopra degli altri. Ma questa consapevolezza deve produrre in noi anche un grande coraggio per affrontare qualsiasi situazione, perché quella stessa grazia che non meritiamo e non possediamo ci viene concessa giorno dopo giorno dalla pienezza che è in Cristo Gesù (1:16). Infatti, questa grazia è Cristo Gesù stesso, inseparabile dalla sua persona. Come la Parola di Dio è unica, così è la grazia che si trova in lui. Non viene mai per mezzo di un altro: né un prete, né un papa, né un santo, né Maria, né una chiesa, né qualunque altra cosa che è sotto il cielo, ma solo nel nome del Signore Gesù. Ma nel suo nome, siamo più che vincitori in ogni circostanza:

Gli uni confidano nei carri, gli altri nei cavalli; ma noi invocheremo il nome del Signore, del nostro Dio. Quelli si piegano e cadono; ma noi restiamo in piedi e siamo saldi. (Salmo 20:7-8)

Amen!

Giovanni 1.1-2: Nel principio era la Parola

1) La Parola nel principio (Giovanni 1.1)

1:1 Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei, e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini. La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta.

Vi fu un uomo mandato da Dio, il cui nome era Giovanni; egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo di lui. Egli stesso non era la luce, ma venne per rendere testimonianza alla luce. La vera luce che illumina ogni uomo stava venendo nel mondo. 10 Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l’ha conosciuto. 11 È venuto in casa sua, e i suoi non l’hanno ricevuto; 12 ma a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio, a quelli cioè che credono nel suo nome, 13 i quali non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma sono nati da Dio.

14 E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre. 15 Giovanni gli ha reso testimonianza, esclamando: «Era di lui che io dicevo: “Colui che viene dopo di me mi ha preceduto, perché era prima di me. 16 Infatti dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia”». 17 Poiché la legge è stata data per mezzo di Mosè; la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo. 18 Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere.

L’introduzione al vangelo di Giovanni si affianca ai brani biblici più maestosi e insondabili. Non basterebbe un’intera vita di riflessione per approfondire pienamente i diciotto versetti iniziali del primo capitolo. Qualsiasi studio non può essere altro che un cucchiaino d’acqua tratta dall’oceano. Ma un cucchiaino è meglio di niente, ed è questo che cercheremo oggi. Questo brano, inoltre, racconta la storia di Natale. Certo, non si trovano qui Giuseppe, Maria e Gesù bambino nella mangiatoia. Non c’è menzione dei pastori nei campi con le loro pecore, né dei magi che portano i loro regali preziosi. Ma questo non rende il primo capitolo di Giovanni meno “natalizio” rispetto agli altri vangeli. Giovanni sceglie semplicemente di rintracciare la storia di Gesù alle sue vere origini, oltre il tempo e nell’eternità.

A) “Nel principio era la Parola…”

Innanzitutto, Giovanni vuole farci capire che la nascita del nostro Salvatore duemila anni fa in realtà ha avuto inizio “nel principio”, prima che i tempi fossero. Questa frase ci riconduce alle prime parole delle Scritture in Genesi 1.1: “Nel principio Dio creò i cieli e la terra”. In ebraico, “i cieli e la terra” è un modo di dire che sta a significare tutto il cosmo, tutto l’universo e tutto quello che c’è in esso. Nel contesto di Genesi, dunque, la frase “nel principio” significa chiaramente: prima che esistesse qualsiasi cosa all’infuori di Dio, prima che esistesse persino il tempo. Si tratta dell’eternità prima della creazione quando c’era Dio, e Dio solo. Quando si parla dell’eternità prima del tempo, siamo ovviamente di fronte a un muro impenetrabile, un mistero imperscrutabile che la nostra mente è incapace di comprendere e il nostro linguaggio è inadeguato a descrivere. Ma possiamo almeno afferrare l’essenziale: “nel principio” vuol dire semplicemente Dio e nient’altro, Dio nel suo tempo eterno, Dio nella sua vita autosufficiente, Dio nella sua gioia immacolata.

Quindi, rimaniamo subito colpiti quando scopriamo che secondo Giovanni, il soggetto di questo “nel principio” era, ed è, “la Parola”. Non è quello che, in base a Genesi 1.1, ci saremmo aspettati. Eppure, ecco la Parola che prende il posto occupato da Dio in Genesi. È evidente che Giovanni vuole attribuire a questa Parola tutto ciò che appartiene a Dio: la sua eternità, la sua autosufficienza, il suo precedere tutte le cose e tutti i tempi. Per confermare quest’interpretazione, basta dare un’occhiata al v.3: “Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei, e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta.” Se “ogni cosa è stata fatta per mezzo” della Parola, è ovvio che la Parola stessa non può essere stata fatta. Come se quest’affermazione non fosse già abbastanza chiara, Giovanni ne aggiunge un’altra più enfatica: senza la Parola “neppure una delle cose fatte è stata fatta”. Perciò, la Parola è da escludere da tutte le cose create nel principio, perché non esiste nessuna realtà materiale o spirituale all’infuori di Dio — dall’intero universo alla più piccola molecola in esso — che non sia venuta all’esistenza per mezzo suo.

Basta solo questo per confutare i testimoni di Geova che vogliono distorcere la traduzione del resto della frase. Se “nel principio era la Parola”, questo non può significare altro che è la Parola a occupare il posto del Dio Creatore in Genesi 1.

B) …e la Parola era con Dio…”

Ma è altrettanto evidente che Giovanni vuole in un senso distinguere la Parola da Dio, altrimenti avrebbe solo ribadito la dichiarazione di Genesi 1.1: “Nel principio era Dio…”. Questa distinzione è infatti è il punto della seconda frase di Giovanni 1.1, che “la Parola era con Dio”. Da questo impariamo che Giovanni non contraddice Genesi quando afferma che “nel principio era la Parola”. Il fatto che la Parola occupi il posto di Dio non esclude il fatto che Dio esista. La congiunzione “con” in questa frase è da interpretare nella sua letterale semplicità. Nel principio, la Parola esisteva non in modo da escludere l’esistenza di Dio; invece “la Parola era con Dio”. Se in Genesi il creatore è Dio, Giovanni precisa che la Parola era “con Dio” come mezzo della sua opera creatrice. Di nuovo, questo è confermato dal v.3: “Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei…”.

C) “… e la Parola era Dio.”

Ma onde evitare qualsiasi fraintendimento, Giovanni aggiunge una terza affermazione senza la quale il primo versetto sarebbe incompleto: “e la Parola era Dio”. Sbagliamo se concludiamo che, siccome la Parola era “con” Dio nel principio. essa era in qualche modo inferiore a Dio o separabile da Dio o, come sostengono i testimoni di Geova, solo “un dio” (come se ce ne fossero tanti!). No, tutto quello che si attribuisce a Dio va attribuito anche alla Parola. La gloria, la potenza, l’eternità, e l’essere della Parola sono identici a Dio.

Ma “la Parola era Dio” significa di più. La Parola è da pensare come “parte integrante” di Dio stesso; non nel senso che la Parola è “una” parte di un insieme di altre parti (come il motore è una parte di un’automobile) ma che Dio non sarebbe Dio senza la Parola. La Parola appartiene all’identità e all’essenza di Dio, cosicché Dio resta inconoscibile senza riferimento alla Parola. Qui Giovanni in effetti dice: l’origine di tutte le cose è Dio, come afferma Genesi, ma questo Dio è tale solo in quanto esiste con e come la Parola.

Il lato pratico di questa verità è che non si può concepire Dio, non si può conoscere Dio, non si può parlare rettamente di Dio senza riferirsi alla Parola. Questo è l’implicazione della frase “nel principio”: se la Parola era nel principio, essendo con Dio e anche Dio stesso, così tutto il nostro pensare e parlare di Dio deve essere “dal principio” incentrato su questa Parola. E siccome non c’è nessun altro pari a questa Parola nel principio, non c’è nessun altro a cui dobbiamo ricorrere per conoscere Dio. La Parola è tutto ciò che Dio è, ed è dunque l’Alfa e l’Omega, l’inizio e la fine di tutto ciò che possiamo sapere e dire di Dio.

2) La Parola nel tempo (Giovanni 1.2, 14)

Essa era nel principio con Dio.

Ma nonostante tutte le altezze e le profondità che Giovanni 1.1 contiene, non sappiamo ancora a chi si riferisce “la Parola”. Con quale nome dobbiamo chiamare questa Parola? In che modo possiamo conoscerla per poter conoscere Dio per mezzo suo? Giovanni risponde subito nel secondo versetto: “Essa [la Parola] era nel principio con Dio”. A primo sguardo, questo versetto sembra solo ripetere quanto è stato detto nel primo, e potremmo essere tentati di non prestargli lo stesso livello di attenzione ma di saltare subito al v.3. Ma facendo così sbaglieremmo, perché qui si costruisce il ponte cruciale tra l’infinito e il finito, tra l’increato e il creato, tra l’inconoscibile e il conoscibile, tra Dio e l’uomo, estremi tra i quali non esisterebbe altrimenti nessun punto di contatto.

A) “Essa…”

La parola chiave del v.2 è “essa” che designa colui che “era nel principio con Dio”. È vero che “essa” si riferisce alla Parola del v.1, ma non solo: si riferisce anche (e forse soprattutto) all’unica altra menzione esplicita della Parola in questo brano, cioè al v.14: “E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre.” C’è molto da dire su questo versetto, e ci vorrà infatti tutto il resto del vangelo (se non il resto della Bibbia!) per spiegare che cosa significa che la Parola fatta carne “ha abitato per un tempo fra di noi” in modo da rivelare la gloria di Dio. Solo leggendo tutto quello che Giovanni riporterà in seguito — ciò che questa Parola diventata carne ha detto e compiuto — potremo anche noi contemplare la pienezza della grazia e della verità divine che ha manifestato.

Ma il punto importante che concerne il nostro studio su Giovanni 1.1-2 è che la Parola che secondo v.14 “è diventata carne e ha abitato per un tempo” in un certo periodo storico e in un determinato luogo sulla terra è proprio la stessa Parola che “era nel principio con Dio”. Far vedere questo collegamento è la funzione del termine “essa” nel v.2. “Essa”, cioè la Parola che dall’eternità era con Dio ed era Dio stesso, è la stessa Parola che nel tempo “è diventata carne” e ha portato il nome “Gesù Cristo”. Ribaltando la frase, la “essa” del v.2 significa che la Parola che nel tempo “è diventata carne” e chiamata Gesù Cristo è la stessa Parola che dall’eternità era con Dio ed era Dio stesso.

B) La Parola diventata carne

Dopo un po’ di riflessione, ci accorgiamo che quest’ultima è l’affermazione più sbalorditiva. Capire che l’eterna Parola si è fatta uomo in Gesù è un conto; capire che l’uomo Gesù è la Parola che nel principio era con Dio e anche Dio stesso è un altro. La prima affermazione può significare semplicemente che Gesù è venuto dopo un’ulteriore riflessione da parte di Dio sulla condizione del mondo, che dopo la rovina causata del peccato umano, Gesù è subentrato nel proposito di Dio come una specie di “piano B”. Ma in questo caso, il punto della storia non sarebbe Gesù ma altro; Gesù esisterebbe solo per supplire a una mancanza, solo per curare una ferita, solo per risolvere un problema. Ma una volta guarita la malattia, c’è ancora bisogno del rimedio? Dopo che viene riparata una perdita d’acqua in casa, ho ancora bisogno dell’idraulico? Dopo che i miei peccati sono perdonati, ho ancora bisogno del Salvatore?

Secondo me, questo è uno dei motivi per cui tante persone non si rendono conto delle pretese radicali del vangelo, del dominio assoluto di Dio su chi riceve il dono della sua grazia. Si capisce che la Parola che era nel principio con Dio è la stessa che si è fatta uomo in Gesù, ma non si capisce che l’uomo Gesù è lo stesso che nel principio era la Parola con Dio. Che differenza fa questa seconda affermazione? Se l’uomo Gesù è lo stesso che nel principio era la Parola con Dio, vuol dire che egli è il punto, il significato e il fine di tutto ciò che viene dopo. Vuol dire che la nascita di Gesù non è stata un’aggiunta o una modifica al piano originario di Dio. Vuol dire che “nel principio”, prima di fare anche una di tutte le cose che sono state fatte (v.3), c’era la Parola destinata a diventare carne. Vuol dire che quando Dio, per mezzo della Parola, ha fatto “i cieli e la terra”, l’universo e tutto quello che contiene, li ha fatti in vista della Parola fatta carne, allo scopo di essere “Emmanuele”, Dio con noi, il Creatore che si unisce intimamente alle sue creature, il Signore che s’identifica personalmente con il suo popolo. Come ha scritto un certo teologo: “Il mondo è stato fatto affinché Gesù potesse nascere”. Gesù non esiste per il mondo tanto quanto il mondo esiste per lui.

C) Grazia su grazia

Ma nel creare il mondo per manifestarsi in Gesù, Dio non ha agito in modo egoista. Anzi, nel vangelo che segue, Giovanni ci farà vedere quanto è costato alla Parola diventare carne: “Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l’ha conosciuto. È venuto in casa sua, e i suoi non l’hanno ricevuto” (vv.10-11). Non solo non l’hanno ricevuto; l’hanno persino schernito, maltrattato, e infine crocifisso! Per la Parola, farsi uomo costituiva un’infinita condiscendenza, un’inimmaginabile umiliazione, un esporsi a incomprensibili sofferenze e afflizioni. Ma egli era felice di farlo per il suo grande amore: “Poiché Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unigenito Figlio…” (3.16).

E il risultato di questo amore sacrificale? Ce lo dice Giovanni nel v.16 del primo capitolo: “Infatti dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia”. Gesù è lo stesso che nel principio era con Dio, e quindi non c’è fine alle grazie che elargisce su di noi. Gesù è lo stesso che nel principio era Dio, e quindi “è quello che ha fatto conoscere” pienamente il Dio che altrimenti nessuno potrebbe conoscere. Gesù è lo stesso per mezzo del quale tutte le cose sono state fatte, e quindi non dobbiamo mai dubitare che egli farà cooperare tutte le cose per il nostro bene, e mai per il nostro male. Gesù è lo stesso in vista del quale tutte le cose sono state fatte, e quindi ricevere lui significa ricevere con lui anche tutte le cose, ma rifiutare lui significa rifiutare non solo lui ma anche tutte le altre cose. Gesù è lo stesso che nel principio ha fatto risplendere la luce nelle tenebre, e fin d’allora non esistono tenebre capaci di sopraffarla (v.5).

La testimonianza di Giovanni il battista, riferita nel v.15, è dunque vero di ogni essere umano: “Colui che viene dopo di me mi ha preceduto, perché era prima di me.” Gesù ha preceduto non solo noi che siamo nati dopo di lui ma anche tutti coloro che, come Giovanni, erano nati prima di lui. Ecco perché Gesù dichiara nel 8.58: “In verità, in verità vi dico: prima che Abraamo fosse nato, io sono”. Strepitose, incredibili sono queste parole, che sarebbero blasfeme sulle labbra di qualsiasi altra persona. Ma Gesù è giusto nel dirle perché egli è l’IO SONO prima di Abraamo, prima ancora di Adamo. Bisogna dire che quando Genesi 1 afferma che gli esseri umani sono stati creati a immagine di Dio, è stato in realtà a immagine del Dio destinato a diventare l’uomo Gesù!

Per questo motivo, nessuno è da considerarsi escluso dall’amore di Dio incarnato in Gesù, dal suo benevolo proposito di salvare, dalla portata della sua decisione di essere Emmanuele, il Dio anche di chi lo rifiuta. Inoltre, è inutile chiedere “che pertinenza ha Gesù alla mia vita?”, perché la vita di ogni essere umano trova il suo senso e il suo scopo nell’umanità di Cristo. Se è vero, come impariamo in Giovanni 1, che Gesù non esiste per il mondo tanto quanto esiste il mondo per Gesù, allora la domanda più importante che tutti devono porsi è: “che pertinenza ha la mia vita a Gesù?” Siamo stati fatti per mezzo di lui, per lui e in vista di lui, e troveremo solo in lui tutto quello che il nostro cuore desidera.

3) Conclusione

Tutto questo sermone deve molto al grande teologo Karl Barth che più di ogni altro ha messo Gesù al centro di tutte le sue riflessioni sulle Scritture. È dunque opportuno che concludiamo con alcuni commenti che lui ha scritto riguardo ai versetti che abbiamo appena studiato:

Fra Dio e l’uomo vi è la persona di Gesù Cristo: vero Dio e vero uomo egli è infatti il Mediatore fra l’uno e l’altro. In lui, Dio si rivela all’uomo; in lui, l’uomo riconosce Dio; in lui, Dio si pone di fronte all’uomo e l’uomo davanti a Dio, conformemente alla volontà eterna di Dio ed al destino eterno dell’uomo, corrispondente a tale volontà. In lui, Dio indica il suo disegno nei confronti dell’uomo e pronuncia su di lui il giudizio; in lui, salva l’uomo e gli si fa presente in tutta la sua pienezza; in lui, enuncia contemporaneamente la sua esigenza e la sua promessa sull’uomo. In lui, Dio si è legato all’uomo. È dunque a causa di lui che l’uomo esiste. Anche il mondo, teatro della storia intercorrente fra Dio e l’uomo, è stato creato conformemente all’origine ed in previsione del destino assegnati all’uomo in Gesù Cristo.

Questi è l’essenza di Dio, come è originariamente l’essenza dell’uomo; nulla vi è nell’universo che non proceda da lui, che non esista per mezzo di lui e non sia finalizzato a lui; è infatti la Parola di Dio che contiene ogni verità e che non potrebbe essere superata, né limitata da nessun’altra parola; è la decisione di Dio che nessun’altra decisione può precedere, né superare, né accompagnare, perché tutte le decisioni che possono esistere non possono che concorrere al compimento di tale decisione iniziale; è l’origine che esclude ogni altra origine al di fuori di quella che Dio possiede in se medesimo, cosicché nulla vi è che non proceda da lui o per cui si possa cercare l’inizio al di fuori di lui; è la scelta che esclude ogni altra scelta da parte di Dio, in modo che nulla e nessuno al mondo è stato scelto e voluto da Dio prima di lui, senza di lui ed accanto a lui.

In una sola parola: è la scelta (quindi anche l’origine, la decisione, la parola) della libera grazia di Dio. È infatti in forza della sua libera grazia che Dio sceglie di diventare uomo in Gesù Cristo, legandosi all’uomo, onde legarlo a sé. Gesù Cristo è la libera grazia di Dio, se è vero che questa libera grazia non resta confinata nell’essenza intima ed eterna del Padre, ma si manifesta al di fuori, nell’insieme delle vie e delle opere divine; ecco perché non esiste scelta, inizio, origine, decisione o parola divina che lo preceda, che sia al di sopra, di fianco o al di fuori di lui; la libera grazia è infatti l’unico motivo che sostiene tutte le vie e tutte le opere di Dio, manifestantesi all’esterno. (Karl Barth, La dottrina dell’elezione divina, p.305-306).

Basandoci su questa verità, possiamo riposarci nella promessa che Gesù ha fatto ai suoi discepoli in Giovanni 14.1-3:

Il vostro cuore non sia turbato; credete in Dio, e credete anche in me! Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, vi avrei detto forse che io vado a prepararvi un luogo? Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi.

Questa è la speranza di Natale. Amen!

Isaia 54.1-10: Esulta, O Sterile!

1) Vivere la redenzione (Isaia 54.1-4)

Negli ultimi studi su Isaia, abbiamo imparato che il messaggio dominante della seconda metà del libro (capitoli 40-66) è la consolazione del popolo di Dio, esiliato per la sua persistente ribellione nei confronti del Signore. Questo messaggio è semplice, ma a persone che hanno sofferto tanto quanto gli ebrei, una tale consolazione sembra del tutto impossibile. Il profeta dunque impiega tutte le sue capacità letterarie per suscitare e rafforzare la fiducia del popolo nel Signore, perché è solo il Signore che può fare l’impossibile. È inutile cercare la consolazione altrove, perché ogni altro è un idolo, e gli idoli ci lasciano sempre delusi. Solo Dio è in grado di realizzare le sue stupende promesse di riscattare e redimere il suo popolo da tutte le loro afflizioni.

Così Isaia c’insegna che non c’è niente di più pratico che meditare continuamente sulla grandezza di Dio e l’efficacia della sua parola, perché è proprio ciò che rinnova la nostra fiducia in Dio, ed è la nostra fiducia in Dio che determina il nostro modo di vivere. Non c’è nessuna rottura tra “teoria” e “pratica”, come se il nostro credere non fosse la fonte di tutto il nostro agire. Anzi, come Paolo afferma in 1 Timoteo 6.12, la vita cristiana è fondamentalmente “il buon combattimento della fede”. Se si perde la battaglia della fede, si perde tutto.

Per questo, nel capitolo 54 (e continuando anche nel 55) Isaia giunge a una sorta di crescendo musicale in cui esalta il Signore e la sua promessa di salvare nei termini poetici più belli ed emozionanti. Se il nemico dell’incredulità deve essere sopraffatto dalla fede nella parola di Dio, questa poesia è un’arma potente nella battaglia. Lasciamo ora che essa compia la sua intenzione in noi: cioè far risplendere la gloria del nostro Dio che disperde ogni oscurità e che ci permette di camminare senza paura nella sua luce.

A) Esulta, o sterile (54.1)

54:1 «Esulta, o sterile, tu che non partorivi! Da’ in grida di gioia e rallègrati, tu che non provavi doglie di parto! Poiché i figli dell’abbandonata saranno più numerosi dei figli di colei che ha marito», dice il Signore.

La prima parte di questa poesia, che suona come un canto, inizia con tre imperativi che chiamano il popolo di Dio — ancora nell’afflizione e nell’angoscia dell’esilio — di vivere la redenzione che il Signore compie per loro. Non sono obblighi gravosi come a volte si ritiene la legge divina. Sono piuttosto inviti a godere appieno della bontà che Dio desidera elargire. Ogni imperativo è seguito infatti dal suo motivo, come vediamo qui nel primo versetto: “esulta, o sterile!”

Questo comandamento è bello, ma strano. Oggi come oggi, una donna sterile spesso prova grande tristezza per la sua incapacità di concepire e partorire figli. In epoca biblica, la sterilità pesava ancora di più, perché comportava non solo la tristezza personale ma anche la vergogna sociale. In più, la donna del primo versetto non è solo sterile ma non ha neanche marito; è stata abbandonata. Quindi, anche se fosse in grado di fare figli, non potrebbe non avendo marito. All’epoca, era impensabile che una donna in queste condizioni potesse rallegrarsi, ma è proprio alla gioia che lei è chiamata qui. Come mai? Il motivo è detto chiaramente: perché i figli di questa donna, sterile e abbandonata, saranno più numerosi dei figli delle altre donne fertili e sposate. Per quanto sembra impossibile, questo è ciò che “dice il Signore”, e perciò è una cosa certa.

Conforme alla natura poetica di questo brano, possiamo capire che il linguaggio qui è simbolico. La donna sterile e abbandonata si riferisce al popolo d’Israele. È stato “abbandonato” dal Signore, suo marito, a causa delle sue ostinate infedeltà. Aveva tanto desiderato l’amore di altri amanti — cioè gli idoli e le vie pagane delle nazioni circostanti — ed è stato dunque dato in balia di quelle nazioni, prima Assiria e poi Babilonia. Ma Israele è anche “sterile”. Che cosa vuol dire?

Questo versetto non può che far venire in mente il caso eccezionale di Sara, moglie di Abraamo. Possiamo essere certi che qui è sottointeso un riferimento a lei grazie a quello che Isaia scrive nel 51.1-2:

Ascoltatemi, voi che perseguite la giustizia, che cercate il Signore! Considerate la roccia da cui foste tagliati, la buca della cava da cui foste cavati. Considerate Abraamo vostro padre e Sara che vi partorì; poiché io lo chiamai, quando egli era solo, lo benedissi e lo moltiplicai.

Qui il Signore ricorda agli ebrei che sono tutti discesi da Abraamo a Sara. Abraamo è il loro padre, e in un senso anche Sara li ha partoriti tutti. Perché è importante considerare questo? È perché Dio ha chiamato Abraamo “quando egli era solo”, cioè quando lui e sua moglie non avevano nessun figlio a causa della sterilità di Sara. Ciò nonostante, Dio ha promesso ad Abraamo una discendenza più numerosa delle stelle del cielo (Gen. 15.5), che da Sara sarebbero venuti re e nazioni (Gen. 17.16). Così è avvenuto, contro ogni possibilità umana, perché nulla è troppo difficile per il Signore (Gen. 18.14). Considerando il fatto che abbiano Abraamo per padre e Sara per madre, gli esuli si accorgeranno di essere essi stessi la prova che “nessuna parola di Dio rimarrà inefficace” (Luca 1.37). La loro esistenza è un miracolo, e non sarà meno fattibile il miracolo di salvezza che Dio compirà ancora a loro favore.

Tornando al 54.1, possiamo meglio capire come Israele è stato sterile. La promessa di Dio ad Abraamo e Sara non era solo che avrebbero avuto una numerosa discendenza, ma che per mezzo della loro discendenza sarebbero state benedette tutte le famiglie della terra (Gen. 12.3). Ma l’Israele fino al periodo dell’esilio era stato tutt’altro che una benedizione nel mondo. Aveva ripetutamente rinunciato alla sua vocazione di essere un popolo santo in mezzo alle nazioni pagane, una luce di giustizia nelle tenebre del peccato. Aveva preferito invece profanarsi e spegnere la propria luce per potersi unire alle tenebre. Per questo è rimasto esiliato, abbandonato senza luce nelle stesse tenebre che aveva desiderato. O, per tornare alla metafora del nostro testo, Israele è come una donna sterile, perché non ha partorito i figli di benedizione che Dio aveva in mente quando l’aveva sposata a Sinai.

Ma — e questa è la grande promessa di Isaia 54 — Dio compirà nello sterile Israele lo stesso miracolo che ha compiuto nel grembo di Sara (e che compirà poi nella sterile Elisabetta e la vergine Maria): i figli della donna sterile e abbandonata saranno più numerosi di colei che ha marito. Dio renderà fecondo il suo popolo, toglierà la sua vergogna e realizzerà la sua promessa di benedire tutta la terra per mezzo suo. Non permetterà che la sua parola rimanga inefficace. Per questo motivo, la sterile — il popolo afflitto e angosciato — può comunque esultare e prorompere in grida di grande gioia.

B) Allarga la tua tenda (54.2-3)

«Allarga il luogo della tua tenda, si spieghino i teli della tua abitazione, senza risparmio; allunga i tuoi cordami, rafforza i tuoi picchetti! Poiché ti spanderai a destra e a sinistra; la tua discendenza possederà le nazioni e popolerà le città deserte.

All’invito di esultare viene aggiunto un secondo imperativo correlato: “allarga il luogo della tua tenda!” Continua qui l’immagine del primo versetto. Bisogna tenere presente che Abraamo e Sara vivevano in Canaan come nomadi, in tende, senza dimora fissa. Nel Vicino Oriente antico, la responsabilità di occuparsi della tenda spettava alla donna, ed è quindi coerente con la metafora che sia ordinato alla donna del primo versetto di allargare la sua tenda, spiegando i suoi teli “senza risparmio”. Perché deve fare questo? Proprio perché Dio adempirà ciò che le ha promesso: nonostante la sua sterilità, porterà alla luce discendenti tanto numerosi che si spanderanno “a destra e a sinistra”, possederanno “le nazioni” e popoleranno “le città deserte”.

Al popolo d’Israele in esilio, questa promessa sarebbe stata davvero meravigliosa. Dopo essere stato ridotto a un piccolissimo residuo di superstiti, diventerà grande, più grande infatti di prima. I figli d’Israele torneranno ad abitare di nuovo nelle città rimaste deserte dopo le invasioni straniere, e non solo. Possederanno anche le nazioni, comprese quelle che hanno preso in possesso loro. Si spanderanno “a destra e a sinistra”, termini che in ebraico significano anche “a sud e a nord”. Per gli ebrei, queste direzioni indicavano invasori dall’estero: gli egiziani attaccavano dal sud, gli assiri e i babilonesi dal nord. Quindi, i figli d’Israele non vivranno più sotto la minaccia di queste nazioni, ma saranno loro a spandersi invece nei territori dei nemici. In anticipo di questo grande futuro, gli ebrei — sempre sotto il dominio di oppressori stranieri — devono, come i loro patriarchi nomadi in Canaan, allargare le loro tende oltre misura nella speranza che presto Dio le riempirà di discendenti innumerevoli. Devono, in altre parole, prepararsi al compimento di tutto ciò che promette la parola del Signore anche se non lo possono ancora vedere.

C) Non temere (54.4)

Non temere, perché tu non sarai più confusa; non avere vergogna, perché non dovrai più arrossire; ma dimenticherai la vergogna della tua giovinezza, non ricorderai più l’infamia della tua vedovanza.

Il terzo imperativo consegue dai primi due: convinti come Abraamo che Dio è in grado di far concepire un figlio nel grembo sterile, così gli ebrei devono “non temere”. Non devono temere niente o nessuno, perché non saranno mai più confusi né vergognati. Come una donna sterile, Israele si vergogna ora per il totale fallimento della sua santa vocazione, per la sua insensata ribellione, ma non sarà sempre così. Dimenticherà sia “la vergogna della tua giovinezza” (che probabilmente si riferisce alle sue prime infedeltà d’Israele commesse dopo l’esodo nel deserto) sia “l’infamia della tua vedovanza” (che si riferisce alle ultime trasgressioni che hanno portato alla distruzione di Giuda). Anche se la donna geme ancora nella sua sterilità — il popolo geme ancora in esilio — non deve temere, perché può già cominciare a vivere come se si fosse avverata la promessa di Dio, tanto è certa. Poiché nessuna parola di Dio rimarrà inefficace, il popolo può già cominciare a camminare nelle tenebre come se splendesse la luce; può già allargare le sue tende come se avesse figli per riempirle; può già esultare come se non avesse ancora un cuore spezzato.

2) Poiché il Signore (Isaia 54:5-10; 53.10-12)

E come se la parola di Dio non fosse già prova sufficiente che tutto questo avverrà, Isaia aggiunge una seconda parte a questa poesia per fornire altri due motivi per cui il popolo può iniziare adesso a vivere in speranza la redenzione promessa.

A) Il tuo Creatore è il tuo sposo (54.5)

Poiché il tuo Creatore è il tuo sposo; il suo nome è: il Signore degli eserciti. Il tuo Redentore è il Santo d’Israele, che sarà chiamato Dio di tutta la terra.

In primo luogo, lo sterile Israele può esultare perché il suo “sposo” e “redentore” è il Creatore, il Signore degli eserciti, il Santo d’Israele e il Dio di tutta la terra. Qui i concetti di “sposo” e “redentore” non sono due ma uno. Pensiamo per esempio alla storia di Rut, la vedova senza figli che viene “redenta” da un parente di sua suocera Naomi. Lui si chiama Boaz; si sposa con Rut e le dà un figlio che poi diventerà il nonno del re Davide! In questa storia, Boaz è lo sposo-redentore che interviene per salvare la famiglia di Naomi, che si carica di sofferenze non sue, che si adopera per assicurare una discendenza e un futuro alle vedove senza figli. Alla fine della storia, si scopre che è proprio a causa delle afflizioni di Naomi e Rut che, tramite Boaz, si giunge a una conclusione più bella e lieta di quanto sarebbe stato possibile in qualsiasi altro modo. Questa è l’opera dello sposo-redentore. In quanto sposo, egli fa sì che la donna senza marito e senza figli (che all’epoca significava non avere niente) abbia di che rallegrarsi, allargare la sua tenda, e non avere più timore o vergogna. In quanto redentore, egli fa sì che le sofferenze della sua sposa in realtà cooperino a realizzare un bellissimo fine che altrimenti non sarebbe stato realizzabile.

Con questa immagine, Isaia ricorda agli esuli che il loro sposo-redentore non è altro che il Creatore e Dio di tutta la terra. Se egli ha chiamato il cosmo all’esistenza da nulla, sarà forse incapace di redimerli, di far sì che tutte le loro afflizioni cooperino al loro bene? Se il loro sposo-redentore è il Dio di tutta la terra, possono smarrirsi troppo lontano dalla sua mano o scappare troppo lontano dalla sua presenza? Se il loro sposo-redentore è il Signore degli eserciti, potrà forse qualche potere, qualche nazione, o qualche idolo impedire che egli li liberi dal loro dominio? No di certo. Lo sposo-redentore che è tutto questo è senza dubbio in grado di compiere tutto il bene che ha progettato per il suo popolo.

B) L’amore mio non si allontanerà (54.6-10)

Poiché il Signore ti richiama come una donna abbandonata, il cui spirito è afflitto, come la sposa della giovinezza, che è stata ripudiata», dice il tuo Dio. «Per un breve istante io ti ho abbandonata, ma con immensa compassione io ti raccoglierò. In un eccesso d’ira ti ho per un momento nascosto la mia faccia, ma con un amore eterno io avrò pietà di te», dice il Signore, il tuo Redentore. «Avverrà per me come delle acque di Noè; poiché, come giurai che le acque di Noè non si sarebbero più sparse sopra la terra, così io giuro di non irritarmi più contro di te, di non minacciarti più. 10 Anche se i monti si allontanassero e i colli fossero rimossi, l’amore mio non si allontanerà da te, né il mio patto di pace sarà rimosso», dice il Signore, che ha pietà di te.

In secondo luogo, lo sterile Israele può esultare perché il Signore giura che “l’amore mio non si allontanerà da te”, che “con un amore eterno avrò pietà di te”. Israele è “come una donna abbandonata”, il suo spirito “è afflitto”, è stato ripudiato “come la sposa della giovinezza”, ma tutto questo durerà solo “per un breve istante”. Le espressioni qui come “ti ho abbandonata” e “ho … nascosto la mia faccia” non stanno a indicare che Dio ha mai smesso di amare il suo popolo. Lo sappiamo perché in tutto il Signore si riferisce a sé come “il tuo Dio” (v.6). Anche quando sembrava che egli si fosse assentato del tutto dalla loro esperienza, restava comunque il loro Dio. Queste espressioni riguardano infatti l’esperienza del popolo: la sensazione di essere abbandonati da Dio, di non sperimentare più la sua presenza, di sentirsi sopraffatti da “un eccesso d’ira”. Ma, come dice il Signore, queste esperienze, per quanto sconvolgenti, sono da considerarsi solo come “un breve istante” rispetto all’amore eterno e alla bontà infinita che gli mostrerà per sempre.

Come esempio, il Signore ricorda al popolo il tempo del diluvio quando, dopo aver versato la sua ira attraverso le acque del giudizio, ha giurato con un patto che non avrebbe mai più distrutto la terra in quel modo, e così è stato. Nello stesso modo, Dio dichiara: “io giuro di non irritarmi più contro di te, di non minacciarti più”. Tanto è certo questo giuramento che “anche se i monti si allontanassero e i colli fossero rimossi, l’amore mio non si allontanerà da te”. Tanto è costante l’amore di Dio che durerà più a lungo dell’intero universo. Tante è potente l’amore di Dio che vincerà qualsiasi tribolazione, qualsiasi catastrofe, e sì, anche qualsiasi pandemia.

Ma per quanto sia stupendo tutto questo, viene da chiedere: come può il Signore compierlo a favore di quelli che sono così ribelli, così infedeli, così sterili, così degni solo di essere ripudiati e abbandonati? Dio non ha già in passato stabilito un patto di amore con il suo popolo tramite Mosè? Non gli ha già fatto tante promesse di benedizione? Il problema non è l’efficacia della sua parola ma il nostro rifiuto di ascoltarla. Il problema non è la costanza del suo amore ma la nostra tendenza di prostituirci con altri amanti. Il problema non è la sua fedeltà verso di noi ma la nostra infedeltà verso di lui. Come dunque possiamo essere certi di ricevere tutto ciò che Dio promette?

C) Il mio servo renderà giusti i molti (Isaia 53:10-12)

53:10 Ma il Signore ha voluto stroncarlo con i patimenti. Dopo aver dato la sua vita in sacrificio per il peccato, egli vedrà una discendenza, prolungherà i suoi giorni, e l’opera del Signore prospererà nelle sue mani. 11 Dopo il tormento dell’anima sua vedrà la luce e sarà soddisfatto; per la sua conoscenza, il mio servo, il giusto, renderà giusti i molti, si caricherà egli stesso delle loro iniquità. 12 Perciò io gli darò in premio le moltitudini, egli dividerà il bottino con i molti, perché ha dato se stesso alla morte ed è stato contato fra i malfattori; perché egli ha portato i peccati di molti e ha interceduto per i colpevoli.

La risposta a queste domande, la più grande certezza che si può avere deriva da quello che ha immediatamente preceduto questo capitolo. Mi riferisco al bellissimo “Canto del Servo” nel capitolo 53 in cui troviamo una delle profezie più chiare e commoventi della persona e dell’opera di Gesù Cristo. In questa poesia, è il Servo del Signore, Gesù, che “si caricherà egli stesso delle loro iniquità”. Pur essendo degno di ogni lode e onore, egli “ha dato se stesso alla morte”. Pur essendo innocente e giusto, “è stato contato fra i malfattori”. Per quale motivo? “Perché ha portato i peccati di molti e ha interceduto per i colpevoli”.

Questa è la grande certezza che possiamo avere che ogni benedizione promessa da Dio sarà nostra, che l’afflizione di questa vita è solo “per un breve istante” rispetto alla gloria eterna che ci aspetta, che anche quando Dio sembra nasconderci la sua faccia, ci tiene sempre nelle sue mani onnipotenti. Gesù, “il giusto, renderà giusti i molti”. Sulla croce, Gesù è stato esiliato lontano dalla presenza di Dio affinché noi esuli potessimo tornare a casa. Sulla croce, Gesù è stato ripudiato come una moglie infedele affinché noi infedeli potessimo essere riconciliati con il nostro Sposo. Sulla croce, Gesù ha preso su di sé la nostra sterilità affinché noi sterili potessimo diventare fecondi e riprendere la santa vocazione alla quale siamo chiamati. Come sempre, troviamo che il nome di Gesù Cristo è la risposta a ogni domanda, la soluzione a ogni problema, e il rimedio a ogni male.

3) Conclusione

In questo studio, abbiamo visto il messaggio di Isaia agli esuli in Babilonia, a quelli che si contavano tra i discendenti miracolosi della sterile Sara. Ma per noi? Che significato ha la profezia di Isaia 54 oggi? In poche parole, il significato è lo stesso. Ovviamente, non siamo esuli in Babilonia; nemmeno siamo ebrei di nascita. Ma se siamo uniti per fede a Gesù, siamo veri figli di Abraamo, nati tali per un miracolo non meno grande di quello che Dio ha fatto nel grembo sterile di Sara. Questo infatti è previsto in Isaia: dello stesso Servo di Isaia 53 si dice nel 49.6:

È troppo poco che tu sia mio servo per rialzare le tribù di Giacobbe e per ricondurre gli scampati d’Israele; voglio fare di te la luce delle nazioni, lo strumento della mia salvezza fino alle estremità della terra.

Come figli di Abraamo in Gesù, resi giusti nel Giusto, possiamo rivendicare tutte queste promesse come nostre. È a noi che Dio per mezzo di Gesù ha giurato il suo amore eterno. È per noi che Dio in Gesù agisce come sposo-redentore. Ed è a noi che Dio chiede di vivere ora la redenzione che non possiamo ancora vedere con i nostri occhi. Siamo noi invitati a non temere perché Gesù ha espiato tutti i nostri peccati e ci ha tolto tutta la nostra vergogna. Siamo noi chiamati a esultare e rallegrarci, anche in mezzo alle lacrime, anche se i nostri corpi si sentono deboli e le nostre anime si sentono sterili. E infine (e con questo voglio concludere) siamo noi incaricati di “allargare le nostre tende”. Cosa vuol dire?

Interpreto questa frase come “compiere gesti stravaganti di testimonianza che senza l’intervento miracoloso di Dio sarebbero stupidi e insensati”. Allargare le tende quando si è sterili non ha senso, a meno che Dio non prometta di dare i figli per riempirle. Mi viene in mente l’esempio di Geremia che ha comprato un campo proprio quando i babilonesi stavano per impossessarsi di tutto il territorio, perché voleva testimoniare agli altri la certezza della promessa di Dio che “si compreranno ancora case, campi e vigne in questo paese” (Ger. 32.15). Mi viene in mente un altro gesto che gli ebrei fanno ancora oggi quando celebrano la Pasqua. Durante il pasto tradizionale, lasciano al tavolo un posto vuoto per il profeta Elia che, secondo la profezia di Malachia 4.5, deve venire “prima che venga il giorno del Signore”.

Non so esattamente quali gesti di testimonianza possiamo compiere, gesti che sembrano strani agli altri perché hanno senso solo se considerati alla luce della parola di Dio. Forse quando ricominciamo a riunirci insieme per fare il culto, possiamo sempre mettere delle sedie in più che, proprio perché resteranno vuote, testimonieranno la nostra fiducia che Dio “allargherà la tenda” della nostra comunità. Forse significa che, quando i nostri sforzi di testimoniare Gesù risultano “sterili” perché vengono ignorati o scherniti, continuiamo comunque a testimoniare con perseveranza, convinti che Dio un giorno porterà alla luce tanti figli nuovi per mezzo nostro. Forse significa che rinnoviamo il nostro impegno di pregare, anche se le nostre preghiere sembrano “sterili”, perché sappiamo che ciò che conta non è infine il nostro pregare ma il Dio che l’esaudisce. Forse significa semplicemente che ravviviamo la nostra ubbidienza alla volontà di Dio rivelata nelle Scritture, perché al mondo i comandamenti di Dio spesso sembrano stupidi. Queste sono solo delle possibilità, e dobbiamo tutti continuare a cercare altri modi in cui possiamo “allargare la tenda”, testimoniando così sia la nostra fiducia verso Dio sia la parola di Dio verso gli altri.

Isaia 40:1-11: L’Avvento della consolazione

1) Introduzione a Isaia 40

Consolate, consolate il mio popolo”: così inizia la seconda e magnifica parte del libro profetico di Isaia. Queste parole introduttive ci fanno capire quale sarà il tema principale del resto del libro. Nei primi 39 capitoli, il messaggio del profeta era dominato dall’oscurità: il peccato del popolo d’Israele e Giuda, la condanna di Dio e lo spettro del suo giusto e tremendo giudizio. Come leggiamo nel 8:21-22.

[Questo popolo] andrà peregrinando per il paese, affranto e affamato; quando avrà fame, si irriterà e maledirà il suo re e il suo Dio. Volgerà lo sguardo in alto, lo volgerà verso terra, ed ecco, non vedrà che difficoltà, tenebre e oscurità piena d’angoscia; sarà sospinto in mezzo a fitte tenebre.

Però, a partire dal capitolo 40, il profeta porta un messaggio di grande consolazione: dopo le tenebre risplenderà la luce. Dopo il peccato ci sarà il perdono. Dopo l’angoscia ci sarà la gioia. Dopo il giudizio ci sarà la salvezza. Per questo motivo, la seconda parte d’Isaia è una porzione delle Scritture particolarmente adatta alla stagione dell’Avvento, come lo è anche a qualsiasi periodo di grande difficoltà, sofferenza, o paura, quando abbiamo bisogno di essere ricordati che dopo la notte spunterà l’alba.

Come Isaia, i profeti erano persone veramente strane. Abbiamo visto in studi precedenti che mentre tutti gli altri dicevano “luce!” i profeti dicevano “tenebre!”. Ma quando gli altri cominciavano a dire “tenebre!”, i profeti cominciavano a dire “luce!”. Le parole dei profeti erano quasi sempre in contraddizione con l’andazzo della società in cui vivevano. Ma non perché erano semplici negazionisti; non avevano nessun programma o scopo personale. Erano chiamati solo ad annunciare la parola di Dio al popolo, ed è perché la parola di Dio è quasi sempre in contraddizione con l’andazzo del mondo che lo era anche la parola dei profeti.

Adesso bisogna ambientare Isaia 40 nel suo contesto storico. Il suo messaggio è rivolto a un popolo che ha perso letteralmente tutto. Dopo l’ultima invasione babilonese nel 587 a.C., il regno di Giuda e la città di Gerusalemme sono rimasti in rovina. È stata una catastrofe a ogni livello: nazionale e personale, politico e religioso. I babilonesi hanno ucciso il re, distrutto il tempio, massacrato una gran parte della popolazione, e deportato quasi tutti gli altri in Babilonia. Solo un piccolissimo residuo dei più miseri rimane in Giuda con poche prospettive di poter sopravvivere. È un momento in cui non ci si può consolare dicendo: “non è la fine del mondo”, perché per loro era praticamente ciò! Geremia (4:23), infatti, descrive la distruzione di Giuda come la de-creazione del cosmo. Non è possibile dunque esagerare quanto è stato disastroso questo evento per il popolo di Giuda.

Ma proprio in mezzo all’angoscia arriva il messaggio del profeta Isaia: “consolate, consolate il mio popolo”. È quasi incredibile che in tali condizioni si possa trovare la consolazione, eppure è proprio questa che Dio vuole che sia annunciata al suo popolo. E se, dopo tutta questa sofferenza, era possibile ai superstiti esiliati essere consolati e, come dice nel v.31, acquistare nuove forze e alzarsi a volo come aquile, così è possibile anche a noi nonostante ogni nostra ansia o afflizione. Rinnovare la speranza che il Signore farà risplendere la luce in mezzo alle tenebre più fitte è il tema della seconda parte di Isaia, come lo è anche della stagione dell’Avvento.

Detto ciò, andiamo ora a leggere i primi 11 versetti di Isaia 40. Questa poesia si suddivide nettamente in quattro strofe che esamineremo una per una.

2) La possibilità della consolazione (40:1-2)

40:1 «Consolate, consolate il mio popolo», dice il vostro Dio. «Parlate al cuore di Gerusalemme e proclamatele che il tempo della sua schiavitù è compiuto; che il debito della sua iniquità è pagato, che essa ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati».

“Consolate…”, “parlate…”, “proclamate…”. A chi sono rivolti questi imperativi? Non lo sappiamo di preciso perché non viene specificato, come non verrà specificato neanche di chi sono le voci che gridano nei versetti successivi. L’effetto di quest’ambiguità è che viene sottolineata la provenienza divina del messaggio anziché il messaggero che lo porta. Questo è importante, perché talmente è inconcepibile a volte la possibilità di essere consolati che appare come un’impossibilità totale. Come il popolo di Giuda, le nostre sofferenze possono aggravarsi al punto tale da rendere inefficace qualsiasi rimedio. Possiamo diventare così acutamente consapevoli della nostra peccaminosità e della nostra colpevolezza davanti a Dio che il perdono sembra impensabile.

In tali momenti, l’unica cosa che conta è sapere che è Dio che dice “consolate il mio popolo”, che è Dio che dichiara la fine della nostra schiavitù, che è Dio che pronuncia la remissione dei debiti e il perdono dei nostri peccati. A dire il vero, non è solo in tali momenti che abbiamo bisogno di sapere che Dio, e soltanto Dio, è la fonte di ogni consolazione. È solo che di solito persistiamo nel cercare la consolazione altrove finché non ci viene tolto ogni altro possibile aiuto o appoggio. La realtà — vivamente illustrata dall’esilio dei giudei in Babilonia — è che la nostra condizione è così misera, il nostro peccato è così grave, e la nostra separazione da Dio è così abissale, che la possibilità di essere risanati, perdonati e riconciliati sta solo in un miracolo di grazia. Così impenetrabili sono le nostre tenebre che può squarciarle solo un nuovo atto di creazione da parte del Dio che nel principio chiamò all’esistenza la luce dal nulla.

La consolazione che Dio promette al popolo non è quindi un artificioso e banale “andrà tutto bene”, come si sente spesso in questo periodo di pandemia. No, la consolazione che Dio promette è, umanamente parlando, un’impossibilità. È una consolazione che si può avere anche in esilio, anche alla fine del mondo, perché non dipende dalle circostanze in cui ci si trova. Ma per questo non dipende — non può dipendere — da forze o capacità umane; può essere solo un miracolo della grazia di Dio. È un miracolo perché solo l’onnipotenza di Dio può compierlo, ed è un miracolo della grazia perché Dio non è obbligato a nessuno di compierlo. È una novità assoluta che solo Dio può creare in mezzo a tutte le vanità che girano sotto il sole. Questa consolazione — l’unica consolazione in grado di fasciare ogni ferita, di cancellare ogni rimpianto, di redimere ogni male — non possiamo realizzarla. Possiamo solo riceverla. Il dono di questa consolazione è esattamente ciò che Dio qui promette al suo popolo, e come riceverlo è il tema dei versetti successivi.

3) La preparazione alla consolazione (40:3-5)

La voce di uno grida: «Preparate nel deserto la via del Signore, appianate nei luoghi aridi una strada per il nostro Dio! Ogni valle sia colmata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; i luoghi scoscesi siano livellati, i luoghi accidentati diventino pianeggianti. Allora la gloria del Signore sarà rivelata e tutti, allo stesso tempo, la vedranno; perché la bocca del Signore l’ha detto».

La seconda strofa della poesia riporta l’annuncio della voce solitaria che grida: “preparate la via del Signore!” In altre parole: non potete realizzare la consolazione, ma potete (in realtà dovete!) prepararvi a riceverla. Questa preparazione consiste nell'”appianare” una via per il Signore “nel deserto”. Qui il riferimento è al deserto che si trova a est del territorio di Giuda. Questo è il deserto attraversato da Israele dopo l’esodo per prendere possesso della terra promessa, ed è lo stesso dove Giovanni il battista, non senza motivo, predicherà il suo messaggio di ravvedimento. È un deserto non sabbioso ma roccioso, pieno di “valli”, “monti” e “colli”, di “luoghi scoscesi” e “accidentati”, esattamente come descritto qui dal profeta. Oggi esiste una strada che va da Gerusalemme e che rende il transito attraverso il deserto abbastanza facile, ma all’epoca no. Il deserto era di percorribilità difficile, tanto difficile infatti che i babilonesi, pur provenendo da quella direzione, dovevano comunque aggirarlo, facendo una lunga deviazione e scendendo verso Giuda dal nord.

I superstiti della deportazione sono dunque chiamati a “preparare la via del Signore”. Ma come possono farlo, se è necessario che il deserto, che ha impedito il passaggio del grande e imponente esercito babilonese, sia prima appianato? Come può il debole residuo di Giuda colmare ogni valle e abbassare ogni monte? Come possiamo farlo noi? Chiaramente il linguaggio qui è simbolico, pur avendo un riferimento concreto alla geografia d’Israele. Le valli e i monti, i luoghi scoscesi e accidentati rappresentano tutto quello che c’è di sbagliato, di storto, di malato e di ingiusto nel mondo e nelle nostre vite. Chi è in grado di mettere a posto tutto ciò? Quale persona, o quale società in tutta la storia è mai riuscita a realizzare la perfezione sulla terra? Gli ostacoli sono troppo formidabili, il territorio è troppo selvaggio, i nostri dolori e i nostri peccati sono troppo gravi da permetterci di attraversare il deserto e trovare un’oasi della consolazione.

La risposta a questa domanda — che cosa spetta al popolo per preparare la via del Signore — si troverà solo nei versetti seguenti, perché qui il Signore evidenzia ancora che lui, e solo lui, può donarci la consolazione di cui abbiamo bisogno. Notiamo che qui è Dio, e solo Dio, che attraversa il deserto. Solo Dio è capace di colmare ogni valle, di abbassare ogni monte e di livellare i luoghi scoscesi. Solo lui può veramente preparare una via. E tutto questo mira a far sì che Dio e Dio solo sia glorificato, affinché “la gloria del Signore” sia “rivelata e tutti, allo stesso tempo”. Dio è più glorificato laddove finisce ogni possibilità umana, laddove fallisce ogni speranza senza un miracolo di nuova creazione, laddove si esaurisce ogni sorgente di consolazione all’infuori di quella divina. “Allora”, e solo allora, sarà rivelata la gloria di Dio in modo che tutti, che siano credenti o non, la vedranno e confesseranno che solo lui è il Signore.

Ma se torniamo alla domanda: quale preparazione spetta al popolo (e anche a noi!) in vista della venuta del Signore?

4) Il paradosso della consolazione (40:6-8)

Una voce dice: «Grida!» E si risponde: «Che griderò?» «Grida che ogni carne è come l’erba e che tutta la sua grazia è come il fiore del campo.  L’erba si secca, il fiore appassisce quando il soffio del Signore vi passa sopra; certo, il popolo è come l’erba. L’erba si secca, il fiore appassisce, ma la parola del nostro Dio dura per sempre».

La risposta (che troviamo nella terza strofa della poesia) è infatti un paradosso. Qui sentiamo di nuovo una voce che grida un messaggio che sembra tutt’altro che consolante. “Ogni carne è come l’erba” che “si secca”. Tutta la “grazia” dell’umanità (il termine ebraico tradotto “grazia” qui significa fedeltà, bontà, proprio il meglio di cui l’umanità è capace) è solo un “fiore del campo” che “appassisce” quando “il soffio del Signore” vi passa sopra. La parola qui tradotta “soffio” è interessante, perché significa non solo “soffio” ma anche “vento” oppure “spirito”. Di nuovo abbiamo a che fare con un riferimento sia concreto sia simbolico. Probabilmente il profeta si riferisce al vento secco e caldo che, nel mese di maggio, veniva dal deserto di Giuda ed poteva cambiare un paesaggio verde in marrone in solo 48 ore. Questo vento però diventa il simbolo dell’azione dello Spirito di Dio che, come dà la vita, è in grado anche di toglierla. E come il vento orientale poteva seccare tutto in poco tempo, così è l’esistenza dell’umanità nei confronti dell’eterno Dio.

Il fatto che l’immagine dell’erba seccata e del fiore appassito si ripeta più volte ci fa capire quanto è cruciale imparare la lezione: la vita umana è fragile e fugace. È vero che lo sappiamo tutti, ma di solito cerchiamo di dimenticarlo. Viviamo come se non fosse così. Ci occupiamo spesso di cose banali e trascuriamo quelle più importanti.  Diamo più importanza alle nostre opere che alle opere di Dio, a ciò che leggiamo nel giornale che a ciò che leggiamo nella Bibbia. Pianifichiamo giorni, settimane, mesi e anni come se ci fossero garanti, e ci arrabbiamo quando qualche imprevisto capovolge tutto, ricordandoci che tale certezza è solo un’illusione.

Ma lungi dall’essere il nemico della consolazione, questa verità è paradossalmente il suo servo. Dio vuole consolare il suo popolo angosciato, e per farlo gli ricorda che la sua esistenza è fugace come l’erba che si secca e fragile come il fiore che appassisce. Sembra strano? Ancora una volta vediamo la stranezza della parola profetica che annuncia la contraddizione della parola di Dio. Il fatto è che vivere come se la nostra vita non fosse fragile e fugace è frutto della nostra arroganza, del nostro desiderio innato di essere indipendenti da Dio, di elevarci al suo livello, di usurpare il suo trono, e di poter determinare il nostro destino come vogliamo. La parola di Dio ci scandalizza proprio perché distrugge la nostra presunzione di essere Dio e non umani, di essere autonomi come il Creatore e non dipendenti come le sue creature. Ma è proprio questa nostra presunzione che ci allontana da Dio, che ci estrania dalla fonte della nostra vita e così ci fa precipitare nelle tenebre della morte. Quindi, abbattere la presunzione umana di essere altro che erba secca fa parte della consolazione di Dio. Siamo noi il deserto secco e morto; siamo noi le valli da colmare, i monti da abbassare, i luoghi scoscesi da livellare. Solo così, saremo veramente preparati alla venuta del Signore e di ricevere la sua consolazione.

Quindi, in che modo dobbiamo noi prepararci alla venuta del Signore? Esattamente come Giovanni il battista ha predicato nel deserto in base a questa profezia: “ravvedetevi!” Nel contesto di Isaia 40, vediamo che il ravvedimento non è tanto un’opera che facciamo quanto il nostro abbandono all’opera di Dio per noi e in noi. Ravvedersi significa ammettere che solo Dio è Dio, e che noi non lo siamo. Ravvedersi significa aprirci a Dio affinché lui colmi le valli e abbassi i monti che sono dentro di noi. Ravvedersi significa lasciarci consolare da Dio e smettere di cercare la consolazione altrove.

Ma questo ovviamente non è l’unica cosa che la voce grida nella terza strofa. Sapere quanto siamo fragili e fugaci non basta se non ci porta alla conoscenza della fermezza e della forza della parola di Dio che, a differenza dell’erba che si secca e il fiore che appassisce, “dura per sempre”. Qualcuno che sta affogando in un fiume si aggrapperà tenacemente a una roccia e non la mollerà. Così noi, più teniamo presente quanto siamo fragili e fugaci, più ci aggrapperemo all’unica cosa durevole in questo mondo: la parola di Dio.

Gli esuli in Babilonia facevano fatica a mantenere fiducia nella promessa di Dio di poterli consolare. Era più facile immaginare che Dio li avesse dimenticati, o che fosse stato incapace di difenderli dai babilonesi. Se il Signore non li avesse potuto proteggere quando erano a casa, come avrebbe potuto liberarli dopo quando erano in terra straniera sotto il dominio di un popolo ostile? Il messaggio d’Isaia mirava a rinnovare la loro fiducia, ricordandogli che nei confronti della promessa della parola di Dio, ogni altra cosa — compresa la grande potenza di Babilonia — non era che erba secca. Non era che erba secca neanche gli esuli stessi, e dunque non potevano nemmeno loro impedire che Dio adempisse la sua promessa di consolarli. Ecco perché è buona notizia sapere che non siamo che erba secca: niente o nessuno — compresi noi stessi — è in grado di fermare l’adempimento della parola di Dio a nostro favore.

5) Il potere della consolazione (40:9-11)

Tu che porti la buona notizia a Sion, sali sopra un alto monte! Tu che porti la buona notizia a Gerusalemme, alza forte la voce! Alzala, non temere! Di’ alle città di Giuda: «Ecco il vostro Dio!» 10 Ecco, il Signore, Dio, viene con potenza, con il suo braccio egli domina. Ecco, il suo salario è con lui, la sua ricompensa lo precede. 11 Come un pastore, egli pascerà il suo gregge: raccoglierà gli agnelli in braccio, li porterà sul petto, condurrà le pecore che allattano.

Arrivando adesso all’ultima strofa della poesia, vediamo che il messaggio del profeta è definito proprio come “vangelo”, “la buona notizia”. Talmente buona è questa notizia, che va annunciata da sopra un alto monte in modo che il più grande numero di persone possa sentirla. Se ogni carne è solo erba secca mentre la parola di Dio dura per sempre, allora non bisogna temere di “alzare forte la voce” e gridarla a squarciagola! E qual è la buona notizia da annunciare in questo modo? “Ecco il vostro Dio!” Questa è il significato della consolazione promessa nel v.1: la venuta e la presenza di Dio stesso. Non possiamo essere veramente consolati — né ora nelle nostre afflizioni né nel futuro in un mondo ricreato — senza Dio. Dio stesso è la consolazione “che supera ogni intelligenza” e che “custodisce i nostri cuori” (Filippesi 4:7). Dio stesso è il contenuto della buona notizia, ed è questo concetto che viene sviluppato nei due versetti successivi.

Qui il profeta presenta due immagini contrastanti. Nel v.10, vediamo il Signore che “viene con potenza, con il suo braccio” con cui domina e porta “il suo salario” e “la sua ricompensa”. Questa è l’immagine di un guerriero che arriva dopo aver trionfato sui suoi nemici, portando il bottino della vittoria da condividere con suo popolo. Ciò che rende quest’immagine particolarmente forte è che questo guerriero divino viene (se teniamo presente il v.3) dal deserto dopo averlo attraversato. Ricordiamoci che i babilonesi, per invadere il regno di Giuda, non potevano arrivare direttamente dalla Babilonia perché in mezzo c’era un deserto invalicabile. Ma al Signore il deserto non presenta nessuna difficoltà. Il grande potere dell’esercito babilonese non è nulla davanti a lui, e sarà in un attimo da lui devastato.

Ma quest’immagine è giustapposta a un’altra che, mentre sembra discordante, è in realtà complementare. Nel v.11, il guerriero divino è raffigurato “come un pastore” che con tenerezza e affetto “raccoglierà gli agnelli in braccio”, li terrà vicino al suo “petto”, e persino i più piccoli e deboli tra di loro — “le pecore che allattano” — troveranno in lui riposo e sicurezza. Di solito, non si associa la tenerezza al guerriero, né il valore in guerra al pastore, ma Isaia sì, perché sono importanti queste associazioni per capire la consolazione di Dio. Chiaramente esiste una certa tensione: come può un guerriero coperto di sangue mostrare tenerezza, e come può un pastore con un agnello in braccio sconfiggere i più feroci e formidabili nemici?

Questa tensione trova la sua risoluzione in un unico nome: Gesù Cristo. Qui in Isaia 40 troviamo una visione che anticipa quella di Apocalisse 5 quando Giovanni vede Gesù come un leone che è anche un agnello, e un agnello che è anche un leone. Il leone è il predatore; l’agnello è la preda. Il leone è forte; l’agnello è debole. Il leone è invincibile in combattimento; l’agnello è l’animale immolato come sacrificio. E Gesù è entrambi allo stesso tempo. Sulla croce è morto in apparente sconfitta, ma proprio così ha trionfato sui nemici più forti: il male, il maligno e la morte. Poi il terzo giorno è risuscitato con potenza e con braccio alzato per dominare sulle nazioni, ma porta sempre le cicatrici della crocifissione nel suo corpo, segni del suo tenero amore per le sue pecore.

È Gesù il vero adempimento della promessa di Isaia 40. Egli è la nostra vera e sufficiente consolazione in ogni afflizione, perché è colui che è venuto, che viene e che verrà di nuovo come guerriero divino e tenero pastore, come il leone vittorioso e l’agnello immolato. Gesù è la promessa consolazione di Isaia 40, perché è di lui che ora si predica in tutta la terra la buona notizia: “Ecco il vostro Dio!” Gesù è la nostra consolazione perché lui è l’eterna Parola di Dio che si è fatta come erba secca affinché noi, l’erba secca, potessimo ricevere il dono della vita eterna. Gesù è la nostra consolazione perché è lui che ha attraversato quel deserto impossibile per venirci incontro, ed è lui che ha colmato ogni valle e abbassato ogni monte, raddrizzando ogni cosa storta e aggiustando ogni cosa rotta. Gesù è la nostra consolazione, perché è lui che ci ha riscattato dalla schiavitù, che ha pagato il debito della nostra iniquità, e che ha preso su di sé l’infinita separazione di Dio causata dai nostri peccati. Quindi, è nella misura in cui fissiamo lo sguardo su Gesù, in cui ci apriamo alla sua opera di trasformare il deserto delle nostre vite in un giardino come Eden, che riceveremo il dono della sua consolazione, il dono che è lui stesso. In comunione con Gesù mediante la sua parola, troveremo una consolazione per ogni dolore, una speranza per ogni difficolta, e un soccorso per ogni nostro bisogno nel momento opportuno.

Concludiamo con un’esortazione. La stagione dell’Avvento — che inizia oggi e che serve per prepararci alla venuta del Signore promessa in Isaia 40 — è un ottimo periodo per rinnovare il nostro impegno di leggere e meditare quotidianamente le Scritture. L’Avvento fa partire un nuovo anno liturgico, e insieme a quello un nuovo piano di lettura che ci accompagnerà fino al prossimo Avvento. Abbiamo visto oggi che niente è duraturo se non la parola di Dio, e l’unico modo in cui noi, come erba secca, possiamo ricevere la vita eterna è rimanere radicati in questo terreno, come un albero piantato vicino ai ruscelli d’acqua. Nel senso primario, questo ha a che fare con la nostra unione che Gesù Cristo. Ma nel senso secondario (ma non meno importante!), questo significa meditazione sulla parola di Dio scritta, come infatti indica il Salmo 1. Secondo lo stesso Gesù, le Scritture sono necessarie per sostenere la nostra vita quanto il pane (Matteo 4:4). Meditare tutti i giorni sulle Scritture è letteralmente una questione di vita e di morte.

Ecco perché abbiamo creato un piano di lettura che facilita questa meditazione quotidiana in porzioni gestibili. So che a volte è difficile trovare il tempo per farlo, ma in fondo è una questione di priorità. Tutti i giorni troviamo almeno dieci minuti per mangiare il pane fisico; perché allora non possiamo trovare almeno dieci minuti per mangiare il pane spirituale? Se veramente facciamo fatica a trovare un momento di tempo dedicato alla parola di Dio, forse ci conviene saltare un pasto per farlo, tanto è importante! Dico questo non per farvi sentire in colpa, ma per incoraggiarvi a fare ciò che occorre per ricevere la consolazione che Dio vuole darci. Se non meditiamo sulle Scritture ogni giorno, non dobbiamo rimanere sopresi quando sentiamo poco la consolazione e la presenza di Dio con noi. Non ha senso pregare: “dacci il nostro cibo quotidiano” se no lo riceviamo quando Dio ce lo offre! Come tanto enfatizzato in Isaia 40, è nella parola di Dio che incontriamo la sua presenza e riceviamo la sua consolazione, ed è dunque di vitale importanza che la ingeriamo quanto il nostro cibo.

Osea 1-2: Il dono della delusione

1) Il profeta e la prostituta (Osea 1:1-2:1)

1:1 Parola del Signore rivolta a Osea, figlio di Beeri, al tempo di Uzzia, di Iotam, di Acaz, di Ezechia, re di Giuda, e al tempo di Geroboamo, figlio di Ioas, re d’Israele.

Il Signore cominciò a parlare a Osea e gli disse: «Va’, prenditi in moglie una prostituta e genera figli di prostituzione, perché il paese si prostituisce, abbandonando il Signore». Egli andò e prese Gomer, figlia di Diblaim; lei concepì e gli partorì un figlio. Il Signore gli disse: «Chiamalo Izreel, perché tra poco io punirò la casa di Ieu per il sangue versato a Izreel, e porrò fine al regno della casa d’Israele. Quel giorno avverrà che io spezzerò l’arco d’Israele nella valle di Izreel». Lei concepì di nuovo e partorì una figlia. Il Signore disse a Osea: «Chiamala Lo-Ruama, perché io non avrò più compassione della casa d’Israele in modo da perdonarla. Ma avrò compassione della casa di Giuda; li salverò mediante il Signore, il loro Dio. Non li salverò con l’arco, né con la spada, né con la guerra, né con cavalli, né con cavalieri». Quando lei ebbe divezzato Lo-Ruama, concepì e partorì un figlio. Il Signore disse a Osea: «Chiamalo Lo-Ammi, perché voi non siete mio popolo e io non sarò per voi.

10 «Tuttavia, il numero dei figli d’Israele sarà come la sabbia del mare, che non si può misurare né contare. Avverrà che invece di dir loro, come si diceva: “Voi non siete mio popolo”, sarà loro detto: “Siete figli del Dio vivente”. 11 I figli di Giuda e i figli d’Israele si raduneranno, si daranno un unico capo e marceranno fuori dal paese; perché sarà grande il giorno di Izreel. 2:1 «Dite ai vostri fratelli: “Ammi!” e alle vostre sorelle: “Ruama!”

Il profeta Osea, il primo dei cosiddetti “profeti minori”, è attivo nello stesso periodo di Isaia, la seconda metà del ottavo secolo a.C. Però, mentre Isaia profetizza principalmente nel regno di Giuda, al sud, Osea svolge il suo ministero nel regno d’Israele, al nord. Tra tutti i profeti, ciò che rende Osea particolarmente indimenticabile è il suo matrimonio con una prostituta chiamata Gomer. Forse più scioccante ancora è il fatto che sia stato Dio a ordinargli di sposarla! Ma il motivo diventa subito chiaro nel v.2:

Va’, prenditi in moglie una prostituta e genera figli di prostituzione, perché il paese si prostituisce, abbandonando il Signore.

Come tutti i profeti dell’epoca, Osea non deve solo annunciare il messaggio affidatogli dal Signore, ma deve anche diventare una parabola vivente di esso. Questo messaggio, che esamineremo in più dettaglio nel secondo capitolo, consiste fondamentalmente nella condanna della “prostituzione” spirituale d’Israele che aveva abbandonato il Signore per altri “amanti”, cioè gli dèi falsi e gli idoli delle nazioni circostanti.

Secondo il comandamento di Dio, Osea deve illustrare il suo messaggio non solo sposando una prostituta ma generando anche “figli di prostituzione”. Così nascono tre figli a cui Osea dà nomi — sempre seguendo l’ordine del Signore — i quali pronunciano la sentenza divina sul popolo. Il primo figlio che nasce si chiama Izreel, un nome che significa “Dio semina” e designa una grande valle particolarmente fertile nel nord d’Israele. Ma, come accennato nei vv.4-5, più che altro è sangue che i re d’Israele hanno seminato in quella valle. Sappiamo infatti dalla storia che la valle d’Izreel è uno dei posti che ha visto più guerre e violenza in tutto il mondo, fino ai nostri giorni. Per il sangue versato, Dio promette di punire la monarchia d’Israele e porre fine al suo regno, e il nome del primo figlio di Osea annuncia proprio questo.

Poi Gomer partorisce una figlia, e il Signore dice a Osea di chiamarla Lo-Ruama, un nome che significa “niente misericordia mostrata”, proprio perché nel giudicare il regno d’Israele non ne avrà compassione in modo da scongiurare la sua rovina totale. Il terzo e l’ultimo figlio che nasce a Osea è chiamato Lo-Ammi, un nome che vuol dire “non il mio popolo”, di nuovo perché Israele sarà trattato non più come il popolo eletto di Dio ma come una delle altre nazioni pagane che infatti Israele ha voluto imitare nell’idolatria.

Così scopriamo come non solo la voce di Osea ma tutta la sua vita diventa la portatrice della parola di Dio. La relazione tra Osea e Gomer monta un piccolo spettacolo che permette a Israele di vedere in forma concreta ed esplicita la sua infedeltà verso Dio, il suo vero Sposo. Poiché Osea è destinato a subire l’angoscia e la gelosia nell’osservare sua moglie vendere il proprio corpo ad altri uomini, così Israele si accorgerà dell’angoscia e della gelosia che Dio prova nei suoi confronti. E i figli nati dall’unione di Osea e Gomer testimoniano la condanna che Dio ha pronunciato sul suo popolo adultero e che presto porterà a compimento.

Tuttavia, come sempre, lo scopo finale di Dio nel giudicare Israele (che avviene nell’anno 722 a.C. durante l’invasione degli assiri) non è la sua distruzione ma la sua redenzione. Questo viene dichiarato alla fine del capitolo 1. Dio dice che i nomi dei figli di Osea cambieranno. Il figlio chiamato “Non il mio popolo” si chiamerà “il mio popolo”, perché Israele sarà di nuovo il popolo di Dio. La figlia chiamata “Niente misercordia mostrata” si chiamerà “misericordia mostrata” perché, dopo averlo giudicato, Dio avrà di nuovo compassione del suo popolo e lo riscatterà.

Ma prima che questa promessa si avveri, Osea deve far sapere a Israele tutto quanto il messaggio che Dio gli ha rivolto. Se nel primo capitolo vediamo come questo messaggio prende forma nella vita di Osea, nel secondo capitolo vediamo come questo messaggio viene predicato nelle parole di Osea, ed è qui che vogliamo concentrarci per il resto di questo studio. Così proseguiamo nella lettura.

2) La prostituzione d’Israele (Osea 2:1-5, 8)

«Contestate vostra madre, contestatela! perché lei non è più mia moglie e io non sono più suo marito! Tolga dalla sua faccia le sue prostituzioni e i suoi adultèri dal suo petto; altrimenti io la spoglierò nuda, la metterò com’era nel giorno che nacque, la renderò simile a un deserto, la ridurrò come una terra arida e la farò morire di sete. Non avrò pietà dei suoi figli, perché sono figli di prostituzione, perché la loro madre si è prostituita; colei che li ha concepiti ha fatto cose vergognose, poiché ha detto: “Seguirò i miei amanti, che mi danno il mio pane, la mia acqua, la mia lana, il mio lino, il mio olio e le mie bevande”…. Lei non si è resa conto che io le davo il grano, il vino, l’olio; io le prodigavo l’argento e l’oro, che essi hanno usato per Baal!

In questi versetti, Dio parla per mezzo di Osea a Israele come a una moglie prostituta e spiega in dettaglio la sua infedeltà. Impariamo qui due cose importanti. Prima, l’altro “amante” per cui Israele ha abbandonato il Signore e con cui si prostituisce è il dio Baal. All’epoca, Baal era una delle divinità più popolari, e questo per due motivi. In primo luogo, Baal era il dio della tempesta, della pioggia, e dunque della fertilità. La società israelita era in gran parte agricola e dipendeva dalla fertilità della terra. La siccità minacciava la sua sopravvivenza. Quindi, non è difficile capire perché gli israeliti erano facilmente indotti ad adottare il culto di Baal. Se si muore senza la pioggia, bisogna onorare il dio che la manda o la trattiene!

Ma c’è un altro motivo che rendeva il culto di Baal molto attraente: la pratica della prostituzione sacra. Per onorare Baal, il dio della fertilità, si andava al santuario locale e ci si accoppiava con le prostitute a lui consacrate. In questo modo, si credeva di poter stimolare Baal a rendere la terra fertile. Chiaramente, il culto di Baal era molto seducente anche per i piaceri carnali che coinvolgeva. Quindi, la metafora della prostituzione usata da Osea per rappresentare il peccato d’Israele non era solo una metafora. Prostituendosi spiritualmente con Baal, Israele si prostituiva letteralmente, commettendo atti sessuali abominevoli. La sua condizione morale rispecchiava la sua condizione spirituale.

Non dovremmo però pensare che la società israelita dell’ottavo secolo a.C. fosse per questo in degrado o rovina. Questa è la seconda cosa che impariamo qui. Se potessimo fare un viaggio nel tempo e visitare il regno d’Israele d’allora, vedremmo una società in genere prospera, ricca e benestante. Come scopriamo nei vv.5 e 8, abbondavano il grano, il vino, l’olio, la lana, il lino, l’argento e l’oro. Da ciò che Dio dice nel v.3 — che avrebbe reso Israele “simile a un deserto … come una terra arida” —possiamo dedurre che la terra era invece fertile e florida. Il fatto è che il Baalismo sembrava funzionare. Da quando gli israeliti avevano cominciato ad adorare Baal come suo dio, hanno goduto di una grande prosperità materiale. I campi producevano tanto grano, le vigne producevano tanto vino, gli olivi producevano tant’olio, e tutto ciò generava grandi guadagni economici per gli abitanti. Perché allora dovevano rinunciare a Baal se lui gli procurava ricchezza e felicità?

Questo merita un momento di riflessione. Servire il Signore è spesso difficile, ma servire Baal è facile. Seguire il Signore richiede rinunciare a noi stessi e portare la croce; seguire Baal promette di soddisfare tutti i nostri desideri con i piaceri del mondo. Il Signore pretende che camminiamo non per visione ma per fede nell’invisible; Baal si presenta ai nostri sensi in forma tangibile e immediata. In altre parole, guardando le apparenze, fidarsi del Signore sembra deludere mentre fidarsi di Baal sembra funzionare. Così si lamenta il salmista nel Salmo 73:3-5:

Poiché invidiavo i prepotenti, vedendo la prosperità dei malvagi. Poiché per loro non vi sono dolori, il loro corpo è sano e ben nutrito. Non sono tribolati come gli altri mortali, né sono colpiti come gli altri uomini.

Ma come il salmista si accorge alla fine del salmo, è solo apparentemente che il Baalismo — come l’idolatria in generale — funziona. È vero che rinunciare alla fede in Dio sembra procurarci dei benefici concreti e immediati. Tante persone che una volta credevano ma dopo decidono di lasciare la fede cristiana testimoniano di stare più sereni e contenti. Non sentono più un senso di colpa; non portano più il peso dell’ubbidienza. Non pensano di dover rendere conto a qualche giudice divino. Si ritengono liberi di vivere le loro vite come vogliono, di fare qualsiasi cosa che li rende felici e di non doversi occupare di come gli altri credono e si comportano. Ma come vediamo qui in Osea, questi “benefici” sono soltanto apparenze ingannevoli. Baal e tutti i nostri idoli sono contenti di farci star bene se stare bene ci allontana dal Signore. Come la trappola prende il topo non con il veleno ma con il formaggio, il peccato ci cattura non con il dolore ma con il piacere. È sempre pericoloso prendere decisioni di fede in base a ciò che ci fa star bene. Baal ci farà sempre star meglio (almeno all’inizio) se cerchiamo lui anziché il Signore. Questo è perché gli israeliti erano indotti a prostituirsi con gli idoli, ed è il motivo perché anche noi facciamo la stessa cosa oggi.

Dio, però, è troppo geloso da permettere che il suo popolo si prostituisca con altri amanti. In quello che segue, troviamo la sua risposta all’infedeltà di sua moglie.

3) La delusione della prostituzione (Osea 2:6-7, 9-13)

Perciò, ecco, io ti sbarrerò la via con delle spine; la circonderò di un muro, così che non troverà più i suoi sentieri. Correrà dietro ai suoi amanti, ma non li raggiungerà; li cercherà, ma non li troverà. Allora dirà: “Tornerò al mio primo marito, perché allora stavo meglio di adesso”….

9 Perciò io riprenderò il mio grano a suo tempo e il mio vino nella sua stagione; le strapperò la mia lana e il mio lino, che servivano a coprire la sua nudità. 10 Ora scoprirò la sua vergogna agli occhi dei suoi amanti, e nessuno la salverà dalla mia mano. 11 Farò cessare tutte le sue gioie, le sue feste, i suoi noviluni, i suoi sabati e tutte le sue solennità. 12 Devasterò le sue vigne e i suoi fichi, di cui diceva: “Sono il compenso che mi hanno dato i miei amanti”. Io li ridurrò in un bosco e li divoreranno gli animali della campagna. 13 La punirò a causa dei giorni dei Baal, quando bruciava loro incenso e, ornata dei suoi pendenti e dei suoi gioielli, seguiva i suoi amanti e dimenticava me», dice il Signore.

Come accennato nel v.3, il Signore promette di frustrare la prostituzione del suo popolo. Sbarrerà la via sulla quale Israele corre dietro ai suoi amanti. Farà in modo che “li cercherà ma non li troverà”. Nei vv.5-6, Israele attribuisce la sua prosperità e felicità a Baal, non rendendosi conto che ogni benedizione viene solo dal Signore. Perciò Dio dichiara che toglierà a Israele il grano e il vino, la lana e il lino, per fargli capire che tutto ciò è suo. Metterà fine alle “gioie” e alle “feste” d’Israele; devasterà le sue “vigne” e i suoi “fichi”, strapperà via i suoi “pendenti” e i suoi “gioielli”. In poche parole, Dio non permetterà più a Israele di trovare soddisfazione in Baal, ma solo delusione.

Ma non inganniamoci. Anche questo è il dono di Dio. Per quanto la soddisfazione, la felicità, e la prosperità siano i grandi doni di Dio, è altrettanto grande il suo dono della delusione. Secondo il v.7, è un dono rimanere delusi dai nostri altri amanti finché non diciamo: Tornerò al mio primo marito, perché allora stavo meglio di adesso”. È un dono, ad esempio, quando si rimane delusi al lavoro perché fallisce un progetto importante. È un dono quando mariti e mogli o fidanzati rimangono delusi perché uno viene ferito dall’amato. È un dono quando i genitori rimangono delusi dai propri figli che fanno scelte sbagliate, o quando i figli rimangono delusi dai genitori che sono assenti, o troppo severi o permissivi. È un dono quando un nuovo giocattolo, o un nuova macchina, o qualsiasi altro nuovo acquisto risulta difettoso. È un dono quando i vecchi sono privati delle loro capacità fisiche e quando i giovani sono privati dei loro sogni e prospettive per il futuro. È un dono quando una pandemia capovolge il mondo intero e mette in crisi tutti i nostri piani, e quando gli sforzi dei politici e dei medici di contrastarla non sono molto efficaci.

Non fraintendetemi. Non sto dicendo che queste cose siano di per sé buone o desiderabili. Il proposito più grande di Dio per noi (come vedremo nei versetti successivi) non è la maledizione ma la benedizione, non la tristezza ma la felicità, non la morte ma la vita. Tuttavia, Osea c’insegna che tutte le cose che ci fanno rimanere delusi sono doni di Dio in quanto ci fanno capire che Baal — in qualunque forma che egli prenda anche oggi — è un dio falso, che le sue promesse sono menzogne, e che correre tra le sue braccia è prostituzione che porta alla distruzione. La delusione è un dono di Dio quando ci fa imparare la lezione dell’Ecclesiaste (1:2, 14): 

Vanità delle vanità, tutto è vanità…. Io ho visto tutto ciò che si fa sotto il sole, ed ecco, tutto è vanità, è un correre dietro al vento.

Il messaggio dell’Ecclesiaste, come quello di Osea 2, può sembrare deprimente, ma in realtà è l’unico modo per trovare la vera gioia. Siamo così inclini ad abbandonare il Signore per altri amanti, le promesse del peccato sono così attraenti, il frutto proibito che ci fa morire ha un gusto così piacevole, che spesso Dio deve farci il dono della delusione prima che siamo capaci e disposti a ricevere il dono della vera soddisfazione che viene solo da lui, un tesoro che nulla, neanche la morte, può mai togliere. Per usare l’immagine di C.S. Lewis, Dio deve farci rimanere delusi dal fango nel quale siamo contenti di giocare per invogliarci ad andare con lui in vacanza al mare.

Sapere che la delusione in questo senso è un dono di Dio dovrebbe aiutarci molto nella vita. Quando le nostre aspettative vengono meno, quando le nostre prospettive per il futuro spariscono, quando i nostri sogni s’infrangono contro la dura realtà della vita, dobbiamo cogliere queste occasioni per rinnovare la nostra speranza unicamente in Dio. Quando “la tignola e la ruggine consumano”, quando “i ladri scassinano e rubano”, dobbiamo ricordarci l’ammonimento di Gesù di non farci “tesori sulla terra” ma “tesori in cielo” (Matteo 6:19-20), di cercare “prima il regno di Dio e la sua giustizia” (Matteo 6:33). Quando noi, stanchi e stufi delle infinite pressioni della quotidianità, ci chiediamo: “Che senso ha tutto questo?”, dobbiamo tornare alla risposta della parola di Dio: il senso che cerchiamo, solo Dio ce lo può dare, e lo avremo solo in quanto rimaniamo in comunione con lui. Come la soddisfazione della vita è il dono di Dio, così è anche la delusione, e dobbiamo accettare tutte e due con gratitudine e fiducia nel proposito di Dio per noi. Ciò che ci permette di accettare la delusione con gratitudine e fiducia è quello che segue nel resto di Osea 2.

4) La gioia del (ri)fidanzamento (Osea 2:14-23)

14 «Perciò, ecco, io l’attirerò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. 15 Di là le darò le sue vigne e la valle di Acor come porta di speranza; là mi risponderà come ai giorni della sua gioventù, come ai giorni che uscì dal paese d’Egitto. 16 Quel giorno avverrà», dice il Signore, «che tu mi chiamerai: “Marito mio!” e non mi chiamerai più: “Mio Baal!” 17 Io toglierò dalla sua bocca i nomi dei Baal, e il loro nome non sarà più pronunciato. 18 Quel giorno io farò per loro un patto con le bestie dei campi, con gli uccelli del cielo e con i rettili del suolo; spezzerò e allontanerò dal paese l’arco, la spada, la guerra, e li farò riposare al sicuro. 19 Io ti fidanzerò a me per l’eternità; ti fidanzerò a me in giustizia e in equità, in benevolenza e in compassioni. 20 Ti fidanzerò a me in fedeltà, e tu conoscerai il Signore. 21 Quel giorno avverrà che io ti risponderò», dice il Signore, «risponderò al cielo, ed esso risponderà alla terra; 22 la terra risponderà al grano, al vino, all’olio, e questi risponderanno a Izreel. 23 Io lo seminerò per me in questa terra, e avrò compassione di Lo-Ruama; e dirò a Lo-Ammi: “Tu sei mio popolo!” ed egli mi risponderà: “Mio Dio!”»

Come accennato prima, il dono della delusione non è eterno ma temporaneo; non è il più grande proposito di Dio per noi ma solo il passo penultimo verso il suo compimento. Come ampiamente dimostrato in questi versetti, Dio intende ritrovare sua moglie prostituta, ripulirla dalle sue impurità, riottenere i suoi affetti, e risposarla in fedeltà e giustizia per sempre. Dio la conduce nel deserto per parlare teneramente al suo cuore, per ricatturare l’amore “della sua gioventù”, quando liberò Israele da schiavitù e fece con esso un patto eterno. E ciò che Dio intende fare, lo compierà infallibilmente. Israele non chiamerà più Baal come “marito”, ma solo il Signore. Quando il Signore gli dirà: “Tu sei il mio popolo,” Israele risponderà: “Mio Dio”.

Questo, secondo Osea, sarà il risultato del dono della delusione che Dio darà al suo popolo, e questo dono non sarà invano. Come nessuna parola di Dio sarà inefficace, così nemmeno lo sarà la delusione che egli pone come limite a ogni piacere, a ogni progetto, a ogni prospettiva che abbiamo in questa vita. Imparate, Osea dice a Israele, che il senso di questa vita consiste proprio nel suo non avere senso, e quando permettete che il non-senso di questa vita vi faccia cercare Dio ad esclusione di ogni altro, sarete in grado di ricevere ogni dono di Dio, persino il dono della delusione, con gratitudine, fiduciosi che alla fine si vedrà che tutto ha avuto veramente un senso.

Ma se gli israeliti avevano motivo per avere fiducia nella promessa di Dio, noi ne abbiamo di più. La promessa di Dio di riscattare e risposare sua moglie prostituta, la vediamo già adempiuta in Gesù Cristo. Gesù è lo Sposo che secondo Efesini 5:25-27:

ha amato la chiesa e ha dato se stesso per lei, per santificarla dopo averla purificata lavandola con l’acqua della parola, per farla comparire davanti a sé, gloriosa, senza macchia, senza ruga o altri simili difetti, ma santa e irreprensibile.

Ma in Cristo non guardiamo solo indietro fidandoci di quello che ha fatto per noi sulla croce, ma anche avanti sperando in quello che farà nel futuro quando tornerà per manifestare il suo regno in tutto il mondo. Come anticipa il canto di Apocalisse 19:7-8:

Rallegriamoci ed esultiamo e diamo a lui la gloria, perché sono giunte le nozze dell’Agnello e la sua sposa si è preparata. Le è stato dato di vestirsi di lino fino, risplendente e puro; poiché il lino fino sono le opere giuste dei santi.

Nel frattempo, mentre aspettiamo la rivelazione di Gesù e il compimento delle promesse di Dio, se il lavoro ci delude, è per farci dipendere più dall’opera di Gesù al nostro posto. Se l’amore dei nostri familiari ci delude, è per farci apprezzare di più l’amore infallibile del nostro Padre celeste. Se il nostro corpo ci delude a causa di qualche debolezza, male o malattia, è per farci sperare di più nella risurrezione di Cristo che è la primizia di tutti quelli che muoiono in lui. Se i nostri tesori sulla terra ci deludono quando si rompono o si perdono, è per ricordarci dell’importanza di farci tesori in cielo. Qualsiasi delusione che sia, è un invito da parte di Dio di fissare il nostro sguardo sempre di più su Gesù, convinti che chiunque crede in lui non sarà mai veramente deluso (Romani 10:11). Amen.

Isaia 28: Sia Dio veritiero e ogni uomo bugiardo

1) L’introduzione a Isaia 28

Il brano biblico che studiamo oggi, Isaia 28, apre una suddivisione importante nel libro del profeta Isaia, costituita da una serie di sei lamenti rivolti al regno di Giuda, di cui Gerusalemme era la capitale. Isaia 28 è infatti il primo di questi sei lamenti e dipinge la situazione deplorevole che il profeta è chiamato ad affrontare con la parola di Dio. Isaia proclama quest’oracolo nell’ultima metà dell’ottavo secolo a.C. — un’epoca ovviamente molto lontana dalla nostra — ma questo non lo rende irrilevante per noi oggi. Anzi, il messaggio di questo capitolo è molto attuale e pertinente in quanto anche noi siamo costretti tutti i giorni a fronteggiare lo stesso problema fondamentale: cioè la falsità.

Non so se per voi è così, ma guardando il mondo io mi trovo spesso a pregare come nel Salmo 12:1-2:

Salva, o Signore, poiché non ci sono più giusti e i fedeli vengono a mancare tra i figli degli uomini. Ciascuno mente parlando con il prossimo; parla con labbro adulatore e con cuore doppio.

Dappertutto c’è infatti la falsità in tutte le sue forme: la menzogna, l’inganno, anche la mezza verità che lascia intendere l’opposto della verità. Come qualcuno ha osservato, la falsità non è la cosa peggiore che noi esseri umani facciamo, ma è ciò che ci permette di fare le cose peggiori. È la falsità che permette ai potenti del mondo di sfruttare e di opprimere, rivendicando però di operare a favore dei loro sudditi. È la falsità che permette ai governi di convincere le loro popolazioni che la guerra è necessaria. È la falsità che permette ai criminali di rubare, danneggiare e ammazzare. È la falsità che ci permette di negare che le nostre dipendenze sono veramente dipendenze, impendendoci di trovare aiuto e liberazione. È la falsità che ci permette di giustificare ogni sorta di male, grande o piccolo che sia, convincendoci che abbiamo ragione quando in realtà abbiamo solo torto. È vero, dunque, che mentre la falsità non è la cosa peggiore, è ciò che permette alle cose peggiori di succedere. È davvero difficile saper come vivere in un mondo di falsità, e ancora più difficile mantere fiducia in Dio quando tutto ciò che ci circonda contraddice la sua parola.

Ma in un mondo di falsità — come quello in cui Isaia profetizzò — possiamo comunque trovare forza per credere e speranza per perseverare se facciamo tesoro di questo capitolo, Isaia 28. Possiamo essere molto incoraggiati da questo profeta che fu una voce solitaria della verità in mezzo a un deserto di falsità. Possiamo imparare a vivere come testimoni della parola di Dio nonostante le labbra bugiarde e i cuori doppi che ci assediano da ogni lato. Questo è infatti lo scopo del nostro studio. Essendo letteratura profetica e poetica, Isaia 28 non è di facile comprensione, e quindi procederemo nella seguente maniera. Prima esamineremo il capitolo versetto per versetto per capire bene il suo messaggio. Dopo ne riassumeremo i temi principali per scoprire il significato per noi oggi.

2) Il messaggio di Isaia 28

28:1 Guai alla superba corona degli ubriachi di Efraim e al fiore che appassisce, splendido ornamento che sta sul capo della grassa valle degli storditi dal vino!

Il messaggio che il Signore comanda a Isaia di annunciare al popolo di Giuda comincia con una profezia rivolta invece al popolo di “Efraim”, cioè alle dieci tribù d’Israele che si erano ribellate alla monarchia davidica dopo la morte di Salomone e che avevano formato un regno separato al nord. Questo regno fu distrutto dagli Assiri nel 722 a.C. a causa della sua persistente malvagità, e la profezia riguardante questa distruzione, che Isaia qui riferisce, serve da esempio al regno di Giuda della sorte che aspetta anche esso a causa della sua malvagità.

La prima parola del messaggio di Isaia è semplicemente “guai!”, una parola diametralmente opposta alle apparenze del regno d’Israele. La sua capitale — la città di Samaria — sembra dall’esterno uno “splendido ornamento che sta sul capo della grassa valle”, ma in realtà è un “fiore che appassisce”. Mentre i suoi abitanti si divertono con vino e s’ingannano che va tutto bene, Isaia arriva con una parola contraddittoria e devastante: guai!

28:2-4 Ecco venire, da parte del Signore, un uomo forte, potente, come una tempesta di grandine, un uragano distruttore, come una piena di grandi acque che straripano; egli getta quella corona a terra con violenza. La superba corona degli ubriachi di Efraim sarà calpestata; il fiore che appassisce, lo splendido ornamento che sta sul capo della grassa valle, sarà come il fico primaticcio che precede l’estate: appena uno lo scorge, l’ha in mano e lo ingoia.

Guai! perché il Signore sta mandando contro il regno d’Israele giudizio nella forma di “un uomo forte”, cioè l’impero degli Assiri, che lo annienterà con la violenza di “una tempesta di grandine” e di “un uragano distruttore”. E come il primo fico della stagione, Israele sarà subito e totalmente ingoiato. La sua bellissima corona — la capitale Samaria — “sarà calpestata”, rivelando che la sua prosperità è un’apparenza ingannevole, che la sua felicità è fugace, e che il suo vino è un soporifero che la rende insensibile alla sua imminente rovina.

28:5-6 In quel giorno il Signore degli eserciti sarà una splendida corona, un diadema d’onore al resto del suo popolo,uno spirito di giustizia a colui che siede come giudice, la forza di quelli che respingono il nemico fino alle sue porte.

Ma il giudizio non è l’ultima parola di Dio al suo popolo. Il motivo per cui va calpestata la corona falsa d’Israele è affinché il Signore diventi la vera “splendida corona”. Laddove prima c’era solo ingiustizia, Dio stabilirà la giustizia. Laddove prima c’era solo debolezza e sconfitta davanti al nemico, sarà Dio stesso la forza e la protezione del suo popolo. Questa è la promessa; questa è l’intenzione di Dio nel giudicare.

28:7-8 Ma anche questi barcollano per il vino e vacillano per le bevande inebrianti; sacerdote e profeta barcollano per le bevande inebrianti, affogano nel vino, vacillano per le bevande inebrianti, barcollano mentre hanno visioni, tentennano mentre fanno da giudici. Tutte le tavole sono piene di vomito, di lordure, non c’è più posto pulito.

Non è chiaro a questo punto se il profeta si rivolge ora agli abitanti di Gerusalemme (come fa esplicitamente dal v.14 in poi), o se continua il suo discorso su Israele. Forse tutti e due sono adesso i destinatari. In ogni caso, l’importante è notare che qui Isaia prende di mira specificamente i sacerdoti e i profeti del popolo, i quali si ubriacano anche loro, “barcollano mentre hanno visioni”. Non sono dunque in grado, come sono stati incaricati, di far conoscere la parola di Dio al popolo. Anzi, “tutte le tavole sono piene di vomito”; invece di riempire il paese della conoscenza del Signore, lo riempiono di sporcizia e impurità.

28:9-10 «A chi vuole dare insegnamenti? A chi vuole far capire la lezione? A dei bambini appena divezzati, staccati dalle mammelle? Poiché è un continuo dar precetto dopo precetto, precetto dopo precetto, regola dopo regola, regola dopo regola, un poco qui, un poco là!»

Qui Isaia cita le parole beffarde di questi sacerdoti e profeti che cercano di ridicolizzare il suo messaggio chiamandolo “insegnamenti da bambini”, “un poco qui, un poco là”. Evidentemente i sacerdoti e i profeti si ritengono troppo intelligenti, troppo istruiti, e troppo sofisticati per la predicazione di Isaia che a loro sembra roba da stupidi, sempliciotti e scemi.

28:11 Ebbene, sarà mediante labbra balbuzienti e mediante una lingua straniera che il Signore parlerà a questo popolo.

Poiché essi hanno respinto la parola di Dio come il balbettare di bambini, così il Signore gli parlerà veramente in questa maniera: “mediante labbra balbuzienti” di un invasore straniero, mediante la lingua che parleranno gli assiri (e dopo i babilonesi) quando arrivano per distruggere il paese. Tale giudizio è conforme al disprezzo che il popolo ha avuto nei confronti della parola di Dio.

28:12 Egli aveva detto loro: «Ecco il riposo: lasciar riposare lo stanco; questo è il refrigerio!» Ma quelli non hanno voluto ascoltare.

Questo, infatti, è la parola di Dio che Isaia aveva riferito loro: riposatevi! Come dice ancora nel 30:15: “Poiché così aveva detto il Signore, Dio, il Santo d’Israele: «Nel tornare a me e nello stare sereni sarà la vostra salvezza; nella calma e nella fiducia sarà la vostra forza». Ma voi non avete voluto!” Ciò che diventa chiaro nel capitolo 30 è che, mentre l’esercito assiro che invade e distrugge il regno d’Israele al nord, il regno di Giuda tenta di fare un’alleanza con Egitto per proteggere il suo territorio.

Questo viene fortemente condannato da Isaia perché vuol dire che Giuda sta confidando nell’Egitto anziché nel Signore. Sta mettendo fiducia per la salvezza in quel potere che una volta l’aveva tenuto schiavo e dal quale il Signore, il vero Salvatore, l’aveva liberato! Di conseguenza, Giuda non è in grado di riposarsi nella certezza che sarà il Signore a salvarlo dagli assiri, e l’esortazione di Isaia di fare proprio questo gli sembra del tutto insensata. E così sembra a tutti che sono convinti di doversi salvare da soli con le proprie forze.

28:13 La parola del Signore è stata per loro precetto dopo precetto, precetto dopo precetto, regola dopo regola, regola dopo regola, un poco qui, un poco là, affinché essi andassero a cadere a rovescio, fossero fiaccati, còlti al laccio e presi!

Questa parola del Signore — il comandamento di fidarsi solo di lui e dunque riposarsi nella sua forza — è stata quella che Giuda ha schernito come sciocchezza, come insulto alla sua intelligenza, la cui conseguenza sarà la sua rovina. Ma (e questo è il punto che Isaia proclamerà nel resto del capitolo) il rifiuto della parola di Dio da parte del popolo non ostacolerà la divina intenzione. Anzi, scandalizzare il popolo fa proprio parte del disegno di Dio: “affinché essi andassero a cadere…”. Isaia qui anticipa 1 Corinzi 1:21: Poiché il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria sapienza, è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione.”

28:14 Ascoltate dunque la parola del Signore, o schernitori, che dominate questo popolo di Gerusalemme!

Quindi, nonostante l’ostinazione del popolo di Gerusalemme, il profeta gli comanda di comunque dare ascolto alla parola di Dio. Il rifiuto di ascoltare non è motivo per non predicare, perché anche in questo rifiuto il Signore compie misteriosamente il suo proposito.

28:15 Voi dite: «Noi abbiamo fatto alleanza con la morte, abbiamo fatto un patto con il soggiorno dei morti; quando l’inondante flagello passerà, non giungerà fino a noi, perché abbiamo fatto della menzogna il nostro rifugio e ci siamo messi al sicuro dietro l’inganno».

Ora tocca al profeta farsi beffe delle parole del popolo di Giuda. L’alleanza che hanno fatto con Egitto per la protezione contro gli assiri non è altro che un'”alleanza con la morte”. Ciò di cui Giuda ha fatto il suo rifugio non è altro che menzogna, e ha messo le sue speranze soltanto nell’inganno. È dunque veramente stupido parlare come parla Giuda: “quando l’inondante flagello passerà, non giungerà fino a noi!” Chi è il vero scemo, Isaia chiede: quelli che si fidano della parola di Dio o quelli che si fidano della falsità?

28:16 Perciò così parla il Signore, Dio: «Ecco, io ho posto come fondamento in Sion una pietra, una pietra provata, una pietra angolare preziosa, un fondamento solido; chi confiderà in essa non avrà fretta di fuggire.

Dovremo tornare a questo versetto cruciale alla fine, ma per adesso ci basta notare che, contro gli sforzi inutili di Giuda di salvare il suo regno tramite un’alleanza con Egitto, è il Signore che l’ha fondato, e sarà il Signore a determinare il suo destino. Contro la malriposta fiducia di Giuda nella falsità, la verità di Dio durerà come “una pietra”. Essendo “una pietra provata”, non importa se tutto il popolo di Giuda rifiuta la parola di Dio: essa resiste a ogni prova e attacco.

Essa è infatti non solo la pietra provata ma la pietra che prova. Chi pensa di poterla giudicare sarà da essa giudicato. Chi pensa di poterla schernire sarà da essa schernito. Quindi, non importa se Isaia si trova totalmente da solo a riferire la parola di Dio a un pubblico ostile. Se lui confida in essa, pur essendo da solo, “non avrà fretta di fuggire”, ovvero non rimarrà deluso o sconvolto, ma starà calmo e fermo, fondato sulla pietra angolare.

28:17-20 Io metterò il diritto per livella e la giustizia per piombino; la grandine spazzerà via il rifugio di menzogna e le acque inonderanno il vostro riparo. La vostra alleanza con la morte sarà annullata e il vostro patto con il soggiorno dei morti non reggerà; quando l’inondante flagello passerà, voi sarete da esso calpestati. Ogni volta che passerà, vi afferrerà; poiché passerà mattina dopo mattina, di giorno e di notte; e sarà spaventevole imparare una tale lezione! Poiché il letto sarà troppo corto per distendervisi, e la coperta troppo stretta per avvolgervisi.

Il trionfo finale della parola di Dio che Isaia annuncia sarà rivelato quando essa si avvererà. Quando fallisce l’alleanza di Giuda con Egitto, quando arrivano gli invasori per assediare Gerusalemme, allora sarà spazzato via “il rifugio di menzogna”. Quando Giuda sarà costretto a coricarsi nel letto che ha fatto, scoprirà che esso non è capace di dare il riposo sperato. Quando Giuda sarà calpestato da stranieri, imparerà la verità della parola di Dio, ma quanto “sarà spaventevole imparare una tale lezione!”

28:21 Poiché il Signore sorgerà come al monte Perazim, si adirerà come nella valle di Gabaon, per fare la sua opera, l’opera sua singolare, per compiere il suo lavoro, lavoro inaudito».

Ma più spaventevole di tutto sarà “l’opera … singolare” del Signore, il suo “lavoro inaudito”. Singolare e inaudito perché sarà contro il suo proprio popolo che il Signore sorgerà in giudizio. I richiami “al monte Perazim” e alla “valle di Gabaon” si riferiscono a due momenti importanti quando il Signore ha sconfitto i nemici di Israele, i canaanei (Giosué 10) e i filistei (2 Samuele 5). In base a questi ricordi, Giuda si aspetta che il Signore combatterà di nuovo contro i suoi nemici. Ma la cosa inaudita è che il Signore combatterà invece contro Giuda!

28:22-23 Ora non fate gli schernitori, affinché le vostre catene non abbiano a rafforzarsi! Poiché io ho udito, da parte del Signore, Dio degli eserciti, che è deciso uno sterminio completo di tutto il paese. Porgete orecchio e date ascolto alla mia voce! State attenti e ascoltate la mia parola!

Nella Bibbia, fare “gli schernitori” è la cosa più grave, perché significa non solo rifiutare la parola di Dio, ma anche disprezzarla, farsi beffe di essa. Però, nonostante il pessimo comportamento di Giuda finqui, Isaia continua a supplicarlo di dare ascolto al suo messaggio. Finché il profeta parla, c’è tempo per ravvedersi, c’è tempo per scongiurare lo “sterminio completo” che il Signore ha decretato.

28:24-28 L’agricoltore ara sempre per seminare? Rompe ed erpica sempre la sua terra? Quando ne ha appianata la superficie, non vi semina l’aneto, non vi sparge il comino, non vi mette il frumento a solchi, l’orzo nel luogo designato e la spelta entro i limiti ad essa assegnati? Il suo Dio gli insegna la regola da seguire e lo istruisce. L’aneto non si trebbia con la trebbia, né si fa passare sul comino la ruota del carro; ma l’aneto si batte con il bastone e il comino con la verga. Si trebbia il grano, tuttavia non lo si trebbia sempre; vi si fanno passare sopra la ruota del carro e i cavalli, ma non si schiaccia.

Tuttavia, siccome Giuda persiste nel fare lo schernitore, arriverà il momento che Isaia prevede. Come fa l’agricoltore, Dio romperà ed erpicherà la terra di Giuda. Il popolo sarà trebbiato come grano. Il nemico gli passerà sopra con la ruota del carro. Ma, sempre conforme all’analogia dell’agricoltore, lo scopo di Dio non è di rompere, di trebbiare o di schiacciare per sempre. Le azioni “distruttive” dell’agricoltore servono per preparare il terreno alla semina, proprio come Dio fa morire per poter risuscitare a nuova vita. Inoltre, come “l’aneto non si trebbia con la trebbia” ma piuttosto “si batte con il bastone”, così il giudizio che il Signore ha decretato è esattamente ciò che serve per compiere il suo proposito a favore di Giuda. Non serve più di questo, ma non serve neanche di meno.

28:29 Anche questo procede dal Signore degli eserciti; meravigliosi sono i suoi disegni, grande è la sua saggezza.

Per questo, il discorso di Isaia finisce acclamando la saggezza di Dio nell’eseguire i suoi disegni. Le sue vie sono spesso misteriose e inscrutabili, a volte anche scandalose, ma sono tutte sagge. Quando la verità della sua parola trionferà su ogni falsità umana, allora tutti lo vedranno, persino gli schernitori, e dovranno confessare ciò che adesso confessa solo Isaia: “meravigliosi sono i suoi disegni, grande è la sua saggezza”.

3) Il significato attuale di Isaia 28

Questo è il messaggio di Isaia 28 e il suo significato per il popolo di Giuda nell’ottavo secolo a.C. Ma per noi oggi? Che significato, che pertinenza, che applicazione ha per noi che viviamo nell’XXI secolo d.C.? Possiamo scoprire questo significato nel riassumere due temi principali che sono emersi nel nostro studio.

A) La verità di Dio è più forte della falsità dell’uomo

Il primo tema è che la verità di Dio è più forte della falsità dell’uomo. Abbiamo parlato all’inizio della difficoltà di vivere in un mondo di falsità. Dopo essere stati ingannati tante volte, è quasi impossible non diventare diffidenti verso gli altri, e questo può avere un impatto anche sul nostro modo di vedere Dio. Dubitiamo della parola degli altri, e cominciamo a dubitare della parola di Dio. Oppure, anche se continuiamo a dire che crediamo, possiamo cominciare a dubitare dell’efficacia della parola di Dio, perché vediamo che è quasi sempre rifiutata o negata. Siamo inoltre tentati spesso a tacere la nostra testimonianza: o perché non vogliamo affrontare il rifiuto degli altri, o semplicemente perché siamo poco fiduciosi che avrà qualche effetto.

Qui la persona di Isaia è certamente un buon esempio, ma più importante ancora è il contenuto del suo messaggio. Egli insiste sul fatto (perché Dio insiste sul fatto!) che la verità di Dio è più forte della falsità dell’uomo. La parola di Dio è sempre efficace anche quando la menzogna e l’inganno sembrano prevalere. La verità di Dio è la “pietra provata” che reggerà quando ogni altro edificio umano crollerà. In più, lungi dal mettere in dubbio la parola di Dio, il rifiuto, lo scherno e l’incredulità dell’uomo diventano, nelle mani sovrane del Signore, testimoni involontari della sua efficacia. Come dice Paolo in Romani 3:3-4:

Che vuol dire infatti se alcuni sono stati increduli [nei confronti della parola di Dio]? La loro incredulità annullerà la fedeltà di Dio? No di certo! Anzi, sia Dio riconosciuto veritiero e ogni uomo bugiardo, com’è scritto: «Affinché tu sia riconosciuto giusto nelle tue parole e trionfi quando sei giudicato».

Qui Paolo sintetizza bene il nocciolo del discorso. Quando la falsità umana nega la verità di Dio, non fa altro che far risalire ancora di più che Dio, e Dio solo, è veritiero. Come la luce risplende con più brillantezza negli ambienti più tenebrosi, così Dio può essere più chiaramente riconosciuto come l’unica fonte di verità quando ogni uomo è dimostrato bugiardo. Quindi, come Paolo sostiene, Dio trionfa sempre, sia quando è riconosciuto giusto da coloro che si fidano delle sue parole, sia quando è giudicato dalla superbia umana.

Quando ci sentiamo dunque assediati e inondati dalla falsità del mondo che rifiuta di ascoltare la nostra testimonianza, non perdiamo fiducia nella verità di Dio di trionfare, perché come dimostrato in Isaia, essa è sempre più grande e più forte della resistenza che le viene opposta. Non dobbiamo avere vergogna del vangelo che spesso è ignorato o disprezzato perché, come il messaggio di Isaia, sembra “roba da bambini e da scemi”. Riconosciamo che la saggezza del vangelo sta proprio nella sua apparente follia, che la potenza del vangelo sta proprio nella sua apparente debolezza.

B) La parola di Dio (Gesù!) è la pietra angolare della nostra fiducia e il riposo delle nostre anime.

Il secondo tema è legato al primo, e torna al versetto chiave di Isaia 28:

Perciò così parla il Signore, Dio: «Ecco, io ho posto come fondamento in Sion una pietra, una pietra provata, una pietra angolare preziosa, un fondamento solido; chi confiderà in essa non avrà fretta di fuggire.

Se nel contesto di Isaia questo si riferisce alla parola di Dio che rimane ferma ed efficace contro quelli che la scherniscono, nel senso più grande si riferisce alla Parola che è Gesù Cristo. Questo è esattamente ciò che Paolo dice dopo in Romani 9:33 (per non parlare di tanti altri brani nel Nuovo Testamento che applica quest’immagine a Gesù). Gesù è quella pietra che, secondo Salmo 118:22, i costruttori nella loro intelligenza hanno rifiutato ma che Dio ha fatto diventare la pietra angolare. Gesù è la verità di Dio incarnata che ha subito il più grande rifiuto da parte dell’umanità quando lui è stato crocifisso. Ma come la più grande conferma del potere invincibile della sua parola, Dio lo ha risuscitato dai morti, dimostrando una volta per sempre la sua verità trionferà sempre sulla falsità umana.

Se dunque noi confidiamo in questa pietra, se ne facciamo la pietra angolare della nostra vita, non saremo mai delusi. Non avremo, come dice letteralmente Isaia 28:16, “fretta”, perché troveremo invece riposo nell’essere fondati su questo fondamento. Non correremo sempre di qua e di la, sempre sforzandosi, sempre lavorando, sempre facendo freneticamente senza mai fermarci, convinti che se non ci pensiamo noi, tutto andrà a pezzi. Il segno di quelli che hanno costruito la loro vita su Gesù come pietra angolare è la possibilità — la libertà — di lasciar andare, di non fare, di stare sereni e nella calma perché sappiamo che possiamo fidarci del Signore di salvarci, di prendersi cura di noi, di provvedere a ogni nostro bisogno. Certo, abbiamo tutti doveri e responsabilità irrinunciabili. Ma questi doveri e responsabilità non dovrebbero diventare causa di preoccupazione o ansia come se, se dovessimo venir meno a essi, Dio non sarebbe in grado di comunque provvedere a tutto quello che serve. C’è in realtà una sola cosa necessaria e irrinunciabile:

Fermatevi», dice, «e riconoscete che io sono Dio. (Salmo 46:10)

Che Dio ci conceda la grazia di far tesoro di questa sua parola e di metterla in pratica. Amen.

1 Cronache 21: Il re rappresentante

1) Introduzione: il contesto di 1 Cronache 21

Il caos narrato nel libro di Giudici — quando il popolo d’Israele, nonostante i ripetuti castighi del Signore, tornava continuamente a ribellarsi a lui e abbandonarsi all’idolatria dei popoli circostanti — è riassunto dall’ultimo versetto del libro (21:25): “In quel tempo non c’era re in Israele; ognuno faceva quello che gli pareva meglio.” In altre parole, il motivo per cui questo ciclo di ribellione-castigo-ribellione-castigo andava sempre peggiorando era perché mancava un re che potesse condurre e mantenere il popolo nell’ubbidienza fedele a Dio.

Ecco l’importanza della figura di Davide nella parte della storia biblica in cui ci troviamo adesso, nel libro di 1 Cronache. In questo libro (che è inscindibile dal secondo volume che lo segue), Davide — e il lignaggio regale che discende da lui — viene presentato come la soluzione al problema d’Israele. Dopo le genealogie iniziali, Cronache racconta come Davide riesce a fare finalmente ciò che gli israeliti e i loro giudici non hanno mai fatto: vince i nemici d’Israele che (ricordandoci di nuovo il libro di Giudici) minacciavano non solo la sicurezza politica del popolo ma soprattutto la santità di esso con le loro credenze pagane e pratiche abominevoli. Sedotto dagli idoli dei suoi nemici, Israele si lasciava trascinare dietro a loro e si allontanava dal Signore, abbandonando la sua vocazione di essere una luce e una benedizione alle nazioni.

In Cronache, invece, (in particolare i capitoli 18-20) vediamo che è Davide che vince questi nemici e, di conseguenza (dal capitolo 22 in poi), comincia a fare i preparativi per la costruzione del tempio a Gerusalemme. Perché? Innanzitutto, dobbiamo ricordarci che il tempio era la dimora di Dio in mezzo al suo popolo, il luogo che, dopo l’espulsione dell’umanità dal giardino d’Eden a causa del peccato, serviva per rendere di nuovo possibile l’incontro tra il Creatore e le sue creature. Il tempio era l’ambasciata del regno di Dio, il terreno su cui si anticipava la nuova creazione in mezzo a quella decaduta, una piccola parte della terra che rivelava ciò che Dio intende fare in tutta la terra. In breve, il tempio significava riconciliazione: riconciliazione tra Dio e l’umano, tra cielo e la terra. Nel periodo in cui Davide diventa re, il tabernacolo (come indicato nel v.29 del testo di oggi) svolge questa funzione, però è ormai vecchio, e, essendo una tenda, non era destinato a durare per sempre. Il tempio, invece, supererà di gran lunga il tabernacolo, non ultimo perché sarà una struttura fissa e permanente dove tutti gli israeliti (per non parlare delle altre nazioni!) potranno venire per incontrare e conoscere il loro Dio.

Ma finché durava la minaccia dei nemici d’Israele, il tempio non poteva essere costruito, sia (ovviamente) perché rischiava di essere distrutto, sia (e più importante ancora) perché il popolo non poteva ospitare la presenza di Dio mentre continuava a rendersi impuro votandosi a idoli. Così scopriamo il filo conduttore di questa parte di 1 Cronache: vincendo i nemici d’Israele, Davide protegge la santità d’Israele affinché la dimora di Dio possa finalmente stabilirsi in modo permanente in mezzo a Israele. È solo così che Israele sarà in grado di svolgere la sua cruciale vocazione di portare luce e benedizione a tutte le nazioni della terra.

Leggendo lo svolgimento di questa narrativa in 1 Cronache, notiamo che il racconto delle vittorie di Davide sui nemici d’Israele (cap. 18-20) è separato dall’inizio dei suoi preparativi per la costruzione del tempio (cap. 22 in avanti) dalla storia riportata nel cap. 21 che collega le due parti. Questa storia — di peccato, di castigo e poi d’espiazione — sottolinea in mezzo a tutti questi avvenimenti la relazione di Davide in quanto re al popolo di Dio, così da mettere in risalto il suo ruolo non solo come guerriero e architetto ma soprattutto come rappresentante e sostituto del popolo davanti a Dio. Come vedremo, Davide qui emerge come una bellissima prefigurazione e chiarissima testimonianza della persona e dell’opera di Gesù Cristo.

2) Il peccato del re e il castigo del popolo (1 Cronache 21:1-17)

A) Il peccato del re (21:1-8)

21:1 Satana si mosse contro Israele e incitò Davide a fare il censimento d’Israele. Davide disse a Ioab e ai capi del popolo: «Andate, fate il censimento degli Israeliti da Beer-Sceba fino a Dan e venite a riferirmene il risultato, perché io ne sappia il numero». Ioab rispose: «Il Signore renda il suo popolo cento volte più numeroso di quello che è! Ma, o re, mio signore, non sono forse tutti servi del mio signore? Perché il mio signore domanda questo? Perché rendere così Israele colpevole?» Ma l’ordine del re prevalse contro Ioab. Ioab dunque partì, percorse tutto Israele, poi tornò a Gerusalemme. Ioab fornì a Davide la cifra del censimento del popolo: c’erano in tutto Israele un milione e centomila uomini abili alle armi; e in Giuda quattrocentosettantamila uomini abili alle armi. Ioab non aveva fatto il censimento di Levi e di Beniamino come degli altri, perché l’ordine del re era per lui abominevole. Questo dispiacque a Dio, che perciò colpì Israele. E Davide disse a Dio: «Io ho gravemente peccato in ciò che ho fatto; ma ora ti prego, perdona l’iniquità del tuo servo, perché io ho agito con grande stoltezza».

Per cominciare la nostra riflessione su questa storia, è importante notare che, a differenza dei capitoli circostanti che esaltano le qualità positive di Davide, questo inizia riferendo un suo grande peccato che fa piombare sull’intera nazione una grande catastrofe. Davide ordina che sia fatto il censimento d’Israele, contando in particolare gli “uomini abili alle armi” (v.5). V.7 poi dice che questo atto “dispiacque a Dio, che perciò colpì Israele”. La domanda che ci viene subito in mente è: perché questo censimento costituì un grande peccato da parte di Davide? La risposta non è del tutto chiara (e in realtà non deve neanche esserlo perché il punto della questa storia non è il perché del peccato di Davide), ma possiamo proporre due possibilità. Prima, può essere che Davide, a causa delle sue tante vittorie militari, s’insuperbisca e, anziché continuare a fidarsi della forza del Signore in guerra, guarda invece alle forze delle sue truppe e nelle proprie capacità come condottiero. La seconda possibilità (che non esclude la prima) è che non ha ubbidito al comandamento di Dio in Esodo 30:12:

Quando farai il conto dei figli d’Israele, facendo il censimento, ognuno di essi darà al Signore il riscatto [in forma di denaro] della propria vita, quando saranno contati; perché non siano colpiti da qualche piaga, quando ne farai il censimento.

In ogni caso, la cosa principale da sapere è che nell’ordinare il censimento, Davide, come egli stesso confessa nel v.7: “Io ho gravemente peccato in ciò che ho fatto … perché io ho agito con grande stoltezza.”

B) Il castigo del popolo (21:9-13)

Il Signore parlò così a Gad, il veggente di Davide: 10 «Va’ a dire a Davide: “Così dice il Signore: Io ti propongo tre cose; scegline una, e quella ti farò”». 11 Gad andò dunque da Davide e gli disse: «Così dice il Signore: “Scegli quello che vuoi: 12 o tre anni di carestia, o tre mesi durante i quali i tuoi avversari facciano scempio di te e ti raggiunga la spada dei tuoi nemici, oppure tre giorni di spada del Signore, ossia di peste nel paese, durante i quali l’angelo del Signore porterà la distruzione in tutto il territorio d’Israele”. Ora, vedi che cosa io debba rispondere a colui che mi ha mandato». 13 Davide disse a Gad: «Io sono in grande angoscia! Ebbene, che io cada nelle mani del Signore, perché le sue compassioni sono immense; ma che io non cada nelle mani degli uomini!»

14 Così il Signore mandò la peste in Israele; e morirono settantamila Israeliti. 15 Dio mandò un angelo a Gerusalemme per distruggerla; e come questi si disponeva a distruggerla, il Signore gettò su di lei lo sguardo, si pentì della calamità che aveva inflitta e disse all’angelo distruttore: «Basta, ritira ora la tua mano!» L’angelo del Signore si trovava presso l’aia di Ornan, il Gebuseo. 16 Davide, alzando gli occhi, vide l’angelo del Signore che stava fra terra e cielo, tenendo in mano una spada sguainata, vòlta verso Gerusalemme. Allora Davide e gli anziani, coperti di sacchi, si gettarono con la faccia a terra. 17 E Davide disse a Dio: «Non sono io quello che ordinò il censimento del popolo? Sono io che ho peccato e che ho agito con tanta malvagità; ma queste pecore che hanno fatto? Ti prego, Signore, mio Dio, si volga la tua mano contro di me e contro la casa di mio padre, ma non contro il tuo popolo per colpirlo con il flagello!»

Non è tanto importante sapere perché il censimento era un peccato, perché il testo pone l’enfasi invece sulla conseguenza: “Così il Signore mandò la peste in Israele; e morirono settantamila Israeliti” (v.14). Questo accade dopo che Davide, dovendo scegliere tra tre possibili castighi, preferisce cadere “nelle mani del Signore, perché le sue compassioni sono immense” anziché “nelle mani degli uomini” (v.13). Ora, sicuramente un’altra domanda ci viene in mente a questo punto: perché Dio colpisce di peste tutto il popolo d’Israele per il peccato di solo Davide? Questa domanda è infatti quella che il testo vuole suscitare, perché è la stessa che turba Davide così profondamente nel v.17: “Non sono io quello che ordinò il censimento del popolo? Sono io che ho peccato e che ho agito con tanta malvagità; ma queste pecore che hanno fatto?”

La risposta a questa domanda ci porta al punto principale di questa storia: l’indivisibile relazione tra il re e il suo regno, ovvero il re che rappresenta, che incarna nella sua propria persona, l’intero popolo che egli governa. Davanti a Dio, ciò che fa il re, è come se lo facesse tutto il popolo, come se lo facesse ogni individuo appartenente al popolo. Come avviene al re, così avviene al popolo. Ecco perché tutto il popolo viene colpito dalla peste a causa del peccato di Davide. In quello che ha fatto, Davide non ha peccato solo come individuo ma come Israele. Quando lui ha peccato nell’ordinare il censimento, è come se tutto il popolo, e ogni individuo parte di esso, avesse fatto la stessa cosa. Questo è perché, nella Bibbia, il re rappresenta il suo popolo al punto tale che come agisce il re, così il popolo è considerato di agire, anche se in realtà il popolo non agisce così.

Possiamo ovviamente chiedere: ma è giusto questo? È giusto punire uno per la colpa di un altro? Per non dilungarci troppo in questo momento (perché vedremo la vera risposta solo alla fine), possiamo considerare la spiegazione dell’autore C.S. Lewis:

[Gli esseri umani] sembrano separati perché li vediamo andare in giro separatamente; ma bisogna tener conto che noi siamo fatti in modo che riusciamo a vedere soltanto il momento presente. Se potessimo vedere il passato, le cose ci apparirebbero diverse. Perché c’è stato un tempo in cui ogni uomo era parte di sua madre, e (prima ancora) di suo padre; e un tempo in cui questi erano parte dei suoi nonni. Se potessimo vedere l’umanità dispiegata nel tempo, come la vede Dio, essa non ci apparirebbe come una moltitudine di esseri separati e dispersi, ma come un unico essere in crescita: un po’ come un albero molto complicato. Ogni individuo apparirebbe connesso con ogni altro. (Il Cristianesimo così com’è, p.221.222)

In altre parole, è semplicemente non vero, come principio generale, che siamo tutti essere distinti in modo che l’agire di uno non porti conseguenze all’altro. Questo punto di vista è molto comune oggi, ma è sbagliato, ed è la prospettiva biblica quella giusta! Siamo tutti intrecciati insieme, creati da Dio e discesi da Adamo. In più, sappiamo questo principio anche per esperienza. Se il governo di una nazione decide di muovere guerra contro un altro paese, ci possono essere molti cittadini non d’accordo con questa decisione, ma in quanto sono cittadini di quello stato, sono compresi, volendo o non volendo, in quella decisione, e quella decisione avrà grandissime conseguenze per loro. È lo stesso che vediamo qui. Davide, in quanto re, rappresenta l’intero popolo d’Israele, e quando lui pecca, tutti ne subiscono le conseguenze.  Per questo motivo, Davide, senza dubbio sopraffatto da un senso di colpa, supplica il Signore: “si volga la tua mano contro di me e contro la casa di mio padre, ma non contro il tuo popolo per colpirlo con il flagello!” (v.17). Torneremo a questo tra breve.

3) Il sacrificio del re e la salvezza del popolo (1 Cronache 21:18-22:1)

A) Il sacrificio del re (21:18-26)

18 Allora l’angelo del Signore ordinò a Gad di dire a Davide che salisse a erigere un altare al Signore nell’aia di Ornan, il Gebuseo. 19 Davide salì, secondo la parola che Gad aveva pronunciata nel nome del Signore. 20 Ornan, voltandosi, vide l’angelo; e i suoi quattro figli che erano con lui si nascosero. Ornan stava battendo il grano. 21 Quando Davide giunse presso Ornan, Ornan guardò e vide Davide; e, uscito dall’aia, si prostrò davanti a Davide con la faccia a terra. 22 Allora Davide disse a Ornan: «Dammi il terreno di quest’aia, perché io vi costruisca un altare al Signore; dammelo per tutto il prezzo che vale, affinché il flagello cessi d’infierire sul popolo». 23 Ornan disse a Davide: «Prendilo, e il re, mio signore, faccia quello che pare bene ai suoi occhi; guarda, io ti do i buoi per gli olocausti, gli attrezzi per trebbiare come legna e il grano per l’offerta; tutto ti do». 24 Ma il re Davide disse a Ornan: «No, io comprerò da te queste cose per il loro intero prezzo; poiché io non offrirò al Signore ciò che è tuo, né offrirò un olocausto che non mi costi nulla». 25 E Davide diede a Ornan come prezzo del luogo il peso di seicento sicli d’oro; 26 poi costruì in quel luogo un altare al Signore, offrì olocausti e sacrifici di riconoscenza e invocò il Signore, il quale gli rispose mediante il fuoco, che discese dal cielo sull’altare dell’olocausto.

Come risposta alla preghiera di Davide, il Signore gli ordina, per bocca del profeta Gad, di “erigere un altare … nell’aia di Ornan, il Gebuseo” (v.18) e poi di fare un sacrificio d’espiazione per il suo peccato. Davide ubbidisce subito, e nel momento in cui lo fa, il Signore risponde “mediante il fuoco, che discese dal cielo sull’altare dell’olocausto” (v.26), indicando di aver accettato l’offerta di Davide. È di particolare importanza notare ciò che Davide dice quando va da Ornan per prendere il terreno della sua aia dove costruirà l’altare. Quando Ornan offre tutto a Davide gratis — non solo il terreno ma anche “i buoi per gli olocausti, gli attrezzi per trebbiare come legna e il grano per l’offerta” (v.23) — Davide non risponde con un “grazie, molto gentile”. Per quanto generosa l’offerta di Ornan, Davide la rifiuta dicendo: “No, io comprerò da te queste cose per il loro intero prezzo; poiché io non offrirò al Signore ciò che è tuo, né offrirò un olocausto che non mi costi nulla” (v.24). Perché fa così? Perché Davide non è disposto a fare un sacrificio al Signore che non gli costi nulla?

È perché il sacrificio deve essere tale: un sacrificio. Se Davide avesse offerto al Signore qualcosa che gli era stato regalato, non sarebbe stato più un sacrificio da parte sua (lo sarebbe stato invece da parte di Ornan). Ma è Davide che ha peccato. È Davide che ha fatto subire la peste al popolo. Quindi è Davide che deve pagare. Lo ammette egli stesso nel v.17 quando chiede al Signore di volgere la sua mano “contro di me … ma non contro il tuo popolo”. Così Davide, offre un sacrificio che gli è un sacrificio — un sacrificio che gli costa qualcosa — e per questo il Signore lo accetta, mandando fuoco dal cielo per consumarlo sull’altare.

B) La salvezza del popolo (21:27-22:1)

27 Poi il Signore comandò all’angelo di rimettere la spada nel fodero. 28 In quel tempo Davide, vedendo che il Signore lo aveva esaudito nell’aia di Ornan il Gebuseo, offriva in tal luogo dei sacrifici. 29 Il tabernacolo del Signore, che Mosè aveva costruito nel deserto, e l’altare degli olocausti si trovavano allora sull’alto luogo di Gabaon. 30 Davide non poteva andare davanti a quell’altare a cercare Dio per lo spavento che gli aveva causato la spada dell’angelo del Signore. 22:1  Davide disse: «Qui sarà la casa di Dio, del Signore, e qui sarà l’altare degli olocausti per Israele».

Poi nel v.27, dopo aver accettato l’olocausto sull’altare, il Signore comanda “all’angelo di rimettere la spada nel fodero”, la spada di giudizio che Davide ha visto nel v.16 durante la peste, la “spada sguainata volta verso Gerusalemme”.  Rifoderata la spada, la peste sparisce dal popolo e Israele è salvato. Qual è il significato di questo? Il messaggio è chiaro: come il peccato di Davide ha portato castigo sul popolo, così vediamo che il sacrificio di Davide porta salvezza al popolo. Come nel peccato di Davide tutto il popolo è reso colpevole, così nel sacrificio di Davide tutto il popolo è perdonato. Questo accade totalmente a parte qualsiasi volere o agire da parte del popolo stesso. È in virtù del suo essere re, del suo essere l’eletto di Dio, del suo essere l’unto del Signore che Davide rappresenta nella sua propria persona il popolo intero.

Vediamo dunque quanto è necessario, nella Bibbia, che ci sia un re giusto e fedele che rappresenti il popolo davanti a Dio. In Giudici, è la mancanza del re che permette a ogni sorta di male e ingiustizia di prosperare e diffondersi. Ma come qui in Cronache (come anche nei libri paralleli, Samuele e Re), non è la semplice presenza del re che garantisce la santità del popolo e la benedizione di Dio. Finché il re agisce rettamente, così il popolo sperimenta la benedizione del Signore. Ma quando il re agisce malvagiamente (come ha fatto Davide qui, e come faranno la maggior parte dei re d’Israele), il popolo subisce la maledizione. Quindi, questa storia insegna non solo il ruolo indispensabile del re, ma anche il bisogno che egli sia un re giusto e fedele, che non pecchi mai ma che per la sua perfetta ubbidienza procura e mantiene la benedizione di Dio sul suo popolo.

Ma quale re umano è capace di esserlo? Quale re prima o poi non commetterà qualche peccato o ingiustizia e così far cadere sul popolo la maledizione? Neanche il grande Davide, così tanto esaltato nella Bibbia, era all’altezza, come ampiamente dimostrato in questo brano. Quale dunque è la speranza del popolo? Se dipende dagli esseri umani, se bisogna aspettare che qualche re, qualche governo, qualche politico, o qualsiasi altra persona ci salvi e ci assicuri un futuro migliore, siamo veramente nei guai.

C) Il vero Davide e la salvezza del mondo

Il messaggio principale di questa storia, dunque, è che nessuno, neanche il grande Davide, è la soluzione al problema del popolo di Dio. Questo è indicato inoltre dal fatto che Cronache fu scritto nell’epoca dopo l’esilio babilonese, quando il lignaggio di Davide aveva perso il trono, quando il tempio progettato da Davide era stato distrutto, e quando la maledizione per i peccati dei re e di tutto Israele era già caduta su di loro in pieno. Quale poteva essere quindi l’intenzione dell’autore di Cronache nel raccontare questa storia? Nostalgia? No, era per ricordare al popolo di quella generazione che nonostante tutto, la promessa di Dio a Davide (riportata in 1 Cronache 17:11-14) rimaneva valida:

11 Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu te ne andrai a raggiungere i tuoi padri, io innalzerò al trono dopo di te la tua discendenza, uno dei tuoi figli, e stabilirò saldamente il suo regno. 12 Egli mi costruirà una casa, e io renderò stabile il suo trono per sempre. 13 Io sarò per lui un padre ed egli mi sarà figlio; e non gli ritirerò la mia grazia, come l’ho ritirata da colui che ti ha preceduto. 14 Io lo renderò saldo per sempre nella mia casa e nel mio regno, e il suo trono sarà reso stabile per sempre.

Come poteva, nel periodo in cui scriveva il cronista, essere ancora valida questa promessa quando il trono di Davide e il tempio non c’erano più? Certamente, il cronista non poteva far rivolgere lo sguardo dei suoi lettori a qualcosa di visibile, a qualcosa di attuale, a qualcosa di tangibile, se non solo alla promessa di Dio e alla figura del vero re, del vero eletto, del vero unto (cioè Messia!) di cui Davide era una prefigurazione. Anche se non lo conosceva per nome, il cronista parlava di Gesù. È Gesù, il discendente di Davide, a essere il vero Figlio di Dio il cui trono sarà stabile per sempre e il cui regno durerà in eterno. È Gesù il vero condottiero che vince tutti i nemici di Dio — compresi il male, il maligno e la morte — per dare pace e sicurezza al suo popolo. È Gesù il vero architetto e costruttore del tempio di Dio perché lo costruisce non solo a Gerusalemme, sull’aia di Ornan, ma lo sta costruendo in tutta la terra. Ed è Gesù il vero re che rappresenta il suo popolo quando agisce per procurare, con la sua perfetta ubbidienza, la sua eterna benedizione.

Come Davide, Gesù incarna nella sua propria persona il popolo che rappresenta. Ma non come Davide, Gesù rappresenta non solo il popolo d’Israele, ma tutti i popoli della terra! Come Davide, Gesù offre il sacrificio necessario per espiare i peccati del popolo. Ma non come Davide, Gesù non deve fare espiazione per il proprio peccato. Come Davide, Gesù ha rifiutato di offrire un sacrificio che non gli costasse nulla. Ma non come Davide, Gesù ha dovuto pagare il prezzo più alto: non in quantità di denaro ma con il proprio sangue, sacrificando la sua vita sulla croce per ognuno di noi.

Così sappiamo con certezza che grazie all’intercessione di Gesù, la spada del giudizio divino non incombe più su di noi. Davide ha pregato che quella spada colpisse solo lui al posto del popolo, ma ciò non era possibile perché era solo un uomo peccatore. Gesù invece, essendo Figlio di Dio, ha fatto cadere quella spada su se stesso, sostituendosi a noi sotto tutta l’onnipotente forza del suo colpo, affinché quella spada rimanesse da allora e per sempre nel suo fodero. E Gesù ha potuto fare tutto questo proprio per il principio che abbiamo imparato in questa storia: come avviene al re, così avviene al suo popolo. Assumendo la nostra natura nel suo divenire uomo, quello che Gesù ha fatto, ha fatto per tutti coloro che hanno in comune la stessa carne:

14 Poiché dunque i figli hanno in comune sangue e carne, egli pure vi ha similmente partecipato, per distruggere, con la sua morte, colui che aveva il potere sulla morte, cioè il diavolo, 15 e liberare tutti quelli che dal timore della morte erano tenuti schiavi per tutta la loro vita. (Ebrei 2:14-15).

4) Conclusione

Concludiamo ascoltando di nuovo C.S. Lewis che riassume tutto questo con la sua solita eloquenza. Riallacciandosi al suo discorso già citato prima, Lewis prosegue:

…il farsi uomo d Cristo è … come se qualcosa che agisce da sempre su tutta la massa umana cominciasse, in un singolo punto, a farlo in modo nuovo. Da quel punto l’effetto si propaga a tutta l’umanità. Cambia le cose per chi è vissuto prima di Cristo come per chi è venuto dopo di Lui. Le cambia per chi di Lui non ha mai sentito parlare. È come far cadere in un bicchiere d’acqua una goccia di qualcosa che muta sapore o colore a tutto il liquido….

Qual è dunque il cambiamento che Egli ha effettuato in tutta la massa umana? Soltanto questo: che l’impresa di diventare figli di Dio, di trasformarci da essere creati in esseri generati, di passare dalla temporanea vita biologica alla perenne vita “spirituale”, è stata realizzata per noi. L’umanità, sostanzialmente, è già “salvata”. Noi individui dobbiamo appropriarci di questa salvezza. Ma la parte più ardua del compito — quella che non avremmo potuto assolvere da soli — è stata assolta per noi. Non siamo costretti a tentare di ascendere alla vita spirituale con le nostre sole forze: essa è già discesa nel genere umano. Se ci apriamo all’unico Uomo in cui essa fu pienamente presente, e che, pur essendo Dio, è anche realmente uomo, Egli la realizzerà in noi e per noi. (Il cristianesimo così com’è, p.222-223)

Lodi al Signore per averci dato un re come Gesù Cristo!

Giudici 3: La Satira della Salvezza

1) La storia secondo la Bibbia (Giudici 3:1-11)

3:1 Questi sono i popoli che il Signore lasciò stare per mettere alla prova, per mezzo di essi, Israele, cioè tutti quelli che non avevano visto le guerre di Canaan. Egli voleva soltanto che le nuove generazioni dei figli d’Israele conoscessero e imparassero la guerra: quelli, per lo meno, che non l’avevano mai vista prima. Questi popoli erano: i cinque prìncipi dei Filistei, tutti i Cananei, i Sidoni e gli Ivvei, che abitavano la montagna del Libano, dal monte Baal-Ermon fino all’ingresso di Camat. Queste nazioni servirono a mettere Israele alla prova, per vedere se Israele avrebbe ubbidito ai comandamenti che il Signore aveva dato ai loro padri per mezzo di Mosè. Così i figli d’Israele abitarono in mezzo ai Cananei, agli Ittiti, agli Amorei, ai Ferezei, agli Ivvei e ai Gebusei; sposarono le loro figlie, diedero le proprie figlie come spose ai loro figli e servirono i loro dèi.

I figli d’Israele fecero ciò che è male agli occhi del Signore; dimenticarono il Signore, il loro Dio, e servirono gli idoli di Baal e di Astarte. Perciò l’ira del Signore si accese contro Israele ed egli li diede nelle mani di Cusan-Risataim, re di Mesopotamia; e i figli d’Israele furono servi di Cusan-Risataim per otto anni.

Poi i figli d’Israele gridarono al Signore, e il Signore fece sorgere per loro un liberatore: Otniel, figlio di Chenaz, fratello minore di Caleb; ed egli li liberò. 10 Lo Spirito del Signore venne su di lui ed egli fu giudice d’Israele; uscì a combattere e il Signore gli diede nelle mani Cusan-Risataim, re di Mesopotamia; e la sua mano fu potente contro Cusan-Risataim. 11 Il paese ebbe pace per quarant’anni; poi Otniel, figlio di Chenaz, morì.

La storia narrata nella Bibbia è storia interpretata. Non è storia riportata secondo criteri moderni che privilegiano un mero resoconto degli avvenimenti del passato. La storia della Bibbia è la storia riferita dalla prospettiva di Dio. Il suo scopo non è di farci sapere ciò che è accaduto in passato come fatti puramente storici (lasciandoci di conseguenza come spettatori disinteressati), ma di farci adottare un determinato punto di vista su questi fatti (quello ovviamente di Dio) e di coinvolgerci come partecipi attivi in essi.

Sapere questo è importante per due motivi principali. In primo luogo, il nostro obbiettivo nel leggere la Bibbia (in particolare i libri storici) non deve essere solo capire che cosa è successo (come il diluvio o l’esodo) ma anche come la Bibbia lo narra, prestando particolare attenzione alle enfasi, ai dettagli, alle ripetizioni, o anche alle esclusioni presenti. Nella narrativa biblica, nulla viene menzionato a caso, niente è superfluo. Tutti i dettagli — anche quelli apparentemente insignificanti — sono in realtà critici per la comprensione del testo. È solo quando attendiamo a questi particolari (e non solo ai lineamenti generali della storia) che riusciamo a comprendere la specifica prospettiva che il testo vuole farci avere. Vedremo fra un po’ un chiaro esempio di questo nella storia di Eud in Giudici 3. Vedremo che il libro di Giudici non vuole solo farci sapere che Eud assassinò un re pagano e così ne liberò il popolo d’Israele, ma che vuole anche darci la giusta interpretazione di questa vicenda.

In secondo luogo, più leggiamo la Bibbia in questo modo, più impareremo a interpretare rettamente non solo le storie bibliche, ma la storia in generale. L’ottica nella quale la Bibbia ci fa capire gli specifici avvenimenti che essa riferisce diventerà l’ottica nella quale cominceremo a capire qualsiasi avvenimento, passato, presente o futuro, sia personale sia mondiale. Leggere la Bibbia è la scuola in cui impariamo a leggere il mondo, a vederlo come Dio lo vede. Quando siamo ammaestrati dalle Scritture nel modo giusto per interpretare la storia che esse riportano, siamo resi capaci di interpretare nel modo giusto la storia del mondo in generale. Per adattare una frase di CS Lewis, la Bibbia è come il sole: la sua luce ci permette di vedere non solo esso ma anche tutto il resto della realtà che ci circonda. Una persona ben ammaestrata dalla parola di Dio nell’interpretare la storia sarà quella descritta da Gesù in Luca 21:26-28: mentre “gli uomini verranno meno per la paurosa attesa di quello che starà per accadere al mondo”, lei “si rialzerà” e “leverà il capo” perché sa che “la sua liberazione si avvicina”.

Questi punti sono di grande importanza per quanto riguarda il libro di Giudici, un libro di non facile lettura perché le sue storie sono spesso pesanti e sanguinose, e i suoi personaggi, anche i suoi cosiddetti “eroi”, sono di carattere discutibile. Basta pensare alla figura di Sansone, per esempio. Questo libro ci può facilmente lasciare perplessi: in un libro “sacro” come la Bibbia, che cosa facciamo di queste storie piene di violenza, crudeltà, sesso e abominazioni di ogni sorta? La chiave interpretativa ci viene fornita nel v.7 di Giudici 3: I figli d’Israele fecero ciò che è male agli occhi del Signore; dimenticarono il Signore, il loro Dio, e servirono gli idoli…”. Il libro di Giudici ci fa vedere le terribili conseguenze — senza smussarle o edulcorarle — dell’idolatria che nasce dal dimenticare il Signore. Ce le fa vedere attraverso un serie di episodi in cui, nonostante la grazia mostratagli da Dio, il suo popolo torna sempre “a fare ciò che è male agli occhi del Signore” (v.12).

Ma più che il peccato abbondante da parte del popolo, il libro di Giudici ci fa vedere la grazia di Dio che sovrabbonda laddove abbonda il peccato. Nel momento in cui il popolo si lascia correggere da Dio (che per castigarlo permette a un oppressore pagano di affliggerlo per un certo periodo), Dio manda un giudice, un liberatore, che salva Israele e lo riporta a servire di nuovo il Signore. Nelle figure di questi giudici vediamo una prefigurazione del più grande giudice e liberatore, Gesù Cristo. Ma a questo tema torneremo alla fine del messaggio. Adesso consideriamo la storia di Eud in Giudici 3:12-29 e, alla luce del nostro discorso introduttivo, chiediamo: che cosa succede in questa storia e qual è l’interpretazione che il testo dà a essa?

2) La satira della salvezza (Giudici 3:12-29)

A) Il contesto (3:12-14)

12 I figli d’Israele continuarono a fare ciò che è male agli occhi del Signore; così il Signore rese forte Eglon, re di Moab, contro Israele, perché essi avevano fatto ciò che è male agli occhi del Signore. 13 Eglon radunò intorno a sé i figli di Ammon e di Amalec; poi marciò contro Israele, lo sconfisse e s’impadronì della città delle palme. 14 I figli d’Israele furono servi di Eglon, re di Moab, per diciotto anni.

La storia di Eud inizia come le altre in Giudici: “i figli d’Israele continuarono a fare ciò che a male agli occhi del Signore”, e di conseguenza Dio li dà in potere di un tiranno straniero — Eglon, re di Moab — che li opprime. Due dettagli qui ci aiutano a capire il significato di questo castigo: 1) “Eglon … sconfisse e s’impadronì della citta delle palme” e 2) “i figli d’Israele furono servi di Eglon, re di Moab”. “Città delle palme” è un soprannome per la città di Gerico, la prima conquista d’Israele nella terra promessa, e la servitù d’Israele richiama la sua schiavitù in Egitto. In altre parole, questo castigo costituisce una regressione di Israele alle sue condizioni prima dell’esodo. Come Genesi interpreta il peccato come la de-creazione, un ritorno alle tenebre del caos e al vuoto della non-esistenza, così Giudici interpreta la ribellione d’Israele come la negazione dell’esodo, un ritorno all’angoscia della schiavitù in un paese straniero. Come indicato nel v.14, questo periodo di soggiogamento dura diciotto anni, fin a quando…

B) Caratteristiche della satira (3:15-17)

15 I figli d’Israele gridarono al Signore ed egli fece sorgere per loro un liberatore: Eud, figlio di Ghera, beniaminita, che era mancino. I figli d’Israele mandarono per mezzo di lui un regalo a Eglon, re di Moab. 16 Eud si fece una spada a due tagli, lunga un cubito, e la cinse sotto la sua veste, al fianco destro. 17 Quindi offrì il regalo a Eglon, re di Moab, che era un uomo molto grasso.

…”i figli d’Israele gridarono al Signore”. Di nuovo come nel libro d’Esodo, il Signore è pronto ad ascoltare le suppliche del suo popolo e a intervenire per liberarlo. Quando il popolo si lascia correggere dal castigo del Signore e si ravvede, abbandonando gli idoli e tornando da lui, egli fa “sorgere per loro un liberatore”. In questo caso, il liberatore è il giudice Eud, “beniaminita, che era mancino”. Ricordandoci dell’importanza anche dei minimi dettagli, facciamo bene a chiederci: ma perché il testo dice questo? Che importanza ha sapere che Eud era mancino? E perché, quando nel v.17 si parla di nuovo di Eglon, ci viene detto che “era un uomo molto grasso”?

Ci aiuterà sapere che il nome “Beniamino” (da cui deriva il termine “beniaminita”, cioè della tribù di Beniamino) vuol dire “figlio della mia destra”. Questo nome è forte, perché per gli ebrei, la destra era un simbolo di potere. È interessante dunque, se non un po’ comico, che Eud, uno dei “figli della mia destra”, è in realtà mancino. Un liberatore mancino? Non proprio quello che ci si aspettava. Per quanto riguarda Eglon, invece, che importanza ha sapere che era un uomo molto grasso? Ci aiuterà sapere che il suo nome assomiglia molto alla parola ebraica che significa “vitello”. Ora il fatto di essere molto grasso acquisisce un nuovo significato, anche questo comico: il grande e forte re che opprime Israele da diciotto anni non è in realtà altro che un vitello ingrassato, e quindi pronto al macello pur essendone completamente inconsapevole.

Questi due dettagli che servono per caratterizzare i due personaggi principali in questa storia ci fanno capire che si tratta di una satira. Che la narrativa di Eud e Eglon sia un resoconto storico è evidente, ma la sua caratterizzazione del tiranno Eglon come un vitello ingrassato e del liberatore Eud come un uomo dalla mano “sbagliata” ci fornisce la chiave interpretativa: la prospettiva di questa storia è satirica, e sarà proprio per mezzo della sua ironia, del suo sarcasmo, del suo umorismo mordace che trasmetterà il suo messaggio.

In quest’ottica, proseguiamo nella lettura…

C) Il re “vitello” al macello (3:18-26)

18 Quando ebbe finito la presentazione del regalo, rimandò la gente che l’aveva portato. 19 Ma egli, giunto agli idoli che sono presso a Ghilgal, tornò indietro e disse: «O re, io ho qualcosa da dirti in segreto». Il re disse: «Silenzio!» Tutti quelli che gli stavano intorno, uscirono. 20 Allora Eud si avvicinò al re, che stava seduto nella sala di sopra, riservata a lui solo, per prendervi il fresco, e gli disse: «Ho una parola da dirti da parte di Dio». Eglon si alzò dal suo seggio; 21 ed Eud, stesa la mano sinistra, prese la spada dal suo fianco destro e gliela piantò nel ventre. 22 Anche l’elsa entrò dopo la lama; e il grasso si rinchiuse attorno alla lama, poiché egli non gli ritirò dal ventre la spada, che gli usciva da dietro. 23 Poi Eud uscì nel portico, chiuse le porte della sala di sopra e mise il chiavistello. 24 Quando fu uscito, vennero i servi, i quali guardarono, ed ecco che le porte della sala di sopra erano chiuse con il chiavistello; e dissero: «Certo egli fa i suoi bisogni nello stanzino della sala fresca». 25 Tanto aspettarono, che ne furono preoccupati; e poiché il re non apriva le porte della sala, quelli presero la chiave, aprirono, ed ecco che il loro signore era steso per terra, morto. 26 Mentre essi indugiavano, Eud si diede alla fuga, passò oltre gli idoli e si mise in salvo a Seira.

Leggendo il resto della storia, scopriamo che essa s’impernia proprio sul fatto che Eud sia mancino e che Eglon sia grasso. Dopo essersi presentato davanti a Eglon per fargli un regalo (come suddito che deve rendere omaggio al proprio sovrano), Eud indica al re che ha un segreto da dirgli (presumibilmente in qualità di servizio segreto), ma poi precisa che si tratta in realtà di “una parola … da parte di Dio”. All’insaputa di Eglon, questa parola è in verità una spada che gli toglierà la vita, ma non lo sa e non lo può anticipare proprio perché Eud è mancino. È la mano destra che di solito si usa per colpire, e quindi il movimento della sinistra di Eud non avverte il re del pericolo. Quello che inizialmente sembra un difetto di Eud (un figlio “della destra” che è invece mancino) si rivela alla fine la sua forza. Per Eglon, essere grasso fa sì che la spada venga totalmente “ingoiata” dal suo ventre, prevenendo qualsiasi schizzo di sangue e permettendo a Eud di uscire pulito dalla sua sala e scappare via senza avvertire i suoi servi.

Poi si aggiunge un altro dettaglio che purtroppo è stato offuscato nella traduzione. Nel v.22 quando implica che la spada “gli usciva da dietro”, in realtà il testo ebraico dice che non la spada ma le feci uscirono dal re. Questo dettaglio, che all’inizio sembra disgustoso, risulta anche esso cruciale per lo scopo della storia: il motivo per cui i servi rimangono fuori dalla sala del re a lungo e così danno a Eud il tempo necessario per scappare è perché, come dicono nel v.24: “Certo egli fa i suoi bisogni nello stanzino della sala fresca”. Qui l’umorismo ridicolizzante della narrativa giunge al culmine: è vero che il re faceva i suoi bisogni, ma in un senso totalmente diverso da quello che pensavano i servi! Ecco il grande e potente re nemico d’Israele, morto come un vitello ingrassato e nelle sue feci, ed ecco i suoi servi troppo stupidi da sapere ciò che è successo proprio nella sala davanti a loro!

D) L’umiliazione (3:27-30)

27 Quando fu arrivato, suonò la tromba nella regione montuosa di Efraim, e i figli d’Israele scesero con lui dalla regione montuosa, ed egli si mise alla loro testa. 28 Disse loro: «Seguitemi, perché il Signore vi ha dato nelle mani i Moabiti, vostri nemici». Quelli scesero dietro a lui, s’impadronirono dei guadi del Giordano per impedire il passaggio ai Moabiti e non lasciarono passare nessuno. 29 In quel tempo sconfissero circa diecimila Moabiti, tutti robusti e valorosi; non ne scampò neppure uno. 30 Così, in quel giorno, Moab fu umiliato sotto la mano d’Israele e il paese ebbe pace per ottant’anni.

Dopo l’assassinio di Eglon, Eud raduna i figli d’Israele e fa ciò che per diciotto anni gli era impossibile: sconfiggono i Moabiti (circa diecimila guerrieri, tutti “robusti e valorosi”), sterminandoli tutti. E notiamo l’ultima frase della storia nel v.30: “Così, in quel giorno, Moab fu umiliato sotto la mano d’Israele”. Il grande e potente oppressore d’Israele da diciotto anni sconfitto in un solo giorno! Umiliato infatti! E questo è il punto: Moab e il suo re vengono umiliati non solo nell’avvenimento qui narrato, ma proprio nella narrativa stessa. Il modo in cui la narrativa è stata scritta — come satira — fa lo stesso effetto dell’evento narrato. Mettendo in ridicolo Eglon e il suo esercito, umilia di nuovo questo apparentemente imbattibile oppressore del popolo di Dio.

La storia di Eud, dunque, serve non solo per farci sapere ciò che è accaduto in quel momento storico, ma anche per formare la nostra percezione del mondo intero. Dal nostro punto di vista, un uomo come Eglon sarebbe davvero un nemico invincibile, ma dal punto di vista di Dio, egli è solo un vitello ingrassato pronto al macello e troppo stupido per saperlo. Mentre noi tendiamo a mettere fiducia nella forza e nelle capacità umane, Dio si serve di solito della debolezza per insegnarci che tutto dipende da lui, e non da noi.

Possiamo riassumere la lezione della storia di Eud citando Giacomo 4:6: “Dio resiste ai superbi e dà grazia agli umili”. Quando Israele s’insuperbisce, Dio lo castiga per insegnargli l’umiltà. Ma quando il popolo si umilia, Dio lo libera dall’oppressore, usando proprio “le cose deboli del mondo per svergognare le forti”, come infatti Paolo scrive in 1 Corinzi 1:27-29:

Dio ha scelto le cose pazze del mondo per svergognare i sapienti; Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti; Dio ha scelto le cose ignobili del mondo e le cose disprezzate, anzi le cose che non sono, per ridurre al niente le cose che sono, perché nessuno si vanti di fronte a Dio.

Se ci lasciamo istruire dalla storia di Eud, vedremo non solo questa storia ma tutta la storia — tutto il mondo infatti! — in quest’ottica, e questo cambierà radicalmente il modo in cui viviamo.

3) La satira della croce 

Se abbiamo veramente occhi per vedere, però, vedremo che alla fine la storia di Eud ci insegna questo messaggio perché anticipa la storia più grande di tutte, la storia che, come quella di Eud, è in effetti una grande satira. È la satira di cui Paolo parlava in 1 Corinzi, la più grande “presa in giro” di tutti i tempi. Ascoltiamo di nuovo 1 Corinzi 1:

20 Dov’è il sapiente? Dov’è lo scriba? Dov’è il contestatore di questo secolo? Non ha forse Dio reso pazza la sapienza del mondo? 21 Poiché il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria sapienza, è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione. 22 I Giudei infatti chiedono miracoli e i Greci cercano sapienza, 23 ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo e per gli stranieri pazzia; 24 ma per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio.

Che cos’è la croce di Cristo se non un grande scherzo, nel senso che per mezzo di essa Dio una volta per sempre ha umiliato i superbi, reso pazzi i sapienti, e spezzato la forza dei potenti? È proprio Gesù il vero “Eud” che sembrava tutt’altro che un salvatore. Come Eud, Gesù ha compiuto la salvezza del suo popolo in un modo del tutto inaspettato. Come ne parlò il profeta Isaia (53:2-5):

non aveva forma né bellezza da attirare i nostri sguardi, né aspetto tale da piacerci. Disprezzato e abbandonato dagli uomini, uomo di dolore, familiare con la sofferenza, pari a colui davanti al quale ciascuno si nasconde la faccia, era spregiato, e noi non ne facemmo stima alcuna. Tuttavia erano le nostre malattie che egli portava, erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato; ma noi lo ritenevamo colpito, percosso da Dio e umiliato! Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni, stroncato a causa delle nostre iniquità; il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui e mediante le sue lividure noi siamo stati guariti.

Prendendo spunto da questa profezia, possiamo anche vedere, se solo un po’ stranamente, una prefigurazione di Cristo nella figura di Eglon. Dice ancora Isaia nel v.7:

Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la bocca. Come l’agnello condotto al mattatoio, come la pecora muta davanti a chi la tosa, egli non aprì la bocca.

Eglon anticipa Gesù in questo senso: come Eglon, anche Gesù era il grande e potente re (in realtà il più grande e il più potente re di tutti) che, nonostante la sua gloria e potenza, è stato umiliato e ucciso come un animale al macello. Come Giudici 3 ridicolizza Eglon nel modo in cui è stato ucciso, così anche i vangeli narrano come Gesù, sulla croce, è stato disprezzato e ridicolizzato proprio per essersi chiamato “il re dei giudei”, per essere stato un salvatore che sembrava non capace di salvare se stesso. E ancora come Eglon, l’assassinio di Gesù ha effettuato la salvezza del suo popolo. Ma le similitudini finiscono qui, perché mentre Eglon è stato una vittima ignara, Gesù invece ha offerto se stesso volontariamente come sacrificio di amore.

Questa storia — la storia del vangelo — è la vera ottica divina tramite cui dobbiamo comprendere la storia della nostra vita e la storia del mondo. Non solo dunque la storia di Eud, ma è la più grande storia del vangelo (che la storia di Eud anticipa!) che ci ammaestra come pensare, come parlare, e come vivere bene in questo mondo. Ci saranno sempre tante cose che non capiremo; ci saranno periodi — come i diciotto anni dell’oppressione di Moab — che vivremo senza sapere il perché. Ma quando teniamo lo sguardo fisso su Gesù, “colui che crea la fede e la rende perfetta”, avremo tutto quello che ci serve per affrontare ogni circostanza:

Per la gioia che gli era posta dinanzi egli sopportò la croce, disprezzando l’infamia, e si è seduto alla destra del trono di Dio. Considerate perciò colui che ha sopportato una simile ostilità contro la sua persona da parte dei peccatori, affinché non vi stanchiate perdendovi d’animo. (Ebrei 12:2-3)

Amen!

Levitico 26: Per essere il vostro Dio

1) Introduzione (Levitico 26:1-2)

26:1 «“Non vi farete e non metterete in piedi né idoli, né sculture, né monumenti. Nel vostro paese non rizzerete pietre scolpite per prostrarvi davanti a loro, poiché io sono il Signore vostro Dio. Osserverete i miei sabati e porterete rispetto al mio santuario. Io sono il Signore.

Come non tante persone, io amo l’Antico Testamento. Lo amo per tanti motivi, ma soprattutto per come vedo in esso rivelarsi il Dio di Gesù Cristo che conosciamo nel Nuovo Testamento. Certo, l’Antico Testamento non parla in questi termini specifici, ma, per chi ha occhi per vedere e orecchie per udire, il Dio manifestato in esso è colui che ci ha amato così tanto che è venuto in Gesù Cristo per morire in croce per salvarci mentre eravamo ancora i suoi nemici e peccatori. Non mi stanco mai di ripetere questo: il Dio dell’Antico Testamento è il Dio di Gesù Cristo, colui che, secondo Ebrei 13:8, “è lo stesso ieri, oggi e in eterno”.

Problematici per molti, però, sono brani come quello che stiamo considerando oggi, Levitico 26. A dire il vero, tutto il libro di Levitico risulta difficile alle sensibilità contemporanee. È un libro di leggi che sembrano non finire mai. Si occupa di tante prescrizioni riguardanti il culto del tabernacolo, il sacerdozio levitico e il sacrificio di animali che, nella migliore delle ipotesi, appaiono al lettore contemporaneo antiquati e irrilevanti alle questioni del mondo attuale.

Lasciando però tutto questo a parte, il capitolo 26 di Levitico (che costituisce il suo culmine) apparentemente presenta Dio come lo stereotipato giudice severo che non tollera la più minima infrazione della sua legge ed è sempre pronto a infliggere le punizioni più estreme e devastanti. “Io vi resisterò con furore e vi castigherò sette volte di più per i vostri peccati. Mangerete la carne dei vostri figli e delle vostre figlie” (vv.28-29). Sul serio? Questo Dio, si pensa, è l’opposto della figura di Gesù Cristo che predicava un messaggio di amore, perdono e compassione. Questa caratterizzazione di Dio è, per molti, un buon motivo per non leggere l’Antico Testamento, o la Bibbia in generale, o persino per rifiutare Dio stesso: “se questo è il Dio della Bibbia, è meglio evitarlo!”

Una tale idea, benché comune, è del tutto sbagliata. Che sia del tutto sbagliata si capisce quando si impiega il tempo necessario per approfondire il linguaggio di Levitico 26 alla luce del suo contesto. Se così facciamo, vedremo che questo capitolo, insieme all’intero libro di Levitico, non sarà più un sasso d’inciampo ma una preziosa testimonianza della grandezza dell’amore di Dio per noi, lo stesso amore che si è rivelato supremamente in Gesù suo Figlio. Vedremo che (per anticipare la conclusione del capitolo nel v.45) Dio ci ama così tanto che non c’è limite a quello che farà “per essere il nostro Dio”.

Cominciamo dunque con il contesto. Qual è il significato del libro di Levitico e di questo capitolo in particolare?

2) La mia dimora in mezzo a voi (Levitico 26:1-13, 46)

26:1 «“Non vi farete e non metterete in piedi né idoli, né sculture, né monumenti. Nel vostro paese non rizzerete pietre scolpite per prostrarvi davanti a loro, poiché io sono il Signore vostro Dio. Osserverete i miei sabati e porterete rispetto al mio santuario. Io sono il Signore.

Se vi comportate secondo le mie leggi, se osservate i miei comandamenti e li mettete in pratica, io vi darò le piogge nella loro stagione, la terra darà i suoi prodotti e gli alberi della campagna daranno i loro frutti. La trebbiatura vi durerà fino alla vendemmia, e la vendemmia vi durerà fino alla semina; mangerete a sazietà il vostro pane e vivrete sicuri nel vostro paese. Io farò sì che la pace regni nel paese; voi vi coricherete e non ci sarà chi vi spaventi; farò sparire dal paese le bestie feroci e la spada non passerà per il vostro paese. Voi inseguirete i vostri nemici ed essi cadranno davanti a voi per la spada. Cinque di voi ne inseguiranno cento, cento di voi ne inseguiranno diecimila, e i vostri nemici cadranno davanti a voi per la spada. Io mi volgerò verso di voi, vi renderò fecondi e vi moltiplicherò e manterrò il mio patto con voi. 10 Voi mangerete il raccolto dell’anno precedente e, quando sarà vecchio, lo tirerete fuori per fare posto a quello nuovo. 11 Io stabilirò la mia dimora in mezzo a voi e non vi detesterò. 12 Camminerò tra di voi, sarò vostro Dio e voi sarete mio popolo. 13 Io sono il Signore vostro Dio; vi ho fatto uscire dal paese d’Egitto per liberarvi dalla schiavitù; ho spezzato il vostro giogo e vi ho fatto camminare a testa alta….

46 Tali sono gli statuti, le prescrizioni e le leggi che il Signore stabilì tra sé e i figli d’Israele, sul monte Sinai, per mezzo di Mosè.

C’è molto che possiamo scoprire sul significato di Levitico solo da questo capitolo. Il libro contiene “gli statuti, le prescrizioni e le leggi che il Signore stabilì tra sé e i figli d’Israele, sul monte Sinai, per mezzo di Mosè” (v.46). Dopo aver liberato Israele dalla schiavitù in Egitto, Dio lo conduce al monte Sinai nel deserto dove lo costituisce “mio popolo” con il patto di cui questi comandamenti fanno parte integrante (vv.12-13). Indicano come Israele dovrà essere un popolo santo, rispecchiando così la santità del suo Dio. La santità del popolo è indispensabile visto che Dio ha stabilito, e stabilirà ancora, il suo “santuario”, cioè la sua “dimora” mezzo a loro (vv.2, 11).

Letto alla luce dell’intera narrativa della Bibbia fino a questo punto, il ruolo d’Israele qui acquisisce un’importanza cruciale. Questi sono i discendenti di Abraamo attraverso i quali Dio ha promesso di portare benedizione a tutte le famiglie della terra. Questa benedizione è il rovesciamento della maledizione introdotta in Genesi 3, le terribili conseguenze del peccato illustrate dall’espulsione di Adamo ed Eva fuori dal giardino d’Eden e nel dominio della morte. Il giardino, secondo Genesi 2, fu il santuario originale, la dimora del Creatore in mezzo alle sue creature dove esse potevano vivere appieno la comunione per cui Dio le aveva create. Ma Dio promise che non avrebbe permesso al peccato di rovinare tutto per sempre. Aveva un piano per togliere il peccato, per distruggere la morte, per riconciliare l’umanità con se stesso, e per ripristinare la loro comunione in eterno.

Questo piano giunge a una tappa importante quando, alla fine di Esodo, Mosè finisce la costruzione del tabernacolo e la gloria del Signore — in forma di una nuvola e del fuoco — lo riempie, indicando che Dio finalmente è tornato ad abitare in mezzo agli esseri umani, rappresentati dai figli d’Israele. Questo tabernacolo è “l’ambasciata” della nuova creazione, e questo momento anticipa ciò che Dio intende compiere in tutto il mondo, facendolo diventare la sua santa dimora.

Israele, però, si è già dimostrato, e si dimostrerà ancora, un popolo tutt’altro che santo. È testardo e disubbidiente, propenso all’idolatria e incline all’incredulità. Come può dunque il “tre volte santo” Dio dimorare in mezzo a un popolo così impuro? Questo è il tema dominante di Levitico e l’interrogativo al cuore di tutti i suoi precetti e insegnamenti. La risposta è quella che leggiamo qui in Levitico 26:3: “Se vi comportate secondo le mie leggi, se osservate i miei comandamenti e li mettete in pratica”, allora il popolo godrà di tutte le benedizioni che risultano dall’essere in piena comunione con Dio. Levitico insegna a Israele come essere un popolo santo in modo da poter ospitare la presenza di Dio tra di loro.

È necessario notare che le benedizioni qui promesse non sono premi di cui Israele deve dimostrarsi degno e meritevole. Nel v.13 Dio gli ricorda esplicitamente: “Io sono il Signore vostro Dio; vi ho fatto uscire dal paese d’Egitto per liberarvi dalla schiavitù”. In altre parole, il Signore è già il loro Dio; non devono comportarsi bene prima che egli lo diventi. Il Signore li ha già liberati dalla schiavitù; non devono compiere opere buone prima che egli agisca a loro favore. Il fatto che il Signore gli dià questa legge per insegnargli la santità è già un dono di grazia e un segno del suo amore, perché implica che essi non siano ancora santi, altrimenti a che scopo servirebbe la legge? Le benedizioni che Dio promette a condizione dell’ubbidienza non sono quindi da intendersi come il premio per un popolo meritevole ma piuttosto come il risultato “normale” di quando si vive in piena comunione con Dio nella sua presenza. Descrivono il benessere che consegue solo, ma sempre, dalla vita santa. La santità non è un mezzo per ottenere altre cose più desiderabili; è se stessa il suo proprio premio maggiore.

3) Resisterò alla vostra resistenza (Levitico 26:18-39)

14 «“Ma se non mi date ascolto e se non mettete in pratica tutti questi comandamenti, 15 se disprezzate le mie leggi e detestate le mie prescrizioni non mettendo in pratica tutti i miei comandamenti e così rompete il mio patto, 16 ecco quel che vi farò a mia volta: manderò contro di voi il terrore, la consunzione e la febbre, che annebbieranno i vostri occhi e consumeranno la vostra vita, e seminerete invano la vostra semenza: la mangeranno i vostri nemici. 17 Volgerò la mia faccia contro di voi e voi sarete sconfitti dai vostri nemici; quelli che vi odiano vi domineranno e vi darete alla fuga senza che nessuno vi insegua.

18 Se nemmeno dopo questo vorrete darmi ascolto, io vi castigherò sette volte di più per i vostri peccati. 19 Spezzerò la superbia della vostra forza, farò in modo che il vostro cielo sia come di ferro e la vostra terra come di bronzo. 20 La vostra forza si consumerà invano, poiché la vostra terra non darà i suoi prodotti e gli alberi della campagna non daranno i loro frutti.

21 E se mi resistete con la vostra condotta e non volete darmi ascolto, io vi colpirò sette volte di più, secondo i vostri peccati. 22 Manderò contro di voi le bestie feroci, che vi rapiranno i figli, stermineranno il vostro bestiame, vi ridurranno a un piccolo numero, e le vostre strade diventeranno deserte.

23 E se, nonostante questi castighi, non volete correggervi per tornare a me, ma con la vostra condotta mi resisterete, anche io vi resisterò 24 e vi colpirò sette volte di più per i vostri peccati. 25 Manderò contro di voi la spada, che farà vendetta per la trasgressione del mio patto; voi vi raccoglierete nelle vostre città, ma io manderò in mezzo a voi la peste e sarete dati in mano al nemico. 26 Quando vi toglierò il sostegno del pane, dieci donne cuoceranno il vostro pane in uno stesso forno, vi distribuiranno il vostro pane a peso e mangerete, ma non vi sazierete.

27 E se, nonostante tutto questo, non volete darmi ascolto, ma con la vostra condotta mi resisterete, 28 anch’io vi resisterò con furore e vi castigherò sette volte di più per i vostri peccati. 29 Mangerete la carne dei vostri figli e delle vostre figlie. 30 Io distruggerò i vostri alti luoghi, spezzerò le vostre statue consacrate al sole, ammucchierò i vostri cadaveri sui resti dei vostri idoli e vi detesterò. 31 Ridurrò le vostre città a deserti, desolerò i vostri santuari e non aspirerò più il soave odore dei vostri profumi. 32 Desolerò il paese; e i vostri nemici che vi abiteranno ne saranno stupefatti. 33 E, quanto a voi, io vi disperderò fra le nazioni e vi inseguirò a spada tratta; il vostro paese sarà desolato e le vostre città saranno deserte.

34 Allora la terra si godrà i suoi sabati per tutto il tempo che rimarrà desolata e che voi sarete nel paese dei vostri nemici; allora la terra si riposerà e si godrà i suoi sabati. 35 Per tutto il tempo che rimarrà desolata avrà il riposo che non ebbe nei vostri sabati, quando voi l’abitavate. 36 Quanto ai superstiti fra di voi, io toglierò il coraggio dal loro cuore nel paese dei loro nemici; il rumore di una foglia agitata li metterà in fuga; fuggiranno come si fugge davanti alla spada e cadranno senza che nessuno li insegua. 37 Precipiteranno l’uno sopra l’altro come davanti alla spada, senza che nessuno li insegua, e voi non potrete resistere davanti ai vostri nemici. 38 Perirete fra le nazioni e il paese dei vostri nemici vi divorerà. 39 I superstiti fra di voi saranno afflitti nei paesi dei loro nemici a causa delle proprie iniquità; e saranno afflitti anche a causa delle iniquità dei loro padri.

Che dunque dobbiamo dire riguardo alle maledizioni che seguono nei versetti successivi? È Dio che cambia idea nei confronti del suo popolo, o che fa vedere che il suo amore non è in realtà incondizionato, perché sembra convertirsi in rabbia quando il popolo non rispetta i suoi comandamenti? O forse esiste un’altra possibilità, cioè che, anche se non si può guadagnare il favore di Dio all’inizio, lo si può perdere se non si mantiene una perfetta ubbidienza alla sua volontà? Queste sono domande non insignificanti, perché il modo in cui rispondiamo determinerà, in gran parte, se vorremo avvicinarci a questo Dio oppure allontanarcene.

Per rispondere, la prima cosa da fare è attendere a come Dio introduce ogni serie di maledizioni che manderà contro il popolo per spiegare il motivo per cui lo farà:

14 «“Ma se non mi date ascolto …

18 Se nemmeno dopo questo vorrete darmi ascolto, io vi castigherò…

21 E se mi resistete con la vostra condotta e non volete darmi ascolto, io vi colpirò…

23 E se, nonostante questi castighi, non volete correggervi per tornare a me, ma con la vostra condotta mi resisterete, anche io vi resisterò…

27 E se, nonostante tutto questo, non volete darmi ascolto, ma con la vostra condotta mi resisterete, 28 anch’io vi resisterò con furore…

Evidenziando queste frasi, vediamo subito che Dio non agisce nei confronti del suo popolo come un giudice severo ma come un padre addolorato per la ribellione di suo figlio. Ogni frase indica come Dio, dopo aver mandato una serie di castighi al popolo, si trattiene un momento per vedere se esso ha imparato la lezione. Questo non è un dio che trova soddisfazione nell’affliggere peccati, o un dio che esagera la punizione rispetto al misfatto. Questo è il Padre celeste amorevole che, con ogni castigo, desidera far tornare il suo figlio prodigo a sé, ed è pronto a perdonare e a smettere di castigare nel momento in cui il figlio si fa correggere.

Ma bisogna dire di più. C’è anche una parola molto interessante che si ripete più volte: resistere. Vs. 21: “se mi resistete…”; vs.23: “se, nonostante questi castighi … con la vostra condotta mi resisterete…”; vs. 27: “se, nonostante tutto questo … con la vostra condotta mi resisterete…”. E notiamo come il Signore risponde: vs.23: “…anche io vi resisterò…”; vs.28: “…anch’io vi resisterò con furore”; e poi ancora nel vs.41: “…peccati per i quali anch’io avrò dovuto resistere loro…”. A primo sguardo, questo potrebbe sembrare un esempio del famoso principio: “occhio per occhio, dente per dente”. Vale a dire, voi fate male a me, e quindi io faccio male a voi. Voi avete offeso me, quindi io vi faccio pagarne le conseguenze.

In realtà, però, non è così. Il Signore non è quella divinità capricciosa che all’improvviso cambia idea o che cambia il modo in cui ci tratta in base al suo umore. Egli è lo stesso Dio che nel v.13 ha ricordato a Israele nel v.13: “Io sono il Signore vostro Dio; vi ho fatto uscire dal paese d’Egitto per liberarvi dalla schiavitù; ho spezzato il vostro giogo e vi ho fatto camminare a testa alta.” Quando, per spiegare il motivo per cui manda queste terribili afflizioni, Dio dice: “anche io vi resisterò”, è per amore e non per rancore o vendetta personale che lo fa. Avverte il popolo: “se mi resistete, sappiate che io resisterò alla vostra resistenza! Se mi rifiutate, sappiate che io rifiuterò il vostro rifiuto”. Perché Dio deve resistere alla resistenza del suo popolo? Perché deve rifiutare il suo rifiuto? È perché lo ama, e il suo amore è così grande e inarrestabile che non c’è limite a quello che farà per compiere tutto il bene che ha promesso di fargli.

Vediamo chiaramente, dunque, che l’ira di Dio, lungi dall’essere opposta al suo amore, è il suo amore. L’ira di Dio è la forma che il suo amore assume nei confronti di ciò che lo rifiuta, di ciò che tenta di evitare le sue benedizioni, di ciò che pone resistenza al compimento del suo benevolo proposito. Quando Dio promette, da un lato, benedizioni per l’ubbidienza e, dall’altro, maledizioni per la disubbidienza, non è Dio che cambia, mutando il suo amore in ostilità. Cambia solo la maniera in cui si esprime il suo amore. È proprio perché Dio ama in modo incondizionato che rifiuta di lasciar andare il suo popolo quando esso cerca di scappare. È il buon pastore che rifiuta di permettere alla pecora smarrita di rimanere per sempre perduta. L’ira di Dio è il grande “No!” dell’amore di Dio all’uomo che pretende: “non la tua volontà, ma la mia sia fatta!”

4) Per essere il vostro Dio (Levitico 26:40-45)

40 «“E confesseranno la loro iniquità e l’iniquità dei loro padri, l’iniquità delle trasgressioni commesse contro di me e della resistenza oppostami, 41 peccati per i quali anch’io avrò dovuto resistere loro e deportarli nel paese dei loro nemici; ma allora, se il cuore loro incirconciso si umilierà e se accetteranno la punizione della loro iniquità, 42 io mi ricorderò del mio patto con Giacobbe, mi ricorderò del mio patto con Isacco e del mio patto con Abraamo, e mi ricorderò del paese; 43 poiché il paese sarà abbandonato da loro e si godrà i suoi sabati mentre rimarrà desolato, senza di loro. Essi sconteranno la loro colpa per aver detestato le mie prescrizioni e avere avuto in avversione le mie leggi. 44 Ma, nonostante tutto questo, quando saranno nel paese dei loro nemici, io non li disprezzerò e non li prenderò in avversione fino al punto d’annientarli del tutto e di rompere il mio patto con loro; poiché io sono il Signore loro Dio; 45 ma per amor loro mi ricorderò del patto stretto con i loro antenati, che feci uscire dal paese d’Egitto, sotto gli occhi delle nazioni, per essere il loro Dio. Io sono il Signore”».

Ecco perché fallisce l’idea che il Dio “severo dell’Antico Testamento” è contrario al Dio “amorevole del Nuovo”. Ecco perché fallisce anche l’obbiezione che dice: “non potrei mai credere in un dio d’ira, ma solo in in dio d’amore”. La severità di Dio è la misura dell’intensità del suo amore. Questo è bellissimamente affermato nell’ultimo versetto del capitolo. Dio promette che, dopo aver fatto piombare tutte queste maledizioni sul suo popolo, non lo metterà allo sterminio totale ma “per amor loro mi ricorderò del patto stretto con i loro antenati … per essere il loro Dio”. Per amor loro. Per essere il loro Dio. Questo è infatti cosa vuol dire “l’amore di Dio”, e cosa l’amore di Dio vuole. Per essere il loro, e anche il nostro Dio. Dio è talmente risoluto e determinato di essere il nostro Dio e di fare di noi il suo popolo che non si limiterà a niente per compierlo. Nessun ostacolo è troppo grande. Nessuna resistenza è troppo forte. Nessun rifiuto è troppo definitivo. Egli sarà il nostro Dio, e noi saremo il suo popolo. Costi quello che costi (e, secondo Levitico 26, il costo può essere decisamente alto!), Dio compirà il suo benevolo proposito nei nostri confronti.

La più grande conferma di questo non è però la testimonianza di Levitico 26 ma la croce di Gesù Cristo nella quale sia le benedizioni sia le maledizioni di Levitico si compiono nel modo più grande e assoluto. L’apostolo Paolo lo spiega così in Galati 3:10, 13-14:

10 Infatti tutti quelli che si basano sulle opere della legge sono sotto maledizione, perché è scritto: «Maledetto chiunque non si attiene a tutte le cose scritte nel libro della legge per metterle in pratica»…. 13 Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, essendo divenuto maledizione per noi (poiché sta scritto: «Maledetto chiunque è appeso al legno»), 14 affinché la benedizione di Abraamo venisse sugli stranieri in Cristo Gesù, e ricevessimo, per mezzo della fede, lo Spirito promesso.

Che grande amore è infatti questo! Gesù Cristo, l’unico che era veramente degno di ogni benedizione (essendone in realtà lui la fonte!) si è fatto diventare maledizione al posto di tutti noi che, come Israele, siamo testardi e disubbidienti, propensi all’idolatria e inclini all’incredulità. In Levitico, le maledizioni erano destinate a peccatori come noi. Ma in Gesù, vediamo Dio che prende su di sé queste maledizioni per dare a noi peccatori le benedizioni che non potremmo mai ottenere altrimenti. Grazie al sacrificio di Gesù, adesso noi riceviamo “la benedizione di Abraamo … per mezzo della fede, lo Spirito promesso”. In Gesù, vediamo che veramente non c’è limite a quello che Dio nel suo amore farà per benedirci, anche se richiede la morte del proprio Figlio!

Voglio lasciarvi con un’ultima immagine. Alla fine del Salmo 23, il salmista afferma: “Certo, beni e bontà m’accompagneranno tutti i giorni della mia vita”. Il verbo qui tradotto “accompagneranno” è in realtà molto più forte in ebraico. Letteralmente vuol dire “inseguire”, ed è un termine che di solito viene usato in contesti di guerra per descrivere, per esempio, un esercito che “insegue” un nemico sconfitto per distruggerlo fino all’ultimo uomo. In Salmo 23:6, il salmista usa questa stessa parola per descrivere la sua certezza che la bontà del Signore lo “inseguirà”. Il senso è della frase è questo: il Dio di cui una volta ero nemico ha sconfitto la mia ribellione, e adesso le sue benedizioni e la sua bontà mi inseguiranno tutti i giorni della mia vita, e non smetteranno di inseguirmi finché non sperimento appieno tutto il bene che il Signore vuol farmi. Questo è davvero un grande amore! Questa è davvero una grande speranza!

Esodo 3: Io Sono il Signore

3:1 Mosè pascolava il gregge di Ietro suo suocero, sacerdote di Madian, e, guidando il gregge oltre il deserto, giunse alla montagna di Dio, a Oreb. L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco, in mezzo a un pruno. Mosè guardò, ed ecco il pruno era tutto in fiamme, ma non si consumava. Mosè disse: «Ora voglio andare da quella parte a vedere questa grande visione e come mai il pruno non si consuma!» Il Signore vide che egli si era mosso per andare a vedere. Allora Dio lo chiamò di mezzo al pruno e disse: «Mosè! Mosè!» Ed egli rispose: «Eccomi». Dio disse: «Non ti avvicinare qua; togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo sacro». Poi aggiunse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe». Mosè allora si nascose la faccia, perché aveva paura di guardare Dio.

Il Signore disse: «Ho visto, ho visto l’afflizione del mio popolo che è in Egitto e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; infatti conosco i suoi affanni. Sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso, in un paese nel quale scorre il latte e il miele, nel luogo dove sono i Cananei, gli Ittiti, gli Amorei, i Ferezei, gli Ivvei e i Gebusei. E ora, ecco, le grida dei figli d’Israele sono giunte a me; e ho anche visto l’oppressione con cui gli Egiziani li fanno soffrire. 10 Or dunque va’; io ti mando dal faraone perché tu faccia uscire dall’Egitto il mio popolo, i figli d’Israele». 11 Mosè disse a Dio: «Chi sono io per andare dal faraone e far uscire dall’Egitto i figli d’Israele?» 12 E Dio disse: «Va’, perché io sarò con te. Questo sarà il segno che sono io che ti ho mandato: quando avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, voi servirete Dio su questo monte».

13 Mosè disse a Dio: «Ecco, quando sarò andato dai figli d’Israele e avrò detto loro: “Il Dio dei vostri padri mi ha mandato da voi”, se essi dicono: “Qual è il suo nome?” che cosa risponderò loro?» 14 Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono». Poi disse: «Dirai così ai figli d’Israele: “L’io sono mi ha mandato da voi”». 15 Dio disse ancora a Mosè: «Dirai così ai figli d’Israele: “Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe mi ha mandato da voi”. Tale è il mio nome in eterno; così sarò invocato di generazione in generazione.

16 Va’, raduna gli anziani d’Israele e di’ loro: “Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abraamo, d’Isacco e di Giacobbe mi è apparso, dicendo: ‘Certo, io vi ho visitati, ho visto quello che vi fanno in Egitto 17 e ho detto: Io vi farò uscire dall’Egitto, dove siete maltrattati, verso il paese dei Cananei, degli Ittiti, degli Amorei, dei Ferezei, degli Ivvei e dei Gebusei, in un paese nel quale scorre il latte e il miele’”. 18 Essi ubbidiranno alla tua voce e tu, con gli anziani d’Israele, andrai dal re d’Egitto e gli direte: “Il Signore, il Dio degli Ebrei, ci è venuto incontro; perciò lasciaci andare per tre giornate di cammino nel deserto, per offrire sacrifici al Signore, nostro Dio”. 19 Io so che il re d’Egitto non vi concederà di andare, se non forzato da una mano potente. 20 Io stenderò la mia mano e colpirò l’Egitto con tutti i miracoli che io farò in mezzo a esso; dopo questo, vi lascerà andare. 21 Farò sì che questo popolo trovi favore presso gli Egiziani e, quando ve ne andrete, non ve ne andrete a mani vuote; 22 ma ogni donna domanderà alla sua vicina e alla sua coinquilina degli oggetti d’argento, degli oggetti d’oro e dei vestiti. Voi li metterete addosso ai vostri figli e alle vostre figlie, e così spoglierete gli Egiziani».

1) La Rivelazione del Dio d’Israele

Il brano che consideriamo oggi è importantissimo per quanto riguarda la giusta comprensione di Dio, e così si è dimostrato lungo la storia. È qui in questo capitolo che, nel deserto e tramite una voce che parla in mezzo a un pruno ardente, Dio rivela il suo nome proprio. Questo nome, ritenuto impronunciabile dagli ebrei, è tradotto nelle nostre Bibbie dal termine SIGNORE, tutto maiuscolo. Questo nome è stato lo stimolo di innumerevoli studi e riflessioni, nonché congetture, speculazioni e fantasticherie sull’essere di Dio. Il nostro compito oggi non è di ripercorrere tutte queste idee e le filosofie derivanti da esse, ma (come sempre quando abbiamo a che fare con la Bibbia) di attenerci strettamente al testo biblico perché è esso che dà testimonianza autorevole della rivelazione di Dio attraverso questo nome.

A) Il contesto di Esodo 3

La prima cosa che notiamo è, contrario a qualsiasi discussione meramente teorica o filosofica, Dio si rivela per nome in un certo contesto, in un determinato luogo e in una specifica situazione. Qui Dio si rivolge a Mosè per chiamarlo come suo servo e mandarlo in Egitto come suo strumento di liberazione. Sappiamo che in questo momento storico, il popolo d’Israele è in schiavitù in Egitto. L’inizio del libro di Esodo spiega così:

1:6 Giuseppe morì, come morirono pure tutti i suoi fratelli e tutta quella generazione. I figli d’Israele furono fecondi, si moltiplicarono abbondantemente, divennero numerosi, molto potenti, e il paese ne fu ripieno.

Sorse sopra l’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe. Egli disse al suo popolo: «Ecco, il popolo dei figli d’Israele è più numeroso e più potente di noi. 10 Usiamo prudenza con esso, affinché non si moltiplichi e, in caso di guerra, non si unisca ai nostri nemici per combattere contro di noi e poi andarsene dal paese». 11 Stabilirono dunque sopra Israele dei sorveglianti ai lavori, per opprimerlo con le loro angherie. Israele costruì al faraone le città che servivano da magazzini, Pitom e Ramses.

12 Ma quanto più lo opprimevano, tanto più il popolo si moltiplicava e si estendeva; e gli Egiziani nutrirono avversione per i figli d’Israele. 13 Così essi obbligarono i figli d’Israele a lavorare duramente. 14 Amareggiarono la loro vita con una rigida schiavitù, adoperandoli nei lavori d’argilla e di mattoni e in ogni sorta di lavori nei campi. Imponevano loro tutti questi lavori con asprezza.

Nonostante l’ordine successivo del faraone di mettere a morte tutti i maschi nati agli ebrei, uno dei bambini ebraici, Mosè, viene salvato e cresce proprio nella casa del faraone finché non deve scappare dopo aver ucciso un egiziano che picchiava uno dei suoi fratelli. Si rifugia nel deserto dove rimane per quarant’anni, ed è lì che Dio lo incontra in Esodo 3, manifestandosi a lui e chiamandolo come strumento di liberazione d’Israele. Dio s’identifica come “il Dio di tuo padre, il Dio di Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe” (v.6), una frase che richiama non solo i patriarchi d’Israele ma anche le promesse fatte loro, promesse che diventano in questo contesto la ragione per cui Dio intende ora intervenire per porre fine alle afflizioni dei discendenti dei patriarchi, e adempiere il suo giuramento di benedirli e dargli “un paese buono e spazioso, in un paese nel quale scorre il latte e il miele” (v.8). Questo è affermato esplicitamente alla fine del capitolo 2 dove leggiamo:

23 Durante quel tempo, che fu lungo, il re d’Egitto morì. I figli d’Israele gemevano a causa della schiavitù e alzavano delle grida; e le grida che la schiavitù strappava loro salirono a Dio. 24 Dio udì i loro gemiti. Dio si ricordò del suo patto con Abraamo, con Isacco e con Giacobbe. 25 Dio vide i figli d’Israele e ne ebbe compassione.

B) La vocazione di Mosè

In Esodo 3, scopriamo che Dio ha scelto Mosè come suo strumento per compiere tutto ciò, e quando poi gli si manifesta nel deserto gli comanda: “ Or dunque va’; io ti mando dal faraone perché tu faccia uscire dall’Egitto il mio popolo, i figli d’Israele” (3:10). Mosè, da parte sua, è molto insicuro ed esita di accettare la sua vocazione, chiedendo a Dio “Chi sono io per andare dal faraone e far uscire dall’Egitto i figli d’Israele?” Il Signore risponde rassicurandolo che “io sarò con te” (v.12), garantendo che non sarà Mosè a farlo ma la potenza di Dio operando per mezzo di lui.

Mosè continua ponendo ancora un’altra domanda che, a questo punto nel dialogo, ha molto senso: “Ecco, quando sarò andato dai figli d’Israele e avrò detto loro: ‘Il Dio dei vostri padri mi ha mandato da voi’, se essi dicono: ‘Qual è il suo nome?’ che cosa risponderò loro?” (v.13). Questa domanda ha senso perché la promessa di Dio: “io sarò con te” è convincente solo nella misura in cui questo Dio è conosciuto. Mosè potrebbe pensare: “Va bene, il Dio d’Israele sarà con me, ma come posso sapere che egli sarà in grado di mantenere le sue promesse, che sarà capace di vincere la grandezza d’Egitto e il potere dei loro dèi? Se non lo è, e io torno in Egitto, mi ammazzeranno! Tantomeno riuscirò a convincere gli ebrei a fidarsi di lui!” Come sempre, ci si fida del Signore solo in quanto si conosce il Signore. È quindi a questo scopo — per farsi conoscere — che Dio risponde con le sue famose parole:

14 Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono». Poi disse: «Dirai così ai figli d’Israele: “L’io sono mi ha mandato da voi”». 15 Dio disse ancora a Mosè: «Dirai così ai figli d’Israele: “Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe mi ha mandato da voi”. Tale è il mio nome in eterno; così sarò invocato di generazione in generazione.

Approfondiamole adesso.

2) L’Io Sono 

Innanzitutto, ci aiuterà sapere qualcosa sulla lingua originale nella quale il libro di Esodo fu redatto, ovvero l’ebraico. Quello che non è immediatamente evidente a noi (a causa della traduzione italiana che stiamo leggendo) lo diventerà se siamo in grado di vederlo nell’ebraico. Possiamo vederlo facilmente, senza diventare esperti della lingua ebraica, se ne sappiamo un paio di caratteristiche importanti.

In primo luogo, le parole in ebraico derivano da una radice di tre lettere (specificamente tre consonanti) che portano il significato fondamentale. A queste tre lettere, poi, si aggiungono vocali, prefissi e suffissi per formare le diverse parti del discorso come verbi, sostantivi, aggettivi e avverbi. Per esempio, le seguenti tre lettere hanno il significato “essere”:

היה

Questa è la radice della dichiarazione di Dio in Esodo 3:14:

אהיה – אשר – אהיה

Io sono – colui che – Io sono

E quando Dio dice a Mosè: “Dirai così ai figli d’Israele: ‘L’Io Sono mi ha mandato da voi'”, la parola tradotta “Io sono” è in ebraico:

אהיה

Guardando la forma dei caratteri, non è difficile vedere che questa parola, un verbo, deriva dalla radice…

היה

…con l’aggiunta di un prefisso. Poi, quando nel v.15 Dio rivela il suo nome proprio, tradotto da “SIGNORE” tutto maiuscolo, la parola ebraica è:

יהוה

…a volte traslitterata così: YHWH.

Nonostante le differenze, si vede facilmente la somiglianza tra la parola “SIGNORE” e la sua radice “essere” in ebraico, una somiglianza che in traduzione resta impercettibile. Il punto è questo: ogni volta che il nome “SIGNORE” si ripete nelle Scritture, la sua forma grafica si ricorda sempre il collegamento con questo capitolo in Esodo, e in particolare con la dichiarazione di Dio: “Io sono colui che sono”. Per chi non legge il testo ebraico, è facile dimenticare questo collegamento, ma ai lettori ebraici esso rimane sempre palese.

Ma che cosa significa questa frase? Questo ci porta alla seconda caratteristica della lingua ebraica che dobbiamo sapere: il verbo “essere” (che abbiamo appena visto sopra) non ha una coniugazione al presente. In altre parole, la frase “io sono” (come appare nella traduzione di Esodo 3:14) non esiste in ebraico come tale. Mentre in italiano una comune domanda e risposta può essere: “Dove sei tu? Io sono a casa”, in ebraico si direbbe invece: “Dove tu? Io a casa”, perché “sei” e “sono” non esistono.

Questo crea ovviamente una difficoltà per comprendere Esodo 3:14. Se “io sono” non esiste in ebraico, che cosa dice realmente? È importante sapere che l’ebraico ha solo due tempi verbali: il perfetto e l’imperfetto. Il perfetto rappresenta un’azione o una condizione già compiuta, che non continua, e perciò viene di solito tradotto col tempo passato. Per esempio, Genesi 1:1 dice: “Nel principio Dio creò i cieli e la terra”. Il verbo tradotto “creò” è in ebraico coniugato al perfetto, perché la creazione dei cieli e la terra è un’azione che Dio ha finito di fare. Per questo, ha senso tradurlo col tempo passato: “creò”. L’imperfetto, invece, rappresenta un’azione o una condizione non compiuta, che si svolge ancora. Da non confondere con l’imperfetto italiano, l’imperfetto ebraico differisce in quanto comprende il presente, e soprattutto, il futuro. Per questo motivo, le traduzioni della Bibbia rendono in generale i verbi ebraici imperfetti appunto con il tempo futuro, come nel Salmo 9:1:

Io celebrerò il Signore con tutto il mio cuore, narrerò tutte le tue meraviglie.

Scopriamo l’importanza di questo discorso quando in Esodo 3:14 notiamo che il verbo “essere” è coniugato all’imperfetto:

אהיה

Questo significa che, come molto studiosi sostengono, Esodo 3:14 dovrebbe tradursi non: “Io sono colui che sono” ma: “Io sarò colui che sarò“. Forse sembra un cambiamento di poco conto, ma non lo è. Se lo parafrasiamo in un modo che tenta di rendere anche il dinamismo dell’ebraico (perché “essere” in ebraico ha una sfumatura più attiva del nostro verbo), possiamo tradurlo così: “Io sarò colui che mi dimostrerò di essere” oppure “colui che farò conoscere“. Se riflettiamo bene su questo, ci accorgeremo di essere lontani anni luce da “Io sono colui che sono”. Quest’ultimo tratta di un dio astratto e statico, che è, che esiste, e basta. È uno cerchio chiuso. Non ci dice nulla di chi è (in modo che possiamo conoscerlo personalmente e così fidarci di lui) ma soltanto che egli è, il mero fatto della sua esistenza. Se, quando chiedo a mio figlio “Perché ti piace questa canzone”, lui mi risponde: “mi piace perché mi piace”, questo non mi dice nulla di più. Sapevo già che gli piaceva. La risposta non è una spiegazione che mi aiuta a capire. È un cerchio chiuso.

Il secondo modo per intendere questa frase, invece, è attivo, vivace e rivelatore: “Io sono colui che mi dimostrerò di essere”. Questo implica azione da parte di Dio, comunicazione, relazione, e sempre più rivelazione di chi è. Dio non è solo l’essere divino che è, ma è colui che si rivela, e che si rivelerà ancora, sempre con l’intenzione di farsi conoscere affinché noi possiamo entrare in comunione con lui e fidarci di lui sempre di più. Questo è un invito a noi da parte di Dio di tenere gli occhi aperti per vedere come lui sta per rivelarsi.

Questo è perché, subito dopo che Dio fa conoscere a Mosè il suo nome, promette nel v.16:

Io vi farò uscire dall’Egitto, dove siete maltrattati, verso il paese dei Cananei, degli Ittiti, degli Amorei, dei Ferezei, degli Ivvei e dei Gebusei, in un paese nel quale scorre il latte e il miele.

Alla domanda di Mosè, Dio risponde in effetti: “Vuoi sapere chi sono? Ti farò vedere chi sono quando libererò il mio popolo dall’Egitto!” Questo è anche perché, dopo l’esodo, Dio si manifesta sul monte Sinai all’intero popolo d’Israele dicendo:

Io sono il Signore, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla casa di schiavitù. (Esodo 20:1)

Dopo l’esodo, Dio non si fa chiamare più solo “il SIGNORE Dio di Abraamo, di Isacco e di Giacobbe” ma anche “Dio che ha fatto uscire Israele dall’Egitto”! In altre parole, Dio non è il dio che semplicemente esiste. Dio è il Dio che si fa conoscere nell’esaudire le suppliche del suo popolo e nel salvarlo dalla schiavitù. Si conosce l’essere di Dio solo nell’operare di Dio.

3) Il Dio di Gesù Cristo

Come possiamo descrivere dunque il Dio che veniamo a conoscere nei termini “Io sarò colui che mi dimostrerò di essere”, e poi nel nome proprio, YHWH (SIGNORE), che ricorda sempre questa frase? Cerchiamo di riassumere i punti salienti.

A) Solo Dio fa conoscere Dio

Se badiamo bene alla frase “Io sarò colui che mi dimostrerò di essere”, il suo significato diventa subito chiaro: “Non potete voi venirmi a conoscere se io non mi faccio conoscere a voi.” “Io sarò colui che mi dimostrerò di essere” vuol dire “Io sono solo colui che io faccio conoscere a voi, cioè non colui che voi pensate che io sia”. Vale a dire: noi come esseri umani non siamo in grado di conoscere Dio tramite i nostri tentativi di conoscerlo. Si radunino tutte le menti più intelligenti e brillanti del mondo e della storia, tutti i filosofi e scienziati e pensatori e studiosi ed esperti, e combinando tutti i loro poteri mentali, non saranno comunque capaci di conoscere Dio neanche nel più minimo dettaglio. “Io sarò colui che mi dimostrerò di essere” è un giudizio contro ogni idea e ogni concezione di Dio che proviene non da Dio ma dall’uomo. Significa che per conoscere Dio veramente, dobbiamo prima rinunciare a tutto quello che di testa nostra pensiamo o crediamo di lui.

Per Mosè e gli ebrei in Egitto, questo era necessario perché le loro idee della divinità erano condizionate dalla mitologia egiziana. È altrettanto necessario per noi oggi, perché le nostre idee di Dio sono condizionate da tanti fattori come il materialismo, il secolarismo e la filosofia occidentale. Ma nonostante i particolari, le idee sul “divino” che hanno tutti gli esseri umani di qualsiasi luogo e di qualsiasi tempo sono condizionate dal peccato a causa del quale, secondo Romani 1, essi “soffocano la verità con l’ingiustizia” e “hanno mutato la gloria del Dio incorruttibile in immagini simili a quelle dell’uomo corruttibile” (vv.18, 23). Detto diversamente, quando l’uomo dice di conoscere “Dio”, non è in realtà Dio che conosce ma il suo opposto: conosce solo è un anti-dio, un’immagine che nella sua mente ha fatto nella sua propria somiglianza.

Ecco perché fallisce ogni obbiezione contro la fede biblica che si basa sul pensiero umano. “Se Dio esistesse, allora farebbe così”. “Se Dio ci amasse veramente, allora non farebbe così”. Quante volte la gente dice di non poter credere in Dio o in Gesù o nella Bibbia per qualche idea o ragione che proviene dalla loro testa! Tutto questo è diametralmente opposto al principio che solo Dio fa conoscere Dio. Di fronte a lui, non possiamo fare altro che tacere e ascoltare, confessando soltanto insieme a Giobbe: “Ecco, io sono troppo meschino; che ti potrei rispondere? Io mi metto la mano sulla bocca” (Giobbe 40:4).

A sostegno di questo principio è il pruno ardente. Un pruno “tutto in fiamme” ma che “non si consuma” non è uno spettacolo comune; anzi è proprio contro natura! È per questo motivo che Mosè s’incuriosisce e si avvicina per vedere: “Ora voglio andare da quella parte e vedere questa grande visione e come mai il pruno non si consuma!” (v.3). Se fosse stato un pruno normale, se fosse stato un fuoco qualsiasi, Mosè non ci avrebbe fatto caso. Ma è proprio lì, davanti al miracolo del pruno ardente, che Mosè si trova nella presenza del Signore. Solo così si viene a conoscere il Signore: non per vie naturali — contemplando il cosmo, filosofeggiando sulla natura della divinità, ragionando in base a ciò che si ritiene di aver senso — no. Si conosce il Signore solo per mezzo del miracolo della rivelazione, quando Dio fa irruzione in mezzo alle nostre vie naturali, quando Dio fa guerra contro tutte le nostre idee di lui e le distrugge, lasciando solo quello che lui ha da dire di se stesso nella sua parola.

B) Dio si fa conoscere solo in relazione al suo popolo

Il secondo punto importante è questo: Dio si fa conoscere solo in relazione al suo popolo. Questo è davvero sbalorditivo e stupendo. Quando Dio si presenta a Mosè, dice così: “Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe” (v.6). Dice di nuovo la stessa cosa legata alla rivelazione del suo nome nel v.15: “Dirai così ai figli d’Israele: ‘Il SIGNORE, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe mi ha mandato da voi'”. E dopo l’esodo, egli sarà “il SIGNORE, il Dio degli ebrei” (v.18).

Che meraviglia! Il SIGNORE, il Dio che è colui che sarà e che non ha bisogno di niente e di nessuno, si degna di far partecipare Abraamo, Isacco, Giacobbe e l’intero popolo d’Israele nella sua propria identità! Lui non è solo “il SIGNORE Dio”, ma “il SIGNORE Dio dei vostri padri…” Ecco perché il nome di Dio SIGNORE è indivisibilmente legato al giuramento con il quale si vincola al suo popolo: egli è certamente Dio senza di noi, ma nel suo grande amore ha deciso di non esserlo! Questo è una parte di quel “mi dimostrerò di essere”: nel coinvolgere il suo popolo nella sua identità, Dio si fa conoscere come il Dio di grazia infinita e amore incondizionato, che dà se stesso in pegno come garanzia delle sue promesse nei nostri confronti. Il nome SIGNORE rivela il Dio che cambia il suo nome, che inserisce il nome del suo popolo nella sua “cartà d’identità”, per far vedere quanto è grande il suo amore verso di esso e quanto è inscindibile la loro relazione. Il nome SIGNORE rivela il Dio che non vuole essere conosciuto solo come “Dio” e basta; vuole essere conosciuto come “Dio di Abraamo, di Isacco, di Giacobbe, di Mosè e degli ebrei”. Insomma, il nome SIGNORE non è un cerchio chiuso (Io sono colui che sono), ma l’identità del Dio che ama il suo popolo così tanto che vuole farsi conoscere solo in relazione con esso. Che privilegio diventare partecipi del nome di Dio!

C) Dio si fa conoscere pienamente in Gesù Cristo

Per il terzo e ultimo punto, torniamo alla nostra precedente osservazione che quando Dio dice: “Io sono colui che mi dimostrerò di essere”, questo anticipava come si sarebbe fatto conoscere liberando Israele dall’Egitto. Il SIGNORE, il nome di Dio, non è, come Esodo 3, un capitolo chiuso a cui non c’è niente da aggiungere. Il nome del SIGNORE significa che c’è molto ancora da vedere, che la piena rivelazione di Dio deve ancora arrivare.

Quando proseguiamo nella Bibbia, scopriamo che il Dio che si fa conoscere in relazione all’umanità: prima il Dio di Abraamo, di Isacco e di Giacobbe, e poi il Dio che liberò Israele dall’Egitto, poi si manifesta pienamente come il Dio di Gesù Cristo. Questo è l’obbiettivo, questa è la meta verso la quale la storia di Esodo ci porta. È in Gesù Cristo che finalmente vediamo pienamente chi è il SIGNORE, colui che si dimostra di essere. Solo Gesù può dire, come in Giovanni 14:9, “Chi ha visto me, ha visto il Padre”. Vedere Gesù, infatti, significa vedere Dio per tutto quello che è. Quando vediamo Gesù, non dobbiamo aver paura che nascosto dietro a lui c’è un altro dio, o una parte di Dio, che ci rimane inaccessibile e inconoscibile.

Così dice Giovanni 1:14:

E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre.

Contemplando la gloria di Gesù, la Parola di Dio, contempliamo la gloria di Dio stesso. Non un’ombra della gloria di Dio, né la gloria di un altro dio. Nel volto di Gesù noi contempliamo la gloria, e tutta la gloria di Dio il SIGNORE. Questo è perché nel Nuovo Testamento, Dio è più spesso identificato così: “Dio Padre del Signore Gesù Cristo”. La piena rivelazione di Dio.

Inoltre, bisogna aggiungere che Gesù è la perfetta rivelazione di Dio a noi solo perché egli è sia pienamente Dio sia pienamente uomo. Se non fosse pienamente Dio, non potrebbe farci conoscere tutta la gloria di Dio, perché come dice Giovanni 1:18:

Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere.

Ricordiamoci: solo Dio è in grado di far conoscere Dio. Ma dall’altra parte, se Gesù non fosse pienamente uomo, non potrebbe far conoscere Dio in un modo a noi umani comprensibile. Ecco perché la Parola di Dio, essendo egli stesso “l’unigenito Dio … nel seno del Padre”, “è diventata carne”: per poter abitare fra di noi e farci contemplare “la sua gloria … come di unigenito dal Padre”.

In vista di tutto questo, quanto di più dovremmo amare il SIGNORE che si è degnato di farsi conoscere in Cristo, facendoci diventare partecipi della sua identità! Quando di più dovremmo fidarci di lui, sapendo che in Cristo Dio ci ama con un amore incondizionato, che elargisce su di noi grazia su grazia su grazia dalla sua fonte infinita, e che non permetterà a nulla, nemmeno al male o al maligno o alla morte, di impedire il compimento di ogni sua promessa a nostro favore. Poiché in Cristo anche i nostri nomi sono inclusi nel nome di Dio (non solo il Dio di Abraamo, di Isacco e di Giacobbe ma anche, in Cristo il Dio di ognuno di noi!), Dio non può essere infedele a noi senza essere infedele a se stesso, tanto è forte e stretto il vincolo che ha stabilito.

Amen!